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TERZA SERIE

AVVERTENZA

1. Con il presente decimo volume, che contiene la documentazione relativa alla politica estera italiana nel periodo dal 29 maggio 1906 al 31 dicembre 1907, si conclude la serie terza. Tale periodo comprende la prima fase dell’attività del ministero formato da Giovanni Giolitti (29 maggio 1906-11 dicembre 1909), nel quale il Ministero degli affari esteri fu affidato a Tommaso Tittoni. Quest’ultimo tornava alla Consulta dopo aver già ricoperto tale incarico nel ministero Giolitti (1903-1905) e nel ministero Fortis (marzo-dicembre 1905), ed era stato quindi nominato ambasciatore a Londra.

2. La selezione della documentazione pubblicata è stata effettuata tenendo presenti gli argomenti di maggiore importanza della politica internazionale del periodo e in base al criterio della maggiore o minore rilevanza di tali argomenti per gli interessi della politica estera dell’Italia.

Fra questi, i negoziati relativi all’accordo tripartito sull’Etiopia del 13 dicembre 1906 occupano una parte notevole dell’attività del ministro degli esteri e della documentazione pubblicata. Il 6 giugno 1906, pochi giorni dopo aver assunto la carica, Tittoni, convinto sostenitore dell’espansione coloniale italiana in Etiopia, diede le istruzioni per la ripresa delle trattative per l’accordo tripartito sulla base del testo proposto dal Governo francese. I negoziati si svolsero a Parigi, in occasione della visita di Tittoni il 29 giugno, e proseguirono a Londra, dove il ministro si recò dal 4 al 6 luglio e dove il testo del trattato venne parafato. Dopo la parafatura si svolsero i negoziati con Menelik per ottenerne l’adesione e, di fronte alle obiezioni sollevate da Menelik, con i Governi britannico e francese in ordine alla firma definitiva del trattato, in attesa di ottenere tale adesione. Il 5 dicembre, pochi giorni prima della firma definitiva dell’accordo, venne consegnata la risposta positiva di Menelik sulla convenzione, che riteneva non lesiva dei suoi diritti sovrani. L’attività di Tittoni in relazione all’Etiopia proseguì, dopo la firma dell’accordo tripartito, sui problemi che sorsero per la sua applicazione, date le direttive del Governo britannico, divergenti rispetto all’interpretazione data all’accordo dal Ministero degli affari esteri italiano e alle finalità che Tittoni si proponeva di raggiungere per la penetrazione economica italiana.

Altro tema rilevante della politica estera italiana nel periodo coperto dal volume è quello dei rapporti con l’Austria-Ungheria. Il ritorno di Tittoni alla Consulta venne accolto “avec joie” da Goluchowski, dato il noto filo-triplicismo del ministro. Dopo la nomina, il 24

ottobre 1906, del conte von Aehrenthal quale successore di Goluchowski, il ministro della Casa Imperiale e Reale e degli Esteri dichiarò di voler proseguire la politica del suo predecessore nei rapporti con l’Italia; Tittoni rispose con una dichiarazione analoga ed entrambe le dichiarazioni vennero pubblicate. Sin dal 30 ottobre Aehrenthal espresse l’intenzione di recarsi in Italia per rendere sempre più stretti i rapporti fra i due Governi e il 25 aprile 1907 comunicò il proposito di recarsi a Berlino e a Roma. La documentazione qui pubblicata comprende la preparazione del viaggio e i resoconti della visita di Aehrenthal a Berlino. I colloqui fra Tittoni e Aehrenthal si svolsero a Desio il 15 luglio e a Semmering, quando Tittoni ricambiò la visita, il 22-24 agosto 1907. Nel volume viene pubblicato il verbale dei colloqui di Desio, concordato nell’incontro del Semmering (D. 432, riprodotto in fac-simile).

Anche i rapporti italo-britannici costituiscono una parte importante nell’attività del Ministero. Durante il periodo considerato nel volume si svolse la visita di re Edoardo VII a Vittorio Emanuele III, a Gaeta, e il colloquio fra Tittoni e Hardinge a margine dell’incontro. La documentazione pubblicata comprende l’incontro del marchese di San Giuliano con Edoardo VII a Napoli, il 27 aprile 1907. In relazione ai rapporti italo-francesi il 22 giugno 1906 Tittoni ebbe un incontro con il ministro degli esteri francese, Léon Bourgeois, di cui si pubblica il verbale redatto dall’ambasciatore a Parigi, conte Tornielli, presente al colloquio.

La documentazione edita riguarda inoltre la seconda conferenza della pace dell’Aja, sulla quale Tittoni ebbe un colloquio con von Bülow il 30-31 marzo 1907, la questione balcanica, in particolare la questione macedone, il problema dell’irredentismo e la penetrazione economica in Tripolitania, al centro dei colloqui nella missione di Selim Pascià a Roma nell’ottobre-novembre 1907.

3. Anche per questo volume le fonti sono quelle conservate presso l’Archivio storico del Ministero: archivio segreto di Gabinetto e della Segreteria Generale, telegrammi in partenza e arrivo, Serie Politica “P” (1891-1916), archivi delle ambasciate, carte di personalità, archivio del Ministero dell’Africa Italiana. Alcuni telegrammi, non presenti nella serie dei registri, sono stati tratti da altri fondi ministeriali, come segnalato in nota. Va ricordato al lettore che per i telegrammi provenienti dall’estero l’ora di partenza indicata nell’intestazione è quella del fuso orario locale. Inoltre, per questa serie di anni, i registri non recano l’ora di arrivo che è stata integrata, ove possibile, sulla base delle copie conservate nella Serie “P”.

Analogamente ai precedenti volumi della serie terza, altre fonti che hanno concorso a costituire la documentazione raccolta in questo volume provengono dalle ricerche svolte presso l’Archivio Centrale dello Stato, in particolare dalle Carte Martini. Per colmare le poche lacune esistenti negli archivi italiani, si possono utilizzare le collezioni dei documenti tedeschi, inglesi e francesi: 1) Die Grosse Politik der Europäischen Kabinette 1871-1914, Berlino, Deutsche Verlagsgesellschaft für Politik und Geschichte, 1922-1926; 2) British Documents on the Origins of the War, 18981914, Londra, His Majesty’s Stationery Office, 1926-1938; 3) Documents Diplomatiques Français (1871-1914), Parigi, Imprimerie Nationale, 1929-1959.

4. Molti dei documenti qui pubblicati sono stati trascritti, integralmente o in parte, nell’opera di F. Tommasini, L’Italia alla vigilia della guerra, vol. III (Bologna, Zanichelli, 1937), in molti casi omettendo i dati che consentirebbero la loro identificazione. Benché non si sia data indicazione analitica nelle note di tutti documenti

citati e parzialmente pubblicati da Tommasini, si è tuttavia provveduto a verificarne l’esistenza in archivio. Alcuni documenti, inoltre, sono già editi nel Libro Verde n. 107 (Documenti diplomatici presentati al Parlamento italiano dal ministro degli affari esteri di San Giuliano. Marocco, seduta del 15 giugno 1911, Roma, Tipografia della Camera dei Deputati, 1911) e nel volume IV de Il Diario eritreo di Ferdinando Martini (Firenze, Vallecchi Editore, s.d.).

5. Il volume era stato in gran parte predisposto da Pietro Pastorelli al momento della sua scomparsa, nell’agosto 2013. Pastorelli aveva impostato la ricerca, analogamente al precedente volume nono della stessa serie, e aveva effettuato la scelta dei documenti da pubblicare. A chi lo firma è stato sufficiente curare la parte finale della preparazione. Per tutte le fasi di questa è stato indispensabile, come sempre, il lavoro svolto con capacità e passione dai funzionari archivisti di Stato presso la Segreteria Generale del Ministero degli affari esteri. In particolare, la dott. Maria Laura Piano Mortari e la dott. Rita Luisa De Palma hanno assicurato una preziosa assistenza in tutte le fasi necessarie per la pubblicazione del volume: le ricerche nell’Archivio Storico del Ministero, la prima selezione dei documenti, la predisposizione dell’apparato critico, la preparazione per la stampa. La dott. De Palma, inoltre, ha curato le ricerche presso gli altri archivi esterni al Ministero degli affari esteri. Quanto alle sezioni accessorie del volume, la dott. Piano Mortari ha predisposto la tavola metodica e la dott. De Palma i regesti e l’indice dei nomi, quest’ultimo con la collaborazione della signora Andreina Marcocci; le appendici sono state redatte a cura della signora Marcocci. Il non semplice compito della decifrazione e trascrizione dei documenti, spesso manoscritti e in lingua straniera, è stato effettuato dalla signora Andreina Marcocci e dalla dott. Claudia Polveroni. La revisione e messa a punto finale del volume per la pubblicazione sono state curate in particolare dalle dottoresse De Palma e Piano Mortari. Hanno collaborato alla correzione delle bozze le dottoresse Francesca Grispo e Paola Tozzi Condivi. A tutti i funzionari citati va il ringraziamento del curatore, in modo particolare alle dottoresse Piano Mortari e De Palma per aver collaborato con professionalità e dedizione alla preparazione del volume.

***

Nel congedare questo volume, mi sia consentito ricordare l’attività dedicata con grande passione, oltre che con indiscussa autorevolezza, da Pietro Pastorelli a questa collezione, prima come membro della Commissione per il riordinamento e la pubblicazione dei documenti diplomatici italiani, poi come suo vicepresidente e quindi, dal 1990, come presidente. Pastorelli, dopo aver collaborato con Mario Toscano alla preparazione di numerosi volumi della serie nona, ha curato personalmente venti volumi delle serie terza, quinta, ottava, nona, decima e undicesima e ha riordinato l’archivio del Gabinetto e della Segreteria Generale del Ministero (1923-1943), redigendone l’inventario. Nel corso di un cinquantennio, con la sua presenza solitamente quotidiana, dirigendo i lavori della Commissione istituita da Alcide De Gasperi nel 1946, Pastorelli ha dato un contributo essenziale alla continuazione della collezione, seguendo i principi scientifici impostati da Federico Chabod e da Mario Toscano, e ha lasciato su di essa un’impronta indelebile.

FRANCESCO LEFEBVRE D’OVIDIO


DOCUMENTI
1

L’AMBASCIATORE A PIETROBURGO, MELEGARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 1450/29. Pietroburgo, 30 maggio 1906, ore 19.

In risposta alla comunicazione da me fattagli giorni sono in base al telegramma di V.E. n. 12011, il sig. Isvolsky mi ha oggi dichiarato che il recente progetto del Governo francese, certamente, già noto alla E.V., mirava ad appagare molte delle aspirazioni cretesi e come tale quindi suscettibile ad escludere la temuta eventualità della proclamazione della annessione alla Grecia per parte della nuova Assemblea cretese e ciò tanto più che la vittoria nelle elezioni del partito governativo lascia indurre che l’Assemblea si presterà docilmente ai passi che il principe Giorgio promise di fare onde evitare tale dimostrazione.

Il sig. Isvolsky mi disse però ritenere che, i passi che secondo il progetto francese dovrebbero fare presso il Re di Grecia i rappresentanti delle quattro potenze in Atene, dovrebbero aggiungere la dichiarazione che le potenze sarebbero anche disposte a procedere ad uno scambio di idee sopra una più radicale soluzione della questione cretese a condizione tuttavia che il Re prenda tutte le misure possibili per far cessare la perniciosa attività delle bande greche in Macedonia che tanto ostacola l’opera pacificatrice delle potenze. Avendo io domandato al sig. Isvolsky quali fossero quelle misure più radicali a cui accennava, egli mi confidò che ciò si ricongiungeva in parte ad un progetto comunicatogli da Londra che sarebbe stato ideato dal Re d’Inghilterra durante il suo ultimo viaggio in Atene e di cui sir Charles Hardinge avrebbe pure intrattenuto a Parigi il sig. Bourgeois, secondo il quale le potenze avrebbero delegato al Re degli Elleni parte dei loro poteri su Creta, come ad esempio, la nomina dell’alto commissario da non scegliersi però fra membri della Famiglia Reale di Grecia. Avendo io fatto osservare come il progetto in questione, corrispondente di fatto ad un inizio di annessione e come tale almeno sarebbe senza dubbio universalmente considerato, avrebbe provocato al più alto grado l’irritazione della Sublime Porta, che vi vedrebbe una violazione degli impegni contratti dalle potenze ed avrebbe avuto la più perniciosa ripercussione in Macedonia, il ministro degli affari esteri mi disse che

dello stesso avviso era pure l’ambasciatore di Russia a Costantinopoli ed il suo collega di Francia. Inghilterra invece cui sembra stia molto a cuore la riuscita di quel progetto, pretende che avrebbe nei Balcani una influenza pacificatrice.

1 1 Vedi serie terza, vol. IX, D. 722.

2

L’AMBASCIATORE A PARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 1457/91. Parigi, 31 maggio 1906, ore 16,20.

Ieri questo ministro degli affari esteri mi ha lungamente intrattenuto delle due posizioni diverse, successivamente assunte dal ministro e delle proposte inglesi relative alla Canea. Egli ha detto che stava elaborando i termini di una proposta conciliativa, di cui ha indicati i punti principali. A tal fine egli era entrato in uno scambio d’idee preliminari con Pietroburgo e Londra. Gli ho domandato se Barrère era incaricato informare il R. Governo e mi rispose negativamente, osservando che l’opera sua si limitava, per ora, a trovare un componimento conciliativo delle proposte russe ed inglesi, le quali erano certamente conosciute dal R. Governo. Preciso queste circostanze perché evidentemente questo ministro degli affari esteri ha voluto con la fattami […]1 mettere a giorno il R. Governo del carattere dell’azione attualmente da lui spiegata. Mi pare evidente che l’armeggio della diplomazia condurrà prossimamente al riconoscimento di qualche cosa che corrisponderà ad una annessione larvata della Creta alla Grecia; e ció osservo acciocchè il R. Governo sia in grado di prendere in tempo la posizione che meglio corrisponda ai suoi interessi ed alle tradizioni della sua politica.

3

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO A BELGRADO, GUICCIOLI

DISP. RISERVATO 27679/43. Roma, 31 maggio 1906.

Mi è pervenuto il rapporto della S.V. in data del 9 corrente n. 1091, relativo alla situazione politica di codesto Paese.

Colla stessa occasione ella mi informa delle raccomandazioni da lei fatte di recente al sig. Pachitch, perché la questione degli ufficiali cospiratori sia al più presto risolta.

3 1 Vedi serie terza, vol. IX, D. 701.

Approvo che la S.V., colla abituale sua prudenza, si sia limitata, in questa circostanza, a parlare in suo nome personale. Per ora infatti, non credo che sia il caso di fare certi passi ufficiali né a proposito di quella questione, né a proposito delle altre accennate nel rapporto, al quale rispondo.

2 1 Gruppo mancante.

4

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI,

AGLI AMBASCIATORI A PARIGI, TORNIELLI, E A PIETROBURGO, MELEGARI

T. 1285. Roma, 3 giugno 1906, ore 14.

La questione cretese forma in questo momento oggetto di uno scambio preliminare di idee e proposte tra i Gabinetti di Londra, Parigi e Pietroburgo. Per quanto ci concerne, non tocca certamente a noi, avuto riguardo alle nostre tradizioni nazionali ed agli oneri ed imbarazzi che ci ha procurato e continua a procurarci il nostro intervento nella questione cretese, di metterci in prima linea per eccepire contro la eventuale annessione dell’isola alla Grecia, benché di tale soluzione non possiamo dissimularci le difficoltà e le complicazioni che potrebbero derivarne. E neppure ci conviene di prendere la iniziativa di rilievi circa i progetti che, del predetto scambio di idee, formano il tema, benché la materia di rilievi ed obiezioni non manchi, a noi sopratutto premendo di evitare la responsabilità di un insuccesso, e non essendo noi stessi in grado di presentare altre proposte. In tale stato di cose è naturale che il nostro atteggiamento sia quello di una benevola aspettazione, in attesa che, dall’uno o dall’altro dei tre Gabinetti ci sia comunicata una concorde conclusione delle presenti loro trattative.

5

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. 12911. Roma, 5 giugno 1906, ore 14,35.

Secondo era già stato proposto dai delegati italiano e britannici nel convegno di Roma del dicembre 19032, Governo britannico consente dichiarare che strade carova-

51 Trasmesso via Asmara. 2 Vedi serie terza, vol. VIII, D. 84.

niere fra le stazioni italiane sul Giuba e provincie meridionali Etiopia saranno lasciate aperte al commercio del Benadir attraverso territorio britannico sulla riva destra del Giuba e del Daua. Governo britannico autorizza Harrington ad appoggiare la S.V. nella questione Lug.

6

IL MINISTRO A SOFIA, CUCCHI BOASSO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 739/174. Sofia, 4-5 giugno 1906 (perv. il 13).

Al mio ritorno a Sofia ho trovato la situazione politica internazionale assai mutata. Le relazioni del Principato colla Turchia sembrano divenute migliori tanto da lasciar supporre una felice conclusione degli accordi commerciali in corso a Costantinopoli e ciò mi venne pure confermato dal dott. Natchevitch venuto a Sofia per qualche giorno e ch’ebbi occasione di vedere l’indomani del mio arrivo.

I rapporti poi fra l’Austria-Ungheria e la Bulgaria che erano tanto tesi, son divenuti, pel momento, dei più cordiali come lo riferiva con esattezza all’E.V. il r. incaricato d’affari nel suo rapporto delli 23 maggio u.s. 685/1641. Il Gabinetto di Vienna sembra voler ora esser largo di blandizie quanto lo fu prima di minaccie. Di questo nuovo atteggiamento si è avuta una prova non solo col premuroso invio dell’i. r. stazionario a Varna ma anche col telegramma diretto il 31 maggio dall’imperatore Francesco Giuseppe al principe Ferdinando per felicitarlo calorosamente ad un tempo per la sua festa patronale e per la inaugurazione del nuovo porto bulgaro sul Mar Nero. Tale telegramma riuscì particolarmente gradito in quanto che non era mai accaduto che S.M. I. e R. facesse pervenir direttamente i suoi auguri a Sua Altezza Reale né si aspettava qui ch’egli volesse associarsi anche personalmente alle feste celebrate a Varna.

Dopo queste feste considerate qui come un gran successo della politica del Principe ed una specie di riconoscimento solenne da parte di tutte le grandi potenze della situazione di fatto della Bulgaria, corrono voci che il Principe, sicuro della consueta benevolenza della Russia e delle potenze occidentali, approfittando delle nuove disposizioni dell’Austria-Ungheria ed anche della Germania (manifestatesi in occasione della visita del Duca e della Duchessa di Schleswig-Holstein alla sua Corte) possa tentare di conseguir l’indipendenza del Principato ed il titolo regio.

Si dice pure che per raggiunger tal fine il Governo bulgaro, conscio della impossibilità di veder prossimamente realizzarsi il sogno grandioso di questo popolo, sarebbe anche disposto a qualche atto che in apparenza significasse una rinunzia alle idee d’espansione oltre i confini attuali e che l’opinione pubblica (la quale sempre si

oppose per le ragioni ben note a V.E. ai voti del Principe) potrebbe, colle lusinghe della soddisfazione morale che ne verrebbe alla Bulgaria, esser condotta ad accogliere l’idea della proclamazione del Regno.

Credo mio dovere di riferir tali voci a V.E. ma difficile, pel momento, è il dire se abbiano o meno un fondamento. A semplice titolo di cronaca aggiungo che l’agente diplomatico d’Austria-Ungheria ed il commissario imperiale, dopo le feste di Varna, si son recati per mare a Costantinopoli.

P.S. Sofia, 5 giugno 1906 (sera).

Avendo avuto oggi l’occasione di vedere il sig. Petkoff, dopo il suo ritorno da Varna, S.E. mi disse che le voci corse circa la proclamazione dell’indipendenza non hanno alcuna base.

6 1 Non pubblicato.

7

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

L. PERSONALE. Vienna, 5 giugno 1906.

Permetta ch’io le faccia pervenire in occasione del suo ritorno alla Consulta le mie deferenti congratulazioni e le esprima, in pari tempo, il vivo mio compiacimento di poter servire di nuovo sotto l’alta sua direzione.

L’annuncio della nomina di lei a ministro degli affari esteri è stata accolta qui col maggior favore e nel parlarmi di essa il conte Goluchowski mi disse che aveva appreso avec joie che l’E.V. riprendeva la direzione della nostra politica estera.

In questi ultimi tempi un certo qual cambiamento a nostro favore è avvenuto nell’opinione pubblica della Monarchia, per ora appena percettibile in Austria, ma più accentuato in Ungheria, ove non si celano i sentimenti di simpatia verso l’Italia. È da augurare che le disposizioni benevoli che cominciano a manifestarsi verso di noi, in occasione della polemica cui diede luogo nella stampa di entrambi i paesi il telegramma dell’imperatore Guglielmo al conte Goluchowski dopo la chiusura della conferenza di Algeciras e la progettata visita di Sua Maestà in Vienna, siano per prendere piede e possano condurre a stabilire, col dissipare man mano le diffidenze latenti che sussistono tuttora, una corrente di cordialità giovevole ai nostri reciproci rapporti.

La visita dell’imperatore Guglielmo che aveva qui provocato, appena se ne ebbe notizia, i più svariati commenti, è ora considerata con più ponderatezza: credo superfluo di riandare quanto ebbi a riferire al predecessore dell’E.V. coi miei telegrammi personali nn. 70, 71 e 76 del 13, 16 e 25 maggio scorso1 per confutare le erronee supposizioni che si facevano allora circa la medesima.

La situazione del conte Goluchowski nel Ministero comune dell’Impero è divenuta da qualche tempo piuttosto precaria. Gli attacchi, dei quali era stato fatto segno da parte della stampa e degli uomini politici ungheresi, sembrano essersi per ora alquanto rallentati dopo la riconciliazione della Corona colla coalizione, ma si sono per contro resi più manifesti in Austria ove egli viene accusato di non aver tutelato con sufficiente energia, di fronte alle esigenze magiare, gli interessi della Cisleitania nel recente conflitto originato dalla tariffa doganale comune. Si prevede quindi che non tanto la sua politica estera quanto il suo contegno negli affari interni della Monarchia formeranno oggetto di viva discussione nelle prossime delegazioni, specialmente da parte dei membri di quella austriaca.

Quantunque non si possa dire che la situazione del conte Goluchowski sia veramente scossa, godendo egli per il momento della fiducia dell’Imperatore, il suo allontanamento dal Ballplatz è considerato, in generale, come probabile se nel frattempo non sopravvengano eventi atti a modificare le disposizioni poco favorevoli a suo riguardo che si constatano in entrambi le parti della Monarchia.

D’altra parte l’allontanamento di lui potrebbe forse esser giudicato necessario dallo stesso Imperatore se egli, che si è finora pronunciato sempre contrario all’introduzione del suffragio universale, si trovasse, coll’andare del tempo, nel persistere in tale parere, in contrasto di opinione coi Governi austriaco ed ungherese che si accingono ora a procedere alla sua attuazione.

Egli del resto si dimostra stanco ed infastidito per le continue accuse che gli vengono rivolte e che gli rendono meno agevole che per l’innanzi il compito affidatogli.

La sua partenza dal Ballplatz, ove avvenisse, non potrebbe non essere da noi vivamente lamentata per il contegno amichevole che tenne sempre a nostro riguardo e per le benevoli disposizioni che ci dimostrò in più circostanze, le quali è da sperare si possano incontrare in eguale misura nel suo eventuale successore.

Il candidato che avrebbe maggiori probabilità di essere scelto come tale, sembra sia, al momento in cui scrivo, il barone di Burian, attuale ministro delle finanze, che conosco da più anni essendo stato suo collega durante la mia missione in Grecia. Il suo carattere eccessivamente riservato non permette però di portare un giudizio esatto sulle disposizioni di lui se egli fosse per insediarsi al Ballplatz. Ma non è da dubitare che egli procurerebbe di seguire la linea di condotta savia e prudente del conte Goluchowski e di coltivare con cura i nostri reciproci rapporti, tale essendo il desiderio di S. M. l’Imperatore. Del resto le condizioni interne della Monarchia non gli permetterebbero, ove anche ne avesse l’intenzione, di accingersi ad una politica più attiva ed intraprendente di quella del conte Goluchowski.

Queste condizioni non sono certamente molto confortanti. La calma regna ora nei circoli politici ungheresi, ma i problemi la cui soluzione fu in parte eliminata ed in parte rimandata ad una data posteriore, in seguito alla riconciliazione della Corona colla coalizione, ritorneranno all’ordine del giorno, trascorso quel periodo di sosta, e formeranno indubbiamente oggetto di vivaci discussioni quando si dovrà por mano alla revisione dell’Ausgleich che scade nel 1907.

Quanto all’Austria il nuovo Ministero, a cui si è riuscito di dare una base parlamentare nonostante le divergenze che separano tra loro i varii partiti nazionali, si è costituito innanzi tutto nell’intento di procedere alla revisione di quel patto e di

opporsi alle esigenze dell’Ungheria se queste fossero intese ad ottenere una modificazione qualsiasi parziale ed unilaterale di esso. Le disposizioni che si manifestano da entrambe le parti fanno prevedere nuove difficoltà che potrebbero aggravare e dare una maggior estensione alla crisi da cui la Monarchia è travagliata da più tempo.

Ma un indizio che non erasi ancora avvertito nella opinione pubblica in Austria si è quello di una certa qual opposizione latente verso il Sovrano per l’autorizzazione da esso data al sig. Wekerle di presentare al Parlamento ungherese la tariffa comune della Monarchia, nonostante il parere contrario emesso dal Governo austriaco, ciò che provocò le dimissioni del principe di Hohenlohe.

Nella discussione, di cui tale questione fu oggetto nel Parlamento austriaco, si manifestarono sentimenti poco deferenti verso S. M. l’Imperatore, specialmente da parte di coloro che nutrivano, per l’innanzi, la maggior devozione per la sua persona, né si celò la viva irritazione che il suo contegno aveva provocato.

In tale circostanza corse pure la voce di una probabile abdicazione dell’Imperatore, voce però del tutto infondata e che non era altro che l’espressione di coloro che avrebbero visto con piacere che la Corona fosse affidata a mani più giovani ed energiche. Qui non s’ignora però che Sua Maestà non si deciderebbe ad abbandonare il trono, venendo così meno alla missione alla quale crede di essere stato chiamato per volontà divina, che nel solo caso, forse, in cui movimenti popolari, che egli abborre, non lo costringessero a fare un tal passo.

Ho creduto mio debito, al momento in cui V. E. riassume la direzione del Ministero degli affari esteri di esporle succintamente le condizioni della politica del Governo imperiale e reale, sia interna che estera, specialmente per ciò che riflette i nostri reciproci rapporti.

7 1 Vedi serie terza, vol. IX, DD. 710, 716 e 734.

8

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL COMMISSARIO CIVILE PER L’ERITREA, MARTINI1

T. 13002. Roma, 6 giugno 1906, ore 20.

I telegrammi nn. 1045 e 11883 le furono inviati quando si credeva il negoziato per l’Etiopia potesse non riuscire. Non mi risulta che il mio predecessore si fosse messo d’accordo col Ministero del tesoro circa il modo di fornire a Menelik mezzi per proseguimento ferrovia, la cui continuazione è già un fatto compiuto dalla parte di Addis Abeba per alcuni chilometri verso l’Auasc, né l’attuale ministro del tesoro è disposto a dare i fondi. Io ho ora ripreso negoziato per il detto accordo che, con

2 Trasmesso via Asmara. 3 Vedi serie terza, vol. IX, DD. 672 e 721.

opportune modificazioni, spero sarà, con reciproca utilità, conchiuso. Così stando le cose, parmi pericoloso spiegare presso Menelik, alla insaputa di Francia e Inghilterra, un’azione isolata, di molto dubbia efficacia, non avendo noi i mezzi di contrastare proseguimento di una impresa che Menelik vuole e per la quale Francia ed Inghilterra sono ormai d’accordo. Un nostro tentativo, mentre non avrebbe alcuna probabilità di successo, ma solo, forse, quello di ritardare una soluzione, avrebbe certo effetto di metterci in urto con le due potenze con cui stiamo trattando. Per queste ragioni, mentre non revoco le istruzioni impartitele dal mio predecessore, le modifico nel senso che sieno sospese fino a che l’E.V. non abbia sul luogo esaminata la situazione e scrutate le vere intenzioni di Menelik, in attesa di ricevere da me definitive istruzioni dopo che sarà noto l’esito del negoziato per l’accordo.

8 1 Ed. in F. MARTINI, Il Diario Eritreo, vol. IV, Firenze, Vallecchi, [s.d.], pp. 420-421.

9

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI

T. RISERVATO 1307. Roma, 6 giugno 1906, ore 20.

Voglia comunicare ufficialmente a sir. Edmond Grey ed a Cambon che il Governo italiano è pronto a firmare subito la convenzione per l’Abissinia, quando nella formula dell’accordo proposta ultimamente dalla Francia siano introdotte le tre modificazioni seguenti:

ad art. 4, lettera b: «les intérêts de l’Italie en Éthiopie par rapports à l’Erythrée et à la Somalie (y compris le Benadir) et plus spécialement en ce qui concerne le hinterland de ces possessions et la communication territoriale entre elles»;

ad art. 6 e 7: aggiungere all’inciso «les nationaux des trois pays» 1e parole «ainsi que des autres nations». Togliere all’art. 7 l’ultima clausola relativa al diritto di transito;

ad art. 9: aggiungere dopo l’inciso «s’interdisent de construire» le parole «en dehors de leurs territoires»; e dopo la parola «concurrence» aggiungere «directe».

Con ciò s’intenderebbe eliminata la dichiarazione segreta. Senza che io le dia ulteriori spiegazioni, le conversazioni che io ho avuto con lei a Londra in argomento, la pongono in grado di dimostrare quanto siano giuste le nostre domande. La prego di telegrafarmi per qualunque chiarimento le occorresse1.

9 1 La risposta non è stata rinvenuta.

10

L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATISSIMO PERSONALE 68. Londra, 6 giugno 1906, ore 19,44 (perv. ore 22,10).

Gorst, che io ho visitato oggi per altro affare, mi ha detto, di sua iniziativa, che Grey è assai curioso di conoscere deliberazioni nuovo Gabinetto italiano circa convenzione Abissinia. Che esso ricorda promessa fattagli da V. E. come ambasciatore d’informarlo al più presto e che conta che V. E. la manterrà come ministro, perché sarebbe dolentissimo se le circostanze lo obbligassero ad intendersi con Francia senza noi. Gorst mi ha personalmente promesso che, se qualche cosa accadesse in tal senso, io ne sarò informato preventivamente.

11

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

DISP. 30089/100. Roma, 6 giugno 1906.

Ho il rapporto della S.V. del 29 dec. aprile1 col quale mi si accusa ricevimento di un esemplare del Libro verde ultimo della «Somalia Italiana Settentrionale».

Nell’occasione la S.V. mi fa notare, come sia ben difficile all’Imperatore di Abissinia di impartire ordini ai suoi capi di confine, affinché essi si astengano dal fare razzìe fra le popolazioni somale da noi riconosciute quali soggette alla autorità del Mullah.

Comprendo tali difficoltà, anche perché Menelik non può materialmente far sentire la sua autorità a genti tanto lontane dalla sua sede, né penso che egli debba fare una spedizione militare sempre che un capo tribù sconfini, e venga a razziare in territorio nostro. Trovo però che a qualche cosa varrà la conoscenza fra le popolazioni soggette all’Imperatore d’Abissinia che questi disapprova tutti quelli atti che possono turbare le relazioni di buon vicinato e la pace stessa.

L’apprezzamento che coll’accordo d’Illig si siano concessi al Mullah territori della regione dell’Ogaden, sui quali Menelik crede di avere diritti indiscutibili di sovranità, non mi sembra esatto: ad ogni modo questo punto si riallaccia alla questione generale della delimitazione di frontiera fra Abissinia e Somalia italiana, e per essa mi riservo, nell’inviarle in questi giorni istruzioni per Lugh, di fare speciali proposte al riguardo.

11 1 Non pubblicato.

12

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. PERSONALE 881. Vienna, 7 giugno 1906, ore 19,35 (perv. ore 21).

Conte Goluchowski che ho potuto vedere oggi mi ha detto confidenzialmente che i due Imperatori fin dal primo momento del loro incontro avevano deciso di comune accordo indirizzare S. M. il Re il telegramma che avevangli inviato ieri della cui redazione avevano incaricato personalmente verso le undici del mattino rispettivi loro ministri degli affari esteri. Tale telegramma dimostrava quanto erronei fossero gli scopi che eransi voluti attribuire da certa stampa alla visita imperatore Guglielmo in Vienna. Nella lunga udienza accordatagli dall’Imperatore aveva potuto constatare come Sua Maestà fosse animato dalle disposizioni più amichevoli verso l’Italia e R. Governo e come alcuna traccia di malumore non esistesse nell’animo di lui a nostro riguardo. Identica espressione aveva ritratto dai suoi colloqui col sig. Tschirschky.

Del resto il telegramma suddetto era una manifestazione evidente dei sentimenti che si nutrivano verso noi da S. M. l’Imperatore e dal Governo germanico.

Conte Goluchowski ha aggiunto che non dovevasi dare soverchia importanza agli incidenti passeggeri avvenuti per l’innanzi in seguito Conferenza Algeciras. Tali incidenti che non potevansi sempre evitare non intaccavano solidità alleanza che i tre Governi tenevano mantenere salda.

13

L’AMBASCIATORE A MADRID, SILVESTRELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. CONFIDENzIALE 672/332. Madrid, 8 giugno 1906 (perv. il 12).

Non è senza soddisfazione che vedo nei giornali madrileni ricomparire la menzione della Triplice Alleanza, alla quale, per quanto a torto, più non si credeva in questi ambienti ufficiali, spagnuoli e diplomatici.

La conoscenza personale ed i rapporti intimi e continuati da me avuti prima e dopo la malaugurata Conferenza marocchina con quelli che in quel consesso furono i principali delegati delle potenze, mi fanno un dovere, a cose calme e dopo il lungo lasso di tempo trascorso, di riferire a V.E. sull’impressione qui generalmente riscontrata, che la condotta dell’Italia a Algeciras sia stata più favorevole alla Francia di

quanto l’esigessero gli impegni da noi assunti ed oramai a tutti noti, relativi al Marocco, e che tale condotta abbia dato un colpo letale all’alleanza delle potenze centrali. L’importanza dell’argomento varrà a scusare i miei giudizi anche dove differiscano da quelli dei nostri circoli politici e della così detta stampa italiana.

La portata precisa dei patti di disinteressamento contenuti nelle varie convenzioni africane e la loro natura puramente negativa sono troppo conosciute perché la Germania, alla quale, già da tempo, comunicammo i nostri accordi sul Marocco e su Tripoli, potesse aver il diritto di censurare l’atteggiamento che essi imponevano all’Italia nel seno della Conferenza. Bisognava, per farlo, poterci accusare d’essere stati non già passivi, ma parziali verso la Francia, e la stampa tedesca s’incaricò dell’accusa. Quel compito poco grato le fu, del resto, assai facilitato da tutta la stampa francese e da buona parte della nostra, nonché dai principali giornalisti italiani che furono ad Algeciras. Non deve quindi recarci meraviglia se il pensiero delle sfere governative tedesche e quello dominante fra i «reduci» dalla Conferenza, per quanto assai più temperato nella forma, non differiva nella sostanza dalle conclusioni del giornalismo berlinese.

Sarebbe difficile dire quali fatti specifici abbiano determinato siffatta impressione: se i rapporti costanti ed intimi che il nostro delegato ebbe ad Algeciras coll’ambasciatore russo Cassini, ben conosciuto come irrequieto francofilo, o il voto del 3 marzo sull’ordine della discussione. È fors’anche probabile che i veri motivi, assai più che in atti speciali addebitati al delegato italiano, debbano ricercarsi all’infuori della Conferenza, ed anzitutto nei maneggi francesi pertinaci e continui diretti a guastare i nostri rapporti colle potenze centrali.

La scelta stessa del marchese Visconti Venosta, probabilmente consigliata dal sig. Barrère, riuscì troppo gradita a Parigi perché non fosse freddamente accolta a Berlino ed a Vienna. Sopra di che le espressioni di sorpresa che al momento della nomina udii dagli ambasciatori Radowitz e Welsersheimb non mi lasciano dubbio. E se il primo arrivò allora a dirmi che avrebbe preferito me per collega, non intese certo di mettermi a confronto coll’illustre uomo di Stato che prendeva il mio posto, ma unicamente ricorse a quella frase per esprimere il suo malcontento in una forma che non peccasse di scortesia. Sono costretto a riferire questi privati e confidenziali colloqui avendo cercato invano nei documenti diplomatici della serie XL regolarmente pervenutimi, il pensiero del Governo germanico sulla nomina del marchese Visconti Venosta, ed in un rapporto da Vienna (doc. n. 25031) invece del parere del conte Goluchowski avendoci trovato soltanto quello dell’ambasciatore di Francia Reverseaux.

Il 14 gennaio, alla partenza dei delegati per Algeciras, io mi trovava alla stazione ad accompagnare il marchese Visconti Venosta. Il sig. Cambon ambasciatore di Francia venne a chiedermi di presentarlo a S.E. e davanti ai numerosi diplomatici e giornalisti di tutti i paesi che si trovavano serrati come noi presso al treno egli disse ad alta voce: «Monsieur Barrère m’a écrit de votre nomination; nous en sommes très contents ...».

Ma v’ha di più. Appena avvenuta la nomina del marchese Visconti Venosta, certi nostri giornali stamparono che il nuovo ministro degli affari esteri marchese di

San Giuliano non era uomo sedentario come l’on. Tittoni; viaggiava invece ogni anno in Levante, e si preoccupava attivamente degli interessi italiani nel Mediterraneo. Non avrebbe seguito perciò la politica passiva voluta dal suo predecessore, e s’era deciso a cambiare di delegato, tanto più che «Silvestrelli parente di Tittoni, non eseguirebbe a dovere le mutate istruzioni». Simili giudizi furono riprodotti testualmente da tutta la stampa europea, e persino dai giornali spagnuoli, dei quali trasmisi i ritagli coi rapporti del 4 e del 14 gennaio nn. 5 e 162. Ora in mancanza di intelligenze col Gabinetto di Berlino riguardo al mutamento del nostro delegato ed all’azione che avrebbe esercitato alla Conferenza, non poteva essere dubbio l’effetto prodotto in Germania dalla affermazione non rettificata dal R. Governo, che la politica dell’Italia a Algeciras non sarebbe più stata passiva. Si pensò, e non senza buona logica, che avremmo preso le parti della Francia.

Anche ultimamente riscontrai in un collega la persistente persuasione che la scelta fatta alla ultima ora d’un personaggio troppo superiore per la sua importanza e pel suo passato ai delegati di tutte le altre potenze nascondeva qualche intesa e qualche scopo determinato: «il doit y avoir été quelque chose, mais on ne sait pas quoi».

Da altre situazioni ben più difficili seppe uscire con abilità e con tatto l’Italia; in questa occasione prestò invece assai leggermente il fianco a chi voleva ben altro che il nostro debole appoggio nella questione marocchina.

Mi si perdoni un’ultima affermazione. Io non ritenni mai felicemente ispirato il proposito di adoperarci attivamente a comporre il grave dissidio relativo al Marocco, perché la nostra speciale situazione verso i due contendenti ci legava troppo le mani; ma in ogni caso il tentativo avrebbe dovuto farsi a mio avviso cercando sopratutto di riavvicinare l’Inghilterra alla Germania. Qualunque azione avessimo esercitato in tal senso oltreché più conforme ai veri nostri interessi politici, non sarebbe stata sgradita a Berlino ed a Vienna, e non avrebbe provocato i sospetti che la sola apparenza di favoreggiare la causa francese valse a suscitare contro di noi3.

12 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto.

13 1 Non pubblicato.

14

L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

L. Londra, 9 giugno 1906 (perv. il 15).

Scusi la carta non ufficiale. Torno dal Foreign Office e, fermatomi al club, le scrivo subito perché nella lunga via non si sfaccia il tenue filo delle mie idee.

Io spero fra pochi giorni, forse prima che questa lettera le giunga, di mandarle per telegrafo le risposte definitive della Francia e della Gran Brettagna in merito

3 Per la risposta vedi D. 21.

quanto anticipato da Gorst e che si attendeva la decisione della Francia.

2 Per la risposta vedi D. 17.

alle modificazioni da lei proposte al progetto di convenzione per l’Abissinia1. Gorst mi ha detto or ora che sir Edward Grey è disposto ad accettare tutto, tranne la soppressione della clausola relativa ai diritti di transito nell’articolo settimo, e ciò per la ragione seguente: che cioè se noi esigiamo la soppressione di quella clausola, la Francia esigerà la soppressione della simile clausola nell’articolo sesto. Quest’ultima risponde ad un interesse attuale e vero dell’Italia e della Gran Brettagna perché la linea di Gibuti esiste già; mentre quello che l’Italia e la Gran Brettagna promettono nella clausola dell’articolo settimo che si vorrebbe sopprimere, risponde soltanto ad un vantaggio ipotetico e futuro della Francia, in quanto che essa clausola concerne linee non ancora esistenti e che forse non esisteranno per molto tempo ancora. In tali circostanze, mi ha detto Gorst, il Governo britannico deve assolutamente rifiutarsi dall’aderire a simile soppressione, giacché essa sarebbe del tutto contraria agl’interessi del commercio britannico ed anche, si ritiene qui, agl’interessi del commercio italiano.

Tutto ciò io dico a V.E. in via puramente preliminare perché sir Edward Grey prima di dare una risposta definitiva vuol sapere quale sia la risposta di Cambon, il quale sta attendendo le sue istruzioni da Parigi.

Cambon, appena ricevuta la comunicazione che io gli feci d’ordine di V.E., mi chiese di passar da lui e mi disse che la sua impressione generale sulle nostre proposte era buona; e Geoffray mi disse più tardi che l’ambasciatore aveva scritto a Parigi raccomandando l’accettazione di quelle proposte.

Cosicché non dispero che questa volta possiamo giungere ad un buon risultato. Certo contribuirebbe a questo se V.E., al ricevere questa mia lettera, potesse per telegrafo autorizzarmi a cedere all’occorrenza, e senza rinunziare a sostenere fino all’ultimo il nostro punto, sulla clausola concernente il commercio di transito. Mi auguro che V.E. sia in grado di farlo perché ciò faciliterebbe certo molto la sospirata conclusione2.

13 2 Non pubblicati.

14 1 Con T. 1534/71 del 13 giugno, De Bosdari scrisse di aver ricevuto conferma da Grey di

15

L’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 1522/144. Berlino, 10 giugno 1906, ore 18,30.

A complemento delle notizie che V.E. avrà certo ricevuto da Vienna, le comunico seguente dettaglio su recente convegno imperiale di quella capitale come mi fu dato da Tschirschky e dal mio collega austro-ungarico.

2 Non si pubblica.

Preoccupazione in vista della possibile attitudine dell’Imperatore di Germania esisteva tanto presso questi uomini di Stato, quanto Vienna. Ma terreno fu così ben preparato qui e là, che l’idea del telegramma diretto a S.M. Re venne messa innanzi dallo stesso Imperatore d’Austria-Ungheria, il quale già precedentemente disposto in senso favorevole ad una indubbia affermazione della Triplice Alleanza e dello accordo sincero e leale delle potenze che la compongono. Imperatore d’AustriaUngheria non tralasciò opportunità per dare al suo ospite suggerimento di una attitudine conciliante riguardosa verso l’Inghilterra; siffatto suggerimento venne bene accolto dall’Imperatore di Germania, il quale si è mostrato convinto della utilità di tale attitudine e manifestò speranza che entro quest’anno gli sia possibile incontrarsi col re Edoardo VII. Mi risulta che anche a nostro riguardo l’Imperatore d’Austria-Ungheria si è simpaticamente pronunciato: egli ha, tra l’altro, accennato alla linea di condotta prudente osservata dai tre ultimi ministri degli affari esteri italiani succeduti all’on. Morin. Per quanto si riferisce condizioni interne della Monarchia austro-ungarica, i due Ministeri che governano a Vienna e Pest sono secondo il parere di questi uomini di Stato, quanto di meglio si poteva trarre dalla situazione complicata. Si spera che i due Ministeri presieduti da personaggi d’alto valore possano dare tutto ciò che le due parti Monarchia e Imperatore nel comune interesse attendono da essi, ma qui non si disconosce che le due coalizioni ministeriali rappresentano ultimo mezzo che potrassi esperimentare dopo il quale viene l’ignoto. Posizione conte Goluchowski è apparsa scossa tanto che qui si conta sulla eventualità di un suo ritiro a delegazioni scisse; per la successione sono in prossima vista barone Burian e questo mio collega austro-ungarico, il quale, secondo quanto a me ha detto, egli stesso cerca però allontanare da sé peso della grave responsabilità. Al termine della mia conversazione con il segretario di Stato ho rilevato linguaggio poco riguardoso per noi di parte della stampa germanica esprimendo voti che S.E. si adoperasse per farlo cessare. Tschirschky mi ha dato affidamento in questo senso aggiungendo che però trattavasi di un resto della diffidenza nata per gli affari del Marocco e che alla cosa non dovevasi attribuire importanza.

16 1 T. 1525/91, non pubblicato.

16

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1307/662. Vienna, 12 giugno 1906 (perv. il 15).

Facendo seguito al mio telegramma n. 91 di ieri sera1 ho l’onore di trasmettere, qui unito, all’E.V. il testo della relazione sugli affari esteri della Monarchia fatta da S.E. il conte Goluchowski in seno alla Delegazione ungherese l’11 corrente2.

Il ministro i. e r. degli affari esteri ha constatato innanzi tutto, parafrasando le dichiarazioni contenute nel discorso del trono, le ottime relazioni della Monarchia con tutte le potenze, rilevando principalmente l’intimo accordo con la Germania, i non meno fiduciosi rapporti con l’Italia e l’efficace accordo con la Russia. Da quest’ultimo egli prese occasione per parlare dell’opera riformatrice che le due potenze coll’ assenso degli altri Stati firmatari del Trattato di Berlino, vanno compiendo nella Penisola Balcanica; ed a questo proposito, dopo un severo apprezzamento sulla condotta della Porta per l’opposizione ch’essa fece all’istituzione della Commissione internazionale di finanza e che condusse alla dimostrazione navale, egli constatò come molti favorevoli risultati siano già stati raggiunti pel benessere e per l’ordine in quelle provincie. Annunziò quindi come prossima la riforma relativa al miglioramento della giustizia nei vilayets macedoni e concluse smentendo categoricamente le voci tendenziose giusta le quali l’opera delle riforme sarebbe andata finora fallita e riaffermando che l’azione dell’Austria-Ungheria era intesa a rendere vano ogni desiderio egoistico ed ogni aspirazione ad espansioni territoriali ed a conservare la tranquillità e l’ordine ai propri confini per uno scopo superiore di pace. Egli lodò, a questo proposito, il contegno della Bulgaria la quale, coll’impedire la formazione delle bande, contribuì ad aiutare l’opera delle potenze.

Il conte Goluchowski accennò pure al conflitto fra la Rumania e la Grecia e segnalò l’azione pacificatrice esercitata dal Governo imperiale e reale su entrambi quegli Stati, manifestando la speranza di un prossimo loro accordo e dichiarandosi pronto a «dare una mano» per agevolarlo.

S.E. parlò quindi estesamente della questione sorta con la Serbia a proposito dell’unione doganale con la Bulgaria e dell’andamento dei negoziati commerciali col Governo di Belgrado. Degno di nota è specialmente il passaggio in cui si afferma in modo categorico la tradizionale politica austro-ungarica essere fautrice del consolidamento della indipendenza e dello sviluppo degli Stati balcanici.

Parimenti a lungo trattò il conte Goluchowski della questione del Marocco e con questo argomento, nel quale non trascurò di porre in evidenza i buoni risultati dell’efficace intervento del Governo imperiale e reale, egli chiuse la sua esposizione ripetendo con altre parole l’affermazione di Sua Maestà che «il grande pensiero della pace è costantemente la stella guidatrice» della politica austro-ungarica.

La relazione del conte Goluchowski è commentata favorevolmente in questi circoli politici. Vi si ravvisa bensì una tal qual ricerca di esaltare l’opera del suo Ministero ponendolo in prima linea in tutte le grandi questioni internazionali, ma non si disconosce la moderazione ed equità del suo linguaggio e si apprezza sopra tutto lo spirito profondamente pacifico da cui tutto l’insieme delle sue enunciazioni è informato. Per riguardo alla questione del Marocco, la Neue Freie Presse ha osservato, non senza qualche ragione, che il conte Goluchowski ha sembrato voler dimostrare come l’Austria-Ungheria non abbia poi rappresentato quella parte di Sekundant che il telegramma imperiale voleva attribuirle, ma abbia invece preso una posizione indipendente, conforme ai propri interessi ed a quelli generali della pace europea. Lo stesso giornale rileva nel medesimo articolo di commento — che qui pure unito trasmetto — che a suo avviso il più pregevole incremento della politica estera austro-ungarica consiste nelle migliorate relazioni con l’Italia, categoricamente affermate dal conte Goluchowski.

2 Per la risposta vedi D. 22.

Quanto alle dichiarazioni del ministro degli affari esteri relative alla Serbia, esse portano un carattere apologetico pel contegno adottato dal Governo imperiale e reale e che si differenziava dalle favorevoli disposizioni manifestate dall’Ungheria verso il medesimo.

Dopo ascoltato l’exposé del conte Goluchowski, la Delegazione ungherese deliberò di rimandare la discussione intorno ad esso al 18 corrente e chiese frattanto per bocca di varii delegati il ripristinamento del Libro rosso per le comunicazioni periodiche concernenti la politica estera della Monarchia, pubblicazione che comparve regolarmente dal 1867 al 1874, fu ripresa nel 1876 e saltuariamente negli anni successivi per cessare completamente dopo il 1881.

S.E. il conte Goluchowski rispose di non trovarsi in grado, per ora, di sottoporre alla delegazione un Libro rosso, ma si dichiaró pronto a comunicarle, per l’avvenire, una tale raccolta di atti. Il delegato Rakowsky ed altri con lui, insistettero tuttavia per ottenere dal ministro degli affari esteri che venisse loro data visione degli atti relativi al Marocco ed ai negoziati con la Serbia, ma S.E. declinò ripetutamente tale domanda che, per l’intervento del dott. Wekerle, finì per essere ritirata dai proponenti.

17 1 Vedi D. 14.

17

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI

T. RISERVATO 1354. Roma, 14 giugno 1906, ore 14.

Rispondo alla sua lettera del 9 corrente1. Condivido pensiero di Grey che non convenga mantenere soppressione clauso-

la transito dell’art. 7 dell’accordo Etiopia, se ciò debba condurre alla soppressione della stessa clausola dell’art. 6. Non ho quindi difficoltà consentire mantenimento clausola voluto da Grey nel caso che Governo francese ne faccia questione sine qua non per mantenere la stessa clausola nell’art. 6.

Conto essere a Londra il 23 corrente; partirò da qui il 20. Prego dire a Grey che, se prima del 20 avrò ricevuto adesione Inghilterra e Francia, al testo da me proposto per convenzione Etiopia, potrò giungere costà con pieni poteri per firmare io stesso2.

18

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. PERSONALE. Vienna, 14 giugno 1906, ore 22 (perv. ore 22,50).

Avendo avuto occasione di vedere oggi il conte Goluchowski mi sono espresso con esso nel senso del telegramma di V.E. di ieri notte1. Conte Goluchowski mi ha pregato di ringraziarla e mi ha manifestato il suo compiacimento per l’impressione favorevole che le sue dichiarazioni avevano prodotto sul R. Governo e sull’opinione pubblica italiana. Nonostante che la delegazione austriaca abbia votato ieri il bilancio del Ministero degli affari esteri la situazione del conte Goluchowski è considerata tuttora incerta.

Essa non sarà chiarita orizzonte che quando Delegazione ungherese avrà proceduto stessa votazione ciò che avverrà nella riunione di lunedì prossimo nella quale si attende, a quanto mi diceva oggi, di essere oggetto di vivaci attacchi per parte di membri più esaltati di quella Delegazione.

19

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI1

T. 1564/50. Addis Abeba, 15 giugno 1906 2.

Oggi 11 antimeridiane S.E. governatore ricevuto da Menelik con speciali onori. Menelik ciò che non ha fatto qui per alcuna altra missione, uscì dal Ghebbi insieme principali ras etiopici per ricevere governatore. Seguì rivista e sfilamento circa 60 mila uomini. Tutti i membri missione ottima salute, grandemente soddisfatti eccezionale dimostrazione amicizia e rispetto nostro paese. Telegrafa anche governatore a V.E.3.

conte Goluchowski gli esprimerà la mia grande soddisfazione per le sue dichiarazioni alle Delegazioni. In Italia una discussione sulla politica estera si farà nel prossimo novembre ed allora io parlandone diffusamente farò uguali dichiarazioni».

2 Trasmesso da Asmara il 16 giugno. 3 Con T. 1565, pari data, Martini comunicava che le accoglienze «furono indescrivibilmente

solenni, per giudizio di europei e di indigeni. Ricevimento fatto al rappresentante Italia è senza esempio».

18 1 La sera del 13 giugno Tittoni aveva telegrafato ad Avarna: «Quando le capiterà di parlare col

19 1 Ed., con varianti, in MARTINI, Diario Eritreo, cit., pp. 427-428.

20

L’AMBASCATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 1362/686. Vienna, 15 giugno 1906 (perv. il 21).

Mi risulta da buona fonte, in via riservata, che il sig. Izvolskij nel prendere la direzione del Ministero degli affari esteri avrebbe fatto conoscere conte Goluchowski il suo fermo proposito di seguire verso l’Austria-Ungheria la stessa linea di condotta del suo predecessore e di mantenersi fedele agli accordi assunti coll’accordo di Mürzsteg, cooperando col Governo imperiale e reale al buon esito delle riforme ed al mantenimento dello status quo nella Penisola Balcanica.

Di tale proposito del sig. Izvolskij si ebbe in certo modo la conferma ufficiale dalle dichiarazioni fatte di recente alle Delegazioni dal conte Goluchowski nella sua relazione sulla politica estera della Monarchia come nella risposta da lui data alle interrogazioni rivoltegli da alcuni membri austriaci di quel consesso.

Uguali assicurazioni, per ciò che riguarda l’alleanza che unisce la Russia alla Francia, furono fatte dal sig. Izvolskij al Gabinetto di Parigi, al quale egli fece conoscere in pari tempo, la comunicazione che era sua intenzione di fare al Gabinetto di Vienna in ordine all’esecuzione del programma di Mürzsteg.

Tali assicurazioni però, quantunque siano state accolte con soddisfazione tanto a Vienna che a Parigi, non sembrano abbiano fatto dissipare del tutto l’incertezza che sussisterebbe sul contegno ulteriore del sig. Izvolskij e che sarebbe originata in parte dall’indole e dai precedenti che gli vengono attribuiti.

Il Governo imperiale e reale non ignora bensì che egli ha modificato alquanto le sue idee panslaviste che prima professava e che, nonostante la sua attività ed ambizione, egli non è che l’esecutore della politica del suo Sovrano, sul quale si fa pieno affidamento, ma si teme che nell’applicazione di essa non sia per usare gli stessi procedimenti del suo predecessore, che possano prodursi oscillazioni atte ad adombrare la fiducia che si aveva nel conte Lamsdorf di cui si lamenta la partenza per la lealtà e prudenza, delle quali aveva sempre dato prova in più circostanze.

La nomina poi ad aggiunto del ministro del sig. Gubastov, attuale rappresentante di Russia a Belgrado, non ha prodotto molto buona impressione in questo Ministero degli affari esteri per le disposizioni che gli si attribuiscono poco favorevoli all’Austria-Ungheria. Egli viene qui imputato di essersi pronunciato e di aver anche agito, in via indiretta, contro il Governo imperiale e reale durante la sua missione presso il Vaticano in occasione della questione relativa alla congregazione di San Girolamo degli Illirici in Roma e di essersi dimostrato apertamente favorevole verso la Serbia ed ostile alla Austria-Ungheria nel recente conflitto doganale; in opposizione al contegno del conte Lamsdorf che aveva fatto giungere al conte Goluchowski le assicurazioni più franche ed esplicite circa quel conflitto.

Ciò non ostante, pur non dubitando delle intenzioni come delle assicurazioni del sig. Izvolskij, lo si attende all’opera per giudicare se si possa avere sopra di lui, siccome si spera, l’istessa ed eguale fiducia che si aveva nel conte Lamsdorf.

21

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A MADRID, SILVESTRELLI

DISP. RISERVATO 32532/152. Roma, 16 giugno 1906.

Ho ricevuto il rapporto di V.E. in data 8 giugno n. 672/3321, avente per oggetto: «Impressione riportata dalla condotta dell’Italia ad Algeciras».

La ringrazio delle osservazioni comunicatemi in ordine a detta «impressione», che, effettivamente si manifestò, da varie parti ed in vari modi, circa l’azione spiegata dall’Italia in occasione della Conferenza internazionale per il Marocco.

Per quanto il fatto che tali manifestazioni abbiano avuto luogo sia per se stesso spiacevole, è certo, però, che l’impressione, di cui si tratta, finirà (come già se ne scorgono gli indizi) per cedere il luogo a più equi apprezzamenti, poiché quei primi giudizi non corrispondevano in realtà né alle intenzioni, né, sostanzialmente, all’atteggiamento dell’Italia in quella Conferenza.

22

L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 1579/73. Londra, 18 giugno 1906, ore 18,10.

Rispondo al suo telegramma n. 13541. Convenzione abissina. Cambon continua asserire che è senza istruzioni del suo

Governo, ma mi ha lasciato intendere che la principale difficoltà da parte della Francia, sarà menzione nostro hinterland. Gli ho chiesto se credeva avrebbe risposta definitiva durante il breve soggiorno di V.E. in Londra, ed egli mi ha detto che lo sperava, ma non poteva assicurarlo.

Quanto a disposizioni del Foreign Office, non ho che da riferirmi, a quanto scrissi a V.E.

Ad ogni modo, ritengo che sarebbe bene che V.E. portasse seco i pieni poteri, ed a voce la informerò meglio sulla esatta situazione.

22 1 Vedi D. 17.

21 1 Vedi D. 13.

23

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI A BELGRADO, ROMANO AVEzzANA

DISP. 32601/48. Roma, 18 giugno 1906.

Segno ricevuta e ringrazio la S.V. del rapporto del 6 corrente, n. 1241, relativo alla prossima ripresa dei rapporti diplomatici tra l’Inghilterra e la Serbia.

Il r. incaricato d’affari in Londra mi ha testé telegrafato che quel ministro degli affari esteri, nel dargli ufficiale comunicazione della nomina di Whitehead a ministro d’Inghilterra a Belgrado, lo ha pregato di interessarmi far pervenire i ringraziamenti del Governo britannico alla S.V. per l’azione amichevole ed efficace sua, che ha molto contribuito a rendere possibile la ripresa delle relazioni diplomatiche tra i due paesi.

Nel portare quanto precede a conoscenza della S.V. mi compiaccio dell’esito dell’opera di lei, e dei lusinghieri apprezzamenti del Governo inglese…

24

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL COMMISSARIO CIVILE PER L’ERITREA, MARTINI1

T. 1386. Roma, 19 giugno 1906, ore 19,30.

Sono veramente lieto della molto lusinghiera accoglienza fatta al rappresentante d’Italia nella persona della E.V. Prego V.E. di esprimere a Menelik tutto il compiacimento del Governo del Re aggiungendo che ne traggo buon auspicio per la soluzione delle importanti questioni che interessano le nostre colonie.

25

IL MINISTRO A TANGERI, MALMUSI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 493/126. Fez, 19 giugno 19061.

Come ebbi l’onore di informare V.E., con telegramma che con un corriere speciale mi affrettai di mandare a Tangeri per la spedizione, ieri il Sultano mi fece avere il rescritto imperiale col quale Sua Maestà dichiara di accettare e ratificare integral-

24 1 Ed. in MARTINI, Diario Eritreo, cit., p. 439. 25 1 Manca l’indicazione della data di arrivo.

mente l’atto generale di Algeciras. Qui acclusa l’E.V. troverà una traduzione italiana di quel documento2.

Raggiunto per tal modo il risultato che V.E. mi additava con suo telegramma n. 1357 del 15 corr.3, giuntomi in questo istante, non crederei, per ciò che può riguardarmi, avere da intrattenerla delle alternative varie e dei contrasti attraverso cui il negoziato affidatomi ha dovuto passare, se non credessi stretto dovere mio riferire brevemente, come una missione latrice di una lettera del Nostro Augusto Sovrano abbia potuto ottenere quanto nella lettera stessa S. M. il Re domandava al Sultano del Marocco, malgrado gli interessi e le passioni che si agitano qui in un senso contrario a quello che la missione italiana perseguiva.

La cronaca del negoziato non presentando ormai più, in ogni modo, se non un interesse storico e retrospettivo, mi limiterò a informare V.E. che, fin all’ultimo momento, una parte notevole dei membri del Governo ha tentato di influire sull’animo del Sultano per indurlo a rifiutare la ratifica o almeno temporeggiare.

Il Sultano peraltro, dopo i nostri primi colloqui, erasi mostrato meno persuaso in massima della bontà degli argomenti da me espostigli in favore della ratifica e aveva finito per darmi l’affidamento che l’avrebbe concessa con un rescritto redatto giusta una formola che io gli avevo confidenzialmente sottoposta; Sua Maestà aveva mostrato comprendere come io dovevo, declinando le sue ripetute insistenze, rifiutare che in quello atto si accogliessero osservazioni, voti o riserve, non potendo il rescritto contenere se non l’espressione dell’adesione integrale; si era contentato di riservarsi di dirigermi poi una lettera ove avrebbe esposti certi suoi desideri relativi principalmente alla polizia, e dei quali non vedevo alcun inconveniente ad accogliere almeno l’espressione. Mi chiedeva solo che fornissi prima al suo Governo gli schiarimenti necessari circa certi articoli dell’atto di Algeciras, il cui senso era rimasto qui oscuro. Al che mi prestai con la maggiore buona volontà, finché le esitazioni poteron giustificarsi con lo stato d’incertezza in cui il Sultano ed il suo Governo si trovavano di fronte a molti punti del protocollo di Algeciras, dei quali era naturale non afferrassero la portata, o anche il semplice significato, trattandosi di idee ed istituti completamente nuovi per loro.

Ma quando vidi che la parte avversa tendeva a che i miei schiarimenti si cambiassero in una nuova discussione del protocollo, quando udii che il Sultano convocava i notabili delle tribù per raccogliere il loro parere (mezzo questo già usato efficacemente qui quando si trattò di contrastare un anno fa un’impellente influenza straniera); quando apparve che l’effetto prodotto sull’animo del Sultano dai colloqui col ministro d’Italia veniva controbilanciato dalle rimostranze di molti fra i dignitari, credetti necessario di rompere ogni indugio e chiesi perentoriamente un’immediata decisiva udienza dal Sultano.

Sua Maestà me l’accordava senza ritardo, il 17. Le dichiarazioni recise che credetti dover far intendere a questo Sovrano, il mio richiamo all’affidamento che mi aveva dato, sulla fede del quale avevo telegrafato, gli dissi, al mio Governo l’adesione potersi ritenere assicurata, il mostrargli i pericoli gravi cui sarebbe andato incontro se si

3 Con T. 1357 del 15 giugno Tittoni confidava che Malmusi ottenesse l’adesione del Sultano

all’atto generale di Algeciras.

fosse alienate le simpatie dell’Europa, poiché io, delegato presso di lui dal mio Sovrano in nome di tutte le potenze, non avrei sofferto indugi o ripieghi e avrei senz’altro lasciato Fez, sortirono l’effetto desiderato. Sua Maestà mi promise il rescritto, che, di fatto conforme alla parola sovrana, ricevevo il dì seguente. Porterò meco alla mia partenza da questa capitale, l’originale del rescritto imperiale destinato ad essere conservato presso il Ministero di Stato spagnuolo insieme alle altre ratifiche dell’atto di Algeciras.

Circa il modo di effettuarne la consegna al Governo di S.M. cattolica attenderò di ricevere le istruzioni dell’E.V.

P.S. Per l’eventuale comunicazione alle potenze interessate pregiomi accludere pure una letterale traduzione francese del rescritto, del quale non comunicherò ad altri né qui né a Tangeri, il testo, sembrandomi opportuno che la pubblicazione ne sia fatta da Roma.

23 1 R. 422/124, non pubblicato.

25 2 Non si pubblica.

26

L’INCARICATO D’AFFARI A BERLINO, MATTIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI1

R. 1338/4402. Berlino, 20 giugno 1906 (perv. i1 25).

Col mio telegramma in data 26 aprile u.s.3 io ebbi l’onore di riferire a V.E. come il Governo imperiale avesse attentamente seguito le notizie pubblicate dalla stampa nostra, inglese e francese concernenti gli accordi italo-anglo-francesi per l’Abissinia. Il Governo germanico teneva a sapere che cosa di vero vi fosse in quelle notizie e sperava che gli accordi in discorso non avrebbero leso gli interessi germanici garantiti dal nuovo trattato coll’Abissinia. Io comunicai al sig. von Tschirschky la risposta di V.E. contenuta nel telegramma del 29 aprile u.s.3. Gli dissi cioè, che le notizie dei giornali non erano esatte e che i negoziati, allora, erano appena ripresi: aggiunsi che il Governo del Re non avrebbe mai consentito a passi che possano ledere i legittimi interessi della Germania garantiti dal suo trattato con l’Abissinia.

Il segretario di Stato mi ringraziò della comunicazione della quale prese nota, tenendosi in una piuttosto diffidente riserva.

Negli stessi giorni la stampa riferiva della organizzazione di una missione germanica per l’Abissinia diretta dal consigliere di commercio sig. Bosch, e composta di una cinquantina di persone. Mi recai presso l’ufficio competente al Dipartimento imperiale degli affari esteri, ove mi fu detto che la cosa era vera ma che trattavasi di impresa del tutto privata.

per condurre a termine le trattative sull’accordo tripartito. Ripartì dalla capitale londinese l’11 luglio e giunse a Roma il 14 (F. TOMMASINI, L’Italia alla vigilia della guerra, vol. III, Bologna, zanichelli, 19351937, pp. 3-26). I telegrammi a firma del ministro conservati su registro recano “Roma” come luogo di appartenenza, mentre quelli degli altri fondi riportano a volte “Roma”, a volte “Londra”. Nell’edizione sono state rispettate le indicazioni originarie dei documenti.

2 Autografo. 3 Non pubblicato.

Riferii quanto precede all’ambasciatore di S.M. al suo ritorno dall’Italia e S.E. si riservò di riprendere l’argomento con E.V. quando il sig.Tschirschky gliene avesse parlato o altro fosse venuto a conoscenza.

Ora il Governo imperiale fa pubblicare il «programma» dell’ azione germanica in Abissinia. Il sig. Bosch, dice il comunicato ufficioso, prese parte alla missione del Governo tedesco, lo scorso anno, come perito commerciale: egli ha tratto dai suoi studi la conclusione che il commercio tedesco nell’Abissinia si può avvantaggiare soltanto elevando la cultura e quindi la potenzialità economica del popolo abissino. Il commercio è ancora allo stato iniziale: il terreno abissino straordinariamente fertile è coltivato in piccola parte. Lo studio del suolo e l’esercizio razionale dell’agricoltura eleverebbero il benessere del paese; verrebbero così creati nuovi bisogni per soddisfare i quali avrebbero nuovi sbocchi i prodotti delle industrie europee. La Germania ha concluso con l’Abissinia un trattato di commercio che è da poco entrato in vigore. Spetta ora ai circoli commerciali germanici l’utilizzarlo praticamente. Il sig. Bosch ha fatto un primo passo su questa via: fanno parte della sua spedizione un professore d’agricoltura, un architetto, un commerciante, una maestra, una massaia, una balia etc. Questa spedizione è giunta in Addis Abeba sulla fine di maggio e vi fu accolta con benevolenza dal sovrano abissino. Lo scopo di essa è sopratutto civilizzatore: la sua sfera di azione è comune con quella delle altre nazioni commerciali di Europa, è pacifica ed i favorevoli risultati che si otterranno gioveranno oltre che al commercio tedesco al commercio dell’Inghilterra, della Francia dell’Italia, dell’Austria etc. Questa impresa germanica deve quindi essere all’estero valutata con soddisfazione e giudicata con simpatia. Il Governo tedesco non partecipa a questa impresa che ha carattere del tutto privato e non mira ad alcuno scopo politico.

Tale è la chiusa del comunicato ufficioso. Non si renderebbe esatto conto del carattere vero della missione Bosch e di tutte le altre imprese germaniche le quali seguiranno questo «primo passo» in Abissinia [scil. se non si tenesse conto] che dietro ai privati pionieri del commercio, dell’industria e del capitale germanico, vi è costantemente il Governo imperiale.

26 1 Il 20 giugno Tittoni partì per Londra per presentare le lettere di richiamo a re Edoardo VII e

27

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, POMPILJ, AL DELEGATO ALLA CONFERENzA DI GINEVRA, MAURIGI

T. 1424. Roma, 24 giugno 1906, ore 18.

Qualora Austria-Ungheria e Germania entrambe accettino proposta russa, con o senza limitazione al tempo di pace, ella è parimenti autorizzata ad accettarla. In caso diverso, e cioè persistendo il dissenso della Germania, ella deve pronunciarsi nel senso che, mancando l’unanime consenso in simile materia, parrebbe cosa cauta evitare una formale votazione e lasciare impregiudicata, mercé il silenzio della Convenzione, la questione se sia, o non, ammesso, nel caso di cui si tratta, il ricorso alla Corte dell’Aja; dopo di che se, ciò malgrado, si passasse a votazione ella dovrebbe, coerentemente alla sua dichiarazione, astenersi dal voto.

28

IL COMMISSARIO CIVILE PER L’ERITREA, MARTINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI1

T. 1667. Addis Abeba, 25 giugno 19062.

Menelik consente istituzione linea telegrafica Borumieda-Assab; consente modificazioni trattato di commercio, meglio specificando clausole antiche, ed aggiungendo facoltà istituire agenzia o stazione commerciale ovunque ci piace ed unico posto dogana per mercanzie da e per Colonia.

Se V.E. non ha obiezioni, trattato potrà essere stipulato prima della mia partenza.

29

IL MINISTRO A CETTIGNE, CUSANI CONFALONIERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 1638/30. Cettigne, 26 giugno 1906, ore 14,40.

Sono lieto annunziare all’E.V. che, felicemente superate gravi difficoltà, oggi fu qui firmata convenzione fra Compagnia Antivari e Governo principesco la quale assicura primato influenza italiana vita economica Montenegro.

30

L’AMBASCIATORE A PIETROBURGO, MELEGARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 447/185. Pietroburgo, 26 giugno 1906 (perv. il 2 luglio).

Già da qualche tempo i giornali russi ed esteri parlano con qualche insistenza di probabili viaggi dello zar durante la prossima estate. Fu riferito fra l’altro di una villeggiatura in Crimea, ma più particolarmente di un incontro del Sovrano russo coll’Imperatore di Germania in qualche porto del Baltico. In taluni circoli di questa capitale è circolata pure la voce – il di cui fondamento non mi fu possibile controllare – secondo la quale sarebbe qui stata nuovamente posta sul tappeto la questione della restituzione della visita al nostro Re.

2 Trasmesso da Asmara.

Nell’ultimo colloquio che ebbi con questo ministro degli affari esteri gli chiesi incidentalmente – anche nella speranza che ciò potesse fornirgli occasione per qualche più ampia dichiarazione – quanto vi fosse di vero nelle notizie date dalla stampa circa progettati viaggi imperiali in Crimea od all’estero. Il sig. Izvolskij mi rispose smentendo senz’altro tali voci, ed aggiungendo che le sole gite imperiali previste sarebbero state al campo di Krasnoe-Selo per assistere alle solite manovre del corpo della guardia.

Conosco per esperienza quanto poco valore sia spesso da attribuire in Russia alle dichiarazioni ufficiali, né oso perciò prestare alle parole del sig. Izvolskij soverchia fidanza. È fuori di dubbio che la criticissima situazione politica renda attualmente poco opportuno l’allontanamento, sia anche di breve durata, del Sovrano russo fuori dei confini del suo Impero, ma è sempre ammissibile - se non probabile - l’ipotesi che questa situazione possa, anche transitoriamente, migliorarsi nel corso dell’estate. Non mi stupirebbe d’altra parte che ad attutire in qualche modo verso la Germania l’effetto della visita della flotta britannica a Kronstadt, lo zar si sentisse obbligato a qualche atto di deferenza verso l’ombrosa vicina, che potrebbe bene assumere le forme di un incontro dei due Sovrani in qualche porto tedesco del Baltico, che costituirebbe in pari tempo un contraccambio alla visita fatta l’anno scorso dall’imperatore Guglielmo nelle acque finlandesi.

Ritengo che vi sia per noi motivo di preoccuparci di questa eventualità, anche al punto di vista della ripercussione ch’essa avrebbe sull’opinione pubblica italiana, nonostante quindi le tranquillanti assicurazioni del sig. Izvolskij, continuerò ad invigilare riferendo eventualmente all’E.V. quanto in proposito mi fosse dato di conoscere.

28 1 Ed. in MARTINI, Diario Eritreo, cit., p. 448.

31

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 1646/98. Vienna, 27 giugno 1906, ore 15,20.

La missione del generale Saletta è stata accolta dall’opinione pubblica viennese colla più viva soddisfazione e continua ad essere oggetto dei commenti più favorevoli di questa stampa che scorge in essa una dimostrazione evidente dei cordiali rapporti esistenti tra l’Italia e l’ Austria-Ungheria. L’accoglienza, poi, fatta da S.M. l’Imperatore al generale Saletta è stata impressa alla maggiore benevolenza e simpatia.

Sua Maestà ha espresso a me personalmente la sua viva compiacenza per la presenza di lui in Vienna ed egual sentimenti ha manifestato, altresì, a più riprese, al generale stesso che ha pregato rendersi interprete presso S.M. il Re dei suoi saluti come dei suoi ringraziamenti per l’autorizzazione che volle accordagli di recarsi a Vienna. Generale Saletta lascerà stasera Vienna diretto Venezia.

32

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, POMPILJ, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATO 1449. Roma, 29 giugno 1906, ore 19,15.

Faccio seguito al mio telegramma del 27 corrente1. Ufficio Coloniale opina che menzione nell’accordo per Abissinia delle due con-

venzioni indicate nel suo telegramma n.782, è pericolosa e non utile per le seguenti ragioni:

1) gli accordi esistenti sono indicati nell’art. 1 unicamente con un dato di fatto costituente lo status quo in Etiopia, e non come guarentigia di ciascuna delle tre potenze della osservanza di essi presso Menelik: ora, con la domanda della Francia, si vorrebbe appunto introdurre, in certo modo, questa guarentigia, turbando tutta la economia dell’accordo e mettendo le altre due potenze nella necessità di fare anche esse una enumerazione di atti allo stesso scopo. Le due convenzioni poi non potrebbero trovare posto nell’art. 5 dell’accordo, in cui si parla unicamente di atti ferroviari, perché ne turberebbero l’intima natura.

2) Dovendo l’accordo essere comunicato a Menelik, lo aderire alla domanda della Francia ci farebbe andare incontro alle difficoltà che si sono volute evitare, eliminando la enumerazione degli accordi all’art. 1.

3) Gli accordi esistenti, indicati all’art. 1, sono esclusivamente accordi o tra le potenze tra di loro per l’Etiopia, o tra una delle tre potenze e l’Etiopia, mentre quello del 1862 è un accordo tra Francia e alcuni capi dancali, un atto quindi di ben diversa natura e che condurrebbe alla necessità di altre enumerazioni per parte dell’Italia, riferendosi esso all’azione della Francia nella valle della Uasce e nel lago Assal, nella regione dancala su cui Menelik affaccia pretese di alta sovranità, e per cui l’Italia ha tuttora pendente una questione di confine. Questo accordo del 1862 è da credere che sarebbe specialmente ostico a Menelik.

Quanto poi all’accordo anglo-etiopico del 1897, non si comprende l’utilità della menzione, dal momento che tanto esso e i suoi annessi che ne fanno parte integrante, quanto quello anglo-francese del 1888, citato nel primo, sono appunto da annoverarsi tra gli accordi esistenti dell’art. 1, ed erano compresi nella enumerazione che fu poi tolta3.

2 Con T. 1645/78 del 27 giugno, Tittoni richiese informazioni relative all’inserimento da parte della Francia di alcune convenzioni nell’accordo con l’Etiopia tra cui l’anglo-etiopica del 1897 e quella tra la Francia e i Dancali del 1862.

3 Per la risposta vedi D. 38.

32 1 T. 1441 con cui Pompilj si chiedeva le ragioni per cui la Francia intendesse inserire le convenzioni di cui alla nota 2.

33

L’AMBASCIATORE A PARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 1769/7531. Parigi, 29 giugno 1906.

Conformemente al desiderio manifestatomi verbalmente da V.E. la sera del 22 corrente, ho preso varii appunti del colloquio che ella ebbe in quel giorno con il sig. Leone Bourgeois alla presenza mia e del sig. Giorgio Louis direttore degli affari politici al Ministero francese degli affari esteri.

Il colloquio si svolse sovra le seguenti cinque questioni: 1) affari di Creta; 2) accordo fra l’Italia, la Francia e la Gran Bretagna relativo all’Etiopia; 3) traffico d’armi alimentato dai negoziati di Gibuti; 4) affari di Tunisia; 5) protezione degli enti religiosi cattolici in Oriente. 1) Affari di Creta. La conversazione si aggirò principalmente sovra il «Memo-

randum» francese del 13 giugno. S.E. Tittoni dichiarò che le proposizioni contenute in quel documento erano in gran parte accettate dal Governo italiano il quale però, benché voglioso egli stesso di ritirare i suoi uffiziali che attualmente inquadrano la gendarmeria cretese, non era disposto ad ammettere che al comando delle forze armate cretesi siano chiamati ufficiali ellenici e che un contingente, anche se esiguo, di truppe elleniche vada a rinforzare gli attuali presidii internazionali dell’isola.

Il sig. Bourgeois, riferendosi alle successive fasi dei recenti scambi di idee seguiti con i Gabinetti di Londra e di Pietroburgo, espose come le proposizioni formulate dalla Francia nel dispaccio del 25 maggio al ministro della Repubblica ad Atene, le quali tendevano a tradurre in atto le conclusioni adottate dalla Commissione internazionale d’inchiesta, fossero sembrate al Governo inglese insufficienti e come le aggiunte ed ampliazioni contenute nel memorandum del 13 giugno costituissero conseguentemente le concessioni alle quali la Francia, per conto suo sarebbe disposta ad annuire insieme alle altre potenze per accostarsi alle idee dell’Inghilterra ed offrire così un termine di conciliazione fra le divergenti vedute già manifestatesi. Nel mettere in evidenza l’indole e lo scopo della più recente sua comunicazione ai Gabinetti delle altre tre potenze protettrici della Creta, il ministro francese degli affari esteri non sembrò afferrare subito la differenza sostanziale esistente fra le sue vedute e quelle del ministro degli affari esteri d’Italia. Mentre infatti lo spirito informatore delle proposizioni della Francia è l’avviamento alle risoluzioni più radicali che le potenze potranno adottare quando le circostanze lo permetteranno, le attuali disposizioni del Governo italiano escludono ch’egli voglia associarsi a simili proposizioni intermedie.

S.E. Tittoni si era espresso in proposito con molta chiarezza. Egli avea detto: se le potenze, malgrado le difficoltà di vario ordine che l’abbandono della Creta alla Grecia potrebbe suscitare, sono pronte ad adottare questo partito, l’Italia non vi si oppone; ma se le potenze opinano invece che questa risoluzione sarebbe prematura e pericolosa, è mestieri che i loro sforzi si concentrino per il mantenimento dello stato politico attuale introducendovi le riforme ed i miglioramenti necessari, ma eliminando accuratamente tutto ciò che potrebbe al contrario essere causa di maggiori difficoltà e di nuovi turbamenti. Nel memorandum è giustamente osservato che le potenze protettrici intendono evitare che la loro opera nell’isola abbia a riuscire ad una specie di fallimento morale. Questo loro evidente interesse non è diviso manifestamente dallo Stato che agogna ad annettersi la Creta. L’introduzione di elementi militari ellenici nell’isola costituirebbe pertanto un sicuro pericolo per la stabilità della condizione di cose esistente. S.E. Tittoni ricordò che, appunto quando fu visibile la difficoltà per le quattro potenze protettrici di esplicare la loro azione in modo utile ed efficace rimanendo nei limiti dello stato di cose accettato dalla Turchia e del mandato ricevuto dalle altre potenze garanti dell’Impero ottomano, l’Italia emise l’idea di riunire una conferenza che avrebbe potuto deliberare sovra le risoluzioni che apparirebbero necessarie. Ma egli ricordò pure che il Gabinetto di Pietroburgo si pronunciò in modo decisamente contrario a tale progetto.

Il sig. Bourgeois, condotto a dire d’onde egli tragga la previsione espressa nel memorandum di atti di rappresaglia ed anche di un’azione militare della Turchia contro la Grecia ove questa procedesse all’annessione della Creta, rispose che tale atteggiamento da parte dell’Impero ottomano gli sembra prevedibile, ma che di esso non si ebbero fin qui manifestazioni. Egli dichiarò parimente di ignorare le disposizioni dei Gabinetti di Vienna e di Berlino benché sia lecito il ritenere che il primo, a causa della ripercussione che si produrrebbe fra le popolazioni balcaniche, ed il secondo, a causa dell’appoggio che suole dare al Governo del Sultano, non si dimostrerebbero propensi a mutamenti radicali nello status quo politico della Creta.

La conversazione si prolungò alquanto sovrà considerazioni retrospettive e circostanze presenti, ma in sostanza condusse soltanto alla seguente conclusione. La risposta dell’Italia non tarderà a giungere a Parigi e la Francia la esaminerà secondo la dichiarazione contenuta nel suo memorandum con il proposito di associarsi a tutti i provvedimenti che otterranno il consenso degli altri Stati protettori e saranno atti a garantire una pace durevole in Oriente.

2) Accordo fra l’Italia, la Francia e la Gran Bretagna. Nell’intento di agevolare la conclusione del negoziato aperto a Londra per l’accordo relativo all’Etiopia, il sig. Bourgeois propose a S.E. Tittoni di esaminare insieme le obbiezioni fatte dall’Italia all’ultimo testo di convenzione che la Francia e l’Inghilterra erano pronte ad accettare. Fattosi perciò recare lo schema della convenzione stessa, il Ministero francese pregò il suo interlocutore a volerne seguire l’esame che farebbero insieme. Egli ripeteva con insistenza, e come premessa, che la Francia in questo affare limitava il proprio interesse a quello che rappresenta l’avvenire della linea ferroviaria fra Gibuti ed Addis Abeba, conceduta da Menelik alla Compagnia sovvenzionata dal Tesoro francese. Alla linea principale si collegherà il tronco che dovrà mettere Harrar in comunicazione con la medesima. «Questo è il nostro piccolo giardino», disse a più riprese il sig. Bourgeois, «e del resto ci disinteressiamo». Ma la difficoltà sostanziale non tardò ad affacciarsi quando, nell’esame dello schema di convenzione, si trovò che, dove la Francia propone che sia tenuto conto dell’interesse italiano di stabilire una comunicazione fra l’Eritrea e il Somaliland italiano, l’espressione adoperata è communication terrestre, mentre da parte nostra si era usata la parola territoriale.

Benché dal sig. Bourgeois si mostrasse quasi di non afferrare bene la differenza del significato da noi attribuito alle due espressioni, egli non parve in ultimo alieno dallo accettare l’espressione alla quale noi ammettiamo speciale importanza. Però egli continuò a parlare della comunicazione fra le due nostre colonie come se si trattasse semplicemente di stabilire il punto di giunzione di linee stradali, o ferroviarie le quali, egli diceva, probabilmente convergerebbero appunto ad Addis Abeba. Se sovra questo punto fu messo soltanto in sodo che la Francia non è disposta ad ammettere eventualmente che l’Italia venga in possesso di una zona di territorio che intersecherebbe la sua linea ferroviaria, nulla è stato pregiudicato relativamente alle intelligenze che in proposito potrebbero stabilirsi fra l’Italia e l’Inghilterra se questa fosse pronta ad accettare che tale zona venga tracciata sul territorio che da Addis Abeba va verso il Nilo.

Sul punto relativo all’applicazione del principio dell’uguaglianza di trattamento per tutte le nazioni, ossia del principio detto della porta aperta non vi fu discussione. Il sig. Bourgeois si dichiarò subito d’accordo con S.E. Tittoni.

Vi furono invece spiegazioni e ricerche di una migliore espressione per determinare il limite entro il quale gli Stati stipulanti s’interdirebbero reciprocamente la costruzione di linee ferroviarie le quali si farebbero fra di loro la concorrenza. Non fu precisata l’espressione da adoperarsi; ma risultò chiarito il concetto.

3) Traffico d’armi alimentato dai negoziati di Gibuti. Il sig. Bourgeois non poté contestare che se non si provvede prontamente ad impedire il completo armamento delle popolazioni indigene presto verrà il tempo in cui gli Stati europei non potranno più mantenersi negli attuali loro possedimenti della Somalia senza disporre di numerosi eserciti. Furono da parte nostra ricordate le continue pratiche fatte presso il Gabinetto di Parigi per indurlo a adottare i necessari provvedimenti onde mettere un freno all’introduzione delle armi e munizioni che si fa principalmente dai commercianti di Gibuti. Lo scambio di comunicazioni che ebbe luogo a tale riguardo non condusse fin qui ad effetti pratici; ma ha permesso di riconoscere quali rimedi riuscirebbero efficaci. Questi vennero pertanto nel corso della conversazione così precisati.

Primieramente occorre che dai depositi di Gibuti si permetta la sortita per l’Etiopia soltanto delle armi e munizioni specificatamente e direttamente domandate dall’Imperatore etiopico e che ogni altra introduzione verso l’interno venga severamente proibita.

In secondo luogo bisogna che l’azione concorde dell’Italia, della Francia e dell’Inghilterra si eserciti presso il Sovrano abissino per ottenere ch’egli interdica rigorosamente la rivendita delle armi e munizioni ch’egli fece o farà introdurre nel suo paese.

Finalmente, dappoiché l’illecito traffico viene esercitato anche esportando per mare con dichiarazioni false di destinazione, dai cabotieri indigeni, importa che all’accordo italo-britannico per la sorveglianza e la repressione sul mare, aderisca anche la Francia. Avendo il sig. Bourgeois fatto un breve accenno alla questione del diritto di visita, gli fu tosto risposto che tale questione non dovrebbe fare difficoltà giacché il diritto di visita sarebbe reciprocamente riconosciuto fra le potenze contraenti dell’accordo.

Il ministro degli affari esteri francese si riservò in ultimo di intrattenere di questo affare il suo collega delle Colonie.

4) Affari di Tunisi. Benché concordi nel ritenere che la stabilità nel mantenimento dello stato di cose creato a Tunisi dalle Convenzioni del 1896 sarebbe meglio assicurata da una formale proroga delle Convenzioni stesse, i due ministri degli affari esteri d’Italia e di Francia parvero ugualmente desiderosi di non esporre questo importante interesse alle incertezze che sempre accompagnano le risoluzioni parlamentari. Il sig. Bourgeois insistette sovra la difficoltà d’impedire che, più di tutto per le scuole, vengano introdotte restrizioni se la proroga delle Convenzioni tunisine dovesse venire davanti alle Camere francesi. Il miglior partito, a giudizio suo, è lasciare che quegli atti internazionali continuino a rimanere in vigore per tacita riconduzione annuale. Egli per certo non prenderebbe l’iniziativa di denunciarli.

A questo punto fu osservato che di tale sua dichiarazione l’ambasciatore italiano a Parigi potrebbe informare il proprio Governo e questi potrebbe di essa prendere atto in un dispaccio che verrebbe rimesso in copia al ministro francese degli affari esteri. Ma il sig. Bourgeois replicò tosto ch’egli non potrebbe assentire ad un tale procedimento poiché egli non potrebbe, neppure personalmente, alienare il diritto di denuncia delle Convenzioni che indubbiamente ora esiste.

5) Protezione degli enti religiosi cattolici in Oriente. Circa questo interesse furono scambiate fra il sig. Bourgeois e S.E. Tittoni poche parole. Senza entrare nel merito delle questioni aperte, il ministro francese degli affari esteri si limitò a chiedere che in questo affare si abbia a procedere con qualche lentezza e precauzione perché non era da escludersi che da parte degli enti religiosi si mirasse a creare un movimento d’opinione in Francia contro ciò che si chiamerebbe l’abbandono degli interessi del protettorato cattolico in Oriente e, mentre ne potrebbero derivare imbarazzi per il Governo nel Parlamento, ne potrebbero pure essere disturbate le relazioni fra i due paesi.

L’intonazione generale del colloquio fu delle più cortesi ed amichevoli. Però né dall’una parte, né dall’altra si cercò di uscire dal campo entro il quale si agitano i singoli interessi che furono esaminati e così non vi fu occasione a scambio di idee generali intorno alla condotta ed all’azione politica dei due paesi.

33 1 Dall’archivio Segreto di Gabinetto e privo dell’indicazione della data di arrivo.

34

L’AMBASCIATORE A PARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 1679. Parigi, 30 giugno 1906, ore 9,15.

I giornali del mattino si limitano riprodurre telegramma Agenzia Havas annunziante in tutti i suoi particolari il fatto compiuto1, ma astenendosi finora da commenti. L’Eclair pone intestazione al telegramma il titolo «Il Rinascimento economico d’Italia» e la Petite Republique dice che questo grande evento finanziario è prova del buono stato delle nostre finanze. Fra i giornali della sera, i Debats dicono che alla borsa, condizioni della conversione furono ben accolte e che sembra che questa operazione non debba produrre molto effetto sui corsi.

34 1 Promulgazione della legge di conversione della rendita (legge 29 giugno 1906, n. 262).

35

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, POMPILJ, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI1

T. 1461. Roma, 1° luglio 1906, ore 20,10.

Martini telegrafa in data di Addis Abeba 25 giugno: «Da una prima conversazione avuta con Menelik, ho motivo di credere che egli non riconoscendo altra frontiera che Bardera, non è in grado di impedire razzie a nord di quella linea; tuttavia, per evitare sconfini, propone porre residente presso il capo Ogaden che sorvegli ed avverta limiti territorio Etiopia. Accogliendo questa proposta, ciò che si può altro o solamente tentare, è ottenere intanto, come primo passo, riconoscimento formale nostra situazione Lugh dove Menelik vorrebbe invece mettere dogana. Attendo istruzioni sollecite»2.

Accettazione proposta Menelik mentre implicherebbe, da parte nostra, riconoscimento della linea di confine voluta dal Negus, non risolverebbe neanche completamente questione stazione Lugh, poiché riconoscimento formale detta stazione potrebbe essere da noi in certo modo reclamato anche in base nuova clausola consentita da Menelik nella revisione del trattato di commercio e che riguarda la facoltà di impiantare stazioni commerciali in Etiopia. D’altra parte accettazione detta proposta non garantirebbe neanche regione Lugh da razzie abissine, essendo detta regione a nord linea voluta da Menelik.

Parmi si debba insistere su primitiva nostra domanda consistente nella determinazione di una linea a monte di Lugh da non oltrepassarsi dagli abissini, in modo che regioni ad est dei Borana ed a sud degli Arussi non siano né razziate né occupate. Se non fosse possibile di ottenere questa soluzione proporrei di chiedere a Menelik mantenimento statu quo quanto alla questione di Lugh e riservando questione confini, accetterei invio residente italiano presso capo Ogaden per salvaguardia hinterland Benadir da razzie. Prego V.E. telegrafarmi se approva e se ha altre particolari istruzioni.

36

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, POMPILJ, AL COMMISSARIO CIVILE PER L’ERITREA, MARTINI

T. 1464. Roma, 2 luglio 1906, ore 22.

Rispondo telegramma 96 per Lug1. Accettazione proposta Menelik implicherebbe, da parte nostra, riconoscimento

linea confine voluta dal Negus, e non guarentirebbe neanche regione Lug da razzie abissine essendo detta regione a nord detta linea. Quanto a riconoscimento formale nostra stazione Lug che potrebbe, secondo V.E., ottenersi come primo passo, dopo

2 T. 1658/96 trasmesso via Asmara il 28 giugno 1906.

accettazione proposta Menelik, osservo che esso riconoscimento non sarebbe, nel fatto, un risultato poiché potrebbe, in certo modo, essere reclamato anche in base nuova clausola già consentita da Menelik nella revisione trattato di commercio e che riguarda facoltà impiantare stazioni commerciali in Etiopia. Prego V.E. insistere, per quanto può, nella primitiva nostra domanda di cui mio telegramma 12922. Se non fosse assolutamente possibile ottenere questa soluzione, voglia chiedere a Menelik mantenimento statu quo quanto alla questione di Lug, e, riservando questione confini, accettare intanto invio residente italiano presso capo Ogaden per salvaguardia hinterland Benadir da razzie. Le saranno presto inviate istruzioni per trattato commercio3.

35 1 Ed. in MARTINI, Diario Eritreo, cit., p. 448.

36 1 Vedi D. 35, nota 2.

37

IL DELEGATO ALLA CONFERENzA DI GINEVRA, MAURIGI, AL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, POMPILJ

T. 1716. Ginevra, 3 luglio 1906, ore 17.

Bülow mi ha testé espresso, anche a nome del ministro d’Austria-Ungheria, loro vivissimi ringraziamenti e loro piena soddisfazione per mia azione conciliatrice in ordine proposta russa, e per la dichiarazione da me fatta ieri alla Conferenza. Tali sentimenti mi aveva già particolarmente manifestati ieri stesso Martens.

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IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, POMPILJ

T. 1732/811. Londra, 4 luglio 1906, ore 19,23.

Da parecchio tempo nelle trattative dell’Abissinia era scomparsa all’art. 1 la frase «et par les accords en vigueur». Perciò Inghilterra e Francia insistono per la menzione della convenzione anglo-etiopica del 1897 e della convenzione con i Dancali del 1862, la quale altro non è che la concessione della baia di Obock e suo territorio. Naturalmente Inghilterra e Francia visto la soppressione della frase «et par les accords en vigueur» riconoscono all’Italia di menzionare all’art. 1 tutti gli altri atti, ai quali l’Italia credesse di avere interesse. Prego perciò l’Ufficio Coloniale telegrafarmi entro domani la nota di quegli atti che, nel nostro interesse, dovremo far comprendere tra quelli menzionati nell’art. 1.

occupate ne razziate regioni a est dei Borana e a sud degli Aussi».

3 Per la risposta vedi D. 49. 38 1 Risponde al D. 32.

36 2 Con T. 1292 del 5 giugno Tittoni precisava: «Per assicurare pacifica zona commerciale attorno a Lug e tranquillità stazione e hinterland Benadir è necessario ottenere da Menelik che non siano

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IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, POMPILJ

T. RISERVATISSIMO 821. Londra, 4 luglio 1906.

Dopo lunga e vivace discussione tra sir E. Grey, ambasciatore Cambon e me, siamo oggi addivenuti ad un accordo circa l’Abissinia. Le differenze tra la convenzione da me proposta e quella oggi concordata consistono specialmente in ciò che noi abbiamo dovuto far delle concessioni alla Francia riconoscendo la sua zona d’influenza sino ad Addis Abeba e l’Inghilterra in compenso ha fatto delle concessioni a noi accettando con una frase molto più chiara l’unione futura dell’Eritrea al Benadir ed annullando con una esplicita riserva a favore degli interessi italiani i suoi diritti sulle acque scorrenti verso il Nilo nella parte che sarà attribuita in futuro all’hinterland italiano ed alla zona che unirà l’Eritrea al Benadir.

Posta la questione in questi termini a me non rimaneva che o accettare o lasciare che Inghilterra e Francia si accordassero tra di loro senza di noi, ciò che sarebbe stato per noi disastroso.

La firma dell’accordo è rinviata a dopo la comunicazione dell’accordo a Menelik e alla Germania. Grey e Cambon avrebbero voluto che l’accordo fosse parafato oggi stesso. Però io ho fatto rinviare a sabato mattina tale formalità che la mia adesione era subordinata all’approvazione di Sua Maestà e del presidente del Consiglio. Intanto ci siamo impegnati a mantenere il più rigoroso segreto. Pertanto è necessario che tu porti subito a Giolitti questo mio telegramma pregandolo in mio nome di darne immediata comunicazione a Sua Maestà e pregandolo anche di telegrafarmi l’approvazione entro la giornata di venerdì al più tardi.

Io credo la convenzione buona per noi. Ad ogni modo allo stato delle cose rappresenta tutto quel che noi possiamo ottenere avendo io fatto gli sforzi più energici a favore, degli interessi italiani, facendo intervenire per noi anche il presidente del Consiglio sir H. C-Bannermann che in questi giorni mi ha dimostrato grande benevolenza e simpatia. Perciò io mi permetto pregare Sua Maestà e il presidente del Consiglio di volermi dare l’autorizzazione richiesta, poiché il rimanere fuori della convenzione che sarebbe egualmente stipulata fra Inghilterra e Francia porterebbe al sacrificio dei nostri interessi coloniali e politici, non avendo io alcuna fiducia che noi soli possiamo opporci in Abissinia all’Inghilterra e alla Francia unite e perché l’ostilità dell’Inghilterra ad Addis Abeba porterebbe ad ostilità di rapporti in Europa. Ciò dico senza dissimularmi che la convenzione sarà scelta dall’opposizione come terreno per attaccare il Ministero e me specialmente.

Ciò posto il testo della convenzione è quello da me ultimamente proposto all’Inghilterra e Francia e che trovasi presso Agnesa, però colle seguenti modificazioni.

L’art. 1 è cosi concepito: «La Francia, la Gran Bretagna e l’Italia sono d’accordo per mantenere lo status quo politico e territoriale in Etiopia quale è determinato dallo stato degli affari attualmente esistente e dagli accordi seguenti: qui segue l’elenco dei detti accordi cui vanno aggiunti la convenzione anglo-etiopica del 14 maggio 1897 e suoi annessi e la convenzione dell’11 marzo 1862 fra la Francia e i Dankali più quelle altre convenzioni che l’Italia nel suo interesse credesse di aggiungere al detto elenco. Inoltre all’art. 1 sarebbe fatta la seguente aggiunta: «resta inteso che le diverse convenzioni menzionate nel presente articolo non toccano in alcun modo i diritti sovrani dell’Imperatore d’Abissinia e non modificano in alcun modo i rapporti fra le tre potenze e l’Impero etiopico quali sono stipulati nel presente accordo».

I paragrafi a, b, e c dell’art. 4 sarebbero così concepiti: par. a: «gli interessi della Gran Bretagna e dell’Egitto nel bacino del Nilo e più specialmente in ciò che concerne il regolamento delle acque di quel fiume e dei suoi affluenti, dando la dovuta considerazione agli interessi locali e sotto riserva degli interessi italiani menzionati nel par. b»; par. b: «gli interessi dell’Italia in Etiopia in relazione all’Eritrea e Somalia, Benadir compreso, e più specialmente in ciò che concerne l’hinterland di questi possedimenti e l’unione territoriale fra loro all’Ovest di Addis Abeba»; par. c: «gli interessi francesi in Etiopia in relazione al protettorato francese della costa somala, all’hinterland di questo protettorato ed alla zona necessaria per la costruzione e traffico della ferrovia da Gibuti ad Addis Abeba».

Il paragrafo 3 dell’art. 5 verrebbe soppresso. All’art. 6 alla frase «sia prolungata da Dire Daua ad Addis Abeba» si aggiunge-

rebbe l’inciso «con eventuale diramazione verso Harrar». All’art. 7 alla frase «che fosse stata formata o si formerebbe per la costruzione o

l’esercizio di strade ferrate in Etiopia» si sostituirebbe la frase «che fosse stata formata o si formerebbe per la costruzione o l’esercizio di vie ferrate da un punto qualunque in Abissinia a un punto qualunque dei vicini territori inglese o italiano».

Inoltre all’art. 7 si farebbe la seguente aggiunta «le tre potenze firmatarie sono d’accordo per estendere ai nazionali di tutti gli altri paesi il beneficio delle disposizioni degli art. 6 e 7 relative all’uguaglianza di trattamento in materia di commercio e di transito».

Nel secondo comma dell’art.9 alla frase «strada ferrata in Etiopia riunente il Benadir all’Eritrea» si aggiungerebbe la frase «ad Ovest di Addis Abeba» e l’ultima parte dell’art. 9 sarebbe così concepita «i tre Governi s’interdicono di costruire senza accordo preventivo alcuna linea penetrante nel territorio abissino o raccordantesi a linee abissine e di natura a fare concorrenza diretta a quelle che sono o che saranno stabilite sotto gli auspici di uno di essi».

La convenzione terminerebbe cogli art. 10 ed 11 come erano stati dapprima proposti.

È naturale che di questo telegramma tu dia anche comunicazione colla raccomandazione del segreto al capo dell’Ufficio Coloniale comm. Agnesa. Giolitti giudicherà se è il caso di udire in argomento il parere di alcuni dei ministri.

39 1 Dall’archivio dell’ambasciata a Londra.

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IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA

T.1. Roma, 4 luglio 1906.

All’ambasciatore Metternich comunicai che l’accordo tra Italia, Francia ed Inghilterra si era fatto solo per due punti e cioè: mantenimento dello status quo in Abissinia e porta aperta per tutte le nazioni. Gli altri punti e specialmente la questione della ferrovia è ancora oggetto di discussione. Ella può ripetere al segretario di Stato che prima di firmare l’accordo io lo comunicherò per suo mezzo al Governo germanico col quale desidero in tutte le questioni i più intimi e fiduciosi rapporti.

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IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA

T.1. Londra, 4 luglio 1906.

Per maggiore chiarezza e precisione ella dirà al segretario di Stato che i due punti ancora controversi della convenzione per l’Abissinia sono la questione della ferrovia e la definizione degli interessi delle tre potenze.

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IL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, POMPILJ, AL MINISTRO AD ATENE, BOLLATI,

E AL CONSOLE GENERALE A LA CANEA, FASCIOTTI

T. 1481. Roma, 5 luglio 1906, ore 20,30.

Con dispaccio del 25 giugno scorso1 le trasmisi copia di un memorandum francese e di un nostro memorandum, relativi entrambi a riforme e provvedimenti per Creta. In seguito alle nostre osservazioni ed a quelle di altri Gabinetti, il Governo francese, d’accordo col Governo russo, ci propone per mezzo di questa sua ambasciata, che le quattro potenze si accordino sulle seguenti basi. I punti A, B, C, D, F e H del memorandum francese sarebbero adottati senza modificazione. Il punto E sarebbe completato con la guarentigia che il prestito sia esclusivamente consacrato, dopo

41 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale. 42 1 Non pubblicato, ma vedi D. 33.

pagate le indennità, a lavori pubblici. Per il punto G rimarrebbe inteso che se l’Austria-Ungheria e la Germania non aderissero, il controllo sulle finanze cretesi sarebbe esercitato dai soli delegati delle quattro potenze protettrici. Infine, rispetto al punto I sarebbero bensì ammessi nella gendarmeria e nella milizia ufficiali greci, ma alla condizione che si tratti di ufficiali usciti dal servizio attivo, esclusa, inoltre, ogni idea di contingente greco. Il R. Governo è disposto, in quanto lo concerne, ad accettare il programma così modificato. Epperò la S.V. è autorizzata ad associarsi ad una collettiva [scil. nota collettiva]con la quale i quattro rappresentanti presenterebbero i punti concordati tra le quattro potenze protettrici, facendo, nel tempo stesso comprendere le ragioni d’ordine generale che vietano attualmente una modificazione radicale dello statu quo politico in Creta ed il richiamo delle truppe internazionali.

(Per Atene) Importa sopratutto additare a codesto Governo i pericoli a cui si esporrebbe la Grecia stessa con una soluzione del problema cretese contraria agli impegni presi verso la Turchia e tale da minacciare l’equilibrio balcanico. Gioverà inoltre insistere sulle soddisfazioni d’ordine morale e materiale accordate all’ellenismo mercé l’introduzione di ufficiali greci nella milizia cretese, e mercé l’assicurato pagamento delle indennità dovute ai greci dell’isola.

(Per La Canea) La S.V. ed i colleghi dovranno rilevare presso il Principe e presso i principali uomini politici l’importanza dei provvedimenti concernenti la gendarmeria, la milizia, il prestito dei 4 milioni e la proroga della sopratassa doganale. Gioverà, inoltre, a Creta la ripresa dei negoziati, a Costantinopoli, per una soddisfacente soluzione delle questioni rimaste in sospeso tra il Governo principesco e la Sublime Porta. In compenso di questi loro atti di benevolenza, le potenze, non solo hanno ferma fiducia che l’assemblea si asterrà da intempestive manifestazioni, ma fanno altresì assegnamento sulla saviezza dell’alto commissario e dell’assemblea, acciocchè siano introdotte nella costituzione le modificazioni enumerate nell’annesso al memorandum francese, modificazioni suggerite dalla recente Commissione d’inchiesta come utili all’amministrazione della isola ed atte a rendere possibile il ritiro delle truppe internazionali.

(Per entrambi) Lascio alla S.V. la cura di concordare coi colleghi i precisi termini della nota collettiva come pure di stabilire, d’accordo coi colleghi, quali delle considerazioni che precedono debbano piuttosto riservarsi a comunicazioni verbali e completive. L’essenziale è che apparisca ben chiara, insieme con l’intendimento benevolo delle quattro potenze, la fermezza delle loro risoluzioni.

40 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

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IL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, POMPILJ, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATO 1484. Roma, 5 luglio 1906, ore 23.

Oltre gli atti compresi nell’elenco dell’art. 1 dell’accordo per l’Abissinia, vi sarebbero altri atti relativi alla Dancalia e alla Somalia meridionale che sarebbe nel nostro interesse far comprendere tra quelli già indicati; ma, dovendo l’accordo essere

comunicato a Menelik, la loro enumerazione sarebbe pericolosissima nelle nostre relazioni col Negus il quale, del resto, solleverebbe certo, per alcuni di essi, obiezioni, tanto più che detti atti si riferiscono a regioni come la Dancalia e Lug su cui pende contestazione con l’Etiopia e che proprio ora formano oggetto negoziato a Addis Abeba, mentre poi quelli relativi alla Dancalia riflettono quelli che dalla Francia potrebbero essere pretesi come hinterland. Ciò premesso, ecco l’elenco degli atti: Convenzioni 15 marzo 1883, 7 luglio 1887 e 10 agosto 1887 e 9 dicembre 1888 col capo dei Dancali, relativi specialmente al libero transito sulla via Assab-Aussa, Scioa; Convenzioni 15 novembre 1869, 11 marzo 1870, 15 maggio 1880 coi capi Dancali pel territorio di Assab; Convenzioni 30 dicembre 1879, 15 marzo 1880 e 20 settembre 1880 per Raheita; trattati di amicizia 1° gennaio e 4 aprile 1904 col Biru e col Teru; trattato di commercio con l’Etiopia del 24 giugno 1897; trattato col Sultano di Lug del 25 novembre 1895. L’Ufficio Coloniale è d’opinione che sia pericolosa questa enumerazione tanto più che ignorasi se per alcuni di essi, come quello del Teru e del Biru, governatore Eritrea non avesse obiezioni.

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IL MINISTRO A BELGRADO, GUICCIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 500/150. Belgrado, 5 luglio 1906 (perv. il 17).

A complemento di quanto scrivevo nel rapporto del 3 corrente, n.1461, e a conferma del telegramma di questa mane2, ho l’onore di informare la E.V. che nella risposta fatta dalla Serbia il 3 corrente alla nota austro-ungarica del 28 giugno, si dichiara accettare in massima le proposte del Governo di Vienna come base di un modus vivendi commerciale provvisorio, esprimendo però il desiderio che esso duri fino al 31 dicembre anno corrente, oppure fino alla conclusione di un nuovo definitivo trattato di commercio. Il Governo serbo dichiara, inoltre, mantenere ferme le precedenti promesse di ordinare, cioè, all’industria austro-ungarica, forniture di Stato pel valore almeno di 26 milioni e per un valore anche maggiore qualora le reti ferroviarie si sviluppino maggiormente, tutto ciò, bene inteso, a condizioni di parità di prezzo e qualità coi prodotti di altre nazioni.

Il Governo serbo si è riservato solamente la mano completamente libera in tutto ciò che riguarda il materiale di artiglieria. Pare che questa risposta non abbia soddisfatto il Governo di Vienna perché, poche ore dopo la sua consegna al barone Czikann, senza alcun preavviso, giunse l’ordine di chiudere la frontiera ai prodotti

2 T. 1746/29, non pubblicato.

serbi. Questa chiusura a vero dire è, fino al momento in cui scrivo, più formale che effettiva. Ora siccome la Serbia in fondo acconsentiva a tutte le domande austroungariche meno alla richiesta delle artiglierie, si ha diritto di concludere essere questa la causa unica della rottura commerciale fra i due paesi, quantunque innanzi alla Delegazione ungherese, in occasione del bilancio degli esteri, il conte Goluchowski prima, poscia in di lui nome il ministro Burian, abbiano solennemente dichiarato che, da parte del Governo di Vienna, non si era mai chiesto a quello di Belgrado ordinazioni di artiglierie.

Il modo fortunato nel quale si era riusciti a risolvere la questione dei rapporti coll’Inghilterra e dei capi cospiratori, evitando i pericoli e lo strascico di astiose polemiche, l’ottimo risultato delle elezioni, che assicuravano una notevole maggioranza ad un Governo savio e forte, dovevano far sperare, almeno per qualche tempo, giorni calmi e sereni. Ma è canone immutabile della politica viennese non lasciare mai un giorno di pace o di tregua a questo disgraziato paese.

Venuta meno la speranza di impedire le relazioni coll’Inghilterra, di turbare l’ordine pubblico mediante i dissidi fra cospiratori ed anti-cospiratori, di frapporre ostacoli alla costituzione di una maggioranza e di un Governo forte, passata la burrasca che imperversò nella Delegazione ungherese circa la politica balcanica, si torna fuori colle nuove tariffe, coi majali, coi cannoni Skoda, colla chiusura della frontiera, insomma con tutto l’antico arnese di guerra.

La condotta del Governo austriaco, come dissi più volte, è il risultato di un complesso di cause. Interessi economici di Stato, interessi di speculazione privata, ragioni di indirizzo politico.

È certo che nessun paese, ormai, la Serbia meno di ogni altro, può sperare di concludere trattati di commercio veramente ottimi, perché ciascuno pretende inondare coi propri prodotti i paesi stranieri e impedire l’entrata ai prodotti altrui. Si aggiunga, in ogni Stato, l’ antagonismo fra le varie regioni che lo compongono, fra gli interessi della parte agricola e dell’industriale.

Se queste sono le condizioni nelle quali trovasi oggidì quasi ogni paese, peggio saranno certamente per la Serbia che ha una sola specie di prodotti, un solo mercato, una sola via di sbocco.

È mestieri, dunque, che la Serbia si rassegni a concludere un mediocre trattato colla vicina Monarchia, almeno fino al giorno in cui non si troverà in grado di sostenere con speranza di lieto successo una guerra di tariffe, ciò che importa necessariamente creazione di nuove industrie, modificazione delle esistenti, nuova copia di strade, varietà di sbocchi.

Ma fra il rassegnarsi ad un cattivo trattato di commercio e lasciarsi proprio mettere i piedi sul collo, vi è una certa differenza. L’Austria-Ungheria si è fitta in testa di trattare la Serbia come in altri tempi le metropoli trattavano le loro colonie. Si arriva perfino a volerle, non solo interdire qualsiasi altro mercato che non sia l’austro-ungarico, ma anche imporre la quantità e il genere della merce da comperare, l’epoca dell’acquisto, le fabbriche da preferirsi.

Questa pressione che si esercita a vantaggio di interessi economici pubblici e privati, riceve poi vigore e direzione dalle antiche tradizioni della politica di Ballplatz rispetto alla Serbia, politica ora non molto diversa da quella di mezzo secolo fa. Cioè fomentare le intestine discordie, impedire ogni progresso economico e morale,

creare ostacoli alla costituzione di un governo forte, al risveglio della coscienza serba, adoperare le minaccie e le male parole.

Ma se la politica di Vienna è rimasta quella che era, si è però, d’altra parte, accresciuta la forza di resistenza del popolo serbo. Ogni anno che lo allontana dai ricordi della schiavitù musulmana, e accresce le consuetudini del vivere libero e civile sviluppa nel suo animo il sentimento di dignità umana, la coscienza della propria forza.

Ormai esso crede aver raggiunto il limite massimo della rassegnazione e preferisce i rischi di una virile resistenza all’onta e al danno che lo minaccia.

Questo spirito di resistenza trova poi incoraggiamento nel conflitto fra le due parti della Monarchia. I magiari nella lotta intrapresa non hanno dimenticato gli insegnamenti del 1848-49, e quanto allora alla finale sconfitta contribuisse l’odio dei croati e dei serbi. Questa volta pertanto si sono adoperati con grande ardore a conciliarsi il favore delle genti slave. Sei milioni nella Corona di Santo Stefano, dei quali, la metà circa, croati e serbi. Fra Belgrado, Agram, Pest, continui sono i rapporti palesi e segreti. L’intesa procede rapida e ne furono segni non dubbi le violenti accuse al conte Goluchowski per la politica balcanica.

Statisti ungheresi che vanno per la maggiore, proclivi come tutti di loro gente, a lasciare le briglie sul collo al Pegaso della vanità immaginosa, sognano già l’egemonia magiara sopra una grande confederazione balcanica che troverebbe nell’Adriatico, nell’Egeo e nel Mar Nero i suoi ultimi confini.

La Serbia dunque con calma e fermezza si prepara a resistere, e per quanto concerne la quistione del prestito e dei cannoni, mi risulta essere progredite molto innanzi le trattative colle banche francesi e colla fabbrica Schneider del Creuzot. Credo abbia contribuito a questo risultato anche l’attitudine di questo ministro di Germania che, affermando la solidarietà d’interessi fra Skoda e Krupp, ha nociuto al secondo senza giovare al primo.

44 1 Non pubblicato.

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IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA

T.1. Roma, 6 luglio 1906, ore 19.

L’accordo tra Italia, Francia e Inghilterra per Abissinia è stato oggi solamente parafato da me Cambon e Grey ed è stato convenuto che non sarà firmato né reso di pubblica ragione fino a che Menelik non ne avrà avuta comunicazione ed espresse le sue vedute in proposito.

Voglia dar subito notizia di ciò al segretario di Stato facendogli rilevare come da ciò derivi la necessità di continuare a mantenere il segreto sull’accordo stesso, e voglia anche dirgli che avendo io oggi riferito a Grey e Cambon che stante rapporti di alleanza tra Italia e Germania io avevo creduto mio dovere comunicare a quest’ultimi in via confidenziale la Convenzione, essi mi hanno pregato di far dichiarare da lei al segretario di Stato germanico che essi sono intesi della comunicazione confidenziale che io gli ho fatta per conto dell’Italia e quindi essa va ritenuta come fatta d’accordo con loro senza che essi abbiano bisogno di fare nuova comunicazione per conto dell’Inghilterra e della Francia. Ciò beninteso vale solo per la presente comunicazione confidenziale del progetto d’accordo che deve restar segreto e non per la comunicazione ufficiale della Convenzione che avrà luogo quando questa sarà resa definitiva e sarà firmata2.

45 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

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IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, POMPILJ

T. RISERVATO1. Londra, 6 luglio 1906, ore 11,40.

Ricevo telegramma 14842 e ne terrò conto. Intanto mi occorre d’urgenza una notizia. Francia e Inghilterra mi dichiarano

che in nessun documento o proposta esistente nei loro atti circa convenzione abissina vi è una redazione dell’art. 1 colla frase «et par les accords en vigueur». Desidero sapere subito se questa frase fu proposta da noi e quando, e se dagli atti di codesto Ministero risulta che la proposta sia stata comunicata a Francia e Inghilterra, e, nell’affermativa, quando e in qual modo3.

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IL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, POMPILJ, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. SEGRETO 14901. Roma, 6 luglio 1906, ore 20,45.

Redazione art. 1 dell’accordo Etiopia con la frase «par les accords en vigueur» e quindi senza l’elenco degli accordi fu proposta dal marchese di San Giuliano in un

46 1 Dall’Archivio Storico del Ministero dell’Africa Italiana.

2 Vedi D. 43. 3 Per la risposta vedi D. 47.

colloquio con Barrère del 28 gennajo. Come risulta dal telegramma di questo Ministero a codesta ambasciata del 3 febbraio scorso n. 3102, il Governo francese insistette per ristabilire elenco convenzioni. Senonché codesta ambasciata con telegramma del 7 febbrajo n. 3793 riferiva che Cambon approvava personalmente la soppressione dell’elenco e si riservava di raccomandarla al suo Governo.

Con telegramma di questo Ministero dell’8 febbrajo4 si insisteva presso codesta ambasciata per soppressione elenco. Dal rapporto di codesta ambasciata del 14 febbraio n. 574 risulta che il Governo inglese aveva accettato soppressione, ma che il Governo francese persisteva ad opporvisi. Così sono rimaste le cose, senza una definitiva soluzione ed il nostro testo dopo di allora figurò all’art. 1 colla frase «par les accords en vigueur» e senza elenco, e fu così comunicato da V. E. a Barrère prima della sua partenza ed a Lanza a Milano.

45 2 Per la risposta vedi D. 54.

47 1 Risponde al D. 46.

48

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, POMPILJ

T. RISERVATISSIMO1. Londra, 6 luglio 1906, ore 19,19.

Dei trattati da menzionare all’art. 1 è stato risoluto con la seguente dichiarazione che non saranno comunicati a Menelik insieme alla convenzione, ma che saranno poi firmati e pubblicati insieme alla dichiarazione stessa.

Ecco la dichiarazione: «Il ministro degli affari esteri d’Italia fa osservare che l’Italia ha dei trattati col sultano di Lugh, col sultano di Raheita e con i Danakil riguardanti punti di frontiera, questi trattati dovendo formare oggetto di negoziato col Governo etiopico, è impossibile comprenderli nell’enumerazione dell’articolo 1, ma il Governo del Re d’Italia si riserva di comunicarli all’Inghilterra ed alla Francia dopo il negoziato stesso.

Ministro degli affari esteri di Inghilterra e ambasciatore di Francia danno atto al ministro degli affari d’Italia di questa dichiarazione».

3 Vedi serie terza, vol. IX, D. 473. 4 Non pubblicato.

47 2 Vedi serie terza, vol. IX, D. 467.

48 1 Dall’Archivio Storico del Ministero dell’Africa Italiana.

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IL COMMISSARIO CIVILE PER L’ERITREA, MARTINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI1

T. 1780. Addis Abeba, 6 luglio 19062.

Rispondo suo telegramma 3 luglio3. Nel mio telegramma 25 del mese passato4 accennai tentare ottenere da Menelik

riconoscimento Lugh in nostro possesso territoriale, come Itang per inglesi. In questo caso nostro agente presso capo Ogaden potrebbe impedire razzie nostro territorio, ed agire per preservare regione circostante Lugh. A questo posso adoperarmi, se V.E. crede necessario, secondo telegramma 12925. Lascerò a Ciccodicola lo insistere. Mio dovere è avvertire che indipendentemente dalla volontà del Negus, che credo fermo su questo punto, momento non corre in Etiopia favorevole alle pressioni europee, e che le insistenze possono preparare effetti molto pericolosi.

50

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. 14941. Roma, 7 luglio 1906, ore 12,45.

Le tre potenze sono giunte ad un accordo, ed hanno parafato il testo. Secondo la promessa già fatta a Menelik la firma è posposta dopo che Sua Maestà abbia esposto le sue vedute.

Appena i suoi colleghi francese e britannico avranno ricevuto simile istruzione, ella farà con essi una comunicazione collettiva dell’accordo a Menelik, chiedendo la sua adesione.

Avrei dovuto telegrafare il testo dell’accordo, ma poiché ministro degli affari esteri inglese mi assicura averlo telegrafato ad Harrington, voglia chiederne copia a lui, o, se egli è partito, a chi rappresenta legazione d’Inghilterra.

2 Trasmesso da Asmara il 9 luglio. 3 Vedi D. 36. 4 Vedi D. 35. 5 Vedi D. 36, nota 2.

49 1 Ed. in MARTINI, Diario Eritreo, cit., p. 468.

50 1 Trasmesso via Asmara.

51

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, POMPILJ

T.1. Londra, 7 luglio 1906, ore 11,27.

Per evitare ulteriore perdita di tempo telegrafo direttamente Berlino. Mi dispiace molto che ritardo faccia sì che Governo germanico abbia notizia dai giornali prima che da me.

Ti autorizzo informare Martini nei termini da te indicati2, avvertendolo che abbiamo obbligo del segreto, poiché accordo è solamente parafato, ma non firmato.

52

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL SOTTOSEGRETARIO AGLI ESTERI, POMPILJ

T. 1758. Londra, 7 luglio 1906, ore 18.

Risposta al telegramma 14951. Jeri con Grey e Cambon discussi eventuale ritiro principe Giorgio, cui incompa-

tibilità è da tutti riconosciuta. Cambon disse che Francia e Russia intendevano suggerire, che le potenze, per la scelta, si rivolgessero al Re di Grecia e che tale proposta venisse dall’Inghilterra. Feci notare essere prudente, ad ogni modo, intendersi bene prima col Re di Grecia, per evitare che venisse scelta persona disadatta. Grey e Cambon riconobbero ragionevolezza della mia osservazione.

53

L’AGENTE E CONSOLE GENERALE AL CAIRO, SALVAGO RAGGI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 1779/35. Il Cairo, 9 luglio 1906, ore 18,53.

È giunta oggi stesso lettera dall’Imam diretta a me, ma per S.M. il Re. Imam dicesi calunniato presso il Sultano, ed invoca intervento di Sua Maestà presso il Sultano, onde ottenere possibilmente autonomia Yemen, oppure amnistia per l’Imam e

2 Con T. 1491 del 6 luglio, Pompilj precisava: «Colgo l’occasione per domandare se posso

informare Martini avvenuto accordo sia in genere sia accennando principali clausole, soprattutto per evitare che rappresentanti Addis Abeba, Francia e Inghilterra ricevano siffatta comunicazione, rimanendone ignaro solo governatore Eritrea e legazione».

per suoi seguaci, governare secondo la Sciaria e prelevare tasse prescritte dalla Sciaria. A queste condizioni vi sarà pace generale.

Della futura prosperità del Yemen profitterà Sultano, ma anche Italia, al cui Re Yemen sarà riconoscente per la pace generale di cui godrà.

Insieme ad altre molte lettere vi è una a me diretta da sette capi tribù, fra gli altri qualcuno molto notevole, che promettono pace generale, seguendo i consigli dell’Italia.

Arrivato contemporaneamente telegramma da Aden di Saied Hussein el Kipsi, figlio di Yahya, il quale chiede mezzi proseguire viaggio per venire Cairo. A quanto mi viene riferito, egli ha altra lettera più dettagliata dell’Imam. Qualora V.E. lo creda a proposito, sarebbe il caso telegrafare consolato d’Italia Aden chiamare Saied Hussein el Kipsi per sapere se ciò è vero, e per provvedere prosecuzione lettera, ma raccomando non dargli, in nessun caso, somma considerevole, ma tutto al più qualche tallero per poter ritornare a casa1.

51 1 Dall’Archivio Storico del Ministero dell’Africa Italiana.

52 1 Con T. 1495 del 7 luglio Pompilj comunicava la disponibilità del Governo francese a prendere in considerazione la possibilità di sostituire il principe Giorgio.

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L’INCARICATO D’AFFARI A BERLINO, MATTIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T.1. Berlino, 12 luglio 1906 (perv. il 14).

Piego raccomandato mi è giunto da Londra stamane. Esso porta indicazione «registrato 9 luglio». Ho rimesso poco fa al segretario di Stato testo completo convenzione per l’Abissinia leggendogli telegramma da lei direttomi ieri circa comunicazione confidenziale e la comunicazione seconda2. (?)3. Segretario di Stato mi ha ripetutamente vivamente pregato ringraziare lei della comunicazione eseguita per mezzo mio. Egli mi ha detto che aveva potuto soltanto scorrere testo convenzione, la quale verrebbe ora esaminata sulla base del testo completato. Come impressione in generale da lui riportata, segretario di Stato si è espresso in senso che sostanzialmente corrisponde al comunicato [...]4 da me [...]4 ieri sera. Segretario di Stato ha richiamato poi la mia attenzione sul primo periodo dell’art. 9 concernente costruzione di ferrovia ad ovest di Adis Abeba. Egli mi ha espresso la sua meraviglia per essere stata inclusa una tale disposizione la quale riguarda «ogni costruzione» ferroviaria su territorio abissino e quindi lede gli interessi delle altre potenze che si sono assicurate beneficio della nazione più favorita. Germania per suo conto avrebbe prima visto quale sarebbe stata attitudine del Negus e si sarebbe poi regolata. La informo di ciò per sua opportuna informazione sebbene segretario di Stato mi abbia ripetutamente pregato di non farne parola a V.E.

54 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale. Risponde al D. 45.

2 Non rinvenuti. 3 Il punto interrogativo è del decifratore. 4 Gruppo mancante.

53 1 Per il seguito vedi D. 142.

55

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

L. PERSONALE. Vienna, 12 luglio 1906.

Con lettera particolare in data del 20 marzo scorso1 ebbi l’onore di esporre all’on. conte Guicciardini quanto già accennai all’E.V. con altra lettera particolare del 27 dicembre 19042 circa la convenienza di addivenire colla Austria-Ungheria ad un accordo inteso a tutelare i nostri interessi nei Balcani e dissipare così le diffidenze latenti esistenti in entrambi i Paesi per i fini che vengono loro attribuiti a vicenda verso quelle regioni. A questo proposito feci rilevare come tale accordo non avendo noi modo di farlo basare, per le ragioni già note al R. Governo, su quello di Mürzsteg, non avrebbe potuto avere che uno degli scopi seguenti: di determinare cioè i mezzi che meglio corrispondono agli obblighi risultanti del Trattato di Berlino, da quello di alleanza e dall’intesa sull’Albania per garantire più efficacemente lo statu quo nei Balcani in previsione di possibili eventi; o di precisare vieppiù l’azione dei due Governi nelle questioni balcaniche ed eventualmente i rispettivi compensi previsti negli obblighi reciproci qualora lo statu quo non potesse essere mantenuto.

Ma aggiunsi, in pari tempo, che un’azione che fosse da noi esercitata presso il conte Goluchowski nel senso suddetto non avrebbe potuto avere, per i motivi esposti nella lettera stessa, alcun pratico risultato nel momento attuale.

Per cui non restava ad esaminare se in vista della riorganizzazione delle circoscrizioni amministrative in Macedonia, contemplate dall’art. 3 del programma di Mürzsteg, non ci convenisse, per precisare in certo modo l’intesa sulla Albania, di procedere col conte Goluchowski ad uno scambio di idee a cui avrebbe potuto dare occasione la dichiarazione verbale dell’E.V. nel Convegno di Venezia nel 19053, relativa alla riunione all’Albania delle regioni abitate in prevalenza da popolazioni albanesi attualmente aggregate ai vilayet macedoni.

Credo dover sottomettere all’E.V. le considerazioni che dall’esame di tale questione mi sono suggerite.

Secondo le dichiarazioni fatte dall’addetto militare austro-ungarico all’ambasciata imperiale e reale in Costantinopoli, colonnello barone di Giesl, nella riunione del 20 febbraio 1904 della Commissione internazionale militare per il riordinamento della gendarmeria in Macedonia, sarebbe stato inteso tra l’Austria-Ungheria e la Russia, nell’accordo di Mürzsteg, che le regioni in cui predomina l’elemento albanese non debbano essere comprese in quel riordinamento previsto dall’art. 2 dell’accordo e che, quantunque della loro esclusione non sia stata fatta esplicita menzione, nelle decisioni prese in quella occasione, essa risulterebbe siccome una conclusione naturale dal significato del successivo art. 3 (doc. dipl. n. 1332 serie CVII).

2 Vedi serie terza, vol. VIII, D. 792. 3 Vedi serie terza, vol. IX, DD. 72, 79.

Le regioni che per tale motivo vennero escluse dalla riforma della gendarmeria furono oltre i vilayet di Scutari e di Jannina, il sangiaccato di Koritza, eccettuato il cazà di Kastoria, il sangiaccato di Elbassan e la parte sud-ovest del cazà di Okrida, i sangiaccati di Dibra, Prizrend, Pristina e Jpek, ed i cazà di Tachlidja (Plevlje) e di Sjenica, nel sangiaccato di Novi-Bazar.

Però, mentre nei vilayet di Scutari e di Jannina e nei cazà di Tachlidja e Sienjca la riforma della gendarmeria venne eliminata in modo assoluto, questa potrà essere effettuata nei sangiaccati di Koritza e di Elbassan, nella parte est del cazà di Okrida, nord-ovest e sud dei sangiaccati di Dibra e Prizrend ed ovest e sud-est di quello di Jpek in epoca da determinarsi ulteriormente dalle Potenze in virtù della facoltà loro attribuita dalla nota austro-russa diretta alla Sublime Porta il 29-16 febbraio 1903 (processi verbali della seduta del 30 febbraio 1904 della Commissione internazionale militare in Costantinopoli).

Per contro rispetto al sangiaccato di Pristina, alla parte nord-ovest di quello di Jpek, sud-est del sangiaccato di Prizrend e nord-est di quello di Dibra, tale facoltà venne data al generale de Giorgis ed agli aggiunti militari (processi verbali della riunione del 13 marzo 1904 e precedente della Commissione militare suddetta).

Nel pensiero quindi della Commissione internazionale militare le regioni sopra indicate sarebbero da ritenersi, perché abitate in prevalenza da popolazioni albanesi, come facenti parte dell’Albania, la quale, per conseguenza, verrebbe ad esser circoscritta nei confini seguenti: al nord dal Principato di Montenegro, dalla Bosnia e dal Regno di Serbia, ad est dal Regno di Serbia, dal sangiaccato di Uskub, di Monastir e di Serfigé e dal Regno di Grecia, ad ovest dal Mar Adriatico, ed al sud dal Golfo Ambracico.

Dall’intesa sull’Albania non risulta quale significato i Governi italiano ed austro-ungarico abbiano voluto attribuire a tale espressione e se in questa siano da comprendersi i vilayet di Scutari e di Jannina soltanto od anche tutti i territori abitati da popolazioni albanesi. Nè appare d’altra parte che nel colloquio avuto dal marchese Visconti-Venosta in marzo del 1897 col conte Goluchowski si sia parlato di tale argomento. Ma basta accennare al significato differente che potrebbe esser dato all’espressione suddetta per dimostrare quale danno sarebbe per ridondare alle popolazioni albanesi ed agli interessi italiani se l’intesa dovesse riferirsi al primo di essi ed abbracciare soltanto i vilayet di Scutari e di Jannina.

Nella mancanza quindi di una designazione delle regioni a cui siano da applicare le stipulazioni dell’intesa è da ricercare quali potrebbero essere nel pensiero del Governo imperiale e reale queste regioni e se esso sarebbe disposto ad ammettere che essa abbracci tutti i territori, che, giusta quanto fu inteso in occasione dell’accordo di Mürzsteg e sanzionato poi dalla Commissione internazionale militare a Costantinopoli, furono esclusi dalla riforma della gendarmeria in modo assoluto e, in parte, in via provvisoria, perchè abitate da popolazioni prevalentemente albanesi.

Quantunque tra questi territori siano stati compresi i cazà di Tachlidja (Plevlje) e di Sjenica ed i sangiaccati di Jpek, Pristina e Prizrend non è da supporre che il Governo imperiale e reale sia per consentire che essi possano costituire, in dato momento, nella loro totalità, insieme ai vilayet di Scutari e di Jannina ed ai sangiaccati di Dibra, Elbassan e Koritza quell’autonomia che è una delle eventualità dell’intesa: se esso vi consentisse verrebbe a chiudere la frontiera sud-est della Monarchia ed a sbarrarsi la via verso Salonicco e verso ogni eventuale espansione nei Balcani.

Sebbene il mantenimento dello status quo territoriale e politico nella Penisola sia per l’Austria-Ungheria la base cardinale della sua politica, tuttavia essa non potrebbe ammettere che nelle confinanti regioni orientali si costituisca uno stato di cose che le impedisse tale espansione, che non è certamente nelle sue previsioni né nelle sue intenzioni attuali, ma che non esiterebbe a realizzare se lo statu quo fosse turbato da altri sia con un’occupazione di un punto qualsiasi nei Balcani da parte di una potenza, sia con un’insurrezione che minacci la sua frontiera.

Si è perciò che la linea di condotta seguita per l’addietro dal Governo imperiale e reale fu sempre diretta ad impedire la formazione di un grande stato alla frontiera orientale della Monarchia. Infatti oltre i compensi concessi dalla Russia all’Austria–Ungheria in prezzo della sua neutralità nella guerra contro la Turchia nel 1878, questa ottenne dall’imperatore Alessandro III nel convegno di Reichstadt4 l’assicurazione che alcun forte Stato slavo non sarebbe costituito a quella frontiera e quando, contrariamente a tale assicurazione, venne progettata nel Trattato di Santo Stefano la formazione di una grande Bulgaria, il Governo imperiale e reale sostenuto potentemente dall’Inghilterra, si adoperò nel Congresso di Berlino perché quel trattato venisse distrutto e sostituito da altra stipulazione intesa a ridurre il Principato di Bulgaria a proporzioni più modeste.

Da una carta geografica dell’Albania, a cui si attribuisce un’origine ufficiosa austro-ungarica e che mi riuscì di procurarmi in via indiretta, si constata che i confini di quella regione sarebbero circonscritti entro una linea, la quale muovendo dalla frontiera del Principato di Montenegro sopra Jpek scenderebbe per Glina fino al di là di Prizrend e dirigendosi per Kalkandelem (Tetovo) e Kostovo (Gostivar) sul lago di Okrida, che dividerebbe a metà, seguirebbe i monti Gramos passando per Koritza (Gortscha) e Leskovik, da dove risalendo verso l’ovest si biforcherebbe per raggiungere il mare Adriatico, da un lato, nella direzione di Malokastro lungo il corso della Voioussa, dall’altro, per il sud, sopra Ergeri.

In tale carta però non sono segnati i confini degli altri territori che fanno parte del vilayet di Jannina, i quali furono eliminati dalla riforma della gendarmeria dalla Commissione internazionale militare di Costantinopoli perchè abitate in prevalenza da popolazioni albanesi e che sono chiusi tra il mare Adriatico e tra Leskovik, Koritza, Metzovo, Arta ed il Golfo Ambracico.

Ma da Leskovik, punto estremo dei confini sopra accennati partirebbe una linea, la quale, inoltrandosi verso l’est nel vilayet di Monastir, si dirigerebbe sopra Grevena e di là risalendo al nord attraverserebbe la parte meridionale del vilayet di Salonicco per seguire il corso della Vistritza fino al mare Egeo sopra Katerina.

In questo tracciato sarebbe compresa la parte sud–ovest e sud–est del cazà di Grevena e la totalità del sangiaccato di Serfigè, i cazà di Elassona, di Katerina, nonché la parte sud–est di quello di Verria come se queste regioni dovessero essere destinate, nel pensiero dell’autore della carta, ad essere unite, in eventualità future, insieme all’Epiro, al Regno di Grecia.

È evidente che da tale delimitazione l’Albania ne escirebbe ristretta. In essa infatti non sarebbero compresi, oltre i territori che si estendono da Ergeri a Konitsa e dal fiume Kalamas a Metzovo, l’Epiro, i cazà di Tachlidja e Sjenica, la parte nord–ovest e sud dei sangiaccati di Jpek e Prizrend, come la totalità di quello di Pristina, per cui rimarrebbe aperta all’Austria-Ungheria la via di Salonicco.

Se fosse quindi esatto ció che si afferma circa la sua origine, la carta suddetta, nel confermare il dubbio da me già manifestato farebbe intravvedere entro quali limiti, secondo il pensiero del Governo imperiale e reale debba esser circoscritta l’Albania.

Da quanto ho fin qui esposto risulta evidente la necessità di chiarire questo punto capitale, perché l’intesa possa avere un effetto pratico e rispondere agli scopi per i quali venne stipulata col specificare, ove sia possibile, di comune consenso col Governo imperiale e reale a quale regioni sia da applicarsi all’evenienza.

Non v’ha dubbio che la dichiarazione verbale fatta all’E.V. dal conte Goluchowski nel convegno di Venezia il 29 aprile 1905, secondo la quale «le regioni abitate in maggioranza da popolazioni albanesi aggregate ora ai vilayet macedoni debbano essere riunite all’Albania propriamente detta in occasione della riorganizzazione delle circoscrizioni amministrative della Macedonia, prevista nell’art. 3 del programma di Mürzsteg» potrebbe essere considerata quale un corollario dell’intesa venendosi, con essa, a determinare, in certo modo l’Albania e a darle quel significato geografico di cui non si fa cenno nell’intesa stessa.

Ma perché tale dichiarazione, che non fu seguita da alcuna ulteriore spiegazione possa avere un reale valore, bisognerebbe intendersi sulla designazione delle regioni alle quali si riferisce, e se le medesime siano da essere contemplate nell’intesa.

Si potrebbe supporre che nel fare quella dichiarazione il conte Goluchowski abbia voluto alludere alle regioni escluse momentaneamente dalla riorganizzazione della gendarmeria perché abitate in maggioranza da popolazioni albanesi, cioè ai sangiaccati di Pristina, Jpek, Prizrend, Dibra ed Elbasan, alla parte ovest del cazà di Okrida ed al sangiaccato di Koritza, compresi, i primi quattro, nel vilayet di Kossovo e gli altri in quello di Monastir.

Per evitare però qualsiasi equivoco in avvenire sarebbe necessario di procedere col conte Goluchowski ad uno scambio di idee per averne la conferma ufficiale, la quale sarebbe tanto più opportuna che le mire della politica austro-ungarica farebbero dubitare che il Governo imperiale e reale sia disposto a dare all’intesa un’estensione simile, ma a restringerla, per contro, a quelle regioni che costituiscono i due vilayet di Scutari e di Jannina o che trovansi compresi nei limiti assegnati alla Albania dalla carta geografica suddetta.

È da domandare ora se il conte Goluchowski sarebbe disposto ad addivenire ad un tale scambio di idee.

Se devesi tener conto del ritegno da lui sempre dimostrato in addietro di intrattenersi con noi delle cose albanesi e specialmente della risposta data al mio predecessore quando manifestavagli nel marzo 1903 (doc. dipl. n. 535 del 17 marzo 1903, serie CVII) il desiderio del R. Governo di scambiare le proprie idee al riguardo, sarebbe da supporre che egli non sia disposto ad accogliere favorevolmente una nostra entratura circa l’argomento suddetto.

In quell’occasione però si trattava nel pensiero del R. Governo di avvisare i mezzi meglio rispondenti agli accordi esistenti per l’efficace tutela dello status quo in

Albania, ciò a cui il conte Goluchowski non stimò allora opportuno di accondiscendere per non sollevare altre questioni in altre parti dell’Impero ottomano, che avrebbero potuto complicare l’azione diplomatica delle potenze assorbite da quella macedone.

Mentre lo scambio di idee da proporre ora avrebbe tutt’altro scopo: esso sarebbe inteso unicamente a precisare il senso della dichiarazione in discorso per ottenere che le eventualità previste dall’intesa possano avere una esecuzione pratica col determinare il significato da darsi dal punto di vista etnico alla parola Albania senza sollevare la questione albanese.

Ma quantunque la nostra domanda forse ristretta entro tali termini è da dubitare che il conte Goluchowski si induca a riandare su quella dichiarazione per farne oggetto di uno speciale scambio di idee.

Egli evita infatti per massima, ed anche perché non suole approfondire sempre le questioni, di entrare a parlare dei loro particolari, onde ad una domanda simile potrebbe rispondere: che sarebbe prematuro di occuparsi della questione, l’AustriaUngheria e la Russia non avendo intenzione, per ora, di dar seguito alla riorganizzazione delle circoscrizioni amministrative in Macedonia, la quale potrebbe essere più utilmente esaminata quando sarebbe giunto il momento di procedere alla sua attuazione; che la questione non riguarderebbe soltanto l’Austria-Ungheria e l’Italia, ma pure le altre potenze firmatarie del Trattato di Berlino, che avrebbero il diritto di interloquire sopra i vari affari riguardanti la Penisola; infine che l’argomento si collegherebbe con un punto del programma di Mürzsteg, l’organizzazione delle circoscrizioni amministrative in Macedonia essendo contemplata dall’art. 3 di esso, per cui non potrebbe formare oggetto di un accordo diretto coll’Italia, ció potendo risvegliare le suscettibilità della Russia.

L’ E.V. ricorderà che nel concretare meco la dichiarazione verbale fattale nel convegno di Venezia, il conte Goluchowski mi manifestò il desiderio che, nel comunicarla al Parlamento, ella non si esprimesse come se un nuovo accordo fosse intervenuto in Venezia sulla questione, perchè ciò avrebbe potuto far supporre al conte Lamsdorff che una intesa speciale avesse avuto luogo tra i due Governi sopra un punto riguardante il programma di Mürzsteg, sul quale l’Austria-Ungheria e la Russia erano chiamate in primo luogo a pronunciarsi e dovevano intendersi per procedere alla riorganizzazione delle circoscrizioni amministrative in Macedonia (mio telegramma n. 56 del 10 maggio 1905)5.

Tra le obiezioni sopra accennate quella che si riferisce all’accordo di Mürzsteg sembra avere un valore maggiore delle altre e contro di essa non ci sarebbe agevole di argomentare per vincere la resistenza del conte Goluchowski, il quale potrebbe schermirsi dal darci una risposta soddisfacente fondandosi sugli obblighi assunti con quell’accordo.

Siccome però è nel nostro interesse di venir a capo della cosa converrebbe per non esporci ad un rifiuto di accertarci delle disposizioni del conte Goluchowski prima di fare una vera e propria entratura nel senso suddetto, cogliendo una occasio-

ne propizia per ricordargli la dichiarazione da lui fatta nel convegno di Venezia ed entrare quindi a parlare di essa come fosse quasi una continuazione del discorso interrotto in quel convegno di cui si riprenderebbe ora il filo per condurlo ove fosse possibile, alle conclusioni da noi desiderate.

Per i motivi sopra accennati non è probabile però che il conte Goluchowski, dato che consenta a discutere con noi un tale argomento, si induca a comprendere tra le regioni da unirsi in avvenire all’Albania i cazà, di Tachlidja e Sjenica, come il sangiaccato di Pristina e la parte sud-ovest e sud di quelli di Jpek e Prizrend.

Questi territori, del resto, formano pure oggetto delle aspirazioni della Serbia, perchè, oltre all’essere abitate da popolazioni serbe non meno numerose di quelle albanesi che ivi risiedono, sono da essa considerate, come doventi essere riunite al Regno facendo parte della Vecchia Serbia.

Quanto vive siano queste aspirazioni lo dimostrano le apprensioni che provocò nell’opinione pubblica e nel Governo serbo stesso l’annunzio che nel convegno di Venezia si fosse completata l’intesa col definire in modo più preciso i paesi da ritenersi come appartenenti all’Albania, ciò che fece nascere il timore che tra i medesimi fossero stati compresi i territori suddetti (doc. dipl. n.735 del 19 maggio 1905, serie XXII).

Se si volessero quindi includere totalmente nei confini dell’Albania si incontrerebbe non solo l’opposizione della Austria–Ungheria, ma si verrebbe anche ad urtare il sentimento nazionale della Serbia che conviene rispettare ovunque abbia un reale fondamento.

Per conciliare però questi disparati interessi bisognerebbe procurare di segnare un confine geografico della Albania che pur vagliando colla dovuta imparzialità le pretese di coloro che vorrebbero estenderlo oltre misura, alle regioni, cioè, ove l’omogeneità delle popolazioni albanesi non è sufficientemente constatata di fronte alle altre popolazioni colle quali convivono, corrisponda, da un lato, ai diritti del popolo albanese, tutelandone la futura indipendenza politica ed economica e venga, dall’altro a dare soddisfazione alle giuste aspirazioni della Serbia come alle vedute dell’Austria-Ungheria, lasciando impregiudicata la questione dell’attribuzione dei territori surriferiti, svincolando così da essa la responsabilità dell’Italia.

Per quanto difficile sia di determinare questo confine per le complicate questioni di nazionalità che solleva, potrebbesi tuttavia stabilire una linea la quale, muovendo dal nord di Murgas, presso la frontiera montenegrina sotto Berani, seguirebbe, dopo aver percorso l’Emiljevica planina, la catena dei Monti Mokra fino a Mletian, da dove, dirigendosi verso l’est, costeggerebbe in parte il fiume Obiljic, al di là della Djevic planina e scendendo al sud per la Dronica planina e la Cronoljeva planina, attraverserebbe i Rodza Balkan e la Sar planina, per passare all’est di Kalkandele (Tetovo) e Kostovo (Gostivar) e raggiungere, per Javorievac, Pesocan e Mislevo, il lago di Okrida, che dividerebbe a metà.

Dall’estremo punto di questo lago, cioè da Starovo, si potrebbe adottare il tracciato segnato dal Weigand nel suo libro Die Aromunen facendo proseguire la linea verso l’est per Podgar, zvedza, sotto il lago di Presba, Bitniski, Biglista, Rapista e Sliven fino alle vicinanze di Kastoria, da dove, dopo aver abbracciato la regione di Nasselitch, retrocederebbe all’ovest per scendere per le creste del Pindo, fino al Golfo Ambracico.

Il confine sopra segnato abbraccerebbe, oltre le regioni che vennero considerate dalla Commissione internazionale militare di Costantinopoli come abitate in prevalenza da popolazioni albanesi, all’eccezione dei cazà di Tachlidja e Sjenica, del sangiaccato di Pristina e della parte nord-ovest e sud di quelli di Jpeck e Prirzend, i distretti di Kalkadelen Tetovo, e di Kostovo (Gostivar) colle loro adiacenze, nonché i territori chiusi fra Starovo, Gortscha ed i monti Gramos e tra Podgar, i monti Sucha, il lago di Presba, Biglista, Rapsista, Sliven e la regione di Nasselitch. Questi territori però, che, quantunque popolati in massima parte da gente albanese, sono rivendicati dalla Bulgaria e dalla Grecia, che pretendono siano abitati in prevalenza dai rispettivi elementi, vennero riconosciuti dalla Commissione suddetta come facenti parte della Macedonia e furono loro applicate le riforme, circostanza che potrebbe essere addotta dal Governo imperiale e reale per opporsi alla loro inclusione nei confini dell’Albania.

Per contro sarebbero escluse da quel confine le popolazioni albanesi più o meno numerose, che trovansi sparse al di là della Boiana, nel Principato di Montenegro, nelle montagne che dominano le valli dell’Ibar e del Drin e su quelle tra la Morawa bulgara e la Toplitza, le quali si spingono, le une fino alla vicinanza di Novi Bazar e di Lescovatz, nel Regno di Serbia, le altre in varie località del sangiaccato di Uskub. Queste popolazioni però, sono in minoranza di fronte alle popolazioni serbe colle quali convivono, onde conviene lasciarle unite a queste con cui hanno maggiori vincoli morali, storici e geografici, perchè i confini dell’Albania possano comprendere popolazioni omogenee prettamente albanesi.

Se l’entratura che noi fossimo per fare presso il conte Goluchowski potesse indurlo a dare alla dichiarazione da lui fatta nel convegno di Venezia il desiderato svolgimento, essa, col precisare la nota intesa, segnerebbe il primo passo verso quella via che deve condurci a stringere coll’Austria-Ungheria accordi maggiori per dissipare del tutto le diffidenze che esistono tra noi, le quali sono originate non già dal sospetto che entrambi i Governi vogliano venir meno agli obblighi assunti coll’occupare in dato momento l’Albania, bensì dal timore che la penetrazione economica e la propaganda scolastica che vanno esercitandovi possa permettere all’uno di essi di estendere a danno dell’altro la propria influenza in modo tale da padroneggiare quella regione, ciò che non potrebbe, collo accrescere le loro rivalità, non condurre ad un serio conflitto.

Tale timore, che è avvalorato in certo modo dalla linea di condotta opposta che gli agenti dei due Governi tengono in Albania e che è intesa, in realtà, a combattere o a neutralizzare a vicenda gli effetti di quanto fanno rispettivamente, potrebbe bensì essere dissipato soltanto se ci fosse dato di regolare col Governo imperiale e reale, a similitudine di quanto avvenne tra esso ed il Governo russo, la comune nostra azione in quella regione che rappresenta per l’Italia e l’Austria-Ungheria ciò che la Macedonia è per le potenze suddette e determinare quindi le riforme da proporsi alla Sublime Porta ed alle potenze firmatarie del Trattato di Berlino da introdursi, colà, le quali, col diffondervi i benefici della civiltà potrebbero metterla in grado di raggiungere l’indipendenza a cui la si vuol destinare. Sarebbe, nell’interesse nostro come altresì in quello austriaco di non tardare ad adoperarci in tal senso, altrimenti col continuare a lasciar correre le cose come vanno di presente, si potrebbero esporre le relazioni reciproche alla mercé di ogni incidente che fosse per sorgere in Albania.

Devesi però riconoscere che tale scopo non sarebbe certamente da conseguire nel momento attuale, innanzi tutto per l’esistenza dell’accordo di Mürzsteg che, col vulnerare il patto d’alleanza ha pregiudicato la nostra azione nei Balcani, ed in secondo luogo per le pretese che l’Austria-Ungheria accampa in Albania, ove crede avere una situazione superiore alla nostra per la protezione che colà si attribuisce sul culto cattolico, la quale le impone l’obbligo, come qui si afferma, di occuparsi più d’ogni altra potenza, delle questioni riguardanti quella regione.

Ma esso potrebbe forse essere raggiunto in avvenire se ci riuscisse, da un lato, a vincere quella avversione che sembra esistere in Russia contro il popolo albanese e ad associarla alle nostre idee, interessandola a cooperare con noi alla costituzione della sua autonomia, e se, col modificarsi, dall’altro, delle condizioni interne della Monarchia, prendessero vieppiù piede le disposizioni favorevoli che si constatarono qui di recente a nostro riguardo e si accentuasse poi, nell’indirizzo della sua politica orientale, la tendenza, manifestatasi in entrambe le delegazioni e con maggior forza in quella ungherese, di astenersi da ogni mira di espansione territoriale e da ogni ingerenza negli affari interni degli Stati balcanici, per mantenere con essi i più cordiali rapporti e favorirne lo sviluppo autonomo ed indipendente.

Ignoro quali siano le disposizioni del R. Governo circa quanto ho avuto l’onore di esporre all’E.V. ma ho creduto di sottoporle le considerazioni che precedono per il caso ella stimasse prenderle in benevolo esame6.

P.S. Trasmetto qui unita la carta dell’Albania a cui si attribuisce un’origine ufficiosa austro-ungarica non che quella nella quale è segnato il confine di tale regione descritto in questa lettera.

55 1 Vedi serie terza, vol. IX, D. 608.

55 4 Vedi serie seconda, vol. VII, D. 231.

55 5 Vedi serie terza, vol. IX, D. 83.

56

IL COMMISSARIO CIVILE PER L’ERITREA, MARTINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI1

T. 1831. Addis Abeba, 13 luglio 19062.

Come già ho riferito a V.E. col precedente mio telegramma3, momento corre poco propizio influenza europea. Menelik diffidente muta pensiero, parole ogni giorno.

Quali le probabili ragioni dirò in particolareggiato rapporto4. Dopo di avere accettata stipulazione trattato identico al tedesco, dichiarò di voler escluso l’art. quinto, dimostrandogli io che clausola nazione più favorita ci dava diritto istituzione

56 1 Ed., con varianti, in MARTINI, Diario Eritreo, cit., p. 486.

2 Trasmesso da Asmara il 15 luglio. 3 Vedi D. 49. 4 Non pubblicato.

residenza anche con antico trattato, chiamò ministro residente Germania. Avendo risposto credere ciò impossibile, Menelik convocato consiglio fra cui Lagarde. Ho naturalmente insistito, trattato identico tedesco sarà stipulato con aggiunta relativa unica dogana. Ho creduto a proposito di comunicare tutto questo V.E. per dar conto di uno stato di cose in tutto o in parte conseguenza imprudenze europei. Per Dancali stabilito, occorre immediatamente carta precisa mediante la quale determinare confine omogeneo. Provveduto anche in modo soddisfacente evitare, reprimere razzie colonia. Testo accordo giunse ora Harrington.

55 6 Vedi D. 71.

57

L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 940/241. Londra, 13 luglio 1906 (perv. il 17).

Ho l’onore di trasmettere qui unito a V.E., un memorandum testé inviatomi dal Foreign Office sugli affari di Creta. In esso il Governo britannico, rallegrandosi che le potenze protettrici si sieno in sostanza messe d’accordo su tutti gli altri punti accennati nel primo memorandum inglese (rapporto di questa ambasciata 19 maggio u.s. n. 641/185)1, insiste sulla necessità che sia ormai regolata la questione del successore al principe Giorgio come alto commissario in Creta.

Ritornando quindi alla sua primitiva proposta, il Governo britannico propone che il potere di nominare il futuro alto commissario sia dalle potenze protettrici conferito al Re di Grecia, salvo l’approvazione di esse potenze e la definitiva conferma da parte del Sultano.

Per mettere in pratica tale divisamente il Governo britannico chiede ora ai Governi italiano, russo e francese l’autorizzazione di preparare una comunicazione a tal riguardo, la quale dovrebbe esser firmata dai rappresentanti delle quattro potenze ad Atene e poscia rimessa al Re di Grecia dal rappresentante britannico nella stessa residenza.

Ignoro se codesto ambasciatore britannico abbia sottoposto a V.E. l’anzidetta proposta e se quindi V.E. abbia già avuto occasione di manifestare le sue idee al riguardo. In caso che ciò non sia avvenuto, parrebbemi opportuno che V.E., al ricevere questo mio rapporto, mi telegrafasse le sue istruzioni da darsi al Governo britannico2.

2 Con T. 1597 del 23 luglio, non pubblicato, Tittoni proponeva un accordo confidenziale tra il

Re di Grecia e le potenze protettrici per evitare che quest’ultime si trovassero in condizioni di non accettare il candidato scelto dal Re.

57 1 Non pubblicato.

58

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI

T. RISERVATISSIMO1. Roma, 18 luglio 1906, ore 13.

Incaricato d’affari Berlino mi riferisce che il solo art. nove della convenzione d’Abissinia ha dato luogo ad osservazioni confidenziali ed amichevoli da parte del Governo germanico2 al quale pare che detto art. stabilisca un monopolio di costruzione delle ferrovie abissine a favore dell’Inghilterra, Francia ed Italia. Perciò Governo germanico ci domanda come noi consideriamo art. nove in relazione al principio della porta aperta e del trattato di commercio che la Germania ha coll’Abissinia. Prima di rispondere desidero che ella ne informi sir Edward Grey e gli chieda il suo parere circa la risposta da dare3.

59

IL MINISTRO A BELGRADO, GUICCIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATISSIMO1. Belgrado, 18 luglio 1906.

Il sig. Vesnić, ora ministro della giustizia e dei culti, già rappresentante della Serbia a Roma (1901-02) e a Parigi, uomo di ingegno e coltura non comuni, mi ha testé parlato a lungo di un argomento che formò in gran parte oggetto del mio rapporto 2 dicembre 1905, n. 2692, cioè delle ragioni di alto interesse politico che consigliavano questo paese a concludere, a somiglianza del Montenegro, un concordato col Vaticano per l’esercizio della religione cattolica.

In Serbia, come ebbi l’onore di scrivere alla E.V., dimorano fra quindici e ventimila cattolici, dei quali circa quattromila a Belgrado. Al servizio religioso di tutti costoro, provvedono o, almeno, dovrebbero provvedere due soli preti, pagati dal Governo austro-ungarico che li considera come suoi funzionari, giacché, come alteramente dichiarava fin dal 1882 il conte di Khevenhüller: «È principio della politica austriaca, ereditato da Schwarzenberg e da Metternich esercitare mediante la giurisdizione di un vescovo austriaco, una specie di controllo sui cattolici di Serbia».

Dei due preti ai quali ho accennato, uno risiede qui, l’altro a Kragujevac. A Belgrado non havvi altra chiesa cattolica che la cappella della legazione austro-

2 Vedi D. 54. 3 Vedi D. 64.

2 Non pubblicato.

ungarica, la quale può, quando vuole, e talora lo volle, vietarne l’accesso a chi crede, impedire funerali o altre cerimonie del culto. Non è pertanto esagerazione affermare che qui i cattolici, dal punto di vista dell’esercizio del loro culto si trovano in condizioni molto inferiori a quelle dei musulmani e degli israeliti.

Ma indipendentemente da qualsiasi considerazione religiosa, lo stato di cose al quale ho accennato, crea una persistente ingerenza ed una pericolo [sic] propaganda politica da parte di un Governo straniero. La Serbia preferirebbe pertanto, un clero autonomo sotto la direzione del Vaticano, piuttosto che un clero agli stipendi di Vienna e sotto la sua diretta dipendenza. La situazione si è poi fatta anche peggiore dopo la morte del celebre monsignor Strossmayer sotto la cui giurisdizione quale vescovo di Diakovar, si trovavano, non solo i cattolici della Croazia, del Sermio e della Bosnia, ma anche quelli di Serbia, giacché quell’illustre prelato, non solo non ispirava timore ai jugo-slavi, ma era anzi da loro considerato come il più ardente apostolo della grande idea. Lungamente mi svolse il sig. Vesnić le ragioni che rendono ora politicamente urgente la conclusione di un concordato con Roma, ma aggiunse che, prima di spingere innanzi le trattative, desiderava la certezza non spiacessero all’Italia ove si è sempre molto suscettibili per tutto ciò che riguarda le relazioni dei Governi stranieri col Vaticano.

Colla massima riserva, richiesta dalla delicata importanza dell’argomento, porto quanto precede a notizia dell’E.V., attendendo una parola la quale mi serva di norma nella risposta da dare al sig. Vesnić che la aspetta con molta impazienza3.

58 1 Minuta autografa. Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

59 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto e privo dell’indicazione della data di arrivo.

60

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA

T. 1577. Roma, 19 luglio 1906, ore 18,15.

R. console zara, con successivi rapporti, m’informa di voci contraddittorie circolanti colà circa commemorazione battaglia Lissa che quest’anno si vorrebbe celebrare con solennità speciale, coll’intervento comandante Marina imperiale e reale, luogotenente imperiale Dalmazia, colla presenza di tutta la flotta. Si accredita anche notizia che S.M. l’Imperatore, ai primi settembre si recherebbe da Ragusa a Lissa, per deporre corona sulla tomba caduti in quella giornata. Prego V.E. procurarmi possibilmente positive notizie circa progetti che, su questo argomento, si maturassero da codesta autorità1.

60 1 Per la risposta vedi D. 63.

59 3 Per la risposta vedi D. 89.

61

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA

L. PERSONALE CONFIDENzIALE. Roma, 19 luglio 1906.

Al telegramma n. 112 che l’E.V. mi diresse il 17 di questo mese1, risposi col mio telegramma confidenziale del giorno seguente nel quale le annunciavo che le avrei inviato prossimamente il testo dell’accordo anglo-franco-italiano per l’Etiopia, affinché ella ne desse comunicazione in mio nome al conte Goluchowski sotto riserva del segreto al quale, si sono reciprocamente impegnate le tre parti contraenti sino a quando la Convenzione non potrà essere regolarmente firmata dai rispettivi plenipotenziari.

Con che resta per me inteso che il testo della Convenzione non uscirà per ora dalle mani del conte Goluchowski.

Nel trasmetterle oggi, a tal fine, sotto questo piego un esemplare del testo di detto accordo, mi preme manifestarle che avevo già divisato in precedenza di procedere all’odierna comunicazione verso il Governo austro-ungarico, come già verso il Governo tedesco, e per gli stessi motivi che a quest’ultimo: per fare, cioè, atto amichevole verso i Governi, alleati ed affinché gli alleati medesimi prendessero nota sin da ora degli impegni che, mediante la Convenzione in parola, due potenze, Francia ed Inghilterra, venivano ad assumere verso l’Italia e del conseguente nostro buon diritto di sostenere in avvenire lo scrupoloso mantenimento degli impegni stessi.

Ma poiché l’E.V. manifestava nel suo telegramma che le era parso comprendere che la comunicazione, da parte nostra, dell’accordo era costì attesa, quasi ad intendere che al ministro austro-ungarico degli affari esteri destasse meraviglia l’apparente disparità di trattamento usato a suo riguardo, mentre la Germania era già in possesso del testo della Convenzione, gioverà che, nel consegnare al conte Goluchowski il documento qui acchiuso, ella gli confermi il mio anteriore proposito, quale le ho testé enunciato, aggiungendo che l’avere comunicato in precedenza al Gabinetto di Berlino le clausole dell’accordo, dipese da ciò che era in allora imminente la partenza in congedo del generale Lanza, dal quale mi premeva fosse personalmente fatta la comunicazione in parola al Governo germanico.

Gradirò ch’ella mi confermi l’arrivo in sue mani della presente lettera...2.

2 Per il seguito vedi D. 69.

61 1 Non rinvenuto.

62

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1483/517. Therapia, 19 luglio 1906 (perv. il 31).

Il r. console generale in Salonicco mi ha inviato copia del rapporto n. 1337/264 da lui diretto in data del 2 luglio all’E.V.1 per caldeggiare l’urgente introduzione della riforma giudiziaria in Macedonia.

Nell’esprimere il parere, condiviso dal suo collega britannico, che l’attuazione della riforma medesima si impone oggi all’Europa come un sacrosanto dovere, il cav. Milazzo cita anche l’opinione del sig. Steg, il quale ritiene che, se l’Italia e l’Inghilterra prendessero l’iniziativa di quella riforma, la Russia non mancherebbe in questo momento di aderirvi senza difficoltà.

Che, in tesi generale, la riforma giudiziaria s’imponga quale indispensabile corollario delle altre già introdotte in Macedonia, non è chi non veda. Su questo punto non vi possono essere discrepanze, viste le condizioni lacrimevoli e disastrose nelle quali, salvo rarissime eccezioni, viene amministrata la giustizia non solo in Macedonia, ma in tutto l’Impero ottomano.

Importa soltanto chiarire due punti: 1) È opportuno mettere, oggi come oggi, in campo la questione della riforma giudiziaria? 2) Conviene all’Italia prendere l’iniziativa o quanto meno associarsi a quella che partisse eventualmente dall’Inghilterra, dato pure, ma non concesso, che la Russia abbandonasse la linea di condotta finora tenuta di fronte all’Austria-Ungheria?

Su questi due punti debbo confessare all’E.V. che le vedute mie non collimano con quelle manifestate dal cav. Milazzo e dai suoi colleghi.

Che l’ora presente sia inopportuna, pare a me si possa dimostrarlo con due argomenti dirimenti: 1) che una riforma giudiziaria, in qualunque modo la si voglia tradurre in atto, non costituisce meno un grave attentato ai diritti di sovranità del Sultano. È facile quindi il prevedere che egli non vi si acconcerebbe senza prima opporvi vivissima e tenace resistenza. Il sollevare poi la questione oggi, quando non sono ancora cancellati gli amari ricordi della energica pressione di recente esercitata dalle potenze per imporgli la riforma finanziaria, equivarrebbe ad infliggere una novella e più grave offesa all’amor proprio, al prestigio del Sultano, e come sovrano e come califfo. Si verrebbe con ciò ad eccitare sempre più l’odio ed il fanatismo musulmano contro le popolazioni cristiane, si metterebbe il Sultano con le spalle al muro, e, facilitando il giuoco del partito militare, si correrebbe rischio di spingerlo, forse, a prendere la risoluzione disperata di farla finita una buona volta con tutte queste vessazioni e dare addosso ai bulgari, dei quali, a torto od a ragione, S.M. Imperiale è convinta di poter trionfare senza troppe difficoltà. Qualora ciò si verificasse, si giungerebbe ad un risul-

tato diametralmente opposto al duplice scopo prefissosi finora dalle potenze, cioè mantenimento della pace e conservazione dell’integrità dell’Impero.

Inoltre, sollevata eventualmente la questione della riforma giudiziaria, io dubito forte che la medesima incontrerebbe oggi quell’unanime consenso di tutte sei le grandi potenze, senza il quale è vana speranza il fiaccare la resistenza della Turchia. Non ho, per giustificare il dubbio mio, che a ricordare le dichiarazioni precise e categoriche replicatamente fattemi dall’ambasciatore di Germania, dichiarazioni che a suo tempo non mancai di riferire all’E.V. Il barone Marschall si mostrava recisamente avverso ad ogni progetto di riforma giudiziaria e S.E. non esitava a dichiarare agli altri colleghi ed a me che, al postutto, la giustizia turca lasciava certamente a desiderare, ma non era certo peggiore di quella greca bulgara e serba.

E vengo ora al secondo punto: alla eventualità, cioè, della iniziativa inglese alla quale si associerebbe l’Italia. Io non riesco in verità a ravvisare i vantaggi che la medesima presenterebbe per noi: vi ravviso invece inconvenienti, ed essi mi sembrano molteplici e rilevanti.

È chiaro in primo luogo che, con l’associarsi ad una eventuale iniziativa inglese, l’Italia sarebbe per la forza stessa delle cose a prendere di fronte alla Turchia posizione di combattimento al lato alla potenza in questo momento più di ogni altra invisa al Sultano.

Da cosiffatto contegno, quali che possano essere le eventuali nostre rassicuranti dichiarazioni, il Sultano trarrebbe, a torto od a ragione, il convincimento che le relazioni cordiali amichevoli con l’Impero ottomano non entrano più nelle direttive della politica italiana. Non intendo, perché non spetta a me, discutere la convenienza o meno che per noi presenta la politica di amicizia con la Turchia. Debbo però contemplare i risultati del nostro mutato contegno. E tali risultati — mi sembra ovvio — sarebbero di scuotere la fiducia del Sultano nell’amicizia dell’Italia, ed alienare da noi quel tanto di simpatia e di amicizia che attualmente S.M. Imperiale professa, o almeno ha l’aria di professare a riguardo nostro.

E con siffatte disposizioni poco benevoli del Sultano – non vi è da farsi allusione di sorta – la realizzazione già così difficile dei nostri piani di espansione economica in questo Impero, incontrerebbe ostacoli e difficoltà ben più gravi, ben più ardui a superare.

Né sembrami, d’altra parte, si possa nemmeno omettere di esaminare le conseguenze che da una iniziativa italo-inglese per la riforma giudiziaria verrebbero per quanto concerne le nostre relazioni con l’Austria-Ungheria, cui siffatta iniziativa riescirebbe ostica in sommo grado. Andremmo pertanto verosimilmente incontro ad un nuovo raffreddamento, forse anche ad una nuova e più acuta tensione delle relazioni con la potenza alleata, di quelle relazioni appunto che - per quanto mi è noto - il Governo di Sua Maestà attende da qualche tempo a ricondurre allo stato normale dal quale eransi negli ultimi tempi sensibilmente dipartite. Ma qui mi si potrebbe obbiettare: se noi non ci associeremo ad un’eventuale iniziativa inglese, corriamo il rischio che essa venga di nuovo presa dall’Austria-Ungheria e la Russia, le quali riesciranno in tal modo a riaffermare in Macedonia la posizione preponderante che, con l’istituzione della commissione finanziaria, noi siamo riesciti a scuotere.

A questa obbiezione rispondo che di tal pericolo io mi preoccupo, in oggi, e per quanto concerne l’azione riformatrice in Macedonia, soltanto moderatamente.

L’esperienza acquistata negli ultimi tempi insegna che per tradurre in atto una riforma qualsiasi, la potenza o le potenze che se ne fanno iniziatrici, hanno assoluto bisogno del concorso attivo ed efficace di tutte le altre.

Ciò premesso, mi sembra evidente che il giorno in cui l’Austria e la Russia verranno fuori con la riforma giudiziaria, esse saranno giuocoforza costrette ad invocare l’appoggio nostro. Quell’appoggio, siccome abbiamo fatto per la riforma finanziaria, noi concederemo solo a condizione che l’esecuzione della riforma medesima avrà carattere europeo. Del resto, malgrado le recenti dichiarazioni fatte per evidenti scopi parlamentari dal conte Goluchowski, nulla, che io ne sappia, lascia prevedere che l’Austria-Ungheria e la Russia sieno oggi in procinto di sollevare la delicata e complessa questione. Non vi pensa di sicuro il barone Calice, il quale si prepara, nel prossimo settembre, a lasciare per sempre la carrriera diplomatica.

In conclusione io penso che la politica saggia e prudente tanto opportunamente inaugurata dall’E.V. e proseguita dai due suoi successori, politica cioè tendente a ricondurre poco a poco, e senza irritare né la Turchia, né la «entente Mächte» la questione macedone sotto l’azione direttrice di tutte le potenze firmatarie del Trattato di Berlino, ha dato finora risultati abbastanza soddisfacenti per fornirci, oggi, come oggi, plausibile motivo di mutar indirizzo.

Lo scopo precipuo, essenziale, quello cioè di europeizzare la questione macedone, indebolendo sensibilmente la posizione arrogatasi dagli agenti civili, l’abbiamo raggiunto il giorno in cui è stata istituita la ommissione finanziaria. Oramai un periodo di sosta mi sembra consigliabile. Quando quella commissione, avrà avuto campo di esplicare efficacemente la propria attività, quando dei risultati benefici dell’opera sua, al pari che di quelli dell’altra importantissima riforma, ossia la riorganizzione della gendarmeria, le popolazioni cristiane cominceranno a toccar con mano i beneficii, quando la Turchia avrà avuto il tempo di respirare, quando sopratutto la necessità di introdurre la riforma giudiziaria in Macedonia troverà tutte le potenze non solo consenzienti in principio, ma anche ugualmente pronte e disposte ad imporla al Sultano, allora e non prima, la questione potrà essere sollevata con speranza di vederla praticamente risoluta.

Resta da ultimo da vedere pure se l’Inghilterra, mutando anche essa le linee direttrici della politica finora eseguita, abbia, al momento attuale, realmente l’intenzione di mettersi in prima linea per quanto concerne quella riforma. Al riguardo nessuno meglio dell’E.V. é in grado di possedere precise ed esatte informazioni.

La sola indicazione di cui dispongo io, mi viene dal collega britannico. Discorrendo meco, in via accademica, sull’argomento, sir Nicholas O’Conor, che, siccome V.E. non ignora, è stato ed è tuttora uno strenuo propugnatore della riforma giudiziaria in Macedonia, mi diceva, giorni sono, che, a suo avviso personale, della cosa non si dovrebbe parlare prima che siano trascorsi almeno un paio di anni2.

dei giusti apprezzamenti» dell’ambasciata.

62 1 Non pubblicato.

62 2 Con Disp. 42259/567 del 7 agosto Tittoni si limitò a comunicare di aver preso: «buona nota

63

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. CONFIDENzIALE 1872/113. Vienna, 20 luglio 1906, ore 19,40.

Risposta al telegramma n. 15771. Da informazioni assunte in via riservata fonte competente, risulta che flotta

essendo in questo momento rimasta acque Dalmazia e comandante marina trovandosi colà per ispezionarla, avrebbe presa occasione da ciò per fare commemorare dalla flotta in Lissa il quarantesimo anniversario della battaglia che cade oggi. A quanto mi è stato affermato commemorazione non avrebbe carattere di solennità, ma sarebbe ristretta soltanto a circolo marina, né si ha alcuna informazione circa partecipazione luogotenente Dalmazia e altre autorità politiche. Programma della commemorazione consisterebbe in un servizio religioso dopo il quale verrebbe deposta corona tomba caduti battaglia. Quanto andata Imperatore Lissa in settembre non si ha alcuna notizia né di ciò si fa cenno nel programma ufficiale viaggio di Sua Maestà Dalmazia su cui comunicai col rapporto n. 8282. Non mancherò assumere al riguardo ulteriori informazioni e telegraferò all’E.V. Aggiungo via personale che a questo Ministero affari esteri non si aveva avuto fino a stamane alcun sentore decisione comandante marina.

64

L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATISSIMO PERSONALE1. Londra, 24 luglio 1906, ore 17,52 (perv. ore 20,50).

Facendo seguito al mio telegramma n. 912, Grey mi ha incaricato dire a V.E. che a suo parere art. nove trattato Abissinia lega solamente ed esclusivamente tre potenze firmatarie a non fare l’una a danno dell’altra quanto nell’art. stesso è indicato. Esso articolo lascia invece completamente libera ogni altra potenza di chiedere, e Menelik di accordare, qualunque concessione ferroviaria all’infuori di quelle già accordate. Non pare quindi a Grey che Germania abbia motivo di adombrarsene.

2 Non pubblicato.

2 Non pubblicato.

63 1 Vedi D. 60.

64 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale. Risponde al D. 58.

65

L’IMPERATORE DI ETIOPIA MENELIK, AL RE D’ITALIA VITTORIO EMANUELE III1

L. Addis Abeba, 25 luglio 1906.

Il Leone vincitore della tribù di Giuda, Menelik II, eletto da Dio Re dei Re d’Etiopia. Che arrivi al rispettato nostro amico Vittorio Emanuele III, Re d’Italia. I miei saluti siano per lei. Ho ricevuto la rispettata lettera che Vostra Maestà mi ha indirizzata il 3 febbraio e che mi fu consegnata dal governatore Martini. Con lui abbiamo parlato delle cose nostre per rendere sempre più amichevoli le relazioni fra i nostri paesi. Come Vostra Maestà mi scriveva ho anch’io riconosciuto che il governatore è uomo di buon consiglio e perciò gli ho affidato l’incarico di dire a Vostra Maestà un mio desiderio con speranza che sarà preso in esame da Vostra Maestà. Come segno di vera amicizia mando a Vostra Maestà, per le mani del governatore Martini, la grande decorazione d’Etiopia che spero sarà gradita. Prego Iddio che la salute e la felicità siano per Vostra Maestà, la prosperità e la pace per il suo popolo.

66

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI A BERLINO, MATTIOLI

T. RISERVATISSIMO PERSONALE1. Roma, 26 luglio 1906, ore 12.

Monts non mi ha fatto ancora comunicazione alcuna circa art. 9. Mi propongo rispondergli eventualmente che detto articolo* lega soltanto ed esclusivamente tre potenze firmatarie a non fare l’una a danno dell’altra quanto nell’articolo stesso è indicato. Esso articolo lascia invece completamente libera ogni altra potenza di chiedere, e Menelik di accordare, qualunque concessione ferroviaria all’infuori di quelle già accordate. Non pare quindi che Germania debba avere motivo di adombrarsene*2.

Informo di ciò la S.V. per sua notizia personale e per eventuale norma di linguaggio per il caso in cui codesto ministro degli affari esteri tornasse con lei sull’argomento3.

p. 291, nota 1.

2 Vedi D. 64. 3 Per la risposta vedi D. 77.

65 1 Ed. in L. MONzALI, L’Etiopia nella politica estera italiana 1896-1915, Parma 1996,

66 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

67

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI

T. 1623. Roma, 26 luglio 1906, ore 20.

Avendomi l’incaricato d’affari d’Inghilterra comunicato che sir Edward Grey trova giuste le condizioni che io ponevo circa la proposta di deferire al Re di Grecia la nomina di un eventuale successore del principe Giorgio, autorizzo la S.V. a far costì conoscere la mia adesione nei termini enunciati nel mio telegramma del 231 e cioè con l’intesa che circa la scelta del candidato debba precedere un accordo confidenziale tra il Re di Grecia e le potenze protettrici.

68

IL COMMISSARIO CIVILE PER L’ERITREA, MARTINI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA1

L. Addis Abeba, 26 luglio 1906.

Nei ripetuti colloqui con S.M. l’Imperatore d’Etiopia, ai quali ella fu testimone, fu per comune consenso verbalmente pattuito:

1) S.M. l’Imperatore concede a noi facoltà di costruire a nostre spese una linea telegrafica da Borumieda ad Assab, a condizione ch’egli potrà servirsi di quella linea.

2) Mediante rilievi precisi da farsi il più sollecitamente possibile si determinerà nella Dancalia il confine fra il territorio etiopico e l’eritreo adoperandosi quanto sia possibile a far sì che ciascuna delle tribù ora divise per frazioni nei due territori, rimanga riunita in dominio dell’Italia e dell’Etiopia.

3) Per evitare gli inconvenienti che ebbero a lamentare ripetutamente finora a ragione dei necessari contatti fra i telegrafisti italiani e i telegrafisti indigeni al servizio dell’Imperatore si provvederà, mediante parte delle quote di introiti telegrafici che spettano all’Imperatore, alla separazione degli uffici telegrafici dai telefonici.

4) Ove si perpetuino ancora da sudditi dell’Imperatore o nei territori di dominio italiano, S.M. l’Imperatore ordinerà ai capi di frontiera il pagamento di una indennità ai danneggiati di quelle razzie, che il Governo eritreo s’impegna a sua volta, quanto gli sia possibile, di impedire mediante una più estesa sorveglianza alla frontiera.

Poiché nessun documento rimane di questi accordi, dei quali a lei spetterà, in ogni caso, procurare l’osservanza, ho stimato opportuno di prendere qui nota, e le sarò grato se ella vorrà confermarmene l’esattezza.

68 1 Da ARCHIVIO CENTRALE DELLO STATO, Carte Martini.

67 1 Vedi D. 57, nota 2.

69

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. PERSONALE 1151. Vienna, 27 luglio 1906, ore 19,25 (perv. ore 20).

Non ho mancato avvertire sig. de Meréy che ero possessore testo convenzione Etiopia da consegnarsi in nome V.E. al conte Goluchowski2.

Secondo quanto mi ha riferito sig. de Meréy, conte Goluchowski, rimarrà assente Vienna fino ventisei o ventotto agosto. A tale proposito mi permetto far rilevare a V.E. che, se in questo frattempo, convenzione fosse firmata da plenipotenziari potenze sua comunicazione conte Goluchowski avverrebbe dopo che sarebbe cessata riserva segreto cui contraenti si sono obbligati reciprocamente per cui essa non avrebbe più, mi sembra, il carattere di atto amichevole che è intenzione del Governo di attribuirgli3.

70

IL MINISTRO A BELGRADO, GUICCIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 553/167. Belgrado, 27 luglio 1906 (perv. il 13).

Quando si rileggono i rapporti inviati da questa r. legazione durante parecchi degli anni trascorsi, si osserva come periodicamente, e quasi nelle stesse stagioni, fine dell’inverno e fine dell’estate, si rinnovano, con argomenti e parole quasi identici, le voci paurose di interventi militari austriaci. Si è tanto gridato al lupo, che ormai quasi non vi si crede più.

Non maraviglierà pertanto alla E.V. se anche in quest’anno le stesse voci si ripetono. Dà ad esse qualche giustificazione l’attuale conflitto doganale, il linguaggio arrogante di Vienna, la persuasione che per ragioni logistiche e strategiche un esercito austriaco non possa entrare in Macedonia che attraverso la Serbia.

Ma per quali ragioni il Governo imperiale avrebbe scelto il prossimo autunno per l’invasione della Macedonia? Perché, dicesi, difficilmente esso potrà avere in mano carte migliori per tentare il giuoco. La Serbia è male armata, la Russia prostrata, l’Italia non propensa a rischiare le sorti di una guerra, l’Inghilterra nella impossi-

2 Vedi D. 61. 3 Tittoni rispose il giorno seguente in questi termini: «Firma convenzione etiopica non immi-

nente né, ritengo, prossima. Se comunque dovesse verificarsi prima del ritorno del conte Goluchowski preverrei V. E. autorizzando la comunicazione testo al sig. de Meréy». Per il seguito vedi D. 90.

bilità materiale di intervenire militarmente nei Balcani, la Francia impotente a muoversi, qualora la Germania, come qui si crede, abbia segreti accordi coll’Austria per aiutarla nella sua politica balcanica o per impedire almeno che altri le contenda il passo. Una intesa austro-ungarica non sembra difficile sulla base di concessioni commerciali e ferroviarie. Rimane, è vero, la resistenza che la Turchia sarebbe in grado di opporre, elemento certo non trascurabile e che renderebbe necessaria da parte del Governo di Vienna la mobilitazione in assetto di guerra da due a trecento mila uomini. Ma l’insurrezione nel Yemen di altre cause possono rendere lenta e difficile la concentrazione in Macedonia di forze sufficienti alla difesa.

Rimangono i dissenzi interni, cioè il conflitto fra le due parti della Monarchia. Ma ora siamo in un periodo di tregua, e poi non sarebbe difficile trascinare i magiari, così vanitosi, così impressionabili, così amanti della gloria militare alle avventure di una guerra. Essi, come hanno fatto sovente, metterebbero ad alto prezzo il loro concorso, Vienna alla sua volta accetterebbe tutto, salvo forse a mancare di parola a guerra finita. In ogni modo è certo che anche la stampa ufficiosa di Vienna contribuisce a dare parvenza di verità a certe dicerie. Per esempio la Neue Freie Presse del 25, parlando della Macedonia, chiude un suo articolo collle seguenti parole: «Le condizioni presenti non sono sostenibili. L’assicurazione delle grandi potenze che colla inaugurazione di una gendarmeria europea la situazione si sarebbe migliorata, è sbagliata. La gendarmeria nelle campagne è completamente impotente, e nelle stesse città accadono delle enormità sotto gli stessi occhi dei consoli. La mancanza di sicurezza personale è ora molto maggiore di quella che fosse dieci anni fa. So essere il più vivo desiderio degli abitanti di quella regione, di essere annessi ad una grande potenza, qualunque essa sia, purchè finalmente li liberi dal dominio turco, sotto i1 quale soltanto è possibile una condizione di cose che è derisione di qualsiasi civiltà».

Ma sulla serietà di quanto si dice e stampa in Austria-Ungheria e sui pretesi preparativi militari, i rr. rappresentanti a Vienna e a Budapest saranno in grado di informare la E.V. meglio che non possa farlo io dal posto in cui mi trovo.

Non mi è sembrato però inutile investigare su questo argomento il pensiero di Féthy-Pascià che dimora qui da nove anni, dopo averne passati parecchi a Sofia, e che trovasi in speciali rapporti con Yldiz-Kiosk.

Egli mi disse che, a suo credere, le notizie odierne circa adunate di truppe austriache e presunti propositi di invasione della Serbia e della Macedonia non meritano maggior fede di quelle che corsero altre volte. Certo, aggiunse, il Governo austro-ungarico procede con costanza nella sua opera di propaganda, e cerca estendere la sua influenza disponendo il terreno per modo da non trovarsi impreparato il giorno in cui la questione della Macedonia dovrà essere risolta. L’Austria procurerà trarre allora il maggior vantaggio possibile, sopratutto se la Turchia o le altre grandi potenze si troveranno paralizzate nella loro azione od impegnate in altre imprese.

Dove certo più viva e persistente si manifesta l’azione austriaca è nella Vecchia Serbia e in Albania. A Vienna vi è un istituto speciale per lo studio della lingua e delle cose albanesi sotto la immediata direzione del Ministero degli esteri. Si spendono somme cospicue e si tengono numerosi e abili emissari sul luogo. Qualsiasi albanese ricorra per sussidi è bene accolto e si è larghi di promesse. I risultati ottenuti fra le tribù cattoliche, ed in generale fra quelle del nord, sono notevoli. Si dice loro, noi siamo buoni e fedeli amici della Turchia, ma presto o tardi essa non potrà più proteg-

gervi e saremo noi allora che verremo in vostro aiuto per difendervi dai montenegrini, dai serbi, dai bulgari, da chiunque tentasse dominarvi. Noi vi daremo denari, impieghi, protezione e vi lasceremo liberi come eravate sotto i turchi. Questo linguaggio, avvalorato da un poco di denaro, produce il suo effetto, e non è raro il caso di sentire degli Albanesi ai quali i funzonari turchi rifiutano alcun che, rispondere: «L’Austria questo ci avrebbe dato, o ci darebbe, o ci darà».

Però, concludeva questo ministro ottomano, l’Austria si ingannerebbe assai se credesse poter sottomettere veramente gli albanesi. Si potrà tentare di annientarli sacrificandovi molte e molte migliaia d’uomini, ma non si arriverà mai a fiaccare il loro selvaggio ed indomito spirito di indipendenza e sottoporli alle norme di un Governo civile, sopratutto duro, pedante, meticoloso come l’austriaco. Con noi turchi se la intendono, perchè abbiamo adottato una specie di modus agendi che permette loro di vivere come hanno sempre fatto: pagare o non pagare i tributi, sfuggire alle leggi, predare l’altrui gregge, farsi giustizia da sè e ottenere di tanto in tanto a Costantinopoli favori e denari.

69 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

71

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA

L. Roma, 29 luglio 1906.

Ho ricevuto ed esaminato con molto interesse la lettera particolare che V.E. mi ha diretto, il 12 luglio corrente1, circa le cose di Albania.

Certo sarebbe utile, per i reciproci rapporti tra l’Italia e la vicina Monarchia, che fossero definiti i limiti della regione a cui debba considerarsi esteso l’accordo che, per l’Albania, si è da parecchi anni stabilito fra i due Governi. E sarebbe pure desiderabile che gli agenti dei due paesi in quella regione ricevessero istruzioni tali da escludere quelle competizioni e quei contrasti che spesso sorgono tra essi, e che contraddicono alla cordiale intesa esistente tra i due Governi. Però V.E. stessa avverte che il conte Goluchowski non le parrebbe attualmente disposto a prestare orecchio ad entrature nostre per l’uno e per l’altro intento.

Debbo quindi, pur apprezzando grandemente le considerazioni di lei così chiaramente svolte, limitarmi per ora a pregarla di volermi additare il momento opportuno, tosto che le sembri giunto.

71 1 Vedi D. 55.

72

L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 1947/94. Londra, 30 luglio 1906, ore 18.

Rispondo al telegramma 16431. Tosto che qui giunse telegramma identico dei quattro consoli generali in

Canea sir Carlo Hardinge fece sapere al duca di Sparta il quale trovasi a Londra ospite di S.M. Re Edoardo VII che ingerenza del Governo ellenico nei rapporti tra le quattro potenze e la Creta, nonché missione affidata al presidente della Camera greca, erano considerate qui come cose gravissime e che il Governo britannico non le avrebbe in nessun modo tollerate. Duca di Sparta ha telegrafato al Re di Grecia ed al principe Giorgio in termini assai forti ed il risultato di ciò è stato che il principe Giorgio ha fatto ripartire il presidente della Camera ellenica il quale, nel frattempo, era già giunto a Canea. Dopo di ciò il Governo britannico ritiene incidente chiuso ed avendo fiducia che il Governo ellenico, così seriamente ammonito, si sterrà, in avvenire, da ogni opposizione alla politica delle quattro potenze protettrici e non ritiene, per il momento, di fare altri passi ad Atene.

73

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1545/547. Therapia, 31 luglio 1906 (perv. il 7 agosto).

Non saranno di sicuro sfuggite all’attenzione dell’E.V. le notizie con tanta persistenza pubblicate dalla stampa francese ed inglese relativamente ad un vasto movimento panislamico nel nord dell’Affrica, dovuto all’attiva propaganda esercitata da emissari del Sultano.

Per quante investigazioni io abbia eseguite qui, non mi è riuscito di assodare alcun fatto positivo di natura a dare consistenza a quelle voci, o quanto meno ad attribuirvi straordinaria importanza, e carattere di attualità.

quattro consoli generali e precisava che il console a La Canea ribadiva che l’unico rimedio nei confronti dell’atteggiamento del principe Giorgio era un’azione energica delle quattro potenze protettrici ad Atene.

Sta di fatto che fino dal suo avvento al trono il Sultano ha sempre carezzato il piano di prevalersi della enorme influenza che gli viene dalla sua qualità di califfo, per mantenere ed aumentare sempre più il suo prestigio presso le popolazioni musulmane. Ed i soliti consiglieri occulti, per interessi loro privati non hanno mai cessato di spingere Sua Maestà in quella via da lui specialmente favorita. Senonché i mezzi di cui dispongono ed il Palazzo e la Sublime Porta sono assai limitati, di guisa che la propaganda non può essere né attiva né efficace come lo vogliono dare ad intendere i giornali inglesi e francesi. In realtà essa si limita, oggi come in passato, a sussidi largiti a qualche capo arabo, a qualche capo di confraternita musulmano, nello intento di farli servire da intermediari fra il califfo e le popolazioni dell’Egitto e dell’Affrica settentrionale.

Devesi oltre a ciò tener presente che a dirigere con probabilità di successo, un movimento così vasto e di così ampia portata, occorrerebbe una potenza di vitalità, un acume intellettuale, una tenacia di propositi, qualità tutte che, al momento attuale, io non credo che possegga il Sultano, di cui, per contro, la resistenza fisica e le condizioni mentali a me pare vadano di giorno in giorno, e per ragioni molteplici affievolendosi.

In altri termini non manca la volontà di agire, mancano le forze ed i mezzi adeguati a raggiungere lo scopo.

La mia impressione, condivisa da diplomatici ed anche da alti personaggi ottomani è che, nel fondo, le voci cui ho accennato dianzi sono state messe in giro, per tirare in ballo la Germania, ai consigli della quale si vuole malignamente attribuire il contegno della Turchia, nell’incidente di Tabah e nelle recenti questioni attinenti all’hinterland della Tripolitania. Per quanto è dato giudicare da qui siffatte insinuazioni inspirate da sentimenti anti-germanici tuttora prevalenti nel grosso pubblico di Francia e d’Inghilterra, mi sembrano assolutamente gratuite ed ingiustificate.

Nell’incidente di Tabah, l’ambasciatore britannico mi diceva recentemente che, la condotta del collega germanico non poteva essere né più corretta né più amichevole. Sir Nicholas O’Conor escludeva in modo positivo che l’ambasciatore imperiale avesse dato consigli di resistenza.

E della questione della Tripolitana, l’ambasciata medesima, siccome ho avuto più volte l’onore di riferirlo in passato, non si è mai ingerita, né ha mai sognato di spingere la Turchia in pericolose avventure.

Di quanto affermo la migliore prova consiste nel fatto venuto ieri a mia notizia, che cioè, le autorità del vilayet hanno proprio in questi giorni ricevuto ordine di procedere con la massima prudenza, a fine di evitare incidenti nelle località appartenenti all’hinterland tripolino.

72 1 T. 1643 del 29 luglio, non pubblicato. Tittoni trasmetteva il telegramma identico dei

74

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI,

E ALL’AMBASCIATORE A PARIGI, TORNIELLI

DISP.1. Roma, 2 agosto 1906.

(Per Londra) Mi riferisco al rapporto in data 11 corrente n. 923/237 con annessa la nota inglese del 10 corrente relativa al traffico delle armi e delle munizioni2. Premetto che, (per tutti) nel mio recente viaggio a Londra ed a Parigi tra le varie questioni diplomatiche da me direttamente trattate, vi è stata anche quella del commercio delle armi e delle munizioni che si esercita dalla piazza di Gibuti e tanto sir Edward Grey quanto il sig. Bourgeois convennero meco sulla opportunità di provvedere in modo più efficace e rigoroso all’applicazione delle norme sancite dall’atto di Bruxelles per impedire l’illecito traffico che viene esercitato sulla costa orientale d’Africa.

Anzi sir Edward Grey non poté a meno di osservare che una tale grave questione in questo momento deve preoccupare ancor più l’Inghilterra che l’Italia; ed invero il continuo aumento delle armi possedute dalle numerose tribù somale, costituisce una seria minaccia per tutti gli Stati aventi contatto con dette tribù e quindi per l’Inghilterra, per l’Italia, la Francia e per la stessa Etiopia. L’illecito traffico di armi e di munizioni si effettua da Gibuti in due distinte maniere: una per l’interno dell’Africa col traffico simulato delle armi all’Impero d’Etiopia avendo il Negus aderito all’atto generale di Bruxelles; l’altra colla riesportazione di Gibuti delle armi e delle munizioni con destinazione parimenti simulata alla costa arabica e colla successiva reimportazione in Africa.

Date queste circostanze, ho creduto nel negoziato da me eseguito coi Gabinetti di Parigi e di Londra, di avere di mira i due punti seguenti:

a) ottenere dalla Francia la prova e la sicurezza che le armi e le munizioni siano effettivamente consegnate e servano al Negus e non a tutti i sudditi e capi abissini;

b) ottenere dalla Francia l’adesione all’accordo italo-inglese relativo alla sorveglianza ed alla visita dei navigli sospetti nelle acque territoriali dei protettorati per parte di qualsiasi nave armata, delle tre potenze interessate all’accordo.

(Per Londra) Ora mi sorprende che sir Edward Grey nella sua nota del 10 luglio sopraccennata,

(Per Parigi) Ora l’incaricato d’affari di Londra mi ha fatto pervenire col rapporto del quale si unisce copia, l’annessavi nota del Gabinetto di Londra; con essa sir Edward Grey (per tutti) nell’invitare il R. Governo ad approfittare del congresso di Bruxelles per la revisione della convenzione sugli spiriti in Africa, per discutere anche la questione del contrabbando delle armi, non si mostra proclive a fare separate rimostranze al Governo francese sull’argomento.

2 Con il quale De Bosdari riferiva che il problema del traffico delle armi doveva essere trattato

da tutte le potenze al prossimo Congresso di Bruxelles.

Ma io non partecipo a siffatto modo di vedere; il fatto che il sig. Bourgeois si mostrò persuaso dell’opportunità di risolvere la questione nei termini da me posti, avvalora la mia persuasione che si debbano continuare le trattative col Governo francese e che anzi si possa trarre da esse un preliminare accordo, il quale serva di base all’azione da svolgersi nel congresso di Bruxelles.

Ammesso dunque che si debba continuare l’azione diplomatica intrapresa, bisogna tenere presente per la prima proposta da sottoporre al Governo della Repubblica che attualmente nel protettorato francese della costa dei somali, vige il decreto 18 ottobre 1894, il quale regolando il commercio delle armi e delle munizioni, ammette i capi e sudditi abissini stabiliti o di passaggio alla costa medesima a profittare delle facilitazioni previste dall’art. 5 del decreto medesimo, cioè, di poter acquistare armi e munizioni mediante la semplice esibizione di un ordine scritto dall’Imperatore.

Ora non vi è chi non veda come da queste facilitazioni concesse ai sudditi abissini risultino le più patenti infrazioni all’atto di Bruxelles. È vero che a senso dell’art. 10 dell’atto medesimo la Francia non può negare l’autorizzazione di transito alle armi destinate ad una potenza che non ha accesso diretto sul mare e che ha aderito all’atto di Bruxelles, ma non è men vero che lo stesso articolo fa obbligo che la domanda di transito dev’essere accompagnata da una dichiarazione della potenza certificante che le armi non sono destinate alla vendita, ma all’uso delle autorità della potenza stessa. Su questa tassativa condizione della destinazione delle armi, le autorità compiacenti di Gibuti hanno interesse a chiudere sistematicamente gli occhi, mentre non è ammissibile che il Negus, che ha dichiarato d’interessarsi pure alla repressione del contrabbando, possa acconsentire a che i suoi sudditi abbiano a ricevere armi con tanta facilità dalla colonia francese.

Occorre dunque ottenere dalla Francia maggiori garanzie che le armi e le munizioni siano vendute e consegnate solo al Negus e non a tutti i suoi sudditi come ora si pratica a Gibuti e che inoltre il Governo di Gibuti abbia il dovere di segnalare volta per volta al Negus le armi a lui personalmente vendute prima d’avviarle verso l’interno, per modo che il Governo etiopico abbia modo di controllare la sincerità dell’acquisto ed ove vi sia malafede, possa provvedere al sequestro delle armi e munizioni comprate senza il suo consenso, ed alla punizione dei colpevoli.

In quanto alla seconda proposta, il R. Governo stabilì or sono due anni con quello britannico, in base alla più perfetta reciprocità, la visita dei navigli sospetti nelle acque territoriali dei protettorati e con dispaccio del 12 agosto 1904, n. 398983, furono trasmesse a cotesta ambasciata le istruzioni che il Ministero della marina ebbe ad impartire alle stazioni navali del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano per la repressione del contrabbando delle armi in Somalia.

Ora se la Francia è animata dallo stesso interesse d’impedire che armi e munizioni entrino dalle sue coste in Somalia, come si fa sulle coste italiane e su quelle inglesi, non si vede la ragione per cui essa possa rifiutare che i navigli sospetti battenti bandiera francese siano visitati dalle navi di guerra di quelle potenze che hanno stipulato l’accordo.

Del resto non si potrebbe giustificare che la Francia la quale nel Congresso di Algeciras, colle norme adottate agli art. 15, 24 e 25 per il contrabbando delle armi e munizioni al Marocco, ha già accettato analoghe formalità per il commercio delle armi e della visita ai navigli sospetti, non dovesse accettare le misure che mirano ad impedire il medesimo contrabbando in Somalia.

Ritengo quindi che anche la Francia debba desiderare una soluzione della questione del contrabbando delle armi, per modo che siano guarentiti gl’interessi degli altri, ma anche gli stessi interessi francesi. Ma se contro la mia ragionevole previsione ciò non si verificasse, io debbo dichiarare che sono deciso a pubblicare un libro verde sulla lunga vertenza diplomatica ed a prendere in seria considerazione il provvedimento per il quale i porti di Massaua e di Assab restino aperti al libero commercio delle armi e delle munizioni4.

74 1 Inviato a Londra e a Parigi rispettivamente con i numeri di protocollo 41488/328 e 41487/828.

74 3 Non pubblicato.

75

IL MINISTRO A CETTIGNE, CUSANI CONFALONIERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATISSIMO 350/97. Cettigne, 2 agosto 1906 (perv. il 4 settembre).

Con lettera direttami a Roma, il 19 luglio p.p., il sig. Radović, ministro principesco delle finanze e dei lavori pubblici, mi chiese, d’ordine di S.A.R. il Principe Nicola, di procurargli comunicazione della relazione e dei piani tracciati dall’ingegnere Botto, ispettore del Genio Civile presso il R. Ministero dei Lavori pubblici, circa il lago di Scutari, la Boiana, il Drin ed il Kiri.

Quella lettera, giunta a Roma dopo la mia partenza, è pervenuta in mie mani soltanto oggi.

Il principe Nicola, non appena mi presentai ad ossequiarlo, al mio ritorno qui, il 27 luglio, mi chiese – dimostrando uno speciale interesse alla cosa – se avevo portato meco quei documenti. Avendogli io risposto che ignoravo di che si trattasse, mi spiegò come egli ed il suo Governo pensino seriamente a regolarizzare, a1 più presto possibile il corso della Boiana, i1 cui continuo insabbiamento, prodotto specialmente dal Drin, affluente turco, cagiona gravi inconvenienti e danni per il traffico montenegrino. S.A.R. aggiunse di essere entrata personalmente in trattative con questo ministro austro-ungarico, barone Kuhn, per affidare eventualmente questa grande operazione all’iniziativa austriaca. E siccome io lo guardavo molto fisso in faccia, e l’espressione della mia fisionomia gli diceva il mio pensiero, meglio di qualunque discorso, si affrettò a soggiungere non esservi nulla di fatto, sicché si potrebbe sempre dar la preferenza all’Italia.

della Conferenza internazionale di Bruxelles. Per la risposta da Parigi vedi D. 83.

Senza indugiare, manifestai a questo sig. ministro degli affari esteri una certa sorpresa circa queste trattative (per le quali, naturalmente, l’Austria ha colto il destro della mia breve assenza). Egli mi disse che l’intenzione del Principe, è «di tenere a bada l’Austria, per non averla ostile al progetto, tanto più che la sua azione e quella della Russia a Costantinopoli potranno essere utili, per ottenere il consenso del Governo turco». Concluse poi che «in fondo, tanto il Principe che il suo Governo preferiscono che la cosa vada in mano agli italiani».

Io mi limitai ad osservare non essere questa una politica leale. Aggiunsi poi che ignoravo se il Governo del Re fosse disposto a dar comunicazione degli studi in questione, ma che, in ogni caso, la via più pratica e spedita era che io ne parlassi personalmente a V.E., quando, per la nota conferenza al Ministero delle poste, dovrò tornare in Italia, al principio del prossimo settembre. Naturalmente, ho creduto prudente prendere tempo, in tal guisa, perché sarebbe veramente troppo ingenuo da parte nostra il prestare le armi, affinchè altri possano combattere i nostri interessi.

La questione può essere molto grave ed è perciò che credo necessario richiamare subito in proposito l’attenzione personale di V.E. Siccome il presente rapporto è riservato alla di lei persona, abituato, come sono, a parlar chiaro, per carattere e per effetto della sua lusinghiera fiducia, credo doveroso, in una simile emergenza, mettere da banda ogni eufemismo. Ho già avuto ripetute occasioni di dimostrare a V.E. come il Montenegro non abbia risorse sufficienti per vivere normalmente di vita propria. Quindi il Principe ed il suo Governo vivono in una continua affannosa ricerca di risorse esteriori occasionali, atte a colmare le deficienze del bilancio. A parole sovratutto, mostrano di esecrare l’Austria, ma il giorno in cui questa - per cercare di riguadagnar il terreno perduto - si decidesse a metter fuori qualche milione, a condizioni non troppo dure... il Montenegro lo accetterebbe tranquillamente. Questo in circostanze normali, si chiamerebbe tenere il piede in due scarpe, ma le circostanze sono lungi dall’essere normali e quindi a me sembra che dobbiamo essere equanimi, anzi indulgenti nei nostri giudizi, riflettendo che, appunto grazie ad una simile situazione, noi siamo riusciti a prendere qui il sopravvento nella penetrazione economica.

Ma non basta questo sopravvento bisogna conservarlo e il colpo che sta tentando l’Austria potrebbe essere fatale ai nostri interessi. Qualora essa riuscisse a prendere il predominio nella Boiana (ciò che sarebbe certamente agevolato dall’infame servizio che vi fa la «Puglia») l’avvenire della nostra navigazione sul Lago e della ferrovia della Compagnia d’Antivari potrebbe essere seriamente compromesso. Fortunatamente, a Vienna sono ancora più burocratici di noi e quindi, se ci mettiamo all’opera coll’energia necessaria, abbiamo la possibilità di arrivare per i primi, e conquistare il campo, come abbiamo già fatto qui.

Ma a tal uopo è indispensabile, a mio avviso:

1) che la Compagnia d’Antivari, conscia del pericolo, si appresti a trattare col Governo monteregrino, per assicurarsi la concessione esclusiva dei lavori;

2) che il Governo del Re sia pronto ad intavolare a Costantinopoli delle pratiche, le quali non saranno certo né piane né facili, per ottenere l’adesione del Governo turco alla detta regolarizzazione, escludendo possibilmente l’ingerenza di altre potenze. Se queste pratiche fossero coronate da successo, avremmo sufficiente

base per ottenere che il Governo montenegrino desse la preferenza alla «Compagnia d’Antivari» e così anche questa partita sarebbe vinta.

Scrivo subito al comm. Volpi, per avvertirlo confidenzialmente di quanto precede, e sempre pronto ad eseguire col massimo zelo gli ordini personali di V.E.1.

74 4 De Bosdari rispose con R. 1196/359 del 4 settembre, non pubblicato, con il quale comunicava che il Governo inglese riteneva necessaria un’intesa tra Italia e Gran Bretagna prima dell’apertura

76

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1593/5581. Therapia, 6 agosto 1906.

Ho l’onore di rispondere al dispaccio ministeriale delli 132 e 27 luglio u.s., Uff. Coloniale, n. 5373.

Come V.E. non ignora, a me riesce particolarmente malagevole l’eseguire qui investigazioni sulle cose di Tripolitania o Cirenaica. Ogni mia parola, ogni mia domanda, ogni semplice accenno da parte mia a quelle questioni, ad altro non serve se non ad accrescere e ribadire sempre più quei sospetti e quelle diffidenze radicate oramai, sia a Palazzo sia alla Sublime Porta, tanto saldamente da non poter essere dissipati da qualsiasi nostra dichiarazione. Naturalmente si ammette benissimo che per il momento noi non pensiamo ad occupare la Tripolitania. Ma le nostre aspirazioni verso quelle regioni, per quanto destinate a realizzarsi in un futuro non prossimo, bastano a turbare i sogni del Sultano e dei suoi consiglieri, e a spingerli ad escogitare senza tregua nuovi provvedimenti, nuove misure, nello intento di rendere vani tutti i nostri sforzi, ed impedirci a qualunque costo di realizzare i nostri intenti, anche se circoscritti meramente nel campo economico. In complesso si può affermare senza esagerazione — ed io non mi stancherò mai di ripeterlo — che per tutto quanto concerne la Tripolitania e la Cirenaica, la Turchia considera l’Italia come una nemica potente, contro la quale, per quanto le é possibile, essa cerca di premunirsi con tutti mezzi a sua disposizione.

Ciò premesso, debbo aggiungere che, per quanto è venuto a mia notizia, come risultato di informazioni attinte in via riservata, non sembra che il Governo imperiale abbia in animo – ora che sono freschi ancora i ricordi di Tabah – di lanciarsi in altra avventura sollevando a proposito dei confini della Cirenaica un nuovo incidente con l’Egitto spalleggiato dall’Inghilterra.

su tale questione, della quale apprezzo tutta l’importanza e la urgenza, e mi propongo di tener presente nel modo più opportuno gli interessanti apprezzamenti che ella mi espone in proposito».

2 Con Disp. 37376/499 Pompilj richiedeva di essere tenuto al corrente circa le aspirazioni del-

l’Egitto verso l’oasi di Giarabub. 3 Con Disp. 403l4/537 Tittoni richiedeva informazioni circa i timori di incidenti turco-egiziani

alla frontiera della Cirenaica.

Né d’altra parte – ho buoni motivi di ritenerlo – alla Sublime Porta si è annessa grande importanza al recente viaggio del Khedive, il quale non risulta qui che siasi spinto fino all’oasi di Giarabub.

In tutti i casi il Governo imperiale, per ora almeno, non preoccupato [sic]della influenza che l’Egitto potrebbe eventualmente guadagnare sulle tribù arabe della Cirenaica.

Occorre tuttavolta – come saggiamente osserva l’E.V. – vigilare allo scopo di impedire ad ogni costo che le intensificate aspirazioni dell’Egitto verso Ovest, si abbiano per avventura a verificare. Tale accurata vigilanza però, assai imperfettamente può essere esercitata qui alla Sublime Porta, dove degli affari delicati di Tripolitania e Cirenaica, diretti in gran segreto esclusivamente dal Palazzo imperiale, poco si sa, e pochissimo si vuol far sapere all’ambasciata d’Italia. Di una cosa sola possiamo essere sicuri, cioè che a qualunque tentativo di simil genere, nei limiti del possibile, il Sultano ed i suoi consiglieri tenteranno sempre di opporsi con la massima tenacia. È piuttosto al Cairo, donde traggono origine tutti questi intrighi, che bisogna tenere gli occhi bene aperti.

Non parlo poi della convenienza, che io fin dal mio giungere qui ho sempre ravvisato, di addivenire col Governo di Londra ad una spiegazione chiara ed esauriente e definitiva, la quale ci permetta di sapere in modo preciso entro quali limiti le nostre future aspirazioni in Cirenaica si potranno un giorno o l’altra verificare ed eliminare così le apprensioni da noi costantemente e con ragione nutrite di sgradite sorprese preparateci dal Khedive, col tacito consenso della Gran Bretagna.

75 1 Tittoni rispose il 12 settembre (Disp. 48992/81): «Ringrazio la S.V. della sua comunicazione

76 1 Dalle carte Imperiali.

77

L’INCARICATO D’AFFARI A BERLINO, MATTIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATISSIMO 1731. Berlino, 7 agosto 1906, ore 21 (perv. ore 21,30).

Il sig. Tschirschky mi ha autorizzato a far conoscere a V.E. che le sue dichiarazioni concernenti l’art. nove sono qui considerate come soddisfacenti. Segretario di Stato mi ha detto inoltre aver ella informato codesto rappresentante germanico che anche il Governo inglese dava uguale interpretazione all’articolo stesso, mentre ella non conosceva il pensiero del Governo francese. A questo ultimo riguardo, von Tschirschky ha aggiunto, ritenere fino a prova del contrario che la Francia non dissentiva2.

2 Per il seguito vedi D. 78.

77 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale. Risponde al D. 66.

78

L’INCARICATO D’AFFARI A BERLINO, MATTIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATISSIMO 1741. Berlino, 8 agosto 1906, ore 18,05 (perv. ore 19).

Segretario di Stato nel dirmi quanto io ho riferito ieri col telegramma 1732 circa Convenzione etiopica aggiunse che la nota comunicazione non era stata fatta a V.E. da Monts personalmente perché questi si trovava assente da Roma per motivi di salute. Tschirschky disse inoltre che Monts doveva recarsi a fare una cura in Sassonia e ricordando sgradevole indisposizione fisica di lui nei mesi passati rilevò che questa non era stata senza effetto sulle sue condizioni animo.

Bisogna tenere conto di ciò soggiunse segretario di Stato nel giudicare Monts e nell’apprezzare noto incidente di Milano.

Tschirschky qui si fermò e non fece alcuna allusione ai recenti attacchi della stampa italiana contro Monts il quale come ella sa è amico personale di lui. Forse V.E. vorrà permettere a me di dire che Tschirschky non mi sembrò ben inspirato quando volle mantenere a Palazzo Caffarelli Monts che ha dato già prova di non conoscere Italia e gli italiani. Però allo stato attuale delle cose certe manifestazioni della nostra stampa sono deplorevoli. Esse rischiano inoltre ottenere effetto opposto allo sperato, sono cioè di natura da rendere Monts inamovibile. Io credo che Governo del Re farebbe opera utile anche ai buoni rapporti tra i due paesi se riuscisse impedire ripetersi siffatte manifestazioni.

79

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI

DISP. RISERVATO 43465/586. Roma, 13 agosto 1906.

Mi pregio segnar ricevuta del rapporto in data 9 luglio u.s. n. 4931. Gli apprezzamenti di V.E. sull’eventuale costruzione del porto di Bengasi per

opera di una società italiana, e sull’avviamento, in generale, d’intraprese economiche

2 Vedi D. 77.

italiane in Tripolitania e Cirenaica sono esattamente corrispondenti allo stato delle cose, ed io convengo coll’E.V. che, da una parte, lo scopo da raggiungersi per primo è l’istituzione a Costantinopoli di un organo serio, rappresentante un forte sindacato di capitali italiani, e che, d’altra parte, occorre non oltre indugiare se si vogliono evitare serie difficoltà di attuazione.

Mentre mi metto a questo proposito, nuovamente in relazione col mio collega, il ministro del tesoro, riconosco essere intanto necessario vegliare perché non siano fatte, dalla Sublime Porta, concessioni in Tripolitania e in Cirenaica, a nostro danno; tanto più che tale eventualità, come l’E.V. già osservava col rapporto del 15 luglio 1905 n. 4652, a suo tempo pervenuto a questo Ministero, malgrado le assicurazioni dateci costì, nel fatto non è del tutto da escludersi.

Mi affido per ciò alla esperimentata oculatezza dell’E.V., riservandomi, per parte mia, di far con ogni sollecitudine controllare ogni notizia che ella fosse per riferirmi, circa eventuali pratiche, per parte di esteri cittadini, che si dicessero iniziate costì allo scopo di ottenere da codesto Governo speciali concessioni in quelle regioni3.

78 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

79 1 Con il quale Imperiali sottolineava l’importanza e l’utilità per l’Italia di avviare imprese economiche in Tripolitania e Cirenaica.

80

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

DISP. RISERVATO 43578/129. Roma, 14 agosto 1906.

Continuano a giungere da Lugh notizie di incursioni Amhara ed Ogaden nei territori circostanti a quella stazione.

Al reggente il Governo della Colonia del Benadir, che me ne riferisce, ho risposto insistendo nel concetto che il programma che il R. Governo intende veder svolto dai proprii dipendenti, relativamente all’hinterland del Benadir, specie verso Lugh, è essenzialmente pacifico ed inteso sopratutto ad attirare sui mercati della Colonia il commercio dell’interno.

Ho voluto dar di ciò comunicazione alla S.V. perché all’efficace attuazione di questo programma, in cui si compendia gran parte dell’avvenire economico del Benadir, è essenziale che non venga a mancare il concorso di codesta r. legazione.

3 Per la risposta vedi D. 92.

79 2 Vedi serie terza, vol. IX, D. 183.

81

IL CONSOLE GENERALE A GIANNINA, MILLELIRE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 351/138. Giannina, 14 agosto 1906 (perv. il 17).

Ieri è venuto a vedermi Rustem bey sindaco di Coriza albanese musulmano, mio ottimo amico, ed uno fra i più ferventi dell’apostolato per l’idea albanese.

Lo stesso mi ha raccontato alcune cose abbastanza interessanti, che io reputo mio dovere sottomettere a V.E.

Egli mi ha detto che poco tempo addietro, gli albanesi del Nord di questo vilayet, assieme agli albanesi di Colonia, hanno diretto per mezzo della posta inglese di Salonicco, un memoriale redatto in lingua francese, coperto da più di 400 firme autentiche, nel quale erano esposte tutte le vessazioni, a cui gli albanesi erano soggetti, nonché lo stato di anarchia, che regnava nella loro regione; supplicavano perciò il Governo inglese, come il più vecchio Stato liberale d’Europa, di voler intervenire per metter rimedio a simile situazione, per evitare un indispensabile spargimento di sangue, a cui gli albanesi erano oramai risoluti, ed invocavano o che venisse loro concessa un’autonomia, o meglio ancora che fossero posti sotto l’amministrazione italiana, perché popolo più consanguineo degli albanesi, più vicino, e nel quale essi tutti avevano piena fiducia.

La persona in quistione mi disse che tale istanza sarà pure spedita al nostro Governo ed a quello francese, fra non molto, essendo ora il memoriale in giro per le firme.

Mi ha poi detto una notizia, che probabilmente a questa ora conoscerà V.E. dal mio collega di Monastir, ed è quella che Kiani bey di Colonia, il fuoriuscito, di cui ebbi varie volte ad occuparmi nei miei precedenti rapporti, venne amnistiato dal Sultano con iradè, e messo alla testa di una grossa banda albanese, la quale ha per iscopo di battere le bande di insorti greci. Mi disse inoltre, che Seyfoullah pascià ha mostrato desiderio di veder il famoso Kiani bey, e che quest’ultimo ha accettato di venire a Janina, non tanto per soddisfare al desiderio di Seyfoullah pascià, quanto perchè egli vorrebbe assolutamente vedermi, ed aver meco un abboccamento.

Se Kiani bey verrà a Janina e verrà a vedermi, non mancherò di riferire a V.E. quanto mi dirà.

Intanto Rustem bey mi ha confermato tutte le notizie sugli albanesi, che io ho già sottomesse a V.E., come il malcontento serpeggia incessantemente fra di loro, e che se le potenze non metteranno almeno un piccolo rimedio alle loro sofferenze, fosse anche soltanto le riforme europee applicate pure a questo vilayet, è quasi certo che avverrà una esplosione cruentissima.

Copia del presente rapporto è stata data alla r. ambasciata a Costantinopoli.

82

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 79/81. Addis Abeba, 17 agosto 1906.

In risposta al dispaccio dell’E.V. n. 33084/113, in data del 20 giugno u.s.2, con il quale mi è stata trasmessa copia di un memorandum del Foreign Office da cui risulta che sir John Harrington mi ha sempre appoggiato presso l’Imperatore nella questione di Lugh, ho l’onore di farle notare che tale appoggio si è sempre esplicato limitatamente alla questione del possesso di Lugh. Il ministro d’Inghilterra ignora le altre nostre richieste relative alla delimitazione della nostra sfera d’influenza in Somalia.

Del resto S.E. il governatore della Colonia Eritrea ha avuto occasione di parlare su tale argomento con sir John Harrington e potrà riferirne all.E.V.

83

L’AMBASCIATORE A PARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 2320/963. Parigi, 19 agosto 1906 (perv. il 27).

Mi è regolarmente pervenuto il dispaccio delli 2 corrente con il quale V.E.1, ricordando il verbale scambio di idee avuto al suo passaggio per Parigi con il sig. Bourgeois circa il commercio delle armi e munizioni che ha per centro il porto di Gibuti, mi incarica di prosseguire con questo ministro degli affari esteri le iniziate trattative.

Il Governo britannico che non si è mai deciso ad esercitare qui un’azione concorde con la nostra, per questo affare di comune interesse, ora ci propone di portare la questione del traffico delle armi davanti la conferenza che fra breve si riunirà a Bruxelles per la revisione della convenzione del 1899 relativa al commercio dei liquori.

Nelle corrispondenze che ho sotto gli occhi non trovo la data di convocazione della conferenza prossima, e mi rendo perfettamente conto dell’importanza che può avere, sotto vari aspetti, di giungere ad una intesa, se non completa, almeno di massima, col Gabinetto di Parigi, prima che la conferenza stessa si riunisca. Sfortunatamente il sig. Bourgeois che già da varie settimane è assente da Parigi, prolungherà,

82 2 Non pubblicato. 83 1 Vedi D. 74.

secondo ogni apparenza, le sue vacanze, e sarà difficile trattare con efficacia un simile affare durante la di lui assenza.

Mi pare evidente che il progetto d’introdurre nelle discussioni della Conferenza di Bruxelles, riunita per la revisione dei patti relativi al traffico dei liquori, un diverso soggetto, non sarà di facile esecuzione per poco che l’uno o l’altro degli Stati che interverranno a quella riunione internazionale, possa avere interesse ad opporvisi. Né per altra parte sarebbe forse un procedimento perfettamente amichevole quello di profittare di quella Conferenza per accusare la Francia di inosservanza di altri patti internazionali che la Conferenza medesima non ha mandato espresso di riprendere in esame.

Nel colloquio che V.E. ebbe con questo ministro degli affari esteri, il 22 giugno ultimo, il sig. Bourgeois non poté contestare che, se non si provvede prontamente ad impedire il completo armamento delle popolazioni indigene, presto verrà il tempo in cui gli Stati europei non potranno conservare i loro possedimenti della Somalia senza impiegarvi numerosi eserciti. In quel colloquio, mentre fu messa in sodo l’inefficacia delle pratiche, da noi seguite incessantemente presso il Governo della Repubblica, per indurlo a prendere i necessari provvedimenti, questi vennero precisati abbastanza chiaramente perché ora si possa domandare allo stesso sig. Bourgeois di dare seguito all’avvenuto scambio di idee. Né dal canto mio ritarderò a presentare qui le singole proposte se l’assenza di questo ministro degli affari esteri si dovesse protrarre oltre la fine del mese corrente.

Nel caso questo indugio sembrasse soverchio a V.E., le sarei grato di avvisarmene. Importa invero che questo negoziato sia per lo meno avviato prima che si riunisca a Bruxelles la Conferenza sovrindicata2.

82 1 Dall’Archivio storico del Ministero dell’Africa Italiana.

84

L’INCARICATO D’AFFARI A BERLINO, MATTIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATO 2094/182. Berlino, 20 agosto 1906, ore 11.

Nell’incontro di jeri, segretario di Stato mi ha parlato anche della intervista di Friedrichshof. Tutto, mi disse S.E., è passato nel modo migliore e con piena soddisfazione delle due parti. Re Edoardo VII ha riconosciuto essere nell’interesse reciproco che l’Inghilterra e la Germania procedano di buona intesa, e che i due paesi hanno, secondo l’impressione del Re, punti non di frizione, bensì di emulazione. Re Edoardo ha riconosciuti i cattivi servizi resi dalla stampa. Le conversazioni hanno avuto per tema le grandi linee della politica, non sono stati toccati dettagli, nei quali, mi diceva Tschirschky, non sarebbe forse ovvio facile raggiungere una piena intesa.

Tschirschky mi ha tenuto parola del nervosismo francese rispetto all’incontro dei due sovrani, nervosismo che egli rileva essere manifestato anche a Londra. Germania ne era al corrente, ma ha mantenuto una attitudine costantemente calma e serena.

83 2 Annessa al rapporto è la seguente annotazione: «indicare la data di convocazione della Conferenza, non bisogna ritardare più oltre l’inizio delle trattative (converrà telegrafargli la data di convocazione della Conferenza)».

85

L’INCARICATO D’AFFARI A BERLINO, MATTIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATO 2095/183. Berlino, 20 agosto 1906, ore 12.

Sig. Tschirschky mi ha chiesto se è vero che da noi si vuole procedere a riduzione di corpo d’esercito e nella eventualità, se ciò si farebbe in modo da conservare inalterata la compagine e la forza effettiva dell’esercito. Mi ha fatto notare che la Germania deve provvedere alla sicurezza sua su più frontiere, e che essa quindi non può pensare a diminuire i suoi effettivi militari. La Germania, mi diceva S.E., non può seguire l’esempio dell’Inghilterra che da nessuno è minacciata in casa propria. Di più, osservava il segretario di Stato, l’Inghilterra per quanto si riferisce agli armamenti navali non fa che qualche dilazione al fine di aspettare utilmente i progressi della tecnica.

Io ho avuto impressione che questo spontaneo discorso del sig. Tschirschky fosse l’eco delle conversazioni di Friedrichshof.

86

IL MINISTRO A BELGRADO, GUICCIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2112/37. Belgrado, 21 agosto 1906, ore 6,30.

Mi risulta che stamane questo ministro degli affari esteri ha dichiarato all’incaricato d’affari di Russia, risultare da fonte certa Governo austro-ungarico proclamerà prossimamente annessione Bosnia-Erzegovina. Sarebbero già prese opportune precauzioni militari alla frontiera Turchia.

87

L’ADDETTO MILITARE A CETTIGNE E A SOFIA, RUBIN DE CERVIN, AL CAPO DI STATO MAGGIORE, SALETTA1

R. RISERVATISSIMO 10. Cettigne, 17-21 agosto 1906.

Di una lunga conversazione avuta oggi col principe ereditario del Montenegro, credo opportuno riferire a V.E. il sunto di un discorso ch’egli avrebbe tenuto col capo di Stato Maggiore dell’Esercito austriaco maresciallo Beck, nella circostanza in cui gli recava, a nome del principe Nicola, le felicitazioni pel giubileo. Alludendo al materiale di grosso calibro, il generale Beck osservò che tale acquisto non poteva considerarsi che ostile all’Austria, e siccome S.A. il Principe rispose che se la cosa era innegabile tuttavia essa rappresentava soltanto una semplice precauzione contro le numerose fortificazioni che nelle Bocche di Cattaro sono rivolte contro il Principato, il generale di rimando replicò con uno sfogo acre e poco lusinghiero per l’Italia.

«Soltanto contro di essa — egli disse — sono rivolte le nostre opere; essa che finge l’alleanza (e in ciò dire indicava con la mano il ritratto, grazioso dono del Nostro Sovrano) mentre è in realtà la nostra peggiore nemica; essa che non osando realmente affrontarci né in terra né in mare, va per vie traverse prendendoci alle spalle armando il Montenegro e costruendogli ferrovie strategiche!».

Secondo Sua Altezza, dal contegno del generale Beck e da altre parole pronunciate, avrebbe riportato l’impressione che lo Stato Maggiore austriaco sia molto impressionato dal pericolo che sovrasta le Bocche di Cattaro — dalla parte del Montenegro — e — soggiunge — dalla completa loro inutilizzazione come rifugio per la flotta, talché dovrebbero radiarsi le fortificazioni e verrebbero le Bocche sostituite da un porto militare a Sebenico. Se è vero e noto che Sebenico è destinato a diventare importante rifugio per la flotta, non posso tuttavia prestare alcuna fede all’abbandono di Cattaro; idea questa che parmi dettata da un esagerato valore attribuito alle nuove artiglierie acquistate, mercé le quali a quest’esercito — con comprensibile ma ingenua speranza — sembra di poter dominare l’Austria perché essa sta in basso nella valle, mentre il Montenegro è su in alto sulla montagna!

L’abbandono di Cattaro sarebbe in verità troppa offa per noi che non possediamo nessun rifugio nell’Adriatico, ma purtroppo — come riferisco con speciale rapporto al Comando in seconda — regna invece colà insolita attività d’organizzazione.

Cettigne, 21 agosto 1906.

S.A.R. il Principe Nicola nell’udienza accordatami oggi — appena rientrato dal Lovéen ove dimorava — mi ripeté presso a poco le stesse cose, aggiungendo che a Vienna2 gli furono dette tali durezze contro l’Italia e contro il Montenegro e fu assunto un tono talmente tragico ch’egli aveva creduto — per non invelenire oltre la questione — di non scriverne neppure a S.M. il Re.

2 Vienna sottolineato due volte nel testo.

87 1 Da UFFICIO STORICO DELLO STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO.

88

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL CONSOLE GENERALE A LA CANEA, FASCIOTTI

T. 1789. Roma, 23 agosto 1906, ore 20.

Dopo che sarà avvenuta la pubblicazione in Creta della nota al Re di Grecia, ella è autorizzata, d’accordo coi suoi tre colleghi a spiegare a codesta popolazione come il modo di nomina dell’alto commissario faccia parte integrale del piano di riforme proposto dalle potenze, le quali riforme non potranno ottenersi che alla condizione della loro accettazione da parte dell’Assemblea e del mantenimento dell’ordine nell’isola.

89

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO A BELGRADO, GUICCIOLI

T. RISERVATO PERSONALE1. Roma, 27 agosto 1906, ore 17,30.

In replica al suo foglio riservatissimo senza numero del 18 corrente2 la autorizzo a significare al sig. Vesnitch che l’Italia vedrà di buon occhio la stipulazione di un concordato tra la Serbia ed il Vaticano per l’esercizio della religione cattolica in Serbia. Tale provvedimento sottrarrà i cattolici serbi alla soggezione austriaca.

90

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. PERSONALE CONFIDENzIALE1. Vienna, 31 agosto 1906.

Il conte Goluchowski avendo fatto qui ritorno dal suo congedo mercoledì sera [il 29] gli consegnai jeri, in nome dell’E.V. giusta le istruzioni impartitemi colla sua lettera personale confidenziale del 19 luglio scorso2, il testo dell’accordo anglo-franco-italiano per l’Etiopia sotto riserva del segreto al quale eransi reciprocamente obbligate le tre parti contraenti fino a quando esso non potrà essere regolarmente firmato dai rispettivi plenipotenziari.

2 Vedi D. 59.

2 Vedi D. 61.

Dissi al conte Goluchowski che l’E.V. aveva divisato di procedere alla comunicazione di tale accordo verso il Governo austro-ungarico come verso il Governo germanico per fare atto amichevole verso i due Governi alleati ed affinché prendessero nota fin d’ora degli impegni che mediante quell’accordo la Francia e l’Inghilterra venivano ad assumere verso l’Italia e del conseguente nostro diritto di sostenere in avvenire lo scrupoloso mantenimento degli impegni stessi.

Aggiunsi che l’avere l’E.V. comunicato in precedenza al Gabinetto di Berlino le clausole dell’accordo era dipeso da ciò che era in allora imminente la partenza in congedo del generale Lanza dal quale le premeva fosse fatta personalmente la comunicazione in parola al Governo germanico.

Il conte Goluchowski mi pregò di ringraziare l’E.V. per la comunicazione di tale accordo.

Nel confermarle il mio telegramma personale n. 126 in data d’oggi3...

89 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto.

90 1 Dall’Archivio Avarna.

91

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 1969/988. Vienna, 31 agosto 1906 (perv. l’8 settembre).

Nel colloquio che ho avuto oggi dal conte Goluchowski dopo il suo ritorno in Vienna, il discorso essendo caduto sulla comunicazione da me fatta al sig. de Mérey, unitamente ai miei colleghi d’Inghilterra, di Francia e di Russia, della nota presentata il 14 corrente al Re di Grecia, oggetto del telegramma di V.E. n. 17711, egli mi disse che non aveva alcuna obiezione contro la facoltà deferita dalle quattro potenze a Sua Maestà di designare il candidato al posto di alto commissario in Creta, ove questo fosse rimasto vacante. Credeva che tale facoltà fosse un atto di deferenza dovuto al Re di Grecia nelle presenti circostanze in cui si trattava della scelta del successore di suo figlio principe Giorgio.

Ma non avrebbe potuto ammettere che un simile procedimento fosse seguito in avvenire e che la designazione dell’alto commissario in Creta fosse fatta senza il concorso dell’Austria-Ungheria, che aveva il diritto, siccome firmataria del Trattato di Berlino, di essere interpellata preventivamente circa quella designazione.

Ricordando a questo proposito quanto aveva fatto conoscere nella nota diretta a me ed ai miei colleghi il 17 febbraio 1905 (mio rapporto n. 172, in data del 18 di tale mese)2 circa la qualità di potenze protettrici che le quattro potenze si attribuivano in Creta, rilevò di nuovo come il Governo imperiale e reale, quantunque avesse ritirato le sue truppe, non si era mai disinteressato delle sorti dell’isola e si fosse sempre riservato di cooperare con esse ogni volta che si trattava di una modificazione della situazione politica dell’isola e di un cambiamento fondamentale della sua amministrazione,

91 1 Del 21 agosto, non pubblicato.

2 Non pubblicato.

giusta quanto era stato stabilito nel dispaccio circolare del 29 marzo 1898 comunicato alle potenze. Ma fintanto che le quattro potenze avrebbero mantenuto in Creta i loro contingenti non stimava dovere insistere sul diritto che spettava al Governo imperiale e reale di occuparsi al pari di esse degli affari dell’isola. Se questi però fossero stati ritirati, ciò che sembra fosse loro intenzione, siccome Creta sarebbe ritornata dopo la partenza delle truppe internazionali nello stato in cui si trovava anteriormente al loro arrivo, non avrebbe tralasciato di far valere quei diritti, non esistendo allora più ragione alcuna perché le quattro potenze si arrogassero una situazione speciale nell’isola.

Nel riferirsi poi alla risposta da esso fatta il 15 corrente al promemoria da noi rimesso il 3 di questo mese al sig. de Mérey, da me trasmessa all’E.V. con rapporto del 20 corrente n. 9492 tornò a lamentare che le potenze non avessero tenuto conto nel procedimento da loro seguito delle riserve sopraccennate col fare alle popolazioni cretesi, senza chiedere preventivamente il parere del Governo imperiale e reale, concessioni importanti che modificavano in certo modo lo statu quo politico dell’isola. Tra queste concessioni quella a cui non poteva consentire si era l’estensione della competenza della commissione internazionale di controllo delle finanze elleniche, perché avrebbe fatto quasi comprendere l’isola nel Regno di Grecia, a cui non apparteneva, e fornito quindi alle popolazioni cretesi nuovo pretesto d’agitazione.

Sapeva che il Governo germanico erasi dichiarato parimente contrario a tale concessione. Egli non si sarebbe opposto, per contro, se fosse stato istituito in Creta un controllo finanziario speciale, purché al medesimo avessero pure partecipato i delegati austro-ungarici.

I provvedimenti che le quattro potenze erano disposte ad adottare in Creta non gli sembravano del resto che espedienti, i quali, oltre al non soddisfare i desideri delle popolazioni cretesi, non dimostravano in modo esplicito quali fini esse si prefiggessero. Avrebbe compreso che per fare cosa grata a quelle popolazioni, le potenze avessero affidato l’amministrazione dell’isola alla Grecia; tale provvedimento aveva almeno il pregio della chiarezza ed avrebbe avuto uno scopo ben determinato.

Nel corso del colloquio il conte Goluchowski mi fece intendere di aver fatto conoscere direttamente al sig. Iswolski il suo pensiero contrario all’estensione in Creta della competenza della commissione finanziaria ellenica, e gli risultava ch’egli aveva riconosciuto il buon fondamento delle sue obiezioni, né aveva mancato altresì di fargli rilevare come sarebbe stato opportuno che il Governo imperiale e reale fosse stato interpellato al riguardo prima che quella concessione fosse comunicata al Re di Grecia e notificata alle popolazioni cretesi. Al che il sig. di Iswolski avrebbegli risposto che ciò dovevasi attribuire unicamente a mera dimenticanza.

Le obiezioni mosse dal conte Goluchowski contro i provvedimenti delle quattro potenze in Creta non potrebbero certamente essere contestate per ciò che riguarda il diritto che il Governo imperiale e reale rivendica di occuparsi, al pari di loro, delle cose dell’isola, quale firmatario del Trattato di Berlino.

Ma potrebbesi osservare che l’Austria-Ungheria, col ritirare le sue truppe da Creta, se non si è disinteressata del tutto delle sue sorti, ha abbandonato l’isola alle cure delle quattro potenze, che, pur sobbarcandosi agli aggravi che ne risultano, non hanno cercato né cercano, come il conte Goluchowski sembra supporre, di arrogarsi una situazione privilegiata, escludendo il Governo imperiale e reale dal provvedere con loro al mantenimento dell’ordine ed al miglioramento delle sue condizioni interne.

Mentre, a differenza di quanto venne praticato in Creta, il Governo imperiale e reale, col pretesto di essere direttamente interessato nelle questioni balcaniche e coll’addurre di averne avuto il tacito mandato dalle altre potenze, che in realtà non gli venne affidato, ha escluso, in certo modo, l’Italia, l’Inghilterra e la Francia dal partecipare sull’istesso piede di essa alle riforme della Macedonia, delle quali ha assunto, di proprio arbitrio, la direzione, d’accordo con la Russia, non tenendo conto dei diritti derivanti a quelle potenze dal Trattato di Berlino.

90 3 T. 2188/126, non pubblicato. Il contenuto è qui riassunto.

92

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1808/633. Therapia, 1° settembre 1906 (perv. l’11).

Nel dispaccio n. 586 delli 13 agosto u.s. (uff. dipl.)1, del quale ho l’onore di segnare ricevuta, l’E.V. accenna alla necessità di vegliare perché non siano fatte dalla Sublime Porta concessioni in Tripolitania ed in Cirenaica a nostro danno.

Per quanto da parte mia nulla si ometta allo scopo di raccogliere quante più notizie sia possibile su questo argomento, non potrei tuttavia senza temerità assumere l’impegno di essere preventivamente informato di qualunque concessione che venisse chiesta od ottenuta per la Tripolitania e la Cirenaica. Attualmente, dopo le dichiarazioni categoriche fattemi l’anno scorso dal Sultano, non ho motivo di sospettare che sia in corso qualche progetto a nostro danno; ma il R. Ministero deve tener conto, e su ciò ho l’onore di attirare la speciale attenzione di V.E., che il più delle volte le trattative concernenti concessioni vengono condotte non già alla Sublime Porta, ma a Palazzo Imperiale, dal Sultano direttamente o per mezzo dei fidatissimi e pochissimi suoi segretari, dai quali nulla si può sapere. Se, per fare un’ipotesi, un ambasciatore conclude un affare di concessione personalmente e direttamente discorrendone col Sultano in udienza privata, non vi sarà certo alcuna possibilità per la r. ambasciata di esserne preventivamente informata. Ed il caso ebbe già a verificarsi: com’è noto al R. Ministero, la Germania ha ottenuto la concessione delle miniere di Tassos nonostante che sulle medesime fossero già in corso domande e progetti da parte di sudditi austriaci e francesi. L’ambasciatore di Germania si recò dal Sultano, a nome dell’Imperatore, ottenne la concessione direttamente e le ambasciate d’Austria e di Francia seppero la cosa a fatto compiuto.

È pure accaduto che il Sultano accordi concessioni a funzionarii di Palazzo che si acquistarono benemerenze poliziesche od altre. Questi poi vendono le concessioni a sudditi esteri direttamente e senza la minima pubblicità, e quando, in seguito agli intrighi occulti degli interessati, compare l’iradé, è troppo tardi per intervenire.

Col Palazzo, poi, io non ho e non posso avere alcuna relazione diretta e personale e nella stessa condizione si trovano tutti i miei colleghi. I famigliari del Sultano non si possono neppure recare a fare una visita senza l’autorizzazione del Sovrano. L’inverno scorso, ad esempio invitai a pranzo Izzet Pascià, secondo segretario del Sultano. Ma S.E. non potè intervenire e all’ultima ora mi fece sapere confidenzialmente che l’iradé necessario non era uscito.

Pertanto l’unico mezzo a mia disposizione per mantenere rapporti col Palazzo Imperiale, salvo il caso delle udienze accordatemi dal Sultano, è il primo dragomanno della r. ambasciata. Avendo dato comunicazione al comm. Cangià del dispaccio cui ho l’onore di rispondere, egli mi ha dichiarato che si fa forte di tenermi al corrente di un affare che venisse trattato alla Sublime Porta, ma che si trova nella assoluta impossibilità di avere preventiva notizia di quanto si trama a Palazzo Imperiale circa affari di concessioni.

Detto ciò, a scanso d’ogni mia responsabilità, ho l’onore di comunicare a V.E. che, giorni sono, discorrendo con l’ambasciatore germanico, a modo accademico, delle cose della Tripolitania, il barone Marschall ebbe a dichiararmi che i tedeschi non intendono far nulla in quella regione. Questa dichiarazione del mio collega era formulata in modo da non lasciare dubbio circa la sua spontaneità e veridicità. Il barone Marschall aggiunse che, a suo parere, il Sultano non darà concessioni per la Tripolitania né all’Italia né ad altri. Tale giudizio conferma quanto ebbi già più volte a scrivere a V.E. circa la diffidenza di S.M. imperiale a nostro riguardo per tutto ciò che concerne la Tripolitania. Quanto al modo di far cambiare d’idea al Sultano ed a quali vie ricorrere per ottenere tale scopo, é cosa che adesso sarebbe prematuro esaminare, visto che, da parte nostra, nessun progetto serio venne ancora cencretato2.

92 1 Vedi D. 79.

93

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA1

T. SEGRETO 18802. Roma, 3 settembre 1906, ore 20,15.

Governo francese è preoccupato dell’indugio di Menelik ad aderire all’accordo per Etiopia. Sarebbe opportuno che ella s’intendesse con colleghi di Francia e d’Inghilterra per un passo collettivo amichevole presso Menelik per sollecitare sua adesione. Prego telegrafarmi in proposito, indicandomi se ella conosca qualche speciale ragione di questo ritardo per parte del Negus3.

93 1 Ed. in MARTINI, Diario Eritreo, cit., pp. 579-580.

2 Trasmesso via Asmara. 3 Per la risposta vedi D. 96.

92 2 Per la risposta vedi D. 105.

94

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1835/64. Therapia, 4 settembre 1906 (perv. l’11).

L’agitazione qui verificatasi in seguito all’atteggiamento alquanto aggressivo assunto improvvisamente dalla Bulgaria, atteggiamento accentuato dalla partenza del sig. Natchowitz, il quale non ha dissimulato i motivi che lo hanno indotto a lasciare Costantinopoli, va a poco a poco calmandosi. Le dichiarazioni rassicuranti venute da tutte le grandi potenze hanno contribuito ad attenuare sensibilmente le apprensioni.

Il gran vizir, che degli affari bulgari si occupa direttamente, non essendo ieri venuto alla Porta, non mi fu possibile intrattenermi con lui. Mi intrattenni però col ministro degli affari esteri, il quale si mostrava perfettamente calmo. S.E. mi disse che alla Sublime Porta non era giunta la conferma ufficiale delle due notizie pubblicate ieri dalle agenzie telegrafiche, relativamente alla sospensione delle manovre, nonché ad una crisi ministeriale, in seguito alla quale il sig. Natchowitz assumerebbe il portafoglio degli affari esteri. Se tale seconda eventualità si verificasse, il Governo imperiale non potrebbe che compiacersene, il sig. Natchowitz, avendo dato, durante il suo soggiorno a Costantinopoli, sufficiente testimonianza delle sue disposizioni concilianti, e favorevoli allo stabilimento di relazioni cordiali ed amichevoli tra il Pricinpato e l’Impero. Aggiunse Tewfik Pascià che, in linea generale, egli non ritiene possibile che il principe Ferdinando abbia sul serio pensato a provocare un conflitto armato contro la Turchia, assumendosi a cuor leggero, dinnanzi all’Europa, la gravissima responsabilità di turbare la pace della Penisola Balcanica.

Il ministro era piuttosto disposto ad attribuire i recenti avvenimenti al carattere impetuoso del generale Petroff, il quale, non sembra possedere una nozione esatta dei veri interessi della Bulgaria. S.E. concluse che in tutti i casi il Governo imperiale non intende nullamente mutare la sua politica evidentemente pacifica.

Le dichiarazioni di Tewfik Pascià rispecchiano fedelmente le intenzioni del Governo, conforme agli ordini perentorii e tassativi del Sultano. Come è noto, S.M. imperiale è stato sempre fautore della pace. Questi suoi sentimenti pacifici si sono venuti in questi ultimi tempi maggiormente intensificando, gli attuali avvenimenti in Russia avendo fatto sorgere nell’animo del Sultano il timore che possa capitare altrettanto a lui, qualora si lanciasse in imprese bellicose.

E di queste disposizioni ultrapacifiche del Sovrano si è avuta, nella presente occasione, una novella prova. Non appena giunsero qui le notizie dei gravi incidenti di frontiera, delle violente manifestazioni con i greci, e del contegno veramente aggressivo assunto dalla Bulgaria, fu riunito un Consiglio straordinario di ministri, e il ministro della guerra propose di prendere provvedimenti militari tali da lasciare chiaramente travedere la sua tendenza a precipitare gli avvenimenti. Prevalsero invece consigli di prudenza e di moderazione, e Riza Pascià, non vedendosi assecondato dai suoi colleghi, ebbe una crisi di rabbia violentissima e scoppiò in un pianto dirotto. Riferita al Sultano la discussione avvenuta tra ministri, S.M. imperiale si

affrettò ad inviare l’ordine tassativo di astenersi da qualunque misura che avesse potuto aver l’aria di minaccia, e provocare uno scoppio di ostilità. In pari tempo il Sultano incaricò il suo fido Negib Pascià Melhamé di recarsi immediatamente a Marienbad, latore di un messaggio segreto da lui personalmente inviato al principe Ferdinando per indurlo – secondo si afferma – a ordinare la sospensione delle manovre e a non accettare le dimissioni del sig. Natchowitz, persona gratissima a Palazzo.

Se le due notizie sparsesi ieri ed alle quali ho accennato dianzi, sono esatte, la missione di Negib Pascià sarebbe stata coronata da completo successo, e su quel personaggio si accumuleranno sempre più onori e ricompense pecuniarie.

Le disposizioni così pacifiche del Sultano contrastano tuttavia con quelle della gran maggioranza dei personaggi più importanti e più influenti dell’Impero. Essi, partendo, a torto o a ragione, dal principio che la guerra colla Bulgaria presto o tardi, dovrà pure scoppiare, considerano ogni indugio vantaggioso soltanto per i bulgari, cui viene lasciato tempo ed agio di accrescere e perfezionare i loro armamenti, mentre, per contro, la potenzialità militare dell’Impero, per motivi complessi e di varia indole, che sarebbe troppo lungo di enumerare qui, si va di giorno in giorno affievolendo. «Se i bulgari ci avessero attaccato – mi diceva avant’ieri un ministro, io avrei dato due mila lire in opere di beneficenza. Così non si può andare avanti a lungo. Oggi noi possiamo ancora infliggere una severa lezione alla Bulgaria ed acquistare qualche anno di tranquillità. Ma, perdendo tempo, le nostre probabilità di vittoria diventeranno sempre più scarse».

Non credo di esagerare affermando essere questa la nota esatta circa la tendenza attuale dell’opinione pubblica ottomana. Fortunatamente il volere del Sultano è ancora supremo e dirimente: ed a queste aspirazioni bellicose dei suoi sudditi, pur tenendone il debito conto, non si può attribuire importanza tale da paventare, per il momento almeno, un conflitto armato provocato dalla Turchia.

Tutto ciò non esclude, beninteso, che alcune misure militari di natura puramente difensiva siano state già prese ed altre trovinsi in gestazione. Al riguardo riferisce particolareggiatamente il nostro solerte e diligente addetto militare, il quale mi ha dato cortesemente visione di un interessante rapporto da lui diretto al comando del corpo di Stato Maggiore.

A proposito dei preparativi militari turchi ho saputo, in via strettamente confidenziale, da sorgente attendibile, che l’ambasciatore di Germania ha in questi ultimi tempi attirato seriamente l’attenzione del gran vizir sul fatto che, mentre i bulgari possono in tre o quattro giorni mettere sul piede di guerra 250 mila soldati e passare la frontiera, la Turchia, per la lentezza della sua mobilitazione, si verrebbe a trovare a mal partito in caso di una improvvisa aggressione da parte del Principato. Le osservazioni dell’ambasciatore di Germania hanno formato oggetto di un rapporto segreto sottomesso in via d’urgenza al Sultano. Intanto si è sparsa ieri la voce, non ancora ufficialmente confermata, di una imminente chiamata sotto le armi di sedici reggimenti di redifs di seconda categoria, i quali verrebbero riuniti, a scopo di istruzione, nelle vicinanze della frontiera bulgara. Per quanto questa misura nulla avrebbe di minaccioso, a mio debole parere sarebbe pur preferibile che la chiamata non avesse luogo. Gli agglomeramenti di truppe a me sembrano sempre pericolosi, lungo una linea di frontiera non sempre bene tracciata, in molti punti della quale i soldati turchi e bulgari, e lo provano i recenti incidenti, sono separati da una distanza minima che

permette loro di fare facilmente alle fucilate. Data l’esasperazione degli animi e con un concentramento di truppe dalle due parti, un incidente di frontiera, più grave di quelli finora verificatisi, potrebbe forse avere conseguenze fatali ad onta delle disposizioni pacifiche del Sultano e del principe Ferdinando.

In conclusione, e per quanto sia temerario ed imprudente l’avventurarsi in profezie in paese dove gli avvenimenti i più inaspettati possono sempre verificarsi da un momento all’altro, io non vedo, per ora almeno, motivi serii di apprensione per il turbamento della pace. La Turchia, finché vive il Sultano, non ne prenderà certo l’iniziativa. E, quanto alla Bulgaria, a me pare difficile che il principe Ferdinando, a meno di esservi forzato, dal pericolo di un movimento antidinastico o da minacce di morte da parte dei Comitati macedoni, si decida a tentare le sorti della guerra, con una preparazione militare non ancora completa, con la Russia seriamente paralizzata, con l’Europa contraria e con la possibilità di disposizioni ostili, o, quanto meno, di una poco benevola neutralità della Rumania.

95

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1989/1000. Vienna, 4 settembre 1906 (perv. il 10).

Col dispaccio segnato in margine1 l’E.V. mi diede l’incarico di farle sapere se una nota verbale identica a quella rimessale da codesto incaricato d’affari di Turchia, relativa ai gravi fatti che continuavano a prodursi in Bulgaria a danno dell’elemento ellenico, fosse stata consegnata al Governo austro-ungarico e nel caso affermativo quale accoglienza avesse avuta presso di esso e quali fossero le sue intenzioni in proposito.

Il conte Goluchowski, che ho interrogato oggi a questo riguardo, mi ha detto che un’eguale comunicazione eragli stata fatta dall’ambasciatore di Turchia e che, in seguito a ciò, aveva impartito all’agente i. e r. in Sofia l’istruzione di far passi amichevoli presso il Governo bulgaro per fargli rilevare la necessità di porre fine all’agitazione esistente nel Principato e raccomandargli di provvedere perché i fatti suddetti non si rinnovino in avvenire.

Gli risultava che il principe Ferdinando era stato sgradevolmente impressionato dell’imprevidenza del proprio Governo nel non prevenire quei fatti e che il Governo stesso, che se ne era dimostrato dal suo lato dolente, aveva preso ora gli occorrenti provvedimenti per impedire che si ripetessero. Dalle informazioni pervenutegli dall’agenzia i. e r. in Sofia sembrava infatti che alcun nuovo eccesso non fosse stato commesso nel Principato a danno dell’elemento ellenico.

L’agitazione sorta nel Principato contro la Grecia è giudicata dal conte Goluchowski come una conseguenza degli eccidi commessi dalle bande elleniche in Macedonia sulle popolazioni bulgare e dal contegno tenuto dal Gabinetto di Atene, verso il quale ebbe parole di severo biasimo per non aver corrisposto alle ripetute rimostranze rivoltegli dalle potenze col non adoperarsi con la dovuta energia ad ostacolarne la formazione sul proprio territorio.

Ma il conte Goluchowski non crede che i fatti sopra accennati possano avere una ripercussione in Macedonia, né gli consta che i comitati bulgari abbiano intenzione di procedere alla formazione di nuove bande per provocarvi una ripresa di moti insurrezionali. Egli considera del resto la situazione presente di cose nella penisola col suo solito ottimismo, né da importanza, d’altra parte, agli incidenti avvenuti di recente alla frontiera turco-bulgara tra le truppe ottomane e quelle del Principato, i quali a suo parere, non potrebbero turbare i rapporti tra i due Governi né dar luogo per il momento a preoccupazioni di sorta.

95 1 Disp. 46176/690 del 28 agosto, non pubblicato.

96

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI1

T. SEGRETO 2247/66. Addis Abeba, 6 settembre 19062.

Rispondo al suo telegramma n. 18803. Menelik che ha limitato suo fortunato, profittevole equilibrio politico sul disac-

cordo delle potenze qui rappresentate, lo vede ora scosso dall’accordo notificatogli. Intravvede nello spirito di esso, una menomazione di sovranità, una prestabilita ripartizione Etiopia, una continua minaccia di nostra azione collettiva. Ciò crea diffidente incertezza, quindi indugio aderire. Lagarde, quale decano del Corpo diplomatico, non tralascia espedienti e sollecitazioni per ottenere pronta risposta. Ieri l’altro Menelik gli ha detto che avrebbe risposto fra qualche giorno. S.E. Martini, che sarà presto costì, potrà ampiamente riferire sulla questione che gli è completamente nota, e ben conosce la situazione del paese.

2 Trasmesso via Asmara. 3 Vedi D. 93.

96 1 Ed., con varianti, in MARTINI, Diario Eritreo, cit., p. 583.

97

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 98/9. Addis Abeba, 7 settembre 19061.

Insieme col dispaccio n. 42734/129, in data del 9 agosto u.s. l’E.V. mi ha trasmesso copia del rapporto n. 1959/839 in data del 19 luglio u.s., della r. ambasciata di Parigi, nel quale si accenna ad intrighi orditi da europei in Addis Abeba allo scopo di indurre Menelik a respingere l’accordo relativo all’Etiopia concluso precedentemente tra l’Italia, la Francia e l’Inghilterra2.

Credo quindi opportuno di accennare brevemente all’E.V. quale sia la situazione attuale in Addis Abeba per quanto riguarda l’accettazione da parte dell’Imperatore dell’accordo in questione.

La mia azione si è limitata, in conformità alle istruzioni impartitemi dall’E.V. alla presentazione dell’accordo stesso insieme con i miei colleghi di Francia e d’Inghilterra. L’Imperatore in quella occasione dichiarò che avrebbe esaminato con cura il documento ed alle insistenze dei ministri di Francia e d’Inghilterra affinché desse una sollecita risposta, rispose che non era giusto esigere da lui una decisione immediata quando le tre potenze avevano impiegato non meno di quattro anni per concretare l’accordo. Tale risposta fece subito comprendere a tutti che Menelik intendeva di ritardare per quanto fosse possibile ogni risposta definitiva per avere agio di accertare in modo sicuro che l’accordo non contenga nessuna disposizione contraria alla sua autorità sovrana e alla indipendenza dell’Etiopia.

Al desiderio di Menelik di ritardare per ora ogni decisione, si deve anche aggiungere l’azione di varii europei che sono a contatto continuo coll’Imperatore. Fra questi va menzionato, in primo luogo, il sig. Chefneux che, quale rappresentante degli interessi della Compagnia ferroviaria etiopica, non può essere troppo ben disposto verso la soluzione data dall’accordo alla questione della ferrovia; inoltre vi sono al Ghebì europei di varie nazionalità, speclalmente quella greca, i quali cercano farsi un merito presso l’Imperatore mettendolo in guardia contro pericoli più o meno immaginarii contenuti nelle disposizioni dell’accordo.

L’azione collettiva di tutte queste persone e lo stato d’animo di Menelik, cui ho sopra accennato, fanno sì che una risposta definitiva di questo non sia ancora giunta e forse tarderà ancora alquanto a venire.

2 Non pubblicati.

97 1 Copia priva dell’indicazione della data di arrivo.

98

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 2014/1011. Vienna, 11 settembre 1906 (perv. il 14).

Ho ricevuto il dispaccio segnato in margine1 col quale l’E.V. mi trasmise per opportuna mia notizia copia di un rapporto della r. legazione in Belgrado del 27 luglio scorso2, concernenti le relazioni tra l’Austria-Ungheria e la Serbia e le voci di supposti preparativi militari per parte del Governo i. e r. diretti contro la Serbia e la Macedonia.

Ringrazio l’E.V. per la comunicazione di tale rapporto. Fino dal 5 agosto scorso ebbi l’onore di farle conoscere con rapporto n. 9163,

come dalle accurate indagini da me fatte risultasse che le voci che circolavano da qualche tempo in Ungheria, relative a preparativi militari dell’Austria-Ungheria in Croazia, Slovenia e Bosnia, in vista di una azione contro la Serbia, erano del tutto infondate. Nessun concentramento di truppe è infatti avvenuto verso la frontiera di quel Regno e l’insolito movimento militare che notavasi in Bosnia-Erzegovina fu motivato per le misure prese per le manovre, che devono aver luogo prossimamente in Dalmazia.

Aggiungo che l’addetto militare presso la r. ambasciata, da me incaricato d’informarsi giornalmente d’ogni provvedimento d’indole militare, che riguardi le guarnigioni austro-ungariche alla frontiera balcanica, mi partecipa che all’infuori delle misure ordinarie richieste dal mantenimento nella sua integrità numerica e sul solito piede di pace rinforzato del corpo d’esercito colà destinato, non si è segnalato né si segnala alcun indizio di aumento e di dislocazione dettato dalla previsione di speciali avvenimenti4.

99

L’AMBASCIATORE A PIETROBURGO, MELEGARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 687/278. Pietroburgo, 12 settembre 1906 (perv. il 17).

Al suo primo giungere al Ministero degli affari esteri il sig. Izvolskij ha dovuto lottare con non poche difficoltà. Giunto affatto nuovo a capo di un Ministero che,

2 Vedi D. 70. 3 R. 916/1794, non pubblicato. 4 Con Disp. 50715/78 del 22 settembre Tittoni comunicò alla legazione a Belgrado le conclu-

sioni di questo rapporto.

tranne le due eccezioni del principe Lobanov e del conte Muraviev, fu per un interminabile periodo di anni retto da elementi usciti dal Ministero stesso immobilizzatori in metodi e tradizioni antiquate, il soffio rigeneratore che sapevasi voler apportare nell’amministrazione e nella politica gli avevano fin dagli inizii creato nelle file burocratiche un ambiente ostile contro cui, vista anche la poca stabilità della sua personale posizione, gli era arduo reagire. Gli fu d’uopo quindi pazientare ed aspettare. Oggidì invece essendo riuscito ad assicurarsi la simpatia e la fiducia del suo Sovrano e l’appoggio del primo ministro, per ora almeno onnipotente, egli sente il terreno sotto i suoi piedi abbastanza forte per poter iniziare un’azione utilmente riformatrice. Il primo compito che, a quanto pare, si è prefisso sarebbe di procedere ad una radicale trasformazione del Ministero degli affari esteri mutandone l’organizzazione ed il personale in senso che ritiene più conforme alle esigenze del servizio e ad una attività politica più moderna ed intensa. Gli antichi dipartimenti sarebbero in gran parte trasformati, verrebbe creato un Gabinetto politico, molti dei capi-ufficio – quasi tutti creature del conte Lamsdorf – sarebbero allontanati e sostituiti con uomini nuovi godenti la fiducia personale del nuovo ministro. Se al sig. Izvolskij potrà riuscire di trovare nelle file dell’amministrazione o della diplomazia russa elementi disponenti di quelle qualità di attività e modernità che mancano ad alcuni, se non a tutti, dei funzionari che dovranno sostituire, la riforma potrà riuscire veramente utile e meritoria.

Per gli esteri rappresentanti accreditati presso questa Corte, od almeno per la maggior parte di essi, l’assunzione del sig. Izvolskij al Ministero degli affari esteri ha costituito un reale benefizio. Al tempo del conte Lamsdorf rarissime erano le occasioni in cui era dato di vedere il ministro e quando occorreva fargli qualche comunicazione importante ed urgente, dovevasi sovente aspettare due o tre giorni prima di essere da lui ricevuti. La sua riservatezza di parola oltrepassava poi i limiti del permesso e ben raramente riuscivasi ad ottenere da lui, sopra dati argomenti politici dichiarazioni veramente conclusive ed esaurienti. Col sig. Izvolskij, nulla di tutto ciò. Quasi ogni settimana riceve il Corpo diplomatico ed è poi ogni giorno a disposizione degli ambasciatori e ministri che desiderano intrattenerlo. A differenza del conte Lamsdorf che viveva in assoluta segregazione dall’umano consorzio, che mai faceva una visita, mai accettava un pranzo, il sig. Izvolskij, di sua natura socialissimo, è un assiduo frequentatore dei ritrovi mondani, ove i diplomatici assai frequentemente lo incontrano. Di parola facile ed elegante, egli discorre volentieri e bene, pur astenendosi dal diffondersi sopra argomenti di politica generale; in ogni caso nelle sue risposte egli è sempre chiaro e preciso. Per parte mia non ho poi che a lodarmi sinceramente del contegno del nuovo ministro. A cagione anche della domestichezza contratta in due anni di soggiorno comune al Giappone egli dimostrasi sempre meco oltremodo premuroso e cordiale.

Alla politica estera della Russia il sig. Izvolskij non ha avuto ancora il tempo né l’occasione di imprimere un’impronta sua speciale. Egli si limita per ora a provvedere a che in tutte le questioni ove sono in gioco interessi dell’Impero la diplomazia russa si mantenga viva ed attiva: gli è così riuscito di fatto di ottenere che, dopo una guerra disastrosa e due anni di terribile rivoluzione, la voce della Russia sia ancora dall’Europa ascoltata e rispettata come per il passato. Ma per grandi cambiamenti politici, per nuove orientazioni non è questo il momento. Nella politica balcanica il sig. Izvolskij continuerà indubbiamente nelle sue grandi linee la politica del suo predecessore, basa-

ta sull’accordo coll’Austria, perché, nelle presenti condizioni interne il Governo imperiale è troppo interessato a mantenersi le buone grazie del Governo di Vienna per poter azzardare da quel lato pericolose innovazioni. Il nuovo ministro lo sa e non lascia perciò occasione di dar testimonianza a Vienna delle buone disposizioni del Governo russo. Non perciò le sue idee personali possono essersi mutate. Il sig. Izvolskij, è inoltre troppo intelligente ed accorto per non rendersi conto dei frutti disastrosi ottenuti dalla politica del conte Lamsdorf nella Penisola Balcanica ove sempre più manifestasi un regresso dell’elemento slavo a beneficio di altri elementi e dove gli interessi tradizionali della Russia minacciano di essere irrimediabilmente compromessi. Tale pericolo, segnalato con insistenza ogni giorno dalla stampa russa più accreditata, è troppo evidente perché non sia nelle aspirazioni del nuovo ministro aspirazioni così consone del resto alle sue tendenze e alle sue idee, di portarvi rimedio.

Sono per parte mia convinto che, se è riservato al sig. Izvolskij di mantenersi a lungo al potere (ipotesi non improbabile, attesa la difficoltà di trovare in ogni campo uomini adatti a sostituirlo) egli, non appena lo permetteranno le esigenze della situazione politica interna, cercherà di aprire una nuova via alla politica della Russia in Oriente, via su cui gioverebbe pure all’Italia il seguirlo in perfetta concordanza di interessi e di propositi. In attesa di questo momento dovrebbesi per parte nostra prepararci fin d’ora ad una maggiore intesa colla Russia, cercando per quanto possibile nella trattazione degli affari internazionali correnti, di non mettere la nostra azione diplomatica in antagonismo con quella del Governo di Pietroburgo. Ed è un sintomo promettente che, nelle ultime fasi della questione cretese, una comunanza di vedute e di azione si sia già manifestata più volte1.

98 1 Disp. 44890/668 del 21 agosto, non pubblicato.

100

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2286/107. Londra, 13 settembre 1906, ore 21,50.

Questo ministro degli affari esteri aderisce che sorveglianza finanze cretesi affidisi a titolo personale ai rappresentanti delle quattro potenze nella Commissione internazionale controllo Atene, giusta telegramma di V.E. n. 18701. Spera siasi fatta oggi stesso al re di Grecia ad Aix les Bains comunicazione limitata ad annunziargli autorizzazione data ai consoli a Canea di partecipare ai cretesi nota collettiva del 14 agosto. Egli spera che questa partecipazione potrà contribuire ad evitare complicazioni in Creta. Ho poscia, in forma privata, accennato alle lagnanze dell’Austria, perché le proposte delle quattro potenze sono state comunicate alla Grecia ed al principe Giorgio, senza aver prima consultato il Governo austro-ungarico, ed ho fatto osserva-

100 1 Del 3 settembre, non pubblicato.

re, come mia osservazione personale, che non essendo dubbio che qualsiasi modificazione dello stato politico di qualunque paese, contemplato Trattato di Berlino, debba essere concordato tra tutte le potenze firmatarie del trattato, non è prudente costituire precedente in senso contrario a tale principio e, quindi, consiglierei di consultare in avvenire preventivamente Austria, in caso di date proposte che possano interpretarsi come modificazione dello stato politico dell’isola.

Quindi ministro degli affari esteri mi rispose che consente con me in proposito, ma crede che proposte fatte finora per Creta dalle quattro potenze non abbiano questo carattere, e che parlando coll’ambasciatore d’Austria gli aveva spiegato ciò, ed aveva soggiunto di non avere comunicato le predette proposte preventivamente al Governo austro-ungarico solamente perché avendo quel Governo la fortuna di essere estraneo alle difficoltà cretesi, non credeva che quelle proposte, che considera come questione di dettaglio, potrebbero interessarlo. Austria e Germania avendo lasciato alle quattro potenze tutte le noje degli affari cretesi devono, secondo questo ministro degli affari esteri, trovare giusto che queste cerchino di liberarsene il più presto possibile. Egli crede che la soluzione ora concordata per la scelta del nuovo alto commissario e per la sorveglianza delle finanze cretesi non possa avere pericoloso contraccolpo nella Penisola Balcanica. Io gli ho fatto osservare che, appunto per evitare questo pericolo, bisogna procedere con molta prudenza nelle ulterioni fasi della questione cretese, ed egli ha risposto che divide questa mia opinione.

Subito dopo il mio colloquio con Grey, ho saputo dall’ambasciatore di Francia che la comunicazione a re Giorgio è stata fatta e ne trasmetto all’E.V. copia per posta.

99 1 Per la risposta vedi D. 112.

101

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1259/376. Londra, 14 settembre 1906 (perv. il 20).

In ripetute conversazioni prima che io partissi per Londra, ci siamo trovati V.E. ed io perfettamente concordi nel riconoscere come, per importanti interessi che dobbiamo discutere coll’Inghilterra, sia necessario conoscere ed eventualmente preparare l’animo di lord Cromer, il quale alla sua volta, come ho constatato direttamente io stesso l’anno scorso nel mio viaggio a Khartum, tiene nel debito conto le proposte e gli atti di sir Reginal Wingate. Credo quindi che il mio compito a Londra sarebbe facilitato dalla istituzione di un consolato generale a Khartum, con una dipendente agenzia consolare a Port Sudan.

Le ragioni di ordine amministrativo e d’ordine politico in favore di questo provvedimento sono molto chiare. Cominciando dalle prime, l’importanza dei lavori ferroviari e di irrigazione che si vanno compiendo al Sudan ha già attratto in quelle regioni un largo numero di lavoratori italiani, numero che il proseguimento dei lavori di Port Sudan, la costruzione della ferrovia Cassala-Ghedaref e quella della ferrovia Khartum

Roseires, nonché i grandi lavori di sistemazione idraulica per aprire alla coltivazione le due vaste provincie di Dongola di Ghesira, non farà [sic] che aumentare.

Presentemente quegli operai sono privi di ogni efficace tutela. Ignoranti il più delle volte delle due sole lingue che in quelle regioni abbiano corso, l’inglese e l’araba, si trovano spesso colti nei raggiri di ingordi appaltatori, accettando onerosi contratti di lavoro, contro i quali riesce poi vano ogni ricorso per le vie legali quando, e ciò accade sempre troppo tardi, si accorgano quegli operai dei tranelli in cui sono caduti.

Ricorrono essi allora alle autorità consolari dell’Egitto, ma oltre che queste si trovano troppo lontane perché sia loro concesso l’esercizio di una efficace tutela, la trattazione di tali affari esce completamente dalla loro competenza territoriale.

Più d’una volta è accaduto che le autorità nostre d’Egitto, diplomatiche e consolari, rivoltesi a quelle autorità inglesi per affari riguardanti gli interessi di rr. sudditi al Sudan, si sono sentiti rispondere che in Egitto si trattano gli affari d’Egitto e che quelli del Sudan si trattano al Sudan.

Le autorità consolari italiane di cui si propone l’invio al Sudan avrebbero quindi due compiti importantissimi da compiere: a) tutela preventiva degli interessi dei rr. sudditi, consigliandoli opportunamente in quanto riguarda la prestazione dell’opera loro e fornendo loro tutte quelle notizie che meglio valgano ad illuminarli circa gli obblighi ai quali vanno incontro; b) efficace tutela dei medesimi interessi presso le autorità sudanesi allorquando sorgano, come al presente spesso accade contestazioni fra rr. sudditi e terze persone.

Oltre a ciò l’opera loro sarà utile a tener desti nei nostri connazionali il patriottismo ed il senso d’italianità che, per quanto latenti, si risvegliano quasi sempre quando si toccano certe note, come ebbi occasione di constatare anch’io a Khartum, dove, avendo io pronunziato un discorso patriottico, ad un certo punto molti italiani piangevano a calde lagrime, benché da molti anni assenti dalla patria e tutti assorti nel loro mestiere, anzi qualcuno quasi dimentico degli usi e della lingua italiana.

Passando poi alle ragioni politiche che, come ho detto più sopra, più particolarmente riguardano il compito mio a Londra, V.E. sa che per tutto quanto si compie al Sudan, così in Egitto come a Londra, le autorità inglesi schivano di parlare coi rapprensentanti delle potenze, anche in forma meramente confidenziale, di quanto concerne gli affari del Sudan. Per l’Italia invece, sia per quanto riguarda la Colonia Eritrea, sia per quanto ha tratto agli affari d’Etiopia, è del massimo interesse conoscere minutamente l’andamento di quegli affari.

Gli accordi e le convenzioni che ci legano al Governo britannico e dovrebbero costituire una efficace salvaguardia dei nostri interessi in quelle regioni, sono opera del Governo britannico centrale il quale, il più delle volte, è stato ad essi tratto da considerazioni di politica internazionale, le quali non sempre conoscono né soverchiamente curano gli agenti locali di quel medesimo Governo; ragione questa per la quale senza una oculata e continua sorveglianza, questi agenti tendono ad allargare la cerchia della propria influenza, a creare interessi e preparare di conseguenza un diritto d’intervento là proprio ove la esclusività dei nostri interessi era stata dal Governo riconosciuta. Fatti recenti, come quelli di Noggara, ne forniscono ampia prova, e V.E. sa che di questa possibilità ci siam preoccupati tanto in rapporto all’Abissinia quanto in rapporto alla Cirenaica.

La tardiva constatazione di questa main mise e le conseguenti proteste quando già si sia dato largo tempo a quegli interessi di stabilirsi ed affermarsi, riescono, il più delle volte di nessuna efficacia, onde la necessità di evitare l’una cosa e l’altra con un diligente servizio di sorveglianza e d’informazioni.

Ora le informazioni di quanto si viene operando sulle frontiere eritree-sudanese e sudanese-etiopica, vano è sperare di attingerlo altrove che al Sudan.

A parte la considerazione che al Sudan, come in tutti i paesi nuovi in cui ogni più piccolo atto e del Governo e delle persone che lo rappresentano è subito largamente conosciuto, diffuso e commentato, la vita stessa che i pochi europei ivi residenti si trovan costretti a condurre, vedendosi di continuo e giungendo di tal guisa rapidamente ad una intimità di rapporti che solo eccezionalmente si può ritrovare altrove fra persone che rivestano cariche ufficiali e rappresentino opposti interessi, facilita in sommo grado la raccolta di tali informazioni. Senza tema di errare si può anzi affermare che Khartum rappresenti un ottimo punto di osservazione politica per tutto quanto riguarda gli affari, oltrechè del Sudan stesso, dell’Etiopia, del Congo e dell’hinterland tripolino, per non parlare che delle regioni che maggiormente ci interessano.

D’altro canto tutto lascia prevedere che gli uffici consolari di cui si propone l’istituzione al Sudan, non solo non sarebbero ostacolati, ma riuscirebbero invece graditi alle autorità britanniche che vedrebbero così riconosciuta la speciale situazione internazionale di quelle contrade. In questo senso si ebbero anzi pubbliche dichiarazioni di lord Cromer nello scorso gennaio, in occasione dell’apertura della ferrovia Berber-Suakim.

Perciò se il Governo crederà, come spero, opportuna ed urgente l’istituzione d’un consolato generale a Khartum, e pure d’un semplice consolato, con agenzie consolari e viceconsolati a Port Sudan, credo che, dopo che la nostra agenzia diplomatica al Cairo avrà concordata la cosa con lord Cromer, non mi sarà difficile ottenere il consenso del Governo inglese. È bene però sapere sin d’ora che il Governo inglese non consentirà a quei nostri consoli che l’esercizio delle attribuzioni che hanno i consoli in Europa e non mai quelle consentite in Egitto e negli altri paesi d’Oriente dalle capitolazioni, tanto più che l’amministrazione e la giustizia inglese nel Sudan offrono tutte le necessarie guarentigie ed i nostri connazionali ne sono giustamente assai soddisfatti. Resta d’altra parte da esaminare l’opportunità di questo precedente in rapporto all’eventuale modificazione e soppressione delle capitolazioni in Egitto, sebbene esso non possa giuridicamente pregiudicare quella qualunque condotta che a suo tempo il Governo vorrà tenere in Egitto, visto che la condizione giuridica dell’Egitto è diversa da quella del Sudan, dove è stata proclamata, per quanto condivisa con quella egiziana, la sovranità britannica.

102

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1277/381. Londra, 15 settembre 1906 (perv. il 22).

In conformità al telegramma di V.E. n. 19601, il conte de Bosdari si riunirà il 17 e il 18 corrente coi due funzionari britannici delegati alla prossima conferenza di Bruxelles, per tentare di venire ad un preventivo accordo circa la questione del traffico delle armi in Gibuti. Dovendosi forse entrare in minuti particolari per concordare in modo pratico disposizioni che non rischino, anche accettate dai Governi, di rimanere localmente inefficaci, io crederei (come lo ho telegrafato oggi a V.E. col n. 109)2 che potessse esser utile in quei giorni a quest’ambasciata la presenza ed il consiglio continuo di un funzionario dell’Ufficio Coloniale, il quale, essendo stato sui luoghi ed avendo visto come si svolga tale traffico e come praticamente si eludano dalle autorità e dai trafficanti i regolamenti e la vigilanza, porti nell’intricata questione il contributo della sua personale esperienza e metta noi in grado di rispondere immediatamente alle eventuali obbiezioni e di trovare pronti espedienti. Tale funzionario potrebbe poi assistere o non assistere alle conferenze fra il conte de Bosdari ed i delegati inglesi, secondo le circostanze e l’opportunità che mi riserverei di esaminare.

Mi riservo pure di vedere se si presenti occasione favorevole per parlare della questione con sir Edward Grey o con chi ne fa le veci, prima dell’anzidetta conferenza, o se questo passo si debba rimandare a quando i lavori di questa riunione siano cominciati e si possano così meglio conoscere le disposizioni e le tendenze dei delegati britannici e le difficoltà da superare.

Nel predetto telegramma n. 1960 V.E. conferma le istruzioni contenute nel suo dispaccio del 2 agosto n. 328, e non è dubbio che sarebbe desiderabile si potesse ottenere tutto quanto è indicato nel detto dispaccio. Io tenterò d’ottenere tutto o almeno il più possibile, ma non mi dissimulo che ciò mi pare assai difficile, e che sarà già un’assai buona cosa se si potrà venire a qualche equo e pratico temperamento.

Sebbene io sia qui da pochissimi giorni, e quindi ogni mio giudizio sia suscettibile di venire in seguito modificato, tuttavia, date le tendenze politiche qui oggi prevalenti, credo che non sarà facile far recedere sir Edward Grey dal proposito espresso nella sua nota del 10 luglio mandata in copia dal r. incaricato d’affari a codesto Ministero con suo rapporto n. 2673, di non fare per ora separate rimostranze alla Francia; e forse, dopo tastato nuovamente il terreno, potrà essere opportuno che io mi limiti a chiedere che il Governo britannico in forma molto amichevole faccia comprendere al Governo francese quanto grandemente interessato esso sia in modo diretto, e non soltanto né principalmente per far cosa grata all’Italia, a che le autorità di Gibuti traducano effettivamente in atto i provvedimenti da noi domandati contro il traffico delle

2 T. 2306/109 del 15 settembre, non pubblicato. 3 Non pubblicato.

armi. Tenterò di dimostrare al Governo inglese che, senza il sincero volere delle autorità di Gibuti, il quale può ad esse venir imposto soltanto dal Governo francese, gli accordi che si prenderanno in Europa, i principii che si proclameranno, le norme che la conferenza di Bruxelles potrà deliberare e che i Governi, compreso il francese, dichiareranno di accettare, rimarranno certamente lettera morta. Ciò conferma l’utilità della presenza qui per alcuni giorni di qualche funzionario italiano che sia stato a Gibuti e che possa dare particolari convincenti e suggerimenti pratici a misura che precederanno le conversazioni fra il conte de Bosdari e i delegati britannici, e quelle eventuali fra me e sir Edward Grey. Lo stesso funzionario coloniale italiano potrebbe anche, passando per Parigi, mettere quella r. ambasciata in grado di istruire il Governo dei modi con cui a Gibuti si eludono e si eluderanno le buone disposizioni che il sig. Bourgeois ha manifestato a V.E. e cui V.E. allude nel suo precitato dispaccio.

Entrando poi nel merito dei singoli desiderata del Governo italiano, pur cercando di farli prevalere, non dobbiamo dissimularci il valore delle obbiezioni sollevate dagli altri Governi interessati. Infatti l’articolo 5 del decreto francese 18 ottobre 1899, che ammette i capi e i sudditi abissini ad acquistare armi e munizioni a Gibuti mediante la semplice esibizione di un ordine scritto dell’Imperatore, si presta, è vero, ai lamentati abusi; ma purtroppo come osserva il Foreign Office nella sua nota del 3 corrente, è perfettamente conforme all’art. 10 dell’Atto di Bruxelles, il quale è concepito come segue, mentre l’inciso sottolineato è omesso nel citato dispaccio ministeriale del 2 agosto.

«Toute demande de transit doit être accompagnée d’une déclaration émanée du Gouvernement de la Puissance ayant des possessions à l’intérieur, et certifiant que les dites armes et munitions ne sont pas destinées à la vente, mais à l’usage des autorités de la Puissance, ou de la force militaire nécessaire pour la protection des stations de missionaires, ou de commerce, ou bien des personnes désignées nominativement dans la déclaration». A questo inciso è perfettamente conforme, ripeto, l’articolo 5 del decreto francese, e il nodo della questione non sta tanto nell’articolo stesso quanto nel modo come è applicato, poiché è molto probabile che le autorità di Gibuti non guardino troppo per il sottile e non si assicurino sempre della autenticità delle dichiarazioni del Negus, ed ancor meno se gli siano state abusivamente carpite per destinare poi le armi, non all’uso diretto delle persone designate dal Negus, ma bensì alla vendita. Da un lato quindi io dovrei tentare di ottenere dal Governo inglese che amichevolmente segnali questi abusi al Governo francese, e lo preghi di porvi rimedio chiedendogli non già di abrogare l’articolo 5, ma di applicarlo in modo accurato e conforme all’interesse comune che l’Italia, Francia ed Inghilterra hannno a non armare popolazioni barbare e turbolente: e lo preghi altresì di obbligare le autorità di Gibuti a mettere lealmente in pratica il savio suggerimento di V.E. di segnalare volta per volta al Negus le armi vendute a lui od ai suoi sudditi prima di avviarle verso l’interno. Dall’altro canto giudicherà V.E. se sia il caso che il Governo italiano faccia pratiche dirette nello stesso senso presso il Governo francese, mentre mi pare del tutto urgente che il Governo italiano, e possibilmente anche l’inglese, ne faccia presso il Negus, affinché sia meno largo nel rilasciare certificati e punisca chi ne falsifichi o glieli carpisca per fini illeciti. Il Negus infatti ha interessi identici ai nostri, giovandogli di conservare una grande superiorità di armamenti sulle altre popolazioni indigene, e credo che messo sull’avviso provvederebbe. Potrei per ciò tentare anch’io

qui, o direttamente con sir Edward Grey, o nelle conferenze che si terranno coi delegati britannici, secondo l’opportunità del momento, di ottenere che anche il Governo britannico faccia passi in questo senso presso il negus Menelik; e probabilmente riuscirebbe utile poter dire che già V.E. ha dato analoghe istruzioni al r. ministro in Addis Abeba. Vero è che, come risulta dal dispaccio ministeriale del 12 aprile n. 183, l’imperatore Menelik ha dichiarato di non disporre d’una organizzazione interna tale da impedire ogni contrabbando d’armi; ma io ora non propongo di chiedergli tanto, bensì solamente di essere più circospetto nel rilasciare le autorizzazioni all’acquisto di armi, e più severo nel punire quelli che ne abusano quando il fatto venga a sua conoscenza.

Per quanto poi concerne la visita a delle navi battenti bandiera francese, parmi difficile ottenere dal Governo inglese che si esponga ad un rifiuto quasi sicuro facendo pratiche nel senso da noi desiderato verso la Francia, la quale, come è noto, non ha dato ancora il suo assenso agli articoli 21-23 e 42-61 dell’Atto di Bruxelles.

Ho detto ciò per mettere in chiaro le difficoltà della situazione nonché i gradi di probabilità di ottenere qualche cosa. Ma ciò non esclude che io farò gli sforzi necessari per avvicinarmi il più possibile al conseguimento dei nostri fini.

102 1 T. 1960 del 13 settembre, non pubblicato, ma vedi D. 74.

103

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA

DISP. RISERVATO 49951/742. Roma, 17 settembre 1906.

Le sono noti i fatti di Sussak. Colà, nella notte dal 5 al 6 settembre, una turba di popolo invase un certo numero di case e negozi appartenenti a sudditi italiani, oltraggiando, minacciando, percotendo quanti vi si trovano, distruggendo e saccheggiando ogni cosa. I fatti non si limitarono a Sussak, poiché anche nella vicina Martinshizza una baracca abitata da una famiglia italiana fu egualmente depredata; e continuarono la notte successiva, nella quale furono commessi altri due saccheggi vandalici, contro proprietà di rr. sudditi. La maggior parte dei nostri connazionali di Sussak, abbandonando ogni avere, le case ed i negozi aperti e davastati, dovette rifugiarsi a Fiume, nella tema non ingiustificata di nuovi disordini. E durante tutto ciò, il contegno degli agenti dell’autorità fu debole ed incerto, lasciando scorgere, se non altro, un difetto assoluto di prevenzione.

Presso le autorità locali croate il r.console generale a Fiume avviò immantinenti quelle pratiche d’urgenza che erano imposte dalla gravità delle circostanze. Presso il Governo imperiale e reale, finora, non abbiamo fatto altri passi, tranne la domanda di provvedimenti energici, che l’E.V gli rivolse il 7 corrente1, dietro il telegramma per-

venutole da Fiume, e ripeté l’undici successivo, in seguito alle istruzioni telegrafiche da me impartitele la vigilia2. Noi attendevamo, nel frattempo, che dal Governo austro-ungarico ci venisse spontaneamente una amichevole espressione di rammarico per i danni che, nella persona e negli averi, i nostri connazionali avevano sofferti. Questa espressione è mancata, fino ad oggi almeno, ma noi non crediamo di poterne fare a meno. L’abbiamo sempre ricevuta da altri Governi, in casi simili, come per esempio, dalla Francia per i fatti di Aigues-Mortes; e colla Francia eravamo allora in rapporti piuttosto tesi, mentre colla Austria-Ungheria abbiamo ora relazione d’alleanza e di cordiale amicizia.

Per prima cosa, l’E.V. vorrà dunque, in via confidenziale ed amichevole, far presente al conte Goluchowski, la necessità di enunciare questa espressione di rammarico, che noi, nel comune interesse, preferiremmo risultasse dovuta alla spontanea iniziativa del Governo imperiale e reale che fatta dietro richiesta del Governo italiano.

Il secondo punto, sul quale non può esservi dubbio, è quello che si riferisce. alla identificazione, alla ricerca ed alla punizione dei colpevoli. Il r. console generale a Fiume ci ha già fatto sapere che le locali autorità, politica e giudiziaria, stanno attendendo a ciò; ma noi gradiremmo che dal Governo austro-ungarico ce ne venisse data ufficialmente la conferma e l’assicurazione.

Rimane un terzo punto: quello della eventuale indennità ai danneggiati. In pratica, tutti gli Stati hanno sempre cercato di non riconoscere il principio dell’indennità a danneggiati stranieri; anche la dottrina, in generale, inclina a negarlo, benché non manchino scrittori, i quali sostengono che il diritto delle genti impone ad uno Stato l’obbligo del risarcimento per i danni sofferti da sudditi di uno Stato estero, durante disordini o sommosse, anche nel caso che tali danni non dessero luogo ad un’indennità secondo i principii generali della responsabilità civile ammessi nello Stato. Ma vi sono due casi, per i quali la maggior parte degli autori di diritto pubblico sono concordi ad ammettere la responsabilità dello Stato: quello in cui i danni riportati da stranieri siano dovuti a colpa o a negligenza delle autorità locali; e quello in cui l’aggressione da essi patita espressamente diretta contro la nazionalità loro (v’è, a questo riguardo, un’esplicita e rimarchevole decisione dell’Institut de droit International, Neuchatel, 1900).

Noi potremmo con ogni fondamento sostenere che i fatti di Sussak rientrano in quest’ultima categoria: ma io credo preferibile, pur non trascurando siffatto argomento, di portare la questione sopra un terreno essenzialmente pratico. Fatte le debite proporzioni, e salvo la minore gravità delle loro conseguenze, gli attuali casi di Sussak hanno una grande analogia con quelli di Aigues-Mortes: negli uni come negli altri, furono recati danni alle persone ed agli averi di rr. sudditi, non già per ragioni d’ordine privato od altro, ma perché erano italiani. Ora, in quella congiuntura, il Governo francese volle bensì evitata con cura qualsiasi dichiarazione che avrebbe potuto compromettere la questione di principio dell’indennità, e costringerlo poi a corrisponderla in tutti i casi di danni sofferti da stranieri; ma volle nello stesso tempo concedere l’indennità stessa, dando a questa concessione il carattere di spontanea

elargizione. Non potrebbe il Governo austro-ungarico imitare questo esempio? Una spontanea elargizione, sia del Governo medesimo, sia personale di S.M. l’Imperatore, – il che salverebbe anche meglio per l’Austria la questione di diritto – chiuderebbe l’incidente in modo definitivo.

È da tener presente, a questo proposito, che per i fatti di Aigues-Mortes il Governo austro-ungarico fu tenuto informato dal r. ambasciatore a Vienna delle nostre trattative con la Francia, e della loro soluzione. Ora, il conte Nigra, telegrafava, il 20 agosto 1893, al nostro ministro degli affari esteri: «Il conte Kalnoky riconosce la gravità dei fatti, ed è d’avviso che il Governo francese dovrebbe dare soddisfazione immediata. Kalnoky di sua propria iniziativa farà conoscere questo suo sentimento al Governo francese nell’interesse europeo3, e più tardi, il 30 agosto: «Oggi, al suo ritorno in città ho veduto Kalnoky che si mostrò lieto della chiusura dell’incidente di Aigues-Mortes. Egli trova che il Governo italiano fu abile, previdente ed energico; e mi ha autorizzato a dirglielo»4.

Ciò detto, a me pare che sarebbe difficile porre la cosa sopra un terreno più amichevole, più conciliante e più moderato di quello che io la pongo; ella rileverà che non metto nemmeno in campo – benché le constatazioni fatte vi darebbero sufficiente appiglio – la questione della domanda di una punizione dei funzionari interessati, né tampoco di un’inchiesta intesa ad accertare la loro responsabilità. Ella deve pure por mente come la situazione del R. Governo sia resa più difficile ancora dalle circostanze, che contemporaneamente avvennero in parecchi punti di codesta Monarchia, altri fatti di cui ebbero a soffrire italiani non appartenenti al Regno; fatti nei quali, beninteso, il R. Governo riconosce, a norma dei principii di diritto pubblico, di non avere alcuna veste per interloquire presso il Governo imperiale e reale; ma che pure rendono l’opinione pubblica del paese ancor più sensibile per quelli che furono commessi a danno dei rr. sudditi.

Per questi ultimi, dunque, le domande da me ora formulate: spontanea espressione di rammarico – assicurazione ufficiale della punizione dei colpevoli – spontaneo invio di somma corrispondente ai danni subiti dai sudditi italiani rappresentano il minimo di cui possiamo accontentarci.

Per ottenere che esse vengano esaudite, è mestieri che l’E.V. spieghi tutto il suo tatto, tutta la sua abilità, ed anche tutta la sua energia. Io devo farle rilevare fin d’ora che se – ciò che non credo – incontrassimo da parte del Governo imperiale e reale resistenza a queste domande, sarei obbligato a dare a V.E. un congedo perpetuo indeterminato, né potrei consentire che tornasse a Vienna fino ad incidente esaurito. Ciò sarebbe grave, perché è molto facile passare da queste prime manifestazioni di malcontento alla rottura delle relazioni diplomatiche ed io non credo che il Governo austro-ungarico voglia spingere le cose fino a questo punto.

Per evitare perdita di tempo, e perché, stante la gravità dell’argomento, intendo dirigerlo io personalmente, la prego, fino a nuove disposizioni, di inviarmi direttamente a Desio tutte le sue comunicazioni, sia epistolari che telegrafiche al riguardo5.

4 Vedi serie seconda, vol. XXV, D. 523. 5 Vedi D. 106.

103 1 Con T. 2234/128, non pubblicato.

103 2 T. 1921 del 9 settembre, non pubblicato.

103 3 Vedi serie seconda, vol. XXV, D. 493.

104

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1285/384. Londra, 17 settembre 1906 (perv. il 22).

Perdurando l’assenza di sir Edward Grey ho conferito oggi con sir Charles Hardinge intorno al traffico delle armi in Gibuti.

Ho premesso che, seguendo l’esempio opportunamente dato dal Governo britannico, che ha delegato agli imminenti colloqui oltre ad un funzionario del Foreign Office anche uno del Colonial Office, pure il Governo italiano avrebbe fatto altrettanto, e che la scelta sarebbe probabilmente caduta sul commendator Pestalozza, tanto a cagione della sua speciale competenza, quanto perché i suoi precedenti ci autorizzano a crederlo particolarmente gradito al Governo britannico.

Entrando poi nel merito, gli ho spiegato tutta l’importanza della questione e tutta la gravità del pericolo che deriva così all’Italia come alla Gran Bretagna ed alla Francia stessa, dalla vendita di armi da fuoco agli indigeni; ho poi aggiunto che il Governo italiano tiene ad una soluzione favorevole della questione assai più di quel che forse qui si crede, anzi, dando a questa dichiarazione un carattere speciale di sincerità e cordialità personale, non dissimulai che il fatto di aver trovato finora in proposito così scarso appoggio da parte del Governo britannico, aveva prodotto un’impressione che stimerei utile di cancellare.

Salvo l’esame di tutti gli altri provvedimenti che si potranno concordare, conchiusi che intanto il Governo britannico avrebbe potuto amichevolmente tentare d’ottenere da quello francese istruzioni severe e categoriche alle autorità di Gibuti e avrebbe potuto al tempo stesso scrivere ad Harrington di influire presso il Negus onde si mostri più oculato nel rilasciare i certificati di cui è menzione nel mio rapporto n. 3811.

Spiegai poi che io credo che il Governo francese, che deve vedere le cose più dall’alto, non possa non avere disposizioni favorevoli, ma che probabilmente le autorità locali di Gibuti, come accade a tutti gli specialisti, non vedono che l’interesse immediato della colonia, ed espressi la fiducia che il Governo francese non rifiuterà certamente di dar loro ordini espliciti se il Governo britannico gli farà comprendere che anch’esso ci tiene, trattandosi di un grande interesse, comune alle tre potenze, d’un pericolo comune da prevenire.

Sir Charles Hardinge mi parve impressionato in senso favorevole al nostro desiderio, da tutta la mia esposizione, che ho qui riassunto brevemente, ma che fu assai lunga, e rispose che per quanto si riferisce alle pratiche amichevoli per indurre il Governo francese a far comprendere alle autorità di Gibuti che questi abusi devono cessare, ne riferirà a sir Edward Grey, lasciando ben intendere che il parere che gli darà sarà favorevole. Gradì la scelta del commendator Pestalozza da aggiungere nella prossima conferenza al conte de Bosdari. Quanto alle pratiche presso il Negus, mi

disse che da qualche giorno si è telegrafato ad Harrington autorizzandolo a venir in congedo, così che, al suo non lontano arrivo qui, si potrà udire il suo parere sui modi migliori d’ottenere la cooperazione di Menelik ai provvedimenti necessari per porre fine al traffico delle armi in Somalia.

104 1 Vedi D. 102.

105

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI

Disp. 50112/681. Roma, 18 settembre 1906.

Segno ricevuta e ringrazio del rapporto n. 6331, in data 1° settembre, col quale l’E.V. mi espone le difficoltà che ostano all’attuazione di un effettivo controllo per venire a conoscenza delle concessioni che in Tripolitania, o altrove, la Turchia fosse disposta a fare a favore di potenze estere.

Ho preso nota delle opportune avvertenze della E.V. Ritengo, ad ogni modo, che, in massima, sia da escludersi allo stato delle cose che i rappresentanti delle potenze presso la Sublime Porta possano avere istruzioni di procedere segretamente a trattative che abbiano a compromettere i nostri particolari interessi.

106

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, A DESIO

T. PERSONALE1. Vienna, 19 settembre 1906, ore 18,15 (perv. ore 23,20).

Ho ricevuto oggi lettera riservata di V.E. del 17 circa fatti Fiume2. Credo che non potrei meglio sdebitarmi istruzioni ivi contenute, che dando let-

tura suo testo via amichevole e confidenziale al conte Goluchowski, facendogli conoscere che io lo faccio di propria iniziativa, eliminando ben inteso ultima parte. Prego quindi V.E. dirmi se sono autorizzato3 a seguire tale via, rimettendo a Goluchowski anche copia testo stesso, ove ne esprimesse desiderio. Per ciò che riguarda Luigi Teodoro Kossuth, non sembrandomi opportuno scrivergli né recarmi Budapest per conferire con esso, sarebbe mia intenzione incaricare r. console generale, chiamandolo a Vienna, di interessarlo nel senso da V.E. desiderato. Siccome partenza Kossuth è

106 1 Dalle carte della Serie P.

2 Vedi D. 103. 3 Per il seguito vedi D. 108.

prossima, prego V.E. telegrafarmi d’urgenza se non ha obiezione contro ciò4. Per i fatti di Taranto mi conformerò istruzioni telegramma di V.E. da Desio del 18 corr.5. Prevengo V.E. però che fino ad oggi non mi pervenne dispaccio circa arresto nostri funzionari in Tirolo, annunciatomi con telegramma n. 19946.

105 1 Vedi D. 92.

107

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2362/69. Addis Abeba, 21 settembre 19061.

Miei colleghi di Francia Inghilterra ed io abbiamo avuto stamane lunga conferenza con Menelik relativa accordo. Egli ha sollevato obiezioni e chiesto schiarimenti sui vari articoli. Chiede testo dei trattati citati art. 1. Mostratosi sorpreso per citazione nell’accordo della ferrovia Eritrea Benadir che non gli è mai stata richiesta, domandando dove sarebbe passata. Ha rimandato ad un altro giorno proseguimento discussione. Dall’insieme delle obiezioni di Menelik, si può rilevare che è poco disposto ad aderire e cerca guadagnare tempo. Prego V.E. di farmi conoscere se posso dare a Menelik una traduzione Amhara del protocollo del 18912.

108

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. PERSONALE 1341. Vienna, 21 settembre 1906, ore 22,35.

Ho dato oggi lettura conte Goluchowski lettera V.E. 17 settembre circa fatti Sussak2 e ho fatto presso esso vive ripetute insistenze per convincerlo buon fondamento domande da lei avanzate e indurlo darvi soddisfazione. Conte Goluchowski mi

5 Con T. s.n. Tittoni comunicava: «In occasione comizio tenutosi ieri l’altro a Taranto per pro-

testare fatti Fiume, gruppo dimostranti lanciò sassi contro quel consolato austro-ungarico, rompendo qualche vetro. Finora incaricato d’affari imperiale e reale non ha reclamato. Se reclamasse, farò rispondere che sono pronto a dare tutte le soddisfazioni, appena Austria-Ungheria avrà accettato nostre domande per i fatti di Fiume, contenute in una lettera riservata che ella riceverà domani».

6 T. 1994 del 16 settembre, non pubblicato. 107 1 Trasmesso da Asmara il 23 settembre.

2 Per la risposta vedi D. 114. 108 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

2 Vedi D. 103.

ha detto che non era al corrente fatti suddetti non avendovi dato importanza. Egli non aveva ricevuto fino ad ora comunicazioni dal Governo ungherese che del solo rapporto autorità Fiume dal quale constava modo positivo che alcun eccesso era stato ivi commesso contro sudditi italiani. Rispetto fatto a Sussak attendeva tra giorni rapporti autorità locali le quali [...]3 non erano ferimenti, avessero mancato simultaneamente giacché gli risutava che avevano fatto quanto in loro potere per impedire eccessi. Mi ha espresso quindi suo rincrescimento per quanto era colà avvenuto e dichiarato che i colpevoli sarebbero [...]3. E ha aggiunto che non aveva difficoltà di incaricare ambasciatore Austria-Ungheria Roma manifestare R. Governo un’eguale espressione e dargli un’identica assicurazione ufficiale che le avrebbe impartito occorrenti istruzioni non [...]3 tosto che avesse avuto comunicazione conclusione inchiesta ora in corso; avendo fatto rilevare opportunità che tali istruzioni fossero inviate in breve, i fatti suddetti dei quali non potevasi dubitare essendo avvenuti già da più giorni, egli ha replicato che era innanzi tutto necessario attendere fine inchiesta. Circa spontaneo invio somma corrispondente danni subiti rr. sudditi, conte Goluchowski mi ha dichiarato che non poteva consentire maniera di vedere V.E. né credeva che fatti Sussak potevano aver qualche analogia con quelli di Aigues-Mortes. Se egli avesse soddisfatta tale domanda avrebbe stabilito precedente che avrebbe potuto essere invocato da altro Governo per casi simili. Ha [...]3 che e lo stesso non minor quello Sussak venivano più spesso Boemia da czechi contro tedeschi nei quali erano danneggiati pur sudditi germanici. Ma che Governo germanico non aveva mai chiesto che tali danni fossero indennizzati o venisse fatta spontanea elargizione dal Governo imperiale e reale. Del resto egli non poteva pronunziarsi ora su questione che riguardava pure Governo ungherese, ma mi ha assicurato che si sarebbe messo in rapporto con esso al riguardo e mi avrebbe comunicato sua decisione. Conte Goluschowski si è espresso meco modo più amichevole conciliante ma si è messo attesa arrendevole circa questa ultima questione nonostante [...]3 da me fatte più volte per indurlo soddisfare [...]3 V.E.

Nel corso della conversazione conte Goluchowski non ha fatto alcun cenno fatto Taranto.

106 4 Non rinvenuto nel registro dei telegrammi.

109

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA

T.1. Desio, 23 settembre 1906.

Lebrecht, che ha conferito meco, recasi da V.E. per mio ordine. Egli le esporrà con grande precisione lo stato delle cose, ponendola in grado – di fronte alla mancanza di informazioni del Governo ungherese, dovuta certamente a silenzio o reticenza

109 1 Dalle carte della Serie P.

interessata delle autorità locali – di affermare e dimostrare al conte Goluchowski gli eccessi avvenuti a danno di cittadini italiani. Perché non si faccia giuoco di parole, debbo avvertire, benché sia ovvio, che per fatti di Fiume abbiamo inteso designare con frase generica gli eccessi di Sussak. Di fronte a tali fatti urge che il Governo austro-ungarico ci autorizzi a render pubblico al più presto l’espressione del suo rincrescimento, e l’assicurazione della punizione dei colpevoli. Su ciò occorre che V.E. insista. Tenga però presente che la locale autorità giudiziaria, come Lebrecht con dati di fatto le dimostrerà, procede svogliata e parziale nella sua istruttoria. Urge quindi che il Governo centrale dia all’uopo ordini categorici. Quanto all’indennità, Lebrecht mi dice che i danni potranno ascendere da quindicimila a ventimila corone e bisogna assolutamente che il Governo austro-ungarico trovi modo di pagarla nella forma che più gli conviene per non pregiudicare la questione di diritto o creare un precedente invocabile in altri casi. Goluchowski non può non comprendere come il precedente di Aigues-Mortes darebbe luogo ad un confronto disastroso per l’amicizia austro-italiana, poiché sarebbe troppo stridente la differenza tra la Francia ostile che, pur sotto forma di spontanea offerta, paga l’indennità di quattrocentomila lire, e l’Austria alleata ed amica che non trova forma per pagare ventimila corone. Insista dunque V.E. energicamente su questo punto che è piccolo per sé stesso ma involve grandi conseguenze politiche. Lebrecht merita tutta la fiducia di un testimonio coscienzioso ed obiettivo; perciò ha da me ordine di rimanere a Vienna a disposizione di V.E. che, occorrendo, potrà anche presentarlo al conte Goluchowski2.

108 3 Gruppo cifrato.

110

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 2009/699. Therapia, 25 settembre 1906 (perv. il 3 ottobre).

Mi riferisco al mio telegramma n. 2061. Nel colloquio che io ebbi ieri col Gran Vizir ricondussi il discorso sulla ferrovia

Janina,Valona, Monastir, chiedendo in pari tempo a Sua Altezza se egli sapeva chi fosse il sig. Hans Halcool e qual scopo avesse la presenza di lui a Janina.

Rispose Ferid Pascià che egli ignorava persino il nome del sig. Halcool, nome che udiva per la prima volta, non avendo ricevuto dal valì di Janina alcuna informazione al riguardo. Supponeva che l’Halcool potesse essere una conoscenza personale di Seifullah Pascià, ovvero una persona raccomandatagli da un qualche suo amico, dall’estero. Il Gran Vizir mi ripeté, nel modo il più categorico, quello che mi aveva dichiarato la volta precedente, e cioè nessuna domanda di concessione è pervenuta in questi ultimi tempi alla Sublime Porta, nessun progetto è, per quanto a lui risulta, in

110 1 T. 2336/206 del 18 settembre, non pubblicato.

corso di studi per la ferrovia anzidetta, nessuna domanda di tal genere avrebbe al momento attuale probabilità di venire favorevolmente accolta dal Governo imperiale.

In vista della nota intimità esistente tra il Gran Vizir e l’ambasciata di Germania, ritenni più prudente di non far parola delle congetture, cui – secondo riferisce il comm. Millelire col secondo rapporto a V.E. n. 1592, pervenutomi ieri in copia, – ha dato luogo la gita a Janina del sig. de Below, incaricato di afffari germanico in Grecia. Al riguardo l’E.V. potrebbe, ove lo credesse, fare eseguire qualche indagine per mezzo della r. legazione in Atene.

D’altra parte, le informazioni assunte, per mio incarico, dal comm. Cangià al Palazzo imperiale, coincidono appieno con le dichiarazioni del Gran Vizir.

Tahsim Pascià, all’uopo opportunamente interrogato, rispose al nostro primo dragomanno che a Palazzo nulla si sa di un recente progetto austriaco di ferrovia Janina-Valona-Monastir, e nessuna intenzione si ha di dare simile concessione a capitalisti d’Austria-Ungheria o di altra nazione.

Le dichiarazioni, per quanto categoriche, del Palazzo, dovendo essere sempre accolte con una certa riserva, ho pregato il comm. Cangià di tener gli occhi aperti e di riferirmi qualsiasi notizia che sull’importante argomento sarà per venire alle sue orecchie.

Questo affare della ferrovia Janina-Monastir, ha formato anche argomento di un colloquio confidenzialissimo da me avuto recentemente con un personaggio ottomano appartenente ad una delle più cospicue famiglie dell’Albania del Sud, e bene in grado di sapere le notizie importanti d’interesse locale.

La persona da me interrogata mi diceva che la ferrovia anzidetta risponde ad un bisogno positivo della regione e che i vali di Janina e di Monastir ne propugnano la costruzione. «Il momento attuale», aggiungeva il mio interlocutore, «non è favorevole, perché il Sultano assai difficilmente s’indurrebbe a dare la sua autorizzazione. Ma, a mio avviso, la ferrovia presto o tardi dovrà farsi».

«Gli interessi tedeschi esplicandosi in altra direzione, io penso che, se voi italiani non studiate l’affare e non fate uno sforzo per ottenere la concessione, gli austriaci presto o tardi riesciranno ad averla, e voi non potrete impedirlo. Io sono un amico del vostro paese, perché so benissimo che la politica italiana in Albania non è in contrasto con gl’interessi turchi, visto che essa mira unicamente alla conservazione dello statu quo. Per conseguenza io vedo con piacere ogni indizio di affermazione dell’influenza italiana in Albania. Ma... scusate la franchezza del mio linguaggio, voi non seguite la buona strada per conseguire l’intento. Voi vi limitate ad aprire qualche scuola, a concludere qualche affare insignificante, ad inviare di tanto in tanto qualche nave, e tralasciate la politica migliore e piú sicura della penetrazione economica bene intesa ed esplicata con un programma concreto ben determinato e sistematicamente svolto con unico e costante intento direttivo. Se i tedeschi fossero nelle vostre condizioni, a tanta vicinanza del mio paese, a quest’ora avrebbero saputo trarre profitto anche dalla sabbia dell’Albania. L’Austria lavora indefessamente da anni, e tira dritta per la sua strada, profondendo denari e nulla tralasciando per radicare la sua influen-

za. Io sono covinto che, all’ora presente, il Governo austriaco deve avere pronti non uno ma dieci progetti di linee ferroviarie in Albania.

A mio avviso, la linea Valona-Janina-Monastir dovreste costruirla voi italiani. Evidentemente incontrerete difficoltà enormi, ma se non vi scoraggiate ed agite con prudenza non disgiunta da energia al momento voluto, e sopratutto se saprete e vorrete adoperare, senza esitazione e senza parsimonia i rimedi eroici senza i quali nulla si conclude in Turchia, dovreste finire per spuntarla, e la concessione ottenuta costituirà per voi un vero trionfo e contribuirà più che cento scuole ad assidere su basi salde l’influenza dell’Italia.

In conclusione, tenete sempre bene a mente che se voi nulla fate, faranno certamente gli altri, e voi non avrete né diritto né motivo plausibile per opporvi».

Ho riferito quasi testualmente le parola del personaggio. Io le ascoltai con attenzione. Mi tenni però nella massima riserva, limitandomi solo a rilevarne ed accentuarne quella parte che si riferiva ai fini leali della nostra politica, nullamente contraria agli interessi della Turchia, con la quale, dissi, è fermo intendimento del Governo del Re mantenere e consolidare sempre più le ottime e cordiali relazioni attuali.

Le confidenze fattemi e da me più sopra riferite contribuiscono a radicare sempre più in me il concetto che, in ogni occasione, io non cesso di sottoporre all’illuminato apprezzamento dell’E.V. Se l’Italia vuole sul serio assicurarsi in Levante, che, dopo tutto, è sempre il centro piú importante dei nostri interessi politici ed economici, quella posizione preponderante che le spetta, e che le darà diritto a far sentire la sua voce in un momento critico, conviene si decida a seguire l’esempio delle altre grandi potenze, avviando da questa parte i suoi capitali. Se l’azione economica, energicamente appoggiata dal Governo del Re, saprà dagli interessati esplicarsi a grado a grado, con criterii larghi ed accorti, conformi alle consuetudini ed alle tradizioni del paese, il capitale italiano dovrebbe trovare qui un impiego rimunerativo con vantaggio positivo dell’influenza politica del nostro paese.

La via è spinosa e piena di ostacoli, ma converrà pur decidersi ad incamminarvisi, se si vuole giungere a risultati serii ed impedire sopratutto che altri ci preceda e prenda il nostro posto.

109 2 Vedi D. 111.

110 2 Non pubblicato.

111

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 1371. Vienna, 26 settembre 1906, ore 12,20.

Ho parlato oggi Goluchowski senso telegramma di V.E. 23 corrente2 pervenuto ieri tardi e fatto di nuovo più vive ripetute insistenze perché consentisse domande di

2 Vedi D. 109.

lei. Goluchowski mi ha dichiarato che autorizzava V.E. rendere pubblica fino d’ora che Governo imperiale e reale aveva espresso Governo italiano suo rincrescimento fatti Sussak e dato assicurazione ufficiale che colpevoli sarebbero puniti. Quanto a inchiesta per fatti stesssi mi ha detto che secondo un rapporto pervenutogli ora dal sig. Wekerle essa sarebbe ultimata. In tal rapporto di cui mi ha dato lettura si fa conoscere che tre soli rr. sudditi di cui due fabbricanti ed uno fruttivendolo avevano subìto danni. I vetri del negozio degli uni sarebbero stati rotti e le frutta dell’altro deteriorate. I danni da loro sofferti erano stati calcolati: quelli dei primi a corone 100 e quello del secondo a corone 40. Console di Spagna reggente consolato d’Italia aveva constatato esattezza tali calcoli. Nel rapporto si aggiunge che colpevoli danni sarebbero puniti che due rr. sudditi che avevano tirato sulla folla a [...]3 arrestati e quindi rimessi libertà. Si annunzia invio rapporto particolareggiato autorità locale si conclude pregando Goluchowski esprimere rincrescimento Governo ungherese fatti in questione. Ho rilevato che contenuto tale rapporto non corrispondeva affatto a quanto r. console generale Fiume aveva riferito V.E. giacché danni subiti da rr. sudditi erano di molto superiori ammontando essi da 15 mila a 20 mila corone. Goluchowski ha replicato che non poteva attenersi che a quanto Wekerle avevagli dichiarato ufficialmente. Al che ho replicato che V.E. dal canto suo poteva attenersi alle affermazioni del r. rappresentante a Fiume agente coscienzioso e di piena sua fiducia. Ho aggiunto che egli sarebbe del resto giunto domani Vienna e che sarei tornato a vederlo domani stesso per fargli conoscere quanto mi avrebbe riferito per provare verità sue asserzioni e all’occorrenza io avrei pregato riceverlo.

Goluchowski ha risposto che ove r. console generale Fiume illuminato avesse fornito nuovi dati io poteva riferirglielo ma che questo non avrebbe infirmato risultato inchiesta ufficiale fatta da autorità locale. Quanto alla [...]3 mi sono adoperato modo più energico per convincerlo [...]3 pagare lire ventimila come elargizione spontanea nella forma che credesse più conveniente ma Goluchowski ha resistito nel suo rifiuto adducendo questione principio e precedenti che avrebbe stabilito se Governo imperiale e reale l’avesse pagate e ha osservato che se Governo ungherese avesse creduto accordarla essa non poteva essere calcolata che a corone centoquaranta, siccome era [...]3 dal rapporto Wekerle.

Ho osservato che non mi sembrava che egli considerasse, [...]3 dal suo vero punto di vista né conseguenze che potevano derivarne rifiuto Governo imperiale e reale pagare elargizione spontanea potendo essere sfruttato da nemici alleanza e fornire occasione dati precedenti Aigues-Mortes ad un confronto poco conforme amicizia italo-austro-ungarica. Goluchowski ha soggiunto che non comprendeva mia insistenza. Fatti Aigues-Mortes, ove erano avvenute lotte accanite, morti numerosi, non potevano paragonarsi a questi né avevano importanza attribuita loro da certi giornali italiani, egli avrebbe potuto rivolgere dal canto suo al R. Governo reclami per varii fatti come per esempio per quelli recenti Taranto. Ma nonostante che stampa fosse di essi occupata non credeva farne perché date relazioni amichevoli reciproche non li attribuiva importanza e riconosceva del resto che rr. autorità avevano agito correttamente. Ho colto l’occasione per dichiarare che V.E. era pronto dare Governo imperia-

le e reale soddisfazioni che desiderava non appena avesse corrisposto domanda da me ora formulate. Ma Goluchowski proseguendo mi ha detto che era dolente trovarsi impossibilità assoluta per ragioni già esposte fare elargizione spontanea chiesta da Governo. In presenza persistente suo rifiuto lo ho pregato volere riferire considerazioni da me esposte Governo ungherese che sperava avrebbe riconosciuta giustezza domanda V.E. [...]3 convenienza parer diritto.

Goluchowski mi ha promesso comunicarle Wekerle che aspettava a Vienna, ma ha ripetuto che se Governo ungherese si fosse deciso far elargizione spontanea questa non avrebbe potuto ammontare che a somma da esso indicatami. Da modo col quale si è espresso meco non sembra che Governo ungherese gli abbia manifestato intenzione pagare indennità regnicoli siccome mi ha telegrafato r. console generale Budapest. Ma di fronte contegno che egli persistente al riguardo V.E. giudicherà forse opportuno far nuove pratiche personali presso Luigi Teodoro Kossuth questione non potendo ormai essere risoluta in modo soddisfacente che per inizitiva del Governo ungherese.

111 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

111 3 Gruppo cifrato.

112

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A PIETROBURGO, MELEGARI

DISP. 51483/218. Roma, 26 settembre 1906.

Mi è pervenuto il rapporto in data 12 settembre n. 2781 e ringrazio l’E.V. delle interessanti notizie sull’opera personale del sig. Izvolskij nel Ministero che presiede e nella direzione della politica estera della Russia.

Nel compiacermi della cordialità dei rapporti esistenti tra V.E. e il sig. Izvolskij e nell’apprezzare le considerazioni di lui quanto alla opportunità e alla utilità di una sempre più cordiale intesa dell’Italia colla Russia non posso per parte mia, se non constatare che nessuna ragione esiste per cui la nostra azione diplomatica generale abbia a trovarsi in diretto antagonismo con quella del Governo di Pietroburgo.

112 1 Vedi D. 99.

113

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A PIETROBURGO, MELEGARI

DISP. 51484/219. Roma, 26 settembre 1906.

Ho ricevuto il rapporto del 12 settembre n. 2811 col quale V.E. mi segnala un movimento che da qualche tempo va manifestandosi in autorevoli giornali russi, in favore di un ravvicinamento fra l’Italia e la Russia negli affari balcanici.

La opportuna proposta dell’E.V. di richiamare l’attenzione dell’Agenzia Stefani sugli articoli summenzionati per accentuarne il significato con adatti commenti, è stata da me tenuta presente.

114

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. SEGRETO 20761. Roma, 27 settembre 1906, ore 14,10.

1) Nessuna difficoltà da parte nostra comunicare testo trattati citati articolo 1 dello accordo; essi sono tutti di pubblica ragione tranne quello franco etiopico 20 marzo 1897 e dovranno essere annessi allo accordo; 2) non abbiamo neanche difficoltà comunicare traduzione amarica protocolli del 1891 purché si sia sicuri di dare una esatta e buona traduzione e sia ben spiegato a Menelik che essi non possono essere invocati verso l’Etiopia che è uno Stato libero ed indipendente, ma hanno unicamente valore nei riguardi di Italia ed Inghilterra; 3) nell’articolo 9 dell’accordo si parla in genere di ferrovie inglesi e italiane, precisando però i punti estremi di queste ultime che dovrebbero passare ad ovest di Addis Abeba senza che si possa indicare il punto. È naturale che sarebbe necessario il permesso di Menelik, l’impegno riguardando unicamente le potenze stipulanti e non l’Etiopia.

Prego comunicare quanto precede ai suoi colleghi di Inghilterra e di Francia, e quando questi abbiano ricevuto dai rispettivi Governi istruzioni che li mettano in grado di agire d’accordo con lei potrà essere fatta a Menelik una comunicazione collettiva che io desidero conoscere preventivamente.

114 1 Trasmesso via Asmara.

113 1 R. riservato 690/281. Il contenuto è qui riassunto.

115

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2405/120. Londra, 27 settembre 1906, ore 18,10.

Nel mio odierno colloquio con Hardinge questi prese iniziativa parlarmi convenzione etiopica, mostrando qualche dubbio sul consenso di Menelik. Aggiunse che, se anche questi farà obiezione, convenzione rimarrà in vigore nei rapporti reciproci tra le tre potenze firmatarie. Sebbene non me ne abbia fatta formale richiesta, credo che gradirebbe sapere se Governo italiano divide tale modo di vedere.

116

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2425/125. Londra, 29 settembre 1906, ore 18,25.

Faccio seguito al mio telegramma n. 1191. Foreign Office comunica che ieri alla ambasciata britannica a Parigi dicevasi

che il Governo inglese ed il Governo italiano sarebbero lieti di venire ad un accomodamento col Governo della Repubblica circa il traffico delle armi nel Mar Rosso prima che si riunisca la Conferenza di Bruxelles; e così si allontanarebbe il pericolo che in seno di questa si potrebbero sollevare questioni moleste. Ambasciata britannica deve esprimere la speranza che il Governo francese acconsenta ad aggiungere che, in tal caso, le discussioni potrebbero cominciare immediatamente a Londra, e che il risultato ne verrebbe comunicato alla Conferenza, spiegando, inoltre, che ciò non impedirebbe che alla Conferenza si discutesse la questione del traffico sulla costa Occidentale. Il Foreign Office aggiunge che questa sera vengono mandati, in completo accordo, lettere a sir Francis Bertie, con istruzioni di dichiarare al Governo francese che il Governo inglese è, in linea generale, d’accordo colle vedute del Governo italiano.

116 1 T. 2399/119 del 27 settembre, non pubblicato.

117

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL CONSOLE GENERALE A SOFIA, CUCCHI BOASSO

L. PERSONALE CONFIDENzIALE 229/1908. Roma, 29 settembre 1906.

Da fonte che, pur essendo dubbia, si mostra talvolta bene informata, mi si vorrebbe far credere che fra codesto Governo e quello austro-ungarico siano intervenuti segreti accordi per un’azione comune in Macedonia da svolgersi nell’eventualità, che potrebbe avverarsi anche prossimamente, della morte del Sultano. In virtù di tali pretesi accordi l’Austria lascerebbe alla Bulgaria libertà di movimento in Macedonia, sia per averne occasione di agire, a sua volta, sia per accattivarsi la benevolenza di uno almeno fra gli Stati balcanici, rompendo così il cerchio di antipatie che ostacola al presente l’azione della Monarchia in Oriente.

Le sarò grato se, intorno a ciò, ella vorrà indagare accuratamente e in guisa da potermi fornire al più presto notizie attendibili, accompagnate dai suoi personali apprezzamenti1.

118

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1357/406. Londra, 1° ottobre 1906 (perv. il 6).

Mi riferisco ai miei rapporti nn. 381 e 3841 ed ai miei telegrammi nn. 116, 1192 e 1253.

In seguito alla mia conversazione con sir Charles Hardinge in data 17 settembre, gli indirizzai la lettera qui acclusa in copia (annesso n. 1)4 colla quale, in attesa dei colloqui che dovevano aver luogo al Foreign Office, chiedeva intanto che il Governo britannico non perdesse tempo nel far presente al Governo francese la necessità di urgenti per quanto provvisorie misure. A detta lettera il Foreign Office rispose colla nota qui ugualmente acclusa in copia (annesso n. 2)4, la quale non prende in diretta considerazione la mia domanda, ma afferma che il Governo britannico aveva fatto vive istanze al Governo francese perché questo consentisse ad includere l’argomento del traffico delle armi nel Mar Rosso fra quelli da trattarsi nella prossi-

118 1 Vedi DD. 102 e 104.

2 TT. 2375/116 del 24 settembre e 2399/119 del 27 settembre, non pubblicati. 3 Vedi D. 116. 4 Non pubblicato.

ma conferenza di Bruxelles. Ci trovavamo dunque di fronte ad un equivoco, e per non farlo più ad oltre durare il conte de Bosdari si recò al Foreign Office ed insistette perché la riunione proposta dal Foreign Office nella sua nota del 3 settembre avesse ugualmente luogo prima del congresso di Bruxelles ed indipendentemente da esso. Si riuscì di fatti ad avere un’appuntamento per il giorno 26 settembre e su di essa riunione riferii sommariamente col precitato mio telegramma n. 119. Il conte de Bosdari ed il commendatore Pestalozza trovarono i due delegati inglesi Mr. Clarke e Mr. Read nella persuasione che si trattasse puramente e semplicemente d’intendersi per trattare a Bruxelles della questione; ma non tardarono essi ad entrare nel nostro ordine di idee e ad ammettere che lo spauracchio di sollevare in seno alla conferenza la questione in modo pubblico e non gradevole alla Francia, potesse servire ad indurre quest’ultima ad accettare l’idea di una riunione immediata. Il commendatore Pestalozza colla sua alta competenza in materia e colla sua lunga esperienza degli affari del Mar Rosso fu in grado di dimostrare ai delegati inglesi tutta la grandezza del male e l’urgenza di porvi rimedio. Tanto egli che il conte de Bosdari sostennero che le domande del Governo italiano già ripetutamente esposte al Foreign Office, erano le sole che contenessero una adeguata soluzione per tale affare. Come le telegrafai a V.E. il giorno dopo, i delegati inglesi fecero un progetto di telegramma nel senso di dare istruzione all’ambasciatore inglese a Parigi di appoggiare i passi già fattivi dal conte Tornielli e di chiedere al Governo francese di nominare uno o più delegati per discutere la questione in Londra con i delegati italiani ed inglesi prima ed indipendentemente da quanto si potrà fare alla conferenza di Bruxelles. Tale progetto di telegramma fu inviato a sir Edward Grey perché lo approvasse; e come ho riferito a V.E. col mio telegramma n. 125, sir Edward Grey approvò e le istruzioni sono state mandate. Accludo copia della lettera particolare di Mr. Clarke al conte de Bosdari4, dalla quale risulta quanto sopra. Qualunque sia per essere la risposta del Governo francese che ora attendiamo, non posso a meno di considerare questa prima fase dei nostri negoziati come un successo, nel senso che si è finalmente riusciti ad indurre il Governo britannico a fare unitamente a noi un passo decisivo verso la Francia. Tale successo essendo in buona parte dovuto alla speciale competenza in materia del commendatore Pestalozza, e la sua presenza qui dovendo riuscire ancor più utile nelle prossime conferenze dei delegati dei tre paesi che sperasi poter tenere in questi prossimi giorni, io prego V.E. di voler lasciare il commendatore Pestalozza a disposizione di quest’ambasciata per qualche tempo ancora, affinché essa possa valersi del mio prezioso aiuto.

Contemporaneamente alle pratiche fatte coll’esito qui sopra riferito dai due predetti signori, io non ho mancato d’insistere nelle stesso senso presso sir Charles Hardinge; ed ai miei colloqui è stata guida costante la persuasione che è certamente necessario di evitare ogni apparenza che le nostre trattative qui col Governo britannico abbiano alcunché di poco amichevole e di poco leale verso la Francia, e producano l’impressione non confacente alla dignità del nostro paese che questo per far valere le sue giuste ragioni voglia spingere una potenza maggiore a patrocinarle.

Per evitare tutti questi inconvenienti, nei miei colloqui con sir Charles Hardinge ed in quello che ebbi con sir Edward Grey, ho sempre mostrato di considerare la questione del traffico delle armi non come un interesse principalmente italiano né come una richiesta d’appoggio alla Gran Bretagna, ma come un interesse comune in prima

linea ed in misura uguale all’Italia ed alla Gran Bretagna, ed in minor grado anche alla Francia. Ho pure sempre avuto cura di dire al Governo inglese che ogni accordo su tale argomento non deve avere il carattere d’un accordo a due contro la Francia e per far pressione su di essa, ma di un accordo colla Francia per un fine comune alle tre potenze. Ho insistito su di ciò perché non potevo per una questione speciale perdere di vista i fini e l’indirizzo della nostra politica generale, e perché, dati gli attuali rapporti franco-inglesi, è questo l’unico modo di ottenere qualche cosa dall’Inghilterra; e quindi sarebbe inutile e pericoloso apparire meno benevoli di essa verso la Francia alla quale è probabile che quasi ogni nostro passo presso il Governo inglese sia fatto conoscere. Ho anche fornito a viva voce a sir Charles Hardinge parecchi schiarimenti sul come in via di fatto si svolge questo commercio a Gibuti e nel Sultanato di Mascate, e ho cercato di fargli ben comprendere che oltre agli accordi dei tre Governi in Europa, è necessario assicurarsi che praticamente le rispettive autorità locali li traducano in atto in modo efficace e secondo il vero spirito ed il vero intento degli accordi stessi. Sulla speciale questione del diritto di visita l’ho pregato di esaminare se, qualora la Francia non aderisca alle nostre proposte, sia possibile d’indurla almeno a consentirvi fuori delle sue acque territoriali e per le navi di un certo tonnellaggio, essendo suo interesse morale che le imbarcazioni indigene che battono bandiera francese non abusino di questa per trasportare come fanno nella Somalia italiana ed inglese da Mascate e da Sur le armi e le munizioni che in quel sultanato arabo vengono esportate da Gibuti. È infatti da notare che dopo esser state a Gibuti esportate per il sultanato di Mascate, che è fuori dalla zona determinata dall’articolo 8 dell’Atto di Bruxelles, le armi e le munizioni vengono trasportate in Somalia, e non tornano a Gibuti; così che l’interesse nostro è di visitare le imbarcazioni non nelle acque territoriali francesi, bensì in quelle italiane ed inglesi e nel mare libero.

Giunto poi giovedì 27 corrente il telegramma di V.E. che approva la mia idea di parlarne a Cambon, dubitando che Hardinge l’avrebbe fatto di sua iniziativa, ho voluto prevenirlo esponendo subito a lui questa idea, che l’ha caldamente approvata.

Intanto per esser sicuro di parlare io a Cambon prima che gli parlasse o Hardinge o altro funzionario britannico, mi sono recato dall’ambasciatore di Francia venerdì 28 settembre, e l’ho pregato di esercitare la sua influenza a Parigi dove si recherà il 5 ottobre, per ottenere dal Governo francese la adozione dei provvedimenti veramente pratici ed efficaci, e l’adesione ad inviare qui delegati speciali per prendere accordi coi nostri e cogli inglesi, e, comprendere la questione del traffico delle armi nel programma della conferenza di Bruxelles e finalmente accettare la visita reciproca delle navi con equi temperamenti.

Il sig. Cambon si mostrò disposto recandosi a Parigi, a far pratiche in questo senso, ma espresse il timore che, dovendosi mettere d’accordo i due Ministeri francesi degli esteri e delle colonie, passino ancora alcuni mesi prima di giungere ad una decisione qualunque. Alle difficoltà ben note sollevate sinora dal Governo francese per la visita delle navi, aggiunse quella derivante dai diritti che la Francia si è sempre riservata su Mascate, benché praticamente non li faccia valere, obbiezione questa che a me non pare di gran valore trattandosi di due questioni ben distinte. Disse che le navi indigene con bandiera francese che da Mascate e da Sur commerciano colla costa Somala non sono che 30 o poco più e seguono sempre gli stessi itinerari, il che faciliterebbe la sorveglianza: ma io gli feci notare che tale regolarità d’itinerario si

capisce quando fanno commerci leciti, ma che per quelle delle armi mutano spesso di rotta e di approdo. In sostanza esso non si mostra alieno dal patrocinare un accordo equo e pratico sulla questione della visita. Disse esser difficile alle autorità di Gibuti controllare l’autenticità della autorizzazione di Menelik a sudditi suoi per comprare armi, e accettare se questi le comprino per uso proprio e per rivenderle. Non negò che possa forse il desiderio d’impinguare il bilancio della colonia influire sull’animo delle autorità locali. Convenne con me sull’utilità d’indirizzare le trattative in modo da mirare sopratutto a risultati pratici ed efficaci, riducendo al minimo possibile le discussioni giuridiche.

Riassumendo questa parte della nostra conversazione nella quale ho anche messo in evidenza l’importanza della questione per l’Italia ed i benefici effetti di un’equa soluzione sui rapporti franco-italiani, a me pare che Cambon sia personalmente desideroso di far qualche cosa, ma che senza volerlo confessare, anzi dicendo il contrario, sia in cuor suo persuaso che il suo Governo non vuol far nulla di serio per reprimere il traffico delle armi, che ad essi reca utile finanziario e non pericoli. Per verità io ho cercato di fargli comprendere, forse anche esagerandoli, questi pericoli, e gli ho ricordato che gli Issa Somali hanno più volte minacciato e interrotto la via carovaniera tra Gibuti e l’interno e persino minacciato, se non interrotto, la ferrovia Gibuti-Dire-Daua.

Vengo ora ad un argomento, certamente da me inatteso, che il sig. Cambon volle trattare nello stesso colloquio. Egli senza farne proposta et pas même, aggiunse, une suggestion accennò all’opportunità possibile di estendere l’accordo contro il traffico delle armi alla Cirenaica, dove s’importano clandestinamente fucili e munizioni, che vanno nell’interno dell’Africa a popoli già compresi nella sfera d’influenza francese.

Già nel 1896, e sopratutto nel 1901, io, viaggiando in Tripolitania ed in Cirenaica, avevo saputo di questa importazione di fucili, in gran parte fucili gras, venduti dal Ministero della Guerra ellenica; anzi nel 1901 a Bengasi mi fu detto, forse esagerando, che in poco più d’un anno se ne erano introdotti circa 60 mila.

Io risposi al sig. Cambon dandogli questa notizia, e aggiungendo che non conosco in proposito le idee del Governo italiano, al quale ho ragione di credere che non sia mai stata fatta alcuna apertura in questo senso, il che il sig. Cambon mi confermò; ma, seguitai io, in previsione di possibili eventi futuri e anche interesse italiano che gli arabi della Cirenaica e della Tripolitania non continuino su larga scala a sostituire fucili moderni a retrocarica ai lunghi fucili tradizionali dei beduini, e che quasi certamente il Governo italiano prenderebbe in benevolo esame proposte di accordo in proposito, purché però fossero oggetto di trattative separate. Difatti se si conglobasse simile trattativa con quelle in corso per la Somalia, ciò costituirebbe una nuova ragione d’indugio. A ciò Cambon replicò che egli non faceva, ne era autorizzato a fare alcuna proposta, et pas même, ripeté, une suggestion.

117 1 Per la risposta vedi D. 123.

119

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA

T. RISERVATO PERSONALE1. Roma, 2 ottobre 1906, ore 22,30.

Ho ricevuto il suo telegramma n. 1402. È per noi sommamente importante che una pubblicazione circa i fatti di Fiume

possa esser fatta senza ulteriore ritardo, tale da rendere più esigente l’opinione pubblica e la situazione per il R. Governo ancora più difficile. Importa pure che questa pubblicazione non si limiti ai due punti già concordati: espressione del rincrescimento ed assicurazione della punizione dei colpevoli; poiché ciò potrebbe far credere che la questione della indennità è stata definitivamente scartata. Prego dunque V.E., in seguito alle dichiarazioni statele fatte dal sig. Wekerle, proporre al conte Goluchowski, la seguente formola da render pubblica fin d’ora: «II Ministero degli affari esteri della Monarchia austro-ungarica ha espresso all’ambasciatore d’Italia a Vienna il rincrescimento del Governo imperiale e reale per i fatti di Sussak, nei quali rimasero danneggiati cittadini italiani; e lo ha assicurato che l’autorità giudiziaria sta procedendo, per la punizione dei colpevoli a norma delle leggi dello Stato. Però indipendentemente dall’azione giudiziaria, non essendovi piena concordanza fra le allegazioni del r. console generale a Fiume, e quelle delle autorità amministrative locali, il presidente del Consiglio ungherese ha invitato il bano di Croazia a delegare a Sussak un suo funzionario, col mandato di eseguire una nuova inchiesta d’accordo col r. console».

Sembrami che questa redazione, la quale non pregiudica né l’ammontare, né la forma, e nemmeno l’accettazione in principio dell’indennità, dovrebbe essere senz’altro accolta da codesto Governo.

120

IL DIRETTORE DELL’UFFICIO COLONIALE, AGNESA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

PROMEMORIA. Roma, 2 ottobre 1906.

L’idea del conte Tornielli – rapporti 18 luglio e 5 settembre p.p. nn. 824 e 10281 – di una intesa col Governo francese per l’hinterland tripolino, merita di essere ora presa in attento esame, tenuto conto delle favorevoli disposizioni di cui sembra animato M. Bourgeois.

2 Del 29 settembre, non pubblicato.

Per stabilire le istruzioni da darsi in proposito al conte Tornielli, occorre anzitutto avere sotto gli occhi e studiare la natura degli accordi intervenuti per la Tripolitania, tra Italia e Francia e precisare poi, per quanto sarà possibile, la situazione di diritto e di fatto della Turchia nell’hinterland tripolino.

In quanto alla situazione di diritto la dichiarazione franco-inglese 21 marzo 1899, che traccia le sfere d’influenza rispettive, a partire dal punto di separazione delle acque del Nilo e del Congo, sino a raggiungere il tropico del Cancro, provocò le proteste della Sublime Porta (telegramma agli ambasciatori ottomani a Londra e Parigi 15 maggio 1899). Circa alla situazione di fatto, i recenti incidenti per Bilma e Janet confermano abbastanza chiaramente che la sovranità ottomana nell’hinterland tripolino è stata assai debolmente esercitata e che non vi si trova traccia di stabile occupazione militare, né di un regolare governo civile.

Dai rapporti summentovati del r. ambasciatore a Parigi risulterebbe che gli accordi intervenuti fra i Governi italiano e francese per Tripoli non contengano impegni positivi e precisi, altrimenti né M. Bourgeois, né il conte Tornielli riconoscerebbero l’opportunità di stipularne di nuovi.

Comunque ciò sia, per dare istruzioni al r. ambasciatore a Parigi, nel senso sopra indicato, occorre che l’Ufficio Coloniale prenda conoscenza delle convenzioni o dichiarazioni segnate fra Italia e Francia, al tempo dei ministri degli affari esteri marchese Visconti Venosta e marchese Prinetti.

119 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

120 1 Non pubblicati.

121

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2475/126. Londra, 5 ottobre 1906, ore 12,20.

Mi riferisco al dispaccio di V.E. del 13 settembre n. 3861. Foreign Office mi comunica adesso confidenzialmente, avere fino dal 5 di set-

tembre risposto al Governo spagnuolo che il Governo inglese, d’accordo col Governo francese, non ammette la possibilità di alcuna discussione sopra alcuno dei punti definiti dall’atto di Algesiras. L’esame di una sola delle domande del Magzen rimetterebbe tutto in causa. Inghilterra considera irrevocabile adesione ufficiale del Sultano del Marocco, e spera che Governo spagnuolo, fedele alla politica di unione con Inghilterra e Francia seguita nella Conferenza ed agli accordi che ne sono la base, dividerà questo modo di vedere e respingerà egualmente, in modo assoluto, la domanda marocchina.

121 1 Non pubblicato.

122

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

DISP. RISERVATO 53356/423. Roma, 6 ottobre 1906.

L’incaricato d’affari di Francia in Roma, venuto qualche tempo fa alla Consulta manifestò, a nome del suo Governo, preoccupazioni per l’indugio frapposto da Menelik a dare la sua adesione all’accordo per la Etiopia.

Telegrafai al ministro in Addis Abeba1, e ora questi mi telegrafa che l’imperatore Menelik, nel corso di una conferenza avuta con lui e i colleghi di Francia e Gran Bretagna, circa l’accordo italo-anglo-francese per l’Etiopia, aveva sollevato obbiezioni e chiesto schiarimenti sulle varie clausole, nonché comunicazioni sui trattati mentovati all’art. 1.

Il Negus si sarebbe inoltre mostrato sorpreso per la menzione fatta della ferrovia Eritrea-Benadir, la cui concessione non gli sarebbe stata domandata ed avrebbe espresso il desiderio di conoscere il tracciato di quella linea.

Il maggiore Ciccodicola aggiunge essere stato il proseguimento della conferenza rimesso ad altro giorno e d’aver riportata l’impressione che Menelik è poco disposto ad aderire all’accordo, cercando guadagnar tempo. Il r. ministro, infine, chiede se possa dare all’Imperatore una traduzione amarica del protocollo 1891.

Ho risposto: 1) che non abbiamo, per parte nostra, difficoltà a comunicare i trattati citati allo art. 1 dell’accordo, che dovranno a questo essere annessi, essendo tutti stati pubblicati, tranne quello franco-etiopico 20 marzo 1897; 2) che, del pari non abbiamo obbiezione a dare una traduzione amarica dei protocolli 1891 purché si sia sicuri della fedeltà della versione e si spieghi bene al Negus che quei protocolli hanno valore unicamente tra l’Italia e l’Inghilterra e non possono essere invocati nei rapporti diretti con l’Etiopia, che è Stato libero ed indipendente; 3) che per quanto concerne la ferrovia si parla genericamente nell’accordo di ferrovie inglesi ed italiane, precisando però i punti estremi di queste ultime, che dovrebbero passare ad ovest di Addis Abeba, senza che si fosse indicato il percorso, ma che è naturalmente necessario il permesso di Menelik, poiché l’impegno riguarda soltanto le parti stipulanti e non l’Etiopia.

Per procedere in perfetta intesa coi Governi britannico e francese, ho telegrafato al r. ministro in Addis Abeba che informi di codeste nostre disposizioni i suoi colleghi di Francia e Gran Bretagna e se essi riceveranno istruzioni di fare una comunicazione analoga e collettiva al Negus, egli vorrà concertarsi all’uopo con il sig. Lagarde e sir E. Harrington, ma facendomi prima conoscere il testo della comunicazione stessa.

Prego pertanto l’E.V. di informare di tutto ciò codesto Governo e chiedergli se, condividendo il mio parere circa le risposte da dare a Menelik, esso intenda inviare al proprio rappresentante in Etiopia istruzioni, per quanto lo concerne, analoghe a quelle da me inviate al nostro ministro in Etiopia2.

122 1 Vedi D. 107.

123

IL CONSOLE GENERALE A SOFIA, CUCCHI BOASSO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. PERSONALE CONFIDENzIALE1. Sofia, 6 ottobre 1906.

Ho l’onore di rispondere, per quanto mi è possibile, alla lettera che V.E. si compiacque dirigermi in data delli 29 settembre u. s.2, poiché, come è noto, il principe Ferdinando il quale tratta direttamente i più importanti negozii di Stato sa circondarli di un velo di mistero che è ben difficile di sollevare.

Ritengo sia innanzi tutto da escludere assolutamente che trattative del genere di quelle cui accenna V.E. possano esser state condotte a Sofia, né si ha qui alcun sentore di negoziati che potrebbero eventualmente aver avuto luogo fra il Gabinetto di Vienna e Sua Altezza Reale durante il suo recente e prolungato soggiorno in Austria.

L’attitudine del Principe, i discorsi dei ministri e degli uomini politici di tutti i partiti, il contegno del Governo (anche per quanto concerne le trattative commerciali sempre sospese), le manifestazioni popolari, il linguaggio della stampa, le ciarle degli affigliati ai partiti macedoni, tutto fa ritenere come cosa impossibile un accordo fra la Bulgaria e l’Austria-Ungheria concernente la Macedonia, poiché il maggior pericolo che questo popolo paventi (più ancor di quello di aver nemica la sorte delle armi ove avvenisse un conflitto colla Turchia) si è la calata dell’Austria in questa penisola, vedendosi nell’esercito della Monarchia l’avanguardia delle forze teutoniche sognanti la conquista dell’oriente europeo.

Né il Principe, che finora ha dimostrato di essere l’interprete più chiaroveggente dei sentimenti della sua patria di adozione, sembra esser colui il quale possa stringer accordi che favorirebbero la espansione austriaca fino a Salonicco, lasciando così stabilirsi in Macedonia una potenza che, fatalmente, finirebbe per soffocare il giovane Stato bulgaro.

Tutte le indagini che colla più gran cautela ho potuto fare in questi giorni mi confermerebbero che non esistono accordi austro-bulgari relativi alla Macedonia.

subito, parmi preferibile di fare, dopo la firma, e non prima, la comunicazione di cui nel dispaccio di V.E. del 6 ottobre n. 423, visto che obiezione principale di Menelik si riferisce alla parte che interessa l’Italia».

2 Vedi D. 117.

Ma siccome la prudenza non è mai di troppo, ritengo sia pur da prendere in qualche considerazione l’eventualità che il Gabinetto di Vienna possa pensare ad attirare nell’orbita sua la Bulgaria, se, come qui si teme, l’Austria, presentandosi una qualsiasi occasione favorevole, si decida a procedere verso il sud, utilizzando tutti i preparativi militari fatti da anni, con tanta perseveranza d’intenti, nei territorii d’occupazione che le schiudono le porte della Penisola Balcanica.

Come mi risulta in modo positivo il Governo austro-ungarico per le relazioni dei suoi addetti militari è perfettamente al corrente dei grandissimi progressi fatti da questo esercito e ben sa come il popolo bulgaro rappresenti l’elemento più vitale di questa regione d’Europa; pertanto potrebbe esser indotto a desiderar di procedere d’accordo colla Bulgaria.

Per giungere a tale intento potrebbe, a un momento dato, lavorar sull’animo ambizioso del Principe e tentarlo facendogli vedere che la fiducia da lui riposta nelle potenze Occidentali è rimasta finora sterile di risultati. Potrebbe anche garantire alla Bulgaria in ogni evenienza la neutralità della Romania e della Serbia nella certezza di poterne impedire qualsiasi movimento. Potrebbe per ultimo far balenar qui il miraggio di una facile espansione fino alle rive del Mar di Marmara.

Di queste tentazioni che potrebbero venire dal Gabinetto di Vienna è forse bene tener conto tanto più che con tali proposte, se mai fossero fatte, l’Austria, sostituendo (con suo vantaggio) la Bulgaria alla Russia, ormai paralizzata, verrebbe a tentar di metter in esecuzione l’antico piano, già elaborato nel XVIII secolo fra le Corti di Vienna e di Pietroburgo, per la spartizione della Penisola Balcanica in due zone longitudinali riservandosi per essa quella bagnata dall’Adriatico.

Pertanto continuerò con ogni diligenza a vigilare le manovre del Governo austro-ungarico a Sofia e non mancherò di segnalar a V.E. qualsiasi indizio potessi raccogliere al riguardo.

Tutto induce a credere, per chi vive in questa capitale, che i temuti gravi avvenimenti i quali potrebbero sconvolgere l’assetto della Penisola possano precipitar nell’eventualità della morte del Sultano. E se anche le parole, rivolte da Sua Altezza Reale al nostro addetto militare in occasione del pranzo di Corte dato ieri, dopo le manovre, agli ufficiali esteri, escluderebbero la possibilità di accordi bulgaro-austriaci, non è men vero che questo Sovrano (il quale tiene nelle sue mani esperte tutte le fila della politica estera del principato) in varie occasioni ha lasciato intendere di esser trascurato da noi e si è lamentato, colle sue frasi circonvolute, di non veder accolta, col favore che la situazione d’oriente richiederebbe la sua idea che un’intesa politica più intima fra l’Italia e la Bulgaria potrebbe riuscir utile ai due paesi.

Essendo mio dovere di esporre con tutta franchezza a V.E. il mio pensiero, basandomi anche sull’opinione recisa del nostro e quella di altri addetti militari qui residenti circa l’importanza sempre crescente dell’esercito bulgaro, ritengo sarebbe nostro interesse di coordinar la nostra politica a più intimi rapporti con questa giovane nazione la quale dimostra aver le qualità richieste per aspirare a maggiori destini3.

122 2 Con T. 2517 dell’11 ottobre di San Giuliano rispondeva: «Se convenzione per Etiopia firmasi

123 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto.

123 3 Per la risposta vedi D. 140.

124

L’INCARICATO D’AFFARI A BELGRADO, ANCILLOTTO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI,

R. RISERVATO 763/215. Belgrado, 6 ottobre 1906 (perv. il 13).

Come ebbi l’onore di telegrafare alla E.V. i1 2 corrente1, l’ultima nota austriaca, che dichiara ancora non soddisfacenti le proposte serbe, benché concepita in termini più cortesi dell’usato, lascia la situazione invariata.

È da rilevarsi il fatto che la nota non accenna in particolare alle varie quistioni in dibattito, prima, fra le altre, quella della fornitura dei cannoni, ma, tenendosi sulle generali, chiede una specie di diritto di priorità per tutte le aste e le forniture dello Stato a condizione che la qualità della merce sia la stessa e i prezzi eguali a quelli offerti da altre ditte in concorrenza, di nazionalità non austriaca.

Avendo richiesto questo ministro degli affari esteri in proposito, egli mi disse cha mai, a queste condizioni si sarebbe venuti ad un accordo anche per il danno evidente che ne avrebbero avuto gli altri Stati, nonché assai probabilmente il suo paese.

Si sta pertanto determinando in Serbia un radicale mutamento degli scambi commerciali, e naturalmente l’orientazione politica ne risentirà le conseguenze.

La stampa locale inveisce più che mai contro l’Austria ed ha parole di viva simpatia per la Russia, l’Italia e la Francia che stanno trattando per le prime con la Serbia per un accordo commerciale egualmente vantaggioso ai contraenti.

Ma è con quest’ultimo paese, la Francia, che le trattative pare vadano assumendo una importanza speciale.

Per completare il suo armamento e per costruire nuove ferrovie e l’acquisto del relativo materiale, la Serbia dovrà fare un prestito di un centinaio di milioni. Per la sua riuscita, sembra che la Francia presenti delle buone condizioni. In questo caso, l’ordinazione dei cannoni dovrebbe esser data ad una casa francese credo il Creuzot. Intanto una missione militare serba è partita a questo fine per Parigi.

Un progetto di ben grande importanza e che non data certo da oggi occupa ora in particolar modo il Governo serbo. Si tratta di una linea ferroviaria di 522 chilometri di lunghezza che partirebbe dal Danubio al confine serbo-rumeno-bulgaro a Radujevatz, e per Nische Prizrendi, attraverso il territorio turco, dovrebbe arrivare all’Adriatico, a San Giovanni di Medua.

Ed è nelle presenti circostanze, in vista delle difficoltà per le sue importazioni ed esportazioni che la Serbia cercherebbe attuare, se possibile, d’accordo con gli Stati interessati e con l’aiuto del capitale straniero, questo per lei grandioso progetto, che la renderebbe veramente indipendente dal potente Impero vicino.

Ho visto che il comm. Mayor, all’epoca della sua missione in Serbia, si è occupato in particolar modo di tale quistione. Ora il tracciato sarebbe alquanto diverso. Esso riuscirebbe più accetto alla Rumania e alla Bulgaria, e il Governo serbo sembrerebbe disposto a garantire, in una determinata misura, l’interesse del capitale necessario all’impresa. Il sig. Pachitch, presidente de Consiglio, me ne parlò ripetutamente. Un sindacato europeo, mi disse, sarebbe forse indispensabile allo scopo, e l’Italia, tanto interessata a trovarsi in diretta comunicazione cogli Stati balcanici, potrebbe prenderne l’iniziativa, senza per questo compromettersi finanziariamente. Il sig. Pachitch aggiunse, che mi avrebbe mandato fra non molto il relativo progetto dettagliato.

Ho creduto dover riferire tutto questo all’E.V. malgrado finora non se ne sia potuto far niente, per dimostrare ancora gli sforzi tenaci di questa povera nazione diretti a sottrarsi all’influenza austriaca, che le diviene ora specialmente più dura.

È indubitato che l’Italia ha qui un naturale alleato che nelle possibili future complicazioni non è da disprezzarsi. Con le nuove relazioni commerciali e con l’eventuale appoggio che si vorrà o si potrà accordare, non potranno farsi che più stretti i vincoli di amicizia che legano la Serbia a l’Italia.

124 1 Con T. 2449/44, non pubblicato.

125

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL CONSOLE GENERALE A BUDAPEST, SALLIER DE LA TOUR

T.1. Desio, 7 ottobre 1906, ore 11.

Siamo per pubblicare d’accordo con Vienna formola che risolve in parte incidente Sussak mediante espressione rincrescimento promessa punizione colpevoli e nuova inchiesta con nostro console a Fiume. Però mie informazioni private mi fanno ritenere che Goluchowski abbia dato ad intendere al Gabinetto di Budapest che in tal modo l’incidente è definitivamente esaurito e la questione dell’indennità seppellita. Ora ciò non è affatto ed io non intendo rinunziare alla domanda di indennità senza la quale la nuova inchiesta fatta col concorso del nostro console a Fiume non avrebbe scopo. Lebrecht mi telegrafa che inchiesta fatta dal delegato del bano in sua presenza, accertò danni sudditi italiani in tredicimila corone. Prego V.S. di vedere Wekerle ed insistere perché questa somma sia pagata nella forma che al Governo ungherese sembrerà migliore. Pregola anche vedere Kossuth esprimergli la mia viva riconoscenza per quanto egli ha fatto a favore delle domande italiane che tendono a mantenere e promuovere i buoni rapporti tra Ungheria ed Italia e pregarlo di continuare ad adoperarsi perché la questione dell’indennità sia soddisfacentemente risoluta.

125 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

126

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, A DESIO

T. 1491. Vienna, 8 ottobre 1906, ore 19,35 (perv. ore 1 del 9).

Telegramma di V.E. circa informazioni trasmesse da Lebrecht circa nuova inchiesta mi pervenne [...]2 dopo mio colloquio Goluchowski riferito miei telegrammi 146 e 1473. Che Goluchowski abbia fatto credere a Budapest quanto V.E. mi fa [...]4 è più che verosimile. Ciò è confermato dalle dichiarazioni da lui fattemi nel giorno in cui gli ho riferito formula da lei proposta, cioè che doveva esaminarla attentamente prima di darvi suo consenso giacché desiderava non lasciare questione aperta, alludendo così al pagamento indennità, nonché da quelle fattemi ieri stesso col pronunziarsi contrario pagamento. Egli è stato sempre e si mantiene tuttora decisamente contrario nostra domanda e ha guadagnato alla sua opinione sig. Wekerle. Siccome feci presente a V.E. col telegramma 1435 Lebrecht mi telegrafò benché 6 corrente che bano di Croazia procedeva con esso interrogatori danneggiati e che de Velutiis avrebbe comunicato sue [...]2 nostra causa. Ma non mi fece conoscere essere intenzione di lui proporgli e raccomandargli pronto pagamento indennità. Nel mio prossimo colloquio Goluchowski tornerò sull’argomento e non mancherò comunicargli quanto V.E. mi ha telegrafato e farò [...]2 e più vive insistenze per lo [...]2 pagamento indennità facendogli rilevare nuovamente conseguenze politiche che sua opposizione potrebbe avere per nostre relazioni reciproche. Di fronte però tumultuoso suo nuovo rifiuto non resterebbe, mi sembra, altra via ove V.E. lo credesse opportuno, che tentare una ulteriore azione indiretta Budapest, senza intervento quel r. console, per indurre ministro Kossuth fare vive pressioni sig. Wekerle per ottenere pagamento indennità sia fatto di propria iniziativa da bano Croazia per ordine del quale [...]2 nuova inchiesta dalla municipalità Sussak. V.E. ricorderà [...]2 Croazia indennizzarono propria iniziativa scorso luglio nostri operai per danni da loro subìti in seguito sciopero ivi avvenuto [...]2. Procurando così di dare questione un carattere locale e del tutto interno all’Ungheria si ovvierebbe alle obbiezioni fattemi da sig. Wekerle che [...]4 ungherese non potrebbe prendere in affare internazionale decisione contraria quella di Goluchovski.

2 Gruppo cifrato. 3 Non pubblicati. 4 Gruppo mancante. 5 Non pubblicato.

126 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

127

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A PARIGI, TORNIELLI

T. 2161. Roma, 9 ottobre 1906, ore 15,30.

Ringrazio V.E. rapporto 15 settembre n. 10851. Marchese di San Giuliano ha interessato Cambon che è partito 5 ottobre in con-

gedo di fare pratiche verbali presso codesto Governo circa questione armi anche per evitare possibili malintesi su carattere e scopo nostre trattative con delegati britannici. Questi chiesero che ambasciatore di Inghilterra Parigi riceva istruzioni per appoggiare nota verbale presentata da V.E. 15 settembre e perché Governo francese nomini pure suoi delegati per discutere Londra questione indipendentemente di quanto si farà a Bruxelles. Sir F. Berthie ha ricevuto già istruzioni in proposito per dichiarare che Governo inglese è in massima di accordo colle vedute Governo italiano e che i due Governi sarebbero lieti di intendersi col Governo francese prima della conferenza, aggiungendo che ciò non impedirebbe che a Bruxelles si discutesse anche questione traffico costa occidentale.

128

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2502/132. Londra, 10 ottobre 1906, ore 20,20.

Incaricato d’affari di Francia mi ha detto oggi che il suo Governo è disposto a firmare convenzione Abissinia salvo a discutere con Menelik le sue eventuali obiezioni. Suo Governo incaricatolo comunicare ciò al Governo britannico, lo ha anche informato che sa che io pure riceverò istruzioni in questo senso. Questo ministro degli affari esteri mi ha detto oggi che tra qualche giorno Harrington avrà udienza da Menelik per sentire le sue decisioni.

Fino ad ora il Governo britannico ignora intenzioni del Negus1.

traffico delle armi nella costa dei somali, tema da discutere nella Conferenza di Bruxelles.

127 1 Non pubblicato, relativo alla necessità di un’intesa tra Governi italiano e francese circa il

128 1 Per la risposta vedi D. 134.

129

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2508/138. Londra, 11 ottobre 1906, ore 13,35.

Incaricato d’affari [?]1 venuto adesso da me per dirmi che Cambon pronto a tornare per qualche tempo per firmare convenzione etiopica e che Grey dettogli stamane essere pur pronto firmarla subito. Se tali sono pure intenzioni del R. Governo italiano prego inviarmi subito poteri necessari e telegrafare risposta2.

130

L’AMBASCIATORE A PARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2510/125. Parigi, 11 ottobre 1906, ore 14,55 (perv. ore 18,45).

In presenza del rifiuto della Francia di discutere nella prossima Conferenza di Bruxelles la questione del commercio delle armi, il mio collega inglese non ha insistito ed ha trasmesso la risposta francese a Londra. Egli mi disse che non aveva istruzioni di domandare altro. Il giorno 9 Cambon ha conferito con Bourgeois col quale ebbi ieri un colloquio piuttosto vivace nella sostanza senza però che nella forma si esorbitasse né da una parte né dall’altra. Questo ministro degli affari esteri promise di mandare a Londra presto un delegato tecnico; ricusò formalmente di discutere la questione delle armi nella imminente Conferenza di Bruxelles; dichiarò che gli era impossibile di abbandonare la tradizionale politica francese nella antica questione del diritto di visita. Ho insistito pressantemente perché il delegato francese sia mandato subito con istruzioni che permettano di concludere senza indugio; dissi che in presenza del fatto incontestabile che i somali riescano a provvedersi di armi da guerra, nessuno poteva contestarci il diritto di proporre la questione di revisione delle disposizioni relative al traffico delle armi contenute nell’atto di Bruxelles, perché era provato che non raggiungono lo scopo che le potenze si erano prefisse; indicai il mezzo termine che, appunto quando fu più viva la questione del diritto di visita, si trovò per la sorveglianza delle navi negriere.

Questo ministro degli affari esteri convenne che conveniva che un accordo si stabilisse a Londra tra le tre potenze; protestò vivacemente contro l’idea che si possa

2 Con T. 2199 del 15 ottobre, non pubblicato, Tittoni si riservava di impartire istruzioni e

comunicava il telegramma di Ciccodicola per il quale vedi D. 131.

attribuire alla Francia il proposito di rinunziare indeterminatamente al comune interesse di impedire l’armamento dei somali; disse che la questione degli armamenti riguardava anche le contrade centrali dell’Africa che ricevono armi dalle coste mediterranee. Si dimostrò propenso a cercare il mezzo termine che, pur evitando di risvegliare la questione del diritto di visita riesca a qualche cosa di pratico e di efficace.

Nel corso del colloquio, il ministro degli affari esteri non mi dissimulò che l’Inghilterra sosteneva lo stesso interesse, ma non col cattivo umore nostro. Gli replicai che si facesse portare l’intero incartamento, e vedrebbe come da molti anni la nostra pazienza era stata messa a difficile e lunga prova. L’opinione in Italia ritornerebbe facilmente alle impressioni del tempo della nostra guerra abissina, se la Francia, invece di giungere ad amichevole intelligenza, persistesse nel sistema degli indugi.

129 1 Punto interrogativo del decifratore.

131

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2520/74. Addis Abeba, 11 ottobre 19061.

Oggi ebbe luogo altra conferenza con Menelik per fornirgli spiegazioni chieste su tutti articoli accordo. Terminato esame di essi e richiesto da noi quando e di quale natura sarebbe stata la sua risposta, disse che si riservava esaminare questione.

132

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1409/4251. Londra, 12 ottobre 1906.

Stamane è venuto a farmi visita l’ambasciatore di Russia. Nel corso della amichevole conversazione, egli mi ha detto che crede che, più o meno presto, si verrà ad un accordo fra l’Inghilterra e la Russia, il quale non sarà diretto contro alcuno ed avrà per caratteristica principale quella di un protocollo di disinteressamento e per oggetto le questioni asiatiche. Egli crede infondate le preoccupazioni della Germania in proposito, e spera che in Italia un tale accordo sarà veduto con favore.

Ho risposto che in Italia non può che far piacere tutto ciò che migliora le relazioni di due potenze amiche e consolida la pace del mondo. Ho aggiunto che le preoccupazioni tedesche derivano in gran parte dal timore che giungano al potere in

132 1 Dall’archivio dell’ambasciata a Londra.

Russia, ove vi prevalesse il regime parlamentare, partiti ostili alla Germania, ed ho detto pure che, sebbene l’accordo anglo-russo non avrà probabilmente per oggetto che l’Asia, tuttavia farà risentire, a mio avviso, i suoi effetti anche nella Penisola Balcanica, dove confido che favorirà i desideri dell’Italia, i quali sono per la conservazione, il più a lungo possibile, dello statu quo territoriale.

Il conte Benckendorff ha replicato che lo statu quo territoriale nei Balcani è e sarà l’intento della politica russa per due o tre generazioni almeno, e che, qualunque sia per essere l’esito della crisi politica interna in Russia, già si fa sentire nella politica estera, anzi sopratutto nella politica estera, l’influenza degli elementi più liberali, che sono per il riavvicinamento anglo-russo. Qualche difficoltà si temeva dalla annunciata visita di parlamentari inglesi in Russia, ma ormai quasi certamente non avverrà: tutt’al più potrà ridursi alla visita di pochi individui isolati, così che tale inopportuna manifestazione ha perduta la sua importanza, sebbene sia difficile far comprendere in Russia che l’abitudine inglese di esprimere senza ambagi la propria opinione su cose e persone straniere non significa intenzione di offendere quelle nazioni o di far loro la lezione, nello stesso modo come è difficile far comprendere agli inglesi gli effetti sulla politica internazionale di questa loro libertà di linguaggio e di giudizio.

131 1 Trasmesso da Asmara il 12 ottobre.

133

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 2232/1124. Vienna, 12 ottobre 1906 (perv. il 21).

Prima di ricevere il dispaccio riservato del 15 settembre scorso, n. 49278/7291, relativo alla riforma giudiziaria in Macedonia, pervenutomi il 4 corrente per corriere, avendo avuto occasione di intrattenere dell’argomento il sig. de Mérey, egli mi disse che l’agente civile austro-ungarico aveva rimesso al conte Goluchowski un voluminoso rapporto al riguardo, che era stato comunicato al barone di Calice, perché l’esaminasse e facesse conoscere il suo parere. In risposta, questi aveva informato il conte Goluchowski che si riservava di studiarlo, dopo che sarebbero stati ultimati i negoziati per l’aumento dei dazi d’importazione in Turchia, essendo necessario che quella questione fosse definita prima di porre mano alla riforma giudiziaria.

In tale occasione, il sig. de Mérey, nel ricordarmi quanto il conte Goluchowski mi aveva detto in proposito (mio rapporto del 3 luglio scorso n. 1529/789)1, aggiunse che, tra le proposte fatte dal sig. Oppenheim, eravi l’istituzione d’ispettori giudiziari per controllare l’opera dei giudici e l’applicazione per parte loro delle disposizioni legislative, nonché la modificazione di alcune di esse basate sul codice napoleonico, che erano considerate non confacenti alle condizioni delle popolazioni dei tre vilayet macedoni.

Nel colloquio. poi, che ebbi ieri col conte Goluchowski, il discorso essendo caduto sulla riforma giudiziaria, egli mi fece conoscere che questa avrebbe potuto essere intrapresa non appena la questione dell’aumento dei dazi doganali in Turchia sarebbe stata definita. Ed osservò spontaneamente che alla loro introduzione avrebbero vigilato, giusta il programma di Mürzsteg, l’ispettore generale e gli agenti civili austro-ungarico e russo, siccome già avevano provveduto a quella delle altre riforme sancite dal programma stesso.

Quantunque il conte Goluchowski abbia evitato di entrare in maggiori particolari ed io mi sia astenuto, data la delicatezza dell’argomento, di chiedergli spiegazioni al riguardo, dalle parole da lui dettemi sembra risultare che egli voglia seguire, per ciò che riguarda la riforma giudiziaria, il principio già propugnato dal Governo imperiale e reale di riservare, cioè, l’applicazione di essa all’opera esclusiva di Hilmi pascià e degli agenti civili.

Mi consta d’altra parte, da quanto mi riferì in via riservata il mio collega di Germania, che non sarebbe intenzione del Governo imperiale e reale di sottoporre l’amministrazione della giustizia in Macedonia ad un controllo europeo simile a quello a cui furono sottomesse le finanze dei tre vilayet macedoni.

133 1 Non pubblicato.

134

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

T. SEGRETO 2211. Roma, 15 ottobre 1906, ore 20.

Rispondo suoi telegrammi nn. 1321 e 1412. Gravi ragioni di diverso ordine ci consigliano in questo momento a non disgu-

stare Menelik; egli è evidente che egli non potrebbe ritenere atto amichevole la firma della convenzione prima che egli vi abbia aderito, dal momento che le tre potenze volevano questa adesione prima di firmare.

Vista però la situazione creata dalla domanda della Francia a cui si è accostata l’Inghilterra, io sono disposto sia alla firma della convenzione, sia ad uno scambio di note per le quali si consideri impegnativo l’accordo fra le tre potenze sebbene solamente parafato, ma alla espressa condizione che risulti l’impegno scritto delle tre potenze di mantenere il più assoluto segreto fino a quando Menelik non avrà aderito, o fino a quando indipendentemente da ciò, le tre potenze non si mettano d’accordo per rendere pubblica la cosa. Ella vorrà in questo senso fare opportuna dichiarazione a sir Grey ed al sig. Cambon; in questo senso io ho oggi parlato con incaricato d’affari di Francia che ne ha telegrafato al suo Governo3.

2 T. urgentissimo 2539/141 del 15 ottobre, non pubblicato. 3 Per la risposta vedi D. 135.

134 1 Vedi D. 128.

135

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2553/1461. Londra, 16 ottobre 1906, ore 19,37.

Ho espresso oggi a Grey il dubbio che la firma della Convenzione abissina prima della risposta di Menelik, possa parere a questi atto poco amichevole ed ho svolte troppe ragioni per cui pare preferibile scambio di note. Sebbene Grey mi abbia detto che crede che a Menelik sia indifferente firma, prima delle sua risposta, tuttavia la mia impressione complessiva è che egli riconosce fondamento dei nostri dubbi, ma trovasi legato dal fatto di avere già aderito al desiderio di firmare subito espressogli dal Governo francese, al quale la firma pare sia stata posta come condizione preliminare da finanzieri con cui tratta per la ferrovia. Aggiungasi a questo che Grey desidera sopratutto compiacere Francia. Dopo qualche titubanza ha finito per promettermi di telegrafare all’ambasciatore di Inghilterra a Parigi, che se Francia accetta proposta italiana di uno scambio di note, invece della firma, egli è disposto ad accettarla. Mi ha detto pure che si [sic] firma, non crede che si possa tenerlo lungamente segreto, perché riaprendosi 22 corrente...2, se sarà interrogato, ed avrà firmato, non potrà non dire la verità. Mi ha detto finalmente che Harrington crede che nella prossima udienza in questa settimana, Menelik darà una risposta; ma Grey inclina invece al contrario, che la ritarderà forse indefinitamente.

136

L’AMBASCIATORE A PARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2567/132. Parigi, 17 ottobre 1906, ore 19,25.

Questo ministro degli affari esteri consente alla reciproca comunicazione delle notizie che si avranno sullo stato mentale e condizioni di salute di Menelik, e si propone di chiederne alla legazione di Francia per telegramma.

Parlandomi di un telegramma ricevuto da Roma, circa il valore da attribuirsi fin d’ora all’accordo del 6 luglio, il ministro manifestò la sua preferenza per la firma immediata, aggiungendo però che il segreto potrebbe essere mantenuto da lui soltanto fino al momento in cui dovrà dar conto al Parlamento dell’affare della ferrovia, e mi parve consideri il momento stesso come assai prossimo.

2 Nota del documento: «Manca la parola. Forse "Camera" A. Galli».

Circa le obiezioni di Menelik all’accordo del 6 luglio fra le tre potenze, questo ministro degli affari esteri, entrando nelle nostre vedute, darà istruzione al rappresentante francese ad Adis Abeba per dare alla risposta delle tre potenze il carattere collettivo. Egli ci comunicherà la risposta francese. Sarà bene che io sia in grado di fare qui una ulteriore comunicazione, dalla quale abbia a risultare quale sarà definitivamente la risposta nostra. Naturalmente questo ministro degli affari esteri ritiene che la risposta debba essere concertata anche coll’Inghilterra.

Relativamente alle armi, questo ministro degli affari esteri mi ha detto che, d’accordo col suo collega delle Colonie, ha deciso di mandare un delegato per prendere parte alla trattativa da noi iniziata a Londra. Questo delegato si troverà colà tosto che il negoziatore inglese, attualmente recatosi a Bruxelles, vi sarà ritornato.

135 1 Risponde al D. 134.

137

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AGLI AMBASCIATORI A LONDRA, DI SAN GIULIANO,

E A PARIGI, TORNIELLI

T. SEGRETO 2237. Roma, 18 ottobre 1906, ore 15.

Governo britannico seguirà decisione Governo francese circa firma accordo per Etiopia o scambio di note. Se firmando, non puossi mantenere il segreto che fino a quando Parlamento inglese e francese saranno convocati, noi dobbiamo insistere per scambio di note, che equivale alla firma quanto all’impegno e che mentre mette in grado il Governo francese di dare ogni maggiore assicurazione ai finanzieri con cui tratta per ferrovia, dà anche modo di rispondere al Parlamento che l’accordo non è stato firmato.

Prego V.E.di far conoscere quanto precede a codesto ministro degli affari esteri insistendo sulla necessità che noi abbiamo da tenere il segreto presso Menelik fino a che egli non abbia aderito e fino a che tra le tre potenze non sia stato convenuto di rendere pubblica la cosa.

138

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2575/151. Londra, 18 ottobre 1906, ore 17,20.

Cambon venuto a trovarmi adesso insiste vivamente in completo accordo firmare convenzione Etiopia; dice Grey avergli detto tale essere avviso di Harrington. Ha tentato di persuadere Grey mantenere segreto. Più tardi vedrò Grey, telegraferò

risultato colloquio1. Cambon aggiunge Governo francese tiene immensamente firmare; necessario completo accordo trattative banchieri ferrovie; crede Governo francese, per quanto lo riguarda, potrebbe probabilmente garantire segreto fino a metà novembre, teme influenza tedesca, nonché finanzieri interessati intrighi presso Menelik per rifiutare consenso. Probabilmente nostro rifiuto firmare oggi, renderebbe Governo francese meno disposto favorirci nella questione traffico armi.

139

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2580/154. Londra, 19 ottobre 1906, ore 12,25.

Prima di fare al Governo britannico comunicazione di cui telegramma di V.E. n. 22371, mi pare prudente attendere sua conferma in risposta ai miei telegrammi 1512 e 1533, con i quali predetto telegramma di V.E. si è incrociato.

Cambon dice che finanzieri esigono assolutamente dal Governo francese che convenzione sia firmata, perché quelli che devono sborsare denaro, inesperti cose diplomatiche, non considerano equipollente scambio di note. Dovendo però Governo francese stipulare accordo ferrovia prima del 1° dicembre, Cambon mi ha detto confidenzialmente che per detto Governo basterebbe probabilmente firmare metà novembre, e che urgenza firmare subito è piuttosto personale di lui, che vuole andare Egitto adesso vedere figli. Forse V.E. senza mostrarsi informata di questa circostanza personale, potrebbe per mezzo della r. ambasciata a Parigi, ottenere dal Governo francese che non insista per firma fino a metà novembre, guadagnando noi così tempo per eventuale risposta Menelik e per prepararlo con sufficienti spiegazioni e per trattative ed accordi tra i tre. Governo inglese vuole, come sempre, accontentare Governo francese, tanto più dopo parere Harrington riferito a V.E. mio telegramma n. 153, non giudica giustificato nostro rifiuto firmare. Infatti, sui soli dati qui conosciuti, reputandosi che Menelik sappia che convenzione parafata è valida o che non sapendolo sia facile spiegarglielo, non si vede perché fatto materiale firma dovrebbe parergli poco amichevole e sembra che, in ogni modo, dovrebbe parergli tale in assai minor misura che alcune parti della convenzione. Ho detto pure a Cambon e Grey che conoscendo senno di V.E., devono sussistere gravi e convincenti ragioni a me ignote. Io credo che, per complesso nostre relazioni con due Governi, gioverebbe

2 Vedi D.138. 3 Non rinvenuto nel registro dei telegrammi.

fare tutte [...]4 conoscere confidenzialmente, almeno al Governo britannico, senza che l’impressione del rifiuto potrebbe avere per noi effetti non desiderabili. D’altra parte, se si firma non sarebbe possibile mantenere segreto lungamente. Forse per guadagnare tempo, sarebbe opportuno sentire parere Ciccodicola sul valore delle ragioni sulle quali si fonda quello di Harrington, autorizzandomi dire ciò Grey, Cambon, qualora nel frattempo, non sia giunto V.E. informazione che consenta firmare5.

138 1 Con T. 2576/152 del 18 ottobre San Giuliano riferiva che Grey era disposto a fare passi presso Menelik per indurlo a prendere provvedimenti desiderati dal Governo italiano sul traffico d’armi.

139 1 Vedi D.137.

140

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL CONSOLE GENERALE A SOFIA, CUCCHI BOASSO

L. RISERVATA PERSONALE. Roma, 19 ottobre 1906.

Ho ricevuto la sua lettera confidenziale s.n., del 6 ottobre1 e la ringrazio delle informazioni fornitemi. Gli indizi ch’ella ha raccolti, e le considerazioni che ella espone, se da un lato vengono a togliere ogni fondamento di attualità alla voce – del resto poco accreditata – di accordi politici conchiusi fra la Bulgaria e l’AustriaUngheria non escludono completamente, d’altro canto, che quest’ultima possa, ad un momento dato, tentare di attirare nella sua orbita il vicino Principato, e di farsene un ausiliario per l’attuazione de’ suoi veri o supposti piani nella Penisola Balcanica. È un’eventualità che conviene certamente non perdere di vista. A questo proposito, ella mi riferisce come il principe Ferdinando siasi in varie occasioni espresso in modo da lasciare intendere che si riteneva trascurato dall’Italia, la quale non avrebbe accolto col favore che si meritava la sua idea di una più intima intesa fra essa a la Bulgaria. Io non so scorgere, a dir vero, qual base possano avere codesti lamenti di S.A.R. Fino dalla costituzione del Principato, ed in ispecial modo dacché il principe Ferdinando ne regge i destini, l’Italia non ha mai cessato di dar prova dei migliori sentimenti verso la Bulgaria. Se talvolta, nell’interesse della pace generale, i1 R. Governo ha dovuto – contemporaneamente e d’accordo con quelli delle altre grandi potenze –, rivolgere al Governo bulgaro qualche rimostranza per la sua attitudine, per il passato non sempre chiara e corretta, di fronte all’azione delle bande macedoni, esso lo fece costantemente nelle forme più miti, e senza mai dipartirsi da quella benevolenza cui si è ispirato nelle sue relazioni col Principato. Occorrerebbe sapere, per poterci pronunciare in conoscenza di causa, che cosa voglia dire il Principe quando ci addita l’opportunità di una «più intima intesa politica»; quali ne sarebbero, secondo lui, i limiti e gli scopi; e se gli interessi e le aspirazioni sue sarebbero conciliabili con quelli di una legittima influenza italiana nelle cose orientali, non meno che colle linee generali della nostra politica estera. Si intende bene che in queste parole ella non

5 Con T. 2279 del 23 ottobre Tittoni comunicò che avrebbe risposto dopo aver conferito con

Martini. 140 1 Vedi D. 123.

deve ravvisare il proposito da parte nostra di avviare un passo qualsiasi che possa avere anche soltanto l’apparenza di un negoziato. Col tatto e con l’abilità che la distinguono, ella troverà certo modo, invece, quando favorevoli occasioni le si presenteranno, di scrutare l’animo del principe Ferdinando e di conoscere quali sarebbero le proposte concrete che egli potrebbe, in caso, sottomettere all’apprezzamento del R. Governo.

139 4 Gruppo mancante.

141

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. CONFIDENzIALE 2142/739. Therapia, 20 ottobre 1906 (perv. il 30).

Durante il mio soggiorno a Salonicco – siccome ho già precedentemente riferito a V.E. – ho avuto occasione di intrattenermi con Hilmi Pascià, con gli agenti civili di Austria-Ungheria e di Russia, e con i consiglieri finanziarii d’Inghilterra e di Francia.

Nei due colloquii con l’ispettore generale ho attirato tutta l’attenzione di lui sugli inconvenienti segnalatimi dal generale De Giorgis e dal comm. Maissa, inconvenienti i quali importa di eliminare ad ogni costo, se si vuole assicurare il regolare andamento della riforma della gendarmeria al pari di quella finanziaria.

La questione più essenziale, più urgente, che conviene regolare senza ulteriore indugio, è quella del reclutamento dei gendarmi. Al riguardo non nascosi ad Hilmi Pascià la mia penosa sorpresa per quanto mi aveva narrato il generale De Giorgis, da cui avevo saputo che, delle 500 reclute concesse dal Sultano con iradé imperiale statomi direttamente comunicato per ordine di Sua Maestà, 42 erano state assegnate alla gendarmeria, e tali reclute rappresentano lo scarto di quelle destinate al Yemen. Delle medesime, 16 trovavansi degenti all’ospedale e 22, dopo esame, vennero riconosciute non idonee al servizio, sicché, in pratica, alla scuola preparatoria di Salonicco non sono finora entrate che due reclute soltanto. L’eloquenza delle cifre rendeva superfluo ogni commento.

In linea generale osservai che, a mio avviso, il Governo imperiale non si è reso ancora ben conto di una verità essenziale, e cioè che le riforme sono state introdotte dalle potenze per la Turchia e non contro di essa. Si è voluto mettere riparo ad una situazione incerta e pericolosa che, prolungandosi ed aggravandosi, avrebbe potuto generare complicazioni tali da porre a repentaglio il mantenimento dello statu quo e l’integrità dell’Impero. È pertanto interesse supremo del Governo imperiale di favorire in tutti i modi l’opera riformatrice, alla quale le potenze, con perfetta unanimità di vedute, si sono accinte, e non già ostacolarla con una resistenza passiva, tendente a paralizzare gli sforzi degli egregi funzionarii europei incaricati di attendere alla esecuzione delle riforme. La Turchia agisce così facendo contro i suoi più vitali interessi, e si prepara un avvenire irto di pericoli e di difficoltà.

La riorganizzazione della gendarmeria, ad esempio, è stata affidata ad uno dei più distinti ufficiali generali dell’esercito italiano, scelto da S.M. il Re e dal suo Governo, allo scopo di rendere servizio allo Turchia. Il generale De Giorgis, in così poco tempo, ha saputo avviare la riorganizzazione in modo che non si potrebbe migliore, attirandosi in pari tempo tutta la fiducia e tutta la benevolenza di S.M. Imperiale.

I risultati dell’indefessa opera di lui sono già visibili, tangibili. Perché comprometterli, perché negargli i mezzi necessarii per proseguire, perché sollevargli quotidianamente ingiustificate ed ingiustificabili difficoltà?

Il generale De Giorgis non è un ufficiale subalterno divenuto generale, grazie al suo ingresso al servizio ottomano. Egli occupa un’alta posizione militare nel nostro paese, e rimane al suo posto per obbedienza, per spirito di sacrificio, e per condurre a buon termine, con vantaggio esclusivo della Turchia, la missione affidatagli dalle potenze, e confermatagli dal Sultano. Ma tutto ha un limite, anche la pazienza di un bravo soldato. Ed il giorno in cui il nostro generale, non vedendo i suoi sforzi validamente secondati, decidesse di ritirarsi, – ed è uomo di farlo – a quali imbarazzi, a quali complicazioni non si esporrebbe il Governo ottomano, sul quale infallibilmente ricadrebbe la colpa e la responsabilità per la interrotta opera riorganizzatrice?

E quanto alla commissione finanziaria, rilevai che essa non va considerata come un semplice bureau d’enregistrement delle decisioni prese a Costantinopoli, ma come un consesso di uomini eminenti, incaricato di esplicare utilmente la sua azione, in nome bensì del Governo imperiale, ma con poteri reali, effettivi, ben definiti dal regolamento di cui vuolsi interpretare con larghi criterii non solo la lettera, ma anche e sopratutto lo spirito.

Questo, conchiusi, è il solo linguaggio che può e deve tenere chi, come me, ha l’onore di rappresentare un Sovrano sincero e disinteressato amico di S.M. Imperiale ed un Governo che, fra i cardini della sua politica estera, pone il rispetto dello statu quo, ed il mantenimento dell’integrità dell’Impero ottomano.

In replica, Hilmi Pascià si sforzava di darmi ad intendere che egli si adopera con la massima energia e la massima buona volontà a collaborare all’opera del generale De Giorgis e della commissione finanziaria, nonché ad assicurare il regolare e progressivo andamento delle riforme, le quali – mi diceva – sta tanto più a cuore a lui di veder condotte a buon termine, in quanto ben gli è nota la poca, anzi la nessuna simpatia che le medesime incontrano sia in Bulgaria che in Grecia.

Il linguaggio dell’ispettore generale, che a me fece l’effetto di uomo di valore intellettuale e di grande esperienza amministrativa, mi indurrebbe fino ad un certo punto a riporre alquanto fiducia nella sincerità dei suoi propositi. Sono però convinto che le sue buone intenzioni debbono essere costantemente paralizzate dalla imprescindibile necessità di conciliarsi la benevolenza del Palazzo, donde ed è questo il più gran male che travaglia oggi la Turchia, partono in definitiva ordini categorici e perentorii per ogni affare, anche se di importanza minima. Questa mia impressione è divisa anche dal comm. Maissa, il quale – mi è particolarmente grato di segnalarlo a V.E. – ha saputo in poco tempo acquistarsi, con la sua intelligenza e col suo tatto perfetto, una posizione realmente preponderante in seno alla commissione finanziaria, attirandosi in pari tempo la stima e la simpatia dell’ispettore generale.

Il consigliere finanziario inglese, che venne pure gentilmente a farmi visita, si mostrava assai pessimista. A suo giudizio l’avviamento attuale delle riforme, e sopratutto le restrizioni imposte dal regolamento ai poteri della Commissione finanziaria, restrizioni che i turchi si studiano in tutti i modi di ampliare e di esagerare in ogni circostanza, non gli danno alcun motivo di sperare in risultati pratici e conformi agli intendimenti di quelle potenze, come l’Inghilterra, che mirano a porre rimedio salutare e duraturo alla intollerabile situazione attuale.

Feci osservare, a mia volta, al sig Harvey, che l’opera riformatrice non si può, a mio avviso, considerare sotto un aspetto assoluto, ma soltanto relativo. È d’uopo anzitutto tener presenti non solo i criterii blandi cui le potenze si sono, per necessità politiche, ispirate nell’iniziare le riforme, ma anche e sopratutto le inevitabili difficoltà derivanti dal fatto dell’essere l’esecuzione delle medesime affidata ai Turchi. Questi ultimi purtroppo non sono ancora arrivati a capire che, al postutto, è proprio la Turchia che è destinata a trarre il principale beneficio dall’azione riformatrice, e quindi tale azione, con deplorevole cecità, intralciano o quanto meno non secondano come dovrebbero. Né, a volere essere imparziali, devesi d’altra parte dimenticare l’altro ostacolo grave al progresso delle riforme, ostacolo costituito dall’avversione di cui esse malgrado tutte le dichiarazioni in contrario, sono l’oggetto da parte degli Stati balcanici, i quali considerandole come impedimento alla realizzazione delle rispettive aspirazioni nazionali, si sforzano di tener desta l’agitazione rivoluzionaria, che paralizza in gran parte l’opera benefica dei rappresentanti europei, e fino ad un certo punto anche quel tanto di buona volontà, di cui, a volte, dà prova il Governo ottomano.

Se si tiene conto di tutte queste circostanze, è d’uopo convenire che il piano riformatore in generale non si può dire assolutamente fallito. Un poco di bene si è fatto, un certo tal quale miglioramento si è ottenuto, o si comincia ad ottenere nell’amministrazione. E tale miglioramento sarebbe più sensibile, se le condizioni della pubblica sicurezza diventassero normali, col cessare dall’azione deleteria delle bande e della guerra fraticida che è diuturnamente, con tanta ferocia, combattuta tra gli elementi cristiani. Certo, di tali deplorevoli condizioni è in gran parte responsabile il Governo, che non sa prevenire e reprime, senza discriminazione e senza alcun criterio di giustizia. Ma uguale responsabilità ricade sui comitati rivoluzionarii, impunemente organizzati e favoriti dagli Stati balcanici aspiranti, ciascuno per la parte sua, ad ampliare il proprio territorio a spese della Turchia.

Per tutti questi motivi e pur non facendomi – e l’ho scritto più volte – soverchie illusioni sui risultati finali dell’opera riformatrice, io non credo che sia il caso di lasciarsi invadere da eccessivo pessimismo. La riforma della gendarmeria, se lasciata per lunghi anni sotto la completa ed abilissima direzione del generale De Giorgis, secondato validamente e lealmente dagli altri ufficiali europei, e non intralciata più oltre dai Turchi, può e deve dare ottimi risultati.

E per quanto concerne la riforma finanziaria, io sono d’avviso – come lo dissi al sig. Harvey – che la Commissione deve perseverare per ora con fermezza e costanza nell’opera intrapresa, vincere gradatamente a forza di pazienza e di tenacia la resistenza passiva delle autorità ottomane, attirarsene la fiducia, e sopratutto mantenersi unita e compatta, fidando nell’appoggio che è sicura di trovare presso le ambasciate, nei momenti in cui si aggravassero e si moltiplicassero le difficoltà sollevate

dall’ispettore generale e per esso dal Governo ottomano. Del resto la Commissione non conta che un solo anno di vita, il che per la Turchia è meno che nulla. I poteri suoi scadono l’anno prossimo e nulla impedirà alle potenze di estenderli e amplificarli quando la necessità se ne faccia sentire nell’interesse precipuo dello scopo da conseguire, che, fino a nuovo ordine, rimane sempre quello della pacificazione della Penisola Balcanica e del mantenimento della integrità dell’Impero ottomano.

Sui risultati dell’opera riservata esclusivamente agli agenti civili, non oso esprimere un giudizio, non essendo francamente arrivato a capire in che cosa essa consista.

È questa l’impressione che ho tratta dalla mia fugace visita a Salonicco e dei colloqui naturalmente brevi e superficiali quivi avuti. Di questa impressione che sottopongo ora all’E.V., non ho mancato di far parte anche a quelli tra i miei colleghi che mi hanno al riguardo interpellato.

142

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATISSIMO 2607/234. Therapia, 22 ottobre 1906, ore 21.

Mi riferisco al mio rapporto n. 7361. Mi risulta che il Valì di Yemen ha telegrafato a Sua Maestà avere egli saputo

che Imam si è rivolto al Governo di Sua Maestà. Notabili musulmani di Aden hanno altresì riferito arrivo ivi emissari Imam accompagnati da un Seid, con intenzione di recarsi in Italia. In seguito a tali informazioni, la Sublime Porta ha telegrafato all’ambasciatore di Turchia, il quale ha risposto non avere egli notizie arrivo in Italia noti ribelli. Giusta notizie attendibili, il Sultano, per mezzo di emissari, starebbe ora trattando direttamente coll’Imam cui verrebbero fatte opportune concessioni, nello intento di giungere alla pacificazione del Yemen. A tali trattative, si riferiva telegramma pubblicato, giorni fa, dalla Frankfurter Zeitung. In pari tempo, altri emissari sarebbero incaricati di guadagnare con denaro alcuni capi tribù e persuaderli abbandonare causa Jman, il quale, una volta isolato, sarebbe più facile ridurre all’impotenza2.

2 Per la risposta vedi D. 151.

142 1 Non pubblicato.

143

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. CONFIDENzIALE 2150/747. Therapia, 22 ottobre 1906 (perv. il 30).

Venerdì scorso [il 19] mi recai al Selamlik e fui dopo ricevuto in udienza dal Sultano. Sua Maestà Imperiale che, a quanto potei giudicare de visu, aveva una cera normale, mi intrattenne cordialmente per quasi un’ora.

Manifestai anzitutto al Sovrano la mia ammirazione per le due belle, fiorenti e prospere città visitate, il mio compiacimento per l’ospitalità larga e cordiale concessa ai miei concittadini quivi residenti e la mia profonda sentita riconoscenza per la festosa ed onorifica accoglienza fattami dalle autorità. Osservai che, grazie alla bontà di Sua Maestà, le visite che io ero andato a fare alle colonie italiane, avevano assunto il carattere di una manifestazione delle relazioni cordiali ed intime esistenti tra i due Sovrani e i due Governi. Le mie parole fecero buonissima impressione al Sultano, il quale, come seppi poi, ne espresse viva soddisfazione ad un suo famigliare.

Disse il Sultano che aveva dato lui in persona direttamente l’ordine ai valì di Smirne e di Salonicco di rendere i massimi onori al rappresentante di un sovrano suo vero e sincero amico, nella cui lealtà e nella cui costante affezione fa sempre il più largo affidamento.

Il Sultano avendomi chiesto notizie del generale De Giorgis, profittai dell’occasione propizia per attirare l’attenzione di Sua Maestà sulla riforma della gendarmeria, la quale, malgrado gli ordini di lui e malgrado tutta la buona volontà, la competenza perfetta e lo zelo indefesso del nostro generale De Giorgis, non procede ancora così speditamente come dovrebbe, causa gli ostacoli e le difficoltà che senza alcun motivo vengono frapposte da qualche autorità locale, che forse non si rende abbastanza conto del fatto che di quella riforma al pari delle altre è la Turchia sola a trarre profitti e vantaggi. Per mettere i punti sugli i, citai l’esempio delle due sole reclute finora concesse al generale De Giorgis, invece delle 500 da me annunziategli due mesi fa, in seguito al grazioso messaggio fattomi pervenire da Sua Maestà.

Dopo avermi promesso nel modo più formale che il numero completo di reclute chieste dal generale sarà fornito al più presto possibile, Sua Maestà mi chiese se io ritenevo dovuti ad Hilmi Pascià gli ostacoli e le difficoltà da me lamentate. Aggiunse il Sultano essere stato proprio lui a destinare quel funzionario, di cui fa il più gran conto, al posto importante di ispettore generale dei tre vilayet della Rumelia. Risposi che io consideravo la scelta di Hilmi Pascià come perfettamente felice; non era lui che [sic] avevo voluto alludere, ma ad un altro importante personaggio che non era nemmeno il valì di Salonicco e che preferivo non nominare, sicuro che Sua Maestà avrebbe benissimo capito di chi si trattava.

Questo personaggio, per norma di V.E., è Hairi Pascià, comandante il Corpo d’armata, fanatico intransigente, di nessun valore militare, di cui tutta l’attività consiste nel sorvegliare Hilmi Pascià, nell’ostacolare con deplorevole tenacia l’opera del generale De Giorgis.

Della necessità di togliere di mezzo quell’inetto e pericoloso personaggio sono convinti tutti gli alti funzionarii della Sublime Porta, a cominciare dal Gran Vizir, il quale mi esortò, in via strettamente confidenziale, a farvi discretamente accenno nel mio colloquio con il Sultano.

In replica alla mia osservazione, Sua Maestà mi disse che avrebbe dato nuovi e più categorici ordini a tutte indistintamente le autorità di prestare il più valido appoggio al generale De Giorgis che gode sempre la sua stima e la piena sua fiducia. Intrattenni poscia il Sultano della questione dell’armamento della gendarmeria, questione che ha formato oggetto del mio telegramma n. 2331.

A spiegare il motivo della proposta da me presentata previi accordi col generale De Giorgis, debbo aggiungere che il Sultano, nessuno sa per quale motivo, si è fitto in testa che la gendarmeria non deve essere armata con gli stessi fucili in uso nell’esercito. La proposta anzidetta offrirebbe – se accettata – una via di uscita dalla difficoltà che incontra il Governo imperiale a soddisfare alle domande delle potenze circa l’armamento.

Esaurito il tema della Macedonia e della gendarmeria intrattenni S.M. Imperiale di un altro affare la cui soluzione mi sta molto a cuore, e cioè dell’ammissione della ditta italiana Salmoiraghi alla gara per la fornitura dei proiettori elettrici.

Quest’affare che, dopo due iradé imperiali con tanti stenti strappati dall’ambasciata (vedi R. n. 709 del 30 sett.)2, io avevo ogni ragione di ritenere esaurito in modo soddisfacente, è stato purtroppo in questi ultimi giorni per andare nuovamente a monte, sia a causa degli intrighi potenti delle ditte concorrenti che non indietreggiano nel distribuire largamente regali ai funzionarii interessati, sia anche a causa della scarsa abilità e dell’eccessiva parsimonia di colui che rappresenta qui quella nostra ditta. Cose di Turchia!

Dissi dunque al Sultano che io ero ben dolente di doverlo intrattenere di un affare di così scarsa entità, ma che, persuaso della verità del noto adagio «il vaut mieux s’adresser à Dieu qu’à ses Saints», mi vedevo costretto a rivolgermi direttamente a lui, dal momento che le promesse e gli affidamenti formali, due volte datimi in suo nome e da me già comunicati al mio Governo, rimanevano lettera morta. Nell’insistere pertanto per la pronta e definitiva soluzione dell’affare Salmoiraghi, colsi il destro per ritornare una volta di più sul mio tema favorito e cioè che, a rinsaldare le relazioni politiche tra i nostri due paesi, a renderle sempre più intime e cordiali, nulla contribuirebbe meglio e più efficacemente che lo accrescere e sviluppare sempre più i legami economici. Il conseguire tale risultato altamente benefico per la Turchia e per l’Italia è uno degli scopi principali che io mi sono prefisso di raggiungere nella mia missione presso la Corte imperiale, e spero fermamente di riescire nel mio intento, grazie alla benevolente fiducia di cui Sua Maestà mi onora.

Replicò il Sultano che condivideva le mie vedute, si augurò anche lui che gli italiani potranno concludere in Turchia affari vantagiosi, di natura a stringere sempre più i legami politici ed economici fra i due paesi. E per quanto concerne l’affare Salmoiraghi, S.M. Imperiale incaricò in mia presenza Ghalib bey di significare subito

2 Non pubblicato.

2 Vedi D. 114. 3 Per il seguito vedi D. 145.

a Izzet Pascià l’ordine di adoperarsi per rimuovere senz’altro tutte le difficoltà finora sollevate. Il Sultano non mancò di osservare sorridendo che, evidentemente, le complicazioni da me lamentate erano dovute ai soliti intrighi degli altri interessati.

Il mio recente colloquio col Sultano nonché indicazioni attinte d’altra parte contribuiscono a radicare in me l’impressione che S.M. Imperiale si rende conto della utilità che per lui vi sarebbe di cementare la buona amicizia con l’Italia, permettendo anche a noi di concludere qualche affare vantaggioso, bene inteso non in Tripolitania.

Il momento è assai favorevole. Tutti gli alti funzionari della Porta e del Palazzo si affannano e si arrabattano a strappare concessioni e, secondo si sussurra, anche i tedeschi avrebbero in vista qualche grosso affare, sulla natura del quale regna però impenetrabile mistero. Converrebbe quindi che anche i nostri capitalisti si faccino avanti e vogliano e sappiano conquistare il loro posto al sole, agendo con scaltrezza ed energia e non indietreggiando dinnanzi ai metodi eroici cui ho accennato più volte in altri rapporti. Non bisogna però perder tempo: nessuno può guarentire quello che avverrà in Turchia il giorno in cui il Sultano venisse a scomparire, e quel giorno potrebbe anche esser meno lontano di quanto si suppone. L’azione del R. Governo dovrebbe, a mio subordinato parere, farsi provvidamente sentire per stimolare i nostri finanzieri a costituire senza ritardo quel tanto desiderato e tanto desiderabile sindacato, grazie al quale io non dubito che il capitale italiano potrà trovare in questo Impero utilissimi investimenti con tornaconto degli interessati e con vantaggio dell’influenza italiana.

Tutto sta ad agire e presto. Per dare un’idea all’E.V. della grandiosità degli affari che qui si concludono, accennerò solo che in vista della prossima rinnovazione del contratto con la R. Tabacchi, si calcola a 300.000 lire turche, ossia sei milioni novecento mila franchi la somma già stabilità dai futuri concessionari francesi per regalie e mance agli alti e bassi funzionarii intermediarii.

143 1 T. 2602/233 del 21 ottobre, non pubblicato.

144 1 Trasmesso via Asmara.

144

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. SEGRETO 22801. Roma, 23 ottobre 1906, ore 13,35.

Risultando che Governi britannico e francese sono favorevoli alla mia proposta di una collettiva comunicazione a Menelik in risposta alle sue obiezioni al triplice accordo, pregola telegrafarmi ciò che è stato concordato con Harrington e Lagarde giusta istruzioni telegramma 20762, e se i suoi colleghi opinano che risposta debba darsi prima o dopo la firma3.

145

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. SEGRETO 22821. Roma, 23 ottobre 1906, ore 14,35.

Governo francese d’accordo con Governo inglese insiste per firma accordo Etiopia, anche senza adesione Menelik, essendo ciò necessario per poter trattare con banchieri per ferrovia che esigono assolutamente firma convenzione. Harrington avrebbe manifestato avviso essere opportuno firmare.

Ho dichiarato a Londra ed a Parigi che parevami atto non amichevole verso Menelik e non privo di pericoli firmare senza avere avuto suo consenso, ma che avrei consentito alla firma o a scambio di note purché vi fosse l’impegno del segreto. Francia ed Inghilterra rispondono che non possono garantire segreto che fine apertura Parlamento, cioè metà novembre.

Governo del Re sta esaminando desiderio di Menelik di avere sbocco sul mare, con buone disposizioni di consentire mediante compensi che indicheremo alla S.V. Intanto è necessario mantenere per ora il segreto su questo punto e esaminare se firma convenzione per parte nostra possa pregiudicare esito negoziato con Menelik per sbocco sul mare.

Prego dirmi suo preciso pensiero su tutto, indicandomi ragioni su cui fonda Harrington suo parere circa opportunità firmare subito2.

146

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. PERSONALE 1631. Vienna, 23 ottobre 1906, ore 20,30 (perv. ore 21,35).

Non ho potuto vedere il conte Goluchowski che oggi appena. Gli ho espresso mio rincrescimento per sua partenza Ballplatz come pure mia viva gratitudine per accoglienza benevola che mi aveva sempre fatta e per azione conciliante e amichevole esercitata in ogni occasione per rendere più intime nostre reciproche relazioni. Conte Goluchowski mi ha detto che non poteva che lodarsi degli eccellenti rapporti intrattenuti sempre con V.E. e per parte sua aveva fatto quanto era in suo potere,

2 Per la risposta vedi D. 148.

contrariamente affermazioni certa stampa viennese, per cooperare con V.E. a rendere nostre relazioni più cordiali possibili e doveva constatare con soddisfazione che esse non potevano essere ora migliori.

Ha aggiunto che non dubitava che barone Aehrenthal che era persona che aveva per il momento maggior probabilità succedergli si sarebbe adoperato stesso senso e avrebbe seguito nostro riguardo linea di condotta amichevole da lui seguita. Egli non aveva veduto Imperatore da due giorni, ma si augurava che trattative che erano ora in corso con barone Aehrenthal avrebbero condotto sua nomina ministro esteri.

Goluchowski si è dimostrato meco sensibile per parole di simpatia con cui stampa italiana si era espressa verso di lui nel registrare sue dimissioni.

145 1 Trasmesso via Asmara.

146 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

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L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 2279/1150. Vienna, 23 ottobre 1906 (perv. il 27).

Col mio rapporto n. 1125 del 13 corrente1 e col successivo telegramma n. 1612, ebbi l’onore di far conoscere le cause che provocarono le dimissioni del conte Goluchowski. Esse sono d’ordine puramente interno riguardanti l’Ungheria, la quale anche in questa occasione è riuscita a far trionfare nei consigli della Corona la sua maniera di vedere che era decisamente contraria al cessato ministro degli affari esteri.

Il ritiro quindi del conte Goluchowski esclude qualsiasi cambiamento nell’attuale indirizzo della politica estera della Austria-Ungheria. La Triplice Alleanza come l’accordo colla Russia concretato a Mürzsteg rimangono ora come prima la base di questa politica.

Ma non è cosa indifferente per noi ch’essa non abbia più per organo e ministro principale un personaggio che aveva dato ripetute prove della sua lealtà ed amicizia per l’Italia e mediante la cui opera conciliante erasi riuscito sempre ad eliminare ogni malinteso e a definire in modo soddisfacente per entrambi i Governi i piccoli incidenti che di sovente erano avvenuti nei rispettivi territori.

La partenza del conte Goluchowski dal Ballplatz non potrà perciò non essere sinceramente lamentata da noi, per i sentimenti che aveva dimostrato a nostro riguardo, essendosi egli sempre adoperato colla maggiore premura possibile a rendere migliori i reciproci rapporti.

A Vienna nei circoli politici è opinione generale che il cambiamento prodottosi nel Ministero degli affari esteri, non avrà un’azione speciale sulla politi-

2 T. 2600/161 del 21 ottobre, non pubblicato.

ca estera della Monarchia. Ma si riconosce la necessità per ciò che riguarda la politica interna che la persona che sarà chiamata a succedere al conte Goluchowski sia di carattere fermo e cerchi di mantenere tra l’Austria e l’Ungheria l’accordo, pur mantenendo la propria indipendenza e si esprime poi il voto che nelle circostanze presenti in cui si deve procedere alla stipulazione del nuovo Ausgleich egli non si faccia l’istrumento di aspirazioni parziali e non turbi col suo contegno l’equilibrio tra le due parti della Monarchia.

La situazione del nuovo ministro degli affari esteri sarà oltremodo difficile e, date le pretese dell’Ungheria, egli dovrà agire colla maggiore circospezione e prudenza per non urtarne la suscettibilltà, evitando però di cattivarsene troppo le simpatie per non andare incontro alle ostilità degli uomini politici austriaci. È da augurare che il successore del conte Goluchowski sia per continuare nella linea di condotta da esso seguita a nostro riguardo non tanto nelle sue linee generali quanto nei varii particolari e si persuada della opportunità di addivenire con noi ad accordi rispetto alla Macedonia ed all’Albania, che offrano garanzie positive a tutela dei rispettivi interessi, accordi a cui il conte Goluchowski non si dimostrò mai proclive, ma della cui stipulazione sembra cominci ora a convincersi uno dei più importanti giornali viennesi se devesi tenere conto di alcune sue recenti pubblicazioni. Tra le persone che hanno maggiore probabilità di succedere al conte Goluchowski è da citarsi innanzitutto il barone Aehrenthal, attualmente ambasciatore d’Austria-Ungheria a Pietroburgo.

Conosco da lunga data il barone di Aehrenthal, avendo avuto con esso frequenti rapporti nei dieci anni in cui esercitai le funzioni di consigliere a questa ambasciata sotto gli ordini di S.E. il conte Nigra, nella quale epoca egli era segretario particolare del conte Kalnoky che molto l’apprezzava e di cui godeva la piena fiducia.

Durante la sua missione a Pietroburgo il barone di Aehrenthal si è adoperato a stringere vieppiù le relazioni tra la Russia e l’Austria-Ungheria, ha contribuito alla stipulazione dell’accordo di Mürsteg ed era partigiano, a quanto si afferma, di una alleanza tra i due Imperi, ma le sue idee in proposito si sarebbero modificate in seguito ai rovesci subìti da quella potenza nella guerra col Giappone ed alle conseguenze interne che ne risultarono. Egli è considerato per la sua intelligenza e capacità come il migliore diplomatico della carriera austro-ungarica, è di opinioni moderate, pendente e ligio alla Triplice Alleanza.

Sebbene il barone di Aehrenthal non sia il vero candidato dell’Austria-Ungheria all’ufficio di ministro come per gli affari esteri, la sua nomina non incontrerebbe difficoltà da parte di quegli uomini politici, non essendosi mai dimostrato apertamente avverso alle loro aspirazioni. Egli è del resto imparentato con gran parte dell’alta aristocrazia ungherese, avendo preso in moglie una contessa Szechényi.

147 1 Non pubblicato.

148

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. SEGRETO 2642/791. Addis Abeba, 25 ottobre 19062.

Governo francese e Governo inglese hanno massima premura che accordo sia, da parte nostra, firmato anche senza adesione Menelik per agire immediatamente in favore loro interessi ferroviari, cosa che è loro interdetta finché non si siano assicurati del nostro appoggio materiale e morale. Solamente la nostra adesione ai patti dell’accordo permette a quei Governi avere forza sufficiente per costringere Menelik a sottomettersi. Menelik, da parte sua, riconosce che accordo rappresenta per lui accettazione di una tutela alla quale e popoli [?]3 non intendono sottostare e ritiene pure che se noi restiamo legati ai patti concordati non avremo possibilità trattare esclusivamente e direttamente con lui per nota questione sbocco al mare che certamente gli altri non possono ammettere, essendo cosa che può annientare tutte le libertà [...]4 che i patti dell’accordo concedono per affermare il loro predominio politico e commerciale nelle zone più estese o più ricche dell’Etiopia. Se Governo francese insiste per firma, la cosa resta ampiamente spiegata dalle considerazioni esposte, e se Governi non accettano la clausola del segreto è perché con questa verrebbe ad essi a mancare verso Menelik il necessario coefficiente di forze per costringerlo ad aderire, dimostrandogli l’inutilità della sua resistenza innanzi alla somma delle forze morali e materiali dei tre Governi uniti. D’altra parte se noi siamo impegnati con la firma, la nostra azione per l’avvenire resta subordinata alla volontà altrui ed alle iniziative più ardite ed immediate dei nostri amici. All’Inghilterra interessa soluzione immediata ferrovia Gibuti quanto può interessare alla Francia, perché se questa è moralmente impegnata finanziariamente con casa inglese che è già intesa, avrà anche costruzione ed esercizio linea ferroviaria oltre Adis Abeba al Nilo. Non tralascio ricordare che finora inglesi in Etiopia hanno agito sempre in senso veramente contrario ai nostri interessi Colonia Eritrea e Benadir; né i fatti che si svolgono qui accennano ad altra linea di condotta più a noi favorevole5.

149

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

DISP. 66531/461. Roma, 25 ottobre 1906.

Faccio seguito all’ultimo dispaccio sulla Convenzione italo-anglo-francese per l’Abissinia.

2 Trasmesso da Asmara il 26 ottobre. 3 Punto interrogativo del decifratore. 4 Gruppo mancante. 5 Per la risposta vedi D. 155.

Ho l’onore di comunicare a V.E., in copia, l’unito rapporto del r. ministro in Addis Abeba, in data 7 settembre1, con cui egli riferisce sulla presentazione fatta al Negus, d’accordo coi suoi colleghi di Francia e Gran Bretagna, della predetta convenzione e sulle disposizioni non favorevoli di Menelik, incoraggiato da alcuni europei alla sua Corte, per quell’istrumento internazionale.

Benché le informazioni del comm. Ciccodicola risalgano a più d’un mese indietro, giusta gli ultimi suoi telegrammi la situazione non appare modificata in quanto all’indugio di Menelik a dar il consenso alla Convenzione del 6 luglio p.p.

Mi riservo di impartire alla E.V. telegrafiche istruzioni, dopo la proposta del Governo francese di addivenire alla firma dell’accordo, anche prima che Menelik aderisca all’accordo stesso.

148 1 Risponde al D. 145.

150

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2651/166. Vienna, 26 ottobre 1906, ore 20.

Nuovo ministro degli affari esteri è venuto oggi farmi sua visita ufficiale. Mi ha pregato trasmettere V.E. suoi complimenti e esprimerle sua soddisfazione essere divenuto suo collega. Mi ha detto avrebbe continuato verso Governo italiano identica politica seguita da suo predecessore e si sarebbe adoperato a rendere sempre più cordiali nostri rapporti, basandoli su reciproca fiducia e evitando che fossero offuscati da malintesi e da piccoli incidenti, che era sua intenzione eliminare colla migliore volontà possibile, ciò che rispondeva alle vedute di entrambi i Governi, tra i quali non credeva potessero esistere divergenze di interessi. Mi ha pregato rendere di ciò informata V.E., e, rievocando legami amicizia che ci univano da venti anni, ha soggiunto non dubitare che io mi sarei adoperato, per ciò che mi riguardava, nello stesso modo.

Ho risposto al barone Aehrenthal che mi sarei fatto premura comunicare V.E. sua dichiarazione, ma che, intanto, potevo assicurarlo che Governo italiano, come V.E., erano animati verso Governo imperiale e reale da uguali sentimenti, e che V.E. sarebbe stata lieta cooperare con lui per rassodare e rendere più intimi reciproci rapporti, eliminando qualsiasi cosa che potesse turbarli, e che la fiducia che egli riponeva in V.E. rispondeva a quella che V.E. sperava trovare in lui.

Barone Aehrenthal mi ha detto che sarebbe partito per Pietroburgo giovedì o venerdì prossima settimana per presentare lettere di richiamo, e che sua assenza sarebbe durata una settimana1.

150 1 Per la risposta vedi D. 152.

149 1 Vedi D. 97.

151

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI

T. RISERVATISSIMO 2315. Roma, 27 ottobre 1906, ore 19,25.

Ricevuto il rapporto 18 corrente 7361 e telegramma 22 corrente2. Non intendiamo offrire mediazione ciò che sarebbe pericoloso e molto delicato tanto piu essendo domanda Imam rivolta al nostro Sovrano, ma informiamo di tutto il Sultano, aspettando che egli ci dica il suo desiderio ed esprimendo noi il nostro di fargli in qualunque modo cosa gradita. V.E. pertanto dovrà limitarsi a far conoscere lealmente chiaramente al Sultano la domanda rivoltaci dall’Jman dichiarando che il Governo del Re non intende far nulla che possa riuscire men gradito al Sultano e quindi lo informi di quanto è avvenuto per debito di lealtà e di amicizia dispostissimi a volgere la nostra azione a vantaggio del Sultano se egli la desideri.

Aggiungo, ad ogni buon fine, che non può dirsi esista una questione religiosa tra Iman e Sultano poiché entrambi seguono la Sunna ed il rito Hanofita.

152

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA

T. 2321. Roma, 28 ottobre 1906, ore 11,45.

Ricevo il telegramma n. 1661 e mi preme di dirle quanto io mi compiaccia delle schiette ed amichevoli dichiarazioni di codesto nuovo ministro degli affari esteri. Prego V.E. di ringraziarmelo vivamente e di assicurarlo che esse coincidono pienamente col mio pensiero e coi miei propositi.

Particolarmente grato per le cortesi espressioni rivolte alla mia persona, sarò ben lieto di operare con S.E. a rendere sempre più cordiali ed intimi i rapporti tra i due Governi. Desidero, poi, che col debito tatto ella voglia indagare se il barone di Aehrenthal stimerebbe opportuno, come a me lo sembra, che delle dichiarazioni scambiate, in questa circostanza, tra i due ministri degli affari esteri si pubblichi un cenno in forma conveniente, non essendo dubbia la favorevole impressione che ne risulterebbe in entrambi i paesi.

2 Vedi D. 142.

151 1 Non pubblicato.

152 1 Vedi D. 150.

153

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2674. Vienna, 29 ottobre 1906, ore 20.20.

Ho dato oggi lettura al barone Aehrenthal della prima parte del telegramma di V.E. n. 23211. Egli si è mostrato molto soddistatto della franche e cordiali dichiarazioni di lei e mi ha pregato di esprimerle i suoi più vivi ringraziamenti ed ha aggiunto che questo scambio amichevole di dichiarazioni metteva ministri degli affari esteri delle due potenze alleate in grado di procedere d’accordo in piena fiducia nello interesse dei rispettivi paesi.

Ho procurato quindi di indagare il pensiero di Aehrenthal circa la opportunità di pubblicare un cenno in forma conveniente delle reciproche dichiarazioni suddette facendogli rilevare che ciò potrebbe produrre favorevole impressione nell’opinione pubblica di entrambi paesi.

Egli ha accolto con premura tale idea che ha trovato dal suo lato opportuna, ma ha osservato che non gli sembrava necessario che la pubblicazione da farsi nei due paesi dovesse essere identica nei termini bensì nel pensiero soltanto e mi ha interessato a pregare l’E.V. volermi telegrafare testo della pubblicazione che sarebbe sua intenzione di fare, per prenderne notizia giovedì prossimo [il 1° novembre] al suo ritorno da Budapest e prima della sua partenza per Pietroburgo per determinare quella da farsi qui.

154

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA

T. 2337. Roma, 30 ottobre 1906, ore15.

Riproduco qui sotto il comunicato che intendo far pubblicare dalla Stefani circa il recente scambio di dichiarazioni. Prego V.E. di comunicarlo al barone di Aehrenthal e di telegrafarmi l’avvenuta comunicazione acciocché io possa provvedere alla pubblicazione. Ecco il testo del comunicato: «Nell’assumere l’alto ufficio di ministro degli affari esteri della Monarchia austro-ungarica il barone di Aehrenthal ha avuto col ministro degli affari esteri italiano on. Tittoni, uno scambio di amichevoli dichiarazioni dal quale è risultato il comune e fermo proposito dei due ministri di procedere in pieno accordo e di adoperarsi a rendere sempre più cordiali ed intimi gli eccellenti rapporti che uniscono i due Governi»1.

154 1 Per la risposta vedi D. 159.

153 1 Vedi D. 152.

155

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. SEGRETO 23421. Roma, 30 ottobre 1906, ore 9,40.

Considerazioni telegramma 792 toccano contenuto dell’accordo e non rispondono alla mia domanda; esse erano già apparse al Governo del Re e furono valutate insieme coi vantaggi che dall’accordo derivano. Al punto in cui sono le cose, esistendo già un impegno morale per la validità dell’accordo dopo che questo è stato parafato, desideriamo che Menelik comprenda come la firma sia ormai una formalità, e vorremmo che la S.V. prepari a ciò l’animo del Negus; quanto al negoziato per lo sbocco al mare, esso non può e non deve interessare il contenuto dell’accordo, trattandosi d’interesse riferentesi a nostro territorio, nel quale non ammettiamo intervento di altre potenze. Il nostro Sovrano risponderà in proposito alla lettera di Menelik, e, da parte sua, il R. Governo metterà tutto il suo impegno per condurre il negoziato con reciproco vantaggio. Di ciò desidero che fin d’ora Menelik sia informato.

156

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

DISP. 67553/472. Roma, 30 ottobre 1906.

Mi riferisco al suo rapporto n. 1359/407 del 2 ottobre1. Mi rendo pienamente conto delle ragioni che inducono V.E. a lasciare trascorre-

re un po’ di tempo prima di trattare col Governo britannico le questioni che interessano l’Eritrea, l’Etiopia e la Somalia – quali sono ricordate nel rapporto suddetto. Né io avrei alcuna obbiezione da fare se proprio in questi giorni non si osservasse più attiva l’azione inglese ai nostri danni sulla frontiera occidentale della Somalia, e cioè sul Giuba, come risulta da un telegramma, qui unito in copia del reggente il Governo del Benadir1. L’indugio quindi tornerebbe a noi sommamente dannoso, e pertanto pur posticipando la trattazione delle questioni relative all’Etiopia, sarebbe sommamente desiderabile provvedere al più presto possibile per la Somalia. Trovo giustissimo il pensiero espresso da V.E., secondo cui il riconoscimento di un territorio nella sfera altrui non vieta allo Stato che lo ha fatto di svolgervi i propri traffici ciò però a condizione che il commercio si svolga normalmente ossia senza coercizioni o soprusi. Ma come V.E. rileverà dal telegramma sopraindicato del comandante Cerrina l’azione

2 Vedi D. 148.

commerciale inglese sul Giuba si sta delineando violenta facendo obbligo, ad esempio all’avorio diretto da Lugh al Benadir di prendere la via di Chisimaio, pena la confisca di metà della mercanzia.

È certamente nel vero quando V.E. scrive che con ben altra voce e con ben altra autorità potrebbe costì parlare in difesa degli interessi nostri se questi si affermassero in iniziative reali e pratiche, e correnti commerciali più notevoli delle attuali si formassero, ma pur troppo prima che ciò si verifichi, troppo tempo – e E.V. non vorrà certamente disconoscerle – dovrà trascorrere nonostante il desiderio e la buona volontà di tendere al raggiungimento di questo scopo sollecitamente; e quindi l’attesa sarebbe a noi molto dannosa.

E poiché le proteste a fatti compiuti in passato dolorosamente ci ammonisce di quanto poco valore sieno, così sembra opportuno esprimere a codesto Governo nettamente quali siano i nostri intendimenti riguardo al Benadir ed al basso Giuba, in modo da evitare che con la nostra acquiescenza possano gli inglesi danneggiare gravemente i nostri interessi in quella regione.

E quindi pur lasciando al tatto ed al senno dell’E.V. di scegliere il momento opportuno per trattenere il Foreign Office sulla questione di cui si tratta, ho voluto accennare a V.E. le ragioni che, a mio avviso, richiederebbero una sollecita soluzione delle questioni medesime.

Quanto alla carta dall’E.V. richiesta, in cui sieno delineati chiaramente i limiti delle sfere d’influenza inglese ed italiana in Africa, ed indicati i nomi delle località più vicine a detti limiti, essa è in compilazione presso l’ufficio coloniale: appena ultimata sarà mia cura l’inviare copia a codesta ambasciata.

Intanto con piego a parte, le trasmetto qui unito un esemplare della carta dell’Eritrea e regioni limitrofe alla scala di 1:500.000 da poco pubblicato dal R. Istituto geografico militare, che può essere altrimenti consultato, anche per le gare di confine, fino al parallelo di Noggara.

Unitamente al presente dispaccio, ed in via riservata, mi pregio inviare all’ E.V. copia del trattato commerciale italo-etiopico, non ancora approvato dal Parlamento.

155 1 Trasmesso via Asmara.

156 1 Non pubblicato.

157

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

L. PERSONALE. Vienna, 30 ottobre 1906.

Il barone di Aehrenthal m’informò jeri, siccome feci conoscere all’E.V. col mio telegramma riservato in data di jeri stesso n. 1701, che era sua intenzione di partire giovedì o venerdì prossimo per Pietroburgo per presentare a S.M. l’Imperatore le sue lettere di richiamo e che avrebbe profittato del suo ritorno a Vienna per fermarsi a

Berlino al fine di visitare il principe di Bülow col quale aveva avuto occasione di conferire ogni qualvolta si recava nell’antica sua residenza. Egli non avrebbe potuto chiedere un’udienza all’imperatore Guglielmo, Sua Maestà essendo a quella data assente da Berlino.

In tale circostanza il barone di Aehrenthal mi disse spontaneamente in via personale che era del pari sua intenzione di recarsi in Italia per chiedere un’udienza a S.M. il Re e far visita all’E.V. Ma egli non avrebbe potuto realizzare tale progetto ora a causa della riunione delle Delegazioni che dovevansi tenere a Budapest alla fine di novembre, né durante l’inverno e la primavera dell’anno prossimo, la sua presenza in Vienna essendo richiesta in tale epoca dalla trattazione dei varii affari connessi alla Monarchia e quindi dalla nuova sessione delle Delegazioni che avrebbe avuto qui luogo nel maggio o giugno di quell’anno. Per cui non avrebbe potuto recarsi in Italia per adempiere a tale dovere che nel corso dell’estate del 1907.

Il barone di Aehrenthal mi pregò di far conoscere in via personale all’E.V. questa sua intenzione sotto riserva del più assoluto segreto.

Nei varii colloqui da me avuti col nuovo ministro degli affari esteri egli si è mostrato fermamente risoluto di procedere d’accordo coll’E.V. per rendere sempre più intimi i nostri rapporti e farli riposare sopra una mutua fiducia. Mi risulta del resto che egli è animato dalle migliori disposizioni e che è convinto della necessità di fare quanto da lui dipende per raggiungere intento suddetto ciò che corrisponde interamente alla linea di condotta che S.M. l’Imperatore intende sia seguita verso l’Italia colla quale sarebbe anzi suo sincero desiderio che i legami d’alleanza che uniscono i due Governi divenissero più stretti ancora in vista specialmente dei pericoli che fanno correre al principio monarchico le agitazioni rivoluzionarie in cui si dibatte la Russia e che minacciano colà la stabilità del trono.

Conosco da più anni intimamente il barone di Aehrenthal e non ho motivo di dubitare della sincerità dei sentimenti da esso manifestatimi al riguardo. È da augurare che di essi egli ci dia in seguito una prova manifesta coll’addivenire con noi ad accordi positivi circa le questioni che ci stanno più a cuore. E credo che la sua presenza al Ministero degli affari esteri potrebbe fornirci l’occasione di tentare qualche passo in tale direzione. Ma di ciò mi riservo d’intrattenere a voce l’E.V. nella sua prossima venuta a Roma.

P.S. Qui unita trasmetto all’E.V. una lettera che mi è stata rimessa al suo indirizzo dal conte Goluchowski.

157 1 T. 2671/170 del 29 ottobre, non pubblicato.

158

IL CONSOLE GENERALE A GIANNINA, MILLELIRE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATISSIMO 447/181. Giannina, 30 ottobre 1906 (perv. i1 2 novembre).

Credo mio dovere di segnalare a V.E. che si sta preparando un nuovo risveglio nei patrioti albanesi musulmani di questo distretto, e di quello di Monastir. Queste informazioni le ho da fonte sicura ed attendibilissima.

Kiani bey di Kolonja Monastir, la persona di cui furono oggetto altri miei precedenti rapporti, e che aveva ottenuto la grazia del Sultano, si è di nuovo dato alla latitanza; con lui presero il largo anche altri sette od otto beys influentissimi di Kolonia; molti altri che rimasero nei loro villaggi, sono con loro in connivenza e lavorano di conserva.

Si attende di nascosto Shahin bey Kolonja, uno dei redattori della Drita il quale percorrerà nascostamenti i villaggi per preparare un futuro movimento. Si aspetta, dicono, per combinare un’azione collettiva, quando sieno chiamati sotto le armi, cosa che sarà fra qualche mese, gli Ilavè di Colonia; costoro appena armati, diserteranno in gran parte per formare un nucleo di rivoltosi. Mi fu pure assicurato che i beys di Clissura, Mohamed bey e Vely bey, ora in esilio, ritorneranno segretamente in patria per provocare colla loro influenza, una alzata di scudi al momento voluto. Pare che anche il celebre Malik bey di Frasciari, sta anche lui preparandosi.

Egli è certo che si stanno maturando dei movimenti albanesi specialmente nel vilayet di Monastir, che avranno anche una ripercussione in questo. Ora si stanno facendo dei preparativi seri, si stanno comprando armi, radunando munizioni ecc. ecc., e dato il caso che questi movimenti possano riuscire, perché la cosa più difficile, è una vera intesa fra gli Albanesi, io non credo che si possa aver nulla di grave innanzi la primavera, poiché le montagne cominceranno fra breve a coprirsi di neve, e non possono quindi dar rifugio ai fuorusciti.

Sono assicurato che finora gli Albanesi non avevano potuto intendersi e fare qualche cosa di serio, per mancanza di fondi e di direzione, ma che ora invece i fondi vi sono, ed essi sarebbero stati somministrati dal comitato valaco, che si è unito e fuso interamente cogli Arnaùti; quando si dice Comitato valaco, bisogna comprendere rumeno, e quando si dice Rumania in questi paesi si dubita sempre, non vi sia sotto lo zampino dell’Austria. Che il connubio fra il comitato albanese e valaco sia avvenuto, non vi è dubbio, e la prova patente è l’uccisione del vescovo ortodosso di Corizà, opera dei due Comitati.

Copia del presente rapporto è stata data alla r. ambasciata a Costantinopoli.

159

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2698/175. Vienna, 1° novembre 1906, ore 13.

Feci conoscere ierisera barone Aehrenthal al suo ritorno da Budapest, testo comunicato trasmessomi da V.E. col telegramma n. 23371.

3 Con T. 2355 del l° novembre Tittoni approvava la comunicazione austriaca.

1601 Trasmesso via Asmara. 2 T. 2679 del 22 ottobre con il quale Ciccodicola suggerisce di tentare di recuperare Let Mare-

fià dove è la tomba di Antinori, dato l’interesse francese e tedesco a ottenerla. 3 Per la risposta vedi D. 164.

Barone Aehrenthal trovò testo eccellente e mi disse che mi avrebbe fatto rimettere stamane testo comunicato che intendeva pubblicare suo lato. Capo di sezione de Jettel è venuto or ora rimettermi tale testo in tedesco, che trasmetto alla E.V. nella sua traduzione italiana:

«Le prime conversazioni che hanno avuto luogo tra il ministro degli affari esteri barone Aehrenthal e l’ambasciatore d’Italia duca Avarna in cui si parlò delle relazioni tra Austria-Ungheria ed Italia, [...]2 ad uno scambio di dichiarazioni amichevolissime tra i due ministri degli affari esteri.

Tanto da parte del barone Aehrenthal che da parte del ministro Tittoni, si addivenne così a constatare la completa e perfetta concordanza di intenzioni di dedicare la piena loro sollecitudine alla cura ed al rinforzamento degli stretti e cordiali rapporti esistenti tra la Monarchia e l’Italia».

Il sig. di Jettel mi ha espresso il desiderio a nome del barone Aehrenthal che comunicato sia pubblicato in entrambi i paesi sabato mattina [il 3].

Sarò grato a V.E. volermi telegrafare venerdì mattina se approva testo suddetto per poterne informare prima sua partenza Pietroburgo. Barone Aehrenthal mi ha fatto pregare di interessarla perché Agenzia Stefani, nel pubblicare comunicato, voglia telegrafarlo, in pari tempo, Agenzie Havas, Reuter e Wolff 3.

159 1 Vedi D. 154.

159 2 Nota del documento «Manca una parola. Forse "condussero" o "portarono"».

160

IL MINISTRO DEGLI ESTERI. TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. 23591. Roma, 2 novembre 1906, ore 15,15.

Ricevuto telegramma 822. Per stazione Let Marefià, che già appartenne alla Società geografica, riterrem-

mo atto poco amichevole che fosse data ad altri. Prego chiederla a mio nome a Menelik, dichiarandogli che la cosa potrà regolarsi, quanto al compenso, nel negoziato generale che inizieremo per la questione dello sbocco al mare. Governo del Re intende presentare proposte concrete per compensi, ciò che Menelik deve del resto aspettarsi, avendolo a lui detto chiaramente on. Martini, quando Menelik lo incaricò di far pervenire al nostro Sovrano il suo desiderio3.

161

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 2340/1178. Vienna, 3 novembre 19061.

I deputati Conci e Pitacco interpreti del desiderio, manifestato in una recente adunanza dagli studenti italiani, si sono recati ieri dal ministro dell’istruzione sig. dott. Marchet e gli hanno esposta l’incerta e difficile situazione, in cui si trovano i loro mandanti, in seguito a mancanza di provvedimenti a loro riguardo circa la questione universitaria. Avendolo quindi interpellato circa le sue intenzioni a tale proposito, il dott. Marchet rispose loro che il Governo stava adoperandosi per trovare un mezzo di soddisfare ai bisogni degli studenti italiani presso le scuole superiori, nel senso di riconoscere gli studi e gli esami, presso le Università e scuole superiori del Regno d’Italia, per quanto ciò possa essere consentito dai regolamenti degli esami e dall’insegnamento in vigore presso le Facoltà universitarie e le scuole tecniche superiori dell’Austria. Il ministro aggiunse essere intenzione del Governo di emanare fra breve le disposizioni precise circa il riconoscimento degli studi terminati in Italia ed eventualmente di quelli colà incominciati e compiuti di poi nell’Impero.

La dichiarazione del ministro, che si ritiene certamente concordata col presidente dei ministri, ha soddisfatto i deputati italiani, i quali pur considerando non chiusa la questione universitaria italiana fino a che non sorga un istituto superiore a Trieste, ammettono che per ora la situazione degli studenti italiani può essere regolata dal provvedimento suddetto. Gli studenti adunatisi ieri stesso, deliberarono, dal canto loro, di sospendere l’agitazione da essi minacciata e di attendere le promesse ordinanze governative, astenendosi frattanto dal provocare qualsiasi incidente, specialmente nell’Università viennese.

I giornali della capitale commentano favorevolmente le comunicazioni dell’on. Marchet, alle quali, secondo, l’avviso della Neue Freie Presse e della Zeit non sarebbe estranea l’influenza del nuovo ministro degli affari esteri, che nella crisi universitaria italiana avrebbe ravvisato una indiretta cagione di malumori anche nel terreno internazionale.

162

IL MINISTRO A SOFIA, CUCCHI BOASSO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. PERSONALE CONFIDENzIALE S.N.1 Sofia, 3 novembre 1906.

Approfitto del corriere che ripartirà da Sofia il 7 novembre per rispondere alla lettera confidenziale di V.E. in data delli 18 ottobre scorso2.

1621 Dalle carte della Serie P e privo dell’indicazione della data di arrivo.

2 In realtà del 19, vedi D. 140.

Riferendomi a quanto ebbi occasione di esporre a V.E. nella mia lettera delli 6 di ottobre3, mi onoro farle conoscere che il ministro d’Austria-Ungheria conte di Thurn-Valsassina è tornato a Sofia il 15 dello scorso mese, ma non ho raccolto nessun indizio che durante il suo lungo congedo di tre mesi e mezzo, passato nelle sue proprietà in Austria, egli si sia occupato di affari politici speciali. Continuerò a sorvegliare con ogni cura le relazioni, come qui si manifestano, dell’Austria-Ungheria colla Bulgaria che potrebbero anche assumere aspetti nuovi in seguito alla nomina del barone di Aehrenthal a ministro degli affari esteri della Monarchia.

Le lagnanze manifestate talvolta dal principe Ferdinando, soprattutto nei colloqui coll’addetto militare (e V.E. avrà presente il mio rapporto n. 1198/327 delli 4 ottobre 19054 relativo alla gelosia manifestata da questo Sovrano per le supposte preferenze italiane per la Serbia), debbono ascriversi principalmente alla naturale suscettibilità dell’animo di Sua Altezza Reale, suscettibilità la quale venne acuita da tutti gli avvenimenti svoltisi nel primo decennio del suo Regno e che lo porta a sospettare anche delle amicizie le più provate.

Se non mi inganno l’idea del Principe sulla opportunità di una più intima intesa fra l’Italia e la Bulgaria sarebbe basata sul concetto seguente: l’Italia, più di ogni altra potenza, deve temere la possibile espansione dell’Austria-Ungheria nella parte occidentale della Penisola Balcanica, quindi avrebbe interesse a che lo Stato bulgaro sempre più abbia a consolidarsi e progredire, poiché, per le forze di cui dispone, potrebbe essere il principale ostacolo alla realizzazione dei piani veri o supposti della Monarchia.

Il lavoro diplomatico costante del Principe mi sembra tender in particolar modo al fine di aver benevola la maggioranza dei Gabinetti delle grandi potenze in previsione dei pericoli cui la Bulgaria potrebbe essere esposta il giorno in cui scoppiasse una crisi nella Penisola: e credo sia sorto nell’animo di Sua Altezza Reale il dubbio che, in date evenienze, l’Italia possa esser da altri impegni costretta a dipartirsi da quella attitudine tanto benevola che ha sempre serbato verso il giovane Principato.

Ora poiché l’E.V. mi ha fatto l’onore di darmi precise istruzioni al riguardo, se si presenterà l’occasione favorevole, cercherò di raccogliere qualche indizio sui limiti e gli scopi dell’«intesa» cui Sua Altezza Reale ha fatto allusione, e l’E.V. può esser sicura che nessuna mia parola potrà menomamente dar luogo al sospetto che noi vogliamo avviare in proposito un negoziato qualsiasi. Soltanto mi è impossibile prevedere quando potrà presentarsi la favorevole occasione alla quale accenno.

Come è noto a V.E. sono rarissime le circostanze in cui i capi delle missioni qui accreditate possano avvicinare il Principe. Si dice che egli prolungherà il suo soggiorno a Varna fino alla metà di dicembre e, secondo ogni probabilità Sua Altezza Reale non riceverà il Corpo diplomatico che in occasione della festa di Capo d’anno.

4 Non pubblicato.

161 1 Dall’archivio dell’ambasciata a Vienna.

162 3 Vedi D. 123.

163

L’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2729/225. Berlino, 5 novembre 1906, ore 17,30.

Sig. von Tschirschky giunto iersera a Berlino è venuto stamane da me anche prima di riprendere sue funzioni al Dipartimento di Stato degli affari esteri. Segretario di Stato mi ha espresso tutta la sua soddisfazione per il viaggio compiuto in Italia e la sua riconoscenza per le delicate attenzioni usate a lui ed alla sua consorte.

Per la amabile accoglienza cui dalla benevolenza del Re fu fatto segno a San Rossore, von Tschirschky, mi ha manifestato animo suo devotamente grato: egli fu molto lusingato dei lunghi colloqui di cui Sua Maestà lo onorò prima e dopo il pranzo. La alta mente del Nostro Sovrano, ha prodotto profonda impressione in Tschirschky che potè ammirare chiarezza idee, larghe vedute, sicurezza giudizi di Sua Maestà, tanto nelle questioni politica interna, quanto in quelle di politica estera.

164

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. SEGRETO URGENTE 2739/85. Addis Abeba, 5 novembre 1906 1.

Riferiscomi telegramma di V.E. n. 23592. Ebbi jersera lunga conferenza con Menelik. Egli ha promesso non dare ad altri

Let-Marefià fino a che non ci saremo accordati circa compenso per sbocco al mare. Mi ha incaricato pregare V.E. fargli conoscere al più presto, e possibilmente per telegrafo, richieste che intendiamo fargli, desiderando risolvere subito la cosa.

2 Vedi D. 160.

164 1 Trasmesso da Asmara.

165

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1550/470. Londra, 5 novembre 1906 (perv. il 9).

Oggi ho avuto un amichevole colloquio col primo ministro. Parlando delle relazioni anglo-tedesche sir Henri Campbell-Bannerman disse che in Inghilterra e sopratutto in Scozia, sua patria, si riconosce alla Germania il diritto al proprio incremento economico, e che, più che avversione contro di essa, si ha risentimento per l’ostilità contro la Gran Bretagna nutrita dalle sfere dirigenti tedesche, dalla burocrazia, dalla nobiltà e dall’esercito, mentre si pensa che tali sentimenti non siano divisi dalla maggioranza della popolazione tedesca.

Benché egli si mostri assai incerto nelle previsioni sull’avvenire della Russia, che riconosce dipendere in grandissima parte dall’atteggiamento dei contadini, che ora pare migliorato, è assai inclinato alla politica di riavvicinamento con quell’Impero. Egli pensa che la Duma disciolta fosse una foolish Duma, ma che ciò non può far disperare dell’avvenire del costituzionalismo in Russia, perché ogni paese ha commesso errori nei primi esperimenti di regime liberale. Io gli dissi allora che avendo letto il suo famoso discorso finito col grido: «La Duma est morte, vive la Duma», mi pareva che fosse stato male interpretato da molti, essendo chiaro che egli non intendeva di approvare la Duma disciolta, ma acclamare al principio del Governo liberale in conformità alle intenzioni di S.M. l’Imperatore, da lui citate e lodate nello stesso discorso. Egli si mostrò molto lieto di questo mio giudizio e aggiunse che aveva offerto al conte Benkendorf di dargli per iscritto queste spiegazioni, ma il Benkendorf lo aveva reputato superfluo e s’era fin dal primo momento mostrato convinto che questa era la retta spiegazione.

Sir Henry Campbell-Bannerman conchiuse che tale è pure il modo di vedere del Governo russo: se ciò sia esatto o no saprà certamente V.E. dai rapporti del r. ambasciatore a Pietroburgo, e potrebbe essere utile che io ne fossi informato.

166

L’AMBASCIATORE A PARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 3073/1263. Parigi, 6 novembre 1906 (perv. il 9).

Una certa dimestichezza di rapporti stabilitasi altre volte con il sig. Izvolskij quando io era ministro in Rumania ed egli era ancora nei gradi subalterni della diplomazia, mi permise di avere con lui, durante il recente suo soggiorno in Parigi, qual-

che colloquio esente dalle cautele e riserve con le quali sogliono intrattenersi, nei primi incontri, i diplomatici di diverso paese. Né io gli chiesi, né egli mi disse, il perché della sua venuta qui, dove avea dato convegno agli ambasciatori russi di Vienna e di Londra; mi manifestò però l’impossibilità in cui sarebbe stato di venire in Francia se non si disponeva a fare una sosta anche a Berlino e non mi nascose una certa impazienza per non avere trovato, al suo primo arrivo a Parigi, un ministro degli affari esteri con cui parlare. Il sig. Izvolskij era infatti arrivato qui nel momento in cui il Gabinetto Sarrieu si scomponeva, ed è partito due giorni dopo che il portafoglio del sig. Bourgeois era passato alle mani del sig. S. Pichon. Egli fu tuttavia ricevuto a banchetto dal ministro nuovo appena insediatosi ed ebbe colloqui con lui e con il presidente del Consiglio. Il sig. Fallières lo ricevette in udienza.

Il nuovo ministro degli affari esteri di Russia avrebbe modificato radicalmente le sue idee, se ora fosse divenuto un innovatore liberale. È però uomo di mente aperta al concetto delle necessità della vita sociale e politica moderna. Lo spettacolo delle difficoltà interne che caratterizzano l’attuale momento in Francia, non era fatto per lasciarlo indifferente. Benché si sia espresso in proposito con molta cautela, era facile indovinare che le sue simpatie sarebbero state per gli uomini che fecero l’alleanza franco-russa, o per quelli dello stesso colore. Con una certa ingenuità che mi sorprese, egli mi chiese se il ritorno agli affari del sig. Hanotaux pareva a me impossibile. L’interrogazione suonava piuttosto rincrescimento che la cosa non fosse prevedibile.

Delle linee direttive della presente politica del Gabinetto di Pietroburgo, il sig. Izvolskij mi disse tutto, quando mi dichiarò, con una certa insistenza, che il principale suo intento era di evitare che si producessero gravi mutamenti prima che la Russia abbia potuto superare la crisi interna e riprendere in Europa la situazione che l’infausta politica asiatica le avea fatto perdere. «Vorrei poter tenere tutte le questioni che si agitano sous cloche», così si espresse il ministro russo, «per dare al mio paese il tempo di occuparsene con l’autorità che gli assegna la posizione sua di altre volte».

Questo soggetto del discorso mi portò naturalmente a far osservare che l’Italia si era, in certi momenti, impensierita del fatto che la Russia, assorta nella sua guerra con il Giappone, sembrava disinteressarsi più del dovere delle questioni dell’Oriente ottomano. Ne convenne il mio interlocutore, notando però che l’accordo austro-russo avea funzionato come un freno alla politica di espansione dell’Austria-Ungheria nella Turchia d’Europa. Ritardare il corso degli avvenimenti, tale è l’interesse, ripeté egli, della Russia. A questo interesse si era inspirata la condotta del Gabinetto di Pietroburgo anche negli ultimi incidenti della questione cretese.

Una mia osservazione circa la situazione territoriale in cui la Russia si trovava nell’Estremo Oriente dopo la pace con il Giappone, situazione che sembrava dover, a non lunga scadenza, far rinascere le stesse ragioni per le quali l’ultima guerra è stata fatta, provocò da parte del sig. Izvolskij una acerba critica della politica seguita dal suo paese che condusse a quella guerra disastrosa. Nello udire quegli apprezzamenti, nei quali era fatta completa astrazione della volontà suprema che avea accettato quella politica, io mi meravigliava internamente dei mutamenti che la progressiva forza dell’opinione pubblica ha potuto introdurre anche nei paesi prima d’ora considerati come i più rispettosi della disciplina monarchica. Wladivostock era uno sbocco più che sufficiente per i bisogni della Russia nei mari dell’Estremo Oriente, bisognava proprio che una fatale aberrazione avesse invaso la direzione degli affari in Russia

perché si fosse trovato necessario di espandersi in Manciuria e di occupare Porto Arthur. La ripresa di una simile politica non era seriamente prevedibile. L’alleanza anglo-giapponese non offendeva perciò menomamente il sentimento russo, né creava una difficoltà fra l’Inghilterra e la Russia.

Dell’intimità franco-inglese il sig. Izvolskij fece cenno incidentalmente come di cosa esistente e stabile.

Dei rapporti nostri col suo paese, egli si espresse in buoni termini. Professò, con parole cortesi, il buon ricordo che gli lasciava il soggiorno prolungato di Roma, quando egli vi fu accreditato presso la Santa Sede. Deplorò che in Italia rimanesse uno strascico dell’impressione prodottasi per la mancata visita dello Czar. Ma ancora più deplorava la assoluta impossibilità per il suo Sovrano di intraprendere nelle presenti circostanze, un viaggio attraverso l’Europa.

Ciò che può risultare da colloqui siffatti non può avere altro valore che quello di una indicazione che si applica alla attualità. Ma se io dovessi emettere un giudizio circa gli scopi del viaggio del ministro degli affari esteri di Russia inclinerei a credere che egli si propose uno scopo di esplorazione e che se, come egli stesso mi disse, gli sarebbe stato impossibile non consacrare qualche giorno ad una fermata a Berlino dopo di essere venuto a Parigi, è lecito pensare ugualmente che gli sarebbe stato impossibile fare una visita a Berlino senza prima aver fatto un soggiorno a Parigi.

167

L’AMBASCIATORE A PARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 3079/1266. Parigi, 6 novembre 1906 (perv. il 9).

La carriera parlamentare del sig. Stefano Pichon che durò dall’ottobre 1885 al maggio 1894, non lo avea ancora messo in vista quando, abbandonando i suoi elettori di uno dei collegi di Parigi, egli andò ministro plenipotenziario ad Haïti, poi a San Domingo ed al Brasile. La sua notorietà cominciò a farsi strada durante la missione in Cina. Il Governo lo chiamò in seguito al posto di residente in Tunisia dove la sua azione, in frequenti contatti con gl’interessi nostri, fu temperata. Benché il nuovo ministro degli affari esteri abbia con me a più riprese, anche prima di essere assunto all’alto suo ufficio attuale, menato vanto di essere stato ascritto alla lega franco italiana prima di entrare nella diplomazia, mi mancherebbero elementi più recenti e più sicuri per misurare al giusto la intensità delle sue simpatie per il nostro paese. Nella non ancora remota occasione delle preliminari indagini per la proroga a termine fisso delle nostre Convenzioni tunisine del 1896, non potrei dire che quelle simpatie si manifestassero, poiché il credito in cui egli era tenuto dal Governo gli permise di esercitare un’influenza che determinò il mantenimento puro e semplice dello statu quo mediante la tacita annuale riconduzione preveduta dalle Convenzioni medesime.

È però vero che il sig. Pichon ebbe il merito di resistere alla spinta di coloro che in Tunisia ed in Francia avrebbero voluto che, alla scadenza delle Convenzioni, si introducessero radicali innovazioni nel trattamento degli italiani stabiliti nella Reggenza.

Nel disbrigo ordinario degli affari con l’estero il sig. Pichon porterà delle qualità professionali che non ebbero tutti i predecessori suoi fino dal primo giorno in cui assunsero l’ufficio; ma egli non può dirsi una personalità parlamentare, nello stretto senso della parola. Benché nell’ultimo rinnovamento triennale del Senato abbia preso seggio nell’Alta Assemblea, a lui manca, per ora almeno, i1 seguito di amici politici che stabilisce il valore parlamentare di un uomo di Stato e se ne risentirà necessariamente la sua autorità nelle questioni più gravi che il Governo intiero è chiamato a trattare e risolvere.

Ancorché non siano state frequenti per me la occasioni d’incontrarmi prima d’ora con il sig. Pichon, le personali relazioni precedenti stabilitesi fra noi mi autorizzano ad accordare piena fede alle dichiarazioni di simpatia e di amicizia con le quali egli accompagnò quella di volersi attenere alla politica di perfetta intesa con l’Italia. L’espressione di questi suoi intendimenti trovò posto nella prima conversazione che ebbi con lui il 31 ottobre in occasione del suo primo ricevimento del Corpo diplomatico.

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L’AMBASCIATORE A PIETROBURGO, MELEGARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 828/320. Pietroburgo, 7 novembre 1906 (perv. il 18).

Ho avuto occasione d’incontrarmi, per la prima volta dopo il ritorno dalla breve sua licenza, col sig. Isvolsky il quale mi assicurò essere stato soddisfatto del risultato delle sue visite sia a Parigi che a Berlino. Quantunque fosse capitato nella capitale francese proprio nel bel mezzo di una crisi ministeriale egli aveva avuto occasione di intrattenersi a lungo sia col ministro uscente sia col nuovo titolare degli affari esteri sig. Pichon, che non eragli del tutto sconosciuto avendo già avuto occasione di incontrarlo anni sono a Torino, quando questi, reduce dalla sua missione in China fu di passaggio al Giappone. Da questa come da altre conversazioni avute con personaggi dirigenti del mondo repubblicano il sig. Isvolsky aveva riportato il convincimento che il nuovo ministro non avrebbe arrecato alcuna seria modificazione alla politica estera della Repubblica. Il Gabinetto presieduto dal sig. Clemenceau era certamente radicalissimo, il più radicale che avesse avuto finora la Francia, ma dalla bocca stessa del sig. Fallières eragli stato detto che la chiamata alla presidenza del Consiglio del sig. Clemenceau era stata espressamente subordinata alla condizione che nulla sarebbesi cambiato alla politica estera seguita dai precedenti Gabinetti. I primi atti del nuovo Ministero, che ebbero appunto per oggetto la tanto spinosa questione marocchina, sono ora venuti ad attestare ch’esso non intende dipartirsi da una condotta sag-

gia e prudente. Anche a Berlino il sig. Isvolsky ha avuto campo di convincersi che nelle sfere governative germaniche la nomina del sig. Clemenceau a presidente del Consiglio non era stata punto accolta con quella diffidenza che il linguaggio di alcuni organi della stampa tendeva a far credere.

Rispetto poi alle condizioni interne della Russia, questo ministro degli affari esteri osservava con compiacimento aver constatato presso la parte più sana e ragionevole del pubblico europeo un notevole cambiamento di attitudine, che attribuiva in gran parte ad un più esatto apprezzamento della situazione particolare di questo Impero, nonché dei propositi pacificatori e delle tendenze lealmente riformatrici di cui è animato il presente Governo russo.

169

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2758/177. Londra, 8 novembre 1906, ore 17,20.

Oggi Cambon mi disse essere autorizzato dal suo Governo a prendere accordi con me e Grey, o con chi questi vuole delegare, circa traffico armi. Quando rispettivi Governi li avrà approvati è autorizzato a firmare convenzione e scambio di note.

Prego telegrafarmi quale di queste due forme V.E. preferisce1. Cambon oggi vedrà Grey e mi farà conoscere il giorno, l’ora del primo colloquio.

170

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 2383/1202. Vienna, 8 novembre 1906.

In occasione dell’anniversario dei fatti avvenuti nel 1904 a Innsbruck, circa 200 studenti italiani tennero lunedì sera [il 5] in questa capitale un’adunanza, per discutere circa l’ordinanza, che sarebbe intenzione del ministro dell’istruzione pubblica austriaco di pubblicare circa il riconoscimento in Austria degli studi e degli esami fatti nel Regno, di cui è parola nel mio rapporto del 3 corrente n. 2340/11781.

L’adunanza approvò ad unanimità il seguente ordine del giorno: «L’adunanza generale degli studenti italiani di Vienna constata con soddisfazione che le recenti

dichiarazioni del ministro dell’istruzione pubblica circa il riconoscimento degli studi fatti nel Regno d’Italia dimostrano come egli abbia l’intenzione a dare un passo innanzi per l’adempimento delle giuste domande degli italiani e riconosca il carattere provvisorio delle progettate disposizioni, fintantoché le condizioni parlamentari non sieno chiarite in modo tale da poter corrispondere intieramente al loro voto relativo alla istituzione di una università a Trieste».

L’assemblea fa rilevare che l’ordinanza da emettersi al riguardo non potrà avere l’effetto desiderato nei circoli italiani che nel caso soltanto in cui sia resa nota in tempo, perché gli studenti possano iscriversi nelle università del Regno ancora entro il prossimo decembre e non ingiunga loro l’obbligo di frequentare neppure per un semestre istituti superiori austriaci o di subire esami supplementari in lingua non italiana. Perciò che riguarda la facoltà giuridica infine, l’assemblea dichiara che l’unica soluzione della questione consisterebbe nel trasferimento a Trieste della «facoltà giuridica italiana» già esistente in Innsbruck.

169 1 Tittoni rispose con T. 2425 del 12 novembre con il quale precisava di voler concretare l’accordo relativo al traffico d’armi mediante convenzione.

170 1 Vedi D. 161.

171

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2796/185. Londra, 12 novembre 1906, ore 20 (perv. ore 7 del 13).

Ho veduto oggi questo ministro degli affari esteri che ho trovato, come prevedevo, più esitante dei giorni precedenti. Desidera di procedere d’accordo con Italia ma dice di non potere assumere impegni di combattere una proposta di cui ignora ancora i termini precisi. Avendo egli accennato alla possibilità che agenti civili, se incaricati controllo giudiziario, abbiano obbligo di riferire commissione finanziaria, io risposi che tale temperamento parrebbe sufficente al Governo italiano. Anziché essere posto nella alternativa, o di fare cosa non gradita all’Italia, o di combattere la proposta austro-russa, Grey preferirebbe evitare che fosse presentata, ed a questo scopo egli farà subito passi verso la Francia, sperando che questa possa influire Russia. Avendogli io detto che, pur non facendo obiezioni a questa sua intenzione il mezzo migliore per prevenire proposta, sarebbe che egli si affrettasse a presentare o, per lo meno, a pubblicare per mezzo interrogazione parlamentare, od altrimenti la proposta propria, cioè quella di estendere anche alla vigilanza sulla giustizia i poteri della commissione finanziaria. Grey si è riservato di esaminare anche questo metodo, e per rendere possibile, o questo, od altro modo di evitare la presentazione della proposta austro-russa, cercherà di ritardare alquanto esame di legge e regolamento proposta dal Governo ottomano su miniere, dogane ed altre, dovendo la questione dell’aumento dei diritti doganali essere definita prima di affrontare la questione giudiziaria1.

171 1 Vedi D. 174.

172

L’AMBASCIATORE A PIETROBURGO, MELEGARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI. TITTONI

R. RISERVATO 835/335. Pietroburgo, 12 novembre 1906 (perv. il 18).

Il nuovo ministro austro-ungarico degli affari esteri, barone di Aehrenthal, giunto qui al principio della scorsa settimana, per presentare allo Czar le sue lettere di richiamo, è ripartito stasera per la via di Berlino, ove si fermerà un giorno per abboccarsi col principe di Bülow, e proseguire quindi direttamente per Vienna. Durante il suo soggiorno a Pietroburgo ebbi occasione d’incontrarlo a diverse riprese, ed oggi stesso è intervenuto colla sua signora, ad una colazione che ho dato in suo onore all’ambasciata.

Il barone d’Aehrenthal mi ha espresso in termini calorosi la sua soddisfazione per i telegrammi così cordiali scambiati coll’E.V. in occasione della sua nomina. Egli non dubita un solo istante che gli riuscirà facile di mantenere con noi quelle buone ed intime relazioni quali si addicono a due alleati, per ciò occorre soltanto prevenire per quanto possibile ogni causa di attrito fra i due paesi, ed evitare pure di scrutare con una lente d’ingrandimento, come spesso si è fatto a Vienna, tutto quanto avviene oltre le Alpi.

Avendo io osservato come non convenga difatti dar troppo peso a certe voci di stampa, ed alle manifestazioni di qualche elemento turbolento in Italia, mentre la parte più sana e ragionevole dell’opinione pubblica era perfettamente d’accordo col Governo nel desiderare una completa intesa coll’Austria-Ungheria, il barone d’Aehrenthal mi rispose esser di ciò assolutamente persuaso, ed aggiunse avergli l’imperatore Francesco Giuseppe a varie riprese dichiarato esser convinto della sincerità e della lealtà delle intenzioni della Corte ed anche del Governo italiano. Da un anno poi a questa parte, le relazioni fra i due Governi hanno assunto un sempre più confortante carattere di reciproca fiducia, che egli confida poter conservare ed ancora accentuare sempre più.

Riguardo alla questione balcanica, dissemi il barone Aehrenthal, essere nell’interesse generale che lo statu quo possa esser mantenuto, ed a questo fine devonsi convergere gli sforzi comuni, se però per un concaso imprevisto di circostanze, questo statu quo dovesse esser disgraziatamente turbato, egli confida che con un pò di buona volontà possa venire scartata fra le potenze ogni ragione di attrito. Per la pacificazione e la riorganizzazione delle provincie macedoni, egli spera poter proseguire l’opera iniziata colla collaborazione e l’assistenza delle altre potenze. I risultati finora ottenuti, se non brillanti, possono dirsi tuttavia soddisfacenti; la riorganizzazione della gendarmeria ha già dato buoni frutti, ed ora anche la riforma finanziaria trovasi ad un buon punto di avviamento, il resto è affare di tempo e di pazienza.

Il punto più nero è costituito indubbiamente dalle rivalità fomentate dai vari Stati balcanici; per farle cessare non bastano gli ammonimenti e gli appelli alla concordia delle Potenze; occorre anzitutto che in essi subentri la coscienza dell’inopportunità di tale politica dal punto di vista dei loro stessi interessi. Questa tendenza comincia a farsi palese in Bulgaria, e si accentuerà ancora, come è da sperarsi colla

chiamata alla direzione della politica estera del Principato di un diplomatico del valore del sig. Stanciow. Conviene però che le potenze a loro volta evitino ogni occasione di dar nuova esca a tali rivalità, ed a questo proposito il barone d’Aehrenthal dimostravasi preoccupato della perniciosa ripercussione che l’arrendevolezza dimostrata dalle potenze alle aspirazioni annessioniste elleniche per la Creta era suscettibile di avere nei Balcani.

Avendo poi io messo il discorso nella questione della riforma giudiziaria in Macedonia, il barone di Aehrenthal mi disse esser sul proposito un progetto allo studio, destinato ad essere messo sul tappeto non appena fosse definitivamente liquidata la quistione della riforma finanziaria, e che su di esso sarebbero, a suo tempo, «presenti», gli ambasciatori delle potenze a Costantinopoli. Presi allora occasione per rivolgergli il quesito se non sarebbe più opportuno, in vista anzitutto di rendere più efficace la pratica attuazione delle progettate riforme di affidarne la vigilanza anziché agli agenti civili dell’Austria-Ungheria e della Russia, come pare sia intenzione, ad un controllo di tutte le grandi potenze, come già d’altronde fu fatto per la riforma finanziaria. Al che il sig. d’Aehrenthal mi rispose non possedere abbastanza dati di fatto per potersi fin d’ora pronunziare sulla questione, con intera conoscenza di causa.

173

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

PROMEMORIA PERSONALE CONFIDENzIALE1. Vienna, 12 novembre 1906.

Siccome feci conoscere all’E.V. colla mia lettera particolare del 30 ottobre ultimo2, credo che la presenza del barone di Aehrenthal al Ministero degli affari esteri ci potrebbe dare agio di fare qualche tentativo per conoscere le sue intenzioni circa un eventuale accordo per l’Albania, al quale era decisamente contrario il conte Goluchowski, nonostante le sue buone disposizioni a nostro riguardo.

Bisognerebbe quindi profittare dell’occasione che ci è offerta per ottenere possibilmente di precisare e dare una maggiore estensione alla nota intesa, l’Albania rappresentando per noi di fronte all’Austria-Ungheria quello che la Macedonia è per l’Austria-Ungheria di fronte alla Russia.

Questa analogia tra le due questioni è negata però al Ministero imperiale e reale degli affari esteri, ove si afferma che l’Austria-Ungheria ha in Albania diritti di gran lunga superiori ed anteriori a quelli dell’Italia, la cui azione in tale regione non si sarebbe esercitata che in un periodo di tempo più recente.

Ma pur ammettendo come esatta tale affermazione, ciò che non è in realtà, è da rilevarsi che la Russia, che aveva nei Balcani una situazione e dei diritti superiori ed anteriori a quelli dell’Austria-Ungheria e da questa riconosciuti, non ha esitato di stipulare l’accordo di Mürzsteg, e l’Austria-Ungheria dal suo lato ha fatto quanto era in

2 Vedi D. 157.

suo potere per facilitarne la conclusione, perché aveva interesse, per evitare gravi conflitti futuri, di porre una tregua alle aspirazioni reciproche nella penisola.

Non si comprenderebbe quindi perché l’Austria-Ungheria non debba dimostrare a nostro riguardo relativamente all’Albania la stessa buona volontà che ha mostrato verso la Russia rispetto alla Macedonia, e consentire conseguentemente a tutelare i rispettivi interessi in quella regione stipulando con noi un accordo che potrebbe essere concretato in uno dei seguenti progetti, di cui mi permetto di sottomettere all’esame dell’E.V. i punti principali.

Il primo di tali progetti avrebbe per scopo di regolare l’azione penetratrice di entrambi i Governi per impedire che possa dar luogo ad eventuali attriti fra loro. Con esso quindi i due Governi, nel confermare l’intesa esistente, assumerebbero l’obbligo:

1) di riconoscere gli istituti di qualsiasi genere, ora esistenti, da loro fondati. 2) di sospendere momentaneamente la fondazione di altri istituti, impegnandosi

a concertarsi insieme per la creazione di nuovi istituti, ove questa fosse riconosciuta necessaria per gli interessi di uno di essi;

3) di sostituire i consoli attuali con altri funzionarii che dovrebbero esser muniti d’identiche istruzioni conformi al presente accordo;

4) di far passi in comune presso la Sublime Porta, ed eventualmente pure presso le altre potenze, per ottenere che, quando si dovrà procedere alla delimitazione delle unità amministrative contemplata nel programma di Müzsteg, venga attuata l’esecuzione delle dichiarazioni fatte all’E.V. dal conte Goluchowski, nel 1905, nel Convegno di Venezia, relative all’aggregazione all’Albania dei distretti abitati in prevalenza da popolazioni albanesi, ora uniti ai vilayet macedoni3.

Quanto alle questioni riguardanti la costruzione di ferrovie, di nuove vie di comunicazione, e la creazione d’istituti di credito, esse dovrebbero formare oggetto di discussione posteriore e separata per stabilire la partecipazione dei due Governi alla soluzione delle questioni stesse.

Prescindendo dai primi tre punti sopra indicati, il secondo progetto di accordo tenderebbe unicamente a completare l’intesa esistente col far delineare i confini dell’Albania e procurare così che vengano designati i territorii a cui dovrebbero essere applicate le stipulazioni dell’intesa stessa. Esso si restringerebbe perciò al solo punto segnato nel primo progetto d’accordo al n. 4, relativo alla dichiarazione del conte Goluchowski, e perciò che riguarda il modus procedendi per la sua stipulazione, mi riferisco alla lettera particolare che diressi all’E.V. il 12 luglio scorso4.

Il terzo progetto di accordo, pur comprendendo alcuni dei punti già citati, avrebbe un carattere speciale e più accentuato degli altri progetti. Esso consisterebbe nello scambio tra i due Governi di una dichiarazione in forma solenne nella quale, nel confermare l’intesa anteriore, essi assumerebbero l’obbligo:

1) di non occupare in alcun caso e per alcuna circostanza l’Albania o una parte del suo territorio, quale sarà delineato in seguito all’attuazione della dichiarazione del conte Goluchowski. In tal modo si verrebbe a riconoscere l’Albania come territorio

4 Vedi D. 55.

del tutto neutrale per entrambi i Governi senza però ch’essi s’impegnino a sottostare agli altri obblighi risultanti da tale parola secondo il significato attribuitole dal diritto internazionale;

2) di far passi in comune presso la Sublime Porta e presso le altre potenze per ottenere che venga attuata la dichiarazione del conte Goluchowski, di cui è cenno al punto 4 del primo progetto e che forma oggetto esclusivo del secondo;

3) di procedere di comune accordo in tutte le questioni riguardanti direttamente o indirettamente l’Albania o che fossero per sorgere per ciò che riguarda il suo sviluppo morale ed economico.

Ques’ultimo punto sarebbe una conseguenza della stipulazione contenuta nel par. 2 della nota intesa, in cui si contempla la costituzione della autonomia dell’Albania. Siccome per assicurarne il compimento è innanzi tutto necessario provvedere allo sviluppo suddetto, l’obbligo che i due Governi verrebbero a prendere col presente accordo non sarebbe che un corollario di quello già assunto nell’intesa.

È da esaminare ora se questi tre progetti di accordo avrebbero possibilità d’essere accolti dal barone di Aehrenthal, e se e quali obbiezioni potrebbe sollevare contro di essi.

Quanto al primo progetto non credo che i punti 1 e 2 sarebbero da lui presi in considerazione perché, oltre alle difficoltà che presenterebbe l’attuazione della sospensione della creazione di nuovi istituti per parte di entrambi i Governi, si sarebbe qui di parere che essa non ridonderebbe che a nostro vantaggio esclusivo, la propaganda dell’Austria-Ungheria in Albania avendo fatti progressi di gran lunga superiori a quelli della propaganda italiana, e perché si temerebbe che, nonostante tale sospensione, questa continui ad esercitarsi come per l’innanzi a danno dell’influenza austro-ungarica.

Il punto n. 4 relativo alle dichiarazioni del conte Goluchowski avrebbe forse, mi sembra, probabilità di essere accettato.

Le idee che sussistono in questo Ministero degli affari esteri, e che erano quelle propugnate dal conte Goluchowski, si riassumono nell’affermare che non esiste una vera questione albanese, che questa è stata da noi creata, che l’Italia non ha diritti in Albania, ove la sua propaganda si è affermata solo di recente, che lo stato di antagonismo e si può dire di ostilità in cui si trovano i consoli rispettivi è originata dal contegno di quelli italiani, che minano l’azione austro-ungarica, per cui i consoli imperiali e reali sono costretti a controbilanciare quell’azione per tutelare gli interessi della Monarchia in Albania. Essi si trovano quindi in stato di legittima difesa contro il procedere dei consoli italiani, i quali se cessassero dalla pretesa loro azione invaditrice intesa a soppiantare quella austro-ungarica, i consoli imperiali e reali modificherebbero il loro contegno. Prego V.E. di non dimenticare nel leggere le cose qui sopra riferite che io non faccio che comunicarle l’opinione che, a quanto mi risulta, si avrebbe a questo riguardo al Ministero imperiale e reale degli affari esteri.

Rispetto al secondo progetto di accordo, siccome esso non si riferirebbe che al solo punto n. 4 del primo progetto, esso non solleverebbe forse, siccome sopra accennai, serie obbiezioni.

Infine, per ciò che riguarda il terzo progetto, a quanto mi è dato di arguire, non si avrebbe forse qui difficoltà di addivenire alla dichiarazione solenne nei termini

stessi da me riferiti, come pure non si sarebbe alieni dall’esaminare il 2° punto, ma dubito che si incontrerebbero non poche difficoltà per indurre il barone di Aehrenthal a consentire al 3° punto, perchè l’attuazione delle condizioni in esso stabilite potrebbero dar luogo, a suo parere, ad attriti tra i due Governi. Dovrebbesi quindi trovare una formula tale che, pur contenendo ciò che è riassunto in quel punto, potesse eliminare i timori che qui sussisterebbero.

Prego 1’E.V. di voler scusare la libertà che mi sono presa di sottometterle i tre progetti suddetti accompagnandoli da alcune considerazioni che sono la risultante della conoscenza da me acquistata, durante la mia lunga dimora in Vienna, delle disposizioni di questi circoli politici, e le sarò grato, qualora ella li giudicasse meritevoli di esser presi in considerazione, di volermi far conoscere il suo pensiero al riguardo.

173 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto.

173 3 Vedi serie terza, vol. IX, DD. 72, 79.

174

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

T. 2445. Roma, 13 novembre 1906, ore 20.

Ringrazio V.E. per il suo telegramma n. 1851. Ormai abbiamo preso posizione di fronte ad una attuale proposta duale e possia-

mo attendere, senza ulteriore manifestazione da parte nostra, che sir E. Grey dia seguito ai suoi concetti, conformi ai nostri e ce ne avverta. Intanto ci giungeranno ed io tosto comunicherò a V.E. le informazioni chieste a Parigi ed a Berlino sugli intendimenti di quei due Governi in proposito.

175

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATISSIMO 1589/484. Londra, 13 novembre 1906 (perv. il 18).

Mi riferisco ai miei telegrammi del 6 novembre n. 175, 10 nov. n. 1811, e 12 nov. n. 1852.

Il dispaccio di V.E. del 30 ottobre u.s. n. 67472/4673, al quale è allegato il rapporto del 12 ottobre u.s. n. 2232/11244 del r. ambasciatore a Vienna, mi è giunto

175 1 Non pubblicati.

2 Vedi D. 171. 3 Non pubblicato.

soltanto la sera del 9 corr. cioè tre giorni dopo che io aveva, di mia iniziativa, avuto con sir Edward Grey il colloquio che forma oggetto del mio telegramma del 6 nov. n. 175.

I dispacci stampati di V.E. del 13 sett. n. 49273/205 al r. ambasciatore a Pietroburgo, del 15 sett. n. 49278/729 al r. ambasciatore a Vienna, del 5 ottobre u.s. n. 53245/726 al r. ambasciatore a Costantinopoli e i rapporti stampati del 26 sett. n. 2124/1067 del r. ambasciatore a Vienna e del 27 sett. n. 723/290 del r. ambasciatore a Pietroburgo1 mi sono stati recati dal corriere il 5 novembre, così che con immenso ritardo ho avuto notizia della proposta in preparazione tendente ad affidare ai due agenti civili d’Austria e Russia la vigilanza sulla riforma ed amministrazione della giustizia in Macedonia.

Tale ritardo può avere conseguenze irreparabili, poiché, se io fossi stato posto in grado di far pratiche in proposito presso sir Edward Grey un mese prima, se egli avesse potuto fare per conseguenza un mese prima, o per lo meno prima della visita del sig. Izvolskij a Parigi, le pratiche presso la Francia, alle quali si riferisce il mio telegramma a V.E. de1 12 nov. n. 185, la posizione sarebbe forse oggi migliore per i nostri interessi di quello che rischia di essere in conseguenza degli impegni che può la Francia aver già presi verso la Russia.

È infatti difficile che la Russia non si sia assicurata l’adesione della Francia mentre, per converso, se prima che questa sapesse e prevedesse la probabilità della proposta austro-russa, sir Edward Grey le avesse esposto la sua idea di affidare alla commissione finanziaria internazionale, sia pure in forma diversa, le nuove funzioni che Austria e Russia vorrebbero affidare agli agenti civili, è probabile che la Francia avrebbe aderito all’idea inglese, ed avrebbe così avuto un impedimento legittimo ad aderire a quella, che sarebbe stata posteriore dell’Austria e della Russia, tanto più che, salvo i riguardi dovuti all’alleata, il controllo europeo è più conforme agli interessi della Francia che il controllo austro-russo.

Si è ancora a tempo adesso. È probabile che in occasione del viaggio del sig. Izvolskij a Parigi, o altrimenti, la Russia abbia provveduto ad assicurarsi l’appoggio od almeno la neutralità della Francia. E se la Francia è già legata da queste promesse d’appoggio alla Russia, se la Germania vorrà certo far cosa gradita all’Austria ricordandosi, come mi diceva sir Edward Grey, l’opera sua di «brillanter Sekundant auf der Mensur», potrà e vorrà il Governo britannico così ligio alla Francia, così desideroso di amichevoli accordi colla Russia, così impaziente di ulteriori riforme in Macedonia, opporsi per far cosa gradita a noi, alla eventuale proposta austro-russa? Io lo spero e quasi lo credo, ma non posso averne certezza. Il lungo ritardo avrebbe anche potuto avere per effetto di dare tempo ai miei colleghi di Austria e di Russia di ottenere qualche mezzo impegno da sir Edward Grey, prima che io fossi informato della possibilità che la questione sorga, ma fortunatamente ciò non è avvenuto.

Quando, io gliene parlai la prima volta di mia iniziativa, il 6 novembre, egli ancora ignorava del tutto tale progetto, e fu visibilmente molto seccato, ed ancora più lo era il 12 corrente, della probabilità che venga presentato, tanto che ho dovuto stentare per indurlo a credere a questa probabilità.

Non escludo, però, che Austria e Russia abbiano profittato del tempo trascorso prima che io fossi informato di questo progetto, per fare in Inghilterra altre pratiche ignote a sir Edward Grey certamente fino al 10 corrente, e forse anche (ma ne dubito)

il 12, e tali, se sono state fatte da vincolare in parte la sua libertà d’azione di cui egli sembra disposto a far uso in senso favorevole ai desideri italiani, sebbene tale disposizione d’animo mi sembrasse più decisa il 6 ed il 10 che il 12 novembre corrente, anzi a questo proposito è bene notare che nel mio telegramma n. 175 (6 nov.) in fine io avevo scritto «non credo probabile» vedo ora che per errore di copiatura fu sostituita alla parola probabile la parola possibile, che ne muta alquanto il senso.

Per quanto io so, sir Edward Grey non ha ancora avuto occasione dopo il primo colloquio con me avuto su questo argomento, di conferire col suo Sovrano. Date le relazioni di famiglia di S.M. il Re Edoardo colla dinastia russa, ed il vivo desiderio di lui di stringere più intimi e cordiali rapporti politici tra la Gran Bretagna e la Russia, date anche le sue relazioni personali con S.M. l’Imperatore Francesco Giuseppe, io temo, e ne ho già telegrafato a V.E., che il tempo non sia stato tutto perduto dall’Austria e dalla Russia, tanto più che i due ambasciatori di quelle potenze, di cui uno è parente di S.M. il Re Edoardo VII, lo veggono sempre, lo seguono alle corse e dovunque, e godono l’onore della sua personale amicizia, la quale è e sarà forse sempre inaccessibile, almeno in pari grado, all’ambasciatore di S.M. il Re d’Italia, chiunque egli sia, per un complesso di ragioni, tra cui l’impossibilità di sostenere le spese necessarie a far la vita che occorre per penetrare nell’intimità del Sovrano.

Per ovviare, nei limiti del possibile, ad alcuno di questi inconvenienti, io prego V.E. di considerare se, indipendentemente dallo speciale oggetto di questo rapporto, la situazione generale internazionale consigli, o no, (mentre certo sarebbe opportuno nei riguardi esclusivi dei rapporti italo-britannici) di sottoporre all’alto senso di S.M. il Re Nostro Augusto Sovrano l’esame di qualche mezzo di far passare ai due Sovrani d’Italia e d’Inghilterra qualche giorno insieme, sia qui che altrove, in modo da stringere sempre più i reciproci rapporti personali.

Né questa è la sola causa che può rendere sir Edward Grey titubante o almeno freddo, nel sostenere la tesi, da noi caldeggiata, nella questione della riforma giudiziaria macedone.

Quando, nel corso delle nostre tre animate e difficili conversazioni, nelle quali ho dovuto alternare la franchezza, talora assai recisa, con tutta la souplesse consentita dalla lingua inglese per strappargli, non senza gravi difficoltà, le risposte che ho telegrafato a V.E. io ho detto che, a mio parere e di molti in Italia, è preferibile che la giustizia in Macedonia non sia migliorata, anziché affidata a due sole potenze, egli rispose che personalmente egli desidera che sia migliorata in qualunque modo (anyhow), ma ammette che in via di fatto, non possa esserlo in un modo cui l’Italia si opponga e aggiunse che, anche guardando la cosa dal lato strettamente tecnico e locale, l’opera degli agenti civili è riescita finora meno efficace (effective) di quella della commissione internazionale finanziaria, così che anche sotto questo aspetto è preferibile estendere i poteri di questa anzichè i poteri di quelli.

Quell’anyhow, sfuggitogli quasi a bassa voce, per quanto modificato dal complesso delle sue risposte, fu per me una rivelazione, o meglio una conferma di quanto mi era già noto. Il Ministero ha bisogno di fare o di mostrare di fare qualche cosa per migliorare il più presto possibile le condizioni della Macedonia, anche se il miglioramento debba avvenire nella forma che egli non preferisce. Ne ha bisogno per far accettare dall’opinione pubblica l’aumento, così impopolare, del 3% sui dazi doganali turchi: ne ha bisogno per contentare quella frazione del partito che lo tiene al pote-

re, dei cui sentimenti mando a V.E. nell’unito estratto del Daily News una delle tante manifestazioni.

Se ho esposto a V.E. tutti questi lati men favorevoli della situazione, egli è per far sì che il Governo italiano possa farsene un giudizio mercè il possesso di tutti i dati di fatto, ma io credo, ciò nondimeno, che vi siano maggiori probabilità per avere l’appoggio della Gran Bretagna che per non averlo, se ci mostriamo fermi nel respingere la vigilanza austro-russa; ad ogni modo sono certo che sir Edward Grey farà, anzi già sta facendo, i maggiori sforzi possibili per evitare che si crei una situazione in cui egli possa essere costretto a scegliere fra il far venir meno un miglioramento alla condizione dei macedoni e l’aderire ad una proposta giustamente non gradita all’Italia, e, in fondo, neanche a lui.

Le considerazioni, che ho esposto fin qui, possono indurre sir Edward Grey a mostrare ai suoi amici politici ed ai Governi d’Austria e Russia che l’opposizione non viene da lui, ma non credo che essi possano indurlo ad abbandonare il suo punto di vista cioè che basta il dissenso dell’Italia a fare naufragare la proposta. E se egli come osa sperare, non abbandona questo punto di vista, la proposta non può non naufragare.

Nelle due conversazioni del 6 e 10 corrente, io ripetutamente gli insinuai l’idea che, per evitare di combattere la proposta della vigilanza a due, il meglio sarebbe di evitare che venisse presentata. Nel colloquio del 12, egli, in perfetta buona fede, ha espresso questa idea come propria ed io mi son ben guardato dal reclamarne la proprietà letteraria, e l’ho lodata come sua. Per attuarla, due mezzi vi sono, come ho già telegrafato a V.E., uno è quello ideato da sir Edward Grey, e certo già in corso d’attuazione, cioè di pratiche del Governo inglese presso il Governo francese, l’altro, quello suggeritogli da me, e da lui non assolutamente respinto, di formolare addirittura la sua proposta, quella cioè, d’affidare la vigilanza sulla giustizia alla commissione finanziaria internazionale, e, o presentarla officialmente alle potenze, prima che Austria e Russia presentino la loro o farsi interrogare in Parlamento e formularla pubblicamente in risposta ai deputati interroganti. Le due vie non si escludono: sir Edward Grey preferisce la prima, ma, siccome è dubbio che conduca allo scopo, la seconda, compromettendo il Governo inglese, gioverebbe di più ai nostri fini. Ad ogni modo è certo sincero il desiderio di sir Edward Grey di procedere d’accordo coll’Italia, sebbene sia, nell’animo suo, combattuto da tutte le cause in senso contrario che ho esposto a V.E., e l’opra mia deve consistere nel tentare di contribuire a far sì che tra queste forze diverse la risultante sia, in una forma o nell’altra, l’appoggio della Gran Bretagna alle nostre vedute.

E che così avverrà a me pare non certissimo ma probabilissimo, almeno in una certa misura, massime se sir Edward Grey si convincerà che l’Italia non è disposta a cedere, e considera la condotta della Gran Bretagna in questa questione come una prova idonea a dare la misura della intensità e del valore della sua amicizia.

Intanto, reputo opportuno di non tornare a far visita a sir Edward Grey, né per questo né per altro argomento, salvo casi imprevisti, fino a quando egli, come si convenne, non mi farà chiamare.

Concordo pienamente con V.E. che ora non sia opportuno, giusta il suo telegramma 24455, fare alcuna manifestazione da parte nostra. Siccome però il predetto telegramma fa precedere la parola [scil. “manifestazione” da] “ulterore”, è necessario che io la informi che non è giunta notizia di alcuna manifestazione italiana in proposito, né io ne ho fatta alcuna, avendo dato ai miei tre colloqui con sir Edward Grey un carattere assolutamente confidenziale. Conoscendo la lealtà e serietà dell’indole di lui, mi è parso poco riguardoso raccomandargli di non dire, nelle sue aperture colla Francia, che ha avuto con me questi colloqui e che gli è stato comunicato il pensiero dell’Italia, ma io credo che, dato il modo con cui le nostre conversazioni si sono svolte egli avrebbe il dovere di parlare alla Francia in nome esclusivo del Governo britannico, pur potendo aggiungere che non dubita degli intendimenti dell’Italia. Può darsi che egli, nella sua diritta coscienza, giudichi altrimenti, ma io al suo posto penserei ed agirei così.

Ciò che in quella vece, io crederei assai utile a noi, si è che egli, non noi, facesse una manifestazione, cioè, come ho gia detto, prima che venga presentata la proposta duale, dica in Parlamento od altrove che vuol proporre l’estensione alla giustizia dei poteri della comissione finanziaria internazionale.

Il mio concetto è stato sempre, dal primo momento che, anziché porsi nella necessità di combattere la proposta duale, sia molto meglio tentare di evitare che fosse presentata, sia perché ciò facilita l’esito favorevole della speciale questione, sia perché è più giovevole ai buoni rapporti tra l’Italia e l’Austria. Se non che, per ottenere questo risultato era necessario ed urgente, visto le forze che possono sul Governo inglese agire contrariamente ai nostri desideri, che sir Edward Grey, prima di compromettersi con chicchessia, sapesse positivamente che questa è una questione alla quale l’Italia tiene molto. Questo è stato lo scopo, questa l’intonazione dei miei tre colloqui, e, qualunque sia l’esito definitivo della questione, non ho il menomo dubbio che, siano stati utilissimi, anzi indispensabili e che un ritardo anche breve od un linguaggio meno fermo avrebbero avuto irreparabili conseguenze6.

174 1 Vedi D. 171.

176

L’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 2825/230. Berlino, 14 novembre 1906, ore 21,40.

Oggi il principe di Bülow tenne al Reichstag lungo discorso sulla politica estera dell’Impero, riscuotendo applausi quasi generali di tutta l’assemblea. S.A. Serenissima passò in rassegna relazioni dell’Impero con i varii paesi. Parlando dell’Italia, rilevò contegno corretto osservato dal Governo del Re durante lo svolgimento dell’affare

6 Vedi D. 184.

del Marocco, deplorando, però, linguaggio stampa durante i negoziati di Algeciras. Biasimò voci di mene germaniche nella Tripolitania come messe in giro per intorbidare buone relazioni tra i due paesi.

Agenzia Wolff ha già comunicato Agenzia Stefani sunto dell’importante discorso del Cancelliere dell’Impero. Io mi riservo tornarvi su domani, dopo di avere letto resoconto completo seduta.

175 5 Vedi D. 174.

177

L’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 2488/803. Berlino, 15 novembre 1906 (perv. il 19).

Faccio seguito al mio telegramma di ieri, n. 2301 e 2332 di oggi. V.E. avrà a quest’ora già letto il sunto del discorso pronunziato nella seduta di

jeri del Reichstag dal Cancelliere dell’Impero in risposta all’interpellanza del deputato nazionale liberale Bassermann. Per valutarne tutta la portata e apprezzarne il significato esso va posto in relazione con le parole dette dal Bassermann e con lo svolgimento dell’intera seduta. È perciò che io mi onoro inviare qui entro [sic] all’E.V. il resoconto della intiera seduta riassumendone in pari tempo i punti più salienti o facendo oggetto di più accudito [sic] esame quella parte della medesima che riguarda le relazioni della Germania coll’Italia e la Triplice Alleanza.

Il sig. Bassermann motivando la sua interpellanza cominciò dal rammentare le memorie del principe Hohenlohe, dal rilevare le preoccupazioni crescenti dell’opinione pubblica che nel campo della politica internazionale ha il sentimento vago di un isolamento dell’Impero di fronte a coalizioni di potenze ostili alla Germania «Questa parola “isolamento dell’Impero” è sulla bocca di tutti» disse l’interpellante, «e noi udiremo dalla bocca del Cancelliere fino a qual punto questa parola risponda alla realtà delle cose. I capisaldi della politica estera del principe di Bismarck erano la Triplice Alleanza e [...]3 il Trattato di Assicurazione reciproca con la Russia. Al momento in cui il Cancelliere di ferro abbandonò il Palazzo della Wilhelmstrasse sussisteva l’antico antagonismo tra l’Inghilterra e la Francia, tra la Russia e l’AustriaUngheria nei Balcani, tra l’Inghilterra e la Russia nell’Asia orientale [...]3. L’eredità che ci lasciò era splendida, una politica cioè di pace conscia dei proprii fini, che ha potuto durare fino ai giorni d’oggi. Noi possiamo soltanto dire che a quei tempi la Germania era amata e rispettata in tutto il mondo. Se noi facciamo il bilancio del 1906, noi dobbiamo invece riconoscere che più non sussiste l’opera della diplomazia

2 T. 2835/233, non pubblicato. 3 Gruppo mancante.

bismarkiana, diplomazia che consisteva in un freddo calcolo di tutte le eventualità nelle relazioni internazionali. Dopo il principe di Bismarck noi siamo entrati in un periodo di viaggi, di discorsi, di telegrammi, di gentilezze, in un periodo di irrequietezza che causa inquietudine, non solo all’interno, ma anche all’estero. Per ciò che concerne la Triplice Alleanza essa fu dallo stesso principe di Bismarck indicata come non eterna [...]3. La critica cui si sottopone oggi questa alleanza giunge al risultato, che questo patto non ha quasi più alcuna utilità pratica per la Germania e che in ogni modo il suo valore, il suo significato è di molto ridotto. Ciò anzitutto appare nelle nostre relazioni coll’Italia. Da lungo queste relazioni dell’Impero con l’Italia sono peggiorate, sono andate divenendo sempre più intime quelle dell’Italia con la Francia e con l’Inghilterra. E’ stato detto abbastanza chiaramente che la condotta dell’Italia in Algeciras e specie la nomina di Visconti Venosta non erano da considerarsi come atti di speciale amicizia verso la Germania. Oggi viene domandato se quella condotta dell’Italia ha corrisposto alle aspettative della Germania, se veramente l’Italia ha tenuto quella condotta verso di noi che era da atttendersi da un’alleata. Questo noi possiamo constatare: che la stampa ed il popolo in Italia di anno in anno sono andati sempre più piegando verso la Francia. Risulterà anche a molti deputati per esperienza propria, da lettere ricevute da parte di tedeschi residenti in Italia, che anche l’esistenza dei tedeschi nella penisola diventa sempre più sgradevole. Noi ci domandiamo, in caso di guerra con la Francia e l’Inghilterrra, l’Italia adempierebbe ai suoi doveri di alleata? Qualora a questa domanda non si possa dare una risposta affermativa, l’alleanza avrà forse valore per l’Italia, ma per la Germania è divenuta nulla. Bisogna poi raggiungere il peggioramento delle relazioni fra l’Italia e l’Austria-Ungheria. L’Italia rivolge oggi il suo sguardo non più a Nizza e alla Savoia, ma alle regioni italiane della Monarchia austriaca. Chi oggi si trova ai confini dei due Stati s’imbatte dovunque in forti, che gli alleati si costruiscono l’uno contro l’altro. Il tono della stampa dei due paesi è diventato straordinariamente sgarbato, e si confà più a genti in conflitto fra loro che ad alleati». Il deputato Bassermann passò poi a trattare delle relazioni della Germania con l’Inghilterra, con l’Austria-Ungheria cercando giustificare le preoccupazioni dell’opinione pubblica sul terreno della politica internazionale.

A rispondergli si alzò tosto il principe di Bülow, che cominciò col manifestare la sua gratitudine per la parte presa dall’assemblea in occasione della sua malattia. S.A. Serenissima entrò poi subito a parlare della posizione dell’Impero nel campo delle relazioni internazionali. Il pensiero di un avvicinamento con la Francia è presentemente irrealizzabile – a ciò si oppone la vivacità del patriottismo francese – ad ogni modo l’incidente del Marocco ha provato che i due popoli desiderano vivere tra loro in pace non è escluso però che le due nazioni possano addivenire ad accordi sul terreno della politica coloniale. «Noi d’altra parte» soggiunse «non abbiamo l’intenzione di mischiarci tra la Francia e l’Inghilterra o tra la Francia e la Russia, a fare cioè di questa intenzione oggetto della nostra politica estera aperta od occulta. D’altronde una politica delle altre potenze che tendesse ad isolare la Germania sarebbe un pericolo per la pace in Europa. Tra la Germania e l’Inghilterra non esistono profondi contrasti politici. Le due nazioni sono reciprocamente i migliori avventori ed hanno ragione di rimanere tali. Ogni popolo ha pieno diritto alla considerazione da parte degli altri. Il pensiero che la costruzione della flotta tedesca sia una minaccia contro

l’Inghilterra è semplimente assurdo. La Germania ha diritto come ogni altra potenza di procurarsi una flotta rispondente ai bisogni dei suoi numerosi interessi commerciali e alla necessità della sua esistenza. La Germania prosegue una politica eminentemente pacifica».

Passando a parlare dell’Italia il principe di Bülow aggiunse «Il deputato Bassermann pensa che la condotta dell’Italia nella Conferenza di Algeciras non ha risposto alle nostre aspettative il che avrebbe dato a noi ragione di scontento. La condotta in quell’occasione di alcuni giornali italiani non fu senza dubbio consona all’alleanza esistente fra la Germania e l’Italia. Ma sopra il contegno del Governo italiano e specialmente dei signori Sonnino, San Giuliano, Visconti Venosta e Guicciardini noi non avemmo da lamentarci. L’Italia si trovò in occasione della Conferenza di Algeciras in una difficile situazione. Relativamente al Marocco esistevano alcuni accordi fra la Francia e l’Italia, accordi che noi sappiamo non essere in contrasto col trattato della Triplice Alleanza. Noi abbiamo detto agli italiani alcuni anni or sono, prima del tempo mio, che noi dovevamo lasciarli liberi di mettersi d’accordo con i loro vicini nel Mediterraneo e specialmente in Africa.

Quando pertanto la maniera ed il modo con cui i nostri diritti al Marocco, nascenti da’ trattati erano stati ignorati, c’indussero ad un’azione energica e si venne infine alla Conferenza di Algeciras, l’Italia si trovò in una situazione non facile. In questa situazione il Governo italiano si è condotto di fronte a noi correttamente, non solo informandoci per tempo della misura dell’appoggio che esso avrebbe potuto darci in Algeciras, ma anche sostenendo, in quanto gli era possibile, i principii da noi rappresentati e promuovendo il raggiungimento di quegli scopi che noi avevamo di mira. Come prova di ciò io voglio leggere un telegramma che ricevetti in un momento critico della Conferenza da parte del nostro primo delegato sig. von Radowitz».

«Marchese Visconti Venosta, egli mi telegrafò l’11 marzo, si è in questi ultimi tempi specialmente adoperato, al di fuori delle sedute della Conferenza, per influenzare i francesi sulle quistioni della Banca e della Polizia nel senso delle nostre domande, ciò che certamente è stato utile e che potrà esserlo in seguito. È da avere maggiore vantaggio da questa azione che non da un diretto suo intervento nelle sedute della conferenza, che egli possibilmente evita».

A questo punto il Canceliere passa a parlare delle voci di un’azione tedesca nella Tripolitania, voci che egli relega nel mondo delle favole e che biasima come destinato a intorbidare le relazione fra i due paesi.

Egli poi soggiunse: «io non voglio poi dar maggior peso di quello che realmente hanno certe parole pronunciate da questo o quell’uomo politico italiano irresponsabile [...]3. Quando uno non ha responsabilità dice alle volte delle cose che quando è diventato ministro non pone senz’altro in pratica [...]3. Per quanto concerne però gli uomini politici italiani la maggioranza di essi non ha bisogno di cambiare la propria maniera di pensare, poichè tutti gli uomini ragionevoli politici italiani, siano essi ministri o siano per diventarlo, sono troppo patriottici, troppo accorti, per pensare a far uscire la nave dello Stato italiano dal porto trranquillo della Triplice, dove sicuro è l’ancoraggio, per condurla nel burrascoso mare dei nuovi aggruppamenti ad una traversata senza compasso ed avventurosa. Gli uomini politici italiani a qualunque partito appartengono, desiderano il mantenimento della pace e per sè e per gli altri. Se l’Italia si staccasse dalla Triplice o seguisse una

politica di altalena e incerta, aumenterebbe i pericoli di una grande e generale conflagrazione. La Triplice Allenza non ha avuto ancora occasione di esser messa praticamente alla prova. Questa possibilità è stata appunto risparmiata, in seguito alla sua esistenza stessa, appunto perchè esisteva questa unione delle potenze centrali. Ciò ha essenzialmente contribuito a mantenere lontani i pericoli per l’integrità e l’indipendenza degli Stati alleati, e con ciò un gran pericolo per la pace europea. Se è riuscita ad allontanare questi pericoli senza cozzi sanguinosi, senza costanti minacce e paure di guerre dannose alla vita economica delle nazioni, ciò prova il valore della Triplie Alleanza che ha anche altri importanti vantaggi di fronte a tutte le altre combinazioni possibili. La Triplice Alleanza offre tra altro anche l’utilità di escludere conflitti fra le tre monarchie alleate. Se l’Italia e l’Austria-Ungheria non fossero alleate le relazioni fra i due paesi potrebbero diventare tese. Cosicché la Triplice Alleanza, alla quale sono interessati i tre alleati in pari misura, noi né meno né più degli altri, è non soltanto uno sgravio politico per tutta l’Europa, ma anche una fonte dell’attuale prosperità economica generale, che è strettamente connessa con il mantenimento della pace. Cosicché noi possiamo dire senza esagerazione che il mantenimento della Triplice Alleanza risponde all’interesse europeo perché risponde all’interesse della pace».

Passando poi a parlare dell’Austria-Ungheria l’oratore notò che come questa si tiene stretta alla Germania, l’Impero la contraccambia con uguale fedeltà. Niente è più lontano dal pensiero del Governo imperiale che d’immischiarsi negli affari interni della Monarchia austro-ungarica. La stessa attitudine di riserva l’Impero la serba di fronte alla Russia. Tutte le voci di un intervento della Germania nelle provincie russe polacche e baltiche, sono fiabe tendenziose. Le relazioni dell’Impero con la Cina ed il Giappone sono assolutamente soddisfacenti verso gli Stati Uniti, la Germania è destinata a mantenere buone relazioni per cause naturali e storiche. Gli Stati Uniti hanno reso un gran servizio alla pace mondiale contribuendo efficacemente alla pace fra la Russia e il Giappone, alla Germania colla loro condotta in occasione della Conferenza di Algeciras.

Il Cancelliere poi si difese dall’accusa mossagli di non usare l’energia ed i modi del principe di Bismarck. «Ogni uomo», egli dice, «per grande che sia, è figlio dei propri tempi. Altri tempi, altri uomini, e altri sistemi. La nostra situazione oggi sarebbe più sicura e più facile di quella che non fosse nel 1880 se nel frattempo non avessimo inaugurata una politica d’oltre mare.

Il pericolo di un attacco da parte della Russia oggi è molto più lontano di quello che non lo fosse allora. In quei tempi in Austria-Ungheria ed in Italia si parlava meno pubblicamente della Triplice Alleanza ma questo fatto aveva nell’ombra a quell’epoca nemici più influenti e più accorti. Anzitutto la Germania era meno forte, sia in confronto dei suoi nemici e dei suoi rivali».

La previsione fatta dopo la Conferenza di Algeciras di un prossimo avvenire più tranquillo si è avverata. Del resto un popolo di 60 milioni non è mai isolato finchè ha coscienza della propria forza «procuriamo che le nostre forze terrestri e navali siano sufficienti alla difesa. Dimentichiamo una buona volta le nostre divisioni interne politiche professionali ed economiche di fronte all’interesse, al bene, al diritto della generalità, e allora il popolo tedesco saprà sostenere la sua posizione nel mondo».

Con queste parole il Cancelliere terminò il suo discorso durato senza interruzione per più di un’ora e mezzo. Ma le fatiche della giornata non erano per il principe di Bülow ancora giunte al termine.

Dopo di lui presero la parola il deputato socialista von Vollmarn il deputato radicale Wiener che attaccarono vivacemente il «regime personale» di Sua Maestà, il sistema seguito dal Governo di tenere il Parlamento quasi all’oscuro per ciò che riguarda la politica estera dell’Impero, il personale diplomatico ecc.

Il principe Bülow non volle tardare a rispondere ai nuovi attacchi difendendo l’opera e la condotta della diplomazia imperiale, e sé stesso dall’accusa di noncuranza dei diritti del Reichstag. Parlando del regime personale il Cancelliere disse che tutto quanto viene detto su quest’argomento tocca lui stesso perchè egli solo è il responsabile del Governo. Un Cancelliere dell’Impero coscienzioso sa fin dove egli può andare col suo Sovrano, cosa ha da fare cosa ha da lasciare. Quando si parla dell’indipendenza del monarca in Germania non bisogna dimenticare che qui non vive un sistema parlamentare come in Inghilterra. L’uomo di Stato responsabile in Germania deve curare che le cose procedano secondo l’ordine costituzionale. Se egli possa rimanere in carica o eventualmente debba andarsene, ciò non sottostà in Germania al voto del Parlamento, ma sibbene a cosa dipendente dal sentimento del proprio dovere nel Cancelliere di fronte alla Corona ed al paese. Certo è nell’interesse della Monarchia che il monarca non appaia troppo spesso in pubblico non coperto da un mantello ministeriale, come disse a suo tempo Bismarck. Ma la concezione che il monarca debba pensare colla testa dei suoi ministri non è in armonia con il diritto costituzionale tedesco con lo stesso sentimento del popolo tedesco, che vuole un imperatore di carne ed ossa. Mai l’Imperatore non [sic] si è posto in opposizione alla Costituzione, a questa rimarrà sempre fedele anche in avvenire.

Con questo secondo discorso del principe Bülow fu chiusa la seduta di jeri, ma non la discussione dell’interpellanza del deputato Bassermann, che oggi è stata ripresa.

177 1 Vedi D. 176.

178

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

T. RISERVATO 2461. Roma, 16 novembre 1906, ore 9.

Barrère è venuto a parlarmi della firma dell’accordo per Etiopia e incidentalmente della questione del traffico delle armi. Gli ho risposto che quando convenzione per le armi sarà pronta, si firmerà insieme con quella per la Etiopia. Barrère ha trovato giusta la nostra osservazione che ai capi etiopici non sia consentito di chiedere ed avere armi direttamente, ma che siano nominativamente indicati nella dichiarazione del Governo richiedente se questo crede indicarli. Analoga comunicazione, ha fatto all’ambasciatore d’Inghilterra.

2 Non pubblicata.

179 1 Da ARCHIVIO CENTRALE DELLO STATO, Carte Martini, b. 20, fasc. 18.

179

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL COMMISSARIO CIVILE PER L’ERITREA, MARTINI1

L. Londra, 16 novembre 1906.

La tua del 5 non mi dà purtroppo speranze d’una tua prossima visita a Londra2. Credo anch’io che l’accordo sull’Etiopia lasci molto a desiderare per noi, e fui

contento che la crisi ministeriale di febbraio mi liberasse della responsabilità di decidere. Credo però che migliore non si potesse ottenere, e che senza accordo i nostri interessi in Etiopia sarebbero stati danneggiati ancor di più, anche perché il modo come funziona da noi il regime parlamentare e lo stato dell’opinione pubblica non fanno sperare un’azione di guerra continuata e ferma in politica coloniale. Inoltre, rifiutando di fare l’accordo ne avremmo risentito il contraccolpo in tutti i nostri rapporti internazionali e in tutti i nostri interessi altrove. La formula vaga in esso adoperata non esclude affatto che la linea della Didessa possa segnare il confine tra la sfera di influenza inglese e la nostra. L’accordo poi contiene alcune clausole che possono froisser Menelik, e che avrebbero dovuto essere segrete ma il Governo inglese non ha voluto condizione alcuna, che non possa esser detta al Parlamento.

L’idea di Harrington di una nuova Algeciras mi pare da escludere affatto. Mi duole molto per l’Eritrea che tu la lasci: se nulla ti determinerà a tornarvi, la

scelta di De Martino mi par buona. Io non credo che avrei potuto resistere per molti mesi all’eccitazione eccessiva

dell’aria di Catania. Qui finora sto meglio, ci credi, che in Italia e trovo il clima molto così migliore della tua Roma, ma ho di rado ciò che a me più piace in Roma, e mi rende singolarmente cara quella città incomprensibile cioè un po’ di conversazione intellettuale ed arguta la sera, en petit comité.

Quanto alla ferrovia Assab-Borumieda, certo l’accordo la esclude: ma non esclude una strada per automobili. Su questo mezzo di trasporto per l’Africa, mi esprimeva l’altra sera la sua fiducia sir S.T. Goldie, uno dei fondatori della Nigeria inglese, che spera costruirne un dì da Ilorin, dove arriva la ferrovia da Lagos, a Kano e Sokhoto.

180

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 2334/835. Costantinopoli, 20 novembre 1906 (perv. il 27).

In un recente colloquio col gran visir, Sua Altezza mi disse, in via strettamente confidenziale, che il Governo ellenico sta mettendo a dura prova la pazienza della Sublime Porta. Malgrado tutte le dichiarazioni in contrario, risulta qui in modo positivo che le autorità greche, lungi dall’opporsi alla organizzazione della propaganda rivoluzionaria, la incoraggiano, la fomentano, favorendo il passaggio delle bande sul territorio ottomano. D’altra parte i consoli greci in Macedonia profittano delle loro immunità per trasformarsi in veri e propri agenti, rivoluzionarii. A Costantinopoli poi la legazione, mentre dirige l’azione dei consoli e dei comitati greci, esercita nefasta influenza sul Patriarcato spingendolo ad assumere un contegno sempre più ostile e più intransigente. Sua Altezza mi confermò la notizia della nomina dell’ex-metropolita di Grebena a membro del Santo Sinodo del Patriarcato. Ferid Pascià considerava come una vera provocazione la nomina di quel prelato che ha sulla coscienza tanti eccidii, tante atrocità a danno dei bulgari e del quale il Governo imperiale fu costretto a reclamare l’allontanamento dalla sua sede episcopale. «Così» concludeva Sua Altezza «non è possibile andare avanti. E se i greci non cambiano sistema, e non finiscono di crearci imbarazzi, io mi vedrò costretto di intervenire energicamente presso il Sultano, cui proporrò di rompere le relazioni colla Grecia mandando i passaporti al sig. Gryparis e ritirando l’exequatur ai consoli ellenici in Macedonia». Ferid Pascià era seriamente adirato ed indignato per avere proprio allora ricevuto i particolari del recente eccidio di Karadja Keui, commesso, siccome l’ha riferito il cav. Milazzo, da una banda greca.

In replica dissi a Sua Altezza che non potevo disconoscere certo il fondamento delle sue lagnanze. Dovevo solo fargli osservare che lo stato di cose da lui deplorato era la conseguenza naturale degli incoraggiamenti innegabili dati da due anni a questa parte dalle autorità imperiali alla propaganda rivoluzionaria ellenica contrariamente ai ripetuti avvertimenti ed agli amichevoli consigli che i miei colleghi ed io non abbiamo mai cessato di rivolgere sia alla Sublime Porta, sia al Palazzo. Il Governo ottomano raccoglie oggi quello che ha seminato. Qui m’interruppe Sua Altezza dichiarandomi che la responsabilità di tutto ciò non può ricadere su di lui, ma piuttosto sui soliti consiglieri irresponsabili, che, per scopi non sempre retti, nascondono la verità al Sultano e lo spingono a seguire una politica non sempre conforme agli interessi reali e positivi dell’Impero.

Cambiando argomento Sua Altezza, non mi nascose le sue speranze in un serio riavvicinamento con i bulgari. Egli si disse assai lieto della caduta del generale Petrov e dell’avvento al potere del sig. Pekrov, noto per le sue disposizioni favorevoli al mantenimento delle buone relazioni colla Turchia. Presi a mia volta atto con soddisfazione delle dichiarazioni al riguardo fattemi da Sua Altezza e delle buone intenzioni da lui manifestatami, osservando che la tendenza a ristabilire le buone relazioni

colla Bulgaria costitutiva a mio avviso un passo sulla buona via. Aggiunsi che in questo ordine d’idee, che a nome e per desiderio di V.E. io ho continuatamente raccomandato e caldeggiato da che mi trovo a Costantinopoli, il Governo imperiale poteva essere sicuro della simpatia e dell’incoraggiamento dell’Italia, la quale nelle buone relazioni turco-bulgare ravvisa una delle migliori e più efficaci garanzie del mantenimento della pace nella Penisola Balcanica. A raggiungere lo scopo occorre, però, che il Governo imperiale mostri nelle trattative colla Bulgaria per regolare le questioni tuttora pendenti, uno spirito di arrendevolezza ed una tendenza conciliante alquanto maggiore di quella di cui ha finora dato prova. In caso contrario le relazioni invece di migliorare andranno sempre più peggiorando, e la Turchia finirà per alienarsi le simpatie dell’attuale Gabinetto bulgaro più che ogni altro favorevole alla intesa sincera e duratura tra i due paesi.

Replicò Sua Altezza che egli si propone di dar prova della massima buona volontà e si augura sinceramente di veder tornare qui il sig. Natchovits, persona assai grata alla Sublime Porta ed a Palazzo1.

181

L’AMBASCIATORE A MADRID, SILVESTRELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. CONFIDENzIALE 1290/636. Madrid, 20 novembre 1906 (perv. il 24).

Mi pregio trasmettere qui acclusa a V.E. la relazione della commissione del Senato spagnuolo sul progetto di legge per l’approvazione dell’atto generale d’Algeciras1. Era posta la data del 7 corrente.

Chiamo l’attenzione dell’E.V. su quanto è detto in quel documento riguardo alla politica dell’Italia alla Conferenza marocchina: «Italia unida à las aspiraciones de los pueblos mediterraneos». Tale frase in se stessa abbastanza vaga, ha però nel testo il senso ovvio e preciso che l’Italia parteggiò per la Francia contro alla Germania. Questa interpretazione essendo stata qualificata da V.E. nel dispaccio del 16 giugno u.s. n. 159, p242, come contraria alle intenzioni e all’atteggiamento dell’Italia nel seno della Conferenza, io credo mio debito di segnalarla al solo scopo di mostrare ancora una volta che, in seguito ai malaugurati equivoci del decorso inverno, rimane ancora in questi circoli politici la convinzione che l’Italia si sia distaccata dai propri alleati3.

181 1 Non si pubblica.

2 Non pubblicato. 3 Per la risposta vedi D. 194.

180 1 Annotazione a margine autografa di Tittoni: «È bene informare di tutto ciò Cucchi Boasso».

182

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA

T. RISERVATO1. Roma, 21 novembre 1906, ore 19,45.

Voglia dire al Cancelliere dell’Impero quale ottima impressione il suo discorso al Reichstag abbia prodotta in tutta Italia, e quanto io sia stato compiaciuto delle sue franche e leali dichiarazioni circa la politica seguita dal Governo del Re nelle relazioni colle potenze alleate. Soggiunga che considero come una combinazione particolarmente fortunata il fatto che sia stata aperta dal principe di Bülow la serie di queste manifestazioni destinate ad avere sì salutare influenza sull’opinione pubblica europea, a cui faranno seguito in piena corrispondenza di interessi le dichiarazioni che farà senza dubbio il ministro degli affari esteri austro-ungarico alle Delegazioni, e quella che mi propongo di pronunciare nel nostro Parlamento in occasione della discussione del bilancio degli esteri che ritengo avrà luogo il 10 dicembre.

183

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATO 2887/247. Pera, 21 novembre 1906, ore 14,30.

Causa festa Bairam ho potuto solo oggi conferire col gran vizir, cui ho tenuto linguaggio conforme alle istruzioni di V.E. contenute nel telegramma 24651, insistendo specialmente su nostro desiderio di rendere lealmente servizio Sultano cooperando pacificazione Yemen. S.A. mi ha replicato che, ignorando motivo arresto Kipsi, avrebbe chiesto telegraficamente spiegazioni a Feizi pascià, dopo di che avrebbe preso decisione circa opportunità presentare Sultano domanda grazia.

183 1 T. riservato 2465 del 16 novembre, non pubblicato.

182 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

184

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

DISP. 71534/528. Roma, 23 novembre 1906.

Ringrazio in particolar modo l’E.V. dell’interessante suo rapporto n. 484, in data del 13 novembre1, relativo ai colloqui avuti con sir Edward Grey intorno alla proposta tendente ad affidare ai due agenti civili d’Austria e di Russia la vigilanza sulla riforma giudiziaria in Macedonia.

Il linguaggio tenuto dall’E.V. con sir E. Grey su questo argomento rispecchia esattamente il pensiero del R. Governo, e tale linguaggio fu appunto quella opportuna manifestazione del nostro pensiero a cui io alludevo, affermandola col mio telegramma del 13 novembre n. 24452. Confermo pertanto quel mio telegramma. Oramai li convinsi di attendere, senza che costì occorra ulteriore iniziativa da parte nostra, le decisioni che il Governo inglese vorrà prendere e che sir E. Grey comunicherà a V.E., bastando come gli avvertii in altro mio dispaccio che, quante volte se ne presenti l’occasione, ella si riferisca ai concetti già enunciati circa il presente argomento.

Voglia intanto V.E. tenermi informato dello svolgimento che la questione possa avere, in quanto concerne gli intendimenti e la eventuale azione del Governo britannico. Non mancherò dal canto mio di tenere informata l’E.V. delle notizie già richieste a Berlino e a Parigi sul pensiero di quei Governi e di qualsiasi altra che sul presente soggetto, sarà per venire anche d’altra parte a mia conoscenza.

185

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. SEGRETO1. Roma, 24 novembre 1906, ore 17,30.

Le trascrivo la lettera che S.M. il Re dirige a Menelik il 15 corrente e che invierò per posta. Prego comunicarla subito al Negus.

«Ferdinando Martini governatore della nostra Colonia Eritrea mi ha portato la lettera di Vostra Maestà scritta in Addis Abeba il 25 del mese di luglio di quest’anno e mi ha consegnato le insegne della grande decorazione di Etiopia. Il pensiero che ha

2 Vedi D. 174.

mosso Vostra Maestà nello scrivermi e nel mandarmi questa decorazione è stato da me molto gradito. Io ne ringrazio molto Vostra Maestà, ringrazio per le accoglienze fatte al governatore Martini che sono state una conferma dell’amicizia fra i nostri paesi e i nostri popoli.

Il governatore Martini mi ha espresso desiderio di Vostra Maestà, facendomi conoscere quanto vivo fosse questo desiderio e come a Vostra Maestà importasse di vederlo appagato.

Io sarò molto lieto se potrò farle cosa grata, ma Vostra Maestà comprende come sia necessario che alla concessione che Vostra Maestà domanda corrisponda una concessione da parte sua.

Io dò incarico al mio Governo di esporle quale compenso sia da me desiderato, come pegno di reciproca amicizia e fiducia e nell’intendimento di eliminare ogni possibile dissenso fra l’Etiopia e l’Italia.

Prego Iddio che le dia lunga vita e salute e accresca la sua grandezza».

184 1 Vedi D. 175.

185 1 Dall’Archivio Storico del Ministero dell’Africa Italiana. Trasmesso via Asmara.

186

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. SEGRETO1. Roma, 24 novembre 1906, ore 17,30.

S.M. il Re mi ha comunicato desiderio Menelik avere sbocco al mare e incaricato studiare modo soddisfarlo mediante compenso adeguato grande concessione domandata che realizza un sogno secolare dei Sovrani di Etiopia. Questa concessione non può non essere molto discussa da opinione pubblica e Parlamento al quale R. Governo dovrà comunicarla. R. Governo deve quindi poter dimostrare nostra concessione essere compensata da altra di evidente utilità.

Governo italiano concede a Menelik sbocco al mare per la via Auasc-Adele Gubò-Gana-Hamal-Raheita con facoltà stabilire stazione commerciale Raheita. Quando, per qualsiasi ragione, Menelik non credesse più valersene, rimane inteso che Governo italiano rientrerà nel pieno possesso suoi primitivi diritti. La stazione commerciale Raheita dovrà essere direttamente esercitata da Menelik, il quale si obbliga a non introdurre per quella via armi e munizioni che non siano a lui direttamente e strettamente necessari e si obbliga altresì ad impedire che i suoi capi o dipendenti di qualsiasi genere ne facciano commercio.

L’Italia domanda seguenti compensi: 1) il confine tra Etiopia e Somalia italiana è limitato nel seguente modo, il Giuba Ganale fino all’incontro col 42° meridiano, il 42° meridiano fino al 6° parallelo, dall’intersezione col 6° parallelo una linea ad ovest di Imi, da Imi una che va al 46° meridiano ovest di Uarandab, infine il 44° meridiano fino a raggiungere il confine anglo-etiopico del 4 giugno 1897. 2) Menelik

concede all’Italia la stazione di Let Marefià alle stesse condizioni alle quali la teneva la Società Geografica. 3) Menelik promette la prosecuzione di una linea ferroviaria dal confine eritreo fino ad Adua. 4) Menelik conferma intese verbali con Martini relative alla delimitazione del confine dancalo.

Compenso da noi domandato verso la Somalia mentre guarentirebbe tranquillità e sviluppo commerciale Somalia, ha scarso valore per Etiopia trattandosi in complesso di territorio sabbioso e sprovvisto acqua, di clima non confacente agli abissini e abitato da povere tribù nomadi che sfuggono al tributo. Linea domandata passa ad ovest dei Borana e a sud degli Arussi, lasciando all’Etiopia tutte le tribù Galla e a noi le tribù somale naturalmente attratte al Sud.

Prego comunicare quanto precede a Menelik mettendo in evidenza desiderio del Nostro Sovrano di compiacere a Menelik, e necessità che concessione sia concordata nel modo suindicato. A lei mi affido pel modo di presentare e condurre il negoziato.

186 1 Dall’Archivio Storico del Ministero dell’Africa Italiana. Trasmesso via Asmara.

187

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA

DISP. 71701/549. Roma, 24 novembre 1906.

Mi sono regolarmente pervenuti: il rapporto dell’E.V. in data 8 corrente n. 7871 concernente le voci in corso costì di una prossima crisi nell’alta carica di Cancelliere dell’Impero, in relazione colle condizioni fisiche e colla posizione politica del principe von Bülow; il rapporto in data 11 corrente n. 7941 che indicava la situazione come sensibilmente migliorata in seguito alle pubblicazioni ufficiali della Norddeutsche Allgemaine Zeitung e all’accettazione per parte di S.M. l’Imperatore delle dimissioni del sig. von Podbielski; il rapporto 14 novembre n. 8001 concernente oltre al detto sig. Podbielski le imminenti dichiarazioni del Cancelliere dell’Impero del Reichstag sulla questione della politica estera e su quella del disagio economico pel rincaro dei mezzi di sussistenza i due telegrammi in data 15 e 16 corrente nn. 233 e 2352 relativi alla discussione avvenuta al Reichstag stesso sulla politica estera ed al discorso pronunciato in tale occasione dal Cancelliere; ed, infine, il rapporto 15 corrente n. 833, contenente un largo sunto del discorso stesso ed avente come annesso il testo del resoconto della intera discussione.

Ringrazio V.E. di tutte queste sue comunicazioni. Sono lieto di rilevare, oltre al successo politico del principe di Bülow, l’assicu-

razione dell’E.V. che debba oramai considerarsi come svanito ogni timore circa l’impossibilità in cui egli poteva trovarsi per motivi di salute di seguitare ad occupare l’alta carica.

2 Non pubblicati. 3 Si tratta del rapporto 803, vedi D. 177.

Aggiungo poi per l’informazione dell’E.V. che, secondo un telegramma del r. ambasciatore in Londra, in data 16 corrente4, il discorso di Sua Altezza ha fatto anche colà buona impressione e S.M. il Re Edoardo ha espresso in proposito all’ambasciatore di Germania il suo compiacimento.

187 1 Non pubblicato.

188

IL MINISTRO A BELGRADO, GUICCIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 889/249. Belgrado, 25 novembre 1906 (perv. il 10 dicembre).

Appena giunsi a Belgrado reduce dal congedo, chiesi ed ottenni di essere ammesso a presentare i miei omaggi a S.M. il Re Pietro, il quale mi fece l’onore di ricevermi il giorno 19 corrente e di intrattenersi meco lungamente.

Dopo avermi chiesto con molto interesse minuti particolari intorno alla salute delle Loro Maestà e dei Reali Principi, venne a parlarmi egli stesso delle cose di Serbia, mostrandosi molto lieto dei risultati ottenuti: «Vi era in paese» – disse – «chi temeva grandemente la rottura delle relazioni commerciali coll’Austria per i danni che potevano venirne alle nostre esportazioni, le quali avevano tutte in AustriaUngheria il loro mercato naturale e tradizionale. Invece le cose sono andate molto differentemente da quello che si temeva. I nostri cereali hanno preso la via del Danubio e trovano prezzi elevati sui mercati di Braila. Le prugne e le loro composte, Pekmes, sono ora vendute in Germania ad un prezzo quasi doppio di quello che ci veniva pagato dagli austriaci e che rappresentava il guadagno che questi ultimi facevano rivendendo ai tedeschi la nostra merce. I nostri buoi trovano a buoni prezzi pronti acquirenti sui mercati di Genova, Napoli ed Egitto. Non un solo animale è morto nella traversata tra Salonicco e Genova, quantunque i bastimenti che li trasportavano non fossero stati disposti come è consuetudine per così fatta merce.

Quanto ai maiali, abbiamo fatto un eccellente contratto con una nuova ditta francese, la quale si è obbligata ad acquistare per cinque anni, a prezzi molto vantaggiosi, tutta la nostra produzione, anzi 160 mila capi, più, cioè, di quello che in media produciamo. La Rumania, la Francia e soprattutto la Turchia ci sono state larghe delle maggiori facilitazioni e per i trasporti. Anche il prestito è stato concluso a condizioni tali da superare ogni nostra speranza, malgrado la crisi monetaria che travaglia attualmente tanti mercati.

Questo non vuol dire che noi dobbiamo desiderare di romperla col Governo austro-ungarico. Tutt’altro. Noi desideriamo venire con lui ad accordi equi e ragionevoli, ma ora la nostra posizione di fronte ad esso è radicalmente mutata. Noi possia-

mo dire a quel Governo: noi non siamo più stretti dalla necessità, non abbiamo bisogno di voi, ma se volete venire ad accordi troverete in noi le migliori disposizioni possibili».

Sua Maestà riteneva che il Governo di Vienna fosse stato sin qui ingannato da informazioni erronee sulle condizioni morali, politiche ed economiche della Serbia, la quale non è più la stessa di venti anni fa. Una nuova generazione è sorta, la quale ha forte il senso della propria dignità, dei propri diritti e dei propri doveri. La soddisfazione nel paese è generale e l’orgoglio è cresciuto tanto che io mi permisi osservare a Sua Maestà, ed egli ne convenne pienamente, essere forse opportuno che la stampa locale, pure incoraggiando gli sforzi del paese ed esaltandone le vittorie, eviti tutto quello che può sapere di aggressivo, per non secondare il giuoco degli agenti provocatori, che cercano di far perdere la pazienza e la misura servendosi della stampa europea (non esclusa l’italiana) per spargere ovunque menzogne e calunnie a danno di questo povero paese che, in fondo, domanda soltanto di respirare e vivere in pace.

Sua Maestà ebbe pel nostro Re, pel suo Governo, per la politica nostra parole informate alla più viva simpatia e alla maggior fiducia.

187 4 T. 2845/190, non pubblicato.

189

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. 25541. Roma, 26 novembre 1906, ore 22,45.

Governo Asmara aveva già disposto per ritiro Pollera, fiducioso nelle assicurazioni Menelik a Martini che Ghessené avrebbe ricevuto ordini reintegrare capo Nogara, la cui condotta era risultata dalla nostra inchiesta non conforme alle accuse fatte. Poiché ora Ghessené dichiara non avere ricevuti questi ordini e rappresentante inglese agisce contro soluzione da noi desiderata, prego la S.V. 1° far presente a Menelik necessità che questione Nogara sia regolata tra Eritrea e Etiopia secondo intese tra Menelik e Martini, all’infuori di altre influenze; 2° di dichiarare ad Harrington che poiché esiste discrepanza tra due rappresentanti, questione, secondo accordo già parafato a Londra, deve essere deferita ai rispettivi Governi, lasciandola costì impregiudicata. Intanto per non creare difficoltà a Menelik siamo disposti dare ordini per ritiro Pollera; ma intendiamo valerci facoltà accordataci da trattato di commercio con Etiopia di mandare a Nogara un nostro agente commerciale. La S.V. può fin d’ora farne domanda a Menelik per quando trattato sarà in esecuzione. Non posso nascondere mia meraviglia per minaccia Harrington poiché mentre per la questione di Lug esiste un impegno morale dell’Inghilterra di aiutarci a risolverla, riterremmo poi un atto ostile invio a Lug guarnigione abissina.

189 1 Trasmesso via Asmara.

190

L’INCARICATO D’AFFARI A CETTIGNE, NICCOLINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 540/164. Cettigne, 26 novembre 1906 (perv. il 30).

Com’ebbi l’onore di riferire a V.E. con telegramma n. 57 del 24 corrente1, il giorno 23 ho chiesto un’udienza a S.A.R. il principe Nicola.

Ho creduto di dover far ciò (perdurando la crisi ministeriale) perché gli avvenimenti dei quali nel mio rapporto n. 535/162 del 19 corrente2 avevano servito a creare ulteriori dibattiti non solo alla Camera dei deputati ma anche nei pubblici ritrovi e in tali dibattiti si era trattata con poco riguardo non dico la politica italiana sui Balcani ma l’Italia stessa.

Bisognava dunque correggere i cattivi effetti d’una falsa opinione non solo, o almeno non tanto, eventualmente, all’estero quanto in paese; e poiché era il Governo principesco che aveva permesso che tale opinione si formasse e si manifestasse, stava a lui a mettervi un qualche riparo.

Sua Altezza Reale ha ascoltato con molta degnazione le mie rimostranze e convenne che col mezzo della stampa, cioè con un articolo che si sarebbe inserito nel giornale ufficiale Glas Crnogorca si doveva disingannare il pubblico circa le antipatie che l’Italia aveva acquistato in Montenegro e con una nota ufficiale esprimere al nostro Governo il rincrescimento per tali avvenimenti e rassicurarlo della sincera amicizia di questo.

L’indomani mattina il sig. direttore del giornale venne a leggermi l’articolo in proposito, ch’io ho creduto di poter approvare nella sua integrità ed esso doveva uscire stampato la sera. Più tardi, però venne lo stesso sig. direttore a dirmi che il sig. L. Mijuskovic, ministro dimissionario degli affari esteri, pregava che si sospendesse tale pubblicazione sino a tanto che fosse entrato in carica il nuovo Gabinetto, e ciò perché il pubblico non avesse a dire che tale articolo era stato ispirato da lui, che, appunto era caduto per la sua «politica italiana». Accondiscesi, e si restò d’accordo che la smentita uscirebbe stampata nel giornale mercoledì prossimo, 28 corrente.

Quanto alla nota ufficiale di cui sopra, non l’ho ancora ricevuta. S.E. il nuovo ministro degli affari esteri sig. Marco Radulovic, nel partecipare a questa r. legazione la sua assunzione a tale carica, esprime bensì il desiderio del suo Governo di mantenere col nostro quei buoni rapporti che esistevano ed esistono, ma questa è una frase convenzionale, d’occasione, che S.E. il sig. ministro Radulovic avrà ripetuto a tutti gli Stati rappresentati a Cettigne; questa non è la nota speciale che S.A.R. il Principe Nicola ha avuto la degnazione di promettermi; vedrò pertanto domani, nella visita di prammatica che devo fare ad esso sig. ministro degli affari esteri, di ricordargli tale nota speciale.

2 Non pubblicato.

Ho tradotto, e mi pregio di trasmettere a V.E. nel foglio a parte, un passo del discorso tenuto alla Skupctina del sig. voivoda Gavro Vukovic, ex ministro degli affari esteri, perché è quello che ha servito di motivo ad un fiero dibattito politico tra lui e il sig. L. Mijuskovic (pure ex ministro); dibattito che poi degenerò in un vero duello personale, in cui il sig. voivoda Vukovic è uscito in queste testuali parole (che schiariscono e compendiano il pensiero del passo del suo discorso da me tradotto) «Si, siete voi che avete venduto il Montenegro all’Italia».

Non mancherò di riferire, con prontezza ed esattezza, a V.E., quanto stimerò opportuno3.

190 1 T. 2926/57, non pubblicato.

191

IL MINISTRO AD ATENE, BRUNO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1008/450. Atene, 27 novembre 1906 (perv. il 1° dicembre).

Le accoglienze ricevute dal Re di Grecia a Roma1 hanno destato qui la più viva soddisfazione.

I giornali della capitale nel riportare giornalmente i particolari delle entusiastiche manifestazioni cui è stato fatto segno il Re degli Elleni, si mostrano oltremodo compiacenti delle espressioni di amicizia rivolte alla Grecia, e, constatando il risveglio dei cordiali rapporti fra le due nazioni, confidano nella benevolenza dell’Italia pel migliore assetto delle questioni nazionali elleniche.

L’E.V. troverà qui uniti i riassunti degli articoli dei giornali2. È fuor di dubbio che l’incontro dei due Sovrani ha prodotto qui la gradita

impressione ed ha dissipato quella malcelata diffidenza che qui si è avuta finora verso la nostra politica i cui intenti sono ora generalmente riconosciuti tali quali sono sempre stati, leali e disinteressati verso la Grecia.

Sarebbe da augurarsi che questi sentimenti unanimemente espressi dall’opinione pubblica, siano duraturi nell’interesse reciproco dei due paesi.

condotta seguita dalla S.V. nella presente circostanza e mi compiaccio della promessa fattale da S.A.R. di far esprimere mediante una nota ufficiale al R. Governo il rincrescimento del Governo montenegrino e l’assicurazione della sua amicizia per l’Italia».

2 Non pubblicati.

190 3 Tittoni rispondendo con il Disp. 73756/109 del 5 dicembre concludeva: «Approvo la linea di

191 1 Dal 23 al 27 novembre.

192

IL MINISTRO A BELGRADO, GUICCIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 895/251. Belgrado, 28 novembre 1906 (perv. il 23 dicembre).

Quantunque, come telegrafai alla E.V. il 23 corr.1, non vi sia assolutamente nulla di vero nelle goffe narrazioni di alcuni giornali austro-ungarici riguardo alla organizzazione in Serbia di bande armate col proposito di invadere la Bosnia e l’Erzegovina, e ai grandi depositi di armi e munizioni scaglionati lungo la frontiera per dare alimento ad una prossima insurrezione, nullameno tanto qui come nelle provincie occupate si manifesta realmente, da qualche tempo, la tendenza a cogliere qualsiasi occasione per protestare contro la occupazione austriaca ed affermare i vincoli di solidarietà che legano i serbi del Regno a quelli della Bosnia e della Erzegovina, siano essi ortodossi o maomettani.

Se alla manifestazione di queste tendenze non si appongono prudenti limiti, ciò potrebbe dare pretesto all’Austria di trasportare, con vantaggio proprio, la sede del conflitto dal terreno commerciale su quello politico. Invero, nella quistione commerciale non vi è persona imparziale e bene informata che neghi il buon diritto alla Serbia, ma se questa minacciasse turbare la pace pubblica contrastando all’Austria le provincie che occupa in virtù del Trattato di Berlino, troverebbe difficilmente in Europa disposizioni favorevoli. Io però spero, anzi credo, che il Gabinetto attuale continuerà come finora ad impedire si trasmodi. In questo senso cercherò io pure adoperarmi nei limiti del possibile.

Ogni medaglia ha il suo rovescio e le simpatie dei serbi del Regno per i fratelli oltre la Drina se costituiscono un pericolo giovano grandemente però ad accrescere i buoni rapporti fra Turchia e Serbia. I più fieri oppositori della occupazione austriaca sono precisamente i musulmani, serbi di razza e di lingua, ond’è che, a dare veste di legalità alle dimostrazioni contro la occupazione straniera al di là come al qua della Drina, si acclama al Sultano, come al legittimo signore della contrada. Preti ortodossi e imam procedono perfettamente d’accordo. A Costantinopoli si è lieti di questo risveglio di simpatie pel padiscià e la legazione di Turchia le incoraggia.

A chi non conosce il retroscena e rammenta le insurrezioni del 1861 e del 1877, queste simpatie turche debbono riuscire incomprensibili.

Delle buone disposizioni della Turchia verso la Serbia questa spera valersi anche per attuare l’antico sogno di una comunicazione ferroviaria diretta coll’Adriatico. Ritengo, anzi, che il Governo ottomano abbia dato adito alla speranza di concedere il passaggio del suo territorio. Se alla stretta dei conti lo farà, è un altro affare.

Il ministro di Francia e quello di Russia, che sembrami abbandonare la eccessiva riserva del suo predecessore, forse anche perché il conte Lamsdorf non è più al

potere, mi hanno parlato del progetto di ferrovia in termini piuttosto calorosi. Il sig. Sergueiew, anzi, mi ha chiesto cosa ne pensasse l’Italia. Gli ho risposto che noi eravamo stati sempre favorevoli alla creazione di una grande via commerciale che mettesse in diretta comunicazione gli Stati balcanici coll’Adriatico e che certo tutta la nostra simpatia era acquisita agli sforzi che si sarebbero fatti in questo senso. «Non posso dirvi fin d’ora» aggiunsi «se ed in quale misura l’Italia si associerebbe ad un’azione diplomatica della Russia, Francia e forse Inghilterra per ottenere dal Sultano la concessione desiderata perché non so precisamente quali sieno le intenzioni del mio Governo. Non v’ha dubbio che l’Italia deve agire con una certa prudenza, perché si è fatto credere a Costantinopoli che noi abbiamo delle mire sull’Albania. I turchi sono diffidenti e quando un’idea si è cacciata nel loro cervello è difficile a togliere. Sarebbe quindi possibile che un intervento troppo spiccato da parte nostra per una linea che attraversi da Occidente ad Oriente l’Albania, fosse male interpretato. Ma tutto questo resta a vedersi a tempo opportuno».

Credo che anche l’Inghilterra sarebbe favorevole; trovasi anzi qui un pubblicista inglese, certo sig. Stead, figlio del noto apostolo della pace universale, che studia la quistione e promette capitali inglesi.

Evidentemente presto o tardi alla costruzione della ferrovia ci si verrà, ma certo l’Austria farà a Costantinopoli ogni sforzo per impedirla, e, se la Germania ad essa si associa, il che nel momento attuale è molto probabile, gli ostacoli saranno maggiori di quello che i serbi pensino.

192 1 T. 2917/50, non pubblicato.

193

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. SEGRETO 2995/107. Addis Abeba, 29 novembre 1906, ore 9,35 (perv. ore 14,25)1.

Avuto i telegrammi relativi alla lettera di S.M. ed al compenso richiesto per cessione di Raheita2. Mi sono affrettato a darne comunicazione a Menelik. Ho curato che le trattative non avessero subito carattere definitivo, esponendo le nostre richieste per conoscere gli intendimenti di Menelik.

Egli mi ha fatto comprendere che è decisamente contrario a nostre ferrovie per Adua; che per confine Etiopia-Somalia, potrebbe accettare linea partente da Lug, parallela alla costa, raggiungendo confine anglo-etiopico del 4 giugno 1897; e che per Let Marefià, e per assicurazione verbale fatta all’on. Martini, non ha alcuna obiezione. Mi ha con molta insistenza dichiarato che sarebbe completamente soddisfatto

2 Vedi DD. 185 e 186.

qualora potesse accordarsi con noi per non essere obbligato a ricordare ad Harrington offerta da lui fattagli di zeila, tenendo egli, ad ogni modo, ad avere uno sbocco sul mare, non mi ha taciuto anche altre offerte avute dagli inglesi relative ad una stazione commerciale [...]3 a Kissimayo, con possibilità di comunicazione diretta mediante battelli sul Giuba, col semplice compenso di una stazione commerciale inglese a Gambel o a Monti di Itang.

Conosciuti questi propositi, che non pongono in dubbio il convincimento di Menelik di poter ottenere dagli inglesi stazione sul mare, quando non essendo possibile di accordarsi con noi, ho ottenuto che egli rimandasse ogni decisione dando a me il tempo di trattare la questione col Governo del Re.

193 1 Trasmesso da Asmara il 1° dicembre.

194

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A MADRID, SILVESTRELLI

DISP. 72538/301. Roma, 29 novembre 1906.

Segno ricevuta e ringrazio del rapporto in data 20 corr. n. 6361 col quale l’E.V. trasmettendomi la relazione della commissione del Senato spagnuolo sul progetto di legge per l’approvazione dell’atto generale di Algeciras richiama in particolar modo la mia attenzione su un passo di quella votazione, il quale pare tenda a designare la politica seguita dall’Italia a quella Conferenza come più in accordo colle aspirazioni degli Stati mediterranei che con quelle degli Stati alleati.

Stimo superfluo osservare che qualunque sia l’apprezzamento che costà si voglia recare dell’azione dell’Italia ad Algeciras le esplicite dichiarazioni del principe von Bülow al Parlamento germanico hanno oramai ristabilito la realtà dei fatti. L’argomento può quindi considerarsi come esaurito.

195

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. SEGRETO 3007/109. Addis Abeba, 1° dicembre 19061.

Ho comunicato ad Harrington quanto V.E. mi ha ordinato col telegramma n. 2554 del 27 novembre n. 32.

194 1 Vedi D. 181. 195 1 Trasmesso da Asmara il 2 dicembre.

2 Vedi D. 189.

Questi si è mostrato vivamente risentito della mia comunicazione fatta all’E.V. col telegramma n. 963 riguardo minaccia di rappresaglie a Lugh convinto era stato integralmente riportato a Londra. Ha dichiarato la sua riprovazione alla condotta nostra contraria agli interessi inglesi e mi ha detto che, arrivando a Roma, avrebbe richiesto mia presenza invitando il Governo ad una conferenza per chiaramente stabilire i nostri reciproci rapporti. Gli ho notificato che anche da parte mia trovavo necessario di venire ad una spiegazione costà, e che appunto perciò il Governo del Re avevami ordinato di recarmi a Roma a conferire e che sarei partito appena giungerà Colli di Felizzano. Prego intanto l’E.V., affinché non si acuiscano troppi dissensi con Harrington, non siano comunicati al Governo inglese le informazioni che di qui io invio sulla azione e le mire inglesi in Abissinia.

193 3 Parola mancante.

196

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. SEGRETO 3012/111. Addis Abeba, 2 dicembre 19061.

In una conversazione di ieri, ministro inglese ha detto avere ricevuto da Londra mio telegramma 962, del quale si è mostrato spiacentissimo, dichiarando informazione inesatta. Ha ripetuto suo discorso testualmente così: «Se volessi fare un brutto tiro all’Italia, come la legazione di Italia fa a me, il che non voglio fare, potrei spingere il Negus a mettere una guarnigione a Lugh». Ha dichiarato che questa non era né doveva intendersi come minaccia. Per Noggara assicura di non essersi mai inteso presso il Negus per fare allontanare dal comando Schekim Amo, chiedere ritiro nostro residente, e Mochi, che ha parlato col ministro la prima volta di tale questione, ha trovato che il ministro non ne era affatto informato.

Prego V.E. prendere atto di questa dichiarazione a spiegazione del mio telegramma n. 96.

196 1 Trasmesso da Asmara il 3 dicembre.

2 Vedi D. 195, nota 3.

195 3 T. 2898/96 del 20 novembre, non pubblicato.

197

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. SEGRETO 26041. Roma, 3 dicembre 1906, ore 14,10.

Affinché io possa avere elementi sufficienti per accertare fatti da lei telegrafatimi delle minacce di Harrington di spingere Menelik a mandare una guarnigione abissina a Lug, e le voci sparse da inglesi di guerra tra Italia e Etiopia, la prego di dirmi come e da chi ella abbia saputo e l’una e l’altra cosa2.

198

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 3015/210. Londra, 3 dicembre 1906, ore 20 (perv. ore 6,30 del 4).

Ieri ho ricevuto il dispaccio n. 5341. Visto ora Gorst, il quale dice che Harrington ha avuto in questi giorni udienza

da Menelik, altra ne aspetta imminente. Non parla della salute di Menelik, che tutto fa credere non allarmante per ora. Reputa prematura e pericolosa qualunque pratica presso ras Micael, perché Menelik certamente lo saprebbe, anche per effetto di possibili vanti di Micael e, perché, ciò comprometterebbe i due Governi in favore di uno dei pretendenti, mentre ancora non è certo che ras Micael sia il più forte e che successione di suo figlio sia assicurata. Chiestomi mio personale apprezzamento su questa obiezione, non ho potuto dissimulargli che ne riconosco la gravità. Mi manderà presto la risposta di Grey che, certo, non sarà diversa. Harrington, al quale suo Governo ha consigliato di affrettare propria venuta, ha risposto che spera di partire il giorno 7, se la malferma sua salute glielo permetterà.

2 Per la risposta vedi D. 205.

197 1 Trasmesso via Asmara.

198 1 Disp. 71876/534 del 26 novembre, non pubblicato.

199

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. SEGRETO 26161. Roma, 4 dicembre 1906, ore 14,35.

Sono rimasto molto sorpreso degli intendimenti di Menelik2. Egli infatti non accetta nessuna delle nostre domande importanti, e l’unica che accetta, la accetta togliendole gran parte del suo valore. Contrario alla prosecuzione di una ferrovia per Adua, consente per Let Marefià per cui non domandiamo che conferma di antica concessione, consente però la Dancalia per cui non domandiamo che conferma di una promessa formalmente fatta, e ci nega il confine che domandiamo per la Somalia.

Prego la S.V. di voler riprendere il negoziato con Menelik dichiarando che non comprenderemo nelle nostre richieste la ferrovia per Adua, ma insistiamo per il confine domandato per Somalia per le ragioni già esposte. Prego S.V. mettere ogni suo impegno per la conclusione dell’accordo secondo nostri giusti desideri. La S.V. può dire a Menelik, come cosa sua, la penosa impressione del nostro Re quando saprà che la prima volta che egli domanda a Menelik, per mezzo del suo Governo, il regolamento di una vertenza in cambio di una grande concessione, ha una risposta negativa.

200

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AGLI AMBASCIATORI A BERLINO, LANzA, E A PARIGI, TORNIELLI

T. CONFIDENzIALE 2619. Roma, 4 dicembre 1906, ore 20.

V.E. sa che l’Austria-Ungheria, in base ad antichi trattati, si arroga un diritto esclusivo di protezione sugli istituti religiosi cattolici in Albania. Desidererei conoscere se la questione si è mai presentata in forma concreta con codesto Governo, ed in genere quale ne sarebbe, eventualmente, il pensiero a tale riguardo. Non ho d’uopo di additarle la particolare delicatezza delle indagini, che affido alla sperimentata, prudenza e cautela della E.V.1.

2 Vedi D. 193.

da Parigi.

199 1 Trasmesso via Asmara.

200 1 Per la risposta da Berlino vedi D. 204. Non rinvenuta nel registro dei telegrammi la risposta

201

L’AMBASCIATORE A PIETROBURGO, MELEGARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 3018/76. Pietroburgo, 4 dicembre 1906, ore 14,10.

Progettato invio di navi e truppe a Tangeri da parte della Francia e della Spagna. Izvolskij mi comunica che tale misura, non mirando ad altro che alla esecuzione dell’atto di Algeciras per quanto concerne organizzazione della polizia e protezione dei sudditi esteri, merita di essere favorevolmente accolta da tutte le potenze firmatarie. Egli è stato inoltre informato che Governo germanico è sicuro che Francia e Spagna si manterranno nei limiti del mandato loro conferito, ma esorbitando invio e sbarco di truppe da detto mandato, Governo germanico è di avviso che lo sbarco deve aver luogo eventualmente in seguito a decisione di tutto il Corpo diplomatico a Tangeri, avendo tutti i rappresentanti eguale diritto ed interesse alla protezione dei loro rispettivi nazionali. Izvolskij ritiene che tale procedura potrebbe creare non lievi difficoltà pratiche come, per esempio, nel caso di divergenze di opinioni tra ministri. A lui sembra che basterebbe esprimere il desiderio che i rappresentanti di Francia e Spagna, prima di decidere lo sbarco, prendano accordi coi loro colleghi per quanto si riferisce alla protezione dei rispettivi connazionali. Aggiunge desiderare sinceramente di contribuire allo stabilimento di un accordo completo tra le potenze firmatarie1.

202

L’AMBASCIATORE A PARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 3320/1371. Parigi, 4 dicembre 1906 (perv. il 10).

Credo di non esagerare dicendo che in questi giorni traversiamo una situazione delle più delicate e pericolose dalla quale però giova sperare che usciremo fuori incolumi e presto se, per una parte, nessun grave disordine si produrrà a Tangeri e, per l’altra, le potenze si troveranno concordi nell’affrettare lo scambio delle ratifiche dell’atto di Algeciras. Perché poi queste ratifiche non siano ancora state scambiate, sarebbe difficile da dire. Per certo sorprende l’inazione della Francia in questo interesse che pare essenziale per essa. L’inerzia del Ministero degli affari esteri francese, subito dopo la conclusione di quell’accordo internazionale, è difficile a spiegare. Fu essa il naturale effetto della insufficiente energia del Ministero Sarrien che tenne il Governo durante le vacanze estive; oppure quell’inerzia fu calcolata e risponde ad un recondito pensiero della politica estera della Francia?

Inclinerei per la prima ipotesi. Le conseguenze pratiche restano tuttavia le medesime.

Il 28 novembre era giorno di ordinario ricevimento al Ministero degli affari esteri. Mi recai dal sig. S. Pichon ed, appena io gli ebbi domandato se vi fosse qualche novità, questi prese a parlare nei seguenti termini. Il disordine che minaccia la sicurezza degli stranieri a Tangeri, aggravandosi, renderebbe impossibile l’organizzazione pacifica della polizia che, secondo gli accordi di Algeciras, Francia e Spagna si impegnarono a creare. Fu perciò deliberata la sostituzione di tre navi più importanti a quelle che attualmente la Francia ha nelle acque marocchine. Questa divisione navale, comandata da un ammiraglio, disporrà di un maggior numero di uomini di sbarco, se questa operazione fosse resa momentaneamente necessaria. Gli ambasciatori della Repubblica all’estero furono messi in grado di dare spiegazioni occorrenti circa il vero carattere di questo provvedimento.

Avendo io a questo punto osservato che a Tangeri, in questo momento, si doveano proseguire fra il Corpo diplomatico ed i delegati del Sultano le trattative prevedute dall’atto di Algeciras per l’attuazione dell’atto stesso e che anzi di tali trattative il Makhzen avea preso l’iniziativa, il sig. Pichon riprese il discorso dicendo che, mentre i delegati marocchini ed i rappresentanti delle potenze procedono, con voti fin qui unanimi, a preparare l’applicazione delle deliberazioni della conferenza, è mestieri prevenire, con una misura di semplice precauzione, che l’ordine materiale venga compromesso ancor più seriamente e che il Governo francese, procedendo in tutto ciò in perfetto accordo con lo spagnuolo, spera che la presenza di navi più poderose basterà da sola ad evitare la necessità di valersi dei mezzi coercitivi dei quali esse dispongono.

Domandai al ministro se la dimostrazione di forze navali si limiterebbe a Tangeri e ne ebbi risposta affermativa.

Di queste dichiarazioni del sig. Pichon V.E. fu informata immediatamente da un mio telegramma1. Se non che mentre io riceveva qui la comunicazione di questo ministro degli affari esteri, S.E. Barrère avea detto a lei, sig. ministro, che l’attuazione delle disposizioni dell’atto di Algeciras, nella parte relativa all’organizzazione della polizia, era divenuta urgente a causa della situazione esistente al Marocco; che navi francesi e spagnuole venivano inviate a Tangeri; che queste disporrebbero complessivamente di circa 700 uomini di sbarco; ma che lo sbarco si effettuerebbe soltanto in caso di assoluta necessità per iniziare l’organizzazione della polizia e cesserebbe appena questa sarebbe in grado di funzionare.

Evidentemente la comunicazione fatta a V.E. da codesto ambasciatore della Repubblica era quella di cui mi avea fatto cenno il sig. Pichon. Ma i termini di essa non corrispondevano a quelli che questo ministro degli affari esteri avea adoperati nello annunziarmela. V.E. ne fece l’osservazione nel suo telegramma del 29 novembre2. Ho saputo che la stessa osservazione è stata fatta a Berlino, una discrepanza notevole essendo stata anche colà notata fra le spiegazioni presentate dal rappresentante francese e le dichiarazioni fatte qui al mio collega di Germania.

2 T. 2569, non pubblicato.

Intanto, nella seconda tornata del 29 novembre della Camera dei deputati, si impegnò una breve discussione che porta qualche luce sovra gl’intendimenti di questo Governo. Si trattava dell’inscrizione all’ordine del giorno dell’interpellanza dell’on. Jaurès sovra la politica marocchina del Governo. Intervennero necessariamente il ministro degli affari esteri e, sotto forma di significative interruzioni, il presidente del Consiglio. L’interpellanza fu riunita al dibattimento della legge che porta approvazione dell’atto di Algeciras e che fu fissato per il 6 di questo mese. Ma le spiegazioni fornite dal Governo nella tornata del 29 novembre non hanno diminuito le inquietudini che circa le conseguenze finali della politica marocchina dell’attuale Ministero si sono prodotte nel Parlamento e fuori.

La questione, in verità, era stata posta in termini chiarissimi. D’onde nasce, chiedeva l’on. Jaurès, la necessità di provvedere immediatamen-

te all’attuazione di accordi internazionali non ancora ratificati? E procedendo così frettolosamente non si rischia di far risorgere le stesse difficoltà internazionali che con l’atto di Algeciras furono composte?

Il sig. Pichon definì la politica del Governo dicendo che essa è «éloignée de tout dessin de conquête et de tout esprit d’aventure, uniquement préoccupée d’assurer l’exercice des droits, l’accomplissement des devoirs et des obligations de la France, n’a d’autre objectif que de concourir en tout loyauté à l’exécution des clauses de l’acte d’Algésiras». Poi il ministro soggiunse che i provvedimenti presi e che trovano acerbe critiche in alcuni giornali, altro non sono che misure precauzionali. L’invio delle navi da guerra, concertato con la Spagna, in seguito ad accordi che nelle loro grandi linee sono conosciuti da tutte le potenze e non hanno provocato alcuna obbiezione, non implica da parte della Francia l’idea di uno sbarco premeditato, né il preconcetto di un intervento. Le navi che partono, rimpiazzano quelle che già si trovano nelle acque marocchine. La loro presenza davanti a Tangeri e non davanti agli altri porti del Marocco dove l’ordine non è turbato, significa soltanto che se i disordini si aggravano a Tangeri, se la situazione diventa ancor più difficile, se la vita dei francesi e degli altri stranieri è incontestabilmente minacciata, il Governo francese intende avere sotto mano le forze necessarie per rendere possibile, d’accordo con la Spagna, l’organizzazione della polizia che esso ha reclamata e che gli fu affidata dalla Conferenza di Algeciras.

Allorché l’on. Jaurès, replicando alla dichiarazione ministeriale relativa all’accordo preso con la Spagna il quale non provocò obbiezione da parte di altre potenze, ricordò che un analogo linguaggio era stato tenuto da un altro ministro al principio delle complicazioni sorte per le cose di Marocco, il sig. Pichon rispose che le due situazioni non erano identiche poiché ad Algeciras la posizione rispettiva di tutte le potenze era stata regolata. Ma questo regolamento che in realtà per ora risulta da un atto non ratificato basterà da solo ad evitare ogni pericolo di nuove complicazioni se, prima che l’atto stesso sia perfetto, si rendessero necessarie manifestazioni di forza a Tangeri? Spinto nelle ultime sue trincee dalla incalzante logica dell’avversario, il ministro degli affari esteri finì col dire essere impossibile alla Francia di abbandonare la vita dei suoi cittadini in balìa dei fautori del disordine e di lasciare ad altra potenza la facoltà di sostituirsi a lei nella difesa dei francesi.

Stimo che in quest’ultima dichiarazione del sig. Pichon si trovi la spiegazione vera delle affrettate risoluzioni del Governo francese. Infatti se le prepotenze di Rai-

suli, od altri disordini gravi mettessero in pericolo gli stranieri a Tangeri, come potrebbesi impedire, ora che la polizia non è ancora stata organizzata, alle singole potenze di adottare le misure indispensabili per la protezione dei rispettivi nazionali?

Non è esagerato il dire che il ritardo nell’esecuzione delle clausole di Algeciras relative all’organizzazione della polizia, a chiunque esso sia imputabile, ha avuto per effetto di mettere la situazione internazionale al Marocco in balìa di un colpo di mano del brigante Raisuli sovra gli interessi degli stranieri a Tangeri.

Giova sperare che la discussione parlamentare che si apre fra due giorni, metterà subito questo Governo in grado di deporre le ratifiche dell’atto di Algeciras e che così saranno eliminate le cause d’incertezza che cagionarono le inquietudini di questi giorni.

Il Gabinetto di Parigi ha dimostrato in sostanza di ritenere che, anche prima della ratifica dell’atto di Algeciras, spetta alla Francia ed alla Spagna il diritto di mantenere l’ordine nei porti marocchini.

Egli sembra ritenere che la Conferenza non gli ha delegato un mandato o conferito una facoltà speciale incaricandolo dell’organizzazione della polizia, ma gli ha solamente riconosciuto un preesistente suo diritto. Se le circostanze dovessero condurre la diplomazia francese ad esprimere questo concetto nella sua cruda formola, non sarebbero forse da prevedere riserve e proteste da altre potenze? È di supremo interesse che una questione siffatta non venga posta; epperciò occorre che l’atto internazionale di Algeciras venga senza ulteriore indugio ratificato.

201 1 Tittoni rispose con T. 2645 del 7 dicembre: «Ringrazio V.E. del suo telegramma n. 76. Presentandosene l’occasione, voglia dire a Izvolskij essere io molto lieto che egli si adoperi perché la questione del Marocco non dia luogo ad attriti fra Germania e Francia».

202 1 T. 2964/146 del 28 novembre, non pubblicato.

203

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 3033/113. Addis Abeba, 5 dicembre 19061.

Menelik con lettera in data di jeri, consegnatami questa mattina, ha dato la seguente risposta all’accordo.

«Abbiamo ricevuto il progetto di accordo fra i tre Governi. Ringrazio di avercelo dato in comunicazione e di voler mantenere l’indipendenza di Etiopia, ma riteniamo che l’accordo non limiti in nessun modo i nostri diritti sovrani.

Questo è lo spirito della risposta. Mi riservo di rimettere per posta il testo amarico».

203 1 Trasmesso da Asmara pari data.

204

L’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. CONFIDENzIALE 3040/246. Berlino, 5 dicembre 1906, ore 5,55.

Rispondo suo telegramma 26191. Questione protezione austriaca sugli istituti religiosi cattolici in Albania non si è

mai presentata qui, a mia notizia, in forma concreta. Che il Governo imperiale dica ora quale sarebbe eventualmente il suo pensiero è da escludersi, poiché qui non si prende posizione se non di fronte a casi speciali. Certo è però, a mio avviso, che se una questione venisse posta sul tappeto oggi, Germania non assumerebbe mai una attitudine atta a creare difficoltà all’Austria-Ungheria. V.E. trova facilmente la ragione di questo mio modo di vedere nell’indirizzo che le presenti congiunture internazionali danno alla politica di questo Governo.

Tutto ciò premesso assicuro V.E. che procurerò d’indagare, e non mancherò riferirle, a suo tempo, esito mie ricerche, le quali, come ella giustamente rileva, per la loro delicatezza esigono prudenza, cautela speciale.

205

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. SEGRETO 3048/1141. Addis Abeba, 5 dicembre 19062.

Accenno di Harrington ad azione abissina su Lugh, fu fatta da lui stesso a Mochi, presente agente Banca d’Abissinia. Dopo che ebbe da Londra, comunicazione dei miei telegrammi n. 963 e n. 1024, volle chiarirmi la conversazione con Mochi come ho riferito col mio telegramma n. 1115 che egli vide ed approvò. Circa la voce guerra, questa mi è pervenuta da varie parti in Addis Abeba e correva insistentissima in Harrar, tanto che, Mochi partendo di là, anche per parere di Pastacaldi, non credette opportuno di vendere la sua roba per non allarmare maggiormente l’opinione pubblica. Miei informatori del Ghebi mi hanno fatto credere che le voci, o provengono dagli inglesi, o sono state da loro incoraggiate.

205 1 Risponde al D. 197.

2 Trasmesso da Asmara il 6 dicembre. 3 Vedi D. 195, nota 3. 4 T. 2936, non pubblicato. 5 Vedi D. 196.

204 1 Vedi D. 200.

206

IL MINISTRO A SOFIA, CUCCHI BOASSO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 1505/357. Sofia, 6 dicembre 1906 (perv. il 13).

Valendomi del corriere mi onoro far conoscere a V.E. che il sig. Stancŏv mi ha manifestato a più riprese quei sentimenti di viva simpatia per l’Italia che mi erano già noti dai discorsi famigliari tenuti con lui lo scorso anno durante i lunghi negoziati pel trattato di commercio.

In occasione del suo primo ricevimento diplomatico il nuovo ministro degli affari esteri mi disse che Sua Altezza Reale gli aveva prescritto di porre ogni cura nel consolidare le buone relazioni fra la Bulgaria e l’Italia che con vera soddisfazione constatava esser già tanto cordiali1.

207

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. SEGRETO 3080/115. Addis Abeba, 8 dicembre 19061.

Con riferimento al mio telegramma n. 1132. In udienza di jeri Menelik a proposito della comunicazione fatta dalla «Reuter»

sulla risposta all’accordo fra le tre potenze, mi ha dichiarato, pregandomi notificarlo al mio Governo che egli ha ricevuto, e non accettato, il trattato; che ringrazia del pensiero comunicatogli di voler mantenere per sempre l’indipendenza dell’Etiopia e che nell’accordare concessioni di qualunque genere a sudditi di una qualunque nazionalità si riserva egli di dare, volta per volta, il permesso senza sentirsi vincolato dalle intese che possono esistere fra i tre Governi intendendo con ciò di mantenere integri i suoi diritti sovrani.

compiacermi per tali dichiarazioni prego la S.V. di ringraziare il sig. Stancŏv affermando che il Governo del Re è animato da analoghi sentimenti verso la Bulgaria».

2 Vedi D. 203.

206 1 Tittoni rispose con Disp. 76406/192 del 18 dicembre di cui si pubblica la parte finale: «Nel

207 1 Trasmesso da Asmara il 9 dicembre.

208

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

T. 2659. Roma, 10 dicembre 1906, ore 19,30.

Sua Maestà ha firmato oggi pieni poteri per V.E. per firma accordo Etiopia e per firma accordo contrabbando armi ed io li spedisco stasera a V.E. Prego fare il possibile col concorso di Grey perché firma due accordi abbia luogo contemporaneamente. Quando ciò fosse assolutamente impossibile e da ritardo firma accordo Etiopia dovessero derivare inconvenienti che V.E. segnala, autorizzo firmare accordo Etiopia anche separatamente, ma confido nell’abilità di V.E. per indurre Grey a tener conto dell’opportunità politica per noi grande di firmare i due accordi insieme.

209

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 2486/877. Costantinopoli, 10 dicembre 1906 (perv. il 19).

Ho ricevuto il dispaccio n. 781 del 30 ottobre u.s.1, relativo al progetto di costruzione ferroviaria in Serbia, al quale era allegata, coi suoi annessi, copia di un rapporto diretto all’E.V. sull’argomento da S.E. il marchese di San Giuliano.

L’importanza, dal punto di vista degli interessi politici ed economici della Serbia e dell’Italia, della ferrovia progettata dal sig. Stead è troppo palese perché occorra accennare particolareggiatamente ai vantaggi che ne risulterebbero per i due paesi. La Serbia acquisterebbe la sua indipendenza economica di fronte all’Austria-Ungheria, assicurandosi comunicazioni rapide coll’Europa occidentale, ove troverebbe mercati rimuneratori per i suoi prodotti agricoli, e per il bestiame, che costituisce la base principale del suo commercio d’esportazione. La progettata ferrovia aprirebbe inoltre al commercio italiano la via di penetrazione tanto desiderata non solo nell’Albania e nella Serbia, ma anche nella Rumania, le cui ferrovie devono, in virtù di recenti accordi, essere congiunte con quelle della Serbia.

Come giustamente però osserva S.E. il marchese di San Giuliano, ostacoli politici e finanziari rendono poco probabile, almeno per ora, l’accettazione del progetto per parte della Turchia. In primo luogo pare dubbio che il Governo ottomano sia in grado, date le condizioni delle provincie della Rumelia, di disporre delle somme occorrenti per le garanzie chilometriche che verranno chieste e senza le quali non sarebbe possibile di costituire il capitale necessario per la costruzione della ferrovia.

Occorre altresì non perdere di vista che la Sublime Porta ispirandosi a considerazioni d’ordine politico e strategico più o meno fondate, si è già pronunziata, due anni circa or sono, in senso sfavorevole alla costruzione di una ferrovia il cui tracciato era quasi identico al progetto del sig. Stead. Né giova dissimularsi che il Governo austro-ungarico non mancherà di ostacolare detto progetto esercitando le più energiche pressioni sulla Sublime Porta.

Malgrado le considerazioni che precedono credo tuttavia che non converrebbe abbandonare a priori il progetto senza iniziare trattative colla Sublime Porta. La questione delle garanzie chilometriche che costituisce indubbiamente l’ostacolo principale alla riuscita immediata del progetto potrebbe forse essere risoluta da persone competenti le quali, dopo avere studiato le risorse della regione che la nuova ferrovia dovrà percorrere, e, valutato il progresso economico che se ne può attendere per l’avvenire, si trovino in grado di fare al Governo ottomano proposte pratiche ed accettabili. In quanto alla riluttanza della Sublime Porta di accordare la concessione e agli ostacoli che l’Austria-Ungheria potrebbe suscitare, credo che un’azione diplomatica concertata tra i Governi italiano, inglese e russo (il quale, stando alle dichiarazioni confidenziali di questo ministro di Serbia, è favorevole al progetto) potrebbero vincere la resistenza del Governo ottomano.

Esprimo pertanto il parere che sarebbe desiderabile che il capitale italiano accetti la partecipazione che il sig. Stead è disposto a riservargli e che il R. Governo accordi al progetto tutto il suo appoggio, dopo essersi assicurato ben inteso, che il Governo britannico ed il Governo russo sieno disposti ad associarsi alle sue pratiche presso la Sublime Porta.

Circa l’impressione poco favorevole che la realizzazione del piano anzidetto sarà, senza dubbio, per produrre sulla nostra alleata Austria-Ungheria, e circa l’influenza che una preponderante partecipazione italiana ad un affare destinato a ledere interessi vitali austriaci potrà avere sulle relazioni fra i due paesi, non è mestieri che io intrattenga più a lungo l’E.V. alla cui abituale sagacia tutto ciò non sfuggirà di certo.

209 1 Disp. 67480/781, non pubblicato.

210

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

T. RISERVATO 2667. Roma, 11 dicembre 1906, ore 15,30.

Da telegramma Ciccodicola1 risulta che accenno di Harrington ad azione abissina su Lugh fu fatta presente un nostro funzionario, il sig. Mochi e agente Banca Abissinia. Harrington spiega di aver detto testualmente senza aver avuto intenzione di minacciare: «se volessi fare un brutto [sic] all’Italia come la legazione d’Italia fa a me, il che non voglio fare, potrei spingere il Negus a mettere una guarnigione a

Lugh». Harrington ha anche dichiarato che non ha mai consigliato il Negus ad allontanare capo Noggara o a chiedere ritiro nostro residente. Ciccodicola ha pregato di prendere atto di questa dichiarazione. Harrington ha detto infine che desiderava passare per Roma per avere una conferenza allo scopo di chiaramente stabilire reciproci rapporti tra le due legazioni. Quanto alle voci di guerra, Ciccodicola riferisce che esse correvano in Harrar ed erano pervenute a Addis Abeba. Al Ghebi si diceva che le voci provenivano o erano incoraggiate dagli inglesi. Di ciò informo V.E. in relazione all’increscioso incidente e per norma di linguaggio con codesto Governo.

210 1 Vedi D. 205.

211

L’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 3099/252. Berlino, 12 dicembre 1906, ore 18.

Il sig. Tschirschky ha portato nella conversazione di ieri il discorso sulle attuali discussioni e deliberazioni del Corpo diplomatico a Tangeri. S.E. rilevava con rincrescimento che i voti del nostro rappresentante erano stati costantemente a favore delle proposte francesi. Ciò potrebbe far credere, dicevami Tschirschky, ad un partito preso, il quale non si concilia bene con i rapporti fiduciosi e cordiali che i due Gabinetti di Roma e di Berlino vogliono reciprocamente intrattenere. S.E. diceva espressamente che era ben lontano dalle sue intenzioni il lamentarsi per quanto erasi verificato fin qui; egli desiderava soltanto che l’attenzione di lei fosse amichevolmente richiamata su tale stato di cose, allo scopo di impedire che l’attitudine dell’Italia serva di pretesto agli avversari delle buone relazioni italo-germaniche.

Credo che a questo titolo amichevole il conte de Monts sia stato incaricato di parlare della cosa con V.E. Io ho inteso, ad ogni buon fine, prevenire V.E. di quanto il de Monts ha istruzione di rappresentarle1.

212

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA

T. 2685. Roma, 13 dicembre 1906.

Rispondo al telegramma n. 2521. Non ho notizie di altra riunione del Corpo diplomatico in Tangeri dopo quella

del 27 novembre. Leggendo il verbale di quella seduta, vedo che non si è manifestato dissenso alcuno tra i rappresentanti europei nelle deliberazioni prese e che il nostro

212 1 Vedi D. 211.

delegato non ebbe neppure occasione di prendere la parola. Inoltre nel Comitato speciale a cui fu assegnato il nostro delegato non figurano né il delegato tedesco, né il francese. Ciò stante non so intendere a che alluda la osservazione del sig. Tschirschky, al quale sarei grato di alcuna maggiore spiegazione, essendo mio proposito che, come ne diedi istruzione al nostro delegato comm. Gentile, questi nulla operi o dica sia in contrasto col preciso nostro desiderio di procedere, nell’applicazione dell’atto di Algeciras, in pieno accordo con la Germania.

211 1 Per la risposta vedi D. 212.

213

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. CONFIDENzIALE 1822/552. Londra, 13 dicembre 1906 (perv. il 18).

Mi è grato trasmetterle due copie delle convenzioni sull’Etiopia e sul traffico d’armi oggi firmato al Foreign Office da sir Edward Grey, Mr Cambon e me1. Mi riservo di mandarle gli originali per mezzo del corriere di Gabinetto.

Considero come un felice evento pei rapporti tra le tre potenze, oltrechè per gli effetti pratici locali, la conclusione dell’accordo sul commercio delle armi.

Da tempo avevo previsto la difficile posizione, in cui ci saremmo trovati se questo non fosse stato conchiuso prima che si fosse avverata la condizione alla quale il R. Governo aveva subordinato la propria firma alla convenzione sull’Etiopia, e, date le abitudini di lentezza di questo paese e le frequenti assenze di ministri e funzionari, fu necessaria una attività febbrile ed a lungo sostenuta, anche nelle ore notturne, da parte mia e del cav. Martin-Franklin, e da ultimo anche del sig. d’Ayala, per riuscire con grande sforzo ad evitare una penosa situazione e a concludere a tempo siffatto accordo.

Credo poi che esso non sarebbe mai riuscito se io non avessi avuto l’idea di interessare il sig. Cambon, impegnando il suo amor proprio a far valere la sua influenza a Parigi, nella sua gita colà il 5 ottobre e nelle successive, oltre che nei suoi rapporti, per superare i non piccoli ostacoli nascenti dalle antiche e costanti tradizioni giuridiche e politiche della Francia dagli interessi finanziari della colonia di Gibuti e dagli interessi privati influenti in quel Parlamento e presso quel Governo.

Molto giovò anche la presenza qui del comm. Pestalozza che potè con l’autorità della esperienza diretta convincere bene il Governo inglese del giusto fondamento delle nostre domande: e quando negli inglesi penetra una simile convinzione ciò ha molta importanza.

L’accordo sulle armi elimina un punto oscuro e, come dice il Cambon, una spina nei rapporti italo-francesi, ed anche un poco nei rapporti italo-inglesi, visto che

degli affari esteri, 1930, pp. 920-929.

il Governo britannico da un canto ci dava ragione e voleva mostrarsi, quale è, amico nostro, ma dall’altro non voleva fare cosa dispiacevole alla Francia. Purtroppo esso dà maggiore importanza all’amicizia colla Francia, la quale prende la forma dell’innamoramento, che all’amicizia con noi alla quale del resto tiene pure.

Ma se notevole è il valore dell’accordo sulle armi dal punto di vista della politica generale, la sua efficacia pratica dipende, per il traffico che si fa da Gibuti per l’Abissinia, dal modo come sarà applicata dalle autorità locali francesi, e, pel traffico che si fa colla costa araba, in gran parte dal modo come noi organizzeremo la vigilanza per mezzo dei rr. sambuchi armati ed eventualmente o di residenti locali fissi o di un residente, se così puo dirsi, ambulante, secondo la proposta meritevole di studio che, nello scorso gennajo mi espose a viva voce il tenente Cappello e sulla quale potrà dare schiarimenti l’Ufficio Coloniale.

In ogni modo tutto ciò esce dal compito mio, che, per questa parte, è giunto a termine.

213 1 Ed. in Trattati e convenzioni fra il Regno d’Italia e gli altri Stati, vol. 18, Roma, Ministero

214

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AGLI AMBASCIATORI A BERLINO, LANzA, E A VIENNA, AVARNA

T. 2694. Roma, 14 dicembre 1906, ore 17,40.

Prego comunicare codesto Governo che 13 corrente è stato firmato a Londra da rappresentanti Italia, Francia e Inghilterra, accordo per Etiopia che sarà subito pubblicato.

215

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. SEGRETO 26951. Roma, 14 dicembre 1906, ore 17,45.

Tredici corrente è stato firmato accordo a tre per Etiopia. Non so ancora se a Londra e a Parigi abbiano nulla concordato circa comunicazione da farsi a Menelik dell’avvenuta firma. La S.V. proceda di accordo con suoi colleghi Francia e Inghilterra informando questo Ministero prima di impegnare azione R. Governo. La firma dell’accordo lascia libero nostro negoziato per sbocco al mare, che prego mandare innanzi con ogni cura2.

2 Ciccodicola con T. 3180 del 19 dicembre rispondeva: «Harrington è partito. Lagarde non ha

finora istruzioni riguardo notifica accordo al Negus: ritiene che avendo già Reuter reso pubblica firma accordo sia inutile concretare fra noi forma speciale per comunicare la cosa Menelik, limitandosi a parlargliene nella prima udienza di ciascuno».

215 1 Trasmesso via Asmara.

216

L’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 3126/256. Berlino, 15 dicembre 1906, ore 14,56.

Imperatore, nella conversazione che ebbe con me ieri sera, si lamentò del contegno assunto dal centro verso il Governo. Questo contegno il Sovrano trovava tanto meno giustificato in quanto egli aveva costantemente fatto buon viso ai desiderata di quel partito del quale aveva formata la base del suo Governo. Ora, nelle intenzioni di Sua Maestà, il centro deve avere la lezione che si merita, deve ritornare decimato in Parlamento. A tale scopo, diceva Sua Maestà, avere dato istruzioni di sostenere validamente, nelle prossime lotte elettorali, tutti i candidati compresi i radicali, per combattere quelli del centro e i socialisti ben inteso. Sua Maestà spera che, dopo la lezione, il centro, a Camera aperta, cercherà di nuovo, di sua iniziativa, appoggio del Governo. Il ragionamento di Sua Maestà risente molto dell’ambiente per il quale fu preparata la dissoluzione del Reichstag. Come telegrafai ieri, non si possono fare previsioni sull’esito della partita impegnata1. Non è da negarsi che un qualche fondamento abbia il risentimento di Sua Maestà contro il partito del centro; ma la risposta alla aspettazione imperiale trovasi ora nelle mani del popolo germanico che deplora scandalo e errore coloniale, dal quale partono lamenti per l’indirizzo generale del Governo che si sentì recentemente gravato di non lievi odiose imposte ed al quale Governo con la presentazione del bilancio preventivo, annunziò già nuove misure fiscali.

217

L’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 3127. Berlino, 15 dicembre 1906, ore 14,50.

S.M. l’Imperatore, nella bontà colla quale mi ha onorato durante tutto il tempo della mia missione, ha voluto pranzare da me ancora una volta prima di mia partenza. Pranzo ha avuto luogo ieri sera. Riunii attorno al Sovrano le più alte personalità della sua Corte, del Governo, società, scienze, finanza berlinesi. Imperatore fu con me oltremodo amabile; dopo pranzo entrò a parlare dell’attuale situazione politica della Germania, di che rendei conto con altro telegramma1. Presi occasione dalla conversazione con Sua Maestà per mettere in luce presso Sua Maestà le qualità che distinguono il mio successore; e Sua Maestà si degnò esprimere fiducia che Pansa avrebbe pienamente soddisfatto compito che qui lo attende.

217 1 Vedi D. 216.

216 1 T. 3115/254 del 14 dicembre, non pubblicato.

218

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 3143/205. Vienna, 16 dicembre 1906, ore 22.

Barone di Aehrenthal giunto stamane da Budapest, per dove ripartirà domattina mi ha pregato di venirlo a vedere.

Gli ho fatto conoscere quanto V.E. mi aveva incaricato di comunicargli circa la favorevole impressione prodotta in lei dalle esplicite dichiarazioni fatte, circa i nostri reciproci rapporti, nella sua esposizione e nella sua risposta alle interrogazioni rivoltegli alle delegazioni. Ho aggiunto che V.E. si proponeva di fare al Parlamento, in occasione della discussione del bilancio per gli affari esteri identiche dichiarazioni, constatanti perfetta concordanza di vedute e fermo proposito di entrambi i Governi di procedere d’accordo nelle varie questioni che interessavano i due paesi.

Barone di Aehrenthal mi ha pregato di ringraziare V.E. per queste comunicazioni e mi ha detto che per dissipare ogni diffidenza nell’opinione pubblica di AustriaUngheria e d’Italia aveva creduto, nella seduta di ieri alla delegazione austriaca, ritornare sulle dichiarazioni precedenti, affermando ancora una volta, nel modo più deciso, che due Governi erano risoluti di mantenere i più cordiali ed amichevoli rapporti, che alcun contrasto non esisteva tra loro, e che, nell’adoperarsi i due Governi a togliere qualsiasi malinteso, essi agivano non solo nell’interesse dei Governi stessi, ma in quello generale.

Il barone di Aehrenthal ha manifestato la sua speranza che le diffidenze esistenti nella opinione pubblica fossero dissipate e che questa si convinca una buona volta della sincerità dei propositi di entrambi i Governi che non erano che desiderosi di rendere sempre più intimi i loro rapporti.

219

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL SENATORE VISCONTI VENOSTA

DISP. 75907/1833. Roma, 17 dicembre 1906.

Adempio al gradito dovere di partecipare a V.E. che nel corso di una udienza accordata dal presidente della Confederazione nordamericana all’ambasciatore di Sua Maestà in Washington, il sig. Roosevelt ebbe occasione, parlando della recente Conferenza di Algeciras, di ricordare l’azione esercitata in quella circostanza dall’E.V. Il barone Mayor riferisce avergli il presidente espresso la sua soddisfazione per i risultati della Conferenza e dichiarato che questi egli riteneva specialmente dovuti «alla

autorità, alla mente, e allo spirito conciliante del primo delegato d’Italia, l’uomo più autorevole di gran lunga e senza alcuna riserva, che partecipasse a quel consesso», e dal quale il delegato degli Stati Uniti aveva avuto il più valido concorso.

Di questa manifestazione del presidente Roosevelt, per parte mia vivamente mi compiaccio1.

220

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

DISP. 76452/601. Roma, 19 dicembre 1906.

Le accuso ricevimento dei due rapporti del 23 e 27 novembre u.s., rispettivamente ai nn. 513 e 5241 e approvo le pratiche fatte da V.E. al Foreign Office circa l’ostruzionismo delle autorità coloniali inglesi contro il commercio italiano del Benadir.

Non dubito che il Governo inglese darà in proposito opportune istruzioni ai funzionari della East-Africa Protectorate, ma poco si può contare sull’efficacia di esse, giacché una lunga esperienza ci dimostra che gli agenti britannici locali agiscono con molta indipendenza dal Governo centrale. Unico rimedio efficace sarebbe quello di contrapporre all’azione inglese analoga azione italiana sui luoghi ma, essendo questa attualmente paralizzata in Eritrea dagli incidenti che si fanno sorgere ad Addis-Abeba e nel Benadir dalla mancanza di nostri agenti, non possiamo, in queste condizioni, fare a meno di reclamare per le prepotenze che si commettono ai nostri danni e che sono in contraddizione - come ha giustamente osservato l’E.V. - colle cordiali relazioni e cogli accordi esistenti fra la Gran Bretagna e l’Italia.

221

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 2656/1349. Vienna, 19 dicembre 1906 (perv. il 25).

Il barone di Aehrenthal, giunto ieri a Vienna da Budapest per dove è ripartito questa mattina, mi pregò di passare ieri stesso da lui.

Essendomi recato al Ministero imperiale e reale degli affari esteri egli mi parlò innanzi tutto delle nuove dichiarazioni che aveva fatto la vigilia alla Delegazione austriaca intorno ai nostri reciproci rapporti, su cui riferii all’E.V. col mio telegram-

del 29 novembre, non pubblicato.

ma n. 2051, e mi intrattenne quindi dei colloqui col Re di Grecia nella sua recente dimora in Vienna, delle relazioni colla Serbia nonché delle presenti condizioni in Macedonia.

Al Re Giorgio egli aveva creduto di far rilevare l’assoluta necessità per il Governo ellenico di prendere i più energici provvedimenti per impedire che dalle proprie autorità si favorisse la formazione di bande armate sul territorio del Regno che miravano a turbare la pace in Macedonia e ad intralciare l’opera riformatrice delle potenze. Era nell’interesse della Grecia di adoperarsi in tale intento per non alienarsi le loro simpatie e mantenere buoni rapporti cogli altri Stati balcanici. Egli si sarebbe espresso in questa circostanza con Sua Maestà in termini abbastanza severi.

Il Re Giorgio si sarebbe mostrato risoluto a corrispondere a tale desiderio ed al suo ritorno in Atene avevagli fatto conoscere, per mezzo di quel rappresentante imperiale e reale che il Governo ellenico non aveva mancato di prendere provvedimenti nel senso suddetto.

Quanto al conflitto greco-rumeno Sua Maestà non aveva formulato alcuna domanda di intervento per parte del Governo austro-ungarico, la quale del resto non avrebbe potuto essere da esso accolta, il momento attuale non sembrandogli opportuno per intavolare trattative in proposito. Era indispensabile innanzi tutto che l’eccitazione che esisteva negli animi in entrambi i paesi si calmasse e che fosse provveduto alla repressione delle bande che tuttora scorazzavano in Macedonia. D’altra parte le disposizioni poco concilianti del Gabinetto di Bucarest non promettevano di sperare ad una prossima soluzione del conflitto.

Per contro Sua Maestà avevalo pregato di fare appoggiare presso la Sublime Porta i passi fatti dal suo Governo intesi ad ottenere la congiunzione della ferrovia Pireo-Larissa colle ferrovie ottomane.

Per conoscere in quale misura avrebbe potuto soddisfare a tale domanda, egli aveva incaricato l’ambasciatore imperiale e reale in Costantinopoli di rivolgergli un rapporto sulla quistione facendogli conoscere in pari tempo le disposizioni della Sublime Porta al riguardo. Da tale rapporto, che eragli pervenuto in questi ultimi giorni, risultava che la Sublime Porta non era disposta a corrispondere a quella domanda specialmente per ragioni strategiche, per cui non era sua intenzione per ora d’iniziare pratiche nel senso desiderato dal re Giorgio. Ma aveva trasmesso tale rapporto alla legazione imperiale e reale in Atene, perché informasse eventualmente il Governo ellenico delle disposizioni della Sublime Porta circa detta questione.

Accennando quindi alle relazioni colla Serbia, il barone di Aehrenthal nel riferirsi alle dichiarazioni fatte in proposito alle Delegazioni, rilevò che, quantunque quelle politiche in generale fossero normali, altrettanto non poteva dirsi delle relazioni commerciali. Ignoravo quale risposta il Governo serbo avrebbe fatto alla nota da lui direttagli per chiedere di precisare meglio le sue anteriori proposte collo stabilire l’epoca ed il quantitativo delle ordinazioni che si proponeva di fare nella Monarchia. Egli era animato verso la Serbia dai sentimenti più benevoli ed amichevoli ed aveva creduto darlene ora una prova coll’offrirle l’occasione di ristabilire le reciproche relazioni commerciali sopra un piede normale.

Rispetto alla situazione in Macedonia il barone di Aehrenthal non credeva che essa potesse dar luogo per il momento a preoccupazioni, nonostante le rivalità che sussistevano ancora tra i varii Stati balcanici. Era bensì vero che le bande armate eransi aumentate in questi ultimi tempi, sebbene la stagione fosse già avanzata, ma il contegno corretto che teneva il Governo bulgaro, nel quale sembrava voler continuare lo rassicurava e facevagli sperare che l’ordine non sarebbe stato turbato per ora e che l’opera di pacificazione e di riorganizzazione in Macedonia avrebbe potuto essere proseguita coll’assistenza di tutte le potenze.

219 1 Il resoconto del colloquio con il presidente Roosevelt è nel rapporto di Mayor n. 2354/482

220 1 RR. 1674/513 e 1706/524, non pubblicati.

221 1 Vedi D. 218.

222

L’AMBASCIATORE A BERLINO, LANzA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 3181/261. Berlino, 20 dicembre 1906, ore 1,58.

Giornali non hanno pubblicato lunghi apprezzamenti sul discorso dell’E.V.1, ma dalla loro attitudine può scorgersi buona impressione politica generale. Un articolo ufficioso della Gazzetta di Colonia, mette in rilievo parte che ella ha presa per la Triplice Alleanza. Giornali renani vorrebbero che avversari italiani della Triplice Alleanza meditassero parole di lei e traessero convincimento utilità della Triplice Alleanza anche per noi. La difesa da lei fatta dell’alleanza è servizio reso all’Italia più che alla alleanza stessa. Gazzetta di Colonia termina rilevando sua coraggiosa attitudine rispetto alle relazioni con l’Austria-Ungheria. Tschirschky, che io ho incontrato ieri sera, si è espresso con me nello stesso senso, manifestando sua graditudine per il modo come ella ha parlato di Monts. Tra i giornali della capitale merita menzione Vossische Zeitung, che dopo gli affari del Marocco ha guidato opinione pubblica contraria a noi. Giornali liberali rilevano che ella è il ministro degli affari esteri in questi ultimi anni più lealmente convinto degli obblighi derivanti dalla alleanza; essi si domandano però, di nuovo, che cosa farebbe Italia in caso di conflitto della Germania con la Francia e con Inghilterra, e si risponde che la forza delle cose renderebbe vano il più leale desiderio degli uomini politici italiani di soddisfare le obbligazioni verso gli alleati.

18 dicembre 1906, pp. 11-208: 11-197.

222 1 Vedi Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, 1904-1906, vol. IX, tornata del

223

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATISSIMO 3204/266. Pera, 21 dicembre 1906, ore 21,40.

Credo mio dovere prevenire, ad ogni buon fine, V.E. che passaggio suo discorso1, in cui si accenna all’accordo italo-austriaco per l’autonomia politica della Penisola Balcanica sulla base principio nazionalità, qualora mantenimento statu quo diventasse impossibile, ha prodetto profonda impressione e generato apprensione alla Sublime Porta e a Palazzo.

Mi si assicura che codesto ambasciatore di Turchia sarebbe stato incaricato chiedere amichevoli spiegazioni a V.E. Sultano allarmatissimo. Converrebbe rassicurarlo. Ambasciatore di Germania venne oggi ricevuto in lunga udienza.

224

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATISSIMO 2681. Pera, 21 dicembre 1906, ore 22,05 (perv. ore 6,45 del 22).

Faccio seguito al mio telegramma 2662. Romei è stato chiamato dal Sultano il quale lo ha incaricato di farmi seguente

comunicazione: «Inattesa dichiarazione ministro Tittoni ha profondamente dolorosamente colpito S.M. imperiale e musulmani tutti. Essa tende distruggere d’un tratto senza alcun motivo salda amicizia esistente fra Italia e Turchia amicizia che costituisce una delle basi fondamentali politica del Governo ottomano caldeggiata tenacemente dal Sultano in persona. S.M. imperiale fa per conseguenza appello lealtà Governo italiano perché voglia rassicurarlo circa vera portata dichiarazione ministro Tittoni la quale deve essere stata mal riferita. Sultano fa speciale appello ambasciatore di Sua Maestà ricordando amicizia e pregandolo adoperarsi per dissipare impressione veramente penosa che dichiarazione ministeriale ha arrecato e ciò ad evitare raffreddamento ottime relazioni esistenti fra i due paesi». Parole di lei sono state mal interpretate incompletamente riferite da Rechid bey il quale ha evidentemente tradito pensiero di V.E. importa però dissipare ad ogni costo ed al più presto penosissima impressione prevalente presso S.M. imperiale. In caso contrario perderò d’un tratto influente posizione acquistata in questi ultimi anni con pregiudizio manifesto delle

224 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

2 Vedi D. 223.

nostre aspirazioni economiche e con vantaggio politico esclusivo dei nostri concorrenti i quali si studieranno trarre partito risentimento Sultano contro di noi per riguadagnare terreno indubbiamente perduto dopo inizio riforme Macedonia. Crederei ciò stante indispensabile far pervenire al più presto al Sultano per mezzo Romei esaurienti rassicuranti spiegazioni le quali converrebbe che io avessi ordine di rinnovare personalmente a nome di S.M. il Re. Attendo istruzioni di V.E.3.

223 1 Vedi D. 222, nota 1.

225

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO A BELGRADO, GUICCIOLI

T. RISERVATISSIMO 2771. Roma, 22 dicembre 1906, ore 20.

Il r. agente in Sofia mi ha comunicato la lettera particolare che le scrisse il 13 di questo mese circa i rapporti tra Bulgaria e Serbia1. Non dubito che ella si sarà occupata della cosa colla diligenza e col tatto che le sono abituali. Come più volte già le dissi, e come ne sono evidenti le ragioni, a noi preme che si mantengano e si rassodino cordiali relazioni tra gli Stati balcanici, in esse consistendo la migliore guarentigia contro non desiderabili novità. Ma anche la Serbia deve comprendere l’interesse suo di tenersi in cordiali rapporti coi suoi vicini e segnatamente con la Bulgaria. Importa che codesto Governo eviti con ogni studio tutto ciò che possa nuocere a quei rapporti. La propaganda serba che, segnalataci dal r. console in Uskub, le additai con dispacci del 14 e del 17 di questo mese2, gli atti di violenza commessi da bande serbe nel vilayet di Kossovo, non solo forniscono alla Bulgaria materia a giuste lagnanze, ma, ben lungi dal giovare alla causa serba in Macedonia, le alieneranno, se non vi pone rimedio, le simpatie delle potenze con manifesto suo danno presente e futuro. Confido che l’amichevole e fermo linguaggio di lei, che ella vorrà dichiarare precisa espressione del pensiero del R. Governo, possa avere decisiva efficacia ed eliminare, in quanto concerne l’opera e l’atteggiamento di codesto Governo, ogni motivo di contrasto e freddezza nei suoi rapporti con la Bulgaria3.

225 1 R. personale s.n. del 14 dicembre, non pubblicato.

2 Non pubblicati. 3 Vedi D. 232.

224 3 Per il seguito vedi D. 229.

226

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 3210/269. Pera, 22 dicembre 1906, ore 16.

In presenza dell’allarme sorto alla Sublime Porta al Palazzo, ho creduto opportuno, in attesa degli ordini di V.E., incaricare immediatamente il primo dragomanno di fare alla Sublime Porta la seguente comunicazione, a titolo di mia personale iniziativa: «L’ambasciatore è stupito e dolente pel colpo fatto alla Sublime Porta, senza alcun motivo, dal discorso del ministro degli affari esteri. Di quel discorso, per essere stato forse incompletamente riprodotto, non si sono apprezzate qui le dichiarazioni e gli intendimenti amichevoli per la Turchia. Il ministro ha ripetuto, in sostanza, circa la portata dell’intesa tra l’Italia e l’Austria-Ungheria, i concetti già da lui manifestati alla Camera nel 1903, ed ha affermato, in definitivo, ancora una volta, che, base della politica italiana in Oriente, era e resta il mantenimento dello statu quo, integrità Impero Ottomano.

In attesa di quelle dichiarazioni, che sarà per fare, d’ordine del suo Governo, l’ambasciatore non deve nascondere il suo rammarico per allarme ingiustificato della Sublime Porta, non potendo egli ammettere, un momento solo, che, sulla lealtà dei propositi del suo Governo e sulla sincerità delle dichiarazioni ripetutamente fatte circa l’amicizia dell’Italia per la Turchia, sorga il benché menomo dubbio. La politica italiana ha carattere di continuare e non mutare da un momento all’altro».

Questa mia personale dichiarazione, alquanto risentita, non esclude, però, la convenienza di una sollecita comunicazione al Sultano in tono cordiale ed amichevole, a nome e per ordine, possibilmente, di S.M. il Re, sembrandomi, per motivi noti, indispensabile, nell’interesse nostro, di rassicurare, ad ogni costo S.M. imperiale.

Spero V.E. approverà mia iniziativa e tenore mio linguaggio1.

227

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

DISP. 77068/609. Roma, 22 dicembre 1906.

Ho ricevuto il rapporto del 22 novembre u.s. n. 1665/511, con gli annessi estratti dei giornali locali1 e ringrazio l’E.V. delle notizie datemi sulla questione speciale del lavoro indigeno al Congo e sulla possibilità di accordi futuri dell’Inghilterra colla Germania.

227 1 Non pubblicati.

L’atteggiamento dell’Italia nella questione che in questo momento tanto appassiona l’opinione pubblica, i Governi della Gran Brettagna e del Belgio, è determinata dai medesimi fini pei quali essa partecipò al Congresso di Berlino del 1885.

L’azione dell’Italia è quindi inspirata a sensi di umanità e giustizia ed alla libera penetrazione commerciale. Epperciò il Governo del Re ha sempre ritenuto che la soluzione più opportuna sia l’annessione del Congo al Belgio.

Con quella soluzione l’amministrazione del Congo sarebbe garentita dal controllo governativo e parlamentare della nazione belga.

Se, però, l’annessione non avverrà e vi fosse pericolo che lo statu quo venisse turbato, l’Italia non sarebbe aliena dall’aderire ad una iniziativa che avesse per iscopo la revisione dell’Atto generale di Berlino.

Questo Ministero già da tempo ha messo innanzi (nel carteggio con la r. legazione a Bruxelles) l’idea di una Commissione internazionale pel fiume Congo, non essendo state a questo riguardo osservate le disposizioni dell’Atto generale di Berlino.

Ad ogni modo l’Italia non può disinteressarsi alle cose del Congo e deve vigilare specialmente per evitare un’intesa particolare fra le potenze che hanno possedimenti finitimi a quello Stato.

Sarebbe, però, tutto questo vana opera diplomatica se non si preparasse il terreno con la creazione di interessi italiani al Congo. E questo ora si cerca di fare valendoci dell’Associazione nazionale per l’opera dei missionari, dell’Istituto coloniale e del Ministero del commercio per volgere il capitale italiano verso l’Africa occidentale.

Questi interessi commerciali, se si creeranno, uniti a quelli che ora esistono per la presenza di non pochi italiani, magistrati e professionisti e impiegati, saranno una leva di azione e di intervento.

226 1 Per il seguito vedi D. 229.

228

L’AMBASCIATORE A PARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 3478/1446. Parigi, 22 dicembre 1906 (perv. il 27).

Tostoché entrai, il 19 di questo mese, nel Gabinetto del sig. Pichon, questi, fattosi incontro a me, mi manifestò in termini cortesissimi la soddisfazione da lui provata nel leggere il largo sunto che del discorso da V.E. pronunziato alla Camera1, l’Agenzia Havas avea pubblicato il dì innanzi. Egli era particolarmente lieto delle parole amichevoli, con le quali ella avea tratteggiate le relazioni dell’Italia con la Francia e mi incaricò di esprimere a lei la sua gratitudine.

Benché sempre più assorta dalle quistioni interne che commuovono grandemente il paese, la stampa francese ha portato in discreta misura la sua attenzione sovra il rimarchevole di lei discorso. Si può dire che le osservazioni comparse in giornali di opinioni varie ebbero un’intonazione comune nello stimare eccessivamente ottimiste le previsioni e le impressioni di V.E. e nel felicitarsi delle eccellenti espressioni da lei adoperate parlando delle relazioni fra l’Italia e la Francia. Né io mi soffermerei a farne qui l’osservazione se questa quasi unanimità dell’apprezzamento della stampa francese non mi suggerisse una distinzione che occorre fare fra le condizioni della opinione dominante in Francia e quelle del sentimento prevalente nel nostro paese.

Fino all’estate del 1905, i francesi, con le leggerezze di criterio che è nell’indole loro, professavano con la massima sicurezza la politica la più pacifica. Essi non rinunciavano con ciò a proclamare il loro diritto sui territori smembrati nel 1870, ma erano intimamente persuasi che la guerra non potendo nascere fra la Francia e la Germania che nel caso di formali rivendicazioni territoriali che nessun francese era intenzionato di proporre, le relazioni pacifiche di questo paese non potevano correre alcun pericolo d’interruzione. Il risveglio di questa beata quietudine ha gettato questo popolo in una esagerazione opposta la quale non scompare ancora e ne risulta un senso di sospetto nelle intenzioni altrui che probabilmente perdurerà assai tempo in Francia. Di qui nasce la riserva estrema con cui vennero apprezzate le dichiarazioni contenute nel discorso dell’E.V. La Francia non ha mutato di sentimento e di idee; essa rimane pacifica; ma non è più persuasa che dal momento che essa non afferma le sue pretensioni territoriali verso la Germania, la pace non può essere per altre questioni o per altri pretesti turbata.

228 1 Vedi D. 222, nota 1.

229

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI

T. RISERVATISSIMO CONFIDENzIALE 27821. Roma, 23 dicembre 1906, ore 17,30.

S.E. il generale Brusati ricevette dal capitano Romei il seguente telegramma con cifra speciale:

«S.M. Imperiale mi ha incaricato di telegrafare a S.M. il Re quanto segue: Dichiarazione ministro affari esteri Tittoni2 circa accordo italo-austriaco, per dare autonomia politica Penisola Balcanica, ha profondamente dolorosamente colpito S.M. Imperiale che non comprende subitaneo radicale mutamento ottimi rapporti fra i due paesi, per mantenere i quali S.M. Imperiale si è costantemente adoperata. Sua Maestà spera che dichiarazione ministro esteri sia stata male interpretata o male riferita, e si rivolge amicizia leale e sicura di S.M. il Re; pregandolo vivamente di voler-

2 Vedi D. 222, nota 1.

lo assicurare che tale amicizia continua esistere fra i due Sovrani fra i due paesi, e cancellare penosissima impressione ricevuta. Credo mio dovere aggiungere che Sultano si è mostrato seriamente addolorato e allarmato, e mi ha contemporaneamente incaricato di un messaggio per il nostro ambasciatore».

Il generale Brusati ha stamane trasmesso al capitano Romei pel Sultano il seguente telegramma di risposta di S.M. il Re:

«Posso assicurare Vostra Maestà che nulla è cambiato nella politica del mio Governo in Oriente, la quale avrà sempre per base il mantenimento dell’integrità dell’Impero ottomano. Come io apprezzo molto e cordialmente ricambio l’amicizia di S.M. Imperiale, così il mio Governo tiene molto a mantenere rapporti amichevoli ed intimi col Governo di Vostra Maestà. Certamente le parole del mio ministro degli esteri sono state inesattamente riferite a Vostra Maestà. Il mio ministro ha detto che la politica italiana si fonda sull’integrità dell’Impero ottomano, e che in ciò Italia ed Austria-Ungheria sono concordi. Siccome però fu posta innanzi l’ipotesi infondata che potesse in determinate eventualità riuscire impossibile il mantenimento dello statu quo, il mio ministro ha dovuto aggiungere che d’accordo Italia ed AustriaUngheria pensano che debba essere preferito il principio di nazionalità. Ciò che vuol dire che nessuna potenza dovrebbe mai, per nessuna ragione, occupare parte di territorio ottomano. Ed era questa conseguenza delle sue premure – che è garanzia assoluta dell’integrità dell’Impero – che il mio ministro desiderava risultasse dal suo discorso, e di questo Vostra Maestà dovrebbe esser lieto. E perciò giustamente il mio ministro chiamò la politica italiana in Oriente, politica disinteressata. Del resto, a dimostrare che nulla di nuovo è intervenuto nella politica italiana, e che i dubbi sorti nell’animo di Vostra Maestà dipendono da inesatta interpretazione del discorso del mio ministro, sta il fatto che questo discorso ripeté quasi colle stesse parole ciò che il ministro disse alla Camera, e per l’integrità dell’Impero ottomano e per la questione della nazionalità, nel maggio dell’anno 19043.

Dopo ciò, credo che Vostra Maestà sarà pienamente persuasa, e mi è grato rinnovarle le espressioni della mia affettuosa ed inalterabile amicizia».

Credo che ciò basterà a V.E. per compiere l’opera rassicurando completamente tanto il Sultano quanto il gran vizir al quale anche sarebbe bene che V.E. mostrasse il mio volume Due anni di Politica estera a pagina 107 per dimostrargli materialmente come oggi io non ho fatto che ripetere ciò che dissi nel 1904. Mi tenga informato in proposito.

18 maggio 1904, pp. 12643-12662: 12648-12652.

229 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

229 3 Vedi Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, 1902-1904, vol. XIII, tornata del

230

L’AMBASCIATORE A PARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 3486/1452. Parigi, 23 dicembre 1906 (perv. il 27).

Restituisco qui unito l’originale del rapporto che il r. ambasciatore in Pietroburgo ha diretto a V.E. sovra le relazioni presenti della Russia con la Francia, il 25 del mese scorso1. Le informazioni e considerazioni in esso esposte collimano in gran parte con quelle che si hanno qui. Non credo però che il Governo russo potrebbe distaccarsi dall’alleanza francese senza mettersi in una situazione insostenibile tanto dal punto di vista finanziario, quanto da quello della stabilità delle istituzioni politiche interne. Pur rimanendo nel limite tracciatogli dai suoi proprii ordinamenti, fin qui il Governo francese ha impedito che la rivoluzione in Russia trovi in Francia un appoggio diretto ed i piccoli capitalisti francesi possessori di titoli russi sono interessati a mantenere lo statu quo politico in Russia. Ma se una mossa imprudente del Gabinetto di Pietroburgo venisse ad alterare la presente condizione di cose, questo paese potrebbe d’un tratto mutare di atteggiamento. L’intesa con l’Inghilterra che gli dà nuove sicurezze lo rende oggi assai più indipendente che non lo era prima che la Russia s’impegnasse nella sua avventura col Giappone.

231

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 3229/273. Pera, 24 dicembre 1906, ore 23,40.

In assenza del gran vizir indisposto, ho conferito soltanto col ministro degli affari esteri. Ho sviluppato argomenti contenuti nel telegramma reale1, ripetendo rassicuranti spiegazioni già date nella mia comunicazione di sabato [il 22]. Ho specialmente insistito sul passaggio in cui V.E. dichiara che il R Governo è pronto ad associarsi ad ogni misura giudicata opportuna per arrestare propaganda rivoluzionaria in Macedonia; ciò a ribattere infondati appunti del gran vizir, il quale sosteneva avantieri che l’accenno eventuale autonomia, è destinato ad alimentare aspirazioni rivoluzionarie negli Stati balcanici. Il discorso pronunziato da V.E. nel maggio 1904 fu fatto fino da sabato, da me ricordare al gran vizir ed al ministro. In conclusione ho detto che dopo l’autorevole messaggio di Sua Maestà al Sultano ed esaurienti spiegazioni che V.E. si è compiaciute di dare, ogni ulteriore dubbio sulla sincerità e continuità

231 1 Vedi D. 229

della politica italiana sarebbe ormai assolutamente fuori di luogo. Il ministro ha espresso la sua soddisfazione per nostre amichevoli dichiarazioni e mi ha pregato di ringraziare V.E. Aggiunse che, per conto suo, egli aveva sin da principio, preso la cosa con calma, e mai creduto in un repentino mutamento della nostra politica.

Se le mie informazioni sono esatte, stamane, prima della mia visita, è stato telegrafato a codesto ambasciatore ordini di provocare amichevoli spiegazioni da V.E.

Ambasciatore d’Austria-Ungheria è andato oggi alla Sublime Porta a dare rassicuranti spiegazioni e, secondo mi fu riferito, ha tenuto linguaggio analogo al mio.

230 1 R. 868/347 del 25 novembre, non pubblicato.

232

IL MINISTRO A BELGRADO, GUICCIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATO 3237. Belgrado, 25 dicembre 1906, ore 17,30 (perv. ore 19,15).

Risposta al telegramma 27711. Confermo il mio rapporto 2592. Rinnovate presidente del Consiglio da parte del

Governo di Sua Maestà vivissime istanze, affinché tolte di mezzo ragioni più acuto dissenso, si mantengano e si assodino cordiali relazioni fra la Serbia e la Bulgaria; egli mi ha dato a questo riguardo formali assicurazioni che mi riservo riferire dettagliato rapporto: un comunicato al giornale ufficioso manifesta intanto pensiero Governo serbo su questo oggetto come pure fermo proposito impedire agitazione in Bosnia ed Erzegovina. Presidente del Consiglio mi ha dichiarato che V.E. nel suo importante discorso3 pone questione Macedonia sui veri termini e mi ha detto in quel modo Governo serbo interpreta pensiero e le [...]4 V.E.

233

L’AMBASCIATORE A PIETROBURGO, MELEGARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 3245/84. Pietroburgo, 26 dicembre 1906.

Avendo io oggi chiesto a questo ministro degli affari esteri a qual punto si trovasse attualmente la questione della riforma giudiziaria in Macedonia, egli mi rispose che essa stava maturandosi a Costantinopoli per opera degli ambasciatori di Russia e

2 Non pubblicato. 3 Vedi D. 222, nota 1. 4 Gruppo mancante.

di Austria-Ungheria. Izvolskij mi parlò quindi spontaneamente della protesta fatta pure qui pervenire dal Governo ottomano contro la detta riforma, qualificata come un attentato ai diritti di sovranità del Sultano. Egli aveva risposto all’ambasciatore che la riforma giudiziaria era contemplata dall’accordo di Mürzteg, che era quindi nell’obbligo della Russia e dell’Austria-Ungheria di tradurla in atto, soggiungendo inoltre come fosse nell’interesse stesso della Porta di non opporsi al progetto elaborato in proposito dalle due potenze, e redatto in limiti tali da salvaguardare sufficientemente i diritti di sovranità del Sultano ed il mantenimento dello statu quo in Macedonia, mentre invece era da attendersi che qualora altra potenza fosse chiamata a por mani alla riforma giudiziaria, essa avrebbe potuto assumere assai maggiori proporzioni. Cionondimeno Izvolskij prevedeva che l’opposizione della Porta non sarebbe stata facilmente da superare.

232 1 Vedi D. 225.

234

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI

T. RISERVATO 3248/275. Roma, 27 dicembre 1906, ore 12,30.

Romei comunica oggi al generale Brusati un telegramma diretto dal Sultano a S.M. il Re1. Sultano ringrazia Nostro Augusto Sovrano per telegramma reale2, e si mostra soddisfattissimo per dichiarazioni di Sua Maestà circa integrità Impero ottomano.

Il generale Romei, mi ha dato il telegramma che porta l’augusta firma di Vostra Maestà. Esso costituisce per me una cosa preziosa e per ciò ho domandato al generale Romei il testo italiano per conservarlo come un prezioso ricordo. Sono felicissimo dell’amicizia affettuosa e inalterabile di Vostra Maestà verso di me e della assicurazione che i buoni e intimi rapporti continuano fra i due paesi. Sono soddisfattissimo della dichiarazione di Vostra Maestà circa integrità Impero ottomano».

2 Vedi D. 229.

234 1 «Prego l’E.V. di sottomettere a Sua Maestà seguente telegramma inviato da S.M. imperiale:

235

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. PERSONALE 2761. Pera, 27 dicembre 1906, ore 20,30 (perv. ore 22,43).

Riassumo dichiarazione fattami oggi dal gran visir: «Sultano che professa per S.M. il Re sentimenti non solo amicizia ma sincera ammirazione è stato commosso e compiaciuto affettuoso telegramma reale contenente positive assicurazioni circa nostri propositi mantenere integrità Impero2. Della sincerità a tal proposito nessuno qui ha dubitato mai e quando pure qualche dubbio fosse sorto esso sarebbe a quest’ora totalmente dissipato dopo le premurose cordiali dichiarazioni di S.M. il Re e dell’E.V., alla quale Sua Altezza porge vivissime grazie. Unico motivo pel quale parole di V.E. hanno addolorato preoccupato Sultano e Sublime Porta è l’effetto prodotto sui comitati rivoluzionari balcanici, i quali travisando pensiero di V.E. e, non tenendo conto severo monito loro rivolto prendono pretesto dall’accenno fatto alla autonomia sulla base delle nazionalità per intensificare agitazione che in questi ultimi tempi grazie sforzi Governo imperiale tendeva a calmarsi. Grave fermento prevalente attualmente in Bulgaria e Grecia è stato segnalato dai rapppresentanti ottomani. L’inviato ad Atene ha riferito inoltre avergli quel ministro degli affari esteri significato francamente che dopo dichiarazioni di Roma e Budapest Governo ellenico incontrerà difficoltà anche maggiori per tradurre in atto escogitate misure radicali ad arrestare propaganda greca. Analogo linguaggio avrebbe a quanto pare tenuto questo agente diplomatico bulgaro».

In tale stato di cose gran visir mi ha lasciato chiaramente intendere un qualsiasi nostro comunicato ufficioso destinato ad accentuare presso gli Stati balcanici nostra ferma decisione mantenere statu quo, integrità Impero ottomano riuscirebbe assai gradito Sultano Governo imperiale; e noi renderemmo, ciò facendo, un vero servizio da amici.

236

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. PERSONALE 2161. Vienna, 29 dicembre 1906, part. ore 0,20 del 30.

Ho veduto oggi barone Aehrenthal dopo il suo ritorno Budapest. Egli mi ha pregato innanzi tutto farle conoscere quanto avevale fatto comunicare

dal conte di Lützow circa viva soddisfazione che aveva provato nel leggere importante

2 Vedi D. 229.

discorso (?)2 di V.E. Camera dei deputati come franche ed esplicite sue dichiarazioni riguardanti perfetta concordanza vedute fra i due Governi in tutte le questioni che interessavano rispettivi paesi. Ha accennato quindi a quella parte del discorso in cui si parla dell’autonomia Penisola Balcanica e ha aggiunto che comprendeva le ragioni che avevano indotto V.E. a far quelle dichiarazioni per dimostrare come accordo per mantenimento statu quo nei Balcani non fosse negativo, contrariamente a quanto era stato affermato, ma poggiasse su basi positive. Naturalmente la soluzione da lei indicata non poteva riferirsi che ad un’eventualità futura e lontana e infatti se le riforme andassero fallite del tutto e fosse impossibile mantenere statu quo ma (?)2 potevasi non pensare che alla spartizione delle varie parti della Macedonia tra gli Stati balcanici sulla base del principio delle nazionalità. Mentre risultava d’altra parte come i Governi d’Austria-Ungheria e d’Italia, che non avevano nella loro politica balcanica alcuna mira di personale interesse, fossero fermamente decisi a mantenere saldo lo statu quo e procedere di pieno accordo nelle questioni riguardanti la Penisola Balcanica.

Aveva voluto farmi di ciò parola perché da un rapporto pervenutogli ieri dall’ambasciatore d’Austria-Ungheria in Costantinopoli risultava come la Sublime Porta si fosse dimostrata preoccupata dalle dichiarazioni suddette di V.E. sembrandole da esse che Austria-Ungheria e Italia si erano messe d’accordo per una soluzione consistente nella autonomia politica dei Balcani. Tali preoccupazioni erano state manifestate a Pallavicini dal gran vizir. Ma egli non credeva tenerne conto e concluse col ripetermi di nuovo quanto aveva apprezzato e quanta viva soddisfazione avevano prodotto su di [lui] le dichiarazioni di V.E. che erano pienamente concordi con quelle che aveva fatto alle Delegazioni.

Dall’insieme delle cose dettemi dal barone Aehrenthal nella forma più amichevole ho potuto trarre l’impressione che egli avrebbe preferito che la questione della autonomia della Penisola Balcanica non fosse toccata nel discorso di V.E. Dalla mia lettera particolare 22 corrente3 V.E. avrà rilevato che tale era pure la opinione che si manifestava al Ministero degli affari esteri imperiale e reale4.

235 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

236 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto.

237

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOPOLI, IMPERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 3270/277. Pera, 29 dicembre 1906, ore 21.

Ho detto oggi al Sultano che dopo la testimonianza di vera amicizia datagli da S.M. il Re con l’affettuoso telegramma contenente le più esaurienti e rassicuranti dichiarazioni, io non poteva altro che esortare S.M. imperiale a riporre più che mai

3 Non pubblicata. 4 Per la risposta vedi D. 238.

fiducia nel Goveno del Re, oggi come per il passato, tenace, convinto fautore mantenimento status quo, integrità Impero ottomano. Il Sultano ha risposto che, difatti, il telegramma reale gli è giunto carissimo1, e che lo conserverà quale prezioso ricordo fra i suoi più importanti documenti. Nel corso del colloquio, S.M. imperiale mi ha detto che come egli ha voluto, malgrado gli ostacoli e gli intrighi, l’intimità delle relazioni colla Germania, così è pure lui a volere, dopo di aver fatta la conoscenza col nostro Re, l’intimità delle relazioni coll’Italia. È questa la sua politica personale, che nessun’arte arriverà a fargli cambiare.

Conversazione essendo caduta sulle torpediniere, ho colto l’occasione per parlare degli affari Ansaldo. Deplorando nota intimazione, io non avevo voluto informare mio Governo, ad evitare cattiva impressione che avrebbe certamente prodotta decisione Consiglio dei ministri, affatto inattesa e contraria ripetuti affidamenti a me personalmente dati da S.M. imperiale. Ho accennato, in pari tempo, alla necessità per la Turchia di essere forte non solo per terra, ma anche per mare, aggiungendo che sarei stato ben lieto, se nel corso della mia missione, io potessi avere la fortuna di vedere una bella e potente flotta ottomana costruita da industria italiana. S.M. imperiale mi ha assicurato, di nuovo, che egli non intendeva di troncare relazioni di affari colla Casa Ansaldo.

236 2 Punto interrogativo del decifratore. Vedi D. 222, nota 1.

238

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA

T 1. Roma, 30 dicembre 1906, ore 13.

Risposta al telegramma n. 2162. V.E. può dichiarare al barone di Aehrenthal che egli ha esattamente interpretato

le mie parole circa la politica dell’Austria-Ungheria e dell’Italia nella Penisola Balcanica. Io volli porre in rilievo la politica disinteressata dell’Austria-Ungheria e dell’Italia e mostrare che il loro accordo è positivo e prevede qualunque possibile remota eventualità. Però ritengo tali eventualità non desiderabili e continuerò sempre ad unire i miei sforzi a quelli del barone di Aehrenthal per mantenere lo statu quo. In questo senso si è espresso il nostro ambasciatore Imperiali a Costantinopoli dove mi era noto che le parole mie avevano destato preoccupazioni e timori che ora sono dissipati come mi risulta da dichiarazioni fatte ad Imperiali dal gran vizir ed a me dall’ambasciatore turco Reshid il quale mi ha ripetuto esser la Porta convinta che Austria-Ungheria ed Italia desiderano tutelare l’integrità dell’Impero ottomano.

238 1 Minuta autografa. Dall’archivio segreto di Gabinetto.

2 Vedi D. 236.

237 1 Vedi D. 234, nota 1.

239

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA

T. 3914. Roma, 31 dicembre 1906, ore 14.

Facendo seguito al mio telegramma di ieri1 le riproduco qua il testo esatto della dichiarazione da me fatta in Senato2 riguardo la questione balcanica: «Io stesso dinnanzi alla Camera rilevai le difficoltà che il problema delle riforme in Macedonia incontra ma dissi anche che argomento di conforto e di tranquillità per tutti doveva essere il pieno accordo che esiste a riguardo per l’Italia e l’Austria-Ungheria e che è fondato innanzi tutto sull’integrità dell’Impero ottomano, della quale noi siamo e saremo sempre strenui sostenitori e sopra un assoluto e reciproco disinteresse che considera anche le più remote eventualità». L’E.V. potrà valersi anche di quanto precede nel fare ad Aehrenthal la comunicazione di cui la incaricai col telegramma di ieri.

240

IL MINISTRO A SOFIA, CUCCHI BOASSO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1616/399. Sofia, 31 dicembre 1906 (perv. il 15 gennaio 1907).

Non ho mancato di adempiere al gradito incarico affidatomi da V.E. col riverito dispaccio a margine segnato1.

Il sig. Stancioff accolse con animo riconoscente i ringraziamenti che V.E. ha avuto la bontà di fargli pervenire e mi disse che avrebbe portato immediatamente la mia comunicazione a conoscenza di Sua Altezza Reale.

In questa circostanza il ministro degli affari esteri mi manifestò tutta la sua ammirazione pel discorso pronunciato dall’E.V. alla Camera2. Esso, disse il sig. Stancioff, non poteva chiuder meglio, pel momento, la serie dei discorsi pronunziati dagli altri eminenti uomini di Stato che così saggiamente dirigono la politica europea, ed aveva prodotto anche qui, come dovunque, l’impressione la più favorevole.

2 Vedi Atti parlamentari, Camera dei senatori, Discussioni, 1904-1907, vol. VII, tornata del 28

dicembre 1906, pp. 4788-4790. 240 1 Si tratta del Disp. 76406/192 del 18 dicembre, non pubblicato.

2 Vedi D. 222, nota 1.

239 1 Vedi D. 238.

241

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. pERSONALE 21. Vienna, 1° gennaio 1907, ore 22,45 (perv. ore 1 del 2).

Non ho potuto vedere barone Aehrenthal che oggi appena. Gli ho parlato senso telegrammi di V.E. in data 30 e 312 facendogli rilevare come parole di V.E. miravano far costatare che pieno accordo esistente fra Italia e Austria-Ungheria era positivo, esso era fondato sull’integrità Impero ottomano e sull’assoluto reciproco disinteresse e considerava anche le più remote eventualità. Gli ho ricordato a questo riguardo esplicite dichiarazioni V.E. fatte recentemente Senato e ho aggiunto che avrebbe continuato unire suoi sforzi a quelli di lui per mantenere statu quo di cui Governo italiano era e sarà sempre uno dei più strenui e convinti sostenitori. Barone Aehrenthal nel ringraziarmi di quanto gli avevo detto, di cui si è dimostrato soddisfatto mi ha pregato farle conoscere che aveva creduto accennare parole suddette per dissipare [...]3 e era lieto delle assicurazioni fattale da codesto ambasciatore di Turchia. Ha rilevato poi che questo nuovo scambio di dichiarazioni attestava ancora una volta come due Governi erano pienamente d’accordo e avevano fermo proposito seguire stessa linea di condotta nelle questioni riguardanti penisola Balcanica.

Mi ha riferito poi via privata ciò che V.E. aveva fatto conoscere codesto ambasciatore d’Austria-Ungheria e mi ha pregato farle pervenire di nuovo sue congratulazioni che le aveva già fatto esprimere dal conte Lützow per alta onoreficenza conferita V.E. da S.M. il Re e presentarle in pari tempo suoi auguri per nuovo anno.

Barone Aehrenthal partirà domani Budapest per assistere seduta Delegazione austriaca e conterebbe far qui ritorno dopo ballo Corte che avrà luogo colà 12 corrente.

242

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 3/8. Addis Abeba, 2 gennaio 1907 (perv. il 3 febbraio).

Ho ricevuto il dispaccio n. 71897 del dì 26 novembre 19061, riguardante l’azione inglese in questi paesi e più specialmente nei Boran.

2 Vedi DD. 238 e 239. 3 Gruppo mancante.

Ho più volte fatto noto a cotesto R. Ministero che non nel solo caso della zona circostante al Benadir, ma in ogni paese dove l’azione coloniale nostra può in qualunque modo farsi strada, l’Inghilterra, dimentica delle sue rinunzie territoriali nelle zone di nostra influenza, cerca in ogni modo di imporre la sua supremazia e dovunque studia apertamente di isolare le nostre colonie e paralizzare l’azione nostra.

Colla ferrovia di port-Sudan e le grandissime facilitazioni date alla esportazione per la via del Nilo, la Colonia Eritrea perse quasi totalmente il commercio di caffè, pelli e cera provenienti dal Nord e dal centro dell’Etiopia (zona d’influenza italiana); con una energica azione nei Borana, e sulla linea Lugh-Imi certamente il nostro commercio della costa somala, che naturalmente prende vita dalla importazione del paese retrostante, sarà presto ridotto ben misera cosa. perché, mentre noi discutiamo se è opportuno creare delle agenzie commerciali in Etiopia, l’Inghilterra ci previene mandando ovunque attivi mercanti greci, protetti suoi, dei quali l’opera si può, quando occorra sconfessare, e che (mi servo delle testuali parole di un’autorità britannica) «rendono servigi che un inglese non vorrebbe rendere».

Il mio collega inglese ha certamente avuto parte in questa azione del suo paese, come vi avranno preso parte i funzionari inglesi del Sudan e dell’Est-Africa; non avrà consigliato le violenze, anzi disse di avere consigliato il contrario; ma gli inviati avranno avuto ordine di fare e fare ad ogni costo, e certamente essi hanno voluto largamente giustificare la fiducia riposta nella loro attività.

Ritenga per certo l’E.V. che questi mali, oggi dal R. Governo e sempre da me lamentati, non dipendono da personali inimicizie di Addis Abeba: le relazioni tra le due legazioni sono e furono sempre intime e cordiali: il male è che l’Inghilterra ha da qualche tempo su questo paese mire dirette e programma formato e di tutto e di tutti si vale per avere qua campo libero.

Anche il richiamo immediato dei ministri di Francia e di Italia, quando il ministro inglese ha dovuto assentarsi, ha servito mirabilmente all’Inghilterra, che male avrebbe veduto il Negus consigliato e attorniato da altri ministri che agissero senza il consenso del suo.

241 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto.

242 1 Con Disp. 71897/166 Tittoni richiedeva informazioni sui soprusi inglesi denunciati dai rappresentanti italiani nelle zone circostanti al Benadir.

243

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA

T. RISERVATO pERSONALE1. Roma, 3 gennaio 1907, ore 13.

Intesa tra Austria-Ungheria ed Italia per eventuale autonomia Macedonia non risulta da alcun impegno scritto ma fu il risultato dei miei colloqui con Goluchowski. Scambio d’idee che V.E. ha ora avuto con Aehrenthal dimostra che siamo perfettamente d’accordo circa significato e portata delle mie parole. Ciò stante sarebbe pericoloso che giornali che prendono ispirazione da ufficio stampa codesto Ministero esteri tornassero sulla questione per contestare ciò che ho detto poiché obbligherebbero me ad insistere.

Interessa quindi che tale delicato argomento sia pel momento lasciato da parte. In questo scopo V.E. dovrebbe parlare subito al Ministero degli esteri affinché fossero date subito al sig. Jettel istruzioni categoriche di smettere le sue inopportune confidenze ai corrispondenti. Ugualmente V.E. dovrebbe ottenere dal corrispondente che le ha parlato che non tenesse conto di quanto Jettel gli ha detto. Gradirò ulteriori informazioni al riguardo2.

243 1 Minuta autografa. Dall’archivio segreto di Gabinetto.

244

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. 111. Roma, 3 gennaio 1907, ore 14,35.

Governi francese e inglese sono favorevoli comunicazione collettiva a Menelik della firma dell’accordo che fu già a lui ufficialmente comunicato. Governo inglese disposto a dare istruzioni suo rappresentante costà prendere all’uopo accordi con i suoi colleghi.

Sono anch’io favorevole a questa comunicazione, ma desidero che i termini di essa quali saranno costì concordati, mi siano prima comunicati.

È prudente che rappresentanti tre potenze cerchino di assicurarsi che eventuale risposta di Menelik non contenga riserve. Se vi fossero dubbi, si dovrebbero chiedere istruzioni.

245

IL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 22/1. Addis Abeba, 3 gennaio 1907 (perv. ore 11,50 del 4)1.

Oggi ho dovuto recisamente smentire e rassicurare Menelik circa voci di nostri preparativi di guerra Eritrea. Queste voci sono diffuse da informatori della Colonia venute fin qui, che hanno per sistema intrigo per acquistare favori presso i due Governi.

244 1 Trasmesso via Asmara. 245 1 Trasmesso da Asmara il 4 gennaio.

243 2 per la risposta vedi D. 248.

246

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

L. pERSONALE CONFIDENzIALE. Vienna, 3 gennaio 1907.

presi occasione dal colloquio avuto col barone d’Aehrenthal circa la questione della visita a Roma su cui riferisco all’E.V. con lettera particolare confidenziale di pari data1 per intrattenerlo in via privata ed amichevole dell’altra questione relativa all’istituzione in Austria di un’università italiana.

Feci conoscere al barone d’Aehrenthal che al mio arrivo in Roma nel novembre scorso aveva trovato V.E. alquanto preoccupato per le dimostrazioni avvenute in Italia in seguito a quelle provocate in Austria dagli studenti di nazionalità italiana in favore dell’istituzione di quell’università. V.E. si era adoperato a far prendere le misure più energiche per prevenirle ed impedire che trascendessero dando luogo ad incidenti spiacevoli tali da offuscare i nostri cordiali rapporti. Ma ella temeva giustamente che se nuove dimostrazioni avvenissero in Austria queste non avrebbero potuto non avere un contraccolpo in Italia e porre quindi il R. Governo in un serio impaccio giacché nonostante i provvedimenti che sarebbe per prendere esse avrebbero originato da noi nuove manifestazioni e forse incidenti che era opportuno nel comune interesse di eliminare del tutto. Onde V.E. aveva creduto di parlare francamente della questione in via amichevole al conte de Lützow e mi aveva incaricato di fargliene pure cenno per esporgli in via del pari amichevole e privata le conseguenze che avrebbero potuto produrre in Italia le dimostrazioni suddette e pregarlo di voler esaminare in qual modo avrebbesi potuto liberare il terreno da tale questione che per le ragioni suddette formava oggetto di apprensioni per parte di lei. V.E. era fermamente risoluto a fare quanto era in suo potere per impedire qualsiasi cosa atta a turbare menomamente la cordialità dei reciproci rapporti su cui si basava la nostra politica ed ella non ignorava le disposizioni amichevoli da cui egli era animato a nostro riguardo. D’altra parte non era affatto sua intenzione di immischiarsi negli affari interni della Monarchia ma V.E. credeva fare appello in tale occasione a quelle amichevoli sue disposizioni nella speranza che avrebbe trovato un mezzo per definire la questione nel modo che giudicasse più opportuno.

Il barone d’Aehrenthal rispose che apprezzava le ragioni che avevano indotto V.E. a fargli parlare della quistione della quale il Governo imperiale e reale erasi occupato e si occupava con tutto l’interesse che comportava. Le difficoltà che si frapponevano alla sua soluzione non erano lievi giacché se alle popolazioni di lingua italiana fosse accordata un’università propria, questa avrebbe dovuto essere concessa pure agli sloveni ed ai ruteni che erano in istanza da più tempo per ottenerla ed il Governo imperiale e reale sarebbe stato poi costretto di soddisfare in pari tempo le pretese reiterate degli czechi intese all’istituzione di una seconda università

nazionale. Non era possibile di aderire alle domande di una di queste nazionalità senza provocare gravi agitazioni nelle altre e lotte intestine tra loro. per mantenere quindi l’ordine interno e stabilire tra di esse un equo equilibrio cancellando i rispettivi interessi conveniva innanzi tutto di preparare colle debite cautele il terreno ciò che richiedeva tempi e lunghi studi, per vedere se e quale soluzione avesse potuto esser data alla questione.

Il barone d’Aehrenthal mi fece quindi intendere che il Governo imperiale e reale avrebbe forse abbandonata l’idea della [..]2 dei diplomi italiani nella Monarchia perché non confacente allo scopo ed accennò alla sfuggita al progetto dell’istituzione d’una università italiana a Roveredo già ventilata sotto il Gabinetto Korber il quale non aveva potuto aver séguito per l’opposizione fattavi dalle popolazioni italiane.

Credetti allora opportuno di ricordare al barone d’Aehrenthal che di quel progetto avevami parlato di persona lo stesso barone di Korber or fa tre anni facendomi rilevare di essersi adoperato più che i suoi predecessori a corrispondere ai desideri degli italiani della Monarchia, ma ch’era stato dolente che tale progetto che avrebbe dato secondo lui una soluzione soddisfacente alla quistione non avesse riscosso la loro approvazione. E prendendo occasione da ciò chiesi incidentalmente al barone d’Aehrenthal se non avesse disposto che io tenessi pure parola in via accademica e privata della quistione al barone di Beck.

Il barone d’Aehrenthal replicò che gli sembrava più opportuno che io mi astenessi dal toccare direttamente col presidente del Consiglio tale quistione di cui del resto si occupava il Governo imperiale e reale ma osservò nuovamente che per poterla risolvere era necessario di preparare in antecedenza il terreno.

Nel corso del colloquio il barone d’Aehrenthal s’espresse meco nel modo più amichevole ma con alquanta riserva non senza farmi intendere come si trattasse di una quistione interna della Monarchia.

Dalle cose da lui dettemi però non ho potuto rilevare a qual punto sia l’esame della quistione e se e quale soluzione il Governo imperiale e reale pensi dare alla medesima.

L’assenza del barone Malfatti che partì per questo prima del mio ritorno dal congedo mi ha impedito di assumere presso di esso informazioni sicure circa le disposizioni attuali del Governo imperiale e reale come circa i risultati delle trattative intavolate in proposito tra esso e la deputazione italiana al Reichstag. Siccome egli non è membro della Delegazione austriaca non è da supporre che venga in Vienna prima della riapertura del parlamento, la cui data non rimane ancora fissata definitivamente. Ma al suo ritorno non mancherò di parlare con esso per riferire all’E.V. quanto mi sarà dato di sapere da lui.

Nel riservarmi di comunicarle le ulteriori informazioni che potessi raccogliere in via riservata da altra fonte circa la quistione ...

246 1 Non pubblicata.

246 2 parola illeggibile.

247

L’AMBASCIATORE A pARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 28/2. Parigi, 4 gennaio 1907, ore 17 (perv. ore 21).

Comunicazione Menelik della firma della convenzione 13 dicembre. Telegrafai a V.E. il 18 dicembre1 essere Governo francese favorevole alla comu-

nicazione accompagnata da nota concertata fra potenze. In risposta a quel mio telegramma V.E. m’informò, il 23 dicembre2, che Lagarde riteneva inutile concretare forma speciale per la comunicazione. Opinione Lagarde sembrando in contraddizione con le disposizioni del suo Governo, ho domandato jeri spiegazioni al direttore degli affari politici. Questi mi disse che un equivoco poteva essere nato in proposito. Governo francese, messo in presenza della proposta italiana di fare a Menelik formale comunicazione della firma dell’accordo aveva consultato Gabinetto di Londra, che vi si era palesato poco favorevole. Lagarde, dal canto suo, fece notare che l’accordo era stato già portato a notizia di Menelik dopo che era stato parafato, e che questi aveva già dato una risposta relativamente soddisfacente, la quale bastava, in ogni caso, per costituire la presa d’atto da parte sua dell’esistenza dell’accordo delle tre potenze. Conviene, in questo stato di cose, insistere con una comunicazione più solenne, non della convenzione, ma della notizia della sottoscrizione finale di essa, e correre così il rischio suscitare da parte di Menelik delle obiezioni e riserve che non fece finora? Il direttore degli affari politici, ponendo questa questione, non si arrogava di risolverla, e riservava al Ministero, che da tre settimane, per ragioni varie, non riceve il Corpo diplomatico, pronunziarsi in proposito. Comunicherò oggi stesso, per lettera, al ministro il contenuto del telegramma n. 12 di V.E.3.

248

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. pERSONALE1. Vienna, 4 gennaio 1907, ore 23,35 (perv. ore 2 del 5).

Telegramma personale V.E. essendomi pervenuto jeri tardi2 non ho potuto parlare che oggi soltanto sig. de Mérey esprimendomi senso sue istruzioni. Gli ho fatto rilevare in via confidenziale ed amichevole come fosse pericoloso giornali che prendono ispira-

2 Con T. 2776. Il contenuto è qui riassunto. 3 T. 12 del 3 gennaio. Istruzioni di comunicare il contenuto del telegramma, indirizzato a Cic-

codicola di cui al D. 244. 248 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

2 Vedi D. 243.

zione da ufficio stampa Ministero degli affari esteri imperiale e reale ritornino sulle dichiarazioni V.E. cercando di contestarle. Gli ho dimostrato necessità che tale argomento non sia più toccato e l’ho pregato far impartire istruzioni categoriche sig. Jettel perché non faccia più inopportune confidenze ai corrispondenti. Sig. de Mérey mi ha risposto che ignorava se sig. de Jettel, che era partito mercoledì [il 2] con barone Aehrenthal per Budapest, ove rimarrebbe durante sedute Delegazioni, avesse realmente fatto quelle confidenze di propria iniziativa o per ordine del ministro ma che si sarebbe affrettato informare oggi stesso barone Aehrenthal di quanto gli aveva esposto e della domanda rivoltagli e avrebbe comunicato immediatamente sua risposta che non dubitava sarebbe conforme desiderio di V.E. Ho conferito per via riservata col sig. Stead che mi ha detto aver già telegrafato da alcuni giorni al Times cose comunicategli dal sig. di Jettel e che suo telegramma era stato pubblicato giornale edizione mercoledì scorso. Ha aggiunto che in quel telegramma non aveva creduto riferire osservazione fatta sig. de Jettel che era possibile che eventuale autonomia Macedonia fosse il risultato dei colloqui avuti da V.E. col conte Goluchowski perché di ciò si era fatto cenno in certo modo nel Fremdenblatt nell’articolo comunicato V.E. con mio rapporto n. 13523. Nessun giornale viennese tranne Tagblatt e Fremdenblatt ha riprodotto articolo Münchenez Allegemeine Zeitung da me segnalato né alcun articolo al riguardo venne da loro finora pubblicato4.

247 1 T. 3162/159. Il contenuto è qui riassunto.

249

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A pARIGI, TORNIELLI

T. 34. Roma, 6 gennaio 1907, ore 11,15.

Governo britannico acconsente che accordo Etiopia sia comunicato alle potenze; ma circa modus procedendi, crede sia il migliore quello di cogliere prossima occasione di parlare dell’argomento con ambasciatori di Germania, Austria, Russia e Stati Uniti, e, se la desiderano, comunicare copia della convenzione. Io seguirò stesso modus procedendi. Sarebbe desiderabile che Governo francese facesse altrettanto.

250

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 52/4. Londra, 7 gennaio 1907, ore 17,45.

Visto oggi Grey che mi ha detto aver saputo da buona fonte, benché indiretta, che sebbene Austria ancora resista, tuttavia quasi certamente aderirà controllo tutte le

4 per il seguito vedi D. 251.

potenze, riforma giudiziaria Macedonia. Se così avviene, Grey opina lasciare a Austria e Russia onore della iniziativa di tale proposta. Egli, inoltre, crede gravissima attuale situazione in Macedonia, aggravata dalla vicinanza della Bulgaria in armi. È preoccupato delle dichiarazioni che deve fare in proposito in parlamento. Non ha ancora concretate le sue proposte di ulteriori riforme, ma prima di presentarle, le comunicherà al Governo italiano. Ne faranno parte, molto probabilmente, nomina di un governatore con le guarentigia esposte nel mio rapporto n. 602, del 28 dicembre1, alle quali credo che Sultano sarà fortemente contrario. Naturalmente Grey non ha alcuna fiducia nei recenti provvedimenti del Sultano relativi giustizia Macedonia.

248 3 Non pubblicato.

251

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. pERSONALE1. Vienna, 7 gennaio 1907, ore 20,25 (perv. ore. 22).

Sig. de Mérey mi ha dato oggi lettura in via confidenziale di una lettera particolare pervenutagli ieri dal barone Aehrenthal in risposta alla comunicazione da me fattagli in seguito telegramma V. E. del 3 corrente2. In tale lettera barone Aehrenthal fa conoscere che commenti comparsi nella Münchener Allegemeine Zeilung circa dichiarazioni V.E. relative autonomia penisola Balcanica corrispondevano idee Governo imperiale e reale. Colloqui privati avuti dal direttore ufficio stampa con alcuni corrispondenti non avevano altro scopo che di prevenire che una interpretazione non conforme a quelle idee fosse data dalla stampa estera alle dichiarazioni di V.E. come impedire impressione che queste potevano produrre sulla Sublime porta e Stati balcanici e ottenere conseguentemente che opera pacificatrice intrapresa da AustriaUngheria in unione Russia intesa unicamente mantenimento statu quo penisola Balcanica potesse essere in qualche modo intralciata.

Barone Aehrenthal aggiunge che si avrebbe potuto evitare quanto era avvenuto se V.E. avesse avuto la bontà comunicargli prima di pronunziarle parlamento dichiarazioni suddette le quali riflettevano una questione che sta molto a cuore Governo imperiale e reale. E conclude dichiarando che riconosceva al pari V.E. come fosse opportuno di non tornare sull’argomento avesse [scil. e che avrebbe] dato sig. de Jettel istruzioni senso da V. E. desiderato.

251 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

2 Vedi D. 243.

250 1 Non pubblicato.

252

L’INCARICATO D’AFFARI AD ATENE, BRUNO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 10/7. Atene, 7 gennaio 1907 (perv. i1 10).

Il linguaggio della stampa ellenica, che già si era molto modificato a nostro riguardo dopo il viaggio e l’accoglienza del Re di Grecia a Roma, tende ora a prendere, mi piace constatarlo, una intonazione favorevole e di maggior fiducia verso la politica dell’Italia, in seguito, specialmente, al richiamo dei nostri carabinieri da Creta ed alle dichiarazioni recentemente fatte dall’E.V. al parlamento nazionale intorno alle questioni di Creta e di Macedonia, di così grave interesse per questo paese.

Così l’Acropolis organo indipendente, nel suo numero del 4 corr., a proposito della partenza da Creta dei carabinieri e di un reparto di truppe italiane, si rimprovera le insinuazioni, altra volta fatte sulle mene conquistatrici d’Italia e sui maneggi dei suoi agenti in Creta, in Epiro ed altri paesi ellenici ed «inneggia alla sorella Italia» che spontaneamente, con entusiasmo, dà per la prima l’esempio dell’evacuazione di Creta.

Nello stesso tempo si esprime il Cronos di jeri, giornale molto diffuso nelle provincie. Esso rileva la preponderanza presa, in questo ultimo quinquennio, dall’Italia nelle cose d’Oriente e la grande portata delle dichiarazioni di V.E., le quali contribuirono a dissipare i timori degli Stati balcanici, ed aggiunge, che, per quanto riguarda la Grecia, l’Italia non si limita solo alle parole ma dà prova dei sentimenti benevoli e disinteressati cui s’inspira la sua politica. Dopo aver richiamato da Creta i carabinieri che prestarono preziosi servizi nell’isola, sta ora ritirando anche le truppe. Essa è la prima fra le potenze che dichiara cessata la missione dell’Europa nell’isola per lasciarla ormai libera di provvedere alle sue sorti future. Confida che la nobile iniziativa dell’Italia sia presto imitata dalle altre potenze. Aggiunge che siffatta politica disinteressata viene in tempo per far svanire i falsi giudizi e la sfiducia dei greci, i quali, da avvenimenti di nessuna importanza, arguivano che l’Italia avesse aspirazioni di conquista su Creta e nella parte occidentale della penisola Balcanica. Ora, conclude quel giornale, miriamo nell’Italia, il paese dei nobili e grandi ideali che preconizza le sorti d’Oriente analoghe a quelle dell’eroica nazione italiana.

253

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A COSTANTINOpOLI, IMpERIALI

T. 53. Roma, 8 gennaio 1907, ore 14,55.

Banco di Roma vorrebbe istituire, alla dipendenza della sua agenzia di Malta una succursale a Tripoli di Barberia, giustificandone l’impianto colla presenza di molti maltesi in quest’ultima città. L’istituzione dovrebbe avere luogo d’improvvi-

so in modo da mettere le autorità ottomane di fronte al fatto compiuto e di non dare loro né tempo, né maniera di fare difficoltà. prego V.E. di esprimermi il suo parere sul merito della questione quando sul modus procedendi escogitato dal Banco di Roma1.

254

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOpOLI, IMpERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 71/81. Pera, 9 gennaio 1907, ore 15,30.

Esprimo parere pienamente favorevole istituzione Tripoli succursale Banca di Roma. Approvo pure modus procedendi. Circa eventuale difficoltà da parte del Governo imperiale mi riferisco rapporto n. 63, 30 gennaio 19062, nel quale mi pare avere dimostrato nostro pieno diritto riposante su base legale e su recenti precedenti di istituire sotto certe date condizioni Banca a Tripoli al pari che in altre località Impero ottomano.

255

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A pARIGI, TORNIELLI

T. 75. Roma, 10 gennaio 1907, ore 15.

Ricevuto telegramma 21. Dopo firmato accordo per Etiopia, non feci proposta di notificare a Menelik la

firma del detto accordo volli soltanto conoscere quale fosse pensiero Gabinetti parigi e Londra circa tale eventuale notificazione. Telegrafai a questo scopo il 14 dicembre a V.E. ed al marchese di San Giuliano2. Appresi dal telegramma di V.E. che Governo francese era favorevole alla comunicazione a Menelik con nota concertata fra tre potenze3 e seppi poi il 28 dicembre che Governo inglese aderiva comunicazione collettiva della firma a Menelik ed era disposto a dare istruzioni suo rappresentante Addis Abeba prendere accordi con colleghi4. Questo ambasciatore di Francia infine fece ripetute premure affinché si entrasse nell’ordine di idee del suo Governo.

254 1 Risponde al D. 253.

2 Non pubblicato. 255 1 Vedi D. 247.

2 TT. 2690 e 2691, non pubblicati. 3 Vedi D. 247, nota 1. 4 T. 3265/243 del 28 dicembre, non pubblicato.

Dopo di ciò diedi istruzioni a r. ministro in Addis Abeba intendersi coi colleghi per formulare termini comunicazione a Menelik da portarsi prima a conoscenza dei rispettivi Governi5; ma essendomi anch’io poste difficoltà a cui accennò codesto direttore affari politici, diedi anche istruzioni a Ciccodicola, come avrà rilevato da mio telegramma 3 corrente6, di accertare che non vi sarebbero state riserve del Negus in caso di eventuale comunicazione firma accordo. Nel dubbio i rappresentanti Addis Abeba avrebbero dovuto chiedere istruzioni.

prego V.E. mettere tutto ciò innanzi a codesto ministro degli affari esteri dichiarando che mi era reso conto grave obiezione per possibili riserve di Menelik, che avevo provveduto ad impedirne conseguenze con istruzioni a Ciccodicola, ma che sono disposto a mettermi d’accordo coi Gabinetti di parigi e Londra allo scopo di dare ad Addis Abeba concordi istruzioni per sospendere comunicazione formale a Menelik limitandosi a tenerne parola con il Negus a titolo di informazione quando se ne presenti l’occasione propizia7.

Comunico questo telegramma alla r. ambasciata a Londra.

253 1 per la risposta vedi D. 254.

256

IL MINISTRO A BELGRADO, GUICCIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. CONFIDENzIALE 24/11. Belgrado, 12 gennaio 1907 (perv. il 19).

Ieri ebbi l’onore di una lunga conversazione con S.M. il Re, durante la quale si venne a parlare dei rapporti attuali fra serbi e bulgari. Egli mi disse deplorare profondamente i dissensi e i sospetti sopravvenuti, perché l’unione è condizione essenziale non solo pel bene ma per la stessa esistenza di due popoli che hanno lo stesso sangue, gli stessi nemici e debbono prefiggersi uno stesso programma. Il maggiore errore, anzi la maggiore colpa di re Milan fu, egli disse, la iniqua guerra del 1885, di cui i ricordi purtroppo sono ancor vivi. Chiunque fosse stato il vincitore o il vinto il danno sarebbe stato eguale, perché il sangue sparso in una guerra fratricida non si deterge facilmente. Egli però afferma che di quanto ora accade la Serbia non ha colpa in quanto che i comitati serbi si sono limitati a procurare armi ai loro fratelli di Macedonia soltanto perché fossero in grado di difendersi. Niente di più. Ma, aggiunse, i nostri comuni nemici soffiano nel fuoco perché divampi e ricorrono a tutte le arti. Tre giorni fa si era fatta correre per Belgrado la voce che a Sofia fosse stata assalita la nostra agenzia, abbattuto lo stemma, maltrattato il nostro rappresentante e si incitava la gioventù alla rivincita contro questa agenzia bulgara.

6 Vedi D. 247, nota 3. 7 Vedi in proposito D. 260.

Un gruppo di macedoni-serbi qui residenti si era già riunito con propositi fieramente ostili, quando fortunatamente si poté sapere nulla esserci di vero di quanto era stato raccontato e tutto si rimise in calma. Risultò poi che nel giorno e nell’ora stessa in cui qui si diceva di offese all’agenzia serba, a Sofia si spargeva voce di offese fatte all’agenzia bulgara di Belgrado.

Il Re mi disse inoltre essere persuaso che in Bulgaria non si desidera romperla colla Serbia, ma certo vi hanno degli agenti provocatori, l’attuale capo del Governo bulgaro è, fin dai tempi di pietroburgo, amico del barone d’Aehrenthal ed il principe è per tradizioni personali di sentimenti austrofili e potrebbe sperare che il Governo di Vienna lo aiutasse a trasformare in realtà i suoi sogni ambiziosi. «Ma vi assicuro», disse «che noi faremo il possibile per mantenere il buon accordo, però, se aggrediti dovremmo difenderci come meglio possiamo».

Gli replicai essere persuaso che la Bulgaria non vuol romperla con la Serbia. Il principe è troppo fine politico per non sapere che si porrebbe in disaccordo con il partito nazionale e che una guerra fra la Serbia e la Bulgaria sarebbe fatale ai due paesi, chi ne trarrebbe profitto sarebbero soltanto i nemici della egemonia jugoslava nei Balcani. È possibile che il principe voglia approfittare della benevolenza del Gabinetto di Vienna per trarne tutto il possibile profitto, ma non fino al punto di compromettere l’avvenire. Egli sa benissimo che, all’indomani di una guerra colla Serbia, sarebbe abbandonato da coloro stessi che al triste passo lo avessero sospinto.

Questo che ho detto al Re è, fino a prova contraria, la mia opinione. Io quindi ritengo che il R. Governo farebbe opera proficua di pace fra i popoli balcanici, dando a Sofia consigli di prudenza e cercando persuadere quel Governo che esso non ha veramente nulla da temere dalla Serbia.

255 5 Vedi D. 244.

257

L’AMBASCIATORE A BERLINO, pANSA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 60/18. Berlino, 13 gennaio 1907 (perv. il 17).

Ieri ho avuto l’onore di presentare a S.M. l’imperatore Guglielmo la lettera sovrana che mi accreditava presso di lui nella qualità di ambasciatore d’Italia. L’Imperatore mi chiese con vivo interesse le notizie del Nostro Augusto Sovrano, fornendomi occasione a presentargli i complimenti dei quali Sua Maestà mi aveva per lui incaricato. Questa prima nostra conversazione limitatasi ad argomenti d’indole personale, non offrì però opportunità a veruna allusione d’ordine politico.

Nella sera stessa venni ricevuto da S.A. il principe di Bülow che mi accolse nel modo il più amichevole e senz’altro si fece a parlarmi dell’Italia e delle nostre relazioni che dovevano, disse, inspirarsi alla più completa reciproca fiducia. Que-

sto condusse naturalmente il mio interlocutore ad alludere alle polemiche prodottesi l’anno scorso in seguito alla Conferenza di Algeciras. Il Governo germanico, disse Sua Altezza, non aveva mai dubitato della leale e corretta condotta dell’Italia, subordinata, come gli risultava, a certi impegni anteriormente assunti; ma il pubblico che non vi era preparato, ne aveva riportato una impressione come di «disinganno cagionato dall’abbandono di persona cara», impressione resa per esso tanto più sensibile perché feriva quell’affetto ereditario che per ragione di antica coltura attrae ogni tedesco verso il nostro paese. Indi le manifestazioni non sempre ragionate della stampa che aveva, per esempio, fatto gran caso di un voto accidentale dato dal rappresentante italiano sovra un punto di semplice procedura, privo di intrinseca importanza.

Sua Altezza però riteneva che il contegno dei due Governi e in ispecie i recenti discorsi pronunciati da V.E. e da lui stesso nei rispettivi parlamenti, erano riusciti a combattere quelle impressioni le quali infatti già si andavano dissipando in Germania ed egli perciò confidava che presto sarebbe del tutto scomparsa quella «nube passeggera».

A proposito della mia venuta da Londra, il Cancelliere mi intrattenne poi distesamente delle relazioni anglo-tedesche, delle quali egli disse ben comprendere che l’Italia dovesse preoccuparsi «piú ancora che di quelle tra la Germania e la Francia». Egli aggiunse aver ricevuto informazioni dal conte Wolff Metternich dell’attitudine amichevole e del linguaggio conciliante che, nei limiti imposti dalla discrezione, io avevo tenuto colà, durante il periodo più inquietante di quelle relazioni. Sua Altezza però asserì che tutto ciò era derivato in gran parte da una serie di rincrescevoli malintesi verificatisi di qua e di là della Manica. Molto francamente egli alluse, per la parte concernente la Germania, agli effetti del celebre telegramma imperiale a Kruger, nonché al proprio discorso del 1899 («ce malheureux discours») col quale per riguardo ai sentimenti eccitati nel popolo germanico dalla guerra boera egli aveva dovuto respingere le offerte di amistà contenute in quello pronunciato poco prima da Mr. Chamberlain. Ma egli non aveva, personalmente, mai creduto alle intenzioni aggressive attribuite all’Inghilterra, né ammetteva che alcun uomo serio in quel paese avesse potuto pensare ad un’assurda aggressione tedesca. In realtà, egli disse, non esiste tra le due nazioni veruna questione effettiva di dissidio politico, né si vedeva perché la loro rivalità commerciale e marittima non potesse accompagnarsi con buoni rapporti, analoghi a quelli che in simili condizioni sussistono fra l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Anche per questo riguardo egli constatava un incoraggiante miglioramento nelle disposizioni di spirito della stampa e del pubblico sensato dei due paesi e nulla egli tralascerebbe dal canto suo per raffermare tale disposizione.

Mi rendo ben conto che in codesta conversazione nulla fu detto che non sia già noto a V.E. Ritengo tuttavia doverla così riferire, se non altro come dimostrazione delle intenzioni che inspirarono al principe Bülow quelle dichiarazioni da lui fattemi con spontanea iniziativa. Egli concluse col riconfermarmi i sentimenti della sua sincera amicizia pel nostro paese, invitandomi, ogni qual volta si presentasse un qualche dubbio, a rivolgermi direttamente a lui, «con quella stessa franchezza che gli avevo sempre dimostrato durante i trenta anni della nostra personale amicizia».

258

IL MINISTRO A CETTIGNE, CARLOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 11/4. Cettigne, 13 gennaio 1907 (perv. il 19).

Allorquando il mio egregio predecessore esponeva all’E.V. nei suoi rapporti del passato anno e particolarmente in quello del 6 luglio n. 3111, l’ottima situazione delle imprese italiane al Montenegro egli era certamente ben lontano dal pensare che nel breve spazio di tempo intercorso fra l’11 settembre, data della sua partenza da Cettigne e 1’8 novembre, data dell’apertura della Skupstina, potesse sopravvenire un così grave mutamento nei rapporti di questo Governo e della stessa popolazione coi rappresentanti delle nostre industrie e del nostro capitale.

Egli è che i malumori latenti dovuti in gran parte alle miserrime condizioni economiche del paese ed ai sospetti e all’avversione contro il Ministero Mijusković, si sono rivelati quasi ad un tratto in seno al parlamento, ove hanno trovato per la prima volta libero campo ad uno sfogo tanto più violento quanto più a lungo compresso. Ogni arma d’attacco fu buona e tanto più quella a duplice taglio che poteva colpire in pari tempo il Ministero ed una istituzione impopolare quale il monopolio dei tabacchi.

Che un monopolio sia sempre e ovunque impopolare, massime nei primi tempi del suo funzionamento, è cosa naturale e che si spiega più facilmente che altrove nel Montenegro, circondato com’esso è da regioni nelle quali, di fatto, non si riconoscono né si applicano dritti di regie e colle quali veniva dianzi esercitato un esteso contrabbando; tuttavia, in tempi normali, la deputazione montenegrina avrebbe forse saputo ravvisare anche i numerosi vantaggi recati al paese dal monopolio sia nei riguardi dell’agricoltura che in quelli del commercio e si sarebbe probabilmente limitata a quel tanto di accademia oratoria che fosse bastato all’acquisto della prima aureola di popolarità. Ma si voleva abbattere il Ministero e trar vendetta d’alcuni ministri malevisi e accusati di corruzione. Allorché il Gabinetto rassegnò le proprie dimissioni il 19 novembre la Skupstina non le accettò che alla condizione ch’esso chiarisse e giustificasse la propria gestione e successivamente, nel designare al Sovrano il Ministero Radulović, quell’assemblea significò esplicitamente la sua intenzione di affidare al nuovo Gabinetto la revisione della intera gestione Mijusković e innanzi tutto della convenzione e della contabilità relative al monopolio. Ora, quella gestione si è svolta per lungo tempo sotto il regime che precedette la Costituzione e sembra dubbio che il principe accordi un controllo che si estenda a bilanci ormai chiusi; da ciò un aumento di malumori.

Dalla politica interna a quella internazionale è breve il passo in questo paese e da appiglio parlamentare la questione del monopolio degenerò rapidamente in

argomento di ostili commenti all’opera dell’Italia nel Montenegro; la si accusò di voler qui spadroneggiare; si denunziarono i ministri d’essersi a noi venduti, d’averci venduto il paese. L’eccitazione degli animi si comunicò anche alle sfere inferiori della popolazione e produsse le manifestazioni in parte già note all’E.V., la più dolorosa delle quali è la quasi completa diserzione degli alunni da questa scuola italiana. I falsi apprezzamenti e le sfavorevoli disposizioni a nostro riguardo hanno oramai trovato così ampia diffusione che lo sperare in una pronta resipiscenza dell’opinione pubblica, senza l’intervento di qualche nuovo fatto che valga a tranquillizzarla, sarebbe prova di soverchio ottimismo.

Una simile situazione non può venir fronteggiata per ora, secondo il mio avviso, che contrapponendo una calma dignitosa all’imperversare delle passioni e perseverando in un’opera di paziente persuasione non disgiunta, ben inteso, dalla energica tutela dei nostri diritti. Qualsiasi altra nostra azione in questo momento non condurrebbe ad alcun risultato e verrebbe chi sa come interpretata. L’attuale Gabinetto è composto d’uomini nuovi agli affari, non ha, malgrado tutto, autorità nel paese e non è punto appoggiato dal principe. È opinione generale fra i miei colleghi ch’esso non possa a lungo durare in carica. Ma l’assumere un’attitudine polemica contro un Ministero che è pure la diretta emanazione della Skupstina e continua a goderne le simpatie non mi sembra consigliabile neppure in questo periodo di transizione, non dovendosi perder di vista considerazioni d’ordine superiore e la convenienza di non aggravare maggiormente gli imbarazzi del principe.

Dal canto mio posso dunque assicurare 1’E.V. che mi dedicherò col massimo impegno e con la più assidua cura a dissipare le prevenzioni e a far rinascere la fiducia verso di noi, senza provocare ma senza perdere alcuna occasione a quest’uopo propizia. È però certo che l’opera mia sarebbe di molto agevolata qualora la questione del monopolio, così sfruttata a nostro danno, cessasse di fornire pretesto alle ingiustificate insinuazioni. Stimo quindi opportuno ed urgente che quella benemerita nostra compagnia definisca nel modo che ritiene migliore la sua vertenza con questo Governo. La Skupstina si riaprirà verso la fine del corrente mese, il 29, a quanto sembra. Se prima di quella data qualche passo verso un amichevole componimento venisse compiuto, la campagna che l’opposizione si propone di condurre contro le imprese italiane in occasione della prossima discussione dei bilanci perderebbe certamente d’intensità e forse disarmerebbe addirittura il malcontento. Io ignoro però quali siano in proposito le intenzioni della compagnia del monopolio mentre per potermi attivamente adoperare nel suo e comune interesse mi sarebbe indispensabile il suo attuale modo di vedere al riguardo.

Se il principe Nicola, pur avendone avuto a parecchie riprese l’opportunità, non mi ha fatto la benché menoma allusione alle imprese italiane nel Montenegro, ciò proviene, a mio credere, non tanto da un suo risentimento per la vertenza esistente quanto dal desiderio che le prime aperture per appianarla sian fatte da noi. Ma non essendo io menomamente autorizzato ad assumere iniziative di tal genere, siccome risulta da quanto precede, questo ambiguo stato di cose potrebbe prolungarsi con evidente pregiudizio della nostra situazione sul principato.

258 1 Non pubblicato.

259

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 89/321. Londra, 15 gennaio 1907.

La conferenza ed il soggiorno di S.A.R. il Duca degli Abruzzi, tanto per l’impressione prodotta da lui e dall’opera sua, quanto per l’eccezionale manifestazione di deferenza del re Edoardo a lui, e, prendendo occasione da lui, al Re Nostro ed al nostro paese, sono riusciti di grande utilità al prestigio dell’Italia ed hanno accresciuto sensibilmente la considerazione di cui l’Italia gode in questo paese.

Tale apprezzamento non è esclusivamente mio, ma di tutti, italiani, inglesi e stranieri, e, se in parte è dovuto alle impressioni del momento, in parte non piccola, al contrario, è destinato a sopravvivere ed a riuscire fecondo, se le circostanze saranno favorevoli, e se l’opera nostra sarà diligente ed attiva.

Forse, pei rapporti nostri con altre potenze, sarebbe stato preferibile che S.M. il Re Edoardo non avesse detto la parola alleati, che l’eletto e numeroso uditorio applaudì entusiasticamente, ma, nei rapporti nostri coll’Inghilterra, la venuta del duca corona una serie di fatti recenti, taluni dei quali in se stessi e separatamente considerati, forse piccoli, ma in complesso tali da dare all’amicizia anglo-italiana un carattere sempre più conforme al nostro amor proprio nazionale e ai desideri ed interessi nostri.

prima ancora della conferenza, e anzi prima dell’arrivo del duca, la stampa cominciò ad occuparsene con benevolenza, come appare dagli uniti estratti di giornale, e S.M. il Re Edoardo inviò all’ambasciata, nelle ore pomeridiane di giovedì 10 corrente, lord Colebrooke, lord in waiting, a recare il suo saluto al duca, che credeva già arrivato. Si convenne che sarebbe tornato l’indomani, e così avvenne.

Sua Altezza Reale è giunto appunto la sera del 10, alle 10,45, ed è stato mio ospite all’ambasciata.

Venerdì 11, alle ore 1,45, Sua Altezza Reale è stato ricevuto dal Re, e poi è stato dal Sovrano trattenuto a colazione insieme al conte de Bosdari, al tenente di vascello Winspeare ed a me. Assistevano alla colazione sir George Goldie, presidente della Royal Geographical Society, ed alcuni alti funzionari di Corte.

S.M. il Re, durante e dopo la colazione, è stato di una gentilezza espansiva e cordiale veramente singolare, mostrando il più grande interesse al felice successo della conferenza, e, dando, con affettuosa maniera paterna, e con consumata esperienza di valente oratore, saggi consigli a Sua Altezza Reale sul modo di leggere, di pronunziare e di porgere.

Sua Maestà ha tenuto a dirmi che S.A.R. il principe di Galles è venuto apposta a Londra.

Tanto il Re, quanto il principe di Galles, sono venuti nel corso del giorno a far visita a Sua Altezza Reale, ma solo il principe di Galles lo ha trovato in casa.

La stessa sera del venerdì 11 io ho dato un pranzo, che, per desiderio del duca, è stato di pochi coperti. Erano tra gli invitati il capitano Scott, esploratore del polo

antartico e sir Ernest Cassel, amico personale del Re, che ha molto gradito questo invito e spontaneamente mi ha detto che cercherà di farmi fare più stretta conoscenza personale col re Edoardo.

La mattina del 12 colazione offerta da me coll’intervento dei maggiorenti della colonia italiana, tra cui Marconi, de Martino e Tosti.

La sera del 12 alle sette ha avuto luogo il banchetto del Geographical Club al Ritz Hotel. presiedeva sir G. Goldie, e aveva alla destra il duca degli Abruzzi ed alla sinistra il principe di Galles, che aveva ceduto il suo diritto di precedenza.

Io gli era accanto, ed ebbi con lui una animata e sovente scherzosa conversazione sui più svariati argomenti. Il principe di Galles ha molta giovialità ed è molto simpatico, contrariamente a quel che alcuni credono, assai intelligente e preparato all’altissimo ufficio. Sua Maestà lo tiene al corrente degli affari, ed egli li studia con amore e con criterio.

Riferisco confidenzialmente a V.E. che, tra l’altre cose, mi disse che sente molta amicizia pel nostro Re, e gli vuol bene come a un parente, sebbene non lo sia. «When I see him, I feel as if we were relatives». Aggiunse che ha alta stima dell’ingegno, delle doti e del carattere, e della serietà del Nostro Sovrano. «He detests humbug, and so do I; I cannot bear humbug, and those who are fend of it». Non è il caso di esaminare se Sua Altezza Reale parlasse in termini generali e alludesse in cuor suo a persona determinata.

Dopo pranzo, ci siamo recati al Queen’s Hall a ricevere Sua Maestà. Sul palcoscenico, al tavolo d’onore, vi erano quattro sole sedie, pel Re, pel principe di Galles, per il duca degli Abruzzi e per me.

Il fatto che il Re sia intervenuto e abbia parlato, è un onoranza eccezionale, che qui ha sorpreso e colpito tutti. L’impressione, come ho già detto, a favore del prestigio dell’Italia, è stata enorme, e perciò ho telegrafato proponendo di pregare S.M. il Nostro Re d’esaminare se credeva opportuno di telegrafargli i suoi ringraziamenti.

Re Edoardo è stato l’ultima volta, nel 1898, da principe di Galles, ad un’adunanza della Società Geografica, ma in tutta la lunga e gloriosa storia della benemerita associazione è questa la prima volta che vi interviene il Sovrano. Ora, chi sappia quale sia la religione dei precedenti in Inghilterra, può ben valutare quanto importante sia la prova di deferenza che il Re ha voluto dare alla nostra dinastia ed al nostro paese.

Il Re ed i principi furono accolti, all’ingresso, da caldi ed unanimi applausi. Lo spettacolo era imponente: v’erano circa 2500 spettatori, non un posto era vuoto, fino nelle più alte file del loggione scintillano le gioje e le decorazioni. Sua Maestà ed il principe di Galles portavano l’ordine dell’Annunziata e quello della Giarrettiera. Il Duca quelli dell’Annunziata e di Victoria.

Il Duca lesse, con voce chiara e buona pronunzia inglese la sua conferenza: il suo successo fu grandioso; se altri la avesse letta in sua vece, l’effetto sarebbe stato sciupato.

Il pubblico l’interruppe con frequenti applausi, che scoppiarono caldissimi e prolungati alla fine, applausi che rispondevano al profondo sentimento di questo popolo, ammiratore soprattutto dell’energia indomita e del forte valore. Fu un vero e grande trionfo italiano.

Calmatosi alquanto lo scroscio degli applausi, sorse il Re, e, con lui, di nuovo plaudente, il pubblico tutto.

Edoardo VII è un vero, abile, oratore, esperto nel gesto suggestivo e nella modulazione della voce. Egli parlò con intonazione paterna ed affettuosa verso il duca, deferente ed amichevole verso la dinastia di Savoia. La parola allies fu da lui alquanto sottolineata, e dal pubblico caldamente applaudita. Annetto il testo del discorso reale e della risposta di S.A.R. il Duca degli Abruzzi2, nella quale avevamo preparato alcune varianti da scegliere secondo ciò che avrebbe detto il Re.

Domenica 13 corrente Sua Altezza Reale a mezzodì si è recato a Buckingham palace a prendere commiato dal Re e a ringraziarlo delle cortesie ricevute.

All’1,30 ha avuto luogo la colazione da me offerta al principe di Galles, che gentilmente ritardò apposta il suo ritorno a Sandringham. V’intervenne la presidenza della Società Geografica.

Dopo la colazione il principe di Galles si trattenne fin all’ora in cui sapeva che il duca doveva ricevere i maggiorenti della colonia italiana, e fu sempre cordialissimo, espressivo brillante causeur.

Alle ore 4 pm. il Duca ha ricevuto i maggiorenti della colonia italiana, nonché i presidenti delle associazioni operaie ed altre, ed ebbe per tutti una parola opportuna e cortese.

S.M. la Regina Alexandra è assente, ma ha diretto a Sua Altezza Reale un gentilissimo telegramma. I commenti dei giornali alla conferenza sono stati tutti quali potevamo desiderarli; ne annetto alcuni.

Lunedì 14 Sua Altezza Reale, dopo la colazione, alla quale ha partecipato anche il Freshfield, è partito col treno delle 2.20 da Charing Cross, in forma privata.

La polizia inglese ha fatto un servizio di vigilanza assidua, zelante e cortese. La Royal Geographical Society ha dato il nome di Luigi di Savoia al Monte

Thomson. Ciò è giusto: il Thomson ha altre glorie, ma non ha neanche veduto il Ruwenzori, e d’altronde resta il suo nome ad un ghiacciajo.

Riassumendo, è stato per l’Italia un lieto ed onorevole avvenimento, e, se la contemporanea assenza e la vita nomade pei castelli d’Inghilterra e di Scozia e d’Irlanda di tutti coloro coi quali si dovevano prendere accordi, mi ha costato fatica, se gli sforzi per superare alcune difficoltà per l’intervento del Re Edoardo o l’incertezza del risultato mi hanno procurato qualche ora agitata, tutto ciò non fa che rendere oggi più viva la mia gioia patriottica per la grande soddisfazione morale che è stata data alla dinastia ed all’Italia, e di cui il merito spetta soprattutto alle forti virtù del Duca degli Abruzzi ed alla cordialità intelligente di Edoardo VII.

P.S.: Facendo seguito al mio telegramma del 13 n. 123, le annetto una lettera del corrispondente del Giornale d’Italia4, la qual conferma come niuna indiscrezione sia stata commessa dalle persone presenti al lunch offerto dal re Edoardo.

3 T. 114/12, non pubblicato. 4 Non pubblicata.

259 1 Dall’archivio dell’ambasciata a Londra.

259 2 Non si pubblicano.

260

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. 1221. Roma, 16 gennaio 1907, ore 17,15.

Avendo la S.V. e i suoi colleghi già informato Menelik della firma dell’accordo, non è più il caso di fare altra notificazione.

Ho telegrafato in questo senso ai rr. ambasciatori a Londra e a parigi2.

261

IL MINISTRO A BUENOS AIRES, MACCHI DI CELLERE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. pERSONALE. Buenos Aires, 17 gennaio 19071.

Nell’odierno ricevimento ebdomadario questo sig. ministro degli affari esteri, accennando di sua iniziativa alla prossima Conferenza internazionale dell’Aja, mi confermava che il Governo argentino, lieto di potervi intervenire, si apprestava a farvisi degnamente rappresentare. Ma non era soltanto per dirmi questo che il dott. zeballos entrava a discorrere del presente argomento. premeva sopratutto a lui, siccome ebbe a dichiararmi, ch’io fossi al corrente dei passi che il sig. Moreno era stato, già da tempo, invitato a fare presso la E.V. per manifestarle un duplice vivissimo desiderio del Governo della Repubblica, e cioè che, in vista della circostanza che alla Conferenza interverranno, per la prima volta, le potenze sud-americane, sia ad esse deferita una delle vicepresidenze del Congresso; e che siffatta carica venga di preferenza accordata al rappresentante della Repubblica Argentina. Informandomi di ciò, egli mi rivolgeva calda preghiera di interpretare, a mia volta, presso V.E. l’importanza che questo Governo annette alla soddisfazione degli enunciati desideri, e la fiducia che, al riguardo esso ama riporre nel benevolo appoggio del Governo italiano. Uguale appoggio il dott. zeballos aveva invocato da altri Governi europei. Germania e Francia si erano già mostrati propensi ad accordarlo, mentre la Spagna, adducendo che l’argomento era, quanto meno, prematuro, aveva eluso di vincolare la propria libertà di voto. Del che si mostrava questo sig. ministro amareggiato e sorpreso, come di atto meno che cordiale da parte di un Governo che mantiene qui apparenti relazioni di stretta amicizia.

Ho dichiarato al dott. zeballos che non avrei omesso di farmi presso V.E. eco fedele delle sue parole, sebbene ritenessi che il sig. Moreno avrebbe, dal canto suo, interpretato già con efficacia le aspirazioni argentine.

2 Vedi D. 255.

È ovvio che la maggiore preoccupazione di questo Governo in siffatta materia, deriva dal timore di rimanere ancora una volta secondo di fronte al Governo brasiliano. Recenti parziali successi riportati da quella diplomazia in competizione colla diplomazia argentina, quali la nomina, da parte della Santa Sede, di un cardinale brasiliano, l’elevazione ad ambasciata della legazione del Brasile in Washington e la scelta di Rio Janeiro a sede dell’ultimo Congresso panamericano, hanno ridestato in sommo grado la suscettibilità di questi uomini di Governo ed acuito, fra i due paesi, la lotta che combattono per la rispettiva supremazia del continente sud americano. Un nuovo successo che, nel terreno internazionale, riportasse il Brasile a breve distanza di tempo, potrebbe consacrare in modo, per ora almeno, definitivo un supposto riconoscimento, a suo favore, di cotale supremazia. La E.V. giudicherà nell’alta sua saviezza se in presenza dei diversi rapporti che intercedono fra l’Italia e le due Repubbliche, non convenga a noi di contribuire efficacemente a che ció non avvenga. Di certo, il concorso amichevole che l’Italia prestasse, anche in questa circostanza, al Governo argentino non cadrebbe nel vuoto. E a questo riguardo altresì mi sarebbe grato di poter fornire al dottor zeballos, in nome della E.V., l’assicurazione ch’egli invoca intorno ai favorevoli intendimenti del Governo italiano.

260 1 Trasmesso via Asmara.

261 1 Copia priva dell’indicazione della data di arrivo.

262

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

T. 163. Roma, 20 gennaio 1907, ore 19,10.

Ricevuti rapporti 14 dicembre e 9 gennaio1, e telegrammi 82 e 19 gennaio3. per portare giudizio su azioni Governo Asmara, e per soluzione incidente Noggara, bisogna tener presente questione principio. Noggara è territorio etiopico e quindi sotto guarentigia statu quo integrità Etiopia riconosciuta da Italia, Francia ed Inghilterra con accordo Londra 13 dicembre.

Noggara, però, trovavasi di fronte Inghilterra, già prima del detto accordo, in esclusiva sfera influenza Italia, secondo protocollo 1891, e, dopo firma detto accordo, trovasi inoltre, come hinterland dell’Eritrea, in esclusiva sfera interessi Eritrea di fronte Inghilterra e Francia che hanno ciò riconosciuto e guarentito in articolo 4 detto accordo. Questa situazione è sufficiente per sé stessa a giustificazione nostra azione politico-commerciale presente e futura in territorio Noggara pur rispettando scrupolosamente statu quo. Ciò premesso, venendo all’incidente le dirò che lettura suo rapporto 14 dicembre scorso n. 554, giunto qui 19 dicembre, non mutò conclusioni mio

2 Con T. 65/7 di San Giuliano richiedeva ulteriori elementi circa incidente Noggara prima di

fare passi presso il Governo britannico. 3 Con T. 166/20 di San Giuliano proponeva di richiedere una nuova inchiesta alla quale parte-

cipassero ugualmente funzionari italiani e inglesi.

dispaccio 3 gennaio n. 154, i cui annessi forniscono elementi circa azione Governo Asmara per reintegrazione capi Noggara. Come risulta da mio dispaccio 14 luglio scorso4. Mudir Cassala pregò Governo Asmara fare inchiesta per accertare se capi Noggara avessero ricettati schiavi, bestiame, razzia compiuta Aba Galad in territorio sudanese.

Inchiesta con ogni cura condotta da nostro residente Gasce da cui risultò nessuna complicità capi Noggara, fu comunicata al mudir Cassala che ringraziò. Malgrado ciò, non tenendo nessun conto della inchiesta, mudir Cassala, dopo aver ottenuto risarcimento danni, restituzione schiavi, e disarmo territorio compreso Noggara, costrinse governatore Volcait a relegare i capi Noggara, nostri amici, e sostituirli con altri da mudir indicati. In vista dei risultati della inchiesta e dell’azione scorretta del mudir, l’on. Martini che trovavasi allora a Addis Abeba, portò la cosa avanti a Menelik per la reintegrazione dei capi, e, d’accordo con Menelik fu mandato per la seconda volta nostro residente Noggara per cercare di regolare la cosa. Governo inglese non ha quindi assolutamente ragione di lagnarsi di ciò che esso chiama nostro tentativo di reintegrare capi Noggara senza previe trattative con Inghilterra, ma siamo piuttosto noi che dobbiamo lagnarci dell’azione Governo sudanese che ha non tentato, ma compiuto destituzione dei capi all’infuori qualsiasi trattativa con Italia.

Sarebbe stato desiderabile che fin dal primo momento del dissidio, questione fosse stata portata ai rispettivi Governi, ma essendo ciò solamente ora avvenuto, è ora il caso di trattare amichevolmente soluzione in base accordo di Londra 13 dicembre. Governo del Re, appena avocata a sé la questione, ha dato prova sentimenti conciliativi col far rientrare nostro inviato in Colonia e col dare istruzioni a Addis Abeba nel senso del mio dispaccio del 3 gennaio. Governo inglese dovrebbe con lo stesso animo dare istruzioni per agevolare soluzione da noi desiderata. Inchiesta mista potrebbe farsi dopo che capi fossero reintegrati e ristabilito statu quo ante.

Dopo quanto ho esposto mie istruzioni 3 gennaio rispondono alla speciale nostra situazione di diritto e di fatto.

262 1 Non pubblicati.

263

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A pARIGI, TORNIELLI

DISp. 3600/98. Roma, 21 gennaio 1907.

Ho letto il suo rapporto del 29 dicembre n. 14481. Il Governo del Re è anch’esso d’opinione che, per ragioni d’ordine politico,

converrebbe che le tre potenze firmatarie dell’accordo del 13 dicembre prendessero un provvedimento simultaneo e concorde a riguardo dei rispettivi rappresentanti, sostituendoli.

263 1 Non pubblicato.

Scrivo al r. ambasciatore a Londra, e se il Governo inglese sarà dello stesso nostro avviso, si potranno attuare simultaneamente quelle disposizioni che meglio giovino al raggiungimento degli scopi che abbiamo avuto di mira col recente accordo per l’Etiopia2.

262 4 Non pubblicato.

264

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 195/331. Londra, 22 gennaio 1907, ore 14,30.

Harrington ignorava particolari questione Noggara. Dopo prossima conversazione con me, spera proporre soluzione conciliativa. Egli crede, come inclino credere anche io, che vi siano torti, in buona fede, da parte dei funzionari locali inglesi e italiani. Egli dubita dei rapporti delle autorità sudanesi, che giudica troppo inclinate a credere agli indigeni. Dice non essersi ingerito nella questione di Noggara. Solo Menelik dapprima gli disse che italiani avevano occupato Noggara, e poi che si trattava di un agente commerciale.

265

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

DISp. 4161/75. Roma, 23 gennaio 1907.

Ho ricevuto il rapporto del 18 dicembre u.s. n. 18501 e nel mentre confermo il mio telegramma del 22 dicembre2, dò, per ora, istruzioni generiche al r. ministro in Addis Abeba di mettersi d’accordo coi suoi colleghi di Francia ed Inghilterra circa le rappresentazioni da farsi a Menelik in conformità dell’art. 3° dell’accordo per le armi del 13 dicembre scorso e di comunicare a questo Ministero, prima di fare qualunque passo, quanto fosse tra di loro concordato. E ciò perché è necessario che quelle istru-

264 1 Questo telegramma risponde al T. riservato 155 del 19 gennaio in cui Tittoni elencava le que-

stioni da esaminare con Harrington: l’incidente di Noggara, la giurisdizione degli europei in Etiopia, la successione di Menelik, la concessione Milius, la Banca d’Etiopia e la comunicazione a Menelik per l’accordo sulle armi.

2 Con T. 2765, Tittoni ribadiva la sua disponibilità alla notifica della convenzione sulle armi

alle potenze firmatarie dell’Atto di Bruxelles.

zioni siano formulate d’accordo con le tre potenze nella parte relativa alle misure da prendersi da Menelik per la repressione del traffico delle armi, in base alla proposta fatta da questo Ministero e inviata alla E.V. con dispaccio del 13 novembre s.3 per conoscere se esse fossero accolte da codesto Governo.

In quanto alla comunicazione dell’accordo del 13 dicembre s. alle potenze firmatarie dell’Atto generale di Bruxelles bisogna bene stabilire prima a quale scopo tale comunicazione sarebbe fatta se per notizia, o per dare pubblicità all’accordo, o per avere l’approvazione delle potenze. Secondo il suo rapporto del 21 dicembre n. 3791, questa comunicazione che il Governo britannico propone di fare in una prossima conferenza di revisione dell’Atto generale, avrebbe per scopo di ottenere, sia pure per semplice formalità, l’approvazione delle potenze.

Il Governo francese invece, non sembra abbia una idea sicura sul modus procedendi; poiché, mentre, come risulta dal suo telegramma del 18 dicembre n. 228 s.1 il sig. Cambon espresse il parere di dover notificare a tutte le potenze la convenzione delle armi, senza che si sappia a quale scopo, il conte Tornielli mi riferisce, con recente telegramma, che, secondo l’opinione del Ministero francese degli affari esteri, sarebbe sufficiente fare la pubblicità da darsi all’accordo la comunicazione di essa al Bureau Spécial di Bruxelles in conformità all’art. 82 dell’Atto generale. Si tratterebbe quindi di una comunicazione a titolo d’informazione.

Io non credo che sia opportuno di comunicare l’accordo alle potenze per averne l’approvazione, sia pure per pura formalità, poiché questa approvazione non è necessaria, riferendosi quell’accordo all’esercizio dei diritti, giurisdizionali che ciascuno stato ha nelle acque territoriali, diritti giurisdizionali che sono stati espressamente riservati nell’art. 42 dell’Atto generale di Bruxelles che si riferisce unicamente al mare libero.

Siccome, però, quell’accordo può considerarsi come provvedimento preso dalle tre potenze in conformità delle disposizioni dell’art. 10 dell’Atto generale, che contempla le misure che ciascuna delle potenze firmatarie deve prendere per conto suo e sul suo territorio, per la repressione del contrabbando delle armi, così credo che quell’accordo possa essere comunicato, a termini dell’art. 82 del detto atto generale al Bureau spécial di Bruxelles, affinché tutte le potenze ne abbiano notizia.

prego V.E. di far conoscere queste mie idee a sir Ed. Grey; ma su questo punto, come sul tenore da darsi ai rappresentanti in Addis Abeba a termini dell’art. 3 dell’accordo, sarebbe desiderabile intervenisse costà un’intesa fra la E.V., sir Ed. Grey e 1’ambasciatore di Francia, intesa da sottoporsi poi all’approvazione dei rispettivi Governi per il seguito da darsi.

263 2 per il seguito vedi D. 286.

265 1 Non pubblicato.

265 3 Disp. 502, non pubblicato.

266

IL REGGENTE LA LEGAzIONE A L’AJA, ANCILOTTO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 50/25. L’Aja, 23 gennaio 1907 (perv. il 27).

Al ricevimento odierno del Corpo diplomatico, ho chiesto a questo ministro degli affari esteri notizia sulla prossima Conferenza della pace, non potendosi accogliere che con grande riserva le voci, più o meno contraddittorie e fantastiche, che circolano, da qualche tempo, anche qui in proposito.

Il sig. von Tets mi disse che il sig. Martens, delegato russo era già partito da pietroburgo, accompagnato da un segretario, il sig. de Moldeg, per fare il giro delle varie capitali, incominciando da Berlino allo scopo di concretare il programma della detta Conferenza e di fissarne la data. Essa, egli aggiunse, non potrebbe aver luogo che dopo due mesi almeno dall’invio dell’invito alle potenze per dar tempo ai delegati di arrivare all’Aja. Vi sarebbe pertanto un ritardo sull’epoca diggià preventivata.

Si è detto, in questi giorni, che la neutralità dei paesi Bassi avrebbe formato oggetto di discussione nella prossima Conferenza; ciò anche in seguito a dichiarazioni, forse imponderate, fatte dal ministro olandese a Vienna ad un redat-tore della Neue Freie Presse. Il sig. von Tets mi dichiarò che una simile questione mai sarebbe posta sul tappeto.

Quanto alle pretese dimande della S. Sede per essere ammessa ora alla Conferenza, il ministro ebbe ad assicurarmi che non gli constava assolutamente ch’esse avessero mai avuto luogo.

In giornata, ho avuto occasione di vedere il ministro di Russia, di solito bene informato, a parte la sua situazione privilegiata. Il sig. Tcharikov mi confermò le informazioni datemi dal sig. von Tets aggiungendo che l’itinerario del viaggio del sig. Martens sarebbe Berlino, parigi, l’Aja, Londra, Roma e Vienna.

Circa il programma, a parte quanto fu comunicato ed accettato dai varî Stati, vi potrebbe essere la questione della adozione degli armamenti proposta dagli Stati Uniti d’America e dall’Inghilterra, il cui Governo liberale ha, fra altro, interesse a dare, con ciò, soddisfazione alle aspirazioni del suo partito.

Vi ha ancora la proposta degli Stati dell’America del Sud appoggiata dagli Stati Uniti (teoria dell’argentino Drago) di deferire le controversie in caso di contratti fra Governo e sudditi esteri alla Corte arbitrale escludendo di ricorrere alla forza armata.

Secondo il Tcharikov, è probabile che tutto ciò possa entrare nel programma della Conferenza del 1907.

Mi riservo di ragguagliare ulteriormente l’E.V. su quanto mi verrà dato di capire in argomento.

267

IL MINISTRO A CETTIGNE, CARLOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 23/11. Cettigne, 23 gennaio 1907 (perv. il 27).

Sin dalla prima volta in cui ebbi l’onore d’esser ricevuto dal principe Nicola mi fu facile di rilevare come la questione di cui Sua Altezza Reale si intratteneva più volentieri e che evidentemente gli stava molto a cuore fosse quella dell’avvenire di Antivari e dell’allacciamento di quel porto colla rete delle ferrovie orientali. In tutte le altre successive occasioni egli è ritornato sullo stesso argomento e da ultimo mi ha vivamente interessato a raccomandarlo alla benevola attenzione di V.E. Inviatomi dal principe è poi venuto da me a due riprese il sig. Andrea Radovich, ex ministro delle finanze, e mi ha esposto più diffusamente le vedute di Sua Altezza Reale a tale riguardo.

Dei capitalisti austriaci, a quanto mi disse il sig. Radovich starebbero adoperandosi presso la Sublime porta per ottenere la concessione di una ferrovia MitrovizzaScutari-San Giovanni di Medua ed almeno, in caso di rifiuto, Scutari-San Giovanni. Oltre a ciò un consorzio franco-italiano farebbe pratiche a Costantinopoli e a Belgrado per avere la concessione di una linea che partendo da Nisc e passando per pristina e priszen farebbe capo a San Giovanni. Qualora l’uno o l’altro di tali progetti potesse realizzarsi, osservava il mio interlocutore, ne risulterebbe per Antivari un irreparabile danno, non meno sensibile pel Montenegro che per l’Italia, inquantoché si precluderebbe ogni possibilità di sviluppo all’impresa italiana in quel porto e si taglierebbe fuori il Montenegro dalle comunicazioni dell’interno. Sarebbe perciò urgente di concretare i piani già da lungo tempo vagheggiati di una ferrovia congiungente il Montenegro col retroterra balcanico e di prevenire così il verificarsi di quelle temute eventualità.

Detta ferrovia partendo da Antivari dovrebbe passare per podgorizza, Nicsic e Andrievizza, di là per Berane, Rozaje e Mitrovizza, su territorio turco, raggiungere la frontiera serba presso Cursciumle e quindi spingersi a Nisc, un percorso di circa 400 chilometri con una spesa di circa 120 milioni di franchi. Nisc poi, siccome il Governo serbo ne ha già l’intenzione, verrebbe riannodata direttamente alle ferrovie rumene e quindi al Mar Nero. Le immense e ricche provincie della Russia inferiore, la Rumenia, la Bulgaria e la Serbia verrebbero poste per tal modo in diretta comunicazione dell’Occidente e l’Adriatico assumendo in buona parte la funzione commerciale attualmente esercitata dall’Austria-Ungheria e dalla Germania mediante le linee esistenti dirette da Nord a Sud, ridiventerebbe il centro degli scambi con l’Oriente per mezzo della nuova linea diretta da Ovest ad Est. Questa via equilibrando in parte gli effetti del monopolio ferroviario delle potenze centrali sarebbe infatti a tutto favore del commercio francese, inglese, belga e svizzero con l’Oriente e di quelle italiane, in particolar modo l’apertura del Sempione e la posizione di Venezia predestinando questa città a diventare un porto europeo di primissimo ordine, senza contare gli altri pur cospicui vantaggi cui le industrie della Valle padana e i prodotti agricoli del litorale adriatico verrebber chiamati a godere.

Senonché le due difficoltà principali di quest’impresa essendo le immancabili ritrosie della Sublime porta, appoggiate da altri Governi, ed il costo dell’opera, il sig. Radovich manifestava l’avviso che le pratiche da esperirsi a Costantinopoli venissero fatte parallelamente da tutte le potenze interessate e in prima linea dall’Inghilterra e che i capitali necessari all’opera venissero raccolti nei vari Stati in guisa che le rispettive quote risultassero relativamente poco elevate.

Col rendere internazionale il consorzio si potrebbero affrontare con maggiore speranza di successo le difficoltà inerenti al progetto e in ogni modo si potrebbe neutralizzare l’opposta azione dei capitalisti austriaci, mentre quella del presunto consorzio franco-italiano si troverebbe ad essere naturalmente associata all’iniziativa delle altre potenze e con essa si fonderebbe.

Lo spostamento del porto da San Giovanni ad Antivari avrebbe infatti numerosi vantaggi di cui tutte le potenze avrebbero interesse a prevalersi. I principali fra essi sarebbero:

1) di eliminare le obiezioni d’indole strategica che la Sublime porta ha sempre sollevato per le comunicazioni fra Scutari e il mare;

2) di evitare continui lavori di dragaggio che il porto di San Giovanni richiederebbe a cagione degli insabbiamenti predetti dalla Boiana e dal Drin;

3) di offrire una plaga incomparabilmente più sana; 4) di offrire nell’ampia pianura di Antivari la sicurezza indispensabile ai deposi-

ti delle merci, al pascolo del bestiame in transito, ecc., sicurezza che manca nella deserta regione di San Giovanni;

5) e soprattutto di agevolare immensamente il commercio grazie alla costituzione di Antivari a punto franco per lo spazio di almeno quindici anni.

Oltre a questi vantaggi l’Italia avrebbe poi quello particolare derivante dal fatto che il porto di Antivari è nelle mani di un’impresa italiana.

Secondo il pensiero di Sua Altezza Reale e del sig. Radovich, l’Italia avrebbe il maggiore profitto da una combinazione che assicurandole di fatto la prima posizione economica, la lascerebbe apparentemente in seconda linea durante il negoziato evitandole così nei limiti del possibile sospetti e sgradevoli competizioni da parte d’altri Stati. In vista di ciò e nell’interesse stesso dell’impresa il principe si proporrebbe pertanto d’invitare a Cettigne l’incaricato d’affari britannico sig. de Graz, attualmente a Roma, e di tenergli parola della questione perché ne riferisca al proprio Governo e faccia poi conoscere il pensiero e le disposizioni di esso a tal riguardo. Eguali aperture Sua Altezza Reale intenderebbe di fare ai ministri di Francia e di Russia non appena siano qui di ritorno nel mese entrante e desidererebbe vivamente che V.E. accordasse il proprio interessamento nel modo che le circostanze dimostreranno più opportuno alle pratiche che egli si dispone ad intraprendere prestando loro sia pure indirettamente il di lei indispensabile appoggio.

Sebbene le difficoltà che si connettono all’impresa vagheggiata dal principe Nicola siano e per mole e per numero superiori a quanto Sua Altezza Reale mi è sembrato supporre, essa ha tuttavia troppo grande importanza per gli interessi italiani per non meritare il più serio esame da parte nostra. L’avvenire dei nostri commerci con l’Oriente è senza dubbio collegato alla creazione di linee trasversali balcaniche che congiungano il Mar Nero e l’Egeo all’Adriatico, Costanza con Antivari, Salonicco

con Durazzo e se considerazioni d’opportunità politica, che non è qui il caso di enumerare, ci impongono di procedere con paziente cautela e con somma delicatezza verso il compimento di quelle alte mete, ciò non può impedire che esse ci sien sempre presenti e che ogni passo fatto da altri cointeressati per raggiungerle sia da noi considerato con simpatia.

Ho perciò risposto al sig. Radovich che non mi sfuggiva l’alto valore dei piani di Sua Altezza Reale dei quali non avrei mancato di dare comunicazione all’E.V. raccomandandoli alla sua più viva attenzione, che però mi sembrava fin d’ora necessario per un pratico apprezzamento della questione il saper previamente qual fosse in merito il pensiero dei Governi che Sua Altezza Reale si disponeva a presentire e che, giusta le sue saggie vedute avrebbero dovuto prendere l’iniziativa dei negoziati, come pure il verificare se effettivamente fossero in corso a Costantinopoli le trattative da lui accennatemi.

Nell’informare l’E.V. di quanto precede mi permetto rivolgermi alla sua cortesia per pregarla di volermi far conoscere per norma del mio linguaggio se dovrò limitarmi anche nell’avvenire ai termini vaghi e dilatorii da me adoperati in quest’occasione o se potrò dare affidamento a Sua Altezza Reale sia pure in forma generica dell’interessamento dell’E.V. alla questione di cui si tratta.

268

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AGLI AMBASCIATORI A BERLINO, pANSA, E A VIENNA, AVARNA

T. 183. Roma, 24 gennaio 1907, ore 11,45.

I Gabinetti di Roma, Londra e parigi sono d’accordo di non comunicare ufficialmente alle potenze la convenzione firmata a Londra il 13 dicembre scorso per l’Etiopia, ma di darne notizia ai rappresentanti esteri, presentandosene l’occasione, e consegnando anche il testo della convenzione se lo richiedessero. L’accordo è stato comunicato ai rispettivi parlamenti. prego V.E. di farmi conoscere se codesto Governo ha nulla da osservare a questo modus procedendi per quanto riguarda la comunicazione dell’accordo1.

tedesca. per la risposta da Vienna vedi D. 289.

268 1 Con T. 250/9 del 30 gennaio, pansa rispose che non vi era nessuna obiezione da parte

269

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL REGGENTE IL GOVERNO DELL’ERITREA, pECORI GIRALDI

T. 190. Roma, 24 gennaio 1907, ore 20,30.

L’on. Ferdinando Martini avendo insistito nelle dimissioni dell’ufficio di r. commissario civile per l’Eritrea, esse sono state accettate con decreto odierno, ma avendo il Governo, d’accordo con l’on. Martini, ritenuto necessario che egli non deponga l’ufficio senza prima risolvere talune questioni d’ordine politico e amministrativo, da lui avviate nella Colonia Eritrea, la decorrenza dell’accettazione è stata fissata al 25 marzo p.v. Con la stessa decorrenza il marchese Giuseppe Salvago Raggi, consigliere di legazione, è stato nominato Governatore civile della Colonia Eritrea.

270

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

DISp. 4415/84. Roma, 24 gennaio 1907.

pregiomi trasmettere all’E.V. copia del rapporto n. 1448 del 22 dicembre del r. ambasciatore a parigi1, in cui il conte Tornielli rileva come la presenza degli alleati ministri delle tre potenze firmatarie dell’accordo del 13 dicembre, in Addis Abeba sia poco desiderabile in momenti in cui dipenderà, principalmente dal perfetto concorde modo di procedere dei rappresentanti delle tre potenze, che gli accordi stipulati fra le medesime abbiano a produrre le conseguenze per le quali essi furono conchiusi.

Il R. Governo è del parere che sia certo più utile per ragioni di politica generale che un provvedimento uniforme sia preso da parte delle tre potenze interessate.

prego pertanto V.E. di farmi conoscere se il Governo britannico sarebbe dello stesso avviso poiché, in caso affermativo, si potrebbero concretare le disposizioni simultanee per quanto riguarda la sostituzione dei singoli rappresentanti in Addis Abeba2.

P.S. Da un discorso confidenziale fattomi da Barrère ho ragione di indurre che già Governi inglese e francese si siano accordati in questo senso.

2 per la risposta vedi D. 274.

270 1 Non pubblicato.

271

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. CONFIDENzIALE 162/51. Londra, 24 gennaio 1907 (perv. i1 30).

Sir John Harrington mi ha detto che, salve le direttive principali, il suo Governo gli lascia una grande latitudine, e che gli accordi, che pur sarebbero necessari col suo collega italiano, gli son resi difficili dal fatto che questi è troppo strettamente legato dalle istruzioni che gli vengono da Roma, dove non si possono conoscere esattamente le condizioni e le esigenze locali. Egli si lagna che, quando egli volle sostenere gli interessi d’Italia cercando impedire che la sfera d’influenza francese si estendesse più ad Ovest di Addis Abeba, il suo collega d’Italia non lo poté sostenere perché aveva istruzioni di non froisser la Francia.

Aggiunge che, se egli dovesse dipendere da lord Cromer, e dal Governo del Sudan, ed anche da Londra, nella stessa misura in cui Ciccodicola dipende dall’Asmara e da Roma si dimetterebbe. Egli in sostanza accusa l’Italia di aspettare tutto dall’azione inglese in suo favore, senza fare nulla per proprio conto.

In caso di spartizione dell’Etiopia, Harrington sosterrebbe che all’Inghilterra dovrebbe esser assicurato il possesso del lago Tsana, o almeno uno stato di cose che garantisse in modo assoluto il deflusso delle sue acque al Nilo. probabilmente egli allude, non soltanto al deflusso attuale, cioè al corso dell’Aba bensì anche ai lavori idraulici contemplati nella celebre relazione Dupuis, annessa a quella di sir William Garstin, nella quale appunto si subordina la loro eventuale esecuzione ad un diverso assetto politico della regione dello Tsana.

Assicurato questo grande interesse britannico, egli lascerebbe all’Italia tutta l’Abissinia settentrionale e centrale, compresa naturalmente Gondar, ed anche buona parte delle regioni a sud della linea del Basilò, ricominciando il territorio inglese all’altezza di Famaka, facendo rimontare il suo confine settentrionale il corso della Didessa sino a circa il 35° meridiano, e di là facendole dare in linea quasi retta nell’Omo.

Egli crede che, in un avvenire più o meno lontano, l’Abissinia si disintegrerà, e si dovrà spartire, ma, in conformità alle istruzioni del suo Governo, egli lavora per differire il più possibile questa eventualità. Crede pure che con tale spartizione l’Eritrea acquisterà valore, mentre, a suo avviso non ne ha alcuno finché dura l’integrità dell’Abissinia. Opina però che il commercio dei paesi a nord della linea Abai-Basilò-Assab, continuerà a venire nell’Eritrea, malgrado gli sforzi del Governo sudanese, ma che sarà sempre poca cosa e almeno che sarà poca cosa finché le potenziali ricchezze del paese non siano sviluppate. Divide poi l’opinione generale che l’Abissinia settentrionale sia la parte men ricca e meno promettente del paese.

Egli dice inoltre di essersi recato in Europa col deliberato proposito di ottenere che i suoi colleghi abbiano istruzioni di andar d’accordo con lui e fra di loro, e che nel caso in cui l’accordo diventi impossibile, si debba riferire ai proprii Governi e non cercare, come ora spesso si fa, di giuocare l’un l’altro. In questo accordo egli intende, giusta il mio telegramma del giorno 22 n. 341, avere la parte preponderante.

272

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. CONFIDENzIALE 229/18. Vienna, 27 gennaio 1907, ore 1,30.

Al pranzo di Corte, che ebbe luogo iersera palazzo imperiale, S.M. l’Imperatore, cui sinistra ero seduto, si compiacque manifestarmi sua viva soddisfazione per gli eccellenti rapporti che esistevano ora tra il R. Governo ed il Governo imperiale e reale, ed espresse speranza fossero per continuare per l’avvenire. Rilevò, quindi, cambiamento che era avvenuto nell’opinione pubblica italiana in favore di quei rapporti ed osservò come esso dovesse attribuirsi in gran parte all’azione del R. Governo ed a quella in particolare esercitata da V.E. a cui riguardo si espresse in termini lusinghieri.

273

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 247/40. Londra, 29 gennaio 1907, ore 21,30.

proposte di Harrington consistono in questo: far eseguire da una commissione, composta in numero uguale di funzionari italiani ed inglesi, nuova inchiesta sulla condotta capi Noggara. Qualora risulti da questa che siano innocenti, ovvero abbiano favorito gli autori delle razzie solo perché intimiditi da forza superiore, il Governo britannico accetterebbe la loro reintegrazione. Grey mi ha detto oggi che prima di accettare questa proposta od altra soluzione, vuole ... (?)1 Governo sudanese. Avendogli io espresso dubbio sulle buone disposizioni di questo, mi ha risposto di non preoccuparmene essendo egli deciso a proporre una soluzione conciliativa e conveniente al prestigio ed agli interessi dell’Italia. Sono convinto che oramai possiamo considerare come assicurata una soluzione soddisfacente quantunque io non creda possibile ottenere la immediata reintegrazione pura e semplice capi Noggara.

273 1 punto interrogativo e nota del decifratore: « (?)vorrà dire consultare ».

271 1 T. 192/34, non pubblicato.

274

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 193/69. Londra, 29 gennaio 1907 (perv. il 6 febbraio).

Rispondo al suo dispaccio del 24 gennaio n. 841. Credo anch’io che sarebbe desiderabile il simultaneo mutamente dei tre ministri

d’Italia, Francia e Gran Bretagna in Addis Abeba. Le non buone relazioni personali, ormai irrimediabili, tra Ciccodicola ed Harrington, rendono questo provvedimento ancor più desiderabile per l’Italia.

Non credo però opportuno che da parte nostra si faccia in questo momento alcun passo in questo senso; e neanche un tentativo indiretto di indagare in proposito il pensiero del Governo britannico, perché molto facilmente Harrington lo saprebbe e ciò muterebbe le attuali sue disposizioni a favorirci in una certa misura. Inoltre non è sicuro il risultato di tali tentativi, ed anche riuscendo, egli sarà probabilmente impiegato in qualche altra parte dell’Africa, dove pure potrà influire pro e contro di noi.

Infatti egli si propone di profittare del suo congedo per un viaggio di diporto nel Sudan e poi nel British East Africa e ciò a me è parso sin dal primo momento connesso con qualche offerta di altra carica. Il sig. Cambon mi ha detto stamane d’avere a nome del suo Governo espresso a sir Edward Grey l’opinione che ad una situazione nuova occorrono agenti nuovi. Sir E. Grey gli ha risposto che in massima consente in questa opinione, e che il solo ostacolo a tradurla in atto è la difficoltà di trovare un’altra destinazione per Harrington.

Se il Governo francese insisterà presso la Gran Bretagna per il contemporaneo mutamento dei tre ministri, noi raggiungeremo il nostro scopo senza alienarci l’animo dell’Harrington, che anzi sarà sempre meno benevolo (e lo è ben poco) verso la Francia. Ed è più facile che il Governo britannico aderisca alle insistenze francesi che alle insistenze italiane. Harrington fino all’altro giorno credeva che tornerà in Abissinia per un altro anno all’incirca.

Aggiungo che in questo momento, come risulta dai miei rapporti e telegrammi di questi giorni, l’Harrington, che ha per me molta simpatia ed ha in me molta fiducia, sentimenti sorti in lui dopo poche ore di conoscenza personale, sta lavorando presso il Foreign Office ed il Colonial Office per cercare di venire ad una soluzione conciliativa dell’incidente di Noggara e delle altre vertenze, e verrà a Roma a continuare le trattative con tali intendimenti. Se dunque in questo momento sapesse che noi lavoriamo contro di lui, è facile indovinare la sua impressione, tanto piú che egli, non è molto inclinato in genere a credere alla lealtà italiana. A torto o a ragione la leggenda d’essere discepoli di Machiavelli ci perseguita sin tra le remote ambe etiopiche, e con nostro danno. Ed anche in queste sfere governative farebbe cattiva impressione, e parrebbe poco leale da parte nostra, se mostrassimo d’agire contro

Harrington dietro le sue spalle, nel momento in cui egli viene ogni giorno all’ambasciata a discutere per due o tre ore, con spirito amichevole, gli affari pendenti, e si prepara a venire a Roma coi medesimi intenti. Harrington desidera che io sia presente ai colloqui che avrà in Roma, il che è assai facile, ma vorrebbe anche che io assistessi a quelli che avrà in parigi, tanto col conte Tornielli, il che è pure facile, quanto col sig. pichon, il che mi pare impossibile. In ogni modo per ora mi pare che a noi convenga il più possibile utilizzare le sue attuali buone disposizioni senza far nulla che rischi di mutarle e di produrre nel Foreign Office l’impressione di doppiezza, tanto più che non influiremmo efficacemente e praticamente sul risultato. piuttosto lasciamo che insista il Governo francese, i cui desideri sono al Foreign Office ascoltati con fin troppa deferenza, e mostriamo piuttosto di accogliere, quando ci verrà fatta, la proposta del simultaneo mutamento dei tre ministri, anziché prenderne l’iniziativa in questo momento.

L’opportunità di questa linea di condotta può mutare da un giorno all’altro, ma per il momento mi pare evidente.

Il sig. Cambon ha avuto una conversazione con Harrington e ne ha avuta, al pari di me, impressione favorevole, cioè d’uno sincero, leale ed energico, vigoroso avversario ed amico sicuro. Tuttavia crede anch’egli, come crediamo tutti, desiderabile che tutti e tre i ministri ad Addis Abeba sian mutati. Ha avuto ora dal suo Governo impressione molto favorevole sul capitano Colli di Felizzano.

274 1 Vedi D. 270.

275

L’AMBASCIATORE A BERLINO, pANSA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATISSIMO 71. Berlino, 30 gennaio 1907, ore 12,50 (perv. ore 14,50).

Tschirschky mi fece iersera seguente comunicazione a titolo confidenziale personale.

Da due fonti diverse, egli disse, gli erano pervenute notizie, secondo le quali il Governo italiano starebbe negoziando coll’Inghilterra certi accordi concernenti il Mar Rosso. La Germania non aveva in quel mare alcun proprio interesse, né intendeva ingerirsi in qualunque affare l’Italia credesse di dover condurre colà. Ma secondo le informazioni predette, formerebbe parte di quel negoziato impegno assunto dall’Italia di sostenere politicamente l’Inghilterra contro la Germania nella questione della ferrovia di Bagdad. Ora quella ferrovia, dichiarò ministro, costituisce interesse germanico di primo ordine, che il Governo imperiale è deciso sostenere in modo assoluto. Egli riteneva quindi dovermi subito comunicare francamente quanto gli era stato riferito, programmandomi di informarne V.E., affinché, se quelle voci

fossero infondate, si eliminasse fra noi ogni causa di malinteso. Nel corso dalla conversazione, il sig. Tschirschky accennò che secondo la citata informazione, il corrispettivo datoci dall’Inghilterra, per il nostro appoggio nell’affare di Bagdad, sarebbe l’offerta di procurarci i mezzi per l’esecuzione di un sodalizio in qualche punto della costa del Mar Rosso.

Codesta comunicazione mi ripeté concludendo il sig. Tschirschky, non era da lui fatta ufficialmente in nome del suo Governo, ma come cosa personale tra noi.

Mi limitai ad osservare che quella notizia, nei termini almeno in cui era esposta, mi sembrava inverosimile, riservandomi del resto di tosto informarne V.E. per quella risposta di cui ella volesse incaricarmi2.

275 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto.

276

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A BERLINO, pANSA

T. RISERVATISSIMO1. Roma, 31 gennaio 1907.

Autorizzo V.E. a dichiarare nel modo più chiaro ed esplicito che la notizia dei negoziati tra l’Inghilterra e l’Italia circa il Mar Rosso è del tutto falsa. Quanto alla ferrovia di Bagdad autorizzo V.E. a dichiarare con uguale chiarezza che mai ha formato oggetto non solo di negoziati, ma nemmeno di scambio d’idee tra Inghilterra ed Italia. Non posso trattenere la mia meraviglia che al Governo germanico siano pervenute informazioni che non hanno ombra di fondamento.

277

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO AD ADDIS ABEBA, CICCODICOLA

T. 2311. Roma, 1° febbraio 1907, ore 15.

On. Martini avendo insistito nelle dimissioni, queste sono state accettate con decreto del 24 gennaio, ma non avranno effetto che il 25 marzo p.v. Egli quindi conserverà fino e quel giorno il suo ufficio di governatore della Eritrea per definire talune questioni importanti da lui avviate, tra le quali quella dell’istituzione delle agenzie commerciali in Etiopia. Succede al Martini nel Governo della Colonia il marchese Salvago Raggi, già agente diplomatico al Cairo, che assumerà il nuovo ufficio il 25 marzo p.v. È inutile aggiunga nulla esser mutato nell’indirizzo politico

276 1 Minuta autografa. Dall’archivio segreto di Gabinetto. Risponde al D. 275. 277 1 Trasmesso via Asmara.

della Colonia. Nel comunicare ciò a Menelik ella può aggiungere che R. Governo si gioverà dell’esperienza dell’on. Martini in tutte le questioni che possono riguardare le relazioni fra i due paesi.

275 2 per la risposta vedi D. 276.

278

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

T. 236. Roma, 1° febbraio 1907, ore 19.

Data la nostra speciale situazione politico-commerciale nella regione di Noggara, per le ragioni già esposte dobbiamo, per mantenere il nostro prestigio oltre confine, insistere per soluzione da noi proposta fino al limite estremo. Se non fosse possibile in modo assoluto ottenere ciò che crediamo giusto ed equo, potremmo accettare proposta Harrington1 purché ci sia fatta incondizionatamente da codesto Governo e per essere immediatamente eseguita2.

279

L’AMBASCIATORE A pARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 935/144. Parigi, 5 febbraio 1907 (perv. l’11).

prima di proporre la data di convocazione della seconda Conferenza dell’Aja, il Gabinetto di pietroburgo ha stimato opportuno d’inviare in missione speciale presso i Governi delle grandi potenze europee ed in Olanda, il sig. de Martens con l’incarico di raccogliere sicure informazioni circa le disposizioni dei medesimi e di assicurare alla Conferenza stessa un esito pratico e soddisfacente.

Fu anticipatamente convenuto che, il sig. de Martens non potendosi recare a Washington, gli Stati Uniti dell’America del Nord avrebbero munito il sig. Charlemagne Tower, loro ambasciatore a Berlino, di istruzioni che lo avrebbero abilitato ad avere con il delegato russo uno scambio di idee ritenuto necessario.

Tale necessità nasceva dal preannunziato proposito del Governo di Washington d’introdurre nel programma della Conferenza le due questioni, della limitazione cioè degli armamenti e della così detta dottrina di Drago.

2 Di San Giuliano rispose (T. 278/42 del 2 febbraio) che riteneva impossibile tentare altro non

essendoci la disponibilità del Governo britannico alla reintegrazione dei capi Noggara ed avendo il Foreign Office fatta ormai propria la proposta Harrington.

Il sig. de Martens è a parigi da tre giorni. Egli viene da Berlino, va a Londra, poi all’Aja. Di là si recherà a Roma dove conta trovarsi verso il 21 febbraio e soggiornare una settimana. Andrà poscia a Vienna e rientrerà in Russia.

Il programma elaborato dal Governo russo e che non sarebbe opera del de Martens, fu comunicato a tutti i Governi e V.E. lo conosce. A Berlino quel programma è sostanzialmente accettato. Quel Governo imperiale vi avrebbe fatto obiezioni né numerose né gravi. Le impressioni del sig. de Martens circa l’atteggiamento della Germania in vista dello svolgimento del programma stesso nella Conferenza sono delle più favorevoli.

per contro non sembra che il sig. de Martens sia stato soddisfatto dello scambio di idee avuto con l’ambasciatore americano. La Russia non ha mai pensato di inibire ai Governi che parteciperanno alla Conferenza l’uso della iniziativa che a ciascuno compete. pare che il sig. Tower si aspettasse di dover sostenere sovra questo punto una discussione che le categoriche dichiarazioni del delegato russo eliminarono invece preliminarmente. Ma questi avrebbe voluto che, nell’interesse della serietà delle deliberazioni da prendersi all’Aja, le proposte americane sortissero dal vago delle espressioni generali e fossero precisate in punti concreti. Ora a ciò il sig. Tower non si trovò preparato; sicché dallo scambio di idee avuto con lui il sig. de Martens non poté ricavare nessun nuovo elemento per prevedere le conseguenze dell’iniziativa che gli Stati Uniti si riservavano sovra i due punti sovra espressi.

per circostanze d’ordine materiale che renderebbero quasi impossibili la convocazione dell’Aja di una riunione che si calcola possa ascendere a circa duecento persone, la data della Conferenza verrà fissata al mese di giugno di quest’anno.

Tutte queste cose ho sapute dallo stesso sig. de Martens che io conosco personalmente da parecchi anni.

Dalla conversazione avuta con lui mi fu facile avvedermi che, pur non pretendendo di restringere il diritto d’iniziativa delle singole potenze ed anzi ammettendolo esplicitamente, il Governo russo preferirebbe che non si introducessero davanti la Conferenza altre questioni che quelle comprese nel programma da lui elaborato. La scappatoia con la quale nella prima conferenza si chiuse la questione del disarmo, non potrebbe ripetersi senza che il credito della grande assemblea internazionale ne abbia a soffrire. Il rinvio della ricerca dei mezzi pratici di arrivare alla riduzione degli armamenti ad una commissione di delegati tecnici militari raggiungerebbe probabilmente lo scopo di dimostrare l’inesistenza di tali mezzi; ma una parte importante dell’opinione pubblica mondiale protesterebbe facilmente contro la risoluzione che l’esito dell’eseguito studio imporrebbe.

Nei voti del Congresso americano di Rio Janeiro i quali costituiscono la dottrina di Drago, è del pari più facile trovare affermazioni non precisate che i termini pratici per istabilire le basi di normali rapporti internazionali fra stati indipendenti legati da relazioni finanziarie e commerciali già esistenti.

Il sig. de Martens non poté essere naturalmente molto esplicito nella espressione delle sue idee. Egli compie una missione destinata sovra tutto ad illuminare definitivamente il suo Governo prima che la convocazione della Conferenza dell’Aja divenga un fatto compiuto. In queste condizioni ciò che ho potuto raccogliere dal colloquio che ebbi con lui ha un carattere strettamente personale e direi quasi privato.

278 1 Comunicata con T. 247/40 del 29 gennaio: vedi D. 273.

280

L’AMBASCIATORE A pARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 346/147. Parigi, 6 febbraio 1907 (perv. l’11).

Le disposizioni nelle quali il sig. de Martens deve avere trovato gli attuali ministri francesi saranno probabilmente appena favorevoli alla convocazione della nuova Conferenza internazionale dell’Aja e sicuramente contrarie all’introduzione nel programma di essa della questione del disarmo sotto qualsiasi forma.

Questo paese risente in questo momento il gravame che gli ha arrecato la riduzione volontaria degli armamenti suoi negli anni che precedettero gl’incidenti del Marocco e si comprende la sua riluttanza a rinnovare, sia pure in altra forma, l’esperienza. La missione dell’inviato speciale russo si compie poi in un momento nel quale, senza che ne apparisca la ragione immediata, i sospetti reciproci delle intenzioni sembrano ravvivati in Francia come in Germania. Il momento non sembra in verità propizio per parlare di riduzioni di armamenti né a parigi, né forse a Berlino. Non mi pare cosa seria la supposizione che sentii fare dal mio collega di Germania che il sig. Clemenceau possa cercare in un conflitto con l’estero una diversione alle difficoltà della sua politica interna. Né queste difficoltà sono di quelle che possono venire risolute con simile mezzo, né l’attuale presidente del Consiglio avrebbe l’autorità che occorre per strascinare la Francia in una guerra. Ma che il sig. Clemenceau non si dimostri convinto, quanto dovrebbe esserlo, che la Germania a sua volta non pensa a riaprire un conflitto con la Francia, mi pare certo; sicché, all’infuori d’ogni ragione prevedibile di una nuova crisi nei rapporti dei due paesi, esiste il pericolo che nasce sempre da una situazione di reciproche diffidenze e sospetti.

per conoscere le disposizioni di questo Governo in ordine alla Conferenza dell’Aja ed alla proposta di riduzione degli armamenti, mi occorse conversare tanto col sig. Clemenceau ed è dai colloqui avuti sovra questo soggetto che deduco le considerazioni sovra esposte relative ai rapporti franco-germanici.

281

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO

T. 280. Roma, 9 febbraio 1907, ore 14,30.

Dopo molti stenti si sono potute ottenere dichiarazioni assicurazioni da Sultani Obbia, dai Migiurtini, dal Mullah e dai capi Issa Mohamud, per pacificazione paese. Capi Issa Mohamud, e rappresentanti Mullah si sono recati Aden presso r. consolato per definitivi accordi sulla base di un nostro tangibile interessamento pei loro reclami. Uno di questi, e il più importante, è quello per il pagamento delle indennità già consentito dal Governo britannico in dipendenza dell’accordo Swayne-pestalozza non ancora firmato dai due Governi. Non essendo più possibile rinnovare promessa senza versamento indennità, desidererei sapere al più presto quando codesto Governo verserà quattro mila sterline per detta indennità1. È inteso che da detta somma sarà dedotta terza rata Osman Mahmud, di cui miei dispacci 3 e 24 gennaio scorso2 al quale ultimo attendo risposta. Spedisco oggi ricevuta Osman Mahmud desiderata da Foreign Office.

282

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI A TANGERI, GIANATELLI GENTILE

T. 888. Roma, 11 febbraio 1907, ore 14,15.

Con dispaccio del 29 gennaio scorso1 le comunicai, anche a titolo di istruzioni per lei, la mia risposta alla nota con cui l’ambasciata di Spagna mi aveva richiesto di manifestargli il suo pensiero circa le osservazioni presentate dal Marocco rispetto all’Atto generale di Algeciras. La nostra opinione è sostanzialmente questa: esclusa ogni riserva o protesa di modificazione non noi siamo alieni dal consentire a che, nel corso dei lavori per l’applicazione dell’Atto, il nostro rappresentante, se tutti i colleghi abbiano analoga istruzione, possa esaminare il memorandum marocchino per dare opportuni schiarimenti e prendere nota dei voti ivi espressi. Mi preme di avvertire che di questa eventuale autorizzazione ella non deve far cenno anticipato, limitandosi a valersene, beninteso nei termini qui sopra accennati, quando, nel corso delle conferenza, sarà per presentarsi il caso concreto per richieste specifiche dei delegati marocchini. In tal caso questa comunicazione confidenziale fattami dall’ambasciatore di Francia, il delegato francese ed anche il delegato inglese potranno essere consenzienti.

britannico al pagamento dell’ultima parte della seconda rata ad Osman Mohamud.

2 Non pubblicati. 282 1 Non pubblicato.

281 1 Con T. 332 del 10 febbraio de Bosdari rispondeva di aver sollecitato l’adesione del Governo

283

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A pARIGI, TORNIELLI, E

ALL’INCARICATO D’AFFARI AD ADDIS ABEBA, COLLI

DISp.1. Roma, 15 febbraio 1907.

pregiomi trasmettere alla V.S./V.E., in via confidenziale, copia di un telegramma del r. ambasciatore a Londra2, relativo ad alcune comunicazioni fatte dal colonnello Harrington al marchese di San Giuliano sull’azione dei rappresentanti dell’Italia, Francia ed Inghilterra in Addis Abeba, e nella maggiore influenza che dovrebbe esercitare il ministro inglese rispetto ai colleghi delle altre due nazioni.

per quanto si riferisce alla seconda parte di detto telegramma e cioè alla preponderante influenza che, nella capitale Etiopia, dovrebbe esercitare l’Inghilterra, in dipendenza dell’estensione dei confini che i possedimenti inglesi hanno con l’Abissinia, è da osservarsi che l’Italia ha firmato con l’Inghilterra i protocolli del 1891 e ha non solo l’Eritrea ma anche la Somalia confinante con l’Etiopia e per conseguenza non pare giusto che debba farsi questione di preminenza dell’azione inglese sulle altre e quindi anche sulla nostra, ma piuttosto sembra debba prevalere il concetto di un concorde procedere dei rappresentanti in Addis Abeba e delle suddette tre nazioni in relazione ai loro reciproci interessi.

284

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AGENTE E CONSOLE GENERALE A SOFIA, CUCCHI BOASSO

T. CONFIDENzIALE 324. Roma, 18 febbraio 1907, ore 14,30.

Le sanguinose gesta, in Macedonia, di bande bulgare e di bande serbe, costituiscono un grave ostacolo all’opera di pacificazione intrapresa dalle potenze. Il ministro di Serbia mi ha detto, a questo riguardo, che potrebbe stabilirsi tra la Bulgaria e la Serbia un accordo sulla base di repressione delle bande tanto serbe quanto bulgare delimitando, tra i due paesi, le rispettive zone d’influenza per una propaganda esclusivamente pacifica e civile, assegnandosi alla Serbia il vilayet di Kossovo ed una piccola parte a nord del vilayet di Monastir, ed alla Bulgaria tutto il resto del vilayet di Monastir ed il vilayet di Salonicco. Desidero che, con molto tatto e prudenza, e come di propria personale iniziativa, ella tasti il terreno per discernere quale accoglienza costì troverebbero simili concetti1.

2 Vedi D. 271, nota 1.

rapporto riservato e cifrato: vedi D. 288.

283 1 Il dispaccio fu inviato a parigi e ad Addis Abeba con i numeri 8292/207 e 8293/23.

284 1 Con T. 396/7 del 20 febbraio Cucchi Boasso informava di aver spedito, in risposta, un

285

IL MINISTRO A L’AJA, SALLIER DE LA TOUR, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 100/47. L’Aja, 18 febbraio 1907 (perv. il 22).

II sig. de Martens, giunto iersera all’Aja, si trovava oggi ad un ricevimento in casa del ministro di Russia. Dalle poche frasi scambiate, ho potuto rilevare che l’inviato russo è soddisfattissimo dell’esito della sua missione. Sembra assicurato che la Conferenza potrà aver luogo nella prima metà di giugno, in seguito anche al desiderio espresso qui dal ministro degli affari esteri di non ritardare troppo la data della riunione. Al ritorno del sig. de Martens a pietroburgo, il Governo russo invierebbe pertanto una circolare agli Stati che prendono parte alla Conferenza, per comunicare il programma definitivo, e ciò anche per evitare possibili sorprese ed assicurare una regolare discussione nei limiti stabiliti.

Quanto alle due note questioni, oggetto di tanti dibattiti, pare ch’esse potranno essere esaminate dai delegati degli Stati che vi sono interessati, senza però impegnare gli altri a dichiarazioni favorevoli o contrarie. Il sig. Tcharykow mi aggiungeva a questo proposito: «c’est la formule qui manque et on ne la trouvera pas si facilement».

per la dottrina di Drago, i pareri sono già diversi nell’America stessa, che l’Argentina vi è favorevole e il Messico contrario. È quindi certo che sia per il disarmo, come per quest’ultima questione, non si arriverà alla soluzione pratica sognata dai ferventi in materia.

Ad ogni modo, potrà essere sempre utile uno scambio d’idee sull’argomento e la Conferenza avrà, se non altro per questo, servito a qualche cosa.

Il sig. de Martens partirà giovedì per Roma; egli dovrà conferire anche con l’ambasciatore di Spagna, sig. duca d’Arcos, perciò delegato dal suo Governo.

286

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A pARIGI, TORNIELLI

T. CONFIDENzIALE 341. Roma, 20 febbraio 1907, ore 16,55.

Ricevuto suo rapporto 31 gennaio1. per ragione di opportunità r. ambasciatore a Londra non ha fatto nessun cenno

al Foreign Office della questione del simultaneo mutamento dei tre ministri a Addis Abeba, poiché fra colonnello Harrington e il marchese di San Giuliano è avvenuto scambio amichevole idee sulle cose di Etiopia e Harrington ha mostrato molte buone

disposizioni che certo muterebbe se noi prendessimo iniziativa per suo trasferimento da Addis Abeba2. Siamo tutti d’accordo che i tre ministri debbano essere sostituiti, ma a noi non conviene ora prendere l’iniziativa, ma piuttosto lasciare che insista codesto Governo, e noi ci uniremo all’intesa anglo-francese.

286 1 R. riservato 305/127, non pubblicato, ma vedi D. 263.

287

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI AD ADDIS ABEBA, COLLI

T. SEGRETO1. Roma, 20 febbraio, 1907, ore 20.

Mi riferisco telegramma Ciccodicola n. 1072 e rapporto n. 93. prego telegrafarmi se Ciccodicola abbia messo la S.V. al corrente della attuale situazione del negoziato con Menelik circa sua domanda per sbocco al mare. Questo Ministero non ha avuto riscontro al telegramma del 4 dicembre4 relativo all’argomento e che qui confermo. Dubitando che Ciccodicola si sia riservato di conferirne prima con me, desidero avere da lei questa indicazione prima di tali istruzioni. Intanto, la prego di vigilare affinché questione non sia pregiudicata, e di ricordare a Menelik quanto è stato convenuto tra lui e Martini per la Somalia. A questo proposito, desidero conoscere attuali disposizioni di Menelik a Governo del Re, tranne che per ferrovia per Adua.

Confermo tutti i punti del telegramma segreto del 24 novembre 19065.

288

L’AGENTE E CONSOLE GENERALE A SOFIA, CUCCHI BOASSO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. CONFIDENzIALE 224/72. Sofia, 20 febbraio 1907 (perv. il 24).

Rispondo suo telegramma n. 3241. Come è noto a V.E. opinione pubblica bulgara, manifestatasi anche prima appli-

cazione del programma delle riforme, considera la Macedonia indivisibile, ed anzi il motto delle organizzazioni rivoluzionarie è «la Macedonia ai macedoni». L’autonomia invocata dai bulgari è avversata dai greci e dai serbi perchè essi suppongono che,

287 1 Dall’Archivio Storico del Ministero dell’Africa Italiana. Trasmesso via Asmara.

2 Vedi D. 193. 3 Non pubblicato. 4 Vedi D. 199. 5 Vedi D. 186. per la risposta vedi D. 290.

ove la Macedonia possa ottenere un regime autonomo, la popolazione bulgara, che sarebbe l’assoluta maggioranza, possa sviluppare in modo di assorbire fatalmente la minoranza serbo-greca e cutzo-valacca. Opinione pubblica bulgara, se ammette che i serbi nel vilajet di Kossovo abbiano dei diritti sui sangiaccati di prizrend, prischtina, Novi-Bazar e Ipek, si rifiuta riconoscere serbo il Sangiacato di Uskub dove sono 150 mila bulgari, dove fu istituito primo vescovato dell’esarcato. Nessuna discussione ha mai potuto essere intavolata fra la Bulgaria e la Serbia relativamente alla Macedonia e anche nell’intesa serbo-bulgara del maggio 1904 fu scartata idea di stabilire accordo circa Macedonia e tanto meno di procedere ad una divisione di sfera d’influenza. per questi motivi, se mi è lecito esprimere un’opinione, non intravedo la possibilità che i due Governi possano mettersi d’accordo per opporsi in qualche modo alla selvaggia propaganda di sangue delle bande armate sostituendole con quelle civili e pacifiche delle influenze. Tanto più che, come qui si assicura, e come probabilmente risulta a V.E. dalle relazioni dei nostri consoli in Macedonia, gli odii di stirpe e di religione non sono mantenuti vivi soltanto dalle propagande bulgaro e serbe, ma sarebbero eccitate di sottomano anche dalle autorità turche e dalle austro-ungariche in Macedonia, le prime per indebolire elementi cristiani; le seconde per favorire le discordie fra i due popoli.

In obbedienza agli ordini ricevuti ieri, mi sono procurato una conversazione del tutto accademica sulla Macedonia coll’attuale segretario generale del Ministero degli affari esteri, sig. Dimitrov, con cui ho relazioni amichevoli da anni avendolo conosciuto a Belgrado nel 1891.

Egli conosce il retroscena della politica macedone del principato essendo stato successivamente agente diplomatico Belgrado, Costantinopoli, Atene, Bucarest.

Dalle sue parole ho avuto la conferma di tutto quanto ho sopra esposto circa le opinioni manifestate dagli uomini politici, dai partiti e dalla stampa bulgara in Bulgaria sulla questione macedone.

Mi disse anzi, constatando con rincrescimento tale intolleranza, come tutti i macedoni residenti in Bulgaria, siano quelli che occupano posizioni nella politica e nell’esercito, come quelli appartenenti alle classi inferiori, non permetteranno ad alcun Governo bulgaro e nemmeno al principe di Bulgaria di concludere accordi che venissero a menomare il principio della indivisibilità della Macedonia.

Da lui ho saputo che la vera causa della caduta del Ministero Daneff, quattro anni fa, siano state le concessioni fatte da questo ministro alla Serbia circa il vescovato di Uskub, concessione imposta dalla Russia al ministro Daneff. Il sig. Dimitrov, che fu mischiato, come rappresentante bulgaro ad Atene, a certe trattative iniziate dal defunto presidente del Consiglio Stoiloff col Gabinetto di Atene per una delimitazione di reciproca sfera d’influenza, riconosceva, rimpiangendolo, l’impossibilità di intesa di tale natura.

Egli mi ha confidato, in segreto, risultare al Governo principesco che l’attività delle bande armate serbe, attualmente spiegata contro i bulgari, sia incoraggiata dalla Turchia.

posso assicurarla che in nessun modo la mia conversazione può avere suscitato sospetti. Con la dovuta prudenza cercherò, se sarà possibile, di tastare il terreno anche col sig. Stancioff al suo ritorno a Sofia ed eventualmente con altri uomini di stato.

286 2 Vedi D. 274.

288 1 Vedi D. 284.

289

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI,TITTONI

R. 439/198. Vienna, 23 febbraio 1907 (perv. il 3 marzo).

Nei varii colloqui che ebbi col barone di Aehrenthal dopo aver diretto alla E.V. il rapporto n. 102 del 30 gennaio scorso1, io non mancai di pregarlo di volermi mettere in grado di rispondere sollecitamente alla domanda da lei rivoltami col telegramma n. 183 del 25 di quel mese2, relativamente all’Etiopia, e da me comunicatogli il giorno stesso.

Il barone d’Aehrenthal mi disse che si sarebbe fatto premura di farmi conoscere il suo pensiero non appena avrebbe preso una decisione al riguardo.

Egli mi scrisse ieri per rimettermi una breve nota in cui m’informa che il Ministero i. e r. degli affari esteri aveva preso notizia della convenzione riflettente l’Abissinia conclusa il 13 dicembre ultimo fra l’Italia, la Francia e la Gran Bretagna, da me notificatagli, a titolo ufficioso, e che non aspettava quindi alcuna ulteriore comunicazione in proposito da parte del R. Governo.

Il contenuto di tale nota non sembrandomi corrispondere intieramente alla domanda formulata dall’E.V. credetti opportuno fargli cenno di ciò la sera stessa, essendo egli venuto a pranzare alla r. ambasciata.

Il barone d’Aehrenthal mi fece conoscere che la risposta da esso datami dovevasi comprendere nel senso che il Governo i. e r. non aveva nulla da osservare al modus procedendi indicato nel telegramma suddetto, per quanto riguardava la comunicazione dell’accordo per l’Etiopia3.

290

L’INCARICATO D’AFFARI AD ADDIS ABEBA, COLLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 465/20. Addis Abeba, 25 febbraio 19071.

Rispondo telegramma segreto2. Ciccodicola mi ha messo al corrente situazione riguardante progetto per Rahei-

ta. Ad ogni modo, mi pregio, per debito di coscienza e responsabilità che mi incom-

2 Vedi D. 268. 3 Aggiunta a mano in calce: «Qui unita una lettera particolare del r. ambasciatore per S.E. il

ministro Tittoni». 290 1 Trasmesso da Asmara il 26 febbraio.

2 Vedi D. 287.

bono, riferire V.E. che, per quanto mi risulta, nelle trattative iniziate con Menelik non è stato mai fatto cenno alla ferrovia di Adua. per confine Somalia, Menelik ha detto che è disposto trattare sulla cessione di Lugh e di un tratto del territorio circostante, ma di [trovare] esagerata richiesta Governo italiano riferentesi linea frontiera Somalia. per concessione Let Marefià, non è stata più fatta parola, ma credo che, antecedentemente queste pratiche, Menelik abbia dichiarato che, appartenendo figli di Ras Maconnen, non è possibile toglierla. Di fronte ad una posizione per me così imbarazzante e delicata, prego V.E. di inviare istruzioni3. Intanto cercherò non pregiudicare trattative.

289 1 Non pubblicato.

291

L’INCARICATO D’AFFARI AD ADDIS ABEBA, COLLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. SEGRETO 17/9. Addis Abeba, 1° marzo 1907 (perv. il 23).

Sono in obbligo di meglio chiarire a V.E. il mio telegramma n. 20 in data 25 febbraio1 riguardante i negoziati con Menelik circa la sua domanda per ottenere uno sbocco al mare.

V.E. nel suo telegramma del 20 febbraio2, riferendosi ai precedenti telegrammi di Ciccodicola, mi interpellava per sapere se questi mi aveva messo al corrente dell’attuale situazione riguardante quei negoziati, e confermava le istruzioni date nel suo precedente telegramma del 4 dicembre3 relativo al suddetto argomento.

Il ministro Ciccodicola prima di partire per l’Italia mi ha effettivamente messo al corrente delle trattative e della situazione riguardante quei negoziati, ma egli ha portato con sé quasi tutti i documenti relativi compreso il testo delle istruzioni circa le richieste precise da presentare a Menelik in risposta alla sua domanda per lo sbocco al mare.

Gli unici documenti presenti alla legazione sono il telegramma n. 107 in data 29 novembre del ministro Ciccodicola4, nel quale egli comunica al Ministero degli esteri: 1) che Menelik si è mostrato decisamente contrario alla ferrovia di Adua; 2) che per il confine della Somalia accetterebbe una linea partente da Lugh e parallela alla costa fino a raggiungere il confine anglo-etiopico 4 giugno 1907 [recte 1897]; 3) che per Let-Marefià e per la promessa fatta a S.E. Martini non ha alcuna obiezione; ed aggiunge di alcune offerte fatte da sir Harrington a Menelik per la cessione di zeila e di una stazione commerciale a Kisimaio.

291 1 Vedi D. 290.

2 Vedi D. 287. 3 Vedi D. 199. 4 Vedi D. 193.

Altro documento è il telegramma del ministro degli esteri n. 2616 in data 4 dicembre in risposta al precedente, nel quale il Governo esprime la sua meraviglia per la condotta di Menelik che non accetta nessuna delle nostre domande importanti, e toglie all’unica che accetta, ossia quella relativa alla Somalia, gran parte del suo valore; dà istruzioni al ministro Ciccodicola di riprendere le trattative col Negus dichiarandogli che il Governo rinunzierebbe alla domanda per la ferrovia di Adua, ma intende di insistere sul confine domandato per la Somalia.

In seguito al telegramma che mi pervenne il 23 febbraio u.s. e che ho già citato in principio della mia lettera, prima di iniziare qualsiasi azione presso di Menelik ho creduto opportuno di assumere quelle informazioni e quegli schiarimenti sulle precedenti trattative corse con l’Imperatore su questo argomento, che mi servissero di regola nella condotta da tenere nel proseguimento delle trattative. Tali informazioni ebbi dall’interprete della legazione che fu da me interrogato senza preconcetti e che è la sola persona che assistette il ministro Ciccodicola nelle trattative avvenute. Le informazioni che da lui ebbi sulle domande presentate al Negus a nome del Governo d’Italia in compenso dello sbocco al mare desiderato da questi e le risposte che egli diede in proposito, non corrispondono a quelle contenute nei telegrammi sopra citati del R. Governo ed in quello del ministro Ciccodicola. Ato Makonnen sostiene che nelle trattative avvenute non venne mai fatto cenno al Negus della nostra domanda relativa alla ferrovia di Adua; e nelle presenti trattative non si ritornò per nulla sul nostro desiderio già in altra occasione manifestato al Negus di riavere l’antica concessione di Let-Marefià; e che l’unica richiesta presentatagli fu quella relativa al confine della Somalia. A questa richiesta l’Imperatore avrebbe risposto facendo osservare che la domanda del Governo italiano gli sembrava esagerata, e che egli era disposto a trattare sulle basi della cessione di Lugh e di un tratto di territorio circostante che egli vagamente tracciò su di una carta che gli era stata presentata dal ministro Ciccodicola. Circa a Let-Marefià Ato Makonnen afferma che antecedentemente a queste trattative il Negus aveva già risposto alla richiesta fattagli dal ministro Ciccodicola per ottenere tale concessione, che essa apparteneva agli eredi di ras Maconnen e che non riteneva giusto di toglierla.

Di tale situazione mi sono creduto in obbligo di riferire telegraficamente a V.E. L’importanza dell’argomento e le responsabilità che mi incombono nella conti-

nuazione delle trattative mi hanno costretto a far presente al Governo su quali basi mi risulti siano stati posti i negoziati, e quale sia la situazione da me trovata relativamente ad essi, onde avere istruzioni che non mi pongano di fronte a Menelik in condizioni imbarazzanti e compromettenti, come sarebbe stata quella di comunicargli la decisione presa dal Governo di rinunciare alla domanda relativa alla ferrovia di Adua.

290 3 Vedi D. 306.

292

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI AD ADDIS ABEBA, COLLI

T. 4201. Roma, 4 marzo 1907, ore 16,20.

Ricevuto telegramma n. 192. Apprezzo considerazioni S.V. Era ed è proposito Governo regolare istituzione

agenzie commerciali in Etiopia, d’accordo con Menelik, secondo articolo quinto trattato, il quale non fa designazione di località, tranne che per il Tigrè, e quindi Noggara essendo nel Volcait rientra nella designazione generale. prego pertanto di adoperarsi per soluzione incidente nel senso telegrafatole e per istituzione agenzia commerciale Noggara, ove manderemo agente che sia persona non sgradita a Menelik. Designazione pollera era consigliata solamente da sua conoscenza della regione. La questione della persona sarà esaminata in seguito. Attendo esito sue pratiche per ogni ulteriore determinazione. Nell’informare suo collega d’Inghilterra di questo negoziato, si astenga naturalmente dal fare il nome del pollera.

293

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AGLI AMBASCIATORI A BERLINO, pANSA, E A VIENNA, AVARNA

T. CONFIDENzIALE 425. Roma, 4 marzo 1907, ore 20.

Nei colloqui che io ebbi col sig. Martens, questi mi disse che la questione della limitazione degli armamenti non sarebbe inclusa nel programma della Conferenza; aggiungeva, però, che, secondo il suo avviso che è pure il mio, qualora o l’Inghilterra o gli Stati Uniti ne prendessero l’iniziativa, non converrebbe, per evidenti ragioni d’ordine politico, e d’ordine morale opporci a che se ne discuta salvo ad esigere, come di ragione, che se ne proponga una formola concreta e precisa. Il sig. Martens avendo ragione di credere che a Berlino ed a Vienna si propenda appunto per una opposizione in limine, ho stimato doverne conferire cogli ambasciatori di Germania ed Austria-Ungheria, standomi sommamente a cuore di evitare che, in tale argomento, apparisca tra i tre Governi dell’alleanza, una divergenza di vedute. Feci notare ai due ambasciatori che una assoluta pregiudiziale contro un concetto essenzialmente umanitario, quale si presenta una limitazione di armamenti come remora a propositi di guerra, avrebbe carattere antipatico in sommo grado, e assai probabilmente susci-

telegramma, prendendone visione per sua norma».

2 T. 462/19 del 25 febbraio, non pubblicato.

terebbe vivace e fastidiosa reazione nella pubblica opinione dei vari paesi, mentre, d’altra parte, la intrinseca difficoltà del tema ed una savia direzione del dibattito condurrebbero, sicuramente, allo stesso risultato negativo, senza che si debba incorrere nella odiosità di una anticipata ripulsa. Il conte Monts ed il conte Lützow mi si mostrarono convinti della opportunità e ragionevolezza del mio pensiero e ne riferiscono ai loro Governi appoggiandolo. Desidero che ella ne sia del pari informata per propria notizia e norma di linguaggio1.

292 1 Trasmesso via Asmara con la seguente istruzione: «prego far proseguire a Colli seguente

294

L’AMBASCIATORE A BERLINO, pANSA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 535/46. Berlino, 6 marzo 1907, ore 5,10.

Rispondo telegramma di V.E. n. 4251. Circa questione limitazione armamenti Gabinetto di Berlino prende posizione

sui punti seguenti: che quella questione non è compresa e fu anzi esclusa dal programma Conferenza Aja già formulato dalla Russia; che, trattandosi di un’assemblea nella quale saranno questa volta rappresentati ben quarantasette Stati, riesce tanto più indispensabile, per prevenire confusioni, accedervi con un programma tassativamente prestabilito; che, per conseguenza, qualora Inghilterra o Stati Uniti d’America desiderino introdurre quella nuova questione, occorrerà che ne facciano espressa proposta prima riunione Conferenza, per ottenere, coll’intermediario della Russia, la previa adesione altre potenze all’inserzione di essa nel programma. Tschirschky mi osservava a questo proposito che se una qualunque simile proposizione venisse sollevata fuori programma, nel corso della Conferenza, accadrà certamente che più di un delegato dovrà dichiararsi non autorizzato a trattare; e ciò basterà a far naufragare la mozione col risultato di produrre l’impressione di un insuccesso morale pregiudizievole alla causa umanitaria che si ha in vista. Tschirschky aggiunse che finora egli non ha ricevuto veruna comunicazione né dall’Inghilterra, né dagli Stati Uniti circa quella questione. Se una domanda venisse presentata prima della Conferenza nel senso sopra indicato, egli si riservava di intendersi coi Governi amici circa la risposta da farsi: a seconda dei termini della domanda stessa, la risposta potrebbe essere, come suggerisce V.E., un invito a maggior precisione; che, se si trattasse di una semplice formola da presentarsi alla Conferenza per un voto platonico a favore futura limitazione armamenti, egli non avrebbe difficoltà aderirvi, purché previamente stabilita in forma opportuna e tale da assicurare anticipatamente unanimità. Mi risulta che ambasciatore degli Stati Uniti già edotto di codeste disposizioni Germania ne ha informato proprio Governo. Così pure ambasciatore di Inghilterra.

294 1 Vedi D. 293.

293 1 per le risposte vedi DD. 294 e 295.

295

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 537/28. Vienna, 6 marzo 1907, ore 20.

Avendo visitato oggi barone Aehrenthal, egli mi ha fornito occasione esprimermi con esso senso istruzioni contenute telegramma di V.E. n. 4251. Barone Aehrenthal mi ha ripetuto che discussione proposta limitazione armamenti per parte Conferenza Aja, gli sembrava inopportuna, perché, oltre al non essere compresa nel suo programma, questione non era ancora matura. D’altra parte, ove essa avesse avuto luogo, sarebbe stato difficile trovare formula conveniente, che, pur scartando proposta, impedisse che dalle potenze fossero assunti obblighi qualsiasi al riguardo. Egli aveva accolto con premura iniziativa presa dall’E.V. procedere scambio d’idee circa questione sulla quale non poteva pronunziarsi per il momento, ma si riservava informarla in seguito della sua determinazione, giacché, secondo ogni probabilità, non ignorasse [scil. non ignorando] che Governo russo non si sarebbe opposto discussione suddetta, qualora fosse proposta dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti d’America, desiderava aspettare, innanzitutto, che sig. de Martens avesse sottomesso suo rapporto Czar per conoscere decisione definitiva che sarebbe stata presa dal Governo russo. Nell’accomiatarmi aggiunsi che Governo germanico conveniva nella sua maniera di vedere; espressi desiderio che tre Gabinetti alleati procedessero, possibilmente, d’accordo circa questione.

Sig. de Martens, con cui mi intrattenni ieri sera sull’argomento, si propone, prima di ritornare a pietroburgo, ripassare da Berlino, per conferire nuovamente con principe di Bülow.

296

L’INCARICATO D’AFFARI AD ATENE, MANzONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. CONFIDENzIALE 169/66. Atene, 7 marzo 1907 (perv. il 16).

All’odierno ricevimento diplomatico questo ministro d’Inghilterra mi ha chiesto se mi era giunta qualche notizia di un accordo tra Grecia Serbia Turchia e Montenegro contro la Bulgaria. Intendeva egli parlare di notizie non di informatori o di giornali, ma di fonte ministeriale. Ho risposto di no, e sir Francis Elliot non ha replicato.

Ricordandomi quanto V.E. mi disse al recente mio passaggio da Roma di aver confidenzialmente saputo circa la probabilità di prossima azione militare della Bulgaria, azione alla quale pareva si sarebbe unita la Rumania, ho preso la propizia occasione per vedere se sir Francis Elliot sapeva qualcosa in proposito e gli ho chiesto se la Bulgaria resterebbe isolata contro quella coalizione. Lui ha risposto accennando ad una cooperazione bulgaro-rumena.

Non comprendo – ho detto io – l’interesse della Turchia la quale deve capire che, vinca o perda, sarà essa che pagherà le spese del conflitto. E sir Francis ha risposto che questa era pure l’opinione sua e del ministro di Francia col quale ne aveva pochi momenti prima parlato.

per quanto non abbia persa la memoria degli avvenimenti e delle osservazioni fatte quando, nove anni fa, ero in servizio a Costantinopoli, sono da troppo poco tempo rientrato nelle faccende balcaniche per potermi permettere di esprimere un’opinione su di esse. Ma certo è che vi è deciso antagonismo tra politica bulgara e politica greca per Macedonia e Tracia: in ispecie per la Macedonia che la Grecia vuole spartire mentre la Bulgaria vuole automizzare. Certo è pure che la Rumania non può prender parte attiva in una conflagrazione balcanica che a traverso la Bulgaria: che tra interessi bulgari ed interessi rumeni in Macedonia non v’è antagonismo; e che si può quindi prevedere che in caso di conflagrazione nei Balcani, Bulgaria e Rumania saranno unite contro la Turchia che lotterà per non perder la sua provincia e contro Serbia e Grecia che vogliono spartirsi la Macedonia. Certo è infine che tra Grecia e Serbia non v’è antagonismo in Macedonia: la Grecia ammette che v’è nel vilayet d’Uskub una parte prettamente serba: lo ammettono uomini politici e giornali greci lasciando appunto trasparire che tra i due Stati è possibile un’intesa contro il comune nemico: il bulgaro.

Date queste premesse che mi pajono assai sicure in fatto, la notizia d’una divisione degli Stati balcanici in due campi: Grecia, Serbia, Turchia e Montenegro da una parte, Bulgaria e Rumania dall’altra, è una di quelle la cui attuazione sorpassa la semplice possibilità, e merita dunque di essere presa in considerazione.

Confesso che non posso credere che il Sultano siasi legato all’una od all’altra parte. Unica spiegazione di simile follia mi pare potrebbe esser questa sola: che avesse serio motivo di temere una non lontana azione armata bulgaro-rumena. Ma per quanto concerne la Turchia, la sola r. ambasciata in Costantinopoli può riferire e giudicare di quanto possa esservi di esatto nella notizia accennatami da sir Francis Elliot.

A me spetta riferire per la Grecia. A che punto sono, anzi tutto, i rapporti tra Grecia e Bulgaria? Cercai d’appurar-

lo in una conversazione con quest’agente bulgaro. La riferisco in altro mio rapporto odierno1. Dal quale l’E.V. vedrà che il sig. Tocèff non vede la possibilità, nelle condizioni attuali, di un riavvicinamento, di un’intesa tra i due Stati per la Macedonia, mentre ammette che v’è comunanza di programma tra Grecia e Serbia. Sotto questo punto di vista l’accordo greco-serbo contro Bulgaria è dunque verosimile.

Ma la Grecia è pronta per un’azione militare? No. Senza giudicare del valore del suo esercito, mi basta, a sostegno della mia negativa, osservare che i centomila fucili Mannlicher che devono sostituire i vecchi Grass non saranno, pei termini del contratto d’acquisto, completamente consegnati che alla fine 1907: che, pei nuovi cannoni, le prove per decidere del tipo e della fabbrica saranno fatte soltanto tra poche settimane: che la grande legge militare presentata dall’attuale Gabinetto Theotokis l’8 dicembre 1906 prevede che soltanto ed al più presto alla fine del 1908 l’esercito greco sarà riformato e riarmato, e chiede appunto i mezzi per completare per quella data riforme e riforniture: mezzi che la Camera ha concesso approvando un prestito di venti milioni di franchi.

La Grecia dunque non è pronta. I suoi reggitori non possono sognare (questo fa e può farlo la stampa nazionalista) un’azione militare a non lontana scadenza. Inclino quindi a credere che la notizia di un accordo greco-serbo-turco-montenegrino per un’azione contro la Bulgaria, non sia, per quanto concerne la Grecia, esatta, a meno che anche la Grecia – come già ho detto della Turchia – abbia acquistato persuasione o timore così forti di una prossima minaccia bulgaro-rumena che abbia ritenuto necessario contrapporvi la coalizione accennata da sir Francis Elliot.

Questo è quanto posso ora dire in proposito. V.E. ha modo di appurare la verità delle notizie, per altre vie. Da parte mia non mancherò di tenerla presente ed indagare2.

295 1 Vedi D. 293.

296 1 Non pubblicato.

297

L’AGENTE E CONSOLE GENERALE A SOFIA, CUCCHI BOASSO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 300/98. Sofia, 7 marzo 1907 (perv. il 12).

Il sig. Stancioff, tornato a Sofia dopo la sua assenza prolungatasi circa due mesi, ha ricevuto oggi il Corpo diplomatico. S.E., prevenendomi, portò il discorso sulle relazioni bulgaro-serbe e, lamentando, con accento che appariva sincero, la piega che esse avevano preso, mi disse come purtroppo non si vedevano i risultati dei consigli disinteressati delle potenze amiche a Belgrado; aggiunse che la stampa serba, unanime, continua ad attaccare con violenza tanto il principe Ferdinando quanto il Governo bulgaro e che l’attitudine equivoca del Gabinetto di Belgrado contribuisce a rendere assai difficile la situazione.

Approfittai della circostanza per deplorare vivamente che i rapporti fra i due Stati si fossero così modificati, ed in conformità alle istruzioni ricevute coi dispacci a margine citati1 e riferendomi alle mie conversazioni precedenti col generale petroff, col sig. petkoff ed anche con lui, feci amichevolmente presente al sig. Stancioff

297 1 Disp. 9494/13 del 19 febbraio e disp. 10330/51 del 23, non pubblicati.

l’opportunità che nell’interesse comune dei due Stati le reciproche relazioni abbiano a conservarsi cordiali. Attirai poi tutta l’attenzione del ministro sulla necessità di evitare qualsiasi conflitto colla Serbia e di mantenere col Regno vicino quei rapporti d’amicizia che sono garanzia di pace, non solo pei due Stati confinanti, ma anche per tutta la penisola Balcanica. Aggiunsi che mi constava come pure il marchese Guiccioli non abbia mancato di far analoghe raccomandazioni al Governo di Belgrado.

Il sig. Stancioff accolse con marcata soddisfazione le mie parole e mi incaricò di ringraziare l’E.V. per l’opera sua pacificatrice, ispirata ad elevati concetti degni davvero di un chiaroveggente uomo di Stato. Mi pregò poi di farle conoscere che egli nulla ha trascurato dal canto suo per modificare nel senso desiderato le relazioni bulgaro-serbe. «Non solo», mi disse il sig. Stancioff, «ho tenuto e continuerò a tener a Belgrado il sig. Rizoff, il quale, oltre ad essere un amico personale del sig. pasitch, è ben conosciuto come il più zelante fautore della fratellanza fra i due paesi, ma avendomi il sig. Rizoff chiesto di venire a Sofia per qualche tempo, gli ho negato il chiesto congedo nella tema che in Serbia ed all’estero venisse male interpretata la sua partenza da Belgrado in questo momento. Il sig. Rizoff, e non potrei aver migliore interprete presso il Governo serbo, ha le istruzioni le più concilianti ed, a prova di quanto asserisco, posso dire che dopo la partecipazione tanto cordiale della Corte serba al recente lutto della Bulgaria (Sua Altezza Reale fu vivamente toccato dalle manifestazioni di cordoglio dategli dal re pietro in occasione della morte della principessa Clementina) ho espressamente prescritto al sig. Rizoff di astenersi, durante tutto il periodo del lutto preso dalla Corte serba, di trattar nessuno degli argomenti spinosi relativi ai nostri rapporti.

Ma purtroppo il sig. Rizoff è al corrente di certi fatti d’estrema gravità che ha dovuto segnalare al suo Governo. Abbiamo assolutamente la prova che Munir pascià, nell’ultima sua visita a Belgrado, ha avuto dal Governo serbo la promessa che, ove scoppiassero le ostilità fra la Bulgaria e la Turchia, la Serbia sarebbe, insieme al Montenegro, alleata dell’Impero ottomano ai nostri danni. Ben diversa fu l’accoglienza fatta a Bucarest ad analoghe aperture fatte colà dall’inviato del Sultano. I ministri rumeni hanno sdegnosamente respinto qualsiasi proposta di tal genere. Mi risulta pure (continuò il ministro degli affari esteri) che i sussidi distribuiti in Macedonia dai serbi raggiungono tali cifre che impensieriscono e sono una prova di una attivissima propaganda contro l’elemento bulgaro, che non può a meno di provocar una generale reazione nell’opinione pubblica del principato. Questa, tuttavia, non si è lasciata andar a serie manifestazioni e basta, per convincersene, confrontar il linguaggio della stampa dei due paesi. I nostri giornali, se non possono nascondere la realtà delle cose, sono ben lungi dall’esser così aggressivi come quelli di Serbia. Noi abbiamo fatto larghi sacrifici in favore dell’esportazione serba e continuiamo ad accordar notevoli vantaggi al transito dei prodotti del Regno vicino diretti a Varna e a Burgas, ma non siamo responsabili dell’attitudine della Serbia che ha rinunciato ai patti commerciali conchiusi con noi.

Anche il sig. petroff, che la stampa serba attacca così ferocemente, è animato dalle migliori intenzioni: se la situazione è difficile non è da ascriversi a nostra colpa. per mio conto, come ne avevo già l’intenzione, sarei anche disposto a far una visita a Belgrado ove si presentasse l’opportunità di migliorare realmente le nostre relazioni colla Serbia».

Tali furono le parole dettemi dal sig. Stancioff. Ho già potuto riferir a V.E., col mio rapporto confidenziale delli 22 febbraio scorso, n. 241/782 che qui si avevano notizie sugli accordi presi dal Governo serbo con Munir pascià contro la Bulgaria. Questi accordi mi vengono ora confermati dal sig. Stancioff, il quale, usando un linguaggio dei più moderati, sembrava esprimere più che il dispetto il compatimento per la follia di tali propositi.

D’altre fonti mi risulta che qui non si maturano disegni aggressivi contro la Serbia, ma si è preoccupati dell’atteggiamento da essa assunto. purtroppo il pomo della discordia è la Macedonia, dove le aspirazioni serbe sono in aperto contrasto con quelle bulgare, né si vede una possibile intesa fra i due popoli e i loro Governi circa la questione macedone, tanto più che coloro, i quali sono interessati al dissidio lo sanno favorire con un costante lavorio d’intrighi, di calunnie e di corruzione.

La situazione delle relazioni bulgaro-serbe, come l’E.V. sa anche dai miei precedenti rapporti, è molto oscura: forse potrà rischiararsi col ritorno a Sofia del sig. Simitch che con fervore d’apostolo ha consumato le sue forze nell’opera del ravvicinamento dei due paesi.

Questi mi ha scritto dal sanatorio di Leysin in Isvizzera (dove si trova in cura fin dall’agosto scorso). Nella sua lettera pervenutami oggi il Simitch dice: «J’ai fait des démarches auprès de M. pachitch de me laisser à Sophia et j’espère qu’il se rendra à ma prière. Je n’aime point d’aller à Athènes. C’est à cause de ma santé que M. pachitch a pensé de me transférer à Athènes où le climat est plus doux et, ce qui est le plus important, où je n’aurais pas tant d’inquiétudes qu’à Sophia. Malgré que je prévoie que ma situation à Sophia après mon retour ne sera ni facile ni agréable, je préfère à y rester que d’aller à Athènes».

296 2 per la risposta vedi D. 308.

298

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AGLI AMBASCIATORI A BERLINO, pANSA, E A VIENNA, AVARNA

T. CONFIDENzIALE 454. Roma, 9 marzo 1907, ore 15,30.

Dal preliminare scambio di idee che in questi giorni ebbi con Berlino e Vienna, mi sembra poter argomentare che tra i tre Governi alleati sia agevole l’accordo per un atteggiamento uniforme di fronte ad un eventuale iniziativa, acciocché nella Conferenza dell’Aja si tratti anche della limitazione degli armamenti. Oramai è accertato, anche per espressa dichiarazione fattamene dal sig. Martens, che tale iniziativa non verrà dalla Russia, la quale intende tener fermo nel suo primitivo programma. Ma l’iniziativa potrebbe venire dagli Stati Uniti, e sopratutto dall’Inghilterra la quale, mercé pubbliche ed autorevoli dichiarazioni, ne avrebbe in certa guisa preso l’impegno

morale. Ciò avvenendo, il procedimento concorde dei tre Governi alleati parrebbe potersi concretare nei seguenti due punti: 1) chiedere che il tema sia enunciato non vagamente ma sotto forma di proposta concreta e precisa; 2) osservare che il tema non è suscettibile di utile trattazione in una riunione alla quale partecipano numerosissimi Stati aventi troppe diverse condizioni di importanza e di ordinamenti militari, e proporre, in conseguenza, che la questione sia riservata ad una più ristretta conferenza delle grandi potenze. Desidero che su questa duplice base ella continui l’iniziato scambio di idee con codesto Governo e me ne riferisca il pensiero1.

297 2 Non pubblicato.

299

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 582/31. Vienna, 11 marzo 1907, ore 21.

Ho conferito oggi col barone di Aehrenthal circa oggetto del telegramma di V.E. n. 4541. Egli mi ha pregato di ringraziarla e dirle che apprezzava la proposta da lei fatta nell’interesse del procedimento concorde tra i Governi alleati, di fronte eventuale iniziativa per limitazione armamenti. Ma che chiedeva a V.E. di permettergli aspettasse, prima di pronunziarsi circa due punti di quella proposta, di conoscere le decisioni definitive che sarebbero state prese dal Governo russo in ordine alla questione. Sperava che questo si sarebbe convinto di indurre il Governo inglese a non prendere iniziativa suddetta. Nel caso diverso, ove vi consentisse, esso avrebbe dovuto interpellare potenze in proposito e, allora, sarebbe venuto il momento di esaminare quei due punti. Nell’accennare, in via confidenziale ai medesimi, il ministro imperiale e reale ha rilevato che il primo punto, specialmente, gli sembrava corrispondere allo scopo cui si mirava di eliminare del tutto questione, data l’impossibilità di trovare formola atta incontrare approvazione di tutte le potenze. Quanto al secondo punto, sebbene me ne avesse parlato lunedì scorso [il 4], doveva riconoscere che avrebbe fatto prendere alle potenze obblighi che non conveniva loro di assumere, ma che di esso avrebbe potuto valersi piuttosto la Russia, come di un argomento per convincere il Governo inglese di non insistere nel suo proposito. Barone di Aehrenthal mi ha promesso di farmi conoscere tra qualche giorno, in via ufficiale, il suo parere circa i due punti in discorso.

299 1 Vedi D. 298.

298 1 Vedi DD. 299 e 305.

300

L’INCARICATO D’AFFARI AD ADDIS ABEBA, COLLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 596/26. Addis Abeba, 11 marzo 19071.

In conformità ordini di V.E.2 non ho ripreso trattative iniziate con Menelik circa sbocco al mare per le quali attendo istruzioni precise, ma da investigazioni fatte, ho il convincimento che Menelik non consentirà mai nostre richieste riguardo Somalia e che a stento, e se altre influenze non giungeranno in tempo a rimuoverlo, consentirà alla cessione di Lugh e forse alla linea di frontiera parallela alla costa che da Lugh raggiunge fontiera anglo-etiopica. Credo utile togliere ogni illusione sull’arrendevolezza di Menelik per quanto concerne territori Etiopia che egli ritiene ben delimitati da trattato Nerazzini. Sarebbe a desiderarsi, ad ogni modo, che nostre incerte ispirazioni politiche fossero precedute da più attivazione commerciale3.

301

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A COSTANTINOpOLI, IMpERIALI

T. 484. Roma, 12 marzo 1907, ore 14,35.

Ricevo dal r. agente in Cairo il seguente telegramma1: «Dal vecchio Kipsi ricevo lettera in data febbraio con questa grave notizia: “Guivfeiz2 pascià, al sapere arrivo nostro messo Cadì Alì, mandò saccheggiare, incendiare i villaggi dei Kipsi, fatti incatenare i due fratelli, tutto ciò per impedire trattative pacificazione e provocare Imam”. Seguono caldi appelli al R. Governo per la loro liberazione, altrimenti sarebbe costretto invocare aiuti d’altra parte che l’Italia. Davanti tali condizioni di cose sarebbe, parmi, di massima urgenza premere sulla Sublime porta perché ordini liberazione prigionieri ed invio immediato Commissione mista facilmente costituibile presso il valì affine di concordare preliminari di pace dall’Italia proposti».

Di fronte a queste notizie a noi conviene prendere nettamente la nostra posizione. Noi avevamo accettato di farci semplici intermediari tra il Sultano e l’Imam unicamente per il caso che la cosa potesse essere costì gradita. poiché ciò non è, desideriamo astenerci da ogni azione ulteriore. però stimiamo debito nostro di fare appello, con piena fiducia, e per sentimento d’umanità, alla clemenza del Sultano in favore di coloro che si erano a noi rivolti e saremmo lieti se la nostra intercessione per essi

2 Vedi D. 287. 3 per la risposta vedi D. 306.

2 presumibilmente si intende Qui Feizi.

fosse benignamente accolta. La prego di tenere al visir un linguaggio conforme a quanto precede, accentuando in modo speciale l’intendimento amichevole che anche su questa circostanza ci muove3.

300 1 Trasmesso da Asmara il 13 marzo.

301 1 T. riservato 577/9 dell’11 marzo.

302

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A COSTANTINOpOLI, IMpERIALI

DISp. 13636/205. Roma, 12 marzo 1907.

Il r. console generale in Tripoli, con rapporto del 2 marzo n. 1031, a proposito della recente istituzione di un’agenzia del Banco di Roma in quella città, accenna alla difficoltà che tale istituzione potrà incontrare ricordando che l’autorità ottomana pretende di non riconoscere, né autorizzare, l’installazione di banche o società anonime che non siano munite di decreto imperiale; e persiste in tale pretesa, malgrado che i Governi esteri abbiano sempre contestato alla Sublime porta il diritto che essa si arroga in questa materia.

per parte nostra, di tale eventuale opposizione delle autorità imperiali, non dovremo tener conto giacché i vigenti trattati assicurano al nostro riguardo la più ampia libertà in fatto di commercio e di imprese; né il progetto di regolamento sulle banche, già elaborato dalla Turchia, può in alcun modo vincolare la nostra azione, fino a che il progetto stesso non ha [sic] ricevuta, con la sanzione delle altre potenze, anche la nostra.

Ad ogni buon fine, però, della cosa accennatami dal r. console generale in Tripoli avverto la S.V. acciocché codesta r. ambasciata si prepari ad eliminare le eventuali difficoltà che la Sublime porta fosse per sollevare contro la istituzione dell’agenzia del Banco di Roma in Tripolitania.

303

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI

DISp. 13930/215. Roma, 13 marzo 1907.

Mi riferisco ai rapporti del 29 gennaio n. 194/70, 4 febbraio n. 221/801 e al telegramma del 2 febbraio n. 412.

informazioni sui fatti comunicatigli.

303 1 Non pubblicati.

2 T. 277/41, non pubblicato.

Col primo rapporto il marchese di San Giuliano mi informava di aver comunicato a sir Edward Grey ed al sig. Cambon il progetto delle istruzioni da noi proposte per le rappresentanze a Menelik ai sensi dell’art. 9 dell’accordo 13 dic. 1906, e di aver parlato sul proposito con sir John Harrington il quale gli dichiarò che avrebbe proposto al suo Governo l’invio di siffatto progetto ai tre ministri ad Addis Abeba a titolo d’informazione, ma che, pur raccomandando loro di attenervisi per quanto fosse possibile, di lasciare ad essi la massima libertà quanto ai provvedimenti concreti da chiedere a Menelik.

Col secondo rapporto V.E. mi comunica la lettera del sig. Cambon, il quale condivide il parere di sir Harrington che siano date istruzioni nello stesso senso ai tre ministri ad Addis Abeba lasciando ad essi la cura di concretare analoghe comunicazioni da farsi da ciascuno di essi a Menelik, e mi invia pure la nota del Foreign Office del 4 febbraio colla quale il Governo britannico fa conoscere che in linea generale è d’accordo sul contenuto del nostro progetto, ma che sarebbe conveniente di omettere quanto è detto alla lettera b), di aggiungere quanto è indicato nel quinto comma della predetta nota del Foreign Office, e di dare comunicazione ufficiale del progetto al Governo francese.

Inoltre per gli accordi da prendersi dalle autorità sul posto, a senso dell’art. 8 dell’accordo 13 dicembre 1906, siano tenuti presenti dai ministri in Addis Abeba i due documenti legislativi inglesi relativi al traffico delle armi da fuoco.

premetto che il progetto per le rappresentazioni al Negus, che fu trasmesso al marchese di San Giuliano col dispaccio del 13 novembre 1906, n. 5023, fu redatto da questo Ministero nella ipotesi che il negoziato intrapreso con la Francia per l’accordo delle armi non avesse condotto al risultato favorevole dell’accordo concluso il 13 dicembre 1906.

Quindi siffatto progetto aveva di mira principalmente un’azione comune dell’Italia e dell’Inghilterra presso il Negus, sia perché questi avesse ad adottare provvedimenti atti ad impedire l’illecito traffico delle armi e delle munizioni nel suo territorio sia perché dal Negus medesimo fossero fatte raccomandazioni alle autorità di Gibuti per più rigorose cautele nella vendita delle armi e delle munizioni nel possedimento francese agli abissini, secondo le disposizioni adottate dal Governo francese col decreto del 10 ottobre 1894.

È ovvio quindi, che quanto è detto alla lettera b) del nostro progetto non abbia più ragione di persistere dopo l’adesione della Francia all’accordo, essendo che alle autorità di Gibuti saranno dal Governo francese date altre istruzioni affinché l’azione locale di quelle autorità sia veramente sincera ed efficace.

È parimenti ovvio che l’espressione di cui alla lettera c) «rigorose cautele affinché le armi vadano esclusivamente al Negus» e l’accenno di quanto praticasi ora a Gibuti, di cui alla parte fra parentesi del n. 6 del progetto, rientrano ormai negli impegni che il Governo francese ha preso con l’accordo del 13 dicembre u.s.

Ritengo, poi, efficace, quanto viene suggerito dal Governo inglese per le multe e le pene ai soldati abissini che vendono le loro armi e per ciò che riguarda le vecchie armi in Abissinia.

Il reggente la r. legazione in Addis Abeba fu già autorizzato con mio telegramma del 22 febbraio4 ad uno scambio di vedute con i colleghi di Francia e d’Inghilterra per concordare il modo delle rappresentazioni da farsi a Menelik in virtù dell’art. 3 dell’accordo, informando però il Governo del Re prima di fare qualunque passo presso il Negus.

Ora poi gli do comunicazione5 della nota del Foreign Office del 4 febbraio affinché egli tenga conto delle osservazioni suddette ed anche dei due documenti legislativi inglesi relativi al traffico delle armi per concretare sul posto, ai sensi dell’art. 8 dell’accordo, le rappresentanze che i tre rappresentanti proporranno siano fatte a Menelik in virtù dell’art. 3 dell’accordo medesimo.

Scrivo al conte Tornielli5 affinché informi di tutto quel Governo, per le concordi istruzioni da dare al rappresentante francese in Etiopia.

prego la S.V. di fare, al riguardo, opportune comunicazioni a sir E. Grey.

301 3 Con T. 619/47 del 15 marzo, Sforza riferì le promesse fattegli da Ferid pascià di assumere

302 1 R. 303/103, non pubblicato.

303 3 Non pubblicato.

304

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI AD ADDIS ABEBA, COLLI

DISp. 13956/35. Roma, 13 marzo 1907.

prego la S.V. di indagare e riferirmi come abbiano potuto divulgarsi e prendere consistenza in Abissinia voci di possibili ostilità fra l’Etiopia e l’Italia, voci delle quali è cenno nel rapporto di codesta legazione in data 18 gennaio1, e precisamente in un periodo in cui i rapporti nostri col Negus non potrebbero esser migliori.

Ad ogni buon fine poi (ed anche in questo mi riferisco a quanto il comm. Ciccodicola allude nel predetto rapporto) è opportuno che, occorrendo, sia fatto ben conoscere a chi può averne interesse, che le operazioni in corso in Eritrea per la indemaniazione delle terre non costituiscono un fatto nuovo, e l’ordinamento fondiario che sta per emanarsi non fa che meglio regolare dal punto di vista legislativo quello che, a tale riguardo, si sta praticando da molti anni2.

5 Non rinvenuto.

2 per la risposta vedi D. 358.

303 4 T. 364, non pubblicato.

304 1 Non pubblicato.

305

L’AMBASCIATORE A BERLINO, pANSA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 612/22. Berlino, 14 marzo 1907, ore 17,20.

Dietro il telegramma1 ebbi una nuova conversazione col sig. Tschirschky sul contegno da adottarsi di fronte ad una eventuale proposta inglese per introdurre all’Aja la questione della limitazione degli armamenti.

Ne ho rilevato che, in tale evenienza, Tschirschky approva il primo punto indicato da V.E., cioè, di chiedere che il tema venga enunciato in termini precisi. Ma quanto alla idea di riservarne la discussione ad un numero ristretto di potenze, ho compreso che questo segretario di Stato vi è decisamente contrario. Codesta idea sarebbe infatti già stata accennata da sir Edoardo Grey all’ambasciatore di Germania a Londra, nel senso di deferire la questione degli armamenti ad una Commissione speciale della Conferenza da farsi continuare anche dopo la Conferenza stessa. Ora, Tschirschky considera come evidente che, allo stato attuale delle cose, la questione degli armamenti è di per sé radicalmente insolubile, osservando fra altro che la limitazione augurata da sir Campbell Bannerman è incompatibile col principio ora riconfermato dagli stessi ministri inglesi pel mantenimento di una flotta equivalente a quella di due altre potenze. Ciò premesso, questo segretario di Stato ritiene che il promuovere su quell’argomento una discussione ristretta, per esempio, alle maggiori potenze, riuscirebbe, per le fallaci speranze che ciò farebbe nascere, nonché per gli attriti cui potrebbero dar luogo, ancora più pericolosi [sic] che non una vaga discussione in plenum, se questa fosse anticipatamente preparata in modo da terminare con un voto platonico approvato all’unanimità. Von Tschirschky concluse, del resto, col dire che, per il momento, non rimaneva che da attendere le eventuali proposizioni inglesi, salvo a intendersi sulla risposta da darvisi quando ne conosceremo i termini.

306

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI AD ADDIS ABEBA, COLLI

T. SEGRETO 5181. Roma, 17 marzo 1907, ore 20.

Rispondo telegramma 25 febbraio2, 11 marzo3. per ragioni già esposte dobbiamo ancora insistere per confine Somalia. per ferro-

via, è bene non parlare di Adua, limitandosi chiedere autorizzazione Menelik per ferrovia oltre Mareb, senza indicare direzione. per Let Marefià manteniamo domanda

306 1 Trasmesso via Asmara.

2 Vedi D. 290. 3 Vedi D. 300.

che si risolve in ritorno allo statu quo ante. Manteniamo domanda per assetto questione Dancala. Ad ogni modo, essendo necessario conchiudere subito questo negoziato, desidero intanto conoscere su tutte singole questioni precise controproposte Menelik4.

305 1 Vedi D. 298.

307

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI AD ADDIS ABEBA, COLLI

T. 5511. Roma, 22 marzo 1907, ore 14,55.

Ricevuto telegramma 342. Mi riferisco al mio ultimo dispaccio relativo istruzioni concordate con Inghilter-

ra e Francia per esecuzione accordo 13 dicembre3. Telegrafo Londra e parigi4 buone disposizioni Menelik affinché suoi colleghi abbiano, se non hanno già avuto, categoriche istruzioni per trattare questione con Menelik con ogni sollecitudine. per parte mia, la autorizzo nel modo più formale ad assecondare giusta domanda Menelik per ottenere d’accordo con lui e con la cooperazione delle tre potenze provvedimenti rapidi, energici e esemplari. prego tener vivo in Menelik proposito manifestato, interessandolo a dare ordini ai suoi capi affinché carichi armi transitanti in territorio etiopico siano inesorabilmente sequestrati e responsabili puniti severamente. Se Menelik, come aderente Atto generale Bruxelles, vuol giungere a qualche cosa di concreto, deve negare autorizzazione ai capi di avere armi direttamente, e dare punizione esemplare ai trasgressori, vigilando e reprimendo lungo le vie rifornimento. Ove Menelik voglia davvero gli sarà facile distruggere con mezzi energici il contrabbando delle armi che ha la sua origine tra Gibuti ed Harrar.

308

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI AD ATENE, MANzONI

DISp. 16247/79. Roma, 25 marzo 1907.

Mi è pervenuto il rapporto confidenziale in data 7 marzo 169/661 nel quale prendendo occasione da una domanda rivoltale da codesto ministro d’Inghilterra per

307 1 Trasmesso via Asmara.

2 Con T. 645/34 del 17 marzo, Colli riferiva il desiderio di Menelik di essere coinvolto nella discussione sulla questione del traffico d’armi in Somalia.

3 Non pubblicato, ma vedi D. 303. 4 Con T. 549, pari data, non pubblicato.

aver notizia dell’esistenza di un supposto accordo fra Grecia, Serbia, Turchia e Montenegro contro la Bulgaria, la S.V. passa in rassegna le aspirazioni e l’atteggiamento dei vari Stati balcanici fra di loro e giunge alla conclusione che in caso di conflagrazione una divisione di quegli Stati in due campi Grecia, Serbia, Turchia e Montenegro da una parte, Bulgaria e Rumania dall’altro debba ritenersi come un’eventualità probabile e che merita sin da ora tutta la nostra attenzione.

Dell’esistenza dell’accordo in parola, non giunse, prima d’ora, notizia alcuna a questo Ministero. Sono bensì note, da tempo, le preoccupazioni del Gabinetto di Sofia per supposti maneggi della Serbia intesi a conseguire un riavvicinamento colla Turchia, preoccupazioni che si troveranno ora aggravate per il fatto della recente missione di Munir pascià a Belgrado: per quanto alla medesima, secondo che il r. ministro in Serbia mi riferisce col rapporto di cui le invio copia2, non debba nel fatto attribuirsi soverchia importanza.

Mentre mi riservo di indagare quale fondamento abbia in realtà la supposizione cui alludeva con lei il suo collega di Inghilterra, ...

306 4 per la risposta vedi D. 311.

308 1 Vedi D. 296.

309

L’AMBASCIATORE A pIETROBURGO, MELEGARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 216/89. Pietroburgo, 27 marzo 1907 (perv. il 2 aprile).

Già a varie riprese il sig. Izvolskij ebbe a mostrarsi meco gravemente preoccupato della piega che prendeva la questione del Marocco, nella quale ravvisava un perenne focolare di pericolose complicazioni internazionali. Il suo intento era sempre quello di adoperarsi onde trovare possibilmente qualche via di conciliazione fra le parti contendenti; non pareva tuttavia nascondersi quante difficoltà comportasse un tale ufficio di paciere, specialmente tenuto conto della delicata posizione in cui trovavasi la Russia, obbligata da una parte dai suoi vincoli d’alleanza a non troppo allontanarsi dalla Francia, ma, dall’altra, sommamente interessata, a motivo anzitutto delle esigenze della sua situazione interna, a non suscitarsi le suscettibilità ed i rancori della Germania. Queste difficoltà potrebbero essere in parte almeno sormontate quando quell’azione pacificatrice della Russia non rimanesse isolata, e sarebbe per conseguenza di sommo interesse per questo Governo il trovare un’altra potenza trovantesi in una situazione press’a poco identica alla sua e com’essa in sommo grado interessata al mantenimento della pace, con cui procedere d’accordo in una tale opera conciliatrice.

Questa potenza non potrebbe essere che l’Italia, la quale, legata anch’essa da vincoli d’alleanza verso la Germania e spinta d’altra parte dagli interessi della sua

politica mediterranea e da forti correnti dell’opinione pubblica nazionale a non troppo staccarsi in quella questione dalla Francia e dall’Inghilterra, è pure supremamente interessata al mantenimento della pace, né potrebbe quindi che plaudire ed, eventualmente, pure associarsi ad ogni azione avente per oggetto di scartare ed appianare le divergenze che potrebbero insorgere.

Che questa similitudine di posizione e d’interessi e l’opportunità di una concordanza di vedute tra i due Gabinetti fossero già da tempo riconosciute dal sig. Izvolskij, lo attesterebbe la cura da lui posta, in altre precedenti fasi della questione marocchina (come ad esempio nello scorso dicembre, quando fu necessario inviare a Tangeri rinforzi militari franco-spagnoli), a farci conoscere le sue vedute ed ottenere la nostra approvazione alle proposte conciliatrici da esso presentate in quell’occasione. Lo stesso può dirsi ora riguardo alla questione della nomina di un ingegnere belga, alla quale riferiscesi il telegramma n. 281 che ho oggi avuto l’onore di inviare all’E.V.

Sarebbe quindi a mio avviso opportuno se il R. Governo si dimostrasse anch’esso disposto di procedere d’accordo colla Russia in tutte le eventuali susseguenti fasi della questione marocchina, sia addivenendo con essa ad esaurienti scambi di vedute, sia anche provvedendo, all’occorrenza, ad un’azione diplomatica concordata fra i due Gabinetti. Una tale azione, i di cui effetti pacificatori potrebbero essere grandissimi, non sarebbe suscettibile a mio avviso di suscitare quelle diffidenze ed animosità che potrebbe provocare un’azione isolata, e potrebbe pure molto giovare all’avvenire delle relazioni politiche fra l’Italia e la Russia2.

308 2 R. 209/66 del 15 marzo, non pubblicato.

310

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA

L. pERSONALE. Roma, 28 marzo 1907.

La ringrazio delle particolareggiate informazioni che mi ha fornito colla sua lettera del 18 febbraio circa l’azione costì intrapresa allo scopo di promuovere un riavvicinamento fra l’Austria-Ungheria e l’Italia1. Da parte nostra, tutto sarebbe già pronto per la costituzione di un comitato, composto di uomini altamente rispettabili ed autorevoli appartenenti a diversi partiti parlamentari; essi si sono impegnati a procedere d’intesa con me, e a non render nulla di pubblica ragione finché non se ne ravvisi, d’accordo, l’opportunità. Ora tale opportunità non potrà certo presentarsi se non quando sia assicurata anche in Austria la costituzione di un Comitato che offra le medesime garanzie di rispettabilità e di autorevolezza. Di queste qualità non sembra-

2 per la risposta vedi D. 318.

no, a quanto dice V.E., essere fornite in sufficiente misura le persone che si son poste ora, a Vienna, alla testa del movimento iniziato in seno alla kultur Politische Gesellschaft. perché possa venir raggiunto il fine, senza dubbio sommamente desiderabile sotto ogni aspetto, di migliorare le relazioni fra il popolo italiano ed i popoli dell’Austria-Ungheria, promuovendo prima di ogni altra cosa una maggiore e più esatta reciproca conoscenza delle rispettive condizioni di fatto, dei reali bisogni e dei reali interessi dei due paesi, occorrerebbe che l’opinione pubblica fosse a ciò guidata, dall’una e dall’altra parte, da uomini che occupano una elevata ed indiscussa situazione nel mondo politico, come sarebbe appunto, in Austria, il sig. Ernst von plener. È a questo scopo che bisogna tendere anzitutto: e frattanto approvo interamente il proposito da lei manifestato di coadiuvare in modo indiretto – e, ben inteso, mantenendo un assoluto riserbo – ciò che può contribuire all’attuazione della lodevole idea. In ogni caso, prima che dal terreno dei semplici progetti si passi a quello dei fatti concreti, sarà bene che di ogni cosa ella tenga parola al barone di Aehrenthal.

309 1 T. 707/28, pari data, non pubblicato.

310 1 Non pubblicata.

311

L’INCARICATO D’AFFARI AD ADDIS ABEBA, COLLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. SEGRETO 744/391. Addis Abeba, 31 marzo 19072.

Ho verbalmente comunicato a Menelik condizioni e compensi che Governo italiano domanda per cessione sbocco mare Raheita.

1) per sistemazione confini Dancalia, Menelik conferma sue buone disposizioni riservandosi esaminare nostri desiderata, quando gli saranno presentati.

2) per confini Somalia, Menelik esclude assolutamente possibilità discutere confini domandati, ed è disposto a trattare questione Lugh e linea di frontiera che da un punto sul Giuba a [monte] di Lugh segue all’incirca 4° parallelo fino incontrare linea confine parallela alla costa stabilita con Nerazzini.

3) per Let Marefià, conferma risposta negativa, già data antecedentemente a questa trattativa, avendo concesso in proprietà ad altri, territori antica stazione. per ferrovia oltre frontiera Mareb, si riserva esaminare nostre domande.

Mi sono riservato presentare Menelik note domande fatte dal Governo italiano alle quali egli darà risposta esplicita e presenterà contro-proposte. Credo opportuno aggiungere seguenti considerazioni: Menelik, evidentemente, intende che cessione Raheita, da parte nostra, costituisca una vera e propria cessione di territorio con tutti i diritti inerenti, e non ho creduto conveniente insistere sulla denominazione di stazione commerciale, contenuta nel telegramma di V.E., per evitare che Menelik confon-

2 Trasmesso da Asmara il 3 aprile.

desse colle agenzie commerciali contemplate nell’articolo V del trattato di commercio. È mio convincimento che Menelik non acconsentirà in nessun caso [...]3 frontiera, e nella sistemazione Dancalia verrà esclusa ogni nostra ingerenza sul piano Salato. Non nascondo mie preoccupazioni che, in seguito esito che prevedo negativo, presenti trattative e in causa nostre manifeste aspirazioni in Somalia, azione accertata in quel territorio sarà resa più attiva e circospetta.

311 1 Risponde al D. 306.

312

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI

T. pERSONALE 6891. Roma, 3 aprile 1907.

Ambasciatore di Germania mi aveva comunicato che suo Governo non si sarebbe opposto a che la questione della riduzione degli armamenti fosse discussa alla Conferenza dell’Aja, però il delegato germanico avrebbe avuto istruzioni di non partecipare a tal discussione né al voto cui avrebbe potuto dar luogo per non impegnare in alcun modo il suo Governo. Ciò mi è stato confermato dal principe di Bülow nel colloquio che ho avuto con lui2. Egli mi ha soggiunto che la Germania non aveva ragione di contrastare la discussione di tal questione ma soltanto non potrebbe accettare una soluzione che fosse in opposizione ai suoi interessi.

Io ebbi già a trattare tale argomento alla Camera dei deputati il 14 giugno 19063 ed allora facendo plauso all’iniziativa partita dal Governo inglese ed assicurando che il Governo italiano avrebbe dato istruzioni ai suoi rappresentanti all’Aja di secondarla notavo l’impossibilità che una sola potenza indebolisse gli armamenti in mezzo ad una Europa potentemente armata e rilevavo la difficoltà di trovare una formula concreta e la probabilità che tale iniziativa dovesse rimanere per qualche tempo allo stato di generosa aspirazione. Tale sarebbe indubbiamente il risultato della Conferenza dell’Aja ove si volesse risolvere la questione bruscamente e d’un tratto con un voto che rimarrebbe sterile se ad esso non fosse assicurata adesione delle grandi potenze; pertanto nell’interesse stesso della nobile ed umanitaria aspirazione parmi che quando tale adesione non si ottenesse preventivamente su di una formula positiva e concreta sarebbe più prudente appagarsi che essa faccia almeno alla prossima Conferenza dell’Aja un passo notevole.

312 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

2 Il 30 e il 31 marzo a Rapallo. 3 Vedi Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, 1904-1906, vol. 7, tornata del

14 giugno 1906, pp. 8487-8488.

Il Governo britannico, come già ho comunicato all’E.V. con mio dispaccio del 1° aprile4, ha dichiarato essere disposto ad accettare che la questione una volta sollevata sia deferita ad una commissione di rappresentanti delle grandi potenze; ove la proposta inglese incontrasse difficoltà io avrei in animo come conseguenza dei concetti cui ho accennato di proporre:

1) che la questione della limitazione degli armamenti benché non compresa nel programma russo possa essere discussa alla Conferenza purché quella potenza o quelle potenze che intendono sollevarla notifichino a tutti gli Stati aderenti tale loro intenzione;

2) che nella notificazione non sia fatto accenno alla questione generale ma si indichino le proposte concrete che si credono atte a risolverle;

3) che essendo queste proposte presentate dopo che già il Governo russo aveva comunicato il suo programma, ottenuto adesione degli altri Stati debba anzitutto essere trattato ed esaurito tale programna;

4) che iniziata la discussione sulla proposta per la limitazione degli armamenti ove la conferenza avesse ad emettere un voto sulla medesima, questo voto abbia a significare soltanto che di essa non ritenga meritevole dell’esame delle grandi potenze quello cui dia voto negativo ed invece ritenga di raccomandare all’esame delle grandi potenze quello cui dia voto favorevole;

5) che le proposte che la Conferenza credesse raccomandare all’esame delle grandi potenze debbano poi formare oggetto di trattative dirette fra queste.

principe di Bülow cui comunicai la mia intenzione di presentare questa proposta come base per una intesa fra tutte le potenze su tale questione, mi disse che egli era disposto ad accettarle e si felicitò meco sembrandogli che io avessi trovato una modus procedendi pratico e tale da potere raccogliere adesione di tutti.

prego dar lettura di questa mia nota a codesto ministro degli affari esteri autorizzando V.E. a rilasciargliene copia ove ne sia richiesta. Gradirei conoscere a suo tempo avviso di codesto Governo in proposito5.

prego di indirizzare a me personalmente tutta la corrispondenza telegrafica ed epistolare relativa a questo argomento.

311 3 Nota del documento: «Manca il gruppo».

313

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATO 749. Vienna, 3 aprile 1907, ore 23.

Barone Aehrenthal mi ha dato oggi lettura, in via confidenziale, di un telegramma pervenutogli iersera in cui il conte Lützow lo informa di avergli V.E. manifestato

5 per la risposta vedi D. 319.

la sua soddisfazione per colloqui avuti a Rapallo col principe di Bülow1 e dei quali la Conferenza dell’Aja avrebbe formato l’oggetto principale.

Il conte Lützow lo previene quindi della intenzione di V.E. di comunicare una sua proposta circa la linea di condotta da seguirsi alla Conferenza, ed accenna, a tale riguardo, alla domanda di diminuzione delle spese militari da formularsi, non vagamente, ma in termini completi e precisi e alla discussione in via diplomatica delle questioni relative. Barone Aehrenthal mi ha detto che avrebbe esaminato la proposta di V.E. non appena ne avrebbe avuto notizia, e mi ha ripetuto che sarebbe stato opportuno che i tre Governi alleati tengano un atteggiamento conforme alla Conferenza. Ha aggiunto che aspettava di ricevere tra giorni comunicazioni della Russia circa Conferenza. Ignorava come sarebbero state concepite ma supponeva che Governo imperiale si sarebbe ristretto a dichiarare che manteneva intatto il suo programma, facendo conoscere, in pari tempo, che alcune potenze si erano riservate facoltà presentare proposte loro proprie alla Conferenza.

312 4 Non pubblicato.

314

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL GOVERNATORE DELL’ERITREA, SALVAGO RAGGI

DISp. RISERVATO 17806/194. Roma, 3 aprile 1907.

Ad evitare malintesi ed a determinare una chiara linea di condotta per l’azione politica del Governo della Colonia Eritrea in Etiopia, invio all’E.V. le seguenti istruzioni pregandola di volersi ad esse scrupolosamente conformare.

Essendo la responsabilità della politica coloniale, secondo le attuali norme costituzionali, tutta del ministro degli affari esteri, a lui incombe l’indirizzo dell’azione politica dell’Italia in Etiopia e da lui quindi deve normalmente ricevere direttamente istruzione la r. legazione in Addis Abeba, non potendo il Governo coloniale spiegare la sua azione oltre confine, senza previo accordo col Governo centrale.

Nei soli casi di urgenza potrà codesto Governo inviare dirette istruzioni alla legazione, avvisandone però contemporaneamente il Governo del Re e rimanendo tuttavia in facoltà del ministro in Addis Abeba di assumere la responsabilità di non dare immediata esecuzione alle istruzioni non direttamente ricevute dal ministro degli esteri qualora non siano in armonia colle direttive generali da esso impartite.

In senso analogo ho scritto alla r. legazione in Addis Abeba1. La prego di accusarmi ricevimento del presente dispaccio.

314 1 Vedi D. 315.

313 1 Vedi D. 312, nota 2.

315

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI ALL’INCARICATO D’AFFARI AD ADDIS ABEBA, COLLI

DISp. RISERVATO 17834/41. Roma, 3 aprile 1907.

Ad evitare malintesi ed a determinare una chiara linea di condotta per l’azione politica del Governo della Colonia Eritrea in Etiopia, invio alla S.V. le seguenti istruzioni pregandola di volersi ad esse scrupolosamente conformare.

Essendo la responsabilità della politica coloniale, secondo le attuali norme costituzionali, tutta del ministro degli affari esteri, a lui incombe l’indirizzo dell’azione politica italiana in Etiopia e da lui deve normalmente codesta r. legazione ricevere dirette istruzioni.

Solo nei casi di urgenza potrà il Governo coloniale inviare dirette istruzioni a codesta legazione, avvisandone però contemporaneamente il Governo del Re, e rimanendo sempre in facoltà del titolare di codesto r. ufficio di assumere la responsabilità di non dare immediata esecuzione a tali istruzioni, qualora non siano in armonia con le direttive generali impartite dal ministro degli esteri.

In senso analogo ho scritto al governatore di Asmara1. La prego di accusarmi ricevimento del presente dispaccio.

316

L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 536/1911. Londra, 4 aprile 1907.

Ritengo che non sarà senza interesse per V.E. di scorrere i qui acclusi estratti di giornali che contengono corrispondenze mandate da Berlino, da Vienna e da Roma circa il convegno recentemente avvenuto a Rapallo tra V.E. ed il Cancelliere dell’Impero Germanico. V.E. valuterà quanto vi possa essere di vero in queste lunghe colonne, e constaterà che la stampa inglese registra con soddisfazione il comunicato considerato ufficiale, portato dai giornali italiani, e la smentita fattavi che V.E. abbia accordato interviste e fatto rivelazioni ai corrispondenti del Resto del Carlino e della Gazzetta d’Italia.

Vedo che la stampa tedesca nota il fatto che a me non era sfuggito, che mancano nei principali fogli londinesi articoli di fondo concernenti il convegno di Rapallo. Ciò mi fa ricordare che nel breve tempo in cui V.E. fu qui come ambascia-

316 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale e privo dell’indicazione della data di arrivo.

tore di S.M. si lagnava spesso del tono poco favorevole della stampa inglese verso le cose italiane. Da quel tempo in poi, o per meglio precisare, dopo conchiuso il trattato per l’Etiopia, non ho più notato esempi importanti di simile modo di considerare le cose nostre. Ma non posso nascondermi che alla ostilità più o meno palese, è sottentrata una certa indifferenza sopratutto quando si tratta dei nostri rapporti colla Germania. Ella ricorda che sir Mackenzie Wallace mi disse, ed io a lei riferii, che il motivo principale per cui la stampa inglese non era del tutto soddisfacente nei suoi rapporti con noi, era sopratutto da ricercarsi nelle tendenze dei corrispondenti da Roma. Mi sembra che la corrispondenza al Times in occasione del recente convegno sia una riprova di ciò, e non mancheranno all’E.V. i mezzi, ove ella lo creda opportuno, di tentare di correggere uno stato di cose che ella mi disse ritenere pernicioso.

315 1 Vedi D. 314.

317

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 760/359. Vienna, 5 aprile 1907 (perv. 1’8).

La stampa austriaca ha considerato con simpatia l’incontro che ebbe testè luogo a Rapallo tra l’E.V. ed il principe di Bülow. Essa è unanime nel ritenere che argomento principale dei colloqui colà svoltisi sia stato il contegno da tenersi per parte delle potenze della Triplice alla Conferenza dell’Aja di fronte ad una eventuale proposta inglese o nord-americana in favore della riduzione degli armamenti.

In alcuni giornali non sono mancati accenni alle mire interessate dell’Inghilterra, nel fare tale proposta e nello spingere l’Italia ad associarvisi, staccandola così, in un argomento di somma importanza, dalle sue alleate, e specialmente dalla Germania. In questo senso sono da segnalare l’articolo di fondo pubblicato nell’odierno numero della Deutsche Zeitung come pure un articolo apparso nella Zeit ed intitolato Il terzo partecipante.

Tuttavia, se si ebbero in giornali a noi poco favorevoli allusioni a tendenze della politica italiana non interamente conformi a quelle della politica delle due altre alleate, è però notevole che la stampa è stata unanime, senza distinzione di partito, nel constatare, con soddisfazione, l’accordo verificatosi su questa questione del disarmo tra V.E. ed il Cancelliere dell’Impero, accordo confermato dal principe di Bülow nelle conversazioni attribuitegli con privati e giornalisti.

Tale accordo è considerato come una nuova prova della solidità della Triplice e della fedeltà dell’Italia agli obblighi che essa le impone.

La stampa stessa riconosce, del resto, che la presenza dell’E.V. al Governo rappresenta una garanzia in questo senso.

318

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A pIETROBURGO, MELEGARI

DISp. RISERVATO 18382/88. Roma, 6 aprile 1907.

Segno ricevuta e ringrazio l’E.V. del rapporto in data 27 marzo u.s., n. 89 sulla questione del Marocco1.

Apprezzo le preoccupazioni del sig. Izvolskij ed apprezzo soprattutto le considerazioni per le quali gli sembra opportuno che le potenze meno direttamente interessate nella questione, e tali sono appunto l’Italia e la Russia, si adoperino ad esercitare una azione conciliativa tra le potenze aventi nel Marocco interessi più diretti dai quali possano derivare eventuali conflitti.

Mi compiaccio poi che il sig. Izvolskij riconosca la sollecitudine che l’Italia effettivamente arreca a pro della causa della pace generale. per parte mia gli sarò grato di qualunque proposta o concetto che a tale fine voglia manifestarmi, ed essere io sempre pronto ad assecondare, in quanto da noi dipende, l’opera sua; mentre, a mia volta non tralascerò di scambiare con codesto ministro degli affari esteri quelle vedute che le circostanze saranno per suggerirmi siccome [...]2.

Desidero che V.E. in questi termini si esprima col sig. Izvolskij così [. . .]2 alle cordiali dichiarazioni da lei riferitemi nel precitato suo rapporto.

319

L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

L. 5551. Londra, 8 aprile 1907.

Segno ricevuta a V.E. dei due telegrammi2 che ella ha voluto personalmente indirizzarmi circa alle proposte per il modo di procedere alla Conferenza dell’Aja nella questione della limitazione degli armamenti di cui V.E. ha tenuto parola col principe di Bülow. Le faccio questa mia comunicazione in proposito per lettera e non per telegrafo sapendo che V.E. è assente dall’Italia per parecchi giorni.

2 parole illeggibili.

2 Vedi D. 312. Con il secondo telegramma, del 4 aprile, si dava istruzione di consegnare, anziché una copia, una traduzione in francese per ragioni di sicurezza.

Quando mi giunsero i predetti telegrammi tanto sir Edward Grey che sir Charles Hardinge erano assenti quindi mi limitai a mandare al Foreign Office un promemoria in cui compresi una traduzione letterale in inglese del dispaccio dell’E.V. Oggi soltanto mi è stato poi possibile di parlare dell’argomento con segretario di Stato.

Sir Edward Grey mi ha detto che aveva preso rapida conoscenza del mio promemoria ma che non si sentiva ancora in grado di formulare una definitiva opinione in merito alle proposte che V.E. avrebbe in animo di presentare. Ma che frattanto avrebbe desiderato di sapere se V.E. oltreché al Governo britannico ha dato comunicazione delle sue intenzioni a tutti quegli altri Governi che come ad esempio l’americano e lo spagnuolo hanno fatto analoghe riserve. Su questo punto crederei opportuno che con quella maggiore sollecitudine che sarà possibile mi mettesse in grado di informare sir Edward Grey. Mi disse inoltre il segretario di Stato che egli non voleva né poteva ammettere l’ipotesi, la quale in una prima ed affrettata lettura del mio memorandum eragli sembrata essere in base delle proposte di V.E., che il presentarsi da qualche potenza in seno alla Conferenza dell’Aja qualche proposta per la limitazione delle spese per gli armamenti (non per la limitazione degli armamenti, volle ben chiarire sir Edward Grey) possa essere motivo di attrito fra le potenze. Secondo lui qualsiasi proposta ed in qualsivoglia modo presentata non può offendere nessuno: perché se la proposta è accettata è evidente che è riuscita gradita e se non è accettata cadrà e le cose resteranno nelle condizioni di prima. Sir Edward Grey mi ha promesso di scrivere tostoché avrà maturato le sue idee al riguardo ed io mi affretterò a scrivere o a telegrafare secondo il caso, quanto egli mi avrà comunicato.

318 1 Vedi D. 309.

319 1 Originale non rinvenuto. Si pubblica la copia conservata nell’archivio riservato della Segreteria Generale.

320

IL MINISTRO A BELGRADO, GUICCIOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. CONFIDENzIALE 266/931. Belgrado, 9 aprile 1907.

Ieri ebbi l’onore di essere invitato a pranzo a Corte, e questo mi dette occasione di intrattenermi lungamente con S.M. il Re, circa a molti argomenti di politica estera ed interna.

Come è naturale si parlò innanzi tutto delle relazioni fra la Serbia e la Bulgaria e si poté constatare che da alcune settimane si erano fatte migliori anche in causa delle condizioni interne del principato che distraggono l’attenzione de’ suoi reggitori dalle questioni estere.

Il Re con molta fermezza asserì che le accuse mosse contro la Serbia non erano giustificate. Che da lungo tempo i bulgari avevano presa l’iniziativa di aggredire

anche quei villaggi che per tradizione storica e per ragioni etniche erano stati considerati da tempo immemorabile come appartenenti alla Vecchia Serbia. Che pertanto l’azione delle bande serbe era stata soltanto difensiva e che la malafede dei giornali di Sofia era giunta al punto da considerare come villaggi bulgari devastati da bande serbe, villaggi serbi messi a rovina dai bulgari. Malgrado ciò, aggiunse Sua Maestà, essere suo fermo desiderio di vivere in buoni rapporti colla Bulgaria ed essere convinto che, nonostante il linguaggio minaccioso, il Governo del principato non verrà mai ad atti apertamente ostili.

Chiesto da quali reconditi fini poteva esser mosso il principe nel muovere così alte doglianze e nel manifestare così clamorosamente il suo malumore, il Re mi rispose il principe avere forse due fini: far cosa grata all’Austria ed acquistare in paese quella popolarità che gli manca, mediante qualche atto fiero e minaccioso. «Il principe è divenuto bulgaro, ma è nato austriaco e sente come un austriaco. Un proverbio serbo dice: la camicia sta più vicina alla pelle che la gunja (giacca). La camicia del principe è “Viennese”».

Evidentemente il Re non nutre alcuna fiducia nella efficacia del programma delle riforme, opinione del resto divisa da tutti coloro coi quali qui ho parlato, nessun eccettuato. Esso ritiene però necessario, anzi urgente, che il nodo macedone venga sciolto.

A tal proposito mi permisi osservare essere più facile dimostrare la necessità di una pronta soluzione che trovarla. In ogni caso essere necessario che serbi e bulgari tenessero ben fisso nella mente che, praticamente, le loro zuffe sanguinose, le rivendicazioni storiche, le indagini etniche, le conversioni forzate servono a nulla. Le grandi potenze considerano ormai di interesse generale la questione macedone e ritengono loro compito prenderne cura; non la lasceranno quindi in balìa delle contese fra serbi, bulgari e greci. Se anche la sua soluzione dovesse render necessario modificazioni territoriali, esse saranno fatte in base a criteri di interesse politico generale e tenendo conto di speciali condizioni geografiche: non si andrà certo a rivangare diritti storici cinque volte secolari e cancellati da tutto un avvicendarsi di guerre, di conquiste, di trattati; non si andrà certo a fare minute inchieste villaggio per villaggio affine di stabilire mediante studi etnografici e filologici comparati, se si tratti di aggruppamenti bulgari, serbi, greci o cutzo-valacchi.

«È perfettamente vero», mi rispose il Re, «tanto più che questi villaggi di diversa natura sono cosi frammisti fra loro da non potere servire di base a vere suddivisioni di territorio».

Conclusi pertanto col suggerire per ora una tregua temporanea che permetta intanto almeno un tacito accordo per determinare fra bulgari e serbi le rispettive sfere d’influenza. Queste influenze si eserciteranno necessariamente con mezzi più pacifici allorquando non si troveranno più di fronte bande armate incoraggiate più o meno apertamente dai rispettivi Governi.

A queste mie osservazioni Sua Maestà non oppose obbiezione alcuna, anzi mostrò di assentire.

320 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto e privo dell’indicazione della data di arrivo.

321

L’AMBASCIATORE A BERLINO, pANSA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 547/2031. Berlino, 10 aprile 1907 (perv. il 16).

In questi giorni è arrivato a Berlino il nuovo ambasciatore francese sig. Giulio Cambon che ha presentato ieri a S.M. l’Imperatore le proprie credenziali come rappresentante della Repubblica presso questa Corte.

Ho l’onore di riprodurre qui appresso in traduzione il testo dei discorsi che furono pronunciati nella circostanza2. Al quale proposito è degno di nota essere questo il primo caso di simile formalità qui praticata all’atto della consegna di lettere di credito, essendo finora invalso l’uso che un nuovo ambasciatore si limitasse a scambiare col Sovrano qualche frase di reciproca cortesia, senza che verun proprio discorso fosse pronunciato, né tanto meno pubblicato in via ufficiale. Si può interpretare questa innovazione come fatta all’intenzione di rendere manifesto il desiderio che qui si ha, in alto luogo, di mantenere amichevoli rapporti con la vicina Repubblica.

Il sig. G. Cambon giunge qui preceduto dalla fama di diplomatico esperto ed attivo, del che egli già ebbe a dar prova nelle sue precedenti missioni agli Stati Uniti ed in Ispagna. Quando fu dapprima annunciata la sua destinazione a Berlino, si dubitò un momento se sarebbe gradita al Governo tedesco, per riguardo all’azione che egli aveva avuto occasione di spiegare verso la Germania nei recenti affari del Marocco: e si domandava pure se qualche prevenzione non sarebbe destata contro di lui dalla sua parentela col fratello p. Cambon ambasciatore a Londra, noto come uno dei principali autori dell’intesa franco-inglese. Ma il mio collega, in una conversazione che ebbi ieri con lui, pur manifestandomi egli stesso una qualche apprensione circa quest’ultimo punto, soggiungeva essere stato pienamente soddisfatto sia dalla cortese accoglienza fattagli dall’Imperatore come dei termini nei quali si era secolui espresso il sig. Tschirschy nella sua prima visita a questo segretario di Stato.

Io ritengo invero che queste favorevoli impressioni del mio nuovo collega sieno giustificate dalla sincera disposizione dell’Imperatore e del suo Governo. Oltreché è qui invalso il sistema di non far questioni, specie con la Francia circa la scelta dei suoi rappresentanti, si è probabilmente considerato che le corrette relazioni di cui si desidera il mantenimento avranno tanto maggior probabilità di trovarsi guarantite in quanto esse saranno affidate a persona intelligente ed animata di autorità presso il proprio Governo.

In fatto di cordialità, il sig. Cambon ne troverà a Berlino altrettanta che da parigi egli avrà istruzione di offrirne. Non è a perdersi di vista che nel latente litigio fra queste due nazioni, la Germania occupa la posizione del beato possidente; e perché

2 Non pubblicati.

più facile riesce il perdonare i colpi dati che non quelli ricevuti, essa non ha motivo di portar rancore alla Francia per le perdite ad essa inflitte trentasei anni orsono, solo che questa si riducesse ad obliarle. più di una volta dal ’70 in poi, si è qui sperato di poter distrarre la nazione francese dalle idee di rivincita, coll’additarle compensi (a spese altrui) in direzioni diverse: e si può notare che gl’incidenti ostili ogni tanto sopravvenuti fra i due paesi tennero dietro più d’una volta a prematuri tentativi di riavvicinamento, fatti da parte tedesca senza rendersi abbastanza conto che le ferite al patriottismo francese non erano ancora rimarginate. Dopo quelle esperienze, credo che, come dianzi me lo accennava uno di questi uomini politici, si è ora qui convinti che almeno per un’altra generazione, nessun governo in Francia sarà in grado, anche volendolo, di stringere accordi sinceramente amichevoli con gli occupanti dell’Alsazia-Lorena. Si attenderanno pertanto con calma gli effetti del tempo, pur accogliendo con premura qualunque passo conciliativo di cui la Francia prendesse l’iniziativa, sia in modo generale, sia in connessione a qualche speciale accordo di cui si offrisse l’opportunità.

Egli è con queste riserve che vogliono essere considerate le manifestazioni recentemente apparse nella stampa dei due paesi riguardo alle loro relazioni, al miglioramento delle quali giova sperare contribuirà l’opera solerte del nuovo ambasciatore sig. G. Cambon.

321 1 Autografo.

322

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AGLI AMBASCIATORI A BERLINO, pANSA, E A VIENNA, AVARNA

T.1. Atene, 11 aprile 1907.

A codesto Governo è noto che il viaggio Re d’Italia in Grecia2 ha esclusivamente carattere di cortesia e che in questa occasione non ho mancato di rinnovare al Governo greco quei consigli di moderazione che già avevo dato specialmente riguardo alle bande circa le quali mi espressi nel mio ultimo discorso alla Camera3 colla maggiore severità. Malgrado ciò qualche giornale tedesco/austriaco commenta viaggio sfavorevolmente con allusioni contro politica italiana e ciò produce in Italia cattiva impressione. Sarebbe perciò di comune interesse che codesto Governo facesse rilevare da codesta stampa ufficiosa che il carattere del viaggio era noto al Governo tedesco/austro-ungarico e che l’accordo nella politica orientale tra gli Stati della Triplice rimane e rimarrà inalterato.

2 Dall’8 all’11 aprile. Restituzione della visita di re Giorgio a Roma nel 1906 (vedi D. 191). 3 Vedi Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, 1904-1906, vol. 9, tornata del

18 dicembre 1906, pp. 11203-11209.

322 1 Minuta autografa. Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

323

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AGLI AMBASCIATORI A BERLINO, pANSA, E A VIENNA, AVARNA

T.1. Catania, 13 aprile 1907.

prego comunicare a codesto ministro degli esteri che avendomi sig. Charles Hardinge telegrafato ad Atene che il Re d’Inghilterra desiderava incontrarsi col Re d’Italia nel suo viaggio di ritorno dalla Grecia è stato deciso che i due Sovrani si incontreranno nel porto di Gaeta la mattina del diciotto corrente. V. E. farà tale comunicazione in via incidentale dopo aver parlato con codesto ministro degli esteri di altri argomenti in modo che appaia che Governo Italia non dà a questo incontro significato politico speciale.

324

L’INCARICATO D’AFFARI AD ADDIS ABEBA, COLLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. SEGRETO 31/9. Addis Abeba, 15 aprile 1907 (perv. l’11 maggio).

Ho già avuto l’onore di riferire telegraficamente a V.E. che in obbedienza agli ordini ricevuti da cotesto Governo ho espresso al Negus il desiderio del nostro Sovrano di potere possibilmente soddisfare alla domanda da lui rivolta a Sua Maestà per ottenere dall’Italia una via di sbocco tra l’Etiopia ed il mare, e gli ho comunicato le condizioni ed i compensi che il Governo del Re crede di dovere esigere per tale concessione1.

Ho dimostrato al Negus che l’importanza morale e politica di essa è così grande, da dover richiedere compensi ad essa adeguati, onde salvaguardare gli interessi del paese, e non ferire la legittima suscettibilità dell’opinione pubblica italiana.

Gli ho esposto le condizioni essenziali alle quali il Governo sarebbe disposto di concedere all’Etiopia la via che dall’Auasc per Adelegubò giunge a Raheita; per questa via egli potrebbe liberamente esercitare il commercio tra l’Etiopia e le altre nazioni, impiantando a Raheita una stazione commerciale pur che fosse direttamente da lui esercitata; obbligandosi però a reprimere ogni traffico di armi e di munizioni non destinate a lui personalmente, ed a restituire al Governo d’Italia la stazione di Raheita qualora egli non intendesse più di conservarla.

324 1 Vedi D. 311.

Nel comunicare al Negus le suddette condizioni ho creduto opportuno di non valermi della qualificazione di «stazione commerciale» contenuta nel telegramma di V.E.2 e con la quale verrebbe designata la concessione dello scalo di Raheita onde evitare che egli se ne valesse per richiamarsi all’art. 5 del Trattato di commercio tra l’Etiopia e l’Eritrea che consente l’impianto di agenzie commerciali, e ne derivasse una confusione che avrebbe potuto compromettere l’esito delle trattative allora in corso per l’invio dei nostri agenti commerciali in Etiopia. Non ho nemmeno creduto opportuno di rilevare e rettificare il pensiero del Negus che la concessione di Raheita debba costituire una vera e propria cessione di territorio con tutti i relativi diritti politici, poiché essendomi già presso a poco note le risposte che il Negus avrebbe dato alle nostre domande di compensi, non volevo con delle restrizioni da parte nostra aumentare ancora la riluttanza di lui a concederci in cambio alcuna parte del suo territorio.

Mi sono perciò limitato ad indicargli quale è lo sbocco che il Governo d’Italia sarebbe disposto a concedergli, ed a quali condizioni egli potrebbe esercitarvi il commercio; riserbandomi di stabilire in seguito con lui quelle altre modalità, relative alla concessione che fossero del caso.

Ho quindi presentato integralmente al Negus le domande di compensi contenute nel telegramma n. 552 di V.E.3 e delle quali riferisco successivamente le risposte datemi dal Negus.

1) Confine tra l’Etiopia e la Somalia italiana. Alla domanda relativa al confine tra l’Etiopia e la Somalia, Menelik ha risposto

escludendo tassativamente la possibilità di accettare o di discutere il confine da noi proposto, che comprenderebbe in territorio italiano tutte le provincie e tribù somale attualmente dipendenti dall’Etiopia.

Egli basandosi su di un concetto molto semplice e primitivo e confacente alla sua indole di negoziante, misurando l’importanza ed il valore del compenso da noi richiesto dall’estensione del territorio e dal profitto che ne ricava attualmente con le continue scorrerie dei suoi capi, non lo giudica adeguato alla concessione che siamo disposti a fargli, la quale se soddisfa il suo amor proprio e realizza il sogno secolare degli imperatori etiopici, non gli lascia alcuna illusione sui vantaggi materiali che da essa potrà ritrarre.

La sistemazione del nostro confine al Mareb del 1900 per la quale Menelik ebbe altri e più immediati e palpabili benefici pregiudica forse l’eventuale sistemazione del confine somalo, che Menelik avrebbe volentieri voluto veder escluso dalle presenti trattative.

È nota però a V.E. l’ostinata riluttanza sempre dimostrata dal Negus a cedere alle pretese di qualsiasi potenza confinante, alcuna parte del territorio che l’Etiopia considera di pien diritto conquistata, e che provocherebbe il più grave malcontento e toglierebbe al Negus ogni popolarità ed autorità presso i suoi sudditi.

3 T. del 22 marzo, col quale Tittoni, nel riconfermare le istruzioni già inviate (vedi nota 2),

aggiungeva di tener pronta la richiesta di un’altra concessione ferroviaria, qualora quella oltre il Mareb non fosse accordata.

Ma nel caso presente oltre alle ragioni su esposte io credo che abbia altresì influito su Menelik la precedente azione del rappresentente britannico che ha sempre nel passato contrastato le nostre aspirazioni e la nostra espansione nell’interno della Somalia, e considerato la nostra stazione di Lugh come un pericolo ed una minaccia per gl’interessi inglesi nella valle del Giuba e nelle provincie meridionali d’Etiopia.

Benché le presenti trattative non siano note al rappresentante inglese, e sia mio dovere di escludere che in questi ultimi tempi egli abbia in alcun modo contrastato la nostra politica, pure logicamente permangono gli effetti della sua precedente azione. Io d’altronde non credo che, malgrado l’accordo del dicembre 1906, l’Inghilterra sia disposta a voler considerare come nostra esclusiva sfera d’influenza politica e commerciale tutta quella parte della Somalia che confina bensì colla nostra Colonia del Benadir e ne forma l’hinterland, ma che confina pur anche a settentrione colla Somalia britannica ed ha forse con essa attualmente maggiori relazioni politiche e commerciali che non coi nostri porti del Benadir.

L’Inghilterra fa di certo assegnamento sulle assicurazioni ricevute da Menelik di non portare alcuno mutamento ai nostri confini in quella regione e continua intanto nella sua previdente politica di penetrazione commerciale: e di questo fanno fede le frequenti escursioni di ufficiali che da Berbera attraverso l’Ogaden ed il Giuba vanno nelle provincie meridionali d’Etiopia, ed il progetto della ferrovia che da Berbera deve giungere all’Uebi Scebeli.

Ma qualunque ne siano le cause la risposta del Negus a questa nostra domanda è esplicita e non ammette discussioni: come già telegrafai a V.E. il Negus considera il confine tra l’Etiopia e la Somalia italiana virtualmente delimitato dalla linea fissata col maggiore Nerazzini, che da un punto sul Giuba corre parallela alla costa a 150 km. da essa, fino a raggiungere il confine anglo-etiopico; ogni spostamento di questa linea verso l’interno sarebbe da lui considerato come una nuova concessione.

pur mantenendo nei suoi termini precisi la proposta di confine presentata dal Governo italiano in compenso dell’eventuale concessione di Raheita, e senza pregiudicare i nostri eventuali diritti su di una linea di confine più vantaggiosa di quella stabilita da Menelik col maggiore Nerazzini, ho invitato il Negus a presentare una controproposta alla nostra domanda, ed egli ha dichiarato che sarebbe disposto a discutere una linea di frontiera che da un punto sulla sinistra del Giuba a monte di Lugh seguisse il 4° parallelo fino ad incontrare la linea di confine parallela alla costa stabilita con Nerazzini.

Mi sono limitato a prendere atto della controproposta del Negus, riserbandomi di comunicarla a V.E., facendogli però osservare che essa ridurrebbe a quasi nulla il compenso per la concessione da lui stesso invocata, e non migliorerebbe le condizioni così critiche ed agitate in cui si trova la Somalia con grave danno e pericolo delle nazioni che ne dividono il possesso.

Io credo che forse il Negus si indurrebbe a concedere una linea di frontiera che da un punto sulla sinistra del Giuba a monte di Lugh proseguirebbe parallela alla costa in direzione nord-est fino a raggiungere il confine anglo-etiopico del 4 giugno 1897, ma di ciò non posso per ora dare a V.E. alcun affidamento.

Unisco intanto al presente rapporto copia di uno schizzo4 presentato al Negus, sul quale sono segnate le differenti linee di frontiera alle quali ho sopra accennato.

Nel mio telegramma a V.E. ho altresì creduto opportuno esprimere le mie preoccupazioni circa alla probabilità che in seguito alle nostre manifeste aspirazioni sulle provincie interne della Somalia, il Negus non voglia rendere più attiva ed efficace l’ingerenza e l’azione dell’autorità abissina in quelle regioni: la spedizione che si sta attualmente preparando ad Harrar e che scenderà lungo l’Uebi Scebeli al cominciare delle prossime pioggie, è indipendente da tale supposta azione, ed ha per scopo di costringere le tribù somale dell’Ogaden a pagare il tributo.

Ma se le presenti trattative non dovessero avere esito conforme alle nostre domande, credo converrà concretare un programma che, pur tendendo a mantenere lo statu quo fino al giorno in cui altri avvenimenti politici ci consigliassero a mutarlo a nostro vantaggio, ci preservasse per ora da ogni possibile sorpresa in quelle località nelle quali ogni diretta ingerenza abissina non sarebbe più tollerabile senza offesa alla nostra dignità ed al nostro prestigio.

2) Concessione della Stazione di Let Marefià. Alla domanda relativa alla Stazione di Let-Marefià il Negus rispose facendo

osservare che l’antica concessione data alla Società Geografica non aveva alcun carattere effettivo e permanente, ed era stata concessa unicamente con scopi scientifici. Egli aveva dimostrato al ministro Ciccodicola, che antecedentemente alle presenti trattative gli aveva presentato analoga domanda, l’impossibilità in cui si trova di soddisfare il desiderio del Governo, poiché il territorio in cui è compresa la Stazione di Let-Marefià appartiene attualmente agli eredi di ras Maconnen ai quali non intende di toglierlo.

Il Negus non sa darsi ragione del desiderio così insistente del Governo italiano di entrare in possesso dell’antica concessione della Società Geografica e non vuole colla sua condiscendenza riconoscere a noi una rivendicazione di antichi diritti, che senza portare alcun vantaggio materiale soddisfarebbe il nostro amor proprio.

3) Ferrovia oltre Mareb. Nel presentare al Negus la domanda di concessione per l’eventuale prosegui-

mento della ferrovia dalla Colonia Eritrea oltre il Mareb, ho seguito le istruzioni di V.E. ed ho evitato di precisare qualsiasi località alla quale la ferrovia dovrebbe tendere.

Il Negus non volle dare alla suddetta domanda una risposta esplicita, ma si riservò di esaminarla attentamente e di consultarsi in proposito.

Non conviene però illudersi, poiché la risposta evasiva del Negus sottintende un evidente rifiuto. Malgrado undici anni di pace e di una continuità di rapporti cordiali ed amichevoli tra le due nazioni, l’Abissinia guarda sempre con sospetto e diffidenza la frontiera del Mareb: e se questi sospetti non annidano nell’animo del Negus, sono però manifesti, anzi ostentati dai turbolenti capi tigrini presso i quali

al Negus non conviene rendersi impopolare con concessioni che solleverebbero aspri commenti e malumori nel Tigrè e minaccerebbero di turbare gli ultimi anni del regno di Menelik.

4) Sistemazione del confine dankalo. Il Negus nel rispondere alla domanda relativa alla sistemazione del confine

della Dankalia confermò le sue buone disposizioni e le assicurazioni espresse a S.E. l’on. Martini, ed il suo desiderio che il confine dankalo venga praticamente e convenientemente delimitato. Non essendomi però ancora pervenute istruzioni precise dal Governo della Colonia, non mi è stato possibile comunicare al Negus i nostri desiderata. posso però fin da ora asserire a V.E. che questi non intende rinunciare ad alcuna delle sue pretese sul piano Salato, né riconoscere a noi alcun diritto, né accordare alcuna concessione in quella regione, ove troppi interessi e cupidigie di capi tigrini sono in gioco. La sistemazione del confine dankalo si ridurrebbe quindi ad una materiale e forse più razionale delimitazione della frontiera, sulle basi però dei precedenti accordi o compromessi.

Riepilogando quindi, delle quattro domande di compensi presentati al Negus non una è stata per ora effettivamente da lui accettata.

Io non ho voluto accogliere come definitiva la risposta del Negus, ed ho compilato una nota nella quale gli ho trasmesso le domande di compensi presentate dal Governo italiano, ed alla quale egli dovrà rispondere.

Delle domande da noi presentate la più importante è certamente quella riguardante la Somalia, per la quale il Negus ha presentato una controproposta, che ho comunicato a V.E.: mi consta intanto che il Negus ha fatto chiamare dall’Harrar e dalle altre regioni confinanti colla Somalia parecchi capi abissini pratici di quella regione per avere su di essa informazioni precise.

In attesa delle istruzioni che V. E. vorrà compiacersi di impartirmi5.

323 1 Minuta autografa. Dall’archivio segreto di Gabinetto.

324 2 Vedi D. 186.

324 4 Non pubblicato.

325

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, A CATANIA

T. RISERVATISSIMO pRECEDENzA ASSOLUTA1. Siracusa, 16 aprile 1907.

Sua Maestà malgrado venuta Egerton ritiene inopportuna tua venuta Gaeta. Sua Maestà riconosce che tu debba vedere re Edoardo prima di partire per Londra e quindi mi incarica di farti sapere che re Edoardo sarà a Napoli la sera del diciotto e che tu potrai trovarti colà e chiedergli appena arrivato un’udienza privata. Faccio prevenire Egerton che tu andrai a vedere re Edoardo a Napoli invece che a Gaeta.

325 1 Minuta autografa. Dall’archivio segreto di Gabinetto. Il telegramma fu trasmesso tramite la

prefettura di Catania, con alcune istruzioni in merito al suo recapito ed alla sua ricezione.

324 5 per il seguito vedi D. 421.

326

IL MINISTRO AD ATENE, BOLLATI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 310/97. Atene, 16 aprile 1907 (perv. il 20).

L’eco degli avvenimenti che si svolsero in quest’ultimi giorni in Atene continua a ripercuotersi, sonora e profonda, in tutta la Grecia. Nei circoli politici, nella stampa, nei pubblici ritrovi, nelle riunioni private, la visita del Re d’Italia forma tuttora l’argomento di tutti i discorsi. Ciò che domina in essi è, innanzi tutto, l’espressione di una simpatia vivissima, di un affetto intenso, di una vera adorazione per l’Italia ed il suo Sovrano. Questi sentimenti, si dice, furono sempre scolpiti nel cuore del popolo ellenico: negli ultimi anni, per fatalità di eventi, per colpa di uomini, per gli intrighi degli avversari comuni, qualche malinteso aveva bensì potuto sorgere fra le due nazioni, e far credere ad una rivalità d’interessi e d’aspirazioni: ma tutto ciò è stato ormai chiarito e deve essere completamente dimenticato. E si rievocano a gara i ricordi classici del glorioso passato, comune alla Grecia ed all’Italia, che diedero al mondo le due più grandi civiltà; si rammentano, con parole di calda riconoscenza, la simpatia che l’Italia ha sempre dimostrata per la Grecia, l’aiuto efficace che essa le ha prestato nelle lotte per la sua indipendenza ed il suo risorgimento: si manifesta un’ammirazione sconfinata per il nostro paese, per i progressi immensi da esso compiuti, per la posizione così elevata che ha saputo acquistarsi fra le grandi nazioni europee; e si conchiude che i vincoli di cordiale amicizia tra l’Italia e la Grecia, cementati dallo scambio di visite tra i due Sovrani, saranno e debbono rimanere indissolubili. Ma con ancora maggior calore si ode esprimere dal labbro di tutti l’ammirazione per il nostro Re, la cui regalità schietta, semplice e cortese ha qui conquistato tutte le menti e tutti i cuori. Si vanta l’affabilità squisita colla quale egli ha ricevuto ognuno, dal più altolocato al più umile; l’interesse di cui ha dato prova per tutte le questioni elleniche; la precisione meravigliosa con cui si mostrò edotto anche di ogni particolare delle cose di Grecia. E si citano i tratti più salienti della sua vita: si magnificano le sue alte doti intellettuali e morali, le sue virtù d’uomo, la sua sapienza di Sovrano moderno; si afferma che l’immagine di Vittorio Emanuele III non sarà mai cancellata dalla memoria e dal cuore di tutti i greci. Né si dimenticano i consiglieri del Re d’Italia, quelli, specialmente, che lo accompagnarono nel suo viaggio in Grecia; ed all’opera del vice ammiraglio Mirabello, che diede sì mirabili risultati per lo sviluppo della nostra Marina da guerra, come all’impronta, saggia e geniale insieme, che l’E.V. seppe dare alla politica estera italiana, si rende omaggio ampio e caloroso.

Chi volesse attentamente scrutare troverebbe certo in fondo a tutte queste manifestazioni, del resto sincere, il riflesso di un altro sentimento, forse meno disinteressato, per quanto naturale, l’amor proprio nazionale ellenico, sempre estremamente, quasi morbosamente sensibile, e che già era stato gradevolmente impressionato dalle onoranze state rese in Roma al suo Sovrano, si sentì oltremodo lusingato dalla visita del Sovrano d’Italia. Apparendo in Atene, con un numeroso e brillante seguito, accompagnato da due dei suoi ministri, alla testa di una splendida e poderosa

squadra, re Vittorio Emanuele ha dato ai greci una delle più gradite soddisfazioni che potessero desiderare. Essi si sentirono rialzati ai loro proprii occhi: fieri di questa prova di considerazione che veniva loro data di fronte all’Europa intera, e specialmente di fronte ai vicini e rivali popoli balcanici, dal Sovrano di una grande e potente nazione: e la loro riconoscenza per l’Ospite Augusto ne venne ancora accresciuta.

Ma, quali che sieno gli elementi che hanno contribuito a determinarla, non v’ha dubbio che l’accoglienza fatta al Re d’Italia in Atene fu affettuosa ed entusiastica, quale non era stata mai fatta ad alcun altro Sovrano. Coloro che furono testimoni lo scorso anno del ricevimento qui avuto dal Re d’Inghilterra – che è pure il Sovrano di un grande paese amico, e del quale sono tradizionali la benevolenza e la protezione accordata alla Grecia – hanno potuto rendersi conto della differenza sensibilissima. E quell’accoglienza fu spontanea, sgorgava dal cuore stesso del popolo: se ne citano cento episodi, taluni commoventi, taluni perfino comici nella loro semplicità. Il popolo greco dei nostri giorni, loquace, rumoroso, violento, è però – come tutti i popoli orientali – tutt’altro che proclive all’espansione ed alle manifestazioni acclamanti. L’onda di entusiasmo che lo avvolse e lo trascinò durante il soggiorno in Atene del nostro Augusto Sovrano, era sincera ed irresistibile. E si può affermare che l’affratellamento delle bandiere greca ed italiana che sventolavano accoppiate in quei giorni su ogni trofeo, da ogni finestra di Atene, non rappresentava una vana immagine rettorica, ma rispondeva ad un sentimento reale e profondo di tutto il popolo di Grecia. In questo, non vi fu una sola nota discordante.

Dove le divergenze incominciano, è negli apprezzamenti circa il significato politico dell’avvenimento. In generale, si capisce, prevale piuttosto la tendenza di esagerare, in un senso favorevole alla Grecia, la portata e le conseguenze del viaggio reale. Senza andar fino alle insulse fantasticherie di coloro che pretendono – così fu stampato da un giornale di patrasso – che questo viaggio sarà il punto di partenza di un mutamento radicale nel sistema delle alleanze europee, re Giorgio essendo riuscito a staccare re Vittorio Emanuele dalla Triplice per far entrare l’Italia nella nuova alleanza franco-inglese, la quale assicurerà alla Grecia vantaggi incommensurabili in un prossimo avvenire, la maggior parte della stampa ellenica persiste ad esprimere, in occasione della visita del Nostro Sovrano, desideri, speranze e convinzioni che sembrano, almeno, alquanto avventate. L’appoggio dell’Italia è ormai assicurato, – dicono gli uni, – per l’attuazione delle più care aspirazioni della Grecia; il Re d’Italia – dicono gli altri, – è la più dolce speranza dell’Ellenismo. Non manca però in questo concerto di lirismo, qualche nota più moderata e ragionevole. Il Neon Asti, il più autorevole, relativamente, fra i numerosi fogli che si pubblicano in Atene, così si esprime: «La Grecia non pretende che il Governo italiano faccia dei sacrifici per essa, e nemmeno che regoli la sua politica in modo tale da metterlo in urto cogli altri Stati balcanici. La Grecia chiede soltanto che sia apprezzata con giustizia la parte sua nella penisola Balcanica, quale elemento di progresso e di civiltà». Un altro giornale il keri credé, sinceramente, che «il Governo italiano non segue in Oriente una politica di conquista, disastrosa per gli interessi e la grandezza dell’Italia: convinto di ciò, e convinto che l’Italia rispetterà sempre i duoi diritti, l’Ellenismo è disposto ad appoggiare cordialmente gli interessi economici e l’influenza politica dell’Italia in Oriente. La visita reale tolse ogni sfiducia tra due popoli chiamati ad intendersi». La Patria che è pure un periodico noto per le sue informazioni fantastiche e le sue

tendenze ultra-nazionaliste, nel render conto, a modo suo, dei colloqui che l’E.V. ebbe coi sigg. Theotoky e Skousez, e pure affermando che la visita di re Vittorio ha avuto un grande significato politico, soggiunge però che non si tratta né di alleanza né di collaborazione nei Balcani: «Si tratta solo di spiegazioni date dal Governo greco e di suggerimenti dati dal Governo italiano. Quanto alla Macedonia il sig. Theotoky ha sostenuto che la situazione anormale in quella provincia è opera esclusivamente dei bulgari, e che i greci si limitano ad esercitarvi un diritto di legittima difesa: l’on. Tittoni consigliò nel modo più amichevole di seguire in Macedonia una politica tale da non dar motivo ad accuse contro la Grecia».

Come contrapposto a queste proteste di piena fiducia nella politica italiana, si sta facendo in tutta la stampa ellenica una vera campagna contro la politica austriaca, motivata dagli attacchi dei giornali viennesi a proposito della visita reale.

A Vienna, dice il keri, non ci devono prendere per ragazzi ingenui, che non comprendono che cosa gli austriaci vanno tramando in Rumania e in Bulgaria contro la Grecia, e quale sia la loro condotta in Macedonia. Sono troppo note, dice un altro giornale, le mire di conquista dell’Austria in Oriente. Dopo aver conseguito l’annessione della Bosnia e dell’Erzegovina, essa fa maneggi ed intrighi nell’Alta Albania, appoggia la propaganda cattolica e la propaganda rumena, fomentando la zizzania tra le varie nazionalità in Macedonia, osteggia dappertutto ed accanitamente l’Ellenismo. «potevamo desiderare un’Austria forte per combattere gli slavi del Sud e trattenere l’avidità russa; e prestarle perciò il nostro appoggio: ma fino ad un certo limite e non oltre».

L’Estia, più moderata, rimprovera solo ai giornali austriaci il malumore dimostrato per il viaggio reale, come se da esso potesse derivare un pericolo per gli interessi austriaci: «Tale sospetto è imperdonabile, tenuto conto dell’alleanza fra l’Italia e l’Austria-Ungheria. Le potenze centrali dovrebbero invece felicitare e ringraziare l’Italia di essere riuscita ad ispirare fiducia alla Grecia, perché l’aumento del prestigio italiano in Oriente non può che ridondare a vantaggio della Triplice».

Accennerò da ultimo che questi miei colleghi delle grandi potenze non mancarono, naturalmente, di rivolgermi qualche discreta interrogazione circa la visita del nostro Augusto Sovrano ed i suoi risultati. Il ministro d’Inghilterra che più degli altri si espresse meco apertamente a tale proposito, mi diceva che realmente, da principio, si era qui manifestata, tanto alla legazione di Turchia, quanto a quelle di talune potenze europee, una certa agitazione circa le eventuali conseguenze di un avvenimento che si temeva potesse alimentare le speranze dell’Ellenismo; senza andare fino a credere alla possibilità di accordi speciali, e nemmeno della semplice promessa di un appoggio italiano alla Grecia, si esprimeva colà il dubbio che il nazionalismo ellenico, incoraggiato e lusingato dall’onore reso alla Grecia colla visita reale, avesse a trarre da ciò pretesto per un’azione avventurosa in Oriente. Ma il tenore dei brindisi scambiati tra i due Sovrani e tutto quanto era trapelato circa il linguaggio qui tenuto dall’E.V., avevano valso ad assicurare completamente anche i più dubbiosi. E queste dichiarazioni mi furono concordamente ripetute dagli altri miei colleghi, non meno dal ministro di Turchia, – che accennava con compiacimento allo scambio di telegrammi qui avvenuto fra il nostro Re ed il Sultano – che dai ministri di AustriaUngheria, e di Germania, da quelli di Francia e di Russia. L’agente diplomatico di Bulgaria mi diceva, infine, di aver riferito al suo Governo che dal viaggio di Sua Maestà in Grecia non solo non doveva temersi alcuna conseguenza dannosa per il

suo paese, ma che era lecito salutarlo invece come l’augurio e l’inizio di un’era più fortunata per tutta la penisola Balcanica.

Dopo che l’E.V. ha potuto rendersi conto personalmente dei fatti avvenuti e dell’ambiente locale, ho creduto mio dovere di riferirle, colla maggiore esattezza che mi fu possibile, circa l’impressione qui lasciata dal viaggio reale. Il quale, in ogni modo, per la simpatia che ha procacciato al nome d’Italia, e per l’ammirazione rispettosa che ha saputo ispirare l’eccelsa figura del nostro Sovrano, mi sembra dover essere considerato come un lieto avvenimento per il nostro paese.

327

IL MINISTRO A BUCAREST, BECCARIA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO CONFIDENzIALE 615/811. Bucarest, 16 aprile 1907.

per quanto io abbia attentamente tenuto d’occhio i principali organi della stampa rumena, non vi rilevai commenti di sorta circa il recente viaggio a Atene del nostro Augusto Sovrano, essendosi essi limitati in generale a riportare, senza apprezzamenti, telegrammi delle agenzie e di giornali stranieri e tutt’al più qualche articolo di questi ultimi sull’argomento.

Tuttavia, quantunque non lo si volesse dar a vedere, la premura posta da S.M. il Re a restituire la visita del Monarca ellenico non fu senza produrre qui da principio – non già negli uomini di Stato che, al pari del sig. Sturdza, ben sanno come la politica italiana in Oriente si informi a concetti precisi e costanti, non soggetti per conseguenza a variare da un momento all’altro, ma in taluni circoli meno informati – un po’ di emozione, che sembra però essersi oramai dileguata in seguito a più matura riflessione. Vi contribuii il meglio possibile, valendomi all’occasione di quanto l’E.V. ben volle comunicarmi con telegramma n. 2530 del 25 novembre scorso2, relativamente al carattere del viaggio di re Giorgio a Roma e facendo intendere che, se colla solita sua squisita gentilezza il nostro Augusto Sovrano non ha voluto tardare a ricambiare un atto di cortesia usatogli, d’altronde più di quattro mesi addietro, la nostra politica in Oriente rimane, non pertanto immutata, e la Rumania – cui il R. Governo diede e dà tuttora continue testimonianze di sincera amicizia appoggiandone le rivendicazioni in favore dei cutzo-valacchi in ciò che hanno di legittimo e realizzabile – dovrebbe anzi rallegrarsi di un riavvicinamento della Grecia all’Italia che porrà quest’ultima in grado di esercitare a Atene un’azione moderatrice più efficace.

Esprimendomi famigliarmente nel senso sovraindicato con un personaggio assolutamente all’infuori della politica, ma meritatamente onorato da re Carlo della maggior stima e fiducia e col quale sono in cordialissime relazioni, mi lasciai poi sfuggire: «Credete voi che se si fosse trattato del vostro Sovrano non avrebbe trovato

2 Non pubblicato.

a Roma un’accoglienza ben altrimenti entusiasta di quella fatta a re Giorgio, date essendo le universali simpatie di cui gode in Italia la Rumania!». Il mio interlocutore dissemi allora di essere sempre stato partigiano d’una visita a Roma di re Carlo o del principe Ereditario.

A titolo strettamente confidenziale non mi tacque però esservi a ciò un grave ostacolo nel fatto seguente. Il principe ereditario – di religione cattolica, come sa l’E.V., e credente – è molto addolorato della interdizione inflittagli di confessarsi e comunicarsi per aver fatto battezzare i suoi figli nella religione ortodossa. D’allora in poi la Corte rumena negoziò segretamente a varie riprese, anche sotto pio X, col Vaticano onde ottenere la revoca della interdizione. Ma finora sempre invano, essendosi urtata in ultimo all’opposizione del cardinale Merry del Val. Essa tuttavia non ha ancora perso ogni speranza. Ma se il Re od il principe andassero a Roma senza chiedere d’essere ricevuti dal papa o ne avessero un rifiuto, come capitò al principe di Bulgaria, la conseguenza fatale sarebbe un peggioramento della situazione e forse la perdita di ogni probabilità di piegare il papa. Una visita a Roma sarebbe quindi possibile soltanto se si avesse prima la certezza di vedere ben accolta da pio X una domanda d’essere ricevuto da lui.

327 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto e privo dell’indicazione della data di arrivo.

328

L’AMBASCIATORE A BERLINO, pANSA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 351. Berlino, 18 aprile 1907, ore 12,44 (perv. ore 14,30).

Dopo il telegramma di V.E. dell’11 aprile2 i giornali tedeschi non si sono più occupati del viaggio del Re in Grecia se non per riprodurre gli articoli ufficiosi di quelli d’Atene e di Roma che ristabilivano il vero carattere di quella visita. Quando ne parlai a Bülow, questi mi ha assicurato che la cosa non aveva la minima importanza dichiarando non valere la pena di occuparsene. Oggi vedendo Tschirschky ritornai sull’argomento a proposito della visita del re Edoardo VII a Gaeta della quale gli accennai in modo accidentale le origini ed espressi la speranza che la stampa tedesca non tornerebbe alle solite fantasie anche su quell’avvenimento, ma Tschirschky mi ripeté che pur deplorando simili esagerazioni il Governo non aveva mezzo alcuno di prevenirle e che il miglior sistema era ancora quello di lasciar dire.

2 Vedi D. 322.

328 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

329

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A COSTANTINOpOLI, IMpERIALI

T. 699. Roma, 19 aprile 1907, ore 19,40.

Dal r. console in Tripoli ricevo il seguente telegramma1: «Banco di Roma avendo inaugurato lunedì scorso [il 15] questa sua succursale, affiggendo targa intestata nome, ne diedi comunicazione verbale al valì lo stesso giorno. Egli si astenne da osservazioni, né fece a tutt’oggi alcuna protesta scritta, ma intanto, stante mantenuto sequestro in dogana della prima targa, stante che ieri dogana rifiutato consegna mercanzia indirizzata al Banco, constandomi tali ordini emanati dall’autorità politica; e visto che oggi stesso valì respinse circolare mandata a lui dal Banco, reputo urgentissimo ottenere ordini perentori gran visir a questo valì per riconoscimento del Banco, finché vertenza definita tra rispettivi Governi; diversamente Banco di Roma ne rimarrebbe danneggiato nei suoi interessi e nel nostro prestigio. prego V.E. cortese sollecita definizione, notando, fin d’ora che contestata nazionalità Eugenio Arbib darà luogo altra opposizione per voltura suoi beni immobili al Banco».

Della temuta opposizione per la voltura dei beni Arbib si potrà trattare se e quando fosse per verificarsi. Desidero che ella intanto reclami formalmente per le vessazioni a cui soggiace un benemerito istituto italiano che si propone, in Tripoli, uno scopo di manifesta utilità economica per il paese. Noi dovremmo considerare non solo come arbitrario, ma anche come decisamente ostile ogni atto che ne ostacoli la legittima azione e scorgervi, a breve intervallo dopo le recenti e precise dichiarazioni di codesti ministri, una smentita che non potrebbe lasciarci indifferenti. La prego di esprimersi in questi termini e con fermo linguaggio, la presente questione non essendo di quelle che possano lasciarsi lungamente trascinare, e sulla quale si possa da noi transigere, ed importando che precisi ordini siano senza indugio telegrafati al valì di Tripoli2.

330

L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 635/236. Londra, 19 aprile 1907 (perv. il 24).

Ho l’onore di trasmettere qui unito a V.E. gli articoli di fondo di questa mane e che il Times e lo Standard pubblicano intorno al fausto incontro avvenuto jeri a Gaeta

2 per la risposta vedi D. 336.

fra i Sovrani d’Italia e di Gran Brettagna, nonché due corrispondenze da Berlino ricevute dai predetti giornali intorno al medesimo argomento1.

Tanto dagli articoli che dalle corrispondenze si rileva che alla sincera esultanza prodotta qui dal convegno di Gaeta, fa stridente contrasto le nervosità della stampa germanica.

E non debbo nascondere a V.E. che in questi ultimi giorni l’incaricato di affari di Germania mi ha, più volte e con una insistenza che non è nel suo carattere, chiesto ciò che io sapessi intorno ai viaggi del re Edoardo VII in Ispagna ed in Italia; e mi ha lasciato intendere che specialmente da Madrid gli venivano comunicati rapporti da cui sembrava potersi desumere che quei viaggi avessero più importanza di quanto si voglia lasciar trasparire.

Ma i timori ed i sospetti del sig. di Radovitz verso l’Inghilterra sono già noti a V.E. e soltanto sarebbe desiderabile che non fossero divisi dal suo collega di Roma in ciò che riguarda i nostri rapporti con questo paese, così chiari e così corretti per chi vuole considerare le cose con la dovuta calma ed imparzialità2.

329 1 T. 836, pari data.

331

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A BERLINO, pANSA

T. RISERVATISSIMO pERSONALE1. Roma, 20 aprile 1907, ore 20,15.

pur confermando mio precedente telegramma circa ferrovia Bagdad2 raccomando la maggiore circospezione affinché in qualunque circostanza io possa dichiarare che affare fu trattato direttamente fra capitalisti tedeschi e italiani assolutamente all’infuori di qualunque ingerenza del Governo.

2 per il seguito vedi D. 333.

2 Con T. 618 del 3 aprile, Tittoni comunicava che Theodoli era stato incaricato di condurre a

buon fine le pratiche per la partecipazione del capitale italiano alla ferrovia di Bagdad.

330 1 Non si pubblicano.

331 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

332

L’AMBASCIATORE A pARIGI, TORNIELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 1127/480. Parigi, 20 aprile 1907 (perv. il 24).

Restituisco qui unito il rapporto originale n. 85 del 25 marzo ultimo1, con il quale l’ambasciatore di S.M. a pietroburgo ha riferito circa lo stato presente delle relazioni fra la Russia e la Francia.

La base data all’alleanza fra le due potenze era certamente delle più solide poiché i grandi interessi finanziari impegnati dai capitalisti francesi di ogni categoria, nei fondi di Stato russo, costituivano una garanzia che l’opinione pubblica di questo paese sarebbe fedelmente rimasta favorevole alle sorti dell’Impero alleato. Ma il pubblico francese, vivamente impressionato dai disastri militari toccati alla Russia nella sua guerra con il Giappone, si stancò di correre dietro con altri ingenti capitali a quelli già impiegati in quell’Impero, sicché le grandi operazioni di credito che furono fatte in Francia ed ebbero carattere di popolare entusiasmo, sono divenute oggi impossibili. Ma i bisogni finanziari dell’Impero sono di tale mole da richiedere forzatamente nuovi ricorsi al capitale straniero e forse, senza il concorso dell’alta banca parigina, nessuno sarebbe in grado di sopperire, nella misura necessaria, a tali bisogni. Sovra coloro che possono ricusare o determinare il concorso finanziario francese non hanno influenza determinante le frazioni che nella Camera pesano sul Governo attuale e, qualunque sia il Governo in Francia dovrà tener d’occhio a due interessi vitali che questo paese ha in Russia, il finanziario cioè ed il politico. A rompere l’intreccio d’interessi sul quale poggia l’alleanza franco-russa hanno pertanto le due parti da pensare bene; né io sarei disposto a credere che vi sia tanto nell’una, quanto nell’altra, un grado di cecità sufficiente per non avvedersene. Si capisce che il linguaggio di alcuni giornali ed anche di alcuni oratori parlamentari francesi possa creare negli ambienti conservatori di pietroburgo qualche malumore. Molte delle cose esposte nel rapporto del comm. Melegari sono certamente notate quotidianamente nella stampa francese e straniera; ma la compagine degli interessi che ha cimentato fra i due paesi ciò che l’entusiasmo popolare avea determinato, non mi sembra così vicina a rompersi da permettere fin d’ora la previsione di radicali mutamenti.

332 1 R. 206/85, non pubblicato.

333

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A BERLINO, pANSA

T. RISERVATISSIMO 7051. Roma, 21 aprile 1907, ore 19,55.

A Gaeta [il 18]2 io non ebbi agio di parlare a lungo con re Edoardo, ma potei conferire lungamente con sir Charles Hardinge. A questi io riferii come il principe di Bülow a Rapallo mi aveva confermato la sua ferma intenzione di mantenere buoni rapporti tra Germania e Inghilterra.

Hardinge si dichiarò contentissimo di apprender ciò e mi affermò nel modo più esplicito che tale è anche l’intenzione del Governo inglese. Egli mi disse che nelle sfere ufficiali inglesi non si prevede che tra Inghilterra e Germania possano sorgere questioni che non debbano essere amichevolmente risolute. Soltanto mi manifestò qualche inquietudine circa il Marocco in cui l’Inghilterra è impegnata ad appoggiare la Francia, soggiungendo che questa inquietudine gli era ispirata non dal contegno del Governo germanico ma piuttosto dalla esaltazione di Rosen, poiché egli ritiene che nei rapporti che manda a Berlino esageri i fatti e carichi le tinte.

Quanto alla questione della limitazione degli armamenti Hardinge mi fece comprendere chiaramente che il Governo inglese non aveva potuto esimersi dal farla per impegni presi da sir Henry Campbell e dai membri più radicali del Gabinetto nelle elezioni generali. Quindi per l’Inghilterra trattasi più che altro di opportunità di politica interna ciò che dimostra come essa non tenga molto alla proposta per sé stessa. Hardinge poi negò nel modo più assoluto che l’Inghilterra agisca per far dispetto alla Germania o per tentare di isolarla. Concluse deplorando il male che fa una parte della stampa dei due paesi colle sue esagerazioni.

Autorizzo V.E. a comunicare confidenzialmente tutto ciò al principe di Bülow3.

2 Vedi D. 330. 3 per la risposta vedi D. 342.

333 1 Minuta autografa. Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

334

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, MAYOR, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 1030/298. Washington, 21 aprile 1907 (perv. il 7 maggio).

Il «Congresso della pace universale e dell’arbitrato internazionale», promosso da Andrew Carnegie, avrà, se non altro, avuto questo risultato di fornire al presidente Roosevelt ed al segretario di Stato, on. Root, l’opportunità di far nota, in anticipazione, qualcuna delle linee direttive che saranno seguite dalla delegazione americana nella Conferenza dell’Aja. Invio, qui unito, il testo della lettera1 che, scusandosi di non intervenire di persona al Congresso, il presidente ha diretta al sig. Carnegie per essere letta nel Congresso stesso. Unisco pure frammenti del discorso dell’on. Root. Entrambi i documenti contemperati danno, secondo il concetto di questi circoli politici e diplomatici, un’idea del programma che la delegazione americana propugnerà all’Aja, ove, a giudicare dalla qualità e dal numero dei suoi componenti, l’Unione Nord-Americana aspirerebbe ad avere parte notevole.

La lettera del presidente fu dal Congresso ascoltata con deferenza, ma riscosse pochi applausi. Il presidente non è un pacifista incondizionato. Egli dichiara amar la pace, ma più ancora il diritto e la giustizia, e si comprende che sacrificherebbe quella per far trionfare questi. Tale è il primo concetto, parte espresso, parte adombrato, che emerge dalla lettera in parola. Il secondo è che, i popoli essendo inegualmente progrediti nelle vie della giustizia e della civiltà, sarebbe un danno che le nazioni più progredite disarmassero di fronte alle altre. In terzo luogo il presidente mette in guardia il Congresso contro le eloquenti utopie. Crede che si possa favorire la causa della pace, ma con giudizio (sanity), e sembra, senza dirlo, fidare, più che altro, nella saviezza degli uomini di Stato. Cita gli Stati Uniti che, nei primi sei anni del secolo, senza sacrificare alcun che dei loro diritti, hanno scrupolosamente rispettati i diritti degli altri popoli, vivendo in buona amicizia con le grandi potenze militari del mondo, educando i filippini nell’arte di governarsi, scavando il Canale di panama a beneficio dell’umanità; intervenendo nelle isole del mare delle Antille al solo scopo di evitare estere conquiste ed ingerenze; stringendo vincoli più intimi con gli Stati sud-americani; cercando, ora con successo ora senza, di evitare guerra nel Centro-America; mostrando, in ogni occasione, di essere pronti, se richiesti, a fare da pacieri; ricorrendo, per loro conto, quando ne fu il caso, al Tribunale dell’Aja; evitando di ingerirsi negli interessi altrui, pur conservandosi il diritto di parlare a favore della giustizia e contro la barbarie e l’oppressione.

Venendo a parlare della seconda Conferenza dell’Aja, il presidente dice che i delegati americani vi si recheranno con istruzione di concorrere, in ogni modo pratico, a far progredire la grande opera iniziata dalla prima Conferenza. Tale opera non può essere compiuta da una o due conferenze. Il domandarlo è domandare l’impossi-

bile e fare il giuoco di coloro che le vorrebbero inefficaci. La nuova conferenza non raggiungerà la meta distante, ma farà qualche passo sulla via della giustizia, della pace e dell’equità. Una delle questioni, non però delle più importanti, sarà quella della limitazione degli armamenti. Gli Stati Uniti, in conseguenza della loro posizione, posseggono un esercito infimo, in paragone degli eserciti delle grandi potenze, ma maggiori forze di terra non occorrono loro. Né aumenteranno la loro marina da guerra, contentandosi di conservarle la sua forza attuale, ben modesta, se la si paragona con la ricchezza, la popolazione e l’estensione delle coste americane. E la lettera accenna, come al modo più pratico di diminuire le spese navali, ad un accordo che limiti le dimensioni delle navi da costruirsi in avvenire (quasiché le dimensioni siano l’unico coefficente della loro potenzialità); sul qual punto, però, dichiara che altre nazioni si sono mostrate dissenzienti.

Ciò che importa, conclude il presidente, è di ridurre le cause possibili di guerra, col trovare altri mezzi atti a comporre le questioni internazionali. Il migliore è l’arbitrato. Non tutte le potenze potranno consentire a sottomettere tutte le questioni all’arbitrato; ma si può aumentare il numero dei casi in cui si debba avervi ricorso, e si può rendere questo di più facile accesso. Il presidente spera che le nazioni concludano un trattato generale di arbitrato e che il Tribunale dell’Aja, grandemente accresciuto di attribuzioni, sia reso permanente con giudici inamovibili e largamente retribuiti. Molte altre questioni verranno dinanzi alla Conferenza; il trattato generale di arbitrato pare al presidente la più importante.

Il discorso del segretario di Stato seguì la lettura della lettera presidenziale. Disse in genere della prossima Conferenza, dell’aspettativa che si ha di essa. Espresse la fiducia che farà opera utile. Ricordò il lascito della prima, nel quale figurano due risoluzioni connesse, auguranti la riduzione delle spese militari e la limitazione delle forze armate. Accennò alle riserve espresse dagli Stati Uniti sul programma della seconda Conferenza, a quella segnatamente relativa alla riduzione degli armamenti ed all’intendimento di parecchie potenze europee di abbordare l’argomento. Accennò alle difficoltà che il problema presenta, dicendo che va però affrontato. Ne è fallita la soluzione in via preliminare, potrà fallire in conferenza; ma la questione va tenuta desta. Lunghi sforzi occorrono a realizzare alti ideali.

Un punto sul quale il Governo americano desidera che la Conferenza si trovi d’accordo è quello della limitazione dell’uso della forza per la riscossione dei crediti internazionali. Cotale uso non esiste nella politica americana, a cui non sembra compatibile col rispetto dell’altrui sovranità, che è il principio più importante del diritto internazionale e la principale protezione del debole contro il forte. L’on. Root ammette che vi sono casi in cui il rifiuto di pagamento del debito contratto, accompagnandosi con circostanze di frode o violazione dei trattati, autorizzi l’uso della forza, ma spera che un accordo internazionale scevererà, gli uni dagli altri, i diversi casi, e farà sì che gli avventurieri i quali approfittano della debolezza e del bisogno di certi Stati per imporre esorbitanti condizioni ed accampare esorbitanti pretese, saranno obbligati di sottomettere le loro domande ad un arbitrato. Accennò alla ragione principale per la quale il principio dell’arbitrato non è universalmente adottato: il timore che il tribunale non sia imparziale e che gli arbitri si considerino piuttosto diplomatici che giudici. Ad ovviare a tale diffidenza, occorre sostituire, e far che si sappia sostituito, il senso giudiziale della responsabilità al senso diplomatico della responsabilità, la

responsabilità verso la giustizia obbiettiva alla responsabilità verso interessi nazionali. Onde la necessità di giudici permanenti, senza altri doveri che quelli di pronunciarsi secondo giustizia.

L’on. Root ha, indi, premunito l’uditorio contro le troppo grandi speranze che si possono concepire sull’opera della Conferenza, le quali preparerebbero amare disillusioni. Le difficoltà che si frappongono sono molte e gravi. La Conferenza del 1907 non realizzerà certamente i sogni di certuni: non creerà il parlamento dell’umanità, né la federazione del mondo. Ma un passo di più sarà stato fatto verso il regno della giustizia, conformemente a ciò che le condizioni presenti dell’umanità consentono. Ed è inutile cercare di andare oltre al possibile. «Il più grande beneficio della Conferenza della pace del 1907 sarà, come per la Conferenza del 1899, i1 fatto della Conferenza stessa...».

Seguirono altri discorsi, ma nessuno di politica importanza.

334 1 Non si pubblicano gli allegati.

335

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AGLI AMBASCIATORI A LONDRA, DI SAN GIULIANO,

A MADRID, SILVESTRELLI, E A pARIGI, TORNIELLI

T. RISERVATISSIMO1. Roma, 22 aprile 1907, ore 11,30.

Ambasciatore Barrère parlando con persona mia intima gli ha detto che esiste un accordo anglo-franco-spagnuolo per regolare tutte le questioni mediterranee comprendendo nel Mediterraneo anche l’Adriatico e l’Egeo e quindi anche le questioni balcaniche, e che tra breve l’Italia sarebbe stata invitata ad accedere a tale accordo coll’avvertenza che non accedendo ne sarebbe esclusa suo danno. Gli confermò inoltre che Francia ed Inghilterra avrebbero aiutato pecuniariamente la Spagna per la creazione di una flotta. Io non credo affatto a queste affermazioni. A Gaeta né re Edoardo né Hardinge che pure dissero molte cose, accennarono menomamente a tale accordo mediterraneo. Quanto alla flotta spagnuola credo che l’Inghilterra volendo spendere dei denari non può non riflettere che li impiegherebbe meglio aumentando la propria flotta. Ad ogni modo data l’autorità della persona da cui tali notizie emanano prego V.E. di fare in proposito accurate e prudenti indagini per mettermi in grado di giudicare se Barrère almeno in parte ha detto il vero o se, sapendo che il suo irterlocutore mi avrebbe riferito le sue parole, ha tentato di impressionarmi con delle panzane2.

2 per la risposta da Londra vedi D. 340, da Madrid vedi DD. 337, 338. Tornielli rispose con R.

riservatissimo 1285/541 del 6 maggio, non pubblicato.

335 1 Minuta autografa. Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

336

L’INCARICATO D’AFFARI A COSTANTINOpOLI, SFORzA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 854/67. Pera, 22 aprile 1907, ore 16 (perv. ore 19,30).

Nel comunicare al ministro degli affari esteri e al gran visir il telegramma di V.E. n. 6991, ho dichiarato loro recisamente che, dati i numerosi e sempre rinnovantisi precedenti nell’Impero, il Banco di Roma non aveva bisogno di alcun precedente per la sua succursale in Tripoli di Barberia, ed ho fatto sentire quanta gravità potrebbe assumere incidente sequestro operato per ordine valì ove ordini immediati non fossero dati.

Gran visir mi ha oggi formalmente dichiarato che manda al valì telegrafiche istruzioni per libero sdoganamento oggetti Banco. Nell’informarmi che tale decisione era stata presa in Consiglio dei ministri, gran visir mi lasciò comprendere che con ciò si mostrava come Sublime porta non intenda muovere obiezioni contro libero funzionamento del Banco di Roma a Tripoli.

337

L’AMBASCIATORE A MADRID, SILVESTRELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATISSIMO pERSONALE1. Madrid, 23 aprile 1907, ore 10,20 (perv. ore 15).

Affermazioni Barrère trovano fedele riscontro nella campagna tendenziosa di questa stampa periodica, nell’articolo spedito col mio rapporto 2152, nella notizia dell’andata del nostro Sovrano a Cartagena che evidentemente va intesa metaforicamente nel senso accessione dell’Italia al preteso accordo colà concluso. Alla vigilia Conferenza Aja si ripetono le manovre e le intimidazioni che precedettero l’apertura di quella di Algeciras, alle quali il nostro Governo credette, nulla guadagnando nel cosiddetto Mediterraneo e solo compromettendo la sua alleanza. Farò ad ogni modo indagini ordinatemi3.

337 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto. Risponde al D. 335.

2 Non pubblicato. 3 Vedi D. 338.

336 1 Vedi D. 329.

338

L’AMBASCIATORE A MADRID, SILVESTRELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATISSIMO pERSONALE1. Madrid, 25 aprile 1907, ore 11,45 (perv. ore 14,55).

Accurate indagini compiute fino ad ora, confermano il mio telegramma 23 corrente2 escludendo preteso accordo salvo il caso non ammissibile che esso sia così vago da non contenere alcun programma od impegno preciso. Spedisco oggi rapporto particolareggiato n. 2253 nel quale riferisco rumore del preteso accordo quale è dato da Barrère ed i suoi disgustosi intrighi.

339

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. pERSONALE 551. Vienna, 25 aprile 1907, ore 14,05 (perv. ore 16,15).

Barone Aehrenthal mi ha confermato oggi che sarebbe partito 30 corrente Berlino per chiedere udienza imperatore Guglielmo al quale non aveva potuto ancora presentarsi Sua Maestà essendo stato assente quando vi si era recato per far visita a Bülow. Egli mi ha detto che sarebbe sua intenzione nel far conoscere sua partenza per mezzo stampa aggiungere essere suo desiderio recarsi durante le vacanze parlarmentari in Italia per chiedere udienza a S.M. il Re e far visita a V.E.

Credeva fosse nell’interesse entrambi i paesi annunziare fin d’ora un fatto che avverrebbe in prossimo avvenire. D’altra parte ciò avrebbe potuto prevenire commenti cui sua andata Berlino darebbe da noi luogo per parte di certa stampa, come interrogazioni che avrebbero potuto forse esserle rivolte in parlamento durante la discussione sulle politica estera non essendo egli venuto ancora in Italia.

Mi ha chiesto quindi d’informare V.E. di tale sua intenzione pregandola fargli conoscere suo pensiero al riguardo che le sarò grato telegrafarmi in tempo utile per comunicarlo al barone Aehrenthal qualche giorno prima del 30 corrente2.

2 Vedi D. 337. 3 Vedi D. 341.

2 È stata rinvenuta soltano una minuta di risposta senza data che così recita: «V.E. può dire ad

Aehrenthal che anche io trovo opportuno che comunicando alla stampa sua visita a Berlino aggiunga che, dopo la vacanza parlamentare, verrà in Italia per chiedere udienza a Sua Maestà e farmi visita».

338 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

339 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

340

L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATO pERSONALE1. Londra, 25 aprile 1907, ore 19,45 (perv. ore 23,10).

prendendo motivo da un articolo pubblicato stamane dal Daily Mail che domani trasmetterò per posta, Grey mi ha fatto oggi chiamare e mi ha detto che in vista dei rumori sparsi dalla stampa di quasi tutti i paesi egli avrebbe domani fatto smentire nei giornali la notizia di presunta alleanza fra Governo britannico, Francia e Spagna e che frattanto mi pregava comunicare all’E.V. essere assolutamente privo di fondamento che si intenda da questa presunta coalizione di potenze di invitare l’Italia ad aderirvi. Gli ho risposto che questa sua dichiarazione giungeva tanto più opportuna in quanto che simili rumori erano stati sparsi in Roma da persona talmente altolocata che non era più possibile non prestar fede ad essi.

Ieri poi avevo avuto un lungo colloquio con Cambon sull’argomento del telegramma di V.E. in data del 22 aprile. Egli mi aveva detto di non ritenere possibile che Barrère si fosse espresso nel modo riferito a V.E. Che era desiderio costante del Governo francese di intendersi coll’Italia, coll’Inghilterra e colla Spagna per tutte le questioni mediterranee ma che era assurdo voler arguire da questo che si fosse formata come una lega delle tre potenze per forzare la mano all’Italia. Io dissi a Cambon che prestavo fede alle sue parole ma che mi pareva vivamente da deplorare che alle notizie false propalate dai giornali con tanto danno dei buoni rapporti fra le potenze venissero talora ad aggiungersi insinuazioni e discorsi emananti da personaggi che non debbono rendersi conto dell’importanza che si attribuisce ad ogni loro detto.

341

L’AMBASCIATORE A MADRID, SILVESTRELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 410/225. Madrid, 25 aprile 1907 (perv. il 29).

Nel mio rapporto del 13 corr. n. 1871 cercai di riassumere quella ch’era a mio avviso la portata esatta dell’intervista di Cartagena: conferma cioè dell’attuale uniformità di vedute fra l’Inghilterra e la Spagna; cooperazione nelle questioni pendenti; ma nessun trattato formale, né firmato né in progetto. Aggiungerei che, ciò malgrado,

341 1 Non pubblicato.

la politica estera della Spagna, qualunque siano i partiti politici al potere, si svolge adesso nell’orbita dell’Entente anglo-francese.

prima e dopo ch’io scrissi il suddetto rapporto, la solita stampa tendenziosa commentò ben altrimenti l’incontro dei due Sovrani: l’articolo della Correspondencia de Espaňa spedito a V.E. col mio rapporto 215 del 20 corrente1 affermò l’esistenza d’un accordo formale anglo-franco-spagnuolo relativo al Mediterraneo ed anche alle questioni balcaniche ed orientali; e lo stesso giornale, divulgando la notizia inverosimile ed insussistente della prossima andata del Nostro Augusto Sovrano a Cartagena, volle evidentemente preconizzare con tale metafora la prossima accessione dell’Italia al preteso suddetto accordo, che sarebbe stato colà concluso durante la visita del re Edoardo.

Tanto scalpore alla vigilia d’una grande conferenza europea rassomiglia troppo alle manovre ed alle intimidazioni che precedettero l’apertura di quella d’Algeciras, giacché allora pare corsero voci persistenti d’accordi relativi al Mediterraneo e d’armamenti marittimi considerevoli a Gibilterra e a Tolone. Ed il nostro Governo, è inutile nasconderlo, si lasciò impressionare da quegli intrighi col solo risultato di compromettere la propria alleanza, senza conseguir nulla, assolutamente nulla, nel così detto Mediterraneo, espressione oramai troppo vaga e mal digerita della quale abusano i nostri politicanti, guardandosi bene però dal definire e precisare quali siano, a loro avviso, gli interessi dell’Italia in quel mare.

Tralasciando questi penosi raffronti ed analizzando la probabilità o meno del preteso accordo formale anglo-franco-spagnuolo, ci convinceremo facilmente della sua inesistenza, a meno che esso sia così vago da non contenere alcun programma ed alcun impegno preciso. Qualunque sia l’attuale orientamento della sua politica, l’Inghilterra non può avere interesse ad ingrandire la Francia nel Mare Mediterraneo e meno ancora a spingerla verso la penisola Balcanica ed il Bosforo, dove la Francia favorì unicamente sinora le aspirazioni della Russia e così farebbe di nuovo se questa potenza riprendesse la posizione che le fecero perdere le disfatte della Manciuria e le mene rivoluzionarie. Non si comprende poi quale sarebbe il compito della Spagna in un accordo esteso alla questione d’Oriente.

I colleghi esteri, salvo alcune eccezioni, se ne mostrano quindi assai increduli; ed alcuni delle potenze minori, portati a prestar fede all’esistenza di patti fra l’Inghilterra e la Spagna, considerano piuttosto tali fatti come destinati eventualmente e solamente a frenare le ambizioni francesi, soprattutto al Marocco. Ed infatti a rigore di logica i porti delle isole Baleari, dei quali parlarono con insistenza i giornali, potrebbero solo servire di base d’operazione in una guerra navale contro la Francia, come già fece quello di Mahon ai primi del secolo XVIII nella guerra di successione spagnuola. Della ricostituzione poi del naviglio e della difesa dei suoi porti «favorita ed incoraggiata dall’Inghilterra» la Spagna non avrebbe praticamente bisogno che per garantirsi da attacchi francesi: e rassomiglierebbe poco allo spirito pratico del Governo britannico di fare o consigliare checchessia senza uno scopo ben determinato e preciso.

L’Inghilterra ha sempre dimostrato di non poter concludere alleanze a meno di portarle a conoscenza del suo parlamento e fu ognora restìa a stipularne a tempo indeterminato, riservandosi di farlo al momento solo di cominciare una guerra. Non è dunque credibile che abbia adesso firmato un accordo così complesso e così gravido

di future complicazioni. Ed apparisce assai chiaramente che tutti questi rumori sono unicamente destinati a far credere all’Italia l’esistenza del vantato accordo mediterraneo al solo fine di distaccarla dai suoi alleati. Non senza osservare che laddove tale accordo esistesse, le potenze signatarie non avrebbero alcun interesse ad assicurarsi la cooperazione dell’Italia nel Mediterraneo e non potrebbero riservarle che una parte molto meschina, del tutto simile a quella che le toccò ad Algeciras, dove persino il modesto desiderio espresso dal nostro delegato d’avere un controllore italiano nel banco marocchino fu giudicato eccessivo e non venne nemmeno discusso.

Dai ragionamenti passando ai fatti concreti io rammenterò a V.E. gli autorevoli comunicati comparsi nel Times e nell’Epoca che sfrondarono l’intervista di Cartagena dalle asserite stipulazioni politiche. Il ministro di Stato, parlando con me a tale riguardo, si espresse in termini di scherzo e di meraviglia circa alle pretese rivelazioni dei giornalisti. L’ambasciatore d’Inghilterra fece lo stesso in un colloquio che ebbi ultimamente con lui; e debbo osservare che tutto quanto egli ha sinora creduto di dirmi s’è sempre provato della più rigorosa esattezza. Al contrario del suo predecessore Nicolson che parlava senza prova dell’alleanza delle potenze occidentali, sir Maurice de Bunsen m’ha più volte affermato che, a suo avviso, il dissidio, del quale tanto si parla, fra l’Inghilterra e l’Impero germanico, esiste soltanto nella stampa dei due paesi.

Nel citato rapporto del 13 dissi che riguardo all’intervista di Cartagena l’ambasciatore di Germania si mostrò meno rassicurato e tranquillo. In una lunga conversazione confidenziale avuta questa mattina con lui, mi disse d’aver interpellato formalmente il ministro di Stato sull’articolo della Correspondencia de España, ed ottenuto le più categoriche smentite; il comunicato comparso nell’Epoca era dovuto appunto a quel suo colloquio. Il sig. de Radowitz m’informò che l’articolo della Correspondencia era stato scritto dal direttore del giornale sig. Leopoldo Romeo, il quale si vanta di ricevere informazioni dal palazzo Reale, perché la Corte disgraziatamente s’è servita di lui per qualche comunicato ufficioso. Quello pure che l’articolo dice della ricostituzione della flotta è completamente inesatto risultando da fonti sicure all’ambasciata di Germania che i progetti di questo Governo concernono solo la difesa di alcuni porti e la costruzione di torpediniere. Mi disse infine che volle interpellare sull’intervista di Cartagena il nostro collega inglese, il quale gli confermò le smentite del sig. Allendesalazar, aggiungendo che durante la visita del re Edoardo si parlò pochissimo di politica.

Secondo dunque il sig. de Radowitz il preteso accordo anglo-franco-spagnuolo relativo al Mediterraneo non esisterebbe; e tale è la convinzione quasi generale di questo ambiente politico e diplomatico, dove all’intervista di Cartagena non si attribuisce portata maggiore di quella da me riferita nel citato rapporto del 13 corr. n. 187.

340 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto. Risponde al D. 335.

342

L’AMBASCIATORE A BERLINO, pANSA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. RISERVATISSIMO pERSONALE 391. Berlino, 26 aprile 1907, ore 8,18 (perv. ore 11).

Bülow non essendo visibile in questi giorni ho parlato confidenzialmente a Tschirschky valendomi del contenuto del telegramma di V.E. in data del 212. Egli si è mostrato assai soddisfatto delle concilianti dichiarazioni inglesi da V.E. raccolte, confermando essere identiche disposizioni del Governo germanico. Si attende qui nei primi di maggio una visita delle autorità municipali di Londra che si spera possa produrre favorevole effetto nel pubblico e nella stampa. Giornali hanno da ultimo naturalmente moderato il loro linguaggio specie dopo il comunicato inserito nella kölnische-Zeitung a proposito del viaggio di re Edoardo VII in Italia. Circa precedente articolo stizzoso di quel giornale Tschirschky mi disse essere impossibile malgrado ogni precauzione prevenire simili accidenti dovuti ad influenze occulte dirette contro il Governo da dicerie ostili.

Quanto all’argomento del mio telegramma n. 343 circa questione armamenti Aja Tschirschky mi informò dello scambio di comunicazioni cui esso ha dato luogo in Roma aggiungendo che attende ora conoscere più esattamente termini preferiti a Vienna riguardo ultimo inciso proposta dichiarazione parlamentare. Bülow sta ora preparando il suo discorso al Reichstag da pronunziarsi entro pochi giorni. Tschirschky mi disse che, tenuto conto attitudine qui già in precedenza assunta, quel discorso necessariamente accentuerà le riserve della Germania un poco di più che non possa farlo l’E.V. per conto dell’Italia ma basterà che le dichiarazioni dei tre alleati suonino genericamente concordi nella sostanza.

343

L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, DE BOSDARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

L.1. Londra, 26 aprile 1907.

Facendo seguito al mio telegramma riservato alla persona di V.E. in data di ieri2, le trasmetto qui unito il testo dell’articolo del Daily Mail che dette luogo al discorso fattomi ieri da sir Edward Grey, nonché la smentita ufficiale3 apparsa questa mane nello stesso giornale, delle notizie propalate nel suo numero di ieri.

2 Vedi D. 333. 3 Non rivenuto.

2 Vedi D. 340. 3 Non pubblicati.

Non ho molto da aggiungere a quanto le telegrafai. Non appena ella mi ebbe fornito quelle singolari notizie intorno ai discorsi fatti a Roma dal sig. Barrère, io mi recai dal sig. Cambon e, fidandomi alla benevolenza ed amicizia sempre da lui dimostratami, ed anche alla serietà e riservatezza del suo carattere, gli parlai francamente. Egli rimase profondamente colpito anzi quasi interdetto, da quanto gli dissi.

Riavutosi poi dallo stupore, mi disse con una certa energia che non era possibile che Barrère avesse parlato così. Che l’espressione del desiderio che l’Italia nelle quistioni mediterranee si avvicinasse maggiormente alla Francia ed all’Inghilterra, e si rendesse più indipendente dai suoi alleati, era un luogo comune nelle conversazioni diplomatiche a Roma. Che egli stesso nel suo recente soggiorno colà, aveva inteso il marchese Visconti Venosta esprimersi in tal senso. Che evidentemente qualche frase di tal genere doveva esser stata trasformata e riferita da qualcuno a V.E. nel modo che io gli dicevo. Continuò il sig. Cambon deplorando l’atmosfera di sospetti nella quale, da qualche tempo a questa parte, vive il mondo politico e diplomatico, di cui naturalmente egli attribuisce tutta la colpa alla Germania.

Io gli dissi che naturalmente il mio Governo era ben lontano dal prestar fede a simili dicerie e che, se non altro, il recente incontro a Gaeta fra i Sovrani d’Italia e di Inghilterra e fra V.E. e sir C. Hardinge, avrebbe bastato, se ve ne fosse stato bisogno, a dissipare ogni sospetto che l’Inghilterra potesse in qualche modo cospirare contro l’Italia presentandosi a lei, per porgerle la mano, dopo aver già conchiuso una intesa colle altre due potenze mediterranee.

Aggiunsi di mio che sapevo che il sig. Barrère aveva per sistema di annunziare come fatte le cose che desiderava; e che pur non volendo contraddire quanto egli Cambon mi diceva sulla impossibilità che il suo collega a Roma si fosse espresso nel modo riferito, non mi pareva assurdo, conoscendo l’uomo, di supporre che egli si fosse espresso in guisa da lasciar intenzionalmente serpeggiare il sospetto che a V.E. era poi stato riferito come realtà. Divagando poi alquanto, il sig. Cambon mi disse che l’Italia aveva già dei positivi impegni colla Francia nelle quistioni mediterranee e che talora faceva non del tutto buona impressione in Francia il notar qualche esitazione da parte nostra nell’adempirli. E mi citò ad esempio la quistione dell’ingegnere da nominarsi a Tangeri; nella quale quistione il Governo italiano aveva tentato di dimostrarsi neutrale, mentre invece, secondo lo spirito dei suoi impegni, esso sarebbe obbligato a sostenere senza esitazione la Francia.

Non volli prolungare il discorso su simili punti speciali, e salutai l’ambasciatore, rifiutando l’impressione che le notizie propalate dal sig. Barrère fossero del tutto false, ma che [scil. con l’impressione che] nella diplomazia francese sussiste tuttora il fermo proposito di rendere sempre più difficile la nostra posizione nella Triplice Alleanza.

Ed è naturale che a tale intento chi manca di scrupoli, usi ogni mezzo meno plausibile.

Dopo la mia conversazione col Cambon, pensavo a procurarmi un colloquio con sir E. Grey, e stavo studiando il miglior modo di farlo parlare senza apparir dominato da una preoccupazione senza fondamento ed anche, in qualche modo, ingiuriosa per la lealtà di questo Governo. Il giorno stesso in cui pensavo di chieder di esser ricevuto dal segretario di Stato egli mi fece chiamare; e non fu senza sorpresa che, fin dalle prime parole dettemi da lui, mi resi conto che egli aveva desiderato di

parlarmi per lo stesso motivo che faceva desiderare a me di parlare a lui. Sir Edward mi parlò dell’articolo del Daily Mail, che io non avevo letto; e mi disse che lo avrebbe fatto smentire l’indomani, ma che frattanto non aveva voluto tardare a dirmi che il Governo italiano poteva star sicuro che il Governo britannico, non aveva fatto nessuna lega colla Francia e colla Spagna; e che non si preparava nessuna avance all’Italia per indurla ad aderire a tale lega.

Io dissi a sir E. Grey che, avendomi V.E. comunicato il tenore dei suoi colloqui con sir C. Hardinge, le voci dei giornali non mi preoccupavano più che tanto. Che peraltro la sua smentita giungeva veramente opportuna in quanto che da fonti che non possiamo non ritenere autorevoli, erano state sparse a Roma delle strane voci che era meglio dissipare senza indugio.

Sir E. Grey replicò che i rapporti fra Gran Brettagna e Italia erano talmente chiari che non potevano prestarsi ad equivoci altro che per dei malintenzionati. Lo statu quo del Mediterraneo, mi disse egli, forma la base dei nostri rapporti. Speriamo (continuò) che tale statu quo possa mantenersi a lungo. Finché esso dura non son da prevedersi complicazioni né da desiderarsi mutamenti nella politica internazionale dell’Europa. Ma se le condizioni presenti dovessero essere minacciate, certo l’Inghilterra dovrebbe preoccuparsi dell’avvenire e cercare in ogni modo di salvaguardare i propri interessi.

342 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

343 1 Autografo.

344

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 668/2501. Monsummano, 27 aprile 1907.

Appena giunto, il 19 aprile a Napoli, dove mi ero appositamente recato per ossequiare i Sovrani di Gran Bretagna, ricevetti il loro invito a pranzo per la stessa sera a bordo del yacht reale «Victoria & Albert».

Sovrani, sempre gentilissimi e cordialissimi, lo furono questa volta ancora di più del solito. S.M. la regina Alessandra, alla quale davo il braccio e che tenne durante il pranzo brillantissima conversazione, mi disse fra l’altro che le aveva fatto immenso piacere il viaggio del Nostro Augusto Sovrano ad Atene. Diceva questo con intensità e sincerità di sentimenti, ispirata certo più che da ragioni politiche, dal suo affetto personale per i suoi stretti congiunti che regnano ad Atene. La regina Alessandra mi disse pure spontaneamente che non fu colpa dello Czar se questi non venne a Roma, ma della polizia e di persone dell’entourage e aggiunse che in Italia sarebbe stato sicuro per lo meno quanto in Russia; essere essa personalmente dolentissima di questo contrattempo e sapere che ne fu dolentissimo anche Nicola II.

Dopo il pranzo, S.M. Edoardo VII mi condusse seco in una sala vicina, dove mi trattenne in conversazione confidenziale ed amichevole per oltre un’ora. Verso la fine sopraggiunse sir Charles Hardinge, per sottoporgli un telegramma da spedire, e prese pure parte al resto della conversazione.

S.M. mi parlò dei più svariati argomenti politici e non politici esprimendosi con molta franchezza e fiducia e prendendo, quasi sempre egli stesso l’iniziativa degli argomenti da trattare: dico quasi sempre, perché fui io che colsi l’opportunità del discorso per volgerlo con naturalezza sulla Cirenaica. Su questo speciale argomento nonché sull’incontro del nostro Sovrano con quello di Spagna e sulla questione di Creta, invio in pari data rapporti separati a V.E.2 mentre comprendo in questo tutti gli altri argomenti politici del colloquio.

Sua Maestà mi espresse suo compiacimento per l’accoglienza ricevuta a Gaeta e mi diede formale incarico di ringraziare ancora, a suo nome, S.M. il nostro Re la prima volta che avrò l’onore di vederlo. Mi chiese pure premurosamente notizie di S.M. la Regina, con intonazione non di formalità consueta, ma di interessamento amichevole. A proposito dell’incontro di Gaeta, il discorso cadde sulle manifestazioni della stampa tedesca, sulle quali il re Edoardo si espresse con molta vivacità. «Il Mediterraneo è libero», egli aggiunse, «ognuno vi può navigare e vedere i suoi amici, senza che per questo si abbia il diritto di accusarlo di intrighi». Sapeva che il sig. paul Cambon era stato mio ospite qualche giorno prima a Catania e mi chiese se questi mi avesse detto se suo fratello avesse speranza di presto migliorare i rapporti franco-germanici. Risposi, come era vero, che il sig. Cambon nulla me ne aveva detto, e che credevo che nulla ancora ne potesse sapere.

All’infuori di queste due occasioni, re Edoardo non nominò mai nel corso della sua conversazione, la Germania ed il suo Imperatore, ma da mezze parole e frasi coperte e dal tono in cui furono profferite, risulta chiaro che l’animo suo è ancora tutt’altro che ben disposto verso il nostro potente alleato. Fece pure grandi elogi del nostro Re, e ne lodò pure la politica interna liberale, non senza allusione abbastanza chiara agli apprezzamenti ed alla diversa condotta di un altro Sovrano. Mi domandò come fossero ora i nostri rapporti colla Francia, e si rallegrò molto sentendo anche da me la conferma che sono ottimi: e da ciò egli trasse nuovo argomento ad insistere nel concetto, ripetuto più volte da lui nel colloquio, che, cioè, tutte le potenze mediterranee hanno solidarietà di interessi. Non disse chi minacci, a suo avviso, questi interessi comuni, ma l’allusione e l’intento erano evidenti. Mi disse aver mandato il principe di Battenberg a Spezia col «Venerable» per assistere al varo della corazzata «Roma», e mi fu facile capire che interpretavo il suo desiderio dicendogli che sapevo che questo atto cortese era stato apprezzato e gradito in Italia. Egli mi disse pure che è molto grato della cordiale ospitalità che riceve sempre nei porti italiani la flotta britannica. Durante tutto il colloquio il Re fu sempre molto cordiale ed espansivo, e per ciò che disse e il modo con cui lo disse, sembrava che non mi conoscesse da pochi mesi, ma che da lunghi anni godessi della sua fiducia.

344 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto e privo dell’indicazione della data di arrivo.

344 2 Vedi DD. 345, 346 e 347.

345

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 669/2511. Monsummano, 27 aprile 1907.

Come ho esposto a V.E. nel mio rapporto di pari data n. 668/2502, nel colloquio che ebbi il 19 aprile con S.M. il re Edoardo VII, vidi che il momento era favorevole per trattare della designazione dei confini tra l’Egitto e la Cirenaica.

Risultava chiaro dal contesto del colloquio che il re desiderava di fare cosa gradita all’Italia, tanto per sentimento d’amicizia, quanto per fini di politica generale che ci consigliano, è vero, la maggiore circospezione, ma non possono impedirci di cercare di trarre i maggiori vantaggi possibili da una situazione internazionale, che presenta per noi anche pericoli, difficoltà non lievi. È noto anche che è nell’indole di re Edoardo di essere assai transigente nelle questioni minori, di comprendere, cioè, la necessità di proporre la soluzione di piccole questioni ai fini più generali e più alti della politica britannica. Sapevo dunque di usare argomento idoneo a convincerlo, dicendogli, come è vero, che il portare un po’ più in qua o un poco più in la un confine vago ed incerto, come è quello che, per lunga distesa di deserto, separa la Cirenaica dall’Egitto, è un ben piccolo interesse britannico, di fronte al comune interesse delle due nazioni di eliminare tutto ciò che può essere cagione di dissenso e di malinteso tra l’Italia e l’Inghilterra o di falsi allarmi nell’opinione pubblica italiana. Gli esposi allora, per sommi capi, lo stato delle cose relativamente a quei confini e ne inferii l’utilità di definirli d’accordo tra l’Italia e l’Inghilterra. Il Re aderì esplicitamente a questa proposta anche prima di sentire da me che lord Cromer aveva dato parere favorevole. Sembrandomi impossibile che sir Edward Grey si opponga dopo che il suo Sovrano ha esplicitamente dato il suo assenso ad un ambasciatore estero, resta la questione del modus procedendi, e quella di merito, cioè dell’accertamento dei limiti delle pretese britanniche.

Sir Charles Hardinge, con cui ne ho pure parlato la stessa sera, è d’accordo che la determinazione dei confini si faccia e vorrebbe che si facesse per mezzo di uno scambio di note, destinate a restare segrete, perché reputa utile che la Turchia non ne sappia nulla. pare che egli consideri il golfo di Solum come tutto o quasi tutto appartenente all’Egitto, poiché si è lamentato meco di incursioni della Turchia in quel golfo, mentre è assai probabile che la verità sia ben diversa. Io ho risposto a sir Charles che non credo che il Governo italiano abbia obbiezioni contro la segretezza e che la repugnanza a patti segreti è sempre venuta da parte della Gran Bretagna. Egli ha replicato che, adottando la forma di uno scambio di note, gli scrupoli costituzionali del Governo britannico sarebbero calmati, e che il segreto si potrebbe mantenere.

In merito, a mio parere, non è dubbio che le oasi di Giarabub e di Cufra appartengono alla Turchia e non all’Egitto, e non dispero che il Governo britannico lo vorrà riconoscere spontaneamente. Nel dubbio, però, che qualche contestazione sia

2 Vedi D. 344.

sollevata, è bene che V.E. mi mandi a Londra tutti gli elementi necessari per sostenere la nostra tesi. Il Governo britannico è preoccupato forse oltre il giusto, dell’agitazione panislamica e sotto questo aspetto, le oasi di Giarabub e di Cufra, sede originaria l’una e sede attuale l’altra, del capo degli Senussi, hanno un’importanza politica, che non permette di escludere del tutto la possibilità di delicate trattative col Governo britannico. So che il comm. pestalozza vorrebbe che si cercasse di comprendere nella Cirenaica l’oasi di Siwa: certo sarebbe bene se ciò potesse riescire, ma io lo credo difficile, oserei dire impossibile, e dubito persino che sia inopportuno di chiederlo. potremo del resto prima che io torni a Londra, discutere di questo e di altri punti, in un colloquio, che sarà bene che io abbia con V.E., assistendovi anche il comm. Agnesa. Nello stesso colloquio potremo esaminare se convenga addirittura, al mio arrivo a Londra, sottoporre senz’altro al Governo inglese la bozza delle note, in cui sia designato il confine, o se convenga prima sondare, sulla designazione particolareggiata di esso, l’animo di sir Eldon Gorst, il quale è già partito dall’Inghilterrna e sarà arrivato al Cairo, quando V.E. riceverà questo mio rapporto3. Intanto sarà bene che l’Ufficio Coloniale non tardi a preparare e redigere la bozza delle note.

345 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto e privo dell’indicazione della data di arrivo.

346

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 670/2521. Monsummano, 27 aprile 1907.

Come ho già detto a V.E. nel mio rapporto di pari data n. 2502, S.M. il re Edoardo VII mi ha espresso il suo vivo compiacimento per il viaggio di S.M. il nostro Re in Grecia e mi ha domandato quali impressioni avesse riportato il nostro Sovrano dall’accoglienza ivi ricevuta. Si rallegrò molto di sentire che il nostro Re ne era rimasto molto contento, e più volte insisté sull’utilità di quel viaggio e sui vantaggi per l’Italia e per la Grecia di cordiali rapporti tra loro. «Sono sicuro», aggiunse, «che questo viaggio avrà contribuito a dissipare sempre più le ingiuste diffidenze di molti greci sulle mire dell’Italia in Epiro». Si parlò a lungo di quei paesi, ed io ne trassi occasione a dimostrargli sempre più quanto quei sospetti fossero assurdi e quali fossero i veri intenti della nostra politica nell’Adriatico nell’Ionio e ne’ Balcani. Sua Maestà sapeva che io ero stato in Albania: vi è stato anch’egli ed è ben convinto che gli albanesi d’oggi non sono punto maturi per governarsi da se stessi. Fu molto lieto quando io gli dissi che, avendo visto più volte la Grecia, reputavo quel giovane Regno assai migliore della sua fama.

Lodò molto l’opera di zaimis in Creta: «Mio nipote», aggiunse, «aveva buone intenzioni, ma era mal circondato». Allusi al noto papadiamantopulos, ed egli riden-

346 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto e privo dell’indicazione della data di arrivo.

2 Vedi D. 344.

do: «Ah! sì, anche il nome di quel signore è arduo a pronunziare! Del resto i cretesi sono stati sempre ingovernabili, durante tutte le epoche della storia». «Sì, Sire ed anche prima», dissi io, «e sin da Minosse». Il Re rise di nuovo e disse che, a suo avviso, l’unica soluzione possibile è l’annessione alla Grecia, che non si dovrebbe ritardare troppo. «Vi sono, può dirsi», egli notò, «i diritti del Sultano, ma a che valgono i diritti quando un popolo non vuol più saperne? Bisogna persuadere il Sultano che è meglio lasciare andare quelli che non vogliono più stare sotto la sua sovranità».

Feci notare che si deve tener conto anche del contraccolpo che l’annessione alla Grecia produrrebbe in quel vespaio minaccioso, che è la penisola Balcanica, e il Re, dopo aver taciuto e riflettuto un momento, rispose: «Sì, avete ragione: quello è un vespaio pericoloso e bisogna per questo motivo procedere guardinghi».

345 3 Nota del documento: «È già arrivato al Cairo (2/5)».

347

L’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATISSIMO 671/2531. Monsummano, 27 aprile 1907.

Come ho detto a V.E. nel mio rapporto di pari data n. 2502, S.M. il re Edoardo VII, di sua iniziativa, mi parlò dell’opportunità di un incontro tra il nostro Sovrano e S.M. il Re di Spagna, e riprese questo argomento, quando, verso la fine dell’intero colloquio, sopraggiunse sir Charles Hardinge. La mia impressione è che il re Edoardo tenga molto a questo incontro che, per quanto gli si spieghino le ragioni del punto di vista italiano sulle necessità delle visite reali a Roma, tale punto di vista non gli appare del tutto giustificato. Anzi sir Charles Hardinge disse più chiaramente: «voler sempre le visite a Roma equivale a rendere impossibili i rapporti personali coi Sovrani cattolici». Il concetto di re Edoardo è che la difficoltà di Roma si possa evitare non scambiando vere e proprie visite, bensì combinando un incontro fra i due Sovrani d’Italia e di Spagna, forse anche apparentemente involontario, o, inevitabile, o casuale, sia durante una crociera, forse anche in acque non italiane o spagnuole, sia presso una Corte amica, in un momento in cui la presenza dei due Sovrani appaia naturale. Ciò, a cui re Edoardo tiene, non è la formalità della visita, né il luogo, né il modo, bensì il fatto che i due Sovrani si conoscano di persona e possano conversare direttamente l’uno coll’altro. Che nella questione della visita a Roma egli e Hardinge non ci diano ragione, anzi non capiscano bene le nostre ragioni, è naturale, perché le nostre ragioni sono di quelle che la mentalità inglese difficilmente capisce ed apprezza. Re Edoardo considera l’impossibilità di un sovrano cattolico di venire a Roma come una causa di forza maggiore ineluttabile, ed infatti, parlandomi della mancata restituzione della visita di S.M. l’Imperatore d’Austria, egli compiangeva quest’ultimo per avere dovuto suo malgrado, fare il

2 Vedi D. 344.

sacrifizio di venire meno all’etichetta (parola testuale, benché inadeguata forse, adoperata dal re Edoardo) «alla quale», aggiunse, «tiene tanto».

D’altra parte, dall’animazione colla quale parlava, risultava ben chiaro che egli tiene molto a questo incontro, il quale è parte di un suo vasto disegno politico, che può, alla sua volta, essere cagione di imbarazzo a noi, amici dell’Inghilterra ed alleati della Germania. Le frequenti allusioni che S.M. mi faceva alla solidarietà di interessi di tutte le potenze mediterranee sono già state da me segnalate nel mio rapporto di pari data n. 250.

La questione delicatissima, va senza dubbio guardata sotto svariati aspetti di politica interna ed esterna. Uno dei pesi da porre in una delle coppe della bilancia è certo il possibile effetto di un definito rifiuto sui rapporti anglo-italiani, e sarebbe per lo meno desiderabile che, se tale sarà la soluzione, sia nota al Governo britannico dopo lo scambio di note sui confini fra l’Egitto e la Cirenaica.

In tutto il difficile colloquio, io ho cercato, rispondendo a S.M. il Re Edoardo, di evitare i diversi scogli, ma, essendo probabile che, a1 mio ritorno a Londra, o il re Edoardo o sir Edward Grey o Charles Hardinge me ne riparli, è necessario che io abbia dal R. Governo le opportune istruzioni per norma di linguaggio.

347 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto e privo dell’indicazione della data di arrivo.

348

L’AMBASCIATORE A pIETROBURGO, MELEGARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 902/31. Pietroburgo, 1° maggio 1907, ore 20,40.

Izvolskij si è mostrato meco molto soddisfatto delle dichiarazioni di Bülow relativamente alla Conferenza della Aja che sebbene lascino aperta la questione della riduzione degli armamenti, non possono mancare di produrre una impressione tranquillizzante. Egli aspetta ora con vivo interesse le dichiarazioni che farà l’E.V. al parlamento1 che egli sa essere state concordate coi Governi di Berlino e di Vienna.

349

L’INCARICATO D’AFFARI A COSTANTINOpOLI, SFORzA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATISSIMO 834/300. Costantinopoli, 3 maggio 1907 (perv. il 14).

Dall’annesso copia di rapporto del maggior Romei al R. Ministero della Guerra1 l’E.V. rileverà come quel nostro ufficiale fosse interrogato dal Sultano circa l’indiriz-

15 maggio 1907, pp. 14152-14156.

zo della politica estera italiana e il contegno che terrebbe l’Italia di fronte a certi eventuali conflitti e come egli rispondesse a S.M. Imperiale.

Il Sultano avendogli poi ordinato di riassumere per iscritto le sue risposte, il maggiore Romei, nel riferirmi quanto egli col suo tatto abituale aveva risposto, mi pregava che gli redigessi alcuni periodi che fissassero il senso delle sue parole. Dettai quindi al maggiore Romei, le linee qui pure accluse in copia2, raccomandandogli di presentarle a palazzo come sua esclusiva personale composizione, il che egli non ha mancato di fare.

ALLEGATO Il ressort de la façon la plus indiscutable des actes et des déclarations du Gouvernement

italien ainsi que des déclarations spontanées et individuelles de tous les hommes d’État qui ont été appelés au pouvoir, que la Triple Alliance continue à être voulue unanimement en Italie, où l’on estime qu’elle forme la plus sûre garantie de la paix. L’Italie ne se détacherait pas d’une politique qui assure la paix à l’Europe.

La Triple Alliance est d’autant plus appréciée en Italie qu’elle n’empêche aucunement les rapports les plus cordiaux avec des puissances qui, comme l’Angleterre, sont liées à l’Italie par une intimité traditionelle. Ces rapports cordiaux avec des puissances en dehors de la Triple Alliance ont d’ailleurs pour résultat de consolider le maintien de la paix.

348 1 Vedi Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, 1904-1907, vol. 11, tornata del

349 1 R. 51 del 30 aprile, non pubblicato.

350

L’AMBASCIATORE A BERLINO, pANSA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 693/265. Berlino, 4 maggio 1907 (perv. il 17).

Ieri sera è ripartito da Berlino il barone di Aehrenthal, ministro degli affari esteri austro-ungarico, dopo una visita di tre giorni da lui fatta a questa capitale. Come egli stesso me lo disse e tutto sembra confermare, la sua venuta non ebbe alcuno scopo politico speciale, ma quello soltanto generico di presentarsi personalmente a S.M. l’Imperatore ed entrare in rapporti personali coi principali uomini politici di questo Impero, nel momento in cui egli sta per assumere le sue nuove funzioni come dirigente la politica estera della Monarchia alleata. Il sig. d’Aehrentahal fu infatti ricevuto in lungo colloquio da S.M. Imperiale e conferì col principe di Bülow e col sig. von Tschirschky sulle questioni di generale interesse. E tutto indica che, oltre alla buona impressione da lui prodotta personalmente sopra i suoi interlocutori, quelle conversazioni condussero ad una reciproca constatazione della perfetta comunanza d’idee e d’intendimenti esistente tra i due Governi.

Ebbi occasione di avvicinare il barone d’Aehrenthal, dapprima, ad un colazione offerta in suo onore dal sig. von Tschirschky (alla quale, con evidente intenzione di riunirvi i rappresentanti della Triplice Alleanza, io solo fui invitato fra gli ambascia-

tori qui residenti, oltre quello di Austria-Ungheria); e lo rividi poscia altre due volte coll’opportunità delle visite fra di noi scambiate.

primo argomento naturale della nostra conversazione fu quello della Conferenza dell’Aja che aveva poco prima formato oggetto del recente discorso del principe Bülow. Il sig. d’Aehrenthal mi confermò quanto sapevo sul previo accordo con lui stabilito dal Cancelliere circa l’attitudine da adottarsi di fronte ad eventuali proposte per la limitazione degli armamenti. Non avendo prossima occasione, egli mi disse, di trattarne egli stesso dinanzi alla Camera austriaca non ancora eletta, dichiarazioni analoghe a quelle del principe Bülow saranno fatte in nome del Governo della Monarchia dal presidente dei ministri d’Ungheria al parlamento in Budapest.

Quanto al contegno dell’Italia verso quella questione, il sig. d’Aehrenthal mi disse che egli si rendeva ben conto delle circostanze un poco diverse nelle quali noi ci troviamo, ma non essere poi indispensabile che il linguaggio da tenersi davanti al nostro parlamento sia assolutamente identico a quello di Berlino e di Vienna, bastando si faccia risultare che si è d’accordo sulla sostanza, cioè che le eventuali proposizioni di cui si tratta devono, per poter esser prese in considerazione, venire formulate in modo concreto dai promotori di esse e che, quando ciò avvenga, le tre potenze alleate si riserveranno di esaminarle nel modo il più coscienzioso. Il mio interlocutore si riferiva a questo proposito allo scambio d’idee avvenuto in Roma in seguito al mio telegramma del 17 aprile1, dicendomi che egli aveva soltanto suggerito una lieve modificazione dell’ultimo inciso nel senso dei termini qui sovra indicati. Tutto ciò, del resto, dev’essere già ben noto a V.E. ed io qui lo riferisco soltanto a titolo di annotazione di quanto mi disse il sig. d’Aehrenthal.

Nel corso della nostra conversazione, si parlò poi dei rapporti anglo-tedeschi nella loro connessione cogli interessi della Triplice Alleanza e con la posizione talvolta un poco imbarazzante che certe difficoltà hanno creato e potrebbero ancora creare alle potenze che come l’Austria-Ungheria e l’Italia si trovano legate da alleanze all’una delle parti e da tradizionale amicizia all’altra. per questo riguardo il sig. d’Aehrentahal riconosceva meco che abbiamo uguale interesse ad adoperarci quando se ne offra l’occasione ad attenuare gli attriti che ogni tanto si producono, i quali però non sono dovuti all’azione dei due Governi entrambi solleciti di mantenere reciproche buone relazioni, ma all’intervento imprudente della stampa della quale egli molto deplorava il linguaggio. Unica cosa, egli soggiunse, che potevano fare i Governi era di rettificare i fatti nei casi più patenti mediante qualche comunicato ufficioso, ma una prevenzione efficace delle intemperanze di tale o tal altro giornale era impossibile: ed egli mi citò a titolo d’esempio, il caso del noto articolo della Neue Freie Presse dello scorso mese sul viaggio del nostro Sovrano in Grecia, articolo che non gli era riuscito di fermare mentre già si trovava in corso di stampa. Egli sperava però che dopo gli ultimi incidenti, anche la stampa comprenderà almeno per un certo tempo la convenienza di contenersi con maggiore moderazione.

In argomento più speciale, il barone d’Aehrenthal mi accennò alla situazione nei Balcani che aveva sembrato da ultimo presentare qualche tensione per effetto dei rapporti non amichevoli tra la Serbia e la Bulgaria. Egli alluse a tale proposito a certe

notizie di Sofia comunicategli tempo fa da V.E., le quali dipingevano le disposizioni della Bulgaria in termini piuttosto inquietanti e tali quasi da far temere un conflitto. Egli però aveva ora ricevuto da Sofia informazioni che riteneva attendibili le quali lo rassicuravano circa gli intendimenti del Governo bulgaro: si era bensì prodotta colà un certa irritazione pel fatto delle recenti incursioni di bande serbe, ma nulla indicava che ciò dovesse condurre, almeno per ora ad alcuna grave conseguenza.

In complesso, il barone Aehrenthal mi parve fiducioso nel pacifico sviluppo della situazione internazionale quale essa si presenta per il prossimo avvenire. Egli alluse alle amichevoli relazioni di reciproca confidenza che si erano venute raffermando fra i nostri due paesi e che egli si proponeva coltivare col concorso di V.E. e mi disse rallegrarsi al pensiero di avere nella prossima estate occasione d’incontrarsi con lei e di offrire personalmente i suoi omaggi al Nostro Augusto Sovrano2.

349 2 Vedi allegato.

350 1 Non rinvenuto.

351

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. CONFIDENzIALE 611. Vienna, 6 maggio 1907, ore 19,10. (perv. ore 20,55)

Barone Aeherenthal mi ha detto essere soddisfatto suoi colloqui con principe di Bülow. Egli aveva [trovato]2 Cancelliere dell’Impero perfettamente tranquillo e le varie questioni presenti erano da lui considerate colla maggiore calma nonostante nervosità manifestatasi di recente in una parte della stampa europea.

Quanto alla Conferenza dell’Aja non credeva potesse dar luogo a preoccupazioni. La Germania del resto si era riservata di non partecipare discussione proposta limitazione armamenti. Nell’accennare a questo proposito alle dichiarazioni concordate tra il r. ambasciatore in Berlino ed il sig. Tschirschy, barone Aehrenthal ha rilevato che esse erano atte, ove fossero state accolte da V.E., dimostrare, come Italia quantunque disposta a partecipare a quella discussione non si trovasse quanto alla sostanza in disaccordo coi suoi alleati.

Rispetto rapporti tra Germania e Inghilterra Bülow non prevedeva questioni che non potessero essere risolte amichevolmente, né per ciò che riguardava il Marocco sorgeva difficoltà colla Francia, l’atto d’Algeciras avendo regolato la situazione delle varie potenze nell’Impero.

Barone Aehrenthal ha concluso col dirmi che suo viaggio Berlino, il quale sarebbe stato seguito da quello in Italia, non poteva non far constatare opinione pubblica stabilità della Triplice Alleanza che avrebbe continuato ad essere, siccome lo era stato finora, una guarentigia di pace per l’Europa.

351 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

2 Integrazione del decifratore.

350 2 Vedi DD. 398, 399.

352

IL GOVERNATORE DELL’ERITREA, SALVAGO RAGGI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 364/2260. Asmara, 6 maggio 1907 (perv. il 18).

Ringrazio l’E.V. per la comunicazione fattami col dispaccio 14 marzo u.s. n. 1571 del rapporto 18 gennaio c.a. della r. legazione di Addis Abeba2, circa le notizie che circolano in Abissinia contro gli italiani.

Quanto alle voci di guerra prossima fra l’Italia e l’Etiopia, e che son pure giunte a conoscenza di questo Governo, se esse dovessero riferirsi a iniziative bellicose da parte nostra, tutto il nostro contegno, oltre le esplicite affermazioni fatte ad ogni occasione, starebbe a smentire; se si riferiscono poi ad intendimenti ostili da parte del Negus, sarebbe opportuno che la r. legazione provvedesse affinché fosse, autorevolmente, posto fine alla loro diffusione.

Mi permetto poi di richiamare l’attenzione della E.V. su quella parte del rapporto della r. legazione ove si parla della ripercussione che alcuni provvedimenti da noi presi per l’indemaniazione dei terreni, in ottemperanza alle tassative disposizioni in vigore, avrebbero tra le popolazioni di oltre confine. Tale ripercussione, certo esagerata, non è peraltro meno reale, e già questo Governo ne ebbe sentore, tanto che ritenne opportuno negli ultimi tempi procedere con le maggiori cautele in fatto di indemaniamenti. Credo doveroso segnalare il fatto all’E.V., anche in relazione alle disposizioni che su tale materia potranno essere contenute nel nuovo ordinamento fondiario3.

353

L’AMBASCIATORE A pIETROBURGO, MELEGARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 361. Pietroburgo, 8 maggio 1907, ore 12 (perv. ore 17,10).

Izvolskij mi ha parlato oggi ancora della questione della riduzione degli armamenti che dopo il discorso di Bülow ha preso indubbiamente una piega più rassicurante. Mi dice aver avuto notizie da Londra delle disposizioni concilianti del

2 R. 7/7, non pubblicato. 3 Allegata al presente rapporto è la seguente annotazione: «Terrò conto della delicata questio-

ne nell’approvazione dell’ordinamento fondiario. A Addis Abeba». 353 1 Dall’archivio riservato della Segreteria Generale.

Governo inglese. Egli confida che dopo le dichiarazioni di V.E. alla Camera2 riesca ancora possibile trovare una formula che con bel garbo sotterri definitivamente la questione. L’Italia o la Francia o le due insieme gli sembrerebbero particolarmente indicate ad un tale compito.

352 1 Non pubblicato.

354

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

L. pERSONALE. Vienna, 8 maggio 1907.

Credo dover completare il telegramma riservatissimo n. 62 ch’ebbi l’onore di dirigere all’E.V. il 6 corrente1, relativamente al colloquio da me avuto col barone d’Aehrenthal circa il suo viaggio in Italia.

Nel ricordare al barone d’Aehrenthal la comunicazione fattagli nello scorso febbraio2 del programma di visite da lei proposto gli feci rilevare – per mostrargli come questo avesse incontrato la piena sua adesione – l’osservazione da lui fatta che, qualora S.M. l’Imperatore, per circostanze impreviste o a causa delle manovre militari, avesse dovuto lasciare Ischl il 27 o il 28 agosto, egli sarebbe stato costretto di pregare V.E. di recarsi prima in quella residenza per essere ricevuto da Sua Maestà e quindi al Semmering per fargli visita.

Il barone d’Aehrenthal mi rispose che rammentava bensì tale osservazione, ma che era nella persuasione che egli avesse dovuto recarsi, nel venire in Italia, dapprima a Racconigi, per chiedere udienza a S.M. il Re e di là a Desio per farle visita. La pubblicazione quindi comparsa nel Fremdenblatt era da considerarsi come il risultato di un mero equivoco ed egli si sarebbe conformato al programma da lei proposto.

Nel farmi poi intendere che avrebbe desiderato conoscere le ragioni per le quali V.E. credeva che la sua visita a Desio dovesse precedere quella a Racconigi, aggiunse che non poteva non riconoscere anzi utile d’incontrarsi dapprima con lei, perché l’avrebbe messo meglio in grado di parlare delle cose nostre a S.M. il Re, nell’udienza che gli sarebbe piaciuto di accordargli.

Qualora l’eventualità accennata dal barone di Aehrenthal si avverasse e V.E. dovesse conseguentemente recarsi dapprima ad Ischl per presentarsi a S.M. l’Imperatore, l’opinione pubblica italiana potrebbe forse notare il procedimento differente seguito da barone d’Aehrethal nel suo viaggio in Italia ed, ignara come sarebbe delle circostanze che l’avrebbero motivato, considerarlo in modo poco favorevole,

354 1 Non rinvenuto.

2 L. confidenziale dell’11 febbraio, non pubblicata.

ritornando sui commenti già fatti dalla nostra stampa all’annunzio che la visita del ministro imperiale e reale degli affari esteri a S.M. il Re sarebbe avvenuta non in Roma, bensì a Racconigi.

V.E. giudicherà se e qual conto debbasi tenere di tale considerazione che mi permetto di sottometterle, per ogni buon fine3.

353 2 Vedi D. 348, nota 1.

355

L’INCARICATO D’AFFARI A COSTANTINOpOLI, SFORzA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATISSIMO 885/317. Costantinopoli, 9 maggio 1907 (perv. il 14).

Lo stato di estremo esaurimento del tesoro ottomano, di cui ho riferito in recenti rapporti, ha obbligato la Sublime porta a concludere il 1° corrente un nuovo prestito. Ogni cespite d’entrata essendo impegnato, salvo i fari sui cui redditi si è cercato invano finora di fare una combinazione, il Governo imperiale ha dovuto ancora una volta ricorrere agli eccedenti dei redditi concessi al Debito pubblico Ottomano e, sempre, si è diretto alla Banca ottomana la quale ha consentito a fargli un nuovo anticipo di lire turche duecentomila garantito sui detti eccedenti, con che essa ha fatto, del resto, un’ottima speculazione, impiegando il suo denaro al 7% e su una garanzia sicura, giacché i redditi concessi non fanno che aumentare costantemente.

Fra i tanti urgenti bisogni che stringono l’amministrazione turca, due urgentissimi l’hanno obbligata al nuovo imprestito: la necessità di nuovi fondi per lo Yemen ove l’ultima carta di pacificazione è tentata con l’invio di un missione; e l’obbligazione di non più oltre ritardare il pagamento degli stipendi militari e civili in Macedonia, ove il deficit non faceva, in questi ultimi mesi, che accumularsi, visto che la messa in vigore del nuovo regime doganale è stata tanto ritardata.

Col nuovo imprestito le somme fornite alla Sublime porta dalla Banca ottomana su garanzia dei «redditi concessi» son salite a oltre ottocentomila lire turche. Il che inquieta la diplomazia e la finanza germaniche le quali contavano sugli eccedenti di quei redditi per la garanzia chilometrica della seconda sezione della ferrovia di Bagdad. E per quanto non si potesse negare che al nuovo prestito la porta era obbligata da necessità impellenti, pure questo deve aver prodotto nei circoli germanici un certo senso di irritazione, a giudicarne da una corrispondenza da Costantinopoli apparsa nella Frankfurter Zeitung del 5, giunta qui ieri, ove la recente operazione consentita dal potente istituto franco-inglese, è definita «un serio attacco degli avversari della ferrovia di Bagdad contro il compimento della linea» e in cui si finisce perfino col parlare «di far alzar la visiera al Sultano e ai suoi consigliere». Qui accluso trasmetto

a V.E. la traduzione di tale articolo, la cui importanza vien tutta dal fatto che n’è autore il noto corrispondente Weiss, il quale più che un giornalista è un vero e proprio portavoce pagato dell’ambasciata germanica.

Si è perciò che l’articolo ha prodotto un viva impressione qui, ove è stato considerato come un severo avvertimento indiretto della Germania la quale vorrebbe far sentire agli uomini di Stato turchi e ai gruppi finanziari franco-inglesi ch’essa è decisa a mantenere la sua posizione privilegiata e a difendere con energia i suoi interessi minacciati dalla concorrenza anglo-francese di cui una prima manifestazione è stato il sindacato formato dalla Banca d’Inghilterra e dalla Banca ottomana di parigi per impedire che le azioni della Società delle Banchine di Costantinopoli cadano nelle mani di finanziari tedeschi (vedi mio rapporto n. 187 del 12 marzo scorso)1.

Quel che da parte germanica evidentemente si teme si è che i «redditi concessi», i cui eccedenti sono ormai impegnati in garanzie di prestiti fino al 30 giugno 1910, debbano servire ancora a nuovi anticipi al tesoro turco, allontanando sempre più, per tal modo, l’epoca in cui essi possano essere sfruttati come garanzia chilometrica per i nuovi tronchi, ormai troppo ritardati, della ferrovia di Bagdad.

Un altro giornale qui giunto oggi mi sembra offra la prova che la stessa impressione, per quanto con opposte ragioni e tendenze, si ha nel campo francese. Si legge infatti nell’autorevole Bulletin de l’étranger del Temps portante la data del 6 maggio, che i capitalisti francesi non debbono consentire alla Turchia un prestito che permettendole di offrire altre garanzie che quelle dei «redditi concessi» avrebbe «per risultato diretto o indiretto di aumentare le disponibilità che potran servire alla garanzia chilometrica di Bagdad – e per conseguenza di facilitare lo sviluppo d’un’intrapresa che si persegue all’infuori della Francia».

Sembra infatti – da confidenziali informazioni giuntemi – che il progettato futuro accordo fra i capitalisti tedeschi e il sindacato francese, rappresentato dalla Banca ottomana, per la partecipazione di questo alla costruzione e all’esercizio delle linea Conia-Bagdad si urta contro divergenze troppo essenziali, perché si possa supporre sia facile eliminarle. In sostanza, i tedeschi proporrebbero l’internazionalizzazione della linea alla condizione che la maggior parte del capitale fosse riservato al sindacato germanico, assicurando per tal modo a questo la maggioranza nel consiglio d’amministrazione. Il gruppo francese domanderebbe invece che il capitale sia sottoscritto a parti uguali fra i tedeschi, i francesi e gli inglesi e che la parte della linea compresa fra Conia e Adana fosse considerata tedesca, quella da Adana al vilaiet di Bagdad, francese, e quella dal vilaiet di Bagdad fino alla testa di linea Bassora, inglese.

È chiaro che il punto di vista francese trarrebbe seco, una volta accettato, una trasformazione completa dell’antica concezione germanica della linea di Bagdad e che non può quindi non tornare eccessivamente sgradito in Germania.

Mi permetta, sig. ministro, di aggiungere una riflessione: ed è che ove la Turchia continui – anche controvoglia, ma perché forzata dalla penuria del tesoro – in una politica finanziaria che, mentre toglie ai tedeschi le sperate garanzie chilometriche,

pone vieppiù il Sultano alla mercé del capitale francese ed inglese, ciò potrà avere un’importanza da oltrepassare quella pur grandissima della linea di Bagdad. Non vorrei osare, a proposito di un questione finanziaria e in base ad articoli di giornale, parlare dell’eventualità del diminuire dell’influenza germanica a Costantinopoli.

È argomento troppo grave perché sia praticamente utile parlarne ora – anche se potessi basarmi su alcuni fatti e indizi, che, per constarmi in modo indiscutibile, credo dover accennare all’E.V.: come il cresciuto sentimento generale di un rinnovamento d’interessi inglesi nelle cose d’Oriente, di che già riferii col rapporto succitato del 12 marzo; come il visibilmente diminuito favore del Sultano pel barone Marschall dopo l’incidente dell’imposto esilio di Feim pascià; e come i messaggi quasi quotidiani che da circa un mese si scambiano in modo riservatissimo il Sultano e l’ambasciatore di Inghilterra su questioni finanziarie. posso garantire la cosa, pur ignorando naturalmente l’argomento preciso di tali comunicazioni, circa le quali sir O’Conor che, vedendomene informato, volle tenermene parola, si limitò a dirmi: «Sto predicando al Sultano che studi le condizioni finanziarie del suo Impero e che pensi che si avvia alla bancorotta».

354 3 per la risposta vedi D. 362.

355 1 Non pubblicato.

356

L’AMBASCIATORE A pIETROBURGO, MELEGARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 331/124. Pietroburgo, 9 maggio 1907 (perv. il 20).

Quest’ambasciatore d’Inghilterra mi ha detto che il sig. Izvolskij avrebbe recentemente confidato ad un alto personaggio di cui il mio collega mi tacque il nome, che si proponeva, non appena conchiusi gli accordi coll’Inghilterra e col Giappone, di consacrare tutta la sua attività alla politica balcanica, che, più assai delle complicate e per la Russia ormai ingrate questioni asiatiche, confaceva ai suoi gusti ed alle sue competenze, e ciò al fine di cercare di rialzare nei Balcani il prestigio di quest’Impero e ridargli colà la posizione che le spetta.

Delle buone intenzioni del sig. Izvolskij non ho motivo di dubitare; resta ora soltanto ad attendere in qual modo si proponga raggiungere questi obbiettivi. È possibile che un’azione efficace e ben diretta della diplomazia russa a Costantinopoli e presso i vari Stati balcanici potrà contribuire a rialzare il prestigio della Russia e riconquistare parte almeno delle affievolite simpatie. Fintantoché, però, perdurano i suoi impegni coll’Austria-Ungheria che gli tolgono ogni vera libertà di azione, e da cui, d’altra parte, nelle presenti sue condizioni politiche, difficilmente potrà svincolarsi, è lecito dubitare che riesca a quest’Impero di riconquistare appieno la posizione primaria da esso tenuta un tempo ed a cui già da anni ha dovuto rinunziare.

357

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, AL MINISTRO A BUCAREST, BECCARIA

DISp. 25138/99. Roma, 11 maggio 1907.

Ho ricevuto i rapporti n. 79 e 851 in data 14 e 22 aprile scorso relativi alla costruzione di una linea ferroviaria dal Danubio all’Adriatico e alle pratiche eseguite dal ministro di Serbia presso codesto Governo per l’allacciamento delle reti rumena e serba.

Mi riferisco in proposito al rapporto del r. ambasciatore in Vienna (n. 405 in data 15 aprile) di cui trasmetto copia a V.S. illustrissima col dispaccio n. 95 dell’8 maggio scorso1.

per quanto riguarda il desiderio manifestatole dal sig. Ristich di avere l’appoggio di V.E. illustrissima presso codesto Governo nelle trattative che sta per intraprendere, stimo che sarebbe forse più opportuno di attendere, prima di far appositi uffici costì in tal senso, di conoscere con precisione quali siano sull’argomento le possibili intenzioni del Governo rumeno.

Tuttavia, ogni qual volta se ne presenti l’occasione ovvia e spontanea, la S.V. illustrissima potrà esprimersi su questo argomento, tanto coi suoi colleghi che ne la intrattenessero quanto con codesto Governo, in termini generali di simpatia per l’effettuazione del progetto in parola, tenendo presente che ogni iniziativa tendente ad agevolare le comunicazioni tra l’Adriatico il Danubio e il Mar Nero, interessa in modo speciale il R. Governo.

La informo intanto ad ogni buon fine in relazione a quanto mi chiede circa le istruzioni date ai rappresentanti d’Italia e d’Inghilterra in Costantinopoli, che, per quanto ci concerne, quel r. ambasciatore fu da me autorizzato a scambiare in proposito le sue idee col suo collega d’Inghilterra, quando questi di tale scambio prendesse l’iniziativa. Non mi consta però che la r. ambasciata abbia fino ad ora avuto occasione di dare pratico effetto a quelle istruzioni.

358

L’INCARICATO D’AFFARI AD ADDIS ABEBA, COLLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 44/7. Addis Abeba, 15 maggio 1907 (perv. il 16 giugno).

Ho l’onore di rispondere al dispaccio di V.E. n. 13956 relativo alle notizie che circolano in Abissinia, contro gli italiani1.

358 1 Vedi D. 304.

Dalle indagini fatte mi sono convinto che le voci e le prevenzioni di possibili e prossime ostilità fra Italia ed Etiopia provengono unicamente dal Tigrè, ove gran parte dei capi malcontenti dell’attuale stato di cose seminano e fomentano ad arte notizie e rancori, e cercano di provocare incidenti che possano turbare la quiete attuale, e procurare ad essi il modo di rivendicare pretesi diritti ed appagare il loro istinto di ambizione e di preda.

Tali voci portate ad Addis Abeba servono a sollecitare presso il Negus grazie e favori e specialmente ad ottenere da lui armi e munizioni, o a soddisfare aspirazioni e vendette personali, accusando qualche capo prossimo alla frontiera di avere con noi relazioni sospette nella speranza di sostituirlo.

Io non credo che tali voci e prevenzioni siano maggiori oggi che negli anni passati susseguenti alla guerra, e siano sincere e generate da qualche nostro provvedimento od atteggiamento; ma essendo invece indubbiamente maggiore il malcontento contro il Governo del Negus per parte dei capi, specialmente tigrini, e delle popolazioni costrette ad una lunga pace che le priva del bottino e le obbliga per poter vivere ad un lavoro al quale non erano abituate, esse accusano naturalmente gli europei di questo stato di cose, ed attribuiscono a noi quelle minacce che forse qualcuno fra i più turbolenti capi tigrini vorrebbe vedere realizzate.

Non credo neppure che di esse si debba in alcun modo essere preoccupati, poiché le relazioni fra i due Governi improntate alle più cordiali ed amichevoli intenzioni danno sufficiente garanzia che nessun incidente deriverà da tali voci che vengono accolte con evidente incredulità al Ghebì imperiale, e non hanno neppure intralciato la nostra azione commerciale in Etiopia; e d’altra parte non conviene nemmeno che i capi tigrini facciano troppa fidanza su di una eccessiva ostentazione dei nostri sentimenti di pace che essi interpreterebbero come debolezza.

Circa alla possibilità che altri abbia inteso valersi di queste voci ed aumentare la diffidenza verso di noi fino al punto di creare una situazione tale che renda indispensabile una pronta soluzione della questione etiopica, io non posso esprimere un mio parere; data però l’attuale situazione generale, il recente accordo fra le tre potenze e le evenienze che non possono tardare troppo a presentarsi, non credo che alcuno possa avere qualche interesse a precipitare le cose.

Anche in Addis Abeba è effettivamente giunto l’eco del malcontento che avrebbe provocato in Eritrea il provvedimento relativo alla indemaniazione delle terre, ed ho cercato di dimostrare al Negus come esso sia inspirato a sensi di giustizia e di buon governo; ma non ho voluto dare alle mie parole alcun carattere di giustificazione del provvedimento preso dal Governo della Colonia, per non incoraggiare Menelik nell’atteggiamento di protettore o rivendicatore degli interessi degli indigeni dell’Eritrea che egli non è alieno qualche volta di attribuirsi2.

debbono provare a Menelik che si tratta di chiacchiere malevoli. A Asmara. A Londra». per il seguito vedi D. 374. per la risposta vedi D. 395.

357 1 Non pubblicati.

358 2 Allegata al presente rapporto è la seguente annotazione: «Approvare. Stia vigile. I fatti

359

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 1019/67. Vienna, 17 maggio 1907, ore 18,40.

Barone Aehrenthal mi ha detto oggi che aveva letto col più vivo interesse importante discorso da V.E. pronunziato Camera dei deputati1 e che aveva accolto colla maggiore, sincera soddisfazione esplicite dichiarazioni di lei circa completa concordanza vedute due Governi sulle questioni interessanti rispettivi paesi. Ha soggiunto che aveva già fatto pervenire a V.E. sue congratulazioni e mi ha letto telegramma da lui diretto al riguardo al conte Lützow.

360

L’AMBASCIATORE A pIETROBURGO, MELEGARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 1052/40. Pietroburgo, 22 maggio 1907, ore 17,14.

Izvolskij che vidi oggi, si mostrò soddisfatto delle dichiarazioni fatte alla Camera dei deputati sulla questione delle riduzione degli armamenti1, ma riconosceva che esse non modificano gran fatta attuale situazione delle cose. Egli spera tuttora che il Governo inglese desista all’ultimo momento dai suoi propositi, ma teme che la questione possa ancora venire sollevata nella conferenza dagli Stati Uniti d’America.

361

L’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. CONFIDENzIALE pERSONALE1. Vienna, 22 maggio 1907.

Da persona di fiducia che intrattiene frequenti rapporti con questi circoli politici mi è stata riferita, in via confidenziale, la notizia che si starebbe qui ventilando il progetto di un accordo fra la Germania, l’Austria-Ungheria e la Russia, riguardante le province europee ed asiatiche dell’Impero Ottomano, al quale si cercherebbe di far associare la Francia, quale alleata della Russia.

360 1 Vedi D. 348, nota 1. 361 1 Dall’archivio segreto di Gabinetto e privo dell’indicazione della data di arrivo.

L’accordo di cui si tratta dovrebbe mirare a far partecipare maggiormente alle questioni balcaniche la Germania e la Francia e ad accordare a quest’ultima potenza una parte maggiore in quelle asiatiche coll’ammetterla, qualora consentisse a prestare il suo concorso finanziario alla ferrovia di Bagdad, al parziale controllo della ferrovia stessa e di assicurarle, in pari tempo, la condiscendenza della Germania nel Marocco col lasciarle una più grande libertà d’azione nell’Impero.

Ma il fine vero cui si mirerebbe collo stipulare tale accordo sarebbe quello di promuovere, da un lato, un riavvicinamento fra la Germania e la Francia, distaccando, possibilmente, la Francia dall’Inghilterra e d’impedire, dall’altro, le eventuali intese che potessero intervenire tra questa potenza e la Russia in vista di un miglioramento dei loro reciproci rapporti.

Questo accordo, dal quale sarebbero escluse l’Italia e l’Inghilterra, non sarebbe in fondo che la ricostituzione dell’alleanza dei tre Imperi coll’ammissione alla medesima della Francia. Esso sarebbe stato concepito a Berlino e la sua esecuzione verrebbe affidata all’Austria-Ungheria. Trattative sarebbero in corso in questo momento, tra Vienna e pietroburgo per indurre il sig. Izvolskij a prendervi parte, ma alcuna entratura al riguardo non venne però iniziata finora a parigi.

La notizia di tale accordo sembra così arrischiata, specialmente per gli scopi reconditi che gli si attribuiscono, che non può che essere accolta con beneficio d’inventario, nonostante la fonte autorevole da cui sarebbe stata attinta dalla persona suddetta.

È certamente nell’interesse della Germania di attenuare, non solo, gli attriti che potrebbero sorgere nei suoi rapporti colla Francia, ma anche di migliorare man mano questi rapporti stessi per addivenire, col tempo, a quel riavvicinamento che è uno degli scopi della sua politica.

Sebbene questo riavvicinamento non abbia probabilità di essere raggiunto nel momento attuale – l’idea di esso non essendosi ancora maturata nell’opinione pubblica francese, memore degli eventi del 1870 – un miglioramento nei rapporti di entrambi i paesi potrebbe infatti effettuarsi se la Germania lasciasse maggior libertà d’azione alla Francia nel Marocco, evitando d’intralciare in avvenire l’opera riformatrice che essa ha colà intrapreso d’accordo colle potenze.

Data l’inquietudine che destano nel barone di Aehrenthal gli attuali rapporti fra la Francia e la Germania, nonché le tendenze favorevoli a quel miglioramento che si manifestano in quest’ultimo paese, non è improbabile ch’egli abbia l’intenzione di tentare di adoperarsi in tal senso, agendo direttamente a Berlino ed indirettamente a parigi giovandosi del concorso della Russia e questa supposizione sarebbe confortata da quanto il barone d’Aehrenthal stesso disse al mio collega di Russia e che riferii all’E.V. colla mia lettera particolare del 9 corrente2.

Ma sarebbe una mera congettura il dedurre da tali tentativi che, col migliorare i rapporti tra la Germania e la Francia, si voglia mirare a distaccare questa potenza dalla Inghilterra, giacché l’Austria-Ungheria e la Germania non possono ignorare che la Francia, la quale non perse tempo né fatica per concludere coll’Inghilterra gli accordi coloniali che ristabilirono l’antica amicizia tra entrambi i paesi, non sarebbe disposta a

venire meno a quegli accordi stessi, che le assicurano una base solida per sostituirli con altro accordo che non le offrirebbe uguali vantaggi né uguale sicurezza.

Né è da presumere che a siffatto accordo essa si lascerebbe indurre neanche al prezzo di un’occupazione del Marocco, quell’Impero essendo destinato, nel pensiero della Francia, a completare i suoi possedimenti africani solo per necessità di cose e coll’andare del tempo e non già per i buoni uffici della Germania.

Quanto ad un’alleanza tra i tre Imperi, essa non sembra avere probabilità di essere rinnovata, siccome ebbi a far conoscere all’E.V. coll’anteriore mia corrispondenza, che nel caso in cui la Russia rinunciasse alla sua alleanza colla Francia e finché il Trono non fosse colà minacciato dall’invadente democrazia sociale.

Quantunque l’alleanza fra la Russia e la Francia sia tuttora fiorente, è da domandarsi se converrebbe alla Russia, nonostante i pericoli a cui sarebbero esposte ora le basi della Monarchia ed ove un miglioramento avvenisse nei rapporti tra la Francia e la Germania, a rinnovare l’alleanza fra i due Imperi, accettando di cooperare con loro agli scopi che si prefiggono se questi fossero, come pare, in opposizione alla linea di condotta che le è consigliata dai suoi interessi e dalle condizioni sue interne, intesa ad attenuare ogni attrito eventuale colla Inghilterra per stringere, all’evenienza, con questa, gli accordi che devono servire di garanzia ai suoi possedimenti nell’Estremo Oriente.

Non v’ha dubbio che nell’interesse della stabilità del Trono un’alleanza tra i tre Imperi sarebbe vista di buon occhio dall’imperatore Francesco Giuseppe, che desidera che maggiori legami si stringano non solo tra essi, ma anche fra i vari Stati monarchici per porre un argine all’invasione delle idee radicali e socialiste.

Ricorderò a questo proposito che il barone d’Aehrenthal, nella prima visita da esso fattami, dopo aver assunto la direzione del Ministero degli affari esteri, accennava anche a tale punto di vista per dimostrarmi la necessità di rendere anche più intimi i nostri reciproci rapporti. E d’altra parte è noto come egli sia stato sempre considerato durante la sua missione a pietroburgo quale caldo fautore d’un’alleanza colla Russia e, a quanto si afferma, avrebbe anzi agito in tal senso presso il conte Goluchowski. La sua presenza quindi al Ballplatz, che ha avuto per conseguenza di rendere le relazioni tra l’Austria-Ungheria e la Russia più fiduciose che per l’innanzi, potrebbe forse far supporre ch’egli fosse disposto ad attuare questa sua idea.

Ma pur ammettendo che il progetto di un’alleanza tra i tre Imperi, coll’accessione alla medesima della Francia, sia stata ventilata a Berlino ed a Vienna, sarebbe, mi sembra, da escludersi, per le ragioni sopra esposte, ch’essa possa aver gli intenti reconditi che le si attribuiscono, di distaccare, cioè, la Francia dall’Inghilterra e di impedire un miglioramento di rapporti tra questa potenza e la Russia.

Si comprende che la Germania voglia premunirsi contro le eventualità che potrebbero sorgere in avvenire da parte dell’Inghilterra e rialzare, in pari tempo, il suo prestigio di fronte all’opinione pubblica dell’Impero in cui, nonostante le ripetute dichiarazioni ufficiali, perdura tuttora un certo disagio ed il sentimento latente, che prima manifestavasi apertamente, del proprio isolamento in Europa.

È vero altresì che il barone d’Aehrenthal si mostra talvolta infastidito dell’atteggiamento assunto dall’Inghilterra nelle questioni balcaniche e degli impicci che, a suo parere, creerebbe all’opera delle riforme, nonché dell’azione esercitata in Macedonia dai comitati balcanici inglesi.

Ma queste ragioni non possono indurre la Germania e l’Austria-Ungheria a prendere l’iniziativa di un accordo che potrebbe provocare, col distruggere l’equilibrio attuale in Europa, le più gravi complicazioni, mentre i loro sforzi sono diretti ad eliminarle, e condurre, conseguentemente, coll’esclusione dell’Italia dal medesimo, alla rottura della Triplice Alleanza, la quale è da loro riconosciuta come necessaria al mantenimento dell’equilibrio stesso.

Date queste premesse non si può quindi che dubitare, fino a prova del contrario, del fondamento della notizia dell’accordo in questione, almeno per ciò che riguarda gli estremi dell’azione attribuita alle due potenze suddette, e se le trattative, che mi risulta esistono di presente tra il barone d’Aehrenthal ed il principe Ourousoff, di cui ignoro per ora lo scopo, avessero realmente per oggetto quell’accordo stesso, non si potrebbe, del pari, che dubitare del loro esito favorevole.

Comunque sia, credo mio debito di comunicare tale notizia all’E.V. con tutta riserva, non senza accompagnarla dalla considerazione che dal suo esame mi sono suggerite, tanto più che mi consta ch’essa è stata comunicata altresì dal mio collega d’Inghilterra a sir Edward Grey.

Non mancherò di continuare le mie indagini, in via confidenziale, per venire a fondo della cosa e mi farò premura di far conoscere all’E.V. le ulteriori informazioni che mi sarà dato di raccogliere al riguardo3.

359 1 Vedi D. 348, nota 1.

361 2 Non pubblicata.

362

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A VIENNA, AVARNA

L. pERSONALE. Roma, 27 maggio 1907.

Ho ricevuto il suo telegramma del 61 e la sua lettera particolare dell’8 corrente2. Le ragioni per le quali io desidererei che il barone di Aehrenthal venisse a Desio

prima, e a Racconigi poi, sono appunto quelle da lui indicate e da V.E. riferitemi. Mi sembra assai utile che, prima di parlare con Sua Maestà e per poter esprimere più liberamente e sicuramente il suo pensiero, egli abbia avuto con me una conversazione su tutte le questioni che interessano la politica estera dei nostri due paesi. Alla stessa guisa, ravviserei opportuno che la mia visita al barone di Aehrenthal al Semmering precedesse l’udienza che mi sarà accordata ad Ischl da S.M. l’Imperatore, tenendo conto della circostanza, accennatami nella sua lettera, circa la probabile data di partenza dell’Imperatore per le manovre militari.

anche se a questo piano può riferirsi il contegno favorevole alla Francia assunto inaspettatamente a Tangeri dal ministro austriaco. Su quest’ultimo punto si scriva anche ad Avarna accusandogli ricevuta del rapporto». per il seguito vedi D. 386.

2 Vedi D. 354.

Si potrebbe dunque stabilire, per il progettato scambio di visite, i giorni seguente: il barone di Aehrenthal verrebbe il 14 luglio a Desio, il 16 luglio a Racconigi; dal canto mio, mi troverei al Semmering il 22 agosto, e ad Ischl il successivo 25. Ove queste date fossero approvate dal barone, esse rimarrebbero fin d’ora definitivamente fissate. prego quindi V.E. di volermi rispondere in proposito3.

361 3 Allegata alla lettera è la seguente annotazioni di Tittoni: «Inviare copia per corriere, riservatissima, agli ambasciatori a Berlino, parigi, Londra e pietroburgo per caute e riservate indagini. Vedano

362 1 Vedi D. 354, nota 1.

363

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOpOLI, IMpERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 1124/74. Pera, 1° giugno 1907, ore 21,15.

Ricevuto ieri dal Sultano. Dopo aver trasmesso amichevoli messaggi di S.M. il Re, rinnovai, a nome di V.E. precedenti dichiarazioni circa ferma intenzione del Governo di Sua Maestà di mantenere e sviluppare ottime relazioni italo-turche. politica italiana, dissi, chiara, limpida quale cristallo, resta immutata, basata come fu ed è tuttora oggi mantenimento dello status quo integrità dell’Impero ottomano.

Mie dichiarazioni produssero eccellente impressione. Sultano mi ringraziò vivamente; si disse lieto di constatare che la cordialità ed intimità delle relazioni fra i due paesi in questi ultimi tempi è andata sempre crescendo.

S.M. Imperiale menzionò recenti discorsi di V.E. alla Camera dei deputati1 e se ne mostrò compiaciuta, assicurandomi confidare più che mai nella buona fedele amicizia del Re e del Governo italiano. Annunziai poscia prossima visita ammiraglio, esprimendo la fiducia che in essa il Sultano ravvisi il desiderio del Governo del Re di fargli cosa gradita, e tangibile dimostrazione delle eccellenti relazioni fra i due paesi. Replicò il Sultano la visita giungergli oltremodo cara ad accetta: egli è sinceramente grato a S.M. il Re ed al Governo. Ammiraglio sarà da lui ricevuto col massimo piacere e riceverà cordiale accoglienza, non solo qui, ma anche in tutti i porti ottomani toccati dalla squadra. Gran vizir, che ho veduto testé, mi ha confermato ottima impressione prodotta dalle mie dichiarazioni, non che dall’annunzio della visita dell’ammiraglio. Il linguaggio di S.A. mi dà motivo di ritenere che essa giungerà molto a proposito e varrà a dissipare qualsiasi traccia del leggero malumore indubbiamente qui sorto dopo la visita ad Atene.

363 1 Vedi Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, 1904-1907, vol. 11, tornata del

15 maggio 1907, pp. 14160-14162.

362 3 per il seguito vedi D. 369.

364

L’INCARICATO D’AFFARI A pECHINO, BORGHESE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

T. 1172/17. Pechino, 6 giugno 1907, ore 15,30.

Nostra missione Honan occidentale fatta oggetto serie vessazioni autorità locali con palese violazione trattati. Malgrado pratiche energiche questa r. legazione, questo ministro degli affari esteri trascura tranquillamente questioni, con grave danno prestigio e missione.

prego V.E., qualora creda opportuno, fare serie ed energiche rimostranze presso codesto ministro di Cina altre questioni; […]1 Grassi, vertenza pallavicini, indennità piviotti, ancora sospese, malvolere evidente questo Governo trattazione affari in generale. prego di autorizzarmi esprimere questo ministro degli affari esteri malcontento Governo del Re2.

365

L’AMBASCIATORE A COSTANTINOpOLI, IMpERIALI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. RISERVATO 1055/393. Therapia, 8 giugno 1907 (perv. il 18).

Il ministro di Germania a Bukarest, incaricato, come è noto all’E.V., di dirigere l’ambasciata imperiale durante la prolungata assenza del barone Marschall, giunto a Costantinopoli la settimana passata, fu, trascorsi pochi giorni dopo l’arrivo, ammesso domenica scorsa [il 2], a presentare le sue lettere credenziali a S.M.I. il Sultano.

Il sig. von Kiderlen venne ricevuto con onori affatto speciali. Il cerimoniale seguìto si discostava di molto da quello usato di solito nei ricevimenti degli inviati straordinari e si accostava, invece, assai più a quello stabilito per le udienze solenni degli ambasciatori.

Inoltre, contrariamente ai precedenti di questi ultimi anni, il Sultano dette la sera stessa, in onore dell’inviato dell’Imperatore e Re un gran pranzo di gala, cui furono invitati i ministri e le alte cariche di corte.

Gl’insoliti onori resi al rappresentante interinario della Germania hanno, com’è ben naturale, dato luogo ad osservazioni e commenti. In via incidentale, aggiungerò, pure che essi hanno cagionato alquanto leggero risentimento all’ambasciatore austroungarico, che dovette attendere quasi tre settimane prima di presentare le sue lettere, ed in onore del quale un pranzo di gala verrà dato solo sabato prossimo [il 15].

2 per la risposta vedi D. 378.

Il ricevimento del sig. von Kiderlen mi porge l’occasione di intrattenere l’E.V. di un argomento assai più importante, ossia dello stato presente delle relazioni tra la Germania e la Turchia.

Al mio ritorno al posto, sono stato colpito dalla insistenza delle voci che qui circolavano relativamente al raffreddamento delle relazioni germano-turche, alla tramontata influenza germanica a palazzo, alla cattiva piega presa dagli affari tedeschi e, per contro, ad un sensibile risveglio dell’influenza inglese, verso la quale si dovrebbe, d’ora in poi, di preferenza, orientare la politica del Sultano.

Assunte sul delicato argomento informazioni a svariate, ma sicure sorgenti, credo di essere ora in grado di riferire all’E.V. la mia impressione, che ritengo rispecchi fedelmente la situazione.

Le voci corse sono di molto esagerate, ma non possono dirsi assolutamente prive di fondamento.

per quanto concerne direttamente il Sultano, conviene distinguere, anzitutto, le sue disposizioni per l’Imperatore e l’Impero germanico, dai suoi sentimenti di maggiore o minore benevolenza per la persona dell’ambasciatore.

Verso il barone Marschall, sembra ormai assodato che le simpatie del Sultano, per motivi di varia indole, segnatamente a causa dell’energico atteggiamento assunto da S.E. nell’incidente di Fehim pascià, si son venute sensibilmente attenuando, per non dire che siano svanite addirittura. Mi è stato, in proposito, riferito da chi può saperlo, che quando fu noto che il barone Marschall sarebbe stato per molti mesi assente da Costantinopoli e che la direzione all’ambasciata verrebbe in frattempo affidata ad un inviato speciale con lettere credenziali di ministro plenipotenziario, vi fu a palazzo una vera esplosione di gioia. I cortigiani – e non certo l’avrebbero osato se non fossero stati ben sicuri d’interpretare i veri sentimenti del Sovrano – fecero circolare la voce che la partenza del barone Marschall mascherava un richiamo definitivo, e che la missione del sig. von Kiderlen da temporanea si sarebbe poi trasformata in permanente.

Non è improbabile – secondo mi si è fatto osservare – che, con gli insoliti onori tributati al sig. Kiderlen, il Sultano abbia avuto il doppio scopo di dare, da un lato, tangibile prova degli immutati suoi sentimenti per la Germania, e di fare sentire, ad un tempo, indirettamente che la eventuale designazione dello stesso Kiderlen a successore del barone Marschall gli riescirebbe gradita.

Che i sentimenti personali del Sultano verso l’Imperatore e il suo Governo sieno immutati, e che, nelle direttive generali della politica ottomana, l’amicizia tedesca continui a costituire un fattore importantissimo, è cosa che nessuna persona seria ed autorevole qui mette in dubbio. A parte i sentimenti di cordiale amicizia e di profonda e vivissima ammirazione professata da S.M. Imperiale per la persona dell’Imperatore, va tenuto il debito conto della circostanza che la politica germanofila è stato proprio il Sultano a volerla, malgrado le opposizioni e le difficoltà sollevate da alti e influenti personaggi, e la più che scarsa simpatia che quella politica ha sempre incontrato presso il grosso pubblico musulmano. Non ho, per provare il mio asserto, che a ricordare le dichiarazioni fattemi spontaneamente dal Sultano, e da me riferite a suo tempo all’E.V. (vedi rapporto n. 935, 31 dicembre 1906)1.

Sembra, stando così le cose, poco verosimile che S.M. Imperiale si decida ad un tratto a mutare in modo radicale l’orientamento alla politica dell’Impero, rischiando, con ciò non solo di attirarsi, da un lato, il corruccio della potentissima Germania, ma di proclamare anche, di fronte ai suoi sudditi, la bancarotta di una politica da lui personalmente caldeggiata e per tanti anni imposta.

pur volendo conservare saldi e cordiali i rapporti d’amicizia con la Germania, non è men vero, però, che in questi ultimi tempi e questo Sovrano ed i suoi migliori e più illuminati consiglieri si sono preoccupati della freddezza delle relazioni con l’Inghilterra e dell’interesse che presenterebbe per l’Impero di migliorarle, ridando loro l’antica e tradizionale cordialità.

La determinazione presa dal Sultano, ad onta di tutte le diffidenze solidamente radicate nell’animo suo contro l’Inghilterra – diffidenze che, data l’indole di lui, non credo si potranno mai del tutto dissipare – si spiega col fatto che a S.M. Imperiale ha cagionato una profonda impressione l’atteggiamento energico, e risoluto assunto dal Governo britannico in questa recente fase delle riforme in Macedonia, e segnatamente in occasione della concessione del 3%. Non poteva qui sfuggire il fatto ammesso e riconosciuto da tutti che l’Inghilterra ha saputo imporre la sua volontà alle altre potenze, le quali tutte – compresa la Germania – hanno dovuto acconciarvisi anche nei più minuti particolari. Donde il Sultano, di cui la mentalità non si perde in sottili disquisizioni politiche, ha tratto la conseguenza che l’Inghilterra, intimamente legata alla Francia dalla Entente cordiale ed in via di intendersi anche con la Russia, è attualmente più potente della Germania, e che per tanto non conviene alla Turchia di averla nemica.

L’ambasciatore britannico, dal canto suo, ha anche attenuato il contegno rigido assunto fin dall’inizio della sua missione, e in più di un’occasione deve, a quanto sembra, avere dato affidamento sul fermo proposito del suo Governo di mantenere ad ogni costo lo statu quo e l’integrità dell’Impero ottomano. Né sono mancati in questo senso consigli ed esortazioni da parte dell’ambasciatore di Francia, il quale all’ora presente, e per motivi varii che mi riservo di riferire in via particolare all’E.V.2, è riuscito a riguadagnarsi le buone grazie del Sultano.

Dall’insieme di quanto le sono venuto narrando, parmi, sig. ministro, possa tirarsi la seguente conclusione che rappresenta, a mio modesto parere, la nota giusta circa la situazione presente dei rapporti fra la Turchia, la Germania e l’Inghilterra.

Le relazioni germano-turche restano siccome erano, intime e cordiali. L’influenza germanica ha sempre peso ed importanza a palazzo; essa però non si potrebbe oggi qualificare di più assolutamente preponderante e dirimente, come lo è stata negli ultimi anni. In altri termini quando, in avvenire, i tedeschi vorranno sollecitare nuove concessioni ed assicurarsi brillanti affari, non basterà più per essi il seminare, prima danari per corrompere funzionari ed invocare, poi l’appoggio e le pressioni dell’ambasciatore. Converrà, invece, fare pure i conti con la influenza inglese, la quale, spalleggiata da quella francese, e forse anche, alquanto più in sordina, da quella russa, sarà perfettamente capace di rendere vani i loro sforzi e mandare a monte qualche novello affare di cui i vantaggi e benefici assicurati all’industria, al commercio e alla finanza germanica, non compensino a sufficienza i vantaggi derivanti alla Turchia.

«L’epoca degli affari loschi», mi diceva recentemente il mio collega britannico «delle concessioni disoneste ottenute mediante la connivenza di corrotti funzionari, della spedizione, dell’impoverimento graduale di quest’Impero, deve assolutamente cessare. Noi abbiamo qui interesse a mantenere in piedi questo Impero, ad infondergli vigore, ad aiutarlo moralmente ed economicamente. Ed a ciò non mancheremo di vegliare». Le parole del mio collega, che rivelano la tendenza attualmente prevalente al Foreign Office riguardo la Turchia, confermano pienamente le informazioni ch’io ebbi l’onore di dare all’E.V. fino dal mese di febbraio, col telegramma n. 273 nel quale annunziavo l’intervento diretto del Governo presso la Banca d’Inghilterra allo scopo di caldeggiare l’affare, successivamente conchiusosi, dell’acquisto della metà delle azioni della Société des Quais de Constantinople, e la trasformazione di quella compagnia da francese in franco-inglese.

E non sarei sorpreso se altri affari di simile genere, promossi e caldeggiati dall’Inghilterra in pieno accordo con la Francia, avessero, in un avvenire più o meno prossimo, a concludersi, volenti o nolenti i tedeschi.

Tutto ciò non è che la conseguenza della rivalità economico-politica anglo-germanica, la quale accenna ora a stabilirsi anche in Levante.

364 1 Gruppo indecifrato.

365 1 Non pubblicato.

365 2 Non rinvenuto.

366

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI, ALL’AMBASCIATORE A LONDRA, DI SAN GIULIANO,

E ALL’INCARICATO D’AFFARI A pARIGI, ALIOTTI

T. 955. Roma, 10 giugno 1907, ore 16,20.

Colli telegrafa: «Ho ragione di credere che ministro di Francia, nelle trattative col Negus, per questione ferrovia Gibuti, sosterrà diritti compagnia concessionaria, esigere tariffa 10% sulle merci in entrata ed uscita dall’Etiopia, secondo termini concessione; e per parte di Menelik di imporre uguale tariffa in più dei diritti di dogana a tutte le altre merci che entrano ed escono dall’Etiopia per qualsiasi altra strada. Nel caso si verificasse questa supposizione, prego V.E. di darmi istruzioni in proposito»1. «Rappresentante capitalisti inglesi interessati ferrovia Gibuti ha posto sequestro tratto sessanta chilometri ferrovia e stazione capolinea»2.

Secondo l’art. 10 dell’accordo 13 dicembre 1906, i rappresentanti delle tre potenze in Addis Abeba dovendosi tenere reciprocamente informati di ogni cosa di comune interesse è necessario che anche la presente questione non sia portata innanzi a Menelik se prima non vi sia l’accordo tra di essi. Ora se Menelik accettasse la soluzione attribuita al rappresentante francese, sarebbe l’Eritrea a soffrirne il maggior danno, mentre è

366 1 T. 1164/57 del 4 giugno, trasmesso da Asmara il 5.

2 T. 1176/59 del 6 giugno, trasmesso da Asmara il 7.

noto che il commercio che passa per l’Eritrea non fa concorrenza alla ferrovia Gibuti. Noi siamo in massima contrari ad un rincrudimento dell’attuale già vessatorio regime doganale etiopico, ciò che avverrebbe in modo enorme se Menelik, oltre che consentire secondo la Convenzione del 1894 il prelevamento del 10% sulle mercanzie che passano per Harrar Dire Daua, estendesse il provvedimento a tutte le altre vie. D’altra parte, una modificazione di tariffa doganale che Menelik introducesse nel senso della proposta francese, toccherebbe la essenza del nostro trattato di commercio e modificherebbe lo statu quo a nostro danno. È quindi una grave questione che deve essere sotto ogni riguardo trattata di comune accordo prima di essere presentata a Menelik.

(Per Londra) prego V.E. di comunicare tutto ciò a sir E. Grey, che credo consenziente, e di chiedergli che siano date opportune istruzioni al rappresentante inglese in Addis Abeba.

(Per Parigi) Riferendomi rapporto conte Tornielli, 20 gennaio n. 723, prego la S.V. di comunicare tutto ciò al sig. pichon interessandolo a dare opportune istruzioni al rappresentante francese in Etiopia, e al sig. Cambon a Londra, affinché la questione sia trattata secondo i reciproci interessi.

(Per tutti e due) Dico a V.E. confidenzialmente che anche applicazioni dazio 10% alle sole merci transitanti per Harrar Dire Daua, nuocerebbe al commercio delle cotonate italiane che appunto ora combattono con buon risultato concorrenza americana sulla linea di Gibuti Dire Daua4.

365 3 T. 310/27 del 4 febbraio, non pubblicato.

367

L’AMBASCIATORE A pIETROBURGO, MELEGARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, TITTONI

R. 396/146. Pietroburgo, 10 giugno 1907 (perv. il 18).

Ad uno degli ultimi ricevimenti del Corpo diplomatico, avendo io chiesto al sig. Izvolskij quale accoglienza fosse stata qui fatta alle trattative presentemente in corso fra la Francia ed il Giappone, in vista della combinazione di un accordo, ne ebbi per risposta che la Russia, venuta come era a proseguire in Asia una politica di raccoglimento, non poteva far che buon viso ad ogni stipulazione internazionale che, come quelle di cui parlavo, aveva esclusivamente per scopo di garantire lo statu quo e la pace nell’Estremo Oriente.

In quest’occasione il sig. Izvolskij si fece a parlarmi a lungo della situazione creata nell’Estremo Oriente dall’ultima guerra di cui le potenze estere avrebbero motivo di seriamente preoccuparsi fin d’ora. Ad onta di quanto vien spesso affermato,

4 Con T. 1218 del 13 giugno, Tornielli comunicò una dichiarazione di pichon, secondo la quale

la questione non poteva essere risolta, se prima non fosse intervenuto l’accordo fra le potenze firmatarie dell’Accordo tripartito. per la risposta da Londra vedi D. 373.

essere la politica conquistatrice del Giappone anzitutto dovuta a motivi d’ordine economico ed allo scopo di procurare ad un paese povero e sovrabbondante di popolazione nuove fonti di ricchezza e nuovi sfoghi alla sua corrente migratoria, egli credeva fermamente non essere il Giappone uno stato colonizzatore, come lo attestano del resto le medesime cifre della sua emigrazione, né avere altra mira se non quella di stabilire solidamente la sua supremazia politica sul continente asiatico. Esso tenderà ora indubbiamente a porre l’Impero cinese sotto la sua assoluta dipendenza, eliminando poco a poco l’influenza e la concorrenza economica delle altre potenze. Non rifuggirà davanti a nessun mezzo per raggiungere questo obbiettivo, provocando anche al bisogno, solo se lo crede necessario alla sua politica, agitazioni e disordini. E le potenze le quali tanto appoggiarono l’azione politica del Giappone che condusse all’ultima guerra, che così calorosamente plaudirono alle disfatte della Russia, s’accorgeranno allora, ma troppo tardi, dell’errore commesso, cui non sarà ormai più possibile portare rimedio. Tutto il peso della spedizione chinese del 1900, la quale non fu in fondo per le altre potenze che una passeggiata militare, gravò esclusivamente sulle spalle del Giappone e della Russia, alla cui azione devesi esclusivamente se l’insurrezione poté venir domata e la China riaperta senza che ne fossero compromessi la posizione e gli interessi degli altri Stati. Di questo grande servizio reso alla civiltà, la Russia non ha raccolto che disillusioni e sciagure. Qualora un movimento consimile a quello del 1900 avesse a rinnovarsi in China – dicevami il sig. Izvolskij – e quando, a quel momento, avesse ancora l’onore di dirigere la politica estera di quest’Impero, egli sarebbesi opposto con tutte le sue forze ad un nuovo intervento della Russia, la quale colla sua immensa fro