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SERIE G - ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI E QUESTIONI GLOBALI

INTRODUZIONE

1. Le premesse al primo mandato dell’Italia al Consiglio di Sicurezza

L’ammissione all’ONU nel 1955 pose termine alla lunga attesa a cui l’Italia era stata costretta dalla convocazione della Conferenza di San Francisco nell’aprile del 1945, moderata dall’ammissione a organizzazioni specializzate, come l’UNESCO e la FAO, e a programmi dell’ONU come il Programma Ampliato di Assistenza Tecnica. Dalla prima partecipazione ai lavori dell’organizzazione, nel 1956, il Rappresentante permanente Ambasciatore Leonardo Vitetti si trovad affrontare due gravi crisi: la nazionalizzazione della Compagnia del Canale da parte del Presidente egiziano Gamal Abd al-Nasser, da cui derivla crisi di Suez, e l’invasione dell’Ungheria da parte del Patto di Varsavia. Pur condannando l’azione militare anglo-franco-israeliana nel Sinai, l’Italia fu attenta a non porsi in contrasto con i Governi di Londra e Parigi, anche se vota favore della risoluzione proposta dagli Stati Uniti per il cessate il fuoco nel Canale, aderendo anche al progetto canadese di assegnare al Segretario Generale dell’ONU il mandato di costituire la United Nations Emergency Force, la prima missione di mantenimento della pace dell’organizzazione. Il Governo, presieduto da Antonio Segni con Gaetano Martino quale Ministro degli Esteri, pur contribuendo finanziariamente alla missione, si mantenne molto cauto sulle modalità di partecipazione, offrendo un contributo principalmente logistico e organizzativo. Le vicende ungheresi che sfociarono nell’intervento militare dell’ottobre 1956 e che furono dibattute dal Consiglio di Sicurezza e dall’Assemblea Generale contemporaneamente alla crisi del Canale di Suez, videro il Governo Segni condannare duramente l’azione militare e proporre agli alleati di rompere le relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica e inviare una forza delle Nazioni Unite in Ungheria.

L’8 ottobre 1958 l’Italia ottenne l’elezione al Consiglio di Sicurezza(1), un obiettivo perseguito fin dal primo anno di partecipazione all’organizzazione come coronamento dell’aspirazione al pieno raggiungimento di uno status paritario con i propri alleati. Costituiva un successo per il Governo guidato da Amintore Fanfani, che tuttavia già il 15 febbraio 1959 venne sostituito dal secondo Governo Segni, in cui Giuseppe Pella era Ministro degli Esteri. L’elezione era stata portata al successo attraverso una lunga preparazione diplomatica, ed era stata facilitata dalla disponibilità dei Paesi Bassi a rinviare al mandato successivo la propria candidatura, accettando di derogare al «gentlemen’s agreement» del 1945 che assegnava per l’Europa un seggio al Benelux e un seggio ai «nordici». Lo spostamento della Spagna sul Consiglio Economico e Sociale aveva favorito il successo, in particolare togliendo d’imbarazzo i Paesi latino-americani. Negli stessi mesi l’Italia otteneva la nomina di Vittorino Veronese a Direttore generale dell’UNESCO.

XIII Sessione dell’Assemblea Generale, seduta 775, 8 ottobre 1958, prima votazione, 79 votanti, voti ottenuti: Argentina 78, Italia 76, Tunisia 74, Iran 2, Finlandia 1, Grecia 1, in UN, General Assembly, Official Records, Thirteenth Session, 775th Plenary Meeting, Wednesday, 8 October 1958, pp. 375-377.

Nel dedicare il primo volume della serie «Organizzazioni internazionali e questioni globali» alla diplomazia italiana alle Nazioni Unite dal 1° gennaio 1959 al 31 dicembre 1960 si è voluto illustrare il primo periodo in cui l’Italia rivestì quello che per tutti i Paesi, a esclusione dei cinque membri permanenti che ne fanno parte di diritto, è il ruolo politicamente piprestigioso, ruolo poi rivestito in altre sei occasioni: nel 1971/1972, 1975/1976, 1987/1988, 1995/1996, 2007/2008, 2017/2018. A determinare la scelta è stata anche l’importanza del biennio, una «cerniera» del dopoguerra in cui la crisi del sistema coloniale in Africa sub-sahariana e la convergenza fra i Paesi di nuova indipendenza e il blocco orientale sull’opposizione al primato occidentale determinavano una trasformazione profonda degli equilibri dell’organizzazione, il moltiplicarsi dei temi delle discussioni e l’ampliamento dell’attività, che ebbe il suo culmine simbolico nell’adozione della Risoluzione 1514 alla XV Assemblea Generale(2). Nella colonia belga del Congo l’indipendenza fu seguita dall’immediato scoppio di una grave crisi interna, per la quale il nuovo Governo congolese chiese l’intervento delle Nazioni Unite. Ne seguì la prima missione di mantenimento della pace dotata di significative capacità militari, la United Nations Operation in the Congo (ONUC), divenuta rapidamente materia di acceso scontro entro l’organizzazione, con conseguenze politiche, militari e finanziarie importanti. Il biennio 1959-1960 segnanche un tornante delle relazioni Est-Ovest, che nel clima di distensione competitiva ventilavano possibili aperture, nei negoziati sul controllo del nucleare e nella questione di Berlino, ma vedevano emergere le tensioni che avrebbero caratterizzato la fase globale della guerra fredda, i futuri allineamenti dell’Africa indipendente, le crisi in Laos e in Congo, la competizione spaziale. L’Italia vedeva inoltre portati all’esame degli organi societari due aspetti della politica nazionale di forte rilievo, la fine dell’Amministrazione fiduciaria della Somalia e la questione dell’Alto Adige. La raccolta documenta l’ingresso dell’Italia repubblicana in uno scenario che diventava globale nel senso contemporaneo del termine e lo sviluppo di una diplomazia multilaterale, che sarebbe via via diventata di natura «prevalente e preponderante»(3).

2. Criteri di edizione

I documenti selezionati riguardano l’attività svolta dall’Italia in relazione alle sedute del Consiglio di Sicurezza, la partecipazione ai lavori della XIV e della XV sessione dell’Assemblea Generale rispettivamente nell’autunno del 1959 e del 1960, e il lavoro diplomatico che preparava e accompagnava l’attività dell’organizzazione durante l’intero arco temporale del biennio. Il volume raccoglie documentazione relativa ai temi principali affrontati nelle diverse sedi, molti dei quali avevano avuto origine prima del gennaio 1959 e continuarono a occupare la diplomazia italiana dopo il dicembre 1960, il che dà al volume un carattere ibrido, fra il tematico e il cronologico. Il materiale selezionato comprende documenti di analisi, previsione e valutazioni che, quando non direttamente collegate a uno specifico passaggio decisionale, illuminano il contesto delle scelte e documentano anche attraverso aspetti linguistici e culturali il loro tempo.


2 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Suppl. 16, A/RES/ 1514 (XV), Declaration on the granting of independence to colonial countries and peoples, Adopted at the 947th Plenary Meeting, 14 December 1960, vol. I, pp. 66-67.


3 Secondo Roberto Ducci riportato in Enrico Serra, La diplomazia in Italia, Milano, Franco Angeli, 1984, p. 70.

La selezione rispecchia lo spazio relativo occupato dai diversi temi nella corrispondenza fra la Rappresentanza presso l’ONU e il Ministero degli Esteri, come specificato alla Sezione 4, principalmente i telegrammi ordinari e segreti in partenza e in arrivo della Rappresentanza permanente presso le Nazioni Unite a New York e l’altra corrispondenza, in particolare a firma del capo della Rappresentanza, l’Ambasciatore Egidio Ortona. Almeno per il 1960, la maggior parte della documentazione rinvenuta appartiene alla tipologia del telegramma.

Nell’economia del volume, si è dovuta operare una scelta che privilegiasse quei documenti che testimoniassero la posizione e gli interessi italiani. Pertanto, su alcuni temi, non sono stati selezionati documenti perché sono stati rinvenuti soltanto telegrammi che riferivano in maniera frammentaria o che non aggiungevano nulla di pirispetto ai processi verbali delle riunioni già pubblicati nelle raccolte delle Nazioni Unite.

Molti temi erano anche, in certi casi prevalentemente, oggetto di relazioni bilaterali e ricadono pertanto nell’ambito di altre serie dei DPII, come la questione dell’Alto Adige, l’amministrazione fiduciaria e i rapporti con la Somalia e l’Etiopia, l’accesso all’indipendenza delle colonie francesi e belghe dell’Africa sub-sahariana e la guerra d’Algeria. Si è dunque operata una rigida selezione, inserendo in questo volume soltanto documenti attinenti la politica italiana in sede ONU. Nello specifico si presentano qui di seguito i documenti selezionati, raggruppati per affinità tematica.

2.a L’Italia al Consiglio di Sicurezza: la crisi del Laos, Sharpeville, il caso Eichmann, l’incidente dell’U-2, l’abbattimento dell’aereo statunitense R.B.-47

Il Consiglio di Sicurezza tenne cinque sedute nel 1959, si riunì 71 volte nel 1960, e un suo possibile coinvolgimento emerge nella corrispondenza a proposito di due crisi maggiori, la crisi di Berlino e gli incidenti al confine siro-israeliano.

Di Berlino Ortona discusse in un colloquio con il Segretario Generale Dag Hammarskjd e nella preparazione dell’incontro fra Hammarskjd stesso e il Ministro degli Esteri Giuseppe Pella che si tenne negli Stati Uniti nel marzo 1959 (doc. 38). Fu il Segretario a ipotizzare che il Consiglio potesse svolgere un ruolo «funzionale», di attuazione di soluzioni concordate in un’altra sede, ipotesi riportate da Ortona nelle sue comunicazioni con Roma (docc. 46, 49 e 74). Se l’Italia poteva guardare con interesse a una soluzione che le avrebbe potenzialmente dato una qualche voce nella questione tedesca, Ortona ribadiva, anche nel novembre 1960 rispondendo a una precisa domanda di Roma, che le quattro potenze occupanti, e l’URSS in primo luogo, non erano propense a coinvolgere le Nazioni Unite (doc. 434). Anche nel caso degli incidenti sul confine siro-israeliano il ricorso al Consiglio, di cui parlavano tanto esponenti israeliani quanto arabi, serviva a esercitare pressioni, ma era nei fatti escluso dalla volontà di entrambe le parti di non subire interferenze (docc. 23, 217, 218, 219).

In un anno, il 1959, che vide il Consiglio di Sicurezza sostanzialmente inattivo, fu il Segretario Generale a prendere l’iniziativa di coinvolgerlo nella questione del Laos, dove dal 1955 la tensione politica era cresciuta fino a diventare una latente guerra civile e da dove il Governo aveva inviato al Segretario una richiesta di «consiglio» (doc. 88 sul primo resoconto del Segretario Generale). A seguito di un secondo messaggio con il quale il Governo laotiano sollecitava l’invio di una missione di emergenza, il 4 settembre il Segretario Generale faceva sapere a Ortona, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, di avviare consultazioni per un’eventuale riunione, in vista del possibile invio di tale missione (doc. 93). Hammarskjöld richiese poi con urgenza la convocazione del Consiglio il 5 dicembre. A sollecitare e poi dare sostanza al ruolo del Consiglio erano anche gli Stati Uniti, con la proposta che il Segretario promuovesse l’invio di una Sottocommissione in base all’articolo 29 della Carta, una richiesta che Ortona, su esplicita richiesta di Washington, in qualità di presidente di turno ebbe la responsabilità di qualificare come decisione procedurale per aggirare il veto sovietico (docc. 94-98).

Ne seguì la decisione di inviare un Sottocomitato formato da rappresentanti dei quattro membri non permanenti, per l’Italia il Ministro plenipotenziario Barattieri. Successivamente, Ortona condivise l’obiettivo di non sminuire il ruolo del Sottocomitato per non screditare il Consiglio che lo aveva inviato (doc. 108), facendo rimanere Barattieri in Laos fino all’arrivo del Segretario Generale, il quale intendeva riportare l’iniziativa sotto l’egida del Segretariato (docc. 145, 150, 151). Ortona approfondiva a beneficio del Ministero degli Esteri il profilo del Segretario Generale, sottolineandone la ricerca di autonomia, la capacità di captare i limiti, ma anche le potenzialità del proprio ruolo (sulla sostanziale acquiescenza sovietica docc. 123, 191). Nel telespresso riservato del 18 novembre egli dava conto di come Hammarskjd, dopo aver visitato il Laos, stesse stabilendo una presenza dell’ONU nel Paese con la nomina del finlandese Sakari Tuomioja a proprio rappresentante personale, con compiti concentrati sull’organizzazione di assistenza economica piuttosto che politici. Ortona riportava anche un suo colloquio con l’Ambasciatore sovietico Sobolev, nel quale aveva difeso la correttezza dell’azione del Consiglio e la piena legittimità dell’intervento delle Nazioni Unite, laddove Sobolev sosteneva che gli accordi di Ginevra del 1954 e di Vientiane del 1957 regolassero tutte le questioni e che ogni intervento delle Nazioni Unite rappresentasse un’interferenza e una strumentalizzazione occidentale dell’organizzazione (doc. 180).

Al contrario del 1959, il 1960 fu un anno di intensa attività del Consiglio di Sicurezza. Della questione della politica razziale sudafricana, che, come si vedrà in seguito, era stato tema di discussione alla XIV Assemblea Generale, come del resto tutti gli anni dal 1952, esso fu investito a fine marzo 1960, dopo che nella cittadina di Sharpeville incidenti fra polizia e manifestanti avevano portato alla morte di settanta persone. L’eccidio spinse un ampio gruppo di membri afro-asiatici e latino-americani a presentare un ricorso in cui si denunciava la politica di apartheid. Tale azione collettiva era inedita, come inedito fu l’invito diretto dal Consiglio a diversi esponenti del gruppo a partecipare alla seduta, tenuta il 29 marzo. In due dettagliati dispacci (docc. 221 e 223) Ortona evidenziava come la competenza delle Nazioni Unite potesse essere messa in discussione in base all’art. 2 par. 7 della Carta, ma potesse venire giustificata in ragione dei principi di tutela dei diritti umani. Ortona rilevava disaccordi fra i Paesi occidentali che, pur concordi nel voler evitare di spingere il Sudafrica all’isolamento o addirittura all’uscita dall’organizzazione, non avevano posizioni omogenee quanto alla condanna dell’apartheid e sulle risposte da dare al gruppo afro-asiatico. In merito alla richiesta afro-asiatica di invio di una missione, il ricorso alla risoluzione procedurale nel caso laotiano rischiava ora di ritorcersi contro chi, francesi e britannici, avesse voluto porre il veto (doc. 221). Azione moderatrice e stretta collaborazione con i britannici, valorizzazione del ruolo del Segretario Generale tornavano nelle istruzioni del Segretario Generale Grazzi (doc. 222). Nel suo intervento al Consiglio Ortona sottolinel’«eccezionalità» del caso, per evitare il rischio di avallare un precedente di intervento in questioni interne, e per mantenere libertà di movimento, ritenendo poi di avere mantenuto la credibilità della posizione italiana, senza aprire varchi rischiosi per la questione altoatesina.

Fra il 23 e il 26 maggio 1960 il Consiglio di Sicurezza discusse il ricorso sovietico sul sorvolo illegale del proprio spazio aereo da parte dell’aereo-spia americano U-2, poi abbattuto(4). Ortona si impegna favore della posizione americana, collaborando con gli altri membri non permanenti alla preparazione di una risoluzione alternativa(5) a quella sovietica(6). Egli si spese affinché non vi fosse esplicita menzione della violazione statunitense, e non ci si esprimesse sulla questione specifica, ma venissero ribaditi principi e obblighi di rispetto del diritto internazionale e si esortassero le parti a sviluppare il dialogo bilaterale, indirettamente stigmatizzando il ritiro dell’URSS dall’imminente conferenza di Parigi su Berlino. Fu questo testo a essere approvato, con 9 voti favorevoli e le astensioni sovietica e polacca (docc. 236-243)(7). Dal 22 al 26 luglio venne poi discusso un nuovo ricorso sovietico a seguito dell’abbattimento di un aereo statunitense l’R.B.-47 durante una missione di ricognizione sopra il Mare di Barents(8). L’intervento prospettato da Ortona via telegramma segreto in previsione della riunione del Consiglio, e poi pronunciato, anche su precisa richiesta statunitense, criticava con decisione l’assenza di volontà di negoziato del Cremlino e denunciava l’attitudine provocatoria e non collaborativa dell’URSS, legando l’abbattimento effettuato nello spazio aereo internazionale al ritiro dalla Conferenza di Parigi, in contrasto con le raccomandazioni della comunità internazionale (doc. 282).

Il Consiglio era frattanto stato investito, il 22 e 23 giugno, del «caso Eichmann». La flagrante violazione della propria sovranità da parte di un commando israeliano che aveva clandestinamente sequestrato e esfiltrato l’ex gerarca nazista per processarlo davanti a un tribunale israeliano aveva spinto il Governo argentino di Arturo Frondizi a portare la questione davanti al Consiglio di Sicurezza(9). Come gli altri Paesi occidentali, Tunisia (D. 237) e discusso anche con successivi emendamenti nelle riunioni del 26 e 27 maggio: UN, Security Council, Official Records, Fifteenth year, Suppl. 2, S/4323, Letter dated 23 May 1960 from the representatives of Argentina, Ceylon, Ecuador and Tunisia to the President of the Security Council transmitting a draft resolution, pp. 13-14.


4 UN, Security Council, Official Records, Fifteenth year, Suppl. for April, May and June 1960 (d’ora in poi Suppl. 2), S/4314, Cablegram dated 18 May 1960 from the Minister for Foreign Affairs of the Union of Soviet Socialist Republics to the President of the Security Council e S/4315, Cablegram dated 19 May 1960 from the Minister for Foreign Affairs of the Union of Soviet Socialist Republics to the President of the Security Council transmitting an explanatory memorandum in amplification of his cablegram dated 18 May 1960 (S/4314), pp. 7-10.


5 Ortona collaboralla redazione del testo che fu poi presentato da Argentina, Ceylon, Ecuador e


6 Progetto di risoluzione S/4321 del 23 maggio incorporato nel verbale della seduta 857: UN, Security Council, Official Records, Fifteenth year, 857th Meeting, 23 May 1960, par. 99, pp. 18-19.


7 UN, Security Council, Official Records, Fifteenth year, S/RES/135 (1960), Question of Relations between the Great Powers, 27 May 1960, pp. 2-3.


8 UN, Security Council, Official Records, Fifteenth year, Supplement for July, August and September 1960 (d’ora in poi Suppl. 3), S/4384, Telegram dated 13 July 1960 from the Minister for Foreign Affairs of the Union of Soviet Socialist Republics to the Secretary-General e S/4385, Telegram dated 13 July 1960 from the Minister for Foreign Affairs of the Union of Soviet Socialist Republics to the Secretary-Generaltransmitting an explanatory memorandum in amplification of his telegram of the same date (S/4384), pp. 12-15; il ricorso fu discusso nelle sedute del 22, 25 e 26 luglio.


9 UN, Security Council, Official Records, Fifteenth year, Suppl. 2, S/4336, Letter dated 15 June 1960 from the representative of Argentina to the President of the Security Council, pp. 27-28.

l’Italia cercdi evitare il coinvolgimento del Consiglio, poco giustificato dalla natura della questione, ma dovette rinunciare di fronte alla rigidità di entrambe le parti (doc. 246). Le maggiori difficoltà politiche risultavano nel rapporto con l’Argentina, considerato interlocutore chiave del gruppo latino-americano, che era parte essenziale della rete che l’Italia coltivava in ambito societario (cfr. le istruzioni di Grazzi di esprimersi a favore dell’Argentina doc. 247). Ortona mantenne stretto contatto con l’Ambasciatore Amadeo, facendo da tramite con gli altri membri occidentali del Consiglio nella condivisione della bozza di risoluzione predisposta da Buenos Aires, e contribuendo a moderarne la rigidità, il che avrebbe poi permesso di chiudere la questione attraverso il dialogo bilaterale(10). L’intervento predisposto da Ortona per la seduta del Consiglio ribadiva il buon fondamento giuridico della posizione argentina, per poi porre al centro il rapporto fra diritto e legittimità etica (doc. 254). Nel luglio 1960 arrivall’attenzione del Consiglio la crisi cubano-statunitense, ma la posizione italiana in tale passaggio rimase marginale limitandosi all’appoggio di un tentativo di mediazione argentino-equadoregno, peraltro interlocutorio, come appare dai documenti reperiti, poco significativi e pertanto non inclusi(11).

2.b La crisi del Congo

La politica italiana nella crisi del Congo, arrivata in Consiglio di Sicurezza il 13 luglio 196012, è documentata da un’abbondante selezione di documenti relativi ai lavori del Consiglio stesso, che tenne sul Congo 29 sedute, della Sessione speciale di emergenza dell’Assemblea Generale (17-19 settembre 1960) e della XV Assemblea Generale(13). Il Consiglio di Sicurezza venne convocato sulla questione dal Segretario Generale(14), che proponeva l’invio di una missione tecnica e di una forza di emergenza in risposta alla richiesta giunta dal Governo congolese di Kasavubu e Lumumba. L’Italia appoggiil lavoro di Mongi Slim che, in qualità di rappresentante africano, fu chiamato a svolgere un ruolo primario e predispose la risoluzione di appoggio alla proposta del Segretario, dovendo da subito confrontarsi con il disaccordo fra i membri del Consiglio sulla richiesta di ritiro delle truppe belghe, che Slim intendeva inserire, ma che suscitava l’opposizione del Belgio (doc. 268). I telegrammi di Ortona spiegano il voto favorevole dato il 14 luglio dalla delegazione italiana alla risoluzione(15) sulla quale invece Francia e Inghilterra si astennero (doc. 269).

Il Governo italiano reagì vivamente all’azione sovietica che rompeva l’attesa che aveva accompagnato le prime fasi della crisi (istruzioni di Segni alla Rappresentanza a New York e all’Ambasciata a Mosca del 17 luglio: doc. 273). La documentazione permette di ricostruire le principali riunioni che si susseguirono nel campo occidentale, fra i membri dell’Alleanza Atlantica presenti in Consiglio di Sicurezza e fra membri della CEE. Il Governo italiano favoriva l’intervento delle Nazioni Unite, ma riteneva che una presenza belga dovesse rimanere in Congo per tutelare la sicurezza, fra gli altri, della collettività italiana, nell’attesa che la missione ONU venisse dispiegata (vedi ad es. le istruzioni di Grazzi alla Rappresentanza all’ONU: doc. 271; l’esecuzione delle istruzioni: doc. 272; le istruzioni del Sottosegretario Russo alla Rappresentanza presso il Consiglio atlantico: doc. 274). Proprio la presenza di soldati e tecnici belgi, il loro status, i tempi e le modalità della loro presenza in Katanga e nel resto del Paese divenne la principale materia di scontro prima in Consiglio di Sicurezza e poi negli altri organi coinvolti (sulla posizione italiana: docc. 284, 297). Dopo che sulla prima risoluzione votata dal Consiglio gli occidentali si erano divisi, con l’astensione della Francia e della Gran Bretagna, la corrispondenza fra Ortona e Segni in vista della votazione della seconda risoluzione (docc. 277-278), e il resoconto della riunione dei membri non permanenti del 21 luglio (doc. 279), mostrano come Ortona si impegnasse a salvaguardare la posizione italiana e la capacità di dialogo con i Paesi afro-asiatici senza mettere in discussione il sostegno al Belgio. D’altro canto egli mira restringere la distanza fra statunitensi e europei attraverso una politica pro-attiva e una stretta collaborazione con la Tunisia, fino al successo di una risoluzione votata all’unanimità16. La terza risoluzione comportinvece nuove tensioni e distanze all’interno del gruppo occidentale. Mentre anche da Roma giungevano solleciti a ricercare una miglior concertazione fra europei e statunitensi, orientati a lasciare alle Nazioni Unite tutti i compiti di assistenza al Congo (istruzioni di Grazzi: doc. 292), nel minuzioso resoconto della preparazione e dello sviluppo della riunione del 10 agosto Ortona offriva una disamina del suo tentativo di portare il Consiglio di Sicurezza a una posizione unanime, o per lo meno di ottenere l’unità dei voti occidentali, senza riuscire a superare la polarizzazione fra l’amministrazione americana e il Governo francese (doc. 297), e finendo poi a votare insieme ai belgi e ai francesi contro la risoluzione, un voto che diede adito sul piano interno a polemiche(17).

L’aumento della tensione fra Lumumba e Hammarskjd e gli attacchi sovietici al Segretario caratterizzarono il mese di settembre 1960, in cui l’Italia era presidente di turno del Consiglio di Sicurezza. L’Italia rispose positivamente alle richieste di risorse per il ponte aereo, poi di unità di aviazione e di un’unità ospedaliera, collaborpositivamente con Slim, che si spese a supporto del Segretario e per soluzioni accettabili per gli occidentali, e con il delegato della RAU, mentre il giudizio sul Primo Ministro congolese Lumumba si faceva più negativo (doc. 302) e le istruzioni di Segni confermavano il sostegno alla presenza belga, sempre giustificata dalla necessità di proteggere le comunità italiane (doc. 303). Acoinvolgere Ortona nellasua qualità di presidente fu, marginalmente, la questione aperta dalla nomina di un nuovo governo da parte di Kasavubu e l’arrivo a New York di due delegati congolesi rivali per l’audizione in


10 UN, Security Council, Official Records, Fifteenth year, S/RES/138 (1960), Question related to the case of Adolf Eichmann, 23 June 1960, p. 4.


11 Si segnalano in particolare: T. segreto 15040/127 del 18 luglio (istruzionidi Russo alla Rappresentanza a New York) e T. segreto 25282/254 del 19 luglio 1960 (esecuzione istruzioni: Ortona al Ministero degli Affari Esteri), in Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. La questione venne discussa nelle riunioni 874-876 del 18-19 luglio 1960: UN, Security Council, Official Records, Fifteenth year, 874th-876th Meetings, 18-19 July 1960.


12 UN, Security Council, Official Records, Fifteenth year, 873rd Meeting, 13/14 July 1960, pp. 1-45.


13 In altri termini, terminando il 31 dicembre 1960, il volume segue solo il primo semestre della crisi e non documenta la politica italiana in momenti quali l’incidente aereo in cui trovla morte Hammarskjd a Ndola (18 settembre 1961), la nomina del nuovo Segretario, l’eccidio degli aviatori italiani a Kindu (1112 novembre 1961) né molti aspetti della missione ONUC e dell’impatto che essa ebbe sulle Nazioni Unite fra il 1961 e il 1963 in particolare.


14 UN, Security Council, Official Records, Fifteenth year, Suppl. 3, S/4381, Letter dated 13 July 1960 from the Secretary General to the President of the Security Council, p. 11.


15 UN, Security Council, Official Records, Fifteenth year, S/RES/143 (1960), The Congo Question,14 July 1960, p. 5.


16 Ivi, S/RES/145 (1960), The Congo Question, 22 July 1960, p. 6.17 Ivi, S/RES/146 (1960), The Congo Question, 9 August 1960, pp. 6-7.

Consiglio di Sicurezza. Ortona preferì lasciare al Segretario di indicare una soluzione. Il sostegno a Hammarskjd, attaccato dai sovietici venne costantemente ribadito, in linea con buona parte del mondo occidentale, ma anche di molti Paesi afro-asiatici di cui Ortona registrava la preoccupazione per il crollo dell’ordine interno nel Paese e il moltiplicarsi delle interferenze esterne (es. doc. 320 con istruzioni del 10 settembre del Direttore per gli affari politici Straneo). Dopo che la riunione del 15-16 settembre del Consiglio di Sicurezza si concluse con il veto sovietico alla risoluzione proposta da Tunisia e Ceylon, su mozione statunitense la questione venne trasferita a una Sessione di emergenza speciale dell’Assemblea Generale (docc. 333, 335, 337)(18).

La crisi divenne in seguito parte della polemica sovietica contro il Segretario e gli occidentali alla XVAssemblea Generale (doc. 368). Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre il contrasto fra Hammarskjd e il Governo belga da riservato si faceva aperto, dopo la presentazione il 3 novembre del rapporto del Rappresentante speciale del Segretario, il diplomatico indiano Dayal (docc. 391, 397 e 414)(19). Benché l’Italia continuasse a sostenere il Segretario, essa non fece mancare il pieno sostegno al Governo belga. A novembre durante le riunioni fra Paesi occidentali per coordinare le posizioni, tanto a livello europeo (docc. 414, 417, 458) quanto atlantico, la preoccupazione per il dinamismo sovietico contribuiva a ridurre la distanza fra Stati Uniti e europei. Le istruzioni di Segni prescrivevano sostegno alle posizioni degli europei alleati, e ricalcavano la linea adottata in relazione alla questione algerina. Tale indicazione andava di pari passo con la scelta, suggerita da Ortona e accolta a Roma, di evitare interventi e limitarsi a dichiarazioni di voto. La corrispondenza di Ortona consente di valutare appieno l’intreccio delle diverse questioni in discussione (es. doc. 433).

2.c I negoziati sul controllo del nucleare

Il primo terreno di discussione in ordine cronologico in materia di controllo della corsa al nucleare furono i postumi della «Conference of Experts for the Study of Possible Measures Which Might Be Helpful in Preventing Surprise Attack and for the Preparation of a Report thereon to Governments»,(20) a cui l’Italia aveva partecipato nel novembre-dicembre 1958 come componente della delegazione occidentale. Fra l’8 e il 17 gennaio la possibile ripresa della «Conferenza sugli attacchi di sorpresa» come era pisinteticamente definita fu oggetto di qualche scambio fra i cinque membri della delegazione occidentale e di una nota indirizzata loro dall’Unione sovietica. I documenti illustrano attraverso due scambi di telegrammi fra l’Ambasciatore a Washington Manlio Brosio e il Sottosegretario Folchi la posizione italiana in merito a una nota di commento alla Relazione conclusiva della conferenza da trasmettere alla delegazione sovietica per bloccare ogni ipotesi di ripresa della conferenza, su cui il Dipartimento di Stato chiedeva il parere degli alleati (doc. 1). Le istruzioni di Folchi

(doc. 2) e il telegramma inviato dal capo del Servizio ONU Dainelli alle Ambasciate delle capitali NATO e alla NATO stessa chiedevano alcune modifiche atte a sottoli neare la collegialità fra alleati occidentali (doc. 3) e la preoccupazione per la strategia propagandistica dell’URSS. Con telegramma segreto il 10 gennaio Brosio comunicava l’accettazione solo parziale degli emendamenti proposti dall’Italia da parte statunitense, vista l’importanza che quel Governo riteneva la tecnologia potesse svolgere nel sistema di verifiche (doc. 4). La Nota del Governo sovietico, trasmessa all’Ambasciata italiana a Mosca e inviata per telegramma al Ministero degli Esteri, proponeva la ripresa della conferenza il 15 gennaio (doc. 6). In vista della preparazione della risposta occidentale, da elaborare in ambito NATO, due telegrammi del Segretario Generale De Ferrariis Salzano contengono le istruzioni alle delegazioni italiane, in cui si sottolineava nuovamente la priorità da dare alla coesione occidentale, tanto nei contenuti che nelle modalità di risposta al Governo moscovita (docc. 7 e 16). Nell’ultimo documento relativo alla Conferenza sugli attacchi di sorpresa il Rappresentante permanente alla NATO Grazzi riportava con disappunto la comunicazione separata rilasciata dal Governo francese (doc. 17).

L’Italia, una volta diventata membro dell’ONU, partecipai lavori di due Commissioni: quella sugli spazi cosmici e, a partire dal novembre 1957, quella sul disarmo. Inoltre, nell’agosto 1959, il Governo italiano, fu invitato a partecipare a un nuovo Comitato sul disarmo, che, pur mantenendo forti legami con l’ONU, operava al di fuori del Palazzo di vetro: il Comitato dei Dieci, composto da cinque Paesi del blocco occidentale, Canada, Francia, Italia, Regno Unito e Stati Uniti, e cinque di quello sovietico, Bulgaria, Polonia, Romania, Cecoslovacchia e Unione Sovietica(21). Pur accettando l’invito a prendere parte a questo nuovo organismo, il Governo guidato da Segni a piriprese nel corso del 1959 sottolinela necessità di mantenere un legame con l’Assemblea Generale, confermando che la posizione italiana sul disarmo privilegiava l’esigenza della sicurezza e il mantenimento del dibattito all’interno dell’ONU (doc. 86).

Il 18 settembre 1959 Nikita Chruščëv pronunciò un discorso all’Assemblea Generale(22) in cui enunciun piano di disarmo generale, proponendo l’azzeramento di armamenti e forze armate nell’arco di quattro anni, la riduzione di forze straniere sul territorio occidentale, la creazione di zone denuclearizzate in Europa centrale e la stipulazione di un patto di non aggressione tra la NATO e il Patto di Varsavia. Il 23 settembre Pella espose all’Assemblea(23) cinque punti per i successivi negoziati: accogliere il disarmo generale senza fissare limiti temporali alla sua realizzazione, affidare lo studio delle singole questioni ad organi permanenti dell’ONU, accompagnare i progressi (Ginevra, 11 maggio-20 giugno, 13 luglio-5 agosto 1959) con il compito di esaminare le questioni relative al disarmo e di riferirne alla Commissione Disarmo delle Nazioni Unite e per il suo tramite all’Assemblea Generale e al Consiglio di Sicurezza: UN, Disarmament Commission, Official Records, Suppl. 1959, DC/144 - Letter dated 7 September 1959 from the representatives of France, the Union of Soviet Socialist Republics, the United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland and the United States of America addressed to the Secretary-General, transmitting the text of a communiqué issued by the four Powers and requesting the convening of the Disarmament Commission e DC/146 -Resolution adopted by the Disarmament Commission at its 65th Meeting on 10 September 1959, pp. 1-3. raggiunti con accordi sulla sicurezza, effettuare riduzioni controllate degli armamenti e subordinare il passaggio da una fase all’altra al grado di distensione internazionale e alle condizioni della difesa occidentale (doc. 112).

Nelle settimane seguenti, l’Ambasciatore Ortona prese parte a un intenso processo negoziale con gli altri componenti occidentali del Comitato sul disarmo, da cui emerse l’esigenza di evitare un’impostazione polemica nei confronti del progetto sovietico, ma che fosse anzi piopportuno, come suggerito dal Rappresentante americano Henry Cabot Lodge jr., arrivare a una risoluzione unanime dell’Assemblea Generale. Lo stesso Ortona pronunciun discorso il 23 ottobre, alla Commissione politica(24), in cui, in vista dell’avvio formale dei lavori del Comitato dei Dieci sul disarmo a Ginevra, sottolineò la necessità di un coordinamento tra le posizioni occidentali (docc. 137, 138)(25). Il dibattito all’Assemblea Generale si chiuse con una risoluzione del 20 novembre 195926, che dichiarava il disarmo generale e completo l’obiettivo dei negoziati che sarebbero iniziati a Ginevra il 15 marzo 1960.

L’avvio dei negoziati vide un confronto tra i piani occidentali e orientali, con i primi che propendevano per un approccio graduale e prudente e i Paesi del blocco sovietico che, conformemente al progetto di Chruščëv, chiedevano un disarmo generale e completo. Entrambe le parti proponevano la creazione di un’organizzazione internazionale sul disarmo, i cui rapporti con le Nazioni Unite non venivano specificati (doc. 226). La delegazione italiana a Ginevra, guidata dall’ex Ministro degli Esteri Gaetano Martino, si allinealle posizioni occidentali, favorendo la realizzazione di soluzioni parziali del problema e sostenendo la creazione di un organismo internazionale sul disarmo, anche al di fuori dell’ONU.

A maggio il Ministero degli Esteri metteva a punto alcune considerazioni in merito alla questione e all’idea di Ortona di creare un’organizzazione internazionale sul disarmo, con le caratteristiche di un’agenzia specializzata dell’ONU, con uno statuto simile ad altre agenzie come l’UNESCO, la IAEA, l’OMS o la BIRS (doc. 244).

Agli inizi di giugno 1960 l’URSS presentò un nuovo piano sul disarmo (doc. 245)(27), che riprendeva quanto proposto in precedenza, ma poche settimane pitardi, il 27 giugno, le cinque delegazioni socialiste abbandonarono i lavori di Ginevra, interrompendo bruscamente il lavoro del Comitato dei Dieci (doc. 262). L’interruzione coincise con il breve Governo Tambroni, cui seguì la nomina del terzo Governo Fanfani, in carica dal 26 luglio. In vista dell’apertura della XV sessione dell’Assemblea Generale, i cinque Paesi occidentali membri del Comitato sul disarmo si incontrarono a piriprese fino ai primi di agosto, per stabilire come rilanciare il negoziato (docc. 263, 264, 266, 289, 290, 291, 296). A fine settembre l’Unione Sovietica propose di allargare il Comitato sul disarmo ad altri cinque Paesi: India, Indonesia, Repubblica Araba Unita, Ghana e Messico (doc. 362). Il Governo italiano, interpretando le ragioni della mossa sovietica come un tentativo di inserire nel Comitato una serie di Paesi non allineati del gruppo piradicale e anti-occidentale, anche alla luce degli sviluppi contemporanei della crisi in Congo, si impegna rafforzare la solidarietà occidentale, facendosi promotore, insieme alle delegazioni inglese e statunitense, di un progetto di risoluzione che chiedeva la ripresa dei negoziati (doc. 372)(28). In questo nuovo momento di stallo si inserì la proposta di risoluzione avanzata in Assemblea Generale da dodici Paesi neutrali, il cui portavoce era l’indiano Krishna Menon(29). Il Segretario Generale Grazzi, pur sottolineando lo spirito conciliativo di questo progetto di risoluzione, riteneva che non potesse essere accolto, senza inserire una serie di emendamenti radicali riguardo le misure proposte per il disarmo, le basi e i controlli degli armamenti, e suggerendo quindi un voto negativo (docc. 437, 438, 442).

Il 1960 si chiuse senza che venissero conseguiti risultati di rilievo. Nel dicembre 1960, dopo la riunione del Consiglio Supremo di Difesa richiesta dal Presidente Gronchi, l’approccio italiano sul disarmo subì una, seppur parziale, evoluzione, come chiarito da Martino: pur continuando a sostenere il coordinamento delle posizioni con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il Governo italiano avrebbe mostrato maggiore flessibilità e apertura verso le richieste dei Paesi afro-asiatici non allineati, che avrebbero potuto essere ammessi ai lavori del Comitato, secondo un criterio di rappresentanza geografica e non politica (doc. 460).

2.d La questione algerina, gli esperimenti nucleari francesi nel Sahara, la politica razziale del Sudafrica, la fine del colonialismo francese in Africa, l’indipendenza della Mauritania

La politica coloniale della Francia in Africa ebbe nel biennio 1959-1960 il suo definitivo collasso, con l’uscita di tutte le ex colonie dalla Communauté e il loro accesso all’indipendenza e alla piena sovranità, pur mantenendo esse in molti casi con Parigi legami stretti che fecero sì che la corrispondenza italiana facesse riferimento a un gruppo «afro-francese» coeso e ligio alle indicazioni di Parigi. Il biennio vide anche un’apertura politica del Presidente de Gaulle nel conflitto algerino, con cui egli poneva le fondamenta per un negoziato che potesse condurre a un accordo per l’indipendenza, ma con cui suscitnei francesi d’Algeria e in alcuni settori delle forze armate un’opposizione che sarebbe sfociata nell’aprile 1961 nel Putsch des généraux.

Da sempre contraria a riconoscere la competenza dell’ONU su quelli che considerava affari interni, la Francia vide nella definitiva rescissione del legame coloniale l’ulteriore caduta di qualunque fondamento alla pretesa degli organi societari di discutere dei suoi rapporti con i territori amministrati. Lo stesso valeva per la questione algerina, che tuttavia trovava sempre, fin dal 1955, una maggioranza in grado di farla iscrivere all’ordine del giorno dell’Assemblea Generale. A causa dell’importante ruolo che i diplomatici italiani le assegnavano per il buon andamento delle relazioni italo-francesi, la questione coloniale figurava dunque di frequente nei documenti generali di commento ai lavori dell’organizzazione e nelle analisi delle relazioni interne al gruppo occidentale e a quello afro-asiatico. Oltre a raccomandare una consultazione complessiva del volume, si dà conto qui di seguito dei documenti riguardanti le posizioni italiane nei dibattiti alle due sessioni dell’Assemblea generale.

I termini generali della questione sono ben identificati da due telespressi inviati da Ortona a Roma alla fine della primavera 1959, che illustravano la politica francese verso l’organizzazione, il condizionamento della questione coloniale, l’obiezione di incompetenza sui temi relativi all’Algeria e alla Communauté fondata sull’art. 2 par. 7 della Carta, e la conseguente astensione che la Francia praticava da ogni forma di partecipazione ai dibattiti, che faceva ricadere sugli alleati l’onere di tutelarne le posizioni e di evitare l’approvazione di risoluzioni critiche (docc. 53 e 55 sull’incontro con l’Ambasciatore Armand Bérard il 6 giugno). La riflessione del Ministero degli Esteri sulla posizione da prendere alla XIV Assemblea Generale è documentata all’inizio di agosto da un appunto del capo dell’Ufficio III Vinci alla Direzione Generale Affari Politici (doc. 78). Sulla visione francese del problema algerino e dell’eredità della colonizzazione si soffermava anche l’Ambasciatore a Parigi Vitetti in un telespresso del 7 agosto, che evidenziava fra l’altro come la difesa della sovranità interna induceva la Francia a escludere la competenza dell’organizzazione nella questione sudafricana, nonostante Parigi non potesse che dichiararsi ostile all’apartheid, su cui le ex-colonie africane, con le quali stava costruendo un rapporto che superasse il sistema coloniale, non potevano accettare compromessi (doc. 81).

La questione sudafricana veniva discussa anche in Italia nella primavera del 1959 in vista della XIV Assemblea Generale. Nel primo intervento il capo dell’Ufficio III Vinci in un appunto del 25 febbraio 1959 evidenziava i principali problemi posti dalla politica sudafricana, non solo la politica di discriminazione verso la popolazione indigena, ma anche quella verso le comunità asiatiche, e la questione dell’Africa del Sud-Ovest (doc. 25). Seguiva da Pretoria l’Ambasciatore Renzo Carrobio di Carrobio per il Segretario Generale Grazzi, la cui lettera datata 19 maggio (doc. 52) mostra il dilemma entro cui si trovava stretta la politica italiana di fronte alle risoluzioni afro-asiatiche, su cui dal 1958 l’Italia aveva ritenuto di dover esprimere voto favorevole. Dal lato del Ministero degli Esteri la documentazione evidenzia come, per l’evocazione dell’art. 2 par. 7 d’un lato, ma anche in relazione alla tutela dei diritti umani, la questione sudafricana fosse valutata anche in rapporto alla questione dell’Alto Adige (doc. 75). Si documenta infine il tentativo effettuato dal Ministero degli Esteri di concordare con il Foreign Office, il Quai d’Orsay e il Dipartimento di Stato un’iniziativa presso il Governo sudafricano (docc. 76, 81, 89). L’iniziativa non trovò appoggio in nessuna delle tre capitali (telespresso di commento dell’Ambasciatore a Pretoria doc. 107).

La diplomazia italiana tornsulla questione algerina all’apertura della XIV Assemblea Generale. A conferma dell’importanza e della delicatezza del tema, il 22 settembre 1959 Grazzi indirizzava un appunto al Presidente del Consiglio Segni che riportava la richiesta francese a tutti gli alleati NATO di sostenere il nuovo corso annunciato da de Gaulle, e insieme la proposta di risposta di Pella: assicurare alla Francia la simpatia italiana per la nuova politica, ma riservando la posizione sul voto, non essendo ancora noto il testo della risoluzione proposta (doc. 110). Il discorso di Couve de Murville all’Assemblea il 20 settembre era commentato da Ortona in un telegramma segreto (doc. 116), in cui si sottolineava come il Ministro francese avesse omesso ogni riferimento alla recente presa di posizione del Governo Provvisorio algerino, cui negava legittimità. Le istruzioni di voto di Pella del 7 dicembre, in risposta a un telegramma di Ortona che riassumeva il lavoro di concertazione con gli alleati, confermavano il sostegno alla Francia (doc. 201).

Alla XIV Assemblea Generale la questione algerina incrociquella del disarmo a causa dei test nucleari francesi nel Sahara. Il Marocco si fece infatti portavoce dei timori dei Paesi dell’Africa occidentale per i previsti test proponendo alla Commissione Politica una risoluzione sugli esperimenti nucleari nel Sahara(30). La questione aveva suscitato qualche rumore anche in Italia, potenzialmente interessata dalle «radiazioni ionizzanti» sulla Sicilia (doc. 113 su approccio della Liberia e doc. 140 su incontro fra Ortona e Jules Moch). L’Italia si troval centro di varie sollecitazioni, provenienti dal gruppo dei Paesi neutrali o antinucleari, fra cui si contavano anche Stati occidentali come il Canada o l’Irlanda. Superata l’ipotesi di affiancare il Canada nel proporre una bozza di risoluzione sostenuta anche dai Paesi afro-asiatici (docc. 143, 147, 155-158), nei giorni della discussione in Commissione Politica e poi in plenaria, fra il 7 e il 12 novembre 1959, l’Italia fu coinvolta dalla Gran Bretagna nell’elaborazione di una risoluzione alternativa(31). Vi si affrontava la sola questione della pericolosità o meno degli esperimenti, sperando di separare i Paesi latino-americani dal blocco afro-asiatico (doc. 159; istruzioni di Grazzi: doc. 162; docc. 164-167). Il tentativo fallì, ma nel suo intervento alla Commissione Politica, il 10 novembre, Ortona mantenne la posizione che d’un lato negava la pericolosità degli esperimenti, dall’altro auspicava di separare la questione specifica dal dibattito generale sul nucleare(32). Tale posizione otteneva riscontri positivi sia da parte francese che da parte afro-asiatica (docc. 169-170).


20 La conferenza si tenne a Ginevra dal 10 novembre al 18 dicembre 1958.


21 Riferimento al Comitato istituito dalla Conferenza dei Ministri degli Esteri delle Quattro Potenze


22 Il testo integrale del discorso di Chruščëv è in UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, 799th Plenary Meeting, Friday, 18 September 1959, at 3.00 p.m., pp. 31-38.


23 Il discorso di Pella è in UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, 804th Plenary Meeting, Wednesday, 23 September 1959, at 10.30 a.m., pp. 120-124.


24 Il termine «Commissione Politica» è impiegato nei documenti italiani per indicare il «First Committee: Political and Security Questions (Including Regulation of Armaments)» dell’Assemblea Generale.


25 Il testo del discorso di Ortona è in UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, First Committee, 1031st Meeting, Friday, 23 October 1959, at 10.45 a.m., pp. 28-29.


26 UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, Suppl. 16, A/RES/1378 (XIV), General and complete disarmament, 840th Plenary Meeting, 20 November 1959, p. 3. Nella stessa riunioneplenaria del 20 novembre vi furono altre due risoluzioni la A/RES/1379 (XIV), Questions of French nuclear tests in the Sahara e la A/RES/1380 (XIV) Preventions of the wider dissemination of nuclear weapons, pp. 3-4; nella sessione plenaria 842a del 21 novembre la A/RES/1402 (XIV), Suspension ofnuclear and thermonuclear tests, p. 4.


27 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Annexes, Agenda items 67, 86, 79 and 63, A/4374/Rev. 1, 13 June 1960, Letter dated 2 Jun 1960 from the Permanent Representative of the Union of Soviet Socialist Republics to the United Nations addressed to the Secretary-General, pp. 2-6. La letteratrasmetteva il seguente documento: «Proposals concerning the basic clauses of a treaty on general and complete disarmament».


28 Ivi, A/C.1/L. 250, 14 October 1960, Italy, United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland and United States of America: draft resolution, p. 18, presentata nel Primo Comitato da Wadsworth il 19 ottobre, da Martino il 21: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, First Committee, 1086th Meeting, Tuesday, 19 October 1960, at 3.20 p.m., pp. 21-23; ivi, 1086th Meeting, Friday, 21 October 1960, at 3.20 p.m., pp. 33-34.


29 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Annexes, Agenda items 67, 86, 79 and 63, A/C.1/L. 259 and Add. 1-2, 15 November 1960, Burma, Cambodia, Ceylon, Ghana, India, Indonesia, Iraq, Morocco, Nepal, United Arab Republic, Venezuela and Yugoslavia: draft resolution, pp. 22-23, presentata nel Primo Comitato da Menon il 15 novembre: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, First Committee, 1110th Meeting, Tuesday, 15 November 1960, at 3.15 p.m., pp. 137-140, in particolare al par. 16.


30 Il 13 agosto il Marocco aveva richiesto l’inclusione dell’item «Question of French nuclear testsin Sahara» nell’agenda della XIV Assemblea: vedi UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, Annexes, Agenda item 68, A/4183, 14 August 1959, Morocco: request for the inclusion of a supplementary item in the agenda of the fourteenth session, pp. 1-2. L’11 novembre partecipallapresentazione di una bozza di risoluzione: ivi, A/C.1/L. 238/Rev. 1, 11 November 1959, Afghanistan,Burma, Ceylon, Ethiopia, Federation of Malaya, Ghana, Guinea, Indonesia, Iraq, Japan, Jordan,Lebanon, Liberia, Libya, Morocco, Nepal, Saudi Arabia, Sudan, Tunisia, United Arab Republic andYemen, revised draft resolution, p. 2.


31 È il documento A/C.1/L. 239 del 10 novembre a cui si aggiunse l’11 novembre il Percome sponsor (A/C.1/L.239/Add. 1) in UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, Annexes, Agenda item 68, Questions of French nuclear tests in the Sahara, p. 2. La proposta fu discussa nelle riunioni 1048-1052 del Comitato politico, dal 10 al 12 novembre e messa ai voti nella riunione 1053 (UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, First Committee, 1048th-1053th Meetings, pp. 117-149) e nella 840a sessione plenaria dell’Assemblea Generale.


32 Il testo dell’intervento è in UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, First Committee, 1049th Meeting, Tuesday, 10 November 1959, at 3.10 p.m., p. 121.


33 La bozza di risoluzione fu presentata il 9 dicembre 1960 da Afghanistan, Birmania, Etiopia,Ghana, Guinea, Indonesia, Giordania, Iraq, Libano, Liberia, Libia, Mali, Marocco, Nigeria, Pakistan,Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Tunisia, RAU e Yemen (A/C.1/L. 265 and Add. 1-3 cui si aggiunserocome Ceylon, India e Nepal). Il testo della risoluzione è riportato nel rapporto del Primo Comitato: UN,General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Annexes, Agenda item 71, A/4660, 16 December 1960, Report of the First Committee, pp. 3-5. La bozza fu discussa ed approvata nella seduta 1133 delPrimo Comitato che ne raccomandl’adozione all’Assemblea Generale: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, First Committee, 1133rd Meeting, Thursday, 15 December 1960, at 3.15 p.m., pp. 267-275.


34 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, 956th Plenary Meeting, Monday, 19 December 1960, at 3 p.m., vol. II, pp. 1415-1431. La risoluzione adottata nel corso di questa riunione è in UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Suppl. 16, A/RES/ 1573 (XV), Question of Algeria, vol. I, p. 3.


35 La bozza di risoluzione sulla questione mauritana fu presentata da Indonesia, Giordania e Libia:UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Annexes, Agenda item 79, A/C. l/L. 261/Rev. 1, 26 November 1960, Indonesia, Jordan and Lybia: revised draft resolution, p. 2. La propostafu discussa, messa ai voti e rigettata nella riunione 1118 del Primo Comitato: UN, General Assembly,

Viceversa, era a livello di coesione occidentale che la questione finì per far emergere divisioni, evidenziate e commentate criticamente sia da Ortona (telespresso del 13 novembre sull’esito della votazione in Commissione politica: doc. 174), che dal Segretario Grazzi e dal Rappresentante permanente alla NATO Alessandrini, critico al Consiglio Atlantico dei voti favorevoli e delle astensioni di alcuni Paesi NATO (Grazzi: doc. 183 e Alessandrini: doc. 184). Per Ortona la vicenda, nel complesso minore, diventava sintomo preoccupante del ruolo assunto dall’«anticolonialismo» nel dibattito politico onusiano e della sua pervasività come criterio di interpretazione della realtà internazionale da parte dei Paesi afro-asiatici (doc. 174).

Durante la XV Assemblea Generale la questione algerina tornava al centro di due telegrammi segreti del 30 novembre 1960, con cui Ortona aggiornava sul persistente rifiuto francese di accettare la discussione da parte dell’Assemblea e sulla nuova richiesta dell’Ambasciatore Bérard di evitare l’approvazione di risoluzioni, qualunque ne fosse il tenore (docc. 455 e 456). Un terzo telegramma (doc. 473) documentava le difficoltà della posizione italiana di fronte a una proposta di risoluzione afro-asiatica molto dura(33). Lo scambio fra le istruzioni di Segni e la risposta del capodelegazione Martino, il 14 dicembre, e due ulteriori telegrammi segreti di Ortona permettono di completare il percorso italiano verso un voto che allineasse le posizioni occidentali, e che bilanciasse l’alleanza con la Francia e il riconoscimento della legittimità delle posizioni afro-asiatiche (telegramma «con precedenza assoluta» doc. 474, docc. 479, 491, 496)(34).

Fra il novembre e il dicembre 1960 venne portata all’attenzione del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale anche la questione della Mauritania, colonia africana della Francia proclamatasi indipendente e candidata all’ONU, della quale il Marocco faceva valere in Assemblea Generale la storica appartenenza al Marocco, rivendicandone un diritto di annessione (doc. 436). Tre altri telegrammi inviati da Ortona, uno relativo all’andamento del dibattito in Assemblea Generale e all’orientamento adottato dalla delegazione italiana(35), e gli altri due relativi al dibattito in Consiglio di Official Records, Fifteenth Session, First Committee, 1118th Meeting, Saturday, 26 November 1960, at10.50 a.m., pp. 181-187.

Sicurezza sulla candidatura mauritana permettono di ricostruire i diversi aspetti della questione dal punto di vista italiano e occidentale (docc. 453, 461, 462)(36).

2.e L’indipendenza della Somalia e il confine somalo-etiopico

L’evoluzione politica e istituzionale della Somalia in amministrazione fiduciaria aveva spinto all’inizio del 1959 i leader politici somali a chiedere di anticipare l’indipendenza, in vista dell’approvazione della Costituzione. Oltre al desiderio di autogoverno, il Governo somalo intendeva negoziare autonomamente la richiesta di assistenza finanziaria internazionale, nel timore che il Governo italiano, una volta terminata l’amministrazione fiduciaria, avrebbe interrotto i propri aiuti economici. I documenti testimoniano le numerose richieste di assistenza finanziaria internazionale rivolte dalle autorità somale all’ONU, per esempio, per la costruzione del porto di Chisimaio (doc. 24) e dimostrano il sostegno e l’interessamento del Governo italiano e della delegazione al Palazzo di vetro nel cercare quali canali o agenzie dell’ONU avrebbero potuto inviare aiuti economici alla Somalia dopo il 1960 (docc. 24, 32, 45). D’altronde gli sviluppi della situazione politica somala e piin generale degli equilibri politici di tutto il Corno d’Africa, una regione strategica per la navigazione nel Mar Rosso, erano fortemente condizionati dalle dinamiche della guerra fredda (doc. 63). A testimonianza della crescente importanza assunta dal Corno d’Africa, Ortona citava i contatti avvenuti tra l’Imperatore d’Etiopia Hailé Selassié, il Presidente egiziano Nasser e alcuni emissari di Mosca e riferiva delle crescenti preoccupazioni americane per un rafforzamento della presenza sovietica in quella regione del continente africano (doc. 63). Per questo motivo gli Stati Uniti suggerivano di mantenere una presenza delle Nazioni Unite in Somalia, una volta raggiunta l’indipendenza.

Il 23 giugno 1959 l’Amministratore italiano in Somalia, Di Stefano, trasmetteva al Ministero una bozza del Piano di trasferimento dei poteri di governo alla Somalia, che prevedeva l’impegno che tutte le funzioni sarebbero passate alle istituzioni somale prima dell’indipendenza (doc. 61)(37). Si illustra inoltre il dibattito che si accese all’interno del Consiglio consultivo dell’AFIS, in cui vennero avanzate alcune proposte di modifica. Il punto pidiscusso fu quello relativo alle tempistiche della promulgazione della Costituzione e dell’entrata nelle proprie funzioni del Capo dello Stato somalo, visto che quest’ultimo non poteva promulgare la Costituzione il giorno dell’indipendenza; un problema che il Ministero degli Affari Esteri suggerì di risolvere con un artificio legislativo, che prevedeva che l’Assemblea Costituente promulgasse la Costituzione per poi tenerla in sospeso, fino all’elezione del Capo dello Stato, a cui l’AFIS avrebbe concesso i poteri di far entrare in vigore la Costituzione una volta raggiunta l’indipendenza (doc. 70).


36 UN, Security Council, Official Records, Fifteenth year, 911st meeting, 3-4 December 1960, pp.1-46; intervento italiano alle pp. 27-28.


37 Il rapporto fu trasmesso da Ortona al Segretario Generale il 16 luglio: T/1477 in UN, General Assembly, Official Records, Fourth Committee (Trusteeship Council), Twenty-fourth Session, 2 June-6 August 1959, Annexes, pp. 58-64; fu discusso nella seduta 1021 del Consiglio di Tutela del 21 luglio, in cui furono avanzate le osservazioni del Consiglio Consultivo, e quindi in quasi tutte le sedute fino a fine luglio: UN, General Assembly, Official Records, Fourth Committee (Trusteeship Council), Twenty-fourth Session, 1021st-1033th Meetings, pp. 381-451.

La discussione in Consiglio di Tutela sul processo di indipendenza della Somalia iniziò il 16 luglio e terminò il 6 agosto 1959 (docc. 71 e 80), con l’approvazione all’unanimità del rapporto presentato dal Governo italiano e l’ampio apprezzamento per i progressi fatti compiere dall’amministrazione italiana(38). Il Consiglio espresse la speranza che il Governo somalo sottoponesse l’approvazione della Costituzione a un referendum e che venissero organizzate elezioni politiche subito dopo l’indipendenza.

La questione somala fu successivamente discussa dalla XIV Assemblea Generale; alla vigilia dell’apertura del dibattito, il Sottosegretario agli Affari Esteri Folchi invile istruzioni all’AFIS e alla Rappresentanza permanente presso l’ONU, nelle quali spiegava che non era ancora possibile indicare una data precisa dell’indipendenza, prima di risolvere alcuni problemi fondamentali per il nuovo Stato, come l’elezione del Capo dello Stato e la promulgazione della sua Costituzione, non essendo ancora prevedibile quanto tempo avrebbe impiegato l’Assemblea Legislativa per portare a termine questo compito. Il Governo italiano esprimeva parere favorevole alla proposta di organizzare un referendum popolare per approvare la Costituzione, purché, come spiegato da Folchi, si tenesse dopo l’indipendenza, e sosteneva l’ammissione della Somalia all’ONU (docc. 193, 194, 197). Il Sottosegretario sottolineavache, una volta raggiunta l’indipendenza, né il Governo italiano, né le forze militari somale sarebbero stati in grado di assicurare la sicurezza del Paese e delle sue frontiere interne e che, pertanto, appariva opportuno assicurare una presenza militare delle Nazioni Unite nel Paese. Sul piano economico, il Governo italiano proponeva che le spese per l’ammodernamento delle infrastrutture e dello sviluppo del Paese venissero sostenute ed amministrate dall’ONU, mentre si opponeva all’idea di istituire un «Fondo speciale per la Somalia», che raccogliesse contributi provenienti da vari Paesi e confermava l’impegno a erogare due milioni di dollari dopo l’indipendenza del Paese africano (doc. 136).

Il dibattito sulla Somalia all’interno della XIV Assemblea Generale si concluse il 5 dicembre 1959 con la richiesta italiana di anticiparne l’indipendenza, che fu approvata all’unanimità, con ampi apprezzamenti per l’azione diplomatica svolta dal Governo italiano (doc. 202)(39).

La delegazione dovette infine affrontare il complesso problema rappresentato dalla disputa per le frontiere tra la Somalia e l’Etiopia, che l’Assemblea Generale aveva assegnato in un primo tempo a negoziati diretti fra Roma e Addis Abeba, con la possibilità di ricorrere a un mediatore dell’ONU ed eventualmente ad un arbitrato internazionale. L’Italia, che non aveva riallacciato rapporti diplomatici con l’Etiopia fino al 1952, non riuscì a contenere gli scontri che ebbero luogo lungo le frontiere con la Somalia durante gli anni Cinquanta. Dopo il proprio ingresso all’ONU il Governo italiano stabilì di delegare al Palazzo di vetro il negoziato per la soluzione delle questioni dei confini. Nel 1957 l’Assemblea Generale incaricl’ex-Segretario Generale, il norvegese Trygve Lie, di dirimere la controversia tra i due Paesi. I documenti illustrano le fasi finali della missione condotta da Trygve Lie, e l’impegno del Segretario Generale Hammarskjd, che a piriprese cercdi svolgere una mediazione tra le parti, senza riuscire a impedirne il fallimento (doc. 154).


38 Il rapporto fu approvato nella seduta 1041 del 6 agosto: ivi, pp. 491-496.


39 UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, Suppl. 16, A/RES/1418 (XIV),Date of the independence of the Trust Territory of Somaliland under Italian administration, 846th PlenaryMeeting, 5 December 1959, p. 33.

La fine della missione di Trygve Lie generforti preoccupazioni negli Stati Uniti, che temevano una destabilizzazione della regione dopo l’indipendenza della Somalia, anche a causa dell’avvicinamento dell’Etiopia all’Unione Sovietica e che esercitarono pressioni sul Governo italiano, affinché convincesse il Governo somalo ad evitare una rottura delle trattative con Addis Abeba (doc. 177).

Il dibattito sui confini somalo-etiopici fu infine affrontato dalla Quarta Commissione durante la XIV Assemblea Generale. I documenti testimoniano l’attivismo di Ortona durante il dibattito svoltosi in Commissione, nel quale l’Italia, d’accordo con le autorità somale e con il Segretario Hammarskjd, cercdi ottenere l’assenso dell’Etiopia alla presenza di un rappresentante dell’ONU a garanzia della procedura arbitrale (docc. 203, 204, 205, 209). Tuttavia, il deciso rifiuto di Addis Abeba finì per demandare la soluzione della disputa sui confini a trattative dirette tra i due Paesi.

2.f I mutamenti negli equilibri politici dell’ONU

Sin dal gennaio 1959 l’Ambasciatore Egidio Ortona iniziad inviare frequenti telespressi al Ministero degli Affari Esteri in cui descriveva le variabili geometrie che si stavano configurando all’interno dell’Assemblea Generale entro la suddivisione in gruppi geografici dei membri ONU: i Paesi occidentali, gli afro-asiatici, i latino-americani e i sovietici (doc. 5). L’Ambasciatore italiano, sottolineando il progressivo indebolimento del peso di cui godevano i Paesi occidentali, ne criticava la mancanza di coordinamento e insisteva sulla necessità di promuovere una maggiore collaborazione, soprattutto con gli Stati Uniti, «affinché l’Occidente non rischi di fare il gioco degli avversari palesando incrinature troppo evidenti nella propria compagine» (doc. 10). Ancora più deciso era l’Ambasciatore italiano a Mosca, Luca Pietromarchi, che attribuiva al Segretario del PCUS Nikita Chruščëv una vera e propria offensiva, in cui i temi del disarmo e dell’anticolonialismo venivano utilizzati come armi propagandistiche contro l’Occidente con il supporto dei leader del non allineamento. Per l’Ambasciatore il continente africano era divenuto una scacchiera del confronto Est-Ovest e la guerra fredda si stava allargando dall’Europa a nuove aree geografiche, dall’Asia, al Medio Oriente, all’Africa, in una prospettiva sempre più globale (doc. 343). Per questi motivi, Ortona suggeriva al Governo italiano di mostrare una maggiore comprensione delle aspirazioni anticoloniali dei Paesi afro-asiatici e di porre rimedio alle reazioni avverse che iniziavano a manifestarsi nel gruppo latino-americano. In una significativa selezione di telespressi e telegrammi (docc. 5, 10, 27, 221, 368, 433, 483, 499, 504, 505), l’Ambasciatore descriveva il progressivo rafforzamento del peso dei Paesi afro-asiatici all’interno dell’Assemblea Generale, ma invitava a non considerare questo gruppo come una coalizione omogenea, mettendo in luce quanto esso fosse variegato e articolato, visto che comprendeva il Giappone, le cui posizioni sul piano internazionale erano chiaramente filo-occidentali e molto distanti da quelle del Ghana di Kwame Nkrumah, leader del panafricanismo, o dell’Egitto di Nasser, esponente di spicco del movimento dei non allineati insieme al Presidente indonesiano Sukarno e al leader indiano Nehru. A calamitare l’attenzione dell’Ambasciatore era il mutamento in corso in Africa, e Ortona sottolineava come i Paesi africani avessero visioni molto diverse sulla via da seguire. Se Nkrumah aveva l’obiettivo di realizzare un’unica nazione africana, gli Stati Uniti d’Africa, le ex-colonie francofone si dividevano, anche in maniera feroce, tra coloro che intendevano mantenere rapporti con la madrepatria, come dimostrato dal leader ivoriano Félix Houphouët-Boigny, posto alla guida della delegazione francese all’ONU (doc. 168) e coloro che, come Sékou Touré, Presidente della Guinea, rifiutavano di partecipare al progetto di Comunità proposto dal Presidente de Gaulle, definendo «fantocci dell’imperialismo francese» coloro che invece ne facevano parte.

I suggerimenti che il diplomatico inviava con cadenza quasi settimanale a Roma non nascondevano le difficoltà che il Governo italiano doveva affrontare, alla costante ricerca di un difficile bilanciamento. I condizionamenti a cui l’Italia doveva sottostare, derivanti dall’appartenenza all’Occidente e dalla questione altoatesina, non dovevano, secondo Ortona, impedire un dialogo con i Paesi afro-asiatici. Al contrario, il rappresentante italiano suggeriva di moltiplicare gli sforzi per fornire assistenza tecnica ai Paesi in via di sviluppo, potenziare il coordinamento tra i Paesi occidentali all’interno dell’ONU attraverso maggiori consultazioni e venire incontro alle aspirazioni dei Paesi afro-asiatici in tema di colonialismo, per non dover subire «contraccolpi sul piano politico generale» (doc. 27). Il costante dialogo che Ortona teneva aperto con i delegati dei Paesi di nuova indipendenza, l’attenzione con cui spiegava i voti espressi dall’Italia come portato delle proprie alleanze e di una visione moderatrice e mediatrice che guardava al futuro delle diverse parti in causa e all’interesse generale, rappresentavano il necessario complemento delle scelte dettate da un interesse comune occidentale in cui non apparivano increspature. Le tesi italiane riecheggiavano nelle parole del rappresentante argentino, Mario Amadeo: l’Italia aveva un interesse particolare a intessere un dialogo con i Paesi africani, sia per la sua posizione geografica, che ne faceva un ponte naturale tra Europa e Africa nel dialogo Nord-Sud, sia per non essere ormai pida tempo una potenza coloniale, sia infine per l’amministrazione della Somalia dopo la II guerra mondiale (doc. 28).

L’impulso a non deviare dall’atlantismo e dall’europeismo comincia cambiare a partire dal 1960, in particolare dal ritorno di Fanfani alla Presidenza del Consiglio il 27 luglio. Pur condizionata dalla controversia con l’Austria per la questione dell’Alto Adige, ma avendo concluso l’incarico dell’amministrazione fiduciaria della Somalia, l’Italia maturuna posizione piautonoma rispetto ai partner europei sui temi della decolonizzazione, come dimostrato dal discorso pronunciato da Martino il 20 settembre 1960 all’Assemblea Generale sul sostegno all’ammissione di nuovi membri alle Nazioni Unite(40) e otto giorni dopo dal Ministro degli Esteri, Antonio Segni(41). Durante il dibattito generale, quest’ultimo conferml’impegno italiano nel sostenere il principio di autodeterminazione dei popoli e la necessità di aumentare gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo, cosa che il Governo effettivamente fece, raddoppiando il contributo al Fondo speciale e al Programma ampliato dell’ONU per il 1961 (doc. 445). Il Governo italiano sembrò allora mettere in pratica i suggerimenti dell’Ambasciatore Ortona, rafforzando da una parte la concertazione multilaterale con i partner occidentali e accogliendo dall’altra alcune delle richieste del gruppo afro-asiatico. In seguito allo scoppio della crisi in Congo, in stretta collaborazione con la Rappresentanza britannica, l’Italia promosse una serie di incontri informali tra le delegazioni occidentali, a cui parteciparono gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, l’Olanda, il Belgio, la Norvegia e l’Australia. Questi incontri, iniziati per discutere le vicende congolesi, ben presto si estesero ad altri temi, come l’apartheid in Sudafrica, e si dimostrarono molto importanti per coordinare le posizioni dei Paesi occidentali (doc. 457)(42).


40 Intervento di Martino in UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, 864th Plenary Meeting, Tuesday, 20 September 1960, at 3 p.m., vol. I, pp. 9-10.


41 Intervento di Segni in UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, 876th Plenary Meeting, Wednesday, 28 September 1960, at 3 p.m., vol. I, pp. 199-203.


42 Appare interessante sottolineare in questa sede la particolarità dell’azione politica perseguita dal Canada, che preferì non partecipare a queste riunioni, adottando sui temi della decolonizzazione una posizione sempre più neutrale, assimilabile a quella dei Paesi scandinavi (doc. 457).

Quando l’8 novembre otto Paesi afro-asiatici presentarono un progetto di risoluzione, relativo ai territori amministrati dal Portogallo e dalla Spagna, chiedendo che venissero considerati territori dipendenti soggetti al capitolo XI dello statuto ONU, e non metropolitani, come invece volevano i due Paesi europei, il Governo italiano preferì astenersi, insieme agli Stati Uniti e al Canada, differenziandosi dalla Francia e dal Belgio, che votarono contro il progetto di risoluzione (doc. 426)(43). Infine, in occasione del lungo dibattito svoltosi durante la XV Assemblea Generale sulla risoluzione per la dichiarazione sulla cessazione del colonialismo, il Governo italiano sviluppuna politica tesa ad accogliere le richieste dei Paesi afro-asiatici. Come noto, i progetti di risoluzione dibattuti dall’Assemblea Generale furono tre: quello dei Paesi socialisti, dell’Honduras e del gruppo afro-asiatico(44).


43 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Annexes, Agenda item 38, A/C. 4/L. 649, 8 November 1960, Transmission of information under article 73 e of the Charter, Afghanistan, Burma, Ceylon, Ghana, Guinea, India, Nepal and Nigeria: draft resolution e L.649/Rev.1 and Add. 1 (Iraq, Liberia e Libia), pp. 5-6. La bozza fu discussa e approvata nelle sedute 1040-1049 del IV Comitato: UN, General Assembly, Official Records, Fourth Committee, 1040th-1049th Meetings, 8-14 November 1960, pp. 241-296. Su questa base, il 15 dicembre l’Assemblea Generale adottò due risoluzioni: 1541 (XV), Principles which should guide Members in determining whether or not an obligation exists to transmit the information called for under Article 73 e of the Charter, e 1542 (XV), Transmission of information under Article 73 e of the Charter, in UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Suppl. 16, vol. I, pp. 29-32.


44 La discussione si svolse nelle riunioni plenarie 868-878, 880, 882, 883, 885, 888, 890-892, 896, 897, 901-904, 906, 925-939, 944-947 che si tennero fra il 22 settembre e il 14 dicembre 1960. Il dibattito si concluse con l’adozione della bozza di risoluzione dei 43 Paesi del gruppo afroasiatico, A/L. 323 and Add. 1-6, come risoluzione 1514 (XV) (supra nota 2).


45 Supra, nota 2.

Il 14 dicembre 1960 l’Assemblea Generale votla Risoluzione n. 151445, che condannava il colonialismo, considerandolo un ostacolo allo sviluppo economico, sociale e culturale dei Paesi in via di sviluppo e una violazione dei principi dello statuto delle Nazioni Unite. Essa sanciva il diritto dei popoli coloniali a reclamare la propria indipendenza, intesa come premessa necessaria al loro sviluppo. Durante la lunga discussione la delegazione italiana, guidata da Martino, si espresse a favore della mozione afro-asiatica, mentre gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia decisero di astenersi (doc. 477). Nel riassumere i contenuti principali del dibattito, Ortona mostrava come la proposta afro-asiatica avesse maggiori possibilità di successo, rendendo l’astensione del tutto inutile. La scelta della delegazione americana di astenersi, una decisione presa direttamente dal Presidente Eisenhower, dietro pressioni del Primo Ministro inglese Harold Macmillan, aveva suscitato forti proteste da parte dei Paesi afro-asiatici, soprattutto quelli filo-occidentali e «scalpore e sorpresa» tra i rappresentanti italiani (doc. 499). Tra gli europei, mentre la Francia aveva dimostrato l’usuale distacco dal dibattito, il Belgio e il Portogallo apparivano fortemente isolati, a causa delle proprie politiche coloniali, un isolamento che si era riflesso nel ritiro della candidatura portoghese dal seggio al Consiglio di Sicurezza e di quella belga dall’ECOSOC (doc. 504). I problemi all’interno del gruppo occidentale non erano stati adeguatamente gestiti dagli Stati Uniti, che, secondo Ortona, avevano mostrato scarsa attenzione verso il dibattito all’interno dell’ONU, proponendo iniziative saltuarie e poco praticabili, o compiendo scelte sorprendenti come nel caso dell’astensione sulla risoluzione di condanna al colonialismo. Per quanto riguardava il gruppo latino-americano, pur escludendo Cuba, ormai fedele alleata dell’Unione Sovietica, e sottolineando un avvicinamento a politiche neutrali da parte del Messico e del Venezuela, Ortona confermava che «la schiera dei Paesi latino-americani costituisce tuttora la pivalida e numerosa riserva a sostegno delle posizioni degli Stati Uniti e dell’Occidente in generale, all’interno delle Nazioni Unite» (doc. 504). Di maggiore rilievo era il ruolo ormai consolidato del gruppo afro-asiatico che nel corso del 1960 aveva preso coscienza della propria influenza e aveva adottato una politica fortemente antagonista nei confronti dell’Occidente, per iniziativa della Guinea, del Ghana, della Nigeria, dell’Indonesia e dell’India. Ortona suggeriva di leggere con maggiore attenzione tra le pieghe di questa variegata coalizione, sottolineando come, per esempio, le delegazioni arabe fossero unite soltanto sulle questioni algerina e palestinese, tra gli asiatici il Giappone, le Filippine, il Pakistan e la Thailandia fossero filo-occidentali e tra gli africani, mentre il Ghana e la Guinea erano i piostili all’Occidente, molte delegazioni afro-francesi dal Camerun, al Ciad al Congo Brazzaville, alla Costa d’Avorio, al Senegal non avevano mai adottato una politica filo-sovietica.

Il mutamento degli equilibri politici interni alle Nazioni Unite trovava indiretta espressione anche nel dibattito giuridico e politico della seconda Conferenza del-l’ONU sul Diritto del Mare(46), aperta il 17 marzo 1960 e conclusasi il 26 aprile, per cercare un accordo sui limiti del mare territoriale e della zona contigua che era mancato al termine della prima conferenza, conclusa il 24 aprile 1958. Nel volume figura la relazione inviata il 30 giugno 1960 dal Presidente della delegazione italiana, Mameli, al Ministro Segni a conclusione della conferenza (doc. 265).

2.g La questione dell’Alto Adige(47)

La richiesta austriaca di iscrivere «il problema della minoranza austriaca in Italia» all’ordine del giorno della XV Assemblea Generale fu «il momento centrale della dimensione internazionale della controversia sull’Alto Adige»(48). L’inizio del 1959 vide una campagna di attentati e alcune iniziative politiche dei partiti sudtirolesi al Parlamento italiano, cui seguì l’avvio di un’iniziativa austriaca tesa a ottenere un intervento politico degli organi internazionali, il cui obiettivo era uno statuto di autonomia della Provincia di Bolzano. Il tema dell’Alto Adige figura pertanto in maniera diffusa, quasi capillare, nella diplomazia societaria dell’Italia del biennio 1959-1960. Ad esso rimandava nella primavera 1959 il tentativo di contrastare la candidatura austriaca alla

Commissione Diritti dell’Uomo (docc. 37, 38, 39, 40); esso ricorreva nelle analisi di carattere generale sugli equilibri societari, nelle analisi e determinazioni delle posizioni da prendere nei rapporti con gli alleati europei e con gli USA e nelle votazioni di loro interesse (es. doc. 85: Zoppi informa dell’opposizione inglese alla costituzione di una commissione sui casi di negata autodeterminazione); nelle relazioni con la Germania (es. doc. 351 relativo alla posizione dell’Italia sugli attacchi sovietici al riarmo della Germania alla XV Assemblea Generale e docc. 389-390). La questione affiorava nelle iniziative dirette al blocco e ai singoli Paesi afro-asiatici (es. doc. 269 sul voto alla prima seduta del Consiglio di Sicurezza sul Congo), arabi (es. doc. 394), e latino-americani. Essa ispirava infine la maniera in cui si intendevano l’art. 2 par. 7 della Carta sulla sovranità interna e i temi dell’autodeterminazione, dei diritti umani, delle minoranze, la portata dell’art. 96 e dell’intervento della Corte internazionale di Giustizia (es. doc. 260 Grazzi su «caso Eichmann»). Mentre dunque per questo tema si invita a una consultazione sistematica del volume, oltre che dei volumi della serie B «Europa centrale, orientale e Russia», qui di seguito si dà conto della selezione di documenti riguardanti direttamente la presentazione della questione da parte del Ministro degli Esteri Kreisky nel suo discorso alla XIV Assemblea Generale, l’iscrizione all’ordine del giorno e la discussione alla XV Assemblea Generale.

La documentazione relativa alla XIV Assemblea Generale inizia il 17 settembre, con il telegramma di Ortona di richiesta di documentazione per preparare la reazione all’anticipato intervento del Ministro degli Esteri austriaco (doc. 102). Si documentano poi i contatti di Ortona con il delegato austriaco Franz Matsch, al quale il primo ribadiva l’incompetenza dell’organizzazione e evidenziava le ricadute politiche negative che l’intervento avrebbe avuto sugli interessi collettivi dell’Occidente e sul successo delle trattative bilaterali sull’attuazione degli Accordi De Gasperi-Gruber (es. docc. 105, 206). L’intervento di Kreisky, prospettando la richiesta di uno statuto di autonomia per la provincia di Bolzano e ventilando il ricorso all’Assemblea l’anno seguente (doc. 105, 106)(49), venne seguito da una risposta di Pella(50). Davanti all’Assemblea Generale il Ministro degli Esteri afferml’incompetenza dell’Assemblea in una questione che l’Italia considerava interna, benché nell’elaborazione della posizione la diplomazia italiana riconoscesse l’esistenza di una dimensione internazionale della questione, determinata dagli Accordi De Gasperi-Gruber (docc. 111, 112). La prospettiva di un ricorso formale alla XV Assemblea indusse i rappresentanti italiani a un’immediata azione presso gli alleati, in particolare gli Stati Uniti, per evitare e poi ‒a fronte di risposte che davano adito a preoccupazioni ‒per prepararsi a contrastare la richiesta austriaca.


46 UN, Official Records of the Second United Nations Conference on the Law of the Sea, Geneva, 17 March-26 April 1960, New York 1962.


47 Su questo tema, è stato pubblicato un volume relativo al periodo 1964-1969 ed è in corso di preparazione un altro volume sugli anni 1960-1964. Ad essi si rinvia per gli aspetti complessivi della questione: vedi DPII, Serie B, Europa Centrale, Orientale e Russia, La questione dell’Alto Adige/Stirol: lo sviluppo della controversia (1964-1969), 2 voll., curato da F. Lefebvre e A. Varsori, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato - Libreria dello Stato, 2019.


48 DPII, Serie B, La questione dell’Alto Adige/Stirol cit., Tomo I, p. XVII. La richiesta austriaca fu formulata il 23 giugno 1960 e diramata il 6 luglio (D. 267): UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Annexes, Agenda item 68, A/4395, 6 July 1960, Austria: request for the inclusion of an item in the provisional agenda of the fifteenth session, pp. 1-2. Il doc. è ed. in Ministero degli Affari Esteri, Alto Adige. Documenti presentati al Parlamento Italiano dal Ministro degli Affari Esteri On. A. Segni il 16 Settembre 1960, Roma, Tipografia riservata del Ministero degli Affari Esteri, 1960, D. 34.


49 In UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, 800th Plenary Meeting, Monday, 21 September 1959, at 10,30 a.m., pp. 39-40.


50 Il discorso di Pella è in UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, 804th Plenary Meeting, Wednesday, 23 September 1959, at 10.30 a.m., pp. 120-124.

Si documentano nel 1959 contatti fra l’Ambasciatore Brosio e i vertici del Dipartimento di Stato, che davano esiti solo in parte soddisfacenti (docc. 161, 173), e nel corso del 1960 l’intensa attività presso gli alleati occidentali e i vari gruppi regionali e Paesi (es. docc. 247, 249, 261 con Argentina e in connessione con il «caso Eichmann»). In vista del possibile coinvolgimento della Corte internazionale di Giustizia, l’Italia avrebbe candidato il prof. Morelli e espresso i propri voti a candidati la cui posizione sulla questione altoatesina fosse favorevole alle tesi italiane (doc. 220)

Fu il 24 agosto 1960, in vista del dibattito sull’iscrizione in agenda della proposta austriaca, che Segni informdella posizione del Governo orientato a opporsi all’iscrizione all’odg dell’Assemblea in ragione dell’esclusiva competenza della Corte internazionale di Giustizia, chiedendo alle Rappresentanze di New York e Washington di chiedere informazioni sulla posizione statunitense e sulle prospettive riguardo un voto sull’iscrizione (doc. 308). L’immediata risposta dell’incaricato d’affari Plaja descriveva una situazione di grande incertezza, derivante in parte dalla nuova composizione dell’Assemblea, dove per la prima volta figuravano Paesi privi di esperienza internazionale, dalla natura della questione e dai risultati incerti dei sondaggi effettuati negli ultimi mesi (doc. 309). Le successive consultazioni con inglesi e francesi confermavano la difficoltà di ottenere un voto contrario all’iscrizione, stante la consolidata tendenza dell’Assemblea a accettare tutte le richieste (docc. 310-312). Che il 30 agosto la questione figurasse nell’incontro del Comitato Politico della NATO in cui si valutava l’utilità di discutere preventivamente punti posti all’odg dell’Assemblea Generale fu percepito dalla diplomazia italiana come un segnale poco positivo (doc. 313). Il telegramma segreto di Ortona del 7 settembre faceva poi il punto sulla situazione dalla prospettiva newyorkese, sulle diverse opzioni e la miglior maniera di percorrerle con iniziative presso l’amministrazione statunitense in primis e gli altri alleati e la chiara elaborazione degli argomenti da opporre alla richiesta austriaca (doc. 316). Lo stesso giorno Ortona dava conto tuttavia di un incontro con l’Ambasciatore Amadeo che, pur dal suo punto di vista filo-italiano, esemplificava le difficoltà di ottenere i voti favorevoli a una proposta di rigetto dell’iscrizione (doc. 318). L’11 settembre Segni inviava alle Ambasciate di Washington, Londra, Parigi e alla Rappresentanza a New York con telegramma segreto l’indicazione che l’Italia abbandonava l’idea di cercare un voto contrario all’iscrizione, ma chiedeva sostegno per una formulazione del punto che facesse esplicito riferimento all’Accordo De Gasperi-Gruber e che lasciasse emergere il carattere eminentemente giuridico della questione, arrivando così a escludere futuri ulteriori coinvolgimenti dell’Assemblea (doc. 321). Ortona rendeva conto il 12 settembre dell’incontro con i rappresentanti dei tre Paesi alleati e della discussione con loro in merito alla possibile riformulazione del punto da porre all’odg (doc. 324), cui seguivano le istruzioni di Segni di perseguire la formula «Attuazione dell’accordo fra Italia e Austria del 5 settembre 1946» (doc. 325). La questione della formulazione del punto per l’ordine del giorno veniva ulteriormente approfondita (docc. 331, 334, 336, 338, 339, 341), anche in incontri fra Ortona e Matsch (il 19 settembre doc. 342) e in altri contesti bilaterali (docc. 344345), confermandosi il primo punto di acuta tensione con il Governo austriaco. L’Italia era svantaggiata dalla prassi in uso di ammettere tutte le richieste di iscrizione, benché confidasse di godere di un largo sostegno sulla sostanza, con il termine «minoranze» utilizzato da Vienna a sollevare preoccupazioni in diversi Paesi.

Nella fase finale della decisione al Comitato Generale l’Italia rinuncial tentativo di ottenere una diversa formulazione senza negoziarla con il Governo austriaco. A gestire questa difficile e tesa fase fu Gaetano Martino, arrivato a New York come capo della delegazione italiana, con gli obiettivi prioritari di eliminare dal titolo l’espressione «minoranza austriaca» e di vedervi figurare un riferimento all’Accordo De Gasperi-Gruber. Era la delegazione canadese a prendere in mano nella fase decisiva la ricerca del compromesso lessicale e politico, che perveniva il 23 settembre all’accordo fra i due Paesi sulla formula «The status of the German-speaking element in the province of Bolzano (Bozen); implementation of the Paris agreement of 5 September 1946» (docc. 348 e 352-355)(51). Nelle comunicazioni di Martino una certa delusione per il tiepido e distratto atteggiamento statunitense contrastava con la gratitudine per il forte sostegno francese e il meno dichiarato, ma sotterraneo e forse perfino picruciale, sostegno britannico.

Il dibattito si sviluppcon la prima discussione il 28 settembre in Assemblea Generale(52) e il passaggio alla Commissione politica speciale il 18 ottobre(53), dove prese forma la risoluzione n. 1497/XV poi adottata il 31 ottobre 196054. In vista della discussione, il 23 settembre Martino teneva una prima conferenza stampa in cui rispondeva punto su punto al discorso tenuto da Kreisky il 21 (D. 347) e ribadiva come la Corte dell’Aja fosse il solo organo a cui la disputa avrebbe potuto essere sottoposta, il cui eventuale giudizio l’Italia aveva già dichiarato di essere pronta a accettare (doc. 357). Il tema centrale della natura giuridica della vertenza tornava nell’incontro di Segni con il Segretario di Stato Christian Herter, nel corso del quale il Ministro cercdi assicurarsi il sostegno statunitense, incontro riassunto in un telegramma segreto a Fanfani in cui il Ministro degli Esteri esponeva le ragioni tattiche, internazionali quanto di politica interna, che suggerivano di cambiare la prevista data di discussione (docc. 359, 361 su dichiarazione USA in favore della posizione italiana il 27 settembre e irritazione austriaca; sull’impegno statunitense a sostegno della posizione italiana anche docc. 371 e 380).


51 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, General Committee, 128th Meeting, New York, Thursday, 23 September 1960, at 5.45 p.m., pp. 7-11.


52 Nelle riunioni plenarie 876 e 877, rispettivamente del 28 e 29 settembre 1960: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, 876th-877th Plenary Meeting, 28-29 September 1960, vol. I, pp. 195-231.


53 Nelle riunioni dalla 176 alla 185, tenutesi dal 18 al 27 ottobre: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Special Political Committee, 176th-185th Meetings, 18-27 October 1960, pp.5-51.


54 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Suppl. 16, A/RES/1497 (XV), The status of the German-speaking element in the Province of Bolzano (Bozen); implementation of the Paris Agreement of 5 September 1946, Adopted at the 909th Plenary Meeting, 31 October 1960, vol. I, p. 5.


55 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, 877th Plenary Meeting, Thursday, 29 September 1960, at 10.30 a.m., vol. I, pp. 217-231: pp. 229-231.

Il discorso di Kreisky all’Assemblea Generale il 29 settembre(55) era giudicato con preoccupazione da Ortona, che rilevava non solo l’assenza di riferimenti all’Accordo De Gasperi-Gruber, ma anche i riferimenti al diritto di autogoverno e altri principi fatti propri dalle Nazioni Unite e atti a suscitare l’adesione e la simpatia dei nuovi Stati membri (doc. 366). Preoccupazione e azioni di contrasto suscitava anche la presenza a New York di tre deputati altoatesini che avevano preso contatto con i vertici dell’organizzazione e depositato un appello, di cui la delegazione italiana cercdi circoscrivere la circolazione e l’impatto (doc. 369). Il 5 ottobre Segni invitava Ortona a ottenere la calendarizzazione del voto sulla questione entro ottobre, onde evitare interferenze con le elezioni italiane, preparandosi ad arrivare lui stesso a New York a rappresentare l’Italia sulla scia della presenza di Chruščëv, che aveva indotto Capi di Stato e Ministri degli Esteri, fra cui lo stesso Eisenhower, a partecipare all’Assemblea (doc. 373, sulla calendarizzazione docc. 375, 376, 378). Con un intenso calendario di incontri tenuti da Ortona e poi dallo stesso Segni, in cui l’appoggio francese era dei più attivi, il Governo italiano costruiva il sostegno alla propria tesi (es. doc. 374; sull’appoggio favorito dal Governo francese di un gruppo ex colonie, docc. 377, 383), dovendo tuttavia nuovamente registrare la necessità di rinunciare a una posizione troppo rigida. Venne infatti in particolare da Londra l’invito a percorrere una via di compromesso, che prevedesse il ricorso alla Corte dell’Aja e solo in seconda battuta un invito al negoziato bilaterale (telegramma riservato urgente di Zoppi doc. 385).

Il 14 ottobre il Governo austriaco faceva circolare una proposta di risoluzione(56) sulla quale la delegazione italiana esprimeva pubblicamente un giudizio di rigetto (telegramma segreto Martino a Fanfani doc. 386), muovendosi poi per raccogliere un sostegno che pareva farsi diffuso: la posizione austriaca, considerata oltranzista, fece momentaneamente sperare di ottenere una semplice bocciatura della risoluzione austriaca (docc. 386, 388, 392, 398).


56 Draft resolution recommending resumption of negotiations on the autonomy of the Bolzano (Bozen) Province, A/SPC/L. 45, Corr. 1 (English only) and Rev. 1 (not pressed for a vote), in Index to Proceedings of the General Assembly, 4th Emergency Special Session, 17 to 19 September 1960, Fifteenth Session, 20 September to 20 December 1960 (Part I), 7 March to 21 April 1961 (Part II), New York, United Nations, 1961, p. 23. Il contenuto di questa bozza è riassunto nel rapporto del Comitato Politico Speciale dedicato a questo item: vedi UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Annexes, Agendaitem 68, A/4553, 28 October 1960, Report of the Special Political Committee, pp. 3-5.


57 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Special Political Committee, 176th Meeting, Tuesday, 18 October 1960, at 10.50 a.m., pp. 5-10.


58 Argentina, Bolivia, Brazil, Canada, Ceylon, Cyprus, Denmark, Ecuador, Ghana, India, Iraq, Ireland, Jordan, Mexico, Norway, Paraguay and Uruguay, Draft resolution urging resumption of bilateral negotiations on the implementation of Paris Agreement. A/SPC/L. 50, discussa nell’ultima riunione del Comitato Politico Speciale: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Special Political Committee, 185th Meeting, 27 October 1960, at 3.35 p.m., pp. 49-51. Il contenuto di questa bozza è rias

Tuttavia, già nel telegramma di Segni a Fanfani in cui si riferiva sugli interventi di Kreisky e dello stesso Segni alla Commissione Politica Speciale il 18 ottobre(57), il Ministro degli Esteri esprimeva una cauta soddisfazione e un certo ottimismo, ma indicava come alla prospettiva di una bocciatura della risoluzione austriaca molti delegati abbinassero il suggerimento che l’Italia accettasse di sottoscrivere una risoluzione conciliativa (doc. 393, poi sullo stesso tema doc. 396). Da Roma si rimaneva fermi sull’escludere qualunque ipotesi che lasciasse aperta la possibilità di un ritorno della questione davanti all’Assemblea Generale, come indicato dal telegramma del Sottosegretario Russo del 22 ottobre, ma si apriva a una risoluzione che si muovesse tra la via del negoziato bilaterale e il ricorso alla Corte (doc. 400). Insieme a queste indicazioni, un successivo scambio fra Segni e Fanfani (docc. 401, 404) portava alla definizione del perimetro entro cui articolare la posizione italiana. Il telegramma segreto urgente di Segni a Fanfani del 26 ottobre riferiva come, in seguito alla presentazione di una seconda proposta di risoluzione austriaca seguita al ritiro della prima, un gruppo di Paesi latino-americani aveva formulato una proposta «dei quindici»(58) che conteneva sunto del doc. A/4553 (vedi nota 56). i punti richiesti dall’Italia, cosa di cui si dava speciale merito all’Ambasciatore Amadeo. Segni aveva dato l’adesione dell’Italia (doc. 407). La dichiarazione di Segni in Commissione Politica Speciale il 27 ottobre(59) veniva trasmessa con telegramma al Ministero degli Esteri, come il riassunto della sessione in cui la risoluzione veniva approvata all’unanimità per poi essere approvata anche in Assemblea Generale il 31 ottobre (docc. 409, 410, 412)(60).

2.g Elezioni, lavori e riforma degli organi

Una selezione assai ricca di documenti illustra i negoziati per la designazione dei componenti elettivi per i diversi organi. La prima questione di questo genere in ordine di tempo a essere affrontata fu l’elezione alla presidenza del Consiglio di Tutela, l’organo formato dai Paesi amministranti, dai cinque membri permanenti e di membri eletti per tre anni dall’Assemblea Generale, incaricato della sorveglianza dei territori sotto regime internazionale di tutela. L’Italia aspirava alla presidenza nel 1959, ma si dovette scontrare con la preferenza statunitense per la candidatura haitiana, giustificata come misura di favore verso il blocco afro-asiatico in vista dell’attesa discussione del futuro del Camerun alla XIV Assemblea Generale. Il Ministero degli Esteri non esita manifestare all’Ambasciata statunitense a Roma tutta la propria contrarietà (docc. 8, 9, 11), cercando supporto anche presso gli alleati europei (nota al doc. 8). Ortona con telegramma segreto rifletteva su pro e contro di una linea di conflitto con gli Stati Uniti, e data la portata generale da attribuire alla questione, rimandava per la decisione al Ministero (doc. 13). La questione non cessava di agitare le acque, come documentava il telegramma segreto di Brosio del 20 gennaio a seguito di un incontro al Dipartimento di Stato (doc. 18). Infine le istruzioni di De Ferrariis Salzano disponevano di ribadire al Governo americano l’esigenza di una preventiva condivisione delle decisioni e di consultazioni interne al blocco occidentale, e accettavano di rinunciare alla candidatura in cambio di immediato appoggio alla vice-presidenza italiana per il 1959, e della presidenza per il 1960 (doc. 19, la risposta di Brosio che rendeva conto dell’incontro con Wilcox in nota).


59 Ivi, p. 51.


60 Nella riunione plenaria 909: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, 909th Plenary Meeting, Thursday, 31 October 1960, at 3 p.m., vol. II, pp. 783-786. Sulla risoluzione: supra,nota 54.

Nella primavera del 1959 a essere ampiamente discussa fu anche la possibilità di uno spostamento da New York dell’Assemblea Generale del 1960, cosa non inusuale nei primi anni di vita dell’organizzazione e motivata dalla riluttanza degli Stati Uniti a vedere coincidere l’Assemblea Generale con le settimane conclusive della campagna per le elezioni presidenziali. Ipotesi e indiscrezioni sulla possibile candidatura di Roma inducevano Ortona a sollevare la questione in una lettera del 7 maggio al capo dell’Ufficio ONU, dove si riferiva dell’interesse statunitense a un’alternativa nel caso si fosse concretizzata una candidatura per Mosca (doc. 50). A fine mese Ortona tornava sull’argomento, con una disamina dei pro e contro e delle reali possibilità di uno spostamento (doc. 54). La questione cresceva ancora di rilievo a seguito dell’affiorare di una possibile candidatura di Vienna, che induceva Ortona a indirizzare a Grazzi il suo messaggio successivo (docc. 56 e 57). Il telespresso di Ortona del 17 giugno affrontava estesamente la questione, fornendo i precedenti storici, gli orientamenti, non ultima la notoria contrarietà del Segretario Generale, le implicazioni, e integrando nell’analisi il secondo tema che era frattanto emerso, la presidenza della stessa sessione, per la quale aveva cominciato a circolare il nome di Giuseppe Pella (docc. 58, e 56 e 57 per i precedenti sulla candidatura Pella). La delicatezza della questione induceva Ortona a indirizzare a Pella una lettera riservata e personale, in cui tornava su alcuni aspetti cruciali di un’eventuale candidatura. Spiccava l’importanza di assicurarsi l’assenso britannico, oltre all’esigenza di un candidato europeo occidentale di prestigio da contrapporre alla candidatura cecoslovacca di cui si parlava (doc. 59). Nel giro di qualche giorno l’effervescenza evolveva in cautela (doc. 60), e le istruzioni di Grazzi l’11 luglio ponevano provvisoriamente termine alla questione: la concomitanza delle Olimpiadi rendeva impraticabile ospitare a Roma l’Assemblea Generale, come pure che Pella fosse presidente della sessione, lasciando tuttavia aperta la possibilità di un altro candidato italiano (doc. 68). La questione riviveva negli scambi diplomatici fra la fine del 1959 e l’inizio 1960, quando con lettera riservata e personale a Pella Ortona lo informava della candidatura del Rappresentante permanente irlandese Ambasciatore Boland, sostenuto dagli USA, e spiegava le difficoltà di una sua eventuale candidatura (doc. 176). Ciò nondimeno, ai primi di dicembre una serie di scambi con rappresentanti britannici, direttamente e riservatamente riportati da Ortona al Ministro degli Esteri, portava l’Italia a formulare la candidatura di Attilio Piccioni (doc. 192 e il telegramma segreto di istruzioni di Pella del 6 dicembre doc. 198). La vicenda si concludeva a fine gennaio 1960 in maniera piuttosto anodina quando, a seguito di ulteriori inviti di alleati europei affinché Pella avanzasse la sua candidatura, il Ministro stesso chiudeva definitivamente la questione ribadendo alle Ambasciate dei Paesi alleati di escludere una propria candidatura (doc. 214).

Nell’estate del 1959 lo sfumare dell’ipotesi di tenere a Roma l’Assemblea Generale e di candidare alla presidenza un’importante figura politica italiana aveva lasciato il posto alla discussione dei futuri seggi all’ECOSOC, per il quale l’Irlanda e il Belgio avevano già avanzato le loro candidature in sostituzione dell’Olanda. Tali candidature davano il primo spunto per un’analisi dei pro e contro della prassi di ripartizione dei seggi europei e dei problemi derivanti dalla crescita del gruppo europeo-occidentale dopo le ammissioni del 1955: una riflessione che portava Ortona a suggerire di avanzare una candidatura italiana per il 1961 (doc. 64). La questione della rotazione dei seggi fra gli Stati europei assunse così contorni piaccesi. Con Nota verbale dell’8 agosto il Ministero informava l’Ambasciata in Lussemburgo, Paese che si era espresso a sostegno della candidatura belga, della disponibilità dell’Italia a rinunciare a porre la propria candidatura nel 1960 rimandandola al 1961, e a sostenere la candidatura belga, pur ritenendo non pisostenibile la prassi di riservare un seggio al gruppo del Bene-lux (doc. 82). Milesi Ferretti da Bruxelles e Giustiniani dall’Aja approfondivano, con ulteriori valutazioni e il risultato dei rispettivi sondaggi presso i locali Ministeri degli Esteri, il rebus delle candidature dell’Europa occidentale, dove i tre gruppi, «nordici», «Benelux» e «restanti» costituivano un sistema di ripartizione e rotazione poco equilibrato (docc. 84 e 87). Aseguire in ordine di tempo venne poi nel dicembre del 1959 l’elezione dell’Italia al Consiglio Esecutivo della FAO per il 1960, che era oggetto di un lungo telespresso che il Vice Direttore Generale degli Affari Economici, Umberto Soro, indirizzava a tutte le Rappresentanze il 1° dicembre per riassumere i lavori della X Conferenza dell’organizzazione, terminata il 20 novembre (doc. 190).

Di maggior rilievo tuttavia era la discussione sul Consiglio di Sicurezza. Il completamento dei mandati per il 1960 era oggetto di votazioni alla XIV Assemblea Generale, dove si contendevano il seggio Polonia e Turchia, quest’ultima fortemente sostenuta dagli Stati Uniti nonostante un precedente accordo in favore della prima. Ai primi di novembre la situazione stava portando a uno stallo poiché nessuno dei due Paesi pareva in grado di raggiungere la soglia dei due terzi dei voti (doc. 135). La questione ebbe una svolta, di cui dava conto in un telespresso del 26 ottobre De Ferrariis Salzano divenuto Ambasciatore a Ottawa, quando il Canada decise di dare il proprio voto alla Polonia, come segnale di un’apertura di credito al Governo di Gomulka e della volontà di superamento dell’avversione fra i due blocchi (doc. 141).

Il rinnovo del Consiglio di Sicurezza per il 1961-62 emerse poi nella corrispondenza italiana in relazione alle candidature olandese e portoghese nel febbraio 1960, quando Ortona, nel dare conto di una conversazione con il Rappresentante portoghese, concludeva di legare il voto per il CdS al sostegno che l’Italia cercava per la propria candidatura all’ECOSOC (doc. 216). Alla fine di aprile la candidatura olandese veniva in discussione riesaminando le critiche, già avanzate dal Portogallo, alle disparità generate dagli accordi di ripartizione dei primi anni di vita dell’organizzazione (doc. 224). In successivi documenti (docc. 225, 227-229) a emergere con chiarezza era il crescente sostegno italiano alla candidatura portoghese, con posizioni critiche dell’accordo del 1945 che aveva assegnato ai Paesi del Benelux e ai nordici un seggio, e che risultava ormai obsoleto alla luce dei nuovi ingressi (doc. 227). La tensione interna al gruppo europeo occidentale si stemperava grazie al ritiro della candidatura olandese in cambio di assicurazioni sul futuro, che anche l’Italia attraverso il Segretario Grazzi non esitava a accordare (docc. 232, 233, 235).


61 Nelle riunioni dalla 186 alla 199 e dalla 214 alla 219, tenutesi rispettivamente dal 31 ottobre al 14 novembre e dal 20 novembre al 7 dicembre 1960: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Special Political Committee, 186th-199th, 214th-219th Meetings, 31 October-14 November 1960,20 November-7 December 1960, pp. 53-113, 179-206.


62 Si fa riferimento alle sedute plenarie tenutesi il 9 dicembre: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, 941st-942nd Plenary Meetings, Thursday, 9 December 1960, pp. 1207-1213.

La scelta di sostenere la candidatura del Portogallo si rivelava tuttavia poco avveduta, poiché il Paese suscitava l’ostilità nel blocco afro-asiatico per la sua politica coloniale, con il rischio che una maggioranza contraria di due terzi potesse farla fallire (doc. 381). All’inizio di novembre la competizione per i seggi diventava parte del dibattito sull’ampliamento del Consiglio di Sicurezza e dell’ECOSOC, in discussione alla Commissione Politica Speciale(61). Un telegramma da Ortona forniva tutti gli elementi del dibattito, in cui gruppi sempre pinumerosi parevano sostenere l’allargamento. Se già in passato i latino-americani e alcuni afro-asiatici lo richiedevano, ora l’istanza veniva rafforzata dagli aumentati ranghi dei Paesi afro-asiatici. A condizionare il percorso erano l’URSS, che vincolava il proprio voto favorevole all’ammissione della Repubblica Popolare Cinese; ma anche Paesi come l’India, che lavorava a un progetto piampio di riforma del Consiglio, che comprendesse anche un aumento dei seggi permanenti (doc. 428). Il 10 dicembre il resoconto di Ortona dell’andamento delle votazioni confermava la difficoltà della candidatura portoghese(62). Frattanto all’ECOSOC la candidatura del Belgio incontrava simili difficoltà, configurandosi la possibilità di un vero scacco per l’Occidente (doc. 472). Il 20 dicembre Ortona dava conto di come si cercasse ancora un candidato europeo che accettasse di candidarsi per un mandato di un solo anno al Consiglio di Sicurezza e, quanto all’ECOSOC, riferiva di come il tentativo di indurre l’India a ritirare la sua candidatura a favore del Belgio incontrasse nuove difficoltà (doc. 495). Il 21 dicembre infine Ortona poteva riassumere l’esito, atteso, delle votazioni, con la Liberia eletta per il 1961 e l’Irlanda per il 1962, mentre l’elezione per l’ECOSOC veniva rimandata alla primavera successiva per mancanza di una maggioranza (doc. 498)(63). Nel commentare i lavori della XV Assemblea Generale e il doppio fallimento delle originarie candidature europeo-occidentali, Ortona trovava conferme della sua lettura pessimistica dell’evoluzione in corso (doc. 504).

Infine a partire dal marzo 1960 l’Italia avviava la candidatura alla Corte internazionale di Giustizia di Gaetano Morelli, esprimendo il favore per il candidato giapponese Kotaro Tanaka e stabilendo un collegamento fra tale candidatura e il voto italiano per il Consiglio di Sicurezza e la presidenza dell’Assemblea Generale (doc. 220). Sull’elezione dei nuovi giudici Ortona tornava ai primi di novembre in relazione alla scelta da compiere fra le diverse candidature latino-americane, esprimendo il proprio parere favorevole all’Uruguay, la cui candidatura risultava picondivisa dal gruppo geografico di appartenenza (doc. 425).

3. Uffici del Ministero degli Affari Esteri La struttura dell’Amministrazione centrale del Ministero degli Affari Esteri, nel periodo trattato nel volume, era articolata come segue. Il Ministro degli Affari Esteri fino al 15 febbraio 1959 era Amintore Fanfani; dal 15 febbraio 1959 al 29 marzo 1960 Giuseppe Pella; dal 29 marzo 1960 Antonio Segni.

Il Gabinetto del Ministro, a capo del quale si avvicendarono Enrico Aillaud fino al 15 febbraio 1959, Erasmo Caravale dal 16 febbraio 1959, Federico Sensi dal 29 marzo 1960, era costituito anche da una Segreteria Particolare del Ministro.

I Sottosegretari di Stato erano Giuseppe Lupis fino al 15 febbraio 1959; Alberto Folchi, fino al 24 marzo 1960; Carmine De Martino, dal 17 febbraio 1959 al 24 marzo 1960; Carlo Russo e Fernando Storchi, dal 2 aprile 1960.

Il Segretario Generale era l’Ambasciatore Carlo De Ferrariis Salzano, fino al 24 maggio 1959; l’Ambasciatore Umberto Grazzi, dal 25 maggio 1959.

Dalla Segreteria Generale dipendeva il Servizio di Coordinamento ed alle dirette dipendenze del Segretario Generale erano vari uffici: il Servizio Stampa, il Servizio Studi – articolato in Ufficio Studi e Documentazione, Archivio Storico e Biblioteca – il Servizio Cifra e Crittografico – articolato in Ufficio Cifra ed Ufficio Crittografico – l’Ufficio del Contenzioso diplomatico e nel 1959 l’Ufficio di coordinamento per la nuova sede del Ministero.

La Direzione Generale degli Affari Politici, a capo della quale era il Ministro plenipotenziario Carlo Alberto Straneo, era articolata in sette uffici, oltre a un Ufficio NATO, un Ufficio Cooperazione Europea, un Servizio ONU, un Servizio stranieri ed un Gruppo di lavoro per le questioni del disarmo dal 28 dicembre 1959.


63 Nella riunione plenaria del 20 dicembre 1960: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, 959th Plenary Meeting, Tuesday, 20 December 1960, at 3 p.m., vol. II, pp. 1483-1488.

La Direzione Generale degli Affari Economici, a capo della quale era il Ministro plenipotenziario Giovanni De Astis, quindi dal 15 giugno 1959 il Ministro plenipotenziario Casto Caruso, era articolata in sette uffici, oltre a una Delegazione italiana per la cooperazione economica europea ed una Delegazione per gli accordi per la proprietà intellettuale.

Vi erano poi una Direzione Generale del Personale e dell’Amministrazione Interna – che comprendeva cinque uffici, oltre ad un Ufficio Trattati, un Ufficio dell’Ispettore Generale del Ministero e delle Rappresentanze diplomatiche e consolari all’estero, un Ufficio Problemi amministrativi personale indigeno ex Amministrazione Libia ed Eritrea, un Ufficio pubblicazioni e raccolte amministrative, una Tipografia riservata –, il Cerimoniale, un Ufficio dell’Agente Generale per le Commissioni di conciliazione, nel 1959 un Comitato Interministeriale di Coordinamento per la Comunità Economica Europea, una Direzione Generale dell’Emigrazione, un Servizio Affari Privati, una Direzione Generale delle Relazioni Culturali con l’estero – articolata in sette uffici, oltre alla Commissione per il riordinamento e la pubblicazione dei Documenti Diplomatici Italiani –, una Direzione Generale per gli Affari della Amministrazione Italiana del Territorio sotto tutela della Somalia, una Ragioneria Generale.

In appendice si fornisce il dettaglio dell’organigramma dell’Amministrazione centrale del Ministero e delle Rappresentanze diplomatiche.

4. Fondi utilizzati Le ricerche sono state effettuate presso l’Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

La fonte principale è stata rappresentata dalla raccolta della Cifra, ordinaria e segreta, dei telegrammi in arrivo e in partenza per la Rappresentanza a New York e dei telegrammi circolari. La serie dei telegrammi ha fornito il quadro generale delle questioni trattate nei dibattiti in Consiglio di Sicurezza e nelle Assemblee Generali. I telegrammi hanno permesso pertanto di ricostruire con sistematicità, accuratezza e continuità i nodi principali dell’azione italiana alle Nazioni Unite, i temi portati all’attenzione del Ministro e le istruzioni impartite nell’immediatezza della negoziazione e della discussione.

Come di consueto, sono stati esplorati anche i fondi del Gabinetto, della Segreteria Generale e quelli di vari uffici della Direzione Generale degli Affari Politici, con particolare attenzione alle carte dell’Ufficio I, con competenza sugli Stati dell’Europa occidentale e del Nord America, dell’Ufficio III, per gli Stati africani e del Medio Oriente, competenze successivamente parzialmente passate all’Ufficio VII (Africa subsahariana). Allo stato attuale, non risulta versato l’archivio del Servizio ONU per gli anni presi in considerazione da questo volume. Le ricerche sono state inoltre integrate con i fondi della Rappresentanza presso le Nazioni Unite a New York.

Un importante complemento per le indagini è stato costituito dagli archivi del Consiglio di Sicurezza e delle Assemblee Generali delle Nazioni Unite, consultabili on-line sulle pagine del sito dell’Organizzazione e, in particolare, sul portale della Dag Hammarskjd Library.

5. Riconoscimenti Il volume che presentiamo è stato realizzato dall’Unità di Analisi, Programmazione, Statistica e Documentazione Storica, diretta dalla Min. Plen. Giuliana Del Papa.

La preparazione del volume è stata realizzata dal personale archivistico della Sezione Pubblicazione Documenti Diplomatici. La Dott.ssa Rita Luisa De Palma, capo della Sezione Pubblicazione Documenti Diplomatici, e la Dott.ssa Ersilia Fabbricatore hanno curato la revisione e messa a punto finale della documentazione selezionata, le ricerche integrative, la preparazione dell’edizione scientifica con i regesti e il relativo apparato critico e di commento. Successivamente si è aggiunto al gruppo di ricerca il Dott. Alessandro Volpato, il cui contributo è stato fondamentale nelle varie fasi di preparazione del volume. Inoltre, la Dott.ssa Fabbricatore ha curato l’Appendice relativa all’Amministrazione centrale e alle Rappresentanze diplomatiche, il Dott. Volpato, l’elenco delle abbreviazioni e delle sigle, l’indice dei nomi. Hanno inoltre attivamente collaborato alla trascrizione e collazione dei testi, alla redazione delle intestazioni la dott.ssa Paola Elementi e il dott. Fabrizio Mastroianni, fornendo un prezioso contributo.

Come negli altri volumi della collana, la competenza, la straordinaria dedizione e la passione degli archivisti di Stato e dei loro collaboratori sono state un elemento indispensabile per portare a termine questa pubblicazione.

Si ringraziano inoltre il Ministero dell’Economia e delle Finanze - Dipartimento del Tesoro, e l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, in persona del Dott. Francesco Greco, della Dott.ssa Claudia Spagnoli e della Sig.ra Ersilia Santi Amantini per l’allestimento e la stampa del volume, con la consueta cura e perfezione tecnica.

I curatori hanno l’esclusiva responsabilità dell’impostazione del volume, della scelta dei documenti pubblicati e dei criteri dell’edizione, nonché della redazione dell’apparato critico e dell’Introduzione. Le ricerche e la scelta del materiale sono state effettuate con criteri esclusivamente scientifici da parte dei curatori e con assoluta indipendenza.

Prof.ssa Elena Calandri Prof.ssa Maria Eleonora Guasconi


DOCUMENTI
1

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgentissimo 603/27. Washington, 8 gennaio 1959, ore 21,45 (perv. ore 5,10 del 9).

Oggetto: Prevenzione attacchi sorpresa.

Mio Telespresso urgente 032.

Dipartimento convocatoci oggi assieme con francesi inglesi e canadesi per consegnarci testo progetto Nota che intenderebbe presentare a sovietici in merito questione prevenzione attacchi sorpresa.

Nota, di cui trasmetto a parte testo, si riferisce a rapporto finale Conferenza Ginevra(3) e costituisce documento a carattere interlocutorio, ribadente posizione occidentale. Decisione presentazione Nota stata anticipata dal fatto che Dipartimento avuto notizia che ONU, dietro pressione russi, procederà pubblicazione a New York documenti Conferenza Ginevra domani 9 corrente, anziché 15 corrente come previsto originariamente: americani temono pertanto che cipreluda mossa propagandista sovietica. A prevenire iniziativa del genere, essi già da qualche giorno posto allo studio testo Nota odierna, cui approvazione stata ritardata da malattia Dulles.

Dipartimento sarebbe grato ricevere benestare o commenti Governo italiano al pipresto, desiderando in caso approvazione far circolare documento in NATO 12 corrente, per sua discussione in Consiglio mercoledì 14.

Pregasi risposta telegrafica(4).


1 Telegrammi segreti 1959, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. I.


2 Non pubblicato.


3 Convocata su proposta sovietica del 2 luglio 1958, la Conferenza di Ginevra si aprì il 10 novembre 1958 con l’obiettivo di elaborare un accordo per la prevenzione degli attacchi a sorpresa, nell’ambito delle discussioni sul disarmo. Dopo cinque settimane di sterili discussioni tra le Delegazioni dei dieci Paesi (i quattro grandi pil’Italia, il Canada, la Polonia, la Cecoslovacchia, la Romania e l’Albania) fu aggiornata sine die il 18 dicembre 1958. Risultchiaro che da parte occidentale non si voleva andare piin là di certe misure tecniche, mentre da parte orientale si mirava ad un accordo eminentemente politico. In particolare, il piano presentato dai sovietici il 28 novembre condizionava l’auspicato accordo all’eliminazione delle basi all’estero e alla rinuncia all’armamento nucleare da parte della Repubblica Federale tedesca. Si veda ISPI, Annuario di Politica Internazionale, 1959, pp. 175-176.


4 Vedi D. 2.

2

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, FOLCHI, ALL’AMBASCIATA A WASHINGTON(1)

T. 351/7. Roma, 9 gennaio 1959, ore 22,30.

Oggetto: Prevenzioni attacchi sorpresa.

Concordasi su convenienza prevenire – anche solo su piano formale – mosse sovietiche ripresa Conferenza attacchi sorpresa, quale appare da progetto trasmesso con suo telegramma 282.

Suggeriamo alcune varianti:

1. Sostituire secondo capoverso con seguente testo:

«For their part western experts at conference suggested plan of work designed to facilitate extensive technical military analysis of problem by assembling facts necessary for evaluating effectiveness of various systems. To facilitate complete technical discussion, western experts also presented illustrative papers concerning certain instruments of surprise attacks, as well as technical analysis of value of warning systems and of factors to be considered in integration of such systems».

2. Sostituire prima parte terzo capoverso con seguente testo:

«Experts from other side refused to join western experts in technical military analysis as described above, except in context of political and disarmament proposals considered by western experts to be beyond competence of Conference. It was thus not possible to [...]3».

Soppressione parole «inspection and observation» sembra giustificata da opportunità evitare che russi utilizzino ancora una volta a scopo propagandistico argomento da loro sostenuto a Ginevra circa desiderio occidentale imporre oltre cortina sistema spionaggio.

3. Nessun cenno a «western experts» è contenuto in penultimo capoverso e pertanto nota riferiscesi in sua conclusione sostanziale a iniziativa codesto Governo. D’accordo con Rappresentanti alleati, converrà trovare formula che confermi ai russi – anche in questa fase di riesame – unità e intesa cinque occidentali Delegazione attacchi sorpresa.

V.E. vorrà d’altro canto far presente opportunità comunicare tempestivamente Segretario Generale ONU qualsiasi passo che verrà effettivamente svolto. Presente telegramma riferiscesi suo 274.


1 Telegrammi segreti 1959, Stati Uniti d’America, partenza.


2 T. segreto urgentissimo 604/28 da Washington del 9 gennaio (Telegrammi segreti 1959, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. I), con cui Brosio aveva trasmesso, con l’omissione del periodo introduttivo, il testo del progetto di nota, del seguente tenore: «While meetings of this conference were useful in clarifying, for each side, views of other side, it is source of deep regret to USA that substantive progresswas not made in joint technical-military analysis of problem of increasing protection against surpriseattack. For their part, western experts at conference suggested plan of work designed to facilitate logical technical-military analysis of problem by assembling facts necessary for evaluating effectiveness ofvarious systems of inspection and observation. To facilitate discussions, western experts also presented technical papers on illustrative systems of observation and inspection for certain instruments of surpriseattacks, as well as technical analysis of value of warning systems and of factors to be considered in integration of such systems. Experts from other side refused to join western experts in technical-militaryanalysis of measures of observation and inspection, which would bring increased protection against surprise attack, except in context of political proposals considered by western experts to be beyond competence of experts conference. It was thus not possible to conduct joint analysis of type of measures, mostlikely to bring the greatest amount of security against surprise attack, and of nature and value of various possible preliminary measures which governments might wish to institute. It thus became apparent thatexperts from the two sides were operating under two different terms of reference and that this difference was preventing the type of joint technical analysis that would give real meaning to discussion. It also became clear that future discussions of surprise attack problem could not be productive until governments had resolved these differences.

U.S.A. believes that problem of reducing danger of surprise attack is so important that renewed efforts must be made. U.S. government, therefore is giving high priority to continued studies of this problem, and is carefully studying record of conference in order to determine whether terms of reference for future discussions can usefully be clarified. USA will transmit further views on this question to Soviet Union in the near future. It is hoped that Soviet Union will also carefully review record of conference and study means of resolving present differences and of reaching agreed bases for early and fruitful resumption of discussion of surprise attack problem».


3 Gruppo mancante. 4 Vedi D. 1.

3

IL CAPO DEL SERVIZIO ONU, DAINELLI, ALLE AMBASCIATE A LONDRA, PARIGI, OTTAWA E ALLE RAPPRESENTANZE PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO E PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 382/c. Roma, 10 gennaio 1959, ore 13,45.

Oggetto: Conferenza attacchi di sorpresa.


8 corrente Dipartimento Stato ha convocato Rappresentanti cinque Paesi Delegazione occidentale attacchi sorpresa per consegnare testo progetto nota che in merito tale questione Washington intenderebbe presentare a sovietici(2).

Nota riferiscesi a rapporto finale Conferenza Ginevra e costituisce documento a carattere interlocutorio che ribadisce posizione Occidente(3).

Decisione presentazione nota è stata anticipata da opportunità prevenire mosse a carattere propagandistico da parte sovietica.

Si è interamente d’accordo su opportunità presentazione nota, cui testo sarà fatto circolare 12 corrente in NATO per discussione Consiglio mercoledì 14.

Mentre si sono proposte alcune varianti secondarie al progetto statunitense(4), si è fatta presente a Washington opportunità disporre – di concerto con Rappresentanti alleati – formula che, anche in questa fase di riesame, confermi ai sovietici unità e intesa cinque occidentali Delegazione attacchi di sorpresa. Progetto nota assicura infatti nella parte finale interesse americano a che problema venga nuovamente affrontato e in considerazione di ciDipartimento ha posto allo studio in relazione a una ripresa dei lavori il chiarimento dei termini di riferimento. Pertanto, nella sua conclusione sostanziale, progetto nota riferiscesi solo a iniziativa americana.

Si è infine espresso avviso che ogni passo relativo Conferenza attacchi di sorpresa venga comunicato tempestivamente anche al Segretario generale Nazioni Unite.

Telegrafato Londra, Ottawa, Parigi, Italnato e Italnation.


1 Telegrammi segreti 1959, Circolari partenza. 2 Vedi D. 1. 3 Per il testo della nota vedi D. 2, nota 2. 4 Vedi D. 4.

4

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 789/35. Washington, 10 gennaio 1959, ore 19,45 (perv. ore 8,15 dell’11).

Oggetto: Prevenzione attacchi sorpresa.

Telegramma di V.E. n. 72.

Dipartimento accolta nostra richiesta di cui a punto 3) telegramma citato. Apposito paragrafo verrebbe inserito tra penultimo ed ultimo periodo. Esigenza era stata avvertita anche da inglesi, che approvando intero testo avevano soltanto suggerito stamane seguente aggiunta:

«The U. S. Government has reasons to believe that the Governments of the other four countries from which the experts were drawn share the views expressed above and are also studying the record of the conference for the same purpose». Formulazione è apparsa a noi ed americani soddisfacente. Anche i francesi la approvano «ad referendum».

Canadesi, poiché irreperibili per week end, verranno interpellati in sede NATO. Dipartimento dettoci comunque che in precedenza canadesi avevano soltanto chiesto seguente leggera modifica al secondo paragrafo: dopo le parole «joint technical military synthesis» sostituzione testo americano con «of the problems of minimizing the possibility of surprise attack». Suggerimento era stato accolto da americani.

Francesi a loro volta avevano chiesto semplice soppressione ultima frase penultimo capoverso con «the US will transmit further views on this question to the Soviet Union in the near future» perché implicante impegno che, allo stato attuale dei fatti, non si sa se potrà essere mantenuto.

Dipartimento non accettato soppressione pura e semplice, considerando che essa indebolirebbe troppo una nota già di per sé assai debole. Proposto sostituirla con seguente versione: «thereafter further views on this question will be transmitted to the Soviet Union».

Quanto ad altre due nostre modifiche, di cui ai punti uno e due telegramma di V.E., Dipartimento che ne era già stato genericamente informato da Roma trovava difficoltà accettarle ritenendole meno aderenti principi informativi che ispirarono iniziativa occidentale e che implicano un reciproco riconoscimento del diritto di osservazione ed ispezione. Dipartimento ritiene convenga ribadire tale punto anche di fronte opinione pubblica. Non si aveva invece difficoltà ad inserire al quarto paragrafo, dopo «within the context of political» le parole «and disarmament».

Comunque nostri suggerimenti e quelli altri Governi vengono telegrafati Parigi perché cinque Ambasciatori NATO procedano messa a punto lunedì testo concordato prima farlo circolare, possibilmente giorno stesso, in Consiglio.


1 Telegrammi segreti 1959, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. I. 2 Vedi D. 2.

5

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

[Telespr. 53/53]2. New York, 10 gennaio 1959.

Oggetto: XIII Assemblea Generale. Considerazioni sull’atteggiamento dei gruppi politico-geografici.

1. I Paesi dell’Europa occidentale, quelli afro-asiatici, i latino-americani ed i sovietici sono i raggruppamenti politico-geografici in cui si è ormai soliti suddividere i membri delle Nazioni Unite. Il Commonwealth britannico ha sempre meno la consistenza di un gruppo a sé: i membri di colore tendono sostanzialmente ad identificarsi con gli altri Paesi afro-asiatici, mentre i vecchi Dominions tengono ferma una stretta collaborazione col Regno Unito e quindi con l’Europa occidentale.

A parte il blocco dei Paesi comunisti, sempre compatti negli atteggiamenti e nel voto, si tratta di raggruppamenti sui generis: pur esistendo – come è noto – una certa regolarità di riunioni e di consultazioni tra i membri di ciascun gruppo, specialmente in connessione con le Assemblee, non pudirsi che cicomporti una vera e propria uniformità di atteggiamenti. Posizioni comuni vengono certamente ed anche con frequenza assunte dai membri dello stesso gruppo ovvero dalla loro grande maggioranza, ma ciè il risultato di similarità o coincidenza di interessi, e non tanto di un regolare e sistematico coordinamento, che in fondo nessun gruppo ha finora accettato.

Se è difficile parlare di politica di gruppi in senso proprio alle Nazioni Unite, tuttavia atteggiamenti comuni a ciascun gruppo esistono, ed il modo in cui la maggioranza dei Paesi membri di un gruppo vota su determinate questioni, influenza spesso l’atteggiamento della minoranza. Mi sembra pertanto che possa tornare utile qualche considerazione di carattere generale sugli atteggiamenti dei vari gruppi nel corso della recente Assemblea. Cifarcon riferimento alle questioni di maggiore interesse e tenendo specificamente presente come l’atteggiamento dei vari gruppi si sia nella recente Assemblea articolato rispetto alle posizioni e agli interessi occidentali.

2. -Ai fini pratici della politica generale dell’Occidente alle Nazioni Unite, mi sembra utile considerare separatamente tre ordini di problemi: quelli interessanti in generale i rapporti politici tra Oriente ed Occidente, quelli relativi ai Paesi sottosviluppati e quelli di carattere coloniale. Sono questi i problemi di maggiore importanza e rilievo alle Nazioni Unite. - 3. -Problemi di politica generale interessanti i rapporti tra Oriente ed Occidente. Intendo per tali problemi quelli che contrappongono direttamente gli interessi e le

posizioni del mondo occidentale con quelli dell’Unione Sovietica: tra di essi vanno inclusi principalmente, tra i problemi discussi alla recente Assemblea, quelli del disarmo, dell’Ungheria, della Rappresentanza cinese (ed indirettamente della crisi estremo orientale) e si puaggiungere anche la questione coreana, in quanto rappresenta un caso tipico rispetto al quale si contrappongono la politica occidentale e quella sovietica nei riguardi di un Paese diviso.

Su questi problemi, anche la presente Assemblea ha visto maggioranze confortevoli per l’Occidente, seppure in quasi tutte le questioni c’è stata qualche perdita marginale di pochi voti rispetto alle discussioni precedenti. Gli Stati Uniti e l’Europa occidentale hanno potuto contare sulla compattezza, al loro fianco, dei Paesi latino-americani e di un certo numero di Paesi afro-asiatici. Nelle votazioni su questi problemi i sovietici sono rimasti isolati (tranne che sulla questione cinese), mentre un certo numero di astensioni si sono registrate specialmente tra i Paesi afro-asiatici. Questi schieramenti di voto pudirsi perche sempre rispecchino incondizionata approvazione delle posizioni occidentali, le quali a volte vengono accettate da vari Paesi con qualche insofferenza. E di tale situazione l’Occidente ha dovuto anche tener conto nella recente Assemblea. Così la stessa risoluzione sul disarmo conteneva quest’anno mitigazioni e concessioni rispetto a quella della scorsa sessione; sulla questione ungherese si è rinunciato a drastici atteggiamenti, come il non riconoscimento delle credenziali; maggiori dissensi e dubbi si sono avuti nella discussione relativa al seggio cinese. Tuttavia lo schieramento occidentale ha nel suo complesso resistito e trovato appoggi sufficienti.

Qualora tuttavia si passi a problemi politici di carattere pispecifico e pilimitato, va tenuto presente che situazioni piincerte per l’Occidente possono pifacilmente venire a crearsi. Se, di fronte ad un problema rispetto al quale Stati Uniti ed Unione Sovietica direttamente si fronteggino, nessuno dei Paesi latino-americani ed anche un certo numero di afro-asiatici, osano dissociarsi dalla posizione americana ed occidentale, la situazione è diversa quando questa contrapposizione diretta non vi sia. La discussione dello scorso agosto sulla crisi libanese-giordanica ha così dimostrato aperte riluttanze dei latino-americani ad affiancare gli Stati Uniti su talune posizioni di principio, ciche ha notevolmente complicato le cose ed indebolito la posizione anglo-americana.

4. Problemi di carattere coloniale. Al riguardo di questi problemi non c’è, come per i problemi politici, un compatto schieramento occidentale: l’atteggiamento degli Stati Uniti tende in pidi una occasione a dissociarsi, o quanto meno ad essere alquanto tiepido rispetto alla politica ed alle posizioni dei Paesi europei interessati. Cicomporta di riflesso notevoli sfaldamenti nelle posizioni latino-americane, non solo per l’orientamento genericamente anti-colonialistico di questi Paesi, ma anche perché essi non sono picontenuti da un fermo atteggiamento americano. Sui problemi di carattere coloniale va inoltre tenuto presente che l’atteggiamento dei Paesi afro-asiatici è in generale compatto ed ostile rispetto alle posizioni europee. Queste caratteristiche, già evidenti nel passato, si sono manifestate in misura anche pinetta nel corso della recente Assemblea.

Sui problemi di carattere coloniale le residue posizioni europee si rivelano sempre piprecarie sotto la pressione anti-colonialistica decisamente prevalente alle Nazioni Unite, e va aggiunto che non poche sono spesso le defezioni tra gli stessi europei e mi riferisco particolarmente ai Paesi scandinavi, nonché a Grecia e Turchia. Sono questioni, quelle coloniali che non ci toccano direttamente, ma interessando nostri alleati, ci impongono in pidi una occasione il dovere di affiancare posizioni condivise da minoranze sempre pilimitate. È questo un aspetto che va tenuto presente, anche perché da parte dei nostri alleati ci si renda sempre piconto della onerosità di certe prove di solidarietà, che non possono puramente e semplicemente da parte loro considerarsi acquisite.

5. Problemi interessanti i Paesi sotto-sviluppati. Per quanto concerne, infine, i problemi politico-economici relativi ai Paesi sottosviluppati, l’esperienza di quest’ultima Assemblea ha ancora una volta dimostrato che se e quando, da parte occidentale, viene presentata qualche iniziativa anche modesta, relativa ad un’azione multilaterale intesa a facilitare o accelerare il processo dello sviluppo economico, è assai facile raccogliere larghe maggioranze latino-americane, africane ed asiatiche: l’ha dimostrato l’approvazione quasi unanime della risoluzione americana, patrocinata anche da noi, che richiede di fare il punto dell’azione finora svolta nel settore degli aiuti economici, perché sia possibile preparare nuovi piani di azione comune.

A tale risoluzione, che è tuttora d’attesa, e richiede indubbiamente un seguito, la larga maggioranza della «terza forza» sottosviluppata ha tuttavia affiancato l’ormai annoso progetto relativo ad un fondo delle Nazioni Unite per un investimento di capitali vero e proprio, tipo SUNFED. Qui, con la loro astensione, le maggiori potenze dell’Occidente – Stati Uniti e Gran Bretagna – si sono trovate del tutto isolate.

Direi quindi che, in questo settore politico-economico, ogni eventuale solidarietà di gruppi finisce per avere relativo significato: lo specchio Nazioni Unite riflette, in sostanza: da una parte la massima potenza dell’Occidente, ancora perplessa ed indecisa, e non in grado di dimostrarsi «leader», anche soltanto col seguire le aspirazioni di una maggioranza di ogni colore: dall’altra tale maggioranza, che diventa di anno in anno sempre piinsofferente, dato il carattere d’urgenza dei suoi problemi.

Se poi si vuol passare da ciche ha piche altro carattere simbolico e rappresentativo – come il progetto del SUNFED – a ciche ha invece carattere politico e pratico, val la pena di ricordare l’imbarazzo in cui anche i gruppi pivicini all’Occidente sono stati posti dai progetti di risoluzione presentati da Paesi comunisti a proposito di petrolio e di impiego, per favorire lo sviluppo economico, di almeno parte degli utili delle compagnie estere che hanno investito capitali in Paesi «sottosviluppati».

6. Con quanto sopra esposto ho cercato di rappresentare a codesto Ministero l’atteggiamento generale dei singoli gruppi regionali nei confronti delle questioni principali discusse alla recente Assemblea. Si pone ora una domanda: fino a che punto tali gruppi hanno dimostrato effettiva compattezza e solidarietà e fino a che punto è possibile all’Occidente contare o speculare sulle divergenze di atteggiamenti esistenti all’interno dei gruppi stessi. L’impressione tratta dall’ultima Assemblea mi sembra poter riassumersi nel modo seguente:

–- esiste una compattezza notevole e direi quasi assoluta su talune questioni tipiche, quali ad esempio il problema del colonialismo e dello sviluppo economico, che trova solidamente allineati gli afro-asiatici contro l’Occidente e afro-asiatici e latino americani se non contro, nei confronti dell’Occidente stesso. – -Considerando peril comportamento dei vari gruppi in tutta la gamma delle questioni dibattute ed estendendo quindi l’esame a quelle non strettamente tipiche, non vi è dubbio che nei gruppi regionali si è manifestata una uniformità di atteggiamenti lungi dall’essere totale ed assoluta. Basti al riguardo citare che, in seno agli afro-asiatici, la leadership indiana è apparsa declinante, mentre per converso l’influenza giapponese ha esercitato un effetto moderatore su un certo numero di Paesi. In seno agli afro-asiatici si è poi manifestata una tendenza verso il frazionamento in sottogruppi, gli arabi e gli africani, che ciascuno separatamente hanno inaugurato la prassi di consultazioni ristrette e che, ad esempio nel caso dell’Algeria, ci è risultato aver causato certi spunti dialettici tra i due sottogruppi stessi. –- Gli stessi latino-americani, che sono apparsi nel complesso picompatti degli afro-asiatici – e cinon ha a stupire in quanto si tratta di un gruppo piomogeneo di Paesi dal punto di vista politico e culturale – hanno in certe questioni atipiche registrato notevoli diversificazioni di atteggiamenti.

La situazione che ho sopra descritta pone naturalmente l’Occidente in una posizione fondamentale di difesa, ma dà all’Occidente stesso, proprio per la possibilità di giuocare su non poche incrinature e diversità di atteggiamenti negli altri gruppi, un certo margine di azione. Si tratta in sostanza per l’Occidente da una parte di allinearsi con una compattezza maggiore che non quella finora registrata e di presentare per quanto possibile un fronte solidamente unico, ma dall’altra anche di prendere delle iniziative allo scopo di utilizzare quei margini di possibilità che ho sopra menzionati.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Originale non rinvenuto. Si pubblica il testo ritrasmesso con T. 23/0063/c. del 16 gennaio 1959 dal Servizio Nazioni Unite a tutte le Rappresentanze diplomatiche, ai Consolati a Berlino, Damasco, Hong Kong e per conoscenza alla Rappresentanza presso l’ONU a New York, alle Direzioni Generali degli Affari Politici, degli Affari Economici e per gli Affari dell’Amministrazione italiana del Territorio sotto tutela della Somalia del Ministero degli Affari Esteri.

6

L’INCARICATO D’AFFARI A MOSCA, BOUNOUS, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1) T. 796/202. Mosca, 11 gennaio 1959, ore 13 (perv. ore 13,45).

Oggetto: Nota sovietica su prevenzione degli attacchi di sorpresa.

Trasmetto testo integrale nota Minindiel in data 10 corrente:

«Il Ministero degli Affari Esteri dell’URSS presenta i suoi complimenti all’Ambasciata d’Italia e per incarico del Governo sovietico ha l’onore di comunicare quanto segue. Come è noto dal 10 novembre al 18 dicembre 1958, ha avuto luogo a Ginevra la Conferenza degli esperti alla quale hanno partecipato – da parte dei Paesi del Trattato di Varsavia le Delegazioni dell’Albania, Polonia, Rumania, Unione Sovietica e Cecoslovacchia – da parte dei Paesi dell’Alleanza Nord-Atlantica i rappresentanti dell’Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Canadà – allo scopo di elaborare raccomandazioni ai Governi circa le misure praticamente attuabili già al momento presente per la prevenzione degli attacchi di sorpresa. Il 18 dicembre 1958, su iniziativa delle potenze occidentali in relazione alle vacanze di Natale e del Capodanno, la Conferenza ha interrotto i suoi lavori(3). Il Governo dell’URSS considerava necessario di non interrompere i lavori della Conferenza e di continuare la ricerca di soluzioni mutualmente accettabili sulla questione in discussione alla Conferenza. Senonché esso ha dovuto accettare il fatto che gli esperti occidentali non erano disposti a continuare le trattative e che essi si sono rifiutati di continuare i lavori della Conferenza alla data proposta del 5 gennaio 1959.

Come è noto, tra i partecipanti alla Conferenza si convenne che l’interruzione di lavori fosse possibilmente breve e che la discussione del problema della prevenzione di un attacco di sorpresa fosse ripresa al pipresto possibile. Considerando l’urgenza del problema della prevenzione del pericolo di un attacco di sorpresa, l’importanza del quale non solo non diminuisce, ma, al contrario, aumenta ogni giorno, secondo l’opinione del Governo sovietico è necessario che la Conferenza riprenda i suoi lavori nel pibreve tempo possibile. Da parte sua il Governo sovietico propone che la Conferenza ricominci i suoi lavori il 15 gennaio 1959. Per quanto concerne la posizione dell’Unione Sovietica nei confronti del problema, essa è esposta nella dichiarazione del Governo sovietico sulle misure per la prevenzione di un attacco di sorpresa, proposta dalla Delegazione sovietica all’esame della Conferenza il 28 novembre 19583 come pure in altri documenti indicati nel rapporto compilato tra le sessioni della Conferenza ai Governi degli Stati partecipanti alla Conferenza stessa. Il Governo sovietico spera che il Governo italiano esaminerà con attenzione le considerazioni esposte nella nota presente e che risponderà positivamente in merito alla questione della data per l’inizio dei lavori della Conferenza. Note analoghe si inviano anche ai Governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia e del Canadà. Mosca, 10 gennaio 1959».


1 Telegrammi ordinari 1959, URSS, arrivo, vol. I.


2 Il testo della nota venne ritrasmesso da Dainelli con T. 452/c. del 12 gennaio (Telegrammi ordinari 1959, Circolari partenza, vol. I) alle Ambasciate a Washington, Londra, Parigi e Ottawa ed alle Rappresentanze presso il Consiglio Atlantico a Parigi e presso l’ONU a New York. Di seguito, con T. 453/c. in pari data (ibid.), indirizzato alle medesime sedi, egli comunicava che la nota americana su attacchi a sorpresa (per la quale vedi D. 2, nota 2) era stata superata da passo sovietico. Ci si riservava di inviare ulteriori istruzioni.


3 Si veda «Relazioni internazionali», 1958, II semestre, 52, pp. 1617-1618.

7

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, DE FERRARIIS SALZANO, AD AMBASCIATE E RAPPRESENTANZE(1)

T. 465/c.2. Roma, 12 gennaio 1959, ore 24.

Ambasciata USA comunica che Dipartimento Stato ha trasmesso istruzioni a Rappresentante permanente americano presso NATO per elaborazione risposta note russe del 10 corrente(3) insieme Rappresentanti altri Paesi in seno Delegazione attacchi sorpresa.

Nell’intento di mantenere intatta unicità Delegazione occidentale, senza prestarsi gioco sovietico, riteniamo che, ove non fosse possibile trovare accordo per invio nota unica, come concordato per progetto americano 8 corrente(4), debbasi, a nostro parere, inviare cinque note identiche e con riferimento comune.

Riteniamo che risposta debba contenere chiaro rigetto nuovo tentativo russo di addossare occidentali responsabilità mancata ripresa negoziati. Consideriamo valido in proposito schema generale testo americano 8 corrente.

Desiderio occidentale riprendere discussioni solo in seguito a chiarimento nuovi termini di riferimento, concordati senza equivoco alcuno, verrebbe ribadito da conclusioni progetto. In tal modo, si potrebbe stornare sin dall’inizio pericolo dannose ripercussioni ad eventuali risultati negativi su pesante problema.

In loro nota russi fanno riferimento a dichiarazione 28 novembre, proponendo per 15 gennaio riconvocazione Conferenza.

Quanto a data, potrà sostenersi che complessità questione non permette esame approfondito problema in tempo così breve.

Suggeriscesi infine opportunità non fare alcun cenno, nella nota di risposta, alla suddetta proposta sovietica.


1 Telegrammi ordinari 1959, Circolari partenza, vol. I.


2 Indirizzato alle Ambasciate a Londra, Parigi, Ottawa e Washington e alle Rappresentanze presso il Consiglio Atlantico a Parigi e presso l’ONU a New York.


3 Vedi D. 6.


4 Vedi D. 2, nota 2.

8

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, FOLCHI, AD AMBASCIATE E RAPPRESENTANZE(1)

T. 565/c.2. Roma, 14 gennaio 1959, ore 17.

Oggetto: Candidatura Consiglio Tutela.

Telespresso Italnation 57/57 del 10 gennaio(3).

Questa Ambasciata Stati Uniti informata nostra meraviglia circa notizie circolanti ambienti ONU in rapporto presunta candidatura a Presidenza Consiglio Tutela di Haiti.

Abbiamo chiesto che Dipartimento Stato venga informato che riteniamo essere essenziale anche in questo campo mostrare schieramento unitario occidentale e non allontanarsi da prassi rotazione sinora mantenuta e seguita.

D’altronde solidarietà tra alleati ha come corollario preventiva consultazione in questione che dà luogo a riflessi politici anche in opinione pubblica oltre che in specifico settore ONU.

V.E. voglia compiere passi adeguati manifestando suddette considerazioni e riferire al riguardo telegraficamente(4).


1 Telegrammi ordinari 1959, Circolari partenza, vol. I.


2 Indirizzato alle Ambasciate a Washington, Londra e Parigi e alla Rappresentanza presso l’ONU a New York.


3 Non pubblicato.


4 Zoppi rispose con T. 1212/27 da Londra del 15 gennaio 1959 (Telegrammi ordinari 1959, Gran Bretagna, arrivo e partenza), nei seguenti termini: «Murray, Capo Dipartimento Nazioni Unite al Foreign Office, ha preso attenta nota nostre considerazioni. Ci ha quindi fatto presente: 1) che candidatura haitiana nonché quella italiana non gli erano note. In proposito ha tuttavia soggiunto che Colonial Office, cui funzionario è Delegato britannico Consiglio di Tutela, potrebbe essere meglio al corrente questione; 2) che nuove regole procedura le quali prevedono, in caso vacanza Presidenza Consiglio Tutela nel corso sessione, nuova elezione Presidente e non sua temporanea sostituzione con Vice Presidente, potrebbero, nello spirito e nella sostanza, influire su scelta nuovo candidato tenuto conto anche del fatto che in ultimo anno Vice Presidente belga ha esercitato funzioni Presidente per nove mesi su dodici; 3) che peraltro, in favore candidatura italiana potrebbe militare, oltre formula rispetto principio rotazione, considerazione che dopo 1960 Italia potrebbe anche non fare parte Consiglio Tutela. Comunque, Murray riservatosi consultare Colonial Office e riprendere contatto con noi quanto prima.». Ancora il 21 gennaio con T. 1732/32 (ibid.), dava seguito alla risposta: «Murray, sentito Colonial Office, ci ha comunicato che a quanto risulta SUAsostengono candidatura Haiti a Presidenza Consiglio di Tutela sia per motivi precisati punto 2 mio citato telegramma, sia per considerazioni opportunità dato che Delegato haitiano è membro Consiglio stesso solo per anno in corso ed è persona competente e favorevolmente disposta che converrebbe tenersi buona. Da parte britannica si era pronti votare per Vitelli; atteggiamento americano che potrebbe essere appoggiato da altri ha creato perplessità. Comunque in questi giorni doveva avere luogo New York riunione fra Paesi amministratori per discutere problemi e cercare concordare soluzione. Inglesi inclini seguire orientamento maggioranza. Murray ha soggiunto che, ove quest’anno fosse eletto rappresentante Paesi “non amministratori”, britannici sarebbero pronti impegnarsi fin d’ora sostenere Vitelli per 1960». Per la risposta di Ortona vedi D. 9.

9

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 1031/4. New York, 14 gennaio 1959, ore 2 (perv. ore 8).

Oggetto: Candidatura Consiglio Tutela ONU.

Mio 57/572.

Progetto americano candidatura haitiana Presidenza Consiglio di Tutela è risultato sconosciuto a quelle missioni Paesi amministranti con le quali ci è stato possibile effettuare qualche cauto sondaggio al riguardo. Del resto, sia inglesi che francesi ci avevano confermato sino a pochi giorni or sono che loro posizione circa candidatura italiana era da tempo stabilita e ben nota. Anche Ambasciatore cinese ci ha dichiarato stamani non avere notizia tali nuove intenzioni su problema Presidenza Consiglio Tutela.

Così stando le cose, abbiamo ripreso contatto stamane con missione SUA a livello Ministri Consiglieri. Barco ha ripetuto a Vitelli argomentazioni già svoltesi venerdì scorso, imperniate su importanza annessa da Stati Uniti a che quarta Commissione – nel corso prossima sessione prorogata Assemblea – approvi rapporto missione di visita nel Camerun senza suscitare complicazioni che potrebbero avere non auspicabili ripercussioni in quei territori. Era perciloro opinione che offrendo Presidenza Consiglio di Tutela a rappresentante haitiano si andava, per evidenti ragioni, molto vicino ad assicurarsi quel risultato.

Riservandoci di ritornare sulla questione dopo aver riferito al nostro Ministero, abbiamo obiettato che trattandosi comunque di decisione che non poteva – per sua incidenza su ormai affermata prassi di rotazione nella Presidenza – esser presa senza consultazione con altri amministranti, ritenevamo indispensabile fosse mossa una riunione a tal fine. Fra l’altro avrebbero così potuto venir discussi utilmente anche dati di fondo della questione, che erano egualmente di comune interesse.

Americani, mostrando rendersi conto fondatezza nostro punto di vista, si sono riservati di sentire Dipartimento di Stato al riguardo e di tornare al pipresto in argomento con noi.

Abbiamo ritenuto prendere questa posizione che sembra l’unica atta a provocare un chiarimento nella situazione, tanto piapparendo molto probabile trattarsi di iniziativa americana non concordata o per lo meno non approfondita con altre Delegazioni. Convocandosi riunione tra amministranti per consultazioni in proposito, proporrei resistere opportunamente rilevando nostra aspettativa e cedendo solo a rinnovate vive pressioni ufficiali e a condizione che esse siano accompagnate da soddisfacenti affidamenti per Presidenza in anno 19603.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato. 3 Per il seguito della questione vedi D. 13.

10

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, FANFANI(1)

R. 126. New York, 14 gennaio 1959.

Signor Ministro,

ho cercato nelle mie successive comunicazioni, subito dopo la chiusura dell’Assemblea Generale, di rendere edotto il Ministero delle impressioni che potevano trarsi dai lavori dell’ultima sessione sui principali argomenti. Ritengo opportuno ora delineare brevemente a V.E. le deduzioni principali che dai lavori stessi io ho tratto in merito ai due problemi che mi sembra debbano principalmente preoccuparci: la posizione dell’Occidente in tale importante organo internazionale e quale uso possa essere fatto dell’Organizzazione da parte degli Occidentali ai fini di un miglioramento della loro situazione nella guerra fredda, i cui urti inevitabilmente l’ONU continuerà a dover assorbire. Trattasi naturalmente di considerazioni suscettibili di revisioni avvenire data la troppo breve mia esperienza nell’agone ONU: ho ritenuto peropportuno sottometterle all’attenzione di V.E. perché, proprio in quanto dettate da impressioni fresche, esse possono forse servire a puntualizzare certe situazioni ed esigenze di particolare interesse.

Per facilità di analisi ripeter sulla base di quanto ho avuto a lumeggiare nelle varie comunicazioni sopra menzionate che, su alcune questioni politiche principali, l’Occidente è riuscito a uscirsene ancora con un relativo successo. Cinon di meno e nella grande massa delle questioni la posizione dell’Occidente ha segnato nuovi importanti regressi per i seguenti motivi:

– graduale aumento dei Paesi afro-asiatici per acquistata indipendenza;

–- solidità e compattezza degli afro-asiatici sui temi del colonialismo e dell’assistenza ai Paesi sottosviluppati; – -prime serie avvisaglie di difficoltà con i latino-americani, per la loro insoddisfazione nel campo economico e sopratutto in tema di Mercato Comune; –- insufficiente compattezza tra i Paesi dell’Occidente e quelli della stessa NATO, derivante da diversità di impostazioni e da esigenze politiche alle volte divergenti.

Si tratta di una serie di ragioni che sono andate prendendo piede gradualmente e che hanno fatto sì che l’Occidente fatalmente accusi sempre maggiori difficoltà nell’ambito dell’Organizzazione.

Ci si potrebbe forse consolare con la constatazione che anche negli altri gruppi regionali si sono manifestate incrinature: cisarebbe illusorio e ci condurrebbe a difficoltà ancora piserie in avvenire, dato che, malgrado tali incrinature su alcuni limitati temi, la solidità degli altri gruppi è andata accentuandosi gradualmente e che le catalizzazioni di tale processo spesso è stata [sic] il proposito di scalzare posizioni occidentali. In realtà l’Organizzazione non fa che riflettere nel suo specchio, sia pure deformato e tendente all’esasperazione dei profili, una realtà in cui le impostazioni occidentali risultano sempre piindebolite. E citanto piin quanto le spinte verso i nazionalismi e verso la livellazione economica mondiale sono incoraggiate e alimentate da una accorta e spregiudicata propaganda sovietica. Si tratta alle volte di inconsce collusioni e di matrimoni di convenienza: sta di fatto perche le aspirazioni degli afro-asiatici e degli stessi latino-americani hanno sistematicamente trovato nei rappresentanti dell’URSS appoggi amichevoli e incondizionate approvazioni.

Occorre insomma assuefarsi a una realtà obiettiva che puoggi sommariamente descriversi come segue: da quando gli Stati Uniti hanno perso il monopolio atomico e quindi l’assoluta supremazia militare, e si sono trovati allo stesso tempo di fronte ad una proliferazione di nuovi Stati indipendenti afro-asiatici, essi, e l’Occidente nella loro scia, non hanno pipotuto «dettare» nell’agone societario le loro condizioni, ma hanno dovuto invece mercanteggiare e spesso raggiungere compromessi in un ambito molto complesso di amici, semi-amici e terzaforzisti. Le crisi di cui l’Organizzazione è stata alle volte protagonista o alle volte cassa di risonanza negli ultimi anni hanno spostato ormai in modo permanente, se non sulle, almeno verso le piccole Potenze una notevole parte del potere nell’agone ONU, lievitando quella che puoramai considerarsi oggi una democrazia internazionale. Ed è anche in tale contesto democratico dell’ONU che si è mossa e continua ad agitarsi la lotta della guerra fredda sui suoi tre livelli abituali: 1) il militare, 2) lo psicologico, 3) l’economico.

Quali sono le cure, se non per recuperare all’Occidente una funzione di preminenza, per lo meno per evitare un ulteriore decadimento nelle sue posizioni?

Vorrei cominciare con lo scartare possibilità di riforma, quali di tanto in tanto si ventilano con riferimento ad una diversa impostazione dei criteri di partecipazione (vedi ad esempio l’idea di giungere a formule di voto ponderato in ragione della consistenza economica dei vari Paesi). Vorrei anzi mettere in guardia contro i pericoli insiti in riforme del genere. Non dimentichiamo che potrebbe facilmente opporsi all’adozione di criteri economici quella di criteri misti (come viene ad esempio effettuata la partecipazione ad alcune Agenzie Specializzate di carattere economico) in cui la popolazione figurerebbe in linea primaria: in tal caso potrebbe essere disagevole constatare che gli Stati Uniti costituiscono il 6% dell’umanità, l’India il 13% e la Cina il 20%.

Dovendo forzatamente accettare quindi gli svantaggi, ma anche i vantaggi dell’attuale assetto democratico internazionale, non ci rimane che analizzare le possibilità che si aprono all’Occidente in tale ambito e il loro relativo costo. Al riguardo sembra ovvio premettere che l’Occidente potrebbe trovarsi in una posizione pifacile e favorevole se

a)- fosse in grado – e cinon pufare senza affrontare rischi sia di carattere politico interno e sia di ordine economico – di sbarazzarsi al pipresto dei residui dei domini coloniali; b)- fosse mondo da ogni peccato di discriminazione razziale (e gli Stati Uniti, per cominciare, non lo sono); c)- fosse rapidamente in grado di effettuare una gigantesca revisione delle proprie impostazioni politiche e finanziarie per rendere possibile, col proprio sacrificio, una eguaglianza economico-sociale con i popoli di colore.

Tutto ciè, rebus sic stantibus, utopia: basti l’esempio delle difficoltà che incontra l’Amministrazione americana nell’opera di persuasione sul Congresso per ottenere quel relativamente elevato – ma in linea assoluta modesto – contributo americano allo sviluppo economico dei Paesi stranieri meno abbienti.

Dobbiamo quindi guardare pragmaticamente a quello che nei limiti del realizzabile ci conviene fare. Non possiamo certo illuderci di fare molto, ma qualche iniziativa puessere presa nel quadro di quelle manifestazioni con cui la guerra fredda si palesa nell’ambito dell’ONU. E siccome l’Organizzazione ha provato di essere capace di assorbire gli urti di tale guerra (Medio Oriente, Cipro, Algeria lo insegnano), è chiaro che, se iniziative non prendiamo, tale assorbimento avverrà sempre pia nostre spese. Non pretendo, con le considerazioni che svolgerpisotto, di esporre rimedi taumaturgici. Vorrei anzi qualificare tali suggerimenti, nel senso che essi sono formulati non tanto perché possano costituire nuove radicali cure, ma in quanto piuttosto rappresentano il tamponamento di esigenze che, se non soddisfatte, potranno ritorcersi ancora pigravemente contro le posizioni occidentali già così severamente intaccate.

Ho detto sopra che la guerra fredda si è mossa e continua ad operare nell’agone dell’ONU su tre livelli: il militare, lo psicologico e l’economico. Quanto al primo di essi mi sembra che il «punto morto» su cui si sono assestate le rispettive posizioni «nucleari» dei grandi contendenti possa almeno per ora farci ritenere che, almeno in quel campo, la competizione nell’ambito delle Nazioni Unite offre scarso margine o comunque non è nell’ordine di possibilità immanenti.

Rimangono il campo psicologico e quello economico.

Sul piano psicologico dobbiamo sempre pirenderci conto che l’ONU costituisce una importante cassa di risonanza nei confronti dell’opinione pubblica mondiale, in cui i sovietici possono usare in tutta spregiudicatezza della libertà di cui godono non dovendo rispondere né ad una opinione pubblica critica né ad una stampa libera né ad alleati che vogliono parlare sullo stesso loro livello. Di cisi avvale l’URSS manovrando con abilità e con sottile calcolo e puntando su tali circostanze per aggravare la posizione degli Occidentali già difficile sopratutto nei temi colonialistici ed economici per motivi di sostanza. Da cideriva una prima fondamentale deduzione: la necessità per l’Occidente di presentarsi con maggiore compattezza nell’ambito ONU e di porre in essere sopratutto iniziative concordate che valgano a sottrarlo ad una spesso malagevole posizione difensiva.

Purtroppo una adeguata armonizzazione di posizioni, sopratutto in talune determinate questioni riferentisi piche altro a quelli che ho definito i settori psicologico ed economico, è spesso venuta a mancare, anche quando sarebbe stata forse possibile e fruttuosa di risultati, potendosi tradurre in efficaci iniziative.

È certo perche per chi, come me, ha da poco assunto funzioni presso le Nazioni Unite, tale mancanza di armonizzazione nell’azione dei Paesi occidentali è saltata agli occhi con una evidenza preoccupante. So dalla mia esperienza di Washington come sia difficile disporre per un «agone» in cui gli Occidentali possano ritrovarsi e pianificare le proprie direttive politiche nei confronti dell’Organizzazione. Sopratutto gli Americani sono estremamente restii ad associarsi con gli Occidentali stessi in via ufficiale o per lo meno palese e ciallo scopo di non soggiacere ad accuse ed a sospetti da parte degli altri gruppi regionali – tanto pipoi se l’agone dovesse essere quello della NATO – e per mantenere una certa libertà di azione e flessibilità in rispondenza alle proprie responsabilità mondiali.

Pur sapendo che tale è la disposizione degli Americani, mi sembrerebbe comunque opportuno insistere presso di loro e concordare con gli altri amici ed alleati del mondo occidentale metodi e formule affinché l’Occidente non rischi di fare il gioco degli avversari palesando incrinature troppo evidenti nella propria compagine.

Questa esigenza generale potrebbe tradursi in talune direttive pratiche di azione. In primo luogo sarebbe forse opportuno che tutte le organizzazioni dell’Occidente, NATO, OECE, Consiglio d’Europa, fossero piconsapevoli dei pericoli che si corrono alle N.U., proprio perché tale Organizzazione è quella che pifacilmente amplifica i contrasti e ingigantisce gli insuccessi della politica degli Occidentali. Ottenendosi tale consapevolezza di ordine generale, si dovrebbero prevedere costanti e periodici scambi di idee sui problemi delle Nazioni Unite, per passare poi ad intensificare gli scambi di idee stessi in precedenza dell’Assemblea Generale. In secondo luogo dovrebbero potersi individuare problemi e settori rispetto ai quali iniziative occidentali alle Nazioni Unite possano apparire utili e proficue, approfondire rispetto ad essi le consultazioni occidentali, e forse proprio perché, come dirpisotto, l’elemento economico sarà quello su cui maggiormente dovremo contare per intensificare il lavoro dell’Occidente nell’ambito ONU, l’OECE potrebbe costituire il foro piadatto per proficui scambi di vedute a tale scopo.

Sempre sul piano psicologico, occorre poi cercare di cancellare quelli che possono essere atteggiamenti avversi da parte di altri gruppi regionali, per quanto cipossa essere reso possibile dalle circostanze. Mi riferisco in particolare a due ordini di possibilità:

1) cercare di ricondurre i latino-americani a posizioni pivicine alle nostre, curando al massimo le loro reazioni in tema di problemi di materie prime e di Mercato Comune;

2) perseguire nella strada intrapresa di una maggiore comprensione delle esigenze degli afro-asiatici (e iniziative quali quella presa da V.E. con il viaggio al Cairo possono essere di prezioso ausilio). In tale ambito varrebbe anche la pena di esaminare i vantaggi e gli svantaggi che presenterebbe per i singoli Paesi occidentali l’incoraggiamento verso forme federative o di unione, che, come nel caso della RAU comportino una diminuzione di voti nel gruppo afro-asiatico.

Il campo di azione psicologico potrà ovviamente essere a fondo influenzato da quanto potrà essere attuato nel campo economico.

Gli Stati Uniti, nella piena consapevolezza della necessità di prendere qualche vigorosa iniziativa per raddrizzare le loro posizioni nei confronti dei Paesi sottosviluppati, hanno proposto, seguiti da noi e da altri Occidentali, la mozione (vedi mio telespr. n. 3097/2097 del 17 dicembre 1958) con cui si invita ad un «esame di coscienza» nei confronti dell’azione da svolgere relativamente ai Paesi sottosviluppati. Tale azione ovviamente riflette il maggior dinamismo intervenuto nell’Amministrazione americana nel campo degli aiuti all’estero. Certamente spetta all’America il maggior peso finanziario per il perseguimento di una competizione con l’URSS intesa a stabilire un piintenso contatto con i Paesi sottosviluppati e forse anche a ricuperarli. Ma spetta anche agli alleati dell’America incoraggiarla e sospingerla in quella strada. Non si puinfatti conoscere quale sarà l’esito finale nel Congresso americano delle proposte che l’Amministrazione va disponendo in materia, a cominciare dalla International Development Association. Qualche gesto di solidarietà con proposte pratiche di effettivi contributi da parte degli altri Paesi occidentali (tale gesto V.E. fece nella Sua ultima visita a Washington e non vi è dubbio che esso fu – secondo quanto segnalla nostra Ambasciata allora – profondamente apprezzato dall’Amministrazione americana) e qualche iniziativa per alimentare le tendenze affioranti ormai anche negli Stati Uniti verso concezioni multilaterali e regionali per la distribuzione degli aiuti, sembrerebbero del tutto opportuni.

Il piano Marshall e l’OECE costituiscono a tale riguardo un precedente che andrebbe ricordato, anche se le condizioni in cui si realizzerebbero dei piani regionali di aiuto e di sviluppo per Paesi sottosviluppati dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina sarebbero notevolmente diverse da quelle dell’Europa post-bellica.

E proprio in tema di reminiscenze di Piano Marshall, rimarrebbe, infine, da esaminare il problema dell’eventuale partecipazione della Russia a piani multilaterali di aiuto economico, siano essi regionali o meno. È, questo, un problema di vera e propria strategia economica dell’Occidente, su cui i pareri possono legittimamente essere divisi. Da una parte si rischierebbero le reazioni del Congresso americano estremamente avverso a porre nello stesso crogiuolo fondi americani – che per di pisarebbero in misura certo superiore – con fondi sovietici e comunque potrebbe compromettersi l’efficacia degli aiuti occidentali e in particolare americani i quali, checché si possa dire del metodo di distribuzione ad essi applicato, hanno per ora mostrato di costituire contributi piconcreti, utili ed effettivi che quelli da altre fonti. Ma, dall’altra parte, come analizza Lord Salter nel numero dello scorso luglio di Foreign Affairs, l’Occidente, offrendo di unire i propri sforzi con l’URSS, potrebbe avere i seguenti due vantaggi alternativi: se l’offerta fosse accettata la concorrenza fra i due mondi nel settore economico assumerebbe forme meno pericolose; se, invece, venisse respinta, l’Occidente segnerebbe dei punti agli occhi dei Paesi di «terza forza». E non è dubbio che anche qui puessere osservato che il Piano Marshall costituisce un precedente, perché uno dei pigrandi successi politici degli Stati Uniti e dell’Occidente si ebbe quando, dieci anni or sono, l’URSS declinla proposta avanzata dagli Americani di partecipare ad esso. Questo costituisce comunque un problema, la cui soluzione puforse essere vista pialla luce della reale acquiescenza del Congresso americano a formule del genere che su un piano strettamente teorico.

Per concludere, le cure per un auspicabile miglioramento delle posizioni occidentali che sembrano potersi ventilare sarebbero:

1) maggiore consapevolezza dei pericoli di isolamento e peggioramento delle posizioni occidentali, con l’istituzione di una «sistematica» per cui nei vari consessi occidentali tali pericoli vengano periodicamente studiati ed eventualmente con la scelta di un «foro» nel quale certe specifiche iniziative possano essere individuate, prese o incoraggiate ad opera degli Occidentali;

2) piattenta preoccupazione di porre rimedio a reazioni particolari a noi avverse come cominciano a manifestarsi nei Paesi latino-americani;

3) maggiore comprensione delle aspettative degli afro-asiatici ed esame delle implicazioni per l’Occidente del manifestarsi di forme federative;

4) rapida esecuzione della risoluzione proposta in campo economico nei confronti dei Paesi sottosviluppati e possibilmente istituzione di un Ente per lo sviluppo che possa anche fungere da «ombrello» di piani economici regionali.

Si potrà obiettare a tali mie considerazioni e suggerimenti che essi sembrano prematuri in quanto concepiti a distanza di molti mesi dalla prossima Assemblea Generale. Vorrei al riguardo rilevare che in un agone internazionale la velocità di discesa delle posizioni politiche si svolge in progressione geometrica e con ritmo ben pirapido che non quella di recupero e che, se vogliamo preservare l’Occidente da serie difficoltà avvenire, dobbiamo sin d’ora porci all’opera nella piena consapevolezza dei pericoli che esso potrà correre.

Voglia gradire, Signor Ministro, gli atti del mio devoto ossequio.

[Egidio Ortona]

DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.

11

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, DE FERRARIIS SALZANO, ALL’AMBASCIATA A WASHINGTON E ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU

T. segreto 708/18 (Washington) 8 (New York). Roma, 16 gennaio 1959, ore 23,30.

Presente fa riferimento a telegramma 68 da Washington(2).

Questa Ambasciata degli Stati Uniti, alla quale era stato fatto presente da parte nostra quanto ci era stato segnalato da Rappresentanza ONU, ci ha ripetuto considerazioni svolte da Wilcox a V.E.

Secondo quanto ci è stato aggiunto, tuttavia, il Dipartimento di Stato sarebbe disposto sostenere per anno in corso Vice Presidenza italiana in vista della Presidenza per il 1960, ciche sarebbe anche augurabile in linea pratica, secondo gli americani, perché Vitelli possa acquisire necessaria esperienza.

Abbiamo fatto presente ancora una volta ad Ambasciata USA che, pur tenuto conto che esperienza ONU non consenta rigidità impegni candidatura, preliminari intese avrebbero dovuto consigliare consultazioni preventive con noi, maggiori interessati, e altri alleati allo scopo accordarci su candidatura haitiana proposta da Washington.

Non si intende da parte nostra sottrarsi in alcun modo al dovere di mantenere nel problema della Presidenza Consiglio Tutela la solidarietà alleata, e ciallo scopo di trovare una soluzione confacente agli interessi occidentali, e si ritiene anzi da parte nostra che determinazione pisopra espressa sia validamente basata su seguenti realtà di fatto: precedenti intese; principio rotazione secondo il quale a Presidenza guatemalteca seguirebbe Presidenza italiana; nostra influenza su Paesi latino-americani e afro-asiatici, anche in previsione rapporto Camerun.

Si potrà, quindi, ripiegare su formula Vice Presidenza italiana per il 1959, in vista di una Presidenza per il 1960, solo in via subordinata e se contatti rivelassero a nostra Rappresentanza impossibilità determinare a nostro favore maggioranza alleati e amici.

Nostra Rappresentanza ONU è pregata presentire sin da adesso colleghi Paesi amministranti allo scopo concordare linea di condotta comune da parte occidentali ed evitare che ulteriori ripercussioni negative siano originate da questione Presidenza Consiglio Tutela(3).


1 Telegrammi segreti 1959, Stati Uniti d’America, arrivo e partenza, vol. II.


2 T. 1235/68 del 16 gennaio (Telegrammi ordinari 1959, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. I), con cui Brosio aveva riferito di aver effettuato, avvalendosi anche degli ulteriori elementi fornitigli da Ortona, passo con Wilcox, esponendogli argomenti del telegramma 565/c. (vedi D. 8); riportava poi le considerazioni dello stesso rispetto alle esitazioni americane sulla questione della Presidenza.


3 Per la risposta da Washington vedi D. 18. Ortona rispose, con T. segreto 1617/8 del 21 gennaio 1959 (Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza), nei seguenti termini: «Dai contatti avuti, secondo quanto indicato nel telegramma cui mi riferisco, ho tratto impressione che, pur reiterando loro solidarietà con nostra candidatura in base passati affidamenti, alcune Delegazioni Paesi amministranti sono apparse non aliene dal prendere in considerazione proposta americana per Presidenza Consiglio Tutela sempre che Governo italiano non vi si opponga. Poiché in riunione amministranti, che sarebbe prevista ora per giovedì mattina 22 dietro convocazione americani, altre Delegazioni potrebbero accentuare tale cedimento con relativo nostro imbarazzo, mi proporrei, salvo contrario avviso di codesto Ministero, seguire linea indicata anche in telegramma citato secondo la quale, ove ci venissero date assicurazioni per la Vice Presidenza quest’anno e per la Presidenza nel 1960, noi non insisteremmo per nostra candidatura. Beninteso provvederemmo preavvertire opportunamente gli americani del nostro atteggiamento onde trarre massimo credito da nostra rinuncia, agendo inoltre, nella detta riunione, in modo da far apparire nostro atteggiamento come chiaramente dettato da obiettive considerazioni interesse amministranti. Ad ogni utile fine segnalo che ancor oggi americani sono con noi tornati su loro interesse per candidatura haitiana». Per i seguiti da Roma vedi D. 19.

Con T. segreto 1819/10 del 22 gennaio (ibid.), Ortona precisancora sulla questione: «A seguito ulteriori contatti, avuti oggi in vista nota riunione amministranti per Presidenza Consiglio Tutela, si è precisato come prevista adesione altre Delegazioni desiderio americano eleggere un non amministrante a detta carica. In collaborazione pertanto con americani – da noi opportunamente preavvertiti nostro atteggiamento – non abbiamo trovato difficoltà ad ottenere impegno esplicito di tutti gli amministranti – dietro iniziativa americani stessi – per nostra Vice Presidenza 1959 e Presidenza 1960. In riunione, inoltre, è stato da tutti rilevato spirito di comprensione che dettava nostro gesto ed espresso apprezzamento per nostra consapevolezza opportunità evitare ogni incrinatura fronte occidentale».

12

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. urgentissimo 1326/77. Washington, 16 gennaio 1959, ore 21 (perv. ore 8 del 17).

Oggetto: Sospensione esperimenti nucleari.

Mio 742.

Dipartimento dettoci oggi pomeriggio che Governo USA e Regno Unito raggiunto accordo non insistere pi in sede Conferenza tripartita Ginevra, per collegamento problemi cessazione esperimenti nucleari e organizzazione relativi controlli con progressi in campo disarmo. Quanto precede verrà comunicato domani 17 gennaio Consiglio Atlantico e lunedì 19 corrente a sovietici.

Mantenimento e durata impegno cessazione esperimenti saranno pertanto condizionati soltanto a continuato soddisfacente funzionamento controlli.

Nostri interlocutori dettoci che decisione stata presa onde impedire sovietici sottrarsi ulteriormente a discussione su organizzazione controlli, col pretesto che collegamento accordo con progresso in campo disarmo, sarebbe fatto dipendere mantenimento impegno esclusivamente da beneplacito occidentale.

A nostre obiezioni su pericolo sospensione esperimenti, senza assicurare contemporaneamente che processo disarmo proceda secondo linee imposte da sicurezza occidentale, nostri interlocutori rispostoci che problema aveva fatto oggetto attento studio da parte anglo-americani e in seno questa Amministrazione.

Si era tuttavia riconosciuto che importanza portare sovietici accettare pratica attuazione principio controlli internazionali era tale da consigliare fare il possibile per togliere ogni ostacolo a raggiungimento tale obiettivo. Inoltre, cinon solo costituiva precedente per altri Paesi (Dipartimento ha sempre in mente Cina), ma era anche da tenere presente che ove fosse possibile costituire soddisfacente rete controlli, anche problema disarmo convenzionale potrebbe essere seguito, o almeno non sfuggirebbero agli osservatori particolari misure di riarmo.

Aggiuntoci infine che USA ritengono di possedere tuttora notevole superiorità in capacità nucleare e in suo grado sviluppo, per cui eventuale sospensione giocherebbe a svantaggio pidei sovietici che anglo-americani. Se così non fosse non si sarebbe ottenuto accordo Dipartimenti e Agenzie interessate a partecipazione Conferenza per sospensione esperimenti.

Presente telegramma è stato inviato anche a Italnation New York.


1 Telegrammi ordinari 1959, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. I. 2 T. 1325/74, pari data, non pubblicato.

13

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 1328/7. New York, 16 gennaio 1959, ore 23,36 (perv. ore 9,30 del 17).

Oggetto: Candidatura Consiglio Tutela ONU.

Mio 42.

Pare oramai chiaro, sia da quanto abbiamo potuto accertare qui, sia da quello che informa Ambasciata Washington, che idea attribuire questo anno Presidenza Consiglio Tutela a Rappresentante haitiano anziché ad un Paese amministrante (e si trattava del turno riconosciuto all’Italia) è originata dagli americani.

Argomenti con cui essi la giustificano, e che io vedo essere stati comunicati oltre che a noi anche da Wilcox alla nostra Ambasciata e questa Delegazione americana mi dice essere stati esposti anche direttamente a codesto Ministero, sono a mio parere o errati o opinabili: e non abbiamo mancato di contestarli ad uno ad uno.

Che cosa stia dietro a tutto questo, tuttavia è ancora per noi non del tutto chiaro.

Quello che in sostanza ci fanno comprendere americani – e ancora stamani qui ci hanno parlato in tal senso – è che inattesa decisione raggiunta dalla Quarta Commissione dell’Assemblea di mantenere aperta la sessione Assemblea stessa per occuparsi del Camerun ha scosso e sensibilizzato livelli politici dello State Department e della Delegazione qui sui problemi Quarta Commissione e Consiglio Tutela. Essi ne hanno tratto nuovi elementi di convinzione che posizioni occidentali continuano deteriorarsi e che qualcosa abbia a farsi per rimediare. Nel cercare che cosa in definitiva possa farsi, quanto meno sul piano tattico, americani devono avere tra l’altro escogitato questa concessione a Paesi non amministranti di alterare turno Presidenza a favore di uno di essi, nel caso specifico Delegato haitiano, particolarmente meritevole per suo costante equilibrato atteggiamento e capace secondo loro di avere favorevole influenza sugli sviluppi delle prossime discussioni in Assemblea.

Altra congettura che si pufare è che si tratti di qualche impegno carattere personale nel Consiglio Tutela. Mason Sears, cui comportamento, per così dire originale, è ben noto, è accettato solo perché Sears è cognato di Lodge. Ma vedo dal telegramma 683 dell’Ambasciata in Washington che Wilcox questa ipotesi l’ha esclusa.

Comunque sia il fatto è che si tratta di problema tra noi e Stati Uniti – ancora tra ieri e stamane abbiamo parlato a varie altre Delegazioni occidentali ed essi ci hanno confermato che se manteniamo la nostra candidatura esse sono pronte ad appoggiarla. La cosa mi pare vada esaminata quindi sotto profilo di questione che puprendere aspetto divergenza italo-americana, tenendo conto del fatto che – o perché si tratti di posizione personale di Sears avallata da Lodge, o perché si tratti di una costruzione logica avente radici in impostazione di politica generale, o perché infine, come non è da escludere, vi sia un po’ dell’uno e un po’ dell’altro – tanto State Department che Delegazione qui appaiono attribuire molta importanza alla cosa.

In tali condizioni è da domandarci cosa ci conviene fare.

Di un appoggio americano ad una nostra Presidenza per il 1960 si potranno – nelle circostanze – avere espliciti affidamenti nella riunione dei Paesi amministranti che ci proponiamo di avere. Del resto, tale assicurazione ci è stata offerta dagli americani privatamente. Una Presidenza nel 1960 anziché quest’anno puoffrirci, avuto riguardo all’uscita della Somalia dal regime di tutela, qualche ulteriore vantaggio anche se non quanto americani ritengono. Opportune dichiarazioni americane – in sede di riunione o altrimenti – che valgano a mettere in rilievo circostanze e carattere eventuale rinuncia italiana e a tutelare quindi prestigio personale nostro Rappresentante, potranno anche ottenersi.

Inoltre, poiché americani sembrano annettere molta importanza problema, nostro gesto di comprensione loro punto di vista non dovrebbe mancare di essere dovutamente apprezzato da loro e costituire titolo di credito per noi.

Sull’altro piatto della bilancia va messa, senza dubbio, l’importanza della carica cui per ora rinunceremmo e, malgrado ogni possibile affidamento ottenibile per 1960, pericoli sempre insiti in rinvii del genere. Inoltre verrebbe intaccato anche principio rotazione della Presidenza, per la quale tuttavia dovremmo finire per rimetterci al parere degli altri amministranti quando fossero richiesti esprimere giudizio.

Date tutte circostanze suesposte, sembrami che questione trascenda competenza specifica questa Delegazione, in quanto è da considerarsi piuttosto nella cornice rapporti tra noi e Stati Uniti. Mentre mi astengo quindi per tali motivi dal formulare parere, sarei grato indicazioni preferenze codesto Ministero. Faccio peraltro presente che, se dovessimo aderire a punto di vista e richieste americane, tanto varrebbe, allo scopo prendercene almeno credito, essere pronti compiere atto rinuncia spontanea in riunione amministranti, che potrebbe essere convocata tanto per far prendere atto di ciquanto per farci confermare affidamenti per 1960.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 9.


3 Vedi D. 11, nota 2.

14

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 221/1212. New York, 16 gennaio 1959.

Oggetto: La questione di Berlino e le Nazioni Unite.

1. Nelle proposte sovietiche del 27 novembre relative alla creazione di una Città Libera di Berlino Ovest è prevista la possibilità di una «presenza» delle Nazioni Unite. «Per quanto lo riguarda – legge la relativa nota – il Governo sovietico non avrebbe obiezione ad una partecipazione delle Nazioni Unite, in una forma o nell’altra, all’“osservanza” dello status di città libera di Berlino Ovest». Secondo rilevato da questa stampa, il tema sarebbe stato ripreso da Mikoyan nel corso della sua attuale visita negli Stati Uniti. In una riunione privata tenutasi la scorsa settimana presso Eric A. Johnston egli, richiestone da una personalità presente, avrebbe confermato che l’URSS avrebbe accettato osservatori delle Nazioni Unite nella Città Libera di Berlino: alcuni dei presenti a tale conversazione avevano anzi creduto che Mikoyan si fosse spinto piin là ed avesse lasciato comprendere che avrebbe potuto essere presa in considerazione una vera e propria amministrazione da parte delle Nazioni Unite della città di Berlino. Ma in verità la maggioranza dei commentatori non attribuiscono consistenza a questa interpretazione.

Ultima di queste dichiarazioni circa una Commissione ONU-Berlino sarebbe quella, riportata dal «N.Y. Times» in una corrispondenza del 9 corrente da Berlino, secondo la quale il Sottosegretario agli Esteri della Germania Orientale, Otto Winzer, avrebbe lasciato intendere che qualche possibilità di mantenere truppe non tedesche (e alludeva anche naturalmente a quelle che attualmente vi si trovano) nella Città Libera di Berlino Ovest non sarebbe stata da escludere, se tali truppe rientrassero nel quadro di una presenza delle Nazioni Unite per la sicurezza della Città Libera.

Una serie di dichiarazioni, dunque, del tutto generiche. Dalle quali solo risulta che, pur di ottenere il risultato che esso si propone, il Governo dell’URSS sarebbe disposto ad accettare una certa ingerenza delle Nazioni Unite. In che forma ed in che modo non è precisato. Probabilmente, ove si andasse al sodo, potrebbe trattarsi di interventi ricollegati al Consiglio di Sicurezza in modo da lasciare in definitiva sempre sottoposte al veto sovietico eventuali decisioni di qualche rilievo. Ma tutto questo è speculazione. È superfluo aggiungere che comunque, nel quadro complessivo della proposta sovietica, la presenza delle Nazioni Unite mi pare aggiungere o togliere ben poco alla sostanza politica della proposta stessa anche se pu– e per questo è stata abilmente inserita –avere un notevole «appeal» su alcuni settori dell’opinione pubblica mondiale, non esclusa quella americana.

2. La questione di cui sopra – e che concerne una partecipazione delle Nazioni Unite nell’applicazione di un eventuale nuovo accordo tra le Potenze circa lo status di Berlino – è del tutto distinta dall’altra questione, se le Nazioni Unite possano venire ad essere investite in qualche modo della discussione e della ricerca di una decisione in merito a Berlino.

Questa seconda questione si puporre a sua volta in due modi. O cioè che si tratti di parare ad una situazione di emergenza, di crisi internazionale provocata dalla iniziativa sovietica e da una sua eventuale attuazione in opposizione alla volontà delle Potenze occidentali, nel qual caso l’obiettivo sarebbe in sostanza costringere l’URSS a mantenere lo statu quo. Oppure che si voglia investire qualche organo delle Nazioni Unite della trattazione a fondo del problema, nella ricerca di una soluzione differente da quella attuale: il che comporta in sostanza investire le Nazioni Unite della trattazione sostanziale di una parte, se non di tutto il problema della Germania.

Entrambe queste ipotetiche situazioni hanno un precedente in seno all’Organizzazione. E mi sembra utile in relazione a tale ipotesi ricordare gli sviluppi societari avutisi in quelle occasioni.

La prima delle situazioni indicate pisopra trova il suo precedente nella imposizione unilaterale da parte sovietica del blocco delle comunicazioni di Berlino del settembre 1948. Allora i tre alleati occidentali investirono della situazione di Berlino il Consiglio di Sicurezza, sostenendo costituire l’azione sovietica una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. L’URSS sostenne l’incompetenza delle Nazioni Unite invocando l’applicazione dell’art.107 dello Statuto. Secondo l’interpretazione sovietica di tale articolo qualsiasi questione riferentesi alla situazione in Germania derivante dalla guerra mondiale sarebbe riservata ai Governi occupanti ed esclusa in modo tassativo dalla competenza di altri fori ed altre istanze, e quindi anche delle Nazioni Unite. (Per un pidettagliato esame, in generale, dell’art.107 rinvio al telespresso urgente di questa Rappresentanza n.06 del 25 ottobre 1956). Il Consiglio non accetttale tesi e con nove voti contro due soli dissenzienti (l’URSS e l’Ukraina) si dichiarcompetente ad esaminare la questione. L’URSS non partecipalla conseguente discussione e si limita votare la risoluzione finale. E questo concluse, senza alcun sostanziale risultato ma non senza notevoli ripercussioni favorevoli all’Occidente dal punto di vista propagandistico, l’intervento pubblico delle Nazioni Unite nella questione di Berlino. Si istaurarono invece contatti ufficiosi e riservati tra i Rappresentanti alle N.U. delle quattro Potenze interessate ed è mediante tali contatti che, attraverso le note fasi, qualche mese dopo si giunse formalmente alla soluzione della questione ed allo sblocco della situazione di Berlino.

Anche la seconda delle situazioni suindicate ha un unico precedente. Esso non si riferisce peraltro specificamente al caso di Berlino, bensì ad altra questione attinente al problema della Germania. È comunque un caso, ed il solo, nel quale le Nazioni Unite sono state chiamate a discutere ed a decidere in merito al problema della pace e della riunificazione della Germania.

Ciaccadde quando, nel novembre 1951, i tre occupanti occidentali portarono all’Assemblea delle N.U. la richiesta di Adenauer di nominare una Commissione per investigare nelle due zone germaniche se esistessero possibilità di libere elezioni. La richiesta derivava, come si ricorda, direttamente dalla impostazione occidentale per cui le libere elezioni costituiscono il primo passo verso l’unificazione della Germania. Anche in questo caso come in quello del 1948 in Consiglio di Sicurezza, l’URSS sostenne l’incompetenza delle Nazioni Unite invocando l’art.107 dello Statuto. Ed anche qui l’Assemblea non accolse questa tesi dichiarandosi competente a discutere la questione con quarantasette voti a favore contro sei (i cinque Paesi sovietici piIsraele) e due astensioni. Furono poi chiamati ad esporre i loro punti di vista i Rappresentanti delle due zone germaniche ed essi si diffusero ad esporre ampiamente nella sua totalità il problema tedesco. E dopo lunga discussione, per i cui dettagli rinvio eventualmente ai rapporti ed alla documentazione di allora, l’Assemblea decise la creazione della richiesta Commissione. Poiché peraltro i sovietici negarono ad essa ogni riconoscimento e collaborazione, la Commissione non mise mai in esecuzione il suo mandato, ed essa resta uno dei vari organi «dormenti» [sic] che le Nazioni Unite hanno seminato nella scia della loro passata attività.

3. Questi i due precedenti in seno alle Nazioni Unite in tema di Berlino e di problema della Germania in genere: ed ho voluto ricordarli entrambi sia per completezza di esposizione, sia per mettere in luce che, in materia, l’impostazione sovietica è stata sempre fondamentalmente opposta all’esame da parte delle N.U. di questioni interessanti la Germania derivanti dalla Seconda Guerra Mondiale. E nulla, mi pare, lascia pensare che tale impostazione sia mutata. Le dichiarazioni sovietiche dei giorni scorsi, di cui alla prima parte del presente rapporto, sulla possibilità che le Nazioni Unite possano entrare in qualche modo in giuoco per quanto riguarda l’attuazione eventuale di un nuovo «status» di Berlino, riguardano evidentemente cosa del tutto distinta.

Cipremesso, vorrei aggiungere che, a mio modo di vedere, di questi due precedenti quello che conserva attualità politica è il primo. Difficile mi pare infatti pensare che possano riprodursi condizioni quali quelle che portarono, nel 1951, su richiesta di Adenauer, ad investire l’Assemblea delle N.U. dell’esame di un punto di fondo concernente il problema tedesco. E, tra l’altro, occorre non dimenticare quanto la composizione dell’Assemblea ha variato da allora, rendendo anche da questo punto di vista meno agevole e meno interessante per gli Occidentali l’iter societario.

È invece possibile, per quanto naturalmente sia difficile prevedere ora quali avranno ad essere in definitiva gli sviluppi della recente iniziativa sovietica per Berlino, immaginare che le cose si pongano in forma di tensione tale sul piano delle relazioni est-ovest da riprodurre la situazione del 1948. In tal caso resta certo aperta alle Potenze occidentali la strada del ricorso al Consiglio di Sicurezza, senza escludere – in caso di veto sovietico – il successivo intervento di una Assemblea di Emergenza, procedura, quest’ultima, che ancora non era stata istaurata nel 1948.


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 339. 2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Bonn, Londra, Parigi e Washington.

15

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E ALL’AMBASCIATA A WASHINGTON(1)

Telespr. segreto 88/88. New York, 17 gennaio 1959.

Oggetto: Colloquio col Sig. Paul Hoffman, Direttore Generale del Fondo Speciale ONU.

Nei giorni scorsi ho avuto con il Sig. Paul Hoffman, Direttore Generale del Fondo Speciale delle Nazioni Unite, una lunga conversazione che, prendendo lo spunto da argomenti specifici relativi al Fondo – su cui riferisco separatamente – ha assunto un carattere generale, politico ed economico, ed ha permesso all’antico amministratore del Piano Marshall di fare un vero e proprio giro d’orizzonte e di esprimermi il suo pensiero su alcuni problemi da lui ritenuti fra i piimportanti ed urgenti nell’attuale momento storico.

Conosco il Signor Hoffman fin dall’inizio dell’applicazione del Piano Marshall e questa ormai vecchia conoscenza ha indotto il mio interlocutore ad esprimersi con franchezza estrema, sia pur pregandomi di voler considerare come confidenziale quanto mi avrebbe detto. Egli intendeva infatti esprimersi con me, non quale funzionario internazionale chiamato da poco ad un incarico di indubbia responsabilità e nemmeno come americano che in passato ha ricoperto importanti incarichi; ma da uomo dell’Occidente preoccupato della tensione oggi esistente e dei pericoli che in essa risiedono.

Secondo Hoffman, il mondo si trova oggi in una fase di acuta crisi e anche se tutti, russi e americani compresi, vogliono fermamente la pace, questa volontà rappresenterebbe una garanzia del tutto insufficiente contro la guerra, qualora la tensione Est-Ovest dovesse continuare a mantenersi al livello attuale e la corsa al riarmo dovesse procedere allo stesso ritmo o addirittura ancora lo accentuasse. Troppo facile, infatti, potrebbe essere uno slittamento verso una vera e propria guerra guerreggiata, se nulla cambiasse e se sulla ribalta non si manifestassero nuove idee e nuove iniziative. Vi sarebbero, poi, sempre i pericoli dello scoppio di una guerra per accidente e, d’altro canto, i pesi finanziari per il mantenimento del ritmo del riarmo sarebbero sempre piinsostenibili.

In tali condizioni, sarebbe indispensabile cercare di ridurre il pipossibile l’area in cui stanno attualmente manifestandosi piapertamente la rivalità e la concorrenza tra Russia e Stati Uniti. Di pi almeno per il momento, non si potrebbe fare; e un vero dialogo e accordo fra Russia e Stati Uniti non sarà realizzabile – sostiene Hoffman

– che quando saranno scomparse dalla scena politica le personalità russe e americane dell’attuale generazione dominante e sopratutto quelle che ancora rappresentano il gruppo dei rivoluzionari sovietici. Ad ogni modo, sempre secondo Paul Hoffman, questa situazione potrà verificarsi fra dieci e forse già anche soltanto fra cinque anni, quando dialogo e accordo fra i due grandi rivali dovrebbero venire anche facilitati da nuove considerazioni createsi nel sistema sovietico per la difficoltà di amministrare un moderno stato industriale con metodi tirannici. Uno stato del genere ha infatti necessità di una «borghesia» di amministratori, tecnici, scienziati e insegnanti, i quali non possono a lungo venir comandati a bacchetta come delle masse proletarie, operaie e contadine, e costituiscono un nuovo gruppo sociale con tendenze piliberali e democratiche.

L’area in cui la rivalità fra i due mondi pichiaramente si manifesta è quella dei Paesi sottosviluppati, ove dense popolazioni, dopo essersi per secoli rassegnate alla miseria, tale miseria ormai pinon accettano e intendono ad ogni costo avere almeno una fondata speranza di vita migliore.

Bisognerebbe quindi facilitare lo sviluppo economico delle regioni ad economia arretrata, e occorrerebbe farlo tenendo presente che alla base degli aiuti all’estero deve essere il preciso intendimento di rendere i Paesi aiutati veramente indipendenti, tanto dalla Russia quanto dagli Stati Uniti. Un programma che non si prefiggesse questo fine rappresenterebbe una cattiva politica, un’errata psicologia, una falsa morale e finirebbe per fallire.

L’attuale programma americano – ha asserito Hoffman – non è un vero programma di aiuto economico, come è dimostrato dal fatto che su un totale di 3.376 milioni di dollari distribuiti dal Mutual Security Program nel 1957 soltanto 350 milioni, poco pidi un decimo cioè, sono stati destinati allo sviluppo dell’economia dei Paesi economicamente arretrati. La Russia, intanto, nel corso degli ultimi tre anni e sotto forma di prestiti a basso interesse e a lunga scadenza, ha concesso degli aiuti a carattere prettamente economico per una cifra superiore a un miliardo e mezzo di dollari e ha così superato in questo settore gli americani in misura notevole, pur essendo entrata per ultima in questa arena di concorrenza internazionale. Proprio perché, poi, i suoi aiuti sono erogati con un apparente distacco da interessi politici, essi si rivelano fin d’ora come politicamente piefficaci di quelli degli Stati Uniti.

Nel frattempo, ha continuato Hoffman, gli Stati Uniti spendono quasi 45 miliardi di dollari all’anno in spese militari. Se tale spesa immensa è senz’altro necessaria per mantenere un equilibrio ed impedire un’aggressione, essa non purappresentare di per sé un fine: sarebbe infatti catastrofico errore continuare soltanto sulla strada del riarmo e non considerare il riarmo stesso semplicemente come un mezzo atto a guadagnar tempo per prendere iniziative che servano costruttivamente a creare una vera e solida base per la pace. Occorre comunque che gli Stati Uniti imprimano una nuova dinamica ai propri programmi di aiuto e abbiano il coraggio di affrontarli con rinnovata larghezza e nuove concezioni. Per esempio – sempre secondo Hoffman

–- non soltanto occorrerebbe aumentare, e di molto (Hoffman ritiene che 5 miliardi di dollari all’anno rappresenterebbero attualmente la somma necessaria e sufficiente per un programma efficace) gli aiuti economici alle regioni sottosviluppate; ma bisognerebbe anche esser pronti a riconoscere la precarietà di amicizie e alleanze acquistate a suon di dollari. Bisognerebbe riconoscere, inoltre, che ogni tentativo di ottenere fini politici a mezzo di aiuti economici è destinato a destare sospetti e a suscitare lamentele e proteste contro una supposta imposizione di condizioni politiche, anche quando queste condizioni non vengano realmente imposte. Per questo – Hoffman mi ha detto – egli guarda con interesse e con passione al suo nuovo compito. Secondo lui, infatti, il metodo ideale per distribuire gli aiuti sarebbe dunque quello di incanalarli attraverso le Nazioni Unite o, almeno, una organizzazione plurinazionale. Tali organizzazioni sarebbero infatti in grado di subordinare la concessione degli aiuti stessi a delle severe regole di buona amministrazione e di sano impiego economico che, se applicate da un singolo Paese dispensatore di aiuto, in un programma bilaterale, potrebbero facilmente originare nel Paese beneficiario insoddisfazione e insofferenza. - –- ad un costo totale, per gli Stati Uniti, di soli 13 miliardi di dollari – così dei nuovi programmi analoghi, applicati alle regioni sottosviluppate dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, potrebbero evitare un ulteriore ingigantimento delle spese militari americane e, unitamente a queste ultime, contribuire al mantenimento della pace, alla riduzione della tensione internazionale e al raggiungimento, in pace, del momento in cui dialogo e accordo Est-Ovest saranno realizzabili.

A mia specifica domanda, il Sig. Hoffman ha aggiunto infine che egli sarebbe fondamentalmente favorevole ad invitare la Russia a partecipare a forme di aiuto multilaterale: qualora infatti l’offerta venisse accettata, calore e tensione della concorrenza fra i due mondi verrebbero diminuiti, almeno nel settore economico, mentre in caso cioè di rifiuto da parte sovietica (e a questo riguardo egli mi ha fiduciosamente ricordato la frase di Kruscev, secondo cui l’URSS non impiegherà mai un copeco in programmi di aiuti multilaterali) l’Occidente potrebbe segnare al suo attivo un notevole successo politico, come già ai tempi del Piano Marshall.

Al termine del colloquio, Hoffman è venuto a parlare del proprio Paese e mi ha dichiarato che egli ha perso ogni speranza che la presente Amministrazione possa prendere qualsivoglia decisione di fondo nel settore della grande strategia che concerne gli aiuti economici e tanto meno concepirne un’erogazione insieme con fondi di origine sovietica. Mi ha lasciato, infine, molto chiaramente comprendere che egli si augura, per una possibilità di azione in tale settore – e ciè tanto pinotevole data la nota appartenenza di Hoffman al Partito repubblicano di cui nel 1952 egli è stato tra le pielevate personalità militanti – che il potere venga assunto nel 1960 da un Presidente democratico come lo Stevenson, il quale, nonostante gli insuccessi di due elezioni presidenziali, rimarrebbe tuttora la figura piindicata per dei programmi e delle iniziative di ampio respiro.

Per conto mio, ho detto Hoffman [sic] che il Governo italiano vedeva con estremo interesse svilupparsi iniziative per l’aiuto a Paesi sottosviluppati; del che la migliore dimostrazione poteva aversi nelle indicazioni date dal Presidente del Consiglio nei suoi colloqui del luglio scorso a Washington e nei riferimenti specifici da lui fatti a erogazioni da parte italiana. Indicazioni e riferimenti che avevano di pochi giorni preceduto il discorso del Presidente Eisenhower all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in cui il problema delle aree sottosviluppate era stato esaminato a fondo.

Non mi sarei dilungato a illustrare le idee di Hoffman, se esse non arieggiassero le spesse preoccupazioni e non indicassero alcuni dei rimedi cui ho fatto cenno nel mio recente rapporto n. 126 del 14 gennaio 1958, e se non assumessero particolare importanza in quanto riflettenti il pensiero di persona con incarico di diretta e notevole responsabilità per i programmi di aiuti dell’ONU.

Le idee di Hoffman non sono nuove nel mondo americano. Esse combaciano singolarmente con suggerimenti e considerazioni ormai alquanto frequenti nell’ambiente accademico degli Stati Uniti (vorrei ricordare a codesto Ministero i programmi di Millikan e Rostov del Center of International Studies di Harvard, a suo tempo segnalati dall’Assemblea in Washington). Tali idee per di pirappresentano un’accorta combinazione di motivi ideali («diamo progresso ai miseri») e di ragioni utilitarie di buon businessman americano («offriamo trattori, macchine, opere ai sottosviluppati e li salveremo dal comunismo anche se all’erogazione di tali beni parteciperanno per avventura i sovietici»).

Ciche comunque mi ha impressionato è che Hoffman, poggiando sulle idee che ho sopra esposte, sembra intenzionato a fare del Fondo Speciale, che è oggi la sua, inizialmente modesta, responsabilità, il trampolino di lancio di programmi di grande respiro che dovrebbero svolgersi con un successivo aumento di risorse e in un ambito internazionale. Ciperché, occorre realisticamente riconoscere, in tale ambito e ammantandosi di multilateralismo, Hoffman spera di conferire agli aiuti e ai sacrifici americani quella fisionomia che li renda meglio accetti e piefficaci di quanto non verificatosi negli ultimi anni. Come questo sarà possibile, con il Congresso americano da una parte e con la sottile accortezza dei Sovietici dall’altra, resta a vedere. A me premeva comunque delineare a codesto Ministero le intenzioni di chi, come Hoffman, dopo la prova indubbiamente feconda da lui data col Piano Marshall, ha acquistato indiscussa autorità e accarezza forse il miraggio di spostare su un piano internazionale-multilaterale e con mezzi ancor pirilevanti i postulati e i programmi da lui a suo tempo patrocinati e amministrati limitatamente all’Europa.

DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.

16

IL SEGRETARIO GENERALE

AGLI AFFARI ESTERI, DE FERRARIIS SALZANO,

ALL’AMBASCIATA A MOSCA(1)

T. 779/22. Roma, 19 gennaio 1959, ore 15,30.

V.E. è stata informata qui che, concordando Nota americana 15 gennaio, si è inteso da parte 5 Paesi Conferenza attacchi sorpresa ribadire unicità Delegazione occidentale Conferenza stessa e unità alleata.

Ove si fosse ritenuto opportuno invio ulteriori singole Note, avevamo espresso opinione(2) che queste si sarebbero dovute limitare ad accusare ricevuta Nota 10 gennaio del Governo sovietico e confermare che suddetta Nota americana è stata inviata a nome cinque Governi interessati.

Essendo, pertanto, stato deciso in tal senso da parte inglese, come da telegramma in riferimento, V.E., previa informazione colleghi cinque Paesi Conferenza attacchi sorpresa, vorrà presentare analoga Nota Minindiel.

Presente fa riferimento a suo 303.


1 Telegrammi ordinari 1959, URSS, partenza, vol. I.


2 Con T. 777/c. in pari data (Telegrammi ordinari 1959, Circolari partenza, vol. I), indirizzato alle Ambasciate a Londra, Ottawa, Parigi e Washington e alle Rappresentanze presso il Consiglio Atlantico a Parigi e presso l’ONU a New York, De Ferrariis Salzano aveva comunicato: «Avendo inglesi presentato oggi Nota risposta a Nota sovietica 10 corrente circa ripresa Conferenza attacchi sorpresa, sono state date istruzioni Ambasciata Mosca fare altrettanto. Testo si limiterà ad assicurare ricevuta Nota sovietica e confermerà che Nota americana 15 corrente è stata inviata a nome dei cinque Governi».


3 T. 1376/30 del 17 gennaio 1959 (Telegrammi ordinari 1959, URSS, arrivo, vol. I), con il quale Bounous aveva richiesto istruzioni, a seguito decisione inglese di presentazione Nota Minindiel.

17

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO, GRAZZI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 1579/31. Parigi, 20 gennaio 1959, ore 19,30 (perv. ore 20,10).

Oggetto: Conferenza attacchi di sorpresa.

Mio Telegramma 212 e telegramma ministeriale 777/c.3.

Contrariamente ad impegni presi con altri quattro interessati, Governo francese ha inviato a Governo sovietico Nota circostanziata su attacchi sorpresa cui testo, che trasmetto per corriere, ci è stato comunicato soltanto ieri sera 19 con informazione che Nota era già stata consegnata a Mosca il 17 corrente.

Nota francese, invece di limitarsi, come concordato, ad accusare ricevuta della Nota sovietica del 10 corrente, entra nella sostanza della questione anche se ripetendo argomenti esposti in Nota americana.

Da parte nostra come da parte di altre Delegazioni interessate sono state espresse a Delegazione francese rimostranze per mancata osservanza accordi. A noi ed agli altri Delegazione francese (cui nuovo capo Ambasciatore De Leusse ha assunto solo ieri) ha risposto con imbarazzo esprimendo rincrescimento per accaduto, che tuttavia essa non avrebbe potuto evitare essendo stata da Quai d’Orsay messa di fronte a fatto compiuto.

Né americani, né britannici, né canadesi intenderebbero comunque procedere con francesi in altre forme diverse da rimostranze verbali già fatte.

Aggiungo che Delegazione americana ha tenuto esprimerci suo compiacimento per decisione, di cui a telegramma ministeriale sopracitato, di limitarci ad accusare ricevuta Nota sovietica e di confermare con l’occasione che Nota americana è stata inviata a nome dei cinque Governi.

Comunicato Ambasciata Parigi.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana NATO Parigi, arrivo e partenza. 2 T. 1132/21 del 14 gennaio, non pubblicato. 3 Vedi D. 16, nota 2.

18

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 1622/92. Washington, 20 gennaio 1959, ore 20,30 (perv. ore 6,35 del 21).

Oggetto: Candidatura Consiglio Tutela.

Telegramma V.E. n. 182.

Walmsley ci ha ieri sera convocati per riparlarci problema elezione Consiglio Tutela e per chiederci se avevamo ricevuto istruzioni, poiché Ambasciata Roma aveva riferito su suo colloquio costà. In particolare voleva rettificare che Dipartimento non si è mai impegnato né con noi né con altri ed era assai dolente se Roma avesse riportato impressione di un venir meno a parola data. Inoltre voleva ribadirci che atteggiamento americano era dettato esclusivamente da preoccupazione possibile manovra Egitto e sovietica ottenere in Assemblea decisione in favore nuove elezioni nel Cameroun.

Da parte nostra, in ottemperanza istruzioni, provveduto ripetere nostre ragioni e desiderio ritornare a parlare questione dopo che Ortona avesse espletato suoi sondaggi con amministranti.

Walmsley riconosciuto che molti nostri punti avevano fondamento tuttavia insistito su esigenze carattere politico. Lasciatoci comprendere che Vice Presidenza avrebbe ulteriormente rafforzata nostra posizione per anno prossimo. Un nostro gesto sarebbe stato altamente apprezzato e Stati Uniti sarebberosi certamente regolati per il 1960 nei nostri confronti come nel caso Consiglio Sicurezza (mancava l'impegno formale ma non vi sono mai stati dubbi su voto americano in nostro favore).

Nel prendere atto ulteriori delucidazioni e nel reiterare nostre ragioni si è rimasti intesi rivederci tra giorni.

Prego pertanto farmi conoscere decisioni che V.E. vorrà adottare alla luce informazioni riferite da Ortona al fine intrattenerne opportunamente Dipartimento(3).

Telegrafato Roma e Italnation.


1 Telegrammi segreti 1959, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. I.


2 Vedi D. 11.


3 Vedi D. 19.

19

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, DE FERRARIIS SALZANO, ALL’AMBASCIATA A WASHINGTON(1)

T. segreto 896/22. Roma, 21 gennaio 1959, ore 22.

Oggetto: Presidenza Consiglio Tutela.

Istruzioni contenute telegramma numero 182 e comunicazione fatta questa Ambasciata USA sottolineano a alleati americani opportunità, anche ambito Nazioni Unite, definire concordemente linee condotta in problemi interesse comune.

In merito candidature ONU sappiamo che non assumonsi impegni formali; tuttavia notoria esistenza corrente favorevole nostra Presidenza 1959, avrebbe dovuto secondo nostre vedute consigliare Dipartimento Stato consultarci preventivamente in merito esigenze politiche intervenute di recente.

Tale iniziativa sarebbe stata in funzione opportunità evitare fra occidentali sembianze incrinatura(3).

V.E. vorrà illustrare a Dipartimento Stato queste considerazioni, tenendo presente che rinuncia italiana a Presidenza per questo anno esige in contropartita immediato appoggio a candidatura Vitelli a Vice Presidente, in vista massima carica per 19604.


1 Telegrammi segreti 1959, Stati Uniti d’America, arrivo e partenza, vol. II.


2 Vedi D. 11.


3 Così si era espresso De Ferrariis con Ortona con T. 893/9 in pari data (Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza): «Su Questione Consiglio Tutela approvasi atteggiamento esposto Suo telegramma circa necessità impedire che fronte occidentale subisca incrinatura ed assicurare per 1959-60 posizione preminente in Consiglio Tutela a Italia».


4 Con T. segreto 1827/101 del 22 gennaio 1959, trasmesso anche alla Rappresentanza presso l’ONU a New York (Telegrammi segreti 1959, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. I), Brosio aveva risposto nei seguenti termini: «Ho effettuato oggi passo con Wilcox, sottolineando motivi e valore nostro gesto e chiedendo assicurazioni per Vice Presidenza quest’anno e Presidenza per 1960. Wilcox ha voluto nuovamente chiarire ragioni, che avevano consigliato America nel chiederci rinviare ad anno prossimo nostra candidatura, al fine dissipare qualsiasi residuo dubbio circa motivi condotta Dipartimento. Ringraziato vivamente per prova cooperazione data da Governo italiano nell’interesse comune, dicendo che Dipartimento la apprezzava altamente. Aggiunto infine che Delegazione americana sarà lieta (se così nostra Rappresentanza New York lo giudicherà opportuno e desiderabile) prendere iniziativa per elezione Vitelli a Vice Presidenza. Quanto a 1960 detto non avere dubbi circa elezione nostro Rappresentante per tutti suoi titoli, compresi quelli che gli deriveranno da diritto rotazione ed esperienza acquisita per aver occupato carica Vice Presidenza. Comunque accettando mia tesi assicuratomi intesa Dipartimento per nostra elezione nel 1960. Per intanto in serata avrebbe dato istruzioni New York perché agisca d’accordo, e nel senso desiderato, con nostra Delegazione».

20

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. urgente 1266/3662. Washington, 23 gennaio 1959.

Oggetto: Fondo Speciale. Progetto di Napoli.

Riferimento: Telespresso Rappresentanza New York del 16 corrente(3).

Ho colto l’occasione del mio colloquio con Wilcox, sulla questione del Trusteeship Council(4), per parlargli del nostro progetto di istituire a Napoli un Centro di addestramento per tecnici per i Paesi sottosviluppati.

Ho preso lo spunto dal rapporto di Ortona sul suo colloquio con Hoffman per sottolineare i vantaggi del nostro piano e la convenienza di utilizzarlo per poter dare subito un pratico e giusto avvio ad una iniziativa di cui si avverte grande necessità.

Wilcox e Walmsley (era anch’egli presente al colloquio) mi hanno detto di esserne al corrente, ricordando l’esposizione fatta qui da Dainelli e l’azione ulteriore di appoggio svolta dalla nostra Ambasciata. La questione, per vero, non era di competenza del Dipartimento ma delle Nazioni Unite ed Ortona aveva fatto bene a parlarne a Hoffman.

Ho obiettato che il piano poteva inquadrarsi e nell’ambito delle Nazioni Unite ed in quello di altre iniziative americane, ma che comunque quello che mi premeva era una parola d’incoraggiamento, anzi di appoggio, da parte del Dipartimento ad Hoffman in questa fase di preparazione dell’attività del Fondo Speciale. A Roma si stava mettendo a punto un piano dettagliato e sarebbe stata mia cura fargliene avere copia al pipresto per consentirgli di svolgere l’opportuna azione di sostegno. Sembravami infatti opportuno, nel comune interesse, che l’azione del Fondo Speciale partisse sul piede giusto e Napoli, sia dal punto di vista della sua posizione geografica, sia da quello dell’importanza degli impianti, si presentava come una sistemazione ideale. Andava altresì tenuta presente la nostra esperienza in progetti di sviluppo – tipica l’azione della Cassa del Mezzogiorno – per consigliare la piseria presa in considerazione dell’offerta italiana.

Wilcox ne ha convenuto e mi ha detto che ben volentieri lo avrebbe fatto non appena da parte nostra si fosse presentato un piano concreto.

Per completezza d’informazione aggiungo che al livello uffici, dove avevano in precedenza sollevato il problema, ci è stato detto che da parte americana non ci si era mossi sino ad ora in attesa del nostro progetto. Si desiderava conoscere cioè meglio le nostre idee in materia di:

A) contributo italiano; B) durata dei corsi; C) numero dei partecipanti che possono essere ospitati ed istruiti; D) materia d’insegnamento; E) necessità di attrezzature e quali, ecc.

Il nostro programma avrebbe poi dovuto essere da noi discusso con il Managing Director del Fondo Speciale e con gli organi competenti delle Nazioni Unite. In ogni modo da parte americana si vedeva con favore l’iniziativa italiana e non si poteva che raccomandare un acceleramento nei tempi di presentazione del piano stesso.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Indirizzato, per conoscenza, alla Rappresentanza presso l’ONU a New York.


3 Si tratta con ogni probabilità del telespresso 88/88 del 17 gennaio 1959 (e non del 16), per il quale vedi D. 15.

21

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 282/1822. New York, 25 gennaio 1959.

Oggetto: Posizione greca alle N.U. Mia conversazione con questo Rappresentante ellenico.

Nel mio giro di visite agli altri Capi Missione ho avuto modo di intrattenermi in una lunga conversazione con il Delegato greco, Palamas. Le considerazioni da lui svoltemi in tale incontro mi paiono abbastanza interessanti quale riflesso delle impostazioni registrate nel corso delle varie votazioni da parte greca nell’Assemblea Generale per farne un breve cenno a codesto Ministero.

Palamas mi ha in sostanza sostenuto che l’Organizzazione va scadendo di importanza e di autorità perché i suoi membri si sono gradualmente lasciati trascinare in un politicantismo di lega discutibile, perdendo di vista quelli che dovrebbero essere gli scopi finali dell’Organizzazione delle N.U.

Tali scopi possono compendiarsi in una proposizione essenziale, quella cioè che l’Organizzazione è stata creata per porre una base legale alla convivenza tra i Paesi del mondo. Le vicende degli ultimi anni hanno invece lentamente portato le varie Delegazioni a unirsi secondo affinità di ordine vario e particolarmente regionale e ad operare piper scopi politici che per esigenze di carattere etico-giuridico. Ciha fatto sì che spesso si siano registrate votazioni insincere in cui i vari membri si sono allineati in certe direzioni anche quando essi erano lungi dall’essere convinti che quelle direzioni fossero le giuste, e ciunicamente per una esigenza di falsa solidarietà politica. Anche la funzione che poco per volta le Nazioni Unite sono andate assolvendo, di «assorbimento» dei contraccolpi della guerra fredda, ha contribuito a svisare e a compromettere la natura dell’Organizzazione, che dovrebbe essere strettamente legalitaria. Da cisono derivati anche i copiosi casi di astensionismo che sono divenuti oggi una via di uscita per coloro che vogliono sottrarsi o che non possono allinearsi su una chiara posizione etico-giuridica. Da ciil generale decadimento del prestigio e dell’importanza dell’Organizzazione. Ciche egli, Palamas, riteneva invece dovrebbe costituire la preoccupazione di ogni Delegazione, è una rigida corrispondenza alle esigenze legali dell’Organizzazione, affinché il Codice Internazionale che la Carta delle N.U. ha instaurato venga rispettato, prescindendo anche da quelle che possono essere tendenze e preferenze politiche. Occorre in sostanza, mi ha detto Palamas, che si ristabilisca un clima di indipendenza nell’atteggiamento delle Delegazioni, mancando la quale le N.U. finiranno per trovarsi sempre piin acque procellose, operando in sterili attività.

Evidentemente il mio collega greco voleva in questo modo spiegare e giustificare quelli che sono stati voti greci spesso in contrasto con gli allineamenti occidentali e motivi di imbarazzo per le Delegazioni atlantiche. Egli ha voluto in sostanza dare l’impressione che tale serie di posizioni derivasse da un’esigenza etica, quasi che nell’agone e nella politica internazionali l’etica non debba essere primariamente ancorata alle necessità di solidarietà nelle alleanze.

Ho comunque detto a Palamas che a mio avviso non ci si poteva non preoccupare del decadimento nell’ambito dell’Organizzazione stessa delle posizioni occidentali, ma ho trovato il mio interlocutore piinteressato a marcare la sua preoccupazione di indipendenza che ad ammettere analoghe sue preoccupazioni per una mancanza di maggiore solidarietà tra gli occidentali.

Egli ha comunque tenuto a dirmi che il suo Governo aveva profondamente apprezzato l’atteggiamento italiano nella questione di Cipro, atteggiamento che rispondeva esattamente a quelle preoccupazioni di indipendenza che egli mi aveva descritto nel corso della conversazione. È anzi a questo punto che, pur incassando il ringraziamento, ho tenuto a dire al mio collega greco che, malgrado tutto, dobbiamo anche preoccuparci del mantenimento di un solido fronte occidentale.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.2 Indirizzato, per conoscenza, all’Ambasciata ad Atene.

22

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 278/178. New York, 28 gennaio 1959.

Oggetto: Servizio Amministrativo Internazionale.

Faccio seguito al mio telespresso 247/147 del 25 gennaio(2) con il quale ho trasmesso un esemplare della nota TE 430 del 30 dicembre 1958, nonché tre esemplari del modello di accordo tipo concernente l’invio di esperti dell’ONU presso i Governi che richiedono l’aiuto di personale di amministrazione e di direzione, per far presenti alcune mie osservazioni circa la proposta di questo Segretariato di fornire personale di amministrazione e direzione anche ai Territori sotto Tutela, e nel nostro caso alla Somalia.

A mio avviso, questa iniziativa presa dal Segretariato non puessere accolta senza riserve.

Nonostante che questo programma di costituire un servizio amministrativo internazionale possa per il momento anche venir considerato come un allargamento del programma ampliato di assistenza tecnica delle Nazioni Unite, esso tuttavia presenta caratteristiche tutte proprie e persegue finalità del tutto diverse. In effetti non si tratta pidi fornire ai Governi che lo richiedano personale tecnico con funzioni di studio e di aiuto agli organi dell’Amministrazione locale, bensì di personale direttivo ed amministrativo che viene ad inserirsi nella struttura amministrativa del Territorio con proprie funzioni e responsabilità, e fra queste quella non trascurabile di preparare il personale autoctono.

In altri termini, nel caso specifico, questo personale viene a sostituirsi a personale fino ad oggi fornito dall’Autorità Amministrante, con lo svantaggio fra l’altro che l’Amministrazione continua ad accollarsi la spesa relativa.

Sono evidenti gli aspetti negativi che, da questo punto di vista, l’iniziativa presenta, specie se, come sembra l’intenzione del Segretariato, questa venisse col tempo potenziata ed allargata.

Evidentemente, inoltre, questo personale, una volta insediato, rimarrebbe anche oltre il termine del regime di tutela, e questo, per riferirmi in particolare alla Somalia, rappresenta una alternativa nei confronti dei nostri programmi di assicurare a quel Paese, dopo il 1960, l’assistenza di quel personale amministrativo e tecnico italiano che dovrebbe rappresentare uno dei piimportanti elementi di una nostra presenza.

Naturalmente queste mie considerazioni potranno meglio essere sviluppate e valutate da codesto Ministero e dall’AFIS. Tuttavia ho ritenuto opportuno portarle a conoscenza di codesto Ministero anche perché, da quanto mi consta, esse sono in generale condivise dalla maggior parte delle Autorità Amministranti interessate.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238. 2 Non pubblicato.

23

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 2482/19. New York, 30 gennaio 1959, ore 11,59 (perv. ore 9 del 31).

Oggetto: Questione siro-israeliana.

Miei 132 e 173.

Seduta odierna Consiglio di Sicurezza si è svolta secondo linee previste. È prevalso orientamento che modestia incidenti denunciati da Israele non giustificasse prolungata discussione e caso è stato concluso in seduta.

Dichiarazioni iniziali delle parti sostanzialmente moderate, corrispondenti a impostazioni già espostemi da rispettivi Rappresentanti e segnalate con telegrammi citati.

Dichiarazioni successive Membri Consiglio, che hanno preso tutti brevemente parola tranne Argentina e Tunisia, hanno seguito linee pressoché uniformi quasi unanimemente raccomandando regolare ricorso a meccanismo armistiziale. Come era da attendersi, vi è stato un accento particolarmente filo-israeliano da parte francese e vivacemente anti-israeliano da parte sovietica. Da rilevare inoltre particolare accentuazione Lodge nel commentare non favorevolmente ricorso da parte Israele a Consiglio Sicurezza per incidenti del genere.

In tale quadro ho pronunciato anch’io dichiarazione(4) nella quale ho posto in rilievo modestia sostanziale incidenti denunciati, che tuttavia non potevano non preoccupare per il loro ripetersi. Tali incidenti peraltro non apparivano tali da giustificare un apprezzamento pessimista della situazione: mentre poi non poteva non riconoscersi diritto Stati Membri ricorrere Consiglio, sembrava comunque raccomandabile che sia per tali incidenti e sia in generale si contasse maggiormente su meccanismo armistiziale.

A parte risonanza derivante da fatto che Consiglio Sicurezza si sia riunito per esame ricorso e da deplorazione incidenti che certo non poteva mancare da parte tutte Delegazioni, risultati conseguiti da iniziativa israeliana appaiono certamente modesti: ma certo Israele difficilmente poteva attendersi di pi(e colloquio avuto con Delegato Israeliano Eban stamane me ne aveva già dato sensazione), non solo per scarsa rilevanza fatti denunciati, ma anche per debolezza sua posizione derivante da mancata partecipazione Commissione Armistiziale.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. 2110/13 del 26 gennaio (ibid.), con cui Ortona aveva comunicato l’iniziativa di richiedere convocazione del Consiglio di Sicurezza da parte del Governo di Israele, preoccupato per il ripetersi di incidenti sulla linea di demarcazione con territorio siriano.


3 T. riservato 2301/17 del 30 gennaio (ibid.), con il quale Ortona, riferendo circa l’incontro con il Delegato egiziano, sottolineava da una parte la tendenza israeliana ad accentuare gravità situazione, dall’altra la tendenza delle Delegazioni a non attribuire eccessiva importanza ai recenti incidenti, posizione che lasciava presagire l’esaurimento della discussione con la seduta del giorno.


4 Il discorso di Ortona riguardante gli incidenti sulla linea di confine fra Israele e la RAU, primo tema sul quale egli fu chiamato ad intervenire in Consiglio di Sicurezza è in UN, Security Council, Official Records, Fourteenth year, 845th Meeting, 20 January 1959, at 4 p.m., pp. 23-24.

24

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, FOLCHI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

Telespr. 91/103082. Roma, 31 gennaio 1959.

Oggetto: Assistenza finanziaria e tecnica alla Somalia da parte delle Nazioni Unite.

Telespresso 100076 del 22.1.19593.

Per il seguito di competenza presso i competenti Organi delle Nazioni Unite si trasmette l’unita lettera, del 20 gennaio u.s., con la quale il Primo Ministro del Governo della Somalia chiede l’inoltro ufficiale e l’appoggio da parte del Governo italiano ad alcune richieste già prospettate, nelle vie brevi, al Segretario Generale delle Nazioni Unite – Sig. Hammarskjd – ed al Sig. Protitch - Sottosegretario delle Nazioni Unite per gli Affari della Tutela – nel corso della loro recente visita in Somalia.

Mentre il Signor Hammarskjd, come già a suo tempo segnalato, si è limitato ad ascoltare le richieste di assistenza tecnica senza esprimere particolari affidamenti in proposito, il Sig. Protitch ha promesso il suo personale interessamento ai problemi del Porto di Chisimaio, dell’Assistenza Tecnica, e dei Servizi del nuovo ruolo degli Amministrativi Internazionali delle Nazioni Unite ed ha consigliato il Primo Ministro di fare seguire una nota al Segretario Principale del Consiglio Consultivo delle Nazioni Unite in Mogadiscio.

Prima di parlarne con il Sig. Protitch il Primo Ministro aveva avvicinato l’Amministratore della Somalia per metterlo al corrente degli argomenti che intendeva trattare chiedendo in particolare se vi fosse nulla in contrario alla candidatura che Egli intendeva sostenere per un eventuale impiego di Gasbarri in Somalia nel nuovo ruolo degli Amministratori Internazionali delle Nazioni Unite.

La questione del Porto di Chisimaio costituisce oggi un argomento di grande attualità in Somalia vivamente discusso e commentato in seno alla opinione pubblica che si aspetta ora di vedere l’opera realizzata.

Il Governo in carica fa naturalmente molto affidamento sul nostro appoggio per cui sembra si debbano considerare urgenti ed opportuni i passi che ci vengono sollecitati presso gli Organi delle Nazioni Unite ove Consiglio di Tutela, Consiglio Economico e Sociale ed Assemblea Generale hanno anche recentemente raccomandato la Somalia alla attenzione del Fondo Speciale e delle Agenzie Specializzate per il finanziamento di progetti di sviluppo economico e per le diverse forme di assistenza tecnica.

Si prega pertanto di voler opportunamente segnalare quanto precede alle Competenti Autorità delle Nazioni Unite, facendo conoscere a questo Ministero, non appena possibile, le loro reazioni, e gli affidamenti che eventualmente fossero ottenuti.

Allegato

IL PRIMO MINISTRO DELLA SOMALIA, ABDULLAHI ISSA, ALL’AMMINISTRATORE DELLA SOMALIA, DI STEFANO

L. Mogadiscio, 20 gennaio 1959

Eccellenza,

mi è gradito compiegarle copia di una lettera da me inviata, in data odierna, al Segretario Principale delle Nazioni Unite in merito agli argomenti da me trattati con il Signor Dragoslov Protitch nel corso della recente visita in Somalia.

Le sarmolto grato, Eccellenza, se nel prospettare gli argomenti in questione ai competenti Organi italiani a Roma e a New York vorrà mettere nella opportuna evidenza l’importanza che essi rivestono per il mio Paese e l’affidamento che il mio Governo ripone in una favorevole soluzione da parte delle Nazioni Unite specie per il finanziamento del Porto di Chisimaio.

Con la conferma della mia pialta stima e considerazione, mi creda.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238.


2 Indirizzato, per conoscenza, anche all’Ambasciata a Washington, alla Direzione Generale degli Affari Politici, Ufficio III e Servizio ONU ed all’AFIS.


3 Non pubblicato.

25

IL CAPO DELL’UFFICIO III DELLA DIREZIONE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, VINCI(1)

Appunto. Roma, 3 febbraio 1959.

Oggetto: Unione del Sud Africa.

Non esistono fra il Sud Africa e l’Italia problemi politici pendenti.

Comunque la situazione politica dell’Unione puessere puntualizzata come segue:

A) Sul piano interno

Le elezioni dell’aprile 1958 hanno visto il trionfo ancora pinetto dei Nazionalisti, la cui decisa tendenza repubblicana fa intravedere la possibilità di un futuro distacco dell’Unione dal Commonwealth. Inoltre la politica dell’Apartheid ha trovato nuovo impulso sotto la guida del Primo Ministro H.P. Verwoerd, succeduto a Strijdom nel settembre 1958.

La recente applicazione del «Group Areas Act», infatti, con cui le popolazioni di colore vengono avviate, anche con la forza, in località e quartieri speciali, separati dalle zone bianche, segna l’inizio della fase dell’Apartheid detta «geografica».

B) Sul piano internazionale

Sul piano internazionale la politica del Sud Africa si concreta in tre questioni principali dibattute nell’ambito dell’ONU.

1. -La questione dell’Apartheid all’ONU. La XIII Assemblea Generale ha adottato il 31 ottobre 1958 (con 70 voti favorevoli, 5 contrari e 4 astensioni) una Risoluzione, sia pure con tono pimoderato dell’anno precedente, con cui viene condannato l’Apartheid. L’Italia – astenutasi nel corso della XII Assemblea – ha votato a favore in omaggio a principi di carattere generale posti anche alla base della Carta delle Nazioni Unite. 2. -Trattamento degli indiani. Il 10 dicembre 1958 la XIII Assemblea Generale delle N.U. ha adottato (con 69 voti favorevoli e 10 astensioni) una mozione con cui si raccomanda al Governo del Sud Africa di intavolare negoziati con i Governi dell’India e del Pakistan per risolvere la questione del trattamento della popolazione indo-pakistana residente in Sud Africa. Anche l’Italia, astenutasi finora in questo problema, ha votato a favore. 3. -Questione del Sud Ovest Africano. Il progetto – presentato dalla Commissione dei Buoni uffici – di spartire in due l’ex mandato della SdN, una parte da mantenere sotto tutela e l’altra da annettersi al Sud Africa, è stato respinto in sede di quarta Commissione dell’ONU il 29 settembre 1958. La Risoluzione (adottata con 55 voti favorevoli, tra cui l’Italia, contro 9 contrari e 8 astensioni) ha rinnovato in nome dell’Assemblea il mandato della Commissione dei Buoni uffici per studiare un piano atto ad assicurare all’intero territorio uno status internazionale.

DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 249.

26

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 361/2612. New York, 6 febbraio 1959.

Oggetto: Problemi Generali delle Nazioni Unite. Indirizzo di Dulles all’Associazione Avvocati di New York.

1. Un recente discorso del Segretario di Stato americano, Foster Dulles, dinanzi alla Associazione di Avvocati di New York, dedicato in gran parte ai problemi delle Nazioni Unite, ha, per la personalità dell’oratore e per le idee esposte, provocato non pochi commenti negli ambienti delle Nazioni Unite.

Alcune delle idee e delle affermazioni del Segretario di Stato americano sono state poi ieri riprese nel corso di una conferenza stampa del Segretario Generale (senza peraltro che il nome di Dulles venisse nominato) e con intonazione decisamente critica. Anche il Presidente dell’Assemblea, Malik, ha ripreso in una sua conferenza – tre giorni fa – temi analoghi a quelli sviluppati dal Segretario di Stato, risultandone una contrapposizione vivacemente polemica di punti di vista.

In questo periodo in cui le Nazioni Unite sono oggetto di attenzione nei confronti di problemi dell’importanza e gravità di quello di Berlino, è spiegabile che intorno a questa polemica – peraltro assai indiretta e teorica – si sia accentrata l’attenzione degli ambienti delle N.U.

L’Ambasciata a Washington avrà certamente riferito a codesto Ministero in merito ai vari argomenti toccati nel discorso del Segretario di Stato.

Vorrei quindi limitare i miei commenti a quella parte delle dichiarazioni di Dulles che pidirettamente hanno toccato le Nazioni Unite e che pimarcatamente hanno dato luogo a controversie e reazioni dialettiche qui.

2. Il tema generale svolto da Dulles «Pace attraverso il diritto» ha portato l’oratore a considerare le funzioni delle N.U. nel quadro della convivenza internazionale attuale. Secondo Dulles il comportamento dei Paesi liberi e di quelli comunisti è stato profondamente diverso, in quanto i secondi non hanno mai rinunciato al ricorso alla forza, anche in violazione dello Statuto, quando cirispondeva ai loro interessi. Opposto è stato il comportamento dei Paesi liberi, come è dimostrato dal fatto che quando alcuni di essi hanno ricorso [sic] alla forza (e Dulles si è soffermato sulla crisi di Suez), essi hanno perfinito col piegarsi alla autorità morale delle risoluzioni approvate dall’Assemblea. Inoltre essi hanno «anche promosso in maniera assai notevole pacifiche evoluzioni in conformità con i concetti della giustizia e della moralità», come è dimostrato dall’avvento all’indipendenza di ventun Paesi dopo il 1943. Le concezioni esposte da Dulles tendono sostanzialmente a considerare le Nazioni Unite non tanto come un foro politico di discussione, ma soprattutto come uno strumento che rispecchi esigenze universali di «giustizia» e di diritto, e che in base a questi criteri – ed a quello fondamentale di rinuncia alla forza – abbia il compito di realizzare una ordinata evoluzione della Società internazionale.

Una concezione, quindi, non lontana da quelle correnti di pensiero che tendono a vedere nelle Nazioni Unite una forma embrionale di «Governo mondiale». Secondo il Segretario di Stato «per la prima volta, con lo Statuto delle N.U., si è avuto un deciso sforzo per instaurare il diritto e la giustizia quale decisivo essenziale sostituto della forza».

Questa è l’idea centrale del discorso di Dulles, e su di essa si imperniano tutte le sue argomentazioni. E si tratta di una concezione che, se puapplicarsi ad un funzionamento ideale delle N.U., poco si attaglia – in verità – alla realtà attuale dell’Organizzazione. Del resto lo stesso Dulles non manca di riconoscerlo in parte quando aggiunge: «Dobbiamo dire che questi concetti non si sono ancora né definitivamente affermati, né possono dirsi definitivamente falliti» nella prassi delle N.U. Uno sforzo decisivo deve essere tuttavia fatto – secondo l’oratore – per attuare questo principio, quello cioè della «sostituzione dell’impiego della forza con la giustizia della comunità internazionale, riflettente la legge morale». Qualora cinon fosse possibile – ha aggiunto Dulles

– «qualche alternativa deve venire trovata alle N.U.». È questo l’accenno, piuttosto perentorio, che non ha mancato di creare qualche perplessità e preoccupazione sia presso il Segretario (come lo dimostrano le reazioni di Hammarskjoeld) e sia presso le varie Delegazioni, allo stesso modo con cui hanno provocato discussione e critica i tre ordini di conclusioni di carattere pratico, interessanti la struttura e il funzionamento delle N.U. esposte del Segretario di Stato.

3. La prima di queste conclusioni è che esiste una «pressante necessità [...]3 per una maggiore condanna ed una minore tolleranza del “doppio standard” in seno alle

N.U. derivante dalla azione dei Paesi del blocco sovietico». Il caso tipico e fondamentale del doppio standard, lumeggiato da Dulles nel suo discorso, è la contrapposizione tra il rispetto mostrato da Gran Bretagna, Francia ed Israele nell’autunno del 1956, quando si ritirarono dal Sinai e da Suez in omaggio alle risoluzioni in Assemblea, ed il disprezzo mostrato dall’Unione Sovietica di fronte alle risoluzioni concernenti l’Ungheria.

A questo riguardo qui si osserva che, se su di un piano morale cipusottolinearsi e dichiararsi, ed è certamente plausibile, sul piano politico è asserzione assai discutibile. Dulles per essere del tutto aderente alla realtà storica avrebbe dovuto rilevare che dietro alla ritirata franco-britannica e israeliana la pressione morale, esercitata dagli stessi Stati Uniti, era determinata anche da esigenze e considerazioni di ordine politico (vedi ad esempio l’opportunità di non perdere maggiormente quota con gli afro-asiatici). Per l’altro verso, nel caso ungherese vi è stata una pressione che si è limitata a deplorazioni in sostanza sterili e che non ha assunto altre forme pidecisive proprio per un calcolo politico e non certamente per una impostazione morale da parte degli Stati Uniti, i quali erano il solo e principale Paese che avrebbe potuto e dovuto esercitare maggiori pressioni. Un «doppio standard» si osserva – e con questo non si vuole certamente accusare o recriminare – è stato allora fatto applicato [sic] anche dagli Stati Uniti, che hanno diversamente dosato le pressioni politiche impellenti e decisive nei riguardi degli alleati, e tutto sommato inesistenti nei riguardi dell’Unione Sovietica.

Non si vede d’altra parte a quale formula Dulles volesse alludere con la dichiarazione della necessità di trovare un’alternativa.

Nel corso della sua conferenza stampa di ieri Hammarskjoeld, richiestone, ha ripreso il tema della funzionalità delle Nazioni Unite e dell’«alternativa», così esprimendosi: «Indipendentemente dall’influenza della guerra fredda sulla attività delle Nazioni Unite, queste sono molto attive e, spero, efficienti [...]3 possono esservi deficienze nella vita delle N. U. [...]3 possiamo cercare di migliorarle per corrispondere alla necessità, ma fondamentalmente ritengo che cidovrebbe essere sulle stesse basi. Per questa ragione non vedo come la parola “alternativa” dovrebbe venire interpretata... l’alternativa sarebbe una organizzazione in linea di principio, non universale».

4. La seconda conclusione cui Dulles perviene è che: «l’Assemblea Generale puessere ed è potente quando essa rappresenta un genuino giudizio morale. D’altra parte la stessa Assemblea pudivenire anche feudale e perfino tirannica, se dovesse svilupparsi sistema di voti per blocchi, sia in termini di aree geografiche, sia in termini di contrapposizione tra «haves» e «have nots».

Al riguardo di questa formulazione del Segretario di Stato, qui si osserva che l’Assemblea è fondamentalmente un organismo politico e non puesprimere altro che giudizi politici. E Hammarskjoeld ieri ha commentato (senza alcun riferimento al discorso di Dulles) «io forse non sono un moralista... le risoluzioni registrano giudizi, ed io spero che siano anche morali».

Lungi, purtroppo, dalle concezioni moralistiche di Foster Dulles, gli atteggiamenti dei vari Paesi sono determinati da considerazioni politiche e non potrebbe essere altrimenti. Tra queste considerazioni gioca anche l’appartenenza ai vari gruppi geografici, e l’analogia di situazioni economiche, sociali e anche razziali. Voler misconoscere queste situazioni – che l’Assemblea si limita a rispecchiare e che non crea – significa voler anche disconoscere talune realtà politiche che l’esperienza delle N.U. conferma ogni giorno. I gruppi (e la coesione di essi in Assemblea è assai relativa e rinvio al riguardo al mio telespresso n. 53/53 del 10 gennaio c.a.4) sono il risultato di determinate similarità o affinità: sopprimendoli alle Nazioni Unite, non per questo verrebbero meno, ad esempio, le profonde differenze tra «haves» a «have nots», e le pressanti richieste di questi ultimi («Gli "have nots" – ha commentato Hammarskjoeld – sono la maggioranza in molti parlamenti del mondo, e non credo che per questo l’economia è andata a rotoli»).

Condannare i gruppi in linea di principio non è certo conveniente quando dall’altra parte è sentita e predicata da parte occidentale l’esigenza di una maggior coesione tra gli occidentali stessi e tra i Paesi affini. E si è qui osservato anche che, senza coesione di gruppo, ben difficilmente gli stessi Stati Uniti avrebbero potuto evitare di rinviare annualmente la discussione sulla Cina comunista. E non è stato il genuino giudizio morale, ad esempio, dei 20 Paesi latino-americani, che ha indotto tali Paesi ad affiancare le posizioni americane a questo riguardo.

I raggruppamenti esistono alle N.U. e non potrebbero non esistere: si tratta realisticamente di accettarli, e per l’Occidente – una volta realizzata una possibile e quanto maggiore coesione all’interno – di destreggiarsi tra di essi e di adottare le opportune iniziative per difendere nei loro confronti i propri interessi.

5.- Punto finale delle conclusioni di Dulles è stato quello di sottolineare «la esigenza di un maggiore rispetto del diritto come base della stabilità e della fiducia». Dovrebbe darsi l’esempio di affermare sempre piil «dominio del diritto» sottoponendo le controversie alla Corte Internazionale di Giustizia, ovvero ad altri tribunali internazionali. Il problema di una maggiore utilizzazione della Corte Internazionale di Giustizia è certamente non privo di interesse. Ma nel contesto in cui lo ha posto il Segretario di Stato la sua importanza appare certamente esagerata: è chiaro, nei principi e nella prassi, che le controversie da sottomettersi alla Corte sono quelle di carattere essenzialmente giuridico (e lo stesso articolo 36 dello Statuto delle Nazioni Unite ciprevede). Ora non sono certamente le controversie di carattere giuridico quelle che maggiormente possono mettere in pericolo la pace internazionale: sono invece quelle politiche, e la competenza nei riguardi di esse è dallo Statuto attribuita al Consiglio di Sicurezza e all’Assemblea Generale, organi che esprimono valutazioni in base a criteri politici. - 6.- È stato osservato che l’intero discorso di Dulles non contiene, neppure una volta, l’uso della parola «politica». Esso è fondamentalmente basato su considerazioni moralistiche e giuridiche, alle quali il Segretario di Stato è stato trascinato sia dal suo temperamento e dalla sua formazione e sia dal tipo di pubblico al quale egli parlava.

Sta di fatto che quasi tutte le valutazioni e conclusioni esposte da Dulles sono state giudicate eccessivamente teoriche e dottrinarie in ambienti come quello delle Nazioni Unite in cui ogni giorno a ognuno incombe il compito di destreggiarsi proprio in funzione di condizioni ed esigenze politiche.

Non vi è dubbio che Dulles ha messo il dito su alcune piaghe che certamente esistono nell’Organizzazione e che sono fonte di preoccupazione soprattutto per gli occidentali: ma anche se la sua diagnosi in alcuni aspetti non è stata fallace, le cure che egli indica non sembrano intonate a sufficiente senso di realismo. Anche il Delegato greco mi parlava con lo stesso linguaggio giorni fa (vedi mio Telespresso n. 282/182 del 28 gennaio c.a.5) e nel deplorarmi la crescente minaccia dei blocchi, esortava a rispettare le impostazioni originarie dell’Organizzazione a sfondo strettamente legalitario.

Ma tale interpretazione porta proprio a quelle manifestazioni di indipendentismo che per l’Occidente nelle condizioni attuali potrebbero palesarsi pericolose. Meglio vale, sia pure in un quadro del massimo possibile rispetto di quelle impostazioni, guardare alla realtà politica dell’Organizzazione e agire in funzione di essa. E per questo mi richiamo a quanto segnalavo in recenti miei rapporti (in particolare n. 126 del 14 gennaio c.a.6) in cui facevo presente la necessità che l’Occidente, consapevole delle minacce e dei pericoli provenienti da altre parti e da altri blocchi, sapesse piefficacemente organizzare le sue difese e meglio armonizzare le sue iniziative. Possibilismo forse questo di lega meno elevata delle proclamazioni del Segretario di Stato, ma certamente piaderente alla realtà politica cui occorre qui costantemente guardare.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Indirizzato, per conoscenza, all’Ambasciata a Washington.


3 Gruppo mancante.


4 Si tratta verosimilmente del documento ritrasmesso con T. 23/0063/c. del 16 gennaio, per il quale vedi D. 5.


5 Recte del 25 gennaio. Vedi D. 21.


6 Vedi D. 10.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

[Telespr. 360/260]2. New York, 7 febbraio 1959.

Oggetto: Orientamento dei Paesi africani alle Nazioni Unite.

Nel corso della sua conferenza stampa di ieri Hammarskjd, richiesto di far conoscere le sue impressioni sul suo recente viaggio in alcuni Paesi africani, si è così tra l’altro espresso: «Sono stato molto incoraggiato dai contatti personali avuti con gli esponenti dei nuovi gruppi che emergono in Africa: intelligenti, dotati di senso di responsabilità, bene informati, notevolmente energici ed in un certo senso spregiudicati laddove io penso che noi, ed il resto del mondo, portiamo un fardello di troppa storia ed esperienza».

Hammarskjd ha quindi espresso un giudizio lusinghiero della nuova classe dirigente africana, ed in pubblico non poteva certo fare diversamente, anche se avrebbe potuto essere, volendo, pigenerico ed evasivo. Ma i Paesi nuovi sono quelli che Hammarskjd cura di pie cerca, nei contatti personali, di ingraziarsi, forse anche perché li considera suscettibili di venire nei loro orientamenti influenzati.

Comunque valutazioni non lontane, in certo senso, da quelle del Segretario Generale mi esprimeva giorni fa il sottosegretario Protitch, il quale ha recentemente effettuato un viaggio nei territori africani, specialmente tra quelli sotto tutela. Secondo Protitch alcuni dei nuovi Paesi africani che giungeranno all’indipendenza nei prossimi anni sono da considerarsi ancora vicini ai Paesi occidentali e non facilmente suscettibili ad influenze a noi contrarie. Protitch mi ha citato come esempi la Nigeria, il Camerun francese e la nostra Somalia. Egli ha aggiunto che la recente visita di Nkrumah in Nigeria aveva finito per svolgersi in maniera alquanto dimessa ed aveva mancato di suscitare quegli entusiasmi che il Primo Ministro del Ghana – portavoce battagliero del nazionalismo africano – aveva sperato.

Queste sono le dichiarazioni, tinteggiate inevitabilmente di ufficialità, degli esponenti del Segretariato: un apprezzamento ben diverso mi è invece venuto nel corso di una recente conversazione con questo Rappresentante del Giappone, Matsudaira. Egli mi ha intrattenuto a lungo sulle sue esperienze e sulle gravi difficoltà che egli incontra nel gruppo afro-asiatico. Con Matsudaira abbiamo constatato che, purtroppo, in tema di demagogia internazionale si verifica – come gli ho fatto osservare – un po’ il contrario dei convogli di guerra. Come in questi la velocità deve adeguarsi a quella della nave pilenta, nell’agone internazionale, quando si verifica una spinta demagogica, anche i pimoderati finiscono per essere trascinati dalla velocità e dal ritmo dei Paesi piestremisti. Questo è, purtroppo, quello che già si verifica in seno al gruppo afro-asiatico, ed è tutt’altro da escludere che cipossa attenuarsi con l’avvento di altri Paesi afro-asiatici all’indipendenza. In quel gruppo, Matsudaira mi ha detto, il Giappone puessere considerato uno dei pochi Paesi che esprimono voci di saggezza e moderazione, ed è per tale motivo che egli, Matsudaira, si trova sempre in una situazione di minoranza e costretto a lottare contro pressioni di allineamenti avversi. Gli Indiani, secondo Matsudaira, mantengono in quel gruppo un atteggiamento costantemente ambiguo e polivalente e non sono certo di aiuto a chi vuole intonare le decisioni del gruppo a linee moderate. Quanto agli orientamenti dei Paesi africani, il panorama è, da questo punto di vista, anche pipreoccupante. Tali Paesi hanno preso l’iniziativa delle agitazioni anticolonialiste, ed in questo campo non ci sono grandi differenze tra di loro, siano essi la Tunisia o il Ghana. L’ultima sessione della Assemblea ha anche registrato – mi ha aggiunto Matsudaira – un netto orientamento degli Africani verso una maggiore autonomia di decisioni nei confronti degli stessi colleghi asiatici, tanto che non sarebbero da escludersi possibilità di scissione in seno al gruppo afro-asiatico.

Ma se anche tale scissione non avvenisse, cipotrebbe essere sempre dovuto alla circostanza che gli Africani – affinché la loro azione nel campo anticolonialista possa risultare di qualche efficacia – avranno bisogno di venire affiancati dai pinumerosi Paesi asiatici.

Giunti ormai i Paesi asiatici alla completa indipendenza, la bandiera dell’anticolonialismo attivo è passata nelle mani di quelle africane [sic], ed in questo campo non è certo da prevedersi che la loro intransigenza abbia a diminuire. Non vi è dubbio comunque che i problemi dell’Africa avranno nei prossimi anni sempre maggior peso in seno alle Nazioni Unite, e presenteranno aspetti sempre pimeritevoli di attenzione da parte occidentale, sia in tema di – purtroppo molto oneroso – solidarietà colonialista, sia in tema di aiuti economici. Cimi sembra confermato dalle seguenti circostanze:

1) Il fatto che la XIII Assemblea Generale si riconvoca su un problema africano, per trattare cioè esclusivamente della questione del Camerun. Tale riunione, a parte la sua eccezionalità che già potrebbe costituire di per sé un motivo per condensare maggiormente l’attenzione dei Paesi membri sui problemi africani, si svolgerà per di piin un ambiente già sensibilizzato da varie manifestazioni significative di attività politica in Africa (dalla Conferenza di Accra alla riunione del Consiglio Economico ad Addis Abeba). Si aggiungano a cile iniziative delle Delegazioni africane nell’ambito delle Nazioni Unite e in particolare la sollecitudine dimostrata dalla Rappresentanza di Ghana a far circolare fra le Delegazioni il testo delle varie risoluzioni approvate alla Conferenza di Accra e, non priva di significato, quella della Rappresentanza di Liberia nel portare a conoscenza delle stesse la proposta del suo Governo che si costituisca un «Congresso» dei popoli indipendenti d’Africa sotto il nome di «Stati Associati d’Africa». Le risoluzioni predette portano titoli ben indicativi degli umori, se non forse anche dei propositi, che prevarranno tra i Rappresentanti dei Paesi dell’Africa Nera, come: «Risoluzione sul razzismo e sulle leggi e consuetudini discriminatorie», «Risoluzione sull’imperialismo e sul colonialismo», «Risoluzione sulle frontiere e sui movimenti federativi», e, anche, «sullo stabilimento di una organizzazione permanente».

2) L’attenzione e le iniziative con cui da parte dell’URSS si seguono tali manifestazioni africane. È stato ad esempio notato che in Consiglio di Tutela il Rappresentante sovietico Lobanov è stato sostituito da altro funzionario della Delegazione di grado pielevato, il Ministro Plenipotenziario Kurdyukov. Un gruppo di giovani funzionari della Delegazione sovietica segue assiduamente i dibattiti del Consiglio di Tutela, facendosi notare perché vi assiste dal recinto riservato alle Delegazioni degli Stati non membri del Consiglio stesso e non dall’emiciclo. Che possa non trattarsi di generico addestramento alle complessità procedurali delle Nazioni Unite cui potrebbero comprensibilmente venire sottoposti giovani Addetti, lo indicherebbe la circostanza che essi non si sono lasciati distrarre da contemporanee riunioni, avutesi in questi giorni, del Consiglio di Sicurezza e delle varie Commissioni attualmente in funzione. Questa partecipazione in forza della Delegazione sovietica ai dibattiti del Consiglio di Tutela parrebbe quindi doversi attribuire a preoccupazioni di altro genere e, comunque, pispecifiche, nel senso, appunto, che ho indicato.

In linea di sostanza poi l’atteggiamento russo di polemico appoggio delle posizioni anticolonialiste degli africani ha avuto modo di estrinsecarsi già fin dalle prime sedute del Consiglio di Tutela, quando cioè di fronte alla richiesta del delegato belga di posporre fino alla prossima sessione del maggio il dibattito sul Ruanda Urundi, il rappresentante russo vi si è nettamente opposto, chiedendo invece la discussione «senza indugi» dato che le condizioni in quel territorio davano motivo a «grande preoccupazione».

Tali essendo le manifestazioni che si possono qui registrare da parte africana e sovietica, vorrei ora concludere armonizzando queste manifestazioni con le dichiarazioni di Hammarskjd e di Protitch segnalate all’inizio di questa comunicazione. I Paesi africani sono oggi sotto la spinta, spesso demagogica, delle aspirazioni nazionalistiche. La formazione delle loro classi dirigenti, i loro tradizionali legami economici, le loro gravitazioni verso mari dominati dagli occidentali non possono perfar perdere loro di vista i vantaggi e la necessità di mantenere legami con l’Occidente. Così che, mentre li troveremo intransigenti e «alleati del diavolo», in questo caso l’URSS, in tema di colonialismo, non è da escludersi che, adeguandoci opportunamente alle loro aspirazioni in tale campo, si ottenga di mantenerli ancora vicini agli interessi occidentali. Comunque, contrastare recisamente gli africani sul tema loro prezioso del colonialismo, non potrebbe che suscitare contraccolpi sul piano politico generale.

Sono queste le preoccupazioni che, mi sembra, dovremmo tener presenti nell’imminente ripresa dei lavori dell’Assemblea e nell’ambito anche degli altri Organi, non ultimi quelli economici, nei prossimi mesi. E a questo riguardo mi sarà utile conoscere tempestivamente il pensiero di codesto Ministero.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960, (I versamento), b. 254, fasc. ONU parte generale.


2 Originale non rinvenuto. Si pubblica il testo ritrasmesso dal Servizio Nazioni Unite con T. 23/162/c. del 12 febbraio 1959 a tutte le Rappresentanze diplomatiche, all’AFIS a Mogadiscio, ai Consolati ad Hong Kong, Berlino, Damasco, Gerusalemme e per conoscenza alla Rappresentanza presso l’ONU a New York, alla Direzione Generale degli Affari Politici, Uffici I, II, III, IV, V e VI, Uffici NATO e CEUR, ai Servizi Stampa e Studi, al Contenzioso Diplomatico, alle Direzioni Generali degli Affari Economici e per gli Affari dell’Amministrazione italiana del Territorio sotto tutela della Somalia del Ministero degli Affari Esteri.

28

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

[…]2. New York, 12 febbraio 1959.

Oggetto: Problemi latino-americani alle Nazioni Unite.

Ho avuto occasione di intrattenermi a lungo stamane con il mio collega argentino in una visita protocollare. Alcuni spunti di tale conversazione mi sembrano meritevoli di attenzione e di segnalazione a codesto Ministero a complemento anche di quanto già riferito in occasione della visita del Presidente Frondizi presso le Nazioni Unite.

Il mio collega, ambasciatore Amadeo, mi ha infatti fornito qualche ulteriore elemento sulla conversazione avutasi tra il suo Presidente e il Segretario Generale, di cui uno mi ha particolarmente colpito in quanto ha riportato la mia attenzione su ciche già esponevo a codesto Ministero con la mia comunicazione n. 360/260 del 7 corrente(3) in merito al ruolo che i Paesi africani vanno assumendo nell’ambito delle Nazioni Unite.

A Frondizi infatti il Segretario Generale avrebbe detto di essere convinto che la seconda metà di questo secolo sarà caratterizzata dall’affermarsi delle nazioni africane e che queste assumeranno un ruolo sempre piimportante nell’ambito politico internazionale. Secondo Hammarskjd sarebbe questo un movimento che non si pucontrastare e di cui si deve tenere debito conto con la massima attenzione, provvedendo anzi ad accompagnare i Paesi che si avviano all’indipendenza con incoraggiamenti e sostegni sulla via che essi stanno per battere.

È questo un problema, mi ha commentato il mio collega argentino, che non puche essere guardato con estrema attenzione da altri gruppi regionali e che viene considerato con particolare interesse dal Governo argentino. Cinon tanto perché ci si voglia o ci si possa disporre in senso polemico in confronto di tali tendenze, ma quanto perché il loro graduale affermarsi deve indurre a meglio cementare la solidarietà tra quei Paesi occidentali che hanno affinità e interessi comuni. Non fosse che per i pericoli insiti in un prevalere numerico dei Paesi non occidentali, occorre vigilare attentamente per evitare che da ciderivino irreparabili «cadute» per l’Occidente stesso.

Ho detto ad Amadeo che era certo questa anche la mia sensazione e che in tal senso avevo già manifestato considerazioni e preoccupazioni al mio Governo. D’altro canto a tali problemi l’Italia era particolarmente interessata, proprio per gli addentellati che essa puavere con il mondo africano, sia per ovvi motivi di proiezione geografica, sia per la mancanza da parte sua di colonie e sia per la sua buona amministrazione della Somalia.

Amadeo, nel condividere tali considerazioni, mi ha poi anche fornito le seguenti ulteriori informazioni che mi paiono meritevoli di interesse:

1) La prossima Conferenza di Quito dei Paesi della Organizzazione americana avrebbe probabilmente costituito una importante occasione per un piefficace collegamento nei campi politico e militare tra gli interessi latino-americani e quelli dell’America del Nord. I problemi di tali due ordini erano stati appena toccati nel corso della visita del Presidente Frondizi a Washington e su di essi si era poco elaborato in sede bilaterale proprio perché, secondo Amadeo, essi avrebbero potuto essere oggetto di esame – e con particolare riguardo ad elargizione di assistenza americana nel campo militare – nel pivasto ambito multilaterale della Conferenza predetta.

2) In tale quadro di maggiore cementazione tra Nord e Sud-America, si aveva intenzione da parte argentina di prendere qualche iniziativa nei confronti di altri Paesi sud-americani per indurli ad una pimarcata e fattiva solidarietà e identità di azione nei confronti delle Nazioni Unite. Per concretare un’azione del genere, il Governo argentino non escludeva neppure di voler proporre la creazione di un «gruppo consultivo» sud-americano vero e proprio e con carattere formale presso le Nazioni Unite, nel quale si sarebbero dovuti dibattere problemi di portata mondiale non necessariamente collegati con le Nazioni Unite stesse, lasciando invece ad altre sedi l’esame delle questioni a carattere piprettamente locale.

3) Da parte argentina si auspicava poi uno stretto collegamento tra «latini» nell’ambito del Consiglio di Sicurezza anche perché in quella sede si potesse far sentire qualche voce da parte dei latini stessi senza che essi dovessero pedissequamente sottostare a pressioni o ispirazioni provenienti da altri Paesi. Per questo il mio collega argentino si riprometteva di tenere stretti contatti con noi per i prossimi due anni in cui siederemo insieme nel Consiglio di Sicurezza.

Ho naturalmente assicurato il mio collega che analoghi sentimenti mi animavano e gli ho ripetuto che le sue preoccupazioni e le sue allusioni alla necessità di maggiori coordinamenti nell’ambito occidentale erano le stesse che io nutrivo. A tale scopo, avendo egli ribadito l’importanza del mantenimento di un particolare contatto tra Italia e Latino-americani, gli ho rilevato che cifigurava già da tempo nelle linee di politica estera del mio Governo. Gli ho anche aggiunto che mi auguravo che certe impostazioni e difficoltà verificatesi nel campo economico dei rapporti con il Sud-America, quali quelle determinate soprattutto dall’entrata in vigore del Mercato Comune, potessero essere eliminate con franchi e leali scambi di vedute, dato che non era certamente nelle intenzioni degli europei di arrecare nocumento agli interessi sud-americani.

Ho trovato in sostanza il mio collega argentino bene intonato per una profonda collaborazione, la cui opportunità, sono certo, codesto Ministero condividerà.

Vorrei aggiungere che preoccupazioni derivanti dall’aumento del numero e dal crescere delle intonazioni anti-occidentali dei Paesi africani ho riscontrato ugualmente molto vive in tutti gli Ambasciatori latino-americani che ho incontrato finora. Quello peruviano mi ricordava anch’egli stamane che uno dei fini che il suo Presidente mirava a perseguire era in effetti la creazione di una «unione latina» tra i Paesi sud-americani e quelli latini occidentali. Tale preoccupato interesse da me riscontrato potrebbe costituire una interessante conferma che i propositi di una maggiore e pifattiva solidarietà, per la difesa degli interessi occidentali espressi dal rappresentante argentino sono già oggetto in questo momento di un esame piattento che non in passato.

Naturalmente non è da attendersi che questi orientamenti dei Paesi latino-americani possano estendersi fino ad una generale e completa solidarietà nei riguardi dei piscottanti problemi a carattere coloniale.

Permangono pur sempre – malgrado ogni buona generale intenzione – le questioni di carattere economico. Cinondimeno mi è parso interessante registrare le tendenze emerse nei miei colloqui di questi giorni tra i miei colleghi di quel settore, tendenze che cercherdi seguire attivamente e ovviamente di assecondare.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960, (I versamento), b. 254, fasc. ONU parte generale.


2 Originale non rinvenuto. Si pubblica il testo ritrasmesso con T. 16/ 01061/c. del 18 febbraio 1959 dalla Direzione Generale degli Affari Politici, Ufficio VI alle Ambasciate ad Assunzione, Bogotà, Bonn, Buenos Aires, Caracas, Ciudad Trujillo, Guatemala, L’Avana, La Paz, Lima, Lisbona, Londra, Madrid, Managua, Messico, Montevideo, Ottawa, Panama, Parigi, Porto Principe, Quito, Rio de Janeiro, San José di Costarica, San Salvador, Santiago, Tegucigalpa, Washington, alle Rappresentanze presso l’Onu a New York, presso il Centro Europeo delle N.U. a Ginevra, presso il Consiglio Atlantico a Parigi e presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo alla Segreteria Generale, alle Direzioni Generali degli Affari Politici, Segreteria ed Uffici I, II, III, IV, V, VII e NATO, degli Affari Economici, Ufficio I, dell’Emigrazione, Ufficio II, delle Relazioni Culturali, Segreteria, ai Servizi Onu, Stampa e Studi del Ministero degli Affari Esteri


3 Vedi D. 27.

29

L’AMBASCIATORE A BUDAPEST, FRANCO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 3845/510. Budapest, 18 febbraio 1959, ore 10,45 (perv. ore 11).

Oggetto: Atteggiamento italiano all'ONU. Reazioni ungheresi.

Con nota verbale in data 16 corrente(2) questo Ministero degli Affari Esteri osservato che «in varie occasioni durante anno 1958 Rappresentante ufficiale italiano ha assunto atteggiamento ingiurioso ed ostile nei riguardi Ungheria prendendo parte attiva nella grossolana discriminazione (sic) organizzata dagli USA contro Ungheria».

Nota prosegue sottolineando che quanto precede si è verificato «in modo flagrante» nel corso 23ª Assemblea ONU in sede votazione progetto risoluzione relativa questione ungherese e afferma che discorso pronunciato da Delegato italiano il quale «usava termini ingiuriosi e inamichevoli per appoggiare attività dei centri dirigenti Stati Uniti […]3 omissis» contrasta con «qualche manifestazione ufficiale da parte italiana (durante il 1958) che indica l'intenzione di migliorare i rapporti tra Italia e Ungheria».

Si afferma che «Governo ungherese non (dico non) è indifferente a concetti del Governo italiano nei riguardi ulteriori sviluppi rapporti due Paesi e desidera prendere in considerazione [sic] per attuare sua propria politica nei riguardi Italia».

In conclusione Ministero degli Affari Esteri ungherese prega questa Legazione voler comunicare «al pipresto possibile se, secondo Governo italiano, partecipazione Delegato italiano in raccomandazione progetto risoluzione suindicato il quale è contrario spirito carta ONU nonché discorso da lui pronunciato, possono essere considerati come manifestazione politica ufficiale italiana verso Ungheria».

Richiamo in proposito mio telespresso urgente n. 1282 in data 3 novembre scorso con il quale riferivo accenno fattomi da Szarka sul conto che questo Governo avrebbe tenuto del nostro atteggiamento all'ONU: in tale occasione avevo ben chiarito che Delegazione italiana ONU agisce (come tutte le altre) in base alle istruzioni Governo, ciche rende formalmente superfluo quesito posto con odierna nota ungherese.

Ricordo d'altra parte che in conferenza stampa 20 dicembre scorso portavoce dichiarava che Governo ungherese proponevasi ottenere da ONU ritiro risoluzione relativa questione ungherese (mio telespresso n. 1422 del 22 dicembre scorso).

Osservo che non è esclusa possibilità rispondere senza fretta e solo verbalmente in accordo con altri destinatari nota: ché altrimenti occorrerebbe, ove possibile, delineare distinzione tra rapporti bilaterali ed impegni derivanti Carta Nazioni Unite.

Confronto tra impostazione nota ungherese e nostra risposta – ove questa dovesse essere pertinente – dovrebbe avere ripercussioni sgradevoli almeno per questa Rappresentanza ma non (dico non) è mia impressione che questo Governo cerchi giungere attuale momento alterazione rapporti diplomatici.

Nota analoga è già stata presentata in pari data alla Legazione di Francia che ha telegrafato suo Governo chiedendo istruzioni e affermasi verrà ripetuta altri Stati presentatori risoluzione ONU. A differenza Nota per noi, quella per Francia non (dico non) sollecita alcuna risposta. Interessante che non (dico non) è stata per ora presentata a inglesi, probabilmente in relazione al fatto che nuovo Ministro ha presentato lettere credenziali 13 corrente e inoltre ha con l'occasione deposto corona a monumento eroi ungheresi(4).


1 Telegrammi segreti 1959, Romania-Yemen, Ministeri, Miscellanea, arrivo e partenza.


2 Non pubblicata.


3 Gruppo mancante.


4 Successivamente, con T. segreto 4028/511 del 20 febbraio 1959 (ibid.), Franco comunic «Mio telegramma 510. In relazione ultimo periodo telegramma suddetto comunico che contrariamente a previsioni anche questa Legazione Gran Bretagna ha ricevuto ieri Nota verbale. Risulta simile quella diretta a noi compreso ingenuo quesito circa validità discorso ufficiale pronunciato da Rappresentante inglese ONU per questione ungherese 13ª Assemblea. Nel riferire suo Governo collega britannico ha espresso parere conforme al mio aggiungendo che ove venga deciso dare risposta scritta essa consiglierebbe fondarsi su argomenti giuridici in relazione diritti e doveri derivanti appartenenza ONU. Legazione di Francia, momentaneamente retta da Incaricato d'affari, non ha formulato pareri circa risposta. Noto che con discorso pronunciato ieri Assemblea Nazionale, di cui riferisco per corriere, questo Primo Ministro si è espresso in termini concilianti nei riguardi rapporti generali con Paesi Atlantici – facendo abituali riserve nei riguardi Stati Uniti d'America – e menzionando in particolare motivi soddisfazione per relazioni in corso con Italia, Inghilterra e Francia e Benelux».

30

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 581/3812. New York, 25 febbraio 1959.

Oggetto: Conversazione con il Delegato americano all’ONU Lodge.

Ho avuto ieri occasione di incontrarmi con Lodge e di conversare con lui su vari problemi del momento. Si è trattato di un colloquio occasionale: proprio perperché Lodge ha espresso opinioni personali, mi è sembrato interessante annotarle, tanto piche, come ha segnalato l’Ambasciata a Washington, egli continua a far parte della rosa di nomi per la eventuale successione di Dulles.

Berlino e Germania. – In realtà Lodge appare convinto che sia erroneo intrattenere speranze di distensione. E ancor piconvinto egli appare del fatto che Krushev abbia scatenato la nuova crisi su Berlino partendo da errate impressioni e da un fallace calcolo in merito al significato delle elezioni del Congresso americanodel novembre scorso. È facile per uno straniero incorrere in errori di valutazione sull’andamento della politica estera americana quando si verificano così importanti rivolgimenti nel panorama parlamentare dei due partiti. L’indubbio successo dei democratici puavere indotto il Cremlino a pensare che i dirigenti americani sarebbero stati costretti ad una linea di maggiore arrendevolezza e che essi avrebbero abbandonato i postulati delle posizioni occidentali in tema di riunificazione tedesca, ecc. Forse proprio per valutare la portata di tali cambiamenti nel panorama congressuale americano Krushev aveva inviato negli Stati Uniti Mikoyan, facendo precedere tale viaggio dall’iniziativa su Berlino allo scopo di catalizzare eventuali nuove tendenze del Congresso americano. Lodge dubita perche «il rapporto» di Mikoyan al Kremlino sia stato fedele ed abbia rispecchiato la reale situazione negli Stati Uniti che si compendia in una semplice proposizione. Sempre secondo il mio collega americano, nulla farà deflettere l’America da una difesa ad oltranza delle posizioni occidentali a Berlino. È questo un problema su cui vi sarebbe assoluta concordanza di idee tra i due partiti politici, i quali possono certo contare su una piena adesione in tal senso da parte dell’opinione pubblica. Se nella crisi di Quemoy e Matsu si era manifestata in America qualche leggera deviazione della linea ufficiale del Governo, la crisi di Berlino non registra eccezioni di sorta nella determinazione degli Americani di resistere al giuoco sovietico. Purtroppo è tutt’altro che sicuro che tale determinazione, fermamente come essa viene sentita, sia stata bene rappresentata da Mikoyan al Kremlino (e l’atteggiamento di Krushev degli ultimi due giorni lo starebbe a dimostrare): vi è da dubitare sia perché pregiudizialmente i sovietici sono portati a dare una interpretazione propria dei fatti altrui e sia perché il regime di Mosca è tale da rendere difficile a qualsiasi esponente anche elevato della gerarchia sovietica di esporre con sincerità constatazioni che possono non essere totalmente gradite al Kremlino stesso.

Problemi africani. – Mentre su quanto accennato da Lodge circa i Camerun riferisco a parte, ritengo interessante registrare che Lodge si è espresso con tranquillità e fiduciosa aspettativa circa gli sviluppi in quel continente e l’atteggiamento dei nuovi Paesi membri del gruppo africano. Egli ha manifestato la convinzione – e mi domando quanto fondatamente – che una saggia politica di aiuti economici consenta di tener vicina all’Occidente la massima parte di quei Paesi. Lodge ha detto di guardare al Fondo Speciale con attenzione ed interesse, in quanto la sua attività potrà essere suscettibile di importanti sviluppi proprio nella direzione dell’assistenza ai Paesi africani. D’altro canto la presenza di Hoffman alla direzione del Fondo è garanzia di vitalità e dinamismo per tale nuovo organo delle Nazioni Unite. Un settore di attività al quale l’Organizzazione dovrebbe poi particolarmente dedicarsi è, secondo Lodge, quello del potenziamento del noto Ruolo di amministratori internazionali che possa adeguatamente riempire i vuoti che si creeranno nelle amministrazioni governative e locali con la fine dei vari regimi coloniali. In sostanza, secondo Lodge, i Paesi africani dovranno essere adeguatamente aiutati e sostenuti se si vuole che essi possano costruire un «attivo» per l’Occidente nell’Organizzazione. Bisogna comunque guardare al problema con la convinzione che maggiore sarà la debolezza congenita dei nuovi Paesi indipendenti, maggiore la necessità di elargizioni a loro favore.

Nasser. – Lodge si è dimostrato convinto che col Dittatore egiziano sia tuttora e sempre possibile il mantenimento di un rapporto proficuo per l’Occidente. Il suo regime accusa oggi delle debolezze e si muove tra grandi difficoltà; si tratta di un pesante assetto di «Stato di polizia» il cui mantenimento è costosissimo per l’erario egiziano. Vi sono poi, a complicare la posizione di Nasser, i problemi siriano ed irakeno. Cifa sì che Nasser debba continuare a guardare all’Occidente. Occorre non farsi illusioni: il mantenimento del rapporto con lui sarà possibile solo se e in quanto l’Occidente non chiederà a Nasser di pronunciarsi in suo favore. Il meglio da farsi con Nasser è quindi cercare di lavorare con lui su una base di problemi concreti evitando quelli troppo vistosi in cui l’impegno occidentale sia impossibile o dubbio, e non pretendere da Nasser proclamazioni e allineamenti che implichino un suo allontanamento pubblico e ufficiale da una linea strettamente neutralistica. Così facendo, l’Occidente potrà forse col tempo mantenere qualche posizione in quel settore.

In conclusione Lodge mi è apparso pienamente intonato con la linea di fermezza del Dipartimento sul tema tedesco e scettico sulle prospettive di qualche concreta possibilità di intesa tra Occidente e Mosca in proposito. E di qui anche la convinzione da lui espressa che il Consiglio di Sicurezza potrà essere chiamato a qualche nuova pesante responsabilità nei prossimi mesi, e cinon tanto per sottolineare ed integrare un accordo, ma quanto forse per attenuare un nuovo gigantesco urto.

Meno pessimista – e d’altra parte in linea con i suoi atteggiamenti già segnalati in passato – si è mostrato Lodge sulla possibilità che l’avvento di nuovi Paesi africani all’indipendenza potrà aprire all’Occidente.

Ai riguardi del Ruolo di amministratori internazionali e del Fondo Speciale, il favore con cui Lodge si è espresso mi sembra meritare attenzione in relazione a eventuali evoluzioni dell’atteggiamento americano. Nei riguardi di ambedue i problemi non pudirsi infatti che nel passato la Delegazione americana abbia manifestato particolare ed attivo interesse: il Fondo Speciale è stato in ultima analisi accettato come una concessione temporeggiatrice verso i sottosviluppati, nell’intesa che restasse limitato ad una appendice del Programma di Assistenza Tecnica, e quanto dettomi da Hoffmann circa il Fondo e a suo tempo segnalato, deve tuttavia essere considerato come una manifestazione di ordine piuttosto personale, tanta è la cautela sempre posta dagli Americani nell’allontanarsi dalle formule di concessione di aiuti su basi bilaterali. Il Ruolo di amministratori è stato avviato, per la insistenza del Segretario Generale, in forma per ora assai limitata, sperimentale e circoscritta, con la acquiescenza piche con la attiva partecipazione ed appoggio americani. Se le idee espressemi da Lodge si tradurranno effettivamente in una nuova linea politica, sia il Fondo che il Ruolo potranno avere notevoli sviluppi, e su questo mi propongo ovviamente di vigilare attentamente.

Quanto sopra segnalo per conoscenza anche dell’Ambasciata a Washington in relazione a quanto già da essa segnalato circa l’atteggiamento americano soprattutto sul tema di Berlino.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale. 2 Indirizzato, per conoscenza, all’Ambasciata a Washington.

31

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 4620/229. Washington, 26 febbraio 1959, ore 11,30 (perv. ore 18).

Oggetto: Sospensione esperimenti nucleari.

Dipartimento dettoci ieri sera che è ormai chiaro sovietici non intendono modificare atteggiamento intransigenza assunto in merito problemi connessi con sospensione esperimenti nucleari. Russi mantengono cioè loro posizione su questioni veto, sistema controlli, composizione gruppi controllo. È pertanto da prevedersi prossima fine Conferenza Tripartita Ginevra. Unico problema ancora da definire tra anglo-americani è se prendere iniziativa proporre scioglimento definitivo Conferenza Tripartita o limitarsi

– a dimostrazione buona volontà – proporre soltanto aggiornamento a data da fissarsi ulteriormente.


1 Telegrammi ordinari 1959, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. I.

32

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, FOLCHI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU E ALL’AFIS(1)

Telespr. 91/106342. Roma, 26 febbraio 1959.

Oggetto: Intervento delle Nazioni Unite a favore della Somalia.

Telespresso della Rappresentanza presso le N.U. n. 358/258 del 7 c.m.3.

Sulle considerazioni prospettate dalla Rappresentanza presso le Nazioni Unite col telespresso in riferimento, questo Ministero – premesso che in materia di assistenza tecnica delle N.U. sono stati approvati per l'anno 1959, nei riguardi della Somalia, 10 progetti per la Categoria I e 7 per la Categoria II – ritiene di poter fare il punto, al momento attuale, come segue:

1) Porto di Chisimaio o eventuali altri progetti da realizzare con mezzi del «Special Fund». Data la grande importanza ed utilità che l'opera riveste per la Somalia, sembra opportuno, allo stato delle cose, di non recedere dalla richiesta di un finanziamento per il porto di Chisimaio da parte del Fondo Speciale per i Paesi sottosviluppati, anche se l'interessamento del Fondo stesso al progetto puapparire problematico; e citanto piin quanto il Signor Protich, il quale sembra avere preso a cuore la cosa, farà, se non ha già fatto, personalmente dei passi tendenti a rendere possibile l'accoglimento della richiesta.

La Rappresentanza presso le Nazioni Unite vorrà quindi agire in senso positivo

– come del resto ha essa stessa proposto – nel momento che riterrà piopportuno in relazione ai passi di Protich ed ai relativi risultati. Questo Ministero – che è in attesa di ricevere, nelle versioni italiana ed inglese, il progetto dell'opera in argomento già redatto dalla Società «Alpina» e convenientemente elaborato sia dal punto di vista tecnico che da quello finanziario – invierà il progetto stesso alla Rappresentanza non appena ne sarà in possesso.

Dal canto suo, e per ogni eventualità, sarebbe opportuno che l'AFIS mettesse allo studio ed approntasse qualche altro progetto (Azienda Pilota o simile, come accennato dalla Rappresentanza presso l'ONU) avente carattere tale da farlo ritenere di sicuro inserimento fra quelli che formeranno oggetto della programmazione del Fondo Speciale, secondo le indicazioni fornite dalla stessa Rappresentanza col suo telespresso n. 302/202 del 31 gennaio u.s.3.

2) Ulteriori progetti da realizzare con mezzi del «Contingency Fund». In relazione al punto 2) della lettera inviata il 20 gennaio u.s. dal Primo Ministro del Governo somalo al Segretario Principale del Consiglio Consultivo delle Nazioni Unite in Mogadiscio, riguardante ulteriori richieste di assistenza per particolari necessità della Somalia, nonché alla segnalazione fatta al riguardo dal Signor Protich al Signor David Owen, si prega l’AFIS di invitare il Governo somalo a precisare le richieste stesse e a predisporre i relativi piani opportunamente elaborati.

3) Esperti amministrativi delle Nazioni Unite. Alla luce delle considerazioni esposte dalla Rappresentanza col telespresso in riferimento e con i precedenti telespressi n. 278/1784 e n. 324/2243 rispettivamente in data 28 gennaio u.s. e 4 febbraio corrente (inviati, questi ultimi, a Mogadiscio coi telespressi ministeriali n. 91/10364 e n. 91/10538 del 5 e del 18 corrente mese), questo argomento riveste evidentemente carattere di speciale delicatezza. Su di esso si richiama pertanto la particolare attenzione dell'AFIS, con invito ad esprimere il suo ponderato e circostanziato punto di vista e con riserva, da parte di questo Ministero, di ritornare sull'argomento stesso dopo un piapprofondito esame della questione.

Per quanto riguarda la designazione del dott. Gasbarri, mentre si prega la Rappresentanza di continuare a svolgere ogni sua piefficace azione per la nomina del funzionario medesimo ad un adeguato posto nella Commissione Economica delle Nazioni Unite per l'Africa, secondo le istruzioni contenute nel telespresso ministeriale n. 71/00538 del 21 gennaio u.s.3, si ritiene di dover condividere il parere della Rappresentanza stessa circa l'opportunità di soprassedere alla richiesta del Gasbarri quale esperto amministrativo per il Governo somalo, in attesa di definire l'atteggiamento da assumere sulla questione nel suo complesso e non senza considerare, in particolare, la posizione giuridica che il funzionario si troverebbe ad assumere in base al modello di accordo tipo concernente l'invio di esperti dell'ONU presso i Governi che domandino l'aiuto di personale amministrativo direttivo (modello trasmesso all'AFIS in allegato al telespresso ministeriale n. 91/10298 del 29 gennaio u.s.3).

4) Procedura per le richieste di assistenza tecnica. Si condivide, al riguardo, l'asserzione della Rappresentanza nel senso che qualunque richiesta di intervento su questioni a carattere internazionale concernenti la Somalia, non pupromanare, in via formale ed ufficiale, se non dall'Autorità amministrante. È tuttavia da tenere presente che, in vista della sempre pilarga autonomia concessa e da concedere al Governo somalo, non sembra opportuno (né pare oggi possibile) evitare che contatti ufficiosi e rapporti a carattere personale – anche nei riguardi delle questioni in argomento, purché sia intervenuto un preventivo consenso dell'Amministratore fiduciario – vengano tenuti e mantenuti da membri del Governo medesimo con personalità ufficiali di organizzazioni internazionali.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238.


2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate ad Addis Abeba, Londra e Washington, alle Direzioni Generali degli Affari Politici, Ufficio III e Servizio ONU, degli Affari Economici, Ufficio IV, del Personale e Amministrazione Interna, Ufficio I.


3 Non pubblicato. 4 Vedi D. 22.

33

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 598/3982. New York, 26 febbraio 1959.

Oggetto: Commissione Speciale delle Nazioni Unite per gli spazi ultra-atmosferici. Riferimento: Telegramma di questa Rappresentanza n. 33 in data 25 corrente(3).

1. Come ho già segnalato telegraficamente, gli americani sono venuti nella determinazione di promuovere la convocazione della Commissione Speciale delle N.U. per gli spazi ultra-atmosferici istituita dall’Assemblea Generale con la risoluzione n. 1348

(XIII) di cui, ad ogni buon fine, unisco il testo(4).

Appaiono cioè superate da parte americana le perplessità, inizialmente manifestate, sugli effetti che una tale iniziativa potrebbe avere nel quadro dei rapporti est-ovest ed in particolare sui negoziati in corso in tema di disarmo. Hanno in definitiva prevalso quei concetti, anche da noi sostenuti, secondo i quali in primo luogo non dovesse, per motivi di principio, accettarsi che il rifiuto di partecipazione da parte sovietica bloccasse l’esecuzione di una decisione adottata dall’Assemblea; ed in secondo luogo che la natura tecnica dei compiti assegnati alla Commissione le avrebbe consentito di svolgere un’azione utile anche e nonostante l’assenza russa. Di questa idea ebbi già a riferire col mio telespresso n. 347/247 del 7 corrente(4).

La Delegazione americana ci ha detto di avere ragione di ritenere in base ai sondaggi già effettuati, che dei 18 Paesi designati a far parte della Commissione Speciale (Argentina, Australia, Belgio, Brasile, Canadà, Cecoslovacchia, Francia, Giappone, India, Iran, Italia, Messico, Polonia, Svezia, URSS, RAU, Regno Unito e Stati Uniti), tutti – salvo naturalmente URSS, Cecoslovacchia e Polonia – parteciperanno ai lavori; a nostra richiesta ci ha precisato che cile risulterebbe anche per quanto riguarda India e RAU, sul cui definitivo atteggiamento al riguardo, come questa Rappresentanza riferì a suo tempo, si nutrivano dei dubbi. Quanto ai predetti tre Paesi sovietici, dato il deciso atteggiamento di rifiuto preso dall’URSS in relazione alla composizione della Commissione, si sconta naturalmente da parte americana che essi non parteciperanno ai lavori della Commissione, per quanto si desideri esprimere la speranza che – una volta iniziatisi i lavori e constatato il loro carattere scientifico-tecnico – l’URSS possa considerare di modificare questo suo atteggiamento.

Ho riassunto con il mio telegramma di ieri le linee della impostazione che gli americani intenderebbero dare ai lavori della Commissione Speciale. Le loro idee sull’argomento sono ancora in via di precisazione, e su di esse hanno chiesto di conoscere le nostre reazioni, come anche quelle delle altre Delegazioni dei Paesi amici rappresentati in quell’organo. Riservandoci di comunicare loro il pensiero di codesto Ministero, ci siamo intanto, a titolo personale, pronunziati in senso favorevole alla convocazione, per i motivi sopraindicati.

2. In sostanza l’intenzione degli americani è di far sì che il carattere dei lavori della Commissione sia del tutto tecnico e scientifico, evitandosi discussioni che possano avere implicazioni e portata politiche. In tal modo non solo si aumentano le possibilità concrete di riuscita degli studi di cui la Commissione è incaricata, ma anche si rende sempre pidifficile ai sovietici di giustificare la loro rigida posizione e la loro mancata partecipazione.

Sempre su questa linea di pensiero intesa ad evitare di dare appiglio a ulteriori speculazioni tendenziose da parte sovietica, gli americani favoriscono, quanto alle cariche nella Commissione, che il Presidente, il Vice Presidente e – se sarà necessario

– il relatore, siano scelti tra i rappresentanti di Stati non, o meno «committed», come Svezia, Giappone, o uno dei Paesi latino-americani. Questo punto, come ogni altro relativo all’organizzazione dei lavori, andrebbe messo a punto prima dell’inizio dei lavori attraverso consultazioni tra i membri della Commissione.

Per quel concerne la data di convocazione, da parte americana si pensava in un primo tempo, come ho telegrafato, al 10 marzo. Ma varie Delegazioni già avvicinate hanno espresso dubbi circa la possibilità di effettuare in così breve tempo una preparazione adeguata. In queste condizioni, gli americani stessi sono ormai orientati verso una convocazione per fine marzo o i primi di aprile. Quanto alla durata della riunione della Commissione, non si hanno ancora da parte americana idee precise. Si potrà probabilmente avere qualche indicazione al riguardo tra qualche giorno man mano che in queste consultazioni preliminari apparirà pichiaro il panorama dell’attività che puimmaginarsi per la Commissione. Intenzione americana sarebbe comunque di dare un certo sviluppo a questa prima fase dei lavori della Commissione e, se questa tendenza andrà concretandosi, sarà a prevedersi una durata di qualche settimana.

Circa il metodo di lavoro, da parte americana si ritiene che si potrebbe procedere nel modo seguente. La risoluzione n. 1348 prevede nel paragrafo I della parte dispositiva sei compiti per la Commissione. Il primo compito (punto a), relativo alla preparazione di uno studio sulle esistenti attività e possibilità nel quadro delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali, potrebbe essere affidato senz’altro al Segretario Generale. Un secondo punto, quello (capoverso c) relativo alla definizione delle forme organizzative da adottare in futuro per la collaborazione internazionale nel campo degli spazi cosmici, potrebbe non discutersi in questa fase e rinviarsi ad ulteriore esame. Restano i quattro punti di cui ai capoversi b (i, ii, iii) e d del citato paragrafo I della risoluzione. Essi dovrebbero essere affidati a distinti gruppi di lavoro: di questi avrebbe a precisarsi il numero; uno certo si occuperebbe degli aspetti giuridici; per i tre punti di cui al capoverso b avrebbe a vedersi se creare gruppi di lavoro per ciascuno di essi, o se un numero minore di gruppi o se anche uno solo sarebbe sufficiente. In sostanza, se si accogliesse questo metodo di lavoro, dopo una breve riunione costitutiva della Commissione, l’attività sarebbe subito smistata verso i Sottocomitati o gruppi di lavoro. Come ciascuno di questi gruppi abbia ad essere composto, e se essi in particolare abbiano ad essere «ristretti» ed in quale misura, non è ancora definito. Appare tuttavia difficile, anche in vista di esigenze pratiche, che in essi siano rappresentati tutti gli Stati membri della Commissione.

Gli americani, secondo quanto ho appreso dalla loro Delegazione qui, contano di sottoporre all’esame della Commissione idonei documenti di lavoro che sono attualmente in preparazione presso organi ed istituzioni competenti. Si tratta di studi sugli aspetti tecnici e scientifici connessi alla utilizzazione dello spazio ultra-atmosferico a fini pacifici. In merito la Delegazione statunitense ha espresso la speranza che anche da parte italiana si possa fornire un contributo atto ad orientare in senso costruttivo l’opera della Commissione.

Per quel che concerne la formazione delle Delegazioni dei vari Paesi che parteciperanno ai lavori della Commissione Speciale, all’attuale stato delle cose, secondo quanto ho sentito, i Governi interessati si orienterebbero nel senso di designare come loro Delegati in quell’organo i rispettivi Rappresentanti permanenti, coadiuvati da collaboratori tratti dall’organico delle Missioni permanenti e da esperti tecnici, secondo le necessità. Gli americani in particolare hanno deciso che il loro Rappresentante nella Commissione sarà Lodge, e Vice Rappresentante il Ministro Consigliere Barco, Hugh Dryden della NASA (Agenzia Governativa statunitense per i problemi di astronautica) e Loftus Becker, Capo dei Servizi Legali del Dipartimento di Stato; altri funzionari della Missione permanente ed esperti scientifici collaboreranno con la qualifica di «advisers».

3. Venendo ora, sulla base di quanto precede, a parlare della partecipazione italiana ai lavori della citata Commissione, farei presente i seguenti suggerimenti. Per quanto riguarda la composizione della Delegazione Italiana se codesto Ministero è d’accordo ci potremmo orientare nello stesso senso della Delegazione americana per il nucleo e la parte direttiva della Delegazione, almeno in fase iniziale. Peraltro mi sembra bene prevedere anche la presenza sin dall’inizio di un esperto, tenendo pronti eventualmente a venire successivamente anche altri, ove lo sviluppo dei lavori ed il nostro interesse a svolgervi un ruolo lo giustificassero. Potrebbe anche, d’intesa con l’Ambasciata a Washington, pensarsi al Prof. Cacciapuoti, che peraltro mi sembra avere una conoscenza piuttosto orientata sui problemi nucleari. Dovrebbe comunque trattarsi di esperti che abbiano seguito i lavori dell’anno geofisico internazionale o che si applichino allo studio delle utilizzazioni scientifiche pacifiche degli spazi cosmici (nei settori, prevedibilmente, delle telecomunicazioni, della meteorologia, ecc.); ed in ogni caso che conoscano quanto esiste e quanto si fa da noi in questi campi. Forse al riguardo ci si potrebbe rivolgere al Consiglio Nazionale delle Ricerche. Circa poi la necessità della presenza anche di un qualificato giurista, non mi sentirei per ora di pronunciarmi. Non ho l’impressione che il gruppo di lavoro relativo possa subito iniziare una attività approfondita. Dato l’interesse peraltro che annettiamo a questi aspetti giuridici ed il contributo che, attraverso la partecipazione del Prof. Ambrosini, vi abbiamo già dato in sede di Assemblea, mi riserverei di segnalare ulteriormente se lo sviluppo dei lavori nel settore giuridico consigliano l’invio anche di un qualificato esperto giuridico. Quanto a documenti di lavoro, potremo vedere di mettere anche noi qualcosa allo studio. Sono esclusi, come è noto, dal campo di azione della Commissione, gli aspetti relativi alle possibilità di utilizzazione militare degli spazi cosmici. Quanto agli aspetti giuridici abbiamo qui qualche materiale (memorandum ed interventi del Prof. Ambrosini, studio del Prof. Crocco), ma forse sarebbe utile se potesse essere preparato costì, da far circolare come documento di lavoro, un quadro dei problemi giuridici che potranno incontrarsi in conseguenza dell’utilizzazione degli spazi cosmici; altro documento potrebbe essere quello esponente il nostro punto di vista sui limiti delle sovranità nazionali in relazione agli spazi cosmici e sulla natura giuridica degli spazi stessi. Restano infine gli aspetti scientifici cui ho già accennato (a me vengono in mente quelli relativi alle telecomunicazioni ed alla meteorologia, ma non dubito che altri ve ne siano): per i quali, come ho sottolineato, quel che il Comitato si propone particolarmente di studiare è la convenienza e la possibilità di una collaborazione internazionale. Sarebbe certo interessante se anche su questi aspetti potessimo far circolare qualche nostra idea. E comunque un documento che riassuma quanto si fa in Italia in materia di studi circa l’utilizzazione pacifica degli spazi cosmici e che precisi quali sono le istituzioni scientifiche e gli organi amministrativi che se ne occupano, sarà utilissimo anche a fini di documentazione della nostra Rappresentanza.

Queste le considerazioni ed i suggerimenti che mi dettano le prime informazioni raccolte ed un primo esame della questione. Non mancher naturalmente di riferire ogni ulteriore sviluppo.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale. 2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Londra, Mosca, Parigi e Washington. 3 T. 4565/33 del 25 febbraio, non pubblicato. 4 Non pubblicato.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 616/4162. New York, 3 marzo 1959.

Oggetto: Intervento delle Nazioni Unite a favore della Somalia.

Riferimento: Telespresso ministeriale n. 91/10634 del 25 febbraio u.s.3.

Ritorno sull’argomento menzionato in oggetto per informare codesto Ministero delle conversazioni da noi avute con Protitch sopratutto sui punti 1 e 2 del telespresso sopracitato relativi al Porto di Chisimaio e al finanziamento di progetti sul «Contingency Fund».

Quanto al primo di tali argomenti, pur avendo esercitato costanti pressioni su Protitch, e pur avendo Protitch stesso svolto passi nei confronti della Direzione del «Fondo Speciale», già avevamo avuto la sensazione giorni fa che, per i motivi d’altra parte già esposti a codesto Ministero, non fosse stato possibile a Protitch ottenere l’adesione del signor Hoffman e dei suoi collaboratori ad un finanziamento del progetto. Ho visto nuovamente Protitch ieri ed egli mi ha confermato di aver già inviato una comunicazione al Segretariato del Consiglio Consultivo a Mogadiscio, nella quale si conferma l’impossibilità per lo «Special Fund» di finanziare il progetto del porto predetto. Ciche invece Protitch ha ottenuto da Hoffman è l’assicurazione che lo «Special Fund» potrebbe effettuare una «survey» nei confronti del porto in questione, se una richiesta formulata secondo le note modalità venisse ufficialmente avanzata dalle autorità in Somalia. In altre parole, il Fondo Speciale potrebbe semplicemente servire, nei confronti del progetto del Porto di Chisimaio, come «esaminatore» dell’opportunità dell’iniziativa ed eventualmente come stimolatore per i finanziamenti da parte di altri Enti. Di pi mi ha assicurato Protitch, non è possibile ottenere dal Fondo.

Sul secondo argomento Protitch mi ha detto di aver sollecitato l’interessamento del Sottosegretario dell’Assistenza Tecnica, David Owen, affinché la presentazione di richieste da parte del Governo somalo per ulteriore assistenza nel campo dell’assistenza tecnica possa ricevere favorevole considerazione.

Questo è quanto è stato possibile finora a Protitch conseguire nell’ambito del Segretariato Generale a seguito delle conversazioni da lui avute a Mogadiscio e dell’azione da lui successivamente svolta. Cimi induce a prospettare l’opportunità che le autorità somale mutino, almeno per ora, l’impostazione della loro richiesta al Fondo Speciale nei confronti del Porto di Chisimaio, spostandola da un piano difinanziamento totale a quello di un finanziamento per una «survey» preliminare. È pur vero che esami del genere sono già stati effettuati autorevolmente dalla Missione inviata nel 1956 dalla Banca Internazionale in Somalia, ma è anche vero che sul Porto di Chisimaio gli accenni contenuti nel rapporto della Missione stessa sono del tutto superficiali e comunque non affrontano il problema della costruzione del porto nella sua interezza. Una «survey» del Fondo Speciale su tale argomento verrebbe a colmare il vuoto e potrebbe servire da catalizzatore di eventuali iniziative che, come detto sopra, potrebbero essere prese da altri Enti, primo fra tutti la Banca Internazionale. Resta poi sempre da esaminare la possibilità, menzionata anche nel telespresso di codesto Ministero, in relazione a quanto già proposto da questa Rappresentanza, e cioè lo studio di alcuni altri progetti (aziende-pilota e survey relativa al noto progetto del Descek Uamo).

Quanto ai progetti di assistenza tecnica, data l’assicurazione che Protitch ha ottenuto da David Owen, mi sembrerebbe opportuno che il Governo somalo preparasse al pipresto possibile le sue richieste per il 1960; tenendo conto di queste favorevoli disposizioni dimostrate dagli organi dell’Assistenza Tecnica.

Questo è quanto sembra possibile ottenere nell’attuale stadio dagli Enti esistenti alle Nazioni Unite. Resta sempre aperto il problema pivasto, posto dalla risoluzione n. 1278 (XIII) che invita i vari Enti delle Nazioni Unite a studiare il modo per assistere la Somalia al momento in cui essa acquisterà la sua indipendenza e dovrà affrontare i propri importanti problemi economici. Mi sembra opportuno attirare l’attenzione di codesto Ministero fin d’ora su tale risoluzione e su questo mi riservo di intrattenere codesto Ministero con prossima comunicazione.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 238. 2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate ad Addis Abeba, Londra, Washington, Mogadiscio. 3 Recte del 26 febbraio. Vedi D.32. 4 UN, General Assembly, Official Records,Thirteenth Session, A\RES\1278 (XIII), New York, 5 December 1958, 782nd Plenary Meeting, Economic aid for Somalia, p. 33.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 639/4392. New York, 7 marzo 1959.

Oggetto: Coordinamento politica occidentale e antisovietica.

Informo codesto Ministero che nel colloquio che ho avuto con il Rappresentante permanente britannico Sir Pierson Dixon in merito al problema di Berlino ci siamo trovati d’accordo nel constatare la necessità che nelle prossime settimane e per l’eventualità di importanti sviluppi nell’agone internazionale e di riflesso in quello dell’ONU ci si tenga il pipossibile in contatto. Dixon ha anzi sollevato egli stesso l’annoso problema del coordinamento dell’azione occidentale, ricordando come finora si fossero palesati vani gli sforzi compiuti in vista della creazione di un qualche gruppo che raccogliesse presso l’ONU i Rappresentanti dei Paesi della NATO. Avendogli io menzionato le passate esperienze della nostra Ambasciata a Washington su tale soggetto, dalle quali era emersa l’assoluta avversione degli americani a favorire l’istituzione di un qualche meccanismo NATO presso le N.U., Dixon mi ha dichiarato che tentativi in tal senso erano stati fatti anche dal suo Governo, ma sempre con risultati negativi. D’altro canto, non si sarebbe potuto venir incontro alla necessità di esaminare adeguatamente i problemi internazionali di interesse della NATO al momento in cui essi si affacciavano sull’orizzonte dell’ONU, se non facendoli dibattere dai Rappresentanti presso l’ONU stessa. Si verificano nell’attività dell’Organizzazione delle situazioni e dei particolari momenti tecnici che possono essere colti e sentiti soltanto da chi opera costantemente nell’ambito dell’Organizzazione, tanto piche spesso si rendono necessarie determinazioni subitanee che non possono esser prese in base a riunioni o intese di qualche sede lontana come la NATO a Parigi.

Comunque, data la necessità che una qualche coagulazione di interessi occidentali si verifichi, Dixon pensava che ciavrebbe potuto aversi ad opera ad esempio dei membri occidentali NATO del Consiglio di Sicurezza, dato che con l’entrata dell’Italia nel Consiglio stesso si sarebbero ormai potuti riunire in un ambito del genere i Delegati dei maggiori Paesi della NATO, e cioè Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Canada e Italia. Era da vedersi se conveniva dare una sanzione pio meno formale a una simile iniziativa e come e dove effettuare riunioni o incontri. Si trattava perdi questioni del tutto secondarie, in quanto l’essenziale era riunirsi, e per questo sarebbe bastato anche qualche semplice incontro conviviale. Comunque, a tale problema egli guardava in questi giorni con particolare attenzione, e su di esso egli mi ha dichiarato che avrebbe voluto intrattenermi di nuovo prossimamente. Forse non converrà parlarne agli americani in modo formale data la loro costante avversione a raggruppamenti del genere. Forse sarà anche opportuno far sì che essi si abituino a qualche riunione eventualmente a carattere conviviale, organizzata dall’uno o dall’altro. Sta di fatto comunque che l’esigenza di un piintenso coordinamento di azione mi è parsa molto sentita dal mio collega inglese. Non occorre naturalmente sopravalutare tali accenni, tanto piche è frequente che nell’agone societario Rappresentanti di alcuni o molti Paesi, anche se non perché membri di un gruppo regionale, si riuniscano per l’esame di problemi di interesse comune. In ogni caso poi non si potrebbe mai essere abbastanza cauti nel confronto degli americani, i quali vedrebbero sempre con perplessità il manifestarsi formale di gruppi intesi a coinvolgerli. Comunque è da notarsi che l’accenno di cui trattasi mi è stato fatto da Dixon in relazione al problema di Berlino e alla vigilia di un probabile intensificarsi di attività societaria.

Analogamente mi sembra opportuno segnalare che, sempre in previsione di importanti sviluppi internazionali nei confronti del problema di Berlino, questo Rappresentante argentino mi ha a sua volta parlato della necessità di accentuare i contatti reciproci estendendoli magari ad altri membri del Consiglio di Sicurezza e in particolare a quelli non direttamente responsabili del problema di Berlino stesso. In altre parole, l’Ambasciatore Amadeo mi ha lasciato intendere che vedrebbe volentieri aver luogo di tanto in tanto riunioni tra i Rappresentanti argentino, panamense, giapponese, canadese, italiano. Ho naturalmente espresso cauto interesse a incontri del genere, dato che essi ci permetterebbero di meglio saggiare le tendenze e i sentimenti di Paesi rappresentati nel Consiglio di Sicurezza e non direttamente coinvolti in una questione quale quella di Berlino. Si tratta naturalmente di parteciparvi non trascurando di far sentire opportunamente le responsabilità e gli impegni derivanti dalla nostra partecipazione all’alleanza NATO.

D’altro canto è naturale che inglesi da una parte e argentini dall’altra guardino oggi all’Italia con maggiore interesse data la già evidente importanza che essa riveste per la sua presenza nel Consiglio di Sicurezza e data la sua partecipazione o all’alleanza NATO o a problemi di interesse comune nell’emisfero occidentale: cinon poteva verificarsi con il Paese che abbiamo sostituito, la Svezia, il quale, se un carattere aveva, era quello della neutralità.

Non vado all’estrema deduzione che noi potremo giuocare un ruolo importante di ponte tra gli uni e gli altri, anche perché sono convinto che, se cifosse fatto in modo cospicuo o maldestro, finiremmo per creare risentimenti o sospetti nell’ambito dell’alleanza NATO, la quale deve costituire invece la nostra principale preoccupazione. Ma mi è parso comunque doveroso segnalare gli accenni fattimi dai miei colleghi sopramenzionati perché, anche se non si potrà e non si dovrà addivenire a formazione di gruppi o iniziative di riunioni formali, una intensificazione di contatti che ci consenta di sentire pida vicino il polso di Paesi alleati o anche solo amici, potrà sempre rivelarsi interessante nell’eventualità di complicazioni di ordine internazionale.

Per questo mi proporrei di coltivare e incoraggiare con le dovute cautele le tendenze e le manifestazioni che ho registrato in questi giorni, tenendo anche presente che a noi non conviene cristallizzare e formalizzare troppo formule di consultazione esclusivamente nell’ambito dei membri del Consiglio di Sicurezza, le quali, trascorso il biennio attuale di nostra partecipazione al Consiglio, non sarebbero certo nel nostro interesse.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254.


2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Washington, Londra, Buenos Aires e Tokio. Ritrasmesso con Telespr.11/765/c. del 18 marzo 1959 dalla Direzione Generale degli Affari Politici, Ufficio I alle Ambasciate ad Atene, Bonn, Bruxelles, Copenaghen, L’Aja, Lisbona, Lussemburgo, Madrid, Oslo, Ottawa, Parigi, alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi ed alla Direzione Generale degli Affari Politici, Ufficio NATO e Servizio ONU.

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L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 6330/306. Washington, 16 marzo 1959, ore 20,20 (perv. ore 4 del 17).

Oggetto: Sospensione esperimenti nucleari.

Mio telegramma 2292 e mio telespresso 923 del 10 corrente.

Dipartimento dettoci oggi che occidentali, dato permanere intransigenza sovietica, deciso provvisoriamente sospendere riunioni Conferenza Tripartita Ginevra per cessazione esperimenti nucleari. Verrà perci– salvo nuovi sviluppi – proposta sospensione «per qualche settimana» motivandola con necessità consultazioni tra Governi occidentali(4).

Si spera tuttavia con ciche sovietici vogliano approfittarne per riconsiderare loro posizione.


1 Telegrammi ordinari 1959, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. I. 2 Vedi D. 31. 3 Non pubblicato. 4 Con T. 6631/45 del 20 marzo 1959 da Ginevra (Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU Ginevra, arrivo e partenza), il Capo della Rappresentanza presso il Centro Europeo dell’ONU, Berio, comunicava l’interruzione delle prove di armi nucleari nei seguenti termini: «Conferenza interruzione prove nucleari ha deciso ieri 19, su proposta occidentale, di sospendere sue sedute sino a 13 aprile. Sono stati approvati articoli su durata trattato. Esame periodico sistema controllo e registrazione proposti da Delegazioni americana e britannica».

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 6724/44. New York, 21 marzo 1959, ore 2 (perv. ore 8).

Oggetto: Candidatura austriaca Commissione Diritti Uomo.

Da documento pubblicato oggi da Segretariato elencate candidature alle Commissioni tecniche per elezioni in prossima sessione aprile ECOSOC, risulta che Austria ha posto sua candidatura a Commissione Diritti Uomo. Candidato è Felix Ermacora, costituzionalista, professore Università Innsbruck ed autore studio su «Autonomie Tirolo meridionale». Invio per corriere pipreciso quadro circa riunione.

Questa nuova candidatura, dopo quella presentata per Sottocommissione Discriminazione e Minoranze (mio telespresso 5002), conferma che Austria manovra per piazzarsi nei nostri settori ONU ove possono discutersi problemi minoranze. Abbiamo precise indicazioni che Austria si è adoperata con molto impegno – e non senza successo – presso le varie Cancellerie interessate per assicurarsene appoggio in entrambe elezioni.

Per corriere espongo considerazioni su probabili obiettivi a breve e lunga scadenza che Austria puripromettersi. In generale permango dell’opinione già espressa in passato che manovra austriaca in organi tecnici Nazioni Unite non sia da sopravalutare nel senso che possa conseguire risultato impostare in questa sede questione altoatesina. Cinon toglie che occorra considerare con ogni attenzione come comportarci di fronte questa nuova candidatura, riesaminando anche tattica suggerita per Sottocommissione (mio 500(2)).

Alternativa che si pone è se continuare, per i motivi che avevo lamentato, nell’atteggiamento formalmente agnostico o se uscire da esso e adoperarci, pio meno ampiamente e pio meno apertamente per tentare contestare candidature austriache.

Nel caso di questa seconda alternativa, si pone in primo luogo questione se una eventuale presentazione di una nostra candidatura per rielezione alla Commissione Diritti Uomo, in concorrenza a quella austriaca, potrebbe essere utile. Stiamo esaminando accuratamente i pro ed i contro con on. Domined Comunque in un primo apprezzamento aspetti negativi sembrerebbero prevalere perché:

A) prassi ECOSOC è seguire rotazione nelle Commissioni e quindi possibilità nostra rielezione sono assai ridotte;

B) significato antagonistico nostra candidatura sarebbe particolarmente evidente in quanto sono già scaduti termini ufficiali presentazione (termini che peraltro prassi societaria consente procrastinare in via di fatto per qualche giorno).

C) vi è rischio che nostro insuccesso dia maggior valore e rilievo a successo austriaco sul piano propaganda in Austria.

Potrebbe pensarsi piuttosto ad una qualche azione diplomatica intesa a sottolineare che palese manovra austriaca prova intenzione snaturare attività Commissione introducendovi questioni specifiche di carattere politico e pertanto non va favorita. Potrebbe pensarsi infine ad un passo diretto di chiarimento con Austria, nel cui quadro on. Dominedritiene che potrebbe altresì rientrare nostra candidatura eventualmente ritirabile scopo avere almeno moneta di scambio. Non ho tuttavia elementi sufficienti per giudicare come questo possa inquadrarsi nell’azione diplomatica in corso con Austria in vista quelle conversazioni ad alto livello italo-austriaco cui ha accennato discorso Presidente Consiglio.

Su tutto questo riferisco dettagliatamente con corriere che giungerà costì domenica onde fornire a codesto Ministero tutti gli elementi di valutazione(3).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Non pubblicato.


3 Con T. segreto urgentissimo 3632/34 del 24 marzo 1959 (ibid.), Straneo comunicava: «In presenza candidatura Austria Commissione Diritti dell’Uomo linea di condotta esposta da V.E. in sua lettera n. 738 appare valida. Una nostra candidatura per rielezione assumerebbe carattere polemico, oltre a contraddire prassi rotazione. Nostro delegato in riunione preparatoria UEO ha avuto istruzioni cercare che la questione dell’Alto Adige non emerga in Consiglio Economico e Sociale ed evitare in primo luogo che l’Austria sia inclusa in Sottocommissione Minoranze. Ravvisasi pertanto convenienza riprendere suddetta azione estendendola ai nostri amici in seno alla Commissione dei Diritti dell’Uomo. Presente fa riferimento a suo 44». Per il seguito della questione vedi DD. 39 e 40.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PELLA(1)

R. 744. New York, 21 marzo 1959.

Signor Ministro,

Nell’imminenza dell’incontro di V.E. con il Segretario Generale delle N.U. e con i principali membri del Consiglio di Sicurezza, ritengo opportuno delineare brevemente qui di seguito gli argomenti che presumibilmente potranno venire in discussione sopratutto con Hammarskjoeld:

1) Questione tedesca e Berlino – V.E. avrà già avuto, dai contatti di questi giorni nelle principali capitali europee, impressioni dirette delle intenzioni dei Paesi principalmente interessati: mi astengo quindi dal delineare qui in dettaglio supposizioni circa il ruolo che i Governi dei predetti Paesi potrebbero avere interesse di affidare eventualmente alle Nazioni Unite in relazione sopratutto a Berlino. D’altro canto Hammarskjoeld sarà anch’egli appena di ritorno dal suo viaggio, che lo conduce proprio in questi giorni a Mosca. La conversazione di V.E. con Hammarskjoeld potrà quindi presentare un interesse del tutto particolare perché consentirà forse di confrontare importanti impressioni. Non essendo poi l’Italia tecnicamente ed internazionalmente responsabile per Berlino, puanche darsi che Hammarskjoeld, dati anche i rapporti di stima ed amicizia che lo legano a V.E., sia indotto a parlare con una maggiore libertà che non con altri. Comunque avroccasione di vedere Hammarskjoeld tra il suo arrivo da Mosca e l’arrivo di V.E., e potrforse fornire maggiori ragguagli sull’atteggiamento del Segretario Generale in argomento dopo i suoi contatti con i sovietici. «Grosso modo», mi pare che, a giudicare da quanto finora è emerso circa l’atteggiamento dei tre Grandi:

a) -vi sia una tendenza a non usare l’ONU in fase per così dire procedurale, effettuando un ricorso a freddo o anche a seguito di un’azione russa e concentrazione occidentale (il che era stato a suo tempo ventilato da Lodge); b)- vi sia invece una tendenza ad usare l’ONU in fase esecutiva di un accordo previamente concluso mobilitando meccanismi dell’ONU stessa per un’adeguata sistemazione internazionale della città di Berlino. Tali meccanismi potrebbero essere: osservatori atti a garantire formule di neutralità nella zona o/e forze di polizia o presi-diarie ONU per la città stessa e per i posti di blocco, eventualmente in congiunzione con le truppe attualmente colà dislocate (il che sembrerebbe essere di preferenza ventilato recentemente da parte inglese). Mentre l’uso dell’ONU nel primo caso delineato (fase pre-accordo) potrebbe comportare indubbi rischi per le posizioni occidentali, un intervento dell’ONU in fase esecutiva potrebbe offrire qualche possibile spunto per soluzioni di accordo. 2) -Questioni del Medio Oriente – È questa un’area prediletta di Hammarskjoeld, non fosse altro perché è nei riguardi di essa che egli ha sviluppato con maggiore successo la sua «quiet diplomacy» ed è in essa che l’ONU ha stabilito ed attivato la sua «presenza» con organi propri. In tale area si è venuta manifestando per l’ONU una maggiore calma dopo l’episodio libanese. Sta di fatto perche: a)- continuano di tanto in tanto a manifestarsi urti sulla frontiera tra israeliani ed elementi della RAU, di recente anche con spargimento di sangue; b)- negli ultimi giorni carichi di merci israeliane dirette in Paesi dell’Estremo Oriente sono stati sequestrati ed i membri del Consiglio di Sicurezza ne sono stati notificati. - 3) -Questioni africane – Su tale tema potranno aver luogo forse disgressioni a carattere pifilosofico o comunque con riferimento a sviluppi su una proiezione a lungo termine. È convinzione accertata di Hammarskjoeld che questo è il secolo delle affermazioni africane: in un contesto globale l’avvento alla indipendenza di vari nuovi Paesi e la scomparsa del colonialismo potrebbero costituire in avvenire un buon cemento e buoni bilanciamenti per la coesistenza pacifica fra Occidente ed Oriente. - 4) -Alto Adige – In relazione ai riferimenti fatti da uomini di governo austriaci all’intenzione di «adire gli organi internazionali» in merito alla questione alto-atesina, puper ora solo dirsi che l’Austria cerca di precostituirsi nell’ONU mezzi ed agoni per esser presente ovunque possa esserle facile sollevare il problema. È tutt’altro da escludersi insomma che nel contesto societario l’Austria voglia svolgere azioni di disturbo: già tali sono da considerarsi le presentazioni di certe candidature. Dato il carattere da

noi dichiarato «interno» della questione, è ovvio che non sia il caso di intrattenere ufficialmente il Segretario Generale, il quale per di pinon avrebbe poteri tecnici per arrestare gli austriaci nell’ambito societario. Potrebbe invece rivelarsi utile fare qualche accenno, in via casuale, al buon fondamento della nostra causa ed all’ineccepibile atteggiamento del Governo italiano in argomento.

5) Disarmo e spazi cosmici – L’Italia fa parte di ambedue le Commissioni create dall’ONU. Esse sono in questo momento «dormenti» in attesa che si verifichino sviluppi sul pivasto piano internazionale. È perda osservarsi che, mentre cisi applica particolarmente alla Commissione del Disarmo, per quella degli Spazi Cosmici stiamo assistendo ad un tentativo americano, basato su motivi politici, di farla convocare quanto prima e a pressioni invece di Paesi neutrali o neutralisti per rinviare la convocazione di tale Commissione, nella speranza e nel tentativo di mantenerne i lavori su un piano tecnico e di farvi partecipare possibilmente l’URSS. Di questo secondo avviso sarà presumibilmente anche il Segretario Generale, che sul problema avrà forse notizie dopo la sua visita a Mosca. Non sembra il caso che il problema debba essere discusso dietro nostra iniziativa, ma solo se sollevato da Hammarskjoeld.

6) Questioni economiche – Da tempo ormai il Segretario Generale continua a sottolineare l’importanza dei problemi creati dalla situazione economica dei Paesi «sottosviluppati» che vogliono elevare rapidamente il proprio tenore di vita, uscendo da un ristagno secolare, e diventano sempre pioggetto della propaganda sovietica. È profonda convinzione di Hammarskjoeld che l’Occidente industrializzato debba fare molto di piper tramite delle Nazioni Unite o altrimenti, al fine di offrire alle maggioranze «sottosviluppate» dell’umanità un’alternativa efficace ai metodi di sviluppo economico applicati e proposti dal comunismo.

Qualche accenno a questo problema, anche politico, di primaria importanza, potrebbe essere utile. In particolare Hammarskjoeld potrebbe riferirsi alle due seguenti attività delle Nazioni Unite:

a) -Fondo Speciale dell’ONU per i Paesi sottosviluppati – Hoffmann si reca oggi in Europa, sopratutto per sollecitare pilarghi contributi al Fondo Speciale da parte inglese, tedesca, francese e belga. Egli continua a ritenere che il Fondo che egli dirige potrebbe diventare uno dei principali strumenti della collaborazione internazionale avvenire, incanalando attraverso l’ONU attività di ricerche e pre-investimenti, capaci di provocare investimenti produttivi di capitali pubblici e privati nelle aree sottosviluppate, e sottraendo così ai sovietici iniziative pericolose per l’Occidente. Noi ci siamo impegnati a contribuire al Fondo Speciale, per il 1959, con l’equivalente di 600 mila dollari. Potremmo essere chiamati a contribuire per il 1960 con maggiori fondi. Giudicherà V.E. se e quali assicurazioni dare al riguardo. - b) -Assistenza tecnica – Sia da parte degli organi «ad hoc» delle N.U. e sia da parte di Hoffmann stesso, si è andata accentuando la ricerca di esperti di assistenza

tecnica. Potrebbe essere utile ribadire il nostro interesse all’utilizzazione di tecnici italiani, da trarsi eventualmente anche da gruppi di consulenza industriale quale l’ITALCONSULT o simili.

Da quanto precede V.E. rileverà che vi è ampia materia di discussioni con il Segretario Generale delle N.U., i suoi collaboratori ed i Rappresentanti del Consiglio di Sicurezza: né potrebbe essere diversamente dato che l’Italia oggi, ad eccezione dell’ECOSOC, figura in tutti i principali organi societari. Ciche in ogni caso potrebbe costituire il risultato «ottimo» del colloquio di V.E. con Hammarskjoeld (e non sono certo molti i colloqui che egli avrà con altri Ministri degli Esteri prima delle riunioni della NATO) è quello di ottenere da lui informazioni e impressioni fresche sull’atteggiamento sovietico, le quali, in connessione con quelle tratte da V.E. nei recenti colloqui europei, possano fornire all’E.V. utili elementi per la condotta da adottare nella riunione della NATO che avrà inizio il giorno successivo.

Il Segretario Generale è comunque persona di conversazione intensa e sciolta e desiderosa di recitare una parte primaria nel contesto mondiale. Sarà egli stesso portato a sollevare problemi ed argomenti, e certamente egli apprezzerà ogni riferimento che venga fatto all’opera sino ad ora da lui svolta, e con indubbio successo, per il mantenimento della pace.

Voglia gradire, signor Ministro, gli atti del mio profondo ossequio.

[Egidio Ortona]

DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU parte generale.

39

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 7226/50. New York, 27 marzo 1959, ore 3 (perv. ore 9).

Oggetto: Candidatura austriaca Commissione Diritti Uomo.

Mio 442.

Questo Ambasciatore austriaco, di ritorno suo congedo da Vienna, è venuto a vedermi per restituzione visita cortesia da me fattagli dicembre scorso. Egli è di sua iniziativa entrato in argomento Alto Adige descrivendomi quanto aveva appreso a Vienna su contatti attualmente in corso fra Governo italiano ed austriaco ai fini sistemare questione. Sulla base telegramma di V.E. 343 gli ho dichiarato che nostro atteggiamento non era certo quello provocare posizioni polemiche o acutizzazioni indebite in ambito societario: gli ho poi aggiunto «francamente e in via personale» che non avevo potuto non notare presentazione in breve tempo due candidature austriache in organi ONU destinati occuparsi problemi sia pure su piano teorico, attinenti tra l’altro a minoranze, né avevo potuto evitare segnalare mio Governo che candidato Commissione Diritti Uomo era studioso proprio problema Alto Adige. Ambasciatore Matsch mi ha allora ripetutamente dichiarato:

1) trattarsi candidature previste da molto tempo, e certo prima aggravarsi problema Alto Adige;

2) non vedere come Austria potrebbe teoricamente sollevare tale specifico problema in organi in questione, e che comunque cinon era nei propositi suo Governo. Mi ha poi aggiunto risultargli che suo Governo sperava risolvere problema in contatti bilaterali ad alto livello politico in corso preparazione. A mio riferimento circa dichiarazioni Ministro Figl in Parlamento, Matsch precisatomi che se mai Austria avrebbe cercato adire organi internazionali solo in caso fallimento contatti bilaterali, e comunque sempre allo scopo ottenere «interpretazione giuridica» accordo De Gasperi-Gruber. Mi ha peregli stesso rilevato difficoltà per Austria adire organi del genere se Italia non fosse consenziente. Da parte mia ho ritenuto opportuno dirgli che, mentre ripetevo che non vi erano certo intenzioni polemiche da parte nostra, avrei visto con preoccupazione qualsiasi azione intesa a portare problema comunque in ambito societario. Ciavrebbe potuto dar luogo a spiacevole inasprirsi questione, costringendo due Paesi occidentali rivolgersi per ottenere suffragi anche a Paesi cui favori è bene che occidentali non sollecitino in contrasti tra di loro. Matsch ha pienamente convenuto.

Egli mi ha dato in sostanza impressione avere sollecitato colloquio subito dopo suo ritorno con intenzioni distensive.

Mentre invio per corriere ulteriori dettagli conversazione, informo che dopo seduta odierna Commissione Diritti Uomo questione elezioni Sottocommissioni non ha fatto altri progressi concreti per necessità sistemare alcuni problemi procedurali.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 37.


3 Vedi D. 37, nota 3.

40

IL DIRETTORE GENERALE AGGIUNTO DEGLI AFFARI POLITICI, MARCHIORI(1)

Appunto segreto 334 Segr. pol. Roma, 7 aprile 1959.

Ho stamani approfittato della periodica visita settimanale che mi fa il Consigliere USA Torbert, per pregarlo di interessarsi con il Dipartimento nel senso delle istruzioni da noi oggi impartite alle Rappresentanze di alcuni Paesi membri dell’ECOSOC, circa la preferibilità che vorremmo fosse data alla candidatura a nuovo membro europeo nella Commissione dei Diritti dell’Uomo del danese di fronte a quella dell’austriaco.

Torbert mi ha detto che avrebbe provveduto a segnalare il nostro desiderio a Washington.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 271, fasc. ONU 1 [41 ECOSOC].

41

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 992/6922. New York, 18 aprile 1959.

Oggetto: Richiesta italiana convocazione Comitato spazi cosmici dell’ONU.

In seguito all’autorizzazione ministeriale (telegramma del 17 aprile 19593) ho proceduto il 17 corrente ad inoltrare richiesta italiana di convocazione per Comitato Speciale ONU per spazi cosmici (allegato 1). A tutt’oggi, oltre agli Stati Uniti, hanno così presentato analoga domanda il Regno Unito, il Belgio e l’Italia. L’Australia avanzerà forse la sua richiesta lunedì, mentre il Giappone ha preferito per il momento marcare una battuta d’arresto, ostensibilmente in attesa che il testo della lettera di richiesta venga approvato a Tokyo. Quanto all’India, il suo Rappresentante qui, con il quale ho parlato oggi in proposito, mi ha detto di attendere ancora istruzioni ufficiali da New Delhi, ma di sapere che l’India deciderà di astenersi per il momento dai lavori del Comitato stesso. L’Ambasciatore Jha mi ha al riguardo osservato che l’iniziativa della convocazione della Commissione aveva indubbiamente una colorazione politica di «guerra fredda» che nelle attuali circostanze (non ultima ovviamente la crisi dei rapporti con la Cina comunista per l’episodio del Dalai Lama) rendeva difficile un’adesione indiana.

Mentre le varie Delegazioni si preparano alla riunione, che è prevista per i primi di maggio, è stato possibile registrare una diversa, per quanto assai sfumata, impostazione data dal Segretario Generale nella sua conferenza stampa del 16 aprile.

Mentre, infatti, nelle sue precedenti osservazioni Hammarskjoeld aveva lasciato, con tutta cautela, chiaramente comprendere di non vedere quale lavoro potesse compiere il Comitato senza la partecipazione dell’URSS, il 16 corrente egli ha invece mutato in certo senso il suo atteggiamento. Rendendosi conto, cioè, della volontà americana di arrivare in qualche modo a un inizio dei lavori, e della diffusa, anche se ancora incerta inclinazione di varie altre Delegazioni di procedere sullo stesso cammino, Hammarskjoeld è ricorso adesso a una interpretazione diremo così restrittiva degli eventuali lavori del Comitato stesso. Il Segretario Generale, cioè, ha ammesso che quest’ultimo potrà procedere a un’opera utile anche se non tutti i membri siano presenti, purché esso si limiti a uno sviluppo essenzialmente tecnico dei propri progetti(4).


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Indirizzato, per conoscenza, all’Ambasciata a Washington.


3 T. 4739/44 del 17 aprile, non pubblicato, con il quale De Ferrariis aveva autorizzato la richiesta al Segretario Generale di convocazione del Comitato spazi cosmici.


4 Per la risposta vedi D. 43.

42

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 9932. New York, 18 aprile 1959.

Oggetto: Rapporto del Consiglio Consultivo delle Nazioni Unite sulla Somalia per il periodo 1° aprile 1958-31 marzo 1959.

Trasmetto in un unico esemplare il testo del Rapporto del Consiglio Consultivo delle Nazioni Unite per la Somalia, relativo al periodo l° aprile 1958 -31 marzo 1959.

Questo documento, che è stato distribuito soltanto questa mattina, contiene in forma alquanto concisa rispetto a quelli precedenti le considerazioni del Consiglio Consultivo sui pirecenti sviluppi della Somalia nel campo politico, economico, sociale ed educativo.

Dato il limitato tempo a disposizione ho potuto soltanto dare una scorsa al rapporto e mi riprometto quindi di ritornare su questo argomento con il prossimo corriere. Vorrei per il momento rilevare che l’insieme delle sue conclusioni sembrano [sic] abbastanza positive per noi anche se qua e là, come è da attendersi, quelle relative alla questione delle elezioni politiche e degli aiuti alla Somalia dopo il 1960, saranno ancora pisviluppate dal Consiglio Consultivo quando verranno prese in esame dal Consiglio di Tutela. Come dicevo, il tono generale è buono, anche se qua e là non manca qualche punta critica rivolta a dimostrare che i vari interventi del Consiglio Consultivo nella delicata fase pre-elettorale sono dovuti piuttosto alla richiesta dei vari partiti di opposizione che ad una iniziativa da parte dell’Amministrazione.

Comunque su questo esame come su altri argomenti sui quali converrà portare la nostra attenzione in vista delle prossime discussioni sulla Somalia mi propongo di ritornare in un mio prossimo rapporto(4).


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238.


2 Indirizzato, per conoscenza, all’AFIS a Mogadiscio.


3 Il Capo di Gabinetto dell’AFIS, Fettarappa, rispose con Telespr. riservato 2407/579 del 28 aprile 1959 (ibid.) al Ministero e per conoscenza alla Rappresentanza presso le N.U. nei seguenti termini: «Il Consiglio Consultivo delle N.U. ha, pochi giorni fa, trasmesso alcune copie del Rapporto sulla Somalia, per il periodo 1° aprile 1958 - 31 marzo 1959. Se ne trasmette copia, in allegato, a codesto Ministero. Sebbene il tempo limitato non abbia consentito di procedere ad un esauriente esame del documento, si ritiene utile segnalare i seguenti punti, che, ad una prima lettura, sembrano rivestire un certo interesse: pag. 4 – Trasferimento dei poteri – Il C.C. ha trasmesso il 23 marzo 1559 un «aide-memoire» all’Amministrazione pregando la trasmissione del relativo piano. Il C.C. farà un rapporto supplementare al Consiglio di Tutela, quando riceverà il piano. Pag. 21/22 – Il C.C. riafferma le sue osservazioni alla legge sulle elezioni politiche (è in particolare contrario alle liste uniche); pag. 22 – Presentazione liste candidati e questione degli osservatori delle N.U. (l’accenno, nel titolo, agli osservatori sarebbe stato voluto da El Zayyat quando già il R. era compilato). Pag. 23 – interessanti i nn. 116, 117, 118, 119 e segg. nei quali evidentemente si vuol mettere in evidenza l’opera di «persuasione democratica» fatta dal C.C. in contrasto con la mancanza di iniziative da parte dell’AFIS. Pag. 26 – Il C.C. lamenta di non aver ricevuto alcuna informazione dall’Amministratore sui noti eventi di Mogadiscio. Pag. 26 – Si riconosce che le elezioni elettorali state preparate bene e bene organizzate. Pag. 36 – Aiuti RAU alla Somalia dopo l’indipendenza. L’assistenza della RAU, come da comunicazione fatta dal Rappresentante della RAU al Consiglio di Tutela, ammonterebbe a

420.000 $ (insegnanti, borse di studio, sanità). Pag. 36 – Il C.C. riconferma il parere di incanalare gli aiuti alla Somalia, dopo il 1960, attraverso le N.U. Pag. 38 – Il C.C. lamenta di non aver avuto comunicazioni ufficiali sull’associazione della Somalia al Mercato Comune. Pag. 43 – Il C.C. lamenta che non sia stato richiesto il suo parere sulla concessione petrolifera alla Frobisher (questione già sorta per le concessioni Sinclair e Mineraria Somala). Pag. 47 – Il numero dei medici (48) è insufficiente; ne occorrerebbero almeno 90 (i medici italiani non verrebbero in Somalia ritenendo non adeguato il trattamento economico). Si raccomanda che l’A.A. richieda ad altri Stati Membri delle N.U. l’invio di medici. Pag. 57 – Le scuole private hanno richiesto l’assistenza della RAU, che ha inviato insegnanti e libri. Pag. 61 – Gli studenti somali in Egitto sono 167 (dei quali 23 frequentano università: medicina, farmacia, scienze, ingegneria, agricoltura, lettere, legge, economia). Il Rapporto in conclusione, appare nel suo complesso, abbastanza obiettivo; risulterebbe che alcune affermazioni critiche nei riguardi dell’Amministrazione siano state assai attenuate per il personale intervento del Ministro de Holte Castello, Rappresentante della Columbia, che si è qui trattenuto per pochi giorni per la redazione finale e la firma del Rapporto».


4 Vedi D. 45.

43

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 1117/717. New York, 22 aprile 1959.

Oggetto: Risposta del Segretario Generale alla richiesta italiana di convocazione della Commissione ad hoc per gli spazi cosmici.

Riferimento: Mio telespresso n. 992/692 del 18 aprile 19592.

Si trasmette copia della risposta del Segretario Generale alla richiesta italiana di convocazione della Commissione ad hoc delle Nazioni Unite per gli spazi cosmici.

Fino a ieri, le richieste pervenute al Segretariato erano state quelle degli Stati Uniti, della Francia, dell’Inghilterra, del Belgio e dell’Italia. Cinque paesi NATO dunque: il che aveva finito per comportare una qualificazione politica pinetta di quanto forse gli americani non avessero pensato agli inizi.

D’altro canto, è proprio per non contrastare l’azione degli Stati Uniti che avevo deciso di secondare sin dal suo nascere una iniziativa il successo della quale, sulle prime, non sembrava certo automaticamente assicurato. Come noto, alcune Delegazioni di Stati membri della Commissione, difatti, rivelavano, al sondaggio, la tendenza a non considerare la tattica della convocazione a breve scadenza come opportuna. Lo stesso Segretario Generale, secondo indiscrezioni, avrebbe preferito lasciar dormire la Commissione piuttosto che riunirla senza la partecipazione sovietica. Ma la decisione della Rappresentanza italiana, conforme all’autorizzazione ministeriale, scaturiva dal principio di non far dipendere (coerentemente con quanto da noi pivolte sostenuto a Washington) il funzionamento delle Commissioni delle N.U. dalla partecipazione russa – come è avvenuto a suo tempo per la Commissione del Disarmo.

Il Rappresentante britannico, Dixon, mi diceva d’altronde, commentando la lettera di risposta del Segretario Generale, di ritenere un po’ strano il tenore della medesima poiché Hammarskjoeld sembrava in sostanza volersi riservare il diritto di prendere una decisione circa la convocazione quando gli altri membri della Commissione «concorressero» nel sostenere l’iniziativa stessa.

Comunque oggi, in seguito alla richiesta delle cinque potenze, la situazione sembra essere sbloccata. Argentina, Canadà, Australia, Brasile e Giappone hanno risposto alla richiesta, e poiché al Segretariato si dichiara di considerare sufficiente per dar luogo alla convocazione che su di essa convergano la maggioranza dei membri della Commissione, cioè dieci membri, ci si attende ora che la Commissione venga riunita senza ulteriore ritardo.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale. 2 Vedi D. 41.

44

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato urgente 5823/0362. Washington, 24 aprile 1959.

Oggetto: Commissione delle Nazioni Unite per gli spazi ultra-atmosferici.

Riferimento: Telespresso ministeriale n. 23/00445 del 16 aprile u.s.3.

Il Dipartimento di Stato ci ha confermato che il Governo americano è favorevole alla convocazione della Commissione speciale delle Nazioni Unite sugli spazi ultra-atmosferici per il 6 maggio p.v. – Se qualche altro Stato membro della Commissione facesse una proposta precisa per un lieve spostamento di data, gli Stati Uniti sarebbero disposti a considerare una data di compromesso. Qualora invece qualche Stato proponesse un rinvio a tempo indeterminato, allora gli Stati Uniti non sarebbero disposti a prendere in considerazione la proposta. L’eventuale argomento a favore di tale tesi, secondo cui, essendo prossimo l’inizio della Conferenza dei Ministri degli Esteri dell’11 maggio p.v., bisognerebbe evitare una convocazione fatta in contrasto con l’Unione Sovietica, è ritenuto dal Dipartimento di Stato ingiustificato. Anzi esso ritiene che, proprio perché ci si avvia all’inizio dei negoziati politici Est-Ovest, l’URSS, se realmente lo vuole, potrebbe dare una manifestazione di buona volontà partecipando ai lavori della Commissione in oggetto, che hanno per scopo fini tecnici, scientifici e giuridici di grande utilità e interesse.

Il Dipartimento ci ha inoltre confermato i progetti americani per quanto concerne il programma di lavoro della Commissione, la sua suddivisione in Sottocomitati e le elezioni alle varie cariche, come indicato dalla nostra Rappresentanza presso le Nazioni Unite con i telespressi n. 908/608 del 3 aprile u.s.3 e n. 945/645 dell’11 aprile u.s.3.

Per quanto concerne la preparazione che gli americani stanno compiendo in vista della riunione della Commissione, il Dipartimento si è riservato di fornirci degli elementi nei prossimi giorni(4).


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Indirizzato, per conoscenza, alla Rappresentanza presso l’ONU a New York.


3 Non pubblicato.


4 Con Telespr. riservato 5687/1587 del 28 aprile 1959 (ibid.), indirizzato, per conoscenza, alla Rappresentanza presso l’ONU, Brosio comunicava quindi: «Il Dipartimento di Stato ci ha informato che, a seguito della nostra richiesta (v. telespresso urgente in riferimento), dopodomani 30 aprile esso ci fornirà i “drafts” dei documenti che sono in corso di ultimazione da parte dei vari Dipartimenti ed Agenzie interessate e che serviranno come base di lavoro per la Delegazione americana alla Commissione speciale delle Nazioni Unite per gli spazi ultra-atmosferici. Il Dipartimento ci ha aggiunto che, contemporaneamente alla consegna dei predetti “drafts”, tre specialisti americani dei problemi scientifici e giuridici degli spazi ultra-atmosferici – che hanno elaborato tali documenti – ci forniranno ulteriori informazioni sull’atteggiamento americano in materia. Mi riservo pertanto di trasmettere a codesto Ministero i documenti e ogni ulteriore informazione in proposito».

Per il seguito della questione vedi D. 47.

45

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 1118/7182. New York, 24 aprile 1959.

Oggetto: Rapporto del Consiglio Consultivo per la Somalia.

A seguito al mio telespresso 995/693 del 18 aprile corrente(3), relativo all’oggetto, trasmetto altri cinque esemplari, due per il Ministero e tre per l’AFIS, del rapporto del Consiglio Consultivo per la Somalia per il periodo 1° aprile 1958 - 31 marzo 1959.

1. Un esame piapprofondito di questo documento mi ha confermato la generale impressione avutane in una prima scorsa, che si tratta di un rapporto a carattere eminentemente espositivo nel quale il Consiglio fa una valutazione nel complesso positiva dei fatti o delle tendenze verificatesi nel territorio durante l’anno.

Non mancano tuttavia alcuni punti in cui è possibile intravvedere qualche riserva e qualche critica, specie per quel che riguarda elezioni politiche.

Mi sembra utile elencarli qui di seguito:

1) Il numero di deputati previsto dalla legge elettorale. Esso viene ritenuto del tutto eccessivo: secondo i dati statistici della popolazione vi sarebbe un deputato ogni

15.000 abitanti;

2) la preventiva determinazione del numero dei seggi nelle varie circoscrizioni;

3) l’esorbitante deposito cauzionale richiesto ai partiti per i loro candidati;

4) la durata della legislatura (5 anni);

5) la mancata preventiva emanazione di una legge completa sulla cittadinanza.

Il Rapporto del Consiglio Consultivo rileva che di tutte le obiezioni da esso mosse, nessun conto è stato tenuto dalla legge approvata dall’Assemblea.

2.- Per quanto riguarda il periodo pre-elettorale, il Consiglio evita di esprimere giudizi, ma traspare, tuttavia, dal Rapporto, la sua simpatia per alcune delle richieste formulate dai partiti di opposizione e, in particolare, quelle relative: a) alla proroga dei termini per la presentazione delle liste elettorali; b) alla richiesta di osservatori da parte delle Nazioni Unite. 3. -Degli incidenti del 24-25 febbraio, il Consiglio Consultivo fa una cronaca obiettiva, rilevando tuttavia che in questa fase assai delicata l’Amministrazione non ha ritenuto di chiedere il suo consiglio e la sua assistenza, né tanto meno di tenerlo al corrente degli avvenimenti. Per quanto riguarda le operazioni di voto, il Consiglio si limita ad indicarne i risultati senza fare alcun commento. 4.- Per quanto riguarda il settore economico, sociale ed educativo, il Rapporto contiene in generale ampi riconoscimenti per il progresso conseguito nel territorio durante l’anno. L’unico punto sul quale vorrei chiamare la speciale attenzione di codesto Ministero è la questione degli aiuti economici alla Somalia dopo il 1960, questione nei cui confronti il Consiglio Consultivo riconferma la posizione assunta lo scorso anno, insistendo sulla necessità della costituzione di un meccanismo delle Nazioni Unite attraverso il quale questi aiuti dovrebbero esser incanalati.

Senza dilungarsi eccessivamente su questo punto, esso indica, tuttavia, i motivi che giustificano questo atteggiamento:

1) la necessità di coordinare efficacemente le varie forme di assistenza;

2) l’opportunità di una garanzia per le condizioni in base alle quali le varie offerte verrebbero fatte, senza interferire con l’amministrazione degli aiuti;

3) la convenienza di assicurare la stabilità politica interna del territorio.

Questi mi sembrano i punti sui quali dovrà appuntarsi la nostra speciale attenzione in vista delle prossime discussioni al Consiglio di Tutela. L’AFIS, da parte sua, vorrà esaminare, oltre a questi punti, altri di minore importanza, che meritino eventualmente di esser tenuti presenti agli effetti dei chiarimenti che si vorrà fornire sia con il Rapporto supplementare, sia da parte del Rappresentante Speciale.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238. 2 Indirizzato, per conoscenza, anche all’AFIS a Mogadiscio. 3 Non pubblicato, ma vedi D. 42.

46

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato urgente 1124/7242. New York, 24 aprile 1959.

Oggetto: Questione di Berlino. Colloquio col Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Avevo detto giorni fa ad Hammarskjd che avrei voluto avere con lui uno scambio di idee sui principali problemi del momento. Egli mi ha ricevuto oggi subito dopo il suo ritorno da Washington, il che mi ha consentito di avere anche qualche impressione delle conversazioni avutesi tra Hammarskjd e il nuovo Segretario di Stato americano. Nella presente comunicazione mi limito ad informare su quanto dettomi dal Segretario Generale sul tema di Berlino. Circa gli altri argomenti trattati (Assemblea somala, confini somalo-etiopici, rifugiati arabi) rinvio ad altre mie comunicazioni odierne.

Hammarskjd ha iniziato facendomi quella che ormai si puconsiderare una sua rituale promessa, che cioè la politica pisaggia per lui nell’attuale momento sul tema di Berlino è quella di avere le mani «nette» da qualsiasi piano e di apparire il pipossibile distaccato dal problema almeno fino a quando i quattro Grandi non si rivolgeranno eventualmente alle Nazioni Unite. Per quanto si agisca con cautela, mi ha detto Hammarskjd, si corre sempre il rischio, accennando anche solo velatamente a varie eventuali alternative di intervento dell’ONU, di vedersi attribuire la paternità di programmi e di piani con la grave conseguenza o di trovarsi in essi coinvolti o di doverli smentire o di non poterli opportunamente concretare. Avendo io scherzosamente detto a Hammarskjd che avevo descritto il suo atteggiamento al mio Governo ricorrendo alla formula evangelica del «venite parvulos», Hammarskjd mi ha altrettanto scherzosamente o poco ortodossamente osservato: «Il mio atteggiamento è ben pigesuitico». Egli riteneva infatti che ormai un intervento dell’ONU sul problema di Berlino era inevitabile, tanto piavendo egli potuto constatare – ed in tale sua dichiarazione vi era un implicito riferimento ai colloqui con Krushev e Herter – che i quattro Grandi erano lungi dall’escluderlo, e si stavano anzi avviando a poggiare su di esso come su un possibile modo di soluzione.

Hammarskjd si è poi addentrato, sia pur sempre cautamente e premettendo di parlare in via personale, nell’esame di vari aspetti del problema. In breve egli mi ha detto:

1) dal punto di vista procedurale: l’intervento dell’ONU doveva piprobabilmente concepirsi come «funzionale» e cioè con la messa a disposizione di certe strumentalità dell’Organizzazione. Egli non vedeva percome i quattro Grandi, una volta riconosciuto in via di massima che l’intervento funzionale dell’ONU era auspicabile e necessario, potessero trattarne tra loro stessi, senza consultare in qualche modo l’Organizzazione. D’altro canto non vedeva neppure la praticità che, nel bel mezzo del negoziato, tale consultazione si effettuasse con il Consiglio di Sicurezza o l’Assemblea Generale. Inoltre, poiché da parte di tutti si aveva chiara la sensazione che un intervento funzionale dell’ONU sarebbe stato consono con le finalità della Organizzazione, egli vedeva utile una consultazione, a mezza via, con lui Hammarskjd in qualità, per così dire, di «esperto» delle Nazioni Unite. In una consultazione del genere egli avrebbe potuto arrecare utili e concreti elementi di soluzione.

Ciavrebbe potuto anche preludere ad una solenne sanzione da parte di un «summit meeting» costituito da un Consiglio di Sicurezza ad altissimo livello, idea che come codesto Ministero ricorderà era stata ventilata lo scorso anno e che potrebbe pur sempre ripresentarsi, con indubbio vantaggio – osservo incidentalmente – per l’Italia, che di tale Consiglio fa parte.

2) Dal punto di vista della sostanza: come ho già da tempo segnalato, Hammarskjd mi ha nettamente scartato due possibilità:

a)- quella di far uso di forze militari tipo UNEF. Sarebbe una soluzione di problematica realizzazione, non fosse altro per la difficoltà di reperire truppe del genere e di farle operare e convivere con la popolazione locale. «Berlino non è Gaza». b)- quella di far assumere alle Nazioni Unite funzioni amministrative della città. Tale riluttanza del Segretario Generale, che mi è parsa applicarsi anche ad una soluzione di amministrazione di tutta la città, mi è stata da lui spiegata con una ragione principale: la difficoltà di un raccordo di tale amministrazione ad un organo centrale che non potrebbe essere che il Consiglio di Sicurezza, con gli inconvenienti limitatori ed imbarazzanti del veto, o l’Assemblea Generale con le incertezze derivanti da una variabile e imprevedibile maggioranza.

Rimangono quindi funzioni pilimitate o per lo meno diverse che Hammarskjd mi ha inizialmente detto non potermi ben definire perché non chiare ancora a lui stesso (o comunque perché egli preferisce tenerle gelosamente in riserva), ma che egli vedeva in sostanza assommarsi in una «presenza» per ora non meglio specificabile. Gli ho allora accennato a controlli delle vie di accesso e anche alla possibilità di collegare tali controlli a quell’ufficio o funzionario o osservatore cui fosse affidato il compito della presenza. Hammarskjd, scrollando un poco la cautela ed il riserbo, mi ha detto che non vedeva per nulla impossibile una soluzione del genere. Anzi egli poteva perfino concepire la coesistenza di un osservatore o superintendente civile con guardie ONU in uniforme. Al riguardo, si è anzi riferito al vecchio progetto di attribuire alle Nazioni Unite una qualche funzione perché venissero assicurate e facilitate le comunicazioni tra l’Ufficio delle Nazioni Unite stesse ad Amman e quelli eventualmente costituendi a Beirut ed a Damasco, come ad un piano che avrebbe analogie con la situazione ipotizzabile per Berlino. In sostanza – egli mi ha osservato – l’idea di garantire le comunicazioni tra gli Uffici delle N.U. in Medio Oriente doveva semplicemente servire a rendere tali comunicazioni possibili e sicure. Analogamente si potrebbe sostenere che il controllo totale e congiunto delle N.U. (e probabilmente nelle idee di Hammarskjd piche altro congiunto) sulle vie di accesso a Berlino è necessario per garantire la sicurezza delle comunicazioni con la Rappresentanza delle Nazioni Unite in Berlino stessa.

Dove invece Hammarskjd mi è apparso riluttante a pronunciarsi è stato sul tema delicato dei rapporti tra tale Rappresentanza e l’Organizzazione: evidentemente il Segretario Generale sa che, piviene mantenuto vago tale aspetto del problema, piegli pusperare di eliminare, dal quadro dei rapporti di responsabilità e di mandato tra tale rappresentanza ed il centro, organi come il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale, con relativo potenziamento del Segretariato stesso.

Ho trovato in sostanza Hammarskjd convinto che ad una funzione l’Organizzazione ed egli stesso saranno chiamati per Berlino. Per di pi pur sostenendo la necessità di mantenere un atteggiamento di attesa e di indifferenza ufficiale, il Segretario Generale mi è parso insolitamente aperto nel delinearmi i dettagli della sua tattica, sopratutto in tema di previe consultazioni tra i quattro Grandi. E per completare il quadro dei suoi sentimenti, aggiungerche, in via personale, egli ha tenuto ad esprimermi due sue opinioni principali che evidentemente lo incoraggiano nelle convinzioni e negli atteggiamenti che ho sopra descritto: 1) gli alleati occidentali non dovrebbero formalizzarsi eccessivamente su questioni di dettaglio procedurale, quale quello delle timbrature dei documenti alle vie di accesso da parte dei tedeschi orientali; 2) – opinione questa ancora pimeritevole di attenzione – è illusorio pensare di poter parlare di riunificazione delle due Germanie senza in qualche modo riconoscere una delle due parti che di tale riunificazione sono l’oggetto, dato che nel momento in cui il problema della riunificazione si imposta implicitamente si deve partire dalla riconosciuta esistenza di ambedue le parti.

Opinioni queste che, proiettate sullo sfondo di tutta la conversazione che è stata intonata ad una certa baldanza nei confronti delle funzioni delle Nazioni Unite in materia, potrebbero far pensare che Hammarskjd, in una eventuale previa consultazione o in vista di una soluzione concreta, imposterà il suo atteggiamento su una rigida concezione societaria e quindi a mezza strada tra le opinioni occidentali o quelle sovietiche.

Poiché molto già mi aveva detto delle sue idee sulla questione, non ho ritenuto opportuno chiedere specificamente a Hammarskjd quale fosse stato il contenuto del suo colloquio con Herter: ma credo di non andare errato ritenendo che, per lo meno per Berlino, tale colloquio abbia ricalcato le linee di quanto detto a me e abbia per di piregistrato da parte americana un interesse ad un intervento delle Nazioni Unite con le caratteristiche sopra prospettate.


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 298.


2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Bonn, Londra, Mosca, Parigi, Washington ed alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 10493/67. New York, 29 aprile 1959, ore 22,30 (perv. ore 4,30 del 30).

Oggetto: Commissione spazi cosmici.

Mio telespresso 1138/738 del 25 aprile(2).

Questa Rappresentanza Stati Uniti ha delineato oggi in riunione privata missioni amiche posizione americana su prossime riunioni Commissione spazi cosmici.

Delegazione americana si propone presentare tre documenti cui abbozzo passatoci da colleghi americani spedisco con prossimo corriere aereo. Il primo di carattere puramente descrittivo riguarda organizzazioni internazionali oggi esistenti capaci svolgere lavori di cooperazione internazionale in tema spazio cosmico.

Secondo documento molto dettagliato concerne i fini di natura pratico scientifica che Commissione potrebbe prefiggersi con particolare riguardo seguenti funzioni.

1) Possibilità effettuare programma esplorazioni astronautiche, eventualmente con scopi limitati, sotto auspici ONU ed anche come continuazione anno geofisico.

2) Utilizzazione satelliti e velivoli spazi cosmici.

3) Possibilità collaborazione nei confronti esplorazioni effettuate a mezzo dell’uomo.

4) Collaborazione internazionale in relazione problemi tecnici quali trasmissioni radio, lancio satelliti, identificazione, ecc. ecc.

5) Istituzione sistema informazioni.

6) Istruzioni ed addestramento su base internazionale.

Terzo documento precisa punto di vista americano su aspetti giuridici lavori con particolare riguardo questione altezza spazi cosmici ed opportunità Commissione non entri sostanza problemi ma solo loro identificazione.

Americani chiestoci se Italia si appresta presentare documenti e da corso riunione si è tratta impressione aspettativa da parte americani che, se non ad inizio lavori ma almeno entro primi 10 giorni, si presenti da parte nostra qualche documento quale contributo discussione.

Riunione odierna confermata posizione americana di notevole cautela accoppiata a espresso desiderio evitare problemi politici connessi argomento e persino indagini giuridiche o scientifiche di sostanza che vadano oltre identificazione obiettivi e studio possibili applicazioni soprattutto di carattere limitato e pratico.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Non pubblicato.

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L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 6041/16412. Washington, 1° maggio 1959.

Oggetto: Commissione speciale Nazioni Unite per spazio cosmico.

Riferimento: Mio telegramma del 30 aprile u.s.3.

Come preannunziato dal telegramma in riferimento, invio in allegato i tre seguenti documenti, consegnatici dal Dipartimento di Stato e che costituiranno la base di lavoro per la Delegazione americana alla Commissione speciale delle Nazioni Unite per gli spazi ultra-atmosferici:

1) – UN ad hoc Committee on the peaceful uses of outer space – Working paper on topic 1 (A): Activities and resources of the United Nations and the specialized Agencies of the UN in the field of outer space; Activities of International Bodies other than the United Nations.

2) – UN ad hoc Committee on the peaceful uses of outer space; draft working paper on topic 1 (b): areas of international cooperation: space science, applications of earth satellites and manned space exploration.

3) – Legal problems which may arise in the exploration of outer space.

All’atto della consegna della predetta documentazione, tre funzionari del Dipartimento di Stato ci hanno commentato gli allegati testi, delineando inoltre l’orientamento generale che la Delegazione americana conta di seguire nella Commissione in oggetto.

Secondo quanto espostoci, i predetti documenti hanno non lo scopo di suggerire delle soluzioni per i numerosi e complessi problemi dello spazio cosmico, ma semplicemente quello di tentare un inquadramento sistematico di tali problemi. Infatti soltanto quando questo indispensabile lavoro preliminare sarà correttamente compiuto e percisaranno ben chiari i fini e i limiti della Commissione, potrà passarsi al piimpegnativo compito di cominciare a suggerire delle possibili soluzioni.

I nostri interlocutori hanno sottolineato che comunque non si tratta ormai pidi problemi astratti, bensì di questioni che sono già entrate nel dominio della concretezza. Infatti quando ad esempio una parte di uno strumento meccanico lanciato nella stratosfera rientra nell’atmosfera senza distruggersi, e perciviene a cadere sul mare o sulla terra, si pongono problemi di proprietà e di responsabilità. D’altra parte anche la questione del limite fra spazio terrestre e spazio cosmico puavere dei riflessi pratici: esso tuttavia non puessere fissato a priori, essendo una nozione puramente convenzionale, per la quale si possono prendere come elemento determinante varie quote, a cominciare da quella in cui inizia la totale mancanza di ossigeno, sino a quella in cui viene meno la forza di gravitazione terrestre.

Un criterio da cui la Delegazione americana tende costantemente a farsi guidare – ci è stato aggiunto – è quello di un estremo tecnicismo e di una serena obiettività, per evitare che i lavori della Commissione si prestino ad accuse di speculazione politica, come certo l’Unione Sovietica tenterà di fare per giustificare il suo boicottaggio della Commissione stessa.

I nostri interlocutori hanno inoltre osservato che gli Stati Uniti, chiedendo la convocazione della Commissione nonostante la scontata avversione dell’URSS, hanno voluto riaffermare il principio che gli organi delle Nazioni Unite non possono essere destinati all’inazione solo perché la Russia, per sue proprie ragioni, tenta il boicottaggio. Se infatti l’Occidente si prestasse a questa specie di ricatto sovietico si istituirebbe un precedente pericoloso. D’altronde per poter mostrare ancora di piil carattere arbitrario dell’atteggiamento russo, gli Americani riterrebbero utile che in tale boicottaggio i sovietici venissero il pipossibile isolati. A tale scopo perciil Governo USA sta guardando con grande attenzione all’atteggiamento dei due Stati, l’India e la Repubblica Araba Unita, che sono ancora incerti se partecipare o meno. Anzi il Governo americano sta discretamente cercando di influenzare i due Stati, orientandoli verso la partecipazione. Come ho informato col telegramma in riferimento, il Dipartimento sarebbe lieto se anche da parte italiana si esercitasse una cauta pressione nel senso sopra indicato, in particolare verso il Governo della Repubblica Araba Unita.

Oltre questa azione preliminare, il Dipartimento ha aggiunto che sarà lietissimo di ogni contributo che la Delegazione italiana vorrà dare allo studio degli importanti e complessi problemi che sono all’ordine del giorno della Commissione in oggetto.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale. 2 Indirizzato, per conoscenza, alla Rappresentanza presso l’ONU a New York.

Si tratta verosimilmente del T. 10640/510 del 1° maggio da Washington (Telegrammi ordinari 1959, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. II), con il quale Brosio comunicava l’avvenuta consegna da parte del Dipartimento di Stato dei tre documenti di lavoro, caratterizzati da un orientamento tecnico, teso ad evitare accuse di speculazione politica.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato urgente 1188/7882. New York, 6 maggio 1959.

Oggetto: Nazioni Unite e questione di Berlino. Discorso di Hammarskjd a Copenaghen.

Mio telegramma del 3 c.m.3.

1. Il discorso pronunciato da Hammarskjd il 2 corrente a Copenaghen(4), integralmente dedicato alla crisi di Berlino in relazione alle Nazioni Unite, è stata la prima pubblica dichiarazione nel corso della quale il Segretario Generale è entrato nel merito del problema. Solo vaghi accenni egli aveva finora fatto in pubblico alla questione, da ultimo nella sua conferenza stampa del 30 aprile, sulla quale ho riferito con telespresso n. 1176/776 del 2 c.m.5.

Se vago ed evasivo era stato finora Hammarskjd in pubblico, assai piaperto era invece stato in privato. In una lunga conversazione con lui avuta poco prima della sua partenza (mio telespresso n. 1124/724 del 24 aprile u.s.6) egli era stato particolarmente esplicito sulle possibili funzioni da attribuirsi alle Nazioni Unite nel quadro di una soluzione concordata della crisi.

Oltre alla pubblicità delle *dichiarazioni e a parte quello che egli ha detto sulle

N.U. come organo esecutivo di un accordo – dichiarazioni su cui non mi soffermo perché ricalcano quelle dette a me in privato – il Segretario Generale*7 ha aggiunto un elemento nuovo di particolare interesse: egli si è soffermato sulle Nazioni Unite come organo di negoziato e sugli aspetti correlati delle possibili funzioni del Segretario Generale. Su questi ultimi punti mi sembra che possa essere utile soffermarsi con qualche dettaglio.

2. Hammarskjd, richiamando la proposta americana del luglio dello scorso anno di tenere una riunione al vertice attraverso una riunione del Consiglio di Sicurezza con la partecipazione di Capi di Governo, ha sottolineato che esistono varie possibilità di collegare una conferenza al vertice con il meccanismo del Consiglio di Sicurezza. Secondo le sue espressioni tale conferenza potrebbe aversi «sulla base del Consiglio, entro il Consiglio ovvero in stretta correlazione con il Consiglio di Sicurezza». Non risulta chiaro cosa Hammarskjld possa avere avuto in mente come carattere distintivo di ciascuna delle tre ipotesi sopra indicate. Lo scorso anno, allorché la proposta americana era stata inizialmente accettata da parte sovietica, Hammarskjd aveva elaborato alcuni possibili schemi procedurali per tale riunione del Consiglio (vedi al riguardo telegrammi di questa Rappresentanza del 26 luglio 1958). In base a tali schemi, alle riunioni del Consiglio si sarebbero dovute alternare riunioni ristrette dei Capi di Governo. Fino a quando Krushev, al suo ritorno da Pechino, fece bruscamente macchina indietro, la discussione al riguardo verteva sul peso rispettivo da dare alla procedura formale del Consiglio rispetto alle riunioni pio meno formali e collegate dei Capi di Governo.

Altro precedente, questa volta effettivo e non solo programmato di riunione del Consiglio di Sicurezza con parallele riunioni ristrette ad alto livello, si è avuto nel settembre-ottobre 1956 a proposito della discussione sulla nazionalizzazione del Canale di Suez. Come si ricorderà, la procedura formale del Consiglio venne allora interrotta per dar modo ai Ministri degli Esteri degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia ed Egitto di riunirsi privatamente alla presenza di Hammarskjd; da tali riunioni risultarono i sei noti principi, poi formalmente inseriti in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza.

Comunque nel suo ultimo discorso Hammarskjd ha ben poco precisato possibili procedure ed è assai probabile che egli si sia voluto espressamente tenere nel vago: egli ha pervoluto sottolineare i vantaggi che, a suo modo di vedere, presenterebbe una conferenza al vertice nel quadro del Consiglio di Sicurezza: preciso fondamento procedurale, nonché chiaro quadro giuridico della riunione, tale da eliminare quegli elementi di incertezza che potrebbero complicare deliberazioni in altre istanze.

Sempre nel quadro di una azione formale da parte delle Nazioni Unite, Hammarskjd ha fatto infine riferimento alla necessità di una «decisione» del Consiglio di Sicurezza o della Assemblea nella ipotesi in cui una intesa tra le potenze interessate prevedesse l’attribuzione di talune funzioni esecutive delle Nazioni Unite. «In tale situazione – ha precisato Hammarskjd – le Nazioni Unite diverrebbero ovviamente parte del negoziato». Con ciHammarskjd sembra aver voluto escludere, almeno da un punto di vista formale, che le Nazioni Unite possano venire chiamate in causa con funzioni esecutive, senza che le decisioni relative vengano prese dagli organi costituzionali, e senza che alle N.U. venga riconosciuta una voce propria, come partecipanti al negoziato.

3. Altro aspetto interessante del discorso di Hammarskjd è il rilievo nel quale egli ha voluto mettere le sue possibili funzioni quale «portavoce della organizzazione» con diritto di prendere posizione, e senza limitarsi ad un ruolo puramente passivo e neutrale.

Hammarskjd – come è noto – ha sempre voluto sostenere ed affermare il ruolo «attivo» del Segretario Generale. Si ricorderà che durante la crisi di Suez egli, nel corso di una seduta del Consiglio di Sicurezza, fece una dichiarazione che suonava aperta condanna della azione anglo-franco-israeliana; analoga dichiarazione di condanna, questa volta della azione sovietica, egli fece, sempre in Consiglio di Sicurezza, a proposito degli avvenimenti di Ungheria. Inoltre lo scorso anno il Segretario Generale ha avuto pubbliche parole di apprezzamento per la proposta sovietica tendente alla cessazione degli esperimenti nucleari; anche in termini favorevoli si è espresso sulla proposta americana per una zona di ispezione aerea sull’Artico, biasimando il rifiuto sovietico,

Gli esempi che ho sopra citato possono ricordarsi come i casi principali in cui Hammarskjd ha ritenuto opportuno di «prendere posizione», abbandonando anche in pubblico un atteggiamento di neutralità, che molti ritengono connaturato al suo ufficio.

Comunque, secondo le dichiarazioni di Hammarskjd a Copenaghen, è soltanto in casi eccezionali che possono essere necessarie pubbliche prese di posizione: «un Segretario Generale – egli ha detto – deve accettare la limitazione di agire principalmente per linee interne, senza pubblicità». Egli, in sostanza, pur non escludendo la possibilità di pubbliche prese di posizione da parte sua (ed i suoi precedenti stanno a comprovare che egli a volte vi ha ricorso), ha confermato la sua nota preferenza per le forme che egli definisce di «quiet diplomacy».

In che modo ed in quali circostanze egli pensi di poter prendere posizione non è certo chiaro in questo momento, né Hammarskjd lo ha in alcun modo detto. È ovvio comunque che, qualora una conferenza al vertice dovesse aver luogo nel quadro del Consiglio di Sicurezza – ed egli ha caldeggiato questa ipotesi – Hammarskjd verrebbe quasi ipso jure chiamato a parteciparvi. Né va dimenticato che quando lo scorso anno i sovietici avevano proposto che alla Conferenza al vertice per il Medio Oriente partecipasse anche il Segretario Generale, egli aveva risposto che, qualora vi fosse stato accordo generale su questo punto, egli considerava «conforme ai suoi diritti e doveri di accettare» (vedi telespresso di questa Rappresentanza n. 1803/1203 del 23 luglio 1958).

Va rilevato infine che Hammarskjd ha inquadrato le sue possibili funzioni personali, quale espressione della «posizione indipendente della organizzazione», collegandole anche con gli interessi dei molti Stati membri, estranei ai negoziati, ma per i quali «i risultati delle decisioni internazionali possono avere indirettamente una importanza vitale». Egli è tornato quindi nel suo discorso sul tema dei piccoli Stati, tema che egli aveva ancora toccato nel corso della sua recente conferenza stampa, cui sopra ho accennato.

4. Nel corso di una conferenza stampa, tenuta a Copenaghen il 4 corrente ed alla quale il Segretariato ha qui dato pubblicità, Hammarskjd ha dato l’impressione di volere attenuare la portata delle sue dichiarazioni. Egli ha voluto sottolineare che da parte sua non si era inteso avanzare delle «proposte» e neppure dei «suggerimenti», ma che le sue dichiarazioni andavano intese come un «quadro di possibilità» che era doveroso da parte del Segretario Generale di ormai prospettare.

Anche quanto alle relazioni tra conferenza al vertice e Consiglio di Sicurezza Hammarskjd ha aggiunto che i vari possibili collegamenti cui egli aveva accennato erano da intendersi entro i limiti in cui i problemi trattati da tale conferenza potevano rientrare nel quadro della competenza del Consiglio. Così, ad esempio, egli ha aggiunto, le questioni della riunificazione e del trattato di pace con la Germania potevano «in base allo Statuto considerarsi virtualmente al di fuori dalla competenza delle Nazioni Unite».

Malgrado queste precisazioni – che egli probabilmente ha voluto fare per attenuare la risonanza avuta dal suo discorso – appare chiaro che il quadro generale che egli ha dato corrisponde al modo di vedere del Segretario Generale.

N.U. aveva diramato il discorso di Hammarskjd e il problema di Berlino aveva avuto lì notevole risonanza. Indicava inoltre gli aspetti che erano stati particolarmente sottolineati. Rilevava che interesse principale delle dichiarazioni di Hammarskjd era nell’«interesse» Nazioni Unite nella crisi e nel particolare rilievo attribuito al suo possibile ruolo personale.


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 298.


2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Bonn, Londra, Mosca, Parigi, Washington ed alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi.


3 T. 10838/69 del 3 maggio (Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza), con il quale Ortona aveva comunicato, tra l’altro, che il Segretariato


4 Il discorso, pronunciato da Hammarskjd davanti all'Associazione degli studenti a Copenaghen il sabato 2 maggio, è in UN, Digital Library: SG/812 (Serie: Comunicato stampa delle Nazioni Unite. Segretario generale. Affermazione), pp. 1-11.


5 Non pubblicato.


6 Vedi D. 46.


7 La parte tra asterischi è stata depennata e sostituita dalla seguente annotazione marginale: «nel suo discorso del 2 maggio a Copenaghen, Hammarskjd».

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL CAPO DEL SERVIZIO ONU, DAINELLI(1)

L. 1244. New York, 7 maggio 1959.

Caro Luca,

con quanto segue vorrei impostare con te in via per ora del tutto ufficiosa un problema che potrà divenire di attualità fra non molto e su cui dovremo forse tornare a parlare in via ufficiale: si tratta della sede e della data dell’Assemblea Generale dell’ONU nel 1960.

La questione non è certo nuova. Essa si presenta ad ogni elezione presidenziale americana in quanto il Governo degli Stati Uniti al potere teme che, coincidendo campagna elettorale e Assemblea delle N.U., in questa possano sorgere o verificarsi incidenze atte ad interferire con le elezioni stesse. Per tale ragione l’optimum per gli americani è un rinvio di un paio di mesi dell’Assemblea, in modo che essa si inizi ad elezioni ultimate, e subordinatamente – qualora non sia possibile un ritardo dell’Assemblea – uno spostamento di sede, atto di per sé a smorzarne gli echi in questo Paese. Vorrei sul complesso del problema pregarti di leggere il telespresso della Rappresentanza n. 2245/1598 del 30 dicembre 1955 che riassume tutti gli aspetti del problema da un punto di vista generale e che «vale» ancora, purché lo si legga con opportuni adeguamenti (quale per esempio sarebbe necessario apportare ai calcoli delle spese relative ad un trasferimento della sede dell’Assemblea altrove, dati gli aumenti di prezzi verificatisi nel frattempo).

Te ne scrivo perché giorni fa l’Ambasciatore di Turchia mi aveva detto avere inteso la voce che si pensasse a spostare l’Assemblea a Mosca nel 1960, il che già avevo giudicato meritevole di attenzione. Successivamente ho colto qualche primo, sia pure molto cauto e larvato, segno di intenzioni americane di rimettere in moto la questione.

Ieri infatti, per vie tortuose, e cioè da un giornalista amico al quale aveva parlato «seriamente» un giornalista americano «degno di fede» ed in stretto contatto con la Delegazione americana, mi è stato lasciato intendere che, se noi ci muovessimo per far sì che l’Assemblea del 1960 abbia luogo a Roma, la Delegazione americana ne sarebbe lieta e ci appoggerebbe. Poiché tale sondaggio fattomi sembrava avere una certa consistenza, ho con altrettanta cautela sondato a mia volta il Ministro di questa Delegazione americana. Ne è derivato quello che immaginavo; e cioè un’espressione di interesse, accompagnato [sic] allo stesso tempo dalla osservazione che gli Stati Uniti, essendo Paese ospite, non potrebbero prendere iniziative. Il predetto, senza mai precisamente riferirsi alle elezioni americane, mi ha poi anche parlato, invece che di spostamenti di sede, di eventuali spostamenti di data, motivandone la necessità con ragioni varie. Insomma, mi sembra che ciche gli americani hanno voluto fare con tali passi del tutto ufficiosi sia stato semplicemente di gettare un primo sassolino per muovere le acque, eventualmente per ottenere anche solo un rinvio nella data di inizio dell’Assemblea come avvenne nel 1956. Naturalmente potrebbe far comodo a Washington che fossimo ora noi, dietro il pungolo di una eventuale scelta della sede a Roma, a continuare ad agitare il problema. E farebbe certo comodo a loro di averci come schermo nel caso di un accentuarsi della candidatura di Mosca.

Ad uno spostamento a Roma osterebbero sempre le solite difficoltà:

1) il pericolo di antagonizzare Hammarskjd, che non ama tali spostamenti (malgrado sue dichiarazioni pipossibiliste fatte in pirecenti occasioni – vedi al riguardo lettera n. 1899 del 3 agosto 1956 indirizzata all’allora Segretario Generale);

2) riluttanza di molti Paesi a favorire spostamenti (e di cisi ebbe prova già in riunioni avvenute nell’ambito dell’Organizzazione nel 1956);

3) la notevole spesa che cicomporterebbe per il Paese ospitante (anche se dei 2 o 3 milioni di dollari, ora peraltro aumentabili, di cui si parlnel 1956, una parte potrebbe forse essere assunta dall’ONU).

I vantaggi d’altro canto sono facilmente individuabili: 1) prestigio; 2) introiti turistici vari, ivi inclusa la continuazione dello sfruttamento dei mezzi alberghieri disposti per le Olimpiadi.

Di tutto ciho voluto metterti al corrente unicamente per scrupolo e per il caso che la questione, agitata finora debolmente, abbia ad ingrandirsi in un avvenire lontano o anche prossimo. Ad esempio il Ministro Barco mi diceva che occorrerebbe decidere qualcosa presto, forse con implicito riferimento a timore che si facciano avanti i russi. Alla possibilità di una candidatura di Mosca io voglio aggiungere, sempre per eccedere in scrupolo, che nulla vieterebbe anche alla neutrale Austria di farsi avanti con Vienna.

Il pensiero del Governo italiano sulla questione quale essa si poneva nel 1956 risulta chiaramente dal telespresso dell’allora Segretario Generale n. 23/114 del 23.1 e dalla lettera dell’allora Direttore Generale degli Affari Politici a Plaja n. 185 del 2 febbraio.

A tale stesso atteggiamento io mi atterrei nel caso in cui, anche per il 1960, la questione avesse veramente ad agitarsi. Forse l’elemento che mi farebbe comodo conoscere è come si disporrebbe il nostro Governo nei riguardi del problema dal punto di vista amministrativo, e ciper il caso che dovessimo venire avvicinati, come avvenne nel 1960 [sic], da qualche Delegazione per conoscere il pensiero del Governo italiano in argomento.

Questa lettera, man mano che sono andato redigendola, ha preso delle proporzioni piampie di quanto non volessi darle e di quanto forse lo stadio attuale della questione non meriti. Non vorrei in ogni caso che ... dalle proporzioni della lettera tu pensassi che io voglia da qui incoraggiare o spingere. Tutt’altro: bisognerà, anche nel caso di un piforte interesse da parte del nostro Governo, procedere con la massima cautela; «adelante cum juicio», tenendo presente che le possibilità di avere uno spostamento della sede dell’Assemblea sembrano almeno per ora veramente minime. Ti sargrato di un tuo cenno indicativo con riferimento alle istruzioni passate ed al problema amministrativo.

Con molti cordiali saluti.

[Egidio Ortona]

Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 1506/906. New York, 19 maggio 1959.

Oggetto: Consiglio di Tutela. Composizione e funzionamento fino al 1961.

Riferimento a telegramma ministeriale n. 582.

Ha avuto luogo il 18 maggio corrente, come previsto, una prima riunione fra i Rappresentanti dei Paesi amministranti nel Consiglio di Tutela, per esaminare la nota questione delle modalità da adottare in via provvisoria per ovviare alla situazione che si determinerà nel Consiglio con la scadenza degli accordi di tutela con l’Italia e con la Francia.

Il Rappresentante britannico ha esposto la posizione della sua Delegazione in proposito, che riassumo brevemente:

–- preferenza, fra le possibili soluzioni che si potrebbero considerare, per un «congelamento» del Consiglio nella sua composizione attuale; –- circa i metodi da seguire, premessa l’opportunità di evitare un emendamento dello Statuto e di ricercare la massima misura possibile di accordo fra i Membri delle Nazioni Unite, sembrano sussistere possibilità di raggiungere lo scopo ricorrendo ad una «risoluzione» da far approvare dall’Assemblea Generale o a un «gentlemen’s agreement» o a una modifica delle norme di procedura; –- circa il «modus procedendi», agire al pipresto sulla Delegazione indiana e, se del caso, sul Governo di New Delhi, in modo da creare, attraverso gli indiani, un’atmosfera favorevole al progetto negli ambienti afro-asiatici. Avvicinare il Segretario Generale nella questione quando tale favorevole atmosfera si sia determinata e, finalmente, indurre l’India o, al caso, un’altra Delegazione afro-asiatica a prendere l’iniziativa ufficiale nel problema.

Tutti i Rappresentanti presenti hanno dichiarato di concordare di massima con la linea d’azione esposta dai Britannici, ad eccezione del Belga che ha svolto varie riserve tendenti ad affermare la sua contrarietà ad ogni iniziativa che si proponesse una modifica dello Statuto o, piancora, una violazione.

Quanto al nostro Rappresentante, egli ha riconfermato il punto di vista italiano, che si ispirava ad una piena collaborazione con i Paesi amministranti, ma anche alla considerazione che, data la nostra particolare posizione, doveva esservi pieno accordo fra gli interessati in merito ad una ulteriore nostra permanenza nel Consiglio. Alla luce di queste circostanze, perci pareva opportuno che da parte nostra ci si astenesse, specie in riferimento all’azione da svolgere nei confronti dell’India e di altri Paesi, da aperte iniziative. Cinon avrebbe impedito che, nelle forme opportune, prestassimo egualmente il nostro appoggio al progetto.

Il Delegato britannico ha espresso il suo apprezzamento per la nostra collaborazione, dichiarandosi d’accordo circa l’atteggiamento che ci proponevamo di mantenere.

Nella discussione seguita alla presa di posizione belga, che ha colto di sorpresa i presenti, giacché dagli scambi di idee avuti fin qui era sembrato che quel Rappresentante fosse d’accordo sul progetto di «congelamento» del Consiglio, il Rappresentante britannico ha fatto osservare che vi era una lacuna nello Statuto, in quanto esso non prevedeva una situazione come quella che si determinerà l’anno prossimo con l’uscita dell’Italia dal Consiglio e con la scadenza dell’accordo di tutela con la Francia.

Perci in un modo o nell’altro, sarà difficile e quasi impossibile che la soluzione venga raggiunta senza, quanto meno, una «interpretazione estensiva» dello Statuto. Ma non era nelle intenzioni britanniche di proporsi una violazione dello Statuto e nemmeno, date le possibili conseguenze avvenire – in relazione ad una soluzione definitiva della questione – di raggiungere lo scopo mediante una modifica formale dello stesso.

Il Rappresentante belga ha preso atto delle assicurazioni fornitegli e pur mantenendo ferma la sua opposizione di principio, ha aggiunto in via conciliativa che al massimo la sua Delegazione si sarebbe astenuta da ogni «opposizione attiva» all’iniziativa, se concordata in una delle forme delineate dal Rappresentante britannico. Quanto all’atteggiamento che la sua Delegazione avrebbe assunto, venuto il momento, in Assemblea Generale, egli poteva solo dire che sperava di poter astenersi dal voto.

Si è rimasti d’intesa di indire un’altra riunione al pipresto e appena, comunque, l’azione concordata abbia fornitoci primi apprezzabili risultati.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238.


2 T. 6120/58 dell’11 maggio (Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza), con il quale De Ferrariis Salzano aveva dato istruzioni di aderire proposta Delegato britannico di riunione, allo scopo di definire atteggiamento comune per un «congelamento» del Consiglio nella sua composizione attuale fino al 1961 e per ottenere appoggio Governo indiano.

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L’AMBASCIATORE A PRETORIA, CARROBIO DI CARROBIO, AL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, STRANEO(1)

L. 12162. Cape Town, 19 maggio 1959.

Caro Nino,

non so se avrai avuto tempo e pazienza per leggere le mie ultime comunicazioni sugli sviluppi della politica razziale sudafricana (n. 661/218 del 24 marzo, n. 1145/380 e n. 1146/381 del 19 maggio 19593): penso infatti che la Conferenza di Ginevra e la serietà dei problemi sul tappeto ti assorbano completamente.

Spero tuttavia non avere una visione troppo unilaterale se dico che l’andamento della politica sudafricana potrebbe un giorno essere per noi occidentali fonte di sorprese, per cui mi vado sempre piconvincendo che i Paesi occidentali (e naturalmente in primo luogo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America) non dovrebbero limitarsi a dolersi di quanto qui si fa, a recriminare, a reclamare una politica piliberale, che è impossibile sperare.

La situazione, semplificata all’estremo, è la seguente: tutti i bianchi del Sud Africa, anche quelli che ora sono all’opposizione, sono decisi a difendere le loro posizioni di preminenza: i nazionalisti mediante quello che chiamano una «federazione razziale» che fingerebbe di dare ai neri pari diritti ma, in fatto, dovrebbe consentire ai bianchi di «maintain the present Leadership of the White race». Come ho riferito, la linea nazionalista porterà fatalmente alla disintegrazione dell’Unione nella sua forma attuale, con la creazione di Stati bianchi da una parte e Stati neri dall’altra, uniti verosimilmente per lungo tempo da vincoli economici e costituzionali (purché tutto avvenga senza urti sanguinosi). L’altro sistema, che non è ancora stato formulato chiaramente, porta fatalmente – per quanto si possa comprendere – ad una integrazione e cioè, per il semplice giuoco dei numeri, ad una supremazia nera anche se a scadenza non ravvicinata: il conflitto cruento appare, quindi, inevitabile, data la decisione dei bianchi di non mollare.

Si pudire che situazioni economiche e sociali createsi in decenni rendono la prima strada troppo ardua o di impossibile realizzazione, e che la seconda appare pifacile. Premesso che nulla deve considerarsi impossibile se si hanno la volontà, i consensi ed i mezzi necessari, occorre ricordare che la politica è l’arte del possibile fatto tempestivamente ed in armonia con i propri interessi.

Ora, secondo me, nostro (intendo del mondo occidentale) interesse primordiale è di assicurare la continuità alla presenza pacifica dei bianchi in questa parte d’Africa e ritengo meno difficile assicurarla per un periodo prevedibilmente indefinito attraverso una coraggiosa separazione, che non attraverso forme ibride che, di conflitto in conflitto e di rinuncia in rinuncia, finirebbero con lo spazzar via i bianchi, in ogni caso assai pirapidamente.

Qualunque, poi, sia la soluzione migliore, una cosa è sicura: che per la nostra posizione di fronte agli altri Paesi africani ed asiatici e per la nostra azione all’ONU, tenuto conto dei nostri interessi permanenti essenziali, la situazione presente – che quando siamo al dunque ci obbliga ad astenerci dal voto od a votare contro il Sud Africa – è la peggiore e non potrebbe essere continuata a lungo senza danno. Dal che deduco che uno sforzo dovrebbe essere fatto qui per convincere i responsabili della politica sudafricana ad essere piespliciti in merito al futuro – sia pure graduale e ancora lontano – riservato ai neri. In fatto, la soluzione nazionalista significa «indipendenza», quella dell’opposizione «parità di diritti»; non dovrebbe essere impossibile trovare una formula che, senza essere così esplicita quale quella adoperata da Re Baldovino pel Congo (dove la situazione, del resto, è ben diversa), ci consenta di manovrare meglio. Anche il collega americano, che perè qui da ancor meno tempo di me, mi sembra orientato in tal senso e se ad una cosa del genere si potesse arrivare, molti ne sarebbero i vantaggi e prima di tutto:

1) portare i bianchi sudafricani a unirsi in un fronte unico;

2) rendere la posizione degli occidentali pifacile specie all’ONU;

3) far uscire il Sud Africa dal suo isolamento;

4) eliminare la causa principale di frizione fra Sud Africa e altri Stati neri indipendenti;

5) facilitare forse anche la soluzione del problema dell’ex Africa Occidentale tedesca. Varrebbe forse la pena accertare che ne pensano al Foreign Office, allo State Department ed al Quay. Credimi, con affettuosa amicizia. Tuo, aff.

[Renzo]


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 249. 2 Ritrasmesso con Telespr.13/01497/c. del 14 luglio. Sottoscrizione autografa. 3 Non pubblicate.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 1582/982. New York, 30 maggio 1959.

Oggetto: Politica estera francese alle Nazioni Unite.

Riferimento: Telespresso ministeriale n. 23/00619 del 25 maggio a.c.2.

La Francia, pur essendo, quale membro permanente del Consiglio di Sicurezza, uno dei cinque Grandi societari, non ha mai svolto alle Nazioni Unite una politica particolarmente attiva, conforme a questo suo status. E questo appare naturale, sia perché essa non ha trovato nelle N.U. quell’agone in cui diluire le proprie responsabilità mondiali che vi hanno trovato soprattutto gli Stati Uniti, sia perché le N.U. non hanno costituito per la Francia quel «foro» per esercitazioni di professione di fede neutralistica quali sono state, ad esempio, per l’India, e sia infine perché esse non hanno rappresentato, come per i Paesi di recente indipendenza, lo sfondo per le proprie agitazioni ed emancipazione. Se mai le Nazioni Unite hanno pesato sulla Francia come su ogni altro Paese coloniale – e, forse, a causa del problema algerino, su di essa piche su altri. La Francia, insomma, ha dovuto svolgere nelle N.U. piuna politica difensiva, di fronte alla pressione anticolonialista, di cui rappresenta uno dei principali bersagli, che un’azione attiva. Di conseguenza gli aspetti salienti della sua politica alle Nazioni Unite possono negli ultimi tempi identificarsi piuttosto nella discussione di due questioni che la interessano direttamente: la questione algerina e quella del Camerun sotto tutela francese. Delineo brevemente qui di seguito gli aspetti essenziali di queste due questioni, nonché la impostazione data recentemente dalla Francia allo status dei territori associati alla Unione francese rispetto alle Nazioni Unite.

1. Questione algerina. Durante la scorsa Assemblea la Delegazione francese – come è noto – non ha partecipato in alcun modo alla discussione della questione algerina, assentandosi dalle relative sedute. L’assenteismo francese è stato totale, nel senso anche di una ostentata indifferenza rispetto a quanto l’Assemblea discutesse o potesse decidere. Postisi su questa linea, i francesi si sono anche astenuti da qualsiasi azione di corridoio.

L’atteggiamento adottato dalla Francia alla scorsa Assemblea si è profondamente diversificato da quello seguito negli anni precedenti: nel 1956 e 1957 la Francia aveva partecipato attivamente alle discussioni sull’Algeria; la Delegazione francese aveva efficacemente svolto un’azione difensiva, facilitando così una partecipazione attiva da parte di Paesi alleati e amici, e consentendo infine a questi ultimi di avere margini di manovra per giungere a formule di compromesso soddisfacenti per la Francia. Lo scorso anno l’assenza della Francia dalle discussioni ha invece fatto sì che queste venissero quasi monopolizzate dai Paesi avversari; da parte francese, inoltre, non veniva neppure incoraggiata la presentazione di testi di compromesso, confidandosi di poter contare sul cosiddetto «terzo bloccante» per rendere impossibile l’approvazione di qualsiasi risoluzione dannosa alla Francia.

Le previsioni francesi si avverarono alla passata Assemblea con il margine ridottissimo di un solo voto: solo 18 Paesi, votando contro la risoluzione afro-asiatica, presero decisamente posizione accanto alla Francia (6 soli europei – Italia, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Portogallo – 6 latino-americani, 4 dominions, piIsraele e Laos): 35 votarono contro ed i restanti 23 si astennero, tra cui gli Stati Uniti (per maggiori dettagli vedi mio telespresso n. 3118/2118 del 20 dicembre 1958). Il voto italiano, che dovette differenziarsi da quello americano, fu quindi in quella occasione determinante per un esito della votazione favorevole alla Francia e di cii francesi ci diedero atto in comunicazione ufficiale di apprezzamento.

2. -Questione del Camerun sotto tutela francese. Tale questione è stata discussa sia durante lo scorso autunno, sia nella ripresa dei lavori dell’Assemblea, nel febbraio di quest’anno. Aspetto piimportante di tali discussioni – a parte il principio della indipendenza del Camerun nel gennaio del 1960, sul quale tutti erano d’accordo – è stata la vivace e lunga opposizione dei Paesi indipendenti africani ad accettare l’attuale Governo del Camerun, considerato troppo filo-francese. I Rappresentanti africani, affiancati da altri Paesi asiatici e da qualche latino-americano, chiedevano difatti con insistenza nuove elezioni, prima dell’indipendenza, sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Le discussioni si rivelarono assai lunghe e complesse, ma le tesi francesi finirono col prevalere, con 56 voti in favore, nessuno contrario e 23 astensioni. La Delegazione italiana ha costantemente fiancheggiato la Delegazione francese con i suoi interventi e con iniziative connesse con la presentazione di risoluzioni favorevoli alle tesi francesi. - 3. -Status dei territori francesi dell’Africa rispetto alle Nazioni Unite. Lo scorso mese di aprile la Rappresentanza francese alle Nazioni Unite ha informato il Segretariato che la Francia aveva deciso di sospendere la trasmissione delle «informazioni» relative ai territori non autonomi amministrati dalla Francia. Ciin quanto, con le recenti riforme costituzionali, tali territori devono considerarsi come aventi raggiunto gli obiettivi previsti dallo Statuto delle Nazioni Unite, e, nella fattispecie, la completa autonomia.

In base alla comunicazione francese si tratta ora per l’Assemblea delle Nazioni Unite di accettare la tesi secondo cui tutti i territori dell’Africa francese hanno già raggiunto – attraverso le recenti riforme costituzionali – uno stadio finale di evoluzione politica adeguato e sufficiente dal punto di vista delle Nazioni Unite. La maggioranza dell’Assemblea, tuttavia, è stata sempre sommamente restia ad accettare, e considerare come obiettivo finale, forme di evoluzione diverse dalla piena indipendenza. Così quattro anni di discussioni sono stati necessari alle Nazioni Unite per accettare, sia pure con riserva, la cessazione delle «informazioni» dai territori olandesi della Guiana e del Curacao.

La comunicazione francese dello scorso aprile implica, tra l’altro, che da parte francese non si intende riconoscere all’Assemblea la competenza di pronunciarsi sul merito della questione, ma soltanto di prendere atto della comunicazione francese. Una lunga e complessa discussione è certamente da prevedersi su questo problema alla prossima Assemblea (per maggiori dettagli vedi mio telespresso n. 984/684 del 18 aprile 19592).

4. -Altri problemi. Non mi soffermo naturalmente sulle questioni – e sono la grandissima maggioranza – in cui la posizione francese è stata sulla stessa linea di quella dei principali Paesi occidentali. Ricordo solo che tra le eccezioni pinotevoli è da annoverarsi l’atteggiamento assunto della Delegazione francese alla scorsa Assemblea nella discussione sul disarmo: la Francia si è astenuta sulla risoluzione occidentale, specialmente per le sue riserve in materia di cessazione degli esperimenti nucleari. 5.- Da quanto ho sopra esposto risulta che due problemi in discussione alla prossima Assemblea interesseranno direttamente la Francia: quello algerino (di cui è già in corso da parte dei Paesi afro-asiatici la procedura di iscrizione all’ordine del giorno) e quello relativo alla cessazione delle «informazioni» dei Territori francesi dell’Africa. Ambedue le discussioni si prospettano come particolarmente complesse e difficili.

È certamente prematuro fare previsioni sulle possibili impostazioni di tali discussioni. Sulla base dell’esperienza passata puperdirsi che, se anche quest’anno sarà confermato un atteggiamento francese di assenteismo sulla questione algerina, cinon solamente potrebbe rendere ancora piproblematica quella azione bloccante, a stento riuscita lo scorso anno ad un solo voto, ma porrebbe in posizione sempre pidifficile gli amici e gli alleati della Francia, provocando discrepanze nei loro atteggiamenti anche pigravi che nella passata sessione.

Analoghe considerazioni possono svolgersi rispetto alla questione dei Territori francesi d’Africa. Dato che, come ho sopra ricordato, la comunicazione francese implica il non riconoscimento della competenza dell’Assemblea, è possibile che da parte del Governo di Parigi si decida di assentarsi anche da tale discussione. A giudicare da quanto dicono i Rappresentanti francesi qui, una decisione del genere sembra assai probabile.

Comunque, anche se da parte francese dovesse decidersi, su ambedue le questioni, una partecipazione ad una difesa attiva, e pur prevedendosi in tal caso migliori prospettive di manovra per i Paesi amici ed alleati, questi si troverebbero pur sempre di fronte a scelte non facili e a decisioni con implicazioni politiche di notevole portata.

Al riguardo occorrerà naturalmente seguire da vicino l’andamento degli atteggiamenti dei vari Paesi per determinare quale potrà essere il nostro. Oggi si ignorano ancora troppi elementi del composito quadro dei vari schieramenti regionali e nazionali – e in primo luogo quello che sarà il risultato della Conferenza di Monrovia tra i Paesi africani appunto convocata per l’esame del problema algerino, di cui al mio telespresso n. 1543/943 del 26 maggio u.s.2 – per non poter fare altro che lumeggiare per ora alla Francia le difficoltà che potranno incontrarsi nell’agone societario da parte di chi, come l’Italia ha già saputo dimostrare lo scorso anno, voglia compenetrarsi degli interessi francesi.

Sarebbe certo augurabile – ma è forse difficile sperarlo in accentuato regime gaullista – che la Francia trovi modo di facilitare l’azione dei propri alleati, almeno abbandonando la posizione di assenteismo dell’anno scorso e tornando a quella di difesa attiva delle sessioni precedenti(3).


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale. 2 Non pubblicato. 3 Per il seguito vedi D. 55.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 1600/1000. New York, 3 giugno 1959.

Oggetto: Nazioni Unite. Sede della Assemblea Generale nel 1960.

Telespresso dell’Ambasciata di Washington n. 7716/ 2116 del 29 maggio u.s.2.

Ho preso nota con interesse di quanto riferito a codesto Ministero in merito agli accenni fatti dal Dipartimento di Stato sul problema di un eventuale spostamento della sede dell’Assemblea Generale delle N.U. nel 1960. Le considerazioni svolte dal Dipartimento sopratutto in merito alla possibile associazione dell’aspirazione alla Presidenza di quella Assemblea del cecoslovacco Nosek con uno spostamento di sede in Mosca coincidono con quelle che io stesso ho riferito aver sentito, per ora sia pure da qualche voce isolata, negli ambienti delle N.U. In verità la supposizione che i Sovietici mirassero a due obiettivi per ottenerne in effetti uno solo, mi era stata manifestata particolarmente, sia pure in via personale, dal Sottosegretario Protitch.

Ho anche rilevato che il Dipartimento è senz’altro contrario allo spostamento a Mosca. Se è così, mi sembrerebbe utile approfondire ulteriormente con gli Americani se Washington sarebbe tanto contraria a un simile spostamento da accantonare l’eventuale proposito di adoperarsi per non avere l’Assemblea Generale delle N.U. in sessione negli Stati Uniti nel momento in cui si svolgono le elezioni presidenziali. Se da parte americana nulla dovesse farsi per mutare la data dell’Assemblea, la candidatura di qualsiasi diversa sede da New York potrebbe venire facilmente bloccata. Se invece gli Americani tentassero, sia pure in via non diretta e per il tramite di altre Delegazioni, di spostare la data dell’Assemblea, il problema dello spostamento di sede potrebbe automaticamente venir messo in movimento e gli eventuali appetiti sovietici ne risulterebbero incoraggiati. La candidatura di Mosca potrebbe allora apparire all’orizzonte e occorrerebbe pensare subito ad altre candidature se, come immagino, l’Occidente volesse contrastare quella di Mosca. Dal che deriverebbero teoriche possibilità per una candidatura di Roma.

In altre parole se gli Americani paventano fortemente un possibile spostamento di sede su Mosca, dovrebbero non sollevare neppure il problema dello spostamento di data, ed in tal modo il pericolo di uno spostamento di sede non si profilerebbe. Non credo infatti che, anche se il Segretario Generale finisse per essere favorevole a che per una volta l’Assemblea Generale si tenga a Mosca, tale eventualità sarebbe reale, dato che su di essa, in mancanza di un’approvazione americana, non si raccoglierebbero sufficienti suffragi.

Mi pare quindi importante, prima di affrontare il problema a fondo, accertare possibilmente le reali intenzioni americane. Tre possibili ipotesi possono farsi a questo riguardo:

1) che gli Americani, per un complesso di ragioni, non ritengano di doversi adoperare né per uno spostamento di data, né per uno spostamento di sede. In tal caso non vedo come una eventuale candidatura di Mosca, anche se avanzata, potrebbe affermarsi;

2) che gli Americani puntino in sostanza verso uno spostamento di data, verso metà novembre, e questa è stata nel passato la soluzione da loro preferita. In questo caso la candidatura di Mosca sarebbe facilitata e gli Americani avrebbero interesse a contrapporvi la candidatura di altre sedi, non fosse che per far in modo che le varie candidature si elidano reciprocamente e si ripieghi in ultima analisi sullo spostamento di data preferito dagli Americani. In questo caso le eventuali candidature da contrapporre a Mosca sarebbero candidature puramente tattiche;

3) che gli Americani accettassero la idea di una sede diversa da New York, purché ad essi gradita. In questo caso la eventuale candidatura di Roma potrebbe, se del caso, venire realmente di attualità.

Cerchernaturalmente con cautela di sondare questa Delegazione americana al riguardo: si tratta perdi problema su cui solo l’Amministrazione centrale statunitense pupronunciarsi autorevolmente e l’Ambasciata a Washington pumeglio giudicare se o meno si possa riprendere il filo del discorso iniziato al Dipartimento per accertare tale importante elemento.


1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7. 2 Non pubblicato.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 1647/1047. New York, 6 giugno 1959.

Oggetto: Atteggiamento della Francia nelle Nazioni Unite. Conversazione con l’Ambasciatore di Francia.

Riferimento: Mio telespresso n. 1582/982 del 30 maggio u.s.2.

Faccio seguito al mio telespresso n. 1582/982 del 30 maggio u.s. per informare codesto Ministero di una conversazione che ho dovuto [sic] oggi con il nuovo Rappresentante di Francia, Ambasciatore Bérard, che è venuto a vedermi in visita di cortesia e di presentazione. Conosco Bérard dal 1945, dato che egli fu a Washington per tre anni come Consigliere dell’Ambasciata di Francia e avemmo modo di stabilire allora molto cordiali ed amichevoli rapporti. Ciha fatto sì che la visita protocollare tra noi due si sia trasformata in un lungo colloquio in cui abbiamo compiuto un largo giro d’orizzonte e nel corso del quale Bérard mi ha manifestato opinioni e propositi del suo Governo che mi paiono costituire un’interessante postilla e conferma delle considerazioni da me svolte nella mia comunicazione sopra riferita.

È stato lo stesso Bérard a chiedermi le mie impressioni sull’organizzazione delle Nazioni Unite, sul loro funzionamento e sui principali problemi sul tappeto. Nel rispondergli gli ho soprattutto puntualizzato la permanente necessità di uno stretto contatto tra i Paesi occidentali alle Nazioni Unite di fronte al sempre crescente numero di quelli africani ed asiatici, e l’opportunità di una costante consultazione tra di noi, pivicini alleati europei.

Questo mi ha portato automaticamente a un accenno al problema algerino, accenno che ho formulato rilevando a Bérard che tale questione «si sarebbe certo presentata per lui», al che Bérard mi ha nettamente risposto «elle ne se présentera pas parce que je ne serai pas là». E da questa frase ha iniziato una lunga esposizione dei motivi per cui egli riteneva certo che la Francia avrebbe continuato la politica di un totale assenteismo, come praticato l’anno scorso, se e quando la questione algerina venisse di nuovo dibattuta nell’ambito societario.

Egli mi ha dichiarato che era stato ricevuto dal Generale De Gaulle pochi giorni fa, e che questi lo aveva intrattenuto in un’ora di conversazione quasi essenzialmente sul problema algerino e sui suoi addentellati con le Nazioni Unite. De Gaulle gli aveva fatto presente che nel delicato momento che attraversa per addivenire ad una sistemazione del problema algerino, egli non poteva assolutamente consentire che altri se non lui stesso o il suo Governo si occupassero di tale questione. Egli, De Gaulle – e qui è un po’ De Gaulle e un po’ Bérard che parlano – era la sola persona in grado di portare il problema a una soddisfacente soluzione. Egli era riuscito già a registrare qualche sostanziale successo in campo politico; egli aveva sottratto al quadro del problema algerino importanti elementi negativi costituiti dai problemi economici con il raddrizzamento da lui dato alla situazione finanziaria francese; egli, infine, stava cercando, sia pure lentamente e con cautela ma con già qualche percepibile successo, di mettere fuori gioco i generali, gli estremisti e gli «ultras». D’altro canto le intenzioni di De Gaulle erano improntate a una profonda e sincera comprensione degli interessi musulmani, perché era suo proposito «fare dell’Algeria uno Stato musulmano» nel quadro della Comunità francese. Era questa un’intenzione sinceramente e profondamente radicata nel Presidente, che guardava al problema con occhi «moderni» che era il solo che avrebbe saputo imporre una soluzione del genere a francesi e a musulmani. Tutto ciavrebbe dovuto essere compreso e incoraggiato da quegli stessi Paesi africani che vogliono oggi perpetuare i contrasti e che perseverando in tale politica non farebbero che arrecare danni alle popolazioni musulmane in Algeria. Non era in tali circostanze concepibile che egli, De Gaulle, si prestasse a giochi societari e consentisse che le sue intenzioni e i suoi propositi, e soprattutto la sua tattica cauta e produttiva, dovessero essere compromessi da azioni esterne.

Per questo, Bérard mi ha enfaticamente ripetuto, la Francia sarebbe rimasta assente dal dibattito come lo era stata l’anno scorso, cinondimeno fidando nella solidarietà dei propri alleati. Su questo anzi Bérard ha voluto aggiungermi che sulla base della sua esperienza estremorientale egli si era convinto della fallacia di qualsiasi politica – come quella che gli americani hanno di tanto in tanto perseguita e continuano ad accarezzare – che invece di potenziare la solidarietà occidentale comporti «giri di Walzer» con Paesi di colore. Questi non fanno distinzione tra potenze colonialiste e non colonialiste, tra potenze retrive o simpatizzanti, ma fanno soltanto distinzione di razza e di colore. E non vale far offerte di protesta o di amicizia che sarebbero sempre illusorie perché i Paesi africani o asiatici si troveranno sempre solidali nel contrastare i Paesi europei o occidentali non fosse che per il loro colore e la loro razza.

Ho detto a Bérard che mi rendevo pienamente conto delle sue considerazioni in tema di solidarietà occidentale e di necessità di far fronte comune dinanzi ad oltranzismi di altri gruppi. Cinondimeno occorreva, con lo stesso realismo, tener conto delle comprensibili e naturali esigenze e aspirazioni dei popoli nuovi, se non si voleva che queste venissero perseguite con manifestazioni ancor piantioccidentali. E a questo riguardo, mentre tenevo a ricordargli l’atteggiamento tenuto dal Governo italiano in sede di discussione algerina l’anno scorso – atteggiamento che poteva considerarsi determinante perché la Francia non uscisse battuta dall’episodio – gli volevo far presente come forse l’assistenza da parte degli alleati potrebbe essere meglio facilitata da una difesa attiva quale la Francia potrebbe svolgere se fosse presente. Gli ho anche detto che, oltre all’imbarazzo in cui l’assenza della Francia poneva gli alleati, poteva pur sempre palesarsi dannoso per il Governo francese dover registrare ed accepure [sic] una condanna morale da parte dell’Assemblea, che avrebbe fatto certamente il gioco degli oppositori della Francia nella questione algerina. L’assenza della Francia, purtroppo, non poteva impedire che la questione venisse discussa alle Nazioni Unite, ma avrebbe potuto far sì che questa si svolgesse di nuovo in condizioni poco favorevoli per la Francia, lasciando libero campo alla propaganda ed alle manovre degli avversari.

Bérard mi ha ammesso le difficoltà derivanti per gli alleati da un assenteismo francese in un dibattito societario sull’Algeria, ma a questo riguardo, evidentemente riferendo considerazioni e riflessioni affioranti nei tecnici del Quai d’Orsay e forse anche il risultato di un esame già svolto al riguardo, mi ha rilevato che, avendo scelto la via dell’assenteismo l’anno scorso e avendo il problema algerino registrato interessanti evoluzioni di recente, sarebbe stato ben difficile per la Francia far macchina indietro e assumere una posizione diversa.

Da tutto cidovrebbe dunque dedursi che rimane confermato che la tattica francese anche nella prossima Assemblea sarà quella seguita nell’Assemblea precedente. Resta a vedere se le circostanze maturate da allora nel quadro della questione algerina renderanno meno critica la posizione della Francia nel contesto societario.

Tutto cimi è parso interessante segnalare a codesto Ministero, proprio nel quadro della preparazione dei colloqui del Gen. De Gaulle costà e per il caso che nel corso di essi l’atteggiamento francese sul problema algerino alle Nazioni Unite venga in discussione.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale. 2 Vedi D. 53.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL CAPO DEL SERVIZIO ONU, DAINELLI(1)

L. 1479. New York, 12 giugno 1959.

Caro Luca,

poiché so da Eugenio che il Segretario Generale si sarebbe interessato, in alto loco, del problema della sede dell’Assemblea Generale del 1960, ho pensato bene di indirizzare direttamente a lui la comunicazione(2) di cui ti unisco copia, relativa ad una iniziativa austriaca che sembra delinearsi al riguardo. Come vedi, quei nostri amici risultano attivissimi in tutti i settori, e ci tocca tenere gli occhi bene aperti in tutte le direzioni possibili.

A tale notizia ti aggiungo che ieri i colleghi olandesi ci hanno parlato di voci che essi hanno cominciato a registrare circa una eventuale possibilità di candidatura di Roma per la sede dell’Assemblea in questione, menzionando anche la possibilità di candidatura di S.E. il Ministro Pella per la Presidenza dell’Assemblea stessa. Mi sembra insomma che tutto questo problema si vada muovendo in modo tale da richiedere la nostra piviva attenzione.

Credimi, con molta cordialità.

[Egidio Ortona]


1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7. 2 Vedi D. 57.

57

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA,

AL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI(1)

L. riservatissima 1480. New York, 12 giugno 1959.

Caro Grazzi,

vengo oggi informato da fonte sicura del Segretariato ma in via del tutto riservata e confidenziale, che in uno «staff meeting» interno di alcuni giorni fa il funzionario del Segretariato stesso incaricato dei problemi concernenti le conferenze fuori sede delle Nazioni Unite avrebbe dichiarato ad Hammarskjd di essere stato avvicinato dall’Ambasciatore austriaco Matsch, il quale gli avrebbe chiesto di informarlo sul costo che un Governo dovrebbe affrontare per ospitare l’Assemblea Generale: e cicon evidente riferimento al problema di un eventuale spostamento di sede dell’Assemblea nel 1960, su cui – come avrai notato – ho cominciato ad inviarvi alcune segnalazioni. Il passo di Matsch – e non avrei ragione di dubitare sulla veridicità di quanto mi viene riferito – non mi stupisce, tanto è vero che già in una mia lettera a Dainelli(2) gli accennavo a una possibilità di candidatura austriaca in caso di spostamento di sede dell’Assemblea.

Sempre secondo i nostri informatori, nel corso dello «staff meeting» di cui sopra, Hammarskjd avrebbe reagito un po’ contrariato, rilevando di trovare alquanto strano che l’Ambasciatore austriaco compisse un passo di quel genere senza prima consultarsi con lui; e avrebbe dato istruzioni al funzionario competente di limitarsi a elaborare gli elementi richiestigli sul costo di un eventuale spostamento e di non approfondire ulteriormente il problema.

Tutto questo ti segnalo sia perché cidimostra che il problema dello spostamento di sede comincia a mettersi in movimento, con quali risultati non è facile prevedere dato che forse si finirà poi per cascare soltanto in un modesto spostamento di data; e che per di pigli austriaci, che sono indubbiamente molto dinamici da qualche tempo a questa parte, si stanno agitando anche su quel problema.

Da notare comunque l’atteggiamento di Hammarskjd, che confermerebbe la riluttanza a uno spostamento di sede, da me già in passato posta in evidenza.

Se avrai indicazioni da inviarmi in argomento, sulla base delle mie precedenti comunicazioni, te ne sarmolto grato(3).

Con molti cordiali saluti.

Tuo aff.mo

[Egidio Ortona]


1 Segreteria Generale, 1959, pos. 11-19/1, ONU.


2 Vedi D. 50.


3 Grazzi rispose con L. 4/528 del 15 giugno 1959 (ibid.) nei seguenti termini: «Per ora la questione di un eventuale spostamento a Roma dell’Assemblea delle Nazioni Unite ha suscitato reazioni piuttosto negative anche da parte della Presidenza del Consiglio. Ciper due ragioni: anzitutto per la spesa valutata in alcuni milioni di dollari e in secondo luogo per la difficoltà degli alloggiamenti in Roma poiché l’Assemblea corrisponderebbe con le Olimpiadi. Aggiungo che a mio avviso si puanche temere che, di fronte ad uno spostamento in un Paese occidentale, i sovieti reagiscano insistendo per la candidatura a Presidente del cecoslovacco, cosa per la quale hanno fatto campagna in questi ultimi anni. Ad ogni modo ciche ti dico non è naturalmente definitivo. Ti prego percidi continuare a seguire la questione e in quanto possibile premere piuttosto per un aggiornamento costì dell’Assemblea». Per il seguito della questione vedi D. 68.

58

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 1680/1080. New York, 17 giugno 1959.

Oggetto: Assemblea Generale 1960. Spostamento sede e Presidenza.

1. Ritorno sulle voci raccolte la scorsa settimana in merito a candidature italiane nel caso di un eventuale spostamento di sede per l’Assemblea Generale del 1960 e per la Presidenza dell’Assemblea di quello stesso anno(2).

Premetto che, prima ancora di aver notizia di un’imminente pubblicazione del «New York Times» relativa alle due candidature, funzionari di Delegazioni amiche, a livello medio, avevano dichiarato a miei collaboratori di aver colto voci di intenzioni italiane per le candidature predette, chiedendone conferma. Il redattore del «New York Times», che aveva apprestato l’articolo sullo stesso tema di cui avevamo avuto preavviso e col quale eravamo entrati in contatto, ci aveva anch’egli dichiarato che le stesse voci gli erano pervenute in modo insistente. Abbiamo potuto persuaderlo a non inoltrare l’articolo soltanto promettendogli qualche «primizia» nel caso in cui il Governo italiano fosse realmente interessato alle candidature di cui trattasi. I motivi per cui abbiamo smentito le voci – e ciabbiamo fatto lasciandoci bene aperte le possibilità di pubblicazione avvenire – sono stati già da me illustrati nella comunicazione telegrafica del 14 u.s.3. A quelli desidererei anche aggiungere la necessità che per candidature di tale importanza – e soprattutto per uno spostamento di sede che è di diretto interesse della Segreteria generale – si possa avere l’appoggio o il tacito assenso di Hammarskjd o comunque lo si possa previamente coltivare per non averlo contrario.

L’affiorare di tali voci mi sembra render necessario un attento esame delle varie implicazioni tecniche dei due problemi.

2.- Circa lo spostamento di sede, è un fatto che ogniqualvolta si approssima l’anno in cui si hanno elezioni presidenziali americane, non mancano speculazioni quanto alla sede e all’epoca dell’Assemblea Generale. Ciperché, dal 1948 ad oggi, si sono avuti in quegli anni (1948, 1952 e 1956) spostamenti di sede e di data con cui pio meno apertamente si è cercato di venire incontro al desiderio del Governo di Washington di non avere l’Assembla in sessione a New York parallelamente allo svolgersi delle elezioni presidenziali. Questi precedenti facilitano ed anzi provocano illazioni e congetture giornalistiche con notevole anticipo, oltre a discreti sondaggi tra le Delegazioni. - 3.- L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si è riunita fuori sede in tre occasioni: nel 1946 a Londra, nel 1948 e nel 1951 a Parigi. Nel 1946 le Nazioni Unite non avevano una sede neppure provvisoria: nel 1951 lo spostamento di sede fu quasi un caso di forza maggiore: il nuovo edificio delle Nazioni Unite stava per essere completato, mentre le sedi provvisorie erano in corso di smobilitazione. In sostanza, quindi, uno spostamento di sede in connessione con le elezioni americane si è avuto in una sola occasione, nel 1948, e solo per la prima parte dell’Assemblea. Quando la medesima riprese i lavori, nel gennaio 1949, essa si riunì a New York.

Negli altri due anni «presidenziali» si sono avuti semplici spostamenti di data: nel 1952 di circa un mese (inizio lavori 14 ottobre); nel 1956 di circa due mesi (inizio lavori 12 novembre). Va notato che mai, finora, dopo la inaugurazione del nuovo edificio delle Nazioni Unite, avvenuta ai primi del 1952, l’Assemblea si è riunita fuori sede.

La data e la sede dell’Assemblea sono stabilite dal Regolamento di Procedura: la data è il terzo martedì di settembre di ogni anno (art. 1), la sede è New York (art. 3). Trattandosi di norme procedurali, esse possono venire modificate con maggioranza semplice, sia nel corso di una Assemblea con una speciale risoluzione, sia durante l’anno, a richiesta della maggioranza dei membri delle Nazioni Unite.

4. Ostacoli ad uno spostamento di sede sono principalmente rappresentati da fattori finanziari ed organizzativi. I maggiori costi che pucomportare uno spostamento sono difficili a definirsi a priori e possono variare naturalmente da caso a caso: distanza dalla sede prescelta, esistenza o meno di attrezzature tecniche. I maggiori costi riguardano tanto il Segretariato (e si puparlare grosso modo di circa due o tre milioni di dollari) quanto i singoli Stati membri, che dovranno anch’essi disporre spostamenti di personale ed eventuali attrezzature nella sede prescelta. La maggior parte dei costi interessanti il Segretariato devono anche in linea di principio sostenersi dal Paese ospitante (Ris. 1202-III). I problemi organizzativi si riferiscono alla disponibilità di locali adatti (almeno sette sale per riunioni plenarie), servizi rapidi di interpretazione e riproduzione di documenti in cinque lingue, servizi stampa per cinque o seicento corrispondenti, quanti si calcola che in media seguano i lavori dell’Assemblea, ed infine le disponibilità alberghiere ed i trasporti. È spiegabile pertanto che, da quando le Nazioni Unite si sono situate nei nuovi locali, con perfette e funzionali installazioni moderne, il Segretariato abbia sempre ostacolato eventuali spostamenti di sede e che il Segretario Generale abbia opposto costanti riserve, avvertendo che non avrebbe potuto garantire il perfetto funzionamento di tutti i complessi servizi interessanti l’Assemblea ed esercitando in sostanza quasi un veto al riguardo.

5. Dati questi elementi negativi, finanziari ed organizzativi, solo una decisione ed un interesse di carattere politico puprovocare lo spostamento della sede. Un interesse politico, negativo almeno, puindividuarsi da parte degli Stati Uniti negli anni di elezioni presidenziali, sebbene nel 1952 essi accettarono che l’Assemblea fosse in sessione a New York contemporaneamente alle elezioni. È soltanto in combinazione con questo presumibile interesse degli Stati Uniti che in certi anni si parla di spostare la sede dell’Assemblea e che la decisione di tale spostamento risulta obiettivamente pifacile. È questo un fattore politico, che pufare premio sugli svantaggi finanziari ed organizzativi, e mettere in moto il meccanismo per uno spostamento di sede. Naturalmente, come ho già segnalato, (vedi mio telespresso n. 1600/1000 del 3 giugno c.a.5), l’atteggiamento degli Stati Uniti è da considerarsi decisivo a questo riguardo. Né, per convincere una maggioranza degli Stati membri e per vincere le riluttanze del Segretariato, è in generale sufficiente una pura «neutralità» americana al riguardo: è chiaro che occorrerebbe qualche cosa in pi e che cioè, sia pure in forma indiretta e «sotto banco» gli Stati Uniti esercitassero azione fattiva se non altro di incoraggiamento.

Da una recente comunicazione dell’Ambasciata di Washington (telespresso n. 8425/2345 del 12 c.m.6) rilevo invece che da parte americana si dimostra – almeno fino a ora – un atteggiamento formalmente negativo, il che potrebbe, secondo quanto detto sopra, rendere impossibile uno spostamento. Un certo interesse politico «positivo» puaversi da altri Paesi intenzionati a porre loro «candidature». Per la stessa Assemblea del 1960, ho già segnalato riferimenti a Mosca e a Vienna. Sul primo, oltre alle voci da me raccolte qui tra l’altro presso lo stesso Delegato inglese (vedi mio telespresso n. 1657/1057 del 10 giugno c.a.6) è stato lo stesso Dipartimento di Stato a parlarne alla nostra Ambasciata a Washington (telespresso di quella Rappresentanza n. 7716/2116 del 29 maggio u.s.6). Al riguardo è da notarsi che tale voce è anch’essa spesso ricorrente quando si pensa a mutamenti di sede e non va quindi presa come l’espressione di una definita intenzione sovietica. È da notarsi peral riguardo che Hammarskjd potrebbe essere piportato verso una simile candidatura che verso una sede dell’Europa Occidentale, tanto pise questa fosse in un Paese NATO, dalla sua costante preoccupazione di bivalenza nei confronti dei due blocchi e dalla circostanza che una scelta di Mosca varrebbe a bilanciare la permanente presenza delle Nazioni Unite a New York. E forse è proprio per non fare buon gioco a un’eventuale candidatura di Mosca che Walmsley al Dipartimento di Stato si è espresso negativamente sul problema in generale. Quanto a Vienna, è significativo registrare che, secondo confidenze fatteci – e da uno dei pielevati funzionari del Segretariato Generale – il Rappresentante permanente dell’Austria avrebbe cominciato ad informarsi del costo che comporterebbe uno spostamento. A questo riguardo non dobbiamo certamente sottovalutare i titoli che conferisce a una tale scelta la neutralità austriaca.

Ultimo elemento che in tema di spostamento di sede mi sembra importante soppesare, è che i tempi di una decisione potranno venire a scadere o nel corso della prossima Assemblea Generale, ovvero durante il prossimo anno. Nel 1956 la decisione dello spostamento di data fu presa dopo la chiusura della precedente Assemblea, nell’aprile successivo.

6. Quanto alla Presidenza dell’Assemblea Generale del 1960, puconsiderarsi probabile che essa venga attribuita ad un esponente dell’Europa occidentale. Dal 1954 l’Europa non ha avuto tale Presidenza. Quanto al Paese che potrà fornire il Presidente, si tende in generale ad escludere il Benelux, che ha già fornito due Presidenti (Spaak e van Kleffens); anche i Paesi scandinavi, che hanno dato i due Segretari Generali delle Nazioni Unite, sembrerebbero doversi ritenere esclusi. Escluse sono anche Gran Bretagna e Francia, dato che, tradizionalmente i Membri permanenti del Consiglio di Sicurezza non concorrono alle cariche dell’Assemblea. La rosa delle possibili scelte quindi si restringe a non molti Paesi.

Quanto alle qualità della personalità da designare, non pudirsi che esista una prassi definita. Si sono avuti Ministri degli Esteri come Spaak, Padilla Nervo, Pearson, Malik; ovvero Rappresentanti permanenti o Delegati principali, con lunga anzianità e pratica del meccanismo delle Nazioni Unite. In generale i Ministri degli Esteri dei principali Paesi non hanno facilmente accettato la candidatura alla Presidenza, la quale comporta tre mesi di quasi ininterrotta presenza nella sede dell’Assemblea.

Da parte di Paesi dell’Europa Occidentale non sono state finora presentate candidature ufficiali per la presidenza dell’Assemblea del prossimo anno. Esiste una candidatura, ufficiosa finora, del Rappresentante irlandese, Ambasciatore Boland – persona peraltro assai stimata alle Nazioni Unite – la quale sembrerebbe avere il vivo appoggio britannico.

Comunque non c’è per il momento nulla di ufficiale. Così come, per un eventuale spostamento di sede, ho indicato essere determinante l’atteggiamento degli Stati Uniti, per una Presidenza europea – dato che trattasi di decisione da prendere nel quadro dei Paesi europei – predominante appare l’influenza e l’atteggiamento britannico.

Determinati così gli aspetti tecnici e i precedenti del problema delle due candidature, vorrei ora far presente che sembra ben difficile, se non del tutto da escludere, la possibilità di un duplice contemporaneo successo su ambedue i piani delle candidature predette. Non esiste su questa particolare possibilità o impossibilità alcun precedente storico, ma non sarebbe nella prassi delle Nazioni Unite consentire vittoria, sia pure in due campi distinti, per due così importanti posizioni. In tali circostanze, il problema si presenta per noi ovviamente in modo molto complesso. Si tratta in sostanza di decidere: a) se ci interessano ambedue le candidature; b) se ci interessa una sola delle due, e in tal caso quale; c) quale tattica seguire per avere successo almeno su una delle candidature, dato che soltanto su una è ragionevole contare.

Sui punti 1) e 2) questa Rappresentanza non è certo in grado di anticipare le decisioni del nostro Governo e non puche limitarsi a far presente, per quanto concerne l’agone societario, che ambedue le candidature di cui trattasi comportano un notevole prestigio per il Paese da cui emanano e che proprio per tale motivo esse potranno originare una durissima lotta e il rischio anche di insuccessi che, se risaputi, potrebbero sfavorevolmente ripercuotersi nell’opinione pubblica.

D’altro canto ambedue i problemi, e certamente quello della Presidenza, potranno porsi, ed è per questo che ho ritenuto rendere avvertito codesto Ministero delle varie implicazioni tecniche relative. Per quanto riguarda la tattica da seguire, date anche le voci corse, mi parrebbe opportuno:

1) continuare a smentire per ora le voci se esse risorgessero, sempre peraltro tenendo aperte possibilità di ritornare sull’argomento sia con Rappresentanti stranieri, sia con la stampa;

2) cercare per ora pidi venire sollecitati che di prendere iniziative concrete in questa prima fase;

3) muoversi eventualmente e con cautela sul problema sede – sempre ben inteso che si ravvisasse la possibilità di porre la candidatura di Roma – soltanto in due casi, e cioè: se avessimo piconcreti incoraggiamenti americani o se avessimo sentore che altre candidature, soprattutto disturbanti come quella di Vienna, venissero ad emergere;

4) muoversi sul problema Presidenza – su cui forse potrebbero esservi piconcrete possibilità – non appena avvertissimo, com’è assai probabile, che il problema sede si concluderà con un nulla di fatto o tutt’al picon uno spostamento di data (tanto meglio poi se con una simile conclusione potessimo acquistarci un tenue titolo di compenso). Naturalmente in tal caso dovrebbe fin da ora aversi in mente un candidato con tutte le qualificazioni necessarie di prestigio internazionale, dimestichezza con lavori di Assemblee, buona conoscenza almeno di una lingua.

Si tratterà in ambedue i casi e anche nel secondo – si pensi al riguardo che il candidato per la prossima Assemblea, il peruviano Belaunde, va preparando la sua nomina da almeno cinque anni – di lotta non facile su cui sarebbe fallace farsi illusioni di facili successi. Mentre comunque è mio dovere esprimere suggerimenti di cautela, debbo anche aggiungere che, se il nostro Governo, malgrado le difficoltà sopramenzionate, ravvisasse seri motivi per impegnarsi, dovremmo inevitabilmente finire per prendere una parte piattiva, comportante iniziative non solo nell’ambiente societario ma presso le principali Cancellerie(7).


1 Gabinetto, 1954-60, buste non inventariate, b. 47.


2 Di tali voci Ortona aveva riferito con T. segreto riservatissimo 15231/98 del 13 giugno da New York (Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza): «Informo che in ambienti giornalistici comincia ad affiorare oggi voce spostamento Roma sede Assemblea Generale 1960 e che “New York Times” appresterebbe articolo per edizione domenicale menzionando che [sic] eventualità candidatura Presidenza Assemblea Vostra Eccellenza. Riservomi controllare».


3 T. segreto riservatissimo 15383/101 del 14 giugno da New York (ibid.), con cui Ortona aveva comunicato: «“New York Times” non ha pubblicato articolo su tema di cui mio 98. In contatto con “Times” ho ritenuto opportuno scoraggiare tale pubblicazione ritenendola pregiudizievole soprattutto se a un certo momento si volesse iniziare concreta azione per candidature in questione. Annunci così prematuri avrebbero potuto accelerare mobilitazione altre concorrenze, che invece conviene tenere possibilmente sopite qualora volessimo svolgere preliminare azione preparatoria sempre necessaria in tali casi. Cinon toglie che qualora in avvenire avvertissi opportunità qualche “fuga” giornalistica, contatto cosi stabilito con “Times” consentirebbe provocare nuova pubblicazione. Conversazione con giornali ha dimostrato che voci candidature in questione, sono andate alquanto diffondendosi: il che sembra consigliare sollecito esame problema da parte nostra. Intanto mi proporrei continuare, se del caso, a smentire, in termini tali da non precludere qualsiasi futura nostra decisione. Tengo naturalmente informata Ambasciata Washington la quale è d’accordo».


4 Recte del 13. Vedi nota 2.


5 Vedi D. 54.


6 Non pubblicato.


7 Con L. 23/00729 del 20 giugno 1959 (Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7), Dainelli rispondeva ad Ortona: «Caro Egidio, mi riferisco alla questione dell’Assemblea Generale 1960 e alla presidenza della medesima. Il Segretario Generale ti risponderà non appena saràpossibile fare definitivamente il punto sulla questione. Per tua informazione riservata tuttavia, è mio doverefarti sapere fin da adesso che tanto la Presidenza del Consiglio, quanto noi, non (dico non) vediamo con favore il trasferimento a Roma dell’Assemblea del ‘60: ciper molteplici ragioni, fra le quali, non ultime quelle dicarattere logistico (vedi Olimpiadi) e finanziario. Pertanto mi pare che la linea di condotta da te delineata il 17 giugno con telespresso 1680/1080 a pag. 8, nei punti 1, 2 e 3 sia valida. Rimane la questione della Presidenza,per la quale ti sarà grato se vorrai far pervenire al Ministero un rapporto ufficiale delineando le funzioni e gliimpegni precisi che competono al Presidente dell’Assemblea, nel tempo ecc.».

59

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PELLA(1)

L. riservata personale 1489. New York, 17 giugno 1959.

Gentile Eccellenza,

ritengo doveroso e opportuno in lettera personale ritornare direttamente con Lei sull’argomento cui ho dovuto accennare nel mio telegramma del 14 e che tratto anche nel telespresso odierno n. 1680/10802.

Mi riferisco alle voci da noi colte circa candidature italiane per un eventuale spostamento di sede dell’Assemblea Generale del 1960 (e di questa ebbi già a parlarle ad Idlewild) e soprattutto a quelle relative a una possibile candidatura di V.E. alla Presidenza di quella stessa Assemblea.

Ho inviato al Ministero la comunicazione di cui sopra per fare il punto degli aspetti tecnici di tali problemi. In sunto, e per quanto riguarda la candidatura che riguarda V.E. personalmente, vorrei rilevare che:

a)- in verità una candidatura europea è prevedibile per la Presidenza dell’Assemblea del 1960; b)- vi è una, sia pur leggera, ipoteca irlandese; c)- la nomina è di grande prestigio internazionale con ovvi riflessi nazionali; d)- una coesistenza della carica di Presidente dell’Assemblea Generale con quella di Ministro degli Esteri si è già verificata in passato, malgrado le innegabili difficoltà pratiche per l’assolvimento contemporaneo delle due funzioni e)- importantissimo per una eventuale candidatura europea alla Presidenza è assicurarsi l’assenso e la collaborazione degli inglesi.

Queste sono le luci e le ombre del problema. Per ora ho creduto di far bene nell’impedire pubblicazioni che sarebbero certamente premature e che potrebbero fare il gioco di eventuali concorrenti bruciando nostre possibilità. Queste ultime in linea generale esistono perché, ripeto, una candidatura europea per la Presidenza del 1960 rientra nella normale rotazione delle cariche societarie, ma non dobbiamo nasconderci che cimalgrado anche le difficoltà non mancano. La menzione del Suo nome quale abbiamo colta puessere un interessante iniziale indice di considerazione a livello internazionale, ma gli schieramenti non sono ancora percettibili e non sappiamo quali altre candidature potranno presentarsi. La cancellazione della pubblicazione che ho ottenuto dal «New York Times», lasciando peraltro aperta la porta ad eventuali azioni avvenire con lo stesso giornale, ci dà qualche tempo per meditare. Mi riprometterei di intrattenerla in argomento venendo a farLe visita a fine luglio, forse anche, se Lei sarà d’accordo, in concomitanza con la possibile visita di Hammarskjd, sempre che le questioni delle Nazioni Unite e in particolare il previsto dibattito sulla Somalia al Consiglio di Tutela mi consentano di lasciare questa sede per quell’epoca.

Oggi ho ritenuto solo doveroso intrattenerla personalmente per offrirle piampi e diretti elementi di giudizio(3).

Con devoti saluti.

Suo aff.mo

E. Ortona


1 Gabinetto, 1954-60, buste non inventariate, b. 47.


2 Vedi D. 58 e per il telegramma del 14 giugno la nota 3 del D. 58.


3 In pari data, Ortona, con L. 1491 autografa (ibid.), scriveva al Vice-Capo di Gabinetto del Ministro Molajoni: «Caro Paolo, ti invio una lettera per il Ministro che riguarda alcune voci che abbiamo colto circa una sua candidatura alla Presidenza dell’Assemblea Generale. Non so come tali voci sono nate. Ti accludo anche, per comodità di reperimento, copia di un telespresso odierno al Ministero che cito nella lettera in cui vengono trattati gli aspetti tecnici di tale argomento *(ahimè, è lungo, inevitabilmente!)*. Non so che idee abbia il Ministro al riguardo. Io sono francamente combattuto. Da una parte penso che egli sarebbe il candidato ideale e il migliore che l’Italia potrebbe presentare per prestigio e competenza, dall’altra non mi nascondo le difficoltà della coesistenza di quella carica con quella di Ministro degli Esteri, e neppure mi nascondo le grandissime difficoltà per far trionfare la candidatura italiana se ve ne saranno altre importanti. Comunque, se il Ministro desidererà parlarmene, io conterei essere costà verso il 20 luglio. Voi ci sarete?». (Aggiunta manoscritta tra asterischi).

La lettera reca nel margine superiore destro la seguente annotazione a firma Pella con data 20 giugno: «Non ritengo utile coltivare, per quest’anno, possibilità di candidatura e bloccare subito circolazione voci. Se esistono concrete possibilità, esaminare per anno successivo. P.», poi confluita in una L. del 26 giugno inviata da Molajoni ad Ortona (ibid.).

60

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 1824/1124. New York, 20 giugno 1959.

Oggetto: Spostamento sede e Presidenza Assemblea Generale nel 1960.

Mio telespresso n.1680/1080 del 17 giugno c.a.2.

Informo codesto Ministero che di nuovo ieri mi sono state chieste precisazioni sul problema dello spostamento della sede dell’Assemblea Generale a Roma nel 1960 e sulla candidatura di S.E. il Ministro alla Presidenza. Questa volta chi si è rivolto a me direttamente era il corrispondente dell’Associated Press. Poiché una diramazione di notizie al riguardo da parte di quell’Agenzia avrebbe avuto notevole risonanza, data l’autorità e l’importanza dell’Agenzia stessa, ho provveduto di nuovo a smentire dichiarando:

– che non andavo svolgendo alcun passo né per l’una né per l’altra candidatura;

–- che, per quanto mi constava, il mio Governo non svolgeva neppure esso passi del genere; –- che non potevo naturalmente prevedere sviluppi in una così lontana proiezione avvenire;

– che comunque era prematuro parlare oggi di problemi del genere.

Confido che il corrispondente predetto non dirami notizie in argomento. Cimi sembrerebbe tanto piimportante e necessario soprattutto dopo aver preso visione della comunicazione dell’Ambasciatore Brosio n. 8611/2421 del 19 giugno(3) da cui emerge che i due massimi esponenti del settore Nazioni Unite del Dipartimento hanno mostrato notevole indifferenza sull’argomento. Poiché infatti, come menzionavo nel mio telespresso sopracitato, non basta il silenzio o perfino la tacita acquiescenza, ma occorre l’incoraggiamento da parte americana – che certo oggi non esiste –iniziative prese oggi per lo spostamento di sede sarebbero votate al sicuro insuccesso. Mi sembra indubbio quindi che ci conviene attendere sviluppi avvenire e arginare ora nel modo pirigoroso pubblicazioni o «fughe» di stampa.


1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7.


2 Vedi D. 58.


3 Con Telespr. 8611/2421 del 19 giugno (Ambasciata a Washington, b. 42, fasc.1221), Brosioaveva riferito circa gli esiti di un colloquio con Wilcox e Walser sullo spostamento di sede e la Presidenza dell’Assemblea Generale nel 1960. Aveva concluso di essere d’accordo con Ortona sulla necessità di non avanzare alcuna candidatura se non d'accordo con gli Americani, apparsigli piuttosto tiepidi circa eventuali iniziative in tal senso.

61

L’AMMINISTRATORE DELLA SOMALIA, DI STEFANO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. segreto 36612. Mogadiscio, 23 giugno 1959.

Oggetto: Piano di trasferimento delle funzioni di Governo dal Governo Italiano al Governo Somalo.

Onoromi rimettere a codesto Ministero in allegato tre esemplari del testo, nuovamente riveduto, del «Piano di trasferimento delle funzioni di Governo dal Governo Italiano al Governo Somalo». Aggiungo:

1) Come noto, tale testo teneva già conto di alcune modifiche, che mi erano stata suggerite dal Consiglio Consultivo dell’ONU (Ministri Baradi ed El Zayyat e Segretario Principale Cebe Habersky, Castello trovandosi, come del resto sempre, assente dalla Somalia). Al riguardo si è ora tenuta il 24 maggio una lunghissima riunione (oltre cinque ore), durante la quale avevo letto ai tre miei interlocutori il testo del piano allora in mio possesso.

Successivamente, il 28 maggio, in una nuova dettagliata conversazione col Presidente di detto Consiglio, Ministro Baradi, (che lasciava Mogadiscio l’indomani) avevamo nuovamente discusso il piano, in base al testo pervenutovi dal Ministero col corriere del 25 di detto mese. Ho poi tenuto conto di alcuni nuovi suggerimenti espressi dal Baradi in tale seconda occasione.

2) Al nuovo testo del Piano sono state apportate anche le varie correzioni desiderate dal Ministero, di cui alla lettera n. 90/11932 del 13 corrente(3), ad eccezione di una. Si tratta della menzione della durata quinquennale dell’attuale Assemblea Legislativa, qualora beninteso la futura Costituente somala stabilisca che il periodo normale delle legislature sia di eguale durata.

La relativa frase è stata mantenuta nel testo riveduto ad espressa richiesta di questo Primo Ministro, il quale teme che la soppressione di essa possa facilitare una manovra poco amichevole all’ONU contro la durata dell’attuale Assemblea, che egli invece intende difendere ad oltranza.

Al riguardo, il Primo Ministro rileva anche, a mio avviso con piena ragione, che il concetto espresso a codesto Ministero dall’Ambasciatore Castello non abbia consistenza né giuridica né politica: difatti la motivazione addotta dal predetto Ambasciatore sull’opportunità di «evitare date successive a quella del 2 dicembre, dopo la quale lo Stato somalo indipendente potrà disporre a suo piacimento», pudomani portare alla decadenza delle varie leggi che noi desideriamo siano votate dall’attuale Assemblea e che necessariamente si proiettano nel futuro, dopo il 1960. Il criterio di durata che deve valere per le leggi da farsi in questo scorcio del mandato non punaturalmente essere negato alla legge elettorale politica del 12 dicembre 1958 dalla quale trae origine l’attuale Assemblea legislativa.

Aggiungo, per parte mia, che in una riunione tenuta col Consiglio Consultivo (assente l’Ambasciatore Castello), l’8 gennaio u.s., furono appunto i membri egiziano e filippino (El Zayyat e Baradi) a dichiararmi che essi non avrebbero insistito nella loro obiezione contro la durata quinquennale dell’allora elegenda Assemblea, qualora io avessi trovato il modo di chiarire che detta durata prevista era subordinata ad analoga norma della Costituzione.

Devo inoltre rilevare, in via riservata, che l’Ambasciatore Castello, in origine qui considerato del tutto favorevole alla Somalia, è ora guardato con molto sospetto dai dirigenti somali (sospetto di cui non è neanche immune l’intero Consiglio Consultivo). E ciperché la di lui nomina al Cairo, e la sua continua permanenza in quella capitale, lo farebbero ritenere ormai del tutto aperto all’influenza ed ai desideri egiziani (e particolarmente a quelli del suo collega al Consiglio, Ministro El Zayyat).

Codesto Ministero vorrà valutare le anzidette considerazioni, sentito anche il parere dei nostri rappresentanti all’ONU.

3) Il nuovo Governo somalo non è tuttora costituito, e poiché il tempo stringe, ho ritenuto di non tardare oltre a comunicare il «piano di trasferimento dei poteri» al Presidente dell’Assemblea Legislativa ed al Primo Ministro, già regolarmente incaricato di formare il nuovo Governo, ossia alle due massime personalità politiche somale di oggi e domani. In una riunione a tre ed in successive conversazioni, il piano è stato dettagliatamente esaminato. I miei interlocutori hanno pienamente approvato i concetti informatori e le finalità del documento. Si sono limitati a chiedere alcune modifiche che non mi sembrano sostanziali e di cui ho tenuto pienamente conto nella redazione del nuovo testo.

In seguito agli ultimi colloqui avuti domenica e ieri col Primo Ministro, detto testo è stato nuovamente esaminato ed approvato dallo stesso Primo Ministro, che mi ha detto di considerarlo definitivo, salvo le varianti eventualmente ritenute necessarie da codesto Ministero.

4) Il Segretario Principale del Consiglio Consultivo, rimasto qui sia per ricevere il piano e sia per attendere la formazione del nuovo Governo somalo, mi ha espresso l’intendimento di lasciare Mogadiscio, preferibilmente il 27 corrente od in mancanza con l’Alitalia del 29. Come noto, i membri del Consiglio sono già partiti e probabilmente si trovano ora a New York.

Mi sembrerebbe opportuno, ove possibile, di venire incontro al desiderio del Signor Cebe Habersky, rimettendogli il piano al pipresto. Sarei quindi assai grato di voler telegrafarmi se il piano possa ritenersi approvato, od in caso contrario, le ulteriori varianti ritenute indispensabili. Resto pertanto in attesa di urgenti decisioni.

Allegato

PIANO DI TRASFERIMENTO DELLE FUNZIONI DI GOVERNO DAL GOVERNO ITALIANO AL GOVERNO SOMALO

PREMESSE

L’art. 25 dell’Accordo di Tutela, approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 2 dicembre 1950 e valido per dieci anni, ossia sino al 2 dicembre 1960, statuisce che:

«l’Autorità Amministratrice presenterà al Consiglio per l’Amministrazione Fiduciaria, almeno diciotto mesi prima dello spirare della presente Convenzione, un piano per il regolare trapasso di tutte le funzioni di governo ad un Governo debitamente costituito ed indipendente del Territorio.

Tale clausola presupporrebbe che alla data contemplata (18 mesi prima della scadenza della Tutela Fiduciaria) detti poteri fossero ancora concentrati nel Governo italiano e per esso nell’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia.

Nella realtà, per contro, il trapasso dei poteri al Governo somalo è già stato praticamente attuato al momento presente per la quasi totalità, con una gradualità crescente nel tempo e per materia in tutti i settori di governo, secondo lo spirito dell’Accordo di Tutela stesso in armonia e d’intesa con il Consiglio Consultivo e con il Consiglio per l’Amministrazione Fiduciaria e con l’approvazione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La Somalia gode, infatti, già del pilargo regime di autogoverno.

Non resterebbero, quindi, ormai, che i passi conclusivi da attuarsi normalmente alla vigilia della piena indipendenza della Somalia, stabilita, in applicazione dell’art. 24 dell’Accordo di Tutela, per la suindicata data del 2 dicembre 1960.

In materia il Governo italiano si propone tuttavia di dedicare la piattenta considerazione alle eventuali aspirazioni che gli fossero espresse nel frattempo dalla Assemblea Legislativa e dal Governo somalo, e non esclude pertanto la possibilità di soddisfarle anche prima della data conclusiva del Mandato.

Deve infatti essere sottolineato che è stato ed è nelle direttive del Governo italiano di agire costantemente in accordo con le aspirazioni del popolo somalo.

I principali passi verso la somalizzazione dell’organizzazione statale e la graduale creazione di un Governo somalo pienamente autonomo sono stati: la costituzione del Consiglio Territoriale (1950) divenuto poi Assemblea Legislativa (1956) liberamente eletta; la istituzione progressiva di Amministrazioni municipali con i relativi Consigli liberamente eletti; la creazione (1954) di un ruolo del personale civile somalo e la progressiva immissione di funzionari somali in posti di responsabilità, man mano che dalle scuole uscivano i primi elementi qualificati; la graduale nomina di somali alle cariche di Capo-Distretto e di Capo-Regione, completata nel 1956; la creazione (nel 1956) di un Governo somalo responsabile, successivamente dotato della piampia autonomia; la nomina di Comandanti somali delle Forze di Polizia e della Guardia di Finanza (1958-1959); il conferimento di cariche sempre pielevate e di responsabilità sempre maggiori agli esponenti somali piqualificati.

Nell’Allegato n. 1 si elencano i provvedimenti che hanno sancito i principali passi verso la «somalizzazione». Comunque, per avere una chiara visione di ciche è stato fatto, si espongono qui appresso, settore per settore, i progressi realizzati in materia di trasferimento dei poteri al Governo somalo.

A) POTERE LEGISLATIVO

1) L’Amministratore aveva, all’inizio del Mandato, piena potestà legislativa giusta l’art. 7 dell’Accordo con le sole limitazioni previste dall’Accordo stesso e – successivamente – dalla legge italiana 9 dicembre 1952 n. 2357. Il 30 dicembre 1950 veniva istituito il Consiglio Territoriale, che il 31 maggio 1955 diveniva elettivo. Con Ordinanza del 5 gennaio 1956 il Consiglio Territoriale veniva trasformato in «Assemblea Legislativa» liberamente eletta, ed altra Ordinanza in pari data ne definiva le attribuzioni.

2) La nuova Assemblea è composta di 90 Deputati che, a differenza della precedente Assemblea, sono tutti cittadini somali. La precedente Assemblea, infatti, comprendeva 10 Membri appartenenti alle comunità: Italiana (4), Araba (4), Indiana (1) e Pakistana (1). I 90 Deputati della nuova Assemblea sono stati inoltre eletti tutti a suffragio universale diretto e segreto, con l’estensione alle donne del diritto all’elettorato attivo e passivo. La nuova Assemblea è stata convocata il 26 maggio 1959.

3) L’Assemblea Legislativa somala è pienamente libera e autonoma nelle sue deliberazioni conformemente all’Accordo di Tutela e alla Legge vigente in Somalia. L’Amministratore condivide soltanto il diritto di iniziativa per la presentazione di progetti di Legge, diritto di cui peraltro in genere non si vale. Gli spetta inoltre il potere di sanzione e di promulgazione delle leggi: sono, questi, poteri che generalmente competono in tutti i Paesi al Capo dello Stato, e che dovranno essere esercitati dall’Amministratore sino alla elezione del Capo del nuovo Stato Somalo.

In base alle leggi vigenti l’Amministratore, qualora ritenga per gravi motivi di non poter sanzionare e promulgare una legge, pu«invitare l’Assemblea ad apportare quegli emendamenti che si rendano opportuni. La sanzione deve essere accordata o negata nel termine di tre mesi dalla data di approvazione da parte dell’Assemblea. Della negata sanzione l’Amministratore dà notizia all’Assemblea con un messaggio motivato.» (Art. 5 Ordinanza n. 2 del 5 gennaio 1956).

Nella pratica, tuttavia, durante la precedente legislatura (30 aprile 1956 - 31 dicembre 1958) l’Amministratore ha rifiutato la sanzione a due sole misure legislative di iniziativa parlamentare giudicate, anche a parere del Consiglio Consultivo dell’ONU, come non conformi ai principi dell’Accordo di Tutela e della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Si rileva, da quanto precede, la massima cura sempre seguita dall’Amministratore nel dare corso alle leggi votate dall’Assemblea.

4) Con apposite misure legislative si provvederà quanto prima ad attribuire all’Assemblea Legislativa i poteri di Assemblea Costituente per la elaborazione della Costituzione. Dette misure legislative potranno conferire alla Assemblea Costituente anche la facoltà di decidere se e come alla elaborazione del progetto di Costituzione debbano concorrere altri esponenti del Territorio (amministrativi, culturali, regionali, sindacali, economici, ecc.).

Per parte sua, la Potenza Amministrante dichiara sin d’ora di considerare la emanazione della Costituzione una questione esclusivamente riservata alle deliberazioni e decisioni dell’Assemblea somala.

5) Spetterà quindi alla stessa Assemblea Legislativa, in veste di Costituente, decidere se la Costituzione della Somalia, che si prevede possa essere approvata nel corso del corrente anno, e che ovviamente dovrebbe entrare in vigore il giorno della proclamazione della indipendenza, dovrà essere promulgata dal Capo dello Stato somalo alla stessa data, oppure altrimenti.

B) COSTITUZIONE

Con decreto dell’Amministratore 6 dicembre 1957 n. 140 fu istituito un Comitato tecnico per lo studio e per i lavori preparatori della Costituzione della Somalia.

I membri di detto Comitato vennero scelti fra docenti universitari, Magistrati ordinari, Cadi, Magistrati speciali, Funzionari amministrativi. Hanno inoltre partecipato all’attività del Comitato due esperti designati dal Consiglio Consultivo delle Nazioni Unite, e cioè, un Professore di Diritto Costituzionale dell’Università di Eim Shams del Cairo e l’incaricato degli affari legali dello stesso Consiglio Consultivo.

Il Comitato tecnico ha elaborato dettagliati studi preparatori che potranno fornire un ampio e bene ordinato materiale per i lavori della Costituzione.

I criteri principali di guida del Comitato si sono ispirati alla opportunità di adeguare gli studi predisposti alle condizioni ed alle necessità della Somalia adottando sistemi di semplicità e chiarezza. Detti studi sono naturalmente basati sulla «Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo» proclamata dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 e sulle altre norme fondamentali contenute nella Dichiarazione dei Principi Costituzionali conformemente alla Raccomandazione fatta dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella sua IV Sessione ordinaria ed annessa all’Accordo di Tutela.

Gli studi in questione prevedono la istituzione di una Repubblica democratica rappresentativa monocamerale con a capo dello Stato un Presidente eletto.

Si allega (annesso 2) un breve riassunto dei principi informatori di tali studi, che potranno naturalmente essere accolti o meno dalla Assemblea Costituente nella sua piena sovranità in materia.

C) IL CAPO DELLO STATO

Il Capo dello Stato avrà la qualifica ed i poteri che gli saranno attribuiti dalla Costituzione. Quanto alla sua elezione, essa potrebbe anche avvenire – sempre con le modalità e forme previste dalla Costituzione – in base ad una legge speciale da emanarsi alla vigilia della proclamazione dell’indipendenza od anche in epoca precedente.

Il Governo italiano per parte sua non mancherà di prendere in considerazione i desideri che gli fossero espressi in argomento dalla Assemblea Legislativa e dal Governo somalo.

D) AMMINISTRAZIONE

1) Organizzazione attuale dell’Amministrazione italiana. L’Amministrazione italiana oggi è costituita:

– dall’Amministratore, coadiuvato da funzionari che dirigono i pochi uffici che compongono ora l’Amministrazione (tra cui l’Ufficio per gli Affari Italiani, l’Ufficio di Pianificazione, e gli Uffici del Magistrato ai Conti e della Ragioneria);

–- dall’Aeronautica della Somalia; –- dalla Compagnia Autonoma Carabinieri.

L’Aeronautica della Somalia e la Compagnia Autonoma Carabinieri, comprendono oggi complessivamente circa 90 militari italiani, per la massima parte sottufficiali con mansioni tecniche.

Praticamente, quindi, quasi tutta l’Organizzazione burocratica della Somalia, ad eccezione del futuro Ministero degli Affari Esteri, fa già capo al Governo della Somalia, mentre l’Amministrazione italiana, come tale sta già assumendo l’ossatura di una Rappresentanza Diplomatica con un Ufficio Affari Italiani, che corrisponde, grosso modo, ad un Consolato.

2) Scioglimento dell’Amministrazione italiana.

Si giungerà allo scioglimento di questa in coincidenza con la proclamazione dell’indipendenza. Le attribuzioni dell’Amministratore passeranno allora al Capo dello Stato somalo o al Ministero degli Esteri della Somalia, o ad altri Organi di Governo, in conformità della Costituzione.

È previsto che l’Ufficio Pianificazione sarà assorbito, prima del 2 dicembre 1960, dal Governo della Somalia per le materie di competenza somala. Il controllo sulla legittimità degli atti dell’Amministrazione italiana e del Governo della Somalia è affidato al Magistrato ai Conti, che tratta attualmente entrambe le materie. Ma, in linea di fatto, già ora le pratiche amministrative e contabili relative all’Amministrazione italiana e quelle relative al Governo della Somalia sono separate.

Sono già stati compiuti studi per la redazione di un progetto di ordinamento amministrativo-contabile dello Stato somalo indipendente; tale ordinamento potrà essere emanato prima della cessazione del mandato. Un servizio di Tesoreria, esso pure semplificato e organizzato con orientamenti bancari, è previsto in coordinamento con la Cassa di Circolazione monetaria della Somalia, destinata a diventare la futura Banca nazionale per la Somalia.

L’Aeronautica della Somalia è un organismo militare italiano (una cinquantina di militari, in massima parte sottufficiali di specializzazioni tecniche) che in questo momento, in assenza di servizi aerei civili, assicura le comunicazioni periodiche e saltuarie fra le varie parti del Territorio ed adempie ad altre incombenze connesse col Servizio aereo anche internazionale, quali le segnalazioni ecc. Si prevede una graduale somalizzazione del personale, piloti e tecnici. L’attuale organismo sarà sciolto al pitardi il 1° dicembre 1960.

La Compagnia Autonoma Carabinieri amministra tutti gli Ufficiali, Sottufficiali e Militi dei Carabinieri, oltre agli altri militari italiani (complessivamente una quarantina) che si trovano in Somalia come esperti a disposizione del Governo somalo, e ne coordina l’attività.

La Compagnia ha funzioni amministrative e disciplinari. Essa si scioglierà con la cessazione dell’Amministrazione italiana, o anche prima, qualora la presenza di personale militare italiano in Somalia si dimostrasse non pinecessaria per il Governo somalo.

E) GOVERNO

Il Governo della Somalia è stato istituito con Legge 7 maggio 1956 n. 1. Esso è attualmente costituito da un Primo Ministro e da dieci Ministri (Affari Interni – il cui portafoglio è tenuto dal Primo Ministro – Affari Finanziari, Grazia e Giustizia, Affari Generali, Industria e Commercio Interno e Estero, Agricoltura e Zootecnia, Lavori Pubblici e Comunicazioni, Istruzione Pubblica, Sanità con Servizi Veterinari e Lavoro ed un Ministro senza portafoglio per le relazioni con il Parlamento; completano il Governo cinque Sottosegretari).

Si aggiunge che è già prevista la nomina a suo tempo di un Ministro senza portafoglio, destinato a diventare il futuro Ministro degli Affari Esteri.

Rimane ferma la divisione dei Ministeri in Dipartimenti (Direzioni Generali), con tutta l’ossatura burocratica come è stata basilarmente impostata dall’Ordinamento sul funzionamento del Governo, approvato con Decreto 18 maggio 1956 n. 78 e successive variazioni.

A dare un’idea comparativa dell’attuale situazione organizzativa basterà ricordare che i dipendenti del Governo somalo sono attualmente circa 4.500 mentre quelli dipendenti dall’AFIS sono circa 400 ed in diminuzione.

F) SOMALIZZAZIONE DEI QUADRI AMMINISTRATIVI

Nel 1954 è stato creato il ruolo del personale civile somalo che da quell’epoca è stato progressivamente immesso nei quadri delle organizzazioni politico-amministrative fino a raggiungere nel 1956 la completa somalizzazione delle cariche di Capo Distretto e di Capo Regione. Nella Amministrazione centrale soltanto cinque Dipartimenti su diciassette, sono rimasti affidati a funzionari italiani in ragione della natura esclusivamente tecnica dei Dipartimenti stessi: Lavori Pubblici, Valute e Commercio Estero, Veterinario, Studi e Servizi Amministrativi del Ministero Affari Interni.

Dal 1956 sono stati somalizzati i Servizi portuali e marittimi e dal febbraio 1959 la Guardia di Finanza il cui comando è affidato ad un Ufficiale somalo.

Anche nel Settore degli Enti di Diritto Pubblico la somalizzazione è bene avviata. Si citano ad esempio le seguenti cariche affidate ad esponenti somali: Presidenza dell’Istituto Superiore di Diritto ed Economia, Presidenza dell’Ente Nazionale Ammassi e Motoarature (ENAM), Ente Autonomo del Porto di Chisimaio per il quale ultimo sono ora in corso le relative nomine.

Nel 1958 è stata completata la somalizzazione della organizzazione periferica e centrale scolastica tranne pochissime eccezioni che saranno eliminate non appena il Governo somalo potrà disporre di personale idoneo.

G) RELAZIONI CON L’ESTERO

Le relazioni con l’estero sono mantenute dal Governo Italiano. In Somalia, è l’Amministratore che, coadiuvato dal suo Gabinetto, ha la trattazione degli Affari Esteri, giusta D.P.R. 9 dicembre 1952 n. 2357. Tuttavia, anche in questo settore, l’Amministrazione italiana ha colto ogni occasione per far partecipare, nei modi e nei limiti delle consuetudini internazionali, organi e funzionari del Governo somalo all’attività diplomatica, in modo da facilitare il graduale approntamento dei quadri che saranno indispensabili al Paese per i rapporti con l’estero dopo il conseguimento dell’indipendenza.

Va rilevato che la Somalia è già Membro Associato di alcuni organismi internazionali, cioè dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (dal 1953); dell’UNESCO e dell’UNECA (dal 1958).

La Somalia è pure iscritta all’Unione Postale Universale.

Del pari, alcuni rapporti sono già stati avviati da parte del Governo somalo:

–- con le Rappresentanze consolari straniere esistenti nel Territorio, –- con talune Agenzie Specializzate delle Nazioni Unite (UNICEF, OMS, ILO, FAO, etc.), –- con la partecipazione di osservatori ad alcune conferenze internazionali, –- con visite all’estero di membri del Governo. Per quanto concerne altre attività nel campo internazionale: –- Ministri e Funzionari somali fanno parte della Delegazione italiana per la discussione del Rapporto Annuale sull’Amministrazione della Somalia in seno al Consiglio di Tutela delle Nazioni Unite, –- un funzionario somalo fa parte del Comitato ad hoc per l’esame delle petizioni presso le Nazioni Unite, –- tre funzionari somali hanno partecipato, come esperti, alle trattative per la delimitazione dei confini somalo-etiopici svoltesi, a partire dal marzo 1956, in Addis Abeba, –- un funzionario somalo presta servizio dal gennaio 1957 presso il Consolato Generale d’Italia al Cairo ed è in corso attualmente l’assegnazione di altri funzionari somali presso Ambasciate e Consolati italiani, preludio alla non lontana creazione da parte del Governo somalo di un ruolo idoneo di funzionari per la carriera diplomatica e consolare. La preparazione di tali funzionari consentirà al Governo della Somalia indipendente di aprire subito proprie rappresentanze diplomatiche e consolari a principiare dai Paesi coi quali la Somalia ha maggiori interessi.

H) MAGISTRATURA

L’attività degli organi giudiziari della Somalia fa capo alla Corte di Giustizia quale supremo grado di giurisdizione. Alla organizzazione dei servizi giudiziari provvede già il competente Ministero di Grazia e Giustizia.

L’Amministrazione italiana, d’intesa con il Governo somalo, continua nel criterio di fare il possibile per favorire la formazione di Magistrati somali preparati a queste importanti funzioni.

I) FORZE ARMATE

Le Forze Armate della Somalia sono attualmente rappresentate dalle Forze di Polizia, (circa

3.600 uomini), organismo unico che è ripartito in due raggruppamenti fondamentali; una organizzazione territoriale nelle Regioni e nei Distretti ed una organizzazione mobile (distaccamenti mobile aventi generalmente sede nel capoluogo di regione).

Il comandante delle Forze di Polizia è, dal 14 dicembre 1958, un Ufficiale Superiore somalo.

Si è già accennato al paragrafo F) della Guardia di Finanza (circa 160 uomini), anch’essa dal 1° febbraio 1959 comandata da un Ufficiale somalo.

A capo di tutte le Forze Armate rimane l’Amministratore. All’atto della proclamazione dell’indipendenza, questo potere sarà trasferito al Capo dello Stato somalo, qualora la Costituzione non disponga altrimenti.

L) PATRIMONIO IMMOBILIARE

Il patrimonio immobiliare è già stato in massima parte trasferito al Governo somalo; non solo edifici pubblici, Uffici, Caserme, etc. sono stati passati – insieme alle amministrazioni che vi hanno sede – al Governo somalo, bensì anche numerosi immobili adibiti ad alloggio di rappresentanza o ad abitazione di funzionari ed impiegati.

Comunque, il criterio generale al quale ci si atterrà è che il Governo somalo succede in pieno al Governo italiano nei diritti sul demanio pubblico e che tutti i beni patrimoniali già appartenenti al cessato Governo della Somalia italiana nonché quelli dell’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia, iscritti nei registri fondiari, o conosciuti come tali ancorché non iscritti si intenderanno trasferiti in proprietà al Governo della Somalia, all’atto della proclamazione dell’indipendenza, con le seguenti esclusioni:

–- gli immobili che l’Amministrazione italiana ha costruito o acquistato nel Territorio sul proprio Bilancio, dal 1° gennaio 1957, cioè da quando il Bilancio del Governo della Somalia è stato separato da quello dell’Amministrazione italiana; tuttavia, il Governo italiano rinuncia a favore del Governo della Somalia ai beni della «Evangeliska Fosterlands-Stiftelsen», già operante in Somalia, che sono stati rilevati in blocco, con decreto dell’Amministratore 31 gennaio 1959 n. 100129, –- alcuni beni immobili che il Governo somalo riconoscerà in proprietà allo Stato italiano o ad altri enti ed istituti italiani operanti in Somalia, per destinazioni varie. Il Governo d’Italia provvederà a comunicare un dettagliato elenco di tali beni anche all’ONU prima della cessazione del Mandato Fiduciario.

La materia formerà a suo tempo oggetto di accordo diretto tra il Governo italiano ed il Governo della Somalia indipendente.

M) BENI MOBILI DEL GOVERNO ITALIANO E DEL GOVERNO DELLA SOMALIA

La divisione dei beni mobili fra il Governo italiano ed il Governo somalo è di fatto già avvenuta, con eccezione di pochi particolari di insignificante importanza.

Il criterio cui il Governo italiano si è uniformato e si uniformerà nel passaggio della proprietà mobiliare è il seguente:

a) passano in proprietà al Governo della Somalia i seguenti beni mobili:

–- i beni mobili consegnati dall’Amministrazione italiana al Governo della Somalia all’atto della costituzione di questo; –- i beni mobili mantenuti dall’Amministrazione italiana, dopo la costituzione del Governo somalo, per Uffici e Servizi destinati ad essere trasferiti al Governo della Somalia; – -tutti i mezzi militari di armamento e di equipaggiamento trovantisi in Somalia di proprietà dello Stato italiano, con tutte le scorte di magazzino, secondo i registri di carico, tranne quelli trattenuti per i propri servizi dall’Aeronautica della Somalia e dalla Compagnia Autonoma Carabinieri, per i quali pure – tuttavia – potrà essere prevista una parziale cessione. - - –- i beni mobili acquistati dallo stesso Ufficio dal 1° gennaio 1957 in poi per conto dell’Amministrazione italiana; –- i beni mobili in dotazione agli immobili che restano di proprietà dello Stato italiano, o a sua disposizione.

N) CASSA PER LA CIRCOLAZIONE MONETARIA DELLA SOMALIA

La Cassa per la Circolazione Monetaria della Somalia (Somalcassa) con D.P.R. 2 dicembre 1958, n. 1131, ha assunto le funzioni di Banca Centrale della Somalia, con due Sezioni: una bancaria, ed una di emissione. Dal 4 aprile 1959 la Banca d’Italia ha cessato la sua attività in Somalia, e contemporaneamente la Direzione Generale della Somalcassa si è trasferita a Mogadiscio dove svolge anche mansioni di Tesoreria.

La stabilità del somalo, come presupposto di una sana economia e di una retta finanza, è stata la finalità costantemente perseguita dal Governo italiano nella politica monetaria in Somalia.

È nelle intenzioni dell’Italia, quale Potenza Amministratrice, di mantenere la responsabilità della circolazione monetaria e della relativa copertura fino al giorno della proclamazione dell’indipendenza della Somalia, per assicurare al nuovo Stato una moneta (il somalo) stabile ed autonoma, non collegata con aree monetarie di altre Paesi, e garantita da una propria copertura composta statutariamente al 100% di oro, argento e valute estere.

Dal punto di vista strutturale, con il citato D.P.R. n. 1131, la Somalcassa è stata posta in grado di funzionare autonomamente: basterà infatti che al momento dell’indipendenza, il Governo somalo nomini propri elementi negli organi previsti dallo Statuto in sostituzione degli elementi precedentemente nominati dal Governo italiano.

Rimane, in definitiva, soltanto un problema di cambiamento di nazionalità dell’Istituto al 2 dicembre 1960, nonché di adeguamento degli organi della Cassa a quello che sarà l’ordinamento definitivo voluto dallo Stato somalo.

Per la realizzazione di ci l’Assemblea Legislativa della Somalia potrà elaborare, con un congruo anticipo sulla data di scadenza del Mandato, una legge, con efficacia dal primo giorno dell’indipendenza, riguardante la composizione degli organi direttivi e di controllo, le attribuzioni e le funzioni creditizie, il sistema di emissione e copertura.

In relazione a tale legge, il Governo somalo potrebbe procedere alla nomina di un proprio Comitato con il compito di definire con la Cassa le modalità del trapasso e di risolvere i problemi a questo connessi.

O) CASSA ASSICURAZIONI SOCIALI DELLA SOMALIA - CASS

La Cassa Assicurazioni Sociali della Somalia, istituita nel 1951, è un Ente sottoposto alla vigilanza dello Stato, gestito dall’Istituto Nazionale per le Assicurazioni contro gli Infortuni sul Lavoro (INAIL), proprietario degli edifici e delle attrezzature utilizzate dalla CASS.

È già in corso la graduale sostituzione del personale dell’INAIL con personale locale sicché

– ancor prima del 2 dicembre 1960 – la CASS sarà in condizione di assumere direttamente la propria gestione, ove il Governo somalo lo desideri continuando ad utilizzare gli immobili, le attrezzature e le scorte dell’INAIL, che saranno trasferite alla CASS.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238.


2 La Somalia in amministrazione fiduciaria italiana era l’unico territorio per cui l’accordo di tutela prevedesse l’indipendenza ad una data già fissata, il 2 dicembre 1960. Compito principale dell’autorità amministratrice era quello di fissare le basi costituzionali del futuro Stato sovrano. Nel 1956 era stata eletta un’Assemblea legislativa, pienamente effettiva dal maggio ‘57. Il 19 maggio 1957 era entrato in funzione il primo Governo somalo, presieduto da Abdullah Issa, della Lega dei giovani somali. L’evoluzione politica del territorio verso l’indipendenza vide un’accelerazione durante il 1959: nonostante alcuni disordini verificatisi il 24-25 febbraio, tra il 4 e l’8 marzo si svolsero le prime elezioni a suffragio universale diretto, maschile e femminile ed il 27 giugno venne annunciata la formazione del nuovo Governo, ancora presieduto da Abdullah Issa. Dopo la presentazione da parte dell’Italia alla XXIV sessione del Consiglio di Tutela del piano di trasferimento delle funzioni di Governo al nuovo Stato somalo indipendente, il 25 agosto l’Assemblea legislativa somala approvuna risoluzione per l’accelerazione dell’indipendenza al «pipresto possibile». Il rappresentante dell’Italia in Consiglio di Tutela richiese perciil 23 novembre l’anticipazione della data al 1° luglio 1960. Il 5 dicembre l’Assemblea Generale delle N.U. ratificall’unanimità la data (vedi D. 202). Si veda ISPI, Annuario di Politica Internazionale, 1959, pp. 682-684.


3 Non pubblicata.

62

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL CAPO DEL SERVIZIO ONU, DAINELLI(1)

L. 1730. New York, 26 giugno 1959.

Caro Luca,

ti ringrazio molto per la tua lettera n. 23/00729 del 20 giugno(2), che inquadrava bene il problema della sede e che mi chiede ulteriori precisazioni su quello della Presidenza. Su questo secondo ti rinvio alla comunicazione ufficiale, che spediamo, come da tua richiesta, con il corriere odierno, relativamente all’argomento generale delle responsabilità e degli impegni di tempo che la Presidenza comporta. Sul problema della sede sia la tua lettera, sia quella che precedentemente mi ha inviato il Segretario Generale mi sembrano in fondo rispondere pienamente all’impostazione che abbiamo cercato di dare qui al problema (come dai punti del mio telespresso che tu citi), per di pitenendo conto di quella che certamente è la tattica americana, di muovere cioè le acque sul problema stesso per poi puntare su un semplice rinvio della data. Ho avuto infatti anche da altre persone vicine a questa Delegazione americana conferma di quello che Wilcox e Walmsley hanno detto a Brosio, nel senso che la questione non è ancora stata affrontata a fondo nell’ambito del Dipartimento di Stato, dove, mi è stato aggiunto, il ritorno di Herter comporterà per di pinelle prossime due o tre settimane uno sforzo di riorganizzazione che non consentirà di assumere rapide decisioni sui vari problemi e tanto meno su quelli avvenire. Gli americani in sostanza potranno muoversi per facilitare uno spostamento di sede e per di piper favorire uno spostamento su Roma soltanto se avranno sentore che vi sono seri pericoli di candidature sovietiche. Quanto alla sede di Vienna, mi è stato detto che questa non sembra sarebbe vista molto bene dagli americani.

Non vi è quindi che attendere e guardare intanto cautamente all’altro problema, quello della Presidenza, su cui il nome del Ministro continua ad essere di tanto in tanto menzionato. Quanto a questo problema, la comunicazione ufficiale che ti ho inviato oggi vuole essere scrupolosamente obiettiva. Trattasi di un’impresa di grandissima difficoltà in cui giocano le qualifiche dei candidati e le loro effettive possibilità di presenza, per non parlare della necessità di ottenere i suffragi di chi piconta, nel caso specifico di Londra.

Non vi è dubbio che il fatto che il nome del Ministro sia stato menzionato da varie parti dimostra che si guarda a lui come al possibile nostro candidato. Ciche mi preoccupa è quale tattica disporre in relazione a sue eventuali inclinazioni, ma di questo spero che potremo parlare a voce quando verrcostà a fine luglio.

[Egidio Ortona]


1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7. 2 Vedi D. 58, nota 7.

63

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 1883/11832. New York, 27 giugno 1959.

Oggetto: Problemi politici concernenti la Somalia. Dibattito al Consiglio di Tutela.

Questa Rappresentanza è andata avvertendo negli ultimi tempi un crescendo di attenzione e di attesa nei confronti del dibattito sulla Somalia in Consiglio di Tutela. Si tratta per ora di accenni vaghi e di sollecitazioni di informazioni che provengono o dai colleghi o dal Segretariato. D’altro canto la pubblicazione sul «Foreign Affairs» del mese di luglio di un importante articolo proprio sul complesso dei problemi del Corno d’Africa e in particolare su quello dei rapporti tra Etiopia e Somalia – su cui ha riferito l’Ambasciata a Washington – non potrà che puntualizzare ancora di pile questioni concernenti quel territorio e mantenere viva su di esse l’attenzione degli ambienti societari.

Per ora in tali ambienti si intersecano opinioni e interpretazioni, tutte in fondo tese a identificare anche in quel settore geografico le proiezioni degli interessi e delle schermaglie dei grandi blocchi.

Nel quadro di tali opinioni, ciche per ora mi sembra opportuno registrare è l’aspettativa con cui si guarda alle mosse dell’URSS in quello scacchiere. In ambienti molto vicini a questa Delegazione americana non ci si nasconde che il gioco sovietico potrà rivelarsi molto sottile e attivo per motivi collegati all’attuale guerra di posizioni nella zona del Vicino Oriente. In Iraq l’URSS ha subito o ha preferito subire una battuta d’arresto. Nei confronti della RAU essa segue con attenzione, e ovviamente per contrastarle, certe nuove inclinazioni pro-occidentali inevitabilmente determinate di riflesso dagli sviluppi della situazione irachena. Mosca dovrebbe dunque perseguire due finalità: da una parte mantenere solide le posizioni conquistate in Iraq, e a cipotrebbe contribuire una pausa nell’attivismo colà perseguito, e dall’altra riportare Nasser verso posizioni pifilo-sovietiche con allettamenti sia nel campo economico sia in quello politico. È in quest’ultima area di possibile azione sovietica che potrebbe inserirsi – secondo i timori manifestatici – il problema del Corno d’Africa. Ad esso i sovietici potrebbero aver interesse a far assumere una posizione e importanza centrali, nel quadro dei rapporti tra Mosca e Cairo, svolgendo ad esempio, nell’ambiente politico somalo, azione parallela a quella che il Cairo va da tempo colà perseguendo e valorizzandone naturalmente col Cairo la portata. Insomma, dato il recente attenuarsi dei successi e la rarefazione dei centri di influenza di Nasser, la Somalia potrebbe presentare, secondo tali interpretazioni, un terreno fertile di sfruttamento per l’URSS, e costituire una buona pedina nel complesso gioco degli interessi sovietici in Medio Oriente.

Altre opinioni che si possono qui cogliere considerano le possibilità di un gioco ancora pisottile nel senso che l’URSS potrebbe avere interesse, non fosse che a scopo tattico, a fomentare tendenze e facilitare movimenti diretti alla costituzione della Grande Somalia, data la coincidenza che si verificherebbe in tal campo con gli interessi britannici. In un quadro infatti in cui, ai fini del raggiungimento della distensione mondiale, l’URSS intendesse continuare a puntare sulla carta inglese, potrebbe essere vantaggioso per Mosca svolgere azione che, mentre potrebbe compiacere Nasser, d’altro canto non dispiacerebbe neppure ai britannici.

Queste sono le opinioni con cui si rilevano le possibilità di gioco sovietico.

Non vi è dubbio che, per quanto si pugiudicare da questo osservatorio, nell’attuale momento il Corno d’Africa e i problemi della Somalia in particolare stanno assumendo una posizione pimarcata. A qualificare tale circostanza basterebbe il fatto che assistiamo e assisteremo nei prossimi giorni a contatti tra l’Imperatore diEtiopia e il dittatore egiziano e tra il predetto Imperatore e i dirigenti moscoviti. È certamente difficile individuare nuove linee logiche in tali contatti, che ancora mesi fa sarebbero stati giudicati impensabili. Sta di fatto perche l’Imperatore sembrava aver colto occasione dal raffreddamento tra Cairo e Mosca per preparare la sua visita alla capitale sovietica, che Mosca successivamente ha cercato – e tuttora cerca – di riprendere vigorosamente le fila del suo rapporto con il Cairo, e che infine l’incontro nella capitale egiziana tra Hailé Selassié e Nasser ci ha dato modo di cogliere, in questi giorni, un diverso aspetto – almeno nell’apparenza – dei rapporti etiopico-egiziani. Una serie questa di sviluppi in cui, nel quadro degli interessi permanenti e delle animosità tradizionali, si inseriscono nuove modulazioni certamente meritevoli di attenzione. Se e fino a che punto abbia giocato in tale composizione di motivi l’azione di Mosca è difficile dire. Sarebbe anche avventato di ritenere che tali sviluppi siano stati resi possibili da miracolosi successi della diplomazia sovietica. Ma non v’è dubbio che Mosca sembra accentuare il suo interessamento in tale settore e che, se vi è un problema di interesse comune alle tre capitali – Mosca, Addis Abeba e Cairo –, questo, in ragione anche dell’analisi che ho pisopra menzionato, sembra essere proprio il problema del Corno d’Africa. D’altro canto Mosca non è nuova a situazioni del genere e spesso essa è stata capace di manovrare in modo da estrarre da un complesso di dissonanze un tema conduttore che l’avvantaggi. Tale tema, a dire il meno, mi sembra per il momento essere quello del perseguimento di una politica che accentui una sua «presenza» nel Corno d’Africa o effettuando manovre incitatrici nei confronti di Cairo o cercando pure di svolgere un ruolo autorevole di conciliazione tra parti tradizionalmente in contrasto.

Ciche comunque mi sembra doveroso di qui registrare, sia per le voci che si colgono in questo osservatorio, e sia per le manifestazioni che ho sopra menzionato, è che il dibattito sulla Somalia in Consiglio di Tutela del prossimo luglio potrà presentare aspetti di particolare interesse e darci anche la chiave di istanze e vibrazioni politiche per ora ancora in penombra. A tale dibattito occorrerà quindi giungere fortemente agguerriti preparandosi anche a qualche difficile sviluppo e a sorprese. Da esso potranno poi forse trarsi lumi per quello che con maggiore ampiezza e con un piacuto manifestarsi di interessi potrà svolgersi in Assemblea Generale.

Ho già in precedenti comunicazioni puntualizzato alcune delle aree in cui dovremo particolarmente trovarci preparati. Tale preparazione noi perseguiamo attivamente in questi giorni, avendo in vista anche la possibilità di spunti dialettici specialmente da parte sovietica, quali potrebbero derivare dal maggiore interessamento di Mosca quale ho sopra descritto.

Non vi è dubbio comunque che dai dibattiti di cui sopra e dall’impegno che in esso prenderanno i Delegati delle principali Potenze, a cominciare da quello sovietico, potranno anche derivare indicazioni meritevoli di meditazioni su assetti futuri da contemplare per la Somalia.

Non è infatti da poco tempo che gli americani accennano, proprio evidentemente per contrastare le intenzioni e i pericoli di «presenza» sovietica, alla opportunità di considerare il mantenimento e la costituzione di una presenza delle Nazioni Unite in Somalia, allorquando quel Paese avrà superato il varo dell’indipendenza. Walmsley, quando io ero in contatto con lui a Washington già fin dall’anno scorso, aveva, come codesto Ministero ricorderà, fatto qualche accenno a «forze d’ordine» da reclutare su base societaria e da assegnare alla Somalia proprio per ovviare alla fragilità del nuovo Stato indipendente. E ancora in questi giorni analoghi accenni ci sono stati menzionati da elementi vicini alla Delegazione americana.

Per suo conto il Segretariato delle Nazioni Unite va poi da tempo, come anche ho spesso segnalato, potenziando iniziative per la immissione di funzionari internazionali nel quadro amministrativo di Stati di recente formazione.

Contro queste tendenze puerigersi forse il nostro interesse a impedire eccessive internazionalizzazioni in un Paese dove potremmo avere invece vantaggio – dopo avervi profuso tante spese e tanto denaro – a mantenere il pipossibile viva e attiva una nostra quasi esclusiva presenza. D’altra parte ancora non mi sembra esser chiaro quale atteggiamento potrebbe assumere su un problema del genere il nuovo Governo somalo.

Forse i prossimi dibattiti, che ci consentiranno di registrare il grado di interesse e gli scopi pio meno confessabili dei vari Paesi nell’ambito somalo, quale indicazione di interessi e di scopi pivasti nell’intero Corno d’Africa, ci potranno offrire gli elementi per una risposta a tali interrogativi. Non è comunque per nulla da escludersi che un problema di presenza internazionale in Somalia potrà presentarsi, il che mi sembra render necessario fin d’adesso attentamente vigilare affinché la soluzione che ad esso verrà data tenga conto dei nostri interessi contingenti e avvenire.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238.


2 Indirizzato, per conoscenza, anche alle Ambasciate a Mosca, Il Cairo, Addis Abeba, Washington e Londra. Sottoscrizione autografa.

64

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 1895/1195. New York, 1° luglio 1959.

Oggetto: Belgio. Candidatura al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite nel 1960.

Con la comunicazione circolare di cui unisco il testo(2), questo Rappresentante belga alle Nazioni Unite ha annunciato la candidatura del suo Paese per la elezione all’ECOSOC, nel 1960.

Il Belgio aspira a succedere all’Olanda in quel Consiglio, quando il mandato dell’Olanda verrà a scadere alla fine del prossimo anno.

Come è noto a codesto Ministero esiste già una candidatura irlandese per lo stesso seggio (vedi telespresso di questa Rappresentanza n. 2466/1666 dell’8 ottobre 1958). L’Irlanda aveva avanzato la propria candidatura già lo scorso anno, in concorrenza con quella spagnola, ritirandola perall’ultimo momento, allorché risultchiaro che la candidatura spagnola si era ormai affermata.

La candidatura belga per il prossimo anno pone problemi sia generali e di principio, e sia di eventuale nostro diretto interesse.

Il Rappresentante belga difatti sottolinea che nel seggio in questione si sono sempre alternati i Paesi del Benelux (in pratica Belgio ed Olanda, dato che il Lussemburgo per insufficienza di personale a New York non ha mai chiesto di far parte di alcun Consiglio delle Nazioni Unite). Cicertamente risponde a verità, ma d’altra parte, specialmente dopo la ammissione di ben sei nuovi Paesi dell’Europa occidentale alle N.U., non pucerto considerarsi come acquisita ed accettata una prassi che escluda altri Paesi dal seggio in questione, così come il Rappresentante del Belgio chiaramente implica nella sua Nota.

Fino al 1955, epoca delle note ammissioni, nei tre seggi dell’ECOSOC assegnati all’Europa occidentale (a parte quelli della Francia e Gran Bretagna), si era avuta, tacitamente, una distribuzione di fatto come segue: un seggio per i Paesi scandinavi, uno per il Benelux ed uno per l’Europa meridionale (allora rappresentata da Grecia, Turchia e Jugoslavia). Non appariva quindi illogico che un seggio fosse riservato al solo Benelux. Dal 1955 ad oggi i seguenti sei Paesi europei occidentali si sono, come è noto, venuti ad aggiungere: Italia, Spagna, Portogallo, Austria, Irlanda e Finlandia. Dato che il numero dei seggi all’ECOSOC è rimasto lo stesso, non puevidentemente tenersi fermo il criterio di distribuzione di fatto che si era venuto consolidando in precedenza.

I nordici, infatti, si sono aggregati la Finlandia, che attualmente fa parte dell’ECOSOC essendo succeduta nel 1956 alla Norvegia. La Spagna è succeduta l’anno scorso alla Grecia. Due dei sei nuovi membri dell’Europa occidentale si sono venuti ad inserire nel corso delle passate elezioni, allargandosi così la cerchia della precedente distribuzione.

Sotto questo punto di vista la tesi belga non appare sostenibile: non si puevidentemente continuare a riservare a due soli Paesi un seggio nell’ECOSOC. Né da parte nostra, mi sembra, un criterio del genere potrebbe venire accettato in linea di principio, e ciper vari ordini di motivi.

Anzitutto perché potremmo noi stessi aspirare a quello stesso seggio, alla prossima elezione o in una occasione successiva.

In secondo luogo perché, accettandosi di riservare di fatto un seggio al Benelux, la pressione sugli altri seggi diverrebbe piforte ed avremmo maggiori concorrenti, qualora decidessimo, ad esempio, di concorrere alla successione della Spagna nel 1961.

Escludendo Francia e Gran Bretagna, che come membri permanenti del Consiglio di Sicurezza vengono automaticamente rieletti anche all’ECOSOC, vi sono quindi tre seggi elettivi nello stesso Consiglio per gli altri sedici Paesi membri dell’Europa occidentale. Se si dovesse consolidare la pretesa dei cinque Paesi nordici (che sono poi quattro dato che l’Islanda non concorre a nessun seggio) di avere un seggio e quella dei tre Paesi del Benelux (che sono solo due, escludendosi, come ho sopra detto, il Lussemburgo) di averne un altro, gli altri otto Paesi europei occidentali (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Turchia, Irlanda, Austria, Jugoslavia) dovrebbero accontentarsi di avvicendarsi in uno solo, con un ciclo lunghissimo, quindi, di rotazione, Cievidentemente non è nel nostro interesse, né in quello degli altri Paesi europei occidentali che ho sopra indicato.

Per quello che a noi si riferisce, essendo l’Italia fino a tutto il 1960 membro di due dei tre Consigli (quelli di Sicurezza e di Tutela) noi non potremmo prima di quella data aspirare all’ECOSOC, dato che, tranne i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, nessun altro Paese è membro di tutti e tre i Consigli contemporaneamente. Venendo l’Italia a decadere nel dicembre 1960 tanto dal Consiglio di Sicurezza che da quello di Tutela, le nostre prospettive sono quindi per una successione all’Olanda nell’ECOSOC alla fine del 1960, ovvero per una successione alla Spagna alla fine del 1961.

Nel caso che decidessimo per la prima ipotesi, ci troveremmo in concorrenza con Irlanda e Belgio, che sono già oggi candidati per quel seggio. Potremmo avanzare l’idea, come da qualche parte si è accennato, che il seggio dell’ECOSOC cui si sono fino ad oggi succeduti i Paesi del Benelux potrebbe trasformarsi in seggio di fatto riservato ai Paesi del Mercato Comune (e ciin pratica con la nostra sola aggiunta, dato che la Francia ha già il suo seggio e la Germania non è membro delle Nazioni Unite). A questa tesi si potrebbe obiettare perche il Mercato Comune è già pur sempre rappresentato dalla Francia, che è praticamente membro permanente dell’ECOSOC e che quindi non sarebbe giustificata la assegnazione di due seggi, su diciotto, per i cinque membri di questa Organizzazione. Il Mercato Comune inoltre, non è – come è noto – organizzazione molto popolare alle Nazioni Unite ed è ancora oggi oggetto di non benevole discussioni, dal che non appare facile il riconoscimento di una sua posizione speciale in seno all’ECOSOC, almeno fino a quando le pregiudiziali oggi esistenti contro di esso da parte degli stessi europei occidentali estranei (per non parlare degli altri gruppi), non saranno state superate. Comunque, sotto qualsiasi etichetta noi ci riservassimo di presentarci il prossimo anno, cinon potremmo fare se dessimo assicurazioni ai belgi.

Nell’ipotesi che intendessimo concorrere invece per la successione alla Spagna, il terreno sembra pisgombro, dato che fino ad oggi non vi è alcun candidato per quel seggio e, trattandosi di un seggio sempre tenuto da un Paese dell’Europa meridionale mediterranea, noi saremmo – a parte ogni altra considerazione – perfettamente qualificati. Anche in questo caso resta il nostro interesse ad evitare una accettazione della tesi belga, perché, escludendosi l’Irlanda ed altri Paesi da quel seggio, ce li potremmo trovare concorrenti per l’unico seggio restante. E va tenuto presente che l’Irlanda – ad esempio – non essendo stata fino ad ora membro di nessun Consiglio sarebbe un concorrente da non sottovalutare. Essa, qualora esclusa nel 1960, tornerebbe certamente all’attacco nel 1961, rendendo picomplesse quelle elezioni.

Dalla comunicazione belga risulta che, sia verbalmente che per iscritto, passi sono stati svolti presso codesto Ministero. Prima di indirizzarci la comunicazione allegata – e che ho solo oggi ricevuta – i belgi non ci avevano qui fatto parola della loro aspirazione. Gradircortesi istruzioni per mia norma di linguaggio e per le eventuali comunicazioni da fare a questa Rappresentanza del Belgio.

Per quello che riguarda i nostri interessi, mi sembra che sarebbe fin da ora opportuno considerare il momento in cui ci converrà di porre la nostra candidatura all’ECOSOC. Due alternative – come ho sopra detto – ci si presentano: nel 1960 (in concorrenza con Belgio ed Irlanda) per la successione dell’Olanda, e nel 1961 per la successione della Spagna, seggio per il quale non vi sono fino ad oggi candidati.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 271, fasc. ONU 1 [41 ECOSOC]. 2 Non pubblicato.

65

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 1896/11962. New York, 1° luglio 1959.

Oggetto: Somalia. Discussione nel Consiglio di Tutela.

Questa Rappresentanza ha iniziato lo studio e la elaborazione sia delle dichiarazioni da farsi in apertura del dibattito presso il Consiglio di Tutela e sia delle risposte da fornire alle eventuali domande che verranno avanzate dai membri del Consiglio stesso nel corso della discussione.

Allo scopo di concordare con codesto Ministero le dichiarazioni che dovranno essere fatte in tali occasioni, vorrei pregare di esaminare la possibilità di:

1) Far pervenire a questa Rappresentanza il testo delle dichiarazioni fatte in tema di Somalia nel corso di quest’anno, da esponenti governativi italiani. (Ho visto ad esempio riportato sulla stampa e sull’ANSA in sunto un riferimento alla Somalia contenuto nel discorso pronunciato in Parlamento da S.E. il Ministro la scorsa settimana).

2) Farmi conoscere se il Rappresentante italiano sarà autorizzato, venendo a parlare di problemi economici somali e in particolare di aiuti italiani alla Somalia, a confermare la dichiarazione del Presidente del Consiglio italiano del 12 ottobre 1958 in relazione alle future erogazioni dell’Italia, dichiarazioni che, come codesto Ministero ricorderà, l’Assemblea Generale con sua risoluzione 1278 del 5 dicembre(3) registrimplicitamente con la frase «Welcomes the statement of the Representative of Italy in regard to the various sources from which assistance has been secured or is in prospect, thus indicating that the problem is progressing satisfactorily towards its solution».

3) Confermarmi, sempre in tema di aiuti economici, se in relazione a quanto a suo tempo segnalato e alle risposte già fornite da codesto Ministero relativamente anche al punto di vista inglese, nel problema di un «Fondo Speciale Somalia», noi dovremo opportunamente affermare le ragioni di una nostra opposizione alla creazione di tale Fondo. Su tale tema naturalmente non dovremmo esser noi a sollevare per primi la questione, ma formulare invece confutazioni se il tema stesso verrà da altri sollevato(4).

4) Tener presente la necessità in cui ci potremo trovare di dover fare qualche dichiarazione per il caso in cui, da parte di qualche Delegazione, si sollevasse il problema della grande Somalia o si facesse comunque qualche riferimento al problema di una possibile unione tra Somalia e Somaliland britannico. Salvo contrario avviso da codesto Ministero, mi sembra che si potrebbe dichiarare che trattasi di problema che trascende le responsabilità e le competenze del Paese amministrante e su cui comunque il Governo somalo potrà prendere le sue decisioni dopo che l’avvento all’indipendenza lo avrà messo in migliori condizioni di formulare un giudizio sul problema stesso(5).


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238.


2 Inviato, per conoscenza, anche all’AFIS a Mogadiscio.


3 Vedi D. 34, nota 4.


4 Sulla istituzione di tale Fondo, Di Stefano aveva comunicato, con T. segreto 19351/369 del 16 luglio 1959 (Telegrammi segreti 1959, Romania-Yemen, Ministeri, Miscellanea, arrivo e partenza), la posizione del Primo ministro somalo, il quale era piuttosto scettico al riguardo, considerando «pessima l’esperienza già fatta delle continue inframettenze nella politica interna somala da parte attuale Consiglio consultivo (totalmente dominato da suo membro egiziano, il quale mira soltanto ad estromettere influenze occidentali a vantaggio espansionismo RAU)». Egli non intendeva «correre rischio di perpetuare nella Somalia indipendente analoghe forme di ingerenze e controlli da parte di nuovi organismi del genere e di funzionari ONU […]. Tuttavia ove un tale “Fondo” venisse istituito, Primo ministro non potrebbe opporsi poiché ingenti necessità somale non glielo consentirebbero e questa opinione pubblica, che fa tanto assegnamento su aiuti ONU, non lo ammetterebbe. Ma quando egli fosse sicuro di poter concludere con Italia ed America accordi bilaterali di cui a lettera A), Governo somalo chiederebbe che “Fondo speciale” fosse utilizzato esclusivamente per finanziare progetti opere pubbliche ed attrezzature di carattere straordinario (come porto Chisimaio, bonifiche, canali ecc.)».


5 Per la risposta di Di Stefano vedi D. 72.

66

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 18567/114. New York, 9 luglio 1959, ore 4,20 (perv. ore 4,30).

Oggetto: Questioni relative sicurezza Somalia.

Mio telespresso 1231 del 3 luglio(2).

Hagi Farah è ritornato oggi su argomento difesa somala e mi ha anzi preannunciato che membro Consiglio Consultivo El Zayat mi avrebbe di nuovo intrattenuto su mancanza riferimenti espliciti tale problema in piano per trapasso poteri. E ciin vista anche eventuale domanda al riguardo da fare a Consiglio Consultivo nel corso dibattito presso Consiglio Tutela. Avendogli chiesto precisazioni su aspettativa Governo somalo al riguardo, Farah rispostomi che egli intendeva impostare questione in modo da farla dibattere già in prossima discussione Consiglio Tutela ed ottenere possibilmente in successiva sessione Assemblea «garanzie» da parte N.U. per sicurezza confini verso esterno. Ho con Farah svolto considerazioni di cui a mio telespresso citato e gli ho chiesto come egli concepisse «garanzie» del genere, dato che, se si volesse ottenere per esse accordo da parte Stati membri, cipotrebbe comportare richiesta alquanto abnorme, non trovandoci di fronte a specifica emergenza. Hagi Farah senza esitazioni dichiaratomi che Somalia, se non avesse proprio esercito, per non rimanere indifesa, gradirebbe presenza Nazioni Unite attraverso «forze d’ordine». Alla mia obiezione – che tale presenza potrebbe non essere consona con esigenze prestigio Paese indipendente – mi ha risposto che presenza N.U. Paesi Vicino Oriente non ne sminuisce sovranità.

Segnalo quanto precede in quanto Farah – malgrado, come riferito da Perrone, si sia astenuto dal trattare a fondo questione a Washington – qui mi ha invece dichiarato intendeva pormi problema in via ufficiale anche perché desidererebbe che di esso fosse fatto stato in rapporto Consiglio Tutela a prossima Assemblea, dato che tale sessione potrebbe costituire ultima occasione utile chiarificazione soddisfacente questione prima della indipendenza. Mi sembra insomma si verifichi a tempi accelerati istanza che illustravo V.E. con mio telespresso citato. Aggiungo che, dietro richiesta Hagi Farah, vi sono, certo, pressioni suoi giovani collaboratori somali e che potrebbero esservi anche interessate sollecitazioni egiziane, tramite membro Consiglio Consultivo El Zayat. Ho posto, comunque, allo studio problema eventuali garanzie da parte N.U. allo scopo avere quadro completo tutti aspetti tecnici, che si presentano certo molto dubbi e complessi. Comunque, se problema sorgerà in riunione Consiglio tutela, sarà ovviamente necessaria qualche nostra dichiarazione che dovrà tener conto, beninteso, reazione da parte somala, da parte etiopica e da parte Consiglio stesso. Sarei, quindi, grato anticipare se possibile riunione interministeriale preannunciata in telegramma V.E. a Washington 8832 e fornirmi comunque istruzioni per norma linguaggio. Nel frattempo, cercherin ogni modo adoperarmi perché – da parte di Farah o di altri – problema non venga sollevato. Per mia azione su Hagi Farah sarebbe certo utile qualche comunicazione attenuatrice che provenisse da Mogadiscio a rincalzo azione stessa qui.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato.

67

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 18830/116. New York, 10 luglio 1959 (perv. ore 4,30 dell’11).

Oggetto: Questioni relative sicurezza Somalia.

Mio 114(2).

Mentre trasmetto corriere domani appunto relativo aspetti tecnici problema garanzie difesa e sicurezza Somalia, informo che, come preannunciato a conclusione mio telegramma citato, abbiamo sviluppato discreta azione su membri Consiglio Consultivo per evitare che problema venga da essi sollevato ufficialmente in prossima discussione Consiglio Tutela. In questo abbiamo trovato notevole appoggio in Protitch che ha intrattenuto singolarmente membri predetti. Consiglio Consultivo ha chiesto ora di incontrarsi nuovamente con me lunedì per esaminare vari punti piano trapasso poteri, e confido che sarà possibile in quella occasione andare a rincalzo azione svolta questi giorni nel senso predetto.

Ho preso visione bozza discorso Hagi Farah, riuscendo ad attenuare certi punti in cui problema difesa veniva evidenziato e pur dandogli impressione non voler minimamente contrastare sue richieste.

Se potremo quindi conferire a problema durante discussione Consiglio Tutela carattere meno netto di quello che avrebbe potuto aversi, cercheremo, salvo contrarie istruzioni, limitare nostre eventuali risposte a dichiarazione secondo cui problema è molto presente ad attenzione autorità italiane, le quali ritengono consigliabile approfondirlo ulteriormente prossimi mesi proprio allo scopo dare ad esso soluzione consona interessi Somalia.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 66.

68

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI AL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA(1)

Telespr. 23/00802. Roma, 11 luglio 1959.

Oggetto: XV Assemblea Generale delle N.U. (1960). Sede e Presidenza

In relazione alle comunicazioni di codesta Rappresentanza sull’argomento in oggetto(2), si informa Vostra Eccellenza, per opportuna conoscenza e, occorrendo, per norma di linguaggio, che, per ragioni di carattere finanziario e organizzativo, in relazione anche alla contemporaneità delle Olimpiadi, dobbiamo, in accordo con la Presidenza del Consiglio, escludere la possibilità di ospitare a Roma la XV Assemblea Generale. Così pure è da escludere una candidatura di S.E. il Ministro alla Presidenza di tale Assemblea, non potendo egli assumere un altro così impegnativo incarico.

Rimane la questione di una eventuale Presidenza italiana dell’Assemblea, diversa da quella di S.E. il Ministro. Su questo argomento – e sempre che continuino a sussistere probabilità di riuscita di una candidatura europea occidentale – questo Ministero farà quanto prima nuove comunicazioni.


1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7. 2 Vedi DD. 57, 58 (in particolare la nota 7), 59 e 60.

69

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI, ALL’AFIS, E ALLE AMBASCIATE A WASHINGTON E A LONDRA(1)

Telespr. 1969/1269. New York, 11 luglio 1959.

Oggetto: Fondo speciale per la Somalia

Riferimento: Telespresso dell’Ambasciata di Washington n. 9512/2912 del 7 luglio(2).

Con riferimento a quanto segnalato dalle due Ambasciate in indirizzo e a conferma dell’atteggiamento del Dipartimento di Stato e del Foreign Office sull’argomento in oggetto, ritengo opportuno informare di colloqui che abbiamo avuto con le Delegazioni dei due predetti Paesi in vista del prossimo inizio del dibattito sulla Somalia al Consiglio di Tutela.

Di sua iniziativa un membro della Delegazione americana ha avvicinato Vitelli per accertare con lui quale sarebbe stato il tenore delle sue dichiarazioni sugli argomenti economici nel corso dell’imminente discussione.

Vitelli ha risposto sulla linea tra noi concordata, in relazione ai precedenti della questione e alle indicazioni di codesto Ministero: che cioè egli si proponeva di ripetere le dichiarazioni già fatte alla XIII sessione, facendo cenno anche alle intenzioni americane e inglesi per ribadire che il problema degli aiuti dopo il 1960 sembrava soddisfacentemente preso in considerazione. Ciavrebbe dato modo di partire da una piagevole posizione per contrastare eventuali proposte per un «Fondo speciale Somalia». Il Rappresentante americano ha a questo punto osservato che il pensiero del Dipartimento di Stato sul Fondo Speciale Somalia non era ancora fissato e ha accennato a possibilità di un certo ripensamento in materia. I motivi alla base di un possibile nuovo atteggiamento sembravano essere secondo l’interlocutore americano due principali:

1) la circostanza che l’istituzione di un Fondo Speciale Somalia faciliterebbe il compito di sanare anche disavanzi di bilancio, il che è oggi impossibile in base alla vigente legge americana;

2) l’opportunità che si ravvisa oggi nel Dipartimento di Stato di modificare l’atteggiamento negativo mantenuto finora dagli Stati Uniti nel confronto di erogazioni di aiuti su base multilaterale.

Egli ha ribadito comunque che le idee del Dipartimento non erano ancora cristallizzate e che in ogni modo la Delegazione americana non avrebbe certo contrastato in seduta il nostro atteggiamento sul Fondo Speciale Somalia se la questione fosse venuta in discussione.

Da parte inglese ci è stato detto che, avendo gli americani espresso con loro analoghi dubbi, la Delegazione britannica aveva telegrafato al Foreign Office, il quale aveva reagito negativamente nei confronti di qualsiasi ripensamento. Avendo anche gli inglesi chiesto a Vitelli come egli avrebbe articolato il suo intervento, essi hanno mostrato di concordare in pieno su una dichiarazione che per il cosiddetto «stop gap» ribadisse quelle fatte l’anno scorso dai tre Governi e per gli aiuti di sviluppo si riferisse per esteso a tutti i progetti presentati alle varie Agenzie delle Nazioni Unite (in merito ai quali riferisco anche in data odierna con telespresso n. 1960/12602).

È da notarsi che nel corso delle conversazioni sopra riportate sarebbe emerso che gli americani, se si creasse un Fondo Speciale Somalia, penserebbero ad articolarlo su contributi nelle seguenti proporzioni: USA 40%, Italia 25%, Inghilterra 15%, altri Paesi 20%, distribuzione questa che non sarebbe piaciuta al Foreign Office.

Tali essendo le disposizioni che abbiamo colto nelle principali due Delegazioni, mi sembra che continua [sic] ad essere nostro interesse, malgrado le nuove modulazioni dell’atteggiamento americano, contrastare cautamente e per quanto possibile la creazione di un Fondo del genere. Dico per quanto possibile, perché ignoriamo per ora sia quelle che potranno essere le proposte interessate di altre Delegazioni (vedi Egitto, India, ecc.) e sia la misura con cui tali Delegazioni le patrocineranno e formuleranno eventuali concrete offerte. E poiché queste si manifesterebbero presumibilmente molto limitate e sarebbero quindi sempre soltanto Stati Uniti, Italia e Inghilterra a far le spese maggiori dell’iniziativa di un Fondo Speciale Somalia, è chiaro che non ci converrebbe favorire l’iniziativa stessa, che immetterebbe Paesi terzi, per di pipoliticamente disturbanti, nell’amministrazione di aiuti di cui noi e Stati Uniti finanzieremmo la massima parte.

Né vi è da sperare che il Segretariato Generale, come il Dipartimento di Stato sembra pensare, voglia o possa stanziare somme a tale scopo, sia pure per una parte anche modesta del fabbisogno. Il bilancio delle Nazioni Unite esclude allo stato attuale devoluzioni del genere, e contributi societari potrebbero aversi soltanto se essi venissero mobilitati «ad hoc» e al di fuori del bilancio stesso. Ciche la struttura finanziaria amministrativa del Segretariato puoffrire oggi, sono quei contributi per assistenza tecnica e surveys (Fondo Speciale di Hoffman) ai quali abbiamo già adito e ai quali potremo sempre adire senza che debbano crearsi imbarazzanti diaframmi societari o associazioni per noi politicamente poco comode nei confronti dei problemi amministrativi somali.

Comunque, solo le discussioni dei prossimi giorni potranno indicarci se e fino a che punto, malgrado tali considerazioni, potremo mantenere un atteggiamento di ferma opposizione, in ragione anche dell’evoluzione che potranno avere i desideri somali a causa degli sviluppi della eventuale discussione in Consiglio sull’argomento.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238. 2 Non pubblicato.

70

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 19115/117. New York, 14 luglio 1959 (perv. ore 11).

Oggetto: Sicurezza somala.

Mio 116(2).

Ho avuto oggi riunione con Consiglio Consultivo ONU per Somalia che si è protratta per varie ore e nel corso della quale abbiamo potuto fornire chiarimenti tali da evitare su molti problemi riferimenti critici o interrogativi imbarazzanti in documento che Consiglio stesso accingesi presentare a Consiglio Tutela in relazione a piano trasferimento poteri.

Mentre per brevità astengomi riferire dettagli discussione, tralasciando sopratutto punti su cui nostre spiegazioni sono state giudicate soddisfacenti, ritengo opportuno segnalare punti apparsi picontroversi in piano trapasso:

1) In capitolo A su potere legislativo paragrafo quattro, Consiglio intende sollecitare nostra dichiarazione secondo cui, con riferimento ad «apposite misure legislative per attribuire all’Assemblea legislativa poteri Assemblea Costituente» si intende che eccezionalmente tali misure non saranno sottoposte, come altre disposizioni legislative, a «veto» amministratore. In altre parole, Consiglio intende ottenere assicurazione che, una volta attribuito ad Assemblea carattere costituente, autorità Paese amministrante non abbia pipossibilità intervento. Salvo contrarie istruzioni (ed in relazione a quanto detto in capoverso finale stesso paragrafo 4 potere legislativo) mi sembra che potremmo fornire tale assicurazione.

2) Consiglio Consultivo intendeva raccomandare che, dati difetti riscontrati funzionamento legge elettorale, si elaborasse nuova legge elettorale e si tenessero – poco prima o dopo indipendenza – nuove elezioni. Abbiamo ottenuto che in suo documento di commento Consiglio facesse solo accenno – che speriamo blando – a «speranza» che attuale Assemblea legislativa apporti qualche miglioramento detta legge.

3) Numero Ministeri. Invece di menzione a carattere critico aumento Ministeri, che Consiglio sembrava voler inserire, verrà soltanto fatta presente «speranza» che detto aumento non comporti aumento di personale e di spese, oltre quelle strettamente necessarie per capi nuovi Dicasteri e loro segreteria.

4) Su problema sicurezza e difesa, incontro odierno ha confermato che Consiglio intendeva far rilevare che piano trapasso poteri non fa soddisfacente menzione problema stesso e che dovrebbe in ogni modo contemplarsi opportunità che Nazioni Unite ne prendano cura. Dopo discussione, che è stata lunga e animata, membri Consiglio ci hanno dato affidamenti secondo cui essi si limiteranno menzionare che potenza amministrante dovrebbe studiare problema e riferire prossima sessione.

5) Punto pidiscusso è quello relativo promulgazione costituzione ed entrata in funzione Capo dello Stato (vedasi capitolo «C» piano trapasso). Su questo punto Consiglio ha osservato che lettera nostro documento non appare chiara dato che promulgazione costituzione non potrà in ogni caso essere mai fatta dal Capo dello Stato il giorno dell’indipendenza, perché in tale giorno non potrà aversi contemporaneamente costituzione e Capo dello Stato, cui elezione o nomina dovrà essere appunto regolata da costituzione. Membri Consiglio domandansi se problema non potrebbe risolversi con formula Capo dello stato provvisorio, come avvenne in caso Repubblica italiana. Su questo punto interesserebbemi conoscere pensiero codesto Ministero al pipresto per concordare eventualmente ulteriori intese con Consiglio Consultivo prima discussione in Consiglio Tutela che inizierà al pitardi giovedì 16.

Membri Consiglio Consultivo apparsimi alquanto desiderosi cooperare, pur lamentando brevità tempo che non avrebbe loro consentito disamina piaccurata. Sargrato ogni indicazione che codesto Ministero vorrà – con ogni cortese urgenza – fornirmi a commento punti sopra elencati(3).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 67.


3 Con T. segreto urgente 10377/101 del 16 luglio (ibid.), Folchi comunicava al riguardo: «Primi quattro punti vanno bene: Richiamasi peraltro particolare attenzione sul fatto che suggerimento da parte Consiglio Consultivo di modificare legge elettorale attualmente in vigore rischierebbe incoraggiare pretese opposizione di indire nuove elezioni prima della fine del mandato; ciche sarebbe da evitare per piche evidenti motivi d’ordine interno. Circa quinto punto si pudichiarare che in linea di massima e salvo ulteriori intese con autorità somale, la procedura prevista sarebbe la seguente: la costituzione della Somalia verrebbe approvata dall’Assemblea Costituente e tenuta in sospeso fino alla elezione del Capo dello Stato al quale sarebbe riservata sua sanzione e promulgazione; frattanto una legge speciale che dovrebbe essere approvata dall’Assemblea Costituente e sanzionata e promulgata dall’amministratore renderebbe anticipatamente esecutive le norme della costituzione riguardanti la elezione del Capo dello Stato nonché i suoi poteri fra i quali naturalmente sarà compreso anche quello di sanzionare e promulgare la costituzione. Nell’imminenza della cessazione del mandato fiduciario ed in base a tale legge speciale verrebbe nominato il Capo dello Stato; questi entrerebbe in carica al momento della proclamazione dell’indipendenza ed immediatamente sanzionerebbe e promulgherebbe l’intera costituzione. Riteniamo tuttavia che la costituzione dovrebbe aver ricevuto il preventivo benestare delle Nazioni Unite, sotto l’egida delle quali la Somalia sta per acquistare la piena indipendenza».

71

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 19495-19511-19555/120-121-122. New York, 17 luglio 1959, ore 4,30 (perv. ore 19)(2).

Oggetto: Discussione Somalia presso Consiglio Tutela

120. Discussione Somalia presso Consiglio Tutela iniziatasi ieri 15 pomeriggio e continuata oggi 16 con dichiarazioni introduttive nostro Rappresentante, Ministro Hagi Farah e Ministro Baradi. Dichiarazioni nostro Rappresentante impostate sulle seguenti linee:

A) termine dieci anni posto da accordo tutela per compimento mandato ci imponeva difficoltà e responsabilità, nello sviluppo politico del Paese, quali nessun’altra potenza amministrante;

B) in particolare, affidare esercizio effettivo auto governo ai somali, era problema implicante speciale responsabilità, che solo serietà e progressi somali ci hanno consentito di tentare con sicurezza di favorevoli risultati;

C) punto culminante tale politica sono state recenti elezioni, cui condotta venne interamente affidata a somali desiderosi essi stessi provare propria maturità politica;

D) risultati tale esperimento sono stati positivi, dimostrando che nostra condotta erasi ispirata fondate considerazioni su progresso Paese. A riprova di cinostro Rappresentante ampiamente illustrato legge elettorale, organizzazione e condotta elezioni, rilevando difficoltà pratiche superate. Nell’illustrare atteggiamento elettorato, messo particolare rilievo come consultazione democratica condotta dai somali sulla base esperienza fatta in breve periodo tutela italiana avesse dato miglior possibile prova. Dal lato economico nostro Rappresentante trattato problema avvenire Somalia, ricordando anzitutto impegni nostri, americani e inglesi quale Stop-Gap-Aid dopo 1960.

Circa ulteriore sviluppo economico, annunciata avvenuta presentazione progetti varie surveys e assistenza tecnica per il 1960 dichiarando Italia aver con ciadempiuto impegno previsto da risoluzione 12783.

Per suo conto Ministro Hagi Farah fatto bilancio progressi realizzati e future prospettive nei vari campi. In materia politica ha insistito particolarmente piena riuscita prove elettorali, importanza prossimi lavori legislativi e costituenti Assemblea – che potranno fornire oppositori arena democratica di discussione punti ora controversi e oggetto di petizione alle Nazioni Unite –, grande estensione poteri già trasferiti da noi ai somali, costante ansietà per problema insoluto frontiera.

In campo economico ha rilevato migliorata situazione economica e finanziaria grazie ai piani sviluppo, necessità che impegni assistenza tre Governi vengano contemplati con aiuto N.U., sulla base progetti di sviluppo recentemente messi a punto.

Inviertesto interventi con prossimo corriere aereo.

121. Ha parlato successivamente Ministro Baradi a nome Consiglio Consultivo presentandone ultimo rapporto annuale. Sue dichiarazioni sono state moderate e prive marcati riferimenti controversi o suscettibili creare impressioni in Consiglio Tutela. Pur rilevando che piano trapasso giunto Consiglio Consultivo soltanto recentemente, Baradi fatto riferimento a consultazioni su di esso con questa Rappresentanza svoltesi in spirito cordiale collaborazione comprensione reciproca. Parte politica, in particolare elezioni generali, trattata brevemente. Accenni ad incidenti Mogadiscio 24-25 febbraio contenuti in poche righe.

Aderendo totalmente a nostre sollecitazioni, questi giorni Consiglio Consultivo non ha, almeno per ora, in occasione dichiarazioni di apertura di Baradi, menzionato né opportunità miglioramento legge elettorale né problema difesa nazionale, numero ministeri di cui ai punti 2, 3, 4 del mio telegramma in data 10 luglio(4).

Espresso speranza contatti continuino con amministrazione fiduciaria consentendo terminare in spirito cooperazione lavoro comune. In capitolo conclusivo si rilevano:

1) notevole progresso somalo verso indipendenza;

2) accettazione grata e cordiale assistenza italiana;

3) opportunità economica sopratutto in spese amministrative;

4) desiderio Consiglio Consultivo contribuire al massimo sviluppo Somalia cooperando con amministrazione fiduciaria. Invio testo discorso per corriere.

122. Dopo discorso Baradi hanno parlato tre petizionari. Abubacar Socoro(5), affermando parlare nome fronte unico tre partiti di opposizione rappresentanti maggioranza popolo Somalia, protestato contro interferenze elezioni marzo citando seguenti episodi: rifiuto accoglimento liste opposizione, […]5 creare nuove sedi partito d’opposizione, presentazione lista falsa Partito liberale costituzionale, soppressione libertà di parola, associazione, stampa ed espulsione elementi (…) opposizione da pubblici uffici, arresti in massa e chiusura sedi partiti, scioglimento Consigli municipali Merca e Marghenta perché opposizione aveva maggioranza.

Egli ha chiesto a Consiglio di rifare elezioni sotto controllo ONU avanti fine tutela, rilascio prigionieri politici e indennizzo perdite vita danni subiti oppositori.

Mohammed Mahad, premesso HDMS rappresenta larga parte elettorato Somalia, ha spiegato sua non partecipazione elezioni marzo con assenza libertà fondamentali e sicurezza ed ha contestato validità elezioni cinque deputati HDMS precedentemente espulsi. Ha affermato non esservi possibilità elezioni democratiche sotto amministrazione Italia senza controllo ONU, di cui ha chiesto energico attivo intervento.

Discorso Abucar Ahmed aspramente polemico ha trattato separatamente problemi politici, economici, sociali. Circa primi, ha accusato amministrazione Italia praticare politica «divide et impera», approfittando scissione fra GSL e SYL, di avere perpetrato massacri di innocenti, persecuzioni e arresti in massa per assicurare vittoria SYL elezioni conniventi membri passato Governo e Parlamento. Elezioni state false perché condotte in atmosfera di terrore. Ha citato numerosi incidenti per dimostrare tentativo di fare scomparire GSL dalla scena politica, riservandosi presentare Consiglio dettagliato rapporto su tali attività. In materia economica ha accusato amministrazione italiana di aver mantenuto Somalia in condizioni arretratezza e di accreditare versione indispensabile aiuto straniero dopo indipendenza, scagliandosi contro monopoli americani e italiani, in particolare SIS. Ha espresso speranza nell’assistenza da parte qualunque Paese «purché attraverso progettato Fondo Nazioni Unite». Ha anche denunziato politica italiana di costringere somali a vendere terra a prezzi bassi a imprese italiane. Infine, ha affermato che amministrazione italiana cerca sradicare lingua araba, impedire emergere classe intellettuale somala e perpetuare bisogno di tecnici ed esperti italiani dopo 1960.

In conclusione, ha chiesto annullamento elezioni marzo, nuove elezioni sotto il controllo Nazioni Unite, soluzione della questione frontiere, istituzione guardia di frontiera somala, indennizzo danni subiti GSL.

Impressione unanime sopratutto su terzo discorso Abubacar è che petizionari abbiano calcato talmente loro tono polemico da screditare serietà loro intervento. Tale commento mi è stato fatto spontaneamente anche da membri Consiglio Consultivo, ivi compreso El Zhayat, con cui ci siamo intrattenuti riunione.

Interrogatori zelanti petizionari da parte membri Consiglio Tutela avrà inizio domani.

Invio testo dichiarazione con prossimo corriere.

Per Roma presente telegramma trasmesso direttamente anche AFIS.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 La prima parte del presente documento (T. 120), partita alle 4,30 pervenne alla stessa ora; la seconda (T. 121) partita alle 12,53 (presumibilmente 00.53) pervenne alle 11, mentre la terza (T. 122) partita alle00,07 pervenne alle 19.


3 Vedi D. 34, nota 4.


4 Recte del 14 luglio. Vedi D. 70.


5 Gruppo mancante.

72

L’AMMINISTRATORE DELLA SOMALIA, DI STEFANO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 19536/371. Mogadiscio, 17 luglio 1959, ore 9,50 (perv. ore 14,30).

Oggetto: Rapporti Somalia-Somaliland.

Seguito miei 368-3702.

2) Circa problema Grande Somalia e questione Somalia-Somaliland (punto quarto del telespresso Italnation 11963 e telespresso ministeriale 91/123534):

A) Primo Ministro mi ha detto essere d’accordo che nostra Delegazione, in caso di necessità, faccia una dichiarazione – preferibilmente del tipo indicato nel surriferito telespresso Italnation – e la pigenerica possibile. Egli vorrebbe, infatti, evitare rischi di ripercussioni e riflessi dannosi per il suo Governo nell’attuale situazione politica interna somala.

B) Gli erano state chieste dal Console Generale di Francia su istruzioni ricevute da Parigi, precisazioni sul problema della Grande Somalia e relative istruzioni.

Egli si era mantenuto prudente, pur confermando noti ideali Pan-Somalia, da attuarsi peresclusivamente in modo pacifico e quando i tempi maturassero.

Un tale quadro, Primo Ministro aveva ammesso al suo interlocutore che un primo passo verso l’unione sarebbe stato tentato, nonostante sfavorevoli aspetti economici, col Somaliland. Detto territorio avrebbe dovuto eleggere nel 1960 un’Assemblea, i cui membri dovevano decidere da sé i legami da stabilire colla Somalia.

Essi dovevano pronunciarsi senza alcuna ingerenza britannica e, solo in tale eventualità, questo Governo avrebbe iniziato trattative.

Primo Ministro aveva anche detto al Console Generale francese che egli era, per principio, contrario ad integrazione della Somalia nel Commonwealth. Dichiarazione all’incirca analoga che egli aveva fatto anche al Console Generale americano.

Parrebbe che egli abbia opposto una tattica piuttosto evasiva a richieste e pressioni del Console Generale inglese, che si dà parecchio da fare per estendere ed approfondire qui influenza britannica.

Telegrafato Roma 371 Italnation 15892.


1 Telegrammi segreti 1959, Romania-Yemen, Ministeri, Miscellanea, arrivo e partenza.


2 T. segreti 19345-19351-19357/368-369-370 del 16 luglio (ibid.), con i quali Di Stefano aveva riferito, a conclusione dei colloqui avuti con il Primo Ministro somalo, circa gli aiuti economici alla Somalia. Per il tenore del T. segreto 19351/369 vedi D. 65, nota 4.


3 Vedi D. 65.


4 Non pubblicato.

73

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 19675/124. New York, 18 luglio 1959, ore 8,30 (perv. ore 13,30).

Oggetto: Trapasso poteri Somalia. Discussione al Consiglio Tutela.

Suo 1012.

In nuova riunione odierna membri Consiglio Consultivo hanno espresso apprezzamento per risposta codesto Ministero, assicurando che ponendo specifica discussione piano trapasso poteri si uniformeranno intese su noti punti già segnalati con mio 117(3).

Circa problema modifica legge elettorale ci hanno fatto rilevare che formula concordata costituiva già per Consiglio notevole arretramento da sua posizione originale, avendo in un primo tempo inteso raccomandare nuove elezioni poco prima o poco dopo indipendenza. Abbiamo insistito rilevando pericoli insiti in dichiarazioni auspicanti modifica legge predetta, con risultato che menzione verrà ulteriormente attenuata nel senso che «evoluzione condizioni economiche e sociali Somalia potranno consigliare adeguamenti ad esse della legge elettorale».

Su problema Capo dello Stato membri Consiglio preferirebbero dichiarare essere in corso consultazioni con noi piuttosto che riferirsi a procedura segnalata da codesto Ministero, che Consiglio considera anch’essa obiettabile per seguenti motivi espostimi:

1) non vedesi come legge speciale promulgata da amministratore per Capo dello Stato potrebbe poggiare su parte costituzionale, rendendo questa esecutiva, quando costituzione stessa sarebbe ancora tenuta in sospeso;

2) collegamento due procedure potrebbe originare impressione che costituzione e nomina Capo dello Stato sono pieffetto imposizione italiana che libera espressione popolo somalo;

3) continua ritenersi che una facile via d’uscita sia nomina Capo dello Stato provvisorio;

4) ci è stato menzionato, particolarmente da El […]4, che potrebbe incaricarsi come Capo provvisorio dello Stato attuale presidente Assemblea Legislativa, tanto piche, almeno allo stato attuale, egli sembra piprobabile candidato quale Capo dello Stato effettivo.

Malgrado membri Consiglio Consultivo abbiano espresso loro obiezioni in via esplorativa e nonostante loro competenza non si estenda ovviamente a provvedimenti legislativi del genere, sarebbe forse opportuno essere in grado fornire qualche alternativa soddisfacente su questo punto, anche in vista adesione da parte Consiglio a nostre richieste su vari altri punti.

Sottosegretario Protich ci ha al riguardo fatto presente che discussioni sul «piano» in questa sessione Consiglio di Tutela figureranno nel rapporto di quest’ultimo all’Assemblea Generale. Quarta Commissione avrà percimodo di riprendere in esame tale argomento e su di esso potranno evitarsi spunti troppo polemici se su importante questione Capo dello Stato-Costituzione sarà stato raggiunto accordo già in questa sessione Consiglio Tutela.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 70, nota 3. 3 Vedi D. 70. 4 Gruppo mancante.

74

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E ALLE AMBASCIATE A WASHINGTON, LONDRA, PARIGI E MOSCA(1)

Telespr. 2026/1326. New York, 18 luglio 1959.

Oggetto: Possibile ruolo delle Nazioni Unite nella crisi di Berlino.

Il Segretario Generale, che doveva lasciare il 13 Ginevra, ha preferito trattenersi ancora in quella sede e rientrerà solo la prossima settimana a New York. Ha giustificato la sua prolungata permanenza, pubblicamente, con nuovi interventi all’ECOSOC non attesi e non abitualmente previsti. Per di pisi è fatto raggiungere dal suo immediato collaboratore, il suo Executive Assistant, Cordier, per il cui viaggio il Segretariato ha dato anche spiegazioni pubbliche speciose, quali la necessità di trattare problemi di assistenza tecnica della Guinea. Ostentatamente insomma, Hammarskjd si trova in Isvizzera per assistere sul posto ai lavori dell’ECOSOC, ma in realtà appare sempre pievidente che scopo del suo soggiorno è di restare a portata di mano, con la sua abituale discrezione unita alla sua ben nota tenacia, e seguire gli sviluppi della Conferenza di Ginevra onde potere, all’occorrenza, inserire le Nazioni Unite nel gioco.

Che a qualche forma di assistenza delle Nazioni Unite o ricorso alle medesime si potesse pensare di giungere appariva già possibile da mesi, come sono andato ripetutamente segnalando. Ed era appunto a creare una base, una piattaforma, per una eventuale chiamata delle grandi Potenze che Hammarskjd ha orientato la sua diplomazia silenziosa negli ultimi mesi. Egli non ha voluto forzare la mano, non adoperandosi affinché la Conferenza dei Ministri degli Esteri si svolgesse in certo senso al di fuori di, e quasi in antitesi all’ONU. Non è mancato nemmeno, persino, in sede di una recente conferenza stampa del Segretario Generale, chi ha notato questo atteggiamento e ne ha tratto l’illazione che i grandi problemi venissero ormai trattati tra i Grandi, mentre l’ONU si trovava, negletta, in un angolo. Anche Reston, nel «New York Times», accennava giorni or sono alla funzione finora avuta dall’Organizzazione delle Nazioni Unite piquale «housekeeper», quale ospite silenziosa, che partecipe attiva. Ed era naturale che nelle prime fasi della Conferenza di Ginevra così dovesse essere perché un ricorso all’ONU in sede contenziosa e polemica avrebbe potuto indebolire la posizione occidentale su Berlino a causa degli umori societari sempre inclini alla distensione, invece di rafforzarsi. Quando qualcuno come Lodge aveva cercato di additare l’ONU e in particolare il Consiglio di Sicurezza come a [sic] un agone in cui si potesse con successo invalidare di fronte all’opinione pubblica mondiale le pretese dei russi, Dipartimento di Stato, amici ed alleati si erano affrettati a dissuaderlo. Ora l’andamento della Conferenza di Ginevra sembra svilupparsi secondo una delle alternative che segnalavo a codesto Ministero già nello scorso aprile (mio telespresso n. 949/649 dell’11 aprile(2)), per cui le parti sembrano in maniera pispecifica fare riferimento alle Nazioni Unite in funzione sanzionatrice di un accordo eventuale, o provveditrice di una «presenza» a garanzia di taluni aspetti dell’accordo stesso ovvero con carattere integratore.

Sembra insomma ormai tutt’altro da escludersi che le Nazioni Unite possano provvedere gli elementi per l’entrata in gioco di quei fattori distensivi e per la ricerca di quelle garanzie di una eventuale soluzione transitoria, che dovrebbero consentire ad ambedue le parti di trovare il punto di convergenza delle proprieposizioni. È infatti significativo che accenni a una funzione dell’ONU siano stati formulati a distanza di pochi giorni da russi e americani insieme. Ha incominciato Kozlov nella sua conferenza stampa a New York, manifestando propositi piarticolati di quelli fino a poco prima espressi al tavolo delle conferenze. Kozlov ha parlato di compiti integrativi da affidare alle Nazioni Unite. Herter, nella sua dichiarazione all’inizio della seconda fase delle Conferenze, ha sostanzialmente affermato lo stesso principio, accennando cioè a un «successivo» intervento delle Nazioni Unite, non tanto con funzioni primarie politiche, ma con mansioni di garanzia degli interessi di tutti. Un membro della Delegazione americana mi diceva giorni fa che mai nei suoi ambienti si era tanto sentito parlare di «Spinelli Mission» come negli ultimi tempi, implicitamente indicandomi che si pensava non tanto a una missione di Spinelli quanto a un ufficio a Berlino del tipo di quello da Spinelli stesso diretto ad Amman. In verità, il compito che sembra oggi concepito per le Nazioni Unite da Herter è, come si prevedeva, integrativo. Delle funzioni che proprio per un ufficio del genere indicavo nel mio telespresso sopracitato e cioè sorveglianza delle vie d’accesso, sorveglianza delle «infiltrazioni», e sorveglianza infine della propaganda, Herter sembra esser «saltato» già a quella meno favorevole per gli occidentali, la terza. Mentre, a giudicare a freddo, sarebbe stato forse pivantaggioso, volendo iniettare l’ONU nel quadro, cominciare a menzionare la funzione piutile per l’Occidente, quella della sorveglianza delle vie d’accesso per poi passar eventualmente a far concessioni su quelle piimbarazzanti per noinegli altri due piani sopra citati. È un fatto perche tali prime offerte al tavolo della Conferenza, per ora certamente timide e inarticolate, e formulate ancora nel quadro di una schermaglia polemica, sembrerebbero dimostrare che quell’intervento dell’ONU che da tempo si ipotizzava, sembrerebbe cominciare ad affacciarsi come parte concreta dei negoziati. In quali vari modi tale intervento potrà avvenire ho già segnalato ripetutamente in passato. Esistono poi gli utili e preziosi studi delle Cancellerie tedesca e canadese segnalati dalle nostre Rappresentanze a Bonn ed aOttawa. È inoltre di questi giorni poi una molto completa pubblicazione del «Carnegie Endowment Institute for International Peace» che ho inviato con mia lettera n. 2102 del 17 luglio(3). Non mi sembra quindi il caso di ritornare sulle varie funzioni che potrebbero esser considerate. Puanche darsi che si finisca per realizzare l’accordo su una formula generica di «presenza» a garanzia di tutto e di tutti, che è quella in fondo auspicata da Hammarskjd secondo quanto egli mi lasciava già intendere nel nostro colloquio del 24 aprile (mio telespresso 1124/7244). Ciche è certo, comunque, è che, o per strana coincidenza, o forse anche per un istintivo avvertimento delle parti in causa, l’ECOSOC, dal momento in cui la Conferenza di Ginevra si è spezzata in due fasi, ha offerto un prezioso pretesto ad Hammarskjd per cominciare ad affermare una sua «presenza» nella faccenda, trovandosi a Ginevra proprio nei giorni piindicati per svilupparla.


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 298. 2 Non pubblicato. 3 Non pubblicata. 4 Vedi D. 46.

3

È la A/RES/1248 (XIII): 778th Plenary Meeting, 30 October 1958: Question of race conflict in South Africa resulting from the policies of apartheid of the Government of the Union of South Africa, UN, General Assembly, Official Records, Thirteenth Session, p. 7.

76

L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, PRUNAS, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 4115/23832. Londra, 30 luglio 1959.

Oggetto: Politica razziale sudafricana.

Riferimento: Telespresso ministeriale n. 13/01497/c. del 14 c.m.3.

In esecuzione delle istruzioni di cui al telespresso sopra citato abbiamo abbordato al Foreign Office l’argomento in oggetto. Trattandosi di un soggetto abbastanza delicato da sollevare con gli inglesi, sia perché è un po’ una questione interna del Commonwealth che per altri motivi (attuale stato dei rapporti fra Gran Bretagna e Sud Africa, riflessi che la politica di apartheid ha nell’intero Commonwealth, e questione dei tre Protettorati) abbiamo ritenuto opportuno di accennare alla questione al livello Uffici e in via ipotetica, accontentandoci quindi per ora di una reazione preliminare.

In risposta al nostro sondaggio ci è stato detto che le difficoltà create all’Occidente dall’azione del Governo nazionalista sono ancora pivivamente sentite in Gran Bretagna che negli altri Paesi occidentali.

Infatti mentre l’opinione pubblica di questo Paese non ha nessuna comprensione o simpatia per l’«apartheid», che la stampa descrive del resto in modo non sempre obiettivo, la politica razziale sud africana è fonte di costanti imbarazzi per il Governo britannico, non solo alle Nazioni Unite ma nel quadro dell’intero Commonwealth. È vero che l’atteggiamento costantemente seguito da Londra in sede ONU, di considerare cioè l’«apartheid» come una questione interna dell’Unione, corrisponde anche ad un interesse inglese; perché il riconoscimento del principio opposto potrebbe costituire un precedente che rischierebbe un giorno di essere invocato, ai danni del Regno Unito, nel caso del Kenia o di qualche altra colonia. Ma cinon toglie che questo Governo sarebbe lieto di vedere modificata la situazione attuale che comporta gravi tensioni fra alcuni membri del Commonwealth e il Sud Africa, mantiene quest’ultimo in uno stato di isolamento e costringe gli Occidentali ad assumere posizioni ambigue.

A Londra per altro non si avrebbe probabilmente alcuna intenzione di partecipare ad un’iniziativa come quella suggerita dall’Ambasciatore a Cape Town e, sopratutto, si è molto scettici circa i suoi risultati.

Circa il primo punto ci è stato fatto rilevare che il presente stato dei rapporti con Pretoria non consente a questo Governo di compiere alcun passo che possa mettere ulteriormente in pericolo la permanenza del Sud Africa nel Commonwealth. Ad essa si attribuisce qui molta importanza non solo per ragioni di prestigio o perché una forte percentuale della popolazione dell’Unione è di origine britannica, ma anche perché si teme che l’uscita dal Commonwealth, e la conseguente perdita delle garanzie finanziarie che esso comporta, potrebbe scoraggiare gli investimenti stranieri, sopratutto americani, che molto contribuiscono allo sviluppo del Paese. Quest’ultimo elemento interessa naturalmente gli inglesi che hanno grossi capitali investiti nell’Unione e ne costituiscono ancora il principale mercato estero.

Il secondo elemento di perplessità è dato dalla convinzione che ben difficilmente il Governo sud africano potrebbe essere indotto a chiarire ulteriormente le proprie intenzioni per quanto riguarda il futuro della popolazione nera. In particolare si dubita che i nazionalisti possano, per ora, andare oltre le precisazioni finora fornite in merito all’istituzione dei «bantustans».

A conclusione del colloquio il nostro interlocutore ha aggiunto che si sarebbe comunque lieti se l’argomento venisse affrontato, per esempio dal Rappresentante italiano alle Nazioni Unite a New York col suo collega sudafricano, dato che è in quel foro che sono pievidenti le difficoltà che la politica dell’Unione crea agli Occidentali.

Come ho precisato all’inizio le reazioni fin qui riferite avevano carattere preliminare. Non abbiamo ritenuto tuttavia opportuno di chiedere al Foreign Office un piapprofondito esame del problema. Ritengo infatti che gli inglesi che non hanno fiducia nella praticabilità dell’«apartheid» e che per le loro colonie hanno scelto una via completamente diversa, siano fermamente decisi ad evitare qualsiasi azione che possa turbare il delicato equilibrio dei loro rapporti con l’Unione.

Essi non sarebbero invece contrari ad un’iniziativa, nostra o altrui, che valesse appunto a modificare la situazione e a diminuire le difficoltà che essa attualmente comporta e che sono pigravi per il Regno Unito che per chiunque altro.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (versamento I), b. 249.


2 Inviato, per conoscenza, anche alle Ambasciate a Washington, Parigi, Cape Town ed alla Rappresentanza presso l’Onu a New York.


3 Non pubblicato.

77

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, SEGNI, AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA FRANCESE, DE GAULLE(1)

L2. [Roma, 1° agosto 1959].

Signor Generale,

nel corso della sua gradita visita in Italia ella mi diede il suo assenso a scriverle direttamente, per questioni la cui importanza giustificasse una tale corrispondenza. Approfitto volentieri di tale possibilità, per la quale io spero che anche da parte sua si presentino occasioni analoghe.

Come il Ministro Pella ha avuto occasione di dire all’Ambasciatore Palewski alcuni giorni or sono, da parte delle autorità italiane è stata discretamente accennata con gli alti dirigenti americani la nostra preoccupazione circa le conseguenze che potrebbe comportare l’eventualità che alla prossima Assemblea delle Nazioni Unite alcuni membri dell’Alleanza adottassero, come l’anno scorso, atteggiamenti discordi nei riguardi della votazione su mozioni che suonassero dirette contro la Francia. Il Governo italiano, pensoso dell’avvenire e della compattezza dell’Alleanza, non puche temere tale divergenza di posizioni, e quindi che cercar di esercitare ogni possibile azione per evitarla.

Da parte americana, alla quale sono stati fatti discreti accenni al riguardo, è stato risposto in ripetute occasioni che sarebbe ben difficile per i Rappresentanti degli Stati Uniti assumere un atteggiamento contrario a proposizioni avverse(3) alla Francia apertamente presentate da taluni membri dell’Alleanza, dato che non sarebbe noto né a loro né agli altri Governi quali siano quelle direttive della politica francese che potrebbero validamente venir opposte alle suddette proposizioni. Ne conseguirebbe – è stato osservato da parte americana – che i Delegati Alleati sarebbero impossibilitati ad assumere la difesa aprioristica di posizioni che non conoscono in quanto i Rappresentanti del Governo francese non le avrebbero esposte in modo da fornire gli elementi indispensabili per una meditata decisione.

Mi consenta, Signor Generale, di dirle che le osservazioni americane non possono non preoccuparci, anche perché esse possono avere la loro influenza sull’atteggiamento di altri membri dell’Alleanza, che è invece interesse di tutti, Francia compresa, di mantenere e di fare apparire nella sua totale compattezza. Mi rendo conto della giusta considerazione, essere la questione di cui si parla un problema interno della Francia, che essa risolverà sulla base delle sue tradizioni che hanno sempre saputo fondere saggiamente la forza con l’equità. Tuttavia, da un punto di vista anche tattico, mi sembra doveroso farle presente l’opportunità che alla prossima Assemblea i Rappresentanti francesi, anche se si ritirassero dalla seduta al momento da loro giudicato opportuno, facessero precedere una pubblica esposizione circa la fondatezza della causa che il Governo francese difende, e circa le finalità ed i mezzi politici idonei a raggiungere una soluzione che sarebbe nell’interesse di tutti gli Alleati.

Ci tanto ai fini della pacificazione di quel Mondo Arabo che è oggi in preoccupante ma compatta fermentazione, quanto per il conseguimento della sicurezza militare e politica delle basi nord-africane, così necessarie per far fronte all’incombente pericolo comune. D’altra parte una definitiva pacificazione, corrispondente naturalmente agli interessi della Francia e alle sue glorie, consentirebbe lo sviluppo progressivo *non solo*4 di quelle popolazioni ma anche dei nostri popoli, ai quali deve andare tutto l’interesse dei rispettivi governanti.

Ella vorrà comprendere, Signor Generale, ne sono certo, da quale animo siano ispirati i pensieri che le ho sottoposto e quali gli scopi sinceramente amichevoli cui questi tendono; scopi e pensieri unicamente dettati dalla affezione che la Nazione italiana porta alla Nazione francese e corrispondenti al desiderio che noi abbiamo di far fronte tanto ai pericoli comuni nonché alle responsabilità per preparare insieme un felice avvenire.


1 Segreteria Generale, 1959, pos. 11-19/1, ONU.


2 La lettera reca la seguente annotazione manoscritta, con firma autografa di Grazzi: «Bozza della lettera del Signor Presidente al Generale De Gaulle consegnatagli brevi manu da S.E. il Ministro il 1° agosto».


3 Correzione manoscritta della parola «contrarie», depennata.


4 Aggiunta manoscritta tra asterischi.

78

IL CAPO DELL’UFFICIO III, VINCI, ALLA DIREZIONE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, SERVIZIO ONU(1)

Appunto 13/01609/4522. Roma, 1° agosto 1959.

Oggetto: Questione algerina.

In relazione a quanto richiesto da codesto Servizio con l’Appunto n. 23/00867 del 23 luglio u.s.3, questo Ufficio ritiene prematuro poter esprimere fin d’ora un’opinione definitiva sull’atteggiamento che converrà seguire nella prossima XIV Sessione dell’A.G. sul problema algerino. Quantunque infatti l’ipotesi piprobabile è che le posizioni delle due parti maggiormente interessate – Francia e Stati arabi – rimangano inalterate, non possono escludersi del tutto modifiche in queste posizioni per effetto sia di mutamenti nella situazione algerina sia di altri motivi.

Non si possono quindi che formulare attualmente alcune considerazioni ipotetiche, a puro senso orientativo.

In linea generale, tenendo conto degli interessi in gioco per il nostro Paese, a parere di questo Ufficio, sarebbe auspicabile che la nostra Delegazione non fosse costretta in sede di dibattito e di votazione all’A.G. a pronunziarsi né per la «tesi francese» né per la «tesi araba». Occorrerebbe beninteso a questo scopo che si formassero le condizioni di fatto e di ambiente atte a rendere possibile la presentazione di una Risoluzione che, contemperando l’una e l’altra tesi, ottenesse prima di ogni altra l’approvazione dell’A.G. Va da sé che una simile possibilità presupporrebbe per lo meno un abbandono da parte della Francia del suo atteggiamento totalmente assenteista. In tal caso si renderebbe possibile agli Stati Uniti, a preferenza di altre Potenze occidentali, di promuovere una Risoluzione nel senso prospettato. Da parte nostra si potrebbe affiancare l’azione americana insistendo sull’opportunità – già manifestata ad autorevoli Rappresentanti arabi – di dare tempo al Generale De Gaulle di impostare quella soluzione liberale del problema che, in base all’esempio fornito con la Comunità africana, dovrebbe essere nel suo programma. E cinell’interesse della pace e del pacifico, ordinato sviluppo del Mediterraneo.

Nell’ipotesi tuttora piprobabile che, rimanendo le posizioni inalterate, un progetto di Risoluzione afro-asiatica dovesse presumibilmente raccogliere la maggioranza richiesta di 2/3, converrebbe, a parere di questo Ufficio, che quest’anno la nostra Delegazione si astenesse. Potremmo infatti giustificare la nostra astensione: con i francesi, facendo presente il pregiudizio per noi e i Paesi occidentali di un inutile voto contrario; con gli arabi, invocando l’opinione sopra espressa sugli intendimenti del Generale De Gaulle e la nostra contrarietà di principio ad atteggiamenti di rottura che, irrigidendo le posizioni, ostacolano invece di facilitare le soluzioni e divengono così fonti di complicazioni molto pigravi.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale. 2 Indirizzato, per conoscenza, alla Direzione Generale degli Affari Politici, Ufficio I. 3 Non pubblicato.

79

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PELLA, AD AMBASCIATE E RAPPRESENTANZE(1)

T. segreto 11464/c.2 Roma, 3 agosto 1959, ore 23.

Siamo stati informati da nostro Rappresentante presso ONU che Hammarskjd in colloquio con lui avuto 22 luglio scorso lo aveva informato sui vari colloqui Ginevra con quattro Ministri Esteri. Egli avrebbe tra l’altro esaminato con predetti problema disarmo trovando suoi interlocutori interessati a una eventuale ripresa lavori in argomento in sede internazionale. Segretario Generale ONU avrebbe approfondito con suoi interlocutori metodo procedurale per tale ripresa trovando un certo consenso opinioni a che da Commissione plenaria Disarmo attualmente esistente emani nuova Sottocommissione ristretta e tale da consentire, su basi concrete, sviluppo lavori.

Pur rilevando formalmente a Hammarskjd necessità includere Paesi come India, Ministro sovietico non avrebbe posto in argomento rigide pregiudiziali numeriche circa composizione comitato Sottocommissione.

A nostra Rappresentanza ONU sarebbe stata data riservata conferma da Delegazioni inglese e americana possibilità che in occasione prossima Assemblea Commissione Disarmo riuniscasi per proporre stessa costituzione Sottocommissione ad Assemblea.

V.E. è pregata accertare con codesto Governo se notizie di cui sopra, delle quali d’altra parte si è già fatta eco anche stampa internazionale, risultano confermate, facendo presente sin d’ora nostro massimo interesse in tal caso partecipare Sottocomitato in questione, esplorando pure in via preliminare quale composizione prevederebbesi costà per sopramenzionato sottocomitato.


1 Telegrammi segreti 1959, Circolari partenza.


2 Indirizzato alle Ambasciate a Londra, Ottawa, Parigi, Washington e alle Rappresentanze presso il Consiglio Atlantico a Parigi e presso l’ONU a New York.

80

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 21923/151. New York, 7 agosto 1959, ore 5 (perv. stessa ora).

Oggetto: Esame situazione Somalia in Consiglio Tutela.

Consiglio Tutela ha oggi terminato esame situazione Somalia approvando all'unanimità, salvo qualche astensione su singoli paragrafi, conclusioni e raccomandazioni preparate da Comitato redazione. Testo riflette ampio apprezzamento Consiglio per opera Amministrazione italiana, per progresso compiuto da territorio in tutti settori e per previsti sviluppi relativi conclusione periodo tutela.

Circa trapasso poteri Consiglio esprime soddisfazione per piano da noi presentato e prende atto che da parte nostra si sottoporranno Assemblea settembre ulteriori pidettagliate informazioni; esprime speranza che misure saranno prese per ampliare composizione Comitato politico elaboratore costituzione nonché Assemblea costituente, affinché vi siano rappresentati tutti partiti politici e altre organizzazioni sociali e culturali di rilievo. Esprime anche speranza che Assemblea legislativa e Governo somalo considerino di sottomettere costituzione a conferma popolare, nonché che Governo somalo consideri di organizzare elezioni generali appena possibile dopo raggiunta indipendenza.

Circa situazione politica Consiglio, accennato discretamente a avvenimenti passate elezioni e rilevato significato nota dichiarazione comune petizionari, esprime convinzione che Governo e partiti politici somali si adopereranno al massimo per consolidare clima armonia politica. Su questione frontiera Consiglio prende atto negoziati in corso per determinare termine mandato tribunale arbitrale ed esprime speranza che tali negoziati permetteranno parti interessate giungere regolamento mutualmente soddisfacente questione.

In merito questione assistenza economica dopo 1960, Consiglio rinnova ringraziamento Governi Italia, UK, USA per aver offerto Governo somalo colmare deficit budgetario 5 milioni. Rilevato peraltro che altre necessità esistono ed altre richieste sono in corso per specifici piani sviluppo e esecuzione progetti relativi ad infrastrutture, segnala all'attenzione Segretario Generale e altri organi o istituzioni competenti le richieste somale ed esprime speranza che Stati membri, i quali lo desiderino e ne abbiano i mezzi, forniscano assistenza a Somalia per permettere esecuzione progetti che necessitano investimenti di capitali.

Segue rapporto per corriere. Prego informare Mogadiscio.

Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

81

L’AMBASCIATORE A PARIGI, VITETTI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 13122/32492. Parigi, 7 agosto 1959.

Oggetto: Politica razziale sud-africana.

Telespresso ministeriale n. 13/01497/c. del 14 luglio u.s.3.

Vi è una certa analogia fra la questione algerina e la questione razziale nel Sud Africa nel senso che sia Parigi che Capetown considerano quei problemi come di stretta pertinenza interna. I Francesi, perci appaiono alquanto suscettibili allorché, soprattutto da parte degli alleati occidentali, si mostra un interesse per la politica razziale del Sud Africa: ove si ammettesse l’idea non tanto di un intervento quanto di una pressione concordata sul Governo sud-africano affinché modifichi il proprio atteggiamento, il principio varrebbe anche per la Francia per quanto riguarda la questione algerina.

Alla luce di questa premessa, ben si comprende la posizione francese nei confronti del problema in argomento, così come essa ci è stata precisata nel corso di una conversazione con il competente ufficio al Quay d’Orsay: il Governo francese, secondo il nostro interlocutore, non solo non si assocerebbe ad una iniziativa del genere di quella proposta dal nostro Ambasciatore a Capetown, ma nemmeno vedrebbe con favore che l’argomento venisse affrontato con gli stessi sud-africani anche isolatamente da una Potenza occidentale.

Prescindendo tuttavia da questa posizione di principio, il Quai reputa vano un qualsiasi intervento degli Occidentali presso il Governo sudafricano: prima di tutto perché non è probabile che i governanti di Capetown si lascino convincere ad essere «piespliciti in merito al futuro riservato ai neri», cioè a definire – e quindi ad impegnarsi a seguire – una determinata politica che, per il fatto di essere pubblicamente enunciata, non punon essere che di emancipazione dei neri stessi; secondariamente perché tra l’«apartheid» auspicata degli Afrikaans nazionalisti e l’integrazione – o parità di diritti – voluta dall’opposizione, è assai difficile trovare una formula intermedia.

In realtà, secondo il Quai, il problema è pivasto: esso trascende lo stretto ambito sudafricano ed investe i rapporti fra neri e bianchi in tutto il Continente africano. Se l’Unione del Sud Africa con la sua politica razziale è moralmente un peso per gli Occidentali, lo è altrettanto, in ultima analisi, tutta l’Africa: lo è il Congo Belga, lo è il Kenia. Lo è l’Algeria, vorremmo aggiungere.

Vincolati appunto dal problema algerino i Francesi non intendono porsi il problema del Sud Africa, ritenendo che esso possa trovare in un modo o nell’altro la propria soluzione attraverso un naturale processo evolutivo. Un intervento da parte degli Occidentali, ha tenuto a ripeterci il Quai, non avrebbe altro risultato che di turbare i loro rapporti con l’Unione, contribuendo ulteriormente ad accentuare l’isolamento – del resto già in atto – di quel Paese.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento) b. 249.


2 Inviato, per conoscenza, anche alle Ambasciate a Capetown, Londra, Washington ed alla Rappresentanza presso l’Onu a New York.


3 Non pubblicato.

82

IL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI ALL’AMBASCIATA DEL LUSSEMBURGO(1)

Nota Verbale 23/009652. Roma, 8 agosto 1959.

Il Ministero degli Affari Esteri ha l’onore di comunicare di aver preso buona nota della Nota dell’Ambasciata del Lussemburgo a Roma del 1° agosto, riguardante la candidatura del Belgio al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite per il triennio 1961-64.

Il Ministero degli Affari Esteri fa presente che non puriconoscere valida la ripartizione geografica relativa a tre seggi dell’Europa Occidentale all’ECOSOC, configurata nella Nota in riferimento, in quanto tale ripartizione si risolverebbe in una situazione sfavorevole per l’Italia e sette altri Paesi europei (Spagna, Turchia, Grecia, Portogallo, Jugoslavia, Austria e Irlanda), creando invece una posizione di privilegio ai quattro Paesi scandinavi da un lato e al Benelux da un altro.

Ciò premesso, il Ministero degli Affari Esteri ha l’onore di comunicare che l’Italia, nell’intento di far cosa gradita al Benelux, è propensa a rinunciare a porre la propria candidatura alla successione del seggio occupato dall’Olanda fino a tutto il 1960, ed in tal caso appoggerebbe la candidatura del Belgio per il medesimo seggio, come chiesto dall’Ambasciata del Lussemburgo nella citata Nota.

Al tempo stesso il Ministero degli Affari Esteri ha l’onore di informare che l’Italia porrebbe la propria candidatura al seggio del Consiglio Economico e Sociale che si renderà libero alla fine del 1961 e fino allora tenuto dalla Spagna. Per tale sua candidatura l’Italia sarebbe grata del benevolo appoggio del Lussemburgo, nell’elezione che avverrà nel 1961.

Il Ministero degli Affari Esteri coglie l’occasione per rinnovare all’Ambasciata del Lussemburgo i sensi della sua pialta considerazione.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Trasmessa con Telespresso 00982 del 10 agosto 1959 (ibid.), inviato dal Capo del Servizio ONU, Dainelli e indirizzato all’Ambasciata a Parigi e, per conoscenza, alle Ambasciate a Bruxelles, L’Aja, Lussemburgo, alle Direzioni Generale degli Affari Politici e degli Affari Economici.

83

L’AMBASCIATA DELLA REPUBBLICA FEDERALE DI GERMANIA AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Nota Verbale 1037/592. Roma, 12 agosto 1959.

L’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania presenta i suoi complimenti al Ministero degli Affari Esteri e con riferimento alla Nota Verbale n. 23/00340 del 25.3.19593, ha l’onore di richiamare la sua cortese attenzione su quanto segue:

1) L’Unione Internazionale Telecomunicazioni (UIT) terrà a Ginevra, a decorrere dal 14 ottobre 1959, una conferenza con l’intervento dei rappresentanti dei Governi degli Stati membri. Fra le numerose proposte dei rispettivi Governi, ve ne sono tre comuni presentate dall’Unione Sovietica e dalla Repubblica Popolare Ucraina (n. 7, 87 e 134), edite nell’apposita pubblicazione dell’UIT. Il testo delle stesse è allegato alla presente nella redazione francese.

La proposta di modifica n. 7 congiuntamente a quella indicata al n. 134 dovrà permettere alla Zona di occupazione sovietica della Germania, alla Repubblica Popolare Cinese e ad altri Stati del Blocco Orientale che non sono riusciti finora ad essere ammessi nell’Unione Internazionale Telecomunicazioni di entrare – senza difficoltà – a farne parte su loro proposta e di conseguenza a diventarne membri. All’uopo torna a vantaggio l’accettazione di una nuova disposizione a norma della quale tutti i Paesi e territori aventi propria amministrazione nel settore telecomunicazioni possono aderire alla Convenzione.

Inoltre, giusta proposta n. 87, dovrà essere fatto obbligo al Segretario Generale della UIT di informare gli Stati anzidetti delle relative conferenze e sessioni affinché essi possano inviare i propri osservatori.

Indipendentemente da queste proposte di modifiche deve contarsi anche con [sic] la possibilità che gli Stati del Blocco Orientale – valendosi delle disposizioni di cui all’art. 1, comma 4 b, del Trattato di Buenos Aires – tentino alla Conferenza anzidetta di far accogliere la Zona di occupazione sovietica, la Cina Rossa ed altri Stati del Blocco Orientale in seno all’UIT in qualità di membri straordinari e cicon la semplice maggioranza dei membri ordinari. E, mentre sembra tuttora escluso che 2/3 dei membri ordinari possano dichiararsi favorevoli all’accoglimento di una richiesta di questi Stati intesa ad accettarli come membri ordinari (art. 1, comma 2 c), è probabile che gli Stati del Blocco Orientale usando un’abile mossa tattica possano conseguire la nomina a membri straordinari con la semplice maggioranza utile per l’accoglimento di queste richieste.

Essendo l’Unione Internazionale Telecomunicazioni una delle 12 Organizzazioni speciali delle Nazioni Unite, il Governo Federale dà importanza del tutto particolare al rigetto, in ogni modo, di ogni tentativo atto ad accogliere la Zona di occupazione sovietica come membro dell’UIT. Infatti, qualora il Governo anzidetto, cui è mancato finora il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite di «soggetto di diritto internazionale», entrasse a far parte di una Organizzazione speciale, verrebbe anche accolta nella «Famiglia delle Nazioni Unite» e conseguentemente avrebbe aperta la via per entrare a far parte di organizzazioni od accordi internazionali, presentemente ristretta alla cerchia dei «membri delle Nazioni Unite o delle loro Organizzazioni speciali».

Del pari non potrà consentirsi che al Governo della Zona di occupazione sovietica sia offerta la possibilità di inviare osservatori ufficiali alle conferenze e sessioni dell’UIT.

L’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania prega pertanto il Ministero degli Affari Esteri di voler cortesemente appoggiare come per il passato in occasioni simili il punto di vista del Governo Federale alla imminente Conferenza dell’Unione Internazionale Telecomunicazioni.

La Conferenza di cui sopra sarà preceduta da un’altra Conferenza – iniziantesi già il 17 agosto – degli Organi Amministrativi Radiofonici.

L’Ambasciata sarebbe grata se per i motivi già spiegati il Ministero degli Affari Esteri volesse cortesemente dare istruzioni alla Delegazione italiana perché respinga le eventuali richieste del Blocco Orientale tendenti a rendere possibile, in qualsiasi forma, alla Amministrazione della Zona di occupazione sovietica la partecipazione alla Conferenza degli Organi Amministrativi Radiofonici.

L’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania nel rinnovare al Ministero degli Affari Esteri i suoi vivi ringraziamenti coglie l’occasione per esprimergli i sensi della sua pialta considerazione.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Trasmessa con appunto autografo urgentissimo 11/2700/185 del 13 agosto 1959 (ibid.), inviato dal Capo dell’Ufficio I della Direzione Generale degli Affari Politici al Servizio ONU della stessa Direzione.


3 Non pubblicata.

84

L’INCARICATO D’AFFARI A BRUXELLES, MILESI FERRETTI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 3722/1532. Bruxelles, 12 agosto 1959.

Oggetto: Candidatura italiana al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite.

Riferimento: Telespressi ministeriali n. 23/827/c. del 16 luglio u.s. e n. 23/959/c. del 7 corrente(2).

Nel ringraziare codesto Ministero per le comunicazioni di cui ai telespressi citati in riferimento, sarei grato se volesse far pervenire a questa Ambasciata – per eventuale norma di linguaggio nei contatti con i competenti servizi di questo Ministero degli Affari Esteri – una precisazione sul nostro orientamento definitivo in materia di rotazione dei seggi elettivi dell’ECOSOC.

Dalle citate comunicazioni mi sembra di rilevare che:

–- finora la rotazione per i seggi elettivi del Consiglio Economico e Sociale era prevista, fra Paesi europei occidentali, sulla base di tre gruppi distinti: gruppo Benelux (con la esclusione di fatto del Lussemburgo), gruppo dei quattro Paesi scandinavi, ed infine gruppo «dei restanti» (Spagna, Turchia, Grecia, Portogallo, Jugoslavia, Austria ed Irlanda); –- ponendo la nostra candidatura alla successione dei Paesi Bassi per il triennio 1961-64, sulla base dell’auspicato riconoscimento dell’usufruibilità da parte dei Paesi CEE del seggio sinora riservato al Benelux, in sostanza ci saremmo inseriti nel giuoco come terzo ed ultimo beneficiario di tale seggio (dato che la Francia ha un seggio permanente, il Lussemburgo vi concorre solo in teoria e la Germania non è membro dell’ONU); – -la soluzione di cui sopra appariva senza dubbio brillante in quanto, mentre da un lato ci avrebbe assicurato praticamente la partecipazione all’ECOSOC per tre anni su nove, dall’altro lato si «presentava» assai bene quale manifestazione di solidarietà fra i membri delle Comunità a sei; - –- quanto alla rinunzia dei Paesi Bassi a presentare, due anni or sono, la loro candidatura per il Consiglio di Sicurezza onde rendere possibile l’elezione dell’Italia, è con una certa sorpresa che l’ho vista menzionata nel memorandum della Ambasciata del Belgio, dato un precedente di tre anni or sono: infatti per le elezioni del 1956 al Consiglio di Sicurezza l’Italia aveva posto la sua candidatura al seggio occupato dal Belgio e il Ministro Spaak aveva dato formali assicurazioni del proprio appoggio al Ministro Martino; in un secondo tempo perSpaak aveva manifestato la propria perplessità sulla possibilità di mantenere l’impegno assunto, in quanto si vedeva moralmente legato dalla promessa di appoggio belga alla candidatura svedese fatta dal suo predecessore van Zeeland e della quale egli non era al corrente quando si era intrattenuto della questione con il nostro Ministro degli Affari Esteri (unisco, ad ogni utile fine, copia della lettera inviata da Spaak al Ministro Martino e della risposta di quest’ultimo(3)).

1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale. 2 Non pubblicati. 3 Non pubblicate.

85

L’AMBASCIATORE A LONDRA, ZOPPI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

[…]2. Londra, 14 agosto 1959.

Oggetto: XIV Assemblea ONU. Progetto di istituzione di una Commissione speciale delle N.U. per i buoni uffici in caso di denegata attuazione del diritto di autodecisione.

Il Foreign Office intende affossare il progetto per la costituzione di una «Commissione incaricata di occuparsi di casi specifici di denegata o inadeguata attuazione del diritto di autodecisione dei popoli e di esercitare al riguardo di essi funzioni di buoni uffici». In una conversazione che abbiamo avuto al riguardo con il competente Ufficio, e nel corso della quale ci siamo astenuti dal fare qualsiasi riferimento alla situazione in Alto Adige, ci è stato detto che la Delegazione inglese sosterrà anche alla prossima sessione dell’Assemblea che il progetto viola l’articolo 2 paragrafo 7 della Carta e metterà in luce che, se una tale deroga dovesse essere approvata, essa giocherebbe nei confronti di tutti e sarebbe ugualmente pericolosa per tutti.

Qualora, nonostante l’opposizione inglese, si manifestasse il pericolo di un’approvazione del progetto, si pensa qui di suggerire la creazione di un Gruppo di studio per definire la natura del diritto di autodecisione.

Nel pensiero del Foreign Office tale accorgimento farebbe di fatto morire l’iniziativa e sarebbe preferibile alle altre due alternative: quella del rinvio e quella di formulare i «terms of reference» in modo da svuotare i compiti affidati alla Commissione.

La prima infatti, secondo il nostro interlocutore, avrebbe scarsa possibilità di riuscire nell’intento, essendo difficile ottenere per una seconda volta un rinvio della costituzione della Commissione. La seconda viene giudicata pericolosa per il dibattito che non mancherebbe di accedersi [sic] sulla formulazione dei «terms of reference».

Il nostro interlocutore ci ha poi aggiunto che la questione avrebbe potuto formare oggetto di esame nel corso della riunione che verrà tenuta a Londra presso l’UEO, preliminare alla XIV Assemblea Generale delle Nazioni Unite.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Originale non rinvenuto. Testo ritrasmesso con Telespr. 23/01059/c. del 28 agosto dal Servizio Nazioni Unite alle Ambasciate ad Atene, Ankara, Bruxelles, Buenos Aires, L’Aja, Londra, Lussemburgo, Lima, Lisbona, Madrid, Ottawa, Parigi, Il Cairo, New Delhi, Karachi, Monrovia, Messico, Rio de Janeiro, Tokio, Washington e per conoscenza alla Presidenza del Consiglio, Ufficio Regioni, all’Ambasciata a Vienna, alla Rappresentanza presso l’ONU a New York, al Servizio Stampa, alla Direzione Generale degli Affari Politici, Ufficio I.

86

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgente 23404/1652. New York, 21 agosto 1959, ore 0,30 (perv. ore 4,40).

Oggetto: Questione disarmo.

Riunione ieri Washington su questione disarmo pone, mi pare, quattro punti.

1) Progetto dichiarazione. Mi pare che circa esso non si ponga per ora particolare problema e testo messo a punto ieri dovrebbe venire accettato. Io esprimerei parere favorevole mostrare progetto a Segretario Generale prima o tutt’al picontemporaneamente a consegna ai sovietici; nel qual caso occorre tener presente che Segretario Generale parte domenica prossima per America Latina.

2) Questione tempi convocazione Commissione Disarmo. Sembrami di importanza relativa: in linea generale impostazione inglese favorevole alla convocazione prima inizio Assemblea mi pare abbia qualche merito tanto per dare qualche maggiore soddisfazione formale ai Paesi esclusi quanto per cercare evitare presenza Delegati «ingombranti»

3) Riunione futura composizione Commissione Disarmo. Non è chiaro con quali argomenti americani sostengano convenienza e necessità ripartizione 12 occidentali, 6 sovietici e 6 neutrali da essi proposta. Qui mi dicono che è per sottolineare il fatto che, mentre si accetta parità Est-Ovest per nuovo gruppo tecnico, per le N.U. devono valere altri criteri. Trattasi impostazione che mi pare quanto meno discutibile visto che per converso si accetterebbe parità tra Occidentali da un lato e sovietici pineutrali dall’altro, posizione cui in passato Occidente si era opposto. A parte poi merito specifica proposta resta sempre che sollevare ex novo questione composizione è cosa di per sé pericolosa. Per questo ed altri motivi suggerivo nei miei precedenti telespressi che tra le varie soluzioni, se – come appare inevitabile – un organo futuro N.U. per il disarmo deve essere mantenuto, tanto vale che sia attuale Commissione 82. Questa credo sia anche impostazione inglese.

4) Punto pidelicato mi pare se sollevare con sovietici sin da ora, contemporaneamente cioè alla messa a punto della intesa Ginevra e della relativa dichiarazione di intenzioni, anche questa questione della futura Commissione Disarmo. Da un lato vi sarebbe, facendolo, vantaggio chiarire d’un sol tratto tutta la situazione ed assicurarsi che sovietici non ci riserveranno sorprese in prossima Assemblea. Dall’altro vi è pericolo aprire una questione capace quanto meno rinviare conclusione finale intesa Ginevra(3).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Inviato anche all’Ambasciata a Washington.


3 Con T. segreto 12613/115 del 23 agosto (ibid.), Straneo rispondeva alla Rappresentanza presso l’ONU a New York circa i quattro punti nei seguenti termini: «Da nostro Ambasciatore Washington è stato telegrafato 23 corrente che progetto comunicato relativo nuovo gruppo disarmo (di cui facciamo parte) e sue relazioni con ONU nonché data e luogo convocazione, verrà fatto circolare per informazione in sede NATO 24 corrente. Informasi per sua opportuna notizia che è stato telegrafato Ambasciata Washington nostro assenso criteri formulati nel predetto progetto comunicato che sarà presentato Gromiko 25 prossimo». La comunicazione era stata fatta per telefono da Straneo anche alla Rappresentanza presso l’ONU a Parigi la mattina del 24 agosto.

87

L’AMBASCIATORE A L’AJA, GIUSTINIANI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 1393/911. L’Aja, 23 agosto 1959.

Oggetto: Candidatura italiana al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite.

Riferimento: Telespressi di cod. Min. n. 23/959/c. del 7 corr.2 e n. 23/00982 del 10 corr.3.

La questione della buona intenzione del nostro Governo di rinunciare, a favore del Belgio, alla nostra candidatura al seggio che l’Olanda lascerà alla fine del 1960 in seno alla ECOSOC e del suo proposito di porre la candidatura dell’Italia al seggio che la Spagna dovrà lasciare alla fine del 1961 ha formato oggetto di conversazione fra questa Ambasciata ed il competente Ufficio del Ministero Affari Esteri olandese.

Nonostante che ancora nessuna notizia al riguardo fosse qui giunta, né dal Belgio né dal Lussemburgo, il suddetto Ufficio, dopo consultazioni con le superiori competenti autorità, ha comunicato a questa Ambasciata che il Governo olandese, in linea di principio, è disposto ad appoggiare la candidatura italiana al seggio tuttora occupato dal Belgio. Per quanto la formula «in linea di principio» possa sembrare un po’ vaga (e non potrebbe essere diversamente di fronte ad un problema che presenta ancora numerose incognite e che sarà risolto solo nel 1961) il nostro interlocutore ha tenuto a far presente riservatamente che possiamo considerare tale risposta come un «impegno» del Governo olandese. Comunque, questo Ministero Esteri ha già dato istruzioni in tal senso all’Ambasciatore olandese a Roma.

Questa Ambasciata ha ritenuto opportuno sondare il pensiero di queste competenti autorità anche circa la formula che da parte italiana si riterrebbe piopportuna per la ripartizione e la rotazione dei seggi dell’ECOSOC assegnati all’Europa Occidentale (v. telespresso di cod. Ministero n. 22/827/c. del 16 luglio u.s.4).

In proposito il nostro interlocutore pur non pronunciandosi in maniera decisa e definitiva, ha fatto capire che da parte olandese si ritiene che uno dei 3 seggi debba rimanere assegnato ai Paesi del Benelux. È vero, egli ha detto – che, ove la situazione rimanesse immutata per quanto concerne la ripartizione degli altri due seggi fra il gruppo nordico ed il gruppo dei rimanenti otto Paesi europei, questi ultimi – fra i quali c’è l’Italia – si verrebbe [sic] a trovare in una situazione poco favorevole; ma, occorre tener debito conto del notevole potenziale economico e sociale dei Paesi del Benelux, che non trova riscontro in quello dei sette Paesi che, insieme all’Italia, sono compresi nel terzo gruppo. Pi quindi, che una questione di numero, sembra opportuno fare una questione di peso sostanziale dei Paesi facenti parte di ciascun gruppo. (Sic!).

Dalla conversazione è risultato chiaro, inoltre, che l’Olanda ritiene che l’Europa dei Sei non si sia ancora consolidata al punto da essere presa in considerazione per l’assegnazione di un seggio all’ECOSOC, mentre il Benelux costituirebbe – a suo parere – un gruppo già molto piunito e maturo a tale scopo.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 271, fasc. ONU 1 [41 ECOSOC]. 2 Non pubblicato. 3 Vedi D. 82, nota 2. 4 Non pubblicato.

88

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 23934/169. New York, 25 agosto 1959, ore 22 (perv. ore 4 del 26).

Oggetto: Situazione Laos. Esame Segretario Generale ONU.

Mio Telespresso 15652.

Su contatti avuti da inviato speciale Laos con Segretario Generale(3) e Delegati maggiori Paesi interessati ho avuto seguenti informazioni da considerarsi del tutto confidenziali.

Hammarskjoeld ha innanzi tutto ripetuto che non riteneva avere autorità come Segretario Generale Nazioni Unite di prendere iniziativa per invio osservatori od altro. Confermava che era disposto a farlo se, oltreché da Laos, ne fosse stato richiesto da Gran Bretagna e URSS quali tutrici accordi Ginevra. Conveniva al riguardo attendere esito passo col quale circa dieci giorni fa Selwyn Lloyd aveva appunto proposto a Gromyko rivolgere richiesta congiunta ad Hammarskjoeld inviare Laos una «Fact finding commission».

Sig. Sananikone ha insistito per qualcosa di pi almeno per il caso che risposta sovietica si facesse attendere troppo a lungo – mentre eventi in Laos evolvono – o fosse negativa.

Segretario Generale avrebbe allora esaminato possibilità qualche azione senso di una «composizione amichevole» tra Laos e Nord Vietnam; qualsiasi passo nei riguardi Nord-Vietnam gli era naturalmente impossibile, non essendo detto Paese membro Nazioni Unite: quel che ha accettato di fare è, avendo intrattenuto sull’argomento corrispondenza personale con Nehru (data particolare posizione India [in] qualità Presidente Commissione stabilita da accordi Ginevra), chiedere a lui se India sarebbe stata disposta all’occorrenza, e in quali condizioni e limiti, ad avvicinare Nord Vietnam in qualità «compositore amichevole».

E in tal senso avrebbe scritto a Nehru.

Questo, a quanto mi risulta, è stato attuale delle cose qui. Né, malgrado notizia aggravarsi situazione locale, risulta che signor Sananikone stia considerando d’altra parte ricorso Consiglio di Sicurezza. Tanto ancor oggi mi confermavano Cordier, che ho visto in assenza Hammarskjoeld, nonché Delegazioni americana e francese. Naturalmente per eventuale precipitare eventi potrebbe sempre orientare altrimenti Governo Vientiane.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Non pubblicato.


3 Con una comunicazione «informativa» del 16 gennaio 1959, il Rappresentante del Laos alle Nazioni Unite aveva portato a conoscenza del Segretario Generale che nel mese di dicembre «elementi armati provenienti dalla Repubblica del Viet Nam» avevano occupato alcuni villaggi di frontiera appartenenti al Laos; che i passi del Governo laotiano presso quello del Viet Nam non avevano ottenuto alcun risultato e che la radio di Hanoi aveva iniziato una violenta campagna contro il Governo di Vientiane. Il Governo di Hanoi, da parte sua, richiedeva che la Commissione internazionale di controllo, composta da India, Canada e Polonia, le cui attività erano state aggiornate sine die nell’agosto del 1958, venisse riconvocata ed accusava il Governo di Vientiane di mettere in discussione gli Accordi di Ginevra, avendo escluso dal Governo i rappresentanti del Partito Neo Lao Haksat, di orientamento comunista, ed essendosi allontanato dalla neutralità. Il Governo del Laos considerava invece gli accordi di Ginevra completamente eseguiti ed esaurito il compito della Commissione internazionale.

Nel marzo del 1959 Hammarskjold visitava Vientiane, durante un viaggio in Asia sudorientale. Nell’estate la crisi si acuiva quando uno dei battaglioni del Pathet Lao, integrati nelle forze armate laotiane, disertava ed il Governo di Vientiane arrestava i dirigenti del Partito Neo Lao, inviava un nuovo appello al Segretario generale e mandava a New York un proprio inviato speciale, il fratello del Primo Ministro, Ngon Sananikone.

89

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 11339/33392. Washington, 25 agosto 1959.

Oggetto: Politica razziale sudafricana.

Telespresso di codesto Ministero n. 13/01497/c. del 14 luglio u.s.3.

In relazione al telespresso suindicato, abbiamo preso contatto con il Dipartimento di Stato per sentirne le reazioni sulla questione della politica razziale seguita dall’Unione del Sud Africa. Il nostro interlocutore ci ha risposto che anche qui il problema non manca di suscitare preoccupazioni, anche perché esso è particolarmente sentito negli Stati Uniti ove i negri rappresentano il 10% dell’intera popolazione.

È questo l’argomento che il Dipartimento di Stato ci ha voluto sottolineare in primo luogo, rilevandoci che il Governo americano nei suoi atteggiamenti verso la politica razziale del Sud Africa deve tener conto sia delle opinioni e dei voti degli Stati del Sud, sia delle reazioni degli americani di colore, i quali stanno assumendo un peso politico crescente.

Il nostro interlocutore è passato quindi a parlarci dell’atteggiamento assunto l’anno scorso dagli Stati Uniti nei riguardi del problema dinanzi alle Nazioni Unite. Com’è noto, il Governo americano, dopo molti dubbi, decise di votare in favore di una risoluzione di sostanziale critica alla politica del Governo del Sud Africa. Il nostro interlocutore ci ha appunto sottolineato le difficoltà incontrate per arrivare a tale decisione, rilevandoci che gli Stati Uniti si adoperarono affinché la risoluzione delle Nazioni Unite fosse la pimoderata possibile. Quest’anno – ci è stato fatto capire – gli Stati Uniti non potranno assumere un atteggiamento diverso. Il nostro interlocutore ci ha osservato che il dibattito sulla questione razziale del Sud Africa alle Nazioni Unite pone gli Stati Uniti di fronte alla difficoltà di dover prendere posizione al riguardo. Egli, d’altra parte, ci ha anche accennato alla necessità di evitare che una eventuale esagerata reazione porti il Sud Africa a prendere atteggiamenti ostili alle Nazioni Unite ed eventualmente a volerne uscire.

Il Dipartimento ci ha accennato a tale possibilità per escludere che essa possa realizzarsi ora, ma cigià mostra di quale entità siano i timori americani per le reazioni sudafricane ad un troppo diretto interessamento di altri Paesi.

Tali timori divengono piconcreti se si passano a considerare i rapporti bilaterali tra i due Paesi. Essi ci sono stati definiti amichevoli, ma il nostro interlocutore ci ha anche sottolineato l’interesse americano a mantenerli tali. Ci è stata rilevata infatti l’entità degli investimenti americani nell’Unione del Sud Africa: essi raggiungono il 50% del totale degli investimenti americani nel continente africano; gli Stati Uniti hanno un accordo con l’Unione del Sud Africa per la fornitura di minerale di uranio e mantengono in Sud Africa una base di speciale importanza per l’avvistamento dei satelliti artificiali.

In questo stato di cose gli Stati Uniti non possono che seguire una politica che ci è stata definita di «moderate approach». Attraverso i loro rappresentanti gli Stati Uniti si guardano dall’affrontare il problema direttamente e cercano solo di ispirare moderazione. Essi fanno un certo affidamento sugli scambi di informazione e culturali. Il nostro interlocutore si è appunto soffermato ad illustrarci gli scopi che, nei confronti del problema razziale sudafricano, si propone il Dipartimento con il suo programma di scambi culturali. Per quanto concerne il Sud Africa, cioè, detto programma sarebbe diretto a far constatare alle personalità invitate in America come il problema razziale sia affrontato negli Stati Uniti e in modo particolare a Portorico. (Si tratterebbe, in altre parole, di compiere sugli Afrikans un’opera di persuasione, dimostrando come una certa dose di libertà agli elementi di colore non comporti quei pericoli che i sudafricani sembrano temere). Nei prossimi dodici mesi saranno qui invitati una trentina di leaders sudafricani. Essi saranno composti per la metà da Afrikans e per il resto da bianchi di origine inglese. Solo tre degli invitati dovrebbero essere di razza non europea.

Comunque il Dipartimento ci ha lasciato chiaramente intendere che il Governo americano non ritiene di poter dimostrare un interessamento pidiretto alla questione, dato che ci mentre non avrebbe alcun risultato positivo, potrebbe invece averne molti negativi in vista della suscettibilità degli Afrikans. Il Dipartimento si limita quindi nei suoi contatti con il Governo di Pretoria a cercare le occasioni per ispirare moderazione. Anche per quanto riguarda l’opinione pubblica americana, il Dipartimento ci ha detto che da parte delle Autorità competenti si cerca di svolgere analoga opera di moderazione. A questo riguardo è significativo che il nostro interlocutore si sia dilungato nel farci rilevare che il termine «apartheid» è particolarmente infelice per la falsa impressione che esso dà di una situazione che in sostanza sarebbe meno cruda di quanto non la si presenti. Ci è stato soggiunto in proposito che del resto un vero e proprio apartheid in Sud Africa sarebbe irrealizzabile perché nelle città l’elemento non europeo è economicamente indispensabile a quello bianco, cosicché una separazione come quella insita nel termine «apartheid» sarebbe solo possibile a costo di gravi sacrifici per tutti i diversi gruppi etnici, ma specialmente per quello dominante.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 249.


2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Capetown, Londra, Parigi ed alla Rappresentanza presso l’ONU a New York.


3 Non pubblicato.

90

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL CAPO DEL SERVIZIO ONU, DAINELLI(1)

L. riservata 2524. [New York], 26 agosto 1959.

Caro Luca,

mi riferisco alla questione dell’eventuale spostamento della sede della XV Assemblea Generale (1960) che ha già fatto oggetto di carteggio tra Egidio e te, e sulla quale – per quanto riguarda le ventilate prospettive per Roma – il vostro telespresso 23/00802 dell’11 luglio ha detto la parola finale(2).

Mi è stato riferito da fonte generalmente bene informata che nei giorni scorsi il rappresentante austriaco Matsch, i cui contatti con il Segretariato in merito ad una eventuale candidatura di Vienna Egidio già in passato segnalato [sic]3, avrebbe avvicinato nuovamente il Segretariato – e pispecificamente il Capo di Gabinetto Cordier – con qualche «avance» piprecisa. Parlando l’altro giorno con Cordier di vari argomenti, sono quindi di proposito tornato sulla questione della sede della XV Assemblea chiedendogli se fosse a conoscenza in via generale di qualche nuova notizia o voce relativa a Mosca o altra città. Egli mi ha risposto nettamente di no. Mi ha confermato che il Segretario Generale non favorisce alcuno spostamento. E anzi, per quanto riguarda Mosca, mi ha aggiunto che il Rappresentante sovietico Sobolev qualche tempo fa aveva, sia pure nel corso di una conversazione conviviale, detto che Mosca, anche a causa di difficoltà logistiche, non aveva alcuna aspirazione ad ospitare l’Assemblea.

Tanto ho voluto comunicarti per tua conoscenza avendo in mente quanto interessa seguire ogni eventuale iniziativa austriaca anche in questa questione.

Credimi, con i piaffettuosi saluti

[Eugenio Plaja]


1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7. 2 Vedi D. 68. 3 In particolare con i DD. 56 e 57.

91

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 24867/172. New York, 2 settembre 1959, ore 23 (perv. ore 4 del 3).

Oggetto: Rapporti RAU-Israele.

Incaricato d’affari israeliano va riprendendo attività intesa riportare su piano attualità quoziente transito merci israeliane Suez e caso Inge Toft. Egli mi ha visitato oggi per informarmi che il Governo israeliano, visto che non puattendersi ormai ulteriori risultati da azione Hammarskjoeld, considerando insoddisfacente nota formula de facto enunciata da Nasser e allarmato infine da nuovi recenti sequestri, ha deciso ormai portare caso ad istanze pubbliche Nazioni Unite. Israele preferirebbe dal canto suo fare ricorso Consiglio Sicurezza. Peraltro da Hammarskjoeld e da vari Paesi era stata ventilata preferibilità ricercare qualche azione nel quadro prossimo dibattito generale in Assemblea. Da parte israeliana andavano pertanto svolgendosi contatti per individuare atteggiamento principali Paesi rispetto sia ricorso Consiglio Sicurezza sia possibilità che essi includano in discorso dibattito generale in Assemblea riaffermazione principi libera navigazione canale. Questa era anche richiesta che rivolgeva a noi.

Ho risposto che non avevo ragione ritenere che posizione mio Governo rispetto ricorso Consiglio fosse diversa da quella che è stata comunicata luglio scorso Governo Israele (telegramma di V.E. 992).

Quanto a seconda alternativa, avrei naturalmente prospettato situazione a codesto Ministero.

Segue rapporto(3).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 T. segreto 10325/99 del 15 luglio, non pubblicato. 3 Non pubblicato.

92

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 24998/173. New York, 3 settembre 1959, ore 21,25 (perv. ore 8 del 4).

Oggetto: Commissione Disarmo.

Hammarskjoeld, che i tre occidentali hanno fatto informare a Rio della modifica sovietica a progetto comunicato Comitato Disarmo, ha fatto sapere non avere obiezioni, pur non rendendosi ben conto motivi per i quali sovietici preferiscono eliminare dal testo specifica indicazione che nuovo Comitato resta al di fuori Nazioni Unite e non menziona desiderio invio osservatore ONU.

Quanto a ulteriore procedura seno Nazioni Unite tre occidentali propongonsi, appena sia raggiunto accordo occidentali a Washington, contrattare [sic] questa Delegazione russa onde concordare consegna a Hammarskjoeld, contemporaneamente a pubblicazione comunicato, di lettera dei quattro trasmettente ufficialmente comunicato stesso e chiedendo Segretario Generale provvedere convocazione Commissione Disarmo per la quale si penserebbe a 10 o 11 corrente.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

93

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgente 25109/177. New York, 4 settembre 1959, ore 23 (perv. ore 5 del 5).

Oggetto: Situazione Laos.

1) Comunicazione laotiana di stamane diretta Segretario Generale(2), cui testo è stato diramato da agenzia stampa, ha riproposto a Nazioni Unite con termini immediatezza problema Laos. Come noto nota indica «invio entro termine estremamente breve» forza emergenza N.U. Non viene precisato peraltro nella richiesta a quale organo Governo laotiano intenda appellarsi, se Consiglio Sicurezza o Assemblea e decisione al riguardo viene lasciata al Segretario Generale. Questi, tuttora in Brasile, consultato telefonicamente da Cordier, ritenuto porre formalmente questione a me quale Presidente turno Consiglio Sicurezza con suggerimento avviare consultazioni con altri membri Consiglio in vista possibile riunione domenica o lunedì. Hammarskjoeld ha anche deciso anticipare suo rientro a New York e sarà qui domani pomeriggio. Egli, che settimana scorsa erasi sottratto a richiesta laotiana per invio osservatore (vedi telespresso questa rappresentanza 16003), intende evidentemente devolvere ora problema a Consiglio.

2) Primi risultati delle consultazioni che ho subito avviato con miei colleghi membri Consiglio mostrano tendenza generale ad accettare riunione, pur non accelerando indebitamente tempi sua convocazione. Richiesta Laos ha infatti colto tutte capitali di sorpresa e si vuole esaminare attentamente modo migliore di procedere. Orientamento generale è al pipresto per lunedì pomeriggio. Tra l’altro inviato speciale Laos Sananikone, con cui ho parlato, mi dice essere stato egli stesso sorpreso da decisione suo Governo e di non disporre ancora elementi sufficienti sui quali centrare l’intervento che dovrà pronunciare inizio lavori Consiglio e da cui efficacia pudipendere molta parte dibattito e sua conclusione. Predetto penserebbe anzi, ove non riceva differenti istruzioni, adoperarsi presso Hammarskjoeld per ritardare riunione a settimana inoltrata. Quanto a sovietici, essi mi hanno detto di non vedere ragione né fondamento per riunione Consiglio e cisia per sostanza situazione sia per motivi procedurali, non potendosi lettera laotiana considerare formale richiesta, né risultando che Segretario Generale abbia preso iniziativa ai sensi articolo 99 Statuto.

3) Quanto a come orientare azione Consiglio, idee che si scambiano sono ancora del tutto vaghe e varie possibilità sembrano presentarsi. Premesso che nessuno sembra prendere in seria considerazione invio forze emergenza, si pensa tutt’al pio a decisione da parte Consiglio per invio Commissione inchiesta

o- gruppo osservazione, per cui dovrebbe superarsi prevedibile veto sovietico, o- in caso veto, a deferimento intera questione ad Assemblea eventualmente in sessione emergenza. Particolare cautela ho comunque notato nel Rappresentante britannico Dixon che mi è parso preoccupato degli effetti negativi al di là della situazione laotiana che un veto russo potrebbe iniettare nell’attuale momento internazionale. Ma su questo potremo apprezzare meglio situazione tra domani e dopodomani. Ritelegrafer(4).

1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 La Nota del 4 settembre 1959 della Missione permanente del Regno del Laos al Segretario Generale che trasmetteva una lettera, in pari data, del Ministro degli Esteri del Laos, Khamphan Panya è la S/4212 del 5 settembre, in UN, Security Council, Official Records,14th year, Suppl. 2 (1959), pp.1-2. Essa denunciava operazioni in grande stile di forze provenienti dal Viet Nam e sollecitava l’assistenza delle Nazioni Unite, chiedendo «l’invio entro il termine pibreve di una forza di emergenza allo scopo di arrestare l’invasione […]». Il Segretario Generale veniva pregato «di fare applicare alla richiesta la procedura opportuna». La comunicazione laotiana non rappresentava un ricorso vero e proprio al Consiglio di Sicurezza o all’Assemblea Generale: al Segretario Generale restavano apparentemente aperte solo le alternative di chiedere la convocazione del Consiglio di Sicurezza in base all’art. 99 dello Statuto; invitare il Governo laotiano a precisare le sue intenzioni o limitarsi ad informare della comunicazione laotiana il Presidente ed i Membri del Consiglio di Sicurezza, lasciando ad essi l’iniziativa di un’eventuale convocazione del Consiglio.


3 Non pubblicato.


4 Per il seguito vedi D. 94.

94

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgente 25236/178. New York, 5 settembre 1959, ore 19,30 (perv. ore 1,30 del 6).

Oggetto: Situazione Laos.

Mio 177(2).

1) Rappresentante americano è venuto stamani a mettermi al corrente su intenzioni Governo USA su questione Laos. Di fronte precisa e grave richiesta Governo Laos occorre provvedere in qualche modo non rinviando una riunione Consiglio ad evitare che ritardo venga interpretato o come passività delle Nazioni Unite o dell’Occidente, come tacito riconoscimento da parte stesso Laos che in fondo sua richiesta è esagerata. Americani ritengono pertanto che Consiglio dovrebbe riunirsi lunedì pomeriggio.

2) Circa azione che Consiglio dovrebbe adottare, americani hanno tenuto presente necessità formula che cerchi aggirare veto sovietico. Essi pensano proporre costituzione un Sottocomitato ai sensi articolo 29 Statuto con compito documentarsi su situazione Laos, condurre inchiesta e riferire appena possibile a Consiglio. Una tale decisione sarebbe a considerare procedurale, in quanto articolo 29 trovasi appunto nel capitolo delle norme procedurali, e quindi sarebbero sufficienti alla sua adozione 7 voti, mentre questione [sic] senza essere obbligati ad un veto, questa via procedurale ne offre loro possibilità. Ed è in questo che americani hanno qualche speranza.

3) Soluzione immaginata da americani è stata studiata in base ad un precedente adottato per questione spagnola nel 1946 ed elementi del dibattito di allora verranno probabilmente impiegati anche ora.

4) Quanto alla composizione del predetto Sottocomitato americani penserebbero a 3 membri uno dei quali avrebbe ad essere Italia. Intenzione sarebbe che Sottocomitato appena nominato si rechi nel Laos.

5) Proposta americana è stata per ora comunicata soltanto ai francesi, inglesi ed a noi. Delegazione francese ed inglese qui avrebbero reagito favorevolmente a titolo personale ed attendono istruzioni per stasera da loro Governi.

6) Idea americana, malgrado ponga su Presidenza italiana possibile notevole onere sopratutto se si sviluppasse una forte fase dialettica con sovietici, appare meritevole di attenzione in quanto mancano serie alternative possibili. A forza di emergenza non vi è da pensare; per osservatori si avrebbe veto sovietico e avrebbe a ricorrersi a Assemblea straordinaria senza essere sicuri del risultato ottenibile. Potrebbe anche immaginarsi di incaricare il Segretario Generale di [sic] eventuale voto negativo sovietico non avrebbe a considerarsi veto. È naturalmente possibile, anzi probabile che sovietici vogliano contestare questa interpretazione che nomina Sottocomitato abbia a considerarsi procedurale. In questo caso toccherebbe a Presidenza Consiglio stabilire che decisione è procedurale; ed in caso contestazione sovietica invitare Consiglio a votare su contestazione stessa. Occorrerebbe assicurarsi previamente che votazione sia tale da confermare tale decisione che, essendo attualmente Presidenza Consiglio detenuta da Rappresentante italiano, incomberebbe a me di prendere. Sovietici potrebbero tuttavia non accettare verdetto: esiste nei documenti preparatori della Carta una dichiarazione congiunta cinque membri permanenti su modo votazione Consiglio la cui interpretazione non è facile. Ci si puattendere dunque una complessa discussione procedurale con possibili imprevedibili reazioni sovietiche.

D’altro canto, se sovietici saranno consci della opportunità anche per loro di uscire dall’azione pio meno simile a quella dell’immaginato Sottocomitato, e cicercando evitare formale risoluzione [sic]. Ma americani pensano che continuo ricorrere a Segretario Generale toglie prestigio a Consiglio, mentre d’altro canto è da dubitarsi che Segretario Generale accetterebbe senza riserve l’incarico. Naturalmente ho osservato ad americani loro idea sembra partire da presupposto che situazione Laos non sia poi così grave, perché ove fosse grave Sottocomitato sarebbe ben scarso rimedio. Americani hanno convenuto che notizie erano ben poco chiare e che in tali condizioni Sottocomitato avrebbe costituito un desiderabile primo passo tanto pipotendo esso formarsi rapidamente e senza rischio di un veto sovietico operante.

Mi proporrei dare adesione a proposta formulatami da americani tanto pimanifestando essi molto interesse a spingerla. In vista anche considerazioni di cui al punto 6 sargrato urgentissime istruzioni entro domani mattina(3).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 93.


3 Con T. segreto urgente 13464/122 del 6 settembre (ibid.), Grazzi comunicava ad Ortona: «V.E. è autorizzata aderire proposta americana».

95

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgentissimo 25258/180. New York, 6 settembre 1959, ore 12,57 (perv. ore 20,15).

Oggetto: Situazione Laos. Ricorso all’ONU.

1) Segretario Generale tornato stasera ha subito avuto contatto con inviato speciale Laos. Questi aveva in primo tempo manifestato incertezza su intenzioni suo Governo e aveva consigliato Hammarskjoeld chiedere chiarimenti a Vientiane. Hammarskjoeld si accingeva a procedere in tale senso.

Dal mio canto ho in un primo colloquio informato Segretario Generale che consultazione con colleghi Consiglio avevano [sic] dimostrato che, con eccezione sovietici, eravi comune consenso per convocazione Consiglio Sicurezza per lunedì pomeriggio. Hammarskjoeld mi ha rilevato peraltro che occorreva a suo avviso attendere risposta ai chiarimenti che egli stava per chiedere al Laos. Avendo io su tali basi ripreso consultazioni con colleghi Consiglio, americani hanno fatto presente serietà situazione Laos tale da far presumere ricorso tale Paese a SEATO.

D’altro canto avendo Inviato Laos ritenuto in un secondo tempo non poter prendere responsabilità ritardo decisioni, Hammarskjoeld in nuovo colloquio con me mi ha dichiarato ravvisare necessità urgente riunione. Ho allora provveduto indirla per lunedì pomeriggio. Nell’agenda questione verrà iscritta come «rapporto Segretario Generale su messaggio ricevuto da Governo Laos»(2).

2) Americani, dopo ottenuto assenso inglese e francese, hanno informato Hammarskjoeld loro idea richiedere Sottocommissione in base articolo 29 statuto presentando relativa proposta come questione procedurale (mio telegramma 1783). Al riguardo Hammarskjoeld si è espresso con me in linea di principio favorevolmente.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Hammarskjd aveva richiesto formalmente la convocazione urgente della riunione del Consiglio di Sicurezza sulla questione in oggetto con L. del 5 settembre ad Ortona: S/4213 del 6 settembre, UN, Security Council, Official Records, 14th year, Suppl. 2 (1959), p. 1.


3 Vedi D. 94.

96

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 25298/181. New York, 6 settembre 1959, ore 22,47 (perv. ore 8,30 del 7).

Oggetto: Sottocomitato per situazione Laos.

Mio 177(2).

Americani stanno sviluppando contatti circa composizione Sottocomitato a tre per situazione Laos. Oltre Italia essi hanno officiato Giappone e Tunisia pensando sia bene dare priorità a due membri afro asiatici Consiglio. Abbiamo peraltro impressione che americani non escludevano possibilità incontrare qualche difficoltà ottenere adesioni ambedue tali Paesi e pregatomi di appoggiare con urgenza da parte nostra Tokyo e Tunisi loro richiesta. Stasera pertanto hanno officiato anche Argentina. […]3 tuttavia stringono pensandosi concludere entro domani procedura […]3 Consiglio cosicché, in mancanza risposte tempestive da parte Paesi consultati, americani penserebbero se del caso ridurre Sottocomitato a solo due membri, ovvero delegare Presidente Consiglio designazione membri appena possibile.

Pur rendendosi conto perplessità cui potrebbe dar luogo composizione limitata soli due membri (Italia ed altro) e pur avendo già prospettato tali perplessità a Delegati occidentali, potrebbe forse palesarsi necessario in mancanza altre adesioni tempestive avere Sottocomitato a due includente Italia, dato che altrimenti potrebbe difficilmente attuarsi piano congegnato da americani.

Prego telegrafarmi massima urgenza entro mezzogiorno New York in caso codesto Ministero obiettasse nostra partecipazione in Sottocomitato a due.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 93. 3 Gruppo mancante.

97

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 25441/184. New York, 8 settembre 1959, ore 5 (perv. ore 11,45).

Oggetto: Situazione Laos.

Mio telegramma 1782.

Discussione in Consiglio Sicurezza conclusasi stanotte [tra il 7 e l’8] con approvazione nota risoluzione costituente Comitato quattro Paesi (Italia Argentina Giappone Tunisia) per accertamento situazione Laos(3). Insieme con Rappresentanti tre Paesi predetti avremo qui domani riunione preliminare.

Andamento discussione ha avuto aspetti procedurali particolarmente complessi e polemici in cui, come previsto in mio telegramma citato, Presidenza si è trovata ripetutamente coinvolta. Ho cercato mantenere linea moderazione pur dovendo ovviamente forzare, contro tattica Rappresentante sovietico, passaggio risoluzione occidentale. Rappresentante sovietico infatti, pur dichiarando che risoluzione è stata adottata con procedura da lui definita illegale, ha seguito nel complesso linea sostanziale moderazione. Da segnalare nei suoi riferimenti situazione Laos ha evitato attaccare direttamente posizione americana. Riferisco dettagliatamente per corriere.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 94.


3 I resoconti delle sedute 847 e 848 del Consiglio di Sicurezza sono in UN, Security Council, Official Records, 14th year, Meetings 847th e 848th, S/847, S/848, New York, 7 September 1959 (S/847 alle pp. 1-23, S/848 alle pp. 1-30). La risoluzione è la S/RES/132 del 7 settembre (S/4216) adottata nella 848a Seduta del Consiglio di Sicurezza con dieci voti a favore ed uno contro, quello dell’URSS.

98

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 25444/185. New York, 8 settembre 1959, ore 5 (perv. ore 11,45).

Oggetto: Situazione Laos.

Mio telegramma 1842.

Rappresentanti quattro Paesi componenti Sottocommissione creata con risoluzione testé approvata da Consiglio Sicurezza riunirannosi domani sotto mia presidenza per esaminare modalità funzionamento Sottocommissione stessa. Americani considerano essenzialmente importante che essa inizi suo lavoro al pipresto e possibilmente si rechi Laos, dove si pensa avrà a rimanere qualche settimana. Occorre in ogni caso immediata designazione nostro Rappresentante che dovrebbe essere in grado muoversi massima urgenza. Prego informarmi urgentemente(3).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 97. 3 Con T. segreto 13603/125 del 9 settembre (ibid.), Grazzi comunicava che Barattieri sarebbe arrivato a New York il 10 settembre e avrebbe dovuto essere notificato come Ministro plenipotenziario.

99

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 25890/193. New York, 11 settembre 1959, ore 13 (perv. ore 11,30).

Oggetto: Situazione Laos.

Mio 187(2).

Hammarskjoeld ha avuto sentore delle idee avanzate americani circa sviluppi Sottocomitato Laos. Ne è stato visibilmente preoccupato. Ha quindi preparato, ad uso delle tre principali potenze occidentali e dei membri Sottocomitato, documento nel quale in sostanza si conferma che mentre finora tutto il processo che ha portato a creazione Sottocomitato si è indubbiamente svolto in termini del tutto legali, dipenderà da futura attività Sottocomitato stesso se questa cornice di legalità verrà o meno conservata. In altri termini è attività stessa Sottocomitato che dovrà, per sua natura e suoi limiti, confermare che esso aveva, come Presidente Consiglio Sicurezza ha deciso, carattere procedurale e poteva quindi, ai sensi articolo 29 della Carta e della impostazione data alle restanti norme, venire costituito senza considerare voto negativo sovietico come veto. Hammarskjoeld sostiene esser molto importante attenersi a questa sua interpretazione limitativa non solo nel caso specifico, ma anche per consentire che decisione ora adottata costituisca utile precedente anche per eventualità casi avvenire.

Americani hanno esaminato documento Hammarskjoeld così come certo hanno tenuto conto esitazioni notate da parte Argentina e Tunisia e idee che hanno esposto oggi a me e a Barattieri sono apparse molto picaute che non quelle precedenti. Naturalmente essi sperano sempre che Sottocomitato possa svolgere azione di tale importanza da poter per sé stesso influire su sviluppi in Laos e che attività Sottocomitato comporti larga raccolta fatti ed elementi concreti. Mi sembrano accettare una piristretta «assistenza» a membri Sottocomitato stesso e pimarcata limitazione iniziative che non in un primo tempo immaginato.

In nuova seduta odierna Sottocommissione tunisini hanno insistito per dilazionare alquanto partenza Sottocomitato: motivo ufficialmente esposto essendo quello consentire ad esso di meglio esaminare documentazione qui esistente ed incontrare Ministro Esteri Laos di cui è prossimo arrivo. Pressione nostra e Delegati argentino e giapponese ha fatto sì che partenza avverrà non oltre sabato. Ad insistenze tunisine sembra poter aver contribuito il non voler Bourghiba far eseguire disposizioni precedentemente prese in sua assenza ed eccessiva importanza da lui attribuita ad esame documentazione.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. segreto 25549/187 dell’8 settembre (ibid.), con il quale Ortona aveva informato che, riguardo al Sottocomitato per il Laos, le posizioni americane propendevano per una sua evoluzione verso un vero e proprio Gruppo di osservazione, mentre altri Paesi rappresentati immaginavano piuttosto una missione ristretta e limitata nel tempo. Ortona avrebbe cercato di muoversi in senso conciliativo tra le due posizioni.

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L’INCARICATO D’AFFARI A IL CAIRO, ORLANDI CONTUCCI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 3126/1347/c.2. Il Cairo, 11 settembre 1959.

Oggetto: Manifestazioni al Cairo contro gli esperimenti atomici francesi nel Sahara.

Riferimento: Telespresso questa Ambasciata n. 2944/1268/c. del 28.8.58.

Con notevole sapienza di orchestrazione e con l’ormai ben nota capacità organizzativa – che qui si concentra e si esaurisce, o quasi, nelle iniziative propagandistiche

– si è svolta il 7 settembre al Cairo la giornata dedicata alle molteplici manifestazioni, indette da queste Autorità con il concorso del Segretario Permanente per la Solidarietà afro-asiatica, contro gli esperimenti atomici francesi nel Sahara.

Nella mattinata si è tenuto il «Convegno contro i tests atomici nel Sahara», sotto la presidenza del Segretariato Generale dell’«Unione Nazionale», cui hanno partecipato Rappresentanti di «nazioni» afro-asiatiche, numerosi Capi missione dei due continenti, oltre che Delegati di unioni studentesche, giovanili e sindacali.

Il Convegno è stato aperto dal messaggio di Nasser, letto da Yussef El Sabay, Segretario Generale per la Solidarietà afro-asiatica: in esso si sottolinea il carattere aggressivo degli esperimenti, si indica, quale causa della crisi del mondo moderno, la sopravvalenza della forza fisica su quella morale e si conchiude con un invito a tutti i popoli liberi del mondo ad opporsi alle esplosioni nel Sahara. Sono seguiti discorsi di circostanza, pronunziati dalle personalità presenti e la lettura di telegrammi indirizzati al Convegno dei vari Capi di Stato e di Governo di Paesi africani ed asiatici (Saud, Ahmed dello Yemen, Soekarno, Hochi Minh, Nkrumah, ecc.), nonché da varie organizzazioni pacifiste.

La risoluzione adottata dal Convegno invita tutti i popoli amanti della pace e le Nazioni Unite ad appoggiare l’iniziativa afro-asiatica diretta ad impedire gli esperimenti nel Sahara (il cui carattere ricattatorio sarebbe reso evidente dal fatto che si verificano proprio nel momento in cui le Potenze atomiche stanno per raggiungere a Ginevra un accordo per la loro sospensione) e si appella alle Potenze atomiche riunite a Ginevra, perché pervengano ad un accordo immediato ed incondizionato che ponga fine agli esperimenti atomici.

Nel pomeriggio un’imponente manifestazione si è svolta nelle arterie di questa Capitale con la partecipazione di studenti ed operai, esponenti di sindacati ed organizzazioni varie, oltre ad alcune Delegazioni in rappresentanza di Paesi afro-asiatici. Il lunghissimo corteo (è stato affermato che vi partecipavano 100.000 persone) si è diretto nella piazza della Repubblica dove un palco era stato eretto per i maggiori esponenti ufficiali che, tutti, in numerosi discorsi, hanno bollato come criminale la decisione francese di fare esplodere una bomba atomica nel deserto africano.

Con grossi e minacciosi titoli la stampa ha dato amplissimo risalto alle manifestazioni suddette, riportando altresì quelle che contemporaneamente avvenivano a Mosca, in altre capitali di Asia e di Africa. Larga eco è stata altresì data alle dichiarazioni di uno scienziato cecoslovacco – secondo cui tutta la zona mediterranea e la stessa Parigi sarebbero esposte agli effetti dell’esplosione – nonché alle perplessità suscitate dall’eventualità di tali effetti in una parte della stampa italiana.

Va sottolineato infine che il comunicato finale, pubblicato dal Segretariato Generale per la Solidarietà afro-asiatica, ha posto in luce – facendo propria una tesi estremamente utile per i sovietici – la corresponsabilità della Germania occidentale negli esperimenti atomici francesi.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Londra, Parigi, Rabat, Tunisi, Tripoli, Washington, Monrovia, alla Legazione ad Accra, alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi e ai Consolati Generali ad Algeri e Damasco.

101

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 26147/198. New York, 13 settembre 1959, ore 15,50 (perv. ore 16).

Oggetto: Riunione Consiglio Sicurezza. Questione Laos.

Hammarskjoeld mi ha detto confidenzialmente oggi aver avuto ieri lungo colloquio con Delegato sovietico Sobolev nel quale questi ha esaminato principali punti di dibattiti Consiglio Sicurezza lunedì scorso.

Sobolev non avrebbe ripetuto critiche per convocazione riunione: avrebbe invece criticato iniziativa Segretario Generale ripetendo che non avendo egli invocato articolo 99 Carta suo rapporto al Consiglio non aveva base né concreta né legale.

Riferendosi a dibattito Sobolev ha manifestato due principali preoccupazioni:

1.- Che da esse derivi completo accantonamento Commissione internazionale controllo e accordi Ginevra che invece potrebbero tuttora costituire utile elemento in quadro politico diplomatico questione. 2.- Che con colpi inferti a dichiarazione San Francisco si sia iniziato processo disintegrazione elementi basici costitutivi Nazioni Unite con conseguenze imprevedibili.

Sobolev non avrebbe avuto espressioni né critiche né ostili nei confronti Italia Presidenza italiana. Preoccupazione di cui punto 1 è stata fatta conoscere da Hammarskjoeld a Ministro Esteri Laos in presenza mia durante colazione ristretta cui ho partecipato. Ministro laotiano non ha espresso commenti o avuto reazioni al riguardo.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

102

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 26586/202. New York, 17 settembre 1959, ore 3,50 (perv. ore 8).

Oggetto: Questione Alto Adige.

Siamo stati informati da Dainelli su colloquio Kreisky-Guidotti in cui Ministro Esteri austriaco ha preannunciato dedicherà gran parte sue dichiarazioni ad Alto Adige in dibattito Assemblea Generale ed ha richiesto che dichiarazione risposta italiana sia moderata e tale da non creare irreparabile. Abbiamo anche preso visione telegramma ministeriale 11322 e allegati. Con senatore Piccioni stiamo esaminando modo migliore nostro atteggiamento e reazione. Tenendo conto che discorso austriaco è previsto per lunedì 21, ci interesserebbe avere: 1) testi telegrammi menzionati in rapporto 4658 di Vienna(2) (261, 262, 265, 266)(3); 2) ogni ulteriore informazione su stato attuale negoziati bilaterali e su eventuali nuovi colloqui Vienna; 3) notizie se in previsione dichiarazioni austriache Nazioni Unite si è ravvisato utile compiere passi presso cancellerie dei Paesi amici e alleati.

Penseremmo anche apprestare breve memorandum illustrativo in base documentazione recata qui Dainelli da distribuire giornalisti lunedì, beninteso soltanto […]4 dopo che Kreisky farà preannunciate dichiarazioni. Ciavrebbe svantaggio precedere dichiarazioni Ministro, ma offrirebbe vantaggio consentirci almeno tentativo controbilanciare dichiarazioni austriache subito dopo che sono state pronunciate, preparando per di piterreno a dichiarazione S.E. Ministro.

Resto in attesa cortesi urgenti comunicazioni(3).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Non pubblicato.


3 Con T. segreto 14171/134 dello stesso 17 settembre (ibid.), Grazzi riassumeva il tenore dei telegrammi richiesti e comunicava che non si era ritenuto opportuno al momento chiedere l’appoggio dei Paesi alleati. Dichiarava inoltre di essere d’accordo circa il breve memorandum per la stampa.


4 Gruppo mancante.

103

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 27071/1122. Washington, 19 settembre 1959, ore 20 (perv. ore 2 del 20).

Oggetto: Discorso Kruscev.

Assistente Segretario di Stato Farley mi ha espresso delusione per discorso Kruscev alle Nazioni Unite(2) in cui «unica cosa sarebbe termine quattro anni» per arrivare a disarmo generale.

Progetti simili erano stati menzionati in questi ultimi quarant’anni da vari esponenti mondo democratico come da comunisti ma una cosa è individuare una meta e altra è specificare come la si raggiunga. Americani rimasti assai sorpresi da totale assenza proposte nuove e costruttive. Per quanto esame discorso e documento sovietico non fosse ancora approfondito colpiva assenza qualsiasi proposta concreta nuova e assoluta vaghezza su aspetti controllo. Punto maggiormente debole era appunto mancanza ogni elemento specifico idoneo assicurare le altre parti su effettivo smantellamento apparato militare. Kruscev accettava ispezione aerea e idea controlli, senza tuttavia indicare alcune modalità, e per di pili relegava a disarmo avvenuto.

Anche memorandum non faceva che ripetere, a volte pedissequamente, temi proposte del 1927. Quanto a misure disarmo parziale e progressivo non si faceva che ripetere proposte 1955 con qualche maggiore specificazione e molte ambiguità.

Farley concluso ripetendo delusione Dipartimento per mancanza nuove proposte, per impostazione utopistica e completa deficienza reale controllo.

Avvertiva tuttavia necessità essere cauti in commenti ufficiali per non fare gioco sovietico che vuole mettere Occidente in difficoltà dal punto di vista opinione pubblica.

Ho risposto che condividevo giudizi e necessità cautela. Aggiunto che problema presentavasi anche per noi poiché V.E. sarebbe stato uno dei primi occidentali a parlare in Nazioni Unite dopo Kruscev, e certamente non avrebbe potuto ignorare disarmo.

A titolo personale – e anche per saggiare reazioni Farley e suoi assistenti presenti colloquio – ho detto che impostazione potrebbe forse essere questa: dichiararsi pronti accettare in linea di principio proposta sovietica nell’assunto che questa implichi come deve necessariamente implicare abolizione tutti segreti militari, immediata verifica entità rispettive forze armate, immediati inventari delle armi e distruzione di esse, analoghi inventari fabbriche armamenti al fine loro riconversione, il tutto sotto il pipieno controllo e congiuntamente ad una parallela abolizione di tutte le restrizioni di movimenti di persone e di notizie. Ove sovietici non fossero pronti accettare tutto ciloro piano non avrebbe contenuto serio; dovrebbesi allora passare a studio disarmo graduale, bilanciato e controllato per cui appunto erasi costituito Comitato dei Dieci al quale Italia intende dare suo incondizionato apporto per mettere termine a corsa armamenti e iniziare loro progressiva riduzione.

Farley mi ha detto condividere una simile impostazione politica perché rispondente alle esigenze generali opinione pubblica.

Ha persottolineato necessità dividere nettamente parte teorica da quella pratica evitando attribuire a idea principale Kruscev dignità vera proposta pratica. Ciconsentirebbe passare a disarmo graduale al quale sovietici dovrebbero essere richiamati collaborare con spirito costruttivo in sede appropriata Commissione Dieci.


1 Telegrammi segreti 1959, Stati Uniti d’America, arrivo e partenza, vol. II.


2 Il testo integrale del discorso è in UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, 799th Plenary Meeting, Friday, 18 September 1959, at 3.00 p.m., pp. 31-38.

2

Non pubblicata. È la A/4219 in UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, Annexes, 15 September-3 December 1959, item 70, pp. 2-8. Per il tenore del discorso pronunciato da Chruščëv in Assemblea si veda ISPI, Annuario di Politica Internazionale, 1959, pp. 192-193 e D. 103, nota 2.

105

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 27080/209. New York, 20 settembre 1959, ore 3 (perv. ore 8).

Oggetto: Questione Alto Adige.

Oggi incontrandomi a colazione offerta Ministro Esteri giapponese, Rappresentante permanente austriaco Matsch è venuto di sua iniziativa a parlarmi dell’imminente discorso di Kreisky. A mia domanda su argomenti che sarebbero stati trattati mi ha parlato disarmo, principi generali ONU, Paesi sottosviluppati, ammettendomi poi che circa trenta per cento del discorso (che egli già conosceva) sarebbe stato dedicato Alto Adige. Mi ha rilevato che di cirisultavagli essere già stata data notizia a mio Governo. Da suoi accenni successivi dovrei dedurre che parte discorso Kreisky circa Alto Adige sarebbe ispirata a tono polemico (Matsch mi ha detto «conciliativo») riconoscendo anzi virte retaggio spirituale e culturale italiani e anche dando atto Governo italiano aver preso in seria considerazione problema.

Kreisky passerebbe quindi a parlare negoziati bilaterali in corso con noi, in relazione cui andamento (che mi sembra avrebbesi intenzione descrivere come non soddisfacente) e risultato finale, Governo austriaco potrebbe adire altre istanze internazionali. Vi sarebbe chiara menzione necessità autonomia (con inclusione Bolzano ed esclusione Trento).

Ho detto a Matsch che parlandogli altrettanto francamente non potevo celargli come considerassi tale iniziativa con estrema perplessità. Discorso suo Ministro avrebbe gettato in agone Nazioni Unite problema riguardante provincia italiana, di carattere quindi interno, anche se vi erano, attraverso accordo Gruber-De Gasperi, addentellati internazionali.

In un ambiente quale quello delle Nazioni Unite ciavrebbe potuto costituire per stampa internazionale succoso argomento, da cui avrebbero potuto derivare soltanto svantaggi per Occidente.

Gli ho francamente detto che non vedevo come mio Ministro, se Kreisky avesse parlato, avrebbe potuto evitare rispondere (al che Matsch ha voluto mostrarsi preoccupato e sorpreso) e rispondere anche in modo remissivo. Bastava guardare a Carta Nazioni Unite ed a lettura accordi per vedere come iniziativa gettare problemi in agone ONU era rintuzzabile. Mi domandavo persino, in via del tutto personale, come mio Ministro Esteri, se discorso Kreisky fosse stato polemico, avrebbe potuto accettare, subito dopo, incontro conviviale che, risaputo da stampa, avrebbe potuto avere serie conseguenze in opinione pubblica italiana.

Matsch preoccupato, dopo avermi detto che colazione suo Ministro era per altri dieci Ministri Esteri e non sarebbe stata comunicata alla stampa, mi ha quindi ammesso e dichiarato che:

A) Hammarskjoeld, al quale egli aveva due volte parlato intenzioni di Vienna, lo aveva con insistenza scoraggiato rilevando carattere interno o almeno intereuropeo problema e mancanza minaccia a pace e sicurezza e quindi elementi suscettibili serio dibattito in Nazioni Unite;

B) egli stesso, Matsch, non vedeva, a parte dichiarazioni in dibattito generale, quale altra via suo Governo avrebbe potuto utilmente battere in Nazioni Unite;

C) egli, Matsch, riteneva personalmente che se si fosse adito Corte Giustizia Internazionale (argomento da lui menzionato in relazione a intesa che secondo lui sarebbesi raggiunta ieri a Strasburgo tra gruppi parlamentari italiano ed austriaco implicante deferimento problema a Consiglio Ministri Europa e in caso non raggiungimento soluzione a Corte predetta) si sarebbe per circa due anni potuto evitare di perseguire qualsiasi altra procedura societaria;

D) vedeva poi nostra posizione verso Corte Internazionale molto forte data lettera accordo De Gasperi - Gruber.

Probabilmente Matsch si è espresso in tal modo (ed analogamente si era espresso con me nel gennaio scorso come risulta dal mio telegramma 502) a scopi tattici. Fino a che punto egli si sia realmente preoccupato ed in quale misura voglia attenuare le nostre reazioni difensive è difficile dire.

Ho comunque ritenuto opportuno ripetergli che se suo Ministro avesse parlato, egli poteva attendersi lo stesso da parte italiana.

Alla fine conversazione mi ha pregato vivamente non citare suo nome riferendo nostra conversazione e caratterizzandola come avutasi in ambiente Delegazione austriaca, il che prego codesto Ministero voler cortesemente tener presente(3).

Saranche grato telegrafarmi notizie circa accordo che secondo Matsch sarebbesi raggiunto Strasburgo(4).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Con ogni probabilità il riferimento del testo è errato. Il colloquio con Matsch cui si fa riferimento è datato a marzo. Vedi D. 39.


3 Con T. segreto 27242/213 del 22 settembre (ibid.), Ortona comunicava poi: «Seguito telefonata odierna, ho parlato ad ambasciatore Matsch declinando invito a S.E. Ministro e a me per domani colazione, e motivando anche con ragioni che già gli avevo menzionato in nostro precedente colloquio».


4 Per le notizie circa l’accordo, Betteloni aveva rinviato al T. segreto 14312/162 (Vienna) 142 (New York) (ibid.) del 19 settembre, che riproduceva il T. segreto 26762/49 del 17 settembre da Strasburgo (Telegrammi segreti 1959, Consolato a Strasburgo, arrivo e partenza), nel quale Bombassei aveva comunicato come né in sede dibattito giuridico su minoranze, né in corso dibattito politico generale, vi fossero stati interventi su Alto Adige, a seguito intese per le quali «divergenze italo-austriache circa applicazione accordo De Gasperi-Gruber non sarebbero state apertamente invocate né dagli uni né dagli altri».

106

IL SERVIZIO STAMPA ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. 14440/1452. Roma, 21 settembre 1959, ore 23

Oggetto: Reazione dichiarazioni Ministro Esteri austriaco.

Sulla base testo pervenuto tramite agenzie è stata fatta seguente dichiarazione portavoce ufficiale esteri su discorso Kreisky(3):

Dichiarazioni che Ministro Esteri austriaco ha fatto oggi Nazioni Unite non possono non essere considerate fuori luogo da Governo italiano, il quale aveva peraltro notizia intendimento del Ministro.

Questa valutazione è motivata anzitutto dal fatto che tutto quello che attiene amministrazione Alto Adige è questione interna italiana e non puquindi essere portata di fronte a tale foro internazionale.

In secondo luogo argomenti che Ministro Esteri austriaco ha avanzato (ad esempio quello dell’edilizia popolare, uso del bilinguismo e uso della lingua tedesca di fronte tribunali) sono proprio fra quelle questioni sulle quali si stavano svolgendo conversazioni tra Governo austriaco e nostra Ambasciata Vienna.

Mossa austriaca non è quindi destinata a facilitare né buon esito dette conversazioni né quei rapporti tra Italia ed Austria ai quali peraltro Ministro austriaco sembra portare interesse(4).


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Il T. è a firma Gardini.


3 Nel discorso, pronunciato all’Assemblea delle N.U. il 21 settembre Kreisky esponeva le divergenze di interpretazioni dell’accordo De Gasperi-Gruber, insistendo soprattutto sui fattori economici e sociali che danneggiavano la minoranza tedesca, sulla impossibilità di usare il tedesco nei tribunali e sostenendo l’autonomia provinciale, secondo i disegni di legge presentati al Parlamento italiano dai rappresentanti della SVP. Kreisky concludeva affermando che qualora i negoziati con l’Italia non avessero dato risultati soddisfacenti, al Governo austriaco «non resterà altro che chiedere alle Nazioni Unite, sulla base della Carta, di occuparsi di questo problema il pipresto possibile». Il testo dell’intervento è in UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, 800th Plenary Meeting, Monday, 21 September 1959, at 10,30 a.m., pp. 39-40.


4 Per il discorso di Pella in risposta vedi D. 111.

107

L’AMBASCIATORE A PRETORIA, CARROBIO DI CARROBIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 2176/7132. Pretoria, 21 settembre 1959.

Oggetto: Politica razziale sudafricana.

Ho preso conoscenza con interesse delle reazioni registrate al Foreign Office, al Quay d’Orsay ed allo State Department in merito alla politica razziale sudafricana.

In sostanza si pudire che i tre Governi, pur preoccupati della debolezza che il problema sudafricano rappresenta per gli Occidentali, siano convinti che un loro intervento ed anche solo, come dice Washington, un «troppo diretto interessamento» mentre da un lato, secondo Londra, «ben difficilmente potrebbe indurre il Governo sudafricano a chiarire le proprie intenzioni», rischierebbe dall’altro «di turbare i rapporti con l’Unione, contribuendo ulteriormente ad accentuarne l’isolamento», come sostiene il Quay d’Orsay.

Questa sostanziale identità di vedute è tuttavia accompagnata da notevoli sfumature: decisamente ostili a qualsiasi azione, non solo propria ma anche «isolatamente di una Potenza occidentale», i francesi; contrari ad un diretto interessamento, ma pronti ed attivi in un’azione psicologica indiretta, gli americani; decisi ad astenersi, ma ben lieti se altri volesse agire, gli inglesi.

Il problema, che ho già prospettato con maggiori dettagli in precedenti rapporti, si pone in termini assai semplici: i sudafricani bianchi sono decisi, a qualsiasi partito appartengano (salvo qualche frazione marginale), a conservare il potere che detengono attualmente. I sistemi propugnati a tale scopo dai due pigrandi partiti bianchi sono:

1) stato multirazziale in cui la concessione dei diritti politici ai neri sia opportunamente dosata nel tempo in modo da assicurare la permanenza della «white leadership with justice for forseeable future». 2) Concessione di autonomie locali, con dichiarata disposizione a concedere anche, a suo tempo, l’indipendenza. In proposito mi riferisco al mio telespresso n. 2079/689 dell’11.9.19593.

La prima tesi è sostenuta dal partito ora all’opposizione (United Party) e la seconda dal Partito nazionalista che detiene il potere che, secondo le generali previsioni, dovrebbe nelle prossime elezioni provinciali (14 ottobre) vedere pio meno riconfermata la propria predominanza. Se così fosse, il Governo nazionalista avrebbe sicuramente assicurati ancora altri 3 anni di vita, se non addirittura 5 qualora dovesse cercare di approfittare delle scontate disposizioni degli elettori e indire subito nuove elezioni politiche.

Non potendosi pertanto prevedere per il prossimo futuro modifiche sostanziali nella situazione interna dell’Unione, viene fatto di domandarsi se, pur non abbandonando la nota posizione che trattasi di questioni di politica interna, nulla possa essere tentato per far sì che il problema sudafricano in ONU sia meno scottante, rendendo così meno difficile la posizione dei Paesi occidentali sia in quella sede che, in genere, nella loro politica verso i Paesi africani ed asiatici; se cifosse possibile, ne verrebbero anche facilitati i rapporti bilaterali con lo stesso Sud Africa, per non parlare dei problemi pidelicati e complessi che deve fronteggiare Londra in relazione ai rapporti col Commonwealth.

Un programma che arriva a prevedere, sia pure in un lontano futuro, l’«indipendenza per i neri» dovrebbe pur apparire suscettibile di affrontare la critica mondiale, sempreché ad esso si voglia e possa dare credito. Almeno teoricamente, non dovrebbe – pertanto – essere impossibile tentare un’azione mirante ad ottenere in favore del Sud Africa un periodo di respiro per consentirgli di dimostrare ciche è capace di realizzare: un po’ quello che venne fatto proprio per la Francia in Algeria un paio di anni fa (Assemblea 1956/57). Naturalmente per un tentativo del genere occorrerebbe la collaborazione del Governo di Pretoria, che dovrebbe meglio chiarire il proprio pensiero e fornire la prova della serietà delle sue intenzioni: se il mondo occidentale avvicinasse questo Governo con questo scopo in mente e non certo con quello di far modificare la politica razziale del Governo sudafricano (cosa alla quale nessuna mente sensata avrebbe mai potuto sognare di pensare) non mi pare che la cosa sarebbe tanto difficile e rischiosa, trattandosi, in realtà, solo di indurre questi dirigenti a facilitarci il compito di aiutarli: naturalmente la cosa dovrebbe essere circondata dalla piassoluta riservatezza. Che se poi le previsioni negative di Londra, Parigi e Washington dovessero avverarsi e nulla si potesse ottenere qui, si sarebbe pur sempre raggiunto un risultato: quello di dimostrare in modo incontrovertibile a questi governanti le favorevoli disposizioni del mondo occidentale, il che non potrebbe certo rendere piprobabile il verificarsi di quella eventualità (uscita dall’ONU) paventata da Washington o di quell’altra (uscita dal Commonwealth) paventata da Londra.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 249.


2 Indirizzato, per conoscenza, anche alle Ambasciate a Londra, Parigi, Washington e alla Rappresentanza presso l’ONU a New York.


3 Non pubblicato.

108

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 27309/215. New York, 22 settembre 1959, ore 7,30 (perv. ore 14,30).

Oggetto: Sottocomitato Inchiesta Laos.

Risultami aver avuto luogo ieri l’altro conversazione tra Hammarskjoeld ed Herter, nel corso della quale Segretario Generale avrebbe espresso opinione che Sottocomitato Inchiesta non possa protrarre troppo suo soggiorno Laos.

Sottocomitato ha mandato non molto preciso ed avrebbe bisogno di frequenti istruzioni che non potrebbe ottenere se non da Consiglio Sicurezza che a sua volta non sarebbe in grado impartire e date circostanze in cui Sottocomitato è nato.

Idea Hammarskjoeld, secondo confidenziali informazioni avute da americani, sarebbe di:

1) far accelerare tempi Sottocommissione;

2) farle presentare rapporto che, sollevando necessità adozione decisioni sostanza, susciterebbe veto sovietico;

3) far rinviare allora problema ad Assemblea la quale dovrebbe addivenire a decisioni implicanti qualche azione Segretario Generale (che avrebbe così quel crisma per azione che oggi mancagli) e anche qualche «presenza» ONU in Laos.

Herter avrebbe già espresso perplessità e contrarietà ritenendo che disegno Hammarskjoeld, facilitando veto sovietico annullerebbe effetti psicologici recenti decisioni Consiglio Sicurezza e nuovamente deprimerebbe autorità e prestigio Consiglio stesso che decisioni predette avevano invece potenziato. Potrebbe forse, secondo americani, prevedersi che attività Sottocommissione in Laos si protragga, anche se non con continuata presenza quattro membri Sottocommissione, per lo meno in qualche modo, sia pure saltuario, che tale presenza comunque assicuri per un po’ di tempo ancora: cianche perché tale presenza ha già assolto buona finalità sedatrice. Americani aggiuntomi che Herter intenderebbe intrattenere nuovamente a fondo Segretario Generale in argomento.

Anche Ambasciatore francese mi ha detto da parte sua che, pur non volendo escludere qualche intervento avvenire Segretario Generale, occorreva per ora far sì che Sottocommissione protragga suo soggiorno evitandosi così impressione sua inefficienza o inutilità recenti decisioni Consiglio. Presenza Sottocommissione sarebbe anche in linea con tendenze francesi tentare ogni modo per ritardare richiesta da parte Governo Laos intervento SEATO e Governo americano

Delegazione inglese appare anche essa favorevole a protrazione missione Sottocomitato, pur non dimostrandosi contraria a che in prosieguo di tempo qualche reinserimento Segretario Generale venga disposto.

Dei Paesi membri Sottocommissione ho ritenuto parlare della questione per ora solo con mio collega argentino, il quale anche conviene su necessità evitare che eccessiva rapidità e sterilità azione Sottocommissione si traduca in perdita prestigio Consiglio Sicurezza, come si avrebbe anche con un veto sovietico a breve distanza da recenti decisioni.

Ritengo anche io opportuno che Sottocommissione non precipiti azione e che convenga per ora incoraggiare Hammarskjoeld in idee quali espostemi da americani, pur sempre contemplando possibilità suo intervento in un tempo pilontano.

Sarei grato, se d’accordo, trasmettere presente telegramma a Barattieri, aggiungendo quanto segue: «Ti sarei grato tuoi urgenti commenti, anche perché non escluderei che Hammarskjoeld mi intrattenga in argomento data mia Presidenza Consiglio. Tieni anche presente ad ogni buon fine e per eventuali comunicazioni che 29 settembre io offrircolazione mensile a membri Consiglio Sicurezza, quale Presidente cessante».

Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

109

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 27281/217. New York, 22 settembre 1959, ore 1,35 (perv. ore 11).

Oggetto: Dichiarazioni Kruscev.

Mio 208(2).

Delegazione russa ha formalmente richiesto che proposta per «disarmo generale e completo» venga iscritta agenda Assemblea come punto specifico, separato da altre questioni relative disarmo.

Questa impostazione sta a confermare – ed è questa impressione generale – valore puramente propagandistico proposta annunciata da Kruscev. Piche con problemi del disarmo, tale proposta è da mettere in relazione con quella serie di questioni di cui sovietici si sono fatti regolarmente promotori nelle passate assemblee e che per vari anni avevano avuto come oggetto principi della «coesistenza pacifica».

È da notare che né in discorso Kruscev né in memorandum sovietico è stata fatta menzione Comitato a Dieci deciso a Ginevra.

Da conversazioni con colleghi occidentali ho tratto impressione che non si consideri buona tattica svalutare piani sovietici definendoli come mossa propagandistica, date conseguenze che cipotrebbe avere su opinione pubblica mondiale.

Ci si orienta invece nel senso di accettarne iscrizione ordine del giorno, facendo in modo perche esso venga discusso nel quadro complessivo problema disarmo e non come argomento isolato.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. 26968/208 del 19 settembre, non pubblicato.

110

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, SEGNI(1)

Appunto(2). Roma 22 settembre 1959.

L’Ambasciatore di Francia ha comunicato un messaggio del suo Governo a tutti i Governi della NATO, nel quale si chiede l’assicurazione che vi sarà unanimità tra i Paesi dell’Alleanza per fornire al Governo francese ogni possibile appoggio sul nuovo corso della politica algerina stabilita dalla Dichiarazione del Generale De Gaulle(3).

Tale appoggio potrebbe esercitarsi sia in via diretta anche in occasioni di riunioni internazionali, sia in linea indiretta e cioè nei riguardi dei Paesi arabi.

L’on. Pella propone di rispondere all’Ambasciatore di Francia che la nuova politica francese è seguita con la piviva simpatia da parte dell’Italia la quale spera che il doloroso conflitto algerino possa rapidamente venire sopito.

Il Governo italiano pertanto farà tutto quanto è in suo potere in tale direzione. Tuttavia il ministro Pella propone di specificare all’Ambasciatore di Francia che cinon significa una assicurazione in merito al voto dell’Italia in occasione del dibattito alle Nazioni Unite. Anche se si pupresumere che la Rappresentanza italiana assumerà un atteggiamento favorevole alle tesi francesi, il solo fatto di non conoscere ancora il testo della mozione sulla quale si dovrà votare, rende impossibile fornire tale assicurazione per il momento.

Il ministro Pella prega V.E. di farmi sapere se posso essere autorizzato ad esprimermi nel senso sopra indicato con l’Ambasciatore di Francia(2).


1 Segreteria Generale, 1959, pos. 11-19/1, ONU.


2 L’appunto, autografo, reca il visto del Presidente del Consiglio ed a margine la seguente annotazione manoscritta con la data del 22. 9. 1959: «L’on. Presidente del Consiglio è d’accordo. F. Sensi».


3 La dichiarazione programmatica sul futuro dell’Algeria fu pronunciata da De Gaulle il 16 settembre a Parigi alla radio e alla televisione. Vedi «Relazioni internazionali», 1959, II semestre, 39, pp. 1341-1342.

111

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 27502/220. New York, 23 settembre 1959 (perv. ore 20,30).

Oggetto: Questione Alto Adige.

Solo per Esteri: È stato telegrafato a Vienna quanto segue:

Per tutti: Ministro Affari Esteri nel suo discorso(2) al dibattito generale quattordicesima Assemblea Nazioni Unite ha detto quanto segue a proposito intervento ministro Kreisky su Alto Adige(3):

Italia fa parte ONU da poco pidi tre anni, ma io desidero affermare che, fin da costituzione di quest’organismo di pace e di progresso, mio Paese ha avuto un grande rispetto per ideali da esso perseguiti. Nessuno sarà piligio di noi allo spirito ed alla lettera Carta Nazioni Unite. A questo punto mi incombe di soffermarmi su quella parte delle dichiarazioni di avant’ieri del Ministro degli Esteri austriaco che tocca direttamente mio Paese. Governo italiano respinge nettamente tentativo di sollevare qui un problema che esula da competenza questa Assemblea. Debbo inoltre deplorare singolare procedura Governo di Vienna di fare delle dichiarazioni mentre sono in corso conversazioni diplomatiche abbraccianti la intera gamma dei rapporti italo-austriaci, ivi compresi alcuni aspetti applicazione di quegli accordi De Gasperi-Gruber con cui, nel 1946, si è voluto una volta per tutte regolare questione Alto Adige.

Tentativo iniziare in sede internazionale pubblica polemica rischia rendere inutili dette conversazioni. Se è questo che Austria vuole, essa dovrà assumere tutta responsabilità. Esso significa disconoscimento fatti e risponde a scopi che con fatti econ termini accordo De Gasperi-Gruber nulla hanno a che vedere. È infatti impossibile trovare terreno intesa con chi protesta allegando di non ottenere e dimentica di aver ottenuto; con chi contratta una soluzione come definitiva e poi ne fa le basi di ulteriori pretese; con chi crea artificialmente i motivi di polemica perché vuole crisi permanente. Poiché intervento Ministro Kreisky – sia laddove tocca sfera interna italiana, sia laddove concerne valutazione giuridica di un accordo bilaterale – esula dalla competenza di questa Assemblea, non intendo entrando nel merito avallare inammissibile interpretazione delle norme statutarie tentata da Governo austriaco. Qui basterà che io ricordi come Italia non solo ha applicato accordo De Gasperi-Gruber, ma ha assicurato alle minoranze Alto Adige un trattamento che non è superato, per liberalità, in nessuna altra regione del mondo. Non va del resto dimenticato che allogeni Alto Adige hanno già effettuato un libero referendum allorché, dopo aver nel 1939 optato nella loro maggioranza in favore del proprio trasferimento nella Germania nazista, hanno poi chiesto ed ottenuto, al termine della Seconda Guerra Mondiale, di tornare ad essere cittadini italiani. Questa fu una libera scelta che deve essere considerata definitiva.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 In UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, 804th Plenary Meeting, Wednesday, 23 September 1959, at 10.30 a.m., pp. 120-124.


3 Vedi D. 106, nota 3.

112

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. urgente 024. New York, 23 settembre 1959.

Oggetto: Discorso di S.E. il Ministro all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Informo codesto Ministero che in data odierna S.E. il Ministro ha pronunciato il suo discorso di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite(2).

La scelta di un’ora della mattina dopo i discorsi di due Delegati di Paesi minori ha contribuito a concentrare notevole attenzione sopra le dichiarazioni del Ministro italiano. D’altro canto una certa aspettativa era anche creata dalla notizia che si era diffusa negli ambienti delle Nazioni Unite secondo cui S.E. il Ministro avrebbe risposto nel suo intervento alle dichiarazioni del Ministro degli Esteri austriaco sul problema dell’Alto Adige. Si è avuta così un’aula ben popolata e si è avuta chiara l’impressione del vivo interesse suscitato nei Delegati dalle dichiarazioni del Ministro degli Esteri italiano. È da notarsi anche che il numero dei Delegati che subito dopo il discorso o anche durante la seduta pomeridiana sono venuti a felicitarsi con S.E. il Ministro o con membri della Delegazione italiana ci è apparso superiore alle solite manifestazioni di cortesia rituale(3).

Vorrei a questo riguardo rilevare anche che, a parte i ringraziamenti e i commenti fattici dagli israeliani e dagli egiziani sul problema del libero passaggio delle navi nel bacino del Mediterraneo, l’Ambasciatore di Francia ha personalmente espresso il suo apprezzamento recandosi a felicitare S.E. il Ministro subito dopo le dichiarazioni, con evidente riferimento alla sua soddisfazione per quanto detto da lui sul problema algerino.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale. 2 Vedi D. 111, nota 2. 3 Il 25 settembre Kreisky sollevancora la questione in Assemblea con nuove dichiarazioni, alle quali fece seguito la replica di Pella (UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, 809th Plenary Meeting, Friday, 25 September 1959, at 3 p.m., pp. 191-192).

113

IL REGGENTE DEL SERVIZIO NATO, BACCHETTI, ALLE AMBASCIATE A PARIGI E MONROVIA, ALLA DIREZIONE GENERALE AFFARI POLITICI, UFFICI I, III E SERVIZIO ONU 1

Telespr. segreto 21/02017. Roma, 25 settembre 1959.

Oggetto: Esplosioni nucleari francesi nel Sahara. Passo dell’Incaricato d’affari di Liberia.

L’Incaricato d’affari di Liberia è stato ricevuto, a sua richiesta, dal Direttore Generale aggiunto degli Affari Politici e, riferendosi a un colloquio tra il suo Ambasciatore e

S.E. il Ministro Pella, ha chiesto notizie in merito all’atteggiamento italiano sull’Algeria.

Il Ministro Grillo ha richiamato al riguardo le dichiarazioni che S.E. il Ministro ha fatto nel suo recente discorso alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite(2) – dichiarazioni che l’Incaricato d’affari ancora non conosceva e che sembra lo abbiano soddisfatto.

2. Sempre riferendosi al predetto colloquio tra il suo Ambasciatore e S.E. il Ministro Pella, l’Incaricato d’affari ha chiesto di conoscere lo sviluppo del nostro atteggiamento nei confronti della progettata esplosione francese nel Sahara nonché il tenore del rapporto dei nostri esperti.

Il Ministro Grillo si è limitato a dire, a questo riguardo, che i nostri esperti non potevano giungere a conclusioni definitive se non dopo essersi incontrati con gli esperti francesi e, circa questo incontro, ha richiamato le dichiarazioni di S.E. Pella alla Commissione Esteri.

Poiché l’Incaricato d’affari insisteva sull’importanza della cosa, gli è stato dimostrato, carta geografica alla mano, che la preoccupazione dei Paesi africani non poteva essere maggiore della nostra, in quanto la distanza dell’Italia dal luogo della progettata esplosione è inferiore a quella che intercorre tra questo e la maggior parte dei Paesi africani. Proprio noi, anziché protestare, ci eravamo fatti promotori di un’iniziativa tendente ad accertare sul piano pratico e scientifico se vi fossero o meno pericoli; di cigli altri Paesi avrebbero dovuto esserci grati.

L’Incaricato d’affari ha finito per esprimere il ringraziamento del suo Paese per l’azione che si è svolta e si sta svolgendo da parte italiana.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale. 2 Vedi D 111, nota 2.

114

L’INCARICATO D’AFFARI A BONN, CATALANO DI MELILLI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 11741/24882. Bonn, 25 settembre 1959.

Oggetto: Posizione tedesca di fronte proposta disarmo.

Il Segretario di Stato alle Informazioni ha ripetuto ieri alla sua conferenza stampa (v. telegr. 3593) che il Governo federale non riteneva prendere posizione sulle proposte di disarmo del sig. Kruscev: esattamente ciche mi aveva detto il sig. Scherpenberg nel colloquio che ebbi con lui (v. telegr. 3633).

In realtà in questa settimana sull’argomento non sono mancate prese di posizione di Ministri ed uomini politici: anzi hanno perfino abbondato.

Strauss a due riprese, Eckardt per ben tre volte, Gerstenmaier, Lemmer ancora una volta ieri, lo stesso Cancelliere davanti alla frazione parlamentare espresse il suo pensiero e lo lasciillustrare dalla stampa.

Infine nello spazio di quattro giorni l’ufficiosa Deutsche Presse Agentur due volte di seguito ha emesso due comunicati chiaramente ispirati.

Si allega l’ultimo tale qual è apparso sulla stampa.

Questo propone tra l’altro che «il Governo federale, al fine di esaminare se le intenzioni sovietiche siano sincere, desidererebbe che le proposte del sig. Kruscev siano discusse in seno al Comitato di disarmo composto di rappresentanti paritetici del blocco orientale ed occidentale, istituito dopo la Conferenza di Ginevra».

La proposta è elegante e dato che facciamo parte di quel Comitato, potrebbe offrire degli spunti interessanti per noi. Sull’argomento mi riservo di ritornare desiderando appurare fino a che punto si tratta di una intenzione già accolta dal Cancelliere e che egli sostiene, ovvero un semplice «ballon d’essay».

Vi è quindi un bizantino distinguo tra l’asserire che il Governo federale non si pronuncia ufficialmente e quei modi assai poco coperti in cui si esprimono le personalità pirappresentative della Repubblica Federale.

La verità è che i circoli politici tedeschi sono seriamente preoccupati: all’Auswartiges Amt non ci si è nascosto che questa preoccupazione non si dissiperà tanto presto neanche in fondo dopo i colloqui di Camp David. Questi si presentano come un’altra tappa della nuova fase dei rapporti russo-americani, un nuovo assaggio ancora piin profondità dei precedenti numerosi incontri ad altri livelli.

Il supervertice – come ormai si puchiamare questa conferenza a due – durerà almeno fino alla restituzione della visita da parte di Eisenhower. Solo dopo sarà possibile tirare un po’ di respiro. Si arriverà fino ad una conferenza allargata, quella cosidetta al vertice? Non si presenterebbe questa già annacquata dagli altri incontri a due?

Ma a queste preoccupazioni, radicate in due disposizioni psicologiche (l’una di non disturbare l’azione americana per non urtare Washington, l’altra di influenzarla mettendola in guardia contro la sirena sovietica) si aggiunge una buona dose di imbarazzo.

Questo imbarazzo nasce da una bizzarra ma non paradossale collusione fra lo sviluppo dato dai russi alla loro manovra diplomatica ed il rovesciamento operato dal Cancelliere nell’impostare quella tedesca.

Come questa Ambasciata ha spesso avvertito, riunificazione, disarmo e sicurezza sono tre esigenze che, nel conflitto Est ed Ovest, la Repubblica Federale tende a presentare ora come concomitanti, ora dando la precedenza all’una piuttosto che all’altra. Così per lungo tempo il disarmo è stato postulato come una conseguenza della riunificazione, oggi è diventato la condizione per ottenere la riunificazione. Cinaturalmente in alternativa inversa alla posizione assunta dai russi.

Il Cancelliere ha sempre considerato la riunificazione non come un fine da raggiungere (tesi ingenua dell’opposizione), ma ora come una formula che consentisse alla Repubblica Federale di evitare di essere oggetto delle determinazioni altrui e di giocare invece tra le tesi dei quattro ex-alleati.

Davanti all’offensiva in grande stile sviluppata dai sovietici sul tema del disarmo, rendendosi conto degli imponderabili riflessi che puavere non solo genericamente nel mondo ma sopratutto negli Stati Uniti isolando la Germania in una impopolare opposizione, il Cancelliere ha cercato di rubare il tempo ai sovietici mettendo in un angolo la riunificazione e facendosi disinvoltamente araldo di un disarmo in profondità il pipossibile esteso e radicale.

Fa una certa impressione a chi ricorda l’inflessibilità del partito di maggioranza nel richiedere riunificazione e autodeterminazione, sentire oggi dalla bocca del Ministro per gli Affari Pantedeschi, il berlinese Lemmer, la dichiarazione di oggi davanti alla stampa estera: «Il problema della Germania non deve bloccare lo sviluppo del disarmo e le questioni politiche non potranno essere regolate se non nella fase finale di un accordo di disarmo generale e controllato».

Kruscev altre volte duro e bellicoso si mostra gioviale, arrendevole, possibilista; il Cancelliere, correggendosi, gli fa da controfigura: come se percependone il lato caricaturale da imbonitore provasse a sostenere la stessa parte, ma nello stile che gli è proprio, dignitoso e misurato, anche se un po’ secco e senza contorni.

Evidentemente nessuno dei due crede al disarmo generale ma l’uno lo propone per introdurre piani di disarmo parziale atti a disserrare il cerchio delle basi americane e ad indebolire i Paesi europei, l’altro cerca di sfuggire all’alternativa riconducendo i sovietici a dare la prova del loro effettivo neo-pacifismo: egli non ha perduto il ricordo né della campagna per la pace di staliniana memoria né del Kruscev della prima e seconda Ginevra.

Russi e tedeschi si trovano quindi a battere lo stesso tasto in materia di disarmo; ma se i primi lo possono fare con disinvoltura ed impudenza, anzi quanto maggiore sarà la disinvoltura e l’impudenza tanto pifacilmente potrà riuscire la manovra, i secondi devono farlo con prudenza e circospezione. Il Cancelliere avverte infatti sul fianco la duplice insidia inglese e socialdemocratica: il pericolo reale è che gli inglesi si facciano mallevadori dei russi presso gli americani non per un impossibile disarmo totale ma appunto per degli esperimenti di zone di disarmo parziale. Sullo sfondo del quale non si puintravedere il riconoscimento dell’altra Germania e quindi una nuova fase dei rapporti intertedeschi che sarebbe comunque in contrasto con la politica di cui si è fatto finora strenuo assertore il Cancelliere(4).


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Indirizzata per conoscenza alle Ambasciate a Londra, Parigi, Washington e alla Rappresentanza presso il Consiglio atlantico a Parigi.


3 Non pubblicato.


4 In calce a penna la seguente notazione, con ogni probabilità del Segretario Generale agli Affari Esteri, Grazzi, che aveva vistato il documento: «Non sono d’accordo».

115

L’AMBASCIATORE A OTTAWA, DE FERRARIIS SALZANO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 3868/11102. Ottawa, 28 settembre 1959.

Oggetto: Il Canada e l’ammissione della Cina alle Nazioni Unite.

Il seppellimento, fino all’anno venturo, di ogni tentativo di discutere l’ammissione della Cina comunista alle Nazioni Unite è stato registrato dall’opinione canadese senza sorpresa e senza entusiasmo. Senza sorpresa, perché i recenti sviluppi della situazione in Estremo Oriente non rendevano certo probabile un cambiamento di rotta da parte degli Stati Uniti e di altri Paesi impegnati in un atteggiamento contrario a tale ammissione; senza entusiasmo, perché – come ho avuto recentemente occasione di riferire – diffusa in Canada è la convinzione che ostinandosi in tale rifiuto le potenze occidentali insistono in una linea di condotta sempre meno realistica e sempre piinsostenibile.

Pesa in modo particolare, in questo Paese, il fatto che il Canada sia costretto ad associarsi agli Stati Uniti in un atteggiamento determinato non da una spontanea convinzione ma da una inevitabile dipendenza di politica estera. «Noi non possiamo correre il rischio di inimicarci gli Stati Uniti per appoggiare l’ammissione della Cina» – hanno scritto in questi giorni vari commentatori di politica estera, «eppure sarebbe nostro compito di aiutare gli Stati Uniti a comprendere che sono su una strada sbagliata». Il recente, violento discorso di Herter contro l’ammissione della Cina ha trovato qui scarso favore, ed è apparso singolarmente anacronistico in un momento in cui il dittatore supremo del mondo comunista veniva festeggiato come ospite di riguardo della nazione americana. Anche un’analisi dettagliata delle argomentazioni del Segretario di Stato americano ha lasciato gli ambienti canadesi scettici sulla validità delle ragioni addotte. Si è avuta qui l’impressione che gli Stati Uniti mantengano sulla questione un atteggiamento ispirato pida considerazioni di prestigio, forse anche di ripicco, che da una visione lungimirante della realtà internazionale. Ed il fatto che Paesi democratici, indipendenti ed anticomunisti come la Norvegia, la Svezia, la Danimarca e l’Irlanda abbiano votato contro la risoluzione americana aumenta il senso di irritazione di quei canadesi che sono convinti della erroneità della posizione statunitense.

A questa parte dell’opinione canadese sembra sfuggire il fatto che un eventuale riconoscimento della Cina continentale comporterebbe inevitabilmente il disconoscimento della Repubblica di Formosa, un indebolimento del fronte di resistenza anticomunista in tutto l’Estremo Oriente e, conseguentemente, una profonda alterazione delle attuali posizioni americane e occidentali in quella parte del mondo. Anche il discorso pronunziato sull’argomento dal Ministro degli Affari Esteri Casey al Parlamento Federale di Australia il mese scorso, discorso inteso a mettere in luce i sicuri danni e i problematici benefizi di un riconoscimento di Pekino, ha avuto migliori accoglienze negli ambienti diplomatici canadesi che in quelli dell’opinione pubblica.

La verità è che la politica americana verso la Cina comunista è, localmente, il risultato, il punto di arrivo di un lungo processo storico che non puessere di colpo rovesciato senza gravissimi inconvenienti in tutta l’area interessata mentre sul piano mondiale, è parte integrale della strategia anticomunista dell’occidente e, come tale, va considerata ed eventualmente aggiornata nel quadro generale delle relazioni tra Est ed Ovest. Che la Cina comunista esista e sia forte è un dato di fatto che, peraltro, di per sé, non sarebbe sufficiente a consigliare un cambiamento di atteggiamento nei suoi riguardi, poiché non sempre le blandizie sono il miglior modo di tenere a freno un avversario. Ma è piuttosto l’evoluzione che si delinea sul piano generale dei rapporti tra Occidente ed Oriente, nonché sul piano particolare delle relazioni tra Unione Sovietica e Cina che puconsigliare ad un certo momento di sottoporre a riconsiderazione la questione del riconoscimento della Cina e della sua ammissione alle Nazioni Unite. Si tratta peraltro di un problema di tale complessità da non poter essere certo risolto in base a valutazioni empiriche e a decisioni affrettate, proprio perché sono in corso tra Unione Sovietica e Stati Uniti contatti i cui sviluppi sono ancora imprevedibili ma che potrebbero condurre a profonde trasformazioni di opinioni e di atteggiamenti.

L’ulteriore anno guadagnato col rifiuto di discutere l’ammissione della Cina alle Nazioni Unite rappresenta dunque una saggia remora. I prossimi 12 mesi daranno molti nuovi elementi per misurare le possibilità della pacifica coesistenza in Occidente, in Oriente ed in Estremo Oriente. Tale è anche il pensiero dei settori direttivi della politica estera canadese, anche se in una parte di essi il pregiudizio anti-americano e una certa inclinazione ad un realismo di ispirazione britannica sembra renderli sensibili alle superficiali impazienze di chi ignora le complessità e, a volte, le contraddizioni dei fenomeni storici.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale. 2 Inviato, per conoscenza, alla Rappresentanza presso l’ONU a New York.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 28406/230. New York, 30 settembre 1959, ore 22,30 (perv. ore 8 del 1° ottobre).

Oggetto: Discorso Couve de Murville ad Assemblea su Algeria.

Oggi ha parlato in dibattito generale Couve de Murville. Se qualcuno poteva attendersi che egli desse qualche nuova indicazione su tattica francese Nazioni Unite su problema algerino, cinon è avvenuto. In particolare è mancato qualsiasi riferimento o commento a presa posizione Governo provvisorio algerino circa dichiarazione De Gaulle. In forma pacata, chiara e certo efficace, Couve si è limitato a riassumere nuova politica francese secondo dichiarazione De Gaulle. Ha messo in rilievo motivi dipendenza economica Algeria da Francia.

Ha negato a movimento insurrezionale diritto imporre secessione con violenza; ed ha sottolineato che decisione se [sic] avvenire definitivo Algeria deve essere presa da tutti algerini con espressione libera volontà al di fuori da ogni atmosfera pressione esteriore; tale autodecisione verterà sulle tre possibili ipotesi indicate da De Gaulle: francesizzazione, secessione o unione stretta con Francia. Couve ha infine sottolineato che, di fronte nuova situazione creata da dichiarazione francese, discussione da parte Assemblea – che Francia ha sempre considerato e considera tuttora incompetente – sarà quest’anno ancora piinutile e inopportuna.

Tono equilibrato discorso ha favorevolmente impressionato in generale questo uditorio. Avrà a vedersi ora come questo elemento possa tradursi in pratica in relazione a previsto dibattito. Si va al riguardo manifestando tendenza da parte Paesi africani rinviare tale dibattito piin là nel corso Assemblea onde cercare meglio preparare posizioni ed impostazioni.

Nel discorso manca qualsiasi indicazione circa questione possibile partizione territorio in caso indipendenza: da tale punto di vista dichiarazioni odierne Couve de Murville non modificano né in bene né in male preoccupazioni manifestate da varie parti e di cui al mio telespresso 17242.

Manca anche indicazione riferimento alla controparte algerina con la quale sviluppi situazione dovranno essere trattati da parte francese. Membro Delegazione francese mi ha precisato che per quanto riguarda tregua d’armi da parte francese si continua ad essere disposti a considerare non Governo provvisorio algerino (che non è riconosciuto) ma esponenti Fronte Nazionale Liberazione; vigeva tuttora al riguardo offerta fatta scorso anno da De Gaulle. Per quanto riguarda invece definitiva sistemazione politica, è popolo algerino tutto intero, attraverso libere elezioni, che dovrà costituire controparte e non FLN che non ha alcun titolo. Quest’ultimo aspetto, a mio modo di vedere, rimane punto su cui maggiormente si accentrerà l’attenzione Assemblea poiché punto centrale dichiarazione Governo algerino è invece che esso si considera controparte per determinare «condizioni politiche e militari della tregua nonché condizioni di garanzia per applicazione auto-decisione».

Per ora comunque francesi sembrano intenzionati dichiarare che discorso Couve costituisce implicita risposta a presa posizione algerina.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Non pubblicato.

117

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, CARUSO, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. 15345/165. Roma, 5 ottobre 1959, ore 17.

Oggetto: Aumento quota italiana Fondo speciale delle N.U.

Suo 2322.

Con provvedimento legislativo in corso prossima presentazione Parlamento, contributo italiano per Fondo Speciale Assistenza Tecnica per 1959 viene portato complessivamente un milione dollari. Per 1960 dovrebbe essere confermato uguale impegno ed in corso interessamento presso Tesoro inteso ottenere aumento 10% che costituisce massimo sforzo consentitoci attualmente da situazione bilancio.

V.E. potrà far rilevare che trattasi, comunque, sostanziale aumento nostro contributo rispetto quota partecipazione anni precedenti e che non è inoltre da escludere che in un prossimo futuro possa essere ripreso in esame ulteriore incremento.

Qualora lo ritenga opportuno, V.E. potrà far altresì presente nostra recente adesione a costituzione IDA.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. 28680/232 del 3 ottobre, non pubblicato.

118

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 29151/236. New York, 7 ottobre 1959, ore 0,43 (perv. ore 11,10).

Oggetto: Lavori Commissione politica.

Terminando domani dibattito generale, giovedì mattina inizierà lavori Commissione politica e come prima cosa avrà a decidere ordine in cui affrontare questioni sua agenda. Francesi avrebbero preferito iniziare con Algeria ma non hanno trovato seguito; quello di cui ora si discute è se iniziare, come vorrebbero sovietici e con argomento disarmo che loro interessa oppure, come vorrebbero africani, con questione esplosioni nucleari francesi Sahara. Francesi preferirebbero che questione esplosioni Sahara non (dico non) fosse dibattuta per prima.

Comunque sia questione esplosione francese Sahara finirà per essere trattata tra primissimi argomenti, se non come primo. Sono in corso quindi primi contatti tra occidentali per orientarsi circa posizione da assumere in tale questione, che inutile dire crea seri imbarazzi, e non solo a noi. Da parte degli inglesi (che hanno tra l’altro preoccupazioni su ripercussioni che loro atteggiamento puavere in Nigeria) si starebbe cercando di indurre americani ed australiani a fare qualche dichiarazione che appoggi tesi francese non pericolosità esperimenti. Ma è poca cosa di fronte umori prevalenti. Ed è da prevedersi forte spinta Paesi africani, appoggiata da vari settori Assemblea, per una risoluzione di precisa deprecazione intenzione francese. Continuera mantenere contatti, e riferire, grato se frattanto codesto Ministero degli Affari Esteri potrà darmi indicazioni per nostro atteggiamento(2).


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Grazzi rispose con T. segreto 15622/169 del 9 ottobre (Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza) comunicando che orientamento italiano era di intervenire solo nel caso fosse richiesto dai francesi, o se necessario a seguito di un’azione concordata tra Alleati, oppure se chiamati in causa. Dichiarava infine ad Ortona: «Al fine di dare, nei limiti del possibile, nostro appoggio a francesi ed evitare successo risoluzione ad essi contraria, V.E. potrà far notare a Rappresentanti Paesi non ostili per partito preso che Francia ben difficilmente potrebbe fornire informazioni tecniche a Paesi che aderissero ad una risoluzione del genere. I Paesi anzidetti si precluderebbero possibilità di conoscere direttamente se le loro apprensioni abbiano fondamento».

119

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgentissimo 29317/241. New York, 7 ottobre 1959, ore 22,29 (perv. ore 11,10 dell’8).

Oggetto: Sottocomitato Laos.

Mio 237(2).

In nuova riunione odierna 4 membri permanenti Sottocomitato Laos si è presa visione messaggio pervenuto stamani da Vientiane, in cui Delegati in Laos notificando aver ricevuto sufficiente materiale per redazione rapporto avvertono loro partenza prossima settimana e intenzione lasciare a Vientiane piccolo gruppo «Liaison group» di sostituti per caso occorra continuare in attività informativa e necessitino ulteriori chiarificazioni.

Durata presenza tale gruppo potrà determinarsi in relazione decisioni che prenderà Consiglio Sicurezza su rapporto Sottocomitato.

Ambasciatore Giappone ha anche informato su notizie pervenutegli da Rappresentante giapponese Vientiane nel senso partenza verrebbe fissata 16 p.v. con arrivo New York 22.

Gruppo quattro Rappresentanti permanenti dichiaratosi d’accordo con tutte proposte contenute in messaggio alle quali verrà risposto stasera con telegramma tramite Segretariato.

Si esprime soltanto opinione non parlare di «Liaison group» riferendosi a Sostituti rimanenti in Laos.

Circa tali decisioni mi ero consultato con miei principali colleghi occidentali che avevo trovato in massima favorevoli. Lodge, con cui mi sono intrattenuto personalmente a lungo su problema, mi ha dichiarato rendersi conto che, se Comitato pensava rientrare avendo raccolto sufficiente materiale, non potevasi contrastarlo. Occorreva invece agevolarlo in redazione rapporto che costituiva ora problema immediato pidelicato.

Quanto a momento presentazione rapporto, Lodge è sembrato preferire che fosse dato a Sottocommissione tutto tempo necessario per accurata redazione anche se cipotrà comportare riunione Consiglio novembre. Egli attendeva peraltro ancora indicazioni da Washington su preferenza riunione questo mese (con Presidente giapponese) o prossimo (con Presidente panamense) ma mi è sembrato comunque arretrare alquanto da posizioni originarie Delegazione americana.

Circa sviluppi avvenire che abbiamo solo discusso in via preliminare, Lodge sembrato propendere ora per continuazione presenza Nazioni Unite in Laos con ufficio tipo Amman da affidare a personalità adatta «wise man» con linea responsabilità verso Consiglio o Assemblea passante attraverso Segretario Generale. Lodge si attende veto in discussione Consiglio e non sembra preoccuparsene essendo fiducioso che piano per «presenza» prevarrà in Assemblea. Siamo rimasti intesi tenerci di nuovo a contatto in argomento.

Prego telegrafare d’urgenza Bangkok per Barattieri.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. segreto 29152/237, pari data, non pubblicato.

120

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 2874/1774. New York, 7 ottobre 1959.

Oggetto: Assemblea Generale del 1960. Dichiarazioni del Capo della Delegazione islandese.

Il Capo della Delegazione islandese, nel discorso pronunciato davanti alla Assemblea Generale, ha fatto un inatteso ed esplicito riferimento alla possibilità che la prossima Assemblea Generale possa essere tenuta a Mosca. L’Ambasciatore Thors ha inserito questo riferimento nel quadro delle considerazioni da lui svolte sulla attuale fase distensiva della situazione internazionale. Secondo il punto di vista da lui espresso, tenere il prossimo anno l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a Mosca potrebbe essere «il simbolo di una migliore atmosfera negli affari mondiali».

Il Delegato islandese non ha mancato di rilevare che dovendosi svolgere il prossimo anno le elezioni presidenziali americane c’è sempre stata nel passato tendenza a spostare la sede della Assemblea, ovvero a ritardarne l’inizio. Se dovesse decidersi uno spostamento di sede, la scelta di Mosca dovrebbe considerarsi assai propizia da un punto di vista politico generale.

Le dichiarazioni di Thors non hanno provocato finora alcuna reazione, né da parte sovietica né da parte americana, e sembra certo che il Delegato islandese non si è preventivamente consultato con nessuno nel fare il riferimento di cui sopra.

Ho avuto modo di intrattenere occasionalmente Hammarskjd a questo proposito. Egli mi ha categoricamente escluso la possibilità di una Assemblea a Mosca: mi ha detto che lo scorso inverno, nel corso della sua visita nell’Unione Sovietica, egli aveva fatto per suo conto una piccola indagine sulle attrezzature esistenti in quella città ed era venuto alla conclusione che Mosca non ha oggi assolutamente la possibilità di ospitare un così rilevante numero di persone e di servizi quali quelli che si collegano alla Assemblea delle Nazioni Unite. Hammarskjd, inoltre, non ha mancato di sottolineare la ostilità di principio del Segretariato nei riguardi di qualsiasi spostamento di sede della Assemblea.

Un membro di questa Delegazione sovietica, che abbiamo intrattenuto al riguardo, ci ha confermato che da parte sovietica non si era avuto preventivo sentore delle dichiarazioni di Thors e che non vi era intenzione alcuna di far qualsiasi proposta per una Assemblea a Mosca il prossimo anno.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.

121

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 29449/242. New York, 8 ottobre 1959, ore 7,20 (perv. ore 7,30)(2).

Oggetto: Discussione disarmo.

Mio 240(3).

In seguito a compromesso raggiunto stamani Commissione politica Assemblea ha deciso iniziare suoi lavori con discussione problemi relativi disarmo, abbordando come primo argomento proposta sovietica per disarmo generale e completo, per passare successivamente a proposta marocchina contro esperimenti nucleari Sahara. In seguito discuterà nell’ordine proposta irlandese per limitare diffusione armi nucleari, proposta indiana per sospensione esperimenti nucleari et infine rapporto Commissione disarmo.

Si prevede che discussione problemi disarmo occuperà Commissione politica per oltre un mese. Tre argomenti restanti (Algeria, Spazi Cosmici e Corea) saranno discussi successivamente secondo ordine che verrà stabilito a suo tempo.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Il telegramma riporta erroneamente la data del 9 ottobre.


3 T. 29312/240 dell’8 ottobre, non pubblicato, avente ad oggetto le priorità della discussione in Commissione politica.

122

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 29463/243. New York, 8 ottobre 1959, ore 22,30 (perv. ore 8,30 del 9).

Oggetto: Aumento quota italiana fondo speciale.

Mio 235(2).

In riunione odierna, Rappresentanti 77 Paesi hanno fatto conoscere decisioni loro Governi in merito contributo volontario assistenza tecnica e in Fondo speciale. Da calcoli preliminari comunicati da Segretariato, presi impegni per totale circa 75 milioni di dollari, per i due programmi. Tale cifra risulterà lievemente maggiorata dopo che saranno stati precisati aumenti che alcuni Paesi riservatisi comunicare successivamente.

Per quanto ci riguarda, non essendo pervenute ulteriori comunicazioni da codesto Ministero Affari Esteri abbiamo dichiarato che il Governo italiano, salvo necessaria approvazione Parlamento, mantiene suo attuale contributo un milione di dollari ad assistenza tecnica e Fondo speciale, sperando potere presto annunziare «qualche ulteriore aumento».

Nel commentare risultati conferenza, Hoffmann, pur ringraziando Governi che hanno voluto contribuire a funzionamento dei due programmi, ha tenuto attirare attenzione Delegati sul fatto che cifra raggiunta è ancora notevolmente inferiore a quella indicata come minima per efficace funzionamento assistenza tecnica e Fondo.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. 29163/235 del 7 ottobre, non pubblicato.

123

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 29462/244. New York, 8 ottobre 1959, ore 22,31 (perv. ore 8,30 del 9).

Oggetto: Sottocomitato Laos.

Mio 237(2).

In riunione odierna tra Hammarskjoeld e Rappresentanti Paesi membri Sottocommissione Laos si è presa visione nuovo messaggio pervenuto da Vientiane, a seguito del quale Hammarskjoeld è stato da noi autorizzato comunicare Governo Laos che principali Delegati Sottocommissione attualmente in Laos lasceranno Vientiane 12 p.v. per preparazione e presentazione rapporto a Consiglio Sicurezza, lasciando alcuni membri Sottocommissione a Vientiane.

Hammarskjoeld si è poi riservatamente intrattenuto in successivo colloquio a due con me su incontro da lui avuto stamane con Capo Delegazione sovietica Sottosegretario Esteri Kuznecov. In tale conversazione Segretario Generale dettomi aver delineato ad interlocutore sovietico suo piano per stabilimento «presenza» N.U. in Laos precisando anche che esso potrebbe attuarsi senza che questione venga posta ai voti Consiglio Sicurezza, ma semplicemente come provvedimento da parte Segretario Generale in base ai poteri conferitigli dalla Carta. Per attuare tale soluzione Hammarskjoeld dettomi avrebbe anche intenzione recarsi Vientiane per pochi giorni, anche se ciavrà luogo durante lavori Assemblea Generale. Secondo Hammarskjoeld, Kuznecov avrebbe dato impressione che URSS non desidera dibattito in Consiglio che la obblighi a veto e tantomeno vuol favorire sviluppi che impegnino maggiormente e formalmente URSS stessa in quel settore; tanto che, pur esprimendo sospetti e perplessità su obiettività rapporto Sottocommissione, Kuznecov non avrebbe respinto piano Segretario Generale dichiarando volerlo segnalare a Mosca.

Hammarskjoeld mi ha quindi riservatamente intrattenuto su persona da scegliere per ufficio N.U. Laos e su questo riferisco per corriere.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 T. 29152/237 del 7 ottobre, non pubblicato.

124

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 29471/245. New York, 8 ottobre 1959, ore 22,35 (perv. ore 8,30 del 9).

Oggetto: Attentato contro Qassem. Reazioni in Giordania.

In conversazione odierna su cui riferisco con mio 244(2) Hammarskjoeld in via del tutto confidenziale e riservata mi ha comunicato aver ricevuto informazioni da suo ufficio Amman secondo cui subito dopo attentato contro Qassem Re Hussein avrebbe manifestato intenzione mobilitazione truppe per prepararsi ad eventuale intervento in Iraq.

Ambasciatori Stati Uniti e Gran Bretagna avevano subito svolto passi per dissuadere sovrano senza ottenere successo. Sarebbe stato solo dopo lunga conversazione approfondita e animata con Spinelli che Hussein si sarebbe indotto a desistere da suo proposito. Il che Hammarskjoeld, nel rinnovarmi suo apprezzamento per Spinelli, mi ha rilevato dimostrare importanza adeguata presenza di Rappresentanti N.U. in zone critiche di tensione internazionale.


1 Telegrammi segreti 1959 Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 123.

125

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 29629/250. New York, 9 ottobre 1959, partito ore 0,14 del 10 (perv. ore 9,45).

Oggetto: Problema disarmo.

Mio 249(2).

Dopo discorso Kuznecov, ho ritenuto opportuno prendere iniziativa indire riunione con miei altri quattro colleghi Rappresentanti Paesi occidentali in Comitato Dieci. Ho posto alcuni quesiti relativi a direttive piutili da seguirsi ai fini elaborazione dichiarazioni Paesi occidentali piinteressati disarmo e che sia come contenuto e sia come tempi in cui dichiarazioni dovranno pronunciarsi [sic]. Da approfondita discussione intervenuta sono prevalse seguenti principali considerazioni:

A) Sul contenuto delle dichiarazioni: sembrerebbe opportuno impostare in modo non intensamente polemico con la proposta sovietica, sottolineando comunque trattarsi piano non nuovo che ricalca varie iniziative del passato. Tratterebbesi insomma di diminuire potenziale propagandistico proposta Chruščëv non antagonizzandola direttamente e, per contro, valorizzando precedenti proposte occidentali, particolarmente del 1957. Si dovrebbe poi aver cura mantenersi in linee generali, riservando eventuali puntualizzazioni di dettaglio in interventi successivi a seconda andamento dibattito. Si potrebbe poi accennare che proposta merita studio e che documentazione relativa presente dibattito potrà essere posta a disposizione Comitato Dieci, senza peraltro che ciimplichi rapporti di collegamento formale, quale, ad esempio, specifico mandato.

B) Sui tempi della dichiarazione: è apparso opportuno non dar modo ai sovietici far pronunciare subito serie di discorsi da vari satelliti, accettando così che dibattito venga monopolizzato in maniera unilaterale. Poiché si ritiene che dibattito, dati impegni in altri comitati prossimi giorni, non potrà essere ripreso che mercoledì prossimo, americani prevedono poter essere pronti con proprie dichiarazioni iniziali per quel giorno. Nixon dichiarato che Delegazione britannica non potrà intervenire che fra qualche giorno dopo formazione Governo. Ambasciatore francese Bérard, preannunziando venuta Jules Moch per giorno 15, dichiarato questi intende parlare per ultimo. Canadesi propongonsi parlare settimana successiva. Non mi sono impegnato per alcuna data, pur dichiarando potremmo anche parlare se non subito, non molto dopo americani e raccomandando esortare, come anche noi faremo, amici ed alleati occidentali inserirsi tra varie dichiarazioni di satelliti.

Intervenuti hanno mostrato interessamento a continuare consultazioni a cinque, pur rilevando opportunità mantenere contatti anche con altri Delegati occidentali. Bérard, sui miei accenni a NATO, ha proposto anzi riunione Rappresentanti Paesi NATO a New York, il che ha urtato contro ben note obiezioni americane. Si è invece confermata opportunità incoraggiare riunione NATO a Parigi in argomento, affinché in quella sede vengano considerate linee direttive di cui sopra in tutti membri Alleanza.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 T. 29593/249, pari data, non pubblicato.

126

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 29627/251. New York, 9 ottobre 1959, ore 23,30 (perv. ore 9 del 10).

Oggetto: Discussione disarmo.

Miei 2492 e 2503.

Per quanto concerne nostra dichiarazione, mentre riservomi ulteriori comunicazioni su scelta tempo piconveniente per noi, che potrebbe essere anche non lontano da dichiarazione americana, informo che stiamo apprestando testo dichiarazione stessa che contiamo avere pronto per inizio prossima settimana. In esso, ispirandoci anche a direttive concordate tra i cinque stamane, inseriremo opportunamente cinque punti discorso S.E. Ministro, dando particolare enfasi al 5°. Ci riprometteremmo anche, dopo aver fatto rilevare similarità piano sovietico con vari piani precedenti, porre in rilievo opportunità venga posto mano a piconcreta precisazione organizzazione controlli, il che dovrebbe servire a mettere in dimora sovietici se essi intendessero stringere loro proposte generali verso una risoluzione tale da impegnare ed imbarazzare attività Comitato Dieci.

Stiamo anche esaminando opportunità farci promotori qualche risoluzione redatta in modo molto generico che, presentata presto, potrebbe sventare pur sempre in modo non antagonistico, eventuali tattiche sovietiche imbarazzanti. Ma sull’opportunità simile iniziativa non potravere idee chiare se non dopo sentito nuovamente non solo quattro Delegazioni occidentali ma anche altri esponenti alleati ed amici altri gruppi regionali.

Sargrato telegrafarmi al pipresto se codesto Ministero avesse osservazioni su quanto precede ed istruzioni per altre impostazioni o considerazioni intervento.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. 29593/249, non pubblicato.


3 Vedi D. 125.

127

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato urgente 13163/0722. Washington, 9 ottobre 1959.

Oggetto: Proposta sovietica per Conferenza internazionale su spazio stratosferico: reazioni americane.

Abbiamo chiesto al Dipartimento di Stato le reazioni circa la parte del discorso di Kuznetsov all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite relativa alla proposta di convocare una Conferenza internazionale di scienziati per lo scambio di dati circa l’esplorazione dello spazio stratosferico. Ci è stato detto in proposito che la prima reazione del Dipartimento è stata nel senso che l’Unione Sovietica, vista intenibile la sua posizione di boicottaggio della Commissione delle Nazioni Unite per lo spazio stratosferico, abbia voluto indicare una soluzione alternativa, ma avendo presente al tempo stesso la possibilità di raggiungere un compromesso.

Comunque da parte americana, negli sviluppi della questione, si intende tenere particolarmente conto delle seguenti esigenze:

1) Si ritiene opportuno che esista un organismo a carattere permanente, sotto l’egida delle Nazioni Unite, che si occupi dei vari problemi riguardanti e connessi con lo spazio stratosferico, mentre la convocazione di conferenze occasionali – come suggerito dall’URSS – non potrebbe dare a tale materia quell’attenzione e quello studio continuato e ponderato, quale richiesto dall’importanza delle recentissime conquiste spaziali. In tal senso ci è stato anticipato che gli Stati Uniti intendono presentare alla Commissione delle Nazioni Unite per lo spazio stratosferico una proposta che concreti la sopra indicata esigenza.

2) Inoltre gli Stati Uniti intendono restar fedeli al principio che dell’organismo che si occupa dello spazio stratosferico facciano parte non soltanto gli Stati creatori di veicoli spaziali (che si limiterebbero ad essere Stati Uniti ed Unione Sovietica), ma anche altri Stati, dato che le conseguenze delle conquiste spaziali interessano in definitiva la generalità delle Nazioni.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale. 2 Indirizzato, per conoscenza, all’Ambasciata a Mosca e alla Rappresentanza presso l’ONU a New York.

128

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, CARUSO, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. 15810/170. Roma, 11 ottobre 1959, ore 16.

Oggetto: Contributo italiano Fondo Speciale N.U.

Suo 2432.

Approvasi dichiarazione V.E. e confermasi interessamento in corso presso Tesoro inteso realizzare aumento nostro contributo Fondo Speciale N.U. per 1960.

Informazioni sinora pervenute circa ammontare quote altri Paesi contribuiscono, comunque, porre nel suo giusto valore entità nostra partecipazione.

In particolare nei confronti altri Paesi MEC, salvo Paesi Bassi, di cui è nota tradizionale impostazione politica far convergere in Nazioni Unite ogni sforzo per aiuti a Paesi sottosviluppati, contributo italiano risulta proporzionalmente commisurato a contributi Francia, Belgio e Germania.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 122.

129

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 30405/260. New York, 15 ottobre 1959, ore 15,10 (perv. ore 3,30 del 16).

Oggetto: Problema disarmo.

Ha avuto luogo stamane nuova riunione dei cinque presso Lodge per esaminare problemi spazi cosmici e disarmo.

Circa prima questione Delegazione americana ritiene utile prevenire mosse di altre Delegazioni, col proporre ai sovietici progetto risoluzione sulla quale, raggiunto un accordo, potrebbe convergere unanimità dell’Assemblea. Insieme agli altri alleati abbiamo convenuto su tale opportunità, tenendo ferma attuale impostazione centrata su costituzione Comitato ad hoc, su utilizzazione pacifica degli spazi cosmici e sui relativi studi scientifici e giuridici. Lodge è stato quindi incaricato presentire sovietici circa loro vedute e in particolare su composizione Comitato predetto. Come è noto infatti URSS ha rifiutato partecipare lavori Comitato 1959, essendosi dichiarata insoddisfatta composizione Comitato stesso.

Quanto a disarmo e in relazione eventuale presentazione risoluzione occidentale su cui anche questa Rappresentanza aveva predisposto testo (mio 251(2)), Lodge ci ha mostrato progetto risoluzione sovietico che Cezoietzov(3) gli aveva comunicato ieri in via strettamente confidenziale. Testo sovietico ha seguenti obiettivi: «approvazione» da parte ONU principio disarmo generale e completo quale sola misura atta assicurare pace e benessere nel mondo; riconoscimento solenne che progetto Chruščëv rappresenta base applicazione tale principio; trasmissione per l’esame al Comitato dei Dieci progetto stesso.

Americani pensano che risoluzione occidentale separata o in opposizione a quella sovietica non sortirebbe risultati psicologici e politici positivi, e che quindi è piutile rispondere all’apertura sovietica col ricercare via di compromesso accettabile e tale da ottenere unanimità Assemblea.

Un Comitato di redazione dei cinque occidentali ha quindi concordato modifiche da proporre a sovietici basato su seguenti punti:

1) accettazione della validità del principio del disarmo completo e generale non è formulata in senso assoluto tale da eliminare soluzioni parziali;

2) oltre al piano Chruščëv è da menzionare dichiarazione Selwyn Lloyd in Assemblea; egli si riserva citare quei progetti che potessero essere ancora formulati durante presente dibattito;

3) alla semplice trasmissione – per l’esame del Comitato dei Dieci – del piano

Chruščëv si sostituisce un richiamo formale alla risoluzione con la quale la Commissione degli Ottantadue ha preso atto del Comitato dei Dieci; e una richiesta al Segretariato di porre a disposizione del Comitato dei Dieci «i documenti di cui al numero due».

Lunedì cinque occidentali torneranno a riunirsi.

Invio per corriere progetto americano spazi cosmici cui discussione peraltro non prevedesi che metà novembre, nonché progetto sovietico disarmo e controprogetto occidentale. Circa questi ultimi due documenti ci siamo impegnati massima riservatezza.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 126. 3 Con ogni probabilità si tratta di una trascrizione errata del nome del Primo Vice Ministro degli

Affari Esteri sovietico, Vasilij Vasil’evič Kuznecov.

130

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. per corriere 30741/263. New York, 16 ottobre 1959 (perv. ore 15 del 19).

Oggetto: Domanda Somalia ammissione ONU.

N. 633 Mogadiscio diretto a codesto Ministero(2).

Ho ritenuto opportuno, in anticipazione indicazioni che codesto Ministero vorrà impartire e a maggiore chiarimento situazione, prendere contatto con Protić per esaminare tutti aspetti procedurali relativi trattazione in Assemblea questioni anticipata indipendenza e ammissione Somalia N.U. Circa la prima Protić sarebbe incline preferire iscrizione ordine del giorno Quarta Commissione per motivi regolarità procedurale, ma ammesso che non (dico non) si tratta di condizione «sine qua non» ai fini presentazione questione.

Ha comunque confermato nostro parere (vedi telespresso n. 2902/18023) che Quarta Commissione vorrà discuterla trattandosi di materia di speciale importanza (poiché implica emendamento Accordo di Tutela) e di diretta competenza.

Su questo punto permettomi osservare che in queste condizioni converrebbe prendessimo senz’altro decisa iniziativa e ci sul piano generale, per non perdere vantaggi politici che ci deriveranno da anticipata indipendenza Somalia, sul piano tattico, per predeterminare terreno su cui si svolgerà discussione.

A tale fine proporrei trasmettere mia lettera al Segretario Generale illustrando brevemente sviluppi politici Somalia che hanno condotto a richiesta anticipata indipendenza, allegandovi testo mozione approvata Assemblea Legislativa, dichiarazioni

S.E. Folchi e lettera ufficiale che ci invierà Governo Somalo invitando nostro Governo proporre Assemblea Generale questione anticipata indipendenza. Chiederei Segretario Generale provvedere distribuzione documento a Membri N.U.

Beninteso dichiarazione iniziale nostro Rappresentante menzionerebbe opportunamente questione stessa.

Questione linea di condotta sembrami la piraccomandabile se si considera che, portando questione «a conoscenza» delle N.U. come indicato dal Primo Ministro, anche nelle modalità sopra illustrate e senza chiederne iscrizione formale, si promuoverà fatalmente discussione in Quarta Commissione. Quanto meno Rappresentante Consiglio Consultivo Somalia vorrà infatti prendere in proposito iniziativa nel quadro rapporto sul progresso compiuto in materia di trapasso dei poteri, che egli sarà tenuto a presentare.

Quanto a Consiglio di Tutela, esaminato con Protić opportunità convocarne sessione speciale per investirlo problema prima che esso sia discusso in questa Commissione. Concluso per la negativa onde evitare che esso con sua raccomandazione chieda iscrizione separata o.d.g. nella Commissione stessa. Sarà sufficiente mia trasmissione a Presidente Consiglio, per informazione Consiglio stesso, copia lettera a Segretario Generale con relativi sopraindicati allegati.

Per quel che riguarda secondo punto, cioè ammissione N.U., Protić ha riconfermato impossibilità che N.U. possano ricevere ufficialmente qualunque «domanda» presentata ora. Segretario Generale non ha altra facoltà che quella delineata nel mio n. 2693/16933.

Eventuale invio lettera a quel fine, che dovrebbe essere da noi trasmessa, potrebbe suscitare sua contrarietà e ritorcerebbesi nostro sfavore essendo noi ovviamente tenuti conoscere procedura. Protić ha invece suggerito che Primo Ministro nella lettera diretta Governo italiano con la quale richiede nostro intervento Assemblea Generale per anticipo indipendenza, faccia opportuna aggiunta relativa aspirazioni Somalia e aspettativa Paese esser ammesso quando indipendente.

Cisarebbe sufficiente perché ambedue questioni siano esaminate stesso contesto.

Sono incline associarmi tale idea di Protić, tanto più che, date circostanze suesposte, non potrebbe in ogni modo mai trattarsi di formulare domanda ufficiale ammissione Nazioni Unite secondo prassi usuale.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 T. urgente 30231/633 del 14 ottobre, non pubblicato. 3 Non pubblicato.

131

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 30901/266. New York, 19 ottobre 1959, ore 23,18 (perv. ore 9,30 del 20).

Oggetto: Problema disarmo.

Mio 260(2).

Stamane Comitato redazione cinque occidentali si è nuovamente riunito per perfezionare testo controprogetto risoluzione che Lodge presenterà ai sovietici quanto prima. Qualche variante di carattere strettamente redazionale è stata apportata al sesto capoverso, sulle quali riferisco a parte per corriere.

Nel pomeriggio insieme ai miei quattro colleghi abbiamo ritenuto opportuno mettere al corrente dei contatti in corso con i sovietici il Rappresentante brasiliano nella sua qualità di Presidente gruppo latino-americano, riservandoci ognuno in una determinata sfera di compiere opera informativa con altri Paesi amici e alleati, pur rimanendo fermi nel principio che direttive verranno impostate sempre nel gruppo dei cinque. Il Rappresentante brasiliano, in corso riunione, ha fatto presente che allo scopo di poter venire incontro ad una diffusa opinione esistente nei vari settori dell’Assemblea, sarebbe stato opportuno aggiungere un capoverso nel quale si attribuisse a progetto sia russo e sia britannico il carattere di «significativo contributo» al raggiungimento di un disarmo generale e completo.

Mentre da parte dei cinque occidentali si è riconosciuta la validità delle considerazioni alla base della proposta del Rappresentante brasiliano, si è ritenuto rinviare questione dopo aver sentito le reazioni dei sovietici al controprogetto occidentale. Né tanto meno ci si è soffermati sulla specifica redazione di un tale nuovo paragrafo che fin da adesso Delegato francese ha voluto respingere come pericolosamente impegnativo nei confronti di un progetto quale quello russo che secondo Moch «non ha alcuna base di serietà».

Telegrafato Washington.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 129.

132

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 30935/268. New York, 19 ottobre 1959, ore 23,10 (perv. ore 9,30 del 20).

Oggetto: Assemblea Generale.

Mio telespresso 18492.

In riunione odierna cinque occidentali con partecipazione Rappresentante brasiliano quale Presidente gruppo latino-americano è stato nuovamente esaminato progetto risoluzione su spazi cosmici che Lodge si propone discutere con sovietici. Mentre su questioni dettaglio riferirper corriere segnalo che parte piinteressante riunione ha avuto come oggetto problema composizione Comitato.

Discussione su tale problema – che certamente sarà quello di maggiore importanza – ha avuto carattere preliminare, dato anche che americani non sembravano inclini a precisare per il momento loro punto di vista. Terremo ulteriore riunione quanto prima ed in quella sede dovremo esprimere nostro punto di vista.

Non escluderei che trattative con sovietici possano in definitiva sfociare in una formula che preveda nel Comitato uguale numero di occidentali, da una parte, e di sovietici e neutrali dall’altra (la cosiddetta formula della semi parità). Sovietici avevano proposto formula del centro nel 1957 circa composizione Commissione disarmo e si erano orientati verso stessa formula lo scorso anno circa composizione Comitato spazi cosmici. Tale formula era stata respinta da occidentali: tuttavia recenti orientamenti americani sono stati nel senso possibile accoglimento di essa e rinvio al riguardo ad analisi fatto da questa Rappresentanza nel telespresso 1564 del 22 agosto scorso relativo composizione Commissione disarmo(2).

Mi proporrei in prossima riunione – salvo differenti istruzioni – suggerire di partire, come base di trattative, da formula che si discosti sia pure leggermente da tale tipo di composizione (ad esempio 12 occidentali contro 10 tra sovietici e neutrali) salvo ripiegare magari sulla «soft parity» come ultima concessione. Sottolineerei inoltre che formula dovrebbe formalmente presentarsi come applicazione criterio distribuzione geografica senza ulteriori qualificazioni. Quanto al numero complessivo membri Comitato da fissare in via definitiva, mi adopererei perché esso sia abbastanza ampio da assicurare maggiori probabilità nostra continua presenza.

Telegrafato Washington.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Non pubblicato.

133

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 31012/269. New York, 20 ottobre 1959, ore 23,45 (perv. ore 7,30 del 21).

Oggetto: Problema disarmo.

Mio 266(2).

Lodge ci ha oggi riferito prime reazioni personali Kuznecov a controprogetto occidentale risoluzione disarmo completo e generale. Da osservazioni Delegato sovietico, sia pure iniziali e moderate nel tono, risulta che Kuznecov intenderebbe riportare proposta Chruščëv al centro di una risoluzione votata all’unanimità che ne consacri la validità.

Dovremo attendere che la Delegazione sovietica riceva istruzioni da Mosca prima di iniziare discussione formale. Segnalo intanto che nella odierna riunione (cinque occidentali piRappresentante brasiliano presidente gruppo latino-americano), Moch ha rilevato che ad evidente desiderio sovietico varare unica risoluzione Assemblea, dovrà corrispondere da parte nostra insistenza negoziare contenuto risoluzione stessa su linee che salvaguardino interessi occidentali.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 131.

134

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato per via aerea 2990/1890. New York, 20 ottobre 1959.

Oggetto: Trattazione della questione Somalia alla Quarta Commissione. Intervento iniziale del Rappresentante italiano.

1) Per il fatto che la questione degli aiuti dopo il 1960 alla Somalia era stata posta in particolare evidenza da risoluzioni adottate in materia durante precedenti sessioni – e cianche in conseguenza di analoghe raccomandazioni da parte del Consiglio di Tutela – le discussioni sulla Somalia (a parte la questione dei confini) alla XIII sessione dell’Assemblea Generale furono essenzialmente imperniate, come si ricorderà, sugli aspetti economici della situazione nel Territorio.

I due punti sui quali si imperniil dibattito furono quello degli aiuti dopo il 1960 e, connesso con questo, quello del «Fondo Speciale Somalia».

La risoluzione 1278 dell’Assemblea Generale(2) concluse il dibattito alla XIII sessione, mettendo nuovamente in risalto le questioni economiche.

Come anche noto, nel progetto di ordine del giorno per la XIV sessione dell’Assemblea Generale, la questione degli aiuti alla Somalia dopo il 1960 fu inclusa (vedasi telespresso 1362/862 del 16 maggio u.s.3) come argomento separato. Esso venne, peraltro, eliminato dal testo definitivo quando, da parte nostra, fu fatto rilevare al Segretariato come la questione degli aiuti alla Somalia, pur non avendo perso nulla della sua importanza, doveva tuttavia considerarsi avviata a soluzione e quindi non piurgente e non pitale, comunque, da richiedere una particolare, specifica trattazione da parte della Quarta Commissione.

Inoltre, in occasione della XXIV sessione del Consiglio di Tutela sono state riconfermate le nostre promesse di aiuti economici alla Somalia. Analoga conferma fornirono i Rappresentanti della Gran Bretagna e degli Stati Uniti d’America per conto dei loro Governi.

Il rapporto del Consiglio ne ha preso nota (paragrafo 125, pag. 76) e le «raccomandazioni» che esso formula, a differenza di quelle del 1958 (XXII sessione), quando si invitava le parti a «explore possible sources of financial aid for the Territory after 1960», implicano tutte accettazione del dato di fatto da noi sottoposto: che, appunto, la questione degli aiuti dopo il 1960 è avviata a soluzione.

In altri termini, non figura nel rapporto del Consiglio di Tutela di quest’anno uno specifico invito a provvedere nella questione, né a riferire alla XIV sessione dell’Assemblea Generale.

2) Cipremesso, sembra porsi la questione se, in coerenza con le considerazioni sopra esposte, e sempre che rimangano ferme le impostazioni finora da noi date al problema, non sia il caso di conferire un relativo minor risalto quest’anno agli aspetti economici della situazione in Somalia, nella trattazione che vorremo farne col discorso iniziale del nostro Rappresentante.

Avuto riguardo, anzi, alla richiesta di anticipata indipendenza e all’opportunità di farne rilevare il significato politico, parrebbe il caso di porre, nel nostro intervento, un corrispondente maggiore accento su questo punto. (Mio telegramma n. 2634).

Quali che possano risultare, nel corso del dibattito, le difficoltà obiettive che potremo trovarci a dover superare per ottenere un riconoscimento concreto della richiesta somala, e quali che siano le circostanze di carattere interno che hanno accompagnato tale sviluppo in Somalia, non sembra infondato il pensare che, da un punto di vista generale, il fatto stesso di farci promotori di una causa alla quale la Quarta Commissione è tutt’altro che insensibile, debba avere ripercussioni per noi favorevoli.

Il metter quindi in appropriato rilievo tale inatteso aspetto dello sviluppo politico in Somalia non potrebbe non contribuire ad una formulazione positiva del giudizio che l’Assemblea Generale esprimerà sulla nostra azione in Somalia.

Mi proporrei, perci di procedere, ove codesto Ministero concordi, secondo le linee in parte delineate nel qui sopra citato telegramma. E cioè, anzitutto, indirizzerei al Segretario Generale una nostra lettera con la quale vengano trasmessi:

–- copia del testo della mozione di maggioranza approvata dall’Assemblea Generale; –- copia del testo delle dichiarazioni di S.E. Folchi;

– copia della richiesta ufficiale del Governo Somalo all’Amministratore, che l’Italia presenti la questione all’Assemblea Generale, ivi compresa una opportuna menzione all’aspirazione della Somalia di essere ammessa alle N.U. quando avrà raggiunto l’indipendenza (vedasi mio telegramma citato).

I documenti in parola verrebbero fatti distribuire dal Segretariato a tutte le Delegazioni, secondo la prassi consueta, in coincidenza con l’inizio del dibattito sulla Somalia.

Tale procedura otterrebbe il doppio scopo di porre efficacemente e utilmente la questione davanti alla Quarta Commissione, senza che se ne debba chiedere l’iscrizione separata all’ordine del giorno, e di consentirci di prender la parola sul tema, predeterminando, entro certi limiti almeno, il corso del dibattito. Infatti apparirà evidente dai documenti allegati alla lettera, e si provvederà ad illustrarlo convenientemente nell’intervento iniziale, che i somali stessi non sono in grado di indicare una data (la mozione di maggioranza parla di «al pipresto possibile»); che noi siamo senz’altro favorevoli e, anzi, lieti di così lusinghieri sviluppi in Somalia; ma che, tuttavia, vi sono ancora vari problemi da sistemare (proprio per «raccomandazioni» delle N.U.) e che se di anticipo si puparlare, non è perobiettivamente possibile fissare ora una data precisa.

3) Conseguentemente, mi proporrei di articolare il nostro intervento sull’esposizione dei punti che meglio possano corroborare tale iniziativa, adottando perciil seguente schema:

–- sviluppi politici generali del Paese nell’anno decorso (elezioni generali) e accenni al parallelo sviluppo economico; –- piano di trapasso dei poteri, illustrando discussione al Consiglio di Tutela, con particolare riguardo alle questioni della Costituzione e connesse; –- misure prese per aderire alle raccomandazioni del Consiglio di Tutela sia nel campo economico (assistenza tecnica, Fondo Speciale) sia nel campo politico (Costituente, referendum, ecc.); –- considerazioni riassuntive tendenti a illustrare i motivi per cui chiediamo una decisione della Commissione (di concedere un’anticipata indipendenza) e per cui, invece, riteniamo opportuno lasciar ad un accordo diretto fra noi e i somali (salva sanzione eventuale del Consiglio di Tutela) la fissazione della data.

4) Un altro motivo che consiglierebbe di mettere una certa sordina al problema economico della Somalia sembra esser quello che, prevedibilmente, verrà, nel corso del dibattito, sollevata la questione del «Fondo Speciale Somalia».

Nella sua nuova formulazione (come ho indicato nel rapporto n. 2883/17833) la proposta di istituire un simile «Fondo», e la discussione che ne conseguirà, richiederanno che da parte nostra si sia pronti a replicare e, specialmente, ad indicare quali saranno le nostre intenzioni per quel che riguarda una eventuale «presenza» societaria in Somalia nel campo economico-amministrativo. Ho in mente, in modo particolare, le due «soluzioni» proposte per Gasbarri.

Nel caso in cui non fossimo in grado di fornire precise indicazioni su questo punto, mi proporrei di contrastare la tesi del «Fondo Speciale Somalia» – nella sua nuova versione implicante appunto il concetto di una «presenza» societaria – sulla base di varie, opportune considerazioni, come, anzitutto, che una decisione di una tale portata, come ovviamente è l’istituzione di un organismo societario del genere, non potrebbe esser presa senza il pieno e valido concorso della Somalia e, quindi, prima dell’indipendenza del Paese.

Si rischierebbe, altrimenti, di operare una grave discriminazione a danno del Paese stesso, pregiudizievole per il suo prestigio. La questione appare, infatti, di quelle che rientrano nettamente nelle prerogative di uno Stato sovrano. D’altra parte, una decisione in materia andrà anche messa in relazione all’effettivo collaudo della struttura economico-amministrativa del Paese, alla cui formazione l’Italia ha così largamente ed efficacemente contribuito, collaudo che non si potrà avere che con l’indipendenza.

Trattandosi comunque di questione che tende ad assumere per sé stessa aspetti delicati – anche per quel che concerne i nostri rapporti con la Somalia – riterrei non inopportuno limitare la discussione dei problemi economici al minimo indispensabile per una loro adeguata presentazione.

5) In tutta questa materia ho voluto sentire, come ho segnalato nel mio telegramma, il Sottosegretario per gli Affari della Tutela.

Protić, col quale abbiamo esaminato a fondo tutti gli aspetti specialmente procedurali della questione, ha espresso il parere che la linea di condotta sopraesposta appare, nelle circostanze, come la piindicata. E cianche in considerazione degli «umori» della Quarta Commissione e dei risultati che ci proponiamo di raggiungere.

Al riguardo, il timore, manifestato dal Primo Ministro, che da parte afro-asiatica e sovietica si voglia insistere per una cessazione immediata del mandato, sembra a Protić non molto fondato. Egli basa il suo apprezzamento sulla considerazione che, nei nostri riguardi, in virtsoprattutto del fatto che la data di scadenza del mandato era inequivocabilmente fissata fin dagli inizi, non sono mai stati espressi dubbi sulle nostre intenzioni. L’elemento che potrebbe agire ora è di ordine diverso. Ed è quello – valevole specialmente per quelle Delegazioni che mantengono un atteggiamento di costante riserva nei confronti delle Potenze amministratrici – del sospetto che possa esser intervenuta un’intesa fra noi e i Somali, per eludere le raccomandazioni del Consiglio di Tutela.

Comunque mi sembra non sarà agevole ottenere un «assegno in bianco», cioè una risoluzione che sanzioni il compromesso rappresentato da un emendamento dell’Accordo di Tutela senza l’indicazione di una data alternativa, sia pure anticipata, e che lasci, anzi, ad un’intesa fra le parti la fissazione di una data definitiva.

Ragione, questa, che ci riporta a quanto ho già avuto occasione di rilevare e, cioè, alla opportunità per noi di essere in grado di presentare adeguatamente le ragioni per le quali riteniamo di poter patrocinare la richiesta somala di anticipata indipendenza, e per le quali, invece, non riteniamo di poter indicare una data certa per la scadenza del mandato.

Un’impostazione di tal genere dovrebbe metterci in grado di affrontare le prevedibili difficoltà che incontreremo nel dibattito con una ragionevole speranza di superarle. Sargrato se codesto Ministero vorrà farmi conoscere il suo avviso su quanto precede con cortese sollecitudine.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238. 2 Vedi D. 34, nota 4. 3 Non pubblicato. 4 Vedi D. 130.

135

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto per corriere 31277/272. New York, 21 ottobre 1959 (perv. ore 21,40 del 22).

Oggetto: Elezioni Consiglio Sicurezza.

Mio 258(2).

Lunedì, 19, come previsto è stata ripresa votazione per completamento elezioni Consiglio Sicurezza. Altri sei scrutini non hanno consentito risolvere contesa tra Polonia e Turchia, e pertanto su proposta Presidente Assemblea proseguimento votazione è stato rinviato a prossimo 2 novembre.

Da rilevare che in questa nuova tornata votazioni Turchia ha registrato leggero incremento suoi sostenitori sicché, per prima volta, ha ricevuto pivoti che Polonia: ultima votazione (è già la trentunesima) ha visto infatti seguente risultato: Turchia 42, Polonia 39, e 1 astensione. Rispetto a posizioni di partenza, Turchia ha dunque aumentato suoi voti da 35 a 42 registrandosi corrispondente diminuzione Polonia. Cidevesi evidentemente ad azione persuasione che viene svolta tanto da parte Turchia stessa quanto, come ho segnalato con mio 258, da varie Delegazioni NATO, tra cui la nostra. Voto è segreto e non è pertanto possibile dire quali siano i voti che si sono spostati: si ritiene che si tratti di alcuni latino-americani ed alcuni arabi.

Malgrado tale aumento e malgrado fiducia che ostentano piche i turchi stessi gli americani che ne sono i pivivaci sostenitori, non credo che situazione possa ancora considerarsi con ottimismo per quanto riguarda possibilità Turchia, in quanto ritengo che Polonia riuscirà sempre a conservare minimo voti assicurantile il terzo bloccante. Né quindi si profila ancora soluzione. Frattanto Jugoslavia, di cui si era parlato come candidatura compromesso e che aveva in votazione scorsa settimana ottenuto fino a 7 voti, ha fatto comunicazione specificante che essa non (dico non) è candidata ad elezione.

2) Allo scopo di superare questa difficile ed incresciosa situazione vengo confidenzialmente informato che sono in corso colloqui tra i Delegati messicano, argentino e brasiliano al fine di proporre una soluzione di compromesso. Essi hanno constatato la difficoltà, se non l’impossibilità, di far cadere la scelta su un altro Paese che non sia Polonia o Turchia e su cui possa concentrarsi un sufficiente numero di voti. Sia Austria e sia Grecia o Jugoslavia da essi contemplati non sono stati giudicati idonei per vari motivi, tra cui il desiderio già espresso da Grecia e Jugoslavia di non scendere in lizza. In tali circostanze si sarebbe pensato a una formula, che dovrebbe ricevere il consenso delle grandi Potenze, secondo cui ambedue, Turchia e Polonia, verrebbero assicurate da una elezione successiva per il periodo normale di due anni ciascuno. Un tipo di gentlemen agreement quale quello del 1955 per Filippine e Jugoslavia, ma con l’intesa che la durata per i due Paesi sarebbe di due e non di un anno. Si tratterebbe naturalmente di decidere quale dei due candidati entrerebbe per primo e cidovrebbe esser fatto nella presente sessione nel senso che il candidato che in un certo numero di ballottaggi riceverà il maggior numero di voti sarà il primo dei due ad essere eletto al Consiglio. Il candidato escluso verrebbe eletto tra due anni allo scadere del termine del precedente. Non mi risulta peraltro che tale idea sia ancora uscita dall’ambito latino-americano ed abbia trovato consensi tra i principali occidentali. Essa è quindi da considerarsi ancora allo studio embrionale e da trattarsi con riservatezza.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. 30109/258 del 14 ottobre, non pubblicato.

136

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, FOLCHI, ALL’AFIS E ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

Telespr. riservato 91/138902. Roma, 21 ottobre 1959

Oggetto: XIV Assemblea Generale dell’ONU. Argomenti riguardanti la Somalia.

In vista dell’approssimarsi della discussione sulla Somalia all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, questo Ministero ritiene opportuno procedere, sulla base degli elementi sinora raccolti, all’impostazione dei seguenti principali problemi che vi saranno presumibilmente presi in esame, a prescindere dalla questione confinaria con l’Etiopia che è trattata separatamente come argomento specifico.

A) Anticipata cessazione del mandato fiduciario.

Poiché il Governo somalo (vedi telespresso AFIS n. 6056 del 2 corr.3) – nel confermare il voto che «l’indipendenza della Somalia sia concessa al pipresto possibile» – ha fatto conoscere di non essere per il momento in grado di indicare una data precisa, questo Ministero non ha difficoltà ad aderire alla domanda di detto Governo ed a presentare all’Assemblea Generale delle N.U. durante il corso dell’attuale sessione la richiesta del Governo somalo per un’anticipata fine del mandato nella forma da esso desiderata, e cioè senza indicare alcuna data ed evitando di proporne la iscrizione all’ordine del giorno come argomento separato.

Ora, perché tale domanda, senza che figuri come argomento separato nell’ordine del giorno dell’Assemblea Generale, possa essere portata a conoscenza delle N.U. ed essere oggetto di discussione in seno alla IV Commissione, la procedura piadatta sembra quella suggerita dall’Ambasciatore Ortona nel suo telegramma per corriere n. 263 del 16 corrente(4) (trasmesso all’AFIS con telespresso ministeriale odierno n. 91/139103): e cioè una lettera del nostro Rappresentante all’ONU diretta al Segretario Generale in cui si illustrano gli sviluppi politici della Somalia che hanno motivato la richiesta dell’anticipata indipendenza, corredata dal testo della mozione approvata dall’Assemblea Legislativa, dalle pubbliche dichiarazioni fatte in materia dal sottoscritto in data 30 agosto u.s. e da una lettera ufficiale che il Primo Ministro somalo invierà a noi, come Potenza Amministratrice, per chiedere che tale questione venga portata all’Assemblea Generale delle N.U. Tutti questi documenti verrebbero successivamente distribuiti dal Segretariato ai membri delle N.U. e quindi sarebbero oggetto di un primo esame in seno alla IV Commissione.

È tuttavia da prevedere che, in sede di discussione di Assemblea o di Commissione, ci venga rivolto l’invito ad esporre i motivi per cui non è stata precisata una data. In questo caso dovremmo rispondere che – ad avviso sia nostro, come del Governo somalo – è assolutamente necessaria, prima della proclamazione dell’indipendenza, la soluzione di alcuni problemi fondamentali per la vita del nuovo Stato (Costituzione, elezione e poteri del Capo dello Stato, leggi ed ordinamenti basilari, accordi inerenti al trapasso dei poteri, ecc.), e che non è possibile prevedere quando l’Assemblea Legislativa avrà potuto portare a termine tutto questo vasto e complesso compito.

Quanto alle questioni connesse con la fine del mandato, e sulle quali nell’ultima sessione del Consiglio di Tutela erano state formulate raccomandazioni specifiche, occorrerà esser preparati a fornire le informazioni ed i chiarimenti che molto probabilmente ci verranno richiesti, in particolare, sui seguenti argomenti:

1) Ampliamento del Comitato Politico incaricato della redazione del progetto di Costituzione: aderendo al suggerimento del Comitato di Tutela, il Governo somalo ha assicurato che saranno chiamati a farne parte due rappresentanti di tutti i partiti legalmente conosciuti (fra questi figurano tutti i principali partiti di opposizione) anche se non aventi propri rappresentanti in Parlamento.

2) Ampliamento dell’Assemblea Costituente. Difficilmente sarà possibile accogliere il suggerimento del Consiglio di Tutela – al quale l’Italia era favorevole – dato che il Governo somalo e la quasi totalità dei deputati dell’Assemblea Legislativa vi sono nettamente contrari. (Vedi telespresso AFIS 6085 del 3 corr. inviato anche alla Rappresentanza Permanente presso le N.U.3).

3) Nomina e poteri del Capo dello Stato e promulgazione della Costituzione. La questione è tuttora «sub judice»; il nostro atteggiamento potrà delinearsi solo dopo che vi saranno state le consultazioni in proposito tra AFIS, Governo somalo e Consiglio Consultivo, come proposto nell’ultima sessione del Consiglio di Tutela. Sarebbe sommamente desiderabile che tali consultazioni si concludessero in tempo per poterne comunicare l’esito all’Assemblea Generale.

4) Referendum popolare. Il Governo somalo ha aderito alla proposta del Consiglio di Tutela di sottoporre il testo della Costituzione ad un referendum popolare. (Circa la procedura da adottarsi per tale referendum si richiama peraltro il telespresso odierno n. 91/139113).

Non sembrano infatti da trascurare le obiezioni che verrebbero certamente sollevate contro il sistema degli «Scir» proposto dal Governo somalo; sistema che prenderebbe come base un’istituzione tipica di quel regime tribale che detto Governo si è impegnato ad eliminare e che contrasta, sotto molti aspetti, con i principi fondamentali del suffragio universale secondo le moderne concezioni democratiche.

B) Ammissione della Somalia alle Nazioni Unite.

Dallo scambio di corrispondenza intercorsa tra questo Ministero, l’Amministrazione Fiduciaria e la nostra Rappresentanza presso le N.U. risulta che:

a) -A parte ogni altra considerazione, spetta a noi, nella veste di Potenza Amministratrice che ha portato la Somalia alla maturità politica, il compito di promuovere e facilitare l’ammissione della Somalia alle Nazioni Unite. b)- L’atto formale richiesto dalla prassi dell’ONU perché la questione possa essere presa in esame dalle N.U. consiste tuttavia nella domanda presentata direttamente dal Governo interessato. c) -Tale domanda non pucomunque essere avanzata che da un Governo pienamente indipendente; quindi l’«iter» ufficiale non puavere inizio se non dopo la proclamazione dell’indipendenza.

In queste condizioni, sembra che per accelerare i tempi della procedura convenga seguire i suggerimenti di Protić (vedi sopracitato telegramma per corriere n. 263 della Rappresentanza presso le N.U.) e cioè inserire, nella lettera ufficiale che il Primo Ministro somalo invierà al Governo italiano, chiedendo il nostro intervento perché sia portata all’Assemblea Generale la questione dell’anticipata fine del mandato, un paragrafo in cui si manifesti l’aspirazione del Governo e del popolo somali all’ammissione del loro Paese alle Nazioni Unite dopo che ne sarà stata proclamata l’indipendenza. Con tale procedura infatti – a giudizio di Protić – si potrebbe ottenere che le due questioni (anticipata indipendenza e ammissione all’ONU) vengano prese in esame contemporaneamente.

C) Presenza dell’ONU in Somalia dopo l’indipendenza.

Dato anche quanto pivolte è stato riferito dall’Ambasciatore Ortona (vedasi da ultimo il rapporto 10 corrente n. 2883/17833), è da ritenere che le Nazioni Unite intendano assicurare la loro presenza in Somalia dopo il ‘60. Tale eventuale presenza dovrebbe peraltro, a nostro avviso, essere limitata al settore della sicurezza esterna e, con adeguate riserve, a quello economico.

a)- La sicurezza della Somalia indipendente non potrebbe infatti essere garantita né da noi né dalle scarse forze militari di cui il Paese potrà disporre, anche nel caso che si realizzasse l’aspirazione del Governo somalo di costituire un piccolo esercito. - b)- Per quanto concerne il campo economico, sembra naturale che le Nazioni Unite accentrino ed amministrino l’aiuto destinato a finanziare le spese straordinarie per le opere di sviluppo economico o di infrastrutture; è anzi nostro interesse – per ovvie ragioni – che l’aiuto dato in questo campo (cioè le contribuzioni volontarie dei vari Stati, esclusi quelli che già provvedono allo «stop gap aid») sia convogliato attraverso l’ONU ed amministrato dalle N.U. e che sia scartato il sistema auspicato dal Consiglio di Tutela (punto 25 del rapporto del 4 agosto n. T/L 9493) secondo il quale tutti i membri dell’ONU sarebbero invitati ad aiutare il Governo somalo nel finanziamento di queste opere, liberi praticamente di trattare direttamente con esso all’infuori dell’ONU. - c) -Quanto alla introduzione in Somalia di una presenza tecnico-amministrativa delle Nazioni Unite – sempre che il Governo somalo l’accettasse non ravvisando in essa una menomazione della propria sovranità – dovremmo in ogni modo esigere che tale presenza si realizzasse in una forma tale da non pregiudicare il prestigio dei nostri esperti che ci siamo impegnati a fornire alla Somalia nel quadro dell’assistenza tecnica, e da non intralciarne la libertà d’azione. (A tale riguardo va tenuto presente che è nostra intenzione inserire nell’accordo bilaterale italo-somalo per l’assistenza tecnica una clausola in base alla quale l’Italia si riserverebbe la facoltà di rivedere i propri impegni qualora la Somalia accettasse di servirsi di esperti di altre nazionalità in settori ed a livelli tali da poter pregiudicare l’autorità e la libertà d’azione dei nostri).

In ogni modo va tenuto presente che qualora venisse deciso dall’ONU di costituire in Somalia degli organismi internazionali, l’Italia dovrebbe in ogni caso veder riconosciuto il suo pieno diritto di esservi rappresentata in modo adeguato; corrispondente cioè agli interessi speciali che noi conserviamo in quel territorio, alla nostra particolare preparazione specifica e conoscenza dei problemi, ai maggiori sacrifici che abbiamo sostenuto e che saremo chiamati a sostenere per evitare che la Somalia divenga campo di intrighi internazionali a danno dell’Occidente. (Da autorevole fonte americana ci è stato del resto fatto comprendere chiaramente che a Washington si pensa spettare prevalentemente all’Italia il compito – ed i relativi oneri – di assicurare il mantenimento della Somalia nell’orbita occidentale). Dovremmo inoltre cercare di impedire che il Consiglio Consultivo venga fatto sussistere – sia pure in forma mascherata – oltre il ‘60, anche perché è da presumere che il Governo somalo non sarebbe disposto ad accettarlo.

D) Attenuazione dei contrasti politici nel territorio.

Su questo argomento potrebbero esserci chiesti ragguagli nel corso delle discussioni all’Assemblea Generale, in relazione alle discussioni svoltesi in materia durante l’ultima sessione del Consiglio di Tutela e conclusesi, in modo soddisfacente, con la nota dichiarazione comune fatta in quella sede dai rappresentanti dei movimenti politici di opposizione al Governo.

A questo proposito si prende atto di quanto riferito dall’AFIS col telespresso n. 5605/1433, del 14-9-1959 (trasmesso alla Rappresentanza in New York con foglio n. 91/13542 in data 22 stesso mese(3)) e si resta in attesa di ulteriori notizie al riguardo che si spera siano tali da metterci in grado di soddisfare le eventuali domande che ci fossero poste in Assemblea.

E) Emendamenti alla legge elettorale e nuove elezioni politiche.

Questi problemi riguardano esclusivamente i somali in quanto il rinnovo delle elezioni politiche è stato raccomandato dal Consiglio di Tutela per un’epoca successiva alla fine del nostro mandato e dato che anche eventuali cambiamenti alla legge elettorale dovrebbero essere apportati soltanto dopo l’entrata in vigore della Costituzione, entrata in vigore che dovrebbe coincidere con la proclamazione dell’indipendenza.

F) Cessione alla Somalia dei profitti della Somalcassa e dei materiali mobili dell’Aeronautica esistenti nel territorio.

Non dovrebbero essere, questi, argomenti di discussione all’Assemblea; ma se dovessimo essere richiesti di far conoscere i nostri propositi al riguardo, sarebbe opportuno far presente che l’Italia non ha alcun obbligo in materia (anche perché, per quanto riguarda in particolare i materiali mobili dell’Aeronautica, essendo questa impiegata esclusivamente nel traffico civile, il materiale di cui trattasi non avrebbe alcuna importanza per la difesa del territorio); e che quindi essa si riserva di decidere al momento opportuno un eventuale gesto di liberalità nello spirito di amicizia che la lega al popolo somalo.

In relazione a quanto precede, l’AFIS vorrà provvedere con cortese urgenza a far inviare dal Primo Ministro la lettera, di cui al sopracitato telegramma per corriere n. 263 della Rappresentanza Permanente presso le N.U., con cui si prega di voler portare la questione dell’anticipata indipendenza alla sessione attualmente in corso dell’Assemblea Generale delle N.U.; lettera che dovrà anche contenere un paragrafo relativo all’aspirazione della Somalia di essere ammessa alle Nazioni Unite dopo la proclamazione dell’indipendenza, come indicato nel punto B. c del presente dispaccio.

Si richiama poi l’attenzione dell’AFIS sul telespresso da New York n. 2883 del 10 corr.3 (inoltrato a Mogadiscio con foglio ministeriale n. 91/13846 del 16-103) nel quale sono state diffusamente trattate alcune delle piimportanti questioni oggetto del presente dispaccio.

Data infine l’imminenza dei lavori dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sugli argomenti concernenti la Somalia, si pregano l’Amministrazione e la Rappresentanza in indirizzo di far conoscere con ogni possibile urgenza, preferibilmente per telegrafo, i loro pareri, osservazioni, precisazioni e suggerimenti.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238.


2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Londra e a Washington, alla Direzione Generale degli Affari Politici (Ufficio III e Servizio ONU) e al Contenzioso Diplomatico.


3 Non pubblicato.


4 Vedi D. 130.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 31450/278. New York, 24 ottobre 1959 (perv. ore 4,30).

Oggetto: Dibattito su disarmo.

Mio 275(2).

In dibattito Commissione politica ho fatto oggi dichiarazione su disarmo sulla base testo trasmesso con mia lettera 30133. A tale testo, come preannunziato, avevo apportato qualche modificazione per rinforzare punti di cui istruzioni ministeriali contenute in telespresso 23/011944 ed a seguito alcuni spunti colti in discorsi altri oratori durante dibattito. Inoltre, prendendo occasione da dichiarazione Delegato rumeno ieri, che aveva proposto risoluzione centrata su proposta sovietica, ho ritenuto opportuno inserire anche io come primo occidentale – e in relazione a segnalati contatti attualmente in corso al riguardo tra Lodge e Kuznecov – riferimento a opportunità risoluzione che tenga conto in linea generale sia proposta sovietica stessa sia proposta britannica del 17 settembre e sia ulteriori suggerimenti emersi in corso discussioni, ivi comprese proposte Delegato francese avanzate ieri.

Discorso è sembrato riscontrare reazioni generalmente favorevoli. Tra oratori che hanno parlato dopo di me, si sono già riferiti ad esso pubblicamente Delegato australiano (per parte riguardante opportunità approfondimento aspetti tecnici problema ispezioni e controlli) e ancora sudafricano (per quanto riguarda necessità adeguate modifiche Carta e uso veto in ragione disarmo generale e completo). Alleati occidentali hanno espresso direttamente loro soddisfazione. Rappresentante russo Kuznecov, incontrandomi a fine riunione mi ha dichiarato in via personale che egli aveva ascoltato con interesse dichiarazioni, che egli considerava costruttive malgrado non potesse naturalmente aderire a tutti punti da me sollevati.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. 31306/275 del 23 ottobre, non pubblicato.


3 Non pubblicata.


4 Non pubblicato.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 31452/280. New York, 24 ottobre 1959, ore 4,30 (perv. stessa ora).

Oggetto: Problema disarmo.

Mio 269(2).

In riunione odierna cinque occidentali, cui nuovamente è stato invitato Rappresentante brasiliano, Lodge ha riferito su suoi contatti con Kuznecov: questi dietro istruzioni da Mosca gli ha presentato osservazioni sovietiche a controprogetto occidentale incorporate in una nuova stesura del medesimo (cui testo telegrafo a parte).

Questo nuovo testo sovietico è stato preliminarmente discusso nel corso della riunione. Come era da prevedersi sovietici hanno confermato loro insistenza – sia pure qualche po’ attenuata – mettendo in evidenza principio disarmo generale e completo in maniera tale da suonare approvazione di esso da parte Assemblea e da comportare una direttiva di applicazione del medesimo.

Punto su cui sovietici hanno ceduto è stato di accettare menzione, accanto piano

Chruščëv, del progetto britannico e di altre eventuali proposte.

Rappresentante canadese si è mostrato propenso ad accettare nuova formulazione sovietica; maggioranza ha concordato opportunità prospettare ancora qualche modifica onde produrre in definitiva un testo che anche nella forma non si presti ad essere interpretato come vincolante a formula disarmo generale completa impostazione future trattative in seno Comitato Dieci Paesi.

Prossimo lunedì avremo nuova riunione per approvare testo finale che Lodge presenterà a Kuznecov(3).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 133. 3 Per il seguito vedi D. 142.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. urgente 0312. New York, 24 ottobre 1959

Oggetto: XIV Assemblea Generale. Questione dell’Apartheid nel Sudafrica. Riferimento: Telespresso di questa Rappresentanza n. 2053/1353 del 24 luglio c.a.3.

Terminando prossimo lunedì discussione della questione dell’ampliamento Consiglio Sicurezza, ECOSOC e Corte Internazionale Giustizia, la Commissione Politica Speciale inizierà martedì esame questione «apartheid» in Sudafrica.

In vista di tale discussione, la Delegazione indiana ha preparato un progetto di risoluzione, bene inteso ancora soggetto a modifiche e rielaborazioni, che si propone di presentare, in linea con quanto è avvenuto anche in passate sessioni Assemblea, assieme a molte altre Delegazioni afro-asiatiche, latino-americane ed europee. Ne trasmetto separatamente il testo in allegato al mio telespresso n. 2997/1897 in data odierna(3).

Avevamo previsto sin dall’anno passato che i Paesi interessati a mantenere la pressione nella questione dell’«apartheid», dopo la risoluzione moderata adottata allora, si sarebbero quest’anno adoperati per varare una risoluzione redatta in termini qualche po’ piseveri, calcolando che sarebbe stato difficile per i Paesi, i quali l’anno scorso erano passati da precedenti voti di astensione al voto in favore della risoluzione appunto in considerazione del suo carattere piconciliativo, di tornare ad astenersi.

Come è noto, tra i Paesi che durante la scorsa Assemblea votarono in favore della risoluzione dopo essersi mantenuti in anni precedenti su posizione di astensione, è fra gli altri anche l’Italia. Voto sulla risoluzione allora fu di 70 in favore, 5 contro (Australia, Belgio, Francia, Portogallo e Regno Unito) e quattro astenuti (Lussemburgo, Olanda, Repubblica Dominicana e Spagna).

Secondo quanto avevamo previsto, il progetto di risoluzione elaborato dagli indiani è redatto in termini pienergici che lo scorso anno. Nella sua parte introduttiva, dopo un riferimento alla risoluzione adottata dalla precedente Assemblea, vi si esprime il principio che il perseguimento di misure di discriminazione razziale e segregazione è contrario al rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che tale politica da parte di un Governo costituisce una minaccia «all’armonia internazionale», e si prende nota del fatto che la politica di «apartheid» è tuttora in vigore. Nella sua parte dispositiva la proposta indiana si articola in quattro capoversi nei quali si prevede che l’Assemblea: 1) si esprima contro il perseguimento di una politica di discriminazione razziale in qualsiasi parte del mondo; 2) inviti gli Stati membri ad uniformarsi agli obblighi statutari di promuovere il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali; 3) deplori che il Governo del Sudafrica non ha ancora risposto agli appelli precedentemente rivoltigli di rivedere la propria politica che non consente ai vari gruppi razziali di fruire degli stessi diritti e delle stesse libertà; 4) si appelli agli Stati membri di sforzarsi di raggiungere con i mezzi piidonei gli scopi della risoluzione .

Nonostante questo pisevero linguaggio, dai primi contatti avuti con altre Delegazioni mi risulta che il numero di Stati in passato opposti a risoluzioni analoghe, anche se pimiti, continua ad assottigliarsi. Infatti il Belgio si proporrebbe di passare da voto negativo ad astensione, anche in considerazione della delicata situazione sviluppatasi nel Congo belga; ed anche fra i quattro Paesi che l’anno scorso si erano astenuti alcuni vanno attualmente esaminando se non sia il caso di votare quest’anno in favore della risoluzione elaborata dagli indiani.

In tali condizioni, e sempre che la discussione abbia a svilupparsi secondo queste mie previsioni, non ritengo che la nostra posizione, malgrado il linguaggio qualche po’ pienergico del progetto di risoluzione indiano, debba modificarsi rispetto a quella assunta l’anno scorso. Non credo del resto che neppure il Sudafrica se lo aspetti, non potendo chiedere a noi un comportamento pifavorevole di quello riservatogli perfino da vari Paesi del Commonwealth.

Premesso quindi il nostro voto favorevole all’intera risoluzione, poiché è da prevedersi che si passerà a voti separati sui vari paragrafi del suo testo, ritengo che si potrà semmai giocare in tali diverse votazioni per articolare opportunamente il nostro atteggiamento. Cidel resto facemmo in occasione analoga lo scorso anno, quando tenemmo presente anche l’esigenza di evitare con il nostro voto di sanzionare in linea di principio interferenze delle Nazioni Unite nella politica interna di un Paese, dato che nella risoluzione ad esse si fa sostanzialmente espresso riferimento.

In relazione ai singoli paragrafi della risoluzione, in linea di massima, riterrei che la Delegazione italiana debba astenersi sui due ultimi capoversi della parte introduttiva – quello cioè con il quale si dichiara che la politica volta a perseguire la discriminazione razziale costituisce una minaccia all’armonia internazionale e quello con il quale si fa riferimento specifico alla politica di «apartheid» tuttora in vigore –, nonché sui capoversi 1, 3 e 4 della parte dispositiva.

Salvo contrarie istruzioni di codesto Ministero, mi regolerei in tale senso, pur riservandomi di adattare naturalmente questo atteggiamento alla luce degli sviluppi del dibattito in caso questo avesse a svolgersi in senso diverso da quello per ora considerato.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 248. 2 Indirizzato, per conoscenza, all’Ambasciata a Pretoria. 3 Non pubblicato.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 31768/282. New York, 26 ottobre 1959 (perv. ore 5 del 27).

Oggetto: Esplosione atomica nel Sahara.

Seguito mio telespresso 2675/1675 del 12 settembre 19592.

Ho avuto stamane lunga conversazione con Moch che mi ha mostrato materiale tecnico scientifico da lui raccolto a Parigi per elaborazione discorso che egli intende pronunciare immediatamente dopo Delegato marocchino in dibattito su esperimento Sahara. Mi ha premesso, come nota personale, che egli, politicamente non impegnato con De Gaulle e in passato non sempre favorevole ad esperimenti nucleari, non avrebbe mai accettato richiesta De Gaulle perorare anche tale causa in attuale sessione Assemblea, se non avesse potuto accuratamente documentarsi su piena difendibilità tesi francese non pericolosità esperimenti. Tale sua adesione era migliore illustrazione sincerità sua esposizione. Questa, per la quale Moch mi ha dichiarato che preferiva esprimersi in termini approssimativi e non strettamente scientifici per non anticipare esame di dettaglio che faranno tecnici, si è centrata su punti seguenti:

1) Carattere limitato esperimento.

Trattasi esplosione atomica e non termonucleare corrispondente a qualche migliaio di tonnellate di esplosivi, in misura irrilevante dunque nei confronti degli 81 milioni tonnellate finora esplosi in vari esperimenti.

2) Ammontare radioattività.

Anche in tale settore conseguenze esplosione saranno minime. Infatti calcolandosi grosso modo ed a scopo illustrativo che tolleranza da parte genere umano è 5000 unità radioattività in un anno e constatandosi che finora – ad eccezione particolari regioni come Bretagna in Francia o Kerala in India – radioattività esistente in linea generale varia tra 150 e 300 unità, delle quali due sole circa sarebbero determinate da esperimenti nucleari, esplosione francese nella misura prevista comporterebbe aumento di soli due millesimi di tali unità.

3) Andamento venti.

Esplosione avverrà a sud oasi Reggane. Studi disposti da ufficio meteorologico inglese e servizio competente Ministero Lavori Pubblici francese (che ha stabilito in Africa 11 posti osservazione) hanno concordemente concluso nel ritenere che venti provenienti da predetta regione fanno sempre andamento su direttrice rigorosamente tracciata da ovest ad est e mai verso nord o nord-est (il che interesserebbe invece Sicilia). Solo per tre mesi annui vi è una eccezionale diversione di venti da tale linea abituale, ma esclusivamente verso sud. È ammissibile che polveri del Sahara cadano in territorio italiano, ma provenienza sarebbe sempre da Libia o Egitto.

4) Esperimenti precedenti di altri Paesi.

Esperienza relativa ha dimostrato che esplosioni nucleari americane hanno avuto luogo senza causare alcun danno in località lontane da grosso agglomerato popolazione come Los Angeles appena 260 miglia; altrettanto dicasi per esplosioni sovietiche nella regione di Balkaš avvenute a 300 miglia da grosso agglomerato. Località scelta da Governo francese non ha fortunatamente alcun agglomerato nel raggio 500 chilometri, pochi centri nel raggio tra 500 e 1000 chilometri. Solo nel raggio 1000/1500 chilometri vi sono grandi centri abitati; Sicilia ne sarebbe comunque anche pilontana.

Moch mi ha poi detto sperare che inglesi procedano, a rincalzo sua esposizione, a darne conferma con risultati e circostanze propri esperimenti. Americani invece, secondo suoi accenni darebbero segni non voler fare intervento analogo almeno su aspetti tecnici esperimenti, preoccupati di reazioni afro-asiatiche (il che potrebbe anche indicare ripensamenti che mi riservo controllare).

In via strettamente confidenziale mi ha poi aggiunto che, avendo egli parlato Delegato marocchino in tali termini tecnici proprio in questi giorni, questi gli era apparso alquanto scosso tanto da chiedere a Mosca di farne oggetto comunicazione a Rabat tramite quell’Ambasciatore di Francia.

Moch consigliava che incontro tra tecnici italiani e francesi avesse luogo al pipresto e possibilmente prima dibattito in argomento prevedibile anche per prossima settimana.

Su questo richiamo conclusioni mio telespresso citato. Intensifichercomunque prossimi giorni contatti con altre Delegazioni e specialmente con americani per accertare come si dispongono in argomento atteggiamenti politici vari Paesi interessati.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato.

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L’AMBASCIATORE A OTTAWA, DE FERRARIIS SALZANO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 4225/1242. Ottawa, 26 ottobre 1959.

Oggetto: Appoggio del Canada alla Polonia per il Consiglio di Sicurezza.

L’atteggiamento preso dal Canada a proposito della elezione del nuovo membro del Consiglio di Sicurezza, la decisione, cioè, di sostenere fermamente la candidatura della Polonia, presenta aspetti interessanti, sia dal punto di vista dei rapporti tra Canada e Polonia, sia dal punto di vista pigenerale del Canada in relazione agli alleati occidentali e al blocco comunista. Riassumo qui di seguito il risultato di alcune conversazioni avute presso questo Dipartimento degli Esteri, e di alcuni commenti registrati negli ambienti interessati.

Vi è anzitutto l’aspetto formale della questione che, secondo il Canada, non giustificava la candidatura di un altro Paese e costituiva, anche a distanza di tempo, una obbligazione verso la Polonia. Le intese a suo tempo intervenute – si afferma ad Ottawa – avevano creato a Varsavia una legittima aspettazione, che le successive vicende non hanno fatto scomparire. È dunque questo un caso – si fa qui notare – in cui un atteggiamento contrario alla Polonia pusolo dimostrare che le potenze occidentali conducono insieme all’ONU una politica preconcetta contro i Paesi a regime comunista, quali che siano i loro eventuali diritti, e il Canada non ritiene che, soprattutto in questo momento, questa sia una saggia politica.

È poi anche qui dispiaciuto che la sostituzione della Turchia alla Polonia come candidato degli Stati Uniti e delle altre grandi potenze occidentali abbia avuto luogo affrettatamente e senza adeguata preventiva informazione tra gli alleati. Il Canada ha avuto l’impressione di essere posto dinanzi ad una decisione che gli si chiedeva di accettare senza averne precedentemente ed adeguatamente discusso e cinon ha certo contribuito a modificare un orientamento già sfavorevole alla Turchia.

Ma gli aspetti piinteressanti dell’atteggiamento canadese sono quelli che si riferiscono alla interpretazione che questo Paese fa della questione nel quadro generale della guerra fredda e delle relazioni Est-Ovest.

I funzionari canadesi con i quali mi sono intrattenuto in proposito non hanno esitato a dirmi che combattere la candidatura della Polonia, nell’attuale momento internazionale, significa insistere in un atteggiamento di guerra fredda e di sistematica opposizione anticomunista proprio quando le nazioni occidentali dovrebbero dare ai Paesi controllati dalla Unione Sovietica la dimostrazione della loro obiettività e del loro desiderio di contribuire ad un cambiamento generale dell’atmosfera internazionale. Se vi è Paese – mi si è fatto presente – nei cui riguardi sarebbe stato opportuno che l’Occidente non conducesse una campagna contraria, questo era certamente la Polonia, la cui particolare posizione in seno al blocco comunista la raccomanda alla speciale attenzione delle nazioni occidentali.

Questo concetto della speciale posizione della Polonia e del particolare interesse dell’Occidente di fare una politica amichevole nei suoi riguardi è stato anche oggetto di vari tentativi di articoli e commenti di stampa, soprattutto franco-canadese. Negli ambienti francofoni di questo Paese la Polonia è infatti seguita con molto e amichevole interesse, soprattutto dacché l’opinione canadese si è convinta che il regime di Gomulka ha cessato di perseguitare la Chiesa Cattolica e che il popolo polacco non ha sostanzialmente abbandonato – a differenza di altri Paesi satelliti della Russia – la sua grande tradizione religiosa. Un esempio di questo orientamento canadese verso la Polonia è dato – proprio nell’attuale momento – dal generale appoggio che questa stampa dà all’idea della restituzione alla Polonia del famoso tesoro polacco ancora custodito dal Governo provinciale del Quebec. Tranne qualche isolata voce di opposizione, proveniente soprattutto dagli ambienti degli emigrati polacchi, si ritiene in Canada – come ho riferito in separata sede – che lo stato di cose oggi prevalente in Polonia non giustifica una ulteriore detenzione del tesoro da parte delle Autorità canadesi.

Ma soprattutto, (ed è forse questo il motivo che ha avuto maggiore importanza nel determinare l’orientamento canadese), si considera qui con particolare interesse il contributo che un Paese come la Polonia pudare in seno al Consiglio di Sicurezza in un’atmosfera di distensione internazionale. Non sono pochi coloro che vedono tra Polonia e Canada affinità che possono giovare a tale distensione: entrambi i Paesi sono in certo modo «coincés» tra i due grandi blocchi ed entrambi hanno, tuttavia, un margine non indifferente di autonomia; entrambi sono profondamente interessati a che gli attuali sforzi per la realizzazione della coesistenza pacifica conducano a positivi risultati; entrambi occupano, nei rispettivi blocchi, posizioni di un certo prestigio e di una certa influenza, fattori tutti – si pensa qui – che non possono non far pendere la bilancia canadese a favore della Polonia piuttosto che della Turchia, Paese per il quale si ha in Canada molta stima ma che si ritiene troppo rigidamente ancorato a posizioni di anticomunismo e di guerra fredda per recare un contributo costruttivo al grande obiettivo di un nuovo ordinamento internazionale basato su rapporti di fiduciosa ed attiva collaborazione.

Osservare, al termine di queste brevi note, che il Canada ha colto volentieri l’occasione che gli si presentava, di assumere un atteggiamento autonomo rispetto agli Stati Uniti e alla stessa Gran Bretagna, è ovvio. Interessante è invece notare che la elezione della Polonia al Consiglio di Sicurezza, cioè un atto di fiducia verso quello che potrà essere, ma ancora non è, uno stato di rapporti internazionali del tutto diverso dall’attuale ha trovato il Canada particolarmente ansioso di esservi associato. Nell’atteggiamento del Canada, come in quello di altre nazioni occidentali che hanno ostentato la candidatura della Polonia contro quella della Turchia, è da vedere anche, senza dubbio, non tanto un attenuamento della solidarietà atlantica quanto una ripercussione, politicamente e psicologicamente comprensibile, della nuova atmosfera creata dalle iniziative diplomatiche degli ultimi mesi.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Varsavia e Ankara e alla Rappresentanza presso l’ONU a New York.

142

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 31812/283. New York, 27 ottobre 1959, ore 15 (perv. ore 15,15).

Oggetto: Problema disarmo.

Mio 280(2).

Abbiamo oggi esaminato modifiche a progetto risoluzione disarmo che Lodge prospetterà a Kuznetzov. Tali modifiche sono state ridotte all’essenziale anche perché si è considerato che testi si sono ormai a Ginevra ravvicinati.

Emendamento maggiore importanza si riferisce a ultimo paragrafo testo trasmesso con mio 279(3): alla frase «misure per attuazione disarmo generale e completo» è stata sostituita la seguente «misure tendenti verso obiettivi disarmo generale e completo».

Si è discusso anche problemi Paesi che figureranno quali presentatori progetto risoluzione. Si è escluso sia presentazione a due Stati Uniti e URSS, sia presentazione solo da parte dieci Paesi gruppi Ginevra, quest’ultima per riflessi non favorevoli che potrebbero avere in Assemblea. Ci si è orientati quindi verso larghi gruppi firmatari geografici. È rimasto inteso che cinque occidentali saranno tra presentatori, oltre naturalmente a URSS e a Paesi comunisti gruppo Ginevra che URSS verosimilmente chiederà associarsi.

Attraverso Presidenti rispettivi gruppi, contatti saranno sviluppati con Paesi latino-americani e afro-asiatici da associare a presentazione risoluzione; cinaturalmente non appena accordo definitivo su testi corretti sarà stato raggiunto tra americani e sovietici.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 138.


3 T. 31451/279 del 23 ottobre, non pubblicato.

143

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 32045/288. New York, 28 ottobre 1959, ore 23 (perv. ore 5 del 29).

Oggetto: Problema radiazioni ionizzanti.

Mi riferisco da ultimo a mio telespresso 1902 del 24 corrente(2).

Canadesi hanno tenuto oggi altra riunione circa questione attività Comitato Scientifico Radiazioni Ionizzanti alla quale erano presenti Rappresentanti seguenti 9 paesi che canadesi vorrebbero avere come copresentatori noto progetto risoluzione: Italia Norvegia Austria Irlanda Nuova Zelanda Messico Giappone India RAU. Canadesi hanno presentato nuova redazione progetto stesso che, attenuando vari aspetti, lascia peraltro intatta sostanza fondamentale loro proposta che tende a orientare studi ed azione Comitato Scientifico, in collaborazione con agenzie specializzate interessate, verso una maggiore precisazione dei pericoli che comportano per umanità esposizione a radiazioni ionizzanti e quindi produzione da parte dell’uomo di tali radiazioni.

Canadesi hanno avuto anche contatti con sovietici per giungere a testo suscettibile di non essere da loro osteggiato, ma senza risultato finora, essendo sovietici per principio non favorevoli ad estensione attività Comitato che comporti maggiori obblighi da parte Stati per una cooperazione internazionale in materia. Dopo altro tentativo che effettueranno oggi, canadesi propongonsi comunque presentare loro progetto entro domani e chiedono a noi ed altri Paesi suindicati se siamo disposti accompagnarli nella presentazione.

Abbiamo parlato anche naturalmente con inglesi ed americani, quali non (dico non) hanno finora incoraggiato iniziativa canadese, poiché avrebbero preferito risoluzione schematica limitantesi ad approvare genericamente rapporto Comitato. Ma neppure l’hanno finora apertamente osteggiata. Essi non hanno ancora idee definitive in proposito, e li ho pregati farmi conoscere piprecise indicazioni loro atteggiamento.

Dati questi sviluppi in ambienti occidentali e progressivo acutizzarsi attenzione su problema effetti radiazioni, in relazione anche a prossima discussione su esperimenti nucleari tanto in generale quanto nel Sahara, mi sembra che possano farsi considerazioni seguenti.

Nostra partecipazione a presentazione progetto canadese comporterebbe svantaggio implicare nostra chiara presa di posizione su una questione che, sia pure sul piano scientifico, pudivenire controversa anche tra occidentali. D’altro canto parmi avrebbe seguenti vantaggi:

A) continuerebbe testimoniare nostro interessamento in questo settore;

B) verrebbe incontro sul piano scientifico a preoccupazioni che non solo da parte opinione pubblica canadese ma anche da altre – e nostra – «vedi caso esplosione nucleare Sahara» – si esprimono circa effetti radiazioni ionizzanti;

C) darebbe qualche diversa caratterizzazione ad iniziativa che non nel caso

Canadà fosse solo accompagnato da afroasiatici ed europei neutralisti. Sarei grato telegrafarmi urgenza istruzioni(3).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato. 3 Per il seguito vedi D. 147.

144

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. per via aerea 3131/1931. New York, 29 ottobre 1959

Oggetto: Raccomandazioni n. 7 e 8 del Consiglio di Tutela. «Referendum» per la Costituzione.

Riferimento: Telespresso n. 91/13911 del 21 ottobre u.s.2.

Mi permetto di segnalare che concordo pienamente con le considerazioni svolte da codesto Ministero nel suggerire che l’AFIS inviti il Governo somalo a riesaminare la questione del «referendum» popolare di conferma per la Costituzione.

Infatti, se puragionevolmente attendersi che la Quarta Commissione accolga un sistema che si articoli su un Comitato politico allargato fino a comprendere rappresentanti di partiti non di maggioranza da un lato, e su un «referendum» tenuto secondo le norme democratiche dall’altro, difficilmente essa darebbe il suo benestare se il Governo somalo, in rapporto alle sopracitate raccomandazioni, prendesse misure che non prevedessero anche un «referendum» tale da offrire un minimo di normali garanzie. E citanto piqualora, come pare, il Governo somalo non si disponesse ad effettuare un allargamento dell’Assemblea Costituente.

È ovvio che un sistema di «garanzie» che contemplasse: Comitato Politico allargato, Assemblea Costituente che includa rappresentanti di tutti i partiti e «referendum» indetto secondo le fondamentali norme democratiche, sarebbe l’optimum. Non potendosi realizzare ci è chiaro anche che la sola posizione di ripiegamento accettabile per la Quarta Commissione sarebbe quella basata su un sistema che comprenda almeno il primo e il terzo aspetto, visto che si ritiene difficile, o inopportuno, accedere alla raccomandazione relativa all’Assemblea Costituente.

Si incorrerebbe, in caso contrario, in seri rischi di esporre tutta la situazione politica in Somalia a prolungata discussione in Assemblea, con evidenti possibilità di complicazioni per quel che riguarda un’approvazione della richiesta di anticipata indipendenza.

Vorrei anche richiamare all’attenzione di codesto Ministero la particolare sensibilità che, non solo alla Quarta Commissione, si manifesta alle Nazioni Unite ogni volta che si discute di voto femminile per escluderlo da una consultazione. Un «referendum» basato sugli «scir» offrirebbe il fianco a critiche, basate su tale punto, anche di Rappresentanti di Paesi sul cui aiuto potremmo invece normalmente contare. Ricordo le interminabili discussioni avutesi il marzo scorso, alla «ripresa» della XIII sessione dell’Assemblea, per il voto femminile nel Camerun britannico. Vari Paesi, pur disposti a sostenere le tesi britanniche, si sono trovati in difficoltà su questo punto e hanno dovuto astenersi dal voto.

Sargrato a codesto Ministero se vorrà tenermi al corrente delle decisioni del Governo somalo al riguardo, informandomene appena possibile.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238. 2 Non pubblicato.

145

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 32368/295. New York, 30 ottobre 1959, ore 4,30 (perv. ore 10,30 del 31).

Oggetto: Rapporto Laos.

Mio 284(2).

In varie sedute tra tutti Rappresentanti permanenti e Delegati Sottocommissione si è messa a punto ed ultimata stasera redazione rapporto Laos. Esso risulta sufficientemente bilanciato e registra segni assistenza a ribelli Laos da parte Nord Vietnam pur non potendo rilevare azione di massa o penetrazioni truppe regolari.

Stesura rapporto è avvenuta in atmosfera cordiale collaborazione tra tutti membri e non (dico non) ha dato luogo ad alcun contrasto.

Infine ultima seduta stasera Ambasciatore Tunisia ha persollevato questione ritiro altri Delegati (italiano e giapponese) ancora rimasti a Vientiane rilevando essi erano stati lasciati fino espletamento compiti Sottocommissione che si esaurisce con presentazione rapporto ormai ultimato. Giapponese ha obiettato suo Governo preferiva che «presenza» fosse assicurata ancora per qualche tempo (vedi anche mio odierno 2943). Poiché argentino aveva dovuto assentarsi prima che tale discussione avvenisse ed avendo io dichiarato che problema era troppo serio per consentire affrettare decisioni, si è deciso rinviare a seduta lunedì pomeriggio, insieme a revisione finale rapporto, anche esame questione ritiro Codelegati predetti. Tunisino lasciato intendere intenzione fare dichiarazione «di minoranza» se altri fossero decisi mantenere nucleo a Vientiane. È naturalmente interesse Hammarskjoeld ed occidentali picoinvolti in Laos (americani e francesi) evitare soluzione continuità tra presenza nucleo Sottocommissione ed entrata in atto progetto Hammarskjeold di cui altro mio telegramma odierno. Date tali circostanze sentirdomani Hammarskjoeld ed altri occidentali per meglio orientare mia azione lunedì, con la quale cercherei evitare affiorino pubblicamente contrasti su questione ed aggirare difficoltà suggerendo un ritardo almeno «de facto» in partenza Codelegati da Vientiane e un acceleramento esecuzione progetto Hammarskjoeld.

Salvo contrarie istruzioni e con cautele dettate da evolversi situazione mi sembrerebbe opportuno – sempreché Hammarskjoeld ed occidentali vi tengano molto – far presente lunedì che Governo italiano sarebbe d’avviso evitare soluzione di continuità. Dato quanto precede ho pregato Barattieri rimanere, anche per evitare che stampa male interpreti sua partenza domani. Telegraferdata suo rientro(4).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. segreto 31813/284 del 27 ottobre (ibid.), con il quale Ortona aveva comunicato che la prima stesura del rapporto del Comitato Laos era stata terminata.


3 T. segreto 32373/294 del 31 ottobre, non pubblicato.


4 Con T. segreto 32484/300 del 31 ottobre (ibid.), Ortona comunicava poi: «Hammarskjoeld in nuovo colloquio stamane confermatomi suo forte interesse ad evitare soluzione continuità in successione “presenza” Nazioni Unite a Vientiane. Di cirisultami egli farà parola a Delegato tunisino. Analogamente si sono espressi con me principali Delegati occidentali». Per il seguito vedi D. 150.

146

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 32352/291. New York, 31 ottobre 1959, ore 3,20 (perv. ore 4,40).

Oggetto: Indipendenza anticipata Somalia.

Telespresso 91/138902.

In adesione richieste di cui ultimi capoversi telespresso citato faccio presente seguenti osservazioni:

A) istruzioni circa anticipata cessazione mandato fiduciario concordano con considerazioni fatte da questa Rappresentanza e quali risultano da precedenti comunicazioni in argomento;

B) preso atto difficoltà ampliare Assemblea costituente. Con telespresso odierno faccio presente ragioni per cui, in mancanza ampliamento assemblea ed effettuandolo soltanto per Comitato politico, tanto pioccorre che «referendum» popolare proposto da Consiglio Tutela avvenga con pieno rispetto regole democratiche. Cirende sconsigliabile ricorso a sistema «scir» apparendo particolarmente necessario tenere presente opportunità suffragio femminile se vogliono che un referendum sia completamente apprezzato da Nazioni Unite;

C) circa questione nomine e poteri Capo di Stato, riterrei non solo desiderabile ma necessario che consultazioni relative si concludano prima discussione in Quarta Commissione e cioè entro metà novembre;

D) d’accordo anche con considerazioni circa ammissione Somalia alle Nazioni Unite che collimano con quelle di questa Rappresentanza;

E) circa problema «presenza», prendo nota indicazione di incoraggiare eventuale disegno Segretariato concernente sicurezza in relazione confini: mi asterrei tuttavia dal provocare o prendere l’iniziativa fino a dopo conclusione conversazioni Trygve Lie onde meglio giudicare tipo piconsigliabile presenza stessa;

F) circa presenza in campo economico, naturalmente questa Rappresentanza, come spesso segnalato, concorda su opportunità evitare istituzione «Fondo speciale Somalia» che raccolga ed amministri aiuti che da qualunque parte possano venire a Somalia, tanto meno nostri aiuti «Stop Gap».

Circa aiuti vari Stati (escluso quelli che provvedono Stop Gap) e destinati sviluppo economico e infrastrutture, vi è da domandarsi se anche con tali qualificazioni e limitazioni il patrocinio «convogliamento attraverso Nazioni Unite», tale tipo aiuti non finirebbe per farci correre uguale rischio incoraggiamento implicito proposte per creazione Fondo speciale Somalia.

D’altro canto non mi sembra vi siano altre istituzioni utili oltre Banca Internazionale o IDA o Development Loan Fund o altri organi americani per aiuti del genere ed è attraverso tali istituti internazionali o nazionali che devoluzione tali aiuti mi pare debba essere consigliata.

In argomento invio comunque comunicazioni per corriere;

G) circa presenza in campo tecnico amministrativo, concordo con osservazioni codesto Ministero degli Affari Esteri; gradirei soltanto conferma, anche per mia norma di condotta, che questa Rappresentanza pufar perno sul nome di Gasbarri per puntualizzare opportunamente modo con cui interessi italiani potrebbero eventualmente essere protetti in tale campo;

H) ho preso opportuna nota altri argomenti comunicazione citata che mi sembra non richiedano commenti da parte questa Rappresentanza(3).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 136.


3 Con T. segreto 17550/197 del 6 novembre (ibid.), Folchi rispondeva al riguardo: «Prendesi atto contenuto suo 291. Per punti B) C) relativi referendum popolare capo dello Stato è stata nuovamente interessata AFIS. Per punto F) relativo presenza ONU in campo economico confermasi nostro atteggiamento contrario istituzione “Fondo Speciale Somalia” convenendo su opportunità evitarla sotto qualsiasi forma nonché altre considerazioni di V.E. al riguardo. Per punto G) relativo presenza ONU in campo tecnico amministrativo è stata invitata AFIS far conoscere quanto ho chiesto circa Gasbarri».

147

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 32374/292. New York, 31 ottobre 1959, ore 11 (perv. ore 11,10).

Oggetto: Problema radiazioni ionizzanti.

Mio 288(2).

1) Americani ci hanno informato che appoggeranno progetto risoluzione canadese, così anche i francesi; inglesi, per quanto non abbiano ancora avuto definitive istruzioni da Londra, si vanno orientando in senso analogo. Dal canto loro Paesi rappresentativi delle varie aree geografiche consultati dai canadesi e che hanno partecipato a riunione da loro indetta (mio telegramma citato) hanno accettato essere copresentatori progetto in questione. Tale progetto, malgrado sovietici continuino a dichiararvisi non favorevoli, appare dunque destinato ad ottenere approvazione a larghissima maggioranza. In tali condizioni abbiamo ritenuto che eliminati possibili svantaggi inerenti a eventuali discrepanze tra occidentali, restassero a favore nostra adesione solo vantaggi formulati con mio citato. A seguito nuova specifica richiesta e pressioni canadesi, abbiamo quindi ritenuto accettare essere tra copresentatori progetto. Presentazione verrà fatta stasera. Trasmetto testo definitivo per corriere.

2) Un paragrafo specifico detto progetto contiene invito a Stati membri offrire di effettuare nei propri laboratori analisi campioni radioattivi di altri Paesi che non abbiano laboratori propri. Varie delegazioni – e so già il particolare di Canadà, Giappone e Norvegia faranno nel corso del dibattito sulla questione offerte in tal senso. Cacciapuoti mi dice che anche noi, sia pure entro certi limiti, siamo materialmente in grado di offrire una qualche assistenza, che ritengo [sic] potrebbe essere conveniente farne menzione nell’intervento che pronunceremo su questa questione: forse potrebbe pensarsi limitare offerta assistenza stessa ai Paesi bacino Mediterraneo. Sarei grato di conoscere pensiero nostri organi competenti ed osservazioni codesto Ministero.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 143.

148

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 32380/293. New York, 31 ottobre 1959, ore 11 (perv. ore 11,10).

Oggetto: Questione Laos.

Mio 280(2) e mio telespresso 19103. Hammarskjoeld ha formulato in un memorandum, di cui mi ha dato conoscenza preliminare stamane, suoi orientamenti circa sviluppi azione Nazioni Unite in Laos, attraverso sua imminente visita Vientiane e successivo stabilimento in loco suo Rappresentante personale. Tale memorandum, riscontrando adesione Paesi membri Consiglio, dovrebbe essere trasformato poi in lettera circolare con cui Hammarskjoeld avverte suo progetto partenza al fine studiare eventuale nomina Rappresentante predetto e chiede anche Consiglio non si riunisca prima suo ritorno. Tale memorandum mi risulta essere stato ieri portato a conoscenza anche dei sovietici per vie indirette.

Delegazione sovietica ha oggi diramato comunicato nel quale, facendo riferimento notizie «diramate da agenzie occidentali» precisa che non potrà appoggiare e neppure tacitamente accettare istituzione Laos «missione permanente Nazioni Unite».

In tale comunicato peraltro non viene nominato Segretario Generale né si fa riferimento sua possibile azione o a nomina suo Rappresentante personale. Hammarskjoeld, avvicinato dopo diramazione comunicato, lasciato intendere egli continua a pensare che – pur non potendo esimersi da qualche protesta – sovietici in ultima analisi potrebbero non opporsi ad iniziativa quale da lui divisata ed accettare di fatto procedura da lui suggerita.

Non ci si pucomunque nascondere che comunicato sovietico potrebbe preludere ad opposizione attiva e determinare sviluppi picomplessi del previsto, tanto in Consiglio Sicurezza quanto in Assemblea. Hammarskjoeld comunque tuttora sembra deciso effettuare tra qualche giorno sua visita Laos.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 138. 3 Non pubblicato.

149

LA DIREZIONE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI AD AMBASCIATE, RAPPRESENTANZE, LEGAZIONI E CONSOLATI(1)

Telespr. 10A/446/c.2. Roma, 31 ottobre 1959.

Oggetto: Discorso del Ministro Kreisky a Innsbruck 21 ottobre 1959. Dichiarazioni sull’Alto Adige.

Il Ministro degli Esteri austriaco Kreisky, intervenuto il 21 ottobre ad una riunione indetta ad Innsbruck dal Partito socialista, ha pronunciato un discorso, nel corso del quale ha sottolineato che l’Austria aspira a intrattenere buoni rapporti con tutti gli Stati confinanti. Mentre questo è possibile con l’Ungheria – ha aggiunto il Ministro – non lo è invece con la Cecoslovacchia che ha espropriato senza risarcimento alcuno 10.000 cittadini austriaci. Sui rapporti tra l’Italia e Austria grava invece la questione sudtirolese e sinora non si è riusciti a risolvere in modo soddisfacente questo problema. L’Austria – ha proseguito Kreisky – ha trattato a lungo pazientemente, ma si è poi convinta che l’Italia tira solo in lungo le trattative. Percil’Austria ha parlato della questione sudtirolese all’Assemblea Generale dell’ONU. Il Ministro degli Esteri italiano, Pella, «molto irritato», ha risposto all’ONU sostenendo che in Alto Adige c’è già stata una specie di plebiscito, cioè le «opzioni». Non possono costituire un plebiscito delle dichiarazioni presentate ad un ufficio, come furono le opzioni; un simile plebiscito si potrebbe ottenere anche negli Stati comunisti. Successivamente Pella ha ritrattato la sua affermazione. L’Austria non intende rinunciare all’intenzione di portare all’ONU il problema del Sudtirolo e vuole approfittare del tempo a disposizione sino alla prossima Assemblea Generale per far propaganda presso gli Stati membri dell’ONU in favore del suo punto di vista. L’Austria non ha – ha aggiunto Kreisky – alcun interesse a trascinare la questione del Sudtirolo nelle controversie delle grandi Potenze, ma desidera un obiettivo giudizio e che la questione venga trattata; la sorte di oltre 250.000 persone è cosa troppo seria per farne oggetto di manovre politiche.

Il Ministro ha poi precisato che dipende dagli statuti delle N.U. il fatto che il problema sudtirolese venga o meno posto all’ordine del giorno della prossima Assemblea Generale: un attento esame di detti statuti dimostra che essi non lo vietano. Comunque l’ultima decisione in merito spetta alla maggioranza dei Delegati all’ONU. Queste ultime affermazioni sono state unicamente riportate nell’organo socialista «Arbeiter Zeitung» (edizione per il Tirolo); anche quest'ultimo non ha pubblicato il discorso integrale.

In merito al discorso di Kreisky il borgomastro di Innsbruck Lugger ha, in un comizio elettorale, deplorato come la stampa socialista abbia affermato che «Kreisky ha portato per il primo la questione del Sudtirolo all’ONU; con Figl si è parlato molto del Sudtirolo, a Innsbruck si sono imbrattati i muri, ma non è successo nulla: questa è la differenza tra ÖVP E SPÖ». Lugger ha inoltre dichiarato: «noi vogliamo – e lo dico con piena responsabilità quale borgomastro di questa città – che anche in avvenire le questioni del nostro Sudtirolo non vengano coinvolte nella politica di partito ma restino compito dell’Austria intera (“gesammtterreichische Aufgabe”)!».


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 253.


2 Indirizzato alle Ambasciate ad Addis Abeba, Ankara, Atene, Beirut, Belgrado, Berna, Bonn, Bruxelles, Buenos Aires, Il Cairo, Canberra, Caracas, Città del Messico, Copenaghen, Dublino, Helsinki, L’Aja, Lima, Lisbona, Lussemburgo, Madrid, Mosca, New Delhi, Ottawa, Oslo, Parigi, Pretoria, Rabat, Rio De Janeiro, Santiago, Santa Sede, Stoccolma, Tel Aviv, Tokyo, Tripoli, Tunisi, Vienna, Varsavia e Washington, alle Legazioni a Bucarest, Budapest, Sofia e Tirana, alle Rappresentanze presso l’ONU a New York e a Ginevra e presso la CE a Strasburgo, alla Delegazione permanente presso l’OECE a Parigi, ai Consolati a Basilea, Berlino, Coira, Colonia, Francoforte, Ginevra, Klagenfurt, Innsbruck, Lugano, Monaco di Baviera e Stoccarda. Diretto inoltre per conoscenza alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (Ufficio Regioni), alla Direzione Generale degli Affari Politici (Ufficio I e Servizio ONU), alla Direzione Generale Relazioni Culturali e al Servizio Stampa.

150

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 32663/303. New York, 3 novembre 1959, ore 5,50 (perv. ore 6).

Oggetto: Delegati ONU nel Laos.

Mio 300(2).

Riunione con Sottocommissione Laos rinviata a domani per sopravvenuti impegni Delegato giapponese. Ciha consentito ulteriori contatti e riunioni con tre occidentali che hanno confermato loro estremo interesse, non solo evitare soluzione continuità ma ad assicurare proseguimento permanenza Sottodelegati fino a quando Hammarskjd non avrà compiuto sua visita e effettivamente designato e stabilito a Vientiane suo Rappresentante. Tutti tre occidentali che hanno avuto contatti russi in questi giorni hanno espresso infatti timori che, di fronte a prevedibile irrigidimento sovietico, Hammarskjd receda suo progetto o comunque ne rinvii esecuzione. Detto ai miei colleghi che mio Governo era anche esso d’avviso evitare soluzione continuità. Ma che dovevo fare presente che se il giapponese Aoki, come dettomi da Ambasciatore del Giappone qui, dovesse partire giorno 15 novembre, rimarrebbe a Vientiane solo Delegato italiano: il che potrebbe comportare serio problema per il mio Governo. Siamo comunque rimasti intesi agire in modo che Hammarskjd sia indotto a partire al pipresto possibile.

VedrSegretario Generale domani prima della riunione Sottocommissione.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 145, nota 4.

151

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 32779/307. New York, 3 novembre 1959, ore 24 (perv. ore 5,45 del 4).

Oggetto: Delegati ONU nel Laos.

Mio 303(2).

Hammarskjoeld mi ha detto stamani che malgrado crescente irrigidimento sovietico egli sperava che esso non giungesse ad estreme conseguenze, intendendo per queste opposizione a suo progetto così netta e formale da sconsigliarne esecuzione: citanto piin quanto altra alternativa per russi era spiacevole dibattito Consiglio ed Assemblea. Non appena reso disponibile (anche se non pubblico) rapporto Sottocommissione, egli ne avrebbe parlato «a carte scoperte» con Kuznetsov ed avrebbe proceduto ad attuazione piano anche se sovietici lo avessero contrastato purché blandamente. Era quindi necessaria pubblicazione urgente rapporto per giustificare tale contatto con sovietici.

In successiva riunione Sottocommissione si è deciso consegnare domani rapporto a Presidente Consiglio Sicurezza. Posizione tunisina si è attenuata nel senso che Ambasciatore Slim, rendendosi conto vari motivi da me esposti in riunione che sconsigliano decisioni troppo nette e precipitate, dichiaratosi d’accordo non richiamare formalmente due Co-delegati rimasti in Laos, ma attendere per determinazioni finali reazioni a rapporto da parte Presidente Consiglio Sicurezza. Cidarà comunque modo protrarre partenza predetti qualche giorno e dopo che Hammarskjoeld avrà preso sue decisioni.

Segretario Generale che ho visto dopo riunione, dichiaratosi soddisfatto formula così adottata.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 150.

152

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 32803/309. New York, 3 novembre 1959, ore 24 (perv. ore 5,45 del 4).

Oggetto: Indipendenza Somalia.

Fra «Remaining arrangements» contemplati da «Piano trapasso poteri a Governo somalo» sui quali occorre informare Assemblea Generale figura quello «Difesa». Ma proporrei inserire a questo riguardo nelle dichiarazioni che faremo prossimamente passo articolato come segue:

1) per noi esiste sostanzialmente problema ordine interno e sorveglianza confinaria, non di vera e propria difesa del territorio;

2) nostra direttiva fondamentale è stata d’altra parte – anche in armonia raccomandazioni Nazioni Unite – di dare Somalia struttura economica e base finanziaria solide;

3) entro questi limiti, attuali forze di polizia possono considerarsi rispondere scopo senza eccessivo aggravio bilancio;

4) Italia contempla tuttavia – entro termine mandato – misure rammodernamento e perfezionamento armi e materiali forze di polizia – trattandosi dotazioni logore uso vecchie di anni – e, nel quadro aiuti dopo 1960, assegnazione adeguato numero istruttori e borse di studio per ufficiali, sottufficiali ed allievi per corsi specializzazione in Italia.

Prego telegrafarmi urgenza se codesto Ministero concorda, particolarmente per quanto riguarda impegni di cui punto 42.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e. partenza.


2 Con T. segreto 17557/198 del 6 novembre (ibid.), Folchi comunicava al riguardo: «Si approva inclusione passo riguardante difesa somala nelle prossime dichiarazioni. A tale proposito tengasi presente quanto contenuto nel telespresso 91/13890 (vedi D. 136), paragrafo C) lettera a). Per punto 4) approvasi accenno relativo assegnazione istruttori nonché borse studio, togliendo frase concernente materiali ed armi da fornire Polizia in quanto ancora non esistono necessarie deliberazioni del Governo».

153

L’AMBASCIATORE A PRETORIA, CARROBIO DI CARROBIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 2573/8092. Pretoria, 4 novembre 1959.

Oggetto: La questione dell’Africa Sud Occidentale ex tedesca alle Nazioni Unite.

Il Segretario Generale di questo Ministero degli Affari Esteri che ho visto ieri si è dimostrato assai amareggiato e irritato per l’avvenuta approvazione in Commissione delle due mozioni in materia di Africa Sud Occidentale.

L’Ambasciatore Jooste, dopo aver messo in rilievo l’atteggiamento assunto quest’anno dalla Delegazione sudafricana, certo assai piaperto ed elastico che l’anno scorso, ha osservato che ci evidentemente, è stato interpretato come indizio di debolezza, per cui gli avversari di sempre (ed ha nominativamente indicato Krishna Menon), pur avendo l’aria di voler usare un tono piamichevole e distensivo, hanno in realtà continuato a manovrare in modo da mettere il Governo sudafricano in una posizione senza via d’ uscita.

Ambedue le mozioni approvate (di cui non ho ancora il testo completo) sono inaccettabili pel Governo sudafricano – ha proseguito il Segretario Generale – ma esse diventano tanto pigravi se combinate: l’invitare il Sud Africa a prendere contatto con le Nazioni Unite «with a view to placing the mandated territory under the international trusteeship system», ignorando quindi in modo totale la posizione sempre tenuta dal Governo di Pretoria in argomento, costituiva già di per sé la prova della decisa volontà di alcuni Paesi di impedire qualsiasi ragionevole compromesso. Ma se a tale risoluzione si abbina l’altra in cui si auspica un ricorso alla Corte di Giustizia Internazionale, si unisce la minaccia alla intimazione: «il che nessun Governo che si rispetti putollerare»; e Jooste ha aggiunto che i membri del Governo, primo fra tutti il Primo Ministro, (che in assenza di Eric Louw regge anche gli Esteri), «feel very strongly about it».

Il Segretario Generale ha poi avuto parole di compiacimento per l’appoggio avuto da Regno Unito, Francia, Belgio, Portogallo ed anche, sebbene in misura minore, dai Paesi scandinavi (che avevano presentato una mozione che, pur essendo inaccettabile dal Sud Africa, era assai piblanda) ed, in genere, da coloro che si sono astenuti.

Egli, tuttavia, si è rammaricato che i voti contrari non siano stati pinumerosi ed ha auspicato che, in Assemblea, almeno alcuni dei Paesi occidentali che si sono astenuti in Commissione, trasformino la loro astensione in voto negativo, sì da dare al Sud Africa, anche se verrà condannata, un maggiore sostegno morale e da rendere meno difficile la posizione del Governo di fronte ai suoi elettori.

Ho assicurato che avrei subito riferito, aggiungendo che non avevo elementi per prevedere quale potrà essere il nostro atteggiamento in Assemblea; ho tuttavia raccomandato la massima prudenza, esprimendo l’augurio che, anche se la votazione avvenuta in Commissione dovesse ripetersi in Assemblea, il Governo sudafricano assuma un atteggiamento di prudente attesa, anziché reagire violentemente come sembra auspicare la mozione votata il 29 ottobre u.s. dal Congresso del Partito Nazionalista dell’Africa del Sud-Ovest che suona come segue:

«If other countries of the UNO maintain their implacable attitude, an incorporation of SWA by the Union, under the condition that certain local matters and taxation regulations are maintained, will be strongly considered».

Mi sarebbe assai utile ricevere, non appena possibile, qualche indicazione sulla nostra linea di condotta e qualora, come qui auspicato, potessimo decidere di dare voto contrario in Assemblea, vorrei pregare di darmene comunicazione telegrafica(3).


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 249. 2 Inviato, per conoscenza, anche alla Rappresentanza presso l’ONU a New York. 3 Di seguito annotazione manoscritta: «sempreché in tempo».

154

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI, ALL’AFIS E ALL’AMBASCIATA AD ADDIS ABEBA(1)

Telespr. 3175/1975. New York, 4 novembre 1959.

Oggetto: Somalia. Presenza delle Nazioni Unite. Colloquio con Hammarskjd.

Ieri ho approfittato di uno dei colloqui che ho avuto con il Segretario Generale sulla questione del Laos, per parlargli degli incontri previsti in questi giorni con Trigve Lie sulla questione dei confini somalo-etiopici.

In particolare ho desiderato controllare con lui un’affermazione fatta da Trigve Lie stesso a Vinci nel senso che il Segretario Generale Hammarskjd aveva avuto conoscenza del testo del «compromesso» da lui elaborato e che egli si era espresso molto favorevolmente al riguardo. Mi sono limitato dunque a chiedere ad Hammarskjd quali impressioni aveva ricevuto dal suo incontro con Trigve Lie e se egli era stato messo al corrente del progetto di compromesso da lui elaborato.

Hammarskjd mi ha premesso che nell’attuale fase egli non poteva svolgere alcuna azione o inserirsi in alcun modo nel problema, ma limitarsi invece a guardare ad esso quale osservatore attento e interessato per eventuali ripercussioni avvenire nell’ambito Nazioni Unite di una qualsiasi soluzione del problema stesso.

Egli aveva letto il progetto di compromesso e poteva solo formulare al riguardo un commento fondamentale, che cioè il progetto appariva abbracciare notevolmente la tesi etiopica. Tale impostazione non avrebbe facilitato certo il corso dei negoziati. Gli ho detto che sia tale circostanza e sia la mancata visita di Trigve Lie a Mogadiscio avevano notevolmente irritato i somali e reso il nostro compito estremamente delicato e difficile. Mi ha osservato – e non senza una certa punta di critica verso il suo predecessore – che egli aveva consigliato a suo tempo a Trigve Lie di non trascurare Mogadiscio nel suo viaggio africano. Trigve Lie *non* aveva ascoltato tale consiglio e aveva sottovalutato le reazioni somale: ora la situazione si presentava certamente complessa e ogni possibilità di soluzione accettabile dalle due parti pidifficile.

Ho fatto presente ad Hammarskjd i nostri sforzi per «condizionare» opportunamente l’atmosfera dei rapporti con gli etiopici, con passi tempestivi e accorti del nostro Ambasciatore ad Addis Abeba sia presso l’Imperatore e sia presso il Ministro degli Esteri abissino: passi in cui si era ampiamente illustrata la buona volontà dell’Italia e in cui si era opportunamente cercato di dileguare ogni sospetto etiopico nei confronti delle iniziative verificatesi a Mogadiscio in tema di movimento pansomalo.

Hammarskjd mi ha allora ripetuto che, malgrado ogni sforzo che si possa compiere da parte nostra, rimarrà sempre nell’animo degli etiopici, al momento di valutare ogni qualsiasi questione con noi controversa, un residuo di sospetto derivante dagli eventi del 1935. Mi ha allora confidato di aver ricevuto due giorni fa la visita del Rappresentante permanente di Etiopia, che si era intrattenuto con lui proprio sul problema dei confini per lumeggiargli il punto di vista di Addis Abeba. La conversazione con Alemayehou aveva naturalmente fatto emergere le difficoltà di addivenire a una soluzione per tutti soddisfacente. A questo punto egli, Hammarskjd, aveva cautamente accennato alla possibilità che, se la questione non fosse risolta, le Nazioni Unite potranno forse trovarsi chiamate a inserirsi nel problema e che, se cidovesse essere, potrebbe anche contemplarsi l’opportunità di assicurare una «presenza» delle Nazioni Unite nella zona confinaria, con qualche commissione incaricata di svolgere opera di osservazione, tale da assicurare il prevalere di pace e di sicurezza nella zona stessa.

A tali accenni, ripeto, cautamente fatti da Hammarskjd, l’Ambasciatore etiopico aveva reagito nel modo piviolento e negativo («hit the ceiling!»), dichiarando che una soluzione del genere sarebbe stata del tutto ingiustificata e avrebbe dato luogo alle reazioni pinegative ad Addis Abeba. Il che conferma sia la misura delle difficoltà che si incontreranno nel negoziato Trigve Lie e sia la natura degli ostacoli che si dovranno superare se mai si vorrà, come il Governo somalo sembra ormai intenzionato a richiedere, studiare una formula di presenza «confinaria» delle Nazioni Unite alla frontiera somalo-etiopica.

Non ci siamo addentrati con Hammarskjd in alcun esame tecnico e specifico sulle possibili modalità di tale presenza, sia perché il nostro colloquio era diretto ad altro argomento e sia perché, come ho telegrafato, mi sembra opportuno attendere l’esito dei negoziati Trigve Lie (anche se lo prevediamo negativo) prima di abbordare il problema «presenza» in sede specifica.

Mi è parso perutile segnalare quanto precede a codesto Ministero, malgrado il carattere ufficioso che ha avuto la conversazione con Hammarskjd su tale punto, perché essa ci pugià dare un’anticipazione delle nuove difficoltà che potranno sorgere con gli etiopici se e quando un problema di «presenza» societaria del genere predetto verrà eventualmente proposto.

Difficoltà tanto pigravi se esse si manifesteranno in un dibattito di IV Commissione o di Assemblea. Non voglio con questo manifestare ora riserve o dubbi sul problema della «presenza» confinaria, tanto piche, come sembra essere nostra unanime opinione, è verso quel tipo di «presenza» piuttosto che verso altre che converrà batterci. Ma prepariamoci a una navigazione non facile anche su tale tema nel confronto degli etiopici, se vorremo o anche solo ci troveremo costretti a prendere una parte attiva in dibattiti societari per far avanzare l’idea di una simile «presenza».


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238. 2 La parte tra asterischi è un’aggiunta manoscritta.

155

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 21891/313. New York, 5 novembre 1959 (perv. ore 7).

Oggetto: Dibattito su esplosione nucleare francese Sahara.

Dibattito su esplosione nucleare francese Sahara iniziato stamane con intervento Delegato marocchino di tono generalmente moderato. Esso ha in sostanza svolto solo argomento che Francia non deve compiere nel Sahara il suo esperimento, sia perché non è suo proprio territorio, sia perché zona scelta è piuttosto fertile ed abitata, sia perché contaminazione atmosfera avrà, anche a causa forti venti prevalenti regione, conseguenze serie per zone vicine e meno vicine centro esplosione. In tale esposizione elementi politici questione sono apparsi in luce alquanto dimessa.

2) Ha parlato poi Moch. Ha innanzi tutto chiarito come questioni politiche attinenti a decisione Francia non trovino legittimo posto nel presente dibattito: ha rivendicato cioè diritto Francia procedere esperimenti nucleari fino a che non sia raggiunta decisione generale per disarmo nucleare, e di giudicare essa sola – purché con la sua azione non arrechi diretti danni a terzi – se sia giusto o sbagliato per Francia possedere armi nucleari, respingendo così ogni discriminazione o monopolio nel campo degli armamenti nucleari. Resta da vedere se, come da Paesi africani si sostiene, esperimento sia pericoloso. E qui Moch ha esposto i vari argomenti tecnici già a noi nei giorni scorsi ampiamente illustrati, concludendo che né in termini relativi rispetto a esplosioni da altri effettuate in passato né in termini assoluti rispetto a quantità radioattività dannosa per uomo, esperimento francese nella località prescelta riveste alcun carattere pericolosità.

3) Ha poi parlato rappresentante RAU il quale ha introdotto nel dibattito vari degli elementi politici e di polemica che impostazione Delegati Marocco e Francia non [sic] aveva evitato.

Egli ha sollevato in generale questione opportunità ed ammissibilità che nella attuale situazione internazionale la Francia come qualsiasi altro Paese proceda ad esplosioni contribuendo a disseminazione armi nucleari; ha trovato maniera parlare della questione algerina; e anche nello sforzarsi dimostrare pericoli per Africa progettata esplosione ha impiegato argomenti e tono pispiacevoli di quelli del Delegato marocchino. Egli ha anche fatto accenno all’Italia dicendo che «solidarietà Atlantica non proteggerebbe pescatori italiani nel Mediterraneo. Fatto che vi siano preoccupazioni in Italia circa esperimenti non è senza fondamento».

Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

156

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, STRANEO, ALL’AMBASCIATA A PARIGI(1)

T. segreto 17524/509. Roma, 6 novembre 1959, ore 19.

1.- Si prega voler comunicare se costà si sta esaminando progetto di risoluzione britannico che partendo da possibili pericoli presentati da esperimenti nucleari raccomanderebbe a Francia prendere tutte misure precauzionali e fornire chiarimenti ed assicurazioni a quegli Stati che le domandano. Parrebbe che inglesi intenderebbero associare Italia e Norvegia nella presentazione. 2.- Preoccupazioni francesi di cui al telegramma sopracitato, vanno messe in relazione con quanto è stato comunicato con telegramma n. 5002. 3.- Riguardo lavoro tecnici e relative comunicazioni da trasmettere a questo Ministero V.E. vorrà tener presente che, in base alle segnalazioni di Ortona, discussione dovrebbe concludersi entro i primissimi giorni della settimana prossima. 4. -A New York la situazione circa eventuali progetti di risoluzione è tuttora aperta e non è da escludere che a quella afro-asiatica si aggiungano altre iniziative. Istruzioni per la Delegazione italiana all’ONU dovranno tener conto sia delle conclusioni che trarranno nostri tecnici, sia da [sic] quanto potrà risultare sul progetto britannico di cui al n. 1 come anche tutte quelle iniziative a carattere procedurale che fossero prese durante la discussione. La nostra linea di condotta non mancherà naturalmente di essere ispirata ai nostri rapporti con i francesi.

Il presente riferisce al suo 10413.


1 Telegrammi segreti 1959, Francia, arrivo e partenza.


2 T. segreto 17375/500 del 4 novembre (ibid.), con cui Grazzi aveva sottolineato la necessità e l’urgenza di un incontro di esperti per giustificare il voto alle N.U. sugli esperimenti nucleari in Sahara.


3 T. segreto 32958/1041 del 5 novembre (ibid.), con cui Vitetti aveva sottolineato l’importanza che il Governo francese attribuiva alla questione e le aspettative circa l’appoggio dal Governo italiano. Per il seguito vedi DD. 158 e 159.

157

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 33063/321. New York, 6 novembre 1959 (perv. ore 6).

Oggetto: Trasferimenti [sic] nucleari francesi.

Mio telegramma 3142.

Dibattito su esperimento Sahara di cui ho riassunto in telegramma a parte interventi odierni, accenna a svolgersi pilentamente data riluttanza Paesi non afro-asiatici a pronunciarsi.

Infatti per ora figurano iscritti domani e lunedì soltanto sei afro-asiatici.

Continua a notarsi presso Delegazioni amiche Francia senso perplessità e vivo desiderio trovare formula procedurale che possa consentire aggiramento difficoltà.

In vari miei sondaggi odierni ho accertato che stessi spagnoli sono incerti e propenderebbero verso astensione, mentre latino-americani sarebbero divisi tra astensione o voto contro risoluzione. Lo stesso Dixon che ho visto a lungo oggi, mi ha detto che malgrado dichiarazione stamane di Ormsby Gore egli non aveva ancora precise istruzioni Londra né poteva anticiparmi suo voto.

Mi ha detto che anche a lui risultava che americani mantenevano estremo riserbo e cautela. Gli ho allora chiesto notizie circa iniziativa britannica di cui mio 315(2). Dixon mi ha detto che in realtà erano in corso attivi sondaggi ai fini di trovare diversione procedurale: tali sondaggi si erano iniziati non solo con consenso, ma anche dietro richiesta francese e volgevano ora su due direttrici principali:

1) trovare proponente di una risoluzione procedurale che per posizione suo Paese e per autorità personale dia garanzia successo;

2) trovare formula risoluzione che soddisfi sia Parigi e sia afro-asiatici. Su corso tali contatti da parte britannica, Dixon mi ha detto che non poteva ancora darmi precisazioni, ma mi ha assicurato che mi avrebbe immediatamente avvertito di un loro esito se e non appena cisi fosse avuto.

In ogni caso ho detto a Dixon, trovandolo consenziente, che ciche sembra convenga fare ad amici Francia in questo momento, è lasciare trascinare a lungo discussione, di modo che possa emergere pipossibile necessità qualche mutamento impostazione procedurale: rinvio in ogni caso decisioni su nostro intervento a prossima settimana(3).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Non pubblicato.


3 Per il seguito vedi D. 162.

158

L’AMBASCIATORE A PARIGI, VITETTI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgente 33164/1054. Parigi, 6 novembre 1959, ore 21,10 (perv. ore 21,30).

Oggetto: Esplosione bomba atomica francese.

Come ho già telegrafato, Delegazione francese alle Nazioni Unite ha informato Quai d’Orsay che atteggiamento nostra Delegazione New York in questione esplosione bomba atomica appare poco favorevole. Quai d’Orsay se ne preoccupa, e ha di nuovo stamane richiamato mia attenzione sul fatto che, ove Italia non votasse a favore Francia o anche solo si astenesse in una questione alla quale Francia annette una vitale importanza, questo non potrebbe non avere che una assai spiacevole ripercussione.


1 Telegrammi segreti 1959, Francia, arrivo e partenza.

159

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 33206/326. New York, 6 novembre 1959, ore 24 (perv. ore 6 del 7).

Oggetto: Esperimenti nucleari francesi nel Sahara.

Mio 321(2).

Inglesi ci hanno comunicato bozza loro progetto risoluzione che stanno cominciando cautamente e riservatamente a circolare [sic]. Lo trasmetto a parte. Essi ci hanno detto che tale testo è stato approvato da Foreign Office e che su esso Parigi non ha mosso obiezioni: del che ho avuto conferma da Moch stamane.

Inglesi hanno mostrato per ora testo solo a canadesi, norvegesi, olandesi e a noi, chiedendo esaminare possibilità associarci in presentazione risoluzione. Dopo reazioni nostre e altri tre Governi interpellati – che gradirebbero ricevere con ogni urgenza – inglesi penserebbero estendere ricerca «co-sponsorship» ad altri Paesi oltre regioni geografiche.

Prime reazioni canadesi e norvegesi, mentre sono state favorevoli in linea di massima, hanno suggerito considerare modifica due ultimi paragrafi parte A) progetto, iniziantisi con «requests» ai quali predetti obiettano in quanto implicherebbero ammissione, e quindi approvazione, in linea generale esperimenti nucleari. Inglesi qui penserebbero sostituire due predetti paragrafi con uno solo con cui richiedesi Francia «tenere in conto punti di vista espressi durante dibattito da varie Delegazioni»: e tale nuova formulazione viene stasera telegrafata al Foreign Office per suoi commenti e approvazione, tanto piritenendosi che essa potrà sollevare qualche perplessità in Quai d’Orsay.

Inglesi ci hanno chiaramente detto che loro iniziativa è dettata sopratutto da vantaggio che una seconda risoluzione del genere offrirebbe a quanti vogliono e debbono stare accanto alla Francia, in quanto un voto favorevole ad essa potrebbe rendere meno polemico voto contrario che si darebbe a risoluzione marocchina.

Tale considerazione mi pare molto valida: direi anzi che una nostra associazione in presentazione ci consentirebbe di far anche di pileva su tale circostanza nel confronto della risoluzione proposta dagli afro-asiatici. Detto quanto precede, non mi addentro in previsioni su voto che l’una e l’altra risoluzione potranno riscuotere, dato che situazione è ancora in evoluzione. Sembrami comunque che iniziativa inglese offra un buono spunto di aggiramento sia pure parziale delle difficoltà e per questo sarei grato cortesi urgentissime indicazioni pensiero codesto Ministero, incluse istruzioni su nostra partecipazione in presentazione(3).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 157.


3 Per il seguito vedi D. 162.

160

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 33207/327. New York, 6 novembre 1959, ore 24 (perv. ore 6 del 7).

Oggetto: Confine somalo-etiopico.

Trasmetto seguente telegramma a firma Vinci: «Trygve Lie ha voluto avere nuovo colloquio privato con me dopo primi incontri separati e uno congiunto con due Delegazioni su cui ho riferito per corriere.

L’ho trovato pisereno del solito ed apparentemente rassegnato già ad impossibilità accordo su compromesso. A conclusione nostro scambio di vedute mi ha chiesto se non ritenessi che miglior via d’uscita fosse, dopo aver proseguito pro forma conversazioni ancora qualche giorno, inviare comunicazione a Segretario Generale Nazioni Unite, re di Norvegia e due Delegazioni per informarli che, avendo constatato, in base emendamenti suo progetto presentati dall’una e dall’altra parte, come posizioni siano rimaste distanti, egli doveva considerare esaurito suo compito.

Da parte mia, tenendo presente quanto riferito da Ambasciatore Ortona suo colloquio Hammarskjoeld, ho creduto bene non scoraggiarlo. Stiamo pertanto già studiando d’intesa con Ministro Hagi Farah impostazione da dare a discussione problema in sede Assemblea Generale dove sarà probabilmente difficile evitare ripresa in esame vecchia proposta Delegato RAU in Consiglio di Tutela in favore picchettamento provvisorio linea amministrativa, tanto piche intendiamo preparare il terreno per soluzione questione sicurezza Somalia mediante presenza ONU richiesta da Governo somalo».

Telegrafato Mogadiscio.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

161

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. segreto urgente 14516/0752. Washington, 6 novembre 1959.

Oggetto Alto Adige.

Riferimento: mio telespresso urgente 14428/074 del 3 novembre(3).

Ho ritenuto opportuno profittare mio colloquio con Herter per attirare sua attenzione su comunicazione fattaci da Dipartimento circa linea policy americana riguardi Alto Adige. Gli ho detto che comunicazione era positiva in molti suoi aspetti ma presentava due punti deboli:

1) il riconoscimento su piano tecnico giuridico della competenza dell’ONU;

2) la mancanza di accenni alla incompatibilità tra status di Paese neutrale e politica di agitazione in Tirolo e Alto Adige che Governo Vienna conduceva. Aspetto questo puntualizzato da dichiarazione francese.

Herter mi è parso sorpreso. Come si è capito comunicazione era stata approvata da Merchant ma non portata sua attenzione ed egli ha dato in mia presenza istruzioni a McBride di ristudiare questione e di sottoporgliela, volendosene occupare personalmente.

L’ho ringraziato, concludendo che un energico e tempestivo atteggiamento americano avrebbe indotto viennesi a moderarsi.

Egli mi ha comunque ricordato di essersi espresso chiaramente con Kreisky e di aver fatto ripetere da Murphy avversione America a veder portata questione Alto Adige dinnanzi Assemblea.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 253. 2 Inviato, per conoscenza, anche alla Rappresentanza presso l’ONU a New York. 3 Non pubblicato.

162

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALL’AMBASCIATA A PARIGI E ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 17652. Roma, 7 novembre 1959, ore 24.

Oggetto: Dibattito su esperimenti atomici nel Sahara.

(Solo per Parigi): Abbiamo telegrafato quanto segue a Italnation New York: (Per tutti) A telegramma n. 321 di V.E.2, V.E. vorrà tenere presente quanto segue:

1) Preferiremmo «diversione procedurale» con nuova impostazione, come desiderato da parte degli stessi francesi, ed alla ricerca della quale V.E. vorrà discretamente contribuire.

2) Preferiremmo – subordinatamente – che si concretasse il progetto britannico (che è in discussione a Parigi e a Londra e del quale peraltro avremmo gradito essere informati pitempestivamente) o altra soluzione di ricambio.

3) Conformemente alle direttive di massima impartite il 9 ottobre u.s. (telegramma n. 169 di questo Ministero(3)), un nostro intervento nel dibattito è ora opportuno anche per il fatto che siamo stati chiamati in causa da Rappresentanti di altri Paesi.

4) Analogamente al Delegato inglese, nel suo intervento V.E. non fornirà precisazioni circa posizione voto nostra Delegazione, anche perché non è ben chiaro quali risoluzioni verranno poste ai voti.

5) L’Assemblea non ha titolo per impedire alla Francia di fare ciche non ha impedito che facessero, nei rispettivi territori, altri Paesi: avrebbe titolo di farlo solo se fosse dimostrata la pericolosità dell’esperimento.

6) Consideriamo, pertanto, la questione unicamente sotto il profilo della pericolosità (telegr. n. 169 di questo Ministero(3)).

7) Poiché presumiamo che le conclusioni dei nostri esperti, che trovansi già a Parigi, siano favorevoli, e salvo istruzioni diverse, nel suo intervento V.E. vorrà mettere in rilievo particolare che dai dati forniti sin qui è da presumere la mancanza di pericolosità. V. E. vorrà aggiungere:

8) Noi, a luogo di politicizzare la questione come hanno fatto altri Paesi, l’abbiamo mantenuta su un livello tecnico e obiettivo e, a differenza sempre di altri Paesi che pure nel corso del dibattito si sono preoccupati di mostrare sollecitudine per la nostra incolumità, siamo stati il primo Paese a chiedere chiarimenti ed informazioni alla Francia sulla progettata esplosione dal punto di vista scientifico e tecnico.

9) L’esame dei dati relativi ad esplosioni atomiche analoghe avvenute in precedenza in altre parti del mondo, nonché la fiducia che non punon aversi da parte nostra nelle assicurazioni francesi circa l’adozione di tutte le misure precauzionali, ci inducono ad escludere che l’esperimento progettato possa mettere in pericolo la salute e la sicurezza del nostro come di ogni altro Paese.

10) Una dichiarazione in tal senso implicitamente copre l’intervento del Rappresentante della RAU relativo all’Italia.

11) Per un riferimento eventuale all’intervento del Rappresentante del Ghana, V.E. vorrà tenersi in stretto contatto col suo collega francese in vista del fatto che, come telegrafato, il nostro Rappresentante alla OMS ha seguito l’atteggiamento del Rappresentante della Francia.

12) Circa la desiderabilità della cessazione degli esperimenti nucleari, sul piano politico, si richiamano ancora una volta le istruzioni impartitele in data 9 ottobre, nel senso che questo problema trova la sua naturale sede nel quadro dei problemi del disarmo.

13) In risposta al suo telegramma n. 3264, informasi poi che siamo favorevoli al progetto britannico di cui al suo telegramma n. 3255, a maggior ragione se emendamento canadese-norvegese dovesse venire accettato dalla Francia. Per ciche riguarda la nostra partecipazione alla presentazione, siamo favorevoli a condizione che vi partecipino anche Paesi non appartenenti alla NATO.

Ci riserviamo di fornire ulteriori elementi in base alla relazione dei nostri esperti attualmente a Parigi. (Solo per Italdipl Parigi): Pregasi comunicare alla nostra Rappresentanza presso il Cons. Atlantico.

ONU New York, arrivo e partenza), non pubblicato, che trasmetteva la bozza del progetto di risoluzione.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 157.


3 T. segreto 15622/169 del 9 ottobre, non pubblicato.


4 Vedi D. 159.


5 T. 33205/325 del 7 ottobre (Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana

163

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 33334/329. New York, 7 novembre 1959 (perv. ore 5, 30 dell’8).

Oggetto: Esperimenti nucleari francesi nel Sahara.

1) Inglesi hanno apportato loro progetto risoluzione su questione esplosione nucleare francese Sahara modifica indicata terzo capoverso mio 326(2). Hanno inoltre fuso due parti primitivo progetto in unico testo e adottato seguente nuova redazione terzo paragrafo preambolo:

«nothing further reassurances given by representative of France with regard to possibility of such hazards health neighbouring peoples».

Su tale testo francesi qui sono d’accordo. Inglesi continuano loro contatti per associarvi altre Delegazioni in preparazione progetto. Canadesi e norvegesi, malgrado prima reazione favorevole, dopo contatti con rispettive capitali propendono per non (dico non) associarsi. Si assocerebbero invece forse i belgi che sono stati ora consultati. Inglesi vanno ora avvicinando anche qualche latino-americano, e in primo luogo argentini e brasiliani poiché ritengono che se non si riuscisse allargare alquanto gruppo presentatori avrebbe a riconsiderarsi opportunità stessa presentare progetto.

2) Dal loro canto alcune Delegazioni latino-americane hanno in via di elaborazione emendamenti a progetto afro-asiatico. Tali emendamenti tenderebbero:

A) a sostituire alcuni paragrafi del preambolo con richiami a problema generale sospensione esperimenti nucleari militari nonché a riunione in corso a Ginevra;

B) a sostituire attuali paragrafi operativi (esprimono preoccupazione per intenzione francese e fanno preciso richiamo a Francia non effettuare esperimento in questione) con una semplice richiesta a Francia riconsiderare sua manifestata intenzione.

Ma Delegazione francese qui si esprime nel senso non ritenere che questa formula possa essere accettabile a Parigi.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 159.

164

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgentissimo 33523/331. New York, 10 novembre 1959, ore 3,40 (perv. ore 3,45).

Oggetto: Esperimenti nucleari francesi nel Sahara.

Paesi latino-americani consultati circa possibilità associarsi progetto inglese su esperimento nucleare francese Sahara hanno preferito declinare e unirsi a tutti altri latino-americani nella presentazione emendamenti al progetto afro-asiatico indicati nel mio 329(2). In tali condizioni inglesi, dopo attento riesame tanto elementi di fondo situazione quanto elementi tattici discussione in corso, hanno deciso procedere comunque presentazione loro progetto e ci chiedono di associarci noi soli a loro. Terrebbero molto, e così i francesi (da ambedue mi è stato accennato a forte interesse manifestato a rispettive Delegazioni qui da Foreign Office e Quai d’Orsay), alla nostra associazione per influenza che essa potrebbe avere sulla posizione di voto finale di Delegazioni latino-americane, ma in caso non potessimo associarci, procederebbero da soli. Ho detto loro che quello che avevamo considerato finora era «cosponsorship» abbastanza ampia e comunque non limitata Paesi NATO; e che nuova situazione richiedeva mi riponessi in contatto con V.E. per eventuali nuove istruzioni. Tali istruzioni dovrebbero pervenirmi con ogni urgenza domattina prima ora New York.

Quanto a valutazione progetto, superfluo osservare che esso non è tale da poter raccogliere favore altro che tra pochi occidentali. Del resto dubito che venga perfino sottoposta al voto perché, come si stanno mettendo le cose, prima che venga suo turno, Commissione politica adotterà probabilmente un testo sulle linee del progetto afro-asiatico con quelle attenuazioni che potranno eventualmente apportare emendamenti latino-americani. A presentazione anche da parte nostra resterebbe vantaggio tattico di cui considerazioni svolte nel mio 226(3).

Circa emendamenti latino-americani, mi riprometto comunicarne appena possibile redazione definitiva. Naturalmente presentandosi come attenuazione risoluzione afro-asiatica essi porranno di per sé, tanto a noi quanto a tutti occidentali, problema delicato di voto, se francesi continueranno, come attualmente fanno, a dichiararvisi contrari(4).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 163. 3 Dovrebbe trattarsi del D. 159, con un probabile errore materiale di trascrizione (226 anziché 326). 4 Per il seguito vedi D. 166.

165

L’AMBASCIATORE A PARIGI, VITETTI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 33538/1064. Parigi, 10 novembre 1959, ore 9,15 (perv. ore 10,30).

Oggetto: Esperti italiani esperimenti nucleari francesi.

Suoi 504 e 5062.

Nostri esperti, giunti sabato a Parigi e presi subito i primi contatti, hanno avuto oggi due lunghe riunioni con esperti francesi nella sede Commissariato Energia Atomica.

– I problemi da noi posti sono stati esaminati in maniera approfondita. Esperti francesi hanno comunicato dati necessari a una valutazione tecnica dei possibili rischi come delle misure sicurezza che Governo francese ha predisposto. Da parte nostra si è particolarmente insistito perché misure siano tali da darci maggiori garanzie possibili. Esse sono state esaminate con ogni cura allo scopo poter stabilire con ragionevole sicurezza che nessun danno popolazione italiana potrebbe riceverne o a soddisfazione di nostre richieste specifiche esperti francesi hanno dato assicurazioni concrete. Tali assicurazioni (che risulteranno per iscritto da processo verbale) sono state poi confermate personalmente dall’Alto Commissario per energia atomica Prof. Perrin.

Nella giornata di domani conversazioni si concluderanno con redazione ed approvazione del processo verbale.


1 Telegrammi segreti 1959, Francia, arrivo e partenza. 2 T. 17461/504 del 5 novembre e T. 17481/506 del 6 novembre, non pubblicati.

166

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 33654/336. New York, 10 novembre 1959, ore 12,40 (perv. ore 5 dell’11).

Oggetto: Seduta Commissione politica su esperimenti nucleari Sahara.

A stasera sono davanti a Commissione politica solamente progetto afro-asiatico e progetto italo- britannico (cui probabilmente assocerebbesi Per. È sempre probabile che si concretino entro domani noti emendamenti di alcuni Paesi latino-americani e scandinavi. Se situazione rimarrà questa, votazione avverrà nell’ordine su 1) emendamenti, 2) progetto afro-asiatico, 3) progetto italo- britannico.

Quanto a previsioni approssimative che si possono fare a stasera circa voto, che si pensa avverrebbe dopodomani giovedì, presentatari progetto afro-asiatico considerano che esso nella forma attuale potrà raccogliere da 40 a 45 voti (tutti gli afro-asiatici meno forse un paio, piblocco sovietico, Jugoslavia, quattro o cinque latino-americani e forse qualche neutrale europeo). Situazione non pudirsi ancora cristallizzata: tutto il calcolo di cui sopra appare a questo momento fondato. Spostamenti piche altro potranno aversi tra latino-americani tuttora divisi ed incerti.

Contro progetto afro-asiatico, francesi pensano poter raccogliere circa 20 voti, il che appare in questo momento un calcolo piuttosto ottimistico e stanno concentrando sforzi presso latino-americani con azione anche su rispettive capitali. Tra voti sicuri in loro favore francesi calcolano seguenti: Belgio Cina Repubblica Domenicana Francia Honduras Israele Lussemburgo Olanda Nicaragua PerPortogallo Sudafrica Gran Bretagna ed Italia. 14 voti, quindi.

Tra quelli probabili che esitano tra voto contrario risoluzione ed astensione essi indicano Australia, Brasile, Costarica, Haiti, Paraguay, Spagna, Uruguay e Stati Uniti. Francesi evidentemente sperano bloccare possibilmente risoluzione afro-asiatica, la quale in plenaria avrà bisogno maggioranza due terzi. Comunque, cercheranno raccogliere quanti pivoti possibile in modo che progetto afro-asiatico appaia adottato a stretta maggioranza perdendo parte suo peso morale.

Circa possibili emendamenti stessa risoluzione afro asiatica è difficile fare previsioni fin quando non saranno stati presentati nella loro forma finale. Francesi, comunque, continuano a dichiararsi ad essi opposti.

Quanto a nostro progetto risoluzione dovremo noi con inglesi decidere se convenga spingerlo al voto anche nel caso che la afro-asiatica venga approvata. Comunque, se nostra risoluzione andasse ai voti, calcoli finora possibili e salvo nuovi sviluppi vivaci fanno prevedere al massimo tra 20 e 25 voti favorevoli.

Quanto precede costituisce quadro a tutta stasera che potrmeglio accertare durante giornata domani. Naturalmente problema del nostro voto si pone sin d’ora in modo duplice: 1°) come votare su eventuali e possibili emendamenti dichiarazione latinoamericana e su questo occorre naturalmente attenderli per giudicarne implicazioni; 2°) come votare su risoluzione afro-asiatica. Voto avverrà quasi certamente giovedì mattina entro quale data sarei grato farmi pervenire istruzioni(2).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Con T. segreto 17748/201 del 10 novembre, diretto alla Rappresentanza presso l’ONU a New York (Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza) Straneo comunicava : «Inglesi propongono seguente testo di risoluzione: (Si omette). Autorizzasi Vostra Eccellenza che Delegazione italiana si associ nella presentazione del detto progetto di Risoluzione. Delegazione francese darà voto contrario perci si rende conto motivi iniziativa britannica e si apprezza nostra adesione. Si prega voler informare Washington. Vostra Eccellenza è pregata di voler comunicare quanto riterrà opportuno sulle considerazioni espresse dall’Ambasciatore Matsch comunicate nostra Ambasciata Washington». Con T. segreto precedenza assoluta 17746/274, pari data, (Telegrammi segreti 1959, Gran Bretagna, arrivo e partenza), Straneo comunicava poi all’Ambasciata a Londra: «Abbiamo autorizzato la nostra Delegazione Nazioni Unite associarsi presentazione progetto inglese. Francesi voteranno contro ma comprendono movente iniziativa inglese e sono grati nostra adesione»; con T. precedenza assoluta 17749/514, pari data, all’Ambasciata a Parigi (Telegrammi ordinari 1959, Francia, partenza): «Riferimento comunicazione telefonica. Abbiamo autorizzato nostra Delegazione Nazioni Unite associarsi presentazione progetto inglese esperimenti nucleari Sahara».

Vedi anche D. 171, nota 3.

167

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 33680/338. New York, 10 novembre 1959 (perv. ore 5 dell’11).

Oggetto: Seduta Commissione politica su esperimenti nucleari Sahara.

Suo 2012.

Sinceramente non capisco cosa Matsch abbia inteso dire e cosa americani abbiano creduto o voluto capire. Comunque, se Matsch intendeva alludere al fatto che su progetto afro-asiatico i voti negativi non saranno molti e che anche vari Paesi amici della Francia, malgrado da questa vivamente sollecitati, preferiranno astenersi, questa è certo la realtà, e né Matsch è il solo a vedere né americani hanno bisogno di lui per apprezzarla. Non è invece vero, a quanto mi è dato giudicare qui, che questo possa far piacere alla Francia. Moch mi definiva ancora ieri astensione come «voto contro Francia».

Mentre in tutto questo non fa meraviglia che Matsch abbia fatto detti apprezzamenti (e sulla stessa linea di pensiero austriaci vanno adoperandosi a favore degli emendamenti latino-americani invisi ai francesi), è certo indicativo di certe note tendenze di Lodge (che mi si dice incline appunto verso astensione) il fatto che questi abbia ritenuto raccoglierli e segnalarli come interessanti allo State Department.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 166, nota 2.

168

L’AMBASCIATORE A PARIGI, VITETTI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 17332/4241. Parigi, 10 novembre 1959

Oggetto: Comunità franco-africana: la Delegazione francese all’ONU diretta dal Capo del Governo della Costa d’Avorio.

Il Sig. Houphouët-Boigny, Capo del Governo della Costa d’Avorio e Ministro Consigliere per la Comunità, ha avuto l’incarico di dirigere – almeno temporaneamente – la Delegazione francese all’ONU.

In tal modo la Francia viene ad essere il solo Stato europeo che affida ad un africano la direzione della propria Delegazione all’ONU.

I motivi di tale decisione – che è stata presa dal Generale De Gaulle – sono evidenti.

Si vuol far apparire che i rapporti tra gli antichi colonizzatori e colonizzati sono mutati e che attualmente vi è tra essi un’identità di vedute, basata sull’eguaglianza assoluta tra la Francia e gli altri Stati della Comunità. Inoltre si vuol controbilanciare gli effetti della visita negli Stati Uniti d’America compiuta da Sekou-Touré, Presidente della Repubblica di Guinea.

Houphouët-Boigny ha dichiarato, prima della sua partenza: «Interverrò dopo di lui (cioè Sekou-Touré). Nella misura in cui, per mascherare le sue difficoltà interne, egli attaccherà la Comunità, io ristabilirla verità, qualunque sia il soggetto».

«Non abbiamo nulla da nascondere: la Comunità non è soltanto un insieme politico ed economico franco-africano, ma è anche una libera unione tra amici: colonizzati e colonizzatori. È un’indipendenza effettiva nell’unità, nella fraternità e nel progresso».

Per ben comprendere l’importanza di tale decisione del Generale De Gaulle, occorre tener presente che se il sorgere dei nazionalismi in Africa, con le conseguenti aspirazioni all’indipendenza – come quelle della Guinea, già soddisfatta in seguito al referendum del 28 settembre 1958, e del Mali, su cui dovrà ancora discutersi – rappresenta un grave pericolo per la Comunità francese, tuttavia si pu almeno per il momento, cercare di scongiurare tale pericolo, influendo sui capi africani, gelosi uno dell’altro e molto sensibili alle questioni di prestigio personale ed al proprio benessere materiale.

Per quanto riguarda Houphouët-Boigny e Sekou-Touré, bisogna ricordare che essi erano, rispettivamente, Presidente e Vice Presidente del RDA (Rassemblement Démocratique Africain), creato nel 1946 a Bamako, capitale del Sudan. In seguito essi si sono divisi.

Sekou-Touré ha voluto l’indipendenza dalla Guinea ed ora lotta per l’unità dell’Africa, seguendo una politica di equidistanza tra i due grandi blocchi, dell’Est e dell’Ovest, nella speranza di ottenere vantaggi da entrambi.

Invece Houphouët-Boigny si è posto decisamente sulla via della Comunità franco-africana, ed ha formato il Consiglio dell’Intesa (denominato anche Unione Sahel-Benin), che raggruppa i quattro Stati della Costa d’Avorio, del Dahomey, del Niger e dell’Alto Volta, in contrapposizione alla Federazione del Mali, formata dal Sudan e dal Senegal, la quale vorrebbe l’indipendenza, perin una forma d’associazione con la Francia.

Il Governo di Parigi si è finora barcamenato tra Consiglio dell’Intesa e Federazione del Mali, allo scopo di non urtare quest’ultima, che pur chiedendo l’indipendenza mostra di voler tuttavia restare associata alla Francia, ed ha in tal modo contrariato Houphouët-Boigny (miei telespressi n. 14379/356 dell’8 settembre e n. 14709/3660 del 15 settembre u.s.2). Questa volta, per si presentava l’occasione buona per dare soddisfazione ad

Houphouët-Boigny, dato che non soltanto la Guinea è già separata dalla Francia, ma

Sekou-Touré, durante il suo viaggio in America ha detto, tra l’altro, – riferendosi evidentemente al Mali – che «un’associazione con la Francia è come l’associazione tra il cavallo ed il cavaliere».

Quindi si è posto alla testa dellaDelegazione francese all’ONU Houphouët-Boigny, il quale, avvalendosi di tale incarico, cercherà di essere ricevuto da Eisenhower, aumentando in tal modo il suo prestigio di fronte agli altri capi africani, i quali vedono che non è necessario scegliere la via dell’indipendenza per ottenere soddisfazioni per il proprio orgoglio, dato che ciè possibile – e forse picomodo – pur restando nella Comunità francese.

È da rilevare che, almeno finora, la stampa non ha pubblicato affatto tale notizia, oppure lo ha fatto senza porla in rilievo, in modo da sfuggire all’attenzione del grosso pubblico.

Al Quai d’Orsay ci è stato detto che molto probabilmente anche il Sig. Tsiranana, Capo del Governo del Madagascar, sarà in seguito capo della Delegazione francese all’ONU. Dato che si tratta di un altro Capo di Governo ligio alla Francia, è evidente che questa vuole – ponendoli alla testa della Delegazione francese all’ONU – premiare coloro che, nella Comunità, si dimostrano in pratica pidocili, in modo da servire di esempio e di sprone agli altri.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Non pubblicati.

169

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 33655/337. New York, 11 novembre 1959 (perv. ore 0,50).

Oggetto: Seduta Commissione politica su esperimenti nucleari Sahara.

Mio 333(2).

Seduta odierna registrato importanti dichiarazioni Ormsby Gore illustranti nota risoluzione su esperimenti Sahara.

Ha avuto luogo anche mio intervento che ho elaborato sulla base delle istruzioni ricevute da codesto Ministero: di esso ANSA ha trasmesso largo sunto.

Moch alla fine mie dichiarazioni è venuto ad esprimermi sua soddisfazione. Altri Delegati hanno con me rilevato obiettività con cui abbiamo cercato tener conto aspettative francesi e preoccupazioni afro-asiatici.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. 33575/333 del 10 novembre (ibid.), con il quale Ortona aveva segnalato, sulla questione esperimenti, dichiarazioni americane e sovietiche nella seduta del giorno della Commissione.

Sul dibattito apertosi al Comitato politico dell’ONU, promosso da 20 Delegazioni afro-asiatiche con la successiva replica di Moch, tesa a smentire l’esistenza di qualsiasi pericolo radioattivo per le popolazioni del Sahara si veda «Relazioni internazionali», 1959, II semestre, 46, pp. 1555-1556.

170

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 3324/20242. New York, 11 novembre 1959.

Oggetto: Questione della esplosione nucleare francese nel Sahara. Intervento della Delegazione italiana.

Trasmetto, qui unito, il testo dell’intervento(3) che, in nome della Delegazione italiana, ho ieri pronunziato davanti alla Commissione Politica dell’Assemblea Generale, sulla questione della esplosione nucleare francese nel Sahara.

Tale intervento è stato effettuato dopo che era stato, nel corso della mattinata, già presentato il progetto di risoluzione sottoscritto da noi insieme con la Gran Bretagna, e dopo che alcuni oratori, nel corso della discussione, avevano fatto cenno a possibili pericoli della esplosione nucleare francese anche per le popolazioni italiane.

Secondo le istruzioni di codesto Ministero il testo dell’intervento è stato principalmente centrato sugli aspetti tecnici della questione, essenzialmente quelli della possibile pericolosità dell’esperimento alla luce delle misure precauzionali che da parte francese si è dichiarato che saranno adottate. È stato inoltre fatto specifico riferimento ai contatti tecnici italo-francesi, per avere le massime possibili informazioni e precisazioni al riguardo, cinon solamente a maggiore tutela delle nostre popolazioni, ma anche di tutte le altre popolazioni interessate.

Problemi di carattere politico, naturalmente, non hanno potuto non venire toccati, sia pure di scorcio, nell’intervento stesso, e se mai per precisare specificamente e sostenere che trattavasi di questioni rientranti nella sfera di altri punti dell’ordine del giorno, sia relativi al disarmo in generale, sia al problema specifico della cessazione degli esperimenti nucleari. D’altro canto tale tentativo di separare totalmente i problemi politici generali da quelli strettamente scientifici nello specifico tema della pericolosità dell’esperimento nel Sahara che poteva farci gioco per la nostra esposizione, non poteva essere riflesso totalmente nel progetto di risoluzione, dato che era necessario dare sostanza a questa con riferimenti ai negoziati in corso sulla sospensione degli esperimenti nucleari.

Oltre che delle posizioni francesi si è tenuto conto nell’intervento, nella maniera picomprensiva possibile, delle apprensioni manifestate dai Paesi africani, cercando di equilibrare nel miglior modo l’intervento e dando ad esso un tono di misura e di obiettività e comunque manifestando sentimenti di amicizia per i Paesi africani e comprensione per le loro preoccupazioni. In relazione al punto 9 delle istruzioni ministeriali dell’8 corrente(4), e tenendo conto in detta formulazione del testo del progetto di risoluzione italo-britannico presentato nella mattinata e sia delle istanze afro-asiatiche, è stato fatto riferimento alla desiderabilità del raggiungimento di un accordo generale

– che comprenda tutti gli Stati – per la cessazione degli esperimenti nucleari, sotto un efficace controllo internazionale. Nel corso della stessa seduta di ieri tale riferimento è stato rilevato, nel suo intervento, dal Delegato di Ceylon.

Così come ho telegrafato, il Signor Moch si è dichiarato particolarmente soddisfatto per il tono e la sostanza dell’intervento italiano. Altri Delegati che ci hanno avvicinato hanno rilevato il senso di obiettività con cui da parte nostra si era cercato di tenere conto delle aspettative francesi e delle preoccupazioni degli afro-asiatici, in circostanze particolarmente difficili. Cinon toglie che alcune Delegazioni, che non hanno certo gradito la presentazione di una risoluzione che non richieda chiaramente alla Francia di non procedere all’esperimento, possano riferirsi con accenti critici alla nostra dichiarazione nell’ulteriore corso del dibattito e porci qualche interrogativo anche sui risultati degli incontri di Parigi tra tecnici italiani e francesi. E le dichiarazioni del Generale De Gaulle di ieri, con cui egli conferma l’intenzione di procedere all’esperimento, non renderanno certo facile il compito di quegli amici della Francia che cercano per quanto possibile di difenderla in una atmosfera prevalentemente ostile.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 255, fasc. ONU 1 [Disarmo].


2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Washington, Parigi, Londra, Il Cairo, Tripoli, Tunisi, Rabat, Monrovia e Addis Abeba.


3 Non pubblicato.


4 Vedi D. 162.

171

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 33919/346. New York, 12 novembre 1959, ore 24 (perv. ore 5,20 del 13).

Oggetto: Emendamenti a progetto risoluzione afro-asiatica.

Mio 344(2).

Paesi afro-asiatici hanno assunto posizione intransigenza su emendamenti latino-americani e sono ricorsi espediente procedurale presentare controemendamento ripristinante in sostanza testo originario loro risoluzione.

Ciha irrigidito grande maggioranza latino-americani che hanno di conseguenza deciso votare contro risoluzione afro-asiatica venendo così a rafforzare posizione Paesi europei vicini alla Francia.

Anche Stati Uniti in definitiva, e pur evitando fino all’ultimo chiarire ad alcuno loro posizione, hanno votato contro.

Venuti al voto difatti risoluzione afro-asiatica, pur ottenendo maggioranza è rimasta al di sotto dei due terzi richiesti per approvazione in plenaria.

Risoluzione ha difatti ricevuto 46 voti favorevoli (9 sovietici e 26 afro-asiatici, piAustria, Finlandia, Irlanda, Svezia, Jugoslavia, Islanda, Norvegia, Canada, Nuova Zelanda, Venezuela, Cuba); 26 contrari (15 latinoamericani, 7 europei NATO e piSpagna, Stati Uniti, Sudafrica e Israele); 10 astensioni (Grecia, Danimarca, Turchia, Laos, Thailandia, Costa Rica, Messico, Paraguay, Australia, Cina).

Data favorevole evoluzione abbiamo ritenuto consigliabile, anche a seguito nuove istruzioni ricevute dai britannici, porre ai voti anche nostro progetto e in effetti – pur avendo naturalmente scontato che il progetto non potesse venire approvato – risultato appare soddisfacente. Hanno votato contro infatti totale 38 e cioè oltre naturalmente 9 sovietici piJugoslavia, 24 afro-asiatici e 4 latino-americani. Voti favorevoli ricevuti sono stati 24 e astensioni 20 tra cui quella francese.

Prima votazione ho fatto breve dichiarazione voto nel senso di cui a telegramma di codesto ministero 2043 riferendomi anche a suo 2094; cianche perché nel corso stessa seduta delegato tunisino aveva osservato che nel mio intervento di qualche giorno fa avevo parlato degli incontri tecnici italo- francesi in corso senza indicarne risultati.

Dopo riunione Slim venuto a ringraziarmi per precisazioni dategli.

Sono incerti per ora possibili sviluppi futuri e quali iniziative potranno prendere afro-asiatici per cercare di raggiungere in plenaria necessaria maggioranza due terzi. Per ora cercheranno prendere tempo.

Intanto, naturalmente, non considerando estremisti asiatici e africani:

1) francesi sono apparsi molto soddisfatti i risultati votazione;

2) asiatici moderati ed anche alcuni Paesi neutralisti non sono apparsi in definitiva scontenti;

3) latino-americani hanno finito in sostanza per venire contro a Francia come molti di essi desideravano pur non ritenendo poter prendere posizione piscoperta. A questi risultati anche contribuito tatticamente nostro progetto risoluzione.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 T. segreto 33803/344, pari data, non pubblicato. 3 Con T. segreto 17872/204 dell’11 novembre (Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza), Grazzi aveva comunicato :« In considerazione del fatto che presentiamo congiuntamente a Gran Bretagna risoluzione sostitutiva, e dato che il rapporto degli esperti italiani è stato favorevole, si autorizza V.E. a votare contro la mozione marocchina. Nelle sue eventuali dichiarazioni di voto V.E. vorrà astenersi nell’entrare nel merito limitandosi a far cenno alle due circostanze predette».


4 T. segreto urgentissimo 17941/209 del 12 novembre, non pubblicato,

172

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 34056/348. New York, 13 novembre 1959 (perv. ore 6 del 14).

Oggetto: Limitazione armamenti nucleari.

Mio telespresso 1898 del 24 ottobre(2).

Commissione Politica ha stamane iniziato discussione nota proposta irlandese per limitare diffusione armamenti nucleari. Dibattito si prevede alquanto breve, dato che quasi tutte Delegazioni hanno esposto complessivamente i loro punti di vista in discussione generale disarmo, ed appare probabile che entro lunedì prossimo possa giungersi a voto su progetto risoluzione trasmesso con telespresso 1929 del 31 ottobre(2).

Tale progetto, come è noto, è nella sua sostanza di carattere essenzialmente procedurale, limitandosi nella sua ultima stesura a suggerire semplicemente che gruppo negoziatore disarmo dei dieci Paesi prenda in esame problema, includendo sue conclusioni al riguardo in rapporto Commissione disarmo.

Impressione prevalente è che progetto sarà approvato con votazione a larga maggioranza: degli alleati maggiori ovviamente americani ed inglesi voteranno a favore. Anche altri per come gli olandesi, hanno già accennato disporsi analogamente. Solo francesi, per nota loro posizione, sembrano intenzionati astenersi.

Per quanto ci riguarda rilevo che risoluzione rivolge raccomandazioni su una prospettiva a venire non impegnando accordi eventualmente esistenti o in corso e inoltre deferisce studio problema a Comitato di cui noi facciamo parte.

In queste condizioni, e salvo contrarie istruzioni, mi orienterei verso voto favorevole da parte nostra, tenendomi naturalmente in contatto con principali alleati e specialmente con membri occidentali gruppo negoziatori disarmo.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato.

173

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. segreto urgente 14832/0762. Washington, 13 novembre 1959.

Oggetto: Alto Adige.

Mio 075 del 6 novembre(3) e telespresso 14608/4308 del 10 novembre(4).

McBride ci ha ieri chiamato per comunicarci che Segretario Stato aveva riesaminato linea di policy approvata da Merchant circa Alto Adige. Egli aveva ritenuto doverla mantenere, tuttavia, per venire incontro nostre richieste, aveva deciso che parte relativa competenza ONU non andava comunicata ad austriaci. Dovevasi invece insistere su altri punti premendo su opposizione americana vedere questione portata dinanzi Assemblea. Soltanto se austriaci ponessero esplicito quesito circa competenza, Dipartimento dovrebbe rispondere che legalmente Assemblea puessere giudicata competente fare raccomandazioni in materia.

A nostre osservazioni che questo poteva incoraggiare austriaci procedere su strada già indicata ed essere interpretato come un preannuncio di voto favorevole a iscrizione, McBride lo ha recisamente negato sottolineando profonda differenza esistente tra una opinione legale e un voto implicante un giudizio politico. Questo Ambasciatore d’Austria era infatti pivolte ritornato alla carica con Dipartimento ma si era costantemente sentito ripetere che America si opponeva a veder questione portata in Assemblea.

Essendosi fatto rilevare che, secondo quanto ci era stato detto in precedenza (mio 074(4)) una opinione su legalità ricorso ONU era stata già espressa ad austriaci, ci sono state rettificate – non senza imbarazzo – antecedenti affermazioni, nel senso che ad una richiesta di Platzer, mirante a riconoscere se effettivamente questione legalità fosse stata sollevata durante i colloqui presidente Segni e V.E. a Washington, erasi risposto in senso negativo. Senza polemizzare si è fatto comunque osservare che Kreisky, a giudicare sue dichiarazioni anche recenti, non sembrava disperare poter condurre questione all’ONU.

McBride ci ha poi detto che Segretario Stato non aveva ritenuto – dietro consiglio esperti legali – poter far suo argomento francese circa incompatibilità per Austria sua politica di agitazione in Alto Adige con status Paese neutrale. Herter giudicava linea di policy fissata, assai forte e completamente in nostro favore, quindi tale da doverci soddisfare. Indi McBride è tornato a chiederci quali fossero nostri orientamenti in materia ricorso alla Corte dell’Aja e nei confronti mozione votata a Strasburgo. Gli abbiamo ripetuto che anche questo aspetto questione era allo studio e che non ci era possibile ora esprimerci.

A commento quanto precede vorrei osservare:

1) linea di policy ci è effettivamente favorevole;

2) suo punto debole è legalismo, ma questo rappresenta una costante politica americana, per incapacità Dipartimento considerare, quando America non è coinvolta, preminenza considerazioni opportunità politica su quelle puramente giuridiche. Valga ad esempio conferenza stampa ieri Herter in cui questione frontiera tra Cina e India è stata considerata dal punto di vista legale non politico;

3) opportunità far cenno al problema in prossime conversazioni Roma con Eisenhower, al fine consolidare sue buone disposizioni.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 253. 2 Indirizzato, per conoscenza, anche alla Rappresentanza presso l’ONU a New York. 3 Vedi D. 161. 4 Non pubblicato.

174

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 3347/20472. New York, 13 novembre 1959.

Oggetto: XIV Assemblea Generale. Questione degli esperimenti nucleari francesi nel Sahara.

La questione degli esperimenti nucleari francesi nel Sahara, la cui discussione si è chiusa ieri sera nella Commissione Politica, è stato il problema pidelicato finora dibattuto nel corso di questa Assemblea.

Il problema avrebbe dovuto considerarsi di per sé come una questione specifica e circoscritta, la quale logicamente avrebbe dovuto venire esaminata solamente da un punto di vista tecnico: dal punto di vista cioè della possibile pericolosità dell’esperimento francese nei confronti delle popolazioni viciniori, tanto dell’Africa, quanto eventualmente anche di altri continenti. I problemi specifici relativi alla cessazione in generale degli esperimenti nucleari, nonché quello della opportunità di evitare una maggiore diffusione delle armi nucleari dovevano a buon diritto considerarsi esulanti dal tema, in quanto specificatamente previsti da altri punti all’ordine del giorno.

Tuttavia, non solamente questi ultimi aspetti sono stati particolarmente discussi e dibattuti, ma anche un altro e fondamentale aspetto ha avuto una parte di primo piano nella discussione, e ne è stato anzi uno dei moventi principali: l’anticolonialismo.

Questo anticolonialismo non si è tanto manifestato come specifica pretesa o rivendicazione territoriale, anche se questo aspetto è stato toccato da qualche oratore. Esso, in certo senso, è andato anche al di là. È stato in primo luogo una reazione solidale e decisa dei Paesi africani alla volontà francese di utilizzare un territorio africano per finalità di potenza e di prestigio non rispondenti agli interessi di quel continente. Finalità queste, non solo estranee, ma – secondo il punto di vista della maggioranza dei Delegati africani – opposte anche agli interessi stessi dell’Africa, in quanto l’impresa atomica francese, rafforzando la Francia, potrà apparire destinata anche a rafforzare la continuazione del suo dominio coloniale nel continente.

Questo substrato anticolonialistico, di carattere principalmente emotivo, è stato certamente uno degli elementi essenziali della discussione, anche quando questo non è stato apertamente espresso.

Se assommiamo insieme, da una parte, questo motivo anticolonialista e, dall’altra, la diffusa preoccupazione per gli effetti delle radiazioni con la preoccupazione, viva in molti Paesi, di vedere sempre pidiffuse le armi nucleari, abbiamo un quadro della situazione estremamente difficile in cui è venuta a trovarsi la Delegazione francese. Pochissimi sono stati gli interventi, e tra questi il nostro, di Delegati che sono venuti in aiuto della Francia, per riportare la questione entro i suoi termini tecnici ed obiettivi, pur cercando di manifestare comprensione per le altre istanze. Quanto al nostro intervento ne ho comunque riferito a codesto Ministero con il mio telespresso n. 3329/3029 dell’11 novembre 19593.

Di questa discussione principali protagonisti sono stati i Paesi africani: ciera logico in quanto la iniziativa era stata presa dal Marocco e trattavasi di un problema interessante almeno geograficamente l’Africa. Gli Africani sono stati, insieme con gli Arabi, la pattuglia di punta, ed è principalmente nei loro discorsi che hanno in maniera piaccesa serpeggiato i moventi e gli argomenti di carattere anticolonialista cui prima ho fatto accenno. Se si tolgono, comunque, le violente intemperanze dei Delegati della Guinea e dell’Arabia Saudita, la maggioranza delle altre Delegazioni non si sono lasciate andare ad eccessi oratori. Moderato ed equilibrato sia pure in incalzanti ed efficaci requisitorie, è sempre stato il Rappresentante marocchino, così come sono stati il tunisino, il libico, il liberiano, l’etiopico ed altri. Ma questa moderazione di tono si è accompagnata ad una recisa fermezza di posizioni, che si pusintetizzare nella espressione: l’Africa è ormai degli africani e non pue non deve venire utilizzata per finalità estranee agli interessi di quel continente.

In questa discussione i Rappresentanti africani hanno potuto allineare al loro fianco la solidarietà pressoché completa dei Paesi asiatici. Così, anche se non pochi di questi – ivi includendo India e Giappone – avevano dissentito sui termini del testo della risoluzione ed avrebbero preferito una formulazione pimoderata, tuttavia nessuno di essi ha creduto di poter votare contro di essa. Le tre sole astensioni di Paesi asiatici sono venute dalla Cambogia e dal Laos, per i loro speciali legami con la Francia, e dalla Turchia. Tutti gli altri, ivi compresi Pakistan, Filippine e Tailandia, che così spesso si dissociano dal gruppo, si sono questa volta allineati.

Negli interventi dei Delegati asiatici il motivo anticolonialista, naturalmente, non ha mancato di emergere: esso tuttavia ha avuto un peso minore. È stata invece la opposizione di principio alla continuazione degli esperimenti nucleari che si è rivelata prevalente in non pochi di essi, e principalmente India e Giappone.

Una posizione particolare nel dibattito hanno assunto i Paesi latino-americani. Su pochissimi di essi la Delegazione francese poteva contare per un aperto affiancamento delle sue posizioni. Per ragioni di principio e per le possibili reazioni delle loro opinioni pubbliche, la maggior parte di quei Paesi erano perlomeno esitanti, e desiderosi di assumere una posizione intermedia di moderazione tra le opposte posizioni. Così, mentre solamente Cuba e Venezuela apparivano disposti ad allinearsi agli Afro-asiatici, la maggioranza degli altri Latino-americani non ritenevano di poter giungere a tanto.

La posizione dei Delegati latino-americani – che peraltro hanno assai scarsamente partecipato alla discussione – trovava espressione in una serie di emendamenti alla mozione afro-asiatica, emendamenti che la attenuavano in maniera assai sensibile, limitandosi, nella parte conclusiva e dispositiva, ad una semplice espressione di speranza che la Francia potesse «riconsiderare» la sua decisione, tenendo nel dovuto conto le opinioni espresse nel corso della discussione.

La moderazione della posizione latino-americana trovava vivace opposizione nei Paesi africani ed in qualche asiatico, mentre altri tra di essi erano inclini a cercare un compromesso, ed alcuni anche disposti ad accettare lo stesso testo latino-americano. La posizione estremista tuttavia prevaleva: Ghana e Liberia presentavano qualche contro-emendamento, un testo che nella sostanza riproponeva integralmente quello originario, senza quindi nessuna concessione ai Latino-americani, specialmente nella parte dispositiva finale. Cinon poteva non irritare questi ultimi, tra i quali veniva così a prevalere un orientamento per un aperto voto contrario al testo afro-asiatico, anche tra coloro che in precedenza avevano fatto conoscere la loro decisione di astenersi. Nei riguardi dei latino-americani gli estremisti afro-asiatici hanno così certamente commesso un errore psicologico le cui ripercussioni si sono avute in sede di votazione. In ultima analisi comunque molti dei latino-americani non sono stati scontenti di questa situazione, che ha loro permesso di venire incontro alla Francia, come certamente non pochi di essi desideravano, pur avendo fatto stato della loro posizione, che non poteva essere di completa accettazione della posizione francese.

La discussione nel suo complesso è stata monopolizzata quasi completamente da voci critiche per la Francia. Da parte nostra, ed anche da parte britannica, abbiamo cercato, a lato delle dichiarazioni intonate a comprensione per la Francia, di manifestare anche un aperto e franco apprezzamento delle istanze e delle preoccupazioni africane. Insieme con la gratitudine manifestataci da parte francese, anche gli avversari del momento hanno dimostrato di bene valutare la nostra obiettività e la nostra impostazione, essenzialmente tecnica, anche se non pensavano di poterla condividere. Per loro il problema era essenzialmente politico, con un forte substrato anti-colonialista e, come mi diceva dopo la riunione il mio collega di Ghana, a cui ripetevo in proposito le assicurazioni da noi ricevute di non pericolosità dell’esperimento, verteva soprattutto sulla necessità per i Governi africani di tener conto delle reazioni emotive delle loro opinioni pubbliche, a prescindere da qualsiasi aspetto tecnico del problema pio meno rassicurante.

Il Delegato americano ha pronunciato un breve intervento sul quale ho riferito: esso ha avuto carattere essenzialmente tecnico e non ha soddisfatto i Francesi per le sue implicite riserve. Solo alcuni degli altri alleati europei hanno preso la parola, con dichiarazioni di voto nelle battute finali, tenendosi così ai margini della discussione.

Qualora togliamo i 15 voti latino-americani contrari alla risoluzione afro-asiatica (e questi ben sappiamo che non hanno, per la maggior parte, rappresentato una adesione alla tesi francese, ma piuttosto una espressione di scontento verso gli estremisti afro-asiatici) solo altri 11 voti ha potuto annoverare la Francia in suo favore, ivi compreso lo stesso voto della Delegazione francese. Insieme con noi questi Paesi sono stati: Belgio, Israele, Lussemburgo, Olanda, Spagna, Portogallo, Sud Africa, Gran Bretagna e Stati Uniti. Sono mancati completamente gli Scandinavi i quali, tranne la Danimarca che si è astenuta, hanno votato con gli afro-asiatici. E così anche Canadà, Nuova Zelanda e Austria.

Qualche osservazione è da fare sulla posizione dell’Unione Sovietica. L’intervento del Delegato sovietico è stato, nel tono, piuttosto moderato, ed ha evitato un attacco frontale alla Francia. Da parte sovietica, tuttavia, non si è mancato naturalmente di dimostrare la massima possibile simpatia per le apprensioni africane.

Il progetto di risoluzione afro-asiatico, così come ho comunicato, è stato approvato in sede di Commissione Politica con 46 voti favorevoli, 26 contrari e 10 astensioni. Trattasi di una maggioranza leggermente inferiore a quella di due terzi, necessaria per la sua approvazione finale in plenaria.

Agli afro-asiatici si pongono ora alcune alternative. Essi potranno orientarsi nel senso di attenuare in qualche modo il testo, specialmente nella sua parte dispositiva, in modo da poter raccogliere qualche altro voto, specialmente tra i latino-americani: e basterebbe che due soli voti contrari diventassero favorevoli per raggiungere il successo. Essi potrebbero invece – dato lo stretto margine necessario – cercare di convincere qualche delegazione a cambiare il suo voto, senza alterare il testo della risoluzione. Dato, tuttavia, che non mancano tra gli afro-asiatici anche posizioni moderate, sembra probabile che possa andarsi verso una attenuazione del testo. La tendenza, comunque, e le prospettive potranno giudicarsi nei prossimi giorni.

In questo quadro, il nostro progetto di risoluzione, presentato insieme con i Britannici, ed a cui si è in seguito associato il Per ha avuto il valore di una chiara presa di posizione su quelli che obiettivamente erano i termini del problema. Esso, peraltro, conteneva anche un punto politico di non scarso rilievo: la espressione di speranza che la Francia accetti di partecipare ai negoziati per la cessazione degli esperimenti nucleari. La votazione sul nostro progetto, votazione cui non si è ritenuto rinunciare, è stata, in considerazione dei presupposti della situazione, soddisfacente, dati i 24 voti favorevoli ricevuti.

Pur avendo cercato, nel nostro intervento, di tener conto nel miglior modo delle apprensioni africane ed avendo sviluppato tesi le piobiettive possibili, abbiamo certamente reso agli alleati francesi un notevole servigio, col nostro voto, col nostro progetto di risoluzione e con il nostro intervento. E di ciessi ci hanno dato cordialmente atto.

È previsto che il voto in Assemblea avrà luogo venerdì prossimo.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Washington, Parigi, Londra, Il Cairo, Tripoli, Tunisi, Rabat, Monrovia e Addis Abeba.


3 Si tratta in realtà del Telespr. 3324/2024 dell’11 novembre 1959. Vedi D. 170.

175

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 34346/352. New York, 17 novembre 1959, ore 5 (perv. pari data).

Oggetto: Limitazione armamenti nucleari.

Mio 348(2).

Dibattito su proposta irlandese per limitare diffusione armi nucleari conclusasi [sic] oggi come previsto con approvazione e risoluzione a grandissima maggioranza (nessun voto contrario e solo 13 astenuti, tra cui Francia, URSS e satelliti). Alcuni Delegati soprattutto Paesi NATO hanno sottolineato in loro interventi carattere procedurale risoluzione e sua portata riguardante piuttosto avvenire. Astensione blocco sovietico è stata motivata almeno parzialmente con argomenti quali inadeguatezza disposizioni risoluzione e fatto che essa non copre problema basi in territorio straniero.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 172.

176

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PELLA(1)

L. riservata personale 3244. New York, 17 novembre 1959.

Signor Ministro, credo che a quest’ora sarà stato portato alla sua attenzione il mio telegramma di ieri(2) con cui faccio presente al Ministero che si sta ponendo con urgenza il problema della designazione di un candidato europeo per la Presidenza della prossima Assemblea Generale. L’urgenza è dovuta soprattutto a pressioni degli americani, i quali vogliono far perno sull’avvenuta designazione del candidato dell’Europa occidentale per bloccare la manovra dei sovietici intesa far prevalere la candidatura del cecoslovacco Nosek.

Purtroppo, come già Le dissi a voce, vi è per conto dell’Europa occidentale già una buona candidatura del Rappresentante permanente irlandese Ambasciatore Boland il quale, in verità, gode di molto rispetto per la sua personalità e esperienza degli ambienti societari. Una candidatura italiana, se potesse essere prodotta subito e se fosse di persona autorevolmente e internazionalmente conosciuta, dovrebbe superare tale concorrenza. Ma non sarebbe una battaglia perduta dall’inizio. E diciamo, tutt’al pidi risultato incerto. I francesi mi assicurano piena solidarietà. Gli inglesi, malgrado si dichiarino per nulla impegnati con Boland, mi vanno dicendo o che è sempre preferibile avere un candidato appartenente all’ambiente delle Nazioni Unite o che le «grandi» Potenze non hanno aspirazioni del genere. Frasi queste per velare un certo imbarazzo o una leggera pressione affinché noi non concretiamo una nostra candidatura.

Da tutto ciio traggo la conclusione che se vogliamo, nelle circostanze attuali, portare avanti una candidatura italiana, dobbiamo farlo non solo, come dicevo sopra, subito, ma anche con la designazione di una personalità molto eminente nel campo internazionale. E quanto a questo mi riferisco alla conversazione che avemmo, pranzando insieme, al Park Lane. In relazione alla quale, mi permetto solo di ribadirle quanto segue: mentre non vedo incompatibilità al momento attuale di presentare un candidato che sia anche ministro degli Esteri, non vedrei come sarebbe possibile ad un ministro degli Esteri esercitare in via di fatto anche le funzioni di Presidente dell’Assemblea, dato che per tre mesi circa egli dovrebbe soggiornare a New York. Questo è ciche io credo di poterle e doverle dire allo stato attuale. Sarei naturalmente sempre lietissimo di pilotare, anche attraverso difficoltà, la candidatura che il ministero vorrà indicarmi, e resto in attesa di istruzioni che dovrebbero venirmi al pitardi entro la fine di questa settimana. Lunedì prossimo infatti è prevista una riunione dei Paesi del gruppo europeo per esaminare la questione, né mi è possibile adoperarmi per protrarla oltre avendo già ottenuto con difficoltà un primo rinvio. E sarà una riunione probabilmente determinante. Io farei tutto il possibile naturalmente per tentare di tenere comunque aperte le possibilità per l’avvenire, ma il proposito della riunione è invece – come le ho detto – di giungere a una qualche conclusione e temo che una tattica dilatoria avrà scarsa possibilità di riuscita.

Le invio le espressioni del mio devoto saluto.

[Egidio Ortona]


1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. XV AG Elezioni Cons. Sicurezza.


2 Si tratta del T. riservato 34347/353 del 17 novembre, non pubblicato.

177

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 34594/355. New York, 18 novembre 1959, ore 22,30 (perv. ore 4,30 del 19).

Oggetto: Frontiera somalo-etiopica.

Trasmetto seguente telegramma firma Vinci:

«Delegato americano a quarta Commissione ha chiesto vedermi per esprimermi, istruzioni Dipartimento di Stato impartitegli dopo mia visita Washington, preoccupazione suo Governo per preannunciata conclusione negativa negoziato con intervento Trigve Lie ed insistere esercitare ulteriori pressioni presso somali in vista evitare rottura trattative.

Ho risposto predetto delegato che avevamo fatto quanto umanamente possibile non solo a Mogadiscio ma anche ad Addis Abeba per conciliare richieste fondamentali somale ed etiopiche, che avevamo impiegato presso somali tutti argomenti citati da parte americana, fra cui principalmente rischio per Somalia trovarsi con frontiera attuale difficilmente modificabile in avvenire.

Ma non potevasi obiettivamente non ammettere – ho aggiunto – che mentre somali avevano, in seguito nostre vive prolungate pressioni, accettato menzione specifica convenzione 1908 nel progetto compromesso, Delegazione etiopica aveva persino rifiutato, come avevo dovuto rilevare in ultima riunione con Trigve Lie – su cui riferisco a parte con telespresso odierno – qualsiasi riferimento ad accordi con terzi Stati, costituente secondo elemento essenziale progetto della stessa personalità indipendente. Quindi ogni ulteriore passo presso Somali sarebbe stato, a meno di una inverosimile concessione teorica su questo secondo punto, ancora piche inutile, pericoloso, in quanto si sarebbe superato limite ultimo oltre il quale Governo somalo non poteva andare senza perdere indispensabile appoggio interno».

Per parte mia mi sono espresso sostanzialmente in stessi termini usati da Vinci con collega norvegese che rinnovava garbate allusioni e delicatezza con cui andava trattata questione, data posizione tenuta da proprio sovrano. Vinci si ripromette a quest’ultimo proposito esprimersi nei termini meglio atti alleviare preoccupazioni norvegesi, in eventuale dichiarazione da fare in seduta finale indetta da Trigve Lie venerdì 20 corrente.

Prego informare Mogadiscio.

Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

178

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 3372/2072. New York, 18 novembre 1959.

Oggetto: Comunità francese e Nazioni Unite.

La forte posizione assunta da alcuni Paesi africani, e in particolare dalla Guinea, nei confronti della Francia a proposito delle esperienze atomiche nel Sahara, ha costituito naturalmente, un termine di paragone coll’atteggiamento di altri Paesi o personalità dello stesso continente che hanno finora sostenuto la politica francese.

Caso tipico nella luce di questo problema è stato il pesante riferimento che il fratello del Presidente della Guinea, Ismail Touré, ha fatto nel suo discorso, al Ministro di Stato francese, Primo Ministro della Costa d’Avorio, Houphuet-Boigny. Nelle parole del Touré la pericolosità degli esperimenti non è stata infatti che un pretesto: per parlare dello sfaldamento della comunità francese attraverso la rivolta anche delle parti dell’Africa nera che tuttora ne fanno parte, e per attaccare coloro, specialmente lo Houphuet-Boigny, che l’oratore ha definito «fantocci» dell’imperialismo francese. Ho avuto occasione di incontrarmi successivamente a colazione, e proprio quando piaccesa si è manifestata la polemica, con Houphuet-Boigny. Egli si è espresso con amarezza e accoramento nei confronti delle posizioni estreme registratesi e con profonda indignazione contro Ismail Touré.

«Sono stato io – mi diceva – a dare l’avvio all’indipendenza dell’Africa. Sékou Touré, questo giovane Presidente, non è che un mio allievo. Ma la sola indipendenza senza le risorse economiche per svilupparla e senza la cooperazione con le potenze piprogredite, e in primo luogo con l’Europa, con la Francia, resterebbe un vano nome. D’altronde – mi aggiungeva filosoficamente – tutti i Paesi africani avranno tra poco relazioni diplomatiche regolari tra di loro e con gli Stati extra-africani. Naturalmente chiederanno l’ammissione alle Nazioni Unite e allora si verificherà una divisione tra Paesi moderati e Paesi estremisti, che oggi ancora manca».

L’argomento di Houphuet-Boigny non è nuovo, perché esso non è che la elaborazione di un tema tante volte già espresso da Hammarskjd, secondo il quale l’avvento di nuovi Stati membri alle Nazioni Unite gioverà a queste, invece di indebolirle attraverso il caos; perché produrrà, inevitabilmente, la distinzione fra anziani e novizi, tra moderati ed estremisti, tra nazioni collaboratrici e nazioni ancora immature.

Moch, con il quale ho parlato della questione, mi diceva poi di prevedere che entro due anni tutti e dodici Paesi della comunità sarebbero entrati alle Nazioni Unite. Egli ha anche aggiunto di ritenere altamente desiderabile che l’ingresso alle Nazioni Unite di questi nuovi Stati non avvenga in ordine sparso, uno alla volta, ma, possibilmente tutti insieme e nello stesso momento. Moch, insomma, vorrebbe che questa simultaneità dell’entrata dei dodici nel consesso delle Nazioni Unite non esprima la disintegrazione dell’Impero francese bensì, anche nell’interesse a suo parere degli occidentali come, in qualche modo il riconoscimento internazionale, almeno moralmente, della «comunità» francese. Al mio interlocutore ho fatto notare che come in tempo di guerra, in un convoglio le navi pirapide devono adeguarsi all’andatura della nave pilenta, così potrebbe accadere che una volta entrati alle Nazioni Unite, «i buoni» debbano finire per mettersi al passo di corsa dei «cattivi» e quindi determinare la stessa marea demagogica da tutti deplorata. Ad ogni modo, vale la pena di mettere in luce la differenza fra i punti di vista di Houphuet-Boigny, pur così collaborazionista, e invece di Moch. Perché l’allineamento su posizioni moderate per il Primo Ministro della Costa d’Avorio non puche essere il termine finale di un processo di maturazione che è anche di liberazione. Per il francese Moch invece, la possibilità di una collaborazione di questi nuovi Stati membri con l’Occidente dipenderebbe invece dalla capacità della Francia a mantenere vincolato ad essa il suo commonwealth, anche nel caso in cui queste nazioni entrino a far parte delle Nazioni Unite.

DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 3380/20802. New York, 18 novembre 1959.

Oggetto: XIV Assemblea Generale. Punto 67 dell’o.d.g.: risoluzione dell’Irlanda per la prevenzione di una piampia diffusione delle armi nucleari.

Riferimento: Mio telespresso n. 2998/1898 del 24 ottobre 19593.

1. Si è conclusa la discussione in Commissione Politica del punto 67, relativo alla nota proposta irlandese connessa alla prevenzione di una maggiore diffusione delle armi nucleari.

Il progetto di risoluzione irlandese (allegato doc. A/C.1/L.235/Rev. 3) che è stato in definitiva votato è praticamente identico al progetto fatto circolare e trasmesso a codesto Ministero col telespresso 3129/1928 del 31 ottobre u.s.3.

Esso è stato approvato a larga maggioranza, con 66 voti favorevoli fra cui quello dell’Italia, nessuno contrario e 13 astensioni (9 sovietici, Cina, Francia, Spagna e Per.

Da parte americana Lodge, in un breve intervento, ha spiegato l’atteggiamento favorevole del proprio Governo verso il progetto irlandese, considerandolo come un richiamo al pericolo di un aumento dei possessori di armi nucleari e come un invito ai Dieci del Comitato del Disarmo perché studino tale problema assieme agli altri, nel quadro dei loro negoziati per il disarmo generale. Vista sotto questo profilo, la risoluzione irlandese assume un aspetto essenzialmente procedurale, ed è da questo punto di vista che gli americani l’hanno considerata, rinviando praticamente lo studio del problema della diffusione delle armi nucleari al Comitato dei Dieci. In tal modo, essi hanno ritenuto di eliminare dal tappeto un problema, accettando l’orientamento procedurale e non impegnativo della nuova formula, soprattutto diretta verso gli sviluppi a venire.

Così come ho telegrafato, da parte nostra abbiamo ritenuto opportuno associarci alla posizione americana, come hanno fatto tutti gli altri paesi NATO, con eccezione della Francia.

2. Quest’ultima si è astenuta, ha dichiarato Moch, non perché si considera toccata dalla risoluzione in parola, ma per delle ragioni di carattere generale:

a)- per l’opposizione francese alla «cristallizzazione di un monopolio nucleare» a favore di un certo numero di potenze che peraltro resterebbero libere di condurre la corsa agli armamenti; b)- in quanto sarebbe impossibile, o per lo meno difficilissimo, controllare i trasferimenti dei materiali fissili e delle armi nucleari da un Paese ad un altro; c)- perché la questione rientra nel problema generale – già lungamente dibattuto, specialmente al Sottocomitato per il Disarmo di Londra nel 1957 – della interdizione della produzione di materiali fissili ad uso bellico e di armi nucleari, nonché della loro conversione ad usi pacifici. Tale problema, secondo Moch – (che è tornato al riguardo ad insistere sulle proposte fatte durante il dibattito sul disarmo) – non puessere affrontato che indirettamente istituendo il controllo della produzione dei mezzi vettori di armi nucleari e con la interruzione della fabbricazione di questi ultimi: ogni altro tentativo di risolvere il problema è inadeguato, di fronte alla assoluta impossibilità, coi mezzi scientifici attuali di effettuare alcun efficace controllo degli stocks militari americani.

3. Da parte sovietica, Kutznetsov ha indicato le ragioni dell’astensione della sua Delegazione nel fatto che l’approvazione della risoluzione irlandese, lungi dal prevenire la diffusione delle armi nucleari, creerebbe solamente l’illusione che effettive misure a tal scopo siano state assunte. Egli ha quindi criticato il progetto del Ministro Aiken per la mancanza in esso di alcun accenno alla questione della dislocazione, da parte delle Potenze detentrici di armi nucleari, di tali armi nel territorio di altri Stati. In particolare egli ha citato nazioni nucleari occidentali, le quali hanno iniziato a fornire armi atomiche ai loro alleati del blocco nord-atlantico, dotando unità militari dalla NATO di armi nucleari tattiche, di razzi e missili teleguidati a corta gittata e di artiglieria atomica.

Per tutto ci pur lodando l’iniziativa irlandese che prende atto dei pericoli ognor crescenti in questo campo, il Delegato russo l’ha giudicata assolutamente inadeguata.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Dublino, Londra, Ottawa, Parigi e Washington. 3 Non pubblicato.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 3390/20902. New York, 18 novembre 1959.

Oggetto: Questione del Laos. Viaggio del Segretario Generale delle N.U. e nomina di un suo rappresentante personale.

Riferimento: mio telespresso n. 3340/2040 del 12 novembre 19593.

Lo sviluppo degli avvenimenti relativi alla questione del Laos sta avvenendo lungo le linee ideate da Hammarskjd, e cioè: suo contatto formale con Governo laotiano; nomina di un rappresentante personale nella persona di uno scandinavo; nuova protesta da parte sovietica.

Sul primo avvenimento va osservato che il viaggio di Hammarskjd nel Laos era sempre stato da lui considerato come il primo anello necessario sul quale fondare la sua decisione di nominare un suo rappresentante personale, dato che Hammarskjd, per le note ragioni, non riteneva di ricollegare questa decisione al rapporto del Sottocomitato, in quanto citra l’altro avrebbe riportato il problema nel quadro formale del Consiglio di Sicurezza. Il Segretario Generale, invece, ha voluto impostare la sua azione sulle proprie generali funzioni e responsabilità statutarie quale Segretario Generale.

Rilevo poi, quanto agli obiettivi di sostanza del suo viaggio, che Hammarskjd prima di partire mi aveva mostrato una lettera, a carattere personale, a lui diretta dal Primo Ministro Sananikone in cui quest’ultimo, tra l’altro, lo ringraziava «di avere posto sulla buona strada la questione del Laos». Ed Hammarskjd mi aveva detto che egli si stava chiedendo se ci nell’inafferrabile stile orientale, non voleva significare anche un qualche mutamento dell’atteggiamento del Governo di Vientiane, nel senso che cipoteva anche voler dire che la fase in cui le Nazioni Unite erano state utilmente interessate al Laos poteva considerarsi avviata verso la sua conclusione.

Quanto alla nomina del suo rappresentante personale, questa è avvenuta effettivamente nella persona di uno scandinavo, il finlandese Tuomioja, segretario esecutivo per la Commissione Economica per l'Europa. Sebbene egli cercasse inizialmente di orientarsi verso una personalità estranea alle Nazioni Unite, Hammarskjd ha così finito per nominare un suo diretto dipendente, nella sua qualità di funzionario internazionale. Non risulta che egli abbia preventivamente interpellato il Governo finlandese, dato che questo Rappresentante di Finlandia, quando gli avevo accennato qualche giorno fa alla probabile nomina del suo connazionale, si era dimostrato completamente all’oscuro delle intenzioni e della iniziativa del Segretario Generale. Comunque, la scelta è stata in questi ambienti giudicata felice, per la nazionalità del signor Tuomioja e per le importanti cariche da lui ricoperte in passato.

Tale nomina, tuttavia, è avvenuta con due modalità originariamente non previste. Secondo il comunicato ufficiale diramato dal Segretariato il suo compito principale verrebbe ad essere l’esame della situazione economica del Laos e la possibile assistenza delle N.U. al riguardo. Gli altri suoi compiti, quelli di carattere politico, vengono vagamente definiti nonché posti in seconda linea.

Altra modalità restrittiva è il limite di tempo di quattro settimane fissato per la missione Tuomioja in Laos, salvo naturalmente che tale termine possa venire prorogato. Questi elementi restrittivi possono certamente far pensare che Hammarskjd abbia voluto mettere le cose in modo tale da prestare il meno possibile il fianco alle critiche sovietiche, mettendo in prima linea funzioni economiche del suo rappresentante e limitando la sua presenza sul luogo ad un periodo relativamente breve, con la intenzione magari di farla venir meno dopo aver fatto salva la questione di principio. Altra ipotesi potrebbe essere quella che Hammarskjd abbia trovato conferma delle sue impressioni, di cui ho parlato pisopra, e che cioè egli abbia trovato il Governo laotiano piuttosto orientato a non premere per una prolungata presenza delle N.U.

A questi interrogativi potrà evidentemente rispondersi solo dopo il ritorno di Hammarskjd, previsto probabilmente verso la fine di questa settimana.

Quanto al terzo avvenimento, la ripetizione della protesta sovietica, avvenuta attraverso un comunicato stampa, anche questa era stata prevista, data la posizione in precedenza assunta dai sovietici al momento della partenza di Hammarskjd. Nel comunicato sovietico si precisa, riferendosi alla iniziativa di Hammarskjd, che «questa azione tende a coprire col nome delle N.U. una ulteriore interferenza delle Potenze occidentali in Laos e pusolo rendere la situazione maggiormente complicata».

Al riguardo dell’atteggiamento sovietico mi sembra utile informare codesto Ministero sui punti essenziali di una lunga occasionale conversazione che ho avuto qualche giorno fa con l’Ambasciatore Sobolev. Abbiamo a lungo discusso sulla impostazione procedurale della discussione in Consiglio di Sicurezza e sulla attività del Sottocomitato in Laos. È stata naturalmente mia cura insistere sulla rigorosa obiettività di quella discussione e sul come il Sottocomitato avesse svolto il suo compito entro i termini procedurali del suo mandato. Sobolev mi ha dato almeno in parte atto di questa situazione, nonché della obiettività con cui la Presidenza aveva agito.

Il punto piimportante, tuttavia, delle dichiarazioni di Sobolev è stata la categorica affermazione in base alla quale da parte sovietica si considera qualsiasi attività delle N.U. nei riguardi del Laos come una interferenza nel meccanismo degli accordi di Ginevra, e come tale non accettabile. Gli ho obiettato naturalmente che nessuna situazione giuridica puimpedire alle N.U. di adottare una qualche azione quando uno Stato membro dichiara di essere vittima di una aggressione, cioltretutto sarebbe contrario allo Statuto. Secondo il punto di vista sovietico, gli accordi di Ginevra del 1954 e gli accordi di Vientiane del 1957 hanno attribuito al Pathet Lao una precisa posizione giuridica che non puvenire disconosciuta, così come il Governo laotiano ha fatto. Raddrizzare questa situazione rientra nella esclusiva competenza della Commissione internazionale. Ogni altro organismo che fosse stato incaricato del problema avrebbe comportato un allontanamento da quei principi di stretta neutralità delle N.U., che erano stati caratteristica essenziale degli accordi di Ginevra. E un intervento delle N.U., quale quello ideato da Hammarskjd rivelava una sottomissione alla influenza delle Potenze occidentali, ed avrebbe rappresentato una interferenza negli affari del Laos e nel sistema degli accordi di Ginevra. Quanto agli sviluppi futuri, Sobolev non mi ha accennato a future iniziative sovietiche, quali una eventuale richiesta di convocazione del Consiglio di Sicurezza. Anche per la posizione di principio sovietica, sopra delineata, sarei indotto ad escludere una eventuale iniziativa al riguardo. Questa d’altra parte continua ad essere la convinzione degli esponenti del Segretariato.

Comunque una valutazione della situazione potrà meglio farsi al ritorno del Segretario Generale a New York.


1 DGAP, Uff. V, 1951-1960 (I versamento), b. 183. 2 Inviato, per conoscenza, anche alle Ambasciate a Londra, Parigi e Washington. 3 Non pubblicato.

181

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 34835/362. New York, 20 novembre 1959, ore 23 (perv. ore 5,10 del 21).

Oggetto: Esperimenti nucleari francesi.

Telegramma riservato mio 346(2) e telespresso 20473.

È venuta oggi a votazione definitiva in seduta plenaria questione esperimenti nucleari francesi Sahara.

Dopo che nota risoluzione afro-asiatica non aveva raggiunto in Commissione politica maggioranza due terzi necessaria per approvazione da parte Assemblea, Paesi afro-asiatici sono andati esercitando forti pressioni nei riguardi gruppo dieci Paesi latino-americani che in Commissione avevano votato contro risoluzione stessa non tanto perché nel fondo condividessero tesi ed argomenti dei francesi e degli altri occidentali, quanto perché intransigenza afro-asiatica ad emendamenti da loro a suo tempo presentati li aveva urtati portandoli per considerazioni principalmente di coerenza procedurale a votare contro un testo che in fondo erano già allora disposti accettare. In tale opera pressione, esercitatasi anche attraverso Cancellerie, afro-asiatici hanno fatto leva in particolare modo su argomenti attinenti a riflessi negativi su opinioni pubbliche interne di un voto che poteva venire interpretato come costituente un avallo a Francia di intraprendere esperimenti nucleari proprio mentre le tre Potenze atomiche avevano, sotto pressione appunto opinioni pubbliche, sospeso già da tempo loro esperimenti nucleari.

Suddette pressioni hanno sortito loro effetto e dieci Paesi latino-americani in questione hanno quindi oggi in Assemblea cambiato posizione da essi assunta a suo tempo in Commissione. Sono così rimasti accanto a Francia nel voto finale solo i Paesi su cui essa originariamente contava (mio 336(4)) e quindi, come del resto si prevedeva prima degli incidenti procedurali che portarono al voto anormale in Prima Commissione, la risoluzione ha consentito la maggioranza di due terzi e (salvo per quanto riguarda due ultimi paragrafi preambolo che sono stati eliminati dal testo) è stata definitivamente adottata con 51 voti a favore, 16 contrari (Francia, Gran Bretagna, Italia, Benelux, Portogallo, Spagna, Brasile, Repubblica Dominicana, Honduras, Nicaragua, Per Israele e Sud Africa) e 15 astensioni(5).


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 171.


3 Vedi D. 174.


4 Vedi D. 166.


5 Il testo della risoluzione A/RES/1379 (XIV) è in UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, Suppl.16, pp. 3-4.

182

L’AMBASCIATORE A PARIGI, VITETTI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 34877/1118. Parigi, 21 novembre 1959, ore 16,30 (perv. ore 18).

Oggetto: Esperimento nucleare francese nel Sahara.

Al Quai d'Orsay commentasi voto ONU per bomba francese con amarezza e risentimento. Entità maggioranza contraria a Francia ha causato sorpresa particolare per nuovo atteggiamento Danimarca (che tra Paesi NATO si è allineata su posizione negativa del Canadà, Norvegia e Islanda) per numerose astensioni registrate dal blocco latino-americano. Particolarmente apprezzato è stato invece atteggiamento Italia, Regno Unito e USA.

Voto ONU potrà avere ripercussioni in sede NATO in quanto dei Paesi alleati ben quattro hanno preso posizione contro esperimento francese e due si sono astenuti, nonostante tutte assicurazioni che sono state date da Governo francese circa misure sicurezza esplosione sahariana.


1 Telegrammi segreti 1959, Francia, arrivo e partenza.

183

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, AD AMBASCIATE E RAPPRESENTANZE(1)

T. segreto 18624/c.2. Roma, 22 novembre 1959, ore 15,50.

(Per tutti meno Italnato): Ho telegrafato quanto segue a Rappresentanza italiana presso il Consiglio Atlantico.

(Per tutti) «Non punon rilevarsi senza amarezza che ben quattro Paesi dell'Alleanza Atlantica hanno votato a favore della mozione contraria alla Francia circa gli esperimenti nucleari, mentre due altri Paesi si sono astenuti.

Non è questa la solidarietà che ci si deve aspettare da una Alleanza globale, quale la NATO dovrebbe essere, né un buon indizio per una formazione di una politica quanto possibile comune.

Sarebbe stato molto meglio se il Segretario Generale Spaak, a luogo di invocare l'unità Atlantica solo di fronte a inesistenti pericoli conseguenti ai progetti di consultazione europea, avesse preso in Consiglio netta posizione circa una questione così grave, ed avesse fatto ogni sforzo possibile per non fornire ai nostri avversari questa arma di efficace propaganda.

Voglia V.E. esprimersi in questo senso con il Signor Spaak, nonché alla prossima seduta del Consiglio(3)».


1 Telegrammi segreti 1959, Circolari partenza.


2 Indirizzato alle Ambasciate a Londra, Parigi, Bonn, Washington, Ottawa, Oslo, Copenaghen e alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi.


3 Per la risposta di Alessandrini vedi D. 184.

184

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO, ALESSANDRINI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 35274/430. Parigi, 25 novembre 1959, ore 20,30 (perv. ore 21,30).

Oggetto: Esperimento nucleare francese nel Sahara.

Ho intrattenuto oggi in sede privata il Consiglio sulle recenti votazioni all'ONU, esponendo i rilievi di cui al telegramma 18624/c. del 22 corrente(2).

Richiamandomi inoltre alle proposte per consultazioni NATO sulle questioni in agenda all'ONU, fatte anni addietro dalla Delegazione italiana e recentemente ripresentate, d'accordo con noi, dalla Delegazione britannica, ho deplorato l'atteggiamento di quegli alleati che hanno, con il loro voto, messo in difficoltà, in una questione d'ordine militare e pertanto di interesse comune, uno dei Paesi alleati. Ne è risultato – ho aggiunto – un serio pregiudizio, non solo per la Francia, ma anche per l'Alleanza e per la sua unità, a tutto vantaggio dei nostri avversari.

De Leusse mi ha ringraziato.

De Staercke si è associato al mio intervento dichiarando che il suo Governo lo aveva incaricato di sollevare la stessa questione.

Ha allora preso la parola il Rappresentante canadese ricordando che la politica del suo Paese al riguardo era stata pubblicamente definita già da due anni in una dichiarazione del Ministro degli Affari Esteri Smith alla Camera dei Comuni. Se quindi consultazioni sulla sostanza della questione dovevano essere fatte – ha detto Leger – esse avrebbero dovuto aver luogo a quell'epoca.

Sarper si è limitato a prendere atto della mia dichiarazione che – ha detto egli – è della massima importanza e meritevole di essere esaminata in un prossimo futuro. Si deve tener presente che la Turchia, pur essendosi astenuta nella recente votazione, è stata turbata dall'andamento all'ONU della sua candidatura al Consiglio di Sicurezza.

Boyesen, analogamente a quanto dichiarato da Leger, ha fatto presente che l'atteggiamento del Governo norvegese in materia di armi nucleari è noto da anni anche al Consiglio e che pertanto non poteva esservi dubbio circa la posizione che esso avrebbe preso alle Nazioni Unite.

De Staercke ha ripreso la parola sottolineando come la discussione dimostrasse l'utilità di un esame in sede NATO della questione, prima del voto alle Nazioni Unite.

Per parte mia ho replicato dicendo che l'esistenza di opinioni e di decisioni particolari di alcuni alleati in materia di armi nucleari, anche se nota non corrispondeva a decisioni approvate dall'Alleanza. Data l'importanza, non solo militare ma anche politica, della questione, consultazioni e sforzi avrebbero dovuto essere tempestivamente effettuati in sede atlantica. Tali consultazioni e tali sforzi sono invece mancati. Ho concluso augurando che cinon abbia a ripetersi in avvenire.

Il Presidente mi ha appoggiato, facendo propri i miei rilievi ed esprimendo il rincrescimento che il Consiglio dopo aver previsto, in base alle proposte italiane e britannica, il meccanismo adottato per la pre-consultazione su questioni in discussione alle Nazioni Unite (mio telegramma 262 del 1° luglio 19593), non ne abbia poi fatto uso(4).

Comunicato Ambasciata Parigi.


1 Telegrammi segreti 1959, Francia, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 183.


3 T. segreto 17610/262 del 1° luglio, non pubblicato.


4 Sulla questione disarmo De Ferrariis Salzano comunicava poi con T. segreto urgentissimo 36329/116 del 4 dicembre da Ottawa (Telegrammi segreti 1959, Afganistan - Dominicana, arrivo e partenza): «Iniziativa italiana per concordare posizione comune in materia disarmo è qui accolta con molto favore. Sottosegretario di Stato per gli Affari Esteri Robertson mi ha detto stamane che Governo canadese concorda pienamente con Governo italiano su necessità di un tempestivo coordinamento sia nelle questioni di merito che di procedura e si compiace che constatazione finale abbia luogo in sede NATO, qui considerata come sede piappropriata per messa a punto politica comune. Sottosegretario ha espresso speranze che Governo americano non avrà difficoltà ad iniziare al pipresto tali contatti, malgrado sue attuali incertezze materia di bilanci militari, tanto piche coordinamento politica comune richiederà certo varie riunioni e che vi è già un comune, urgente interesse ad iniziare scambi di vedute». In pari data, l’Incaricato d’affari a Washington, Perrone Capano, con T. segreto 36323/1404 (Telegrammi segreti 1959, Stati Uniti d’America, arrivo e partenza, vol. II) comunicava: «Provveduto illustrare Dipartimento comune posizione italo-britannica circa consultazioni su disarmo. Dipartimento nel prendere atto mi ha ripetuto che da parte americana si farà quanto possibile per accelerare tempi ma che lavori Comitato Coolidge procedono tra difficoltà. Prima che rapporto sarà stato presentato ed approvato in sede governativa sarà assai difficile per americani iniziare consultazioni. Dipartimento rendesi conto esigenze altri Governi e farà quanto in suo potere per cercare di venire loro incontro. Per parte mia ho insistito su necessità tenere una riunione preparatoria al pipresto».

185

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 35312-35313/370-371. New York, 26 novembre 1959, ore 2,30 (perv. ore 8,30).

Oggetto: Questione frontiere e presenza N.U. in Somalia.

370. Ho avuto ieri e oggi due lunghi colloqui con Hammarskjoeld (secondo colloquio particolarmente in relazione contenuto telegramma Mogadiscio del 24 novembre 19592) su questione frontiere Somalia e presenza Nazioni Unite, allo scopo soprattutto ragguagliarlo su intenzioni Delegazione somala ed accertare il suo punto di vista su presenza stessa. Egli ha ascoltato con estrema perplessità e preoccupazione mio preannunzio eventuale distribuzione memorandum richiedente referendum e specificamente presenza desiderata. Ha convenuto con me opportunità evitare tale distribuzione che potrebbe compromettere esecuzione qualsiasi piano si voglia escogitare per presenza accetta a tutti.

Quanto a carattere tale presenza, egli non sembrava avere ancora idee definite. Ma prima reazione era che formula piaccettabile, e forse anche a etiopici, fosse quella di un coordinatore assistenza tecnica e piani economici che potesse anche espandere sua attività su problemi politici, non ultimo quello confini. Gli ho osservato che a questa formula potevano forse opporsi somali, non desiderosi supervisione economica e ansiosissimi invece protezione politica e sicurezza. Egli è parso non fissarsi in modo esclusivo su formula coordinatore economico e lasciarsi portare facilmente verso qualche tipo diverso di presenza pipolitica. Infatti essendosi parlato a titolo esplorativo di commissioni miste etiopico-somale includenti esperti Nazioni Unite per picchettamento neutrale linea provvisoria, Hammarskjoeld non ha escluso praticabilità tale formula, menzionando anzi sottocomitati misti (con presidenza neutrale) per linea demarcazione armistiziale Palestina. Inoltre Hammarskjoeld è parso anche interessato ad accenni su eventuali iniziative che potrebbero prendere, per pilotare problema in Assemblea, Paesi Africa occidentale come Liberia e Ghana. Siamo rimasti comunque intesi procedere intanto a riunione con somali, nella quale ho pregato Hammarskjoeld di voler assecondare i miei sforzi per evitare o almeno ritardare distribuzione noto memorandum. Hammarskjoeld si è mostrato molto interessato e desideroso seguire tale linea.

371. In vista anche sollecitazioni pervenute a Hagi Farah da suo Primo Ministro ho potuto ottenere colloquio tra Hammarskjoeld e somali me presente oggi stesso.

Hagi Farah esposto preoccupazioni e aspettative Somalia puntando su «referendum» e «garanzie» attraverso «presenza». Su primo punto Hammarskjoeld dichiarato considerare referendum ultimo dei metodi cui ricorrere («a very bottom of list»). Secondo lui, anche se negoziati con Trigve Lie non hanno dato risultati favorevoli, metodo arbitrato rimane sempre migliore e quel che dovremmo cercare mantenere in vita. Esperienza prova (vedasi canale di Suez) che dando tempo al tempo anche formule di pidifficile esecuzione possono alla fine prevalere. Non escludo che Hammarskjoeld pensi voltare nuovamente questione in suo viaggio africano gennaio p.v. in occasione visita Addis Abeba e Mogadiscio. Circa «presenza» Hammarskjoeld ha dichiarato che, ogni situazione essendo diversa, possono escogitarsi formule anche diverse da quelle già praticate in altri casi: ha chiesto quindi quali fossero idee Governo Somalia al riguardo. Poiché Hagi Farah preferito insistere per ottenere consiglio Hammarskjoeld, questi ha chiesto tempo per riflettere. A domanda Hagi Farah se egli avesse reazioni o obiezioni a distribuzione memorandum somalo, Hammarskjoeld risposto che non conoscendolo avrebbe preferito studiarlo prima ma che in ogni caso in linea di massima sconsigliava fortemente presentazione qualsiasi documento che cristallizzasse desideri proposte o formule, imbarazzando lui nell'elaborazione di quel che potrà palesarsi pipraticabile e accettabile ai fini generali.

Segretario Generale riservatosi indire altra riunione per approfondimento questione al pipresto, forse anche domani. Hagi Farah telegrafa a Primo Ministro tale consiglio di Hammarskjoeld relativo inopportunità distribuzione memorandum.

Telegrafato Mogadiscio 3272.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. segreto 35121/762 da Mogadiscio del 24 novembre (Telegrammi segreti 1959, Romania-Yemen, Ministeri, Miscellanea, arrivo e partenza), con il quale Di Stefano aveva dato notizia dell’intenzione di Abdullah Issa di iniziare distribuzione del memorandum su questione confinaria.

186

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 35314/372. New York, 26 novembre 1959, ore 1 (perv. ore 8,30).

Oggetto: Presenza N.U. in Somalia e distribuzione memorandum.

Mio 371(2).

Malgrado sia stato possibile, mercé anche comprensiva e cordiale collaborazione Hammarskjoeld, evitare finora distribuzione memorandum somalo, non so quanto tale situazione potrà protrarsi, se non verrà da Mogadiscio precisa istruzione sospensiva. Continuo a ritenere distribuzione tale documento (che è di ben 33 pagine con cinque allegati) estremamente grave e dannosa interessi somali e ciho detto chiaramente ad Hagi Farah, facendogli anche opportunamente intendere che trattasi di iniziativa di politica estera su cui Governo italiano potrebbe anche avere serie obiezioni. Hagi Farah mi oppone interesse suo Governo dimostrare ad opinione pubblica che si sono fatte massime possibili richieste a protezione popolazione somala. Cinon toglie che distribuzione memorandum ci coinvolge ancora una volta di fronte ad etiopici.

Piancora, questo pone di nuovo problema di una mossa indipendente dei somali, e questa volta nelle Nazioni Unite, in materia di politica estera, politica per la quale l'Italia conserva la sua responsabilità. Comunque memorandum venga diramato, non vedo come possa evitarsi che venga considerato come distribuito per lo meno con nostra tacita approvazione a meno che noi non si dichiari apertamente il contrario. Per di pici si chiederà cosa pensiamo sulla sostanza di esso: e mentre mi pare che siamo, o saremo, in condizioni di rispondere positivamente per la «presenza», non lo saremo – se non in senso negativo – per il referendum.

In sostanza tutto ciconferma che distribuzione dovrebbe essere evitata in interesse comune e per stessa causa somali; e per questo mi rimetto, avendo pressoché esaurito tutte mie possibilità qui, inclusa quella offertami da Segretario Generale, ad azione che codesto Ministero degli Affari Esteri ed AFIS riterranno opportuno e possibile svolgere.

Telegrafato Mogadiscio 3274.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 185.

187

L’AMBASCIATORE A PRETORIA, CARROBIO DI CARROBIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 2780/8642. Pretoria, 27 novembre 1959.

Oggetto: Colloquio con il Ministro degli Esteri Louw.

Il Ministro degli Affari Esteri, Dott. Louw, è rientrato in questi giorni dalla sua missione alle N.U. e dal successivo viaggio in Sud America ed ho ieri avuto con lui un lungo colloquio di cui riassumo i punti principali.

Rapporti con l'Italia.

Il Ministro mi ha manifestato la sua viva soddisfazione per la partecipazione ufficiale italiana alla Rand Easter Show ed ha espresso la speranza che in tale occasione il Ministro del Commercio Estero italiano potrà venire in Sud Africa, nel qual caso durante la sua permanenza a Città del Capo (dove il Governo risiederà in quel periodo) egli sarà gradito ospite ufficiale del Governo sudafricano. Riferendosi poi all'invito da noi rivolto in settembre al Ministro dell'Economia, Dott. Diederichs, per una visita ufficiale in Italia, ha espresso la speranza che essa possa realizzarsi nel prossimo futuro.

Assemblea N.U.

Il Ministro si è dimostrato, in complesso, disteso e moderatamente soddisfatto, salvo che in relazione alla questione dell'Africa del Sud Ovest. In merito egli ha ribadito nei termini picategorici la nota posizione sudafricana, ma ha soggiunto che – se questo fosse il desiderio delle Nazioni Unite – il Sud Africa è pronto a riprendere le trattative «pur non vedendo, date le premesse, dove queste potrebbero condurre». A mia domanda, egli ha chiarito che il Governo sudafricano è sempre pronto a ripetere la sua offerta di una supervisione delle tre Potenze: Stati Uniti, Regno Unito e Francia.

Quanto al problema razziale il ministro Louw, dopo aver affermato che il suo discorso all'Assemblea era stato, in complesso, accolto con marcato interesse, ha detto che in proposito il suo Governo non è soverchiamente preoccupato ed ha soggiunto, sorridendo, che se l'«addolcimento» della relativa mozione proseguirà in futuro come finora, «non è forse lontano il giorno in cui anche il Delegato sudafricano potrà dare voto favorevole».

Passando su terreno pigenerale il Sig. Louw ha sottolineato la sua preoccupazione per quello che ha definito «il crescente peso del blocco afroasiatico e del controllo che su di esso esercita il gruppo comunista».

America latina.

Louw si è detto molto soddisfatto delle visite a Santiago, a Buenos Aires ed a Montevideo e delle cortesie ricevute nelle tre capitali. Ha sottolineato che era questo il primo diretto contatto di un uomo di Governo sudafricano in quelle capitali e che i colloqui che ha potuto avere sono certo serviti a chiarire le reciproche posizioni. Quanto alla visita in Brasile mi ha detto di «aver dovuto soprassedere» e di essersi limitato ad una rapida visita a Santos e S. Paulo durante la sosta della nave sulla quale viaggiava: ha deplorato la campagna mossa contro di lui da una larga parte della stampa brasiliana, pur sottolineando che nessuna manifestazione ostile aveva avuto luogo contro di lui.

Visita ai Paesi africani.

La stampa aveva a suo tempo data larga pubblicità all'invito rivolto al Ministro Louw dal Governo di Accra ed egli mi ha confermato la sua accettazione, aggiungendo

– per– che la visita non potrà avvenire prima del luglio 1960 ed in ogni caso dopo una visita da lui già promessa in Mozambico. Ha escluso, almeno allo stato attuale delle cose, una visita in Etiopia cui qualche giornale locale aveva accennato.

Viaggio Kruscev in Africa.

Questo Governo non ha informazioni in proposito, ma naturalmente considera tale eventualità con preoccupazione e si augura almeno che, se *essa* dovesse verificarsi, il viaggio di Macmillan si svolga prima.

Visita Macmillan.

Il signor Louw mi ha naturalmente espresso la viva soddisfazione sua e del Governo per la prossima visita, ma si è astenuto dall’entrare in dettagli, dato che il programma della visita è ancora in esame. Mi ha detto, tuttavia, che non pensa sia il caso di predisporre un'agenda in modo da lasciare ai due interlocutori la piampia libertà di discussione e da sottolineare il carattere di «good will» della visita.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 249. 2 Tra asterischi aggiunta manoscritta.

188

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 35543/382-383. New York, 28 novembre 1959, ore 5,30 (perv. ore 11,30).

Oggetto: Confini somalo-etiopici.

(Solo per Ministero esteri. Mio 372(2)).

(Solo per Mogadiscio. Mio 327(4)2).

(Per tutti) Hammarskjoeld mi ha nuovamente convocato con Delegazione somala oggi. (Avendolo visto precedentemente lo avevo fortemente esortato a scoraggiare somali da presentazione noto memorandum). Egli ha esordito ripetendo che Governo somalo commetterebbe gravissimo errore proponendo referendum e che non gioverebbe minimamente a causa somala distribuzione documento sottomessogli che pone in modo così netto e concreto richiesta sia «referendum» e sia «presenza». Meglio lasciare che situazione evolva gradualmente verso «presenza», in modo da addivenire a qualche atto formale in prossima Assemblea.

Nel frattempo qualche passo avanti potrà farsi in occasione suo viaggio in Africa in cui egli conta visitare Mogadiscio per due giorni e poi Addis Abeba.

Hagi Farah ha di nuovo illustrato aspettativa popolazione somala per garanzie frontiera definitiva, che così non otterrebbesi. Da parte nostra ho rilevato che fallimento trattative Trigve Lie creava necessità, anche formale, riprendere le file del problema confini in assemblea con una risoluzione che fissasse passi da svolgere in avvenire e che dovrebbe includere qualche formula tale da venire incontro aspettativa somali. A questo proposito Hammarskjoeld pur ribadendo sua opinione avversa precisare troppo allo stato attuale caratteri e contorni «presenza» e di nuovo lasciando intendere volere trattare problema in suo viaggio africano, ha suggerito a titolo di esempio formula risoluzione che:

1) prenda nota esito negativo negoziati Trigve Lie;

2) auspichi continuazione sforzi per addivenire soluzione attraverso arbitrato;

3) richieda mantenimento attuale situazione zona confinaria in attesa detta soluzione;

4) riconosca responsabilità Nazioni Unite per pace e tranquillità zona;

5) incarichi Segretario Generale esplorare, «dopo consultazione» con due Governi (e non «in consultazione», dato che cilegherebbe troppo sua azione) passi da intraprendere in relazione a punti predetti.

Hagi Farah ha ribadito sue perplessità pur dichiarando che avrebbe riferito e chiesto istruzioni suo Governo.

Hagi Farah mi ha intrattenuto ulteriormente dopo riunione con Segretario Generale per osservare che formula da questi proposta non è soddisfacente per suo Governo dato che esiste in confine situazione costante emergenza. Ciche Somalia attende è che ONU abbia a dare nuovo Paese confini e lo protegga. Ho cercato spiegare ad Hagi Farah difficoltà nelle quali verremmo a trovarci per richieste pinette di quelle implicite in lista suggerita dal Segretario Generale. Gli ho anche rilevato che approvazione risoluzione così concepita sarà di per sé stesso difficilissima urtando certamente contro manovre avverse Etiopia e ho ribadito che già soltanto ricerca qualche autorevole presentatore per mozione comporterebbe sforzi da parte mia.

D'altra parte gli ho detto che se risoluzione fosse approvata, essa, combinata con un viaggio Segretario Generale a Mogadiscio dovrebbe rispondere soddisfacentemente a aspettative Governo somalo.

Potremmo accingerci prossima settimana sondare alcune Delegazioni sopratutto africane per ottenere reazioni su eventuale formulazione di una risoluzione quale proposta dal Segretario Generale. Prima che si faccia ci Hagi Farah resta in attesa risposta a suo telegramma odierno a Primo Ministro con richiesta istruzioni.

Sargrato urgenti indicazioni(3). Telegrafato Roma e Mogadiscio.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 186. 3 Con T. segreto 19355/243(New York) 362 (Mogadiscio) del 4 dicembre (ibid.), Folchi comunicava: «Da parte nostra si concorda con l’opinione di Hammarskjold nel senso che situazione evolvapresto verso “presenza ONU”. In linea di massima si concorda altresì circa risoluzione ONU che includa formule capaci andare incontro aspettative somale e contempli passi da svolgere. Mentre approviamo,cipremesso, punti 1,2,3 formula suggerita da Hammarskjoeld facciamo osservazioni seguenti: a) desidereremmo, circa punto 4 che formulazione fosse tale che responsabilità ONU venisse invocata solo alloscopo di predisporre, limitatamente a questione confinaria, presenza ONU; b) preferiremmo, circa punto 5, eliminarlo, oppure al concetto di “incaricare” sostituire quello di “raccomandare al Segretario Generale di intraprendere passi ecc”; e ciperché non (dicesi non) concordiamo nel rimettere ogni possibilità risoluzione controversia confinaria a risultati del viaggio Hammarskjoeld a Mogadiscio ed Addis Abeba,il che significherebbe inibirci qualsiasi possibilità per altre eventuali iniziative da parte nostra. Qualora da parte somala si voglia seguire consiglio nostro e di Hammarskjoeld di accantonare idea presentazione memorandum (come confidiamo vivamente e come ci lasciano sperare istruzioni del primo ministro somalo Hagi Farah in data 10 novembre), sta bene per cauti sondaggi che d’intesa con Vinci V.E. crederà di fare presso Delegazioni che riterrà opportuno, sempreché vengano tenute presenti nostre osservazioni circa risoluzione».

189

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU E ALL’AFIS(1)

T. 19076/235 (New York) 358 (Mogadiscio). Roma, 29 novembre 1959, ore 15,15.

(Solo per New York) Per Vinci.

(Per tutti) Riferimento telegrammi da 369 a 3722, direttamente inviati da Italnation anche AFIS.

Pregasi V.E./V.S. fare presente tanto a Delegati somali New York quanto a governanti Mogadiscio che diffusione Memorandum costituisce atto di rilevante contenuto concreto politica estera cui responsabilità è tuttora Governo italiano. Pertanto, ove da parte somala si volesse persistere nel presentarlo, saremmo costretti dissociare nostra responsabilità di fronte alle varie Delegazioni.

Infatti, mentre riteniamo sempre meritevole di esame e di favorevole considerazione idea chiedere presenza Nazioni Unite per questioni frontiera (in forme e modalità da studiarsi), consideriamo peridea referendum priva di contenuto pratico, in quanto fa astrazione dalla obiettiva realtà di fatto a motivo dei criteri politica interna che la ispirano al di fuori della questione frontiera.

V.E./V.S. vorranno intrattenere in merito rispettivamente Hagi Farah e Capo Governo somalo sottolineando quanto ci rincrescerebbe di vederci costretti, se memorandum sarà diffuso, a dissociarci in tale atto da Governo somalo, anche sulla base del fatto che lo consideriamo contrario interessi popolo somalo.

Telegrafato Italnation New York e AFIS Mogadiscio.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Con T. 35255/369 del 25 novembre (ibid.), Ortona aveva comunicato: «[…] Informo ad ogni buon fine codesto Ministero degli Affari Esteri che di fronte a patenti insistenze Hagi Farah per fare circolare noto memorandum, l’ho di nuovo esortato a soprassedere in attesa colloquio con Hammarskjoeld, che spero procurare in giornata. Gli ho detto anche che memorandum potrebbe avere implicazioni tali da coinvolgere Governo italiano come esso si è trovato coinvolto in problemi messaggio a Casablanca nei confronti etiopici […]». Per gli altri telegrammi vedi DD. 185 e 186.

190

IL VICE DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, SORO, AD AMBASCIATE, RAPPRESENTANZE, LEGAZIONI(1)

Telespr. 47/030622. Roma, 1° dicembre 1959.

Oggetto: X Conferenza Generale della FAO (31 ottobre - 20 novembre 1959).

La X Conferenza della Organizzazione mondiale per l’alimentazione e l’agricoltura delle N.U. ha concluso i suoi lavori il giorno 20 novembre 1959 dopo tre settimane di sedute.

La prossima Conferenza si riunirà nel 1961, prevedendo lo statuto della FAO la convocazione biennale dell’Assemblea plenaria della Organizzazione.

Prescindendo dalla trattazione dei soggetti specificamente tecnici e limitando l’esame agli argomenti di carattere pispiccatamente politico-economico, si riassumono qui di seguito alcune considerazioni che possono presentare interesse per le Rappresentanze in indirizzo:

1. -Riforma agraria – Il problema è stato discusso, anche in relazione al programma previsto dalla «Campagna contro la fame». - 2. -Campagna contro la fame – Si tratta di una iniziativa che dovrà essere svolta nel periodo 1960-65 e per la quale il Direttore Generale è stato autorizzato a raccogliere fondi presso i Governi, le istituzioni specializzate delle Nazioni Unite, le Organizzazioni internazionali non governative, presso privati e raggruppamenti confessionali. La «campagna» non dovrebbe limitarsi ad esaminare lo sviluppo economico soltanto sotto l’aspetto della preparazione delle necessarie infrastrutture ambientali e fisiche, ma dovrebbe anche considerare le possibilità esistenti di propagandare il miglior utilizzo degli alimenti sia nella fase della produzione che nella fase del consumo.

Per quanto riguarda lo sviluppo economico agricolo propriamente detto si è constatata la necessità che, pur mantenendo saldo il principio dello sviluppo di tutte le zone, dovrà peresser data precedenza alla sensibilizzazione di quelle maggiormente reattive.

La campagna ha come finalità non soltanto di accrescere la produzione ed i redditi agricoli, ma anche di mettere in evidenza la necessità di uno sviluppo industriale che permetta a tutti i Paesi, ed in particolare a quelli sottosviluppati, di veder aumentare il loro potere di acquisto. Praticamente le attività che, a tale scopo, dovranno essere svolte, saranno: a) informazione ed educazione; b) ricerca; c) programmi nazionali di azione; d) suggerimenti ed assistenza tecnica da parte della FAO nella esecuzione dei programmi bilaterali.

3. Progetto di sviluppo mediterraneo – L’ampiezza dell’argomento affrontato dallo studio, la metodologia seguita nella impostazione del «piano», le audaci raccomandazioni per l’adesione di riforme legali, amministrative, monetarie e fiscali in esso necessariamente contenute, ma indubbiamente esorbitanti la competenza della Organizzazione, la necessità di reperire adeguati mezzi di finanziamento, avevano suscitato in un primo momento alcune perplessità che la Conferenza è poi riuscita a fugare affrontando lo studio degli aspetti pipropriamente economici e concentrandosi sull’esame delle questioni pipropriamente agricole.

Se si considera che nel corso dei prossimi quindici anni la popolazione della regione oggetto di studio, attualmente composta di 175 milioni di unità, dovrebbe aumentare di 70 milioni, esercitando un’ulteriore pressione su di una zona dove i redditi sono già inferiori del 25% a quelli dell’Europa occidentale, si puavere una idea della complessità e della urgenza della soluzione del problema. Il progetto considera la possibilità-necessità di raddoppiare la produzione per fronteggiare il previsto aumento del 40% della popolazione.

Il rapporto rileva a tale proposito come sia della massima urgenza, nella regione mediterranea, capovolgere una tradizione secolare di disboscamenti e di erosione della terra.

La pressione demografica, che si esercita su terre mediocremente produttive ed afflitte da un clima semi-arido, rischia di aggravare seriamente la situazione. Se si vogliono sollevare i bassi livelli di vita attuali, è indispensabile, suggerisce il rapporto, coordinare lo sviluppo di tutti i settori della economia.

Il metodo regionale della inchiesta prospettato dal rapporto trova la sua giustificazione nel fatto che, benché la situazione vari notevolmente da un Paese all’altro, i problemi chiave sono comuni a tutti. E l’analisi, contenuta nel rapporto, mette in evidenza taluni progetti-tipo che potrebbero utilmente essere messi in pratica da gruppi di Paesi.

Alcuni Delegati, accogliendo uno dei suggerimenti contenuti nell’intervento del Delegato italiano, hanno fatto presente che si sarebbe dovuto procedere ad uno studio piapprofondito dei mercati di taluni prodotti.

In linea generale, per tutti i Paesi della regione mediterranea, ed altri ancora, hanno, con molto calore, approvato il progetto, che rappresenta un buon esempio di cooperazione costruttiva fra i Governi, e che è caratterizzato da una ampiezza metodologica e da una decisa orientazione verso l’azione rapida e concreta.

La Turchia, la Grecia, la Tunisia, il Marocco e la Jugoslavia hanno dichiarato alla Conferenza di essere sul punto di costituire zone pilota nei loro Paesi.

La Conferenza ha riconosciuto che lo sviluppo economico della regione mediterranea impone gravi pesi. L’accento che il rapporto pone sulla necessità di uno sforzo straordinario da parte di ognuno dei Paesi interessati è stato unanimemente approvato. Cinon di meno l’aiuto esterno, che ci si attende dai Paesi industrializzati, è stato considerato di importanza cruciale.

I lavori della Conferenza su questo punto dell’o.d.g. si sono conclusi con una risoluzione (All. 24), in cui si invitano tutti i Paesi mediterranei ad esaminare, con la massima urgenza, le raccomandazioni ed i principi formulati nei rapporti nazionali e nel rapporto di insieme, allo scopo di metterle rapidamente in esecuzione; e si esprime altresì la speranza che gli altri Paesi esamineranno, con eguale sollecitudine, la possibilità di cui essi dispongono per venire in aiuto dei Paesi del bacino mediterraneo, nel raggiungimento degli obiettivi menzionati nel progetto.

La raccomandazione prosegue con l’attirare l’attenzione del Fondo speciale delle Nazioni Unite e delle altre istituzioni specializzate, sulla opportunità di fornire ai vari Governi una assistenza finanziaria che renda possibile la realizzazione dei progetti pilota e dei programmi nazionali e regionali di sviluppo.

Infine la Conferenza ha invitato il Direttore Generale ad organizzare, dall’inizio del 1960, consultazioni fra i Paesi interessati, allo scopo di formulare proposte precise circa i programmi di azione nazionali ed internazionali, che devono essere intrapresi con carattere di priorità.

4. Per quanto concerne la vita costituzionale della Organizzazione, la Conferenza ha proceduto alle seguenti elezioni:

a)- alla Presidenza della Conferenza è stato chiamato il Sig. Richelieu Morris, Sottosegretario per il Commercio del Governo della Liberia; b)- a Direttore Generale è stato confermato alla unanimità, per un quadriennio, l’Amb. Sol; c) -a Presidente del Consiglio Esecutivo della Organizzazione è stato nominato lo svizzero Louis Maire, dopo ballottaggio con il candidato libanese Haraoui e il candidato spagnolo Cantos-Figuerola; d)- a membri del Consiglio sono stati eletti, per i seggi che si rendono vacanti alla fine dell’anno in corso: Italia, Brasile, Messico, Iran, Canadà, Stati Uniti d’America, Ghana e Libano; e per i seggi che si renderanno vacanti alla fine del 1960 Francia, Cuba, Gran Bretagna, Danimarca.

È stato anche deciso l’aumento dei seggi del Consiglio da 24 a 25, riservando il seggio aggiunto al gruppo africano (che per il triennio 1960-62 è stato attribuito al Marocco).

L’esame della richiesta formulata dalla Delegazione vietnamita di aumentare a 26 i seggi del Consiglio è stato rinviato alla prossima Conferenza Generale, allorché cioè, in conseguenza della prossima ammissione di nuovi membri alla Organizzazione, apparirà maggiormente evidente l’opportunità di proporzionare al numero dei Paesi membri la composizione del Consiglio.

5. La Conferenza ha inoltre approvato l’ammissione di nuovi membri della Organizzazione.

Poiché lo Statuto stabilisce che soltanto Stati sovrani possano essere membri di pieno diritto della FAO, i seguenti territori: Ciad, Cipro, Gabon, Madagascar, Nigeria, Rhodesia e Niassaland, Senegal e Sudan, Somalia sono stati ammessi a far parte dell’Organizzazione per il momento quali membri associati; diverranno membri di pieno diritto con l’acquisizione della indipendenza, prevista per l’anno prossimo.

La Guinea, già indipendente, è entrata a far parte della FAO quale membro di pieno diritto.

Per il Cameroun e per il Togo, che sono alla vigilia dell’acquisto della completa sovranità, non si è ritenuto di dover far ricorso alla formula temporanea di membro associato ed è stata approvata la loro ammissione come membri di pieno diritto, rimanendo, per essa sospesa fino al giorno del conseguimento dell’indipendenza.

6.- La Conferenza ha altresì autorizzato il Direttore Generale a firmare l’accordo di cooperazione tra la FAO e la Lega Araba, accordo che prevede: a) mutua consultazione; b) azione congiunta; c) scambio di informazioni e documentazione; d) rappresentanza reciproca. 7. -Per quanto concerne il bilancio è stato deciso un aumento che si aggira sul 10% nei confronti di quello precedente.

Le entrate per il prossimo biennio ammonteranno a 21.536.850 dollari, di cui

18.451.000 costituiti dai contributi dei Paesi membri, 2.556.800 forniti dal Fondo Speciale delle N.U. quale contributo alle spese generali per l’assistenza tecnica e 529.050 derivanti da sopravvenienze attive di vario genere.

La percentuale del contributo dell’Italia al bilancio della Organizzazione è per il biennio 1960-61 del 2,96%.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 271, fasc. Q.I. 106 FAO.


2 Indirizzato alle Ambasciate ad Addis Abeba, Ankara, Assunzione, Atene, Avana, Bangkok, Beirut, Belgrado, Berna, Bogotà, Bonn, Bruxelles, Buenos Aires, Cairo, Canberra, Caracas, Città del Messico, Ciudad Truijllo, Copenaghen, Djakarta, Guatemala, Karachi, Kuala Lumpur, Helsinki, L’Aja, La Paz, Lima, Lisbona, Londra, Lussemburgo, Madrid, Managua, Manila, Monrovia, Montevideo, New Delhi, Oslo, Ottawa, Panama, Parigi, Porto Principe, Pretoria, Quito, Rabat, Rio de Janeiro, Santiago del Cile,

S. José de Costarica, San Salvador, Stoccolma, Teheran, Tel Aviv, Tegucigalpa, Tokyo, Tripoli, Tunisi, Varsavia, Vienna, Washington, alle Legazioni ad Accra, Amman, Bagdad, Colombo, Dublino, Gedda, Kabul, Khartoum, Rangoon, Saigon, Seoul, Taiz, Wellington, al Consolato Generale d’Italia a Reykjavik, alle Rappresentanze presso l’OECE a Parigi, l’ONU a New York, la CEE a Bruxelles, la NATO a Parigi, l’ONU a Ginevra, all’AFIS a Mogadiscio, e per conoscenza al Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste (Gabinetto), al Ministero dell’Industria e del Commercio (Gabinetto), al Ministero del Commercio Estero (Gabinetto), al Ministero del Tesoro (IRFM), alle Direzioni Generali degli Affari Politici (Servizio ONU, Uffici I, III, V, VI), degli Affari Economici (Uffici I, II, IV, V) e per gli Affari dell’Amministrazione italiana del Territorio sotto tutela della Somalia del Ministero degli Affari Esteri.


3 Non pubblicato. Riportava le risoluzioni n. 15/59 e 16/59 relative alla creazione di Istituti regionali in materia di Ricerca e di Formazione agraria rispettivamente per i Paesi latino-americani e quelli del Sud- Est asiatico. Entrambe sono disponibili on line su resolutionsportal.fao.org.


4 Non pubblicato. Riportava la risoluzione n. 17/59 relativa ad un Progetto di sviluppo mediterraneo, disponibile on line su resolutionsportal.fao.org.

191

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 3468/21682. New York, 1° dicembre 1959.

Oggetto: Situazione nel Laos. Risultati del viaggio del Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Riferimento: Mio telespresso n. 3390/2090 del 18 novembre c.a.3.

1. Cogliendo occasione della riunione conviviale mensile tra i membri del Consiglio di Sicurezza, Hammarskjoeld ha fatto una lunga esposizione dell’andamento e dei risultati del suo recente viaggio nel Laos. Egli ha, con ci inteso assolvere in maniera non formale la promessa fatta nella lettera da lui diretta ai membri del Consiglio alla vigilia della sua partenza (vedi mio telespresso n. 3340/2040 del 12 novembre u.s.4), ed ha precisato che da parte sua non avrebbe fatto al riguardo altre comunicazioni.

La esposizione di Hammarskjoeld è stata ascoltata senza alcuna osservazione da parte dei rappresentanti nel Consiglio, ivi compreso quello sovietico. E ci dopo le intimidazioni fatte da parte sovietica con comunicati stampa dapprima e poi con lettera ufficiale, puconsiderarsi significativo, nonché indice di quella acquiescenza da parte sovietica sulla quale Hammarskjoeld aveva sempre in sostanza contato.

Nella sua esposizione il Segretario generale non ha fatto nessun riferimento né al Sottocomitato del Consiglio né alla Commissione di Ginevra ed ha sottolineato principalmente due aspetti della situazione: a) la necessità di assistere e facilitare nel Laos un processo di sviluppo economico, da intendersi anche come importante elemento di stabilizzazione politica interna; b) gli affidamenti di una politica di non allineamento e di neutralità politica del Paese ripetutigli dal Re e dal Governo laotiano, e confermati in recenti pubbliche dichiarazioni di quel Governo. Osservazione quest’ultima alla quale da parte sua il rappresentante americano non ha formulato commenti.

2.- Gli elementi sopra delineati valgono la pena di venire analizzati pida vicino. È da notare anzitutto che Hammarskjoeld ha proceduto alla sua esposizione collettiva davanti ai membri del Consiglio dopo una elaborata e cauta preparazione preliminare. - 3.- Hammarskjoeld ha installato a Vientiane, nella persona di una autorevole personalità, gerarchicamente da lui dipendente, una «presenza» delle N.U. Trattasi di una missione temporanea e con un incarico vagamente determinato, ma se mai pivicino ai problemi economici che a quelli politici almeno formalmente. Il Signor Tuomioja, da lui designato, dovrebbe infatti approfondire in primo luogo le esigenze economiche del Paese. In questo compito, tuttavia, egli è autorizzato a designare quanti esperti economici egli riterrà opportuno. Anche quando egli lascerà il Laos – e nulla impedisce che egli possa ritornarvi successivamente – le Nazioni Unite – secondo quanto Hammarskjoeld mi ha detto – «saranno ben presenti in Laos». - 4.- Quanto Hammarskjoeld ha detto ai membri del Consiglio sulla politica di neutralità e di non allineamento del Laos porta a considerare fino a che punto il Segretario Generale abbia potuto incoraggiare formule ed azioni in favore di un ritorno verso una maggiore neutralità negli orientamenti politici del Governo di Vientiane. Nelle conversazioni che ho avuto con lui ho cercato di sondare il Segretario Generale particolarmente su questo punto.

Egli mi ha detto che nel colloquio da lui avuto con Kuznetsov e Sobolev dopo il suo ritorno si era ancora insistito da parte sovietica sulla necessità di una ripresa della Commissione tripartita internazionale di Ginevra. Ed egli aveva risposto che – a suo avviso – gli orientamenti che si andavano facendo strada in Laos gli sembravano tali da non consigliare un’azione diretta in quella direzione. Le circostanze consigliavano piuttosto di incoraggiare cautamente una decantazione della situazione politica locale: ciavrebbe potuto avvenire con la cancellazione o per lo meno un rinvio del noto processo contro gli esponenti del Pathet Lao e attraverso l’organizzazione di nuove consultazioni elettorali. Che vi fossero intenzioni in tale senso da parte del Governo del Laos gli era stato dichiarato nel corso delle sue conversazioni a Vientiane. E in realtà un telegramma ricevuto dopo il suo ritorno, e che egli mi ha mostrato, aveva confermato la serietà di tali intenzioni. Dal modo con cui Hammarskjoeld si è espresso al riguardo non escluderei che si tratta di passi ed iniziative che egli stesso puavere incoraggiato, se non anche consigliato. Del pari Hammarskjoeld mi ha detto che si riprometteva di intrattenere il segretario di Stato Herter circa notizie a lui pervenute di ulteriori rinforzi di ufficiali americani in Laos, iniziativa che egli evidentemente non condivide e che il Pentagono ha preso forse proprio per controbilanciare certe spinte neutralistiche a Vientiane, potenziate dal suo recente viaggio.

5.- Elemento assai positivo del suo viaggio in Laos sono stati, secondo Hammarskjoeld, gli orientamenti riscontrati nel nuovo Sovrano. Questi gli era apparso uomo di notevoli capacità, di grande abilità manovriera ed assai legato alla cultura occidentale. Secondo quanto dettogli dallo stesso Sovrano, egli – allora reggente – sarebbe stato l’ispiratore principale della richiesta per la forza di emergenza delle N.U. da cui derivla convocazione del Consiglio di Sicurezza del 7 settembre e ciegli fece piche altro per dimostrare al Vietnam ed alle forze del Pathet Lao che il Governo di Vientiane intendeva fare sul serio e non soggiacere al ricatto esterno ed interno. Tuttavia il Re, nel momento attuale, pur non desiderando «ritirare» il suo appello alle N.U. e preferendo lasciarlo «dormiente», sembrava deciso a dedicarsi alla pacificazione del Paese: anche se le interferenze esterne potevano dirsi cessate, sussisteva sempre una situazione di quasi guerra civile allo stato latente ed il Sovrano intendeva affrontare questa situazione con mezzi politici ed economici piche con quelli militari. 6.- È mia impressione in sostanza che Hammarskjoeld abbia certamente incoraggiato un orientamento di graduale e maggiore neutralità da parte del Governo di Vientiane. E questo è il mezzo che egli ha presumibilmente scelto per acquistarsi l’acquiescenza sovietica alla sua missione e alla sua iniziativa. D’altra parte egli è probabilmente convinto che un Paese nella posizione del Laos, con lunghe frontiere con la Cina comunista e con il Vietnam del Nord e con comunicazioni praticamente inesistenti con le sue provincie piesposte, debba adeguarsi alla funzione di Stato cuscinetto e ad un regime di neutralità per non vedersi trasformato in un teatro permanente di guerriglia. D’altro canto l’Occidente, e in particolare Stati Uniti e Francia, potranno sempre assicurarsi una preminenza nel Paese se sapranno bene coordinare i propri sforzi – il che oggi non fanno – e opportunamente sostituire alla «presenza» militare attuale una «presenza» civile con una graduale elaborazione di piani economici e adeguati finanziamenti per sostenerli. 7.- Naturalmente l’impostazione distensiva su cui Hammarskjoeld si è basato e l’azione con cui egli sembra aver incoraggiato certe mosse in direzione neutralistica, prescindono da eventuali iniziative a venire che potrebbero esser prese da

parte di Pechino. Hammarskjoeld mi ha al riguardo nettamente dichiarato che la sua attività a Vientiane si era limitata al quadro locale del problema. Se la Cina comunista disporrà interventi o sferrerà offensive, non puoggi prevedersi, né si sarebbe potuto, secondo Hammarskjoeld sviluppare ulteriori iniziative di presenza delle N.U. in quel settore, partendo dall’assunto che tali interventi o offensive avranno luogo. Tale impresa le N.U. non avrebbero nelle circostanze attuali potuto assolvere e per ora pugià considerarsi un successo che le Nazioni Unite siano «presenti» in qualche modo a Vientiane, con l’approvazione o per lo meno l’acquiescenza di tutti.


1 DGAP, Uff. V, 1951-1960 (I versamento), b. 183. 2 Inviato, per conoscenza, anche alle Ambasciate a Londra, Parigi e Washington. 3 Vedi D. 180. 4 Non pubblicato.

192

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PELLA(1)

L. riservata personale 3296. New York, 1° dicembre 1959.

Gentilissimo Signor Ministro, mi scuso di ritornare a parlarle della questione della Presidenza dell’Assemblea. Ma preferisco scrivere a Lei direttamente e quasi «privatamente» piuttosto che inviare dei telegrammi che finirebbero per non lasciare le cose in quell’alveo di riservatezza dove mi sembra opportuno che essa ancora rimanga.

Eravamo riusciti finora ad evitare – e con non pochi sforzi – la riunione degli europei (che già doveva aver luogo una settimana fa). Ora la riunione ha dovuto essere indetta perché i francesi hanno voluto trovare un modo per parlare agli europei del problema dell’Algeria.

Comunque, come avrà visto dal mio telegramma di ieri(2), abbiamo ottenuto, in mancanza di istruzioni ministeriali sul problema (e mi rendo pienamente conto di quanto esso sia spinoso e di come sia difficile rispondere alla mia richiesta) che nel corso della riunione la questione della Presidenza venisse dibattuta in modo generico, senza che si richiedesse da parte dei promotori della riunione stessa (i quali sono sempre per tradizione il francese e l’inglese) l’indicazione di nominativi specifici da parte di chi, dei partecipanti, ne avesse. Su tutto cie sui vari addentellati della questione avevo avuto in particolare una lunga conversazione con il mio collega d’Inghilterra, Pierson Dixon, il quale mi aveva dato assicurazioni nel senso suindicato. Inoltre in tale conversazione egli mi è parso essere molto piincoraggiante che non nelle precedenti. In queste egli mi aveva sempre «sussurrato»: l’irlandese Boland è un buon candidato, l’Italia è una grande Potenza e d’abitudine i grandi Paesi non pongono tali candidature, ecc. ecc. Oggi egli mi ha invece nettamente detto – sia pure precisando che mi parlava in via personale – che di fronte a una candidatura così autorevole come quella del Ministro Pella – e mi ha menzionato specificamente Lei, evidentemente a causa delle voci spesso corse al riguardo – cadrebbe qualsiasi esitazione e non si avrebbero altre preferenze. Mi ha anche detto di pensare che Boland sarebbe il primo a rendersene conto, e poi non è neppur detto – mi ha aggiunto Dixon – che Boland tenga molto a porsi in netta antitesi col cecoslovacco Nosek.

Insomma dedurrei da quanto precede che gli inglesi – che io Le ho sempre definito come i piimportanti alleati da avere in un caso del genere – prenderebbero in attenta considerazione una Sua candidatura. Non so invece come si disporrebbero nei confronti di un’altra candidatura italiana, se altra ve ne fosse. E credo che oggi stesso si domandino quali altre noi potremmo proporre, con nominativi sufficientemente noti negli ambienti societari. Dixon mi ha peranche detto in modo molto pressante che, se anche si era potuto sottacere nella riunione la designazione di una candidatura specifica, occorre invece che essa venga fatta conoscere – e opportunamente circolare negli ambienti societari – qualche giorno prima della fine della Assemblea. E ciproprio per contrastare tempestivamente il Nosek e per evitare che su questo problema si verifichi quanto va accadendo per la candidatura del Consiglio di Sicurezza, in cui, per essersi mossi tardi, gli occidentali si trovano ora in difficoltà.

Vorrei da tutto quanto precede trarre le seguenti deduzioni:

–- gli inglesi sembrano intenzionati a muoversi ora picaldamente nei nostri riguardi; –- cipuessere dovuto anche ad esitazioni intervenute nel candidato irlandese preoccupato di dar battaglia al cecoslovacco; –- inoltre cipuessere anche dovuto alla sensazione che solo con un forte nome dell’Europa occidentale tale battaglia possa essere vinta.

In tali circostanze una candidatura italiana (oltre le riverberazioni di politica interna che essa avrebbe, e cispecialmente nel caso in cui Vostra Eccellenza, Ministro degli Esteri in carica, fosse tale candidato), avrebbe anche qualche implicazione di politica internazionale, perché comporterebbe una opposizione ad una candidatura d’oltre cortina nell’attuale momento di distensione internazionale. Ma cimi sembra che veramente non dovrebbe preoccuparci.

Tutto questo ho sentito doveroso di comunicarle. Naturalmente, ripeto, pur rendendomi conto delle difficoltà di prendere sollecite decisioni su tale tema, dovrei pregare che una eventuale indicazione di V.E. mi venga fatta pervenire urgentemente e, se possibile, entro questa settimana.

Mi scuso di ripetere con tanta insistenza tale richiesta, ma il termine della fine dell’Assemblea si avvicina a gran passi e, su tale argomento, per noi alquanto perentoriamente.

Voglia gradire i miei devoti saluti.

[Egidio Ortona]


1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7.


2 T. segreto 35775/389 del 30 novembre (Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza), il cui tenore è riassunto in questa lettera ed in cui Ortona comunicava nel finale: «Dixon mi ha fatto presente perche candidatura Europa occidentale dovrebbe essere fatta conoscere al pipresto per evitare che su tale problema si verifichi quanto va accadendo su problema posto vacante Consiglio Sicurezza in cui, per essersi mossi tardi, occidentali si trovano ora in difficoltà».

193

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 36044/400. New York, 2 dicembre 1959, ore 24 (perv. ore 6 del 3).

Oggetto: Confini somalo-etiopici.

Solo per Ministero esteri: Telegramma da AFIS Mogadiscio 7932.

Solo per AFIS Mogadiscio. Suo 168973.

Per tutti: Ho visto Hammarskjoeld cui ho chiesto ricevere Hagi Farah per esaminare nuovamente con lui problema frontiera somala-etiopica.

Hammarskjoeld assicuratomi ripeterà a Hagi Farah in colloquio domani mattina sua opinione fermamente contraria referendum e distribuzione memorandum. Per quanto riguarda eventuale risoluzione relativa a questione frontiera, mi ha lasciato intendere avere egli stesso svolto qualche sondaggio presso alcuni Delegati, ivi compreso Fawzi, rappresentando loro opportunità adozione risoluzione che ricalchi in tutto o in parte concetti già in precedenza da lui espostici.

Da parte mia gli ho detto che ci saremmo mossi al pipresto, rilevando anche che per fare cioccorre che da sua conversazione domani con Hagi Farah [terreno]4 risulti completamente sgombro da problema distribuzione memorandum.

Telegrafato Mogadiscio 3299.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T segreto 35781/793 del 30 novembre (Telegrammi segreti 1959, Romania-Yemen, Ministeri, Miscellanea, arrivo e partenza), con il quale Di Stefano aveva comunicato di aver iniziato col necessario tatto una tenace azione per dissuadere Hagi Farah dalla distribuzione del memorandum somalo.


3 Non pubblicato.


4 Nell’originale: «terremo».

194

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 36150/401. New York, 3 dicembre 1959, ore 20 (perv. ore 0,45 del 4).

Oggetto: Confini somalo-etiopici.

Solo per Ministero esteri: mio 400(2). Per AFIS Mogadiscio: mio 329(9)2.

Per tutti: In riunione odierna con Hammarskjoeld, Hagi Farah ha letto ed illustrato telegramma istruzioni pervenutegli da suo Primo Ministro, sollecitando da Segretario Generale riconsiderazione opinioni da lui espresse. Hammarskjoeld dopo aver manifestato sincero apprezzamento per fiducia in lui riposta da Primo Ministro ha ribadito seguenti concetti:

1) Presente Assemblea concluderà suoi lavori entro una settimana. Introduzione ufficiale in dibattito di questione così importante quale proposta referendum potrebbe comportare imprevedibili sviluppi sfavorevoli a causa somala.

Soprattutto eliminerebbe possibilità arbitrato che ancora sussistono e al quale Hammarskjoeld ritiene che – malgrado fallimento negoziati Trygve Lie – si possa ritornare. In sostanza Hammarskjoeld ha ripetuto considerare molto «sconsigliabile» qualsiasi proposta referendum.

2) Quanto a richiesta «presenza» – ha proseguito Hammarskjoeld – situazione si pone in modo analogo. Trattasi di problema che non pudecidersi rapidamente, soprattutto poi in circostanze attuali in cui non vi è patente minaccia militare o comunque manca pressante emergenza. Caso somalo è diverso e comunque non potrebbe essere utilmente e soddisfacentemente risolto da dibattito attuale, se in esso venisse formulata proposta formale presenza in termini generici.

Verrebbero da molte parti richieste precisazioni al riguardo e ad interrogativi del genere potrebbe aversi risposta solo dopo accurato studio. In materia Hammarskjoeld confermato desiderio effettuare tale studio con Governo somalo, per bene accertare con esso reali necessità e tipo presenza che pipotrà adeguarsi ad esse. Per ora egli ha ribadito occorre invece lavorare per approvazione risoluzione che lasci oggi porta aperta.

Ho tuttavia ritenuto opportuno osservare ad Hammarskjoeld che Primo Ministro somalo preoccupasi che silenzio sulle due questioni possa essere pregiudizievole in vista speculazione che ne farebbe opposizione. Hammarskjoeld ad accenni da noi fatti a possibilità che problemi in esame vengano in qualche modo menzionati almeno verbalmente da Hagi Farah in riunione, ha risposto che egli non vedeva alcuna obiezione ad una esposizione del genere pur rilevando che occorre evitare che essa vada al di là di certi limiti e in altre parole non imbarazzi Delegazione italiana in sua azione per conseguimento – certo non facile – adeguata risoluzione. Hammarskjoeld ha concluso reiterando suo interesse al problema(3).

Telegrafato Mogadiscio 3502.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 193.


3 Con T. segreto 36151/402 del 4 dicembre (ibid.), Ortona comunicava poi: «A seguito conversazioni stamane con Hammarskjoeld ritengo opportuno rilevare che, poiché è stato annunziato ieri fine Assemblea giorno 12, problema frontiere potrà porsi già domani venerdì. Poiché in suo telegramma ad Hagi Farah Primo Ministro somalo riservasi istruzioni su singoli punti proposta risoluzione accennata da Hammarskjoeld in penultimo colloquio (per Roma: mio 382 e per Mogadiscio: mio 327(8) [per cui vedi

D. 188]) occorrerà lasciargli opportunamente e chiaramente intendere che non trattasi ancora di un progetto definitivo, ma di idee discusse solo tra noi. Quali reazioni si riscontreranno in Delegazioni è per ora difficile prevedere: se mai sarà molto probabile opposizione a punto 5 accennato. Comunque, poiché tempi stringono, salvo contrarie istruzioni codesto Ministero Affari Esteri ci proponiamo per parte nostra iniziare opportuni sondaggi già fine questa settimana allo scopo poter sviluppare con tempo sufficiente azione proficua ed adeguata. Telegrafato Mogadiscio 3503».

195

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 36164/406. New York, 4 dicembre 1959, ore 3 (perv. ore 9).

Oggetto: Confini somalo-etiopici.

Mio 402(2).

Dibattito su confine somalo etiopico in quarta Commissione essendo stato anticipato domani venerdì ci proporremmo salvo contrarie istruzioni impostare nostro intervento nel pomeriggio su seguenti punti che tengono conto pensiero Hammarskjoeld e suggerimenti Protitch ai fini anche preparare sviluppi avvenire eventuale «presenza» pur senza menzionarla:

1) non si esclude del tutto proseguimento procedura arbitrale;

2) si rileva perche esito favorevole detta procedura è sostanzialmente subordinato a mutamento posizione etiopica su noto punto;

3) mancata soluzione problema impone necessità fissare limiti entro i quali estendesi sovranità nuovo stato dal 1° luglio 1960 e a tale scopo sarebbero auspicabili misure assicuranti demarcazione provvisoria frontiera, e suo rispetto nonché eventuale assistenza attività popolazioni locali;

4) augurio che nel quadro N.U. si continui promuovere soluzione definitiva problema.

È possibile abbia luogo domani anche intervento Hagi Farah in cui verrebbero prevalentemente puntualizzate difficoltà in zona confinaria e menzionate in via generica aspettative somale.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 194, nota 3.

196

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 36327/410. New York, 4 dicembre 1959, ore 23,20 (perv. ore 5,30 del 5).

Oggetto: Confini somalo-etiopici.

Solo per Ministero Affari Esteri: mio 402(2).

Per tutti: Ha avuto inizio oggi discussione problema frontiera somalo etiopica. Delegato etiopico nell’illustrare proprio rapporto non (dico non) si è distaccato dai noti punti tesi etiopica. Alla fine ha sostenuto che personalità indipendente non ha ancora esaurito il suo compito, evidentemente cercando di far perno su tale possibilità per raccogliere maggiori suffragi da parte Delegati.

Nel nostro intervento abbiamo cercato di sventare ovvia manovra etiopica:

1) rilevando che accordo su progetto compromesso è subordinato ad accettazione nostri otto emendamenti a proposte Trygve Lie, non potendo l’Italia agire contro opinione Somalia a sette mesi sua indipendenza;

2) indirizzando attenzione Quarta Commissione verso soluzioni pratiche questione indicata in mio precedente telegramma.

Abbiamo evitato impostazione dialettica con […]3 etiopico, intonando dichiarazione in modo obiettivo e rilevando urgenza problemi da affrontare. Hagi Farah preferito rinviare suo intervento per poter rispondere piesaurientemente a dichiarazione delegato etiopico.

Telegrafato Mogadiscio 3510.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 194, nota 3. 3 Parola mancante.

197

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, FOLCHI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU E ALL’AFIS(1)

T. segreto 19536/248 (New York) 366 (Mogadiscio). Roma, 5 dicembre 1959, ore 24.

Solo per Mogadiscio: È stato telegrafato ad Italnation quanto segue:

Suoi telespressi n. 2161 e n. 047 (che si trasmette a Mogadiscio per corriere)(2).

Raccomandazioni di cui al punto 4 della risoluzione della Quarta Commissione vanno considerate anche e soprattutto in relazione alla richiesta che esse vengano adempiute prima della fine Mandato, anticipata ora al 1° luglio 1960.

Mentre nulla vi è da osservare sull’argomento composizione Comitato Politico per la elaborazione Costituzione, devesi invece rilevare quanto segue circa gli altri argomenti:

1) ampliamento della Costituente suggerito dal Consiglio di Tutela non avrebbe incontrato difficoltà da parte Governo italiano, il quale deve peraltro riconoscere al rifiuto opposto dal Governo somalo un suo fondamento giuridico mal potendosi concepire allargamento di un’Assemblea elettiva.

È comunque inesatta affermazione contenuta punto 4 secondo cui tale ampliamento sarebbe stato «accettato da Autorità Amministrante e Governo somalo» risultando per contro punto di vista categoricamente e definitivamente contrario espresso da quest’ultimo (telespresso AFIS n. 6085 del 3 ottobre u.s. 2).

2) Referendum per conferma Costituzione presenta un problema di termini in quanto fra data dell’approvazione Costituzione da parte Assemblea Costituente e referendum dovrà intercorrere periodo di tempo che spetta alla stessa Costituente determinare.

3) Nuova legge elettorale dovrà necessariamente recepire principi fondamentali che verranno stabiliti in materia dalla Costituzione ed è pertanto chiaro esserne necessario presupposto ratifica ed entrata in vigore Costituzione stessa.

Tali osservazioni formulate in precedenza (vedasi in particolare telespresso ministeriale n. 12503 del 16-7-592) non pare siano state tenute presenti richiamando, in occasione dell’approvazione della Risoluzione, punti di vista da noi espressi nel precipuo interesse del progresso costituzionale del popolo somalo.

Ugualmente ci sembra che non sia stata tenuta in debito conto specifica raccomandazione formulata nel telegramma ministeriale 214 (349 per Mogadiscio(3)) di evitare che una nuova seria competizione elettorale, con le sue implicazioni di politica interna e di lotte di partiti, avesse ancora a svolgersi sotto la nostra responsabilità di Potenza amministrante, e cianche in considerazione dei particolari orientamenti manifestati al riguardo dal Consiglio Consultivo.

Come noto, a partire dal 30 aprile 56 l’Italia ha adottato principio della gradualità nel passaggio della Somalia dallo status di Territorio sotto Mandato a quello di Paese indipendente, sicché riesce oggi difficile – anzi praticamente impossibile – imporre al Governo ed al Parlamento somali determinate procedure e decisioni contro la loro volontà.

Quanto alle riserve fatte il 9 novembre u.s. su alcuni argomenti oggetto del punto 4 predetto dal nostro Rappresentante in Quarta Commissione, esse appaiono superate dalla successiva approvazione all’unanimità (compreso quindi Rappresentante italiano) della risoluzione di cui trattasi.

Veda pertanto V.E. se, ferma restando unanime approvazione della Risoluzione in sede di Commissione, non debbasi richiamare attenzione Assemblea Generale su riserve precedentemente formulate in Quarta Commissione e su considerazioni giuridiche e politiche sopra esposte.

Nel suo intervento finale durante imminente fase conclusiva lavori Assemblea,

V.E. potrebbe infatti rilevare che anticipo data indipendenza Somalia, mentre riveste ovviamente importanza preminente, non punon influire sui tempi e sulle modalità di esecuzione di almeno taluni dei provvedimenti auspicati nel punto 4.

Un opportuno accenno andrebbe fatto altresì alla raccomandazione per ampliamento Assemblea Costituente che incontra non soltanto ostilità Governo somalo, ma anche evidenti incontestabili difficoltà giuridiche su cui già si è fatto riferimento.

Tali osservazioni varrebbero eliminare certe apprensioni manifestate Governo somalo ed a facilitare nostro compito nella ventiseiesima sessione Consiglio di Tutela ove potremo essere sollecitati a chiarire le ragioni che avranno reso impossibile adempimento certe raccomandazioni contenute punto 44.

Solo per Italnation: Telegrafato Mogadiscio.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Non pubblicati.


3 T. segreto 18596/349 (Mogadiscio) 214 (New York) del 21 novembre (ibid.), con il quale Folchiaveva comunicato: «È stato telegrafato ad AFIS quanto segue: “Per tutti: Telegramma di V.E. n. 753 e precedenti. In relazione discussioni in corso per fissazione data anticipata indipendenza Somalia, pregasi tener sempre presente che intendiamo continuare ad appoggiare richiesta somala, ma non desideriamo assumere iniziative al riguardo avendo posto unicamente condizione che indipendenza sia preceduta da approvazione Costituzione ed altre leggi fondamentali nonché da impegnativa predisposizione noti accordi italo-somali. Conseguentemente, ed alla luce dei pirecenti sviluppi, non sembra sia il caso di insistere sulla tesi fissazione data mediante accordo diretto tra Governi italiano e somalo. Cipremesso sembra comunque interesse nostro e del Governo somalo evitare (dicesi evitare): a) che data indipendenza sia stabilita in epoca troppo vicina al 2 dicembre 1960, che toglierebbe praticamente ogni significato all’anticipo indipendenza (data eventuale 12 ottobre testé suggerita come alternativa a quella del 1° luglio dovrebbe costituire estremo limite); b) che elezioni generali o referendum abbiano luogo prima dell’indipendenza. In relazione al punto b) Governo somalo dovrebbe pertanto essere da noi consigliato ad impostare procedure e tempi trapasso poteri su basi seguenti: 1) Emanazione di una legge speciale, dopo approvata la Costituzione, che prevede nomina e poteri Capo Provvisorio dello Stato destinato assumere funzioni all’atto cessazione mandato; 2) “Proclamazione” della Costituzione da parte Capo Provvisorio all’atto dell’indipendenza;

3) Entrata in vigore della Costituzione subito dopo conferma popolare da effettuare a breve scadenza; 4)

Successiva elezione Capo dello Stato definitivo”. Solo per Mogadiscio: Telegrafato Italnation». 4 Per la risposta di Ortona vedi D. 202.

198

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PELLA, ALL’AMBASCIATA A LONDRA E ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 19544/321 (Londra) 249 (New York). Roma, 6 dicembre 1959, ore 15,30.

Solo per Roma: Ho telegrafato a Italnation New York quanto segue:

«Per tutti: Da varie parti è stata prospettata opportunità sia avanzata, prima della chiusura attuale Assemblea Nazioni Unite, una candidatura italiana per Presidenza prossima Assemblea.

Governo italiano, tenendo anche conto lusinghiero gesto Selwyn Lloyd con cui a Londra ci siamo riservati indicare un nome, è disposto proporre senatore Piccioni, il quale sarebbe lieto che incarico gli fosse affidato.

Veda V.E. avanzare tale candidatura nelle forme piopportune e in maniera discreta così da non esporre inutilmente una così autorevole personalità.

Solo per Londra: Prego V.E. voler comunicare quanto precede confidenzialmente a Selwyn Lloyd».


1 Telegrammi segreti 1959, Gran Bretagna, arrivo e partenza.

199

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 36552/412. New York, 6 dicembre 1959, ore 5,20 (perv. ore 5,30).

Oggetto: Confini somalo-etiopici.

Mio 406(2).

A seguito di quanto riferito con telespresso urgente in arrivo domani(3) circa problema risoluzione su questione frontiere somalo-etiopiche, informo ad ogni buon fine che neozelandesi hanno iniziato contatti per una risoluzione centrata su stabilimento linea confine provvisoria mediante demarcazione da effettuarsi ad opera Commissione mista etiopico-somala comprendente anche rappresentante Segretario Generale.

Iniziativa è soltanto stato embrionale.

Per conto nostro abbiamo invitato neozelandesi partecipare riunione che avremo prossima settimana con altre Delegazioni scopo esplorare terreno possibilità elaborazione documento meglio in linea con nostri intendimenti.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 195.


3 Non pubblicato.

200

L’AMMINISTRATORE DELLA SOMALIA, DI STEFANO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. urgente 36591/819. Mogadiscio, 6 dicembre 1959, ore 23,45 (perv. ore 7 del 7).

Oggetto: Commissione visita ONU in Somalia.

Ho inviato stasera 6 ad Italnation col numero 16967 seguente telegramma del Primo Ministro per Ministro Hagi Farah:

«Radio inglese BBC in trasmissioni ore locali 23 del 5 ed ore 8 di stamane 6 ha dato notizia che Assemblea Generale in seduta ieri 5 avrebbe fra l’altro deciso invio Commissione di visita ONU in Tanganica, Ruanda-Urundi e Somalia ai primi del prossimo anno.

Notizia sorprendemi non poco perché missione visita del luglio-agosto 1957 doveva già considerarsi ultima per Somalia e tanto pidopo approvazione anticipata indipendenza.

Benché possa anche trattarsi errore trasmissione, pregoti comunque accertare con ogni urgenza fondamento notizie, facendo rilevare nel caso affermativo serio imbarazzo e gravi difficoltà in cui verrebbe a trovarsi nostro Governo per una tale visita, che fra preparazione, attuazione ed inevitabile seguito di rapporti assorbirebbe non meno di due mesi dell’attività dell’intero nostro apparato amministrativo e di Governo con le conseguenze facili ad immaginare per il lavoro di completamento del nostro sviluppo costituzionale, la preparazione dei numerosi provvedimenti legislativi basilari e tutto il resto in cui siamo impegnati per arrivare al trapasso dei poteri.

Ove del caso procura di fare ben presto comprendere quanto su esposto negli ambienti del Segretario Generale. Se, come temo, si trattasse di una nuova ingerenza del Consiglio Consultivo, ti raccomando di essere preciso e chiaro nel manifestargli tutto il disappunto del Governo e mio personale per siffatte iniziative che seriamente intralciano nostra azione di Governo e compromettono ottime probabilità che ora abbiamo di arrivare preparati e con onore alla data del 1° luglio 1960.

Pregoti telegrafarmi dettagliatamente. Abdullah Issa»

Telegrammi ordinari 1959, Somalia, arrivo, vol. II.

201

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PELLA, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. precedenza assoluta 19555/251. Roma, 7 dicembre 1959, ore 14,25.

A suo telegramma odierno(2).

V.E. voterà contro (dico contro) ogni risoluzione su questione algerina e anche contro eventuali proposte di emendamenti specificando che nostro atteggiamento è dettato dal convincimento che – a prescindere dal fondo – qualsiasi risoluzione su questione algerina sarebbe in questo momento ostacolo a normali sviluppi pacificazione in Algeria.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. segreto 36374/422 del 7 dicembre (Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza), con il quale Ortona comunicava: «Si è proceduto stasera a votazione testo risoluzione afro-asiatica su Algeria. Stamane con Dixon avevamo esaminato atteggiamento da assumere non solo ovviamente su intera risoluzione, ma anche per caso votazione separata paragrafi. Avevamo poi portato nostre conclusioni a conoscenza Alleati occidentali, previa consultazione con Delegazione francese. Votazioni gruppo occidentali hanno potuto anche per questo risultare compatte e armonizzate. Stati Uniti si sono allineati totalmente con europei. […] Risultato puconsiderarsi linea generale favorevole alla Francia: votazione non ha infatti registrato maggioranza due terzi necessaria per approvazione in plenaria. Risultami che votazione ha già comportato perplessità e divisione opinioni in campo afro-asiatico, alcuni Paesi ritenendo opportuno accontentarsi approvazione in Comitato e mantenere testo immutato, altri invece rilevando opportunità apportare notevoli attenuazioni non solo eliminando parola “due” ma anche accettando altre modifiche nel paragrafo finale risoluzione. Scopo tali ultime sarebbe naturalmente acquisizioni voti vari latino-americani ed alcuni europei ondeggianti al fine ottenere approvazione finale in plenaria. […]».

202

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto precedenza assoluta 36627/419. New York, 7 dicembre 1959 (perv. ore 16,20).

Oggetto: Anticipata indipendenza Somalia.

Telegramma di V.E. n. 2482.

Testo nota risoluzione circa data anticipata indipendenza Somalia è passato ieri tra varie altre risoluzioni Commissione quarta ad approvazione Assemblea Generale(3).

Assemblea ha riconfermato con voto unanime ed applauso sua soddisfazione per significato politico evento.

Brevi interventi pronunciati da oratori sono stati limitati a calde espressioni apprezzamento opera Governo italiano ed augurio popolo somalo. Non essendo ancora in possesso telegramma di V.E., ho risposto con brevi parole anche a nome e d’accordo con Hagi Farah, rilevando che decisione era stata resa possibile da crescente consapevolezza politica Somalia ed opera preparatrice Governo italiano.

Ho chiesto ANSA trasmettere testo tale breve intervento. Da esso sono pertanto mancate precisazioni e riserve suggerite da V.E., circa le quali permettomi fare presente quanto segue:

1) Tra decisione Commissione ed approvazione Assemblea avevamo, come indicato ultima parte mio telespresso urgente n. 0474, effettuato sondaggi circa possibilità modifiche paragrafo quattro risoluzione. Ne avevamo ricavato netta conferma ([…]5 anche da Consiglio Segretariato, il quale c’è stato molto vicino in tutto sviluppo questione) che ottenere modifiche sarebbe stato estremamente problematico se non impossibile: ciera d’altra parte prevedibile secondo quanto era già emerso in tutte le discussioni preparatorie della risoluzione sulle quali mi riservo inviare dettagliato rapporto appena possibile per picompleta illustrazione dell’azione svolta questa Rappresentanza.

2) Nostre insistenze che sarebbe stato necessario svolgere sarebbero andate a scapito unanimità e ci avrebbero esposto facilmente a puntualizzazioni da parte alcuni Delegati in Assemblea plenaria, tutto cia nocumento di quella risonanza politica dell’evento cui Hagi Farah ha costantemente mirato e chiestoci di assicurare, anche a costo rinunzie a certe posizioni, come da lui anche telegrafato suo Primo Ministro.

3) D’accordo con Hagi Farah abbiamo quindi ritenuto non insistere e non sollevare questione. Anche se avessi fatto riserve in intervento finale, ciavrebbe gettato un’ombra su quello che è stato un episodio di notevole soddisfazione societaria e in un’atmosfera non piricettiva a precisazioni.

Naturalmente istruzioni inviatemi da V.E. saranno ben tenute presenti da questa Rappresentanza nel preparare sin da ora opportunamente terreno affinché approvazione tale paragrafo – che tengo di nuovo a rilevare potrà sempre essere proiettato contro sfondo riserve da noi fatte – non comporti ripercussioni sfavorevoli quando si discuterà di Somalia in Consiglio Tutela ed affinché le circostanze politiche e giuridiche che V.E. mi rappresenta siano alla base dell’apprezzamento che il Consiglio avrà a fare della situazione.

Telegrafato Roma 419. Telegrafato Mogadiscio.


1 Telegrammi segreti 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 197.


3 Il testo della risoluzione A/RES/1418 (XIV) è in UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, Suppl. 16, 846th Plenary Meeting, 5 December 1959, p. 33.


4 Non pubblicato.


5 Gruppo mancante.

203

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. precedenza assoluta 37009/4382. New York, 11 dicembre 1959, ore 3,20 (perv. ore 9,50).

Oggetto: Confini somalo-etiopici.

Testo da noi concordato con Somali non ha, come previsto, trovato rispondenza da parte dei vari Delegati che abbiamo avvicinato. Tanto Hagi Farah nei suoi contatti diretti, quanto noi nei nostri, abbiamo constatato non solo che nessuno, neppure tra Africani, era disposto a presentare ufficialmente testo in questione ma neppure a prenderlo in seria considerazione come punto di partenza verso possibile testo di compromesso. Abbiamo constatato in tutti i nostri contatti con piutili eventuali presentatori (che ovviamente non possono essere né Rappresentanti di Paesi amministranti né altri occidentali) generale comprensibile contrarietà farsi mallevadori specifico incarico Segretario Generale su problema quale frontiera rientrante in sfera sovranità Stati.

Sempre nello sforzo di tener conto dei desiderata somali abbiamo allora ritenuto, senza attendere presentazione formale testo in questione, quanto meno esporne ufficialmente le linee in un intervento che abbiamo pronunciato in Quarta Commissione in cui abbiamo bene puntualizzato provvisorietà linea che dovrebbe demarcarsi, composizione Commissione relativa con un terzo membro nominato dalle Nazioni Unite ed infine la necessità di una presenza delle Nazioni Unite.

Malgrado tutta questa nostra azione (sulla quale, ripeto, non ci eravamo fin dall’inizio fatta alcuna illusione e che mandiamo avanti con ogni cura solo nell’intento di tener conto delle aspettative somale) ha continuato invece a farsi strada idea che una risoluzione dell’Assemblea abbia, nelle presenti circostanze, a fermarsi soprattutto sul riconoscimento provvisorio dell’attuale linea amministrativa e sulla relativa demarcazione.

Infatti abbiamo testé avuto conoscenza del testo di un progetto di risoluzione, che trasmetto a parte, e che costituisce il risultato di laboriose e prolungate conversazioni di questi Rappresentanti giapponese e neozelandese con vari altri Rappresentanti ivi compreso quello etiopico e noi stessi.

Si tratta evidentemente di progetto insoddisfacente perché mentre si impernia su demarcazione confine provvisorio e modalità relative, tralascia tutte nostre proposte reiteratamente avanzate concernenti due paragrafi relativi a responsabilità Nazioni Unite e ruolo Segretario Generale. In queste condizioni sembra che solo su queste linee si possa pensare di ottenere una risoluzione dell’Assemblea. Cercheremo certamente di adoperarci per migliorare redazione testo cercando di rendere piinequivocabile provvisorietà soluzione. Potremo anche tentare ottenere qualche formulazione che comporti maggiore impegno da parte Nazioni Unite o Segretario Generale. È estremamente dubbio perche su questo ultimo punto riusciremo a raccogliere suffragi date ragioni sopra esposte. È d’altra parte da tener presente che in caso contrario ci troveremo presumibilmente di fronte ad alternative ambedue negative: o cioè conclusione lavori senza approvazione alcuna risoluzione o peggio adozione progetto segnalato malgrado continuata opposizione nostra e Somali.

Rilevo comunque che progetto stesso contiene menzione scelta terzo Commissario da parte Segretario Generale, il che apre, sia pure in modo molto tenue uno spiraglio di intervento Segretario Generale stesso, su cui ingegnosità ed abilità si pusperare di contare per ampliamento autorità e poteri membro Commissione da lui nominato e conseguentemente suoi.

Occorre comunque conoscere con ogni possibile urgenza anche da Mogadiscio se intendesi aderire o meno a risoluzione sopra indicata, tenendo presente che discussione in Quarta Commissione si concluderà inderogabilmente entro domani e che quindi istruzioni Vostra Eccellenza ci necessitano durante giornata per svolgere opportuna azione relativa.

Anche il Ministro Hagi Farah, il quale non considera soddisfacente testo in questione ma pure concorda su difficoltà suesposte, prega urgenti istruzioni.

Prego comunicare massima urgenza Mogadiscio.

Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

204

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 37121/441. New York, 12 dicembre 1959, ore 10,20 (perv. ore 10,35).

Oggetto: Confini somalo-etiopici.

Riunione Quarta Commissione ha ripreso tarda ora stanotte questione frontiera Somalia nella speranza due Delegazioni etiopica e italiana potessero indicare desideri loro Governi. In mancanza istruzioni e dopo accurato esame situazione fatto con somali, avevamo ritenuto necessario, prima della ripresa lavori, trovare modo esporre ad ogni buon fine ancora una volta per conoscenza varie Delegazioni punti di vista italiano e somalo. Tale appiglio ci è stato dato da Delegato filippino che avevamo previamente contattato e che proponendo a titolo semplificativo un tipo di preambolo, ha consentito nostro Delegato approfittarne per svolgere dettagliate esposizioni nostri punti di vista e rilevare particolarmente aspettativa Governo somalo a che:

1) Se si raccomanda demarcazione linea amministrativa sia bene inteso trattarsi linea provvisoria.

2) Demarcazione avvenga a mezzo commissione mista di cui un membro sia designato da Segretario Generale Nazioni Unite.

3) Venga riaffermato continuo interesse Nazioni Unite in questione confinaria, con implicita apertura per eventuale presenza. Ciabbiamo fatto soprattutto per venire incontro doverosamente a desiderata somali quali ci sono stati ripetutamente rappresentati da Ministro Hagi Farah.

Dato tono esposizione nostro Delegato, Delegato etiopico in sua risposta ha assunto atteggiamento non polemico, rilevando peraltro che suo Governo non si oppone a che demarcazione abbia carattere provvisorio, ma che in tale caso, dovendo prevedersi metodo per definitiva sistemazione questione, occorre anche che si precisi continuazione procedura arbitrale. Nella sua esposizione etiopico non ha fatto commenti su menzione nostro Delegato relativa ad aspettativa somala che terzo Commissario venga nominato da Segretario Generale. Dopo tale dichiarazione Quarta Commissione non ha potuto procedere oltre, constatando i Delegati che due parti in causa non avevano sufficienti istruzioni per definire loro atteggiamento su eventuale risoluzione. Presi accordi con Segretario Generale presente in riunione, Delegati giapponese e neozelandese, che come noto erano promotori progetto risoluzione ieri trasmesso, hanno proposto che Commissione chiudesse suoi lavori senza esami [sic] alcuna risoluzione.

Essi hanno anche espresso fiducia che se istruzioni giungeranno tempestivamente, si possa domani in seduta plenaria Assemblea addivenire ad approvazione risoluzione gradita ad ambedue le parti.

Dopo aver ottenuto pieno assenso Delegazione somala, abbiamo pertanto invitato non avere obiezioni a che Commissione concludesse suoi lavori, esprimendo genericamente speranza, sia noi sia etiopici, di poter giungere ad approvazione risoluzione domani.

Quanto a sostanza tale risoluzione credo che si potrebbe ottenere adesione etiopica ad un testo che da una parte tocchi problemi demarcazione definendo bene suo carattere provvisorietà linea, ma che dall’altra preveda anche procedura arbitrale.

Resta dubbio, ma non è del tutto impossibile, ottenere che Commissione per demarcazione comprenda un membro nominato da Segretario Generale.

Non intravedo alcuna possibilità dopo numerosissimi contatti odierni, in cui tra l’altro abbiamo avuto modo ottenere conferma delle idee degli etiopici, che questi consentano ad una qualsiasi menzione presenza Nazioni Unite.

È su un testo escludente tale ultimo punto e includente punti precedenti che mi occorrono istruzioni nella speranza di giungere ad una risoluzione domani 12 corrente.

Faccio presente che poiché esame problema in plenaria avverrà in mattinata o tardo pomeriggio, tali istruzioni dovrebbero pervenirmi immediatamente con precedenza assoluta.

Telegrafato Mogadiscio 3528.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

205

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 37120/442. New York, 12 dicembre 1959, ore 10 (perv. ore 10,20).

Oggetto: Confini somalo-etiopici.

Mio 441(2).

Aggiungo che stasera ho visto a lungo Hammarskjoeld durante dibattito Commissione Quarta su frontiera somalo-etiopica e che egli si è dimostrato sinceramente e fermamente intenzionato adoperarsi nei confronti del problema durante suo prossimo viaggio africano. Gli ho reiterato che grande è aspettativa da parte del Governo somalo per sua azione, data soprattutto probabile, se non certa, mancanza riferimento formale a «presenza» Nazioni Unite in eventuale risoluzione che potrà approvarsi domani.

Ad Assemblea ultimata inizio prossima settimana ministro Hagi Farah e io avremo ancora un colloquio con lui.

Per Mogadiscio riferimento mio telegramma n. 35282.


1 Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 204.

206

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 37221/444. New York, 13 dicembre 1959, ore 12 (perv. ore 17,50).

Oggetto: Questione Alto Adige.

Ambasciatore Matsch mi ha detto stasera che Segretario Generale Ball Platz Fuchs è tornato da Washington «alquanto deluso» per atteggiamento americano su questione Alto Adige.

Quanto ad intenzione di portare questione ONU, Matsch mi ha detto che decisioni relative verranno «se mai» prese circa tre mesi prima prossima Assemblea Nazioni Unite. Mi ha aggiunto – e non so quanto veritieramente – avere esposto a Fuchs difficoltà, dati suffragi che Italia potrebbe raccogliere, che problema verosimilmente incontrerebbe anche solo per iscrizione ordine del giorno Assemblea stessa. Riferirpidettagliatamente per corriere.

Telegrammi ordinari 1959, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

207

L’AMBASCIATORE A OTTAWA, DE FERRARIIS SALZANO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 4886/14702. Ottawa, 15 dicembre 1959.

Oggetto: Il Canada all’ultima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Canada ed Italia.

L’ultima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dato modo al Canada di presentarsi sul proscenio dell’attività politica internazionale con una misura di combattività e dinamismo che ha provocato, in questa opinione pubblica, un compiacimento non disgiunto da una certa sorpresa. Non ci si attendeva infatti tanto spirito d’iniziativa e, in certi casi, sì audaci prese di posizione dacché il Dicastero degli Esteri era passato dalle mani del prestigioso statista liberale Lester Pearson, a quelle del piincolore e anodino esponente conservatore Howard Green. Già Ministro dei Lavori Pubblici, quest’ultimo era, al momento della sua designazione ad opera di Diefenbaker, un homo novus privo, dato i suoi trascorsi, di approfondita esperienza in problemi internazionali; è comprensibile quindi che lo si osservasse dapprima con un certo scetticismo e che non si mancasse, pio meno velatamente, di far raffronti con il suo brillante predecessore.

Tali non facili esordi sono certo stati uno degli stimoli, per Green, a battere vie se non del tutto nuove, quanto meno originali e talvolta spregiudicate, laddove, ovviamente, ciera consentito dalle circostanze obiettive della congiuntura internazionale. Un certo peso esercitinoltre il desiderio di dimostrare una qualche maggiore autonomia nei confronti degli Stati Uniti, nei quali il programma elettorale conservatore aveva visto un tutore troppo invadente e comunque troppo ascoltato dal precedente Gabinetto liberale. Tenuto conto della situazione di fatto e dello scarso margine di manovra consentito al Canada, appare chiaro che la piattaforma piidonea allo spiegamento di una accentuata libertà d’azione è quella offerta dalle Nazioni Unite; è in questo ambiente, dove la discussione non è sempre subordinata a posizioni di forza, che il Canada pu senza troppi rischi, affermare la sua sovranità e reagire a quel mal di crescenza che è ancora una manifestazione del suo non lontano passato di Dominion.

Delle possibilità offerte dalla tribuna delle Nazioni Unite, questo Paese ha ora tratto largo profitto. V’è perda chiedersi se l’abbia sempre fatto con sufficiente ponderazione dei superiori interessi dell’Occidente di cui è parte. In taluni casi, come ad es. in tema di controllo delle radiazioni atomiche, l’iniziativa canadese è stata senza dubbio fruttuosa, dimostrando una tempestività ed una sensibilità per i pericoli nucleari che è del resto assai viva in questa opinione pubblica. È anche con un occhio a quest’ultima, oltre che ai suoi interessi di Potenza priva di armamenti atomici e non certo intenzionata a provvedersene, che il Canada ha dato voto contrario alla progettata prova nucleare francese nel Sahara; non v’è dubbio che questa trasgressione della solidarietà atlantica è stata una delle manifestazioni piclamorose delle velleità di indipendenza canadesi, sboccate poi nel ben noto atteggiamento sulla questione dell’elezione della Turchia al Consiglio di Sicurezza. Qui, oltre a motivi psicologici, sono intervenuti nuovi elementi di valutazione dei rapporti est-ovest, che ad Ottawa, sin dalle prime avvisaglie di disgelo, vengono considerati da posizioni ormai lontane da quelle della guerra fredda. Sostenendo la Polonia, il Canada ha voluto dimostrare tangibilmente la sua fiducia nelle possibilità di coesistenza, a costo di provocare nei ranghi dell’Alleanza risentimenti che non tarderanno tuttavia, qui si ritiene, a rimarginarsi. Quel che contava, nel pensiero di questo Governo, era dare un contenuto allo spirito di Camp David senza grave pericolo per l’Occidente, appoggiando cioè, con un gesto di comprensione, l’unico dei satelliti ancora animato da bagliori di autonomia.

Resta a vedersi quanto di fondato vi sia in tale tesi; certo è che essa riflette la preoccupazione con la quale il Canada cerca di definire la propria posizione in un assetto basato su una qualunque forma di intesa fra Oriente ed Occidente. La rapidità dei progressi scientifici e tecnici hanno [sic] trasformato il Canada da un territorio solo geograficamente contiguo dell’URSS, in una Potenza ormai ben conscia della immediata vicinanza sovietica e della propria vulnerabilità. Di qui, in questa fase di cedimento delle trincee della guerra fredda, lo sforzo canadese d’assicurarsi un punto d’appoggio; sforzo che, mentre da un lato non prescinde certo dalla solidarietà atlantica (anche se talvolta, ma solo superficialmente, negletta), dall’altro tende a tradurre la distensione in termini pratici. Ci si fa anzi vanto, qui, di sopravanzare in questa direzione non solo Washington, ma sinanche Londra, ambedue pilente a svincolarsi dai dettami dell’immobilismo.

Che buona parte delle direttive politiche canadesi siano ispirate a questa pretesa funzione di ricognizione avanzata delle possibilità di distensione, è provato anche dal fatto che l’intervento del Canada, alle Nazioni Unite, in tema di Ungheria, è stato definito dal Ministro degli Esteri Green un «rischio calcolato». Rischio calcolato perché tale azione in difesa dei diritti dell’uomo, invocata altresì da larghi gruppi di minoranza qui residenti, avrebbe potuto interferire con l’attuale processo di chiarificazione internazionale. Il che pernon toglie che nel corso della stessa Assemblea il Canada si sia astenuto dal voto quando furono in causa gli stessi diritti, violati dalle discriminazioni razziali nel Sud-Africa.

Dal che si deduce, come già detto inizialmente, che l’autonomia d’azione ambita, e in certi casi dimostrata, dal Canada, resta circoscritta, anche in seno all’ONU, ai margini di manovra consentiti dalle sue inevitabili limitazioni economico-geografiche, dalle alleanze e dall’appartenenza al Commonwealth. Resta perla soddisfazione d’aver avuto, dove si poteva, una voce in capitolo ed essa è stata spesso, nel corso dell’ultima Assemblea Generale, efficace e costruttiva.

L’azione del Canada all’ONU ha avuto in questa stampa numerosi e favorevoli commenti, e pudirsi che anche l’opposizione liberale sempre solerte nel criticare il Gabinetto conservatore per le sue manchevolezze e i suoi asseriti errori in politica interna, ha mantenuto in termini moderati le sue critiche in materia di politica estera essendo appunto evidente il favore con cui l’opinione pubblica ha seguito le iniziative canadesi all’Assemblea.

Pupertanto affermarsi, concludendo, che il Canada si presenta ai prossimi incontri e riunioni internazionali con il confermato prestigio di un Paese capace di esprimere vedute sue proprie sui principali problemi internazionali e deciso a svolgere un’attività non soltanto riflessa e subordinata.

In quest’atteggiamento, che ha un valore di orientamento generale, direi di impostazione psicologica della politica estera piche di bussola da servire in ogni caso e in ogni direzione, sussistono considerazioni particolarmente favorevoli per una cordiale comprensione dei criteri e degli obiettivi della politica estera italiana. Importante mi sembra pertanto che da parte nostra, sia in seno al Comitato del Disarmo che nel Consiglio della NATO ed altrove, si continui a mantenere con i rappresentanti canadesi il collegamento e la collaborazione pistretti. Essi hanno già dato buoni frutti nel passato e non potranno che darne di migliori nell’importante periodo di discussioni e negoziati internazionali che sta per iniziarsi.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Sottoscrizione autografa. Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Washington e Londra e alla Rappresentanza presso l’ONU a New York.

208

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 3626/22262. New York, 16 dicembre 1959.

Oggetto: XIV Assemblea Generale. Questione algerina.

1. La discussione della questione algerina alle N.U. si è svolta quest’anno su basi sostanzialmente diverse da quelle dello scorso anno. Le dichiarazioni del Generale De Gaulle del 16 settembre e del 10 novembre hanno messo le Nazioni Unite di fronte ad un fatto nuovo, e soprattutto di fronte alla sensazione di una politica francese che, abbandonato l’immobilismo degli scorsi anni, si sta muovendo verso posizioni fino a qualche mese fa neppure prevedibili. L’Assemblea non si è fermata ad analizzare nel loro dettaglio le dichiarazioni del Presidente francese; il fatto politico che avversari ed amici della Francia hanno registrato è stato essenzialmente uno solo: l’esercizio dell’autodecisione riconosciuto al popolo algerino e la alternativa della indipendenza chiaramente inclusa tra le possibilità esplicitamente previste.

In queste condizioni non poteva certamente aversi un dibattito aspro e polemico: il referendum svoltosi in Algeria nel settembre dello scorso anno aveva potuto venire messo in dubbio nella sua validità dalla maggioranza delle Delegazioni.

Non così, quest’anno, le dichiarazioni solenni del Generale De Gaulle; e queste dichiarazioni hanno certamente avuto una profonda influenza nella impostazione e nei risultati del dibattito.

Cispiega anche perché assai picauta sia stata l’Assemblea questa volta, e come progetti di risoluzione, sia pure attenuati rispetto al testo dello scorso anno, abbiano trovato una rispondenza alquanto minore, venendo a cadere alla prova del voto finale.

Si tratta, beninteso, di una prova di fiducia condizionata al tempo ed agli sviluppi avvenire. Difficile sarebbe, supponiamo, intravedere tra un anno un andamento altrettanto favorevole per la Francia, qualora nel frattempo passi ulteriori non fossero stati fatti e la guerra dovesse continuare in Algeria.

2.- Quest’anno, come lo scorso anno, la Delegazione francese non ha partecipato alla discussione. Couve de Murville, nelle sue dichiarazioni generali all’inizio della Assemblea non aveva per– così come aveva fatto lo scorso anno – esplicitamente escluso una partecipazione francese, in qualche forma, al dibattito. In realtà, come ho avuto occasione di comunicare, vi era stata su questo punto incertezza fino all’ultimo momento. Pressioni da varie parti erano state fatte per indurre i francesi ad una qualche partecipazione alla discussione e perché assumessero un atteggiamento meno passivo dello scorso anno. Localmente, posso aggiungere, la Delegazione francese era stata propensa a consigliare una limitata partecipazione, sotto forma di una dichiarazione generale di apertura, per poi ritirarsi dal dibattito; quella Delegazione aveva considerato, in linea generale, anche la opportunità di incoraggiare da parte di Paesi amici la presentazione di qualche progetto di risoluzione che potesse contrastare quello afro-asiatico e dare così maggiore possibilità di manovra ai Paesi amici ed alleati. Evidentemente i francesi qui temevano che un atteggiamento completamente passivo e di assenza dal dibattito avrebbe potuto far sì che si realizzasse quello che lo scorso anno era stato possibile evitare per il margine di un solo voto: la approvazione, cioè, di una risoluzione ostile alla Francia. - 3.- La impostazione data al dibattito da parte delle Delegazioni afro-asiatiche è stata di sostanziale moderazione. Sole eccezioni hanno rappresentato le dichiarazioni dei Rappresentanti della Arabia Saudita e della Guinea (e fuori del gruppo, da quello cubano), i quali hanno adottato un tono assai polemico. Gli altri Delegati hanno seguito una linea ben diversa. Come gli scorsi anni, il dibattito è stato iniziato dal Rappresentante tunisino. Egli ha sottolineato che, attraverso la dichiarazione del Generale De Gaulle del 16 settembre e quella algerina del 28 successivo, poteva considerarsi esistente, tra le «due parti interessate», un accordo non solo sul diritto del popolo algerino all’autodecisione, ma anche sulle modalità democratiche con cui tale diritto dovrà venire esercitato. Le parti avrebbero quindi ormai il compito essenziale di intavolare negoziati allo scopo di definire le condizioni e le garanzie necessarie per la cessazione del fuoco, in vista di un referendum non equivoco.

Due punti essenziali vanno rilevati nella esposizione tunisina: la individuazione delle «due» parti interessate e la impossibilità di dissociare, nelle trattative per la cessazione del fuoco, le condizioni politiche da quelle militari. Questi due punti sono stati comuni a tutti gli oratori afro-asiatici e hanno inoltre rappresentato, in una forma o nell’altra, il fulcro dei progetti di risoluzione mentre contro tale duplice impostazione si è appuntata fino dall’inizio l’opposizione massiccia dei francesi.

4.- Quanto ai Paesi occidentali, la loro partecipazione al dibattito è stata piattiva dello scorso anno: la posizione francese era certamente piagevole a difendersi e a sostenersi. Insieme con noi, Regno Unito, Stati Uniti, Belgio, Turchia, Australia, Norvegia e Spagna hanno preso la parola nel corso del dibattito generale. Altri Paesi occidentali sono intervenuti con dichiarazioni di voto. Elemento centrale delle prese di posizione occidentali è stato quello di sottolineare la inopportunità di una risoluzione sul merito da parte della Assemblea, in quanto qualsiasi testo avrebbe potuto turbare, in maniera imprevedibile, il delicato sviluppo degli eventi. - 5. -Qualche accenno va fatto anche alla posizione di altri gruppi. Notevole è stata la rispondenza che la posizione francese ha trovato presso i Paesi latino-americani. Nove di essi si sono opposti alla risoluzione afro-asiatica, mentre solo sei erano stati lo scorso anno. Tuttavia va notato che mentre l’anno scorso nessuno dei Paesi latino-americani si era allineato nel voto con i Paesi afro-asiatici, questa volta la situazione è stata diversa. Cuba, Venezuela, Panama e Messico hanno votato contro la Francia in Commissione, mentre in plenaria ai precedenti si è aggiunta anche l’Argentina. Se la posizione di Cuba e Venezuela era scontata in anticipo, non altrettanto pudirsi degli altri tre Paesi.

Assai cauto e guardingo, almeno nelle dichiarazioni durante il dibattito, è stato l’atteggiamento del blocco sovietico, anche se il suo allineamento di voto, con i Paesi afro-asiatici, è stato completo, così come era da prevedersi.

6. Vengo ora a considerare i testi delle risoluzioni e le vicende delle votazioni.

Il testo che originariamente gli afro-asiatici presentavano il 3 dicembre riproduceva testualmente i primi cinque paragrafi del preambolo della risoluzione dello scorso anno, con la sola variante che, nel quarto paragrafo, alla parola «indipendenza» era stata sostituita quella di «autodecisione». I due paragrafi finali, oltre a tenere conto degli sviluppi recenti, erano formulati con linguaggio pimoderato di quello dello scorso anno. Nel primo di essi veniva precisato che l’Assemblea «prendeva nota con soddisfazione che le due parti interessate avevano accettato il principio dell’autodecisione come base per la soluzione della questione algerina». Nel paragrafo finale si sollecitavano le due parti ad «intavolare conversazioni allo scopo di determinare le condizioni necessarie per attuare al pipresto il diritto di autodecisione per il popolo algerino, ivi comprese le condizioni necessarie per la cessazione del fuoco».

Va notato che, mentre lo scorso anno il progetto di risoluzione afro-asiatico parlava esplicitamente di «Governo provvisorio della Repubblica algerina», quest’anno il riferimento ad esso era solamente indiretto, laddove si parlava di «due» parti.

Pur con un linguaggio moderato e guardingo il progetto di risoluzione conteneva i due elementi essenziali della impostazione afro-asiatica sopra ricordata e che risultavano non accettabili alla Francia. La individuazione cioè, sia pure indiretta ma non equivoca delle due parti, ed il collegamento delle condizioni politiche e di quelle militari quale oggetto dei negoziati tra le due parti.

Nella votazione in Commissione politica, avvenuta il 7 dicembre, il progetto di risoluzione afro-asiatico, pur ottenendo la maggioranza semplice – e questo era stato generalmente previsto – non raggiungeva perla necessaria maggioranza di due terzi (38 favorevoli, 26 contrari e 17 astenuti). La necessità di spostamenti di voto per ottenere la approvazione in plenaria appariva inoltre di portata anche maggiore di quanto avrebbe potuto prevedersi. Se, rispetto allo scorso anno 4 voti avevano guadagnato gli afro-asiatici, ben 10 se ne erano aggiunti tra quelli contrari, e ciera stato dovuto alla molto maggiore compattezza tra gli europei ed ai voti guadagnati tra i latino-americani.

Una scelta difficile si presentava per gli afro-asiatici. Per potere sperare in una approvazione in plenaria era evidente che assai notevoli avrebbero dovuto essere le varianti da apportare al testo. Tra gli arabi esistevano non poche correnti contrarie ad un orientamento del genere, preferendosi da qualche parte di lasciare intatto il testo approvato dalla Commissione ed accettare che venisse a cadere in plenaria. A far prevalere le correnti pimoderate sembra che siano stati gli stessi Rappresentanti algerini, desiderosi che una qualche risoluzione venisse approvata. Comunque un nuovo testo veniva elaborato il 10 dicembre, sopprimendosi alcuni paragrafi del preambolo (quelli che nella votazione in Commissione non avevano raggiunto la maggioranza di due terzi) e formulandosi due nuovi paragrafi per la parte dispositiva, il primo dei quali contenente il semplice riconoscimento del diritto del popolo algerino alla autodecisione. Non poche Delegazioni afro-asiatiche avrebbero voluto fermarsi a questa sola asserzione. Un secondo paragrafo veniva peraggiunto: in esso venivano sollecitati pourparlers «allo scopo di addivenire ad una soluzione pacifica, sulla base del diritto di autodecisione ed in conformità ai principi dello Statuto delle N.U.».

Pur omettendo la indicazione, anche indiretta, delle parti questo ultimo paragrafo implicava pur sempre il contenuto politico delle trattative, e tra gli stessi presentatori ci si rendeva conto che esso avrebbe potuto rappresentare un ostacolo alla approvazione della risoluzione. Comunque, veniva fatto conoscere che da parte afro-asiatica si sarebbe rinunciato a tale paragrafo qualora in votazione parziale esso fosse venuto a cadere.

7. In previsione della votazione in plenaria, e quando il nuovo testo afro-asiatico era stato presentato, si intensificavano naturalmente i contatti tra i Paesi occidentali, allo scopo di decidere una comune linea di azione. In tali contatti noi abbiamo preso parte molto attiva, sia cercando di accertare se ed in qual modo la posizione francese avesse subito modificazioni e quale portata avrebbero potuto avere sulle posizioni reciproche gli atteggiamenti dei maggiori alleati. Mentre riferisco i dettagli di tali contatti delle ultime ore in comunicazione a parte, mi limito qui a concludere che malgrado in generale si prevedesse la caduta dell’ultimo paragrafo, la votazione finale in plenaria presentava una sorpresa. Il paragrafo veniva approvato con 40 voti contro 16, e si andava così alla votazione finale con il progetto di risoluzione nella sua forma integrale: era questa l’ipotesi piagevole per gli amici della Francia, in quanto meno imbarazzante per i Paesi che dovevano assumere una posizione contraria alla risoluzione.

Ciha reso ancor pisorprendente, e irritante per i francesi, lo spostamento di voto avutosi, tra la votazione in Commissione politica e quella in plenaria, da parte degli Stati Uniti, i quali sono passati dal voto contrario all’astensione, in maniera analoga a quanto avevano fatto lo scorso anno. E come allora essi sono stati, anche con gli stessi alleati, riservatissimi, e si sono comportati in modo che ha accorato i francesi, i quali non hanno mancato di esprimere la preoccupazione che il voto americano possa

– come lo scorso anno – determinare una nuova crisi tra Parigi e Washington.

Nella votazione finale, comunque, la risoluzione veniva a cadere. I voti favorevoli diminuivano da 40 a 39 e quelli contrari aumentavano da 16 a 22, rispetto alla votazione sull’ultimo paragrafo. Sei Paesi (Australia, Equador, Honduras, Laos, Nicaragua e Paraguay) avevano ricorso all’espediente procedurale di astenersi sull’ultimo paragrafo nella votazione parziale, per poi votare contro la intera risoluzione.

Con la caduta della risoluzione afro-asiatica anche nella sua versione piattenuata, da parte francese è stato certamente registrato un successo, tanto pinotevole in quanto fino all’ultimo le opinioni su tale possibilità erano state divise.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.


2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Parigi, Washington, Londra, Tunisi, Rabat, Tripoli e Il Cairo.

209

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI, ALL’AFIS E AD AMBASCIATE(1)

Telespr. riservato 3658/22582. New York, 17 dicembre 1959.

Oggetto: Somalia. Colloquio con Hammarskjoeld. Presenza delle Nazioni Unite.

Faccio seguito al mio telegramma di ieri(3) per fornire ulteriori informazioni sul colloquio che ho avuto con Hammarskjoeld. Già in finale di seduta della IV Commissione avevo preannunciato ad Hammarskjoeld nelle conversazioni che ho avuto con lui durante i dibattiti che, non appena conclusa l’Assemblea, avrei chiesto di vederlo per conferire con lui sul problema della «presenza» delle Nazioni Unite in Somalia in ragione di quelli che sarebbero stati i risultati in Assemblea. Avrei preferito vedere Hammarskjoeld prima da solo e poi con Hagi Farah (il quale insistentemente mi aveva chiesto di procurargli un incontro con lui). La partenza del Segretario Generale per l’Europa e l’Africa è fissata per domani e la mole di lavoro che obera il Segretariato nel periodo post Assemblea ha costretto a concentrare tali contatti in un solo, sia pure molto esauriente, colloquio. Naturalmente in tale incontro ho dovuto evitare ogni commento o considerazione su quanto il Segretario Generale veniva esponendo, che potesse non trovare favorevole Hagi Farah.

La conversazione si è iniziata con un breve esame del programma predisposto dall’Amministratore e dal Governo somalo per la visita di Hammarskjoeld a Mogadiscio. E su questo ho riferito telegraficamente ieri.

Il Ministro Hagi Farah ha quindi ricordato al Segretario Generale che il suo Governo aveva rinunciato ad avanzare ufficialmente una proposta di referendum e a distribuire un memorandum illustrativo della posizione e delle lamentele somale nei confronti dell’Etiopia, proprio per adeguarsi alle sollecitazioni dello stesso Segretario Generale. Non vi era dunque da stupirsi se oggi il Governo somalo guardava a lui, Segretario Generale, con particolare aspettativa affinché in qualche modo, anche se non in via formale, la «presenza» delle Nazioni Unite in Somalia potesse essere articolata.

Come ho riferito, Hammarskjoeld non ha avuto difficoltà ad ammettere che egli era particolarmente conscio della parte da lui avuta nell’infrenare le iniziative somale, ma era anche lieto che i dibattiti si fossero conclusi senza una risoluzione. L’esperienza aveva infatti dimostrato che quando il Segretario Generale ritiene necessario prendere iniziative in settori particolarmente nevralgici nel quadro delle finalità generali dell’Organizzazione, egli riesce a farlo meglio su una base «de facto» che non a seguito di risoluzioni formali. A causa delle obiezioni pregiudiziali dei Paesi membri nei confronti di qualsiasi intervento delle Nazioni Unite in tema di delimitazione di frontiere e per la certa opposizione etiopica, non si sarebbe mai potuta avere una risoluzione tale da soddisfare le richieste e le attese della Somalia. Se ne sarebbe avuta invece una, forse anche anodina, ma non sufficientemente vaga perché il Segretario Generale non dovesse sentirsi tenuto a rispettarla limitando le sue iniziative in materia. Senza risoluzione il Segretario Generale avrà evidentemente maggior margine di manovra. Naturalmente – ha precisato Hammarskjoeld – la sua azione dovrà essere basata su quelle che il Governo somalo indicherà essere «le necessità» della Somalia e «armonizzata con le esigenze di ordine generale nel campo dei rapporti internazionali». Per questo egli aveva nelle ultime settimane vivamente esortato a non prendere iniziative e a non insistere per una risoluzione in attesa che egli possa affrontare il problema in pieno e personalmente nel corso del suo viaggio a Mogadiscio e a Addis Abeba. Egli si riprometteva di esaminare a fondo i desiderata somali quando parlerà della questione con il Governo di Mogadiscio e solo dopo di allora sarà possibile per lui cominciare uno studio del problema su base concreta, giudicare fino a che punto spingere le cose sul tema confinario nei confronti degli etiopici o agire anche indipendentemente con formule proprie che non suscitino indebite e imbarazzanti reazioni da parte degli etiopici stessi. Ogni tipo di presenza è variabile e quella che dovrebbe essere stabilita in Somalia dipenderà appunto dalle circostanze contingenti di quella situazione. Ma, secondo Hammarskjoeld, una presenza in Somalia dovrà essere in qualche modo assicurata e per questo gli imminenti colloqui africani saranno tempestivi ed utili.

Ho allora chiesto ad Hammarskjoeld, a titolo di sondaggio, se, malgrado l’opportunità di variare il tipo di presenza a seconda delle circostanze, egli aveva in mente qualche paradigma a cui appoggiarsi per escogitare una «presenza» in Somalia.

Hammarskjoeld mi ha subito risposto che egli avrebbe visto molto bene una applicazione, sia pure adeguata alle condizioni locali, di una «presenza» di tipo Laos. È pure vero che vi sono circostanze obiettive diverse e che l’origine della necessità di tale «presenza» in Somalia non è quella che si è avuta nel caso del Laos. È pure vero che non vi sono in Somalia complicazioni di politica interna quali quelle che negli ultimi mesi si stanno sviluppando nel lontano Stato indocinese. Ma è anche vero che, se oggi le Nazioni Unite hanno dovuto intervenire in quel settore geografico, ciè dovuto al fatto che esse non avevano potuto o voluto intervenire prima, quando cioè il Laos stava raggiungendo l’indipendenza e si trovava in quella situazione di debolezza strutturale che è tipica dei Paesi nuovi. Meglio evitare che lo stesso accada in Somalia e prevedere sin d’ora interventi e addentellati delle Nazioni Unite in Somalia che anticipino quelli che finirebbero per essere inevitabili interventi successivi.

Sempre per portarlo a precisare meglio il suo pensiero ho chiesto ad Hammarskjoeld che egli mi definisse la sua concezione della missione Pelt in Guinea nei confronti della formula in via di adozione per il Laos. Hammarskjoeld, aderendo di buon grado, e apparendo anzi desideroso di nostri commenti al riguardo, ha osservato che la posizione di Pelt è, a termini dell’accordo convenuto con la Guinea (e, notasi bene, tale accordo si è stabilito senza nessun intervento formale dell’Assemblea delle Nazioni Unite o di altri organi), una missione limitata nel tempo. Essa, con Pelt, si svolge su un livello notevolmente elevato, ma si tratta di una iniziativa che è destinata non a durare, ma soltanto a lasciare semi per svilupparsi in avvenire a livelli pibassi. Ciche si cerca oggi di stabilire nel Laos è invece un tipo di missione che potrebbe definirsi quella di uno «Special Consultant of the Secretary General». Piche di un «Personal Representative of the Secretary General» stesso come nel caso della Guinea. E, appunto, egli ci ha detto di volerlo definire «Special Consultant» sia perché tale funzionario deve consigliare il Segretario Generale in un campo concreto come quello economico e sia perché non gli deve essere impedito di fare, quando necessario, delle escursioni, e dare di conseguenza consigli al Segretario Generale anche nel campo politico. Egli intende mantenere tale funzionario al livello di «Under Secretary» e integrare le sue funzioni con una serie di iniziative nel campo della assistenza tecnica tale da creare per tale «Consultant» una larga base di appoggio e di giustificazione per la sua «presenza» ed attività nel Laos.

Analogamente egli vede che si potrebbe forse manovrare per una «presenza» in Somalia. Hammarskjoeld non ha menzionato per ora termini piprecisi. Non ha pronunciato parole quali «coordinatore economico» né ha parlato di «consulente del Governo somalo»; ma ha insistito invece su tre concetti principali:

1) È necessario che si intensifichi l’attività di assistenza tecnica in Somalia da parte delle Nazioni Unite; pisi riescirà – e non solo in Somalia – a multilateralizzare le iniziative in tale campo e piverranno attenuate le connotazioni politiche derivanti dalla lotta tra i due blocchi est-ovest, che i progetti hanno quando si elaborano su piano bilaterale.

2) Cicomporta la necessità di una certa diretta vigilanza da parte delle Nazioni Unite e l’opportunità di costanti rapporti al Segretariato Generale, relativi all’andamento di tali progetti e alla loro armonizzazione con gli altri progetti delle Agenzie Specializzate.

3) Nulla vieta che, se vi fossero emergenze di ordine politico, tale «Special Consultant» del Segretario Generale, possa consigliare il Segretario Generale stesso sul da farsi, quando necessario e opportuno anche nel campo politico.

Come ho già telegrafato, Hammarskjoeld deve avere fatto di tali sue intenzioni un breve e sia pure vago accenno all’Ambasciatore di Etiopia. Egli ci ha detto infatti, in via del tutto riservata e confidenziale, che avendo visto Alemayehou e avendogli fatto qualche riferimento al problema, aveva avuto l’impressione che, ora che il pericolo di un’azione in IV Commissione o in Assemblea era passato e che tanto piera passato il rischio per gli etiopici di vedere una presenza delle Nazioni Unite menzionata in una risoluzione, il Rappresentante etiopico gli era apparso lasciar intendere che il suo Governo non sarebbe stato molto contrario né si sarebbe soverchiamente adontato se le Nazioni Unite avessero articolato un tipo di presenza in Somalia quale quella da lui menzionataci.

Il Ministro Hagi Farah si è quindi riferito alla nota risoluzione di recente adottata dalla IV Commissione A/C.4/1.606 su cui ho riferito con telespresso n. 3466/2166 del 28 novembre(4) per conoscere se conseguenze o addentellati con tale risoluzione si sarebbero potuti avere con le iniziative menzionateci da Hammarskjoeld per la Somalia. Il Segretario Generale ha risposto che non aveva ancora fissato le sue idee al riguardo. La dizione della risoluzione era certamente molto chiara per quanto riguardava la necessità di venire incontro ai Paesi di nuova indipendenza. Ma non indicava con precisione i modi con cui essa avrebbe potuto estrinsecarsi. Egli per ora pensava piuttosto in termini di costituzione di qualche «fondo di emergenze», da cui trarre somme per certi Paesi specialmente bisognosi; non era perin grado di precisarci meglio in quale modo egli avrebbe concretato tale sua idea. Comunque ciavrebbe potuto avvenire soltanto con la prossima Assemblea. È chiaro comunque che, Hammarskjoeld allo stesso modo con cui vuole in certi Paesi estendere la responsabilità societaria nel campo dei progetti di assistenza tecnica, cerca di provvedere perché anche parte dei mezzi finanziari necessari all’economia dei Paesi stessi possano derivare dalle Nazioni Unite. Né stupisce tale tendenza di Hammarskjoeld, se si pensa che con essa egli mira a consolidare sempre di picerte funzioni operative del Segretariato e approfittare di un momento in cui sia per rinnovate richieste dei Paesi beneficiari sottosviluppati e sia per certe perplessità dei Paesi donatori, molte voci si levano a favore di una maggiore multilateralizzazione dell’assistenza tecnica ed economica. Naturalmente Hagi Farah è apparso molto interessato a tali dichiarazioni di Hammarskjoeld relative a un costituendo fondo di emergenza ed ha certo annuito ad esse con maggiore entusiasmo di quanto non abbia fatto io.

Ho poi chiesto ad Hammarskjoeld quali intenzioni egli avesse nei confronti dell’assistenza tecnica per la Somalia dato che ritenendo egli, come da lui detto, di dover allargare la base di tali progetti per giustificare una eventuale «presenza» delle Nazioni Unite nel Paese, sarebbe forse stato necessario rivedere l’impostazione attuale. Hammarskjoeld mi ha confermato l’intenzione di aumentare per quanto possibile il numero dei progetti, dicendo anzi che forse egli avrebbe dovuto compiere qualche spostamento di attività da altri Paesi verso la Somalia proprio nella consapevolezza di tale necessità. Di piegli non ha detto né io ho voluto ulteriormente approfondire il problema, sia per mancanza di tempo e sia per non impegnarmi in un campo di collaborazione delle Nazioni Unite in Somalia di carattere economico che è quello che pivogliamo scoraggiare. Neppure gli ho parlato di nomi e di persone adatte per compiti del genere (pensavo naturalmente a Gasbarri, ma mi sembra impossibile sperare che egli possa essere designato con un rango di Sottosegretario per un compito del genere, trattandosi di un suddito di un Paese che fino ad oggi ha avuto l’Amministrazione Fiduciaria).

Ho segnalato in dettaglio la conversazione con Hammarskjoeld, perché essa mi sembra meritevole di attenzione e meditazione. Forse la presenza del Ministro somalo è stata in definitiva un bene perché essa ha condotto il nostro interlocutore a «pensare ad alta voce» sui modi migliori per venire incontro alle aspettative somale. Come ho segnalato a suo tempo, varie volte Hammarskjoeld parlando di «presenza» delle Nazioni Unite in Somalia o in Paesi analoghi aveva marcato pil’aspetto economico che quello politico. Anche nell’ultima conversazione che avevo avuto con lui in previsione dell’arrivo dei somali, egli si era espresso in termini analoghi. E non avevamo mancato, insieme con Vinci presente quella volta alla conversazione, di cercare di spostarlo su formule di presenza pipolitica, in ottemperanza ai desideri e alle istruzioni del Ministero (vedi mio telegramma n. 370 del 26 novembre(5)). Non vi è dubbio perche il corso dei dibattiti in IV Commissione e in Assemblea, che non ha consentito una minima menzione neppure di «interessamento» e di «concern» delle Nazioni Unite per il problema confinario somalo in una qualsiasi risoluzione – e su questo riferisco dettagliatamente a parte –, fatalmente riporterà il Segretario Generale verso una concezione pimarcatamente economica della «presenza» delle Nazioni Unite in Somalia. E in ogni casolo incoraggerà a marciare in una strada che egli già stava battendo. È pur vero che le dichiarazioni o il «pensar ad alta voce» di Hammarskjoeld nel colloquio di ieri possono essere impugnati sotto alcuni aspetti:

1) Hammarskjoeld sa, pur dichiarando che lo «Special Consultant of the Secretary General» potrà e si dovrà occupare anche di problemi politici (vedi confinari), che ben poco di concreto egli potrà fare in tal campo. Tutto al piegli potrà riferire in via «de facto» e senza conseguenze formali circa eventuali avvenimenti sulla frontiera.

2) L’attività di assistenza tecnica potrà forse essere estesa, ma ciavverrà molto limitatamente date le esigue disponibilità del «programma ampliato di assistenza tecnica» relativo.

3) Quanto ai «fondi di emergenza» a venire, menzionati da Hammarskjoeld – e, non escluderei, per allettare i somali presenti – si tratta di iniziative di là da venire e di non facile realizzazione.

Ma è anche vero che i somali, nella loro nervosa ricerca di una presenza nelle Nazioni Unite, potrebbero accogliere incondizionatamente iniziative quali quelle ventilate dal Segretario Generale, nella duplice speranza, illusoria forse, che sotto la copertura prevalentemente economica si stabilisca una vigilanza, sia pure «de facto», sul problema confinario e che in ogni caso tale copertura apporti maggiori vantaggi proprio nel debole campo economico.

Mi sembra quindi che, in previsione dei colloqui di Hammarskjoeld a Mogadiscio, occorra fissare una nostra posizione partendo dai presupposti che ho sopra implicitamente delineato:

1) La certezza che Hammarskjoeld tenderà a stabilire una presenza con accentuazione economica, quale che sarà la formula ufficiale usata.

2) La circostanza che i somali pensano di trarre da essa sostanziali vantaggi anche se essa potrà rappresentare qualche intralcio alla piena libertà di manovra del Governo somalo (le interferenze del Consiglio Consultivo potrebbero ripetersi attraverso lo «Special Consultant of the Secretary General»).

Resta insomma a vedersi quale è il nostro interesse nei confronti dell’insediamento di una «presenza» del genere predetto dato che essa, di converso, se non sarà opportunamente limitata e circoscritta, potrà comportare una corrispondente graduale diminuzione delle nostre posizioni in Somalia.

Mi riprometto comunque di ritornare ancora sull’argomento con codesto Ministero perché, malgrado la partenza di Hammarskjoeld, conto di avere contatti la prossima settimana con funzionari del Segretariato, soprattutto nel campo dell’assistenza tecnica, allo scopo di sondare con loro – pur senza svegliare appetiti — quali possibilità essi intravedono in via concreta di assecondare il Segretario Generale nei suoi disegni.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238, fasc. 816 (Piano di trasferimento delle funzioni di Governo al Governo somalo).


2 Indirizzato al Ministero degli Affari Esteri, all’AFIS a Mogadiscio e alle Ambasciate ad Addis Abeba, Londra, Parigi e Washington.


3 Si tratta in realtà del T. 37577/449 dello stesso giorno, 17 dicembre, non pubblicato, con il quale Ortona aveva comunicato in sintesi i risultati del colloquio.


4 Non pubblicato.


5 Vedi D. 185.

210

L’AMBASCIATORE A PARIGI, VITETTI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto precedenza assoluta 37864/1238. Parigi, 19 dicembre 1959, ore 20,10 (perv. ore 21).

Oggetto: Comitato Disarmo.

Trasmetto seguente telegramma a firma Straneo.

Vostra Eccellenza è invitata partecipare insieme a Ministro Esteri canadese a riunione che sarà tenuta da Couve, Herter e Selwyn Lloyd al Quai d’Orsay lunedì 21 corrente alle ore 15,15.

In detta riunione dovranno essere elaborate direttive per Delegazioni occidentali del Comitato Disarmo. Notizia verrà data alla stampa domani da Quai d’Orsay che prega di non (dico non) anticiparla costì.

Dopo riunione dei Cinque verrà emanato comunicato che stabilirà creazione apposito Gruppo lavoro (probabilmente a Washington) e data da proporsi ai sovietici per riunione Comitato (15 marzo).


1 Telegrammi segreti 1959, Francia, arrivo e partenza.

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 3691/22912. New York, 23 dicembre 1959.

Oggetto: Presenza e assistenza delle Nazioni Unite per la Somalia.

Riferimento: Mio telespresso n. 3658/2258 del 17 dicembre u.s.3.

Come preannunciato con il telespresso citato, ho avuto occasione di incontrarmi ieri con il signor Narrashiman, Sottosegretario alle N.U. per il coordinamento politico-economico. Avendo opportunamente indirizzato la conversazione con lui sul tema della Somalia, l’ho trovato molto preparato a discuterne. Egli mi ha anzi confidenzialmente lasciato intendere che Hammarskjd, prima della conversazione avuta con me la settimana scorsa – e su cui ho riferito con il mio telespresso citato – aveva avuto una riunione interna con i suoi collaboratori per esaminare i vari problemi connessi con la Somalia e la posizione delle Nazioni Unite in quel territorio.

Secondo quanto dettomi da Narrashiman, e a conferma delle dichiarazioni fatte ad Hagi Farah e a me dal Segretario Generale, questi sembra concepire la soluzione del problema della «presenza» delle N.U. in Somalia attraverso un’intensificazione di attività economiche, che costituisca una sufficiente piattaforma per eventuali interessamenti anche di carattere politico. Da quanto deve esser stato detto in quella riunione interna, il Segretario Generale sarebbe ormai fermamente orientato in quella direzione. Ciappare anche confermato dall’interesse con cui – secondo Narrashiman – nell’ambiente del Segretariato si guarderebbe alla possibilità di perfezionare e approvare i progetti in corso di studio a favore della Somalia da parte del «Fondo Speciale». Si spera anzi molto nella consistenza e utilità degli elementi aggiuntivi richiestici dal «Fondo» stesso a completamento dei dati già da noi forniti in quanto, sempre nella riunione predetta, si era ravvisata l’opportunità di facilitare l’eventuale approvazione dei progetti stessi in occasione della sessione del prossimo maggio, poco prima quindi che la Somalia raggiunga la data dell’indipendenza. Ciavrebbe costituito una buona conferma dell’interessamento delle Nazioni Unite nei confronti del territorio, alla vigilia di tale importante evento.

Ho chiesto quindi a Narrashiman quali possibilità egli intravedeva per un ampliamento dei progetti di assistenza tecnica in Somalia. Come immaginavo e come ho d’altra parte già fatto presente con il mio telespresso citato, Narrashiman mi ha lasciato intendere che malgrado ogni buona volontà del Segretario Generale, sarà difficile attuare programmi molto piampi di quelli attuali. È pur vero che si possono concepire degli spostamenti di enfasi in tema di assistenza tecnica da un Paese all’altro, ma è anche vero che i programmi stabiliti sono difficilmente mutabili essendo soggetti ad approvazione collegiale, mentre per di pii fondi a disposizione sono quelli che sono e, comunque, sempre molto limitati in confronto alle esigenze generali. Piuttosto, dagli accenni fattimi da Narrashiman è parso chiaro che Hammarskjd pensa seriamente a proporre la costituzione di un «Fondo di emergenza» per i Paesi sottosviluppati. È stato soprattutto il problema del Laos – mi ha osservato Narrashiman – a porre in evidenza la necessità che le Nazioni Unite abbiano una qualche somma a cui attingere per venire incontro alle aspettative di certi Paesi che, per motivi di ordine sia economico e sia politico, guardano alle Nazioni Unite con particolare aspettativa e per i quali le Nazioni Unite possono costituire un importante punto d’appoggio nel gioco anche dei rapporti tra Est e Ovest. In ogni caso è certo che pisaranno i Paesi che si avvicineranno all’indipendenza, pitali esigenze si faranno sentire ed è per tali motivi che Hammarskjd sta vivamente accarezzando, nell’intento di farne formale proposta per la prossima Assemblea, l’idea della creazione di un «Fondo di emergenza». Narrashiman mi ha anzi chiesto quali sono le mie opinioni sulla possibilità che l’Assemblea approvi un’iniziativa del genere. Gli ho risposto che non vedevo tale approvazione facile, anche perché dubitavo molto che gli americani sarebbero stati favorevoli alla creazione di un ulteriore «Fondo» o organo a base multilaterale, in un momento in cui essi stanno arroccandosi su posizioni di difesa e di ripiegamento per quanto concerne l’esborso di fondi all’estero. Narrashiman mi ha detto che aveva presente tale difficoltà potenziale e mi ha anche aggiunto che non escludeva che, aumentandosi congruamente il «Fondo Speciale» di Hoffmann, almeno fino alla somma ideale previamente stabilita dei noti 100 milioni, non si potesse, come d’altra parte richiesto già da qualche Paese, accantonare in esso un’aliquota proprio per la costituzione di un «Fondo di emergenza» per certi territori particolarmente bisognosi di assistenza. Sarebbe stato naturalmente necessario superare difficoltà e resistenze di Hoffmann, che è piuttosto incline a indirizzare il suo organismo verso altre funzioni.

Il Segretario Generale – ha marcato Narrashiman – era perintenzionato a spingere la sua idea in ogni caso, sia inquadrandola nel Fondo Speciale già esistente, sia provocando decisioni «ad hoc» da parte dell’Assemblea. E nel quadro delle riflessioni di Hammarskjd uno degli elementi determinanti era proprio il problema della Somalia, Paese che egli certamente considerava come un caso tipico di beneficiario di erogazioni da fondi del genere.

Non ho ulteriormente approfondito con il mio interlocutore l’argomento, ma ho avuto comunque la netta sensazione che Hammarskjd stia ora molto attentamente riflettendo sull’operazione somala e che quanto egli ha detto a me e Hagi Farah giorni fa, quasi facendo mostra di improvvisare ad alta voce, rifletta già uno stadio alquanto avanzato dell’esame del problema fatto da lui e anche dai suoi collaboratori.

Né Hammarskjd né Narrashiman, nel parlarci di espansione dei progetti di assistenza tecnica, hanno accennato alla possibilità di una loro concentrazione sulla zona di frontiera. In realtà tale eventualità era implicitamente arieggiata nella «Introduzione» al rapporto annuale del Segretario Generale pubblicato in vista dell’ultima Assemblea, quando veniva accennato alle funzioni che le Nazioni Unite avrebbero potuto svolgere per assistere la Somalia eventualmente anche con «misure appropriate attinenti ai pascoli, all’accesso ai pozzi e alle attività relative nell’area confinaria». Forse il Segretario Generale, nel parlarci di assistenza tecnica, voleva anche riferirsi ad attività particolarmente delicate [sic] a tali scopi sui territori di frontiera. Il che da una parte costituirebbe un ingegnoso modo di unire il fatto economico con quello politico e dall’altra, data la possibilità di assolvere a tali finalità con un limitato numero di esperti, offrirebbe la possibilità di far rientrare un’attività del genere nelle limitate disponibilità finanziarie. E mi sembra anche che, se le N.U. potessero indirizzare su quella strada l’espansione dei progetti di assistenza tecnica in Somalia, farebbero cosa utile ai somali e non imbarazzante per noi. Naturalmente Hammarskjd di cinon poteva ancora parlarmi perché, se mai egli accarezza tali idee, potrà concretarle solo dopo opportuni sondaggi a Mogadiscio e ad Addis Abeba.

Ho voluto percomunque ugualmente accennare a codesto Ministero, malgrado non me ne sia stata fatta menzione nei recenti colloqui, perché, dato quanto scritto nella predetta «Introduzione» dal Segretario Generale, non è da escludersi che tipi di assistenza tecnica del genere possano essere recati in avvenire alla nostra attenzione.


1 DGAP, Uff. III, 1948-1960 (I versamento), b. 238, fasc. 816. 2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate ad Addis Abeba, Londra, Parigi e Washington. 3 Vedi D. 209.

212

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PELLA(1)

R. riservato 3566. New York, 23 dicembre 1959.

Oggetto: XIV Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Problemi dei Paesi sottosviluppati.

Signor Ministro, nelle comunicazioni inviate durante il corso dell’Assemblea Generale, sono andato mano a mano segnalando le varie risoluzioni, e discussioni ad esse relative, concernenti il problema delle aree sottosviluppate. In realtà, se si vuol dare oggi uno sguardo panoramico a tutta l’attività della 2a Commissione (Economica e Finanziaria) della Assemblea Generale e a quelle ultime della breve sessione dell’ECOSOC, pufacilmente dirsi che la parte di gran lunga maggiore di essa è stata dedicata alla questione dello sviluppo economico delle aree piarretrate.

Una spinta in tale direzione era stata già data dalle considerazioni espresse al riguardo sia nel rapporto del Consiglio Economico e Sociale, sia nel rapporto del Segretario Generale, sia infine nel rapporto fatto alla 2a Commissione dal Sottosegretario per gli Affari Economici De Seynes. Di tutto ciche è stato detto in tali tre rapporti, un elemento particolarmente significativo è stato raccolto dai Rappresentanti dei Paesi intesi a polemizzare con i Paesi sviluppati: e cioè il tuttora recente grande divario tra i tassi di produzione dei Paesi sviluppati in confronto di quelli dei Paesi sottosviluppati, a sfavore di questi ultimi.

Da una parte l’esistenza di tale divario ha fornito ai Rappresentanti sovietici un’occasione per cercare di dimostrare una volta di pil’insufficienza e l’incapacità del sistema capitalista a risolvere i problemi dello sviluppo economico, dell’impiego e della distribuzione e per attaccare i sistemi basati su organizzazioni regionali e non universali, le quali, non includendo i sottosviluppati, perpetuerebbero forme superate di colonialismo (vedi Comunità Economica Europea). Dall’altro lato l’argomento costituito da tale differenza di tassi di produzione ha offerto ai Rappresentanti dei Paesi piinteressati lo spunto per un esame polemico dei problemi dello sviluppo economico dei Paesi arretrati in generale e delle questioni ad esso collegate (commercio internazionale, prodotti di base, industrializzazione).

Pure quest’anno, i latino-americani, anche se il loro atteggiamento non è stato sempre coordinato a causa della molteplicità di iniziative di carattere personale, sono quelli che hanno messo maggiormente in rilievo l’urgenza e la vastità dei problemi dello sviluppo economico. E di nuovo, quest’anno, tra i latino-americani, le posizioni di punta piaspre sono state prese dalla Delegazione brasiliana. Anche gli afro-asiatici hanno assunto atteggiamenti fortemente polemici, malgrado che il loro gruppo non sia apparso del tutto compatto. Incidentalmente, una menzione particolare va fatta dell’atteggiamento degli jugoslavi, che hanno tenuto a distinguersi per il loro zelo e fervore a favore dei sottosviluppati.

Tale essendo il quadro dei vari schieramenti vorrei ora rilevare gli spunti piimportanti emersi nei dibattiti:

1) Primo fra tutti, il problema dell’industrializzazione, di cui, in modo particolare, si è fatto insistente e valido portavoce il Delegato del Brasile. È stato al riguardo sottolineato come l’industrializzazione costituisca un’ansiosa aspirazione dei Paesi sottosviluppati, in quanto essa si presenta come il mezzo piidoneo per effettuare una diversificazione delle attuali strutture economiche, e come occorra attuarla al pipresto per liberare tali Paesi dalla schiavitdelle monocolture agricole e della mono-produzione mineraria. In sostanza, i predetti Rappresentanti hanno sostenuto che l’industrializzazione non solo pucostituire la chiave per la soluzione dei problemi degli scambi internazionali e dei prodotti di base, ma assume quasi un valore simbolico di liberazione. Occorre notare, infine, che nelle aspirazioni manifestate dai Rappresentanti dei sottosviluppati non vi è pisoltanto un’aspettativa a ricevere assistenza per la modifica delle infrastrutture o per nuove costruzioni delle stesse, ma anche un’attesa di veder moltiplicarsi le iniziative di puro carattere industriale, non fosse che – per cominciare – quelle relative a tipi di industria leggera.

2) Altro campo in cui i vari oratori hanno espresso le preoccupazioni dei Paesi sottosviluppati è quello del problema degli scambi in generale e dei prodotti di base in particolare. Sul primo punto si è insistito sull’abbandono di tutte le restrizioni e discriminazioni qualitative e quantitative non giustificate da necessità della bilancia dei pagamenti. In merito al problema particolare dei prodotti di base, poi, è stata messa in rilievo sia l’urgenza dell’adozione di misure compensatorie contro i danni delle eccessive fluttuazioni del mercato, sia la necessità dell’abolizione, da parte dei Paesi sviluppati consumatori, di certe tasse di consumo che costituiscono un ostacolo all’assorbimento di alcuni prodotti di base ed una forma di restrizione al commercio di questi.

3) Un punto anche sollevato – e su cui i sovietici sono stati particolarmente aggressivi – è stato quello degli investimenti privati nei Paesi sottosviluppati. È stato al riguardo denunciato l’incoraggiamento che i maggiori Paesi industrializzati danno a questo genere di operazioni, che possono facilmente definirsi come forme di neocolonialismo. Gli argomenti portati al riguardo dai sovietici non sono convincenti, ma la loro tesi che gli investimenti provenienti dai Paesi socialisti non presentano pericolo essendo investimenti statali è stata tale da far una certa presa sulle opinioni dei Rappresentanti dei Paesi di recente indipendenza.

4) Un quarto elemento meritevole di interesse è quello costituito dall’atteggiamento dei vari Rappresentanti relativamente alla forma di erogazione dell’assistenza, se cioè essa debba essere multilaterale o bilaterale. E al riguardo, mi sembra che possa osservarsi che, a parole, tutti, e cioè tanto donatori quanto beneficiari, fanno grande professione di multilateralismo in fatto di assistenza economica. Se persi approfondisce la questione, si constata che se il multilateralismo è una facciata che a tutti conviene di mantenere, in realtà il bilateralismo è tuttora la base piaccetta, pisicura e pifruttifera dell’assistenza economica. La potenza che la offre non puperpidimenticare che, anche nel campo della concessione degli aiuti, esiste ormai una libera concorrenza alle cui regole bisogna finire per sottomettersi. Soltanto, infatti, quando il bilateralismo diventa pesante ed indiscreto, i Paesi sottosviluppati indicano una preferenza per il multilateralismo, quale piatto a salvare le forme ed i principi del prestigio, dell’amor proprio e dell’indipendenza nazionali.

Da un punto di vista generale, puconcludersi che se l’anno scorso il problema dei Paesi sottosviluppati aveva già preso posto al primo piano delle preoccupazioni e sollecitazioni societarie, quest’anno l’attenuazione della guerra fredda sul terreno politico ha dato buona occasione e spunto per una ripresentazione del problema sotto veste di maggiore perentorietà ed urgenza. E poiché esso si interseca, in importanti settori geografici, col problema del colonialismo vi è da attendersi che, mano a mano che aumenterà il numero dei Paesi africani di nuova indipendenza, aumenterà anche l’energia delle pressioni di questi per l’assistenza ai Paesi sottosviluppati. Questo tema, quindi, specialmente se scompariranno, come è da sperare, le questioni tipiche del passato colonialistico, finirà per costituire il problema pivivace e pressante dell’agone internazionale societario. E se, fino ad oggi, i sottosviluppati si sono, in gran parte, accontentati di parole, in quanto esse servivano per lo meno a mettere in rilievo l’esistenza del problema stesso, non vi è dubbio che d’ora in poi – essendosi esso imposto all’attenzione generale – ciche conterà saranno i fatti. Il discorso del Delegato brasiliano alla 2a Commissione ha accennato chiaramente alle scelte politiche che si impongono ai Paesi sottosviluppati, determinati a raggiungere il necessario sviluppo economico. Analoghi accenni sono stati fatti da molti altri Rappresentanti di tali Paesi. Il significato delle loro parole non sembra lasciare dubbi: si tratta cioè di un avvertimento nel senso che, se i problemi del sottosviluppo verranno trascurati, i Paesi industrializzati potrebbero trovarsi di fronte ad un nuovo divampare della guerra fredda, e questa volta sul terreno dello sviluppo economico. Il che arieggia recenti considerazioni esposte negli Stati Uniti da Mr. Oliver Franks il quale ha individuato nel quadro dei problemi dello sviluppo delle zone arretrate due alternative: o un’adeguata distribuzione di benessere tra i Paesi piabbienti e meno abbienti, o un infierire di sistemi dittatoriali nei Paesi di nuova formazione atti a comprimere il livello di vita interno pur di consentire il processo di sviluppo economico imposto dai tempi.

Da quanto sopra mi pare si possa facilmente dedurre che le discussioni di questa ultima Assemblea non hanno fatto che accentuare una direzione e tendenze di cui dovremo tener conto in avvenire. Ho visto d’altra parte che tale problema è ormai al centro delle riunioni internazionali ai massimi livelli e ho notato con interesse i riferimenti ad esso dei recenti colloqui romani del Presidente Eisenhower e degli incontri parigini. Vorrei notare al riguardo che già i lavori della XIII Assemblea Generale avevano indotto questa Rappresentanza a segnalare a codesto Ministero la necessità di un maggior coordinamento tra gli occidentali e cisia per far fronte alle aspettative dei sottosviluppati, sia per attenuare la spinta polemica degli afro-asiatici e sia infine per evitare un pericoloso distacco dei latino-americani dalle posizioni dell’Occidente. In particolare, nel mio rapporto n. 126 del 14 gennaio 19592, concludevo che l’OECE sembrava poter costituire il foro piadatto per proficui scambi di vedute in tal senso. Non ho certo altro da osservare in argomento, oltre quanto scrivevo allora, tanto piche il comunicato di ieri dei Quattro Grandi, sulla scorta delle raccomandazioni fatte al Presidente Eisenhower nel corso dei colloqui romani, affida proprio all’OECE il compito di deliberare i problemi dei rapporti tra Paesi industrializzati e sottosviluppati.

Vorrei tuttavia aggiungere alcune brevi considerazioni «operative» in relazione a tale conferenza che vedo indetta per il 13 gennaio:

A) Innanzitutto mi sembrerebbe opportuno che in essa si tenessero attentamente presenti le numerose risoluzioni approvate nell’ultima Assemblea sui problemi dello sviluppo economico e gli atteggiamenti che sono emersi in occasione delle relative discussioni. Sarà così possibile avere un quadro premonitore e comunque una serie di utili indicazioni, che potrebbero servire non fosse altro che da trampolino di lancio delle discussioni in seno alla conferenza stessa.

B) In secondo luogo, mi domando se approfittando di tale conferenza non converrebbe cercare di concretare meglio la nostra concezione regionalistica quale abbiamo anche ribadito nelle recenti riunioni di 2a Commissione. Al riguardo sarà utile studiare una presentazione di tali concezioni atta a calmare le riserve e le apprensioni dei Paesi potenzialmente beneficiari (vedi in particolare l’India) verso forme di collaborazione, che essi sono sempre pronti ad interpretare come dirette a limitare la loro libertà di azione e a definire con espressioni di neocolonialismo.

C) Vi sarebbe poi da considerare, a mio avviso, come si presentino dal punto di vista dell’assorbimento dell’assistenza i vari Paesi beneficiari. E, a questo riguardo, vorrei ancora notare quanto segnalavo pisopra circa la generale aspirazione all’industrializzazione dei Paesi sottosviluppati. Occorre partire dall’assunto che tutti questi Paesi desiderano industrializzarsi. Mi sembrerebbe perciopportuno esaminare, con un lavoro di prospezione economica capillare, quale grado di industrializzazione sarebbe praticamente possibile promuovere nei singoli Paesi stessi e quale capacità effettiva ognuno di essi abbia di assorbire un’assistenza in questo senso. Ricordo a questo proposito che l’argomento di un esame del genere è stato abilmente affrontato dalla Delegazione di Ceylon, la quale ha suggerito contatti e studi tra gli stessi Paesi sottosviluppati e i Paesi industrializzati nel quadro delle Commissioni regionali dell’ECOSOC. Un’iniziativa in questo senso potrebbe, a mio avviso, essere utilmente presa proprio dall’OECE. L’importante è di dare ai sottosviluppati l’impressione di voler lavorare d’accordo con essi, onde evitare le facili accuse che una iniziativa unilaterale dei Paesi sviluppati potrebbe provocare.

Al riguardo ricordo poi anche quanto ebbi a segnalare a codesto Ministero col mio telespresso n. 1642/1042 del 6 giugno u.s.3 relativo alla conferenza tenuta da Erhardt agli economisti dell’ONU, in occasione della quale il Vice Cancelliere tedesco espresse l’avviso che occorresse fin d’ora prevedere un graduale e magari anche lento processo di industrializzazione dei Paesi sottosviluppati, eventualmente promuovendo in quelli piarretrati installazioni di industrie leggere, se non leggerissime, rasentanti quasi l’artigianato, per favorire poi in tempi successivi la promozione di industrie picomplesse.

D) Ultima considerazione che vorrei svolgere è che nella prevista conferenza dell’OECE occorre prevedere che presto o tardi, soprattutto se continuerà a prevalere l’atmosfera di distensione, i sottosviluppati chiederanno a gran voce la convocazione di una conferenza economica mondiale, forse anche a carattere universale. Già le prime avvisaglie al riguardo si sono avute con la recente sessione dell’ECOSOC (v. mio telespresso n. 3683/2283 del 19 corr.)(3). A tale riguardo mi sembra bene tener presente che mentre è certo che per compiacere i sottosviluppati, l’URSS si assocerà a proposte del genere, troveremo con certezza l’Occidente ancor una volta diviso, sia pure comprensibilmente, per la riluttanza ed avversione degli Stati Uniti a farsi cogliere in tale pericolosa trappola.

Tutte queste sono considerazioni di ordine generale suggerite dalla visione dei problemi da questo osservatorio e che codesto Ministero avrà certamente già presenti. Ho ritenuto tuttavia mio dovere segnalarle perché si tratta in definitiva di stabilire un programma di lavoro notevole (vedo dal comunicato dei Quattro che si pensa a riunioni periodiche) e che dovrebbe auspicabilmente sfociare in importanti pianificazioni di attività da parte occidentale.

Passando poi ora alla nostra posizione particolare, vorrei ricondurmi a quanto facevo presente a pag. 4, par. 4 di questo rapporto, e cioè che, mentre si fa molto multilateralismo a parole, nessuno dei sottosviluppati ripudia assistenza e aiuti di provenienza bilaterale. Il che mi sembrerebbe facilmente condurre alla conclusione che, mentre per la facciata è bene che si professi multilateralismo economico, in linea di fatto occorre che ci attrezziamo sempre piper approfondire i rapporti anche sul piano bilaterale. Insomma, direi che se la formula «multilaterale nella forma, bilaterale nella sostanza» corrisponde ad un’impostazione pragmatica del problema, in pratica essa puassicurarci buone e proficue posizioni di penetrazione. Per questo, mi sembra che non sia vano e inopportuno insistere da questo mio osservatorio, e che, quando veniamo chiamati ad aumentare nostre partecipazioni per iniziative multilaterali (Assistenza Tecnica, Fondo Speciale e, forse il prossimo anno, «Fondo di Emergenza» per certi Paesi), che per di picomportano esborsi limitati, si corrisponda a tali richieste il pipossibile integralmente, diligentemente e prontamente. Mi rendo pienamente conto delle obiezioni del Ministero del Tesoro. Sono ovviamente le stesse che su scala molto maggiore formulano il Tesoro americano al Dipartimento di Stato e, in genere, tutti i Ministeri del Tesoro. Ma in tale campo noi ci troviamo oggi di fronte ad un’importante, direi anzi una delle piimportanti linee di impostazione della nostra politica estera. E non possiamo sperare di risolvere con pieno nostro vantaggio i problemi che ne derivano se, dopo aver proclamato in dichiarazioni pubbliche il nostro interesse per i Paesi sottosviluppati, alla prova dei fatti e quando si tratta di aumentare – non fosse altro che per mantenere una nostra solidarietà di facciata – le nostre partecipazioni ad iniziative multilaterali, indietreggiamo di fronte al versamento di uno o due milioni di dollari.

Quanto poi all’estrinsecazione del nostro interessamento o, diciamo pure, interesse sul piano bilaterale, non spetta a me formulare suggerimenti o raccomandazioni. Sono pienamente conscio del fatto che sarebbe faciloneria sostenere che con 3 miliardi di riserve […]4 sono «mezzi» per svolgere una politica di piampio impegno verso l’estero con i rischi che tutto cicomporta. Come è anche fallace considerare i 3 miliardi di riserve come il riflesso matematico di un generale benessere del Paese, quando siamo tutti consci delle zone di povertà che ancora dobbiamo curare a casa nostra. Non vi è dubbio, per che, nella competizione che, proprio sul piano bilaterale, si va profilando tra i vari Paesi industrializzati nel confronto dei sottosviluppati (penso in modo particolare alla Germania), occorre che affiliamo e rafforziamo gli strumenti che possiamo reperire nella nostra economia (finanziamenti, partecipazioni, crediti all’esportazione) per non uscire battuti da tanta concorrenza.

Sono queste le considerazioni di ordine generale e particolare che i lavori della recente Assemblea suggeriscono e che mi conforta constatare essere forse le stesse che hanno provocato l’accentuazione di interesse verso tali problemi nei recenti incontri ad alto livello.

Voglia gradire, Signor Ministro, gli atti del mio profondo ossequio.

[Egidio Ortona]


1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XIV Assemblea Generale ONU 1959, b. 6. 2 Vedi D. 10. 3 Non pubblicato. 4 Parola mancante.

213

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PELLA(1)

R. 3567. New York, 23 dicembre 1959.

Oggetto: Impressioni sulla XIV Assemblea Generale delle N.U.

Signor Ministro,

Ricordare e sostenere che la XIV Assemblea Generale delle Nazioni Unite chiusasi negli scorsi giorni, si è svolta sotto il segno della distensione è certo ormai un luogo comune, tante volte lo spirito di «Camp David» è stato menzionato da oratori di tutte le tendenze.

Le Nazioni Unite sono uno specchio, sia pure quanto si vuole impreciso, o addirittura talvolta qualche po’ deformato, della realtà politica mondiale. È interessante quindi esaminare in che modo l’Assemblea testé chiusasi abbia reagito a quel clima di distensione, che è stato così ripetutamente esaltato. Credo infatti se ne possano trarre interessanti constatazioni valide per l’apprezzamento generale delle tendenze internazionali del momento.

1) Una prima constatazione è che, nel clima della distensione varie posizioni occidentali alle Nazioni Unite finora mantenute non hanno resistito ed hanno ceduto il passo a cosiddetti «compromessi» con l’Unione Sovietica. Certo si tratta di concessioni soprattutto sul piano procedurale, il che è normale date le caratteristiche dell’Organizzazione; ma esse lasciano per vari motivi pensare che le cose si siano messe in moto su una china che potrà anche portare a concessioni sostanziali di notevole portata. Minore assai fu l’effetto sulle Nazioni Unite nel 1955 del primo esperimento distensionista sovietico, tradottosi nel cosiddetto spirito di Ginevra.

Quest’anno abbiamo visto i seguenti risultati: a) in tema di disarmo le tesi sovietico-neutraliste hanno fatto un notevole passo avanti. Il piano Krushev di disarmo generale e completo è stato al centro della discussione e, pur riconoscendosi generalmente da parte occidentale trattarsi di idee propagandistiche, nessuno ha ritenuto nell’atmosfera di distensione portare ad esso le critiche che la serietà e la prudenza politica avrebbero imposto, ma si è invece voluto se mai accompagnare tali idee con proposte che invece di contrastarle le sottolineavano. Parallelamente è andata cedendo la resistenza occidentale alla pressione – che è di marca sovietica – verso restrizioni e divieti in materia nucleare militare a prescindere da adeguati controlli: le idee indiane e irlandesi che gli anni passati erano state respinte dall’Assemblea sono state quest’anno, per quanto edulcorate, adottate in apposite risoluzioni.

b)- In tema di spazi cosmici l’Occidente e l’Assemblea hanno accettato, forse addirittura con qualche concessione in pi l’impostazione sovietica, per quanto riguarda la composizione del nuovo organismo che è stato creato, che l’anno scorso avevano invece respinto; e la tendenza sovietica verso la rappresentazione paritaria nei confronti dell’Occidente ha fatto in conseguenza un nuovo notevole passo avanti. c)- Per la prima volta, dopo dieci anni, un Paese satellite è stato eletto al Consiglio di Sicurezza, sia pure nel contesto della nota soluzione salomonica, dopo avere per due mesi sostenuto senza diminuzione alcuna nel numero dei suoi sostenitori l’opposizione aperta ed attiva degli Stati Uniti. Ancora un anno fa sarebbe stato impensabile che in Assemblea la posizione assunta da un satellite sovietico potesse in 52 votazioni protrattesi per circa due mesi allineare in suo favore circa metà dei membri delle Nazioni Unite.

Questi sono tutti risultati che, ad un esame obiettivo, appaiono non controbilanciati da alcuna concessione da parte sovietica che non sia quella della distensione in sé. Qualcuno, e certamente il mondo sovietico, potrà indicare tale sviluppo come l’abbandono da parte dell’Occidente di impostazioni inficiate in passato da intransigenza e da errore. La verità sembra essere che l’atmosfera di distensione ha aperto un processo di revisione delle impostazioni sui vari problemi e nell’apprezzamento stesso dei rapporti di potenza. Per la sua stessa impostazione democratica

– con i suoi pregi ed i suoi difetti – l’Occidente non puesimersi dall’accogliere tale processo di revisione con maggiore, altri dirà esagerata, prontezza, il che consente all’URSS di incassare senza dover concedere ancora, punto per punto, questione per questione, una contropartita.

A questo quadro di concessioni dell’Occidente sembrerebbe a prima vista fortemente contrastare l’atteggiamento da esso tenuto nelle questioni dell’Ungheria e del Tibet. Ma in primo luogo è da osservare che in un processo di revisione appena iniziato è naturale che, negli atteggiamenti dei singoli Paesi (e in questo caso alludo specificamente agli Stati Uniti) coesistano atteggiamenti contrastanti. In secondo luogo, a ben vedere, le stesse questioni dell’Ungheria e del Tibet sono state trattate dall’Occidente cercando di perdere di vista il meno possibile lo spirito distensioni-sta; ne fanno fede la relativa blandezza dei discorsi e l’innocuità delle risoluzioni adottate. È parso talvolta proprio che, in materia, l’Occidente procedesse per debito di ufficio.

2) Una seconda constatazione interessante sta nel modo, nei mezzi traverso cui l’atmosfera distensionista ha portato ai risultati di cui sopra. È chiaro, né del resto aveva bisogno di questa ulteriore riprova, che la distensione opera attenuando i legami di compattezza fra gli occidentali (forse, altri dirà, questo si verifica anche tra i satelliti ma noi, qui alle Nazioni Unite, non ne vediamo in verità manifestazione alcuna), accrescendo tra essi la spinta verso iniziative singole intese a realizzare motivi propri delle posizioni politiche – interne ed internazionali – di ciascun Paese che, in clima di guerra fredda, una maggiore disciplina comune consigliava di comprimere. In questa azione, diciamo così tendenzialmente indipendente o centrifuga, si sono particolarmente fatti notare nel Gruppo NATO – accentuando posizioni già rivelatesi negli scorsi anni – il Canadà ed i Paesi scandinavi e, tra i latino-americani, il Brasile e l’Argentina. Come significativamente esemplificativa al riguardo puprendersi la situazione determinatasi nella contesa Turchia-Polonia per la surricordata elezione al Consiglio di Sicurezza, nella quale tra i piconvinti ed irriducibili sostenitori della Polonia sono appunto stati i Paesi predetti.

3) Una terza constatazione è che il processo di distensione ha accentuato in seno alle Nazioni Unite la polarizzazione a due delle trattative sui principali problemi – USA da un lato, URSS dall’altro. Ogni qualvolta si è trattato di giungere ad un accordo, è il contatto bilaterale diretto tra Delegazione americana e quella sovietica che si è rivelato necessario e decisivo. Gli americani hanno curato formalmente di associarsi sempre nella condotta delle trattative un gruppo di alleati, ma il piano sostanziale delle trattative è stato bilaterale. E in questo contatto bilaterale, condotto dai due membri principali degli opposti gruppi in nome dell’interesse comune di ciascun gruppo, l’URSS ha speculato con successo, per premere sugli americani, sull’azione delle Delegazioni occidentali pimarcatamente distensioniste, come appunto il Canadà e gli scandinavi. Anche qui l’esempio della elezione al Consiglio di Sicurezza e della questione degli spazi cosmici è calzante.

4) Una quarta constatazione importante è che il problema, forse l’unico, sul quale gli americani non hanno ceduto né mostrato neppure un principio di flessione è stato quello dell’Estremo Oriente – vedi in particolare il problema della rappresentanza della Cina e quello della Corea.

Vi è chi sostiene che in ultima istanza cisia in relazione al fatto di essere gli americani convinti che in fondo gli stessi sovietici siano diventati pitiepidi sulla questione. Io non ho elementi per dirlo. A me pare invece che, nel processo di revisione in corso al quale ho accennato, gli Stati Uniti si tengano e si terranno – e cidal punto di vista loro è perfettamente comprensibile – piindietro e piriservati nei punti per loro pidelicati e nei quali sono esposti a vedere, non appena si iniziassero concessioni, un pericoloso rapido crollo di fondamentali posizioni.

5) E per parlare di Stati Uniti una quinta constatazione è che, accentuando il clima di distensione, l’atteggiamento americano ha, ancora piche nello scorso anno, accusato mancanza di iniziativa, accentuando fenomeni di incertezza e posizioni tra loro stesse in contrasto. Ciè avvenuto nel campo politico in cui la Delegazione americana, trovandosi ad ogni passo a dover scegliere tra lo spirito di Camp David invocato dai russi e satelliti e la posizione diplomatica tradizionale degli Stati Uniti, ha finito per marcare, quasi presa da un «complesso di colpa», il moralismo verbale su certi problemi, per cedere poi nella sostanza sulla grande parte di essi. Esempi tipici di tali difficoltà e contraddizioni: il caso dell’Ungheria in cui, dopo aver dimostrato l’indegnità del regime di Budapest, Lodge ha finito per cedere alla pressione sovietica intesa a far entrare l’Ungheria nel Comitato per gli Spazi Cosmici e il caso dell’Algeria, in cui il voto americano è stato favorevole alla Francia nei riguardi della risoluzione in Comitato politico ed è stata di astensione (quasi un voto contrario alle posizioni francesi) nella risoluzione pakistana.

Ciè accaduto anche nel campo economico, nel quale la Delegazione americana, costretta a non impegnarsi in posizioni che comportassero nuovi sforzi e nuovi esborsi per il Tesoro americano e allo stesso tempo non intendendo contrastare le pressanti richieste dei sottosviluppati, ha finito per non prendere iniziative degne di nota. Essa, se una azione ha esercitato in campo economico, ciha fatto se mai in senso negativo, per evitare cioè l’adozione di risoluzioni di sapore anti-americano o relative ad argomenti ostici al Congresso e ai grandi interessi economici degli Stati Uniti. Atteggiamento complessivamente di carenza quindi, e per di piin un quadro in cui la Delegazione sovietica si è mossa con abilità e flessibilità e con forte capacità manovriera.

6) Una sesta constatazione è che, quanto piil clima della distensione fuga nei vari Paesi apprensioni di pericoli immediati di conflitto, e dà al mondo comunista una vernice di rispettabilità, con tanta maggiore libertà, e vorrei dire con pericoloso disordine, si manifesta la spinta delle popolazioni povere nel mondo alla ricerca di un miticamente facile benessere, ricorrendo ad ogni possibile mezzo di pressione politica ed in un primo luogo facendo leva sulla concorrenza tra mondo occidentale e sovietico. Con altrettanto disordinata forza si muovono, nella stessa atmosfera, i residui problemi colonialisti alla ricerca di una sempre piurgente soluzione sulla base dell’indipendenza dei popoli di colore. L’uno e l’altro fenomeno hanno trovato evidente espressione nell’Assemblea – e particolarmente nella II e IV Commissione – in una serie di iniziative in sé disordinate, del tutto irreali spesso rispetto alla possibilità di produrre risultati immediati, ma indicative di tendenze fortemente sentite e che condizioneranno certo la vita politica internazionale di domani.

E direi quasi che tra le due serie di problemi quella colonialista e quella economica si va profilando una graduale fungibilità che merita la massima attenzione da parte occidentale. Nelle discussioni di carattere coloniale infatti non si difende pitanto un sistema, quanto si agevola l’evoluzione dei restanti territori che di quel sistema facevano e fanno, ancora per poco, parte. Il sistema britannico e quello francese hanno subito infatti evoluzioni profonde, è in corso di trasformazione anche il sistema belga, ed è solo il sistema portoghese che rimane ancorato a vecchi schemi. E anche i problemi che pihanno dato luogo negli anni scorsi e ancora quest’anno alle diatribe anti-colonialistiche sono destinati, almeno è da augurarselo, a scomparire dall’orizzonte societario (Algeria e quest’anno esperimenti nel Sahara). Cinon vuol dire che lo spirito anti-colonialistico, malgrado tale metamorfosi, non continuerà ad aleggiare nell’ambiente societario. Esso è il lievito della compattezza africana. Ed è su di esso che gli africani continueranno a far perno. E la reincarnazione di tale spirito sarà certamente centrata sullo sviluppo delle aree arretrate. In altre parole i problemi dei Paesi nuovi, ex coloniali, particolarmente africani, non scompariranno, ma piuttosto cambieranno aspetto e natura, spostandosi su un piano prevalentemente economico. E poiché le Nazioni Unite sono il foro centrale in cui globalmente si pone, nei suoi vari aspetti, il problema dei rapporti tra l’Occidente e i Paesi dell’Asia e dell’Africa – mentre quelli tra i due grandi blocchi politico-militari possono piagevolmente porsi in altre sedi – è certo che è nell’agone societario che l’Occidente, dopo aver faticosamente superato la fase della liquidazione del sistema coloniale, dovrà sostenere l’urto delle pressioni intese a facilitare il corso dello sviluppo economico dei Paesi dinuova indipendenza. È a tale certissima eventualità (su cui riferisco comunque anche con segnalazioni separate) che comporterà tenzoni non facili, che dobbiamo fin da oggi attentamente prepararci, soprattutto coordinando per quanto possibile l’azione di tutti nel campo occidentale.

Voglia gradire, Signor Ministro, gli atti del mio profondo ossequio.

[Egidio Ortona]


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 254, fasc. ONU, parte generale.

214

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PELLA, ALLE AMBASCIATE A WASHINGTON, LONDRA, PARIGI E L’AJA(1)

T. segreto 1746/c. Roma, 28 gennaio 1960, ore 23,30.

Per tutti meno Washington: Ho telegrafato a Washington quanto segue:

Per tutti: È soltanto dopo insistenze personali svolte a Roma da Couve de Murville appoggiato da Ministro olandese Luns che avrei ripreso in esame cortese offerta che mi era stata fatta a Londra in dicembre da Selwyn Lloyd per mia candidatura a Presidente prossima Assemblea ONU, dicendo che, pur apprezzando lusinghiero gesto, mi riservavo riflettervi tre giorni pur prevedendo che non erano venute meno ragioni precedenti mio atteggiamento negativo.

Comunicazione fattale da Herter e notizie stampa americana che appoggio codesto Governo è stato proprio adesso già promesso a candidatura irlandese escludono assolutamente che mia risposta a colleghi francese e olandese possa essere favorevole all’accettazione di una candidatura né ricercata né tanto meno sollecitata da parte italiana. Voglia comunicare costì quanto precede nella forma piidonea. Voglia dare notizia a Italnation.

Solo per Parigi e L’Aja: Voglia informare di quanto precede codesto Ministro degli Esteri rinnovando mio apprezzamento.

Solo per Londra: Voglia informare di quanto precede codesto Governo.


1 Telegrammi segreti 1960, Circolari partenza.

215

L’AMBASCIATORE DEGLI STATI UNITI A ROMA, ZELLERBACH, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PELLA(1)

L2. Roma, 3 febbraio 1960.

Dear Mr. Minister:

I have been asked to deliver to you the following message from Secretary of State Christian A. Herter.

«February 2, 1960.

My dear Pella:

I just wanted to send you this personal note of appreciation for your very generous action with respect to the presidency of the next General Assembly of the United Nations. When I talked to Ambassador Brosio about this matter, I tried to make it very clear that I found myself in an extremely difficult position both because I count you as a close friend and because of your great friendship for your nation. However, under the circumstances, I know that we both share the same concern lest we drift in to the difficulty which led to the impasse over the Security Council seat last year and might even find a Communist elected to the presidency of the General Assembly. Your own fine action has, I think, gone a long way toward mitigating these dangers.

Whit warmest personal regards,

Most sincerely,

Cristian A. Herter».

With cordial regards,

Very sincerely yours,

James David Zellerbach


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 35, fasc. Italia-ONU, I semestre 1960.


2 Si tratta della copia della lettera trasmessa con Telespr. 23/00115 del 5 febbraio 1960 dal Servizio Nazioni Unite all’Ambasciata a Washington e alla Rappresentanza presso l’ONU a New York.

216

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 496/2962. New York, 13 febbraio 1960.

[Oggetto]: Consiglio di Sicurezza delle N.U. Elezioni nel corso della prossima Assemblea Generale (settembre 1960). Aspirazioni del Portogallo e dell’Olanda.

Questo Rappresentante permanente del Portogallo, Ambasciatore Garin, mi ha ieri parlato dell’aspirazione del suo Paese a succedere nel posto del Consiglio di Sicurezza spettante all’Europa occidentale che si renderà vacante alla fine di quest’anno col termine del mandato dell’Italia. Egli mi ha detto di avere ricevuto istruzioni dal suo Governo affinché, pur senza per ora ancora avanzare formale candidatura, egli cominciasse a preparare il terreno nel modo piopportuno per la ulteriore presentazione della candidatura stessa.

Per quanto riguarda la successione al seggio detenuto dall’Italia cui avrà a provvedersi con le elezioni che avranno luogo nella prossima Assemblea Generale, si conosceva già da tempo una aspirazione dell’Olanda. Ché anzi, secondo un piano di rotazione immaginato ancora vari anni or sono, prima cioè dell’ingresso alle Nazioni Unite di quelli che si chiamano i nuovi membri (dicembre 1955), alla Svezia, che terminil suo mandato nel 1958, avrebbe dovuto succedere l’Olanda. Queste idee ebbero poi a mutare a seguito dell’ammissione dei nuovi membri, ed alla Svezia è poi invece succeduta l’Italia. Ciha fatto in generale ritenere che l’Olanda aspiri a succedere ora all’Italia. Per quanto io non abbia avuto occasione di parlare direttamente della cosa con questo Rappresentante olandese, pure alcuni colleghi della Rappresentanza dei Paesi Bassi, parlando con miei collaboratori, hanno lasciato intendere che in tale senso fosse effettivamente orientato il Governo dell’Aja.

Questa aspirazione olandese mi è sembrata del resto nota anche al Rappresentante del Portogallo il quale ieri nel parlarmi della cosa teneva appunto a sottolineare come l’Olanda in particolare, ed il Benelux in generale, fossero stati molto favoriti in passato nella distribuzione dei posti elettivi nei principali organi delle Nazioni Unite, e tuttora avessero posizioni notevoli. Tra l’altro l’Olanda fa parte fino alla fine di quest’anno del Consiglio Economico e Sociale, dove è stata rappresentata per sei anni consecutivi. Il Portogallo invece, dalla data della sua ammissione, ormai cioè da cinque anni, non aveva avuto alcun rilevante incarico societario. Perciil Governo di Lisbona ritiene di avere maggiori titoli che non l’Olanda ad essere eletto al prossimo seggio spettante all’Europa occidentale nel Consiglio di Sicurezza, e si attende un appoggio a tale suo punto di vista da parte dei paesi amici. Quello che il Portogallo prima di incominciare questa sua azione aveva voluto specificamente chiarire era la posizione della Spagna, ritenendo che essa pure avrebbe potuto validamente vantare titoli per tale elezione: l’Ambasciatore Garin mi ha detto che a seguito di contatti avuti, la Spagna aveva fatto conoscere di non essere interessata a portarsi candidata al Consiglio di Sicurezza nelle prossime elezioni.

Richiesto del modo nel quale intendesse portare avanti la sua azione, il Rappresentante del Portogallo mi ha detto che si andava ora adoperando per sondare le reazioni del gruppo dei Paesi europei, considerando che era appunto in primo luogo necessario assicurarsi di essere il candidato favorito da parte del gruppo stesso. In tale senso aveva preso particolarmente contatto col Rappresentante britannico. Solo in un secondo tempo, e dopo aver meglio apprezzato le reazioni del gruppo europeo, avrebbe avvicinato la Delegazione americana.

Ho detto da parte mia che non avrei mancato di portare a conoscenza di codesto Ministero quanto comunicatomi. Non mancherinoltre di seguire la questione e di riferire circa le reazioni degli altri principali Paesi europei a questi sondaggi portoghesi. Da parte mia mi sono mantenuto con l’Ambasciatore Garin del tutto riservato, sembrandomi essere questa la piconveniente attitudine fin tanto che non si chiariscano le posizioni dei nostri amici olandesi; e cianche in vista dell’avvicinarsi per noi del momento in cui dovremo iniziare l’azione per la nostra candidatura, nelle elezioni del 1961, al Consiglio Economico e Sociale(3).


1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. Olanda e Portogallo.


2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a L’Aja, Lisbona e Madrid.


3 Per il seguito vedi D. 224.

217

IL CAPO DEL SERVIZIO ONU, VINCI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, E ALLE AMBASCIATE A LONDRA E A TEL AVIV(1)

T. segreto 3461/c. Roma, 23 febbraio 1960, ore 1,20.

Oggetto: Situazione Medio Oriente.

Per tutti eccetto New York: Riferimento telegramma ministeriale odierno(2).

Solo per New York: Suo 243.

Ambasciata Cairo telegrafa che in giorni scorsi sono state notevolmente ampliate misure militari prese subito dopo noti incidenti frontiera siro-israeliana. Trattasi di spostamento alcune Divisioni a difesa Canale e frontiera Sinai. Circoli occidentali ritengono che scopi tali misure sarebbero confermare opinione pubblica interna (particolarmente siriana) ed estera decisione RAU reagire ulteriori violazioni zona smilitarizzata o altri eventuali atti aggressivi Israele; rispondere concentramenti ed altri preparativi militari Israele sia su frontiera siriana che meridionale; appoggiare azione in corso presso Nazioni Unite dove ieri Delegato RAU ha presentato energica nota a Consiglio Sicurezza. Alcuni ritengono (e cimeriterebbe controllo piapprofondito) che vi sarebbe anche intenzione tener viva attuale tensione scopo ottenere si giunga a eliminazione incidenti che disturbano RAU in svolgimento sua azione politica ed economica attraverso serio intervento in situazione israeliana da parte Consiglio di Sicurezza(4).


1 Telegrammi segreti 1960, Circolari partenza.


2 Si fa verosimilmente riferimento al T. segreto 3459/c., pari data e indirizzato alle stesse Rappresentanze (ibidem), con il quale si trasmetteva parte del contenuto del T. segreto 5451/38 del 21 febbraio dal Cairo, relativo alle misure militari adottate dopo gli incidenti alla frontiera siro-israeliana (Telegrammi segreti 1960, India-Santa Sede, arrivo e partenza). Un riepilogo degli incidenti iniziati nel dicembre del 1959 e dei precedenti è nel rapporto del Generale Carl Cson Van Horn del 16 febbraio pubblicato il 23: UN, Security Council, Official Records, 15th year, Suppl. 1, S/4270, [New York], 23 February 1960: Jerusalem, 16 February 1960, Report on the recent incidents in the southern sector of the demilitarized zone created by Article V, Paragraph 5, of the Israel-Syrian General Armistice Agreement / by the Chief of Staff of the United Nations Truce Supervision Organization, pp. 11-50.


3 T. segreto 5284/24 del 19 febbraio: Ortona riferiva in merito alla posizione inglese sull’eventuale convocazione del Consiglio di Sicurezza circa la situazione in Medio Oriente; aggiungeva inoltre che era «pervenuta lettera RAU imperniata su conclusioni raggiunte da MAC circa incidenti frontiera siriana. Pur contenendo minacciosa conclusione che, se atteggiamento israeliano continuerà, RAU dovrà prendere misure per far fronte situazione, lettera non formula richiesta azione Consiglio né sembra avrà influenza per ora su eventuale convocazione Consiglio stesso. In sostanza ormai si aspetterebbe rapporto Van Horn, atteso primi giorni prossima settimana, con la speranza, se non vi saranno nuovi incidenti, tutto sommato di non farne nulla. Washington informato» (Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza). Quanto alla ivi menzionata «lettera RAU», si fa riferimento alla lettera di Rafik Asha del 18 febbraio: UN, Security Council, Official Records, 15th year, Suppl. 1, S/4268, New York, 19 February 1960, Letter dated 18 February 1960 from the Acting Permanent Representative of the United Arab Republic addressed to the President of the Security Council, pp. 8-11.


4 Per la risposta vedi D. 218.

218

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 5841/28. New York, 24 febbraio 1960, ore 21 (perv. ore 6 del 25).

Oggetto: Situazione Medio Oriente.

Suoi 34592 e 34613.

In riunione ufficiosa mensile tra membri Consiglio Sicurezza Hammarskjd ha fatto approfondita esposizione problemi Medio Oriente. Registro qui di seguito sue considerazioni piimportanti riferendo resto per corriere:

1) situazione tra Israele e RAU è indubbiamente deteriorata e posizione due parti si è irrigidita;

2) malgrado potrebbe palesarsi utile ribadire aspetti legali regime zona demilitarizzata con nuova riaffermazione politica da parte Consiglio Sicurezza, puessere ancora consigliabile evitare dibattito pubblico;

3) per questo egli aveva per ora ritenuto limitare sua azione a note dichiarazioni conferenza stampa richiamanti poteri e responsabilità Consiglio Sicurezza. Egli, inoltre, conta, diversamente da prassi finora seguita, rendere pubblici vari rapporti che potranno pervenire da Commissione armistizio ed UNSO, affinché ciserva da remora nei confronti due parti;

4) rapporto Generale Van Horn che sarà pubblicato domani e che sembra indiziare meno nettamente israeliani, non contiene elementi sufficienti per convocazione Consiglio.

Circa problemi passaggio carichi israeliani per Suez, Hammarskjd è stato volutamente evasivo cercando comunque non rilevare responsabilità egiziane. Hammarskjd ha consigliato massima vigilanza su sviluppi intera zona dato permanere forte rigidità due parti e quindi possibilità nuovi incidenti.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 217, nota 2. 3 Vedi D. 217.

219

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 6068/32. New York, 27 febbraio 1960, ore 5,30 (perv. stessa ora).

Oggetto: Situazione Medio Oriente.

Mio 302. In relazione passo da lui svolto presso Hammarskjd, questo Rappresentante Israele ha oggi intrattenuto separatamente vari membri Consiglio Sicurezza. Anche a me ha descritto situazione come preoccupante a causa vari segni indicatori, quale mobilitazione truppe RAU, avvertimento ad ospedali tener letti a disposizione, estensione movimenti truppe non solo a penisola Sinai ma anche striscia Gaza. Techoah mi ha aggiunto che valutazione Segretariato è meno pessimistica ed ha ammesso che soprattutto per Gaza Segretariato stesso non ha conferma per ora alcun movimento. Cistante Governo israeliano, quali che siano moventi originari azione RAU e sua intenzione vera e propria aggressione, teme che incidenti locali si possano estendere pericolosamente e che situazione possa sfuggire di mano a Governo Cairo.

A mia richiesta se Governo israeliano contemplava possibilità ricorso Consiglio Sicurezza, Techoah mi ha risposto negativamente aggiungendomi via personale che per ora, date circostanze, se mai egli temeva che Consiglio non potesse raggiungere decisioni. In tal modo esso avrebbe finito per dimostrare impotenza dominare situazione o per provocare nuove polemiche, il che non era nell’interesse Israele. Per ora quindi Tel Aviv approvava e raccomandava proseguimento azione intrapresa da Segretario Generale.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. segreto 5943/30 del 26 febbraio: valutazioni sulla situazione in Medio Oriente da parte di Hammarskjd e delle delegazioni americana e inglese; nonostante la gravità della situazione, si riteneva improbabile il ricorso al Consiglio di Sicurezza (ibidem).

220

IL CAPO DEL SERVIZIO ONU, VINCI AL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI(1)

Appunto 23/00284. Roma, 19 marzo 1960.

Nei primi mesi dell’anno 1961 terminerà il mandato di cinque giudici della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja. La prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, congiuntamente al Consiglio di Sicurezza procederà alla loro sostituzione, eleggendo i nuovi giudici in base ad una lista di persone designate dai gruppi nazionali della Corte Permanente di Arbitrato (articolo 4 dello Statuto della CIG).

Per una prassi costantemente seguita in seno ONU la candidatura di ogni nuovo membro della Corte è condizionata al sostegno del gruppo regionale interessato.

I cinque giudici il cui mandato viene a scadere sono cittadini dei seguenti Paesi: Norvegia, Pakistan, Stati Uniti, Unione Sovietica ed Uruguay. Le candidature presentate fino a questo momento risultano essere quelle dell’India, Pakistan, Paraguay, Per Uruguay e Giappone.

Si fa presente che il candidato giapponese, Dr. Kotaro Tanaka, è presidente dell’Associazione Italo-Giapponese, cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica e professa la religione cattolica.

La nostra Ambasciata a Tokio è d’avviso che debba essere assicurato il nostro favorevole appoggio a detta candidatura, suggerendone la designazione da parte del Gruppo Nazionale italiano.

Da parte nostra si intenderebbe proporre l’elezione del nostro candidato Prof. Morelli in sostituzione del giudice norvegese Helge Klaestad, che è sperabile non ripresenti la propria candidatura. Informazioni in proposito sono già state chieste alla nostra Rappresentanza ad Oslo. In ogni caso ci sarebbe da affrontare una candidatura belga, per la quale – stando a informazioni della nostra Ambasciata a Tokio – Bruxelles ha già chiesto l’appoggio del Governo giapponese.

Alla luce di quanto sopra si prospetta l’opportunità che, in linea di massima, la designazione dei singoli canditati stranieri da parte del nostro Gruppo Nazionale e il conseguente nostro voto favorevole, nel Consiglio di Sicurezza e nell’Assemblea Generale dell’ONU, siano condizionati dall’appoggio che i loro(2) rispettivi governi daranno al candidato italiano e al loro atteggiamento politico nei rispetti della questione Alto-Atesina(3).


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 35, fasc. Italia-ONU, I semestre 1960. 2 A margine della parola «loro» è presente la seguente annotazione: «dei Governi o dei candidati?» 3 Per il seguito vedi D. 425.

221

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. segreto 832/5322. New York, 26 marzo 1960.

Oggetto: Incidenti nel Sud Africa. Esame da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Posizione dell’Italia.

1. A seguito dei telegrammi dei giorni scorsi vorrei completare il quadro della situazione che ha portato alla convocazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per l’esame degli incidenti accaduti in Sud Africa(3): e cionde contribuire a delineare l’atteggiamento che in seno al Consiglio noi dovremo prendere.

Elemento caratteristico di tale situazione è stata la vivacità, unanimità e prontezza con la quale hanno drammaticamente reagito tutti i paesi del gruppo afro-asiatico attraverso i loro Rappresentanti qui. Le riunioni del gruppo nelle quali il ricorso al Consiglio è stato deciso hanno registrato una concordia di vedute e di propositi quale mai era stata constatata in passato. Colleghi tra i pimoderati degli afro-asiatici, in particolare quelli del Pakistan, del Giappone, della Turchia e della Tunisia, ci hanno detto che la tensione tra gli afro-asiatici ed in generale tra i delegati di colore era, e permane, estrema, ed hanno caldamente raccomandato a tutti gli occidentali di tenere conto, nel determinare il loro atteggiamento su questa questione, delle possibilità «esplosive» della situazione e delle ripercussioni a catena che potrebbero aversi in tutto il settore africano.

Questa reazione e la immediata pubblica dichiarazione americana per gli incidenti in questione, hanno condizionato fin dall’inizio l’impostazione e gli sviluppi in seno alle Nazioni Unite ed è stata opinione generale anche tra gli occidentali che gli afro-asiatici andavano in questa circostanza accompagnati con ogni comprensione. Anche inglesi e francesi che sono, assieme ai portoghesi, i soli che nel corso della passata Assemblea si opposero, con il loro voto negativo, all’adozione di una ennesima risoluzione deplorante la politica dell’«apartheid», si sono resi conto di tale stato di cose. Del resto il loro passato atteggiamento fu assunto con poco entusiasmo e, avendo un occhio l’Inghilterra ai suoi vincoli nel Commonwealth con il Sud Africa e la Francia alla impostazione della sua difesa nel caso algerino, fu basato sui limiti posti all’azione delle Nazioni Unite dal famoso articolo 2, paragrafo 7 della Carta (questioni rientranti nella giurisdizione interna di uno Stato). Se anche, non fosse altro che per coerenza, tali Paesi avranno anche ora ad inquadrare la loro azione in tale atteggiamento, pure dovranno muoversi – e le loro prime reazioni qui lo confermano – con estrema prudenza, avendo riguardo alle serie conseguenze che ogni loro mossa in questa delicata situazione potrà avere tra le popolazioni africane che vivono ancora nelle rispettive orbite costituzionali.

2. Mi preme sottolineare gli elementi che fanno di questi incidenti in Sud Africa un caso – dal punto di vista delle Nazioni Unite – del tutto speciale e, direi quasi, unico. Che forze di polizia impieghino le armi contro la popolazione con conseguenze fatali e che altre violenze politiche si manifestino accade sovente: cinon ha di per sé rilevanza per le Nazioni Unite. Quel che rende rilevanti agli occhi dell’Organizzazione gli incidenti nel Sud Africa è quella politica di «apartheid» che è da anni all’ordine del giorno dell’Assemblea e della quale gli incidenti stessi non sono che una delle manifestazioni.

Caratteristiche peculiari di tale politica di «apartheid» (e quindi degli attuali incidenti) sono : a) che essa tocca motivi razziali di fondo – contrapposizione del bianco all’uomo di colore – che pervadono tutto l’anticolonialismo afro-asiatico; b) che nessun altro paese la segue, trovandosi così il Sud Africa in una isolata impostazione antistorica; c) che essa si pone in violento contrasto con l’attuale movimento di emancipazione africano quale interpretato non solo dai paesi indipendenti dell’Africa ma anche, nei limiti delle specifiche situazioni, dai paesi europei che conservano responsabilità territoriali in Africa; d) che essa per di piviene considerata, anche dalla stessa opinione pubblica occidentale, come contrastante i diritti dell’uomo ed e) che essa – per tutti i motivi che precedono – è stata anno per anno ed a maggioranze sempre pischiaccianti stigmatizzata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in risoluzioni tra le pidure che si conoscano.

Cose queste tutte ben note. Ma desideravo riassumerle anche per venire incontro ad eventuali preoccupazioni che gli sviluppi di questa questione in seno alle Nazioni Unite potessero sollevare come eventuale precedente in relazione al problema dell’Alto Adige. Trattandosi indubbiamente di problema interno, noi potremmo essere tentati di assumere un atteggiamento circospetto, nel timore di indebolire la nostra posizione e la nostra difesa nel caso che la questione alto-atesina venisse portata alle Nazioni Unite. Debbo perrilevare che non abbiamo nelle dichiarazioni di S.E. il Ministro alla scorsa Assemblea, invocato specificamente l’art. 2, paragrafo 7 (e V.E. sa come questa Rappresentanza abbia sempre espresso riluttanza a far perno su di esso), né all’art. 2, par. 7 ci hanno riferiti [sic] nel dibattito sull’apartheid. Inoltre la mancanza di ogni similarità delle due situazioni politiche – anche nell’eventualità di incidenti in Alto Adige – è tale da non giustificare a mio avviso che tale preoccupazione abbia a condizionare sostanzialmente il nostro atteggiamento, il quale dovrebbe dipendere invece solo dai fattori specifici al caso in questione quali cercherdi individuare qui appresso. Il che non significa, inutile aggiungere, che nei nostri interventi non si abbia a porre ogni cura affinché le espressioni impiegate non si prestino ad essere un giorno ritorte contro di noi: ed a ciporrcertamente ogni attenzione.

3.- Come ho telegrafato, il Consiglio di Sicurezza si riunirà martedì 29, mattina. Ventotto Stati afro-asiatici su ventinove (il Laos, che a tutt’oggi non aveva istruzioni, finirà credo per associarsi) hanno firmato la relativa richiesta. Questa è brevissima (all. 1)(4) e si limita a qualificare la situazione come «avente gravi potenzialità di attriti internazionali e tale che la sua continuazione pumettere in pericolo la pace e la sicurezza internazionali». Nessuna indicazione di quale azione gli afro-asiatici si attendano dal Consiglio. Né, a quanto vari di essi mi hanno detto, essi prevedono precisare le loro intenzioni prima dell’inizio del dibattito. A norma dell’art. 37 delle sue Regole di procedura, il Consiglio usa autorizzare a partecipare alla discussione, senza voto, il Paese che chiede l’iscrizione di una questione: in questo caso, alquanto anomalo, di richiesta collettiva, i paesi afro-asiatici intendono designare per tale partecipazione alcuni tra di loro, e cioè, secondo ci è stato detto, India, Pakistan (paesi questi che, come è noto, sono particolarmente interessati alla questione razziale in Sud Africa a causa del trattamento colà riservato alle popolazioni di origine indiana), Giappone, Libano, Ghana e forse Guinea. Anche il Sud Africa, come paese interessato, potrà partecipare, senza voto, al dibattito e, malgrado alcuni si attendevano che esso boicottasse la riunione (così come fa in Assemblea), l’Incaricato d’Affari sud africano ha chiesto di vedermi ieri per annunciarmi che il Sud Africa, pur protestando contro l’iniziativa, vorrà esporre le sue ragioni. 4.- Il primo punto che il Consiglio dovrà esaminare è la iscrizione della questione all’ordine del giorno (per la quale bastano sette voti né vige veto): essa fin dal primo momento è stata in questi ambienti considerata acquisita, poiché era chiaro che gli americani erano pronti a votare a favore (e le dichiarazioni di Herter di ieri sera lo confermano espressamente), così come lo sarebbero stati i due paesi afro-asiatici (Tunisia e Ceylon), i due sovietici (URSS e Polonia) e i due latino-americani (Argentina ed Ecuador). Aggiungo che nessuno dei moltissimi delegati, occidentali ed afro-asiatici, che ho in questi giorni avvicinato è parso avere dubbi sul fatto che anche noi voteremmo a favore e d’altro canto vari afro-asiatici me lo hanno insistentemente chiesto. In tale situazione, salvo contrarie istruzioni, mi riprometto, per quanto riguarda il voto e l’eventuale dichiarazione in sede di iscrizione, di allinearmi alla posizione americana. - 5.- Quanto alla decisione verso cui si orienterà il Consiglio, siamo ancora qui allo stadio delle ipotesi e dell’esame di differenti possibilità. Una discussione in Consiglio in teoria potrebbe, come già avvenuto in passato, terminare senza una specifica decisione e quindi senza una risoluzione, tutt’al pilimitandosi il Presidente a riassumere il senso del dibattito e, se vi è, la «communis opinio» che da esso sia emersa. Ma certo gli afro-asiatici preferirebbero una decisione concreta. Nel quadro del capitolo VI dello Statuto (funzione conciliatoria del Consiglio) nel quale la formulazione della richiesta pone la questione, possono immaginarsi due tipi di risoluzione. Il primo è

quello di una risoluzione di deplorazione che pio meno riproduca le linee delle risoluzioni adottate in passato sull’apartheid dall’Assemblea e nella parte operativa si limiti a rivolgere un appello al Sud Africa; il secondo è quello di una risoluzione che crei un organo di carattere procedurale che studi il problema o indaghi sugli incidenti.

Precedenti del tutto analoghi che possano applicarsi al caso non vi sono: tra i pisimili – e specificamente me lo ha menzionato questo Ambasciatore di Polonia – si cita quello della questione spagnola nel 1946 quando il Consiglio nominun Comitato col compito, peraltro limitato, di studiare se la situazione portata dinanzi al Consiglio costituisse ai sensi dell’art. 34 dello Statuto un pericolo per la pace e la sicurezza e, in caso positivo, quali misure potessero venire prese: questo Comitato lavorun paio di mesi, ma le sue conclusioni non furono accolte dal Consiglio. E la questione in definitiva passall’Assemblea. Alcuni tra i paesi afro-asiatici sembrano appunto orientati ad ottenere dal Consiglio un Comitato: non intenderebbero spingere per un Comitato di indagine «in loco» cui ovviamente il Sud Africa vieterebbe l’accesso, col risultato tra l’altro di far perdere prestigio al Consiglio, ma penserebbero ad un Comitato di studio che rappresenti in sostanza il continuo interesse del Consiglio nella questione dell’«apartheid». Naturalmente se Inghilterra e Francia decidessero di opporsi alla costituzione di un tale Comitato, si porrebbe la questione se – per aggirare il loro veto

–- esso abbia a considerarsi organo procedurale (art. 29), quella stessa questione che –- sia pure in termini differenti – ebbe a superarsi per il Laos. Comunque, in mancanza di definitivi orientamenti, una discussione pidettagliata su questi punti è prematura e mi sembra sufficiente per ora, per orientamento di codesto Ministero, avervi accennato. Aggiungo, per finire su questo punto, che gli afro-asiatici conservano, ai fini di ottenere una risoluzione quale a loro convenga, l’arma della possibilità di portare la questione, se sconfitti in Consiglio, a una Assemblea Speciale. E in realtà, data l’unanimità degli afro-asiatici sul problema e le simpatie che potrebbero mobilitarsi anche tra gli occidentali, una Assemblea del genere non sarebbe forse difficile a convocarsi.

6. Per quanto riguarda l’atteggiamento italiano nella discussione di sostanza, mentre naturalmente mi riservo di informare telegraficamente codesto Ministero degli ulteriori sviluppi che potessero influenzarlo, riterrei che esso dovrebbe tener conto dei seguenti elementi:

-- serietà e compattezza della reazione creata negli afro-asiatici e loro aspettativa che l’Italia dia prova concreta di comprensione e non si affianchi a paesi che hanno ancora interessi coloniali; particolare al riguardo è l’attesa degli africani; -- in relazione alla emozione suscitata ovunque dai sanguinosi incidenti, necessità di marcare una nuova ulteriore evoluzione nella impostazione da noi tenuta in tema di «apartheid» in Assemblea Generale; nello scorso novembre noi condannammo la politica di discriminazione razziale in termini generali dovunque essa si manifesti, pur esprimendo qualche dubbio (tradotto anche in astensioni su specifici paragrafi della risoluzione) che lo Statuto delle Nazioni Unite consenta di mettere sotto accusa questo o quel Governo; oggi riterrei che converrebbe piaccentuare il primo che il secondo aspetto; -- convenienza di sottolineare le caratteristiche particolari del caso in questione (sue connessioni con il movimento generale di emancipazione in Africa, unanimità e severità delle reazioni internazionali suscitate, esistenza di tante precedenti risoluzioni

dell’Assemblea), e cisia per sostanziare la ragione del nostro voto ed il superamento dei nostri dubbi circa la competenza delle Nazioni Unite e sia nell’intento non espresso di marcare ogni elemento di differenza con la situazione in Alto Adige;

-opportunità di orientarsi piuttosto sull’atteggiamento americano, pur non perdendo di vista quelle che saranno le impostazioni inglese e francese, ed adoperandosi ove necessario a cercare di evitare che tra essi si produca rilevante frattura.

Questa Rappresentanza sudafricana, che è alla ricerca di amici nell’ambito del Consiglio, si è rivolta tra tutte le Delegazioni in esso rappresentate, oltre che ai francesi ed inglesi, anche a noi, ritenendo di poter contare su un nostro atteggiamento pifavorevole. Tanto piquindi una nostra adesione a iniziative di deplorazione o di condanna non mancherà di avere qualche ripercussione a Pretoria. D’altro canto è indubbio che la grande massa dei paesi africani guarderà particolarmente al nostro voto perché, mentre nelle questioni algerina o degli esperimenti nucleari nel Sahara si poteva comprendere un nostro gesto di solidarietà con un alleato, nel caso del Sud Africa analoghi impegni o remore morali non esisterebbero. Si tratterà naturalmente di dimensionare in modo opportuno le nostre dichiarazioni, ma non mi sembra che possa esservi dubbio su quale delle due aspettative soddisfare: quella di Pretoria o quella del resto dell’Africa.

Sargrato a codesto Ministero per le indicazioni che vorrà fornirmi per l’imminente dibattito(5).


1 DGAP, Uff. VII, 1960-1962, b. 56, fasc. Disordini in Sud Africa.


2 Sottoscrizione autografa. Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Londra, Parigi, Pretoria e Washington. Il documento reca il timbro «Visto dal Segretario Generale».


3 Si fa riferimento alle dimostrazioni contro l’apartheid a Sharpeville del 21 marzo, nel corso delle quali furono uccisi diversi manifestanti dalle forze dell'ordine.


4 Vedi UN, Security Council, Official Records, 15th year, Suppl. 1, S/4279, Letter dated 25 March 1960 from the Representatives of Afghanistan, Burma, Cambodia, Ceylon, Ethiopia, Federation of Malaya, Ghana, Guinea, India, Indonesia, Iran, Iraq, Japan, Jordan, Lebanon, Liberia, Libya, Morocco, Nepal, Pakistan, Philippines, Saudi Arabia, Sudan, Thailand, Tunisia, Turkey, United Arab Republic and Yemen addressed to the President of the Security Council, pp. 58-59.


5 Una seconda copia del documento reca sul primo foglio la seguente annotazione contenente una prima bozza di istruzioni: «V.E. vorrà adoperarsi, in quanto possibile, attenuazione paragrafo 3 del disp[ositivo], in quanto esso contrasta con nostre note riserve [parola illeggibile] e in sede data di voto reiterare note riserve in relazione [con ?] art. 2 dello Stat(uto)». Le istruzioni definitive furono poi modificate a seguito delle informazioni ricevute dall’Ambasciata britannica: vedi D. 222.

222

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. 6037/41. Roma, 30 marzo 1960, ore 12.

Oggetto: Dibattito per incidenti Sud Africa.

Suo telespresso 832/5322.

Considerazioni di V.E. coincidono con valutazione che questo Ministero si era formato sui vari aspetti della questione.

Questo Ambasciatore Gran Bretagna informatoci di quanto segue per istruzioni suo Governo.

Alla richiesta di Lodge circa iscrizione ordine del giorno Consiglio Sicurezza dibattito su Sud-Africa delegato britannico non farà alcuna osservazione. Se iscrizione venisse messa ai voti si asterrà. Una volta adottata iscrizione delegato britannico dichiarerà di non essersi opposto alla iscrizione ma di mantenere ben fermo punto di vista che nulla nello Statuto delle Nazioni Unite autorizza organizzazione ad interferire nelle questioni domestiche degli Stati membri.

V.E. potrà votare favorevolmente per iscrizione ove questa venisse messa ai voti, e appoggiare quest’ultima dichiarazione britannica.

Delegato britannico si propone aggiungere che in questo caso particolare peroccorre tener anche conto delle serie ripercussioni che questione puavere nel mondo africano ed anche questa osservazione potrà essere condivisa dall’E.V.

Nella successiva discussione V.E. potrà ugualmente uniformarsi all’impostazione delineata nel punto 6° del succitato telespresso mirando ai seguenti obiettivi di massima:

1) richiamarsi a decisione Governo Sud-africano revocare misure restrittive diritto di circolazione dei neri per:

A) orientare dibattito verso una conclusione lavori senza adozione specifiche risoluzioni;

B) sostenere interesse generale non andare in ogni caso oltre Risoluzione modica deplorazione congiunta ad appello Sud-Africa, sottolineando opportunità incoraggiare detto Governo su strada maggiore liberalità ed astenersi, almeno in questa fase, da iniziative che rischierebbero di irrigidire posizioni Pretoria ed inasprire pericolosamente rapporti fra bianchi e neri;

2) proposta creazione Comitato di studio (e a maggior ragione Comitato di inchiesta) andrebbe ulteriormente meditata per non creare precedente in casi analoghi(3).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II. 2 Vedi D. 221. 3 Per il seguito vedi D. 223.

223

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. segreto 882/5822. New York, 2 aprile 1960.

Oggetto: Incidenti razziali nel Sud Africa. Discussione in seno al Consiglio di Sicurezza delle N.U. 30 marzo-1° aprile.

Riferimento: Mio telespresso odierno(3).

A seguito delle comunicazioni telegrafiche con le quali ho riferito nei giorni scorsi sull’andamento del dibattito in Consiglio di Sicurezza circa i recenti incidenti in Sud Africa e dell’altro mio telespresso odierno con cui ho trasmesso i testi dei miei interventi, vorrei aggiungere alcuni ulteriori elementi sul dibattito stesso per informazione di codesto Ministero.

Non stara descrivere in dettaglio le varie fasi della discussione. Le difficoltà di ordine procedurale che potevano immaginarsi non sono state in definitiva sollevate in sede di dibattito. Di fronte a una reazione così vivace e così vasta suscitata dagli avvenimenti è parso in definitiva agli stessi Delegati della Gran Bretagna e della Francia che essi non potessero opporsi alla iscrizione della questione nella agenda del Consiglio e chiedere un voto nel quale si sarebbero trovati soli in opposizione di fronte a tutti gli altri nove membri del Consiglio. Essi quindi si sono limitati a fare le riserve di prammatica basate sulla stretta interpretazione del noto art. 2 par. 7. Gli Stati Uniti invece, come ho segnalato, si sono dichiarati apertamente a favore della competenza delle N.U. e con termini che vanno registrati anche dal nostro punto di vista. Essi hanno ripetuto cioè, con chiarezza maggiore che non per il passato, che a loro avviso l’art. 2 par. 7 della Carta trova dei limiti di fronte agli obblighi che i Paesi membri hanno assunto nell’accettare in particolare gli artt. 55 e 56 della Carta a proposito dei diritti dell’uomo. L’interpretazione americana del delicato equilibrio tra queste due disposizioni dello Statuto è stata che, mentre le N.U. non hanno titolo per intervenire in casi isolati all’interno di un Paese che pur possono costruirsi come contrastanti con i principi dei diritti dell’uomo, esse possono invece intervenire quando è tutta la politica di un determinato Governo che si pone come contraria a tali principi. È così che essi hanno, in particolare (e lo ha menzionato esplicitamente Lodge nel suo intervento iniziale), tirato una linea di demarcazione tra gli incidenti in Sud Africa e quelli, anche se basati su problemi razziali, che possono prodursi in altri paesi, ivi compresi gli Stati Uniti, dove i Governi, a differenza di quello del Sud Africa, si adoperano per modificare uno stato di cose che è in opposizione con i principi contenuti in detti articoli. In sostanza quindi si pudire che anche gli Stati Uniti hanno sottolineato, come noi abbiamo ripetutamente fatto, l’eccezionalità in un certo senso del caso sud-africano.

Quanto all’URSS, essa si è pronunziata a favore della competenza del Consiglio di Sicurezza e lo ha fatto con la consueta disinvoltura, dimentica dei casi in cui ripetutamente in passato ha invocato l’art. 2 par. 7 a favore di situazioni che nel confronto di quella del Sud Africa appaiono non meno gravi, a partire da quelle nei paesi satelliti nel 1948 fino ai pirecenti casi dell’Ungheria e del Tibet.

Aggiungo che questa discussione sulla competenza del Consiglio e sulla interpretazione da dare ai tanto differenti e contestati articoli relativi allo Statuto delle N.U. è stata poi ulteriormente ripresa nel corso della discussione. Tutta questa discussione va quindi letta da noi attentamente, sempre avendo un occhio sulla possibilità che un giorno l’Austria porti la questione dell’Alto Adige in sede di N.U. Certo non pochi osservatori qui nel seguire l’andamento del dibattito testé concluso hanno avuto presente anche altre situazioni specifiche che comportano un contrasto tra la competenza interna e la rilevanza internazionale, ed hanno mentalmente raffrontato le varie dichiarazioni fatte intorno al tavolo del Consiglio all’eventuale loro applicabilità ai casi che ognuno aveva in mente. Fra queste situazioni era l’Alto Adige, e probabilmente non era solo Matsch che faceva mentalmente i suoi raffronti (e che, come riferisco a parte, parlandomi dopo la discussione in sede procedurale, non ha mancato di notare la nostra tesi sulla «eccezionalità» di un simile dibattito). Ripeto, consiglierei da questo punto di vista la lettura attenta dei verbali della discussione. Se posso peresprimere un giudizio, direi tutto sommato che la discussione non sembra aver portato elementi dai quali chi eventualmente volesse portare una questione di carattere interno quale l’Alto Adige o simile in seno alle N.U. si potrebbe trovare incoraggiato. Piuttosto la discussione appare aver sottolineato come gli scrupoli e le riserve di vario genere di molti Paesi siano stati superati per giungere alla discussione del caso sud-africano, solo in ragione del carattere del tutto eccezionale della situazione sud-africana e della politica dell’apartheid.

È inutile che mi dilunghi sulla sostanza della discussione. Essa è stata, da parte di tutti i membri del Consiglio senza eccezione, se pure naturalmente con differente enfasi e sfumature, una condanna delle politiche di discriminazione razziale e dell’azione del Sud Africa ed è da meravigliarsi anzi che in una tale atmosfera la discussione si sia svolta su un piano relativamente calmo e si sia conclusa in fondo con una risoluzione alquanto moderata.

Hanno lavorato a favore del Sud Africa la Gran Bretagna e la Francia il cui peso in Consiglio è appoggiato alla possibilità di far valere (ed esse non hanno mancato, sia pure con circospezione di farlo) la minaccia di esercitare il diritto di veto. Ma anche la Rappresentanza americana e noi ci siamo adoperati nel senso della moderazione, sottolineando fra l’altro essere interesse del Consiglio, sia per il suo prestigio e sia per l’efficacia del suo intervento nella specifica questione, adottare un atteggiamento che non provocasse reazioni assolutamente negative da parte sud-africana o, peggio, incitasse alla violenza. Nel gruppo afro-asiatico si sono resi interpreti di questo spirito di moderazione i Paesi asiatici del Commonwealth. Sono stati tre di essi – Ceylon, India, Pakistan – che hanno predisposto il testo di progetto di risoluzione che successivamente, se anche leggermente smussato per guadagnare l’adesione dei latino-americani e degli Stati Uniti (la piimportante richiesta di questi ultimi è stata l’eliminazione della parola «condanna» e la sostituzione di essa con il termine «deplora»), è stato presentato dall’Ecuador. Raggiuntosi su un tale testo, che dopo tutto non è apparso estremo neppure ai Britannici, un equilibrio, non vi sono stati veri e propri tentativi di modificarlo anche se da parte dei piestremisti africani lo si è dichiarato inadeguato e da parte del Sud Africa completamente inaccettabile.

Per quanto concerne la risoluzione che in definitiva è stata adottata, mi pare che, se si considera l’atmosfera nella quale la discussione si è iniziata e si è svolta, se si pensa alle difficoltà nelle quali hanno manovrato le Delegazioni che pure avrebbero voluto fare qualcosa a favore del Sud Africa, se si considera infine che le Delegazioni afro-asiatiche tenevano in mano l’arma del ricorso all’Assemblea Speciale qualora non avessero ottenuto la soddisfazione dei propri desideri, essa va considerata moderata. Mi sembra che la sua impostazione segua le linee della soluzione suggerita da codesto Ministero come alternativa al caso che non si fosse potuto concludere il dibattito senza una risoluzione – cosa questa ben presto rilevatasi, per i motivi detti pisopra, inattuabile.

La risoluzione evita infatti una aperta condanna anche se naturalmente contiene una deplorazione dell’azione sud-africana e degli incidenti che ne sono risultati. Quanto all’appello al Sud Africa, contenuto nel paragrafo 4, non si è rivelato possibile, come avevano sperato e desiderato i Britannici, una sua attenuazione rispetto al testo presentato. Pure non essendomi il telegramma di codesto Ministero al riguardo pervenuto a tempo in relazione alle difficoltà di comunicazioni radiotelegrafiche di questi giorni, avevo ritenuto interpretare le precedenti istruzioni ministeriali nel senso di cercare di adoperarmi anch’io assieme alla Delegazione americana per cercare di accompagnare in questa azione i Britannici. Ma l’atteggiamento degli afro-asiatici, spalleggiati dai sovietici, è stato fermo, ritenendo essi che il testo presentato dall’Ecuador fosse solo un assoluto minimo, né di fronte a questo atteggiamento è apparso alla stessa Gran Bretagna di dover insistere oltremodo.

L’unico paragrafo della risoluzione che va oltre una manifestazione puramente verbale è l’ultimo, quello che riguarda il Segretario Generale. Ho ripetutamente segnalato come da parte dei paesi africani fosse stata esercitata una notevole pressione perché la risoluzione contenesse oltre la deplorazione anche qualche provvedimento concreto. Non mi riferisco alle sanzioni economiche o alla rottura delle relazioni diplomatiche che peraltro qualche africano ha menzionato anche nel corso del dibattito e alle cui possibilità di accoglimento non avevamo mai dato alcun peso. Mi riferisco invece alle richieste fatte da molte parti perché il Consiglio creasse una Commissione di studio o di inchiesta o quanto meno incaricasse qualche paese specifico (e il Ghana ha menzionato Gran Bretagna e Stati Uniti) di un’azione sostanzialmente di buoni uffici intesa a esercitare una qualche pressione sul Sud Africa. Di fronte a queste posizioni ed insistenze, difficile era non fare qualcosa sicché in definitiva l’ideadi introdurre in questa questione il Segretario Generale non è dispiaciuta. È pur vero che l’incarico al Segretario Generale potrebbe essere interpretato come un surrogato di una Commissione di studio, in quanto implica la possibilità, per lo meno, di tentare un qualche intervento «in loco». Ma è anche vero che il dispositivo prescrive che ciabbia luogo «in consultazione con il Governo sudafricano». Tale idea, vorrei in primo luogo notare, non è dispiaciuta oltre che agli Stati Uniti anche alla stessa Gran Bretagna, alla quale in fondo se effettivamente, in qualche modo e anche a seguito del dibattito in Consiglio, qualcosa potesse mettersi in moto in Sud Africa verso la soluzione del problema dell’apartheid, farebbe certo piacere. L’unico ad obiettare a questo paragrafo, se anche non ha ritenuto data la generale atmosfera di accettazione portare le sue obiezioni a fondo, è stato il delegato sovietico il quale ha osservato di essere contrario a questa «delega di poteri» del Consiglio al Segretario Generale. Manifestazione ennesima questa della sfiducia con cui a questa forma di soluzione guarda la Delegazione sovietica piche, io penso, per i pericoli che essa pucomportare come precedenti in casi che possano volgersi a danno di un paese satellite, perché toglie alla Delegazione sovietica stessa la possibilità che sempre le preme di partecipare direttamente al gioco.

In tale circostanza, pur tenendo presenti le istruzioni di cui al telegramma n. 414, ho ritenuto opportuno non contrastare e neppure fare deboli riserve sui meriti di tale parte della risoluzione, dato che cimi avrebbe allineato con il delegato sovietico e avrebbe suonato sfiducia nel Segretario Generale.

Riassumendo, a me sembra che in sostanza la discussione in seno al Consiglio di Sicurezza abbia dimostrato:

a)- che la politica dell’apartheid incontra assoluta e violenta deplorazione in seno alle N.U. e di fronte all’immediata reazione degli ambienti afro-asiatici ai noti incidenti, nemmeno all’Inghilterra ed alla Francia è stato possibile adoperarsi altro che con un’azione di freno e di moderazione. È da prevedere che se la situazione continuasse a peggiorare in Sud Africa la posizione tornerebbe a porsi in Consiglio in termini piseri né sarebbe possibile esercitare all’infinito una influenza moderatrice; b)- che per quanto questa azione del Consiglio costituisce in certo qual modo, da un punto di vista strettamente legale, quanto meno una interpretazione evolutiva della Carta, non se ne puinferire che essa costituisca aperto precedente atto ad incoraggiare una interferenza delle N.U. in generale in questioni rilevanti dalla [sic] competenza interna dei singoli Stati. Anzi, se mai, essa ha piuttosto messo in luce il carattere eccezionale di tale intervento. Questo va, ripeto, tenuto presente per l’Alto Adige; c) -che ancora una volta quando si è dovuto, per andare incontro alla pressione sud-africana, andare al di là di una pura espressione verbale di deplorazione, il mezzo pifacile, e ancora tutto sommato meno costoso per l’Occidente, è stato quello di introdurre nel quadro il Segretario Generale, affidandogli un’azione definita in termini generici e vaghi.

1 DGAP, Uff. VII, 1960-1962, b. 56, fasc. Disordini in Sud Africa.


2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Londra, Pretoria, Parigi, Vienna e Washington. Il documento reca sul primo foglio la seguente annotazione di Romanelli: «1) il Sud Africa in funzione alto-atesina; 2) l’annacquamento. Visto. Atti. R.».


3 Non pubblicato.


4 Vedi D. 222.

224

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 1038/6382. New York, 8 aprile 1960.

Oggetto: XV Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Candidature dell’Olanda e del Portogallo per l’elezione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Ho letto con interesse le comunicazioni con le quali codesto Ministero ha cortesemente tenuto questa Rappresentanza al corrente dei risultati della sua inchiesta svolta nelle differenti capitali europee in merito alle contrastanti candidature dell’Olanda e del Portogallo alla prossima elezione per il Consiglio di Sicurezza. Esse confermano lo stato di cose finora segnalato e che cioè la questione si trova in un momento di stasi. Mentre cioè i due candidati sono fermi sulle loro posizioni, gli altri paesi europei (salvo poche eccezioni) non prendono posizione e in linea generale si vanno esprimendo nel senso esser desiderabile che i due candidati competitori si mettano d’accordo direttamente tra loro. Quel che è da evitare, si sottolinea, è che si giunga al momento delle elezioni con due candidature concorrenti. Per quanto io creda che sia andare troppo oltre il pensare che in tale caso un terzo candidato non dell’Europa occidentale possa in definitiva essere favorito dallo scrutinio, pure non vi è dubbio che una elezione in tali condizioni darebbe luogo ad una manifestazione pubblica di spiacevole contrasto tra due membri di una alleanza, che conviene evidentemente evitare.

Conversazioni avute in questi giorni negli ambienti societari confermano che tuttora le cose sono a questo punto, né penso che siano da attendersi mutamenti nell’immediato futuro. Del resto competizioni elettorali del genere non sono cose nuove, e quando si producono è evidente che i paesi interessati, prima di prendere decisioni definitive, vogliono saggiare con ogni cura le loro possibilità di riuscita e manovrare, per quanto possibile, a favore della loro rispettiva candidatura.

In questo quadro si presentano per gli Stati in competizione tra l’altro due possibilità di manovra: ritengo opportuno accennarvi, anche per vedere quali riflessi essi possano eventualmente avere nei nostri riguardi.

La prima possibilità di manovra è che un candidato cerchi di assicurarsi il voto favorevole di qualche Stato offrendo in cambio il suo appoggio per altra questione di elezioni interessante tale Stato. A mio modo di vedere è questa una manovra nella quale è sconsigliabile ad un Paese, salvo circostanze eccezionali, lasciarsi invischiare. Non so se per esempio in questi giorni gli olandesi possano essere tentati di accaparrarsi il nostro voto offrendo di ritirare la loro candidatura per la Commissione dei Diritti dell’Uomo sapendo del nostro interesse al riguardo. Qui non ne hanno fatto alcun cenno, ma ove avessero a farlo vorrei attirare l’attenzione di codesto Ministero sulla circostanza che si tratta di questioni di una importanza del tutto differente.

L’altra possibilità di manovra che possono avere i Paesi candidati è quella di mettersi d’accordo in modo che in definitiva uno dei due si presenti candidato quest’anno e l’altro sia riconosciuto come il candidato per l’elezione successiva. A me sembra che un tale sistema di dividere la torta non debba essere in linea di principio incoraggiato in quanto pregiudica le possibilità future di ogni altro Paese. Naturalmente noi non abbiamo un diretto interesse a questo aspetto della cosa ove Olanda e Portogallo in definitiva lo considerassero, dato che terminiamo quest’anno il nostro mandato in Consiglio di Sicurezza e che, salvo in caso di aumento nel numero dei membri del Consiglio, per vari anni di una nostra candidatura difficilmente potrà riparlarsi. Ma è l’applicazione in generale di questo sistema che a me pare da scoraggiare. Ed ho sottolineato questa considerazione nei miei colloqui qui con alcuni colleghi, quale ad esempio lo spagnolo, il cui Paese potrebbe essere in futuro interessato all’elezione nel Consiglio di Sicurezza ed al quale non conviene quindi che si stabiliscano delle ipoteche di altri per un troppo distante futuro.

Non mancherdi tenere codesto Ministero al corrente di ogni ulteriore sviluppo della questione.


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 35, fasc. Italia-ONU, I semestre 1960. 2 Sottoscrizione autografa. Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a L’Aja e Lisbona.

225

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 1043/6432. New York, 9 aprile 1960.

[Oggetto]: XV Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Candidature dell’Olanda e del Portogallo per l’elezione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

[Riferimenti]: Telespresso ministeriale n. 23/00345 del 1° corrente(3).

Dal telespresso dell’Ambasciata in Helsinki citato nella comunicazione ministeriale in riferimento, vedo che l’Ambasciatore dei Paesi Bassi in quella sede ha accennato all’Ambasciatore Ducci ad una intesa che si sarebbe raggiunta due o tre anni fa secondo la quale da parte nostra si sarebbe preso un qualche impegno a favore della candidatura olandese alla prossima elezione per il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Per quanto riguarda questa Rappresentanza, non risulta agli atti di archivio alcun impegno del genere, né lo ricordano i funzionari tuttora qui in servizio che ebbero a trattare allora quella questione. Che un’aspirazione olandese a succedere alla Svezia nel 1958 esistesse fin da allora e anzi fin da prima della nostra ammissione alle Nazioni Unite, è esatto e appunto lo ricordano detti funzionari e del resto risulta dal carteggio: ma non che si sia preso alcun impegno e dato qualche affidamento. Anzi dal telespresso ministeriale n. 23/1303 dell’11 gennaio 1957 rilevo che gli olandesi a quell’epoca tentarono di collegare il ritiro di quella loro aspirazione con un nostro impegno a loro favore, non per la successiva elezione al Consiglio di Sicurezza, ma per una elezione all’ECOSOC nel 1957: e questo stesso collegamento non venne da noi accettato, pur essendosi da parte nostra consentito a dare il voto favorevole all’Olanda per l’elezione all’ECOSOC. In quella occasione noi anzi ricordammo all’Olanda che essa ci aveva già dato una precedente promessa incondizionata di appoggio (il che immagino sia avvenuto, per quanto non risulti specificamente nel nostro carteggio, nel corso della visita che il nostro Ministro degli Esteri fece all’Aja nel maggio 1956).

Ho ritenuto fornire a codesto Ministero gli elementi che qui risultano per poter facilitare una eventuale ricerca che volesse costì farsi. Grato se dei risultati di essa, o comunque della risposta che verrà inviata a Helsinki verrà anche cortesemente data a me conoscenza(4).


1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. Olanda e Portogallo.


2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a L’Aja, Lisbona e Helsinki.


3 Non pubblicato.


4 Sui successivi passi del Governo olandese vedi DD. 227 e 228.

226

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 11472/71. New York, 11 aprile 1960, ore 24 (perv. ore 8 del 12).

Oggetto: Questione disarmo e Nazioni Unite.

Hammarskjoeld mi ha pregato stamane passare da lui volendo intrattenermi su questioni disarmo. Ha iniziato riferendosi conversazioni tra Cavalletti e Protić in cui sue idee e preoccupazioni quali da me riferite codesto Ministero e Ginevra (vedi telespressi 479 del 17 marzo e 538 del 26 marzo)(2) erano state discusse.

Mi ha detto desiderava ritornare con me in argomento sia per precisarmi ulteriormente suo pensiero e sia perché egli l’aveva espresso sia ad Herter verbalmente e per iscritto e sia a Selwyn Lloyd suo passaggio ieri da New York.

Hammarskjoeld ha richiamato suo concetto fondamentale secondo cui è incauto, pericoloso e non utile per disarmo incoraggiare formazioni di istituzioni al di fuori Nazioni Unite. Cisi applicava sia a «international disarmament organization» proposta da occidentali e sia ad organizzazione internazionale per preservare pace mondiale quale prevista da paragrafo J del punto secondo delle proposte avanzate da occidentali tredici marzo(2).

Circa ICO [recte IDO] egli criticava che proposta non chiarisse e marcasse fin da inizio legame con ONU e lo lasciasse come materia studio. Come dichiarato in sua ultima conferenza stampa (mio 636 del 9 aprile)(3), egli riteneva potesse benissimo conciliarsi autonomia amministrativa ICO con sua dipendenza o almeno legame politico con ONU. Esistevano da tempo organi (come UNRRA ed UNEF) che agivano con piena indipendenza amministrativa pur riferendo ad ONU e collegandosi con essa.

Circa organizzazione per pace Hammarskjoeld mi ha detto che non vedeva come potesse concepirsi coesistenza organismo del genere con Nazioni Unite, di cui diverrebbe in pratica sostitutivo, mentre esse perseguono proprio stessi scopi. Non spettava a lui suggerire tattica occidentali, ma gli sembrava che si era persa una buona occasione non formulando proposte che contenessero preciso richiamo a responsabilità e meccanismi previsti da ONU. Ciavrebbe imbarazzato e messo in mora sovietici mentre sono ora loro con dichiarazione 8 aprile a proporre ritornare nell’alveo ONU con indubbi vantaggi propagandistici e tattici.

Segretario Generale mi ha peraltro ammesso che riluttanza immettere pienamente ONU in quadro disarmo poteva essere determinata da indubbie difficoltà, d’altra parte da lui stesso accennate in sua ultima conferenza stampa, quali potrebbero derivare da uso diritto veto, da attuale composizione ONU e da problema Cina comunista. Egli non vedeva perperché occidentali, sempre a fini tattici, non avrebbero potuto formulare proposte nel senso predetto, accantonando problemi inerenti difficoltà specifiche di cui sopra per avvenire che è comunque incerto.

Tali considerazioni Hammarskjoeld mi ha svolto nella evidente intenzione che nostra Delegazione le tenga presenti a riunioni Washington. Aggiungo che, avendomi dato visione corrispondenza con americani, ho tratto impressione che, malgrado Hammarskjoeld mi abbia detto avere riscontrato consensi in Herter e suoi collaboratori, lettera Segretario Stato mi è parsa comportare solo apprezzamento di massima. Mio collega inglese Dixon che ho visto oggi mi ha da parte sua detto che Selwyn Lloyd non si era esposto con alcuna dichiarazione impegnativa.

Riferirulteriori dettagli per corriere ed a voce a Delegazione suo passaggio qui. Prego comunicare Ginevra.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Si fa riferimento al Piano occidentale di disarmo (15 marzo), presentato il 16 alla Conferenza dei Dieci: vedi ISPI, Annuario di Politica Internazionale, 1960, pp. 122-124.


3 Non pubblicati.

227

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA DIREZIONE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI(1)

Appunto(2). Roma, 20 aprile 1960.

COLLOQUIO CON L’AMBASCIATORE D’OLANDA

All’Ambasciatore d’Olanda che mi aveva fatto richiesta circa le decisioni italiane sul voto a favore del suo Paese al Consiglio di Sicurezza, ho risposto che tali decisioni non erano ancora state prese in linea definitiva, che ci stavamo consultando con altri Paesi, ma che in linea di principio eravamo indirizzati a votare per il Portogallo.

Ci per le seguenti ragioni. A parte che i Paesi Bassi non avevano ritirato, come da noi richiesto, la loro candidatura alla Commissione dei Diritti dell’Uomo a favore dell’Italia, noi obiettavamo proprio alle ragioni di principio che invece l’Olanda sostiene: spettare il seggio in parola a un paese nordico, ed in ispecie al Benelux.

Ammesso anche che tale impegno esistesse, non potevamo non rilevare che esso era stato preso allorché l’ONU si componeva di un certo numero di membri: aumentati questi, come è successo negli anni pirecenti, in numero pirilevante, sembra all’Italia che tale impegno non corrisponda pialla realtà delle cose, dovendosi tener conto dell’entrata di nuovi membri, per non creare discriminazioni tra gli antichi, cui le cariche sarebbero riservate, e i nuovi i quali da tali cariche sarebbero invece esclusi.


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 35, fasc. Italia-ONU, I semestre 1960. 2 Sottoscrizione autografa.

228

L’AMBASCIATORE A L’AJA, GIUSTINIANI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. posta aerea 13382/44. L’Aia, 21 aprile 1960 (perv. ore 21,15 del 26).

Oggetto: Candidatura olandese Consiglio Sicurezza.

Con preghiera di darne notizia al nostro Governo, questo Ministero Esteri ci ha comunicato oggi, come pure alle Ambasciate Francia Inghilterra e USA, quanto segue: benché Olanda abbia cercato spiegare a Governo portoghese che presentazione propria candidatura Consiglio Sicurezza era cosa prevista fin dal 58 reazione portoghese è stata e si mantiene inspiegabilmente vivace: come se da parte olandese si fosse voluto di proposito fare del danno al Portogallo alleato. Ministro Luns non mancherà di mettere carte in tavola con suo collega portoghese a Istanbul in occasione riunione NATO: spiegherà ancora una volta come cose siano andate. Tra l’altro c’è stato chiarito che la presentazione della candidatura portoghese alle N.U. è stata anteriore di un giorno a quella olandese, ma il giorno stesso il rappresentante olandese alle N.U. fu in grado di informare il collega portoghese delle istruzioni allora stesso ricevute e come attualmente l’andamento dei sondaggi compiuti nelle cancellerie abbia portato a tali risultati di affidamenti e di decisioni che l’Olanda non vede proprio come e perché dovrebbe recedere dal suo proposito. Anche nell’America del Sud, non senza sorpresa, avrebbe ricevuto molte dichiarazioni favorevoli. D’altra parte Governo olandese si rende ben conto che un’eventuale duplice candidatura non puche nuocere a entrambi i candidati a favore di un terzo.

Quanto precede è stato portato a conoscenza ieri alle Ambasciate dei Paesi nordici (Norvegia, Svezia, Danimarca e Finlandia) e del Benelux chiedendo di conoscerne le reazioni.

Per parte nostra abbiamo ricordato la nota nostra presa di posizione in relazione al posto dei «diritti dell’uomo» dell’ECOSOC senza peraltro insistervi dato il punto morto cui in argomento sembra si sia giunti al momento attuale, e si sono rinnovate le riserve sul ciclo nordico-Benelux. Ci è stato risposto che non si intendeva affatto mantenere a ogni costo questo criterio del ciclo che, con varie altre cose, andrebbe riveduto come proposto da parte olandese nel quadro della mutata situazione: ma la presa di posizione olandese risale al 58 quando l’Olanda ritenne di doversi tirare indietro per far posto all’Italia. Nessuno contesta ‒c’è stato ribadito ‒il diritto del Portogallo di proporre la propria candidatura, cosa anzi del tutto normale. Se mai, dato che Portogallo aveva avuto l’idea di farsi innanzi in una situazione di cose notoriamente complessa che già aveva dato luogo a seri inconvenienti, avrebbe potuto almeno avere la cortesia di presentire l’Olanda come fece l’Italia nel 1958. Quello che riesce difficile capire ‒ci si è detto ancora ‒è la vivacità della reazione portoghese davanti a un’altra candidatura quantomeno parimenti normale(2).


1 Telegrammi ordinari 1960, Norvegia-Per arrivo e partenza. 2 Per il seguito vedi D. 229.

229

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 1146/746. New York, 27 aprile 1960.

[Oggetto]: XV Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Elezioni al Consiglio di Sicurezza. Candidature dell’Olanda e del Portogallo.

[Riferimenti]: Telespr. ministeriale 23/00446 del 21 aprile(2).

Vedo che, a quanto dicono i francesi e la nostra Ambasciata a Parigi riferisce, gli olandesi, a proposito della loro candidatura al Consiglio di Sicurezza, avrebbero rispolverato la tesi che uno dei sei posti non permanenti nel Consiglio spetti ad un paese dell’Europa settentrionale in virtdel «gentleman’s agreement» concluso al momento della creazione delle Nazioni Unite. È una tesi che solleva in noi un antipatico ricordo, in quanto fu una di quelle che ci venne opposta nel 1955 quando ponemmo la nostra candidatura in concorrenza con quella della Svezia; ed è un argomento del quale noi sempre abbiamo disconosciuto il fondamento.

Il famoso cosiddetto «gentleman’s agreement» sulla distribuzione geografica dei seggi non permanenti nel Consiglio di Sicurezza, raggiunto nel 1945-1946 a Londra (e non si sa neppure con precisione tra chi) in convenzioni segrete di cui furono principali protagonisti gli Stati Uniti e l’URSS, è stato oggetto come è noto fin dal 1947 di assai controverse discussioni. Non se ne conosce alcuna versione ufficiale. Sono i sovietici che lo hanno sempre invocato sostenendo con fermezza che la distribuzione geografica in esso fissata avesse valore permanente; mentre gli americani hanno affermato che si riferiva solo alla prima elezione; Inghilterra e Francia hanno evitato di pronunziarsi apertamente, mentre molti

Stati soprattutto afro-asiatici ‒e compresi tra essi i membri fondatori delle N.U. quale ad esempio l’India ‒hanno contestato comunque che un tale «agreement», anche se esistente, potesse avere alcun valore per Stati terzi che non vi abbiano concorso.

Comunque, a parte questa incertezza fondamentale sulla portata e sul valore dell’«agreement», resta il fatto che la distribuzione geografica in esso indicata ‒e prendo la versione del piautorevole sostenitore dell’«agreement», il rappresentante sovietico, quale anche riportata nel Repertorio delle N.U. (volume II, art. 23, par. 16) ‒parlava di due seggi all’America Latina, uno al Commonwealth britannico, uno al Medio Oriente, uno all’Europa occidentale, uno all’Europa orientale. Nessuna traccia, quindi, di Europa settentrionale. E se fino all’ammissione dei nuovi membri (1955) questo «seggio dell’Europa occidentale» è sempre stato occupato da paesi nordici (alternativamente uno Stato scandinavo e uno del Benelux), cisi deve al fatto che essi erano allora i soli Stati dell’Europa occidentale membri delle N.U. (Jugoslavia, Grecia e Turchia infatti erano state smistate verso il seggio dell’Europa orientale). Anche quindi a considerare vigente il «gentleman’s agreement», una interpretazione come quella olandese, che porta ad escludere dalla possibilità di concorrere alla elezione al Consiglio un certo numero di paesi membri (a quale seggio, sulla base dell’interpretazione olandese potrebbero concorrere Portogallo, Spagna, Italia ed Austria?) e quindi comporta in sostanza una discriminazione fra membri privilegiati e membri di seconda classe, non regge. La realtà inoltre è che, a prescindere dall’esistenza o meno del «gentleman’s agreement», la distribuzione geografica dei sei seggi non permanenti è venuta modificandosi in modo da consentire l’accesso a tutti i membri, vecchi e nuovi, delle N.U. Così al seggio occupato tradizionalmente dal Commonwealth sono andati partecipando senza distinzione membri del Commonwealth di antica e recente ammissione (Pakistan, Ceylon), al seggio che in origine era del Medio Oriente ha avuto accesso la Tunisia, ed uno dei due seggi che prima andavano sempre all’Europa (orientale) è andato in due occasioni a paesi asiatici (Filippine, Giappone). Insistere dunque da parte olandese su un accordo di distribuzione geografica la cui esistenza è quanto meno contestata, del quale l’Olanda dà per di piun’interpretazione singolare e discriminatoria, e che comunque non viene oggi piin pratica seguito, non mi sembra che possa molto giovare all’Olanda.

Ho esposto quanto sopra non per sterile polemica. Ma perché mi pare che, se gli olandesi dovessero insistere su tale argomento, ed in particolare dovessero esporlo a noi, occorrerebbe far loro comprendere che esso anziché favorire, scoraggia il nostro appoggio, in quanto in queste condizioni un nostro incoraggiamento all’Olanda potrebbe venir interpretato come un avallo di una tesi che la logica e l’interesse ci han fatto già in passato e ci fanno sempre respingere(3).


1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. Olanda e Portogallo.


2 Non pubblicato.


3 Per il seguito vedi D. 232.

230

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CENTRO EUROPEO DELL’ONU(1)

Telespr. urgentissimo 23/004942. Roma, 29 aprile 1960.

Oggetto: Risoluzioni sul disarmo nelle Agenzie Specializzate delle Nazioni Unite.

L’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma aveva a suo tempo consegnato a questo Ministero un promemoria con il quale ci si chiedeva di associarci all’America nell’opposizione ai tentativi sovietici di sfruttare, a fini propagandistici, l’argomento del disarmo nelle diverse conferenze indette dalle Agenzie Specializzate delle Nazioni Unite.

Fra i vari motivi invocati da parte americana, per opporsi al palese piano di azione dell’URSS di guadagnare, a poco prezzo, simpatie nell’opinione pubblica mondiale facendo leva sul noto piano Kruscev, veniva indicato il ripetuto tentativo di presentare la Risoluzione n. 13783, accettata unanimemente dalla XIV Assemblea Generale dell’ONU, come una incondizionata approvazione delle proposte sovietiche di disarmo generale. E cirisulta dai progetti di risoluzione, proposti dalle Delegazioni sovietiche alle riunioni delle Agenzie Specializzate, nei quali si omette disinvoltamente ogni menzione di effettivi controlli internazionali, che sono invece espressamente raccomandati dalla Risoluzione votata nell’Assemblea Generale.

Simili tentativi sono già stati effettuati da parte sovietica alla III Conferenza Generale dell’IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), al Consiglio Esecutivo dell’UNESCO, al Consiglio Esecutivo dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e alla Conferenza dei Comitati Nazionali dell’UNESCO a Manila. Un tentativo in tal senso è stato pure effettuato alla III Conferenza delle Commissioni Nazionali tenutasi a Taormina dal 23 al 28 febbraio u.s., dove per le misure preventivamente adottate da parte nostra è stato possibile contenere il dibattito a porte chiuse, organizzando un’apposita «Tavola Rotonda».

L’opposizione degli Stati Uniti a simili progetti di risoluzione presentati da Delegazioni sovietiche è stata costantemente basata sui seguenti motivi:

1) il disarmo è un problema politico che esula dai compiti delle Agenzie Specializzate dell’ONU;

2) l’argomento è regolarmente all’esame dell’Assemblea Generale dell’ONU ed è discusso nelle sedi competenti, ove gli obiettivi desiderati sono raggiungibili in seguito a negoziati delicati e complessi;

3) i delegati alle riunioni delle Agenzie sussidiarie dell’ONU non sono esperti della complicata materia disarmo;

4) argomenti politici del genere confondono i concreti ordinati lavori di dette Agenzie;

5) alla luce dell’attuale stadio dei negoziati per il disarmo, è prematuro nonché una perdita di tempo impegnarsi nel pianificare l’impiego dei fondi risparmiati dall’attuazione di un largo programma di disarmo.

Da parte americana, in previsione di ulteriori tentativi sovietici nel senso indicato, a cominciare dalla Conferenza Mondiale della Sanità in maggio e della Conferenza Internazionale del Lavoro in giugno, si è chiesto anche in sede NATO che i Paesi alleati esaminino l’opportunità di inviare alle proprie delegazioni presso le Agenzie delle Nazioni Unite istruzioni di opporsi, in base a una questione di principio, all’introduzione dell’argomento disarmo nelle discussioni di tali organismi e di respingere risoluzioni sovietiche presentate al riguardo o almeno di appoggiare altre risoluzioni di carattere procedurale, intese a scartare una votazione sulla istanza.

Tanto il Delegato italiano, quanto i Delegati tedesco, canadese, danese, britannico, francese e norvegese al Comitato Politico della NATO, non hanno mancato di esprimere il loro accordo con il punto di vista americano.

Il Delegato greco, che aveva già comunicato l’assenso delle sue autorità, tornando sull’argomento in una successiva riunione del Comitato Politico, ha manifestato alcuni dubbi sulla tattica proposta dagli americani che presenterebbe talvolta pericolo di far apparire l’Occidente sulla difensiva in materia di disarmo e come non disposto ad affrontare la discussione con i Paesi del blocco sovietico. Egli ha raccomandato che, soprattutto in agenzie non specificamente tecniche, non si trascuri questo aspetto psicologico e si cerchi, ogni volta che si debba respingere una risoluzione sovietica in materia, di illustrare le ragioni del nostro atteggiamento e di ribattere gli argomenti avversari pievidenti.

L’opinione espressa dal Delegato ellenico sembra essere corroborata dalla esperienza che si è potuta trarre dalle discussioni avvenute nella «Tavola Rotonda» di Taormina, alla quale si è pisopra accennato. In effetti:

1) la «Tavola Rotonda» è servita effettivamente – come era nei voti – a dare una chiara idea di quello che sarà l’atteggiamento delle delegazioni del blocco sovietico alla prossima Conferenza Generale dell’UNESCO: a scaricare, d’altra parte, in sede meno pericolosa di quanto non fosse quella della Conferenza, la tensione inevitabile di una discussione su quel tema;

2) è invece apparso inevitabile votare in seduta plenaria una risoluzione, dopo che un progetto al riguardo era stato presentato dai sovietici: e ciper non correre il rischio di trovarsi in minoranza qualora avessimo insistito sulla tesi della incompetenza;

3) si è invece riusciti a modificare radicalmente il progetto di risoluzione sovietico, portandolo dal testo iniziale ad un nuovo testo, messo in armonia con i termini molto generici della risoluzione, già approvata nel corso della 55ª sessione del Consiglio Esecutivo dell’UNESCO ed analogo a quello già approvato dalla Conferenza UNESCO di Manila;

4) la discussione, così come si è svolta alla «Tavola Rotonda» e le manovre sovietiche per introdurre la risoluzione in Conferenza, permettono di confermare la previsione che nelle prossime Conferenze delle Agenzie Specializzate dell’ONU si assisterà a rinnovati tentativi delle Delegazioni sovietiche di portare la discussione generale sul tema del disarmo.

Nel caso pertanto che si rivelasse in futuro ancora pidifficile o inopportuno opporsi all’iniziativa delle Delegazioni sovietiche, occorrerà adoperarsi in modo da avviare e contenere il dibattito sul binario piappropriato ai fini che ci si propone da parte occidentale.

A questo scopo potrebbero riuscire utili oltre gli argomenti indicati da parte americana, quelli che, sostanzialmente identificandosi con i primi, sono stati fatti valere dal nostro Delegato nella «Tavola Rotonda» di Taormina. In particolare, vanno sottolineati tra tali argomenti i seguenti:

1) l’opportunità di evitare doppi impieghi e confusione di competenze tra le varie organizzazioni internazionali ed in particolare, tra Nazioni Unite e Agenzie Specializzate;

2) l’esigenza di circoscrivere l’azione delle Agenzie Specializzate entro i limiti ben definiti delle loro finalità;

3) le contraddizioni e la posizione propagandistica sovietiche, risultanti anche dal fatto che nessuna delle «economie» effettuate con le annunciate riduzioni negli armamenti risulta essere stata destinata a scopi di collaborazione internazionale e meno che mai alle Agenzie specializzate dell’ONU.

Nel mentre si comunica quanto sopra, per opportuno orientamento e norma di linguaggio delle Rappresentanze in indirizzo, si pregano le Direzioni Generali di questo Ministero di voler tenere presenti le istruzioni in parola in vista di eventuali altre conferenze internazionali alle quali dovessero partecipare nostre Delegazioni e intervenissero Delegazioni sovietiche.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 349, fasc. Disarmo, 1960.


2 Sottoscrizione autografa. Indirizzato, per conoscenza, alle Rappresentanze presso l’ONU a New York e presso il Consiglio Atlantico a Parigi, alle Ambasciate a Parigi (Ufficio del Rappresentante italiano presso l’UNESCO), Washington, Ankara, Atene, Bonn, Bruxelles, Copenaghen, L’Aja, Londra, Lussemburgo, Oslo, Ottawa, Vienna, Manila, alla Delegazione per il disarmo a Ginevra, alle Direzioni Generali degli Affari Politici (Gruppo di lavoro per le questioni di disarmo, Servizio NATO, Uffici I, II, IV, V), degli Affari Economici, dell’Emigrazione, delle Relazioni Culturali (Servizio Studi).


3 UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, Suppl. 16, A/RES/1378 (XIV), General and complete disarmament, adopted at the 840th plenary meeting, 20 Nov. 1959, p. 3.

231

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 1217/8172. New York, 11 maggio 1960.

Presidenza dell’Assemblea Generale: candidatura islandese.

Mio telespresso n. 1073/673 del 15 aprile u.s.3.

È venuto a farmi visita questo Rappresentante Permanente islandese e Ambasciatore a Washington Thors per insistere ulteriormente su di me allo scopo di conoscere quale sarà l’atteggiamento italiano in merito alla sua candidatura alla Presidenza dell’Assemblea Generale.

Con il classico metodo dei candidati insicuri, mi ha a lungo intrattenuto sui motivi che lo inducono a ritenere che egli finirà per essere il prescelto:

a)- mi ha rilevato innanzi tutto la decisione presa dagli Stati scandinavi nella recente riunione dei Ministri degli Esteri ad Helsinki di appoggiare la sua candidatura; b)- mi ha detto che gran parte dei Paesi dell’America Latina sembravano orientarsi favorevolmente verso di lui. Il Messico già aveva preso impegni scritti; c)- anche alcuni Paesi arabi gli avevano lasciato intendere di esser ben disposti (e mi domando come abbiano potuto farlo se il Consiglio della Lega Araba, come riferito dall’Ambasciata al Cairo col suo telespresso n. 1602/645/c. del 25 aprile(3) ha votato una deliberazione per dare appoggio alla candidatura di Nosek); d)- gli Stati Uniti avevano è pur vero comunicato per iscritto di essersi già impegnati con l’irlandese Boland, ma quando essi si renderanno conto che un diniego di appoggio o almeno una campagna a favore del suo competitore potrebbero anche indurre il Governo islandese a prendere delle decisioni molto sgradevoli por la NATO in tema di basi in Islanda, potranno anche modulare diversamente il loro atteggiamento; e)- gli risulta comunque che, se in definitiva dovesse giungersi a una votazione tra Boland e lui, i voti dei Sovietici, rinunciandosi da parte loro a sostenere Nosek, potrebbero concentrarsi su di lui.

Questa è la serie degli argomenti che con molto vigore il Signor Thors mi ha esposto, pur ammettendomi che i Rappresentanti dei Paesi dei gruppi latino-americano e afro-asiatico avevano finora fatto solo vaghi affidamenti verbali esprimendosi con generiche manifestazioni di simpatia. Mi ha anche detto che non poteva capacitarsi come i Paesi della NATO avrebbero voluto votare per un candidato di un Paese come l’Irlanda che aveva già qualche volta compiuto obiettabili «giri di walzer» invece che per il candidato di un Paese alleato come l’Islanda.

Mi sono tenuto sulle generali dicendo a Thors che non avevo mancato a suo tempo di riferire al mio Governo tutte le ragioni che egli mi aveva esposto nel nostro precedente colloquio. Gli ho peranche rilevato l’imbarazzante situazione in cui la sua candidatura, da lui presentata dopo quella di Boland e con impegni presi nei confronti di quest’ultimo da parte di alcuni importanti Paesi, aveva posto molti dei suoi amici. Gli ho anche ad ogni buon fine ricordato le circostanze in cui l’Italia, pur non prendendo impegni formali a favore di Boland, aveva rinunciato definitivamente a una sua eventuale candidatura, in vista di quella irlandese e dietro pressione di alleati occidentali. È certo comunque che, dopo la decisione adottata dagli Stati scandinavi, Thors intende rimanere in lizza e che continuerà a sollecitare suffragi. Citanto piin quanto le sue possibilità appaiono tuttora molto scarse.

Non è necessario per noi annunciare decisioni in argomento prematuramente: non vi è dubbio perche, se non altro per nostra norma interna, una qualche determinazione dovremo a un certo momento prendere.

Con Boland non abbiamo preso impegni: è da tener presente comunque che, mentre egli sarebbe certamente un Presidente di maggior prestigio e autorità che non Thors, quest’ultimo è il Rappresentante di un Paese alleato della NATO ed è stato anche per le pressioni di Boland su Inglesi e Americani che abbiamo dovuto affrettare i tempi delle nostre decisioni in tema di candidature italiane alla Presidenza dell’Assemblea.

Segnalo infine che Thors ha ripetutamente voluto sottolinearmi che il di lui fratello è Console onorario d’Italia a Rejkyavik, mostrando di voler dare notevole importanza a tale circostanza. Non so se tale incarico comporti una cura esclusiva di nostri interessi e quali inconvenienti potrebbero localmente derivarci da un nostro diniego alle sollecitazioni di Thors(4).


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 35, fasc. Italia-ONU, I semestre 1960.


2 Sottoscrizione autografa. Inviato, per conoscenza, alle Ambasciate a Londra, Mosca, Oslo, Parigi e Washington e alle Legazioni Dublino e a Praga.


3 Non pubblicato.


4 L’Italia aveva preso poi posizione a favore di Boland insieme agli altri Paesi rappresentati nella riunione preparatoria tenutasi in sede UEO (Appunto per il Capo della Delegazione italiana alla XV Assemblea Generale delle N.U., New York, 18 settembre 1960, in Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. XV AG Elezioni).

232

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 15798/92. New York, 13 maggio 1960, ore 20 (perv. ore 8,15 del 14).

Oggetto: Candidature concorrenti Consiglio Sicurezza.

Rappresentanza olandese ci ha messo al corrente decisione raggiunta a Istanbul da Ministro Luns con suo collega portoghese circa candidature concorrenti Consiglio Sicurezza, secondo cui Olanda si ritirerà a favore Portogallo a condizione ottenere fino da ora impegno da Paesi gruppo Europa occidentale che essi la appoggeranno a elezione per successione a Portogallo in Assemblea del 1962. Scopo esporre tale soluzione rappresentante olandese ha chiesto istruzioni che si tenga riunione gruppo predetti paesi giovedì prossimo [il 19]: e ci ha chiesto rappresentare a codesto Ministero speranza Governo olandese che in detta riunione Italia voglia assumere l’impegno predetto.

Collega inglese che abbiamo consultato, pur avendo in linea di principio su questo sistema di impegni a lunga scadenza stesse riserve che io manifestavo con telespresso 6382, ha espresso a suo Ministero parere favorevole venire incontro richiesta olandese e altrettanto proporrebbesi fare francese. Ove anche noi si venisse su questa linea, penserei comunque manifestare riserva di principio e sottolineare che decisione non deve costituire precedente (avendo in mente anche, per quanto si tratti di cosa avente aspetto differente, evitare che uno dei Paesi europei che concorrono quest’anno ECOSOC possa sentirsi invogliato tentare analoga manovra interferendo così con nostra aspirazione anno venturo)(3).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II. 2 Vedi D. 224. 3 Per la risposta vedi D. 234.

233

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALL’AMBASCIATA A LISBONA(1)

T. 10116/17. Roma, 14 maggio 1960, ore 24.

Oggetto: Candidatura a Consiglio di Sicurezza.

Prego significare codesto Governo che questo Ambasciatore Paesi Bassi ci ha informato che suo Governo disposto ritirare propria candidatura Consiglio Sicurezza in favore Portogallo contro chiara assicurazione che Stati europei indicherebbero tra due anni Olanda come unico candidato ufficiale europeo a predetto seggio. Nell’intento far cosa grata a codesto Governo abbiamo subito accettato tale proposta.

Telegrammi ordinari 1960, Portogallo-Spagna, partenza.

234

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. 10124/68. Roma, 14 maggio 1960, ore 24.

Oggetto: Candidature concorrenti Consiglio Sicurezza.

Suo 922.

Nonostante nostra riluttanza assumere impegni così lunga durata, ci sembra che, dopo promesso appoggio Paesi Bassi nostra candidatura ECOSOC anno venturo, non potremmo non considerare con favore richiesta Governo olandese appoggiare sua candidatura Consiglio Sicurezza nel 1962. In tal senso V.E. potrà esprimersi con collega olandese, informandolo che qualora istruzioni ricevute da Rappresentanti europei fossero ugualmente favorevoli Ella è autorizzata(3) comunicare assenso Governo italiano, pur dovendo formalmente accompagnare comunicazione con riserve indicate suo telegramma in riferimento(4). svolgere in Consiglio di Sicurezza in vista della riunione dell’indomani (T. 10317/70, Telegrammi ordinari


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza.


2 Vedi D. 232.


3 autorizzata corretto su subordinata.


4 Il 18 maggio Grillo inviò istruzioni di concordare con il Rappresentante portoghese l’azione da svolgere in Consiglio di Sicurezza in vista della riunione dell’indomani (T. 10317/70, Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza). Per la risposta vedi D. 235.

235

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 16682/101. New York, 19 maggio 1960, ore 19,30 (perv. ore 8 del 20).

Oggetto: Candidature concorrenti Consiglio Sicurezza.

Suoi 68 e 702.

Riunione odierna Paesi Europa occidentale si è svolta secondo aspettative portoghesi e olandesi. Accordo cioè raggiunto a Istanbul è stato accolto con soddisfazione praticamente da tutti e convalidato da dichiarazioni fatte da vari rappresentanti sia pure con diverse sfumature. Solo rappresentante spagnolo, come del resto atteso, ha sollevato vera obiezione a che riunione odierna avesse carattere definitivamente impegnativo. Altri rappresentanti o hanno preso senz’altro aperto impegno appoggiare Portogallo ora e Olanda nel 1962 ‒e sono stati maggioranza ‒o hanno lasciato intendere che comunque avrebbero rispettato detto compromesso. Da parte nostra, dopo aver preso stamane contatto con rappresentante portoghese assicurandolo della nostra solidarietà, abbiamo comunicato impegno nostro appoggio pur esponendo nota riserva principio. Seguono dettagli per corriere(3).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II. 2 Vedi D. 234 e nota 4. 3 Per il seguito vedi D. 381.

236

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 16684/103. New York, 20 maggio 1960, ore 7,30 (perv. ore 8).

Oggetto: Convocazione Consiglio Sicurezza.

Mio 992.

Consiglio Sicurezza è stato convocato per lunedì pomeriggio [il 23]3. È frattanto pervenuto preannunziato memorandum esplorativo sovietico che dà qualche piprecisa idea impostazione URSS per dibattito: ne riassumo in chiaro linee essenziali. Si annunzia inoltre arrivo Gromyko per domani.

Americani ci hanno contattato per indicarci linee su cui attivamente, in attesa decisione finale che adotteranno Eisenhower e Herter al loro ritorno, si vanno orientando. Essi accetterebbero dibattito su accusa sovietica senza richiedere iscrizione di un loro controricorso: si proporrebbero contenere e ridurre al massimo detto dibattito; e non penserebbero presentare o favorire alcun progetto risoluzione in contrasto con quello di carattere condannatorio che certo presenteranno sovietici, nella fiducia che questo venga sconfitto e che dibattito termini dunque senza risoluzione. Ciessi farebbero anche per scoraggiare eventuali progetti compromesso che qualche membro Consiglio potesse essere tentato presentare. Quanto a partecipazione, non vedrebbero motivi che anche da parte occidentale Ministri Esteri partecipino riunione Consiglio (ma intanto agenzia stampa ha sparso notizia, peraltro non confermatami da Dixon, che Lloyd considererebbe possibilità venire). In un secondo tempo, terminato cioè dibattito su accuse sovietiche, americani richiederebbero come separata questione discussione su loro piano sorveglianza aerea. Procedura cioè analoga ad andamento che dettero alla discussione del 1958 in occasione accuse sovietiche per voli artici, ma con intenzione far intercorrere minor tempo possibile fra fine esame richiesta sovietica e presentazione proposta americana.

Queste idee esposte in via preliminare da americani. Non è detto perche essi abbiano ad avere vita facile, data delicatezza vari elementi in gioco. Risulta ad esempio che membri latino-americani Consiglio hanno visto stamane Lodge per sottolineargli problemi «giuridici» che loro […]4 aspetto relativo violazione sovranità spazi aerei e per prospettargli opportunità che dichiarazione americana in Consiglio ripeta in via definitiva, ai fini anche opinioni pubbliche interne, che voli tipo U-2 sono cessati per sempre. E difficoltà e scrupoli anche maggiori attendonsi da Rappresentante ceylonese e tunisino (quest’ultimo ha da badare anche a sconfinamenti aerei francesi dall’Algeria). Con essi e con latino-americani avr d’accordo anche con miei colleghi occidentali, uno speciale contatto domani in cui cercherportare parola moderazione e terrin particolare presente dichiarazione odierna V.E. a Commissione Esteri(5).

Quanto ad inglesi qui, Dixon mi ha detto essere per ora assolutamente privo ogni indicazione da suo Governo. Inglesi come anche francesi mi sembrano naturalmente orientati anche essi minimizzare problema circonvenendo per quanto possibile dibattito. Con ambedue tengo stretto contatto.

Telegrafato Washington.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Con T. 16573/99 del 19 maggio, Ortona comunicava al Ministero quanto segue: «Presidente del Consiglio di Sicurezza mi ha testé consultato circa data riunione del Consiglio. Gli ho risposto che per consentire adeguata preparazione membri ritenevo conveniente che riunione non avesse luogo prima di inizio prossima settimana» (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II).


3 Riunione convocata su richiesta sovietica in relazione alla crisi che seguì all’abbattimento dell’U-2 americano nei cieli dell'URSS e alla cattura del pilota.


4 Gruppo mancante.


5 Atti Parlamentari Camera dei Deputati, legislatura III, Bollettino Commissioni, seduta del 19 maggio 1960, pp. 4 e 7.

237

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 16538/106. New York, 21 maggio 1960, ore 9 (perv. ore 9,20).

Oggetto: Progetto risoluzione.

Mio 103(2).

Premesso che posizione alleati occidentali è rimasta pressoché immutata da ieri, in attesa ritorno Presidente ed Herter a Washington, giornata odierna si è polarizzata su incontro riservato tra Rappresentanti membri non permanenti (esclusi polacchi, anche dietro mia richiesta) per esame problema. Membri latino-americani si sono subito manifestati desiderosi presentare risoluzione conciliatoria e esortativa, secondo anche incoraggiamenti ricevuti da gruppo latino-americano. Delegati Ceylon e tunisino si sono associati con marcato entusiasmo rilevando – invero alquanto ingenuamente – che membri non permanenti Consiglio, in quanto Rappresentanti Paesi medi e piccoli, avevano oggi responsabilità curare quelle falle aperte da risultato negativo contatti grandi Potenze. E su tale linea mi risulta che Ambasciatore Ceylon era stato indotto da pressione ambienti afro-asiatici. In tali circostanze mi è sembrato inevitabile non sottrarmi a cooperare a redazione testo risoluzione, per evitare che esso contenesse accenni dannosi a interessi occidentali e soprattutto americani. Tanto picimi è sembrato opportuno essendo stato incoraggiato da stessi miei colleghi occidentali seguire iniziativa del genere per poterle opportunamente orientare. Ne è derivato testo progetto risoluzione che trasmetto con telegramma a parte e che, come codesto Ministero rileverà, non contiene alcun riferimento a incidente U-2, a rispetto legge internazionale o altre circostanze emerse in imbarazzante momento di recente vissuto a Parigi.

Si è ravvisata necessità che prima procedere in via ufficiale e definitiva si sondassero sovietici ed americani. Si è poi discusso su tempi piopportuni per eventuale presentazione risoluzione del genere e su questo punto ho suggerito si attendesse risultato contatti predetti con americani e sovietici. Da notare che mi è stato fatto presente da miei colleghi loro intenzione procedere in ogni caso a presentazione risoluzione del genere.

A questo punto ho detto loro – ed essi si sono dimostrati pienamente d’accordo, ben comprendendo mia posizione – che non avrei potuto accompagnarli oltre in iniziativa, e non dopo aver ottenuto reazione da parte miei alleati occidentali e ricevuto istruzioni mio Governo. Siamo quindi rimasti d’intesa che iniziativa stessa sarebbe stata ufficialmente presentata da loro ad americani e come originante da Argentina Ceylon Equatore e Tunisia e che a essa avremmo potuto associarci successivamente. Lo stesso avrebbe potuto fare Polonia.

In altra successiva riunione ho messo al corrente Ambasciatore inglese e francese e Ministro americano (Lodge è a Washington) risultato tali miei incontri dichiarando loro che mentre sollecitavo da mio Governo istruzioni, sarei stato grato far avere al pipresto possibile loro reazioni circa eventuale nostra associazione a iniziativa membri non permanenti. Miei colleghi espresso innanzi tutto vivo apprezzamento per opera collegamento ed influenza moderatrice svolta e dichiarato non poter oggi darmi alcuna reazione in attesa che posizione di ciascun loro Governo possa meglio definire concessioni sussidiarie durante fine settimana. È stato possibile comunque cogliere seguenti sfumature:

1) Americani sono parsi non disinteressati e forse anche attratti da possibilità di diversione offerte da progetto risoluzione sopraindicata. Comunque essi si sono trincerati dietro necessità attendere risultato esame intero problema da Segretario di Stato con Lodge, che non potrà aversi prima di domenica [il 22]. Hanno anche ribadito che su loro reazione avrebbero potuto influire decisione che Washington avrebbe preso circa problemi centrali note contro-manovre americane.

2) Inglesi, anche essi rinviando probabilmente a domenica possibilità loro definitiva presa di posizione, hanno espresso qualche perplessità che iniziativa appaia provenire da membri non permanenti quasi in contrapposizione con membri permanenti, come se primi fossero in grado assicurare pace meglio che i secondi.

3) Francesi hanno trovato che testo risoluzione aveva intonazione eccessivamente drammatica ed hanno preannunziato anzi che in seduta sosterranno non esservi peggioramenti situazione internazionale se non quello originato da atteggiamento Kruscev.

Siamo naturalmente rimasti intesi rimanere in stretto contatto durante fine settimana.

Credo che nostra partecipazione a tale primo tempo, ed in forma del tutto preliminare e ufficiosa, a iniziativa predetta ha permesso per lo meno a occidentali avere un occhio su essa e conservare opportuni collegamenti.

Mi asterrora da ulteriori […]3 con miei colleghi membri non permanenti, fino a che non mi saranno pervenute reazioni altri colleghi occidentali e mi sarà stato possibile su base di esse orientare codesto Ministero in via definitiva su questione.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 236. 3 Gruppo mancante.

238

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 16829/108. New York, 21 maggio 19602 (perv. ore 10,20).

Oggetto: Dibattito Consiglio Sicurezza: basi americane.

Ambasciatore Norvegia mi ha oggi espresso sua preoccupazione che, come d’altronde accennato in documento sovietico, problema basi in certi Paesi alleati degli SUA finisca per divenire uno degli spunti polemici piimportanti in dibattito Consiglio. Egli mi ha chiesto adoperarmi in modo che non abbiano a crearsi maggiori imbarazzi in pubblico foro a suo Governo come potrebbe ad esempio derivare da eventuale richiesta URSS che anche Paesi non membri Consiglio ma con basi militari in loro territorio vengano invitati spiegare in Consiglio loro atteggiamentoin relazione problema basi. È pur vero che richiesta del genere non potrebbe avere carattere obbligatorio ma essere foriera qualche spiacevole sviluppo. Ho certo assicurato Rappresentante Norvegia che terrpresenti sue preoccupazioni ed agiropportunamente in merito ove se ne presenti necessità. Anche in relazione a quanto precede mi sembra necessario prevedere che con riguardo a basi anche Italia possa essere chiamata in causa da sovietici.

Di cid’altronde mi sembra già esservi testimonianza in intervento Deputato Pajetta in Commissione Esteri, riportato da ANSA. In argomento cerchernaturalmente destreggiarmi onde non subire peso discussione e terrpresenti nostri atteggiamenti tradizionali in materia.

Se V.E. avesse elementi che potrebbero essere utilmente da me tenuti presenti per eventuali necessità – dico necessità – dialettiche, sarei grato comunicarmeli(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Il telegramma reca la data di partenza del 20 maggio, ore 24, qui ricondotta al 21 maggio, per coerenza con le date dei telegrammi con i numeri di protocollo precedenti e successivi.


3 Grazzi rispondeva con T. segreto 10721/74 del 24 maggio, definendo priva di ogni ragionevole credibilità qualsiasi teoria circa un coinvolgimento delle basi presenti sul territorio italiano nell’incidente relativo al velivolo U-2, anzitutto per ragioni meramente tecniche (Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza). Dichiarazioni di Pajetta: vedi D. 236, nota 5.

239

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 16828/109. New York, 21 maggio 1960, ore 10,20 (perv. stessa ora).

Oggetto: Dibattito Consiglio Sicurezza – atteggiamento italiano.

Mio telespresso 8622.

A seguito contatti avuti con vari delegati ed in attesa che si conoscano meglio intenzioni americane e posizione inglese, abbiamo posto attenzione a quello che dovrà essere in via generale nostro atteggiamento in dibattito iniziantesi lunedì [il 23]. Mi sembra possa considerarsi innanzi tutto che nel quadro prossima discussione si inseriranno certamente elementi politici di carattere generale che andranno molto al di là del caso specifico. È da presumere che, in alcune Cancellerie e specialmente in quella inglese, idea di poter riallacciare in qualche modo il negoziato interrotto potrà anche non dispiacere.

Entrambi elementi sopra indicati, insieme con opportunità facilitare al massimo posizione americana, mi sembra potranno in definitiva far sì che dibattito si svolga piche sullo specifico incidente, sui riflessi e sulle conseguenze che questo ha avuto sul processo politico distensivo che faceva capo alla conferenza al vertice. Osservo comunque che una impostazione del genere permetterebbe di riportare nel loro giusto quadro responsabilità dei recenti sviluppi, secondo le linee di quanto detto da V.E. alla Commissione Esteri della Camera dei Deputati(3). Va tenuto d’altra parte presente che polemica sarà certamente assai pivivace: dato tono estremamente aggressivo che sovietici non mancheranno di avere, è da prevedersi che da parte occidentale non ci si potrà sottrarre a reazioni alquanto polemiche.

In questo quadro punti principali della nostra impostazione e nostri eventuali interventi mi sembra potrebbero essere seguenti:

1) dato fondamento essenzialmente difensivo Alleanza Atlantica è da escludersi anzitutto in linea generale che possano esistere propositi ed azioni di carattere aggressivo da parte di qualsiasi alleato, cominciando naturalmente da Stati Uniti;

2) ricorso sovietico appare aver perduto sua ragione di essere dopo dichiarazione Presidente Eisenhower relativa sospensione noti voli in avvenire;

3) comunque non sembra in alcun modo accettabile validità impostazione sovietica che appare contraddittoria: avvenimenti che hanno turbato atmosfera internazionale implicherebbero infatti maggiore necessità trattative e non essere causa artificiosa loro rottura. A tale turbamento ha proprio contribuito non giustificabile reazione sovietica;

4) ciche è essenziale è curare tensione internazionale che è alla base recente incidente, e riprendere con serietà azione diplomatica in quei settori già considerati suscettibili di possibili progressi, in particolare prevenzione attacchi sorpresa ed utilizzazione pacifica spazi cosmici;

5) è necessario superare attuale punto morto per tornare verso graduale distensione.

Dovremmo porre cura ovviamente di evitare o aggirare argomenti o menzioni relative a spionaggio, osservanza legge internazionale, ecc. Punto specifico su cui da parte nostra occorrerà poi essere preparati è eventuale riferimenti a basi in Italia: su tale problema riferisco con mio telegramma 1084.

Sargrato se V.E. mi facesse conoscere se concorda in via generale con tale impostazione di massima, comunicandomi ogni indicazione ed istruzione al pipresto allo scopo consentire elaborare tempestivamente nostro intervento(5).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato. 3 Vedi D. 236, nota 5. 4 Vedi D. 238. 5 Per la risposta vedi D. 240.

240

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 10666/72. Roma, 22 maggio 1960, ore 16.

Telegrammi di V.E. 106 a 1092.

In relazione al progetto di risoluzione si attende di conoscere le reazioni anglo-franco-americane al fine di dare il nostro giudizio definitivo.

Ci sembra intanto che possa convenirsi con i francesi sull’opportunità di non dare intonazione eccessivamente drammatica.

Per ciche riguarda il dibattito tenga presente V.E. che è nostro ovvio interesse – non allontanandosi da solidarietà occidentale – di contribuire a diminuzione tensione cercando di togliere così mordente alla azione sovietica.

Nello auspicato alleggerimento dell’atmosfera internazionale dovrebbe trovare maggiore risalto la sproporzione fra l’incidente aereo e l’irrigidimento di Krusciov che ha impedito la realizzazione della conferenza al vertice con grave danno al processo distensivo.

Si concorda comunque su impostazione suo eventuale intervento (telegramma 109 di V.E.) facendo riserva di telegrafare elementi in relazione al suo telegramma 108.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi DD. 237, 238, 239.

241

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 16983/114. New York, 22 maggio 1960, ore 21 (perv. ore 8 del 23).

Oggetto: Progetto di risoluzione.

Mi riferisco ai miei telegrammi 112-1132.

Ho sondato Rappresentanti Francia e Inghilterra su possibilità associazione italiana a presentazione progetto risoluzione membri non permanenti. Ho premesso loro che ho riscontrato in Ambasciatore degli Stati Uniti reazione favorevole. Ambasciatore d’Inghilterra mi ha detto non avere avuto reazioni ufficiali Londra a tale riguardo e che comunque egli riteneva personalmente dovessimo farci guidare piuttosto da reazione americana. Ambasciatore di Francia anche egli a titolo personale […]3 che non vedeva bene nostra associazione in un gruppo composto in gran parte di piccoli Paesi lasciandomi anche contemporaneamente intendere che avrebbe preferito non vederci in essa a fianco Tunisia.

D’altro canto allontanamento dei polacchi (mio 111)(4) potrebbe rendere facile anche nostro sganciamento e indurre anzi altri quattro pregarmi di non partecipare dato che nostra associazione conferirebbe carattere non neutrale gruppo stesso. Potrebbe anche darsi che stesso allontanamento polacchi inducesse Ceylon e Tunisia lasciare iniziativa presentazione solo a sudamericani. Mi sembra in sostanza che data circostanza suindicata nostro atteggiamento debba essere essenzialmente determinato da interesse che nostra partecipazione a presentazione progetto risoluzione pupresentare da punto di vista degli effetti su nostra opinione pubblica ed anche quella di Governi terzi. Tale interesse dovrebbe insomma fare perno su rischio di causare qualche, sia pur leggera, reazione negativa in francesi. Quanto ad osservazione concernente «livello» di altri Paesi con cui ci assoceremmo, essa mi sembra poco importante dato che membri non permanenti hanno sempre, come in crisi Laos, motivi di associazione.

In conclusione e sempre che allontanamento polacchi non abbia reso difficile nostra partecipazione, linea nostro atteggiamento potrebbe così determinarsi:

a) -se gruppo presentatori rimarrà dei quattro (Argentina Ceylon Equatore Tunisia) potremmo astenerci da fare pressioni per partecipare se francesi ci confessassero loro perplessità; b)- se gruppo presentatori sarà ridotto a due latino-americani Argentina, Equatore potremmo chiedere partecipazione.

Naturalmente se allontanamento Polonia rendesse non pipossibile nostra associazione resta inteso che voterei sempre a favore risoluzione in contatto con Rappresentanti occidentali.

Nel caso V.E. volesse inviarmi istruzioni al riguardo associazione esse dovrebbero giungere entro ore 10 (ora di New York) domani mattina 23 corrente(5).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Nei TT. segreti 16981/112 del 23 maggio e 16982/113 del 22 Ortona riferiva al Ministero su colloqui con gli alleati statunitense, inglese e francese circa il progetto di risoluzione da presentarsi a cura dei membri non permanenti (ibidem).


3 Gruppo mancante.


4 Non pubblicato.


5 Grazzi rispondeva, con T. segreto 10668/73 del 23 maggio, come segue: «In ogni caso V.E. voti per risoluzione. Partecipi alla presentazione di essa soltanto dietro consenso americano datole in forma ufficiale e non personale. Voglia comunicare a Brosio quanto precede» (Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza). Nella seduta del 23 maggio, fu inserita la questione in agenda e si susseguirono gli interventi di Gromyko e di Lodge: UN, Security Council, Official Records, 15th year, 857th meeting, 23 May 1960, pp. 2-22. Per il seguito vedi D. 242.

242

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 17575/131. New York, 27 maggio 1960 (perv. ore 4,30).

Oggetto: Progetto di risoluzione.

Mio 130(2).

Per quanto concerne nostra dichiarazione di cui ho trasmesso largo sunto, ho ritenuto opportuno intervenire in discussione trattandosi di una risoluzione molto aderente con nostra impostazione politica generale quale risultami da indicazioni codesto Ministero di cui a telegramma 723, da dichiarazioni V.E. alla Commissione Esteri(4) e da linee generali emergenti da telegramma ad Ambasciata Washington giorni scorsi. Ho tenuto in sostanza ribadire:

a)- opportunità ripresa negoziati internazionali senza mai peraltro menzionare incontro vertice; b)- utili risultati che potrebbero derivare da intensificazione o ripresa lavori Commissione disarmo, attacchi sorpresa, spazi cosmici cui tutti partecipiamo; c)- intenzione Governo italiano portare contributo a collaborazione internazionale in ONU o «in qualsiasi gruppo od organo».

Mi ero naturalmente accordato con colleghi occidentali soprattutto sapendo che essi non intendevano fare interventi importanti. Essi hanno convenuto che avendo partecipato a prima genesi risoluzione fosse naturale dichiarazione un poco piampia da parte mia, anche per evitare impressione che iniziativa fosse accolta con freddezza da parte occidentali.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. segreto 17574/130 del 26 maggio: nella giornata del 26 il Consiglio di Sicurezza aveva respinto una risoluzione sovietica sul tema ed iniziato la discussione della proposta presentata da Argentina, Ceylon, Ecuador e Tunisia. A proposito di quest’ultima, Gromyko avevo espresso forti critiche e presentato emendamenti che riproponevano la sostanza della risoluzione precedentemente respinta (ibidem).


3 Vedi D. 240.


4 Vedi D. 236, nota 5.

243

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 17744/136. New York, 27 maggio 1960, ore 22 (perv. ore 5 del 28).

Oggetto: Consiglio Sicurezza.

Mio 130(2).

Quattro presentatori nota risoluzione hanno ritenuto opportuno stamane apportare qualche ritocco loro testo per fare sì che esso, pur restando sempre accettabile americani ed occidentali, non incontrasse veto sovietico che ieri sera Gromyko in sue intransigenze aveva minacciato. Preoccupazione che li ha spinti agire in questo senso è stato quello evitare che riunione del Consiglio si chiudesse con nota completamente negativa.

Ritocchi apportati ieri sono stati in sostanza di lieve portata: piimportante di essi ha introdotto menzione rispetto sovranità nazionale sia pure senza riferimento a casi specifici e in contesto generale. Modificazioni carattere formale sono state inoltre apportate penultimo paragrafo.

Mi sono naturalmente tenuto in contatto con colleghi occidentali e latino-americani nel corso delle trattative che si sono svolte al riguardo e una volta che americani, quale parte interessata principale, hanno fatto sapere potere accettare modificazione noi con francesi ed inglesi abbiamo dato nostra adesione.

Delegazione russa non ha voluto fino all’ultimo momento pronunciarsi e Gromyko ha ancora stamane pronunciato nuovo discorso vivacemente polemico. In votazione finale essa si è tuttavia astenuta malgrado emendamenti da essa proposti fossero stati in precedenza respinti con 6 contrari e 3 astensioni. Risoluzione è stata così approvata con 9 voti favorevoli e 2 astensioni (URSS e Polonia)(3).

Nel corso dibattito odierno ho svolto due interventi:

a) -1° stamane per spiegare nostro atteggiamento negativo su emendamento sovietico motivato da circostanze che con esso sovietici tendevano reinserire in nuova risoluzione concetto già respinto in discussione precedente ed allusione disarmo generale e completo non strettamente in linea con decisione finale Assemblea Generale; b)- 2° intervento è stato inteso approvare modificazioni apportate a progetto risoluzione 4 membri non permanenti per renderne testo ancora piconciliativo.

In sostanza riunione si è conclusa, non essendosi verificato veto, su nota non negativa: vi è da chiedersi perse civerrà riflesso in prossimo sviluppo panorama internazionale. Riferisco comunque anche per corriere. Per quanto riguarda nostra azione segnalo che Lodge a conclusione dibattito ha tenuto esprimere suo ringraziamento per collaborazione datagli. È stato anche notato nostro contributo a garantire risoluzione approvata oggi.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 242.


3 UN, Security Council, Official Records, 15th year, S/RES/135 (1960), Question of relations between the great Powers, 27 May 1960, pp. 2-3.

244

IL CAPO DEL SERVIZIO ONU, VINCI, AD AMBASCIATE, RAPPRESENTANZE, DELEGAZIONI E DIREZIONI GENERALI(1)

Telespr. 23/006572. Roma, 30 maggio 1960.

Oggetto: Disarmo - ONU.

Riferimento: Telespressi della Rappresentanza Permanente presso l’ONU nn. 1179/779 e 1199/7993.

Si concorda con quanto esposto dalla Rappresentanza Permanente a New York nei telespressi in riferimento circa l’atteggiamento del Segretario Generale verso i proposti organismi per l’attuazione del disarmo e la tutela della pace e della sicurezza internazionale. Il proposito di Hammarskjoeld di mantenere la futura Agenzia del disarmo nell’ambito delle Nazioni Unite sembra effettivamente accompagnarsi a una crescente opposizione a qualsiasi iniziativa che tenda a far uscire la «Peace-Keeping machinery» dalle attribuzioni dell’Organizzazione, iniziativa che del resto ne causerebbe l’inevitabile crisi.

Pur ritenendo tuttora prematuro addentrarsi nella trattazione di questi argomenti specifici, nell’attuale fase del negoziato per il disarmo, ci sembra sia tuttavia opportuno tentare di formulare qualche considerazione di carattere generale, che possa servire a metterne meglio a fuoco alcuni tratti salienti.

Circa lo status che potrebbe concretamente attribuirsi all’Agenzia per il disarmo, sembra che ai precedenti della Banca per la ricostruzione e del Fondo monetario (già opportunamente richiamati dalla Rappresentanza presso le Nazioni Unite) si potrebbe altresì riferirsi a quello della Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, costituita nel luglio del 1957. Esso è particolarmente interessante in quanto questo ente non fu propriamente concepito come un’agenzia specializzata, ma come un’organizzazione intergovernativa allo stesso tempo autonoma e posta sotto l’egida delle Nazioni Unite. In un apposito accordo concluso nel novembre del 1957 queste riconobbero infatti la posizione preminente dell’Agenzia nel campo degli sviluppi pacifici dell’energia atomica, mentre il nuovo ente assunse tra gli altri l’obbligo di inviare rapporti all’Assemblea Generale e in casi appropriati al Consiglio di Sicurezza ed a quello Economico e Sociale. Sono questi elementi di un notevole interesse, e che potranno tornare utili quando le idee circa lo status della futura Agenzia, oggi ancora piuttosto fluido, incominceranno a cristallizzarsi.

Sembra d’altra parte che il Segretario Generale proponendosi di portare la questione dell’IDO, e quelle attinenti, all’ordine del giorno di una futura sessione dell’Assemblea Generale, intenda che il processo di precisazione definitiva non si svolga al di fuori dell’ambito societario. Linea di condotta che si articola, a quanto si pudiscernere per ora, su due tracce fondamentali: la prima che attribuisce al Comitato dei Dieci un compito sostanzialmente preliminare in materia di disarmo e di mera iniziativa per le questioni di sicurezza, e l’altra che identifica nell’Assemblea Generale uno degli elementi coordinatori ed unificatori della multiforme attività dell’organizzazione.

La Conferenza di Chicago di Hammarskjoeld sembra difatti indicare uno stato d’animo sensibile ai rischi di tendenze centrifughe non solo sul piano delle Agenzie Specializzate, ma anche tra gli organi per così dire centrali dell’Organizzazione. Per predisporre un rimedio a queste tendenze, Hammarskjoeld ammonisce alla prudenza circa la creazione di agenzie nuove, e fa assegnamento sull’azione unificatrice dell’Assemblea e del Segretariato. Il primo rimedio non è evidentemente gran che nuovo, e non lo sarebbe neppure il secondo, dato lo sviluppo che le attribuzioni del Segretario Generale hanno assunto dalla fondazione dell’Organizzazione ad oggi: ma due elementi sembrano porre il pensiero di Hammarskjoeld in una luce particolare. Il piano di infondere nuove energie nel Consiglio di Sicurezza attraverso una effettiva applicazione del cap. VII ed una sua eventuale revisione – restituendo all’Organizzazione il primitivo compito di tutela della sicurezza e della pace – si renderebbe impellente e – a suo avviso – realizzabile nel momento stesso in cui nascesse l’agenzia specializzata societaria incaricata di vegliare sulle misure concordate di disarmo. Tra i due organismi interessati, il Consiglio di Sicurezza e la IDO (come del resto fra altri), si porrebbero quindi complessi problemi di coordinamento. Ne deriverebbe per chi ne assumesse la responsabilità, latitudine di giudizio ed ampia opportunità di iniziativa. Probabilmente (e questo è il secondo elemento cui il discorso di Chicago si riferisce) l’Istituto «Segreteria Generale», che vedrebbe accresciute le sue responsabilità, non reggerebbe allo sforzo, se per esso non si verificasse, come per altri organi societari, una evoluzione costituzionale adeguata. Hammarskjoeld non si spinge molto innanzi circa le prospettive che si presentano in questo senso, ma il riferimento al sistema presidenziale americano e la menzione della necessità di delegare certe funzioni «personali» appaiono già abbastanza significativi.

Che comunque il Segretario Generale non si limiti ad elaborare una sua «filosofia» dell’Organizzazione, ma ne vada diffondendo i concetti fondamentali anche in seno alla Commissione dei Dieci, appare confermato dal fatto che un memorandum sulla «Peace machinery» fatto circolare recentemente tra gli occidentali dalla Delegazione canadese ne riprende le idee fondamentali e gli sviluppi. Esso riafferma in particolare la necessità di non tener l’Organizzazione al di fuori nell’elaborazione della «forza di sicurezza», e attribuisce in proposito al Comitato dei Dieci soltanto un modesto compito di iniziativa di studio, da attribuire ad una apposita sottocommissione. Non è impossibile che l’azione di Hammarskjoeld abbia successo, in grado maggiore o minore presso altri Paesi e si profila percil’opportunità di seguirne lo svolgimento con particolare attenzione. Questo Servizio ha intanto approntato un breve studio preliminare su alcune delle questioni connesse ai rapporti disarmo – ONU.

Senza per ora entrare nel merito dei presumibili intendimenti di Hammarskjoeld, quali sopra delineati – ciche investe questioni politiche di ben altra portata – ci sembra che detto studio, qui allegato, possa servire come primo scambio di vedute sugli argomenti in esso toccati, mettendolo a raffronto con le idee espresse nel memorandum canadese particolarmente nella parte concernente la distinzione delle infrazioni e i relativi rimedi.

Allegato

Appunto 23/00555.

Oggetto: Disarmo - ONU

A completamento dell’appunto n. 24/00164 in data 26 aprile u.s., del Gruppo di lavoro per le questioni del disarmo sul problema del collegamento con l’ONU, sollevato dalle crescenti insistenze di Hammarskjoeld, si sottopongono le seguenti considerazioni.

1) Una Organizzazione Internazionale del Disarmo (O.I.D.) avente le caratteristiche di una Agenzia Specializzata dell’ONU, con statuto e struttura analoghi a quelli dell’UNESCO, IAEA, OMS, oppure della BIRS – idea dell’Ambasciatore Ortona – potrebbe presentare a rigore una soluzione accettabile. Superato infatti lo scoglio principale del diritto di veto – inesistente nelle Agenzie Specializzate – una simile organizzazione potrebbe adempiere ai suoi compiti specifici di «controllo ed ispezione». Naturalmente occorrerebbe assicurarsi che la composizione delle «squadre di controllori e di ispettori», la loro libertà di movimento, i metodi di votazione degli organi statutari siano tali da non far riemergere il voto sotto altre forme e quindi il pericolo di paralisi. Ciè soprattutto importante per i casi di trasgressione delle norme di disarmo.

2) Le trasgressioni verificabili potrebbero essere, per comodità di ragionamento, comprese grosso modo entro tre categorie: 1ª minori; 2ª pericolose per la pace; 3ª aggressione qualificata.

Per le minori sarebbe pensabile il ricorso a sanzioni della stessa OID quali: ammonimento allo Stato trasgressore, invito ad effettuare le misure di disarmo ed altre necessarie entro un termine prestabilito pena l’espulsione dall’organizzazione, rottura delle relazioni diplomatiche, ecc.

Le trasgressioni di cui ai nn. 2 e 3 richiederebbero invece la tempestiva entrata in azione del «meccanismo della pace».

3) Gli americani hanno dato recentemente l’impressione di pensare all’Organizzazione per il mantenimento della pace, quale un rafforzamento dell’ONU. Ma ci mancano elementi per esprimere un giudizio sull’orientamento del pensiero americano.

Hammarskjoeld dal canto suo non ha ancora rivelato chiaramente cosa intende quandoparla di funzione di coordinamento dell’Assemblea Generale e del Segretariato Generale dell’ONU. In ogni caso Hammarskjoeld – se non gli americani – sembra prevedere, sotto la formula «sviluppo costituzionale» (discorso di Chicago) la graduale attuazione del cap. VII della carta dell’ONU e un coordinamento da parte dell’Assemblea Generale e del Segretariato Generale degli organismi che ne nascerebbero.

Il ragionamento da farsi potrebbe quindi essere il seguente.

Parallelamente all’attuazione delle successive fasi di disarmo si dovrebbe: a) mettere a disposizione del Consiglio di Sicurezza le forze armate necessarie per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali (art. 43-45); b) costituire un Comitato di Stato Maggiore – composto dai Capi di S.M. dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e loro rappresentanti

– avente la responsabilità della direzione strategica di tutte le forze armate messe a disposizione del Consiglio di Sicurezza (art. 47); c) creare eventualmente sottocomitati regionali, dopo consultazione con le organizzazioni regionali (art. 47), in previsione di quanto stabilito all’art. 53.

Un simile «sviluppo costituzionale» porta a ipotizzare alcune situazioni particolari. Fra le principali ipotesi che vengono in mente sono le seguenti:

1) Disarmo parziale. In questa situazione un concentramento di forze in un determinato settore, preparativi di attacco armato, ecc. (trasgressione di cui al n. 2) potrebbero, in base a una segnalazione dell’OID, provocare la convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza. Qualora le decisioni di questo organo societario fossero paralizzate da un veto, potrebbe ipotizzarsi la possibilità, conformemente alla prassi invalsa negli ultimi anni, di ricorrere a interventi delle forze ONU decisi dall’Assemblea Generale.

Lo stesso potrebbe dirsi nel caso di una aggressione qualificata, salvo rimanendo nel contempo il diritto della vittima di una aggressione a termini degli articoli 51 e 52, di rispondere con i mezzi convenzionali e nucleari propri e degli alleati all’attacco dell’aggressore, sia che questo impieghi o meno armi atomiche.

Ma rimane un quesito: come difendere uno Stato vittima di un’aggressione nucleare, che non sia coperto dall’ombrello atomico dei Patti Atlantico e di Varsavia? Si possono per questa eventualità formulare due ipotesi subordinate:

a) -Attacco atomico di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza: l’art. 27 stabilisce che un membro del Consiglio di Sicurezza, che sia parte in una controversia, deve astenersi dal veto nelle decisioni previste dal capitolo VI (che tratta soltanto delle procedure pacifiche per la soluzione delle controversie) e del paragrafo 3 dell’art. 52 (soluzioni pacifiche nell’ambito regionale), ma non esiste una norma che altrettanto chiaramente escluda il veto per le decisioni previste dal capitolo VII (misure anche armate per il ristabilimento della pace e della sicurezza internazionali). - b) -Attacco atomico di uno Stato non membro permanente del Consiglio di Sicurezza. Per quanto non immediata questa ipotesi andrebbe tuttavia prevista. Qui le possibilità di paralisi

dell’ONU si moltiplicherebbero, viste le numerose combinazioni da farsi a seconda dello Stato aggressore e delle sue relazioni con uno o pidei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

2) Disarmo completo anche nucleare. Dovendosi ragionevolmente escludere che le potenze atomiche rinuncino interamente al «deterrent» rimarrebbe inalterato il diritto di ritorsione nucleare per sé e i loro alleati.

Ma quid agendum nel caso menzionato ai punti a) e b) che la vittima non appartenga alle alleanze coperte dall’ombrello atomico?

Se anche infatti le forze ONU disponessero di mezzi atomici esse potrebbero essere impedite di intervenire tempestivamente per le medesime ragioni esposte pisopra. Ne conseguirebbe presumibilmente la scomparsa della vittima, mentre l’aggressore ne uscirebbe indenne, per non dire trionfatore.

In questo studio molto sommario, ci si è astenuti dall’esaminare quali garanzie di funzionamento offrirebbe il Comitato di Stato Maggiore formato con ufficiali degli Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Francia, URSS, Cina, al quale spetterebbe ovviamente il compito di dirigere le operazioni militari ordinate dal Consiglio di Scurezza. Concepito in un momento in cui si confidava – ingenuamente – sulla loro collaborazione per il mantenimento della pace, sarebbe per lo meno illusorio pretendere che si verifichino presto quelle relazioni di fiducia e d’intesa fra i cinque Grandi (quale Cina?) indispensabili al normale funzionamento di un organo essenziale del meccanismo della pace.

Hammarskjoeld, nell’accennare ai poteri di coordinamento dell’Assemblea Generale e del Segretariato Generale, non ha precisato se intenda questa funzione come integrativa o sostitutiva degli altri organi dell’ONU.

Nel primo caso occorrerebbe chiarire i vari quesiti posti pisopra e nel secondo – se non anche nel primo – procedere a una modifica dello Statuto dell’ONU che lo renda aderente alla realtà politica e alle esigenze nuove richieste da un eventuale programma di disarmo globale.


1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 349, fasc. Disarmo, 1960.


2 Sottoscrizione autografa. Indirizzato alle Ambasciate a Londra, Washington, Ottawa e Parigi, alla Rappresentanza presso l’ONU a New York, alla Delegazione per il disarmo a Ginevra, alla Direzione Generale degli Affari Politici (Gruppo di lavoro per il disarmo, Servizio NATO, Ufficio I).


3 Non pubblicati.

245

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 19001/152. New York, 4 giugno 1960 (perv. ore 13,20 del 6).

Oggetto: Nuovo piano Krusciov per disarmo.

Trasmetto a parte testo comunicazione con cui Sobolev ha richiesto diramazione nuovo piano Krusciov per disarmo. Iniziativa sovietica ha senza dubbio suscitato notevole impressione in ambienti Nazioni Unite che hanno colto di essa anche importante aspetto societario, sia per modo presentazione (con consegna non solo ad Ambasciatori a Mosca, ma con richiesta ufficiale distribuzione a missioni presso ONU) e sia per ampi riferimenti a Nazioni Unite contenuti in proposte concernenti organizzazione controlli, ruolo «milizia» internazionale, Consiglio Sicurezza, ecc.

Ne ho parlato con Hammarskjoeld. Superfluo rilevi che egli non ha mancato cogliere varie implicazioni iniziativa in questione. Mi ha ricordato nostri colloqui dell’11 aprile (su cui ho a suo tempo telegrafato)(2) in cui aveva consigliato che fossero occidentali a prendere qualche iniziativa implicante Nazioni Unite in disarmo per prevenire analoghe mosse sovietiche. Iniziativa era invece di nuovo partita da campo sovietico e questa volta con caratteristiche di maggiore concretezza. Nuovo piano Krusciov includeva certo qualche proposta costruttiva che non avrebbe potuto non imbarazzare occidentali. Soprattutto aver posto in primo piano idee francesi costituiva abile mossa che avrebbe creato difficoltà ancora maggiori di quelle già registratesi tra occidentali stessi. Per il resto Hammarskjoeld mi ha candidamente dichiarato che era quasi imbarazzato a parlarmene, tanto proposte sovietiche avevano ripreso alcune sue note idee su congegni controlli (senza veto) e ruolo organi Nazioni Unite nel quadro capitolo VII (Carta ONU). Né, ha tenuto a dirmi, ciera derivato da consultazioni con lui, perché di tali idee egli aveva fatto ampiamente stato sia in conferenza stampa e sia in discorso Chicago (miei telespressi 779 e 799)(3). Dovrei aggiungere che Hammarskjoeld ha ombreggiato anche qualche preoccupazione che con nuove proposte Krusciov siano per ora solo sovietici a farsi paladini sue idee.

Protić riparte domani per Ginevra per ripresa lavori Commissione Dieci 7 giugno p.v.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 226. 3 Non pubblicati.

246

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgentissimo 20230-20236/159-160. New York, 14 giugno 1960, ore 19 (perv. ore 19,35)(2).

Oggetto: Caso Eichmann.

159. Mio 158(3).

Ho veduto ieri Ambasciatore Israele in visita cortesia. Abbiamo tra l’altro parlato caso Eichmann(4) su cui mio collega formulato seguenti considerazioni:

1) Potrà forse criticarsi da un punto di vista strettamente giuridico azione «commandos» e successivo atteggiamento Governo Tel Aviv.

2) Sta di fatto che ora che Eichmann è in mano Israele è assolutamente da escludersi qualsiasi minima possibilità sua restituzione a Argentina. Nessun Governo Israele potrebbe sostenersi né sarebbero da escludersi «moti popolari» se a tale restituzione si accedesse.

3) Riunione Consiglio Sicurezza per esame questione appare eccessiva e inopportuna. Cipotrebbe creare spunti spiacevoli a causa recente discussione su U-2 e anche dare a sovietici possibilità estendere dibattito oltre suo motivo specifico con allusione e considerazioni relative nazismo, spirito aggressivo Germania, ecc.

4) Non è ancora chiaro se Argentina vorrà procedere convocazione; comunque Ben Gurion ha cercato non impegnarsi in discussione pubblica evitando continuare con note verbali ufficiali che avrebbero ulteriormente avvelenato atmosfera. Vi è da sperare che sua ultima lettera privata induca Argentina a spirito piconciliativo, consentendo qualche formula mediatrice e anche eventualmente qualche incontro altissimo livello in Europa approfittando contemporaneamente presenza colà Ben Gurion e Frondizi.

Il presente telegramma continua col numero di protocollo successivo.

160. Segue a quello avente numero di protocollo precedente.

Stamane è venuto farmi visita Ambasciatore dell’Argentina appena giunto da Buenos Aires. Naturalmente sue tesi sono del tutto opposte. Egli mi ha innanzi tutto descritto indignazione personale Presidente Frondizi e Governo argentino per atteggiamento israeliano. Mi ha dichiarato quindi molto nettamente che sue istruzioni erano richiedere convocazione Consiglio di Sicurezza domani. Egli desidererebbe chiedere anche che riunione avvenga martedì prossimo scopo consentire adeguata preparazione. Sue istruzioni sono nel senso ottenere risoluzione da parte Consiglio che, senza contenere parole precise di condanna, riconosca almeno violazione sovranità nazionale argentina e necessità rispetto legge internazionale. Risoluzione dovrebbe anche contemplare restituzione Eichmann, Argentina essendo lungi dall’opporsi a giudizio nei confronti predetto ma desiderando invece che esso avvenga attraverso normali istanze giudiziarie. Egli mi ha anche aggiunto sperare in appoggio e adesione totale Paesi amici, lasciandomi intendere come Argentina apprezzerebbe che non debba essere essa stessa proporre risoluzione, ma questa derivi da iniziativa altri membri.

Ho ritenuto opportuno mettere al corrente mio collega argentino impressioni da me finora raccolte sia da Hammarskjoeld, che egli non aveva ancora visto, sia da collega israeliano. Amadeo mi ha ribadito che suo Governo non poteva prestarsi a formule conciliative in omaggio a «emotività» popolo israeliano.

Esaurita tale parte conversazione, abbiamo poi in spirito di collaborazione e riservatezza esaminati vari aspetti questione. Non ho mancato far presente Amadeo difficoltà che si porrebbero per rapporti tutti noi con Israele, tanto pise si dovesse votare risoluzione che addirittura comportasse precisa menzione restituzione Eichmann.

Amadeo mi ha lasciato intendere in via del tutto confidenziale e personale che egli avrebbe potuto anche, in base istruzioni ricevute, recedere da tale menzione precisa purché risoluzione accennasse a adeguate «riparazioni» e rispetto ordine giustizia internazionale ecc.

Abbiamo poi anche parlato possibilità intervento Corte Internazionale dell’Aja sia in sede contenziosa sia consultiva. Amadeo rilevato che cipotrebbe avvenire, procedendosi da parte Israele a restituzione Eichmann e Corte essendo investita decisione su tribunale che dovrebbe giudicarlo, il che sembra in realtà essere unico punto giuridico di competenza Corte stessa.

Ciche perè necessario secondo collega argentino è solenne sanzione buone ragioni argentine da parte comunità internazionale tramite Nazioni Unite. E quanto a competenza Consiglio, Amadeo dichiarato che voluta disputa comporta frizione internazionale e che non deve rifiutarsi interpretazione Argentina che essa comporta minaccia pace e sicurezza «non potendosi ammettere che tale minaccia esiste soltanto quando dissensi si verificano tra grandi Potenze».

Amadeo mi ha detto non avere potuto rifiutare incontrarsi con Signora Meir stamane dietro richiesta Ambasciata Israele, ma non aveva alcuna fiducia sviluppo favorevole questione.

Rilevo per mio conto che unico aspetto in cui forse potrebbesi vedere qualche intenzione non totalmente rigida da parte argentina è quello implicito in richiesta inizio riunione Consiglio Sicurezza soltanto martedì prossimo, dato che cipotrebbe dare qualche giorno di tempo sia per elaborare risoluzione generalmente accettabile e sia anche per eventuale incontro europeo tra Ben Gurion e Frondizi. Comunque anche su tale ultima possibilità Amadeo è stato reciso in marcarmi per lo meno in via ufficiale, inutilità incontro stesso, se comunità internazionale non verrà prima incontro ad aspettative argentine.

Quanto atteggiamento altri Paesi, Amadeo mi ha detto anche avere trovato simpatia in Rappresentante americano che egli aveva visto prima di me e che Lodge lo aveva assicurato avrebbe subito investito questione Dipartimento di Stato. Delegazione americana dichiarato che per ora Governo americano non ha formulato posizione in materia, ma non ha ancora escluso possibilità che argentini possano alquanto recedere. Inglesi e francesi appaiono per ora estremamente perplessi.

Mio collega argentino mi ha detto non escludere che Presidente argentino parlerà del problema anche costì5.

Riferirulteriormente.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 La prima parte del presente documento (T. 20230/159), partita alle ore 19, pervenne alle ore 19,35; la seconda (T. 20236/160), partita alle ore 19,06, pervenne alle ore 19,40.


3 Non pubblicato.


4 Si fa riferimento alla cattura di Adolf Eichmann in Argentina da parte di agenti del Servizio di Sicurezza Israeliano.


5 Per la risposta vedi D. 247.

247

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. 12482/94. Roma, 15 giugno 1960, ore 18.

Ieri sera, in colloquio tra il Ministro Segni e il Ministro Esteri argentino è stata riconosciuta necessità di una stretta collaborazione in sede ONU tra i due Paesi. (Cici interessa in modo particolare per questione Alto Adige). Taboada ha assicurato che darà istruzioni sua Delegazione mantenersi in costante contatto con V.E. per tutte questioni di comune interesse.

In relazione poi a suoi telegrammi 159 e 1602 anche se sarebbe preferibile che Nazioni Unite non prendano atteggiamento troppo intransigente verso Israele nella questione Eichmann, V.E. – mantenendosi in contatto con suoi colleghi occidentali – vorrà stare dalla parte argentina contribuendo ad una possibile soluzione conciliativa tra le due parti che, pur basandosi in pratica sul disposto articolo 33, eviti, per quanto ancora possibile, formale ricorso al Consiglio o, quanto meno, conseguente dibattito in seno ad esso: giacché in quest’ultimo caso, non potremmo che appoggiare Argentina.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza. 2 Vedi D. 246.

248

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 20331/162. New York, 15 giugno 1960, ore 3,15 (perv. ore 3,30).

Oggetto: Caso Eichmann.

Miei 159 a 1602.

Incontro Signora Meir ed Ambasciatore dell’Argentina che ha avuto luogo in «terreno neutrale» e cioè in abitazione Ambasciatore Paraguay, non ha portato mutamenti in posizioni rispettive quali descritte in miei telegrammi citati. Signora Meir avrebbe ammesso fondamento punti giuridici tesi argentina ma a sua volta avrebbe lumeggiato eccezionale «unicità» caso Eichmann dichiarando nettamente che mai Eichmann verrà restituito. Essa avrebbe anche lasciato cadere accenno fatto da uruguayano (e che mi sembra capire non sarebbe stato scartato da Argentina) secondo cui Eichmann avrebbe potuto essere restituito ad Ambasciata dell’Argentina in Israele e colà detenuto in attesa che Corte Internazionale dell’Aja investita da Consiglio decida tribunale competente giudizio.

Amadeo confermatomi quindi che, a meno che intervengano nuove istruzioni per lui, ritenute peraltro del tutto improbabili, egli procederà domani richiesta convocazione Consiglio per martedì prossimo.

Nei prossimi giorni mi atterrei in massima seguente linea di condotta:

1) cercare non prendere parte quale co-proponenti alla risoluzione (il che osservo, non sarà facile dato che ho già colto alcuni accenni al riguardo da parte collega argentino);

2) adoperarmi in contatto con colleghi membri del Consiglio affinché risoluzione dia soddisfazione ad argentini su punti giuridici pur lasciando l’impressione che vi è comprensione per punti morali invocati da Israele e rilevando «unicità» caso;

3) in tale quadro evitare che risoluzione menzioni specificatamente restituzione Eichmann.

Mentre sarei grato eventuali istruzioni V.E. soprattutto su punto primo indubbiamente di particolare delicatezza, riservomi anche sottoporre non appena possibile indicazioni per intervento in dibattito, dopo aver accertato atteggiamento altri miei colleghi occidentali, che per ora sono tutti in attesa istruzioni(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 246.


3 Annotazione del cifratore in calce al telegramma: «diramazione ritardata per difficile decifrazione».

249

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 20482/165. New York, 16 giugno 1960, ore 3 (perv. ore 3,30).

Oggetto: Questione Eichmann.

Miei 159-1602.

Confermo che Rappresentante argentino chiesto convocazione Consiglio Sicurezza incontrandosi stamane con Presidente di turno (Ambasciatore Cina) e con Hammarskjoeld. Riunione dovrebbe avere luogo mercoledì prossimo [il 22] (e non martedì). Con mio telegramma 1663 invio sunto documento accompagnante richiesta argentina.

In tale circostanza sembra difficile ormai che tentativo per impedire riunione, già qui svolto e che, anche dopo istruzioni V.E. di cui al telegramma 944, cerchercomunque proseguire, possa avere esito positivo. Delegazione lasciatoci intendere volere insistere in qualche tentativo tendente […]5, pure essendo molto scettica al riguardo, e in ogni caso non intendendo opporsi iscrizione in agenda. In conversazioni con Sottosegretario Affari Legali N.U., questi rilevatomi anormalità convocazione Consiglio per caso del genere e difficoltà qualsiasi pratica soluzione, non esistendo in realtà tribunale internazionale adatto a cui giurisdizione Eichmann possa essere consegnato e essendo difficile Israele consegna a Germania e accettazione tribunale tedesco come previsto da articolo 5° Convenzione genocidio. D’altra parte anche egli ritiene che riunione ormai inevitabile. Mi ha accennato di nuovo a eventuale risoluzione Consiglio che concluda con richiesta a Corte parere consultivo su base articolo 96 Carta. Il che non posso registrare che con qualche perplessità, per nostro ovvio interesse che non si parli troppo di tale articolo, che figura al centro nota formula austriaca per Alto Adige. Cercherapprofondire domani come si sviluppano atteggiamenti vari delegazioni e se detto articolo costituisce motivo attenzione anche presso di esse. Terrpresente istruzioni V.E. di cui telegramma citato.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 246.


3 Non pubblicato.


4 Vedi D. 247.


5 Gruppo mancante.

250

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 20614/169. New York, 16 giugno 1960, ore 21 (perv. ore 4,15 del 17).

Oggetto: Caso Eichmann.

Miei 159-1602.

Seguito contatti odierni ho rilevato in mie tre colleghi occidentali estrema riluttanza a riunione Consiglio per caso Eichmann e speranza che pressioni disposte anche da varie Cancellerie consentano qualche soluzione – peraltro giudicata difficile – atta evitare dibattito. Segnalo che dei tre, come d’altronde prevedibile, francese mi è sembrato pinetto in tale linea, deplorando egli iniziativa argentina e lasciando intendere suo Governo potrebbe anche opporsi a iscrizione in agenda. In attesa qualche augurabile sviluppo in senso predetto, nessuna delle tre delegazioni ha fissato ancora proprie idee su corso che dovrebbe darsi a dibattito e su scopi e contesto eventuale risoluzione.

D’altro canto collega Israele ha chiesto vedermi. Mi ha di nuovo reiterato posizioni espostemi ieri l’altro, esprimendo speranza che pressioni su Argentina inducano questa ritirare richiesta riunione.

In linea subordinata, se riunione dovesse aversi, da essa, secondo Comay, potrebbe tutto al piderivare risoluzione che, come in caso U-2, non si centri su fatto specifico prelevamento Eichmann, ma ribadisca principio Carta e rispetto diritti internazionali e concluda esortando due parti genericamente a perseguire soluzione caso attraverso adeguati negoziati. Ho detto a Comay che mio Governo sarà certo molto lieto se si eviterà discussione: gli ho peraltro rilevato particolare situazione in cui Italia si troverebbe se riunione avesse luogo, date sue relazioni con Argentina, per di piin questi giorni in cui ha luogo visita Presidente Frondizi in nostro Paese.

Rappresentante Argentina con cui ho avuto nuovi contatti mi ha dato impressione che egli personalmente e suo Governo non intendono recedere da dibattito. Avendo egli constatato riluttanza molti membri a riunione e netta avversione in alcuni acché eventuale risoluzione Consiglio richieda restituzione, aveva, su linea anche nostri scambi di idee, telegrafato Buenos Aires consigliando modificare istruzioni dategli e proponendo testo risoluzione che non contenga parole condannatorie, ma, constatando avvenuta violazione sovranità, chieda Israele proceda «adeguata riparazione secondo principi Carta». Amadeo mi ha fatto capire che, se Consiglio votasse risoluzione del genere, caso potrebbe secondo lui considerarsi concluso attraverso tale riconoscimento Consiglio, senza che Governo Israele debba ulteriormente procedere restituzione giudicata politicamente impossibile. Collega argentino rilevato che sua proposta era ora allo studio a Buenos Aires e che di essa egli non aveva ancora fatto parola con nessun membro. Mi ha pregato quindi considerarla confidenziale fino a che suo Governo non esprima suoi commenti ed eventuali approvazioni, dopo di che sarà grato ogni mia collaborazione e aiuto a scopo informativo e opportunamente esplicativo con altri colleghi. Al che mi sono naturalmente espresso con mio collega argentino secondo linea di cui al telegramma di V.E. 94(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 246.


3 Vedi D. 247.

251

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 20807/171. New York, 17 giugno 1960, ore 21,30 (perv. ore 3,30 del 18).

Oggetto: Caso Eichmann.

Mio 169(2).

Ambasciatore dell’Argentina mi ha comunicato stamane progetto risoluzione che egli intenderebbe fare adottare da Consiglio e che suo Governo ha approvato malgrado attenuazioni apportate a impostazione originaria di Buenos Aires. Amadeo mi ha pregato, prima che egli provvedesse a distribuirlo, intrattenere al riguardo confidenzialmente miei colleghi occidentali e lasciar loro intendere interpretazione da darsi a portata risoluzione stessa quale da lui accennatami ieri, il che ho fatto subito nel quadro collaborazione con questa Delegazione argentina come da telegramma di V.E. 943.

Ho veduto in tre separati colloqui Rappresentante americano inglese e francese. Impressioni raccolte e esito tale azione possono così riassumersi:

A) va affermandosi impressione impossibilità evitare dibattito;

B) risoluzione argentina apparsa in sostanza buona base lavoro date sue conclusioni alquanto moderate;

C) occorrerà per bilanciare alquanto testo inserire qualche modificazione. Americani per ora in via personale ritengono che si potrebbe da una parte ricordare precedenti storici persecuzioni naziste e dall’altro concludere con invito due parti ristabilire atmosfera amicizia. Inglesi pur aderendo tale impostazione non si sbilanciano, francesi vorrebbero inserimento qualche frase pifavorevole posizione Israele;

D) intenzione di tutti è di evitare comunque posizione troppo di punta.

Ho infine messo al corrente collega argentino mia azione, trovandolo abbastanza accessibile accogliere qualche modifica, cisecondo lui potrebbe avvenire con emendamenti da parte di qualche altro membro a testo che egli intende invece sottomettere a Consiglio come proposta argentina in sua dichiarazione fin dall’inizio. Amadeo mi ha detto anche che di tale testo israeliani avrebbero già qualche notizia e non si sarebbero dimostrati troppo scontenti. Quanto a sovietici gli avevano dichiarato non essere contrari per altro preannunziando anche che in dibattito parleranno del caso Eichmann «e di altri argomenti».

Ambasciatore dell’Argentina mi ha ringraziato per azione svolta.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 250. 3 Vedi D. 247.

252

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. 12673/95. Roma, 18 giugno 1960, ore 14,05.

Nostro 942.

Ci risulterebbe che sono attualmente in corso a Roma contatti fra israeliani ed esponenti del seguito Frondizi per combinare incontro eventuale tra Frondizi e Ben Gurion, incontro che dati impegni Presidente argentino non potrebbe avere luogo prima del 24 corrente.

Cistante sarebbe opportuno che seduta Consiglio Sicurezza convocata per giorno 22 venisse rinviata. Voglia V.E. agire in tal senso d’accordo con suoi colleghi Occidente(3).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza. 2 Vedi D. 247. 3 Per la risposta vedi D. 253.

253

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 20926/174. New York, 18 giugno 1960, ore 14 (perv. ore 19,30).

Oggetto: Caso Eichmann.

Suo 952.

Dato che già conoscevo con quale piena adesione colleghi occidentali favorirebbero iniziativa per rinvio e cancellazione seduta del Consiglio, mi sono soprattutto e particolarmente preoccupato reazione mio collega argentino. Poiché infatti rinvio riunione avrebbe notevole risonanza, una mia iniziativa a tale scopo, se non fosse concordata con Argentina, potrebbe, dati loro umori in argomento, essere male interpretata da questa Rappresentanza argentina.

Del resto se da parte colleghi occidentali, nonché stesso Segretariato, si vedrebbe con massimo favore rinvio discussione cinon toglie che nessuno di loro prenderebbe o si associerebbe pienamente ad una iniziativa al riguardo senza avere certezza che predetta Rappresentanza argentina non vi si sia opposta. Ho pertanto ritenuto in primo luogo di cautamente sondare terreno con Ambasciatore Amadeo per accertare quanto gli risultasse dello sviluppo segnalatomi da codesto Ministero. Mi sono limitato chiedergli se erano anche a lui giunte voci (non gli ho precisato da quale fonte le avessi avute io) di contatti tra Israele ed esponenti seguito Frondizi a Roma. Amadeo mi ha risposto che nulla risultavagli in tal senso e che anzi egli sapeva essere state date smentite per di pirecentissime, emananti direttamente da gruppo presidenziale circa qualsiasi eventuale contatto con Israele. In tale circostanza, per promuovere azione rinvio Consiglio che, ripeto, ha sempre, e tanto piavrebbe in tal caso, implicazioni di notevole delicatezza e ripercussioni su stampa, mi occorrerebbe potere ritornare su argomento con Amadeo su base di una posizione ufficiale e agire dopo cicon suo pieno consenso.

Sconsiglierei invece iniziativa nostra senza accordo con argentini qui, anche se, per quanto concerne almeno alleati occidentali, sono certissimo essi non chiederebbero di meglio che rinvio e cancellazione riunione Consiglio.

Prego pertanto telegrafarmi tenendo presente comunque che fino a lunedì [il 20] mi sarà impossibile promuovere azione ufficiale in assenza di Hammarskjoeld.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 252.

254

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgentissimo 21101/175. New York, 18 giugno 1960 (perv. ore 14 del 20).

Oggetto: Dibattito caso Eichmann.

Mio 171(2).

In dibattito su caso Eichmann è prevedibile che in prima riunione parlerà Delegato argentino e che susseguentemente israeliano verrà chiamato a testimoniare. Circa loro dichiarazioni è prevedibile in via di massima che argentino seguirà linee di cui risoluzione trasmessa con mio 172(3). Israeliano potrà anche ammettere alcuni punti legali tesi argentina, ma farà certo perno su unicità caso, su sofferenze subite da ebrei e si riferirà a note leggi israeliane per dimostrare fondamento giudizio da parte Israele. (Collega francese mi diceva stamani confidare che Signora Meir che sembrerebbe intenzionata rappresentare Israele in dibattito voglia creare nota distensiva esprimendo rammarico ufficiale).

Segnalo comunque che si è sviluppata tendenza stamani tra occidentali a premere su argentino affinché egli non presenti testo risoluzione che dovrebbe poi essere emendato con iniziativa qualche altro membro (vedi mio 171), ma consenta invece a che sia altro membro a presentare intero testo che dia soddisfazione al punto di vista argentino, pur includendo riferimenti a precedenti storici atti a spiegare iniziativa Israele e auspicio ripresa buone relazioni tra due Paesi.

In tali circostanze è difficile che si possa, fino a che contatti diplomatici in corso non saranno esauriti e non si saranno udite dichiarazioni due parti, avere elementi sufficienti per precisare linea interventi da parte vari membri in dibattito.

Comunque mi è sembrato opportuno prevedere quale potrebbe essere in via di massima impostazione generale nostra dichiarazione. Subordinatamente a mutamenti che sviluppi questione potranno suggerire, mi sembrerebbe essa potrebbe essere centrata su seguenti punti:

1) Italia si rende conto motivi che hanno indotto israeliani a loro iniziativa, consapevole come essa è che popolo israeliano come tale risente tuttora acutamente efferatezze perpetrate da Eichmann. Indignazione e reazioni emotive sono spiegabili e comprensibili anche a distanza di anni.

2) Tuttavia Nazione israeliana formatasi a Stato ha accettato norme positive che regolano rapporti internazionali tra Stati. Tali norme dell’ordinamento giuridico su cui riposa la comunità internazionale non consentono che elementi politici ed emotivi abbiano a far premio su norme stesse.

3) Ordinamento giuridico internazionale prevede ricorso a procedure e mezzi per realizzare giustizia. Convenzione su genocidio ad esempio è stata stipulata proprio per assicurare base giuridica alla punizione crimini contro umanità. Tutto ciavrebbe dovuto essere tenuto presente da Israele.

4) È vero che Convenzione genocidio non prevede retroattività e legge israeliana la prevede, costituendo quindi una piattaforma pisoddisfacente e pipositiva per le aspettative israeliane, ma è anche vero che noi siamo qui chiamati a riconoscere una violazione di sovranità di cui dobbiamo dare atto all’Argentina, a prescindere da quello che dovrebbe essere foro piadatto a giudicare Eichmann.

5) Siamo comunque convinti che superamento dell’antitesi tra morale e diritto, tra esigenza punire uomo che ha commesso colpe contro genere umano da un lato, e necessità dall’altro lato, propria ad ogni società che voglia vivere nell’ordine e nella pace, di rispettare il diritto vigente, è resa possibile da due considerazioni. La prima di esse è che Eichmann risiedeva in Argentina illegalmente e sotto falso nome e che d’altronde prelevamento è avvenuto ad opera di volontari. La seconda è che disputa tra Israele e Argentina non verte tanto su caso Eichmann quanto su impostazione generale. Israele infatti riconosce sostanzialmente violazione sovranità argentina pur non ammettendo propria responsabilità diretta, e Argentina, come tutti noi, si rende conto istanza emotiva Israele pur esigendo riconoscimento diritto positivo. Per questo, superamento tra punto di vista etico-politico e punto di vista giuridico puaversi attraverso discussione in ambito Nazioni Unite e in particolare Consiglio di Sicurezza, organo cui competenza e funzione riassumono tali due concetti. È necessario che attraverso azione consiliare venga data adeguata riparazione a infrazione avvenuta al diritto internazionale, sulla base del riconoscimento dato al punto di vista argentino circa violazione sua sovranità nazionale.

Codesto Ministero noterà che vengono omessi riferimenti a deplorazioni o condanne, a restituzione Eichmann, a funzionari colpevoli, ecc. Tutto ci in quanto ultimi due giorni hanno dato modo portare Delegazione argentina ad atteggiamento molto piattenuato e possibilista che non quello originariamente assunto.

Sargrato se eventuali commenti ed istruzioni codesto Ministero mi potessero pervenire mattina martedì [il 21].


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 251. 3 Non pubblicato.

255

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 21213/179. New York, 20 giugno 1960, ore 21 (perv. ore 2,40 del 21).

Oggetto: Caso Eichmann.

Mio 178(2).

Contatti giornata odierna sembrano dimostrare come situazione relativa eventuale sospensione riunione del Consiglio sia andata complicandosi non trovando, come d’altronde già segnalato sabato [il 18], alcun incoraggiamento in argentini. Riassumo tali contatti:

1) dopo colloqui in cui Bérard mi aveva informato voce anche raccolta da suo Governo circa possibilità incontro Ben Gurion-Frondizi, pure americani e inglesi ricevuta notizia analoga. Inglesi per di piavevano avuto informazioni secondo cui Frondizi avrebbe accettato incontrarsi ed accetterebbe anche rinvio seduta del Consiglio purché per ambedue le cose iniziativa fosse partita da altri;

2) informazioni da fonte attendibile colleghi occidentali che intendevano porre oggi allo studio questione testo progetto risoluzione o emendamenti e meglio concertare procedura in dibattito, hanno ripreso riunione a tale scopo;

3) americani hanno parlato a Amadeo riferendo voce raccolta menzionando possibilità rinvio Consiglio. Amadeo risposto che aveva in quel momento parlato telefonicamente con Frondizi e che questi non solo non gli aveva fatto alcun accenno a possibilità suo incontro con Ben Gurion, ma gli aveva anzi chiesto conferma altra voce raccolta, sembra, presso Ambasciata americana Parigi o Berna, secondo cui era imminente appello Eisenhower a Frondizi per rinvio riunione del Consiglio. Americani hanno seduta stante dichiarato a Amadeo non (dico non) risulta loro che tale appello fosse in corso;

4) Ambasciatore Amadeo è venuto successivamente vedermi per dirmi aver avuto una seconda conversazione telefonica con suo Presidente che gli aveva smentito voce circa eventualità incontro Ben Gurion, gli aveva dato istruzioni non favorire alcun rinvio e gli aveva raccomandato cercare tenere dibattito su piano di serena obiettività. Amadeo pregava me di adoperarmi perché sia tattica dibattito e sia eventuale proposta per modifiche sua risoluzione vengano elaborati al pipresto tra principali delegazioni;

5) ho riferito colleghi occidentali colloquio con Amadeo. Rappresentante americano Barco (in assenza Lodge di ritorno domani) espresso tanta maggior sorpresa in quanto continuava avere notizie possibilità incontro in Europa Frondizi-Ben Gurion. Comunque data complessità constatata in situazione, è apparso inevitabile e consigliabile rinviare domani ogni incontro per mettere a punto tattica da seguire in riunione.

Da miei ultimo colloqui con Rappresentante argentino dedurrei che egli, mentre non sarebbe favorevole a linea azione ideata da francesi (mio 177)(2), potrebbe orientarsi accertare che membri presentino risoluzione soddisfacente per quanto è possibile a tutti, purché essa incorpori maggior parte risoluzione originariamente ideata da lui (mio 172)(2). È da prevedersi che per giungere ad una versione che sia largamente approvabile almeno nell’ambito occidentali e neutrali, dovranno superarsi ostacoli francesi e perplessità inglesi. A tale riguardo permane sempre interrogativo se, essendo io sollecitato partecipare eventuale iniziativa per presentazione risoluzione del genere, si ravviserebbero difficoltà da parte Vostra Eccellenza. Personalmente riterrei che, mentre potrebbe rivelarsi opportuno essere noi i presentatori, potremmo se del caso associarci in presentazione(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato. 3 Per il seguito vedi D. 256.

256

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto precedenza assoluta 21231/180. New York, 21 giugno 1960, ore 8 (perv. ore 8,15).

Oggetto: Caso Eichmann.

Mio 179(2).

Questa Rappresentanza americana espressamente richiestomi a tarda ora, su istruzioni pervenute allora da Dipartimento, suggerire mio Governo che Italia compia passo presso Frondizi, proponendogli incontro Ben Gurion e rinvio (non – dico non – cancellazione) seduta del Consiglio per periodo limitato. Americani rilevano che ove eventuale accordo sul punto predetto avesse a raggiungersi, cidovrebbe essere reso pubblico entro oggi 21 corr.

Ho chiesto americani quali erano motivi intervenuti dopo avvenimenti ieri nel pomeriggio che lo avevano spinti formulare tale richiesta ed ho pregato anche precisarmi se essa aveva carattere formale ed ufficiale. Americani lasciato intendere che, sempre attraverso Ambasciate americane in Europa e malgrado varie voci in contrasto e smentite Frondizi e suo Ambasciatore qui, vi era sensazione che potesse addivenirsi a qualche sviluppo costruttivo solo se vi avesse contribuito Paese amico Argentina quale Italia. Quanto a carattere passo, americani dichiarato potevo considerarlo non solo come ufficiale, ma fatto anche a nome francesi e inglesi (del che ho avuto conferma in conversazione stanotte con Ambasciatore Francia). Quanto a inglesi mi è stato detto che Ambasciata d’Inghilterra costà avrebbe ricevuto istruzioni esprimersi stesso senso con codesto Ministero.

Ho chiesto allora americani precisarmi:

1) perché passo non veniva fatto tramite canale normale Washington. Risposto che intendevasi evitare, data brevità tempo, dispersione comunicazioni e si desiderava centralizzarle il pipossibile vicino a sede Consiglio Sicurezza;

2) se e quali affidamenti formali vi erano da parte Ben Gurion circa sua disposizione incontrarsi con Frondizi. Americani ammesso che su tale punto procedevano piuttosto per impressione e per «sentito dire» ma confermatomi anche avere buone ragioni ritenere Ben Gurion avrebbe aderito ad iniziativa (il che mi è stato poi ampiamente confermato da Bérard);

3) come si conciliava tale passo amico con atteggiamento Frondizi quale descritto oggi da Ambasciatore Amadeo. Americani risposto vi erano nel quadro indubbie contraddizioni che essi pernon ritenevano sufficienti scoraggiare una iniziativa da parte italiana.

Ho assicurato americani che dato carattere loro passo, ne avrei subito avvertito mio Governo.

Ho preso quindi contatto con Ambasciatore dell’Argentina in via personale. A lui americani non avevano comunicato loro intenzione passo formale con noi. Amadeo mi ha reiterato sua posizione quale assunta già oggi, contraria cioè ad ogni rinvio Consiglio, dato che anche se sospensione fosse temporanea, ripresa iniziativa riunione in un secondo tempo avrebbe ridotto importanza iniziativa stessa e posizione Argentina ne sarebbe stata danneggiata, il che egli aveva detto in linea generale anche a suo Presidente, già in telefonate ieri: a suo dire, Frondizi si era dichiarato d’accordo con tale posizione.

Sarei grato farmi conoscere telegraficamente o telefonicamente se V.E. avrà deciso compiere passo presso Frondizi che attualmente si troverebbe Berna fino stasera, e suo eventuale esito, dato che per rinvio Consiglio occorrerebbemi contattare Hammarskjoeld non pitardi ore 15 locali e cioè ore 20 italiane(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 255. 3 Per la risposta vedi D. 257.

257

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 12894/100. Roma, 21 giugno 1960, ore 14,45.

Oggetto: Caso Eichmann.

A suoi telegrammi 179 e 1802.

Non si vede la possibilità di intervenire presso il Presidente Frondizi che ha già lasciato l’Italia.

Dato il susseguirsi degli avvenimenti è difficile formulare istruzioni di dettaglio. Quelle di massima si riassumono in ci V.E. voglia mantenere il massimo contatto con il collega argentino e tenersi a lato di questi, pur esercitando azione conciliatrice.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi DD. 255 e 256.

258

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 12947/101. Roma, 21 giugno 1960, ore 21.

Questa Ambasciata degli Stati Uniti ci informa che se un terzo Stato – si spera sia l’Italia – proporrà l’aggiornamento del dibattito al Consiglio di Sicurezza sul caso Eichmann in vista dell’annunziato colloquio fra Ben Gurion e Frondizi, il Delegato Argentino ha avuto dal Suo Governo istruzioni di accettare.

Ove il suo collega argentino confermasse V.E. è autorizzata ad agire in conseguenza(2).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Per il seguito vedi D. 260.

259

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 21416/182. New York, 22 giugno 1960, ore 5,30 (perv. ore 6).

Oggetto: Caso Eichmann.

Mio 180(2).

Ci siamo riuniti stamane con gli inglesi, francesi e americani nel mio ufficio per fare punto situazione. Bérard e molto pidebolmente Dixon hanno tentato fare emergere che a causa azione diplomatica in corso (predetti ritenevano soprattutto che stessero svolgendosi pressioni italiane su Frondizi) non fosse il caso neppure oggi esaminare possibilità sviluppi riunione Consiglio, potendosi confidare in rinvio. Ho rilevato da parte nostra che ritenevo difficile dopo quanto dettomi ripetutamente ieri che argentini demordessero da riunione Consiglio.

Americano ha dichiarato a sua volta che egli si sentiva ormai obbligato comunicare Argentina sue proposte per svolgimento riunione (relativa soprattutto a nota leggera modificazione risoluzione argentina) onde evitare che Buenos Aires ricevesse impressione che Washington desiderava ad ogni costo evitare che Consiglio si riunisse. Si è così potuto elaborare, e non senza fatica soprattutto per perplessità francese un piano azione con varie alternative, che per brevità non enumero in dettagli e che per incarico altri miei colleghi ho subito portato a conoscenza collega argentino, che mi è sembrato molto riconoscente opera svolta a suo favore. Delle alternative egli ha naturalmente finito per propendere per quella meno vicina desiderio inglese e francese e cioè presentazione da parte argentina testo risoluzione di cui al mio 171(3), con inserimento altro paragrafo secondo cui azione Consiglio non deve significare intenzione condannare efferatezze Eichmann.

Altro Paese dovrebbe proporre poi emendamento in senso operativo auspicante ripresa relazioni amichevoli tra Israele ed Argentina. Si è insomma ritornati in gran parte alle posizioni originarie per lo meno per quanto concerne Delegazione americana. Di tutto il corso complicati sviluppi questi giorni ho informato oggi riservatamente Hammarskjoeld.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 256. 3 Vedi D. 251.

260

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto urgentissimo 13096/1032. Roma, 23 giugno 1960, ore 13,50.

Mio telegramma 1013.

Nel fare le sue dichiarazioni, V.E. trovi modo di affermare la incompetenza in genere del Consiglio di Sicurezza ad occuparsi e ancora di pia deliberare su questioni giuridiche.

V.E.- nell’appoggiare la tesi argentina, vorrà mettere l’accento sul fatto che non trattasi nella fattispecie di interpretazione di un trattato, ma di un fatto prevalentemente politico. V.E.- vorrà pertanto cercare anche di evitare che si faccia ricorso al noto articolo 96, il quale sembrerebbe applicabile soltanto ove si trattasse di una questione giuridica. In questo caso, per andrebbe preso in considerazione anche l’art. 36 paragrafo 3, in virtdel quale il Consiglio di Sicurezza dovrebbe raccomandare alle parti di deferire una controversia giuridica alla Corte dell’Aja(4).

1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Il telegramma reca in aggiunta la priorità: «precedenza assoluta». 3 Vedi D. 258. 4 Per la risposta vedi D. 261.

261

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 21729/188. New York, 23 giugno 1960, ore 22 (perv. ore 4,10 del 24).

Oggetto: Caso Eichmann.

Suo 1032.

Telegramma citato pervenutomi pochi minuti prima iniziassi dichiarazione, che d’altra parte avevo già elaborato tenendo molto attentamente presenti ai fini questione Alto Adige, pericoli interpretazione legalistica competenza Consiglio.

Tale preoccupazione ho infatti avuto presente fino da inizio questione come facevo presente mio telegramma 1653 in cui appunto menzionavo in particolare che avrei posto attenzione a eventuale menzione o riferimento art. 96 Carta. Comunque tale articolo data impostazione avutasi dall’inizio del dibattito e dato testo risoluzioni in discussione, non ha in alcun modo figurato dibattito, come neppure ha figurato art. 36.

Naturalmente era inevitabile che, dato carattere questione in esame, fossero sviluppati da parte molti delegati considerazioni strettamente legali e interpretazioni regole diritto internazionale, tanto piche tesi Argentina per presentazione ricorso era essenzialmente imperniata su considerazioni ordine giuridico.

In mio intervento, di cui ho fatto trasmettere ampio resoconto da ANSA, ho proprio per tutti motivi suesposti centrato massima parte dichiarazioni su considerazioni politiche da una parte, e su distinzione tra morale e diritto dall’altra, argomenti questi che ho cercato di sviluppare in modo che essi non avessero a offrire alcun minimo appiglio avvenire in considerazione connessione con questione Alto Adige.

Delegato argentino mi ha molto caldamente ringraziato per assistenza prestatagli questi giorni e per tenore mie dichiarazioni.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 260. 3 Vedi D. 249.

262

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI,

ALLE AMBASCIATE A WASHINGTON, PARIGI, LONDRA, OTTAWA E ALLA DELEGAZIONE PER IL DISARMO A GINEVRA(1)

T. segreto precedenza assoluta 13486/c.2. Roma, 28 giugno 1960, ore 6,30.

Per tutti meno Washington: Abbiamo telegrafato quanto segue a Italdipl Washington:

Per tutti: Suo 7032.

Il Governo italiano, di fronte all’ingiustificato abbandono Comitato Disarmo Ginevra da parte sovietica, è d’accordo con il Governo di Washington perché i 5 occidentali chiedano di urgenza al Segretario Generale dell’ONU la convocazione immediata della Commissione disarmo degli 82. È urgente infatti non prestarci al gioco sovietico che, sotto il pretesto di lamentare la mancanza di proposte concrete a Ginevra, in realtà tenta di rompere la discussione per il disarmo. Pertanto approviamo il testo della mozione e il testo della lettera ad Hammarskjoeld, modificando l’ultimo periodo della lettera stessa colla sostituzione alle parole «including soviet proposals ecc.» delle parole «giving due consideration also to soviet proposals ecc.».

Lettera a Segretario Generale ONU potrà essere diretta da Amb. Ortona, cui pregasi fare le comunicazioni del caso.

Solo per Parigi: Prego comunicare a Rappresentanza italiana presso il Consiglio Atlantico(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Circolari partenza.


2 Con T. segreto urgentissimo 22293/703 del 27 giugno, Brosio comunicava al Ministero l’indizione da parte del Dipartimento di Stato americano di una riunione dei «cinque occidentali» relativa alla crisi di Ginevra. Nel corso di tale riunione, svoltasi lo stesso 27 giugno, il Governo americano suggeriva che i cinque occidentali chiedessero al Segretario Generale dell’ONU l’immediata convocazione della Commissione disarmo. In tale sede si sarebbe quindi dovuta denunciare la rottura sovietica, sottoponendo contestualmente il piano revisionato occidentale e altresì invitando il Comitato dei Dieci a riprendere immediatamente i negoziati a Ginevra. Brosio concludeva chiedendo istruzioni in proposito (Telegrammi segreti 1960, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. II).


3 Per il seguito vedi D. 263.

263

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 22485/194. New York, 28 giugno 1960, ore 21,30

(perv. ore 4 del 29).

Oggetto: Commissione disarmo ONU.

Mio 191(2).

Delegazione americana convocato riunione a cinque domani per esaminare modalità con cui far pervenire da parte dei Cinque richiesta ad Hammarskjoeld convocazione Commissione disarmo, se cioè richiesta dovrà essere avanzata «separatamente o collettivamente a cinque». Sono in contatto con Ambasciata Washington che mi ha informato istruzioni pervenute da V.E. nel senso di assentire a iniziativa americana e prendervi parte(3). Mi sembrerebbe che modalità pinormale sia quella di una comunicazione collettiva. Allo stesso modo con cui Rappresentanti Francia Inghilterra URSS Stati Uniti collettivamente inviarono a Segretario Generale concernente costituzione Comitato Dieci nel 1959. Salvo istruzioni V.E. mi orientercomunque secondo andamento discussione domani.

Per quanto riguarda sviluppi avvenire che potranno verificarsi in riunione Commissione disarmo, segnalo anche che ho avuto oggi occasione parlarne con colleghi inglese e francese. Ho trovato predetti, e soprattutto Dixon, del tutto consenzienti nel ritenere che tra vari problemi che potranno profilarsi per Occidente in quella sede potrà aversi contromanovra sovietica con immediata richiesta allargamento Commissione Dieci, il che mi sembra facilmente dedursi da dichiarazioni Zorin ieri, quali riportate stamane da stampa americana. In tali circostanze mi domando se non converrebbe seriamente soppesare opportunità che, onde evitare di subire nuova iniziativa sovietica in cui Occidente potrà trovarsi in serio imbarazzo a formulare opposizione, non sia Occidente stesso ad avanzare proposta per allargamento Commissione. Trattasi ovviamente di un grave passo che puoriginare, lo riconosco, notevoli dubbi e perplessità ed è forse presto parlare per ora. Ma al momento in cui Commissione disarmo verrà convocata dovremmo comunque essere preparati su questo come sugli altri problemi. Mi sembra comunque che se prendessimo noi iniziativa si avrebbero due vantaggi: quello che sia per una volta Occidente a prendere iniziativa e quello di porre Occidente in migliori condizioni per designare nuovi membri che potrebbero far parte Commissione. Mi asterrnaturalmente da menzionare idee del genere a meno che informazioni in possesso V.E. non rendessero opportuno o consigliabile considerarle.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II.


2 Non pubblicato.


3 Vedi D. 262.

264

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgentissimo 22635/197. New York, 29 giugno 1960, ore 22 (perv. ore 5,30 del 30).

Oggetto: Questione disarmo.

Mio telegramma n. 1952.

Lodge ha convocato successivamente prevista riunione, ma non per esaminare modalità convocazione Commissione disarmo, sebbene per avere «scambio di vedute di carattere particolare ufficioso» ed esaminare utilmente insieme sviluppi e difficoltà prevedibili in riunione Commissione disarmo. Evidentemente Lodge si era indotto a tale scambio di idee dopo avere colto varie reazioni in ambienti N.U. e mirando avere elementi per non incoraggiare oltre progettata convocazione Commissione disarmo.

Tutti miei colleghi hanno unanimemente rilevato preoccupazioni già oggetto mio 191(2) e in particolare pericolo che URSS colga occasione per sviluppare contromanovra con proposta allargamento Comitato dei Dieci. Si vedeva anche da tutti molto difficile fare approvare da Commissione Dieci risoluzione quale quella concepita a Washington. Dixon ha marcato anche inevitabilità che si finisca per avere in sede Commissione disarmo vera e propria discussione sostanza che potrebbe trascinarsi sterilmente per mesi e che darebbe a URSS in un foro così ampio e vario buone occasioni propagandistiche. Bérard ha dichiarato esistere ancora ostacolo nel fatto che suo Governo ancora non aveva dato piena adesione a ultimo piano americano: occorrerebbe, prima di convocare riunione Commissione disarmo, che si raggiungesse totale accordo su un comune piano occidentale. Ritchie (Canada) ha espresso timore che sovietici possano anche non partecipare riunione: ne deriverebbe situazione quale quella scorso anno per Comitato spazi cosmici che aveva dimostrato, in assenza URSS, sterilità lavori Comitato stesso. Tutti, tranne francesi, hanno dichiarato parlare in via personale avendo loro Governi già espresso accordo per iniziativa convocazione Commissione.

Da parte mia dichiarando anche io parlare in via personale, ho rilevato che possibilità eventuale contromanovra sovietica per allargamento Commissione era stata mia prima seria preoccupazione. Tanto era mio timore in tal senso – e lo trovavo oggi pienamente confermato da miei colleghi – che ritenevo che, se realmente si dovesse convocare Commissione, sarebbe necessario essere preparati a fronteggiare tale particolare eventualità. Ho fatto comunque presente che voci iniziative occidentali erano ormai malauguratamente trapelate in modo molto insistente: in caso rinunzia a convocazione Commissione si sarebbe dovuto trovare qualche adeguato surrogato. Lodge osservato che preoccupazioni che deriverebbero da convocazione Commissione disarmo erano tali da fare pressioni su quello che potrebbe originarsi nei confronti opinione pubblica abbandonando iniziativa.

Si è comunque parlato di eventuale alternativa, accennando a ricorso a Consiglio Sicurezza, che data sua ristretta composizione consentirebbe meglio controllare sviluppi e in cui veto sovietico ad una risoluzione esortativa non avrebbe dovuto preoccupare Occidente.

Si è anche constatato che, dato crescente desiderio vari Paesi partecipare in qualche modo sviluppo lavori disarmo, iniziativa tramite Consiglio Sicurezza, dopo voci corse su riunione Commissione disarmo, potrebbe creare motivi irritazione e originare accusa che occidentali intendono ravvivare guerra fredda.

Riunione si è conclusa con intesa che, malgrado suo carattere scambi di idee strettamente personali, si sarebbero informati nostri Governi.

Dopo riunione mi sono intrattenuto stesso pomeriggio con Lodge e Dixon. Li ho trovati ancora pipreoccupati riunione Commissione disarmo e preferibilmente orientati verso riunione del Consiglio di Sicurezza in cui occidentali potrebbero proporre risoluzione che richiami quella adottata in caso U-2 in data 27 maggio auspicante continuazione sforzi per disarmo e che raccomandi ripresa lavori Ginevra.

Ho veduto anche Hammarskjoeld da solo. Egli mi ha detto in via strettamente personale che non vedrebbe utile per Occidente immediata convocazione Commissione disarmo, a meno che non ci si vada con qualche proposta positiva e tale da suscitare sufficiente attenzione ed adesioni in consesso così ampio: il che, in circostanze attuali, e con piano americano già pubblicato e per di pinon rappresentante un concordato progetto occidentale, gli pareva difficile. Mi sono astenuto per ora ovviamente dal parlargli di ricorso a Consiglio Sicurezza(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato. 3 Per il seguito vedi D. 266.

265

IL PRESIDENTE DELLA DELEGAZIONE PRESSO LA II CONFERENZA ONU SUL DIRITTO DEL MARE, MAMELI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI(1)

Roma, 30 giugno 1960.

RELAZIONEAS.E.ILMINISTRO

Oggetto: II Conferenza ONU sul Diritto del Mare(2).

Data di inizio e fine della Conferenza.

La II Conferenza sul Diritto del Mare indetta dalle Nazioni Unite nell’ampio piano di codificazione del Diritto Internazionale, ebbe inizio a Ginevra, come era stato annunciato, il 17 marzo u.s. A causa delle difficoltà subito sorte durcinque settimane invece che le tre previste, e cioè sino al 27 aprile, con una breve interruzione per Pasqua.

Precedenti: La 1a Conferenza del 1958.

Com’è noto la 1a Conferenza, nel 1958, aveva approvato il testo di quattro convenzioni, che furono depositate per la firma e la ratifica degli Stati partecipanti e cioè:

--Convenzione sul mare territoriale e la zona contigua; --Convenzione sull’alto mare; --Convenzione sulla pesca e le risorse biologiche dell’alto mare; --Convenzione sulla piattaforma continentale.

Ma la Conferenza non era riuscita a decidere due punti essenziali della prima convenzione – che ne rimase così monca – e cioè i limiti del mare territoriale e della zona contigua.

Gli scopi della 2a Conferenza.

In conseguenza, nel dicembre 1958 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decise di convocare un’altra Conferenza, sempre in Ginevra, per affrontare nuovamente le due questioni.

Attività diplomatica tra le due Conferenze.

Nel frattempo, e specie negli ultimi mesi, la maggior parte degli Stati interessati svolgeva un’azione diplomatica di sondaggio e di sostegno, ogni volta che fosse possibile, dei propri punti di vista. Quest’azione, alla quale anche l’Italia partecipassiduamente, riveltuttavia che la nuova Conferenza, lunge dal preannunciarsi con posizioni migliorate, induceva ad accresciute perplessità, sopratutto a causa dell’irrigidimento nelle rispettive tesi dei fautori delle 6 miglia e di quelli delle 12 miglia di mare territoriale, ciche rendeva ancora una volta, e sempre piincerta, la maggioranza necessaria di due terzi. Con la complicazione dell’estensione, voluta da una evidente maggioranza, dei diritti esclusivi di pesca anche alla zona contigua.

Stati e osservatori partecipanti.

La Conferenza fu certo, quanto al numero dei partecipanti, una delle maggiori che abbiano mai avuto luogo. Erano presenti infatti le Delegazioni di ben 88 Stati,

(v. elenco allegato n. 1)(3). Gli inviti erano stati diramati agli 82 Stati membri delle Nazioni Unite, e inoltre alla Corea, alla Germania, a Monaco, a San Marino, alla Santa Sede, alla Svizzera e al Vietman [sic]. Vi erano infine osservatori di 9 associazioni non governative, di 12 istituzioni specializzate delle Nazioni Unite, e di altre istituzioni affiliate, ivi compresa l’Agenzia internazionale dell’energia atomica.

Ripartizione in 4 gruppi degli Stati partecipanti.

Largo modo gli 88 Stati potevano essere considerati come ripartiti in quattro gruppi principali:

--gli europei occidentali, cui si aggiunsero gli Stati Uniti d’America, l’Australia, la Nuova Zelanda, più tardi il Canadà, e di fatto, anche se con molta cautela, la Santa Sede. In sostanza gli Stati fautori delle 6 miglia di mare territoriale e della zona contigua di altre 6 miglia, libera dei diritti esclusivi di pesca dello Stato costiero. L’Islanda, a causa della sua questione con il Regno Unito, fu sempre dissidente. --gli afro-asiatici. Caratteristica vi fu la presenza di tutti i nuovi piccoli Stati, quasi mai sufficientemente preparati sulle questioni trattate, scarsamente edotti, specie di fronte agli insigni giuristi presenti, dei principi basilari del diritto internazionale e dei limiti della codificazione in atto, ma altrettanto decisi a profittare di ogni tesi che potesse rappresentare un’affermazione di potere e di prestigio. Proclivi quindi nella maggior parte ad ascoltare le tesi sovietiche, indubbiamente abili, anche se speciose.

-i latino-americani. Tutti inclini, come sono sempre stati, ad ottenere quanto pimare territoriale fosse possibile, e se possibile anche qualche cosa di pidalla Conferenza, per i loro particolari interessi. Costituirono di fatto l’elemento piirriquieto e pidifficile della Conferenza. Fu detto e ripetuto nel nostro gruppo che avrebbero dovuto essere «lavorati» di piin precedenza. In senso relativo pudarsi. È sempre possibile lavorare di pi Ma non credo che alcun lavoro avrebbe potuto farli recedere dalle loro pretese, alcune delle quali andavano oltre le 12 miglia di mare territoriale, limite non superato neppure dall’URSS Non erano d’altra parte, come di consueto, affatto uniti né concordi, e alcuni poterono quindi in ultimo essere smossi dalle loro posizioni.

-l’URSS ed i suoi satelliti. Almeno esteriormente mostrarono azione unita e disciplinata, tanto nelle questioni sostanziali quanto in quelle procedurali. L’URSS, era ed è, come ben noto, tra le sostenitrici pistrenue del limite delle 12 miglia delle acque territoriali, limite vigente in Russia, come così spesso ci siamo sentiti ripetere durante la Conferenza, sin dal tempo degli Tzar. E tuttavia la sue tesi, che sembrava in principio tra le estreme, finì per apparire, per contrasto, tra quelle relativamente moderate: libertà per gli Stati di stabilire la zona di mare territoriale e la zona contigua come credono, sino ad un massimo di 12 miglia complessive. La sua tendenziosità (perché nessuno rinuncerebbe al limite massimo) pur sotto l’apparente semplicità, era evidente, ma non per questo mancava di attrarre tutti gli Stati fautori delle 12 miglia. Quando le posizioni mutarono con la rinuncia del Canadà a sostenere anch’esso la tesi delle 12 miglia – che così deleteria scissione aveva già causato nel 1958 – per addivenire alla proposta congiunta con gli Stati Uniti d’America, la Delegazione dell’URSS sperancora in un successo di prestigio, e cioè in una cospicua votazione, anche se non di maggioranza, in Commissione. Ma quando intuì, con rapidità che va riconosciuta, che anche questa speranza era fallace, non insistette, ritirla proposta, e da allora si dedica tutt’uomo a minare il successo della Conferenza, assiduamente coadiuvata sopratutto da due noti mestatori in qualche modo professionali in tal genere di cose, il Capo della Delegazione messicana Garcia Robles, ed il Capo della Delegazione dell’Arabia Saudita, Shukayry.

Posizione dei 4 gruppi.

Giova insistere che la ripartizione nei quattro gruppi ha carattere generale, largo modo geografico.

Due dei gruppi non si mossero mai dalle loro posizioni, gli europei-occidentali (una volta trovata la loro formula nella proposta congiunta), ed il gruppo sovietico, con i suoi aderenti. I componenti gli altri gruppi fluttuarono o furono incerti, rendendo la Conferenza senza dubbio molto varia ma altrettanto mal sicura. Perché appunto tra essi occorreva trovare quella maggioranza di due terzi che mancper così poco.

I «quadri» della Conferenza.

A Presidente della Conferenza fu eletto all’unanimità, secondo intese già intercorse, il Capo della Delegazione di Thailandia, S.A.R. il Principe Wan Waitkayacon Krommun [Wan Waithayakon Krommun Naradhip Bongsprabandh], Vice Presidente del Consiglio thailandese, che già aveva presieduto la Conferenza del 1958. Diresse i lavori con indubbia esperienza, con costante imparzialità, con estrema cortesia. Era assistito da un segretariato senza dubbio efficiente. Ma nessuna efficienza tecnica pudare all’autorità suprema, nei momenti pidifficili, la scintilla decisiva atta a mutare le sorti incerte. E questa scintilla, nelle battute finali, rapide, quasi drammatiche della Conferenza, quando si trattava di evitare il secondo insuccesso, questa preziosa scintilla manc

Diciasette [sic] vice-presidenze furono concordate, secondo la ripartizione geografica dei quattro gruppi, e cioè: Albania, Argentina, Canadà, Cina, Stati Uniti, Francia, Ghana, Guatemala, Italia, Iran, Messico, Norvegia, Polonia, Repubblica Araba Unita, Regno Unito, Svizzera, URSS.

Ma nessun Vice-Presidente ebbe mai l’occasione di esercitare i suoi poteri e, in pratica le Vice-presidenze servirono soltanto a dare accesso al «Bureau» costituito come di solito dal Presidente e dai Vice-Presidenti della Conferenza, dal Presidente e dal Vice-Presidente e dal relatore della Commissione plenaria. Questa essendo unica, il Bureau non ebbe alcun importante lavoro di coordinamento, e si riunì raramente, solo per decidere questioni formali. Forse, tutti i gruppi essendovi rappresentati, avrebbe potuto svolgere un’utile opera di mediazione. Ma quest’idea non riuscì a farsi strada che in ultimo, ed una richiesta in tal senso, ormai tardiva in verità, fu lasciata cadere dal Presidente.

A Presidente della Commissione plenaria fu eletto l’Ambasciatore Josè A. Correa, Delegato Equatoriano.

Fu un Presidente a modo suo corretto, per quanto gli mancassero le perfette maniere del Principe Wan. Era anche l’uomo che assai meno correttamente doveva mancare alla promessa fatta alla Delegazione statunitense, ed assumere, con il suo voto in Assemblea plenaria, la maggiore responsabilità della conclusione negativa della Conferenza. Lascidel resto per molte sedute la direzione dei lavori al Vice-Presidente Prof. Sensen, Capo della Delegazione danese, competente, efficiente e correttissimo. A relatore era stato eletto il Presidente Aggiunto della Delegazione romena, Prof. Edwin Glaser. È un uomo costantemente preso nelle strettoie del suo passato «ancien régime», e non riesce a resistere alla tentazione di mantenerne le maniere, e la realtà del suo servizio agli ordini di un governo comunista. Del resto è ben noto che i rapporti dei relatori nelle Conferenze ONU si riducono ormai ad una schematica cronistoria dei risultati raggiunti, quasi sempre preparata dal segretariato. Il Prof. Glaser tent è vero, di aggiungere al suo rapporto un commento finale. Ma due giorni dopo un documento «ad corrigendum» aboliva tutto il paragrafo. E solo la cronistoria schematica rimase.

La Commissione unica.

La Commissione plenaria unica fu determinata dal fatto che solo due argomenti erano stati assegnati alla Conferenza, strettamente collegati, per quanto distinti: mare territoriale e zona contigua. Avvenne così che eravamo gli stessi che discutevamo, facevamo proposte e votavamo sia in Commissione che in Assemblea plenaria. La sola differenza era che nella prima bastava la maggioranza semplice, e nella seconda occorreva invece la maggioranza dei due terzi dei votanti (astensioni escluse). In sostanza la Commissione doveva scegliere le proposte e gli emendamenti da sottoporre all’Assemblea plenaria. Ma nuove proposte e nuovi emendamenti ed infine emendamenti finali potevano essere e furono presentati all’Assemblea. Cidiede luogo a tutto un gioco di termini scalari per la presentazione delle une e degli altri, e per quanto ci desse ampio tempo per riflettere e negoziare, non giovcerto né alla rapidità né alla limpidità del procedimento.

Il Segretariato.

A capo del Segretariato vi erano il Signor Costantino A. Stavropoulos, Consigliere giuridico delle Nazioni Unite e rappresentante del Segretario Generale, ed il Dott. Yuen-li Liang, Direttore della Divisione della Codificazione nel Servizio Giuridico delle Nazioni Unite, e Segretario esecutivo della Conferenza. Entrambi erano competentissimi, avendo fra l’altro avuto analoghe mansioni nella Conferenza del 1958. Mentre il primo assicurla parte direttiva, ivi compresi i contatti fra le Delegazioni, il secondo, pur assecondandolo discretamente, si attenne scrupolosamente all’andamento procedurale e giuridico della Conferenza.

Non vi è dubbio che il Signor Stavropoulos, greco, fosse favorevole alla tesi del suo Paese, che era quella degli europei-occidentali pescatori, e, pur con la discrezione voluta dal suo posto, non mancdi favorirla. D’altra parte egli era anche naturalmente ansioso di far giungere in porto la Conferenza. Forse ebbe il torto di appoggiare a questo scopo, specie al principio, un compromesso troppo gravoso per gli Stati ligi ai diritti tradizionali di pesca, e di essere o di essersi mostrato in seguito troppo ottimista, anche quando l’ottimismo era scarsamente giustificato.

Inizio dell’attività del gruppo europeo-occidentale.

Il Capo della Delegazione britannica, Rt. Hon. John Hare, Ministro per l’Agricoltura, la pesca e l’alimentazione, prese l’iniziativa di riunire il gruppo europeo-occidentale e ne presiedette le riunioni. Alla prima partecipanche brevemente il Delegato della Santa Sede Padre H. de Riedmatten, belga, il quale ci dichiarche sostanzialmente era con noi, pur dovendo mantenere una linea cauta e riservata, per ovvie ragioni, con gli altri gruppi.

Nella prima riunione approvammo che la Delegazione statunitense fosse avvicinata per indurla a modificare nella forma la sua proposta (quella che tutti intendevano votare) per renderla pisemplice ed accessibile, secondo un ottimo schema preparato da Sir Gerald Fitzmaurice, Capo dell’Ufficio Giuridico del Foreign Office, e Vice Presidente della Delegazione britannica. La Delegazione statunitense aderì, e da quel momento partecipalle nostre riunioni.

Inizio della Conferenza.

Nel secondo giorno di conferenza vi erano stati due incidenti. Il primo fu la solita protesta dell’URSS e satelliti contro la presenza della Cina nazionalista invece che della Cina comunista. Dopo accesi discorsi pro e contro, la questione fu, come di consueto, lasciata cadere, in attesa del rapporto della Commissione di verifica dei poteri.

L’emendamento procedurale messicano.

Il secondo incidente, in sede di approvazione del regolamento della Conferenza, fu la proposta, da parte del messicano Garcia Robles, di una serie di emendamenti procedurali. Forse la Conferenza fu colta in qualche modo di sorpresa. In ogni caso la votazione dell’emendamento pigrave fu approvata con 41 voti favorevoli, 30 contrari (tra cui il nostro) e 7 astensioni. Questo schieramento dava già da riflettere sugli umori della Conferenza. Prescriveva ad ogni modo l’emendamento che nessuna proposta respinta potesse essere ripresentata se non mediante un voto a maggioranza di due terzi. Fu proprio questo emendamento che fece naufragare un tentativo in extremis di salvare la Conferenza.

I lavori della Commissione plenaria.

La Commissione plenaria inizii suoi lavori il 21 marzo ma non arrivalla votazione che il 13 aprile. Queste tre settimane furono dedicate, tenendo le riunioni solo al mattino, ai discorsi programmatici, alle risposte e contro-risposte. E tuttavia la lentezza eccessiva, che voleva promuovere un’intesa nelle riunioni private fra gli esponenti delle opposte tendenze, poco giov

L’esposizione della tesi italiana.

Era stato deciso nel nostro gruppo che tutti avremmo esposto la nostra tesi massima. Nel discorso redatto in stretta collaborazione con i due insigni giuristi Vice Presidenti della Delegazione, Professori Riccardo Monaco e Roberto Ago, confermammo quindi la tesi già sostenuta dall’Italia nel 1958 e cioè 6 miglia di mare territoriale e 6 di zona contigua senza diritti esclusivi di pesca, ma soltanto quelli già indicati dalla Commissione giuridica delle Nazioni Unite, controllo di polizia doganale, fiscale, sanitario e di immigrazione. Insistemmo sui diritti tradizionali di pesca, evitando, secondo gli accordi presi, il termine di diritti storici, a causa dei non pochi pericoli e difficoltà che comporta. Lasciammo cautamente una porta aperta alle ragionevoli proposte che potessero assicurare il successo della Conferenza.

Favorevoli negoziati con il Canadà per una proposta congiunta con gli Stati Uniti.

Pur nel lentissimo svolgimento dei lavori, fu chiaro, sin dai primi giorni, che nessuna proposta aveva probabilità di raggiungere la maggioranza di due terzi. Per rafforzare quella del gruppo europeo-occidentale, il mezzo piidoneo appariva quindi di smuovere dalla rigida tesi delle 12 miglia il Canadà. Dopo brevi ma intensi negoziati, in cui prese parte attivissima la nostra Delegazione, che aveva stabilito sin dal principio ottimi rapporti con quella canadese, questa aderì. L’idea, che fu attuata, era di una proposta congiunta Stati Uniti-Canadà. [a margine: Proposta congiunta Stati Uni-ti-Canadà.] Dopo trattative tra i Capi delle due Delegazioni e non poche discussioni circa l’andamento di esse nel gruppo europeo-occidentale, la proposta congiunta (allegato n. 2) fu concordata nei seguenti termini: 6 miglia di mare territoriale, e 6 miglia di zona contigua, con diritti esclusivi di pesca in favore dello Stato costiero. Ma gli Stati che avessero esercitato la pesca in tali acque per almeno 5 anni prima del 10 gennaio 1958, avrebbero continuato a farlo per altri 10 anni, a partire dal 31 ottobre 1960. Infine ci si riferiva alla disposizione della Convenzione sulla pesca e la conservazione delle risorse biologiche dell’alto mare, per la soluzione delle controversie.

Il periodo di 10 anni suscitnon poche ed accese discussioni nel nostro gruppo. Tutti avremmo voluto un periodo maggiore, di almeno 15 o 20 anni. Ma la Delegazione Canadese fu irremovibile. Ricevemmo d’altra parte formale assicurazione, dalle due Delegazioni, che in nessun caso tale periodo sarebbe stato diminuito. In base alle istruzioni ricevute, la nostra Delegazione aderì.

I due «leaders» del gruppo degli Stati «pescatori».

Raggiunto l’accordo, anche la Delegazione Canadese partecipalle riunioni del nostro gruppo. Ed il Capo di essa, l’On. George A. Draw, Alto Commissario del Canadà nel Regno Unito, si mostrsubito pichiaro, pipreciso, pipratico che non il suo collega statunitense, l’Ambasciatore On. Arthur H. Dean, che pur lavorando indefessamente al successo della nostra tesi, e della Conferenza, si abbandonava spesso a complicati calcoli, frequentemente troppo ottimistici, sulle votazioni prevedibili, a divagazioni sulla migliore procedura da seguire, ed altri argomenti, che furono ben presto conosciuti tra noi come i suoi «soliloqui», e sopportati a causa della bonarietà e della sua innegabile buona volontà. Aveva idee improvvise che tenacemente seguiva, ad una di esse si deve la proposta – poi fortunatamente ritirata – della Delegazione di Ghana [a margine: La proposta del Ghana]. Dean aveva pensato che far intervenire Ghana (ove gli Stati Uniti hanno le note influenze economiche) poteva significare spezzare in qualche modo il fronte africano, e l’idea non era almeno teoricamente del tutto sbagliata. Ma quando la proposta di Ghana fu rivelata faceva cadere le braccia. Dopo alcuni concetti tutt’altro che chiari per il mare territoriale, introduceva, per la zona contigua, un argomento che aveva dato luogo a violenti dibattiti ed era stato infine abbandonato per il mare territoriale nel 1958, l’autorizzazione o la notificazione per il passaggio delle navi da guerra. Insorgemmo tutti; nessuno voleva tale argomento né per il mare territoriale né per la zona contigua. D’altra parte esulava dai compiti assegnati alla Conferenza. I pimoderati dichiararono che in caso estremo, se si trattava di salvare la Conferenza, avrebbero potuto accettare la notificazione allo Stato costiero, mai l’autorizzazione da parte di quest’ultimo. Dean ascoltsenza scomporsi, e meditdinnanzi a noi in alcuni altri soliloqui. Ma dopo qualche giorno ci raccont con la lealtà, forse meglio con il candore che quasi sempre finivano per disarmarci, che si era sforzato per due ore (in traduzione letterale «aveva speso» due ore) per tentare di spiegare ai suoi amici di Ghana la differenza tra autorizzazione e notificazione, ma che temeva fortemente di non esserci riuscito! Non sapemmo mai esattamente chi aveva tentato di gettare attraverso il giovanile entusiasmo e l’ingenuità della Delegazione di Ghana questa specie di piccola bomba di profondità nelle acque già così difficili della zona contigua, ma la marca ci sembrprettamente sovietica. La Delegazione statunitense persuase infine quella di Ghana a ritirare la proposta, che così non fu neppure discussa. Ma l’episodio caratteristico rimane a dimostrare la preparazione ed i propositi – già accennati – con i quali alcuni nuovi piccoli Stati afro-asiatici affrontarono la Conferenza.

La votazione in Commissione plenaria.

Dopo il ritiro anche delle proposte sovietica e messicana la votazione del 13 aprile, con la quale la Commissione plenaria chiuse i suoi lavori, e che avvenne sempre per appello nominale, verteva sulle seguenti proposte (nell’ordine di votazione):

-Proposta cosidetta delle 18 Potenze (Etiopia, Ghana, Guinea, Indonesia, Iraq, Iran, Libano, Libia, Messico, Marocco, Filippine, Arabia Saudita, Sudan, Tunisia, Repubblica Araba Unita, Venezuela, Yemen, Giordania) – la proposta contemplava acque territoriali sino a 12 miglia, ma per gli Stati che ne stabilissero meno, zona contigua sino a 12 miglia, con diritto esclusivo di pesca, e parità di diritti, in ogni caso, con gli Stati che fissassero il mare territoriale a 12 miglia. In sostanza con qualche maggiore complicazione, la proposta sovietica che era stata ritirata.

-Respinta con 36 voti favorevoli, 39 contrari e 12 astensioni (tra le quali la Santa Sede).

-- Proposta islandese. Diritti prioritari di pesca dello Stato rivierasco nella zona adiacente i suoi stabilimenti di pesca costieri, quando il suo sviluppo economico o l’alimentazione della sua popolazione ne dipendano. - -- Emendamento argentino alla proposta congiunta Stati Uniti-Canadà – Analogo alla proposta islandese, ma specificando «diritto esclusivo di pesca» e «in qualsiasi zona dell’alto mare adiacente alla sua zona di pesca esclusiva». - -- Emendamento del Guatemala alla proposta congiunta Stati Uniti-Canadà – aggiunta al Paragrafo 3 (diritti tradizionali per 10 anni) delle parole «in maniera lecita e senza opposizione da parte dello Stato costiero». - -- Proposta congiunta Stati Uniti-Canadà. Dopo una mozione del Guatemala di votare separatamente il par. 3, che fu respinta, la proposta fu approvata con 43 voti favorevoli (tra cui l’Italia), 33 contrari e 12 astensioni (tra cui la Santa Sede e la Francia).

Il Delegato della Santa Sede ci spiegche si era astenuto per trovarsi in buona posizione per persuadere i latino-americani nella votazione finale in Assemblea. Ma mi confidche anche la Segreteria di Stato era rimasta stupita del suo voto, e gli aveva domandato telegraficamente spiegazioni.

Il Delegato francese sostenne nella sua dichiarazione di voto la necessità che la Conferenza stabilisse norme con consenso unanime. In realtà era stato sempre un uomo di punta nel nostro gruppo, e intese ammonire Stati Uniti-Canadà e Regno Unito contro ulteriori concessioni. Il suo gesto cui si unirono il Belgio e la Svezia, fu in definitiva nocivo ad una maggiore affermazione, senza frenare ulteriori concessioni.

Nuove concessioni nel compromesso: emendamento latino-americano.

Queste si presentarono alla ripresa della Conferenza subito dopo l’interruzione di Pasqua, sotto forma di un emendamento negoziato con le Delegazioni del Brasile, di Cuba e dell’Uruguay, appunto per attirare gli Stati latino-americani. I suoi punti principali (allegato n. 3) erano a) le disposizioni del paragrafo 3° della proposta congiunta (diritti tradizionali di pesca per 10 anni) non saranno applicabili tra Stati che abbiano concluso accordi bilaterali, unilaterali o regionali, o potranno essere modificati dagli stessi accordi; b) lo Stato costiero avrà diritti prioritari (e non esclusivi) nella zona di alto mare adiacente alla zona di pesca esclusiva, quando esistano speciali condizioni (sviluppo economico fondamentale e alimentazione della popolazione dello Stato costiero) – accertate da una Commissione scientifica ad hoc.

Punti non desiderabili dell’emendamento.

Oltrepassare in qualsiasi modo le 12 miglia di mare territoriale, nel mare libero, era già una grave deroga di principio, anche se attenuata dalla condizione del responso favorevole da parte della Commissione scientifica.

Inoltre il testo del punto a), pur essendo analogo nel concetto al paragrafo 3 della proposta congiunta si scostava, in modo rilevante e contrario ai nostri interessi, dalla redazione che avevamo approvato, e alla quale avevamo anzi collaborato.

Infine nei vari testi, e specie in quello inglese non era così chiaro né esplicito che lo Stato costiero non poteva agire se non dopo il responso favorevole della Commissione Scientifica.

La nostra azione per modificarli.

Eravamo ormai giunti quasi alla vigilia della votazione. Dovemmo quindi intraprendere un’azione rapida quanto decisa. Essa ebbe risultato favorevole soltanto dopo che categoricamente avevamo dichiarato ai Capi delle Delegazioni Statunitense, Britannica e Canadese, che se l’emendamento non fosse stato modificato secondo i punti evidenti e necessari nell’interesse comune, avremmo potuto al massimo astenerci nella votazione, rimanendo altresì grandemente perplessi circa la votazione della proposta principale cui era collegato.

Fu così concordato che il paragrafo 3 della proposta principale sarebbe andato a sostituire il paragrafo 1 dell’emendamento, e che sarebbe stato chiarito in tutti i testi la necessità del responso favorevole della Commissione scientifica.

Sempre secondo gli accordi presi, il Capo della Delegazione Francese, Prof. Gros, presentle modificazioni in Assemblea Plenaria, e le ottenne senza difficoltà, con un intervento di rara efficacia, eleganza e concisione.

Incidenti in Assemblea Plenaria prima della votazione.

La votazione finale in Assemblea Plenaria fu preceduta da un previsto incidente sul rapporto della Commissione di verifica dei poteri. Questa aveva deciso di respingere la mozione dell’URSS di dichiarare invalidi i poteri della Cina nazionalista e approvato quella Statunitense di non prendere alcuna decisione sui poteri dell’Ungheria. Dopo un’accesa discussione in Assemblea, questa approva stragrande maggioranza il rapporto della Commissione di verifica dei poteri.

La votazione in Assemblea Plenaria.

Il mattino del 26 aprile l’Assemblea Plenaria procedette alla votazione delle proposte ed emendamenti come presentati entro i termini stabiliti, e nell’ordine di presentazione. Con i seguenti risultati:

- Proposta Islanda (già approvata dalla Commissione Plenaria) Respinta con 37 voti contrari, 25 favorevoli e 25 astensioni.

--Emendamento Islanda al paragrafo 3° della proposta congiunta Stati Uni-ti-Canadà, nello stesso senso (non applicabilità agli Stati la cui popolazione dipende principalmente dalla pesca) Respinta con 48 voti contrari, 24 favorevoli e 15 astensioni. --Emendamento Brasile, Cuba e Uruguay alla proposta congiunta Stati Uni-ti-Canadà. Approvato con 58 voti favorevoli, 19 contrari e 10 astensioni.

In questo momento il successo della proposta congiunta sembrava assicurato. Ma la votazione seguente doveva invece far cadere ogni illusione, segnando la grande sorpresa ed il fallimento della Conferenza.

Fallimento della proposta congiunta: lo schieramento del voto.

-Proposta congiunta Stati Uniti-Canadà. Respinta con 28 voti contrari, 54 favorevoli e 5 astensioni.

Avevano votato contro: Albania, Arabia Saudita, Bielorussia, Birmania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Cile, Equatore, Guinea, India, Indonesia, Irak, Islanda, Jugoslavia, Libia, Messico, Marocco, Panama, Polonia, Per Repubblica Araba Unita, Romania, Sudan, Ucraina, Unione Sovietica, Venezuela, Yemen.

Votarono in favore: Argentina, Australia, Austria, Belgio, Bolivia, Brasile, Cameroun, Canadà, Ceylon, Cina, Columbia, Corea, Costa Rica, Cuba, Danimarca, Repubblica Domenicana, Etiopia, Finlandia, Francia, Germania, Ghana, Giordania, Grecia, Guatemala, Haiti, Honduras, Irlanda, Israele, Italia, Laos, Liberia, Lussemburgo, Malesia, Monaco, Nuova Zelanda, Nicaragua, Norvegia, Olanda, Pakistan, Paraguay, Portogallo, Regno Unito, San Marino, Santa Sede, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Thailandia, Tunisia, Turchia, Unione Sud Africa, Uruguay, Vietman [sic].

Astenuti: Cambogia, El Salvador, Iran, Giappone, Filippine.

Assente il Libano.

La Conferenza ormai non aveva pisperanze, ma, nella inesorabile procedura, la votazione continu dopo il ritiro di una proposta peruviana.

Proposta Etiopia, Ghana e Liberia per una raccomandazione alle Nazioni Unite dell’assistenza tecnica per la pesca ai Paesi meno sviluppati. Approvata con 68 voti favorevoli e 20 astensioni.

Proposta cosidetta delle 10 Potenze (così ridotte dalle 18 primitive in Commissione). (Rinvio della Conferenza) Respinta con 32 voti favorevoli, 38 contrari e 18 astensioni.

Tentativi falliti per salvare la Conferenza.

A questo punto il Capo della Delegazione Statunitense manifestil proposito di domandare subito che la proposta congiunta fosse riportata in discussione. Certamente il tentativo doveva essere fatto, quali che ne fossero le probabilità. Ma era un tentativo quasi disperato, visto che, come già detto, occorreva anche a questo scopo, secondo l’emendamento messicano, la maggioranza di due terzi. In ogni caso il momento era pessimamente scelto nell’euforia di tutti quelli che non volevano il successo della Conferenza. Miglior consiglio sarebbe stato rinviarlo alla seduta pomeridiana. In fondo ci era mancato un voto. Nelle poche ore di intervallo si poteva anche sperare di conquistarlo. A nulla valsero le insistenze del nostro gruppo, particolarmente della Delegazione britannica. Nulla potè dissuadere il Signor Dean. Egli sperava, con un ottimismo ancora una volta mal fondato, che prevalesse la opportunità di salvare la Conferenza. Salì alla tribuna e fece la proposta. Fu immediatamente respinta, con 29 voti contrari, 50 favorevoli e 8 astensioni. Le cifre stesse dimostrano quanto il momento fosse mal scelto. Non eravamo riusciti a mantenere neppure le nostre prime posizioni.

Ragioni del mancato quorum.

Molte analisi sono state fatte e molte ragioni date per spiegare il mancato quorum in favore della proposta congiunta. Il quorum (astensioni escluse) era di 56. Da un punto di vista strettamente aritmetico mancarono due voti, ma è evidente che lo spostamento di uno solo sarebbe bastato ad assicurare il successo.

Il Libano.

L’assenza del Libano? Ma se il Delegato libanese fosse stato presente non avrebbe migliorato, caso mai peggiorato, la situazione. Il Prof. Fattal, docente all’Università di Beyrout, internazionalista già di qualche fama, è, scientificamente, di formazione francese. Nei suoi interventi si destreggiper non ripudiare i principi della sua scuola pur difendendo, come poteva, la tesi degli Stati Arabi. Ma giunto al momento decisivo non avrebbe potuto non votare contro la proposta congiunta. La semplice astensione difficilmente gli sarebbe stata perdonata. Preferì dunque […] non essere presente alla votazione. Costituiva tutta la Delegazione libanese e nessuno avrebbe potuto sostituirlo.

L’India.

Fu ampiamente notato che l’India fu il solo Stato del Commonwealth che votcostantemente contro la tesi e gli interessi britannici. Come di consueto, sin dal principio la Delegazione indiana si atteggia mediatrice. Ma fra tutte le mediazioni indiane, questa fu certamente tra le meno fide. Sin dal principio votcontro le tesi britanniche (vale a dire anche le nostre) e non si dipartì mai da questo atteggiamento, sul quale neppure i piottimisti conservarono ben presto illusioni.

Il Giappone.

L’atteggiamento del Giappone fu curioso. La Delegazione era sinceramente con noi, ed anche i Giapponesi vanno notoriamente a pescare presso le coste altrui. Ma nella votazione della proposta congiunta, con sorpresa di tutti, si astenne. Il Capo della Delegazione ci confidpoi con molto rammarico che «non era riuscito a persuadere il suo Governo».

Gran Bretagna e Islanda.

Nocque anche, senza dubbio l’insistenza inglese nel votare e far votare contro la proposta islandese. D’altro canto da parte britannica non vi era che l’alternativa di un accordo sul caso particolare, che scarsamente fu tentato, se pure lo fu. Dalle due parti l’intransigenza prevalse.

Ad ogni modo, alla vigilia della votazione, il Signor Dean era sicuro del fatto suo. Forse era il solo, ma almeno sulla carta i suoi conti tornavano. Attratti alcuni Stati latino-americani, il quorum appariva raggiunto, se non largamente, neppure di esatta misura. Alla prova dei fatti i conti non tornarono.

L’Equatore.

L’Equatore aveva negoziato il suo voto favorevole, contro l’assicurazione, datagli per scritto dal Signor Dean, che gli americani non sarebbero andati a pescare nelle acque costiere equatoriane. Ma il mattino della votazione, anzi a brevissima distanza da essa, l’Ambasciatore Correa si ripresental Capo della Delegazione americana domandandogli che il Congresso rinunciasse ad alcuni «claims» che gli Stati Uniti hanno nell’Equatore, qualche cosa, ci fu detto, attorno ai 300.000 dollari.

Signor Dean naturalmente rispose che mentre avrebbe cercato di adoperarsi in tal senso, non poteva, in alcun modo, impegnarsi per il Congresso. Su di cila Delegazione equatoriana votcontro, persuadendo a seguirla anche la Delegazione cilena.

Questo episodio potrebbe apparire incredibile, e tale anche a noi sarebbe sembrato, se non lo avessimo ricevuto, come si disse correntemente a Ginevra, «from the horse’s mouth». E questa è quindi la vera storia del fallimento della Conferenza.

L’ultima proposta respinta (Cuba).

Nel pomeriggio dello stesso giorno 26 aprile l’Assemblea Plenaria respinse, con 32 voti contrari, 22 favorevoli e 24 astensioni una proposta di Cuba per l’aggiunta di un protocollo alla Convenzione del 1958 sulla pesca e la conservazione delle risorse biologiche dell’alto mare.

La dichiarazione di voto italiana.

Vi furono quindi le dichiarazioni di voto. Ve ne era una importante tanto per noi quanto per gli altri Stati pescatori. Avevamo votato in favore dell’emendamento Brasile, Cuba e Uruguay alla proposta congiunta (diritti preferenziali di pesca anche in alto mare se riconosciuti dalla Commissione scientifica ad hoc). Quanto alla Conferenza l’emendamento era fallito assieme alla proposta principale. Ma occorreva evitare che in una eventuale futura controversia dinnanzi a Corti od Enti internazionali la nostra adesione al principio venisse invocata contro di noi. Dichiarammo quindi che avevamo votato in favore dell’emendamento in quanto indissolubilmente legato alla proposta congiunta. Caduta quest’ultima era caduto anche l’emendamento. E pertanto l’Italia si sarebbe attenuta esclusivamente alle norme vigenti del diritto internazionale. Analoghe dichiarazioni furono fatte dalla maggior parte degli Stati pescatori.

Tentativo canadese in extremis per salvare la Conferenza.

Nello stesso pomeriggio il Capo della Delegazione Canadese domandla riunione del Bureau. Ma nella discussione che seguì non insistette, ed il Presidente, cui spettava di decidere, la lascicadere senza tentar nulla dal canto suo per salvare la Conferenza. Essa si spense così rapidamente. Non vi furono neppure i consueti discorsi di elogio e di ringraziamento rimbalzanti dai Delegati ai Presidenti al Segretariato e viceversa. Un’atmosfera pesante, anche per quelli che al mattino si consideravano vittoriosi.

Firma dell’atto finale della Conferenza.

La sera del giorno seguente i Capi delle Delegazioni procedettero alla firma dell’alto finale. Anche questa fu una cerimonia rapida e senza discorsi per quanto inscenata con la consueta solennità formale. L’atto finale non conteneva che la raccomandazione alle Nazioni Unite di assistenza per la pesca agli Stati meno progrediti.

Incidenza dei risultati negativi.

Sorge ora naturale la domanda se ed in quanto il fallimento della Conferenza abbia nuociuto ai nostri interessi.

Mare territoriale.

Se si riesamina la formula concordata (proposta congiunta Stati Uniti-Canadà con emendamento Brasile, Cuba e Uruguay) si trova subito conferma che quanto allo acque territoriali, essa era pienamente soddisfacente. Ci dava infatti vittoria sul limite di 6 miglia contro la tesi opposta delle 12 miglia. Non soltanto, com’è ben noto, il limite di 6 miglia è quello vigente nella nostra legislazione, ma è anche quello propugnato dalla NATO per ragioni strategiche.

Zona contigua.

Assai meno positiva è certamente la formula per ciche concerne la cosidetta «zona contigua». Mi sia concesso di ricordare che questo istituto relativamente nuovo nel diritto internazionale, era stato escogitato e così tenacemente sostenuto dai suoi fautori, allo scopo di dare allo Stato costiero un maggior respiro, una maggiore sicurezza in determinati controlli, estendendoli anche fuori delle acque territoriali. Ma questi controlli – giova insistere – erano ben determinati anche nel parere della Commissione giuridica delle Nazioni Unite, e cioè: controllo di polizia doganale, fiscale, sanitaria e di immigrazione. Introdurvi ora, come si è voluto fare, anche i diritti esclusivi di pesca dello Stato costiero, significa né piné meno estendere le prerogative del mare territoriale da 6 a 12 miglia. Con la sola differenza forse, rebus sic stantibus, del libero passaggio, in qualunque formazione, delle navi da guerra dei terzi Stati. Sarebbe meglio dire sinché questa differenza permanga. Vi è già stato il campanello d’allarme della proposta del Ghana, tempestivamente ritirata.

Il compromesso.

Il compromesso, per ottenere le 6 miglia di mare territoriale e salvare la Conferenza, incise in modo rilevante, anche se non inatteso, sui diritti tradizionali di pesca, nel senso che si poté soltanto ottenere nella formula che i diritti esclusivi di pesca dello Stato costiero non entrassero in vigore se non dopo 10 anni nei riguardi degli Stati che anteriormente al 1° gennaio 1958 avessero esercitato la pesca per almeno 5 anni ininterrotti, nella zona contigua. Ogni tentativo, ogni insistenza da parte nostra e di tutti gli altri Stati pescatori, di ottenere un termine maggiore dei 10 anni riuscirono vani.

Vi era anche nel compromesso, come già accennato, il sacrificio, almeno di principio, dell’emendamento latino-americano.

Questo compromesso, che con azione costante e paziente tanto da Roma quanto a Ginevra ci sforzammo di ridurre al minimo possibile, avrebbe giovato ai nostri interessi?

La risposta a questo quesito, così profondamente esaminato e discusso a Ginevra, non puevidentemente essere data che dagli esperti. E il parere datoci dagli ottimi esperti che facevano parte della Delegazione era il seguente:

1° il periodo di 10 anni sarebbe stato sufficiente per la necessaria riconversione della nostra attrezzatura peschereccia che ormai si sarebbe resa necessaria; 2° il compromesso poco ci avrebbe giovato con la Jugoslavia con cui già eravamo in regime di accordo bilaterale, dal quale difficilmente potremo prescindere anche nell’avvenire; 3° poco ci avrebbe giovato nei riguardi della Tunisia; 4° scarsamente infine anche nei riguardi della nostra pesca fuori del Mediterraneo.

È difficile, se non impossibile, fare il bilancio tra l’elemento positivo delle 6 miglia e quello in gran parte negativo della pesca. Ma il danno che ne sarebbe derivato alle nostre industrie pescherecce sarebbe stato indubbiamente rilevante.

La situazione dopo Ginevra.

Quale è la situazione ora, dopo Ginevra?

Per il mare territoriale vi sono numerosi accordi bilaterali e multilaterali tra molti Stati che conserveranno tutto il loro valore. Ove non esistano accordi né impliciti né taciti, non puessere sostenuto il luogo comune affiorato anche a Ginevra, che ciascuno Stato potrà fare ciche vuole. Si avrà invece quello che insigni internazionalisti partendo dall’antico limite di 3 miglia, che pure è ancora in vigore presso non pochi Stati, definiscono «l’assenza di obbligazioni». Uno Stato potrà estendere il suo mare territoriale, ma gli altri Stati saranno liberi di non riconoscere l’estensione, e di continuare a considerarla come mare libero. Tutto ciè chiaro nella dottrina. Nella pratica la situazione è assai meno brillante. Tanto poco brillante che uno degli scopi principali della codificazione in atto del diritto del mare, era appunto quello di stabilire una norma generalmente accettata che fissasse finalmente il limite delle acque territoriali. Sinora non ci siamo riusciti.

Analoga in dottrina, ma certo peggiore in pratica è la situazione della pesca nella zona contigua. Sinora nessuna norma di diritto internazionale stabilisce e nessun accordo ha sancito che lo Stato costiero abbia diritti esclusivi di pesca anche in tale zona. Ma se fossero rimaste ancora illusioni in proposito, la Conferenza di Ginevra le ha duramente dissipate dimostrando che questa è ormai la tendenza prevalente. D’altra parte la lotta tra le 6 e le 12 miglia non è determinata soltanto da ragioni strategiche. È ben noto che la maggior parte delle «risorse biologiche del mare», in parole povere la pesca, si trovano generalmente entro le 12 miglia dalla costa. Basterà quindi che gli Stati, e non sono pochi, che hanno già stabilito tale limite per il mare territoriale lo mantengano, o che quelli che aspirano ai diritti esclusivi di pesca sino a tale limite, lo stabiliscano. Sempre, beninteso nella condizione giuridica già accennata, e per quello che vale in pratica, dell’assenza di obbligazioni.

Le possibilità dopo Ginevra.

In tali circostanze sarà possibile, ed in qual modo, completare nei due punti essenziali la codificazione del Diritto del Mare?

Tentare una terza Conferenza? Una proposta di sospensione e di rinvio fu fatta a Ginevra (Proposta delle 10 Potenze). Ma era una proposta di disturbo della parte estrema, che non voleva il successo della Conferenza, e come tale fu respinta, nell’ordine della votazione, benché la proposta congiunta fosse ormai caduta. In ogni caso l’esperienza aveva già dimostrato che tra la prima e la seconda Conferenza le condizioni per un accordo erano notevolmente peggiorate, ed il convincimento generale era che in una terza Conferenza peggiorerebbero ancora.

Le difficoltà della «codificazione».

Non si tratta soltanto – e sarebbe già abbastanza – degli interessi strategici ed economici così vasti che sono in giuoco. Il concetto stesso della codificazione in atto è differentemente inteso dagli 88 Stati che dovrebbero trovare l’accordo. Per gli internazionalisti pinoti e piautorevoli, non vi sono dubbi. La codificazione del Diritto Internazionale, indetto dalle Nazioni Unite, quale che sia per essere il risultato del grandioso tentativo, significa fissare, riunendoli e coordinandoli, i principi e le norme generalmente accettati, pur tenendo conto dell’evoluzione, se si vuole del progresso della dottrina. Ma questi sono i giuristi degli antichi Stati, ove il diritto ha tradizione secolare, e in alcuni, e tra i primi il nostro, multisecolare.

Per altri significa spingere il «progresso» sino a introdurre nella codificazione concetti addirittura nuovi, mai esistiti nella dottrina e nella prassi, quasi sempre privi di fondamento giuridico. I primi sono certamente i piautorevoli, i secondi senza dubbio i piaggressivi, perché, raramente in buona fede, mirano a scopi non dubbi e precisi, che giungono sino al sovvertimento dell’attuale stato di cose. Inoltre con il continuo sorgere di nuovi piccoli Stati vedono crescere costantemente il loro numero. Questa situazione è evidente anche in tutti gli altri campi in cui è in atto il tentativo di codificazione, quello ad esempio dei privilegi ed immunità diplomatiche. Contro questa difficoltà ci siamo duramente urtati, anche a Ginevra. Contro questa difficoltà ci urteremo, in ogni settore della codificazione.

È evidentemente difficile, in queste condizioni, prevedere se, nella prossima Assemblea delle Nazioni Unite sarà formulata la proposta di una terza Conferenza del Diritto del Mare, e se lo fosse, quale sorte potrebbe avere.

Accordi bilaterali, multilaterali o regionali.

Cidipende anche, almeno in parte, dagli accordi bilaterali, multilaterali o regionali previsti nelle proposte di Ginevra, e che nulla vieta di concludere nel frattempo.

L’idea di una Convenzione tra i 54 Stati favorevoli alla proposta congiunta emendata.

A parte le proposte ufficiali cadute nella votazione vi fu a Ginevra qualche cosa di pi Mentre la Conferenza si scioglieva senza risultati, sorse l’idea che i 54 Stati che avevano votato la proposta congiunta Stati Uniti-Canadà con l’emendamento latino-americano, firmassero una Convenzione che ne ponesse in vigore il contenuto. Con una sola variante, che i 10 anni non comincerebbero dal 31 ottobre 1960, ma dalla data della firma della Convenzione. Il testo sarebbe depositato, per la firma a Washington. Propugnava questa idea sopratutto la Delegazione canadese, e mi fu detto che un annuncio sarebbe stato fatto a tale scopo in Parlamento ad Ottawa. Non alieni erano gli inglesi e gli statunitensi. Altri Stati nel nostro gruppo erano pio meno favorevoli. Ciavveniva al momento della partenza, e non vi fu possibilità di raccogliere piesatte notizie.

Successivamente è giunta notizia che da parte britannica si sta agendo in tal senso, anche in relazione al proposito della Norvegia di estendere la sua zona esclusiva di pesca.

Se l’idea dovesse prendere piede, io riterrei che sarebbe opportuno esaminarla sotto due profili:

-- se ci convenga consacrare in un impegno internazionale un compromesso cui eravamo certamente arrivati, anche per ragioni di politica generale, ma con la valvola di sicurezza della firma e della ratifica, e non senza i dubbi che tuttora permangono. È il solito raffronto tra le 6 miglia di mare territoriale, ed il sacrificio per la pesca. Ancora una volta la risposta non puessere data che da tale raffronto in sede adeguata e competente. -- Quanti Stati effettivamente aderirebbero. Una indagine preventiva non dovrebbe riuscire difficile.

Va ricordato fra l’altro che fu detto a Ginevra, all’inizio della Conferenza, che una sola ratifica era sino allora giunta delle quattro convenzioni del 1958, e precisamente per la Convenzione sull’alto mare. Quella dell’Afganistan.

Intanto, e sopratutto per ciche ho udito dai nostri esperti, nell’attuale situazione, a mio subordinato avviso dovremmo, da parte nostra, cercare gli accordi bilaterali che ci convengono.

L’attività della Delegazione italiana.

Giunto al termine della mia relazione mi resta un dovere da compiere. Quello di riferire a V.E., con profonda soddisfazione che nelle difficili e tormentate acque della Conferenza, la nostra Delegazione, grazie al valore dei miei collaboratori, ha agito sempre con riconosciuta competenza, ascoltata nei dibattiti, seguita nei consigli. Di pi è stata inflessibilmente uno strumento disciplinato, armonico e concorde, che ha sempre risposto egregiamente, anche nei momenti pidifficili e delicati, e ve ne furono non pochi.

Ho già menzionato i due insigni internazionalisti Vice Presidenti della Delegazione, i Professori Riccardo Monaco e Roberto Ago, che ben conosciuti ed apprezzati dai loro colleghi stranieri, svolsero, in ogni fase del difficile consesso, opera preziosa. Degna di ogni elogio fu pure, nella loro specifica competenza, l’opera del delegati-esperti: il Dr. Raffaele Cusmai Ispettore Generale della Marina Mercantile con i suoi sostituti Dr. Angelo Franchi e Dr. Sergio Paroletti; il Colonello Anselmo Gabrielli per la Difesa Marina, il Prof. Mario Scerni. Con non minore soddisfazione desidero ricordare infine l’attività assidua e competente del Segretario della Delegazione Volontario Maurizio Battaglini.


1 Gabinetto, 1959-1960, Gab. A/2 - O.N.U., fasc. 34, Diritto sui mari. Progetto Presentato all’XI Assemblea Gen. delle N.U.


2 Verbali in: UN, Official Records of the Second United Nations Conference on the Law of the Sea, Geneva, 17 March-26 April 1960, vol. II, New York 1962.


3 Non si pubblicano gli allegati.

266

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLE AMBASCIATE E ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO(1)

T. segreto 14246/c.2. Roma, 3 luglio 1960, ore 22.

Fa seguito al telegramma ministeriale n. 13513/c.3.

Esame ponderato situazione derivata da sospensione trattative Ginevra nonché consultazioni fra cinque Potenze occidentali disarmo tenutesi a Washington hanno dettato seguente linea:

a)- rimandare l’immediata convocazione della Commissione del disarmo a data piavvicinata prossima Assemblea Generale; b)- redazione breve promemoria comune da presentarsi sin da ora alla Commissione del disarmo dell’ONU con constatazione e deplorazione rottura Ginevra nonché la affermazione della buona volontà permanente e dello sforzo comune verso la ripresa della trattativa.

Il promemoria dovrebbe anche contenere altre affermazioni che i cinque Governi occidentali attendono reazioni Krusciov a loro risposte prima di fissare definitivamente ulteriore azione da svolgersi in sede Nazioni Unite(4).


1 Telegrammi segreti 1960, Circolari partenza.


2 Indirizzato alle Ambasciate a Oslo, L’Aja, Copenaghen, Bruxelles, Lussemburgo, Ankara, Atene, Bonn, Lisbona, New Delhi, Belgrado, Cairo, Carachi, Buenos Aires, Rio de Janeiro, Tokio, Caracas, Messico, Addis Abeba, Diakarta e alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi.


3 Con T. circolare 13513/c. del 28 giugno, Segni informava le Ambasciate e le Rappresentanze di cui alla nota precedente circa l’«ingiustificato abbandono sovietico» dei lavori di Ginevra, nonostante l’atteggiamento costruttivo delle delegazioni occidentali e in particolare di quella italiana (Telegrammi ordinari 1960, Circolari partenza, vol. III).


4 Per il seguito vedi D. 280.

267

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 23526/209. New York, 6 luglio 1960, ore 17 (perv. ore 17,15).

Oggetto: Questione Alto Adige.

Rappresentante austriaco mi ha comunicato, stamane presto, avere ricevuto attesi documenti da Vienna e accingersi presentare oggi formale domanda iscrizione problema Alto Adige in agenda prossima Assemblea sotto seguente titolo: «Il problema della minoranza austriaca in Italia». Matsch mi ha letto parte principale memorandum illustrativo di circa 5 pagine.

Premetto che memorandum non fa menzione riferimento lettera S.E. Presidente Tambroni a convenzione Strasburgo né a nostra proposta ricorso L’Aja. Esso contiene lunga disamina storica problema, a incominciare da 1915 e traccia discorso Kreisky in Assemblea anno scorso.

Di accordo De Gasperi-Gruber menziona solo prima frase articolo 2 e non seconda. Fa la storia contatti bilaterali rilevando che dopo due anni non hanno dato risultati. Parte piimportante è quella conclusiva in cui «in virtarticoli 10 e 14 della Carta Governo austriaco richiede che Assemblea Generale consideri controversia determinatasi tra Italia ed Austria a causa rifiuto Italia concedere autonomia Provincia Bolzano». In spirito articoli predetti si chiede anche che Assemblea apporti una giusta sistemazione (bring about just settlement) basata su principi democratici, autonomia amministrativa e di governo (self determination and self government), protezione esistenza minoranza austriaca come tale.

Mi riservo telegrafare altri punti memorandum non appena avravuto copia integrale(2).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Ortona inviuna sintesi del memorandum con T. segreto urgentissimo 23622/210, pari data (ibidem). Il memorandum era allegato alla domanda di iscrizione in agenda, diramata dal Segretariato il 6 luglio: vedi UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Annexes, Agenda item 68, A/4395, New York, 6 July 1960, Austria: request for the inclusion of an item in the provisional agenda of the fifteenth session, pp. 1-2.

268

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 24545/224. New York, 13 luglio 1960, ore 21,45 (perv. ore 22).

Oggetto: Intervento Nazioni Unite in Congo.

Mio 223(2).

In colazione membri del Consiglio Sicurezza che si è protratta a lungo e su cui mi riservo riferire dettagliatamente, Hammarskjoeld dopo esame continuo deterioramento situazione in Congo belga dichiarato che:

1) Era sua intenzione, in risposta richiesta Governo Congo, inviare subito elementi civili per assistenza tecnica onde collaborare a riforma quadri forze di polizia e sicurezza pubblica oggi infranti. Egli riteneva poter procedere a cisenz’altro in ambito proprie competenze.

2) Successivi appelli per aiuti militari da parte Governo Congo ricevuti stamane, dimostravano evidente insufficienza intervento assistenza tecnica predetta e rendevano necessaria costituzione forze emergenza. Per questo egli su basi articolo 99 Carta aveva convocato riunione ufficiale Consiglio stasera in cui ripromettevasi raccomandare immediata formazione e invio tali forze opportunamente reclutate. Non escludeva anche eventualità ancora peraltro ipotetica convocazione alle Legazioni speciali prossima settimana per assenso finanziamenti relativi.

3) Prevedeva ricevere da Governo belga anche urgentissimo appello per invio viveri soprattutto in regione città Leopoldville in cui prevedesi forte carestia in prossimi giorni con pericolo che popolazione si unisca a sedizione che finora sembrava limitata forze sicurezza.

Si riservava per questo trasmettere appello ad alcuni Paesi quali ad esempio Francia Italia India URSS Stati Uniti, affinché essi concedano gratuitamente viveri necessari.

Comunque in riunione Consiglio stasera dovrebbero trattarsi punti 1) e particolarmente 2), per cui è in corso elaborazione risoluzione da parte Rappresentante tunisino che dovrebbe ricalcare predetta raccomandazione Segretario Generale. Sono a mia volta in contatto con colleghi occidentali, e se raggiungeremo accordo tra noi in tal senso, mi riprometterei, salvo contrarie urgentissime istruzioni, appoggiare iniziativa.

Non potrperaltro data brevità estrema di tempo e possibilità accavallarsi iniziative fornire ulteriori precisazioni prima del dibattito(3).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II.


2 Con T. 24527/223 del 13 luglio 1960, Ortona riferiva quanto segue: «Come già previsto ieri, pervenuto nuovo appello da parte Governo Congo a Nazioni Unite per sollecito intervento. In messaggio si accenna anche a circostanza che, se Nazioni Unite non agiranno, Congo si rivolgerà Potenze Bandung. Si prevede riunione notturna stasera Consiglio Sicurezza convocata su richiesta Segretariato Generale» (ibidem).

A seguito della proclamazione dell’indipendenza congolese, avvenuta il 30 giugno 1960, nei giorni immediatamente successivi si assisteva all’ammutinamento della «Force publique», l’esercito congolese armato ed addestrato dal Belgio e comandato dal generale belga Jansen. Nonostante la pronta sostituzione del comandante belga ad opera del Presidente congolese Kasavubu e del Primo Ministro Lumumba, laribellione si estendeva dando l’avvio a una spirale di scontri e violenze che coinvolsero anche gli europei residenti nel Paese. Il Governo belga interveniva inviando rinforzi in violazione degli accordi vigenti e, il 9 luglio, il Presidente del Consiglio provinciale del Katanga, Tshombe, proclamava la secessione della regione. In seguito al rifiuto del Belgio di ritirare nelle proprie basi le truppe belghe impiegate, come richiesto dal Presidente congolese, quest’ultimo richiedeva alle Nazioni Unite un intervento militare in loco a condizione che le truppe ONU fossero composte da personale militare appartenente a Paesi neutrali. In caso di mancato intervento delle Nazioni Unite, la Presidenza del Congo rendeva noto che avrebbe richiesto l’intervento dei Paesi asiatici e africani aderenti al Trattato di Bandung.

Per il seguito si veda il D. 269.

269

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 24610-24666/228-229. New York, 14 luglio 1960, ore 8,20 (perv. ore 14)(2).

Oggetto: Dibattito ONU per il Congo.

228. Mio 224(3).

Questione Congo ha avuto sviluppi molto intensi in breve tempo tra convocazione e inizio seduta. Tunisini avevano preparato risoluzione che, oltre tradurre in parte dispositiva raccomandazioni già segnalate del Segretario Generale, conteneva anche frase invitante «Governo belga ritirare sue truppe da Congo». In contatti con colleghi inglese e francese abbiamo cercato rielaborare tale parte risoluzione onde renderla accettabile a Belgio. Collega belga ha perfermamente obiettato che esistono tuttora basi in Congo, per di pid’interesse NATO, per cui frase relativa a generico ritiro era assolutamente inaccettabile suo Governo, oltre fatto che sarebbe stato necessario precisare che ritiro avrebbe potuto avvenire solo dopo ristabilimento ordine da parte contingenti militari N.U.

Ha avuto luogo quindi riunione indetta da Presidente del Consiglio di Sicurezza tra membri non permanenti, in cui ho cercato portare tunisini verso posizione pivicina a Belgio. Ciè apparso impossibile, dato che secondo collega Slim, sua versione era stata già considerata come troppo blanda da altri membri e specialmente da sovietici e polacchi.

Nel corso dibattito tunisini hanno presentato quindi testo in questione.

Discussione iniziatasi subito con difficoltà procedurali sollevate da sovietici intese condannare fin da inizio «aggressione belga», ha seguito quindi obiettiva esposizione Hammarskjoeld che ha accuratamente evitato fare perno su comunicazioni Governo Congo, riferentisi a aggressione del Belgio. Dei vari oratori tale particolare tema è stato ripreso da sovietico (oltre che naturalmente in tono minore da polacco) che si è espresso in modo estremamente polemico e violento contro Paesi colonialisti in generale, contro Belgio USA in particolare, provocando netta messa a punto di Lodge.

229. Urgentissimo. Seguito numero precedente.

Rappresentante belga ha in suo intervento ripudiato accuse aggressione giustificando intervento suo Governo con necessità assicurare protezione indispensabile a suoi cittadini, dichiarando che contingenti militari inviati saranno ritirati non appena cesserà tale esigenza.

In mio intervento sono partito da rapporto del Segretario Generale per affermare necessità rapido intervento forze Nazioni Unite per situazione emergenza in attesa che Governo congolese riorganizzi proprie forze di polizia. Nel frattempo ho sottolineato necessità operazione truppe belghe e carattere temporaneo e umanitario loro intervento finché forze Nazioni Unite non vengano costituite. Ho anche espresso generico apprezzamento per intenzione risoluzione tunisina, pur sottolineando che mia Delegazione vedeva con perplessità alcune sue parti, riferendomi implicitamente a appello a Governo belga perché ritiri truppe.

In sede votazione avevo in realtà ritenuto in un primo tempo potere astenermi sia in osservanza atteggiamento francese e inglese, sia per venire incontro aspettativa belga e malgrado già avessi compreso che americani avrebbero votato a favore. Situazione è venuta perevolvendosi e sviluppi immediati precedente votazione sono stati tali da consigliare in definitiva a votare a favore risoluzione e cioè:

1) Voto contrario ricevuto da emendamento che sovietici avevano presentato soprattutto per chiedere condanna Belgio e precisazione che ritiro truppe belghe fosse immediato.

2) Appello rivolto alla fine da Delegato tunisino presentatore risoluzione, dopo aver chiarito che sua Delegazione non approvava emendamento sovietico e aveva voluto non incorporare condanna Belgio scopo accelerare tempi approvazione.

3) Interesse manifestatomi da Hammarskjoeld acché collaborassi a rapido passaggio risoluzione.

4) Conversazione avuta con Rappresentante RAU presidente di turno gruppo regionale afro-asiatico che è intervenuto presso di me, per avvertirmi che in caso mancata approvazione risoluzione, tunisini o sovietici avrebbero certamente chiesto Assemblea speciale con conseguenze molto peggiori per Belgio.

5) Appello pressante rivoltomi personalmente da Lodge all’ultimo momento perché mi allineassi con lui onde evitare che mancato mio voto potesse comportare non approvazione risoluzione, e consiglio analogo datomi da stessi inglesi di distaccarmi da loro posizione di astensione a scopo predetto.

Votazione è stata in definitiva di otto voti favorevoli e tre astensioni (Francia, Inghilterra e Cina). Mi sono trovato in sostanza dissociato da Potenze colonialiste, ma associato a Stati Uniti, africani e latino-americani. Ovviamente francesi e belgi avrebbero preferito mia astensione. Ho curato perin opportuna dichiarazione di voto di spiegare soprattutto che avevo approvato risoluzione su basi circostanze esposte da Delegato belga secondo cui truppe belghe sarebbero state ritirate solo dopo che fossero ristabiliti in Congo ordine e sicurezza a seguito intervento Nazioni Unite.

Ho anche ovviamente tenuto presente opportunità assumere, in circostanza determinatasi, atteggiamento che non affermasse […]4 Paesi membri del largo gruppo afro-asiatico in vista di contatti che dovremo intensificare con loro per questione Alto Adige.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II.


2 La prima parte del presente documento (T. 24610/228), partita alle ore 8,45, pervenne alla stessa ora; la seconda parte (T. 24666/229), partita alle ore 8,20, pervenne alle ore 14.


3 Vedi D. 268.


4 Gruppo mancante.

270

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. urgentissimo 24686/231. New York, 14 luglio 1960, ore 10,30 (perv. ore 16,35).

Oggetto: Unità medica per il Congo.

Mio 230(2).

Riferendosi decisioni Consiglio Sicurezza Hammarskjoeld chiestomi ufficialmente stamani interessare urgentemente mio Governo a possibilità porre a disposizione unità militare medica da servire forza Nazioni Unite in Congo. Hammarskjoeld aggiuntomi essersi rivolto a Italia per tale scopo ritenendo che ci sarà possibile in particolare provvedere unità medica con esperienza malattie tropicali. Sargrato indicazioni al pipresto possibile(3).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II.


2 Non pubblicato.


3 Il Ministero, con T. 14854/119 del 16 luglio, rispondeva affermativamente alla richiesta: «Prendiamo nota che preferiscesi unità militare. Richiesta già trasmessa e appoggiata» (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza). Nel corso del tempo l’iniziale unità medica verrà ampliata, sempre su richiesta dell’ONU, e verrà creato un ospedale gestito dalla Croce Rossa Italiana, lo 010, ad Elisabethville (l’attuale Lubumbashi) nel Katanga, oltre ad un ulteriore nucleo medico a Kamina.

271

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. 14802/117. Roma, 15 luglio 1960, ore 15,30.

Governo belga ha interessato suo delegato costì affinché codesto Segretario Generale interpreti mozione di ieri nel senso che truppe belghe possono rimanere Congo sino ristabilimento ordine.

Prego V.E. appoggiare subito tale richiesta in nome della gravissima preoccupazione che si ha in Italia che nostre collettività già duramente provate non rimangono [sic] senza efficace protezione fino all’arrivo truppe ONU(2).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II. 2 Per la risposta vedi D. 272.

272

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 25087/243. New York, 16 luglio 1960, ore 23 (perv. ore 9 del 17).

Oggetto: Presenza truppe belghe in Congo.

Suo 1172.

Ho subito avvertito collega belga che mi accingevo a passo presso Hammarskjoeld. Loridan ha apprezzato pur rilevando che situazione si muoveva molto rapidamente ed incompostamente e che ora due problemi principali erano:

1) non tanto pisituazione Leopoldville quanto altre aree all’interno dove truppe belghe avrebbero dovuto recarsi, piuttosto che ritirarsene, a difesa europei non protetti;

2) desiderio Governo belga convocare Consiglio Sicurezza per proporre commissione d’inchiesta Nazioni Unite che constati responsabilità in Congo, ecc., e consenta eventualmente rapporto che possa essere utilmente presentato in avvenire anche in Assemblea.

Ho detto a Loridan che avrei sondato Hammarskjoeld su tali due punti, ma che non avevo istruzioni mio Governo su problema commissione d’inchiesta che avrei comunque sollecitato.

Ho avuto quindi lungo colloquio con Hammarskjoeld, su parte del quale, relativo composizione corpo Nazioni Unite, riferisco con telespresso urgente odierno 0153. Su questione ritiro truppe belghe, ho interessato Segretario Generale nel senso prescritto facendo presente:

1) che mio voto favorevole a conclusione dibattito era stato determinato da consapevolezza possibile importanza determinante voto stesso per approvazione risoluzione, questa essendo solo modo per consentire a lui Hammarskjoeld mettere subito in moto provvedimenti per corpo Nazioni Unite;

2) che tale voto era stato da me spiegato con dichiarazione ben precisa nelle sue implicazioni e che desideravo formalmente ricordargli.

Gli ho anzi consegnato ufficialmente testo dichiarazione voto in questione pregandolo considerarlo come conferma scritta anche mio passo odierno con lui. (Ho creduto bene procedere in tal modo perché mia dichiarazione, come V.E. avrà notato, sottolineava già in modo netto problema collettività italiana di cui al telegramma citato e necessità che truppe belghe non si ritirino senza che sia prima ristabilito ordine a mezzo truppe Nazioni Unite).

Hammarskjoeld ha tenuto dirmi che aveva profondamente apprezzato voto da noi dato ben conoscendo difficoltà per Delegazione italiana decidere in tal senso, ma aggiungendo averlo egli giudicato come ispirato a ben meditato e realistico apprezzamento situazione, in vista necessità non perdere un minuto per consentire Segretariato inizio immediata azione.

Mi ha precisato poi che ufficialmente egli, Segretario Generale, non puinterpretare alcuna risoluzione Consiglio Sicurezza dato che tale facoltà spetta solo al Consiglio. Egli desiderava perattirare attenzione mia su sue dichiarazioni che, a suo avviso, venivano incontro «de facto» mie sollecitazioni, costituendo esse riconoscimento nostre esigenze per implicazioni indirette. In particolare mi ha ricordato che, mentre egli aveva soltanto detto circa truppe belghe che «loro presenza non poteva essere considerata una soluzione di fortuna in attesa ristabilimento ordine e che per questo doveva essere esaminata richiesta assistenza militare da parte Congo» aveva aggiunto «essere inteso che, se Nazioni Unite agiranno come proposto da lui, Governo belga considererebbe (“would see its way”) possibilità ritiro». Non vi è dubbio che problema si poneva con estrema delicatezza anche per possibili complicazioni in regioni interne. D’altro canto Ambasciatore del Belgio a Leopoldville aveva dichiarato a Bunche ieri – ed Hammarskjoeld mi ha mostrato telegramma suo collaboratore – che truppe belghe rimarranno fino a quando truppe Nazioni Unite non avranno situazione sotto controllo, che Belgio era pronto applicare decisione Nazioni Unite e che pertanto si sarebbe disposto ritiro truppe quando e dove ordine fosse sufficientemente ristabilito da truppe Nazioni Unite. Telegramma concludeva anche che Governo belga, ansioso dare prova sue buone intenzioni, avrebbe ritirato contingente da Leopoldville proporzionalmente arrivo truppe Nazioni Unite. Dichiarazioni queste, che sembravano, malgrado precarietà ed estrema difficoltà situazione, tener conto soddisfacentemente varie esigenze in gioco.

Hammarskjoeld sperava comunque che confusissima situazione che permaneva in Congo avrebbe potuto risolversi con sollecito arrivo corpo Nazioni Unite che egli stava cercando accelerare al massimo sia nel tempo e sia in numero truppe.

Ho concluso con Hammarskjoeld reiterando posizione estremamente precaria nostra Comunità e rilevando necessità che, a prescindere da posizioni formali, ci si renda conto da parte ONU e suoi Rappresentanti in loco assoluta necessità che tale protezione sia in qualsiasi modo assicurata, dato che se essa venisse a mancare potrebbero esservi sviluppi ancora pigravi in panorama internazionale ed interno Paesi colpiti.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 271. 3 Non pubblicato.

273

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU E ALL’AMBASCIATA A MOSCA(1)

T. segreto 15029/124 (New York) 141 (Mosca). Roma, 17 luglio 1960, ore 19.

Solo per Mosca: Ho telegrafato quanto segue ad Italnation:

Per tutti: Prego V.E. voler alla prima favorevole occasione esprimere costì le nostre rimostranze per l’azione sovietica che ha acutizzato la situazione nel Congo già difficile.

La politica sovietica partendo da falsa rappresentazione dei fatti e facendo leva su affermazioni assolutamente non comprovate non produce altri risultati che fomentare l’anarchia nel Congo proprio quando invece ogni nazione civile deve senza distinzioni ideologiche sforzarsi di calmare gli irragionevoli odi e di aiutare nel progresso verso civiltà popolazione inferiore. V.E. vorrà basare sue osservazioni sui gravi sacrifici cui sono stati sottoposti lavoratori italiani in Congo a stento messi in salvo dal Governo italiano e la cui situazione il messaggio sovietico non fa che rendere piprecaria(2).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Per la risposta vedi D. 276.

274

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, RUSSO, ALLE RAPPRESENTANZE PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO E PRESSO L’ONU(1)

T. 15039/123 (Parigi) 126 (New York). Roma, 18 luglio 1960, ore 15,30.

Solo per New York: Ho telegrafato quanto segue ad Italnato Parigi:

Solo per Parigi: Suo 2122.

Per tutti: La nostra linea di condotta è determinata dal desiderio di rasserenare la situazione e assicurare valida protezione alle nostre collettività nel Congo. In Consiglio di Sicurezza abbiamo votato a favore della risoluzione tunisina per facilitare l’intervento delle Nazioni Unite. Ci auguriamo che contingenti internazionali organizzati da Segretario Generale Nazioni Unite possano al pipresto assicurare ordine pubblico. Pensiamo tuttavia che le truppe belghe non dovrebbero lasciare incustodite le zone nelle quali necessariamente operano prima che ciavvenga effettivamente. Siamo naturalmente e decisamente avversi ad ogni intervento straniero al di fuori del quadro delle Nazioni Unite.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza.


2 Con T. segreto 24872/212 del 15 luglio, Alessandrini riferiva sulla posizione espressa dal Belgio in una seduta straordinaria del Consiglio NATO sulla questione del Congo. De Staercke aveva precisato la volontà belga di «1) assicurare la sicurezza dei cittadini belgi nel Congo; 2) risolvere il problema delle basi con pacifici negoziati tra il Belgio ed il Congo; 3) lasciare decantare la situazione fino a quando si potrà trattare con un “vero” Governo congolese; 4) esaminare a parte la nuova situazione creatasi nel Katanga»; aveva poi concluso auspicando il pronto invio dei reparti ONU previsti dalla risoluzione «al fine di garantire il rispetto dell’ordine». Alessandrini aveva quindi ripercorso a grandi linee il proprio intervento e chiesto istruzioni in vista del prosieguo del dibattito (Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana NATO Parigi, arrivo e partenza).

275

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, AD AMBASCIATE E RAPPRESENTANZE(1)

T. segreto 16033/c.2. Roma, 19 luglio 1960, ore 23,30.

Oggetto: Situazione Congo

Per tutti: Nella riunione dei sei Ministri degli Esteri che ha avuto luogo il 18 corrente all’Aja si è riscontrata l’opportunità che in sede NATO si debba concordare un atteggiamento comune e sincrono nei riguardi della questione congolese in generale e della richiesta di riconoscimento del Katanga quale Stato libero e indipendente.

Le confermo in proposito le seguenti direttive per quanto concerne il punto di vista italiano:

a) -Riteniamo opportuno che i Governi interpellati si astengano dal dare direttamente a Tshombe una risposta al suo messaggio. Appare consigliabile infatti di lasciar maturare la situazione. - c) -Siamo favorevoli alla permanenza delle truppe belghe nel rimanente del Congo, là dove si dimostra necessaria la loro presenza per il mantenimento dell’ordine pubblico e fino a quando ordine stesso non potrà essere assicurato efficacemente dai contingenti dell’ONU. d)- Riteniamo anche che una particolare oculatezza dovrebbe esercitarsi nella formazione dei contingenti ONU escludendo da essi truppe dei Paesi africani troppo vicini al comunismo che non darebbero tra l’altro garanzie di disciplina o obiettività. e)- Nel mentre siamo avversi ad ogni tentativo da parte di qualsiasi Stato approfittare unilateralmente dell’attuale situazione per tentare opera di penetrazione militare

o politica nel Congo, cerchiamo naturalmente di agevolare opera emergenza ONU (invio viveri, contingenti, unità ospedaliere ecc. ed in tal senso abbiamo consentito rifornimento ed atterraggio in Italia tre aerei sovietici che recano viveri richiesti da Hammarskjoeld).

Solo per Italnato: In relazione suo 2153 pregola intrattenere urgentemente Spaak. Solo per Italnation: Per sua norma linguaggio con Hammarskjoeld quanto precede.


1 Telegrammi segreti 1960, Circolari partenza.


2 Indirizzato alle Rappresentanze presso il Consiglio Atlantico a Parigi e presso l’ONU a New York e alle Ambasciate a Bonn, Bruxelles, L’Aja, Lussemburgo, Parigi e Washington.


3 Con T. segreto 25254/215 del 18 luglio, Alessandrini aveva rappresentato al Ministero ulteriori elementi sulla posizione belga, emersi nel corso di una riunione tra i Rappresentanti dei Paesi NATO in quel momento membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. De Staercke aveva manifestato l’intenzione del Belgio di applicare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza, interpretandola nel senso che il ritiro delle truppe belghe sarebbe avvenuto nel momento in cui l’ordine fosse stato ristabilito dalle truppe ONU. Quanto alle truppe belghe provenienti dalle basi sul territorio congolese, il ritiro sarebbe stato da intendersi all’interno delle basi di provenienza. In ordine poi alla questione del Katanga, la posizione belga rimaneva ferma nel considerarla questione interna del Congo, per la quale riteneva opportuna estrema prudenza da parte dei Paesi occidentali. In ultimo, a seguito della richiesta di Lumumba e Kasavubu di ritiro delle truppe belghe dalle basi in territorio congolese, pena una richiesta di intervento sovietico, il Belgio chiedeva la solidarietà dei propri alleati occidentali, considerato il rischio della perdita dell’influenza occidentale sull’intero Congo (Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana NATO Parigi, arrivo e partenza).

276

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 25317/258. New York, 19 luglio 1960, ore 1 (perv. ore 12,30).

Oggetto: Dibattito ONU su Congo.

Suo 124 in data 17 corrente(2).

Circa possibilità consigliatami, conto inserire dichiarazione nel senso di cui al telegramma di V.E. citato in intervento che probabilmente farin Consiglio Sicurezza su questione Congo dato che dietro richiesta URSS riprenderà riunione dopodomani [il

20] in presenza anche membro Governo congolese di cui si attende arrivo.

Hammarskjoeld aveva sperato che riunione potesse essere evitata o limitata a breve commento sulla procedura composizione e attività corpo ONU. Richiesta convocazione sovietica, mi viene confermata di nuovo, è indicatoria mossa da parte Mosca fare dibattito sostanza, non fosse che per motivi propagandistici, centrandolo su condanna Belgio e ritiro truppe. Mi sono al riguardo intrattenuto a lungo con Delegato Tunisia cui atteggiamento potrebbe essere determinante per sviluppi mossa sovietica. Tunisini mi hanno detto ritenere che sovietici introdurranno probabilmente nuova risoluzione, questa volta condannatoria Belgio e richiedente ritiro truppe entro precisa data. Slim ricordandomi che in sua prima iniziativa durante seduta 14 corrente non aveva toccato tale argomento a scopo conciliativo, mi ha rilevato che modo con cui Belgio aveva corrisposto a risoluzione lo avrebbe forse costretto a rivedere suo atteggiamento anche perché pressione alcuni membri gruppo afro-asiatico su lui cominciavano farsi pesanti. Tunisia mi ha detto che per facilitare sua posizione in Consiglio e Nazioni Unite in generale sarà bastato qualche gesto simbolico da parte Belgio con ritiri parziali tali da potere affermare che esecuzione risoluzione si era iniziata. Invece gli risultava che, mentre si era avuto solo allontanamento contingente molto ridotto da un quartiere città Leopoldville, altre truppe belghe stavano arrivando. Tale circostanza, mi ha dichiarato confidenzialmente e con circospezione collega tunisino, non avrebbe fatto che gioco URSS. È interesse notare che mio interlocutore mi ha detto anche che tutto ciche egli auspicava era che truppe belghe si ritirassero nelle «basi» previste da Trattato belga-congolese.

Mi è peraltro successivamente risultato che qualche membro pimoderato gruppo afro-asiatico avrebbe fatto tentativo con Rappresentante sovietico perché si astenga da presentare nota questione risoluzione: naturalmente anche questi elementi dichiarano avrebbero loro compito facilitato da qualche gesto anche solo simbolico da parte belga.

Segnalo pure ad ogni buon fine che gruppo africano riunito oggi ha diramato comunicato concludente con «ferma convinzione che ritiro tutte forze belghe è indispensabile per ristabilimento pace ordine stabilità e […]3 appello Belgio ritirare sue forze da Congo con effetto immediato».

Di tanto informo V.E. anche perché mi risulta che considerazioni espostemi da tunisino sono state da lui svolte anche con Lodge e incaricato d’affari britannico che ne ha fatto oggetto comunicazione loro Governo.

È chiaro che se vi fosse risoluzione condannatoria Belgio richiedente immediato ritiro noi voteremmo contro e che potrebbero forse raccogliersi voti necessari per respingerla. Resta a vedersi perse risoluzione sarà in definitiva formulata da altri che non da sovietici e come vi si disporranno americani se essa fosse piblanda del previsto. Dobbiamo infatti tener presente che in tema problema africano (Algeria, Congo) essi in Assemblea e in Consiglio si sono spesso trovati a differenziarsi da altri occidentali e che Lodge mi ha detto chiaramente stasera che incombeva Belgio responsabilità fare qualche gesto.

Questo per quanto riguarda prossimo dibattito. Quanto a pratico svolgersi eventi in Congo, Segretariato appare abbastanza ottimista e fiducioso che arrivo qui Ministro congolese possa facilitare sviluppo a vantaggio Nazioni Unite.

Giudicherà codesto Ministero se portare quanto precede a conoscenza S.E. il Ministro e Segretario Generale a L’Aja per eventualità che riunione colà continuasse domani e che elementi di cui sopra possono essere di qualche utilità per discussione in quella sede.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York arrivo e partenza. 2 Vedi D. 273. 3 Gruppo mancante.

277

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 25471/261. New York, 20 luglio 1960, ore 4,30 (perv. ore 10,30).

Oggetto: Consiglio Sicurezza: situazione in Congo.

Mio telegramma 2582.

Riassumo esito vari colloqui oggi con i membri Consiglio di Sicurezza in previsione riunione domani sera. Previsioni sulle quali avevo espresso ieri sera timori in mio telegramma citato sembrano avviate a verificarsi. Evidentemente pressioni alcuni afro-asiatici su sovietici hanno consigliato questi recedere da intenzione presentare risoluzione fortemente condannatoria e perentoria. Compito presentazione nuova risoluzione sembra di nuovo incombere su tunisini che stamane mi hanno ammesso starsene meditando un testo. A mia richiesta precisazioni, accennatomi a risoluzione che da una parte contenga clausole atte a rafforzare posizione e mezzi Segretariato Generale in perseguimento sua opera, dall’altra sollevi di nuovo problema ritiro truppe. Slim mi ha detto dubitare potere evitare menzione «ritiro immediato» sia pure intendendo entro limiti possibilità materiale. Non escluderei che, a seguito ulteriore ripensamento, Slim trovi formula meno precisa, implicante ad esempio ritiro «al pipresto» o similia, eventualmente qualificandola o in testo risoluzione o in dichiarazione appoggio, come in relazione con sviluppi azione Nazioni Unite.

Ne ho parlato a Lodge che studiatamente cerca minimizzare implicazione nuovo episodio in quanto:

A) se risoluzione fosse fortemente redatta, con menzione ritiro immediato, essa sarebbe – cito parole Lodge – soggetta veto francese, il che vuol dire che Stati Uniti si asterrebbero;

B) se risoluzione fosse stilata in modo meno preciso, risoluzione potrà essere anche approvata da americani, cui linea politica è favorevole qualsiasi risoluzione che comporti ritiro truppe belghe in connessione con ristabilimento ordine da parte truppe ONU.

Tale atteggiamento Lodge è evidentemente dettato anche da annunzio diramato oggi da Segretariato secondo cui, in riunione tra Ambasciatori e Capo Stati Maggiore belga e Generale Van Horn e Bunche, raggiuntosi accordo per cui truppe belghe si ritireranno tra 20 e 23 luglio da Leopoldville e da vicino aeroporto in loro basi.

Collega inglese non ha ancora istruzioni, ma mi ha detto rendersi conto che posizione americana sarà determinante. Ambasciatore del Belgio con cui anche ho parlato mi ha detto che suo Governo ovviamente preferirebbe non vi fosse alcuna risoluzione: se perrisoluzione fosse inevitabile esso non sarebbe neppure contrario a testo con riferimento ritiro truppe purché questo non implicasse perentorio ritiro immediato.

Piuttosto Governo belga si preoccupa di nuovo che risoluzione, menzionando truppe belghe, lasci intendere per implicazione indiretta tutte truppe belghe in Congo, comprese quelle nelle basi. Sarebbe pertanto auspicata da Governo belga frase che o precisi natura truppe (truppe di intervento), o riconosca esistenza basi confermando rientro truppe «nelle loro basi». Speranze queste che mi pare sollevino notevoli problemi, data sicurezza obiezioni sovietiche e anche altri membri. Lodge cui anche ne ho parlato non mi è sembrato annettere importanza a tali auspicate precisazioni e comunque egli mi ha rilevato non trattarsi basi NATO.

Trattasi ora cominciare elaborare nostro atteggiamento. Nostro voto seduta 14 corrente è stato registrato da afro-asiatici con viva attenzione e largo consenso (ancora stamane spontaneamente confermato da tunisini).

Sarebbe naturalmente da evitarsi perdere buon effetto così acquisito. D’altro canto dobbiamo tener in conto esigenza solidarietà europee soprattutto della comunità. Dico europee e non tanto atlantiche in quanto americani, come segnalato sopra, stanno orientandosi verso posizioni simili a quelle assunte in scorsa seduta. Istruzioni inviate a Ambasciatore Brosio dopo riunione L’Aja (telegramma di V.E. 256)(3) non riguardano contesto tecnico ONU e in particolare nostra posizione in voto. Mi sembra quindi opportuno farne cenno a V.E. Essa, se belgi assumeranno atteggiamenti fortemente polemici – e Ambasciatore Loridan mi ha detto in modo preoccupato che Wigny sta giungendo intenzionato dare battaglia con richiesta commissione d’inchiesta, embargo su armi a congolesi, ecc. – possa riassumersi in seguenti due alternative:

1) stare vicini a americani con rischio reazioni avverse belgi e francesi cui sarebbe il caso illustrare anche nelle Cancellerie motivi nostra posizione;

2) stare vicini francesi e belgi con rischi perdere vantaggi acquisiti in scorsa seduta nei confronti larga massa membri ONU (anche molti latino-americani si sono compiaciuti con noi).

Da tener presente che non è da escludere che nostro voto possa essere considerato ancora pideterminante della scorsa volta (come avverrebbe se per motivi diversi sia sovietici polacchi e sia francesi ed inglesi si astenessero) e che di nuovo Lodge, per evitare anche pericolo Assemblea speciale, si rivolga a noi.

Naturalmente, quale che potrà essere nostro atteggiamento in voto, sarà mia cura in ogni caso opportunamente motivare voto stesso in mio intervento, svolgendo dettagliate argomentazioni in favore posizione belga e rilevando responsabilità sovietiche.

Sarei grato indicazioni di massima per mio orientamento che dovrebbero pervenirmi entro domani pomeriggio 20 corrente(4).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 276.


3 Con T. segreto 16032/256 del 19 luglio, Segni dava istruzioni a Brosio di informare urgentemente Herter che, nella riunione dei sei Ministri degli Esteri, tenutasi all’Aja il 18 luglio 1960 (vedi anche

D. 275), era emerso il concorde auspicio affinché il Governo statunitense assumesse una posizione decisa nei riguardi delle minacce di un intervento militare sovietico in Congo. Segni invitava altresì Brosio a far presente a Herter, a suo nome, che un fermo monito da parte degli Stati Uniti fosse imprescindibile per far recedere i sovietici dai loro propositi (Telegrammi segreti 1960, Stati Uniti d’America, arrivo e partenza, vol. I).


4 Per la risposta vedi D. 278.

278

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, RUSSO, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto precedenza assoluta 16138/134. Roma, 20 luglio 1960, ore 16,50.

Suo 2612. Nostro atteggiamento di massima è indicato nel telegramma 160333. Qualora dovesse intervenire nuova risoluzione V.E. si orienterà nel senso che segue:

1) Siamo favorevoli al rafforzamento dei poteri del Segretario Generale perché la crisi congolese venga risolta nel quadro delle Nazioni Unite.

2) Pur dichiarando di essere assolutamente favorevoli alla pronta entrata in funzione delle truppe delle Nazioni Unite non possiamo anche in considerazione dell’esistenza di nostre numerose collettività accettare il principio di un ritiro indiscriminato ed ultimativo delle truppe belghe che – per non essere contemporaneamente sostituite da truppe Nazioni Unite – lasci i nostri connazionali indifesi e permetta l’aggravarsi della situazione interna del Congo.

Ritiro delle truppe belghe sarà tanto pisollecito quanto prima alle Nazioni Unite sarà permesso – senza minacce interventi militari di singoli Paesi – di svolgere loro azione.

3) V.E. si asterrà dal menzionare basi militari belghe nel Congo in connessione con ritiro truppe. Cerchi evitare richiesta commissione di inchiesta. Quanto a voto esso non potrà ovviamente dipendere che da testo risoluzione ma

V.E. potrà questa volta votare contro se risoluzione avesse carattere ultimativo per Belgio e deplorasse sua azione.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 277. 3 Vedi D. 275.

279

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 25746/269. New York, 21 luglio 1960, ore 20 (perv. ore 1,30 del 22).

Oggetto: Progetto risoluzione per Congo.

Mio telegramma n. 2682.

Come preannunciato con mio telegramma citato, ho indetto riunione stamane con i Rappresentanti Argentina, Ceylon, Equatore e Tunisia per la redazione testo finale progetto risoluzione per Congo, cercando fare accettare vari punti discussi notte scorsa dopo riunione con Wigny ed altri Occidentali.

Risultato tale lavoro con membri non permanenti Consiglio ha condotto a testo soddisfacente che ho potuto subito portare a conoscenza Ministro Wigny col quale ho avuto al riguardo lungo colloquio. Superato scoglio ritiro «immediato» in quanto testo elaborato prevedeva ormai ritiro «al pipresto possibile», Wigny ha ancora espresso perplessità per menzione in testo «rispetto integrità territoriale Congo» dati suoi impliciti riferimenti questione Katanga. Wigny ha persuperato i suoi dubbi, dietro consiglio anche suo Ambasciatore, rendendosi conto difficoltà fare cancellare menzione senza suscitare sospetti in alcuni membri del Consiglio e creare situazione ancora piimbarazzante per Belgio.

Altri colleghi occidentali si sono trovati d’accordo nel ritenere testo risoluzione il migliore che ci potessimo attendere. Wigny ringraziato molto calorosamente. Gli ho menzionato istruzioni di V.E. ed espresso soddisfazione avere potuto rappresentare suoi desideri presso altri membri del Consiglio.

Vi è da sperare, in seduta del Consiglio di oggi, che risoluzione possa venire adottata senza soprattutto che si verifichino differenze in schieramento occidentali.

Hammarskjoeld, che ho veduto primo pomeriggio, mi ha dichiarato sperare anch’egli vivamente in approvazione risoluzione che viene notevolmente incontro sue esigenze, anche perché vi è in essa menzione suo mandato nei confronti ritiro truppe, in modo tale conferirgli una responsabilità ufficiale e da essere gradito ai belgi(3).

Invio testo risoluzione con telegramma in chiaro.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 In esso sono menzionati alcuni incontri, avvenuti nella giornata precedente, tra Ortona e i Rappresentanti di Ceylon e Tunisia, autori di un progetto di risoluzione preliminare sulla questione congolese, e con taluni Rappresentanti occidentali, tra cui quello francese, quello inglese e quello belga. Nel corso di tali incontri il Capo della Rappresentanza italiana aveva esortato i Rappresentanti di Ceylon e Tunisia a limare talune asperità presenti nel testo che non avrebbero potuto essere accettate dai Rappresentanti occidentali (T. segreto 25626/268 del 21 luglio, ibidem).


3 La risoluzione verrà approvata dal Consiglio di Sicurezza il 22 luglio all’unanimità (UN, Security Council, Official Records, 15th year, S/RES/145 (1960), New York, 22 July 1960, pp. 6-7). Nel

T. segreto 25789/270 del 22 luglio, Ortona riferiva quanto segue: «Quanto a nostro intervento ho avuto cura includere considerazione di cui al telegramma di V.E. 124 e altre nello stesso ordine suggerite da altri discorsi ascoltati in dibattito. Tali dichiarazioni sono state in sostanza centrate su: 1) critica a sovietici per atteggiamento guerra fredda in Africa; 2) ripresa mia dichiarazione voto del 14 corrente con precisazioneatteggiamento italiano circa ritiro truppe; 3) invito accelerare e rafforzare operazione ONU; 4) puntualizzazione situazione nostra comunità e necessità loro protezione. Wigny ha espresso suo apprezzamento al riguardo. Stesso Delegato tunisino mi ha dichiarato a varie riprese esserne molto soddisfatto, dato suo opportuno bilanciamento» (Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza).

280

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgente 25941/278. New York, 22 luglio 1960, ore 23,30 (perv. ore 9,30 del 23).

Oggetto: Convocazione Commissione disarmo.

Telegramma Ambasciata Washington in data odierna(2).

Mi sono intrattenuto su questione convocazione Commissione disarmo richiesta da americani (mio 276)(3) – di cui avevo già parlato ieri con Lodge – con Presidente messicano Padilla Nervo. Questi mi ha detto che richiesta di convocazione possibilmente per data 5 agosto, o all’incirca, già preannunziatagli oralmente da Lodge ieri, lo aveva colto di sorpresa. Prima di fissare data Nervo voleva consultarsi con delegazioni interessate e pirappresentative. Personalmente mi ha rilevato sue perplessità per seguenti motivi:

1) inizio così presto in agosto, con rischio continuare fino ad Assemblea ed oltre sarebbe stato giustificato se vi fosse già programma concreto su cui lavorare;

2) tale programma per ora mancava e in sua assenza vi era pericolo imbarcarsi in discussioni sterili con reciproche accuse su responsabilità rottura dei negoziati;

3) rischio maggiore era perche lavori Commissione finissero per centrarsi su problema Comitato o Sottocommissione ONU con cui proseguire negoziati tecnici disamo con lunghe discussioni miranti essenzialmente a nuovo allargamento.

Per quanto ci concerne Nervo ricordatomi suoi colloqui con S.E. Martino a Ginevra orientati per altre date e chiesto mia opinione. Non l’ho precisata non conoscendo idee che potranno aversi da parte codesto Ministero, e non volendo per ora antagonizzare americani, cui proposta per data predetta puessere dovuta esigenze convenzione repubblicana e campagna elettorale, specialmente se Lodge sarà candidato repubblicano Vice Presidenza. Predetto mi ha detto comunque che necessiterà qualche giorno per fissare data. Sua preferenza sarebbe stata piuttosto per metà agosto almeno per dare tempo a delegazioni studiare problema ed essere avvertiti con qualche anticipo inizio lavori, soprattutto in periodo anno in cui molti delegati sono assenti.

Circa altre delegazioni con cui mi sono intrattenuto in argomento:

a) francesi mantenuto massima laconicità, dicendo non avere istruzioni;

b)- inglesi almeno qui non si pronunziano contro data proposta. Si domandano peraltro quale dibattito potrà aversi se occidentali non avranno apprestato adeguato piano comune. Pensano comunque che primo problema che verrà studiato sarà quello composizione Comitato Dieci o nuovo organo ristretto. Becley al riguardo mi ha detto confidenzialmente gli appare ormai utile da punto di vista propaganda e tattica che fosse Occidente proporre allargamento Comitato. Mi ha aggiunto che una idea che gli risultava allo studio era estromissione due satelliti sovietici per inclusione due o anche pineutrali. Inutile che sottolinei pericolosità per noi simile idea, anche se inglesi mi hanno detto che essa non prevederebbe alcun mutamento in gruppo occidentale. Prego comunque fare uso riservato di tali informazioni, molto confidenzialmente comunicatemi; c)- americani, almeno della delegazione qui, appaiono intenzionati a dibattito anche di sostanza e comunque a proporre che in ogni caso discussioni su disarmo continuino aversi quale che possa essere sede e cioè: ancora Comitato Dieci o stessa Commissione disarmo o costituendo Sottocomitato ONU della stessa. Neppure essi escludono che non ci si debba orientare verso proposta per allargamento Commissione che potrebbe anzi partire da campo occidentale e su cui comunque sarebbero in corso studi presso Dipartimento di Stato; d)- canadesi per ora limitatisi rilevare iniziativa americana sembrava affrettata e lettera Lodge concepita in termini troppo evidenti di mossa propagandistica.

Mi pare che da tale primo accenno possa dedursi che problema composizione finirà per porsi in primo piano e forse già in ambito occidentale stesso. E su questo gradirei indicazioni Vostra Eccellenza appena possibile. Quanto a data mi sarebbero anche gradite comunicazioni per riparlarne a Nervo(4).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Con T. segreto 25770/812, Perrone Capano comunicava che il Governo americano aveva deciso unilateralmente di chiedere la convocazione della Commissione disarmo, causa assenza di unanimità tra le posizioni dei “cinque occidentali”, continuando comunque a lavorare per cercare una posizione convergente nelle more della convocazione (Telegrammi segreti 1960, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. II).


3 Non pubblicato.


4 Per la risposta vedi D. 283.

281

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. 16414/139. Roma, 23 luglio 1960, ore 22,10.

Oggetto: Dibattito in C.S. su aereo americano R.B. 47.

Suo 2362.

Qualora nel corso dibattito dovesse essere avanzata proposta nomina commissione inchiesta, V.E. potrà assecondarla sempreché abbia carattere limitato all’incidente in questione. Cipotrebbe presentare vantaggio perché nel caso probabile rifiuto URSS ci si offrirebbe possibilità denunciare sua persistente opposizione ogni forma obiettivo controllo internazionale.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza.


2 Con T. 24924/236 del 15 luglio, Ortona comunicava l’intenzione della Delegazione statunitense di proporre in Consiglio di Sicurezza un documento in merito all’abbattimento dell’aereo americano R.B. 47 (avvenuto il 1° luglio nel Mare di Barents). In esso, si sarebbe fatto riferimento alla violazione sovietica del diritto internazionale, essendo stato il velivolo abbattuto nello spazio aereo internazionale, controbattendopertanto la richiesta sovietica di esaminare i fatti come conseguenti a un atto di aggressione statunitense (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II).

282

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 26043/2812. New York, 23 luglio 1960, ore 17 (perv. ore 23).

Oggetto: Aereo R.B. 47.

Mio 277(2).

Segretariato comunicato che dibattito Consiglio Sicurezza per caso R.B. 47 riprenderà lunedì mattina [il 25]. Lodge ha indetto riunione con Dixon e Bérard e me in cui ci ha letto sua dichiarazione e mostrato carta geografica ed esposto dati tecnici atti a sostanziarla; ci ha pregati intervenire in dibattito stessa giornata lunedì, riservandosi poi egli successiva dichiarazione martedì con ulteriori denunzie antisovietiche che ci ha illustrate. In base quanto comunicato da Lodge mi pare che, aderendo sua richiesta, potrei intervenire in dibattito lunedì, attenendomi salvo contrarie disposizioni, a linee seguenti:

1) inizierei riferendomi a dibattito su caso U-2 per ricordare come Consiglio avesse concluso lavori a riguardo; votando cioè una risoluzione che costituiva esortazione a che colloquio nell’agone internazionale su tutti piani riprendesse al pipresto. Tale risoluzione stessi sovietici non avevano contrariato, astenendosi solo in votazione;

2) dopo tale affermazione di desiderio e necessità collaborazione da parte comunità internazionale, si sono invece avute manifestazioni URSS che stanno chiaramente indicare sovietici non avevano raccolto tali esortazioni. Episodio pieloquente e clamoroso tale intenzione di non cooperazione era stato ritirarsi Delegazione sovietica e satelliti da negoziati Ginevra;

3) caso R.B. 47 costituisce nuova riprova tale intenzione: è chiaro ormai che sovietici sono volti a creare difficoltà sempre maggiori nell’agone internazionale, aumentare tensione e moltiplicare provocazioni;

4) caso R.B. 47 dimostra totale violazione diritti e regole internazionali da parte URSS. (Tale dimostrazione farei su base dati tecnici forniti da americani);

5) di fronte così patente violazione entrano in giuoco anticipatamente elementi di interpretazione regole internazionali per cui proposta americana corrisponde costruttivo contributo. Essa se mai attesta ancora una volta spirito moderazione ed obiettivo del rispetto delle esigenze e regole comunità internazionale da parte Stati Uniti, in contrasto con atteggiamento URSS volto invece a turbare interessi tale comunità.

In predetta riunione odierna a quattro in cui ci siamo comunicate in via preliminare e personale idee su intervento da pronunziare, dividendoci un poco anche argomenti da svolgere, miei colleghi hanno espresso accordo su linea predetta(3).

Delegazione statunitense la bozza di un progetto di risoluzione sul caso R.B. 47 (Telegrammi ordinari


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Con T. 25943/277 del 22 luglio, Ortona aveva riferito di aver ricevuto confidenzialmente dalla Delegazione statunitense la bozza di un progetto di risoluzione sul caso R.B. 47 (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol.II).


3 L’intervento italiano nel dibattito era stato auspicato dal Dipartimento di Stato americano (T. segreto 26200/284 del 25 luglio, Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza) ed era effettivamente stato pronunciato il 26 luglio 1960 (T. segreto 26368/288 del 26 luglio, ibidem). Per il verbale della riunione vedi UN, Security Council, Official Records, 15th year, 883rd meeting, 26 July 1960, pp. 1-47.

283

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALL’AMBASCIATA A WASHINGTON E ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 16433/262 (Washington) 141 (New York). Roma, 24 luglio 1960, ore 15,45.

Solo per Washington: Riferimento suoi telegrammi 812 e 8132.

Solo per Italnation: È stato telegrafato a Washington quanto segue: Per tutti:

a)- Fin dalla rottura dei negoziati di Ginevra ci orientammo verso Commissione disarmo per non seguire pedissequamente iniziativa sovietica che tendeva riportarci direttamente all’Assemblea Generale dove un dibattito è solamente politico. Proprio in previsione di questo inevitabile dibattito ci preoccupavamo di poterne attenuare le asprezze facendo sì che Assemblea Generale fosse fin dall’inizio in possesso del rapporto della Commissione che – dopo di una discussione mantenuta per quanto possibile entro limiti tecnici – registrasse buona fede intenzioni occidentali nonché concretezza e ragionevolezza proposte loro. b)- Quindi ci ha sorpreso la richiesta unilaterale americana e ci ha lasciato perplessi non solo per il principio da noi sempre sostenuto di agire collettivamente ma anche perché sovietici vedranno nella iniziativa di Washington conferma disaccordo tra i Cinque. c)- Di fronte tuttavia a fatto compiuto e ad intervenuta accettazione canadese dell’iniziativa americana non possiamo ora che suggerire che venga raggiunto costà fra i Cinque un compromesso circa la data per quanto possibile vicina a quella che Hammarskjoeld ha indicato. d)- Secondo il nostro pensiero Commissione dovrebbe sentire esposizione tesi sovietica e occidentale, ricevere nuove proposte americane e eventuale loro rielaborazione (vedi successivo punto E), nominare Comitato redazione rapporto all’Assemblea Generale e nuovamente riunirsi per approvazione del rapporto stesso. e)- Bontà argomentazione americana sull’utilità depositare loro piano nella versione originale, ci convince nella supposizione che essi vogliono tenere di riserva per Assemblea Generale la rielaborazione del piano stesso già ultimata dalle Cinque Delegazioni. f)- Per quanto concerne ventilato allargamento Comitato ed eventuale nomina Sottocommissione confermiamo anzitutto nostra preferenza per una ripresa dei negoziati di Ginevra nella attuale composizione. Nel richiamare tuttavia il telegramma ministeriale n. 2532 notiamo dal telegramma Italnation 2783 che anche inglesi cominciano a ritenere «utile da punto di vista propaganda e tattica che sia Occidente a proporre allargamento Comitato». Quindi, ove maggioranza altri alleati ritenesse conveniente prendere una iniziativa del genere ovvero allargamento fosse reso inevitabile da azione sovietica pensiamo suggerire inclusione Jugoslavia – purché corretta da analoga partecipazione Paese latino-americano (per esempio Argentina) – e Tunisia.

Prego comunicare a Italnation telegrammi ministeriali 253 e 2582 nonché il telespresso ministeriale n. 24/00317 del 18 luglio(2): il tutto anche in risposta al telegramma Italnation n. 278.

È stato telegrafato Washington per conoscenza a Italnation.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicati. 3 Vedi D. 280.

284

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU E ALL’AMBASCIATA A BRUXELLES(1)

T. segreto 16518/145 (New York) 93 (Bruxelles). Roma, 26 luglio 1960, ore 17,30.

Solo per Bruxelles: È stato telegrafato quanto segue ad Italnation:

Per tutti: Prima che V.E. intrattenga Segretario Generale Nazioni Unite, voglia mettersi in contatto con colleghi britannico e francese al fine di conoscere loro avviso. In prosieguo di tempo V.E. potrà anche chiedere parere Rappresentanti Argentina e Tunisia dato che sarebbe da augurarsi formazione atteggiamento comune sulla questione.

V.E. tenga ad ogni buon fine presenti seguenti linee principali posizione italiana per il suo passo con Hammarskjoeld:

1) Risoluzioni ONU sono state da noi interpretate nel senso di non ravvisare necessario che truppe ONU entrino nel Katanga, salvo prendere in considerazione opportunità presenza contingente simbolico onde sottolineare principio autorità Nazioni Unite e mantenimento unità statale Congo.

2) Ove situazione si appalesasse normale, ci sembrerebbe indispensabile che frattanto unità belghe rientrassero nella base di Kamina, ci se non altro, per dimostrare buona volontà e che ordine è nuovamente instaurato nel Katanga.

3) Per quanto concerne il sussistere di basi belghe nel territorio congolese, siamo d’avviso che problema rivesta prevalentemente carattere bilateralità tra Belgio e sua ex colonia. Se esiste divergenza circa interpretazione trattato assistenza che non è stato ratificato ed anzi denunciato da Governo congolese che pure l’aveva in precedenza sottoscritto, a nostro avviso la questione dovrebbe essere sottoposta ad un giudizio internazionale e non semplicemente ad una unilaterale interpretazione del Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Solo per Italnation: Il presente telegramma fa riferimento al mio 144(2). Solo per Bruxelles: Il presente telegramma fa riferimento al mio 923.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York arrivo e partenza.


2 Il T. segreto 16517/92 (Bruxelles) 144 (New York) del 26 luglio (ibidem) ritrasmetteva il T. segreto 26234/219 del 25 luglio della Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico relativo ad una riunione informale dei Rappresentanti dei Paesi membri del Consiglio di Sicurezza facenti parte della NATO sulla evoluzione della situazione in Congo (Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana NATO Parigi, arrivo e partenza). Per la risposta dalla Rappresentanza all’ONU vedi D. 285.


3 Vedi sopra, nota 2.

285

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 26443/290. New York, 26 luglio 1960, ore 24 (perv. ore 9,30 del 27).

Oggetto: Questione congolese.

Suoi 1442 e 1453.

Telegrammi V.E. pervenutimi poche ore da partenza Hammarskjoeld. Mi sono subito consultato con colleghi occidentali quando ancora telegrammi stessi erano in decifrazione. Lodge mi ha subito nettamente dichiarato che non aveva istruzioni effettuare alcun passo e non intendeva farne alcuno. Bérard trovavasi in mia stessa situazione.

Dixon che aveva ricevuto invece stamane sue istruzioni stava recandosi da Segretario Generale con cui aveva ottenuto appuntamento. Potendo già giudicare tenore nostre istruzioni Bérard ed io abbiamo pregato Dixon parlare ad Hammarskjoeld menzionando anche imminenti istruzioni a noi in senso analogo. Dopo tale incontro Dixon mi ha informato aver trovato Hammarskjoeld stanco, irritabile e non favorevole ai belgi di cui lamenta poca cooperazione, evidentemente seguito anche rapporti Bunche su suoi contatti con belgi in Congo. Hammarskjoeld non si è lasciato persuadere da lui a prendere impegni né per basi né per Katanga. Circa questo territorio ha detto che situazione potrebbe evolvere meglio se egli potesse contattare Tshombe e eventualmente visitare Elisabethville. Hammarskjoeld è parso a Dixon intenzionato chiedere domani suo passaggio da Bruxelles che ritiro truppe belghe avvenga picelermente possibile. Dixon rilevatogli che, se egli avanzasse richieste tali da porre Governo belga in situazione impossibile, rischierebberosi nuovi sviluppi in Consiglio Sicurezza, in cui Rappresentanti occidentali potrebbero essere posti posizione estremamente imbarazzante. Dixon concluso esprimendomi peraltro fiducia essere riuscito fare una qualche impressione su Hammarskjoeld [che], egli spera, terrà presenti considerazioni svolte-gli in vista decisioni che egli dovrà prendere.

Sia Bérard che io avevamo comunque chiesto anche per nostro conto essere ricevuti da Segretario Generale. Questi essendo su mosse di partire e conoscendo già da Dixon motivo nostra richiesta ci ha pregato scusarlo. Abbiamo ambedue deciso prendere allora contatto collaboratori immediati Hammarskjoeld. Per parte nostra abbiamo parlato […]4 riaffermando che nostra interpretazione risoluzione era che ritiro truppe belghe dovesse avvenire concomitanza spiegamento forze N.U. in modo evitare ogni ulteriore turbamento; inoltre situazione ordine pubblico in Katanga ci appariva tale che era possibile concepire che truppe belghe si ritirassero nella base di Kamina senza richiedere che necessariamente contingenti N.U. entrino in Katanga, salvo forse presenza simbolica che lasci principio autorità N.U. e mantenimento unità Stato Congo. Quanto problema basi, abbiamo sottolineato ci sembrava in linea principio avesse ad essere trattato bilateralmente fra Congo e Belgio con possibilità che in caso dissenso si proceda a un qualche giudizio internazionale. Abbiamo concluso augurando che nostri suggerimenti, dettati unicamente da interesse assicurare pacifica evoluzione situazione Congo e non porre Governo belga in situazione insostenibile, potessero essere utili ai fini felice compimento missione Segretario Generale a Bruxelles ed in Congo.

Ho informato opportunamente Loridan di quanto precede.

Non abbiamo preso contatto né con tunisino né con argentino, d’accordo anche altri colleghi occidentali, già conoscendo da riunioni avutesi durante recenti dibattiti che primo erasi schierato totalmente parte Congo in interpretazione restrittiva risoluzioni Consiglio e secondo, malgrado picomprensivo, era per sua rigidità legalistica portato non voler prendere parte iniziative in qualche modo connesse con unità Congo.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 284, nota 2. 3 Vedi D. 284. 4 Gruppo mancante.

286

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 27200/298. New York, 2 agosto 1960.

Oggetto: Riunione Commissione disarmo.

Mio 295(2) (per Washington 2163).

1) In riunione oggi 6 occidentali abbiamo innanzi tutto esaminato situazione creata stamane a seguito lettere sovietici conformemente opposizione convocazione Commissione disarmo. Americani mancavano reazioni Washington ma ritengono che insisteranno per convocazione. Naturalmente questione è di vedere fino a che punto atteggiamento negativo sovietici e eventuale loro rifiuto partecipare comunque lavori Commissione influenzerà Paesi neutralisti. Ho rilevato che, rispetto analoga situazione anno scorso nei confronti Commissione spazi cosmici, avevamo differenza che qui responsabilità convocazione spettava a Padilla Nervo e cioè a persona in certo senso neutra tra atteggiamento preso da Occidente e URSS; e poiché Nervo nella sua lettera era andato già abbastanza avanti nel senso convocazione, conveniva in primo luogo esercitare influenza su lui. Abbiamo al riguardo esaminato varie possibilità ed in particolare quella che Nervo colga occasione per prendere tempo e quanto meno rinviare data. Americani e canadesi hanno sottolineato al riguardo che ulteriore eccessivo rinvio data, avvicinando riunione commissioni a inizio Assemblea, ne avrebbe fatto in definitiva una riunione di routine che, accettabile probabilmente a sovietici, non corrispondeva per altro nostri originari intendimenti. Su questo punto discuteremo comunque nuovamente domani dopo eventuali istruzioni rispettivi Governi.

2) Americani ci hanno sottoposto bozza progetto risoluzione preparato fino settimana scorsa da Dipartimento di Stato. Ne trasmetto testo corriere odierno. Esso in parte: a) nota con dispiacere rottura dei negoziati Ginevra;

b)- riafferma importanza continuare negoziati per raggiungere accordo su misure verso disarmo generale e completo sotto effettivo controllo internazionale; c)- raccomanda vivamente che negoziati siano ripresi al pipresto e in particolare si considerino misure per ridurre rischio guerra; d)- rinvia ad Assemblea rapporto 5 Potenze e e)- le richiede iscrivere «questione disarmo» ordine del giorno.

Colleghi americani qui ci hanno premesso che bozza non sembrava a loro stessi soddisfacente. Da una parte avrebbero ritenuto utile introdurre riaffermazione qualche altro principio relativo sostanza disarmo rinforzando paragrafo b) di cui sopra e d’altra parte ritenevano che due ultimi paragrafi toglievano ogni enfasi raccomandazione riprendere negoziati al pipresto relativi paragrafo c). Su quest’ultimo punto ho convenuto, suggerendo che aspirazione inclusione due ultimi paragrafi poteva fare oggetto di separata decisione puramente procedurale Commissione. Ho osservato anche che paragrafo c) raccomandando ripresa dei negoziati non faceva cenno Comitato Dieci, mentre d’altra parte sovietici stessi in loro lettera menzionano che loro partecipazione a detto Comitato è solo «sospesa». Su opportunità preciso riferimento a Comitato Dieci nessuno dei miei colleghi mi è sembrato molto interessato preferendosi in questa fase mantenersi in termini del tutto generici per evitare in Commissione disarmo questo specifico aspetto.

3) Questione eventuale possibilità modificazione composizione Comitato o altro organo per disarmo, non è stata approfondita. Alcuni Paesi, tra cui India e Scandinavia, avrebbero fatto conoscere non (dico non) essere interessati a sollevarla in sede Commissione purché formule ivi adottate lascino impregiudicata questione per eventuale esame in Assemblea. Nuovamente è risultato per ora solo che a livello tecnici americani qualcuno pensa che alternativa a Comitato Dieci potrebbe essere Commissione avente stessa distribuzione attuale Comitato spazi cosmici(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Con T. segreto 26864/295 del 29 luglio, Plaja comunicava al Ministero, tra le altre cose, la proposta di Padilla Nervo di convocare la Commissione disarmo per il 5 agosto successivo (ibidem).


3 Per la risposta vedi D. 287.

287

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 17098/146. Roma, 2 agosto 1960, ore 22,30.

A suoi telegrammi n. 2972 e 2983.

La nuova iniziativa sovietica in materia disarmo puessere attribuita al desiderio di Mosca di ritardare la registrazione in organo ad hoc (Commissione disarmo) della volontà di rottura del negoziato manifestata a Ginevra, probabilmente il Governo sovietico teme, comunque, che la convocazione anticipata della Commissione per il disarmo tolga interesse e novità a presumibili argomentazioni o a nuove proposte sovietiche da presentare in pivasta risonanza ad Assemblea Generale.

Riteniamo che non convenga agli occidentali accettare il terreno scelto ora da Krusciov con la sua iniziativa di una partecipazione dei Capi di Governo all’Assemblea per discutervi tema disarmo. È comunque inopportuno sottrarre tale materia ai suoi organi naturali: il Comitato dei Dieci (alla cui costituzione partecipcomunque il Governo di Mosca), la Commissione per il disarmo, l’Assemblea delle Nazioni Unite a normale e sufficientemente rappresentativa composizione. Trattasi del massimo foro internazionale ed è ingiustificato inserirvi nuova formula spettacolare. Ciparticolarmente dopo l’esperienza del fallimento del «Vertice».

Sembra opportuno che da parte degli occidentali ci si limiti a constatare dopo la rottura Ginevra da parte sovietica, anche il rifiuto di Mosca di presentarsi in materia disarmo ad organo disarmo quale è la Commissione ONU.

Se il rifiuto sovietico farà esitare varii Stati ad intervenire a commissione o ne ritarderà eccessivamente la convocazione, ci sembra pigrande il vantaggio dell’evidenza della manovra russa che non lo svantaggio di rimandare senz’altro la discussione di fondo all’Assemblea.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Con T. segreto 27199/297 del 1° agosto, Plaja comunicava la notizia di una lettera consegnata dal Rappresentante sovietico al Presidente della Commissione disarmo. In tale lettera, si segnalava come inopportuna una convocazione della Commissione, suggerendo che la discussione avvenisse invece in Assemblea con la partecipazione dei Capi di Governo degli Stati membri (ibidem).


3 Vedi D. 286.

288

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 2415/1515. New York, 2 agosto 1960.

Oggetto: Questione Alto Adige alle Nazioni Unite. Pubblicazione da fonte austriaca di pretese idee del Segretario Generale delle Nazioni Unite

Riferimento: Telespr. ministeriale n. 10A/1568 del 19 agosto u.s.

Mi riferisco alla notizia riportata dal bollettino «News from Austria» trasmesso col telespresso in riferimento nonché da altre fonti stampa austriache secondo cui il pensiero di Hammarskjoeld sarebbe che la questione Altoatesina, se inclusa nell’ordine del giorno dell’Assemblea, dovrebbe essere assegnata non alla Commissione Giuridica ma ad una delle due commissioni Politiche.

È interessante rilevare che questo aspetto è riferito come un avallo dell’impostazione austriaca. La verità invece è che chi pensseriamente ad un certo momento all’utilità di deferire la questione alla Commissione Giuridica fu proprio l’Austria la quale sperava attraverso di cidi preparare favorevolmente il terreno per la richiesta, da essa auspicata, di un parere consultivo alla Corte dell’Aja e fondare la sua tesi che per una decisione in tal senso dell’Assemblea fosse sufficiente la maggioranza semplice. Né il fatto che la questione dell’Alto Adige, nell’eventualità che di essa ne venga decisa l’iscrizione, venisse deferita ad una Commissione politica sarebbe, come affermano le fonti austriache, riconoscimento che la questione in sé ha carattere politico e non, come noi sosteniamo, giuridico. Sarebbe solo, a mio avviso, riconoscimento che il fatto di sollevare, come ha fatto l’Austria, in una sede squisitamente politica come le Nazioni Unite e con gli scopi di speculazione politica che sono evidenti, un problema giuridico, costituisce un gesto da parte dell’Austria di natura, e di particolare gravità, politica con tutti i riflessi politici di carattere generale (minoranze, revisionismo, pangermanismo, ecc.) che esso comporta e che come tale va quindi esaminato. Impostazione questa che in verità non so quanto favorisca l’Austria.


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 404, fasc. Alto Adige, azione austriaca alle Nazioni Unite, 1960.

289

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI,

ALLE AMBASCIATE A WASHINGTON, LONDRA, PARIGI E OTTAWA(1)

T. segreto 17154/c. Roma, 3 agosto 1960, ore 24.

1) La proposta sovietica di partecipazione dei Capi di Governo all’Assemblea delle Nazioni Unite con particolare riguardo al disarmo, mi è stata stamane presentata da questo Ambasciatore dell’URSS. La proposta appare come la conclusione di una comunicazione verbale contenente argomenti soliti su asserito ostruzionismo occidentale a Ginevra e sull’inaccettabilità del piano statunitense.

2) Il Governo italiano dubita per ora dell’opportunità di una risposta per via diplomatica. Penserebbe invece di limitarsi a nota ANSA con seguenti punti principali:

a) -la proposta di partecipazione dei Capi di Governo a questo stadio è praticamente irrealizzabile e conferma la volontà di Mosca di evitare concretezza trattative; b)- i sovietici hanno probabilmente voluto evitare con essa solenne constatazione da parte Commissione disarmo circa responsabilità rottura Ginevra; c) -È evidente l’inopportunità di sottrarre il problema del disarmo ai suoi organi naturali nella loro composizione naturale; d)- i Capi di Governo potrebbero utilmente riunirsi solo per constatare un accordo raggiunto. Le esperienze del «summit» di Parigi non incoraggiano certo a premature manifestazioni solenni. 3)- Ci è pervenuta nota sovietica con la risposta alla lettera 15 luglio u.s. del Presidente Tambroni(2). Il tono è aspro e la polemica informata alle consuete argomentazioni sovietiche.

Non (dico non) riscontriamo.

4) Pregasi V.E (S.V.) telegrafare intenzioni ed atteggiamento di codesto Governo sui sopradetti punti. Solo per Washington: Pregasi informare nostra Rappresentanza presso N.U. Solo per Parigi: Pregasi informare nostra Rappresentanza presso NATO(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Circolari partenza. 2 In coincidenza con l’abbandono della Conferenza di Ginevra, Chruščëv indirizzava una lettera a Tambroni nella quale si accusava anche l’Italia di aver favorito il fallimento della Conferenza. Tambroni rispondeva il 15 luglio ed il Governo sovietico replicava ancora il 2 agosto, manifestando insoddisfazione nei confronti della risposta italiana in quanto essa avrebbe eluso i problemi del disarmo giustificando la condotta occidentale a Ginevra. Si veda ISPI, Annuario di Politica Internazionale, 1960, p. 421.


3 Per il seguito vedi D. 314.

290

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 27369/302. New York, 3 agosto 1960, ore 7,30 (perv. ore 8).

Oggetto: Convocazione Commissione disarmo – posizione sovietica.

Kuznecov ha chiesto oggi vedermi nel quadro analoghi contatti che egli ha avuto con colleghi inglese e francese in relazione convocazione Commissione disarmo. Ha premesso volere evitare ripetizione argomenti sovietici responsabilità rottura dei negoziati Comitato Ginevra sapendo che ci erano ben noti così come egli conosceva i nostri. Desiderava attirare mia attenzione su importanza che Governo sovietico annette a che si eviti riunione Commissione disarmo. Governo sovietico ritiene che questione relativa disarmo sia giunta a punto in cui solo discussione politica a alto livello puriuscire utile. Di qui nega [sic] che tale discussione si faccia in Assemblea e che vi partecipino Capi di Governo, proposta di cui Kuznecov mi ha ripetutamente sottolineato speciale importanza. Riunione Commissione disarmo non poteva che esacerbare situazione e influire negativamente su discussioni in Assemblea. Dal canto mio, evitando nella stessa linea di Kuznecov impostazione polemica, ho sottolineato che se eravamo a favore riunione Commissione (così come già ieri avevamo anche comunicato per iscritto a Padilla) era invece nella convinzione che essa potesse servire fine costruttivo, qualora tutti – anche cioè sovietici – volessero così abbordarla. Tra interruzione negoziati Ginevra e discussione in Assemblea, esame non polemico da parte Commissione poteva costituire utile intermezzo venendo in definitiva a attenuare certe asprezze e recriminazioni in rispettive posizioni e dando sia pure in termini generali una valutazione tecnica obiettiva dello stato delle cose. Ho poi ripreso argomenti dettigli da Ortona (telespresso 1306)(2) circa «costituzionalità» convocazione Commissione.

Nel corso della conversazione sono emersi altri due punti:

a)- circa accenno contenuto in nota URSS che partecipazione sovietica a Comitato Ginevra sarebbe solo «sospesa» Kuznecov mi ha detto che per sovietici oggi quello che è necessario anzitutto è avere ampia discussione in Assemblea a alto livello, restando ulteriori aspetti procedura uno degli elementi che ne dovranno emergere. Non ho mancato sottolineare al riguardo nuovamente posizione Governo italiano a sostegno ripresa dei negoziati nel quadro Comitato Dieci; b)- ho chiesto poi cosa vi era di sostanziale in voci che avevo udito che sovietici non intendevano partecipare Commissione ove convocata. Qui Kuznecov ha evitato risposta diretta solo tornando insistere che sovietici non volevano avere responsabilità in riunione inutile e dannosa della Commissione.

Mi risulta che in conversazione con colleghi inglese e francese Kuznecov ha svolto stesso argomento. Interessante rilevare che in suoi contatti ha dato precedenza a francesi – che ha visto ieri sera – e con loro, come dettomi da incaricato francese Millet, ha anche giocato naturalmente su differenza opinioni sostanziali in alcune posizioni occidentali a Ginevra.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato.

291

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 27524/304. New York, 3 agosto 1960, ore 7,30 (perv. ore 8).

Oggetto: Riunione Commissione disarmo.

Mio 298(2) (per Washington 2167).

1) In nuova riunione oggi 5 occidentali abbiamo esaminato prospettive convocazione Commissione disarmo. Si è constatato esitazione e lentezza con cui pervengono a Padilla risposte (nessun latino-americano risulta ancora avere risposto e, tra afro-asiatici, solo India e questa in senso sfavorevole). Americani hanno insistito perché ciascuno di noi si adoperi onde sollecitare afflusso risposte positive, accompagnando passi che essi già vanno svolgendo presso Cancellerie.

Nel corso discussione è stato rilevato che per incoraggiare tali risposte ci conveniva corrispondere a richieste che ci venivano rivolte da ogni parte per chiarimenti su scopi ed orientamenti riunione. Si è osservato che ci trovavamo di fronte ad un dilemma: per incoraggiare risposte favorevoli a convocazione sarebbe convenuto sottolineare desiderio evitare impostazione polemica discussione in Commissione; ma senza una qualche impostazione occidentale intesa a mettere polemicamente in rilievo azione sovietica a Ginevra riunione perdeva senso in cui è stata finora immaginata.

In tale situazione mio suggerimento mettere in luce che riunione Commissione potrebbe servire come utile cuscinetto per attenuare certa asprezza tra fase rottura Ginevra e discussione che comunque si avrà in Assemblea (su linea di quanto avevo detto a Kuznecov ieri) è stato accolto con favore da colleghi. Si è deciso valersene all’occasione come argomento, evitando peraltro impegno non impiegare da parte occidentale argomento polemico (americani particolarmente vi tengono, mentre canadesi sarebbero pronti sacrificare anche questo) e concedono invece fin da ora che a conclusione dibattito non ci attendiamo altro che risoluzione moderata e non controversa su linea che ho ripetutamente segnalato. Si è anzi andato piin là e considerata eventualità che in definitiva possa rilevarsi conveniente lasciare a paesi neutrali presentazione tale risoluzione, se cipotrà contribuire successo convocazione; comunque su quest’ultimo punto ci si è riservati tornare piavanti.

Altri argomenti che abbiamo concordato impiegare in opera di persuasione sono:

a) costituzionalità […]3 riunione Commissione;

b) -necessità politica di non esautorare organi N.U. appositamente creati per azione campo disarmo. 2)- Francesi e canadesi hanno menzionato ipotesi che a convocazione possa giungersi con soltanto minima maggioranza. Ho osservato a titolo personale che simile ipotesi, da non prospettare allo stato attuale che a titolo teorico, poteva porci di fronte interrogativo di quali sarebbero modalità migliori da seguire da parte nostra per mettere di fronte opinione pubblica mondiale manovra sovietica ostruzionistica corso naturale discussione disarmo. 3)- In riunione abbiamo anche riesaminato bozza progetto risoluzione americana (telespresso 1324)(4). È stato accolto mio suggerimento separare all’occorrenza da corpo di esso parte puramente procedurale. Canadesi hanno suggerito che unico accenno polemico su responsabilità sovietica contenuto in terzo paragrafo preambolo venga eliminato. 4)- In relazione telegramma da Washington […]3 Rappresentanti permanenti qui esaminino aspetto preliminare revisione composizione Comitato Dieci, colleghi occidentali mi hanno detto tutti non avere ancora istruzioni per procedere a tale scambio di idee. Ho detto che intenzione sovietica allargamento era chiaramente

annunziato in recente lettera Krusciov(5) a Capi Governo occidentali e, anche se non vi erano ragioni pensare che questione sarebbe stata sollevata in Commissione disarmo, era da prevedersi che sarebbe sorta in Assemblea e conveniva non farsi trovare impreparati.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 286. 3 Gruppo mancante. 4 Non pubblicato. 5 Vedi D. 289, nota 2.

292

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLE AMBASCIATE A WASHINGTON, LONDRA, PARIGI E BRUXELLES 1

T. segreto 17233/c. Roma, 5 agosto 1960, ore 17.

Per tutti meno Washington: Abbiamo telegrafato a Washington quanto segue:

Per tutti: Da quanto ha riferito V.E. (da ultimo con suo telegramma n. 855)(2) sembra che gli Stati Uniti intendano che il Congo debba venire assistito soltanto tramite le Nazioni Unite.

È da ritenere che tale idea sia da ricondursi al desiderio di impedire l’intesa bilaterale tra il Congo ed altri Paesi specie comunisti.

Il piano americano – di incanalare cioè l’assistenza tramite le Nazioni Unite

– non diverrebbe peroperativo se non dopo approvazione altri Paesi interessati ed avrebbe valore soltanto se esclusività Nazioni Unite venisse riconosciuta, oltreché da Paesi che come la Guinea e il Ghana hanno già sollevato obiezioni, anche dall’URSS e satelliti.

Sarebbe opportuno che l’iniziativa di Washington – alla quale siamo in genere favorevoli – fosse discussa in campo occidentale nel piappropriato foro: e cioè riunione a New York fra i nostri Rappresentanti presso le Nazioni Unite. Il Consiglio della NATO sembra infatti per ovvie ragioni molto meno indicato.

Solo per Washington: Si prega di informare Italnation. Solo per Parigi: Si prega di informare Italnato.


1 Telegrammi segreti 1960, Circolari partenza.


2 Non pubblicato.

293

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgente 27975/312. New York, 7 agosto 1960, ore 3 (perv. ore 11,30).

Oggetto: Intervento N.U. in Congo.

Ho veduto stanotte Hammarskjoeld appena giunto da Leopoldville. L’ho trovato estremamente preoccupato, molto pidi quanto non risulti da suo rapporto, che egli mi ha detto avere appunto tenuto su linee moderate, particolarmente nei riguardi atteggiamento belga, per non dare esca ad una situazione che rischia ormai diventare incontrollabile. Mi ha esibito memorandum interno che spiega circostanze che lo hanno costretto in data 2 agosto a nota dichiarazione comportante ingresso reparti Nazioni Unite Katanga entro 6 corrente. Tali circostanze riguardano sia sviluppi politica interna congolese, sia rischi molto gravi di smembramento centrifugo stesse forze Nazioni Unite e sia infine necessità porre Tshombe (e leggi anche belgi) di fronte decisione tale da indurlo precisare suo atteggiamento.

Hammarskjoeld mi ha manifestato poi estrema perplessità per non dire scoraggiamento circa Governo Lumumba dichiarandomi essere praticamente non esistente e dichiarandomi pure che dissensi interni sono ormai già molto acuti e che in tale situazione lavorano attivamente agenti sovietici.

Quanto ai belgi Hammarskjoeld è stato assai amaro deplorando innanzitutto lentezza con cui essi avevano agito in generale e rilevando poi, sulla base anche rapporto riservato Bunche da lui lettomi, responsabilità ufficiali belgi adibiti a forza pubblica Katanga per organizzazione resistenza armata katanghese, resistenza che, dopo il noto incidente aeroporto, lo aveva appunto costretto ritornare sulla sua decisione invio truppe e chiedere riunione Consiglio. Questo egli aveva detto ieri in forma drammatica e in termini precisi ad Ambasciatore del Belgio a Leopoldville, e altrettanto egli dirà a Wigny domani, ritenendo che elemento essenziale nel momento attuale, in cui si è alle soglie di un […]2, è una consapevole cooperazione da parte del Belgio.

Hammarskjoeld proprio riferendosi estrema gravità situazione mi ha rilevato che essa meritava richiamo, cui si proponeva accennare domani, agli articoli 40 e 49 Carta che prescrive disciplina e collaborazione attiva da parte Stati membri, in relazione decisioni Consiglio Sicurezza.

Gli ho domandato perché egli non si fosse recato personalmente Elisabethville. Hammarskjoeld mi ha detto che questo, potendo essere interpretato come suo implicito riconoscimento del Governo Katanga, avrebbe provocato crisi definitiva nei rapporti con autorità centrali Congo e comportato irrimediabili conseguenze per operazioni Nazioni Unite. Gli ho menzionato possibilità limitarsi in un primo tempo a invio nucleo simbolico forze ONU, al che mi ha vivacemente obiettato che, potendosi ciimmaginare solo in concomitanza con ritiro truppe belghe anche da quel settore, ne sarebbe derivato crollo sicurezza pubblica con conseguente fuga collettività europee. Gli ho domandato allora anche come immaginava possibili sviluppi problema dal punto di vista costituzionale. Mi ha detto che, pur non potendo precisare ancora modi e formule, riteneva fermamente che dovesse comunque addivenirsi inevitabilmente a formula federativa. Questo perrichiedeva duttilità da parte Tshombe in mancanza della quale egli prevedeva in definitiva uno smembramento attuale territorio Congo in tre Stati di cui «uno almeno comunista». Ha aggiunto anzi essere convinto che forma federativa sarebbe stata gradita ad altri Paesi africani.

Ho chiesto infine a Hammarskjoeld quali concrete risultanze auspicasse da riunione Consiglio. Mi ha detto ritenere indispensabile risoluzione dalla quale possano emergere:

1) netta riconferma principi e disposizioni risoluzioni precedenti;

2) invito a Belgio prestare cooperazione attiva (intendendosi con questo non soltanto ritiro truppe ma atteggiamento consono con scopi ONU anche da parte elementi belgi Katanga);

3) appropriata e netta distinzione tra problemi costituzionali interni e presenza truppe ONU tale da preparare il terreno a possibili sviluppi federalistici in Congo.

Su queste basi ho l’impressione che Hammarskjoeld stia muovendosi con tutte delegazioni e particolarmente con quelle da cui si attende iniziative per risoluzione. Egli vedrà Wigny stamane dopo di che vedremo Wigny noi occidentali.

Hammarskjoeld mi ha segnalato estrema riservatezza su tali punti particolarmente per quanto riguarda suoi apprezzamenti su Governo congolese e pericolo infiltrazione comunista(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Gruppo mancante.


3 Cfr. Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU S/RES/146 del 9 agosto 1960 (UN, Security Council, Official Records, 15th year, S/RES/146 (1960), pp. 6-7), nella quale, con riferimento alla precedente Risoluzione S/RES/145 del 22 luglio 1960 (vedi D. 279) che richiamava il Belgio ad una maggiore rapidità nel ritiro delle sue truppe dal Congo, si richiedeva altresì il ritiro immediato delle suddette truppe dalla regione del Katanga. Inoltre, veniva confermata l’autorità del Segretario Generale nella responsabilità della gestione della vicenda, stabilendo la necessità di un ingresso delle forze ONU nella medesima provincia ai fini dell’attuazione della risoluzione, e richiamando contestualmente gli Stati membri alla collaborazione. La posizione italiana alla vigilia della seduta che avrebbe approvato tale risoluzione risulta dal T. segreto 28026/315 dell’8 agosto, in cui Ortona, nel rendere noto di avere, insieme al britannico Dixon, invitato Wigny a fare «comunque qualche dichiarazione sufficientemente impegnativa per facilitare nostro compito e condizionare in modo favorevole atmosfera dibattito», rilevava al Ministro degli Esteri belga in particolare la necessità «che si spezzino circoli viziosi per cui belgi non si ritirano se non intervengono truppe ONU e queste non entrano in Katanga perché impedite da Thsombe». Il Rappresentante italiano, peraltro, aveva delineato la possibilità di atteggiamenti diversi all’interno del campo occidentale, con gli statunitensi decisi a «sostenere risoluzione anche in forma pirigida, tanto piprevedendosi che Segretario Generale sarà, nei confronti belgi, molto piduro in sua esposizione verbale domani che non in suo rapporto scritto ieri». Ortona esprimeva quindi l’intenzione di tenersi vicino «soprattutto a inglesi che appaiono di tutti i gruppi i piobiettivi», manifestando in conclusione la previsione che «determinandosi situazione di accentuata diversificazione tra posizioni occidentali, nostro allineamento con belgi e franco-inglesi, in contrasto con quello americano, verrà particolarmente rilevato da gruppo afro-asiatico» (Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza).

294

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 29530/343. New York, 8 agosto 1960, ore 19,45 (perv. ore 7,30 del 9).

Oggetto: Questione Alto Adige.

Incontrandomi con collega austriaco nel corso seduta Commissione disarmo, abbiamo parlato problema Alto Adige. Matsch mi ha detto quanto segue:

1) secondo memoramdum austriaco sarà dettagliato e corredato da vari allegati concernenti precedenti storici compresa nota lettera a Perassi circa art. 2 Accordo De Gasperi-Gruber che verrebbe adeguatamente commentata. Memorandum verrà distribuito a giorni;

2) egli, Matsch, constatando imbarazzo molte delegazioni di fronte dibattito in Nazioni Unite su questione, aveva fatto ancora tentativi con Vienna suggerendo, su basi nota iniziativa danese Krag, che Governo austriaco si muovesse lungo linee previste da convenzione Strasburgo, in suoi articoli 2 e 4, e proponesse ricorso a procedura conciliazione. Vienna aveva risposto che, nel ratificare convenzione predetta, Governo italiano aveva fatto esplicitamente riserva per quanto concerneva sua adesione a procedura predetta. Matsch mi ha anche lasciato intendere che per quanto concerne questione applicabilità retroattiva Convenzione Strasburgo, egli riteneva che art. 27 Convenzione non (dico non) costituisse base per eccepire incompetenza Corte;

3) gli sembrava che inglesi avessero abbandonato idea parere consultivo Corte (cui Matsch si è anche questa volta riferito quasi fosse idea originaria inglese). Cinonostante inglesi continuavano a dargli impressione volere trovare qualche via di uscita per evitare dibattito in agone Nazione Unite;

4) secondo quanto dettogli da americani, potrebbe aversi iniziativa terzo Paese, non meglio identificato, per risoluzione raccomandante ricorso Corte. A mia richiesta precisazione su tale tema, Matsch è rimasto vago; durante conversazione mi ha spesso ripetuto che ormai tesi Vienna era che questione avesse preminente carattere politico e come tale avrebbe dovuto essere trattata da Assemblea. Ho ripetuto a Matsch quanto avevo detto a Waldheim mese passato (mio telespresso 1304 del 27 luglio).

Matsch mi ha chiesto se dopo nostra «massiccia» azione diplomatica in varie capitali, avevamo deciso se dare battaglia circa iscrizione. Gli ho risposto che non mi risultava essere stata ancora presa decisione ufficiale.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II.

295

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 17468/155. Roma, 9 agosto 1960, ore 15.

Facendo riferimento a quanto è già esposto telegramma ministeriale n. 146 del 2 corrente(2), ultimo capoverso, si ritiene opportuno (per sua riservata norma di azione e di linguaggio) fare presente le perplessità che prolungata azione per convocazione straordinaria Commissione disarmo sta suscitando anche in noi.

Opposizione sovietica a convocazione puessere sfruttata da occidentali per mettere in mora campo orientale ma così evidente riluttanza numerosi Paesi sarà invece fattore negativo e di imprevedibili effetti anche se alla convocazione si giungerà.

V.E. voglia quindi tener presente che noi rimaniamo aderenti ad azione americana anche se, contro nostri suggerimenti, essa pudestare perplessità anche a causa ritardo. Manteniamo quindi richiesta di convocazione straordinaria Commissione; tuttavia non ci sembra ormai opportuno esporci oltre né svolgere azioni forse inefficaci su terzi. Prego comunicare contenuto ad Ambasciata Washington(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 287. 3 Per la risposta vedi D. 296.

296

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 28316/323. New York, 9 agosto 1960, ore 21 (perv. ore 4,30 del 10).

Oggetto: Comitato disarmo.

Telegramma Rappresentanza 3002 e suo 1553.

Padilla Nervo informami che risposte favorevoli convocazione Commissione disarmo hanno superato maggioranza Stati membri. Quelle negative sono solo dei Paesi sovietici. Sei o sette risposte di Paesi neutralisti (tra cui India Jugoslavia RAU) dichiaransi non favorevoli riunione ma disposti ad accettare parere maggioranza auspicando peraltro riunione in settembre poco prima inizio Assemblea. In tali condizioni Padilla Nervo provvede stasera convocazione riunione per sedici corrente.

A tale risultato ha notevolmente contribuito lettera americana di cui a nostro 3082, precisante oggetto riunione nel senso che non (dico non) si discuterà di sostanza e come conclusione si avrà una risoluzione anodina registrante volontà comune pronta ripresa negoziati disarmo e non menzionante organo, entro o fuori Nazioni Unite, in cui negoziati disarmo dovranno proseguire in avvenire. E su questa linea Padilla Nervo si attende riunione breve terminante possibilmente entro settimana e con partecipazione Rappresentanti missioni permanenti qui.

Naturalmente resta sempre incognita se sovietici parteciperanno in definitiva a riunione o meno. Padilla mi dice avere contraddittorie notizie al riguardo. Certo riunione avrebbe nei due casi orientamenti diversi. Partecipando sovietici è da attendersi che Paesi neutralisti si facciano iniziatori risoluzione anodina di cui sopra nell’intento ottenere unanimità. Non partecipando sovietici, è da domandarsi come potrebbesi da parte occidentale prendere miglior partito della situazione. Penso infatti che sarebbe difficile indurre neutralisti verso accettazione unanime qualsiasi risoluzione che comunque possa apparire contraria sovietici. È questo punto che mi riservo precisare dopo nuovi contatti con colleghi occidentali.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato. 3 Vedi D. 295.

297

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI(1)

R. segreto 21832. New York, 10 agosto 1960.

Oggetto: Crisi del Congo. Riunione del Consiglio di Sicurezza. Atteggiamento italiano.

Signor Ministro,

come ho scritto nel mio telespresso n. 1956/1356 in data odierna(3), ho preferito stralciare dalla mia comunicazione sui problemi generali concernenti la riunione in oggetto, le informazioni concernenti gli sviluppi dell’azione italiana in previsione e nel corso di tale riunione, sia per l’ampiezza che essa ha assunto, sia per le ragioni che hanno condotto al nostro voto e sia per le ripercussioni che il voto stesso mi sembra aver già avuto nella stampa italiana. Vorrei premettere che tale azione mirava a ripetere, se possibile, il «miracolo» della seconda riunione del Consiglio sul problema congolese, l’elaborazione cioè di una risoluzione su cui potesse convergere l’unanimità dei consensi di tutti i membri del Consiglio di Sicurezza, elaborazione a cui la Delegazione italiana, come a suo tempo riferito, aveva largamente contribuito. In tal modo si sarebbe evitato quella diversificazione di atteggiamenti negli occidentali che era stata invece la conclusione della prima riunione, nella quale Francia e Inghilterra si erano astenute, mentre Stati Uniti e Italia avevano votato a favore; il nostro voto essendo stato allora in particolare determinato sia dalla pressante necessità di consentire la costituzione della Forza dell’ONU e sia da considerazioni esulanti dallo stretto contesto congolese, relative cioè all’accattivamento di suffragi afro-asiatici in vista del futuro dibattito sull’Alto Adige.

Purtroppo nel terzo dibattito, il risultato dell’unanimità conseguito nel secondo, si è rivelato impossibile, malgrado, tengo ad assicurare V. E. mi sia personalmente e con tutti i miei collaboratori, battuto ad ogni istante e verso tutte le Delegazioni interessate, sia prima e sia durante il dibattito, per conseguire un testo che ci consentisse similarità di atteggiamenti.

Vi erano questa volta elementi nuovi e insuperabili, inerenti tutti alla circostanza principale, che cioè ben per la terza volta ci si riuniva per far ritirare le truppe belghe, ritiro che la totalità delle Delegazioni – eccettuata sempre la francese – riteneva esser stato soverchiamente dilazionato. Vi era innanzitutto la perentoria impostazione di Hammarskjoeld che ho già riferito nel mio rapporto a parte.

Vi era poi il fatto che gli Stati Uniti avevano sin dall’inizio dichiarato il loro pieno appoggio ad una soluzione che spingesse per l’immediato ritiro delle truppe belghe nel Congo, riconoscendo in questo ritiro l’elemento cruciale della situazione. Lodge di questo non aveva fatto mistero qui con nessuno, e anche con Wigny era stato deciso e fermo. Ne ero stato testimone nella colazione di domenica [il 7] con Wigny stesso, Lorida, Bérard, Dixon e Lodge. In tale colazione dietro l’apparenza della «informality» era possibile cogliere tensioni vivissime, perplessità, diffidenze, egotismi: Lodge perentoriamente dichiarando che le truppe belghe dovevano ritirarsi e che ogni rischio, anche nel panorama di politica interna belga, era buono pur di evitare che con complicazioni ulteriori, si finisca per consegnare il Congo, e con esso ben altro, ai sovietici. Interesse questo preminente della stessa NATO.

Lodge questo, per certo, ha poi curato di far intendere un po’ a tutti, di guisa che il gruppo che si è occupato della preparazione del testo della risoluzione sapeva di poter contare su questo atteggiamento americano. Ma direi di pi e cioè che gli americani neppure si sono preoccupati di fare qualcosa per evitare fratture nel fronte occidentale. Avranno forse assunto questo atteggiamento in fondo, per non apparire di fronte al Belgio ancora piseveri dato che, partendo dalla loro impostazione per il ritiro immediato delle truppe belghe, qualsiasi loro azione intesa mantenere l’unità nel gruppo occidentale avrebbe dovuto esercitarsi verso la Francia, verso l’Inghilterra e verso di noi affinché accettassimo tale posizione. Tale disinteresse ho sperimentato quando per varie volte durante la giornata di domenica ho contattato gli americani per tenerli al corrente delle fasi attraverso le quali andava evolvendo la risoluzione, trovandoli sempre grati di questa nostra azione di informazione ma senza nessun desiderio di intervenire. Ciho ancor di pisperimentato quando a poche ore dalla seduta, essendo finalmente giunto ad ottenere buone e promettenti modifiche e dovendo in definitiva ancora conseguire il mutamento della parola «immediato» e una menzione di precise garanzie di mantenimento dell’ordine pubblico da parte dell’ONU, in congiunzione col ritiro delle truppe belghe, Lodge cui avevo subito telefonato per pregarlo di intervenire almeno una volta lui sul tunisino, mi ha nettamente risposto che: «le truppe belghe se ne debbono andare subito e se questo pucostare le dimissioni del signor Wigny o qualche vittima europea, tant pis. Vi è ben altro in gioco». L’ho anche sperimentato quando in apertura di seduta mi sono trovato casualmente in una conversazione con Lodge ed il tunisino, e Lodge stesso ha premuto su Slim perché gli cedesse il posto di primo oratore che gli spettava come promotore della risoluzione e gli consentisse di aprire lui Lodge il dibattito con dichiarazioni «che sarebbero andate al di là delle sue stesse». Non vi è poi dubbio che gli Stati Uniti ed in particolare il loro Delegato per le sue ragioni personali avevano scelto tale strada anche per immediate esigenze elettorali. Lodge infatti parlandomi confidenzialmente in due occasioni, non mi ha nascosto che grave colpo sarebbe stato per i Repubblicani, i quali avevano iniziato il loro mandato con la liquidazione dell’intervento delle Nazioni Unite in Corea, dover presentarsi alle prossime elezioni con un neo creato conflitto delle Nazioni Unite in Congo.

Di fronte a questa impostazione si presentava rispetto alla seconda fase della questione del Congo svoltasi qui il 22 luglio, un irrigidimento belga. Wigny ha fatto qui della posizione belga una difesa calma e, per quanto possibile, obiettiva. Ha anche ceduto su qualche punto, ma non completamente, né mai esplicitamente ha voluto dare conferma di una immediata evacuazione di tutte le truppe: e questo atteggiamento ha naturalmente lasciato comprendere che aveva delle riserve. Né di fronte alla sua opinione pubblica, il Belgio poteva fare diversamente. In questo atteggiamento la Francia si è dimostrata sin dall’inizio pronta ad accompagnare il Belgio. Come ho segnalato anche nel citato telespresso, elemento difficile nelle mie trattative con i belgi è stato l’Ambasciatore francese Bérard il quale, invece di assecondarmi nel lumeggiare loro che di pinon poteva ottenersi, ha costantemente eccitato e stimolato la loro resistenza, imponendo a me di svolgere le mie trattative con altre Delegazioni in condizioni ben pidifficili. Basti dire che in una riunione della sera precedente il dibattito Bérard è giunto al punto di dirmi che, se anche Wigny avesse deciso di accettare la risoluzione, cinon avrebbe mutato la sua posizione. Forse con una persona piduttile saremmo riusciti ad esercitare qualche opera di convincimento sui belgi nel senso di far accettare loro la tesi che una risoluzione accolta all’unanimità avrebbe offerto elementi utili al Governo belga il quale avrebbe potuto presentarla come abbastanza moderata da essere accettata da tutti gli alleati. Ma, ripeto, Bérard, è stato assai rigido e ha contribuito ad aumentare le mie difficoltà.

Delineatasi, così, questa diversa impostazione delle due principali posizioni nel campo occidentale, ho tenuto in primo luogo a mantenermi, nel corso dei contatti, libertà di manovra. Ho comunque continuato a svolgere quella che si è venuta delineando la nostra tipica funzione in questo Consiglio di Sicurezza, di mantenere cioè con i membri afro-asiatici e latino-americani il contatto, come tramite delle posizioni occidentali.

E in questa occasione tale contatto ho particolarmente intensificato con l’Amb. argentino Amadeo, a sua volta «porta parola» del gruppo impegnato nella elaborazione della risoluzione. Ho visto Amadeo sin dal primo mattino della domenica 7 agosto e con lui ho potuto subito discutere il progetto di risoluzione che era stato abbozzato. Ho subito portato tale testo a conoscenza di Wigny e degli altri occidentali alla colazione sopramenzionata. Fin dall’inizio Wigny mi ha insistentemente ribadito che condizioni perché la risoluzione potesse divenire accettabile all’opinione pubblica belga era che essa contenesse una formulazione che permettesse di collegare di fronte all’opinione pubblica stessa il ritiro delle truppe con mantenimento della sicurezza e dell’ordine nel Paese. Questo significava in effetti il riconoscimento dei motivi dell’azione belga in passato e avrebbe consentito di mantenere d’altra parte una certa elasticità per l’avvenire. Aggiungeva Wigny che sarebbe stata desiderabile una maggior precisione in tema di sviluppi interni in Congo con possibili accenni a soluzioni federaliste. Ho riferito queste due istanze di Wigny attraverso il collega argentino ai quattro preparatori della risoluzione, urtando peraltro contro una netta opposizione. Collegare il ritiro delle truppe con il criterio del ristabilimento della legge e dell’ordine era proprio quello che Hammarskjoeld ed i Paesi africani non volevano. Attraverso questo collegamento si sarebbero perpetuate le circostanze che avevano impedito l’ingresso delle truppe delle

N.U. nel Katanga.

Comunque, attraverso l’opera dell’Ambasciatore Amadeo, eravamo riusciti ad elaborare formule dalle quali si poteva dedurre, pio meno direttamente, che la «immediatezza» nel ritiro delle truppe belghe era condizionata ed attenuata. Ho telegrafato a codesto Ministero come queste modifiche abbiano potuto essere introdotte.

In realtà all’inizio della seduta, come ebbi a segnalare telefonicamente al Segretario Generale del Ministero, l’Ambasciatore belga era venuto a ringraziarmi cordialmente per i risultati ottenuti, tanto da darmi a sperare che con questo si erano assolti i nostri doveri verso il nostro alleato della Comunità. Contemporaneamente avevo cominciato ad avvertire qualche cedimento nelle posizioni inglesi dovuti [sic] evidentemente a tali favorevoli mutamenti del testo, nel senso che essi non escludevano di poter in definitiva votare per la risoluzione. Di ciavevo fatto stato nella mia telefonata al Segretario Generale, prospettando l’eventualità che Stati Uniti ed Inghilterra votassero a favore e la Francia si astenesse. Dopo le istruzioni datemi telefonicamente dal Segretario Generale nel senso di non differenziarci in ogni caso dalla Francia, ho tentato ulteriormente nel corso della seduta due ordini di azioni:

– da una parte quella di persuadere gli africani a rimuovere la parola «immediato». Ne ho parlato al Rappresentante della Tunisia, a quelli della RAU (Presidente del gruppo africano) e di Ghana. Il tutto senza successo perché da ognuno mi è stato risposto che se si era accettato che il ritiro fosse disposto «rapidamente» in occasione del secondo dibattito, il terzo dibattito doveva invece produrre «immediatezza»;

– dall’altra parte ho tentato di ricondurre, con eventuali pressioni anche sui belgi, gli occidentali ad una posizione comune, tanto piessendomi intanto risultato ulteriormente da Dixon che, se egli avesse potuto ottenere in seduta chiarimenti verbali del Segretario Generale sul binomio «ritiro-garanzia dell’ordine pubblico», avrebbe potuto votare favorevolmente. Essendo inutile ritentare con Lodge, ho pregato Perrone di intervenire al Dipartimento di Stato, e ciche egli ha fatto risulta dal suo telespresso n. 9258/3258 del 9 agosto(3). Quanto a Bérard abbiamo avuto durante la notte a ora avanzata, approfittando di una traduzione in corso nella seduta, una consultazione a tre, lui, Dixon ed io, nella quale ho fatto presente al collega francese lo stupore di moltissime Delegazioni che avevano cominciato a percepire che l’Occidente si sarebbe pronunciato in modo non univoco. Gli ho aggiunto che Hammarskjoeld (con il quale avevo nel frattempo parlato spiegando la mia posizione e pregandolo di esercitare azione proprio su Bérard stesso) aveva espresso vera e propria irritazione. Bérard procedeva allora a telefonare a Parigi, ricevendone purtroppo conferma di istruzioni rigide. Per di piEychens telefonava a Wigny pregandolo di opporsi ad ogni costo alla parola «immediato» e di cercare di ottenere – quale illusione! – cinque astensioni compresa quella americana, il che dava luogo a un nuovo colloquio Wigny-Lodge che, a giudicare dai visi eccitati dei due interlocutori al loro ritorno in seduta, deve essere stato di una tempestosità eccezionale. Tutto ciinduceva Bérard ad accentuare ancor di pila sua rigidezza.

In tali circostanze, i miei tentativi per ottenere unanimità erano esauriti.

Quanto al voto, i belgi mi avevano fatta espressa richiesta che esso fosse allineato su quello della Francia, anche se ciavesse significato divorzio non solo da Stati Uniti ma anche da Inghilterra, il che corrispondeva esattamente alle inequivocabili istruzioni telefoniche da me ricevute.

Con la mia dichiarazione esplicativa dopo il voto il cui testo ho telegrafato oggi, mi sono naturalmente sforzato di attenuare per quanto possibile la portata della nostra astensione. A tale fine ho centrato la dichiarazione stessa sulle nostre preoccupazioni per l’incolumità delle collettività italiane nel Katanga non sufficientemente garantita dalla maniera vaga con la quale nella risoluzione veniva toccato il tema «ritiro-sicurezza». Questa spiegazione, insieme ai vari colloqui esplicativi che ho avuto con varie Delegazioni africane nonché al precedente intervento nel dibattito generale, favorevole in sostanza a decisioni quali quelle adottate, mi è parso sia valso a far meglio comprendere la nostra posizione agli afro-asiatici.

Voglia gradire, Signor Ministro, gli atti del mio devoto ossequio.

[Egidio Ortona]


1 DGAP, Uff. VII, 1960-1962, b. 23, fasc. Congo. Consiglio di Sicurezza, 1960.


2 Il documento reca sulla prima pagina la seguente annotazione di Romanelli: «Misteri della diplomazia. Atti. R.». Su altra copia è presente il timbro e la sigla di presa visione del Segretario Generale.


3 Non pubblicato.

298

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 29081/329. New York, 16 agosto 1960, ore 15 (perv. ore 21).

Oggetto: Riunione Comitato disarmo.

Suo 1572.

Domani inizierà riunione Commissione disarmo. Ancora non si sa se sovietici interverranno. Abbiamo concordato con colleghi occidentali che comunque parlerà per primo Lodge, poi, se vi sarà e chiederà la parola Delegato sovietico: successivamente pronunceranno discorsi tutti gli altri quattro Rappresentanti occidentali nell’ordine Canada Italia Regno Unito e Francia.

Nel mio intervento mi propongo includere seguenti punti:

- riaffermazione, richiamandomi anche interventi scorso anno in Assemblea, spirito di cooperazione che muove Governo italiano verso superamento ostacoli politici e tecnici. Prova di tale spirito, intesa a portare i problemi verso posizione di confluenza, è stata ampiamente data da nostra Delegazione a Ginevra.

-deprecazione interruzione negoziati Commissione Dieci e commenti sull’atteggiamento sovietico che, anche con la proposta relativa alla partecipazione dei Capi di Governo mostrano di puntare su mosse propagandistiche per sottrarsi alle serie discussioni.

-illustrazione di alcuni punti della posizione italiana a Ginevra, e particolarmente questione dell’«equilibrio» fra varie misure disarmo con riguardo anche al problema delle basi, posizione in materia di controllo, nonché idee circa il rafforzamento della sicurezza mediante applicazione paragrafo settimo Carta ONU (telespresso Delegazione disarmo 637/268 del 1° luglio u.s.).

Commento positivo del piano americano del 28 giugno(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Con T. 17650/157 dell’11 agosto, Grazzi incaricava Ortona di rappresentare il Governo italiano in Commissione disarmo (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza).


3 Per il seguito vedi D. 362.

299

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 29380/338. New York, 17 agosto 1960, ore 22,30 (perv. ore 7,45 del 18).

Oggetto: Trasporti aerei per il Congo.

Mio 334(2).

Segretariato si è rivolto a noi pregandoci di mettere a sua disposizione quattro aerei C-119 con relativi equipaggi per trasporti all’interno Congo. Per Segretariato soluzione migliore sarebbe che si trattasse di altri apparecchi oltre quelli già da noi adibiti a ponte aereo Europa-Congo, in maniera di poter utilizzare ancora anche quest’ultimo. Tuttavia se cifosse assolutamente impossibile preferirebbe sospendere servizio ponte aereo ed avere immediatamente i quattro C-119 nel Congo dove verranno impiegati per brevissima durata e, se successivamente necessario, dovrebbero tornare per poco a servizio ponte aereo Europa-Congo. Segretariato sarebbe gratissimo immediata risposta(3).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II.


2 Non pubblicato.


3 Il Ministero, con T. 18138/167 del 19 agosto, rispondeva affermativamente alla richiesta: «Ministero Difesa immediatamente interessato fa conoscere per le vie brevi essere pronto accogliere richiesta Segretariato per quattro aerei con relativi equipaggi per trasporti all’interno del Congo. Cicomporterà tuttavia sospensione ponte aereo essendo Ministero Difesa impossibilitato assicurare ambedue servizi. Predetto Ministero resta in attesa necessari dettagli operativi e logistici» (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza).

300

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 29531/344. New York, 19 agosto 1960, ore 1 (perv. ore 7).

Oggetto: Questione ungherese.

Telespresso ministeriale 23/00749 del 17 giugno(2).

Americani sono venuti nella determinazione proporre iscrizione ordine del giorno prossima Assemblea discussione questione ungherese. Essi ritengono da una parte che riacutizzarsi guerra fredda, verificatosi malgrado occidentali, rende necessario per occidentali stessi risollevare problema e dall’altro che ricordo atteggiamento sovietico in eventi ungheresi possa avere salutare effetto su Paesi africani di nuova formazione che parteciperanno per prima volta lavori Assemblea.

Come noto anno scorso iscrizione venne richiesta da Sir Leslie Munro nella sua qualità Rappresentante Nazioni Unite per Ungheria. Per motivi predetti americani ritengono preferibile questo anno che iniziativa sia presa da Stati membri, pur restando inteso che in previsione discussione Munro presenterà anche quest’anno un rapporto. Americani, pur decisi se necessario a procedere da soli, desidererebbero vivamente che iniziativa iscrizione sia presa congiuntamente da vari Paesi rappresentanti varie regioni geografiche e a tale proposito si rivolgono a noi Australia Canada Francia Filippine Pakistan Tailandia Inghilterra e due Paesi America Latina.

Richiesta iscrizione sarà accompagnata da breve memorandum che cita risoluzione 1454 adottata anno scorso, constata che Munro ha annunziato fino da 8 aprile che suo sforzo consultare autorità sovietiche e ungheresi è stato respinto e dichiara che, in assenza indicazioni autorità predette siano disposte cooperare con Munro, si ritiene che Nazioni Unite debbano considerare nuovamente questione.

Dato che regolari termini utili per presentazione richiesta iscrizione in lista supplementare viene a scadere 20 corrente, americani sarebbero gratissimi conoscere prima di allora nostre decisioni. In base considerazioni di cui al telespresso predetto mi disporrei rispondere affermativamente, salvo contrarie istruzioni, sempreché non dovessimo trovarci totalmente o quasi isolati, nel qual caso ritelegrafer(3). Telegrafato Esteri (344) e Italdipl Washington (2209).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato. 3 Per la risposta vedi D. 304.

301

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 29728/349. New York, 19 agosto 1960, part. il 20, ore 11,50 (perv. ore 12 del 20).

Oggetto: Riunione Consiglio Sicurezza per il Congo.

Mio 347(2).

Dopo contatti ieri ed oggi e principalmente Hammarskjoeld, mi sembra che dichiarazioni che dovrfare in dibattito domenica [il 21] potrebbero svolgersi su seguenti linee direttive, sempre che orientamento dibatto e posizione Paesi africani lo consiglino:

1) Non accentuare «difesa» personale Hammarskjoeld dato che egli stesso mi ha detto oggi ritenere che non gli gioverebbe, ma menzionare tutto al piconferma interpretazione da lui data a suo mandato.

2) Rilevare di nuovo carattere strettamente neutrale forza ONU e necessità che essa non abbia in alcun modo parte in eventi di natura locale ed eviti ogni interferenza indebita atta ad intaccare principio unità se desiderata da popolo congolese.

3) Marcare necessità che efficacia e vitalità azione forze ONU vengano mantenute al massimo, anche perché solo su questa base comunità internazionale e Nazioni Unite potranno costruire adeguato programma assistenza a beneficio Congo stesso.

4) Disapprovare tentativi che mirino escludere da iniziative ONU in Africa determinate categorie e Stati soprattutto per ragioni razza e colore, su base che principio universalità ONU deve essere il pipossibile salvaguardato.

5) Rivolgere ammonimento a chi volesse sviluppare azioni unilaterali che abbiano ad escludere ONU da Congo o creare competizioni con forze ONU stesse, dato che potrebbero derivarne fatali conseguenze non solo per prestigio Organizzazione ma per pace e sicurezza internazionali.

6) Concludere ponendo in rilievo che nostre considerazioni e tutta nostra azione sono dettate da preoccupazione evitare qualsiasi sviluppo che possa essere di nocumento interessi finali Congo e cooperare a prosperità quel Paese.

Sargrato urgenti comunicazioni V.E. in caso ritengansi opportuni mutamenti o aggiunte a tali impostazioni(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Con T. 29528/347 del 19 agosto, Ortona informava di una riunione convocata da Hammarskjoeld con i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, in vista della imminente riunione dell’organo. In essa, tra le altre cose, il Segretario Generale aveva messo al corrente i partecipanti di un incidente avvenuto a Leopoldville tra elementi leali a Lumumba ed elementi canadesi e di altre forze delle Nazioni Unite. Hammarskjoeld aveva espresso inoltre l’intenzione di inviare una comunicazione a Lumumba, in cui deplorava l’incidente e paventava che il ripetersi di simili episodi avrebbe potuto condurre a una complessiva riconsiderazione dell’attività delle Nazioni Unite in Congo (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II).


3 Per il seguito vedi D. 303.

302

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 29729/350-351. New York, 19 agosto 1960, ore 24 (perv. ore 12 del 20).

Oggetto: Riunione Consiglio Sicurezza per Congo.

Mio 349(2).

Ho visto oggi Lodge con cui ho parlato della imminente nuova riunione Consiglio Sicurezza per Congo. Egli mi ha detto che intendeva fare dichiarazione «vigorosa e incisiva» in favore Segretario Generale, e che sperava tutti avrebbero fortemente sostenuto Hammarskjoeld.

Pitardi ho avuto lunga esauriente conversazione con stesso Segretario Generale con cui esaminato possibili eventualità in dibattito domenica [il 21] e fasi successive.

Egli si prepara a possibilità che congolesi pongano tre richieste principali:

1) Truppe ONU facilitino ingresso Katanga Governo centrale congolese.

2) Vengano ritirate da forze ONU contingenti bianchi.

3) Venga inviato gruppo osservatori.

Sovietici – prevede Segretario Generale – appoggeranno ovviamente tali richieste ma in modo tale da non superare «punto di non ritorno». Infatti anche Segretario Generale ritiene ora che sovietici difficilmente proporranno risoluzione che rischi allineamento avverso altri membri attraverso voti contrari e astensioni.

Non è possibile pronosticare come potrà orientarsi dibattito dopo dichiarazione congolese e sovietica se non dopo che si conoscerà come saranno definitivamente fissati vari atteggiamenti degli africani dopo loro incontri con congolesi qui domani.

Purtroppo, malgrado solidarizzazione a favore Segretario Generale di ieri l’altro, vi sono stati oggi arretramenti soprattutto da parte di Ghana. Ambasciatore ghanese non è pipartito per Accra evidentemente trattenuto qui da Nkrumah, restio ricevere messaggi e esortazioni da parte N.U. e ad impegnarsi in linea distensiva. Secondo Hammarskjoeld atteggiamento Ghana potrà assumere grado importanza: non è da escludersi che Rappresentante tale Paese chieda di essere ascoltato in Consiglio e, se così farà, altri africani dovranno pure prendere la parola, con conseguenti attenuazioni solidarietà con […]3 Hammarskjoeld. Cimalgrado egli si è detto convinto che, Congo senza risoluzioni, Lumumba avrà la peggio in questa tornata Consiglio.

Ho accennato Hammarskjoeld, per metterlo in guardia e saggiarne reazioni, idea che avevo sentito ventilare ieri sera in ambienti moderati afro-asiatici secondo cui, uscita formale potrebbe aversi con offerta spontanea Hammarskjoeld stesso costituzione a New York consiglio consultivo composto Rappresentanti Paesi contribuenti forza ONU. Hammarskjoeld ci ha detto avere avuto proprio oggi apertura in tale senso da Ambasciatore India, che avevagli proposto iniziativa assicurando peraltro sarebbesi realizzata solo se fosse stato Segretario Generale stesso a proporla. Hammarskjoeld mi ha detto di non vedere difficoltà tanto piche consiglio del genere siederebbe a New York e avrebbe valore prevalentemente formale. Vedrà comunque egli stesso in corso dibattito se formulare proposta del genere e vedremo noi come manovrare affinché eventuali iniziative per risoluzione a tale scopo non facciano emergere altri elementi minimamente imbarazzanti per Segretario Generale. Abbiamo poi parlato della fase che seguirà dibattito. Secondo Hammarskjoeld essa è tutt’altro che chiara e, anche se dibattito sarà sconfitta per Governo congolese e rafforzerà al massimo posizione Segretario Generale, primitività e stranezze Lumumba sono tali da consigliare massima pazienza e cautela e da non autorizzare facile ottimismo. Non è infatti da escludersi che Lumumba chieda intervento truppe Paese amico per marciare in Katanga, rivolgendosi particolarmente a Ghana. Se Governo Ghana rifiuterà, come è possibile data anche esiguità sue forze armate, Lumumba sarà costretto limitarsi a demagogiche intemperanze circoscritte ad ambito locale, non potendo certo con sue sole forze tentare ingresso Katanga o Kasai. Se Governo Ghana invece accetterà, dovrà aversi dibattito Consiglio Sicurezza per impedire azione quelle truppe e, se in tale dibattito Unione Sovietica ponesse veto a risoluzione in senso predetto, non è da escludersi sessione speciale Assemblea.

Eventualità queste che porterebbero problema non solo congolese ma anche africano a vertici di alta drammaticità. Hammarskjoeld spera peraltro che insofferenza che va diffondendosi ora gran parte asiatici e africani per inammissibili e per tutti imbarazzanti intemperanze Lumumba finirà per prevalere e per impedire sviluppi che stessa Unione Sovietica non ha forse interesse a fomentare oggi, per lo meno con moto così accelerato.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 301. 3 Gruppo mancante.

303

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto precedenza assoluta 18233/168. Roma, 20 agosto 1960, ore 13,20.

V.E. nella imminenza del nuovo dibattito al Consiglio di Sicurezza vorrà tenere presenti i seguenti orientamenti di massima:

1) Riteniamo che il Consiglio di Sicurezza debba esprimere ad Hammarskjoeld la sua piena solidarietà, anche per evitare una seria crisi di sfiducia nelle N.U., non soltanto come strumento di conciliazione e collaborazione internazionale, quanto soprattutto per mantenere Africa fuori dalla guerra fredda ed evitare pericolose iniziative unilaterali.

2) Pensiamo che Consiglio di Sicurezza debba riconfermare la validità del principio di intervento collettivo per la salvaguardia della pace e della sicurezza e, al tempo stesso, di assoluta neutralità nelle questioni interne.

3) Ci sembra peraltro che la questione principale di cui dovrebbe occuparsi oggi il Consiglio di Sicurezza sia non tanto quella del mantenimento dell’ordine pubblico nel Congo quanto quella pregiudiziale dei rapporti formali e sostanziali tra lo Stato congolese ed il Segretariato delle N.U.

Al fine di non intaccare il prestigio del Segretario Generale, nel proporre eventuali soluzioni si dovrebbe porre in rilievo che si tratta di problema nuovo, su cui il Consiglio è chiamato a prendere nuove decisioni, che prescindono da quelle già adottate nel diverso problema del mantenimento dell’ordine pubblico e che vengono confermate.

Ove venisse in discussione l’idea, già ventilata dagli inglesi (telegramma 162 di questo Ministero)(2), di una commissione di buoni uffici composta da tre personalità neutrali, che affianchi il comando delle N.U., o altra consimile, V.E. – se ciè opinione generale – vi potrà aderire, tuttavia sempre facendo presente che si tratta di un caso eccezionale.

4) Risulterebbe da varie fonti confermato che la Conferenza di Leopoldville ad iniziativa tripartita (Congo, Guinea, Ghana) prevista per il 25 agosto (telegramma n. 163 di questo Ministero)(2) miri a spostare le questioni africane dal piano generale societario in un piristretto piano continentale, a carattere sostitutivo dell’azione collettiva promossa dall’ONU.

Andrebbe su di essa attirata l’attenzione di codesti ambienti in relazione ai pericoli derivanti per l’Organizzazione.

V.E. vorrà usare tuttavia a tale riguardo ogni circospezione, essendo opportuno che riserva ad iniziativa tripartita non assuma connotati specificatamente italiani.

5) Cipremesso – e riconfermato il principio dell’intervento collettivo e, quindi, la legittimità della presenza delle truppe ONU nel Congo quale che ne sia il Paese di origine – ci si potrebbe orientare, per ciche riguarda la composizione dei contingenti di truppa e in relazione alla evoluzione della situazione, verso adeguamenti graduali a sentimenti e risentimenti di gran parte dei Paesi africani(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Non pubblicato.


3 Straneo aggiungeva, con T. segreto 18311/172 del 20 agosto, quanto segue: «A suo telegramma 349 e nostro 168. Punti intervento V.E. menzionati nel suo telegramma n. 349 ci troviamo consenzienti. In vista di quanto ha detto a V.E. Hammarskjoeld e dello sviluppo delle circostanze concordiamo sulla opportunità di non accentuare sua difesa. Cinon toglie che restano validi gli orientamenti di massima di cui al telegramma 168 di questo Ministero» (sopra, nota 1). Da notare che la sera stessa Ortona, con T. segreto 29858/357, comunicava al Ministero: «Informo ad ogni buon fine che collega inglese mi ha detto che idea costituzione piccolo gruppo tre personalità per soluzione problema costituzionale Congo […] gli era stata comunicata da Foreign Office. Egli ne aveva subito parlato con Hammarskjoeld consigliandosi con lui su opportunità proposta relativa in prossima riunione. Segretario Generale l’aveva giudicata “prematura” e aveva pregato non farne nulla per ora. Beeley si asterrà dal portarla avanti» (ibidem). Per la risposta vedi D. 305.

304

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto precedenza assoluta 18241/169. Roma, 20 agosto 1960, ore 16.

A suo telegramma 3442.

Pur non recedendo da posizione di condanna morale dell’azione sovietica in Ungheria, ci chiediamo se l’iniziativa americana produrrà gli effetti desiderati sui Paesi afro-asiatici. A nostro avviso potrebbe invece avere proprio effetto contrario.

In vista di cipreferiremmo che la richiesta di iscrizione venisse ripresentata anche quest’anno da Sir Leslie Munro. Voglia far presente quanto precede al suo collega americano.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 300.

305

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 29860/359. New York, 20 agosto 1960, ore 23,30 (perv. ore 7,15 del 21).

Oggetto: Questione Congo.

Mio 351(2). Giornata odierna sembra avere apportato alcuni elementi chiarificatori:

1) Riunione africani, iniziatasi con propositi e dichiarazioni oltranziste da parte congolesi, è durata sei ore. Secondo Ambasciatore RAU che mi ha dettagliatamente informato, esortazioni vari membri sono servite fare deflazionare notevolmente intenzioni Delegazione congolese che in realtà erano centrate sui tre punti menzionatimi da Hammarskjoeld di cui al mio 350-351. Congolesi avrebbero accettato rinunziare a attacco diretto contro Hammarskjoeld, a non richiedere ritiro truppe bianche e si spera anche, a non insistere per invio osservatori. Rimarrebbero tuttora insistenza per cooperazione truppe ONU in caso sia necessario accompagnare Rappresentanti Governo centrale in Katanga. Contatti tra africani riprenderanno domani e collega RAU mi ha lasciato intendere che comunque una buona moneta di scambio con congolesi potrà essere costituzione «consiglio consultivo» a New York su cui vado riferendo da mio telegramma 3473 in poi e di cui ho parlato ieri a Hammarskjoeld ricevendone reazione non contraria. Ho potuto anzi dire a collega egiziano di tali miei sondaggi con Segretario Generale in via personale, ricevendo suo apprezzamento. Passo con Hammarskjoeld a tale scopo verrà ripreso domani ufficialmente da collega tunisino e di Ceylon, che sarebbero comunque inclini anche dopo incontri odierni con congolesi non presentare alcuna risoluzione. Da rilevarsi che come in caso UNEF creazione consiglio consultivo potrebbe avvenire anche solo dietro iniziativa Segretario Generale.

2) Kuznecov ha tenuto conferenza stampa in cui ha attaccato programma intervento civile ONU in Congo (da me segnalato con telespresso n. 1395 del 13 corrente)(3) rilevando che comportava utilizzo di un soverchio numero funzionari ed esperti occidentali ed inclusione blocco sovietico. Richiesto da giornalisti se egualmente egli disapprovava azione Hammarskjoeld nei confronti operazione forze ONU, Kuznecov ha chiaramente eluso ogni risposta specifica al riguardo; il che viene qui interpretato come indicazione che URSS non si prepara a dare battaglia forte in riunione domani. D’altro canto mi risulta che in nuovi colloqui odierni Kuznecov-Hammarskjoeld questi ha cercato dimostrare – con efficacia e con un certo effetto – che varie argomentazioni polemiche avanzate da sovietici sia in programma civile e sia su operazioni forze ONU erano mal fondate.

3) È giunto stasera a Segretario Generale messaggio Lumumba che, pure essendo intonato a rinnovati spunti polemici, ritira parte delle primitive richieste, omettendo in particolare menzione ritiro truppe bianche ed invio osservatori, concentrandosi piuttosto A) su necessità che Segretario Generale si consulti scrupolosamente per ogni decisione con Governo congolese e ponga disposizione mezzi trasporto a Rappresentanti Governo centrale per recarsi qualsiasi parte territorio; B) su ritiro truppe belghe da intero territorio stesso compreso basi Kamina e Kleitona.

Da tale circostanza, è ovvio che anche mie dichiarazioni saranno opportunamente adattate a tale evoluzione situazione se essa continuerà domani, e cicon particolare riguardo a problema composizione forze ONU di cui al mio telegramma 349 punto 44 e in osservanza istruzioni di cui parte conclusiva telegramma ministeriale 1685.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 302. 3 Non pubblicato. 4 Vedi D. 301. 5 Vedi D. 303.

306

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 29924/360. New York, 21 agosto 1960, ore 24 (perv. ore 8,30 del 22).

Oggetto: Questione Congo.

Riunione Consiglio Sicurezza Congo conclusasi senza alcuna risoluzione con rafforzamento Hammarskjoeld e senza alcuna soddisfazione per congolesi al di fuori espressione generica incoraggiamento per avvenire Paese.

Con telegrammi successivi riferisco su dettagli discussione e su commenti interpretativi(2).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II. 2 Vedi D. 307.

307

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 29929/362. New York, 22 agosto 1960, ore 5 (perv. ore 12).

Oggetto: Questione Congo al Consiglio Sicurezza.

Mio 361(2).

Ho trasmesso col mio tele in chiaro principali elementi delle dichiarazioni piimportanti delegati.

Aggiungo qualche commento:

1) Perno della evoluzione tutto il dibattito stato Delegato tunisino in quanto Rappresentante tutto gruppo africano di cui gran parte si era nettamente schierata fin da arrivo congolesi a favore Segretario Generale e N.U.

2) Moderazione Slim ha consentito da parte ogni Rappresentante ad eccezione sovietico e polacco e con ovvie sfumature a seconda posizioni politiche di ognuno, di sostenere Segretario Generale o di approvare sua interpretazione delle risoluzioni Consiglio e della operazione quale da lui organizzata e diretta in Congo.

3) Sovietico non ha esitato lanciare delle sue solite tirate propagandistiche a conclusione delle quali ha presentato risoluzione ricalcante alcune delle richieste congolesi per dimostrare ancora una volta che è nella Unione Sovietica che nuovo Congo trova suoi pifedeli amici. Non ha peresitato ritirare progetto risoluzione appena ha potuto dimostrare a congolesi che stesso gruppo africano non lo appoggiava e che essa sarebbe stata battuta di lunghissima misura.

4) Tunisino e congolese come di abitudine a un certo momento e per pressioni congolesi hanno poi cercato elaborare progetto risoluzione pimoderato che avrebbe potuto presentare per noi difficoltà quali quelle seduta Consiglio 9 agosto(3). Con tale risoluzione si creava comitato consultivo quale proposto da Segretario Generale ma si aggiungeva da un lato approvazione esplicita operato Hammarskjoeld dall’altro nuovo richiamo a ritiro truppe belghe. La prima non poteva essere accetta a sovietici il secondo non poteva essere accetto a molto delegati inclusi massima parte noi occidentali che vi abbiamo obiettato, i quali avevano dichiarato poter considerarsi chiuso tale aspetto problema. Io stesso per scoraggiare presentazione risoluzione ho anche sparso voce che se essa fosse stata presentata avrei chiesto aggiornamento seduta stamani onde chiedere istruzioni. Progetto è stato ritirato.

5) Ha contribuito a creare situazione distensiva accettazione con relativo impegno ufficialmente preso da parte Segretario Generale della idea di cui avevogli parlato per primo tra membri Consiglio ieri l’altro per costituzione gruppo consultivo a New York.

Su tale iniziativa anche per preghiera del tunisino mi sono particolarmente diffuso in mio intervento.

6) In tutte tali circostanze i soli forti sconfitti sono stati congolesi i quali hanno urtato contro realtà di cui non si erano fino ad ora resi conto: che cioè non si puimpunemente attaccare Hammarskjoeld o richiedere solidarizzazione membri Consiglio contro di lui.

Hammarskjoeld che ho visto durante e dopo seduta mi è parso estremamente soddisfatto. In mancanza di una risoluzione e con un sommario riassunto fatto dal Presidente del senso della riunione, Segretario Generale puinfatti continuare in stessa politica ed in stessi provvedimenti finora seguiti: né gruppo consultivo a New York lo imbarazzerà. Egli mi ha detto peraltro non essere ancora ottimista per l’avvenire ed attendersi tra qualche tempo altre crisi quando forse congolesi insisteranno per ritiro da basi tecnici belgi anche se basi saranno sotto responsabilità Nazioni Unite. Comunque non vi è dubbio che da presente dibattito Hammarskjoeld esce molto rafforzato e che da esso non avrebbe potuto sperare di pi(4).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II.


2 Non pubblicato.


3 Vedi D. 293, nota 3.


4 Nel Telespr. 2355/1455, pari data, Ortona traeva il seguente bilancio della riunione del 21 agosto: «Dall’andamento del dibattito credo che si possano trarre le seguenti conclusioni principali:

a) sono risultati riaffermati, sia per il caso specifico del Congo sia in generale, i principi che da un lato le Nazioni Unite non devono intervenire negli aspetti interni della situazione di un paese nel quale sono chiamate ad operare, e che d’altra parte non devono aversi interferenze ed iniziative autonome di terzi paesi in situazioni minaccianti la pace. Sono questi due principi che, in verità, nella loro combinazione, appaiono in pratica piuttosto favorire, in una situazione di ribellione interna, i ribelli anziché il Governo legale. Sta in gran parte al Segretario Generale l’aver elaborato e mantenuti fermi questi principi sia in precedenti occasioni, come nel caso del Libano, in cui essi sembravano giocare in certo senso a danno dell’Occidente, sia ora nel caso del Congo in cui essi sembrerebbero giocare a favore di forze anti-occidentali; b) la figura del Segretario Generale e personalmente di Hammarskjd esce dal confronto con le intemperanze del Governo congolese con un notevole aumento di prestigio, confermato dalle dichiarazioni distensive che, di fronte ai risultati della discussione in Consiglio, ha dovuto subito ieri fare Lumumba. Questo deriva sia dalla abilità e capacità ancora una volta dimostrate da Hammarskid e dal riconoscimento della sua imparzialità di orientamenti, sia dalla convinzione prevalsa anche tra i paesi africani che all’operazione Nazioni Unite non vi è alternativa e che attaccando il Segretario Generale nonché la sua maniera di agire si minava l’operazione stessa; c) il gioco dell’URSS in tutto questo continua a rivelarsi lineare, semplice e proficuo per i sovietici. L’URSS ha un solo scopo da perseguire e da raggiungere: l’incitamento dei nazionalismi africani in funzione anti-occidentale. Trova di fronte a sé un Occidente che nella sua azione è invece impastoiato dal dover tener conto di contrastanti fattori, da un lato cioè il riconoscimento della realtà costituta dall’emergere del nazionalismo africano, dall’altro la necessità di solidarietà tra i paesi occidentali ivi compresi quelli portanti ancora il peso e l’eredità di situazioni coloniali. Il tutto complicato dalla necessità di non sottovalutare le ripercussioni che ogni atteggiamento preso dai paesi occidentali suscita nelle diverse opinioni pubbliche dei paesi stessi, problema questo che l’URSS non ha. Questa difficoltà di muoversi in una situazione come quella del Congo è stata ancora una volta evidente in special modo nell’atteggiamento degli Stati Uniti i quali anche in questa occasione non hanno saputo, o forse voluto, esercitare almeno un’azione di guida ed hanno finito per limitare il loro contributo a questa fase dell’attività del Consiglio ad una breve dichiarazione di Lodge di pieno appoggio al Segretario Generale. L’URSS invece ha giocato con libertà d’azione, dando ai congolesi la sensazione di essere l’unica Potenza pronta ad accompagnarli fino in fondo, ma allo stesso tempo non incoraggiando una loro aperta frattura col resto degli africani che sono pur tutti nazionalisti e facendo quindi ancora con questi ultimi la figura di chi non è tanto interessato alla particolare situazione di Lumumba quanto a favorire al massimo e dovunque lo sviluppo migliore delle ambizioni indipendentistiche in generale dei popoli dell’Africa» (DGAP, Uff. VII, 1960-1962, b. 23, fasc. Congo. Consiglio di Sicurezza, 1960).

308

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALL’AMBASCIATA A WASHINGTON E ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 18433/299 (Washington) 176 (New York)(2). Roma, 24 agosto 1960, ore 0,30.

Per tutti: Il Governo italiano è attualmente orientato in linea di massima e con riserva di nuovi elementi di giudizio, nel senso che la questione dell’Alto Adige non (dico non) debba essere iscritta all’ordine del giorno dell’Assemblea delle Nazioni Unite, dato che il foro competente è unicamente la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja.

Una netta decisione dell’Assemblea in questo senso appare pertanto l’eventualità pidesiderabile.

Solo per Washington: Si prega V.E. di svolgere azione opportuna e far conoscere o confermare con cortese urgenza quale atteggiamento assumerebbe codesto Governo in votazione su iscrizione all’ordine del giorno, nonché ogni altro eventuale elemento di previsione circa l’andamento di tale votazione(3).

Solo per Italnation New York: Si prega di far conoscere con cortese urgenza le previsioni di Organi Nazioni Unite e di V.E. circa il presumibile andamento della votazione per la iscrizione(4).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Il telegramma, con testo analogo a quello inviato a Washington, fu indirizzato anche alle Ambasciate, alle Rappresentanze e al Consolato Generale a Strasburgo, con la data del 23 e i seguenti numeri di protocollo: 18434/c., 18435/c., 18436/c., 18437/c., 18438/c., 18439/c.


3 L’Ambasciata a Washington, tramite Perrone Capano, rispondeva quanto segue il 25 agosto con

T. segreto 30514/928: «Ho in via preliminare e con riserva passi intrattenuto White per illustratagli presente orientamento di massima Governo italiano usando ogni opportuno argomento. Di fronte sue esitazioni e richiamo a condotta sempre seguita da USA anche in casi in cui indirettamente America veniva chiamata in causa, ho fatto presente che preferivo avere una meditata risposta dopo che Dipartimento aveva avuto tempo valutare situazione, che esula da casi precedenti esaminati da N.U.» (Telegrammi segreti 1960, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. II).


4 Per la risposta da New York vedi D. 309.

309

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto per corriere 30693/370. New York, 25 agosto 1960 (perv. ore 18,30 del 26).

Oggetto: Questione Alto Adige.

Telegramma di V.E. n. 1762.

1) Per una previsione relativa al presumibile andamento di eventuale votazione su iscrizione questione altoatesina ordine giorno da parte Comitato Generale prima ed Assembla Plenaria poi sembra vadano tenute presenti seguenti considerazioni preliminari sottolineate da questa Rappresentanza già nel rapporto n. 305 del 3 febbraio u.s.3 nell’esaminare dettagliatamente problema:

A) difficoltà inerenti apprezzamento atteggiamento di ben novantasei o piPaesi; si osserva al riguardo che quattordici di essi (quelli diventati indipendenti nel 1960) non hanno addirittura mai partecipato lavori Assemblea e in generale attività internazionale sì che non disponiamo neppure di elementi largamente indicativi; difficoltà apprezzamento poi è resa pimarcata dal fatto che l’argomento altoatesino non si inquadra negli schemi tradizionali delle discussioni societarie e cioè colonialismo e rapporti est-ovest, sì che anche per quegli Stati che da tempo partecipano lavori N.U. non possono trarsi che incerti elementi valutazione da confronti con precedenti votazioni;

B) nel determinarsi circa voto sull’iscrizione di una questione all’ordine del giorno dell’Assemblea ciascun Stato tiene conto solo in parte degli specifici elementi relativi alla questione da iscrivere, ispirandosi per altra parte a impostazioni di principio, spesso legalistiche, di carattere generale, e cianche al fine di mantenere una linea d’azione uniforme che consenta di trincerarsi dietro di essa di fronte a contrastanti richieste di Stati singoli in votazioni delicate. La pidiffusa di tali impostazioni di principio (e che in particolare gli Stati Uniti hanno in questi ultimi anni seguito) è che per principio non vada contestata iscrizione ordine del giorno di alcuna questione per assurda o avversa che sia;

C) in un foro quale le Nazioni Unite impostazioni, come l’austriaca, che contengono elementi facile demagogia tipo rispetto diritti dell’uomo e libera manifestazione volontà popoli – per quanto noi sappiamo tali riferimenti siano assolutamente infondati nel caso altoatesino – esercitano il loro richiamo; e agiscono in sede iscrizione quantomeno nel senso che Paesi, anche quelli che nel fondo sono vicini alla nostra impostazione sia in generale sia per loro particolari interessi, esitano a prendere pubblica posizione.

2) Quanto ad altri elementi che per converso vengono in considerazione nel pensare che voti singoli Stati abbiano ad orientarsi verso non iscrizione, essi sembra possano dividersi in tre categorie:

1. -elementi che possono invocarsi a sostegno nostra tesi nei rispetti delle N.U.: a parte riferimenti specifiche riserve contemplate Statuto, il punto pisolido al riguardo è dato sovratutto dalla nostra offerta ricorso Corte Aja a sostegno affermazione che problema ha carattere giuridico; in minor misura possiamo far valere argomento che questione non ha carattere gravità tale da necessitare esame da parte Assemblea; 2.- interessi collimanti ai nostri che singoli Stati possano avere per situazioni specifiche similari: richiesta austriaca solleva infatti per la prima volta in Assemblea un problema specifico di trattamento di minoranze; e inoltre possono vedersi nella richiesta stessa elementi che toccano questione generale della revisione dei trattati, l’una e l’altra sono questioni di principio alle quali singoli Stati sono suscettibili reagire scopo non pregiudicare loro specifici interessi ed impostazioni generali; 3.- elementi relativi in generale posizione internazionale dell’Italia in confronto con quella dell’Austria; e da questo punto di vista hanno particolare rilevanza nostri vincoli alleanza così come possono averla nostri legami di amicizia con Paesi latinoamericani.

Come questi vari elementi si combinino nell’apprezzamento di ciascun Stato, e fino a che punto essi giochino a nostro favore di fronte alle considerazioni ristrettive di cui al primo paragrafo di questo telegramma, è parso a questa Rappresentanza, sin da quando si prese in esame il problema, l’elemento fondamentale per una valutazione circa un’eventuale votazione sull’iscrizione.

3)4 È su questa base che questa rappresentanza suggerì a suo tempo di procedere opportuni sondaggi onde disporre di maggiori elementi di apprezzamento su eventuale atteggiamento varie Cancellerie. Tali sondaggi sono stati effettuati. A quanto si pugiudicare da qui il risultato è piuttosto incerto. Le risposte almeno in questa prima fase non hanno rivelato in generale impegni in anticipo a nostro favore sul punto specifico dell’iscrizione, anche nelle Cancellerie ove sono stati dati invece favorevoli apprezzamenti sulla nostra tesi e sulla convenienza che la questione venga sottoposta alla Corte dell’Aja. E in varie Cancellerie ci sono state accennate quelle impostazioni generali relative alla libertà di iscrizione che ho indicato nel primo paragrafo di questa comunicazione.

4) Quanto a previsioni del Segretario Generale delle N.U. egli ha già in precedenti conversazioni con Ambasciatore Ortona lasciato comprendere sue perplessità (telespresso numero 1167 del 6 luglio scorso)(3). A seguito invito V.E. precisare previsioni organi N.U. gli ho riparlato ieri della cosa. L’ho pregato di ben considerare la sua risposta e gli ho sottolineato con opportuni argomenti particolarità del caso rispetto ad ogni altro precedente N.U.; gli ho ricordato in modo speciale nostra offerta ricorso Corte Aja che rendeva inutile e dannosa discussione in Assemblea. Egli mi ha risposto che si rendeva conto questi argomenti ma dovendo dare una valutazione, e per quel che essa poteva valere, egli era propenso a ritenere che votazione avrebbe registrato maggioranza a favore iscrizione: a parte ogni altro elemento, prassi libertà iscrizione che ho sopra indicato apparivagli divenuta ormai quasi consuetudinaria. Ho ritenuto dirgli che noi facevamo valutazione differente della situazione e delle prospettive, e sono tornato a sottolineargli il carattere giuridico della controversia che potrebbe determinare in senso contrario all’iscrizione un maggior numero di Paesi di quanto forse, a lui e ad altri, sia possibile apprezzare in questo momento.

5) In questa situazione sembra che si possano al momento attuale fare le seguenti considerazioni riassuntive:

A) occorre in primo luogo per considerare possibilità opporsi iscrizione poter contare con alleati occidentali e principali Paesi latino-americani;

B) naturalmente anche giocando a nostro favore elemento di cui sopra e altri, vale forse la pena tener presente che le probabilità sono per una maggioranza di stretta misura e con numero rilevante astensioni;

C) esiste dunque, ed appare destinato a rimanere probabilmente fino all’ultimo momento, un notevole margine di incertezza e corrispondente rischio. Per restringere nella misura del possibile tale margine, azione disposta con invio all’estero note personalità è particolarmente utile. Mi domando se non possa anche giovare che, se non già fatto, richiesta nel senso di cui al telegramma in riferimento venga rivolta altri nostri Rappresentanti all’estero su come presumibilmente si comporterebbero rispettivi Paesi in caso di voto sull’iscrizione, tenendo presente vari elementi e situazioni specifiche che giocheranno in ciascuna di tali decisioni. Un tale elemento informazione mi pare potrebbe essere particolarmente indicato per quanto riguarda sia gruppi Paesi che adottano atteggiamenti concordi ed il cui peso numerico è notevole (e cioè non solo Europa orientale ma anche arabi), sia alcuni Paesi suscettibili esercitare influenza su posizioni incerte quali, tra gli asiatici, India, Indonesia e Giappone.

6) Ho ritenuto fornire a V.E. in forma riassuntiva tutti elementi quali questa Rappresentanza puvederli da questa sede. Nessuno meglio dell’Ambasciatore Ortona attualmente costì potrà fornire, a completamento, pertinenti elementi di commento e di valutazione personale.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 308.


3 Non pubblicato.


4 Corretto a mano, erroneamente, in «3bis».

310

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 30591/375. New York, 26 agosto 1960 (perv. ore 4,20).

Oggetto: Alto Adige.

Questo Incaricato [d’affari] britannico ha informato aver ricevuto da Foreign Office richiesta esprimere parere su due punti relativi iscrizione questione Alto Adige ordine del giorno Assemblea:

1) valutazione circa possibilità successo opposizione a iscrizione;

2) valutazione su conseguenze che eventuale sconfitta in sede iscrizione avrebbe portato posizione italiana in successiva discussione sostanziale.

Beeley mi ha detto che qualche settimana fa Rappresentanza inglese cui aveva dato a Foreign Office valutazione su primo punto e che tale valutazione era stata negativa, avrebbe ora riesaminato la cosa. Non ho mancato di ricordargli ogni aspetto ed elemento che deve a nostro parere essere tenuto presente in una tale valutazione. E gli ho sottolineato che, a parte tale valutazione, quel che era importante era atteggiamento Inghilterra che certo avrebbe influito considerevolmente su molti orientamenti e sul quale non dubitavo che avremmo potuto contare.

Ho pregato Beeley di tenermi al corrente sue conclusioni.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

311

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 30797/376. New York, 26 agosto 1960, ore 21 (perv. ore 8 del 27).

Oggetto: Alto Adige.

Mio 375(2).

Anche questa Rappresentanza francese, in base istruzioni Quai d’Orsay, sta procedendo studio su possibilità successo opposizione iscrizione questione altoatesina ed ha preso al riguardo contatto con noi. Collega mi ha detto che per nota tendenza carattere generale favorevole iscrizione qualsiasi questione, e della quale Francia aveva ripetutamente in passato avuto a soffrire, Rappresentanza francese considerava situazione con qualche pessimismo. Mi sono adoperato nel modo piconveniente per tonificare mio interlocutore: ho sottolineato in particolare fondamentale differenza con casi di carattere colonialistico che mio collega aveva in mente e ripetuto tutti gli elementi che giocano a favore nostra tesi; ho aggiunto che a nostro avviso molti Stati erano suscettibili reagire differentemente che non per il passato di fronte iscrizione questione come quella altoatesina che propone per prima volta ad Assemblea un caso specifico minoranze e sembra perfino estendersi a principio revisione trattati, punti questi che costituirebbero certamente pericolosi precedenti.

Nel corso della conversazione mi ha detto se avevamo pensato a possibilità di una decisione in sede dibattito su iscrizione che rinviasse semplicemente problema iscrizione stessa ad anno venturo come fatto nel 1951 per questione Marocco. Gli ho risposto che caso da lui citato (e che a quanto potevo ricordare era unico) aveva poi condotto anno successivo a iscrizione; e che, a parte tutto, risultato non aveva corrisposto allo sforzo perché esso era stato ottenuto dopo accesa discussione che di per sé aveva costituito dibattito di fondo e a modestissima maggioranza. Quello verso cui eravamo orientati e verso cui valeva la pena fare lo sforzo, era invece che si riconoscesse subito ed una volta per sempre che il foro internazionale che aveva se mai ad essere investito questione era Corte Aja.

Mio interlocutore mi ha a conclusione detto che non dubitava Governo francese avrebbe accompagnato quello italiano in sua impostazione anche in fase di iscrizione.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 310.

312

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 31141/378. New York, 29 agosto 1960, ore 22 (perv. ore 8 del 30).

Oggetto: Alto Adige.

Mio 375(2).

Ho contattato questo Incaricato Affari britannico e egli mi ha detto aver risposto come segue a richieste postegli da Foreign Office. Non ha potuto fare un calcolo anche se approssimativo di una presumibile votazione in Comitato Generale (tra l’altro non conoscendone ancora esatta composizione) o in Assemblea Generale (data difficoltà prevedere reazioni 97 Paesi di cui 45 nuovi ai lavori dell’Assemblea). Peraltro sua valutazione possibilità successo opposizione iscrizione resta sostanzialmente negativa. Ritiene che noi potremo con la nostra azione provocare astensioni ma che, per noti motivi di impostazione generale nei riguardi discussione di qualsiasi argomento in Assemblea, troveremo difficoltà a procurarci sufficienti voti contrari ad iscrizione. Soli casi nei quali in passato si era ottenuto rifiuto iscrizione (sempre con difficoltà e in anni in cui composizione Assemblea era differente) erano quelli in cui era stato possibile basarsi su noto art. 2.7; ma nel caso nostro l’Assemblea, già tendenzialmente contraria a dare valore preminente a detto paragrafo, si orienterebbe a ritenerlo inapplicabile per esistere tra noi e Austria un accordo internazionale.

Circa secondo quesito postogli da Foreign Office, Beeley ha risposto che non dico non ritiene eventuale esito negativo opposizione iscrizione sia suscettibile danneggiare posizione italiana in sede dibattito di sostanza. Anzi la cosa secondo lui potrebbe persino avere qualche vantaggio: in primo luogo sottolineare serietà nostri argomenti che invece se presentati solo in dibattito sostanza potrebbero apparire da noi non sufficientemente sentiti; in secondo luogo molti Stati potrebbero pensare di essere già andati abbastanza avanti nei nostri riguardi votando per iscrizione e potrebbero mostrarsi percipiinclini a favorire nostro punto di vista in dibattito sulla sostanza.

2) Ho dal canto mio esposto di nuovo a Beeley in modo dettagliato seguenti argomenti:

a)- questione altoatesina ha carattere essenzialmente giuridico. Noi non adottiamo posizione intransigenza chiedendo che Nazioni Unite non se ne occupino ma sosteniamo che se se ne deve occupare deve farlo l’organo appropriato e competente delle N.U. ossia Corte dell’Aja; b)- citanto piche non esiste alcuna minaccia alla pace e sicurezza internazionale; anzi situazione è tale da assolutamente non meritare che l’Assemblea distragga per essa sua attenzione da molti gravi problemi internazionali del momento; c)- tutto questo del resto è contemplato da Statuto piparticolarmente in art. 92 relativo alla Corte ma anche in art. 33; [...]3e poi la Convenzione di Strasburgo; d) -la nostra offerta di ricorso all’Aja ci dà quindi un argomento molto forte; sopratutto quei Paesi che ci hanno incoraggiato fare tale offerta a fine mantenere la questione al di fuori organi politici N.U. non possono ora non appoggiarci in una opposizione all’iscrizione; e)- la supina accettazione da parte occidentali di una tendenza a non opporre in genere qualsiasi iscrizione diventa, con la nuova composizione dell’Assemblea, sempre pipericolosa. - f)- del resto non è esatto che Occidente non si opponga a iscrizione alcun argomento; a parte casi passati vi è sempre ancora adesso ogni anno e proprio su insistenza americana, rifiuto considerare questione seggio Cina;

g) caso altoatesino costituirebbe grave precedente sotto punto di vista tanto discussione su uno specifico problema minoranze quanto tendenza revisionistica trattati; due punti che differenziano questo caso da ogni altro e che appaiono suscettibili orientare voti molti Stati preoccupati stabilire precedente che potrebbe volgersi in avvenire a danno ciascuno di essi.

Questi sono argomenti che ho esposto a Beeley così come li avevo esposti a collega francese (mio 376)(4). Salvo contrarie istruzioni sono questi argomenti che opportunamente intenderei usare anche con altri interlocutori nei prossimi giorni.

3) Avendomi Beeley incidentalmente accennato a possibilità che suo Governo si orienti, circa iscrizione, verso astensione, ho reagito richiamando subito sua attenzione su estrema serietà di una tale decisione. Posizione principali alleati era di grande importanza e particolarmente quella Gran Bretagna cui impostazione poteva determinare influenza su atteggiamenti di vari Stati esitanti. Gli ho anche chiesto se aveva pensato a riflessi su opinione pubblica italiana, particolarmente se, poiché non è dato prevedere voto sovietici (in relazione loro suscettibilità tema minoranze e art. 2/7), questi ultimi finissero per non favorire iscrizione.

Ho quindi pregato Beeley ed egli mi ha assicurato, che di tutto questo colloquio avrebbe debitamente informato Foreign Office.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 310. 3 Gruppo mancante. 4 Vedi D. 311.

313

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO, PINNA CABONI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 4979/2286. Parigi, 30 agosto 1960.

Oggetto: Lavori Assemblea ONU. Consultazioni nel quadro NATO.

Riferimento: Telespr. di questa Rappresentanza n. 4811/2221 del 18 corrente(2).

Nella odierna riunione del Comitato Politico si è ripreso lo scambio di vedute sull’ordine del giorno dei prossimi lavori dell’Assemblea generale dell’ONU.

Si è trattato, dopo quanto deciso nella scorsa riunione e già noto nei particolari a codesto Ministero, di esplorare pia fondo il possibile campo delle consultazioni preventive – consultazioni che dovrebbero sopratutto individuare certi orientamenti di massima cui si ispirerebbero i prossimi lavori dell’ONU e accertare l’effettiva possibilità per i Paesi NATO di influire in certe direzioni sulla decisione di alcune questioni concrete.

Da una prima lista di argomenti all’ordine del giorno dell’Assemblea Generale

– lista peraltro non recentissima – il Presidente del Comitato ha proposto che si estraessero dieci punti (inclusi quelli su Ungheria e Disarmo sui quali si era già la volta scorsa raggiunta l’unanimità) che avrebbero potuto fare oggetto di consultazioni nel quadro NATO.

Oltre i due argomenti citati, il Presidente suggeriva che si discutesse dei seguenti punti: elezione di tre membri non permanenti al Consiglio di Sicurezza, aumento del numero dei membri del Consiglio di Sicurezza e dell’ECOSOC, futura sistemazione del Ruanda-Urundi, esperimenti nucleari Mauritania, candidature dei paesi del blocco sovietico e posti nelle Nazioni Unite, Algeria, infine questione delle «minoranze austriache in Italia».

Che la questione dell’Alto Adige potesse ad un certo momento essere inclusa tra quelle considerate meritevoli di consultazioni in seno alla NATO era previsione plausibile. Meno prevedibile invece che il suggerimento partisse dal Segretariato con una formula che non aveva tenuto conto delle opportunità di consultazioni preventive con questa Delegazione circa il modo e l’iniziativa delle consultazioni.

Sono qui intervenuto per ottenere che ad una lista non si arrivasse e che le consultazioni su precisi argomenti all’ordine del giorno dell’ONU si aprissero alla NATO solo quando fosse stata accertata una «communis opinio» sulla opportunità di sollevare una questione determinata.

Trattavasi naturalmente di argomentazione destinata anche a guadagnare tempo e mirante in quel momento a stabilire una comune posizione tattica con la Delegazione francese, anch’essa poco incline ad accettare che la questione algerina fosse portata in discussione alla NATO ad iniziativa del Presidente Hooper.

Ha prevalso l’orientamento di non discutere sulla base di una lista e di lasciare ai singoli paesi che lo desidereranno l’iniziativa di sollevare qualunque problema tra quelli all’ordine del giorno della prossima assemblea.

Tale soluzione offre il duplice vantaggio di garantirci da eventuali sorprese, giacché non è pensabile che una Delegazione nazionale sollevi nella NATO la questione dell’Alto Adige senza averci presenti ed aver ottenuto il nostro benestare, e di consentirci ogni possibilità di manovra e di iniziativa anche indiretta.

Sarpertanto grato a codesto Ministero se, a parte Ungheria e Disarmo, argomento sui quali questa Rappresentanza possiede sufficiente documentazione, vorrà far conoscere, il suo punto di vista sui punti suscettibili di venire qui in discussione, e che sono probabilmente da individuarsi in quelli già segnalati da Hooper.

Poiché, infine, da quanto oggi è risultato, non si puescludere che questa Rappresentanza venga richiesta di far conoscere se noi desideriamo o meno che in Comitato Politico abbia luogo uno scambio idee sulla questione dell’Alto Adige, sarà grato a codesto Ministero se vorrà con cortese urgenza far pervenire ogni utile istruzione in proposito.

Si segnala che le consultazioni previste sugli argomenti all’ordine del giorno dell’Assemblea Generale dell’ONU si apriranno qui il 13 settembre p.v.3.


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 35, fasc. Italia-ONU, I semestre 1960


2 Non pubblicato.


3 Alessandrini riferì sulla riunione del Comitato Politico del 13 settembre con Telespr. 5213/2401: al termine delle discussioni si constatun largo accordo di idee anche in merito all’importanza di ostacolare le mire sovietiche verso i nuovi Paesi non impegnati che avrebbero preso parte ai lavori delle Nazioni Unite (DGAP, Uff. I, 1947-1962, II versamento, b. 35, fasc. Italia-ONU, I semestre 1960).

314

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgente 31801/948. Washington, 2 settembre 1960, ore 18 (perv. ore 2,30 del 3).

Oggetto: Assemblea Generale N.U.

Oggi ho sottolineato a Merchant la necessità di adottare al pipresto possibile un atteggiamento comune fra Paesi occidentali nei riguardi partecipazione Capi Governo a prossima Assemblea ONU dopo annuncio presenza Krusciov e Capi comunisti.

Merchant mi ha risposto di convenirne. Decisione americana era in corso di definizione ma egli sarebbe stato assai sorpreso se Eisenhower avesse deciso di parteciparvi.

Poco dopo ho visto Kohler il quale mi ha comunicato che Casa Bianca aveva nel frattempo preso sua decisione in conformità orientamento suggerito da State Department.

Eisenhower non parteciperà alla parte generale del dibattito in Assemblea né vi sarà presente fino a che vi rimarrà Krusciov. La eventuale pronuncia di un discorso successivo in fase ulteriore Assemblea sarà esaminata dopo aver ulteriormente valutata situazione alla luce dei fatti nuovi che matureranno nel frattempo. Governo americano ha pure deciso di svolgere attiva opera persuasione per convincere Governi amici a fare altrettanto.

Americani considerano che mossa Krusciov rappresenta ovvio tentativo di trasformare Assemblea ONU in un gran circo di propaganda. Essi non ritengono che astenendosi da prestarsi a tale manovra Governi liberi dimostrerebbero minor rispetto e sfiducia verso Nazioni Unite. Al contrario ritengono che siano sovietici a far prova disprezzo verso istituzione convertendola in piattaforma di volgare propaganda e sperano che maggioranza rappresentanti dei Paesi piseri se ne convinceranno.

Britannici risultano d’accordo ed oggi hanno appunto annunciato che Home e non Macmillan presiederà loro Delegazione, mentre essi rimangono pronti a considerare ogni eventuale nuova proposta di summit meeting. Krusciov ha scritto a Nehru e ad altri capi Governo asiatici per indurli a presenziare ma sembra che finora Nehru temporeggi e appaia riluttante.

Kohler ha concluso sottolineando che ipotesi di un nuovo incontro Krusciov-Eisenhower sia estremamente improbabile fino a che non avvenga quantomeno rilascio due piloti del RB 47. La loro detenzione è tuttora considerata con estrema serietà da Governo Washington e nessun riavvicinamento tra due Governi è pensabile fino a che non ne avvenga liberazione.

Voci di nuovi incontri con Krusciov in questa situazione appaiono quindi irresponsabili(2).


1 Telegrammi segreti 1960, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. II. 2 Per il seguito vedi D. 330.

315

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 32251/388. New York, 5 settembre 1960, ore 24 (perv. ore 15,45 del 6).

Oggetto: Situazione Congo.

In colloquio odierno abbiamo con Hammarskjoeld parlato a lungo problema Congo e possibilità o necessità convocazione Consiglio Sicurezza al riguardo. Notizie odierne che secondo quanto appresosi finora qui compendiansi in allontanamento Lumumba da parte Capo Stato Kasavubu e in dichiarazione Lumumba che considera tuttora al potere se stesso e Kasavubu invece decaduto, vengono da Hammarskjoeld viste nel seguente quadro costituzionale: poiché nomina Lumumba non è mai stata ratificata da Parlamento congolese Kasavubu è in pieno diritto allontanare Lumumba stesso e nominare altra personalità (nel caso specifico Presidente Senato) con incarico formare altro Governo. Hammarskjoeld non esclude che se Kasavubu riuscirà a prevalere non solo in linea di diritto ma anche di fatto situazione Congo capovolgasi nel senso che intorno Governo centrale Leopoldville sotto nuova specie si raccolgano anche autorità Kasai e Katanga con conseguente isolamento Lumumba. Situazione si complicherebbe estremamente invece se accentuandosi lotte interne Kasavubu finisse per una causa qualsiasi per scomparire da quadro politica congolese; nel qual caso si porrebbero notevoli problemi di ordine politico in cui N.U. potrebbero non trovare piun Governo congolese costituzionalmente responsabile. Ho osservato ad Hammarskjoeld che URSS potrebbe anche riconoscere configurazione statale congolese capeggiata da Lumumba. Segretario Generale non è percosì certo che URSS voglia impegnarsi fino in fondo per uno o altro contendente anche se in momento attuale puessere indotta appoggiare Lumumba.

Per ora comunque Hammarskjoeld malgrado conforto che potrebbe venirgli da una presa posizione Consiglio Sicurezza, preferisce non chiederne immediata convocazione attendendo decantazione avvenimenti Congo.

Osservo incidentalmente che Hammarskjoeld mi è parso notevolmente irritato per dichiarazioni contrarie a N.U. nei confronti problema Congo pronunciate da De Gaulle oggi e d’altra parte grato a tunisini per loro atteggiamento costruttivo: ma su tali apprezzamenti laterali riferisco per corriere.

Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II.

316

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 32566/397. New York, 7 settembre 1960, ore 24 (perv. ore 8,40 dell’8).

Oggetto: Questione Alto Adige.

Ho letto con vivo interesse telegramma Ambasciatore Brosio circa atteggiamento americano quale definitogli ora da Herter(2). Sebbene americani abbiano accompagnato loro impegno con motivati avvertimenti, non vi è dubbio trattarsi sviluppo importante che mi sembra debba essere visto nel quadro risposte che dovrebbero ormai essere affluite codesto Ministero da varie Cancellerie e naturalmente in relazione anche quelle considerazioni ed esigenze ordine vario di cui ho avuto sentore in miei precedenti contatti costà.

A) Ciche mi sembra essenziale far presente in momento attuale è che, se malgrado possibilità sempre esistenti di un insuccesso in dibattito procedurale e rischio perdere qualche vantaggio ai fini dibattito di merito, si decidesse opposizione iscrizione, occorrerebbe capitalizzare al massimo promessa Herter. Dobbiamo infatti evitare un «languor voluntatis» da parte sopratutto delegazione americana qui nella esplicazione concreta del suo appoggio. Non sarebbe infatti prima volta che, in circostanze in cui decisioni Washington non combacino con impostazione generale detta delegazione, appoggi da parte di questa vengano manifestati ad altre rappresentanze tiepidamente o con giustificazioni passate «sotto banco».

Se si decidesse quindi in senso predetto, occorrerebbe a mio avviso spiegare seria offensiva con ogni vigore e al pipresto possibile su tutti i piani e con questo intento:

1) chiedere ad americani che in termini inequivocabili manifestino a Vienna loro intenzione appoggiarci anche in fase istruzione. Cipotrebbe avere forse qualche effetto salutare alla Ballhaus-Platz.

2) Chiedere agli americani che loro promessa di appoggio venga fatta risultare al massimo numero di altri paesi e ciallo scopo influenzarli e anche di ottenere per quanto possibile che suffragi ad austriaci, che dovessero venire da Mosca e da suoi satelliti, emergano in modo particolare con conseguente imbarazzo Governo Vienna;

3) ottenere sulla base della posizione americana che non vi siano differenziazioni tra nostri alleati. Possiamo essere sicuri dei francesi, meno degli inglesi, per nulla dei canadesi e quindi azione adeguata dovrebbe essere svolta su ultimi due possibilmente con aiuto Washington.

4) Apprestare immediatamente memorandum esplicativo nostre ragioni opposizione iscrizione con argomentazioni varie (quali ad esempio quelle che possono desumersi dal telegramma questa rappresentanza 3783 e ultimi telegrammi nonché rapporto Washington 9898) ma principalmente centrato circostanza che Italia non volta le spalle a Nazioni Unite ma anzi suggerisce ricorso ad esse in quella sede che è la sola appropriata per esame del genere e cioè Corte Giustizia.

5) Prevedere contatti possibilmente anche con Ministri Esteri presenti New York prima inizio dibattito in Comitato Generale da parte S.E. Ministro o se egli non fosse ancora qui da parte capo delegazione.

6) Prepararsi eventualmente anche ad opportuna conferenza stampa in quei giorni.

B) Se poi sulla base anche dei risultati conclusivi dei nostri sondaggi decidessimo non opporci iscrizione, mi ripeto, mi pare ovvio sottolineare:

1) necessità che nostro intervento costituisca ferma esposizione vari e fondati motivi che ci indurrebbero ad opposizione e menzione che, se non ci opponiamo, ciè solo per deferenza verso Assemblea e prassi in essa invalsa.

2) Opportunità che venga richiesta a quante pipossibili delegazioni a cominciare da quella americana ed occidentali di fare, in sede discussione per iscrizione, dichiarazioni ricalcanti tesi, così da precostituire posizioni a noi favorevoli in vista dibattito sostanza [...]4 questo vedo che Ambasciatore Brosio già accenna – anch’egli eventualità passi in tale senso confronti americani). Tali dichiarazioni inoltre potrebbero essere opportunamente sfruttate presso nostra opinione pubblica.

C) Aggiungo poi che non converrebbe scartare ipotesi che notizia appoggio da parte americana abbia a creare qualche disagio a Vienna. D’altra parte poiché come ultimo discorso Kreisky indica «dado» è stato piche tratto da austriaci e sarà difficile a loro far macchina indietro, non escluderei che essi reagiscano secondo tra l’altro seguenti diverse linee:

1) essi onde contrastare effetti atteggiamento americano potrebbero pensare da una parte di rafforzare maggiormente loro azione in ambiente ONU facendola accompagnare per quanto possibile da molte manifestazioni irredentistiche in Alto Adige.

2) Pure essi potrebbero ritornare e cercare vie da loro ritenute conciliative ed accettabili da Assemblea incoraggiando ad esempio iniziative quale quelle di Krag per creazione commissione buoni uffici oppure rispolverando [...]4 formula parere consultivo Corte Aja.

Ma su tali possibilità Ambasciata Vienna potrà certo fornire piautorevoli indicazioni. A tali possibilità mi sembra dovremo comunque essere preparati(5).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Con T. segreto 32360/956-957 del 6 settembre, Brosio aveva riferito circa il colloquio avuto con

Herter, il quale aveva fornito rassicurazioni sul fatto che ‒pur essendo il Governo americano convinto della non opportunità di opporsi a una iscrizione all’ordine del giorno della questione altoatesina all’Assemblea delle Nazioni Unite ‒qualora l’Italia avesse insistito su tale posizione, gli Stati Uniti l’avrebbero appoggiata (Telegrammi segreti 1960, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. II).


3 Vedi D. T. 312.


4 Gruppo mancante.


5 Per il seguito vedi DD. 318 e 321.

317

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgente 32588/398. New York, 7 settembre 1960, ore 24 (perv. ore 8,40 dell’8).

Oggetto: Convocazione Consiglio Sicurezza.

Hammarskjoeld informatomi stasera in qualità Presidente del Consiglio di Sicurezza che, dati sviluppi in Congo, egli ritiene necessario chiedere convocazione Consiglio. Mi ha perrilevato non desidera dare a riunione carattere emergenza ma solo avere possibilità presentare suo quarto rapporto a membri del Consiglio. In via confidenziale mi ha fatto presente che sarebbe grato se potessi convocare Consiglio per venerdì pomeriggio [il 9] o sabato prossimo dopo esaurito dibattito su problema Repubblica Dominicana. Segretario Generale mi ha detto anche che rapporto di cui è prevista distribuzione a mezzanotte conterrà inevitabili spunti di ordine politico e giuridico che potrà certo non trovare tutte delegazioni – con ovvio riferimento a quella sovietica – consenzienti. Mi ha detto peraltro anche confidare che redazione sarà tale da rendere difficile veto sovietico a eventuale risoluzione che a tale rapporto si riferisce. Hammarskjoeld mi ha detto anche avermi chiesto convocazione Consiglio per evitare che iniziativa venga presa da «altri» e per dare maggior rilievo in questo momento particolare a disposizioni da lui prese.

Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

318

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto per corriere 32669/394. New York, 7 settembre 1960 (perv. ore 21,40 dell’8).

Oggetto: Alto Adige.

Ho avuto occasione intrattenermi di nuovo a varie riprese con questo Ambasciatore argentino su problema Alto Adige. Egli mi aveva giorni fa detto risultargli da Buenos Aires che si contemplava da parte italiana possibilità opposizione a iscrizione ordine del giorno del problema e mi ha chiesto delucidazioni, aggiungendomi che citanto pilo interessava in quanto egli continuava accarezzare idea di venire incontro ad ogni nostro desiderio in tema di presentazione eventuale risoluzione per avvio problema a Corte Aja. Ho parlato ad Amadeo con molta franchezza facendogli presente che mio Governo non aveva ancora raggiunto decisione al riguardo ma che vi erano indubbiamente varie personalità nel Governo stesso che, a causa incredibile mossa austriaca, ritenevano che si dovesse da parte nostra fare opposizione a discussione problema fin da fase procedurale iscrizione ordine giorno. Mi riservavo comunque di essergli pipreciso in prosieguo di tempo.

Amadeo mi ha allora francamente dichiarato che una nostra opposizione a iscrizione non potrebbe non preoccuparlo vivamente in quanto, mentre egli vorrebbe accompagnarci e seguirci in ogni nostra mossa, in quella particolare dell’opposizione all’iscrizione si troverebbe estremamente imbarazzato a favorirci. È infatti politica «inflessibile» del suo Governo concedere massima larghezza nell’iscrizione di problemi all’ordine del giorno delle N.U. e sarebbe veramente difficile per Governo argentino mutare atteggiamento in quanto cicomporterebbe serio cambiamento posizione di principio.

Ho detto ad Amadeo che prendevo nota di cie che avrei comunicato tali sue reazioni pure ribadendogli che motivi che avevano sollevato molto seriamente problema opposizione a iscrizione erano tali da fare riflettere Governo amico come quello argentino.

Successivamente, avendo appreso dalle comunicazioni giuntemi da codesto Ministero degli impegni presi da alcuni paesi quali Brasile e Venezuela ed avendo avuto anche notizia della promessa del Segretario di Stato americano Herter(2), sono ritornato oggi sull’argomento con Amadeo per fargli presente che mentre ancora non potevo minimamente parlargli in termini ufficiali, non avendo mio Governo preso ancora posizione, dovevo attirare sua attenzione su circostanza che importanti Paesi del suo gruppo geografico avevano già aderito a istanze italiane anche nel caso in cui queste si fossero estese ad opposizione iscrizione. Amadeo mi ha riparlato di difficoltà mutare posizione argentina pur tenendo a dichiararmi in modo formale che suo Governo non si sarebbe mai espresso «contro» Italia in qualsiasi contesto societario. Egli poteva quindi promettermi per ora al massimo un voto di astensione. Gli ho allora fatto presente che se mai avessimo deciso opporci a iscrizione nostra posizione non sarebbe stata centrata su una eccezione di competenza delle Nazioni Unite come tali, ma avrebbe avuto invece carattere positivo nel senso che avremmo sostenuto che ci limitavamo soltanto a negare la competenza di quel foro che Austria voleva adire per motivi politici, mentre eravamo del tutto disposti – e già ne avevamo dato prova – ad adire quel foro che ritenevamo il solo adatto per un esame del problema e cioè la Corte di Giustizia Internazionale che è pur sempre un organo delle N.U. Amadeo è apparso alquanto scosso da tali considerazioni e mi ha comunque promesso che ne avrebbe fatto oggetto nuove riflessioni e comunicazioni al suo Governo. Mi ha comunque pure oggi ribadito che anche soltanto un voto di astensione significherebbe già deviazione notevole da posizione abituale Governo argentino in materia del genere.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 316, nota 2.

319

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 32719/401. New York, 9 settembre 1960 (perv. ore 8,45).

Oggetto: Situazione Congo al Consiglio Sicurezza.

Preparazione nuovo esame da parte Consiglio Sicurezza Congo ha oggi avuto seguenti ulteriori sviluppi:

1) Rappresentante permanente jugoslavo indirizzatomi lettera in qualità Presidente Consiglio per urgente riunione su Congo sottolineando recenti difficoltà sorte per minacce indipendenza sovranità e integrità Congo provocate da assistenza a Tshombe, Kalonji ed altri con invio materiale militare istruttori ecc. così come per recenti tentativi rovesciare Governo legale Congo: situazione questa continua essere complicata da atteggiamento comando forza N.U. sotto pretesto non intervento, che crea gravi ostacoli a Governo Congo per ristabilire sua autorità su intero territorio.

Questa richiesta appare ispirata a posizione analoga a quella sovietica e dimostra intenzione allinearsi con Paesi africani estremisti.

In conversazione stamane collega jugoslavo oltre convocazione Consiglio mi ha anche chiesto essere autorizzato prendere la parola.

Gli ho rilevato che riunione Consiglio era già stata richiesta da Segretario Generale fin da ieri. Malgrado tale precedenza ho dichiarato a jugoslavo che avrei tenuto presente sua formale richiesta il che d’altra parte non potrei non fare in base alla Carta e alle regole procedurali. Mi sono allora accordato con Segretario Generale per includere richiesta stessa ordine del giorno riunione già prevista a seguito richieste Segretario Generale. Vidić se ne è dichiarato personalmente soddisfatto ed ha telegrafato suo Governo in tal senso.

2) Hammarskjoeld ha indirizzato a Rappresentanza permanente Belgio nota lettera in cui rileva notizia arrivo Elisabethville a mezzo aereo Sabena carica armi belghe per circa nove tonnellate. Egli chiede confermargli se Governo belga ha inviato o autorizzato tale spedizione. In caso questo risultasse esatto Segretario Generale presenta seria formale protesta essendo detta consegna contraria lettera e spirito due risoluzioni Consiglio Sicurezza del 22 luglio decisione che è obbligatoria ai sensi art. 25 e 49 Statuto.

3) È pervenuto a Segretario Generale telegramma Lumumba in cui questi chiede che prossima riunione Consiglio tengasi Leopoldville affinché esso possa rendersi conto su posto situazione esistente in Congo a seguito «ingerenza autorità N.U. nei problemi interni Paese».

Questi vari sviluppi uniti a informazioni confuse che pervengono da Congo su risultato votazione Senato e su nuova richiesta Lumumba ritiro forze N.U. vanno appesantendo atmosfera qui in previsione prossimo dibattito che dovrebbe aversi sabato mattina o pomeriggio [il 10]. Si tratterà di una riunione che stesso Segretario Generale giudica cruciale: infatti sviluppi interni Congo, pericoli ormai evidenti di nuovi interventi stranieri a favore dell’una o dell’altra parte e posizione perdurante di opposizione tra Lumumba e N.U. contribuiscono in realtà a creare notevole tensione (risultami ad esempio che colloquio tra jugoslavo e Hammarskjoeld è stato vivacissimo).

Altro elemento su cui attiro particolare attenzione V.E. è pericolo che Belgio diventi di nuovo capro espiatorio situazione. Seguenti elementi sembrano contribuirvi:

a)- riferimento implicito ad intervento belga in lettera jugoslava; b)- ripetute proteste Hammarskjoeld a Bruxelles in questi giorni;

c) necessità in cui africani moderati potranno trovarsi di offrire una qualche compensazione a piestremisti che consenta loro pifacilmente rinnovare appoggio a Segretario Generale e N.U. È pur vero che analoghe accuse intervento possono molto facilmente essere dirette anche contro URSS e che SUA ne hanno già fatto stato pubblicamente: ma mi sembra che almeno per cautela convenga prevedere che in definitiva tunisino che di nuovo dovrà prendere iniziativa progetto risoluzione presenti un testo che mentre potrà anche rivolgere esortazioni generiche di non interferenza contenga specifici riferimenti e ingiunzioni a Belgio come maggiore responsabile individuato. Cerchiamo naturalmente di evitare nuova situazione imbarazzante e far perno su quello che dovrebbe essere ora un diverso atteggiamento americano. Non mi sarà comunque possibile fornire indicazioni precise al riguardo finché gruppo africano che si riunirà oggi e domani non si sarà espresso e tunisino non avrà deciso in conseguenza.

Ritelegrafer

Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

320

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, STRANEO, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. precedenza assoluta 19728/200. Roma, 10 settembre 1960, ore 21,35.

Secondo informazioni da nostra Ambasciata Londra Foreign Office ha istruito sua Delegazione New York appoggiare Segretario Generale ONU e provvedimenti da lui presi per chiusura radio e aeroporti in Congo.

Foreign Office pensa debbasi lasciare Segretario Generale decisione disarmare truppe Lumumba se necessario.

Delegato inglese invitato contattare Hammarskjoeld prima ripresa sessione Consiglio Sicurezza e fargli presente:

1) convenienza tener conto opportunità non alienarsi simpatie di quella parte forze armate congolesi disposte cooperare per impedire peggioramento situazione;

2) valutare atteggiamento e reazioni Paesi africani del resto favorevoli in maggioranza ad affiancare ONU;

3) opportunità Consiglio Sicurezza giunga a riconoscere che da «entrambe le parti» si sono avuti interventi in Congo;

4) desiderio inglese evitare nuove critiche al Belgio o quanto meno far sì che esse siano espresse molto genericamente.

Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza.

321

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALLE AMBASCIATE A WASHINGTON, LONDRA E PARIGI E ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 19769/c2. Roma, 11 settembre 1960, ore 23,50.

Solo per New York: Telegrafato a Londra, Parigi, Washington quanto segue:

Per tutti: La questione se opporsi all’iscrizione del problema Alto Adige all’ordine del giorno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stata ulteriormente considerata dal Governo italiano in base agli ultimi elementi di giudizio raccolti.

Tali elementi hanno posto in luce il fatto che molti Governi, i quali approvano in linea di massima le tesi italiane sul problema, ritengono permalagevole far valere tali tesi in una discussione che riguardi l’iscrizione e ritengono per lo meno incerto il risultato di una eventuale votazione pro o contro l’iscrizione stessa.

Il Governo italiano rimane della convinzione che la questione altoatesina puessere risolta e dovrebbe essere trattata soltanto in sede giuridica e che per la trattazione di essa l’Assemblea Generale non è la sede né opportuna né idonea. D’altra parte la realtà della situazione è tale che il Governo italiano ha interesse che essa sia riconosciuta da tutti, sopratutto dopo il travisamento fattone dalla propaganda austriaca.

In base a tali considerazioni (ed in particolare tenendo conto della opinione amichevolmente espressa da codesto Governo(3), cui da parte italiana si attribuisce molto valore) il Governo italiano ha deciso che, pur facendo ogni riserva sulla sede competente e la procedura opportuna, esso è disposto a non provocare una votazione sull’iscrizione della questione altoatesina all’ordine del giorno.

Il Governo italiano tiene ad informare subito di cicodesto Governo, e pensa che esso vorrà concordare sull’opportunità che, pur evitandosi una votazione sull’iscrizione, già in sede di esame dell’ordine del giorno vengano espresse da parte della sua delegazione delle critiche dirette contro la procedura che l’Austria ha scelto.

Nel prendere la decisione sopra menzionata, nonostante gli argomenti numerosi e validi che potevano opporsi all’iscrizione, il Governo italiano mostra ancora una volta uno spirito di larga e costruttiva collaborazione in favore di una pacifica collaborazione fra Stati. Esso è sicuro che una tale decisione impegnerà ancora di picodesto Governo ad appoggiare decisamente la posizione italiana sulla giuridicità della questione, affinché si giunga alla definitiva chiusura della trattazione in sede assembleare della questione, e si eviti contemporaneamente che la questione stessa possa in futuro nuovamente ripresentarsi in quella sede.

Per raggiungere tale scopo sarà particolarmente indicata la stretta collaborazione già prospettata fra la delegazione di codesto paese e la delegazione italiana.

Tale collaborazione deve in primo luogo manifestarsi sulla formulazione del punto da iscriversi all’ordine del giorno. La proposta austriaca suona «minoranza austriaca in Italia», mentre l’Accordo De Gasperi-Gruber parla di «abitanti di lingua tedesca della attuale provincia di Bolzano». Ove rimanesse la formulazione austriaca che si distacca completamente dall’Accordo saremmo costretti ad opporci all’iscrizione. Per deferenza verso le Nazioni Unite siamo invece disposti ad accettare la formula «attuazione dell’Accordo De Gasperi-Gruber» o analoga, sempre riservando naturalmente il nostro atteggiamento sul merito della questione.

Esclusivamente per New York da non trasmettere agli altri: Tutto cipremesso,

V.E. continui ad esperire accurate indagini presso le altre delegazioni al fine di vedere se non sarebbe, malgrado tutto, possibile, anche all’ultimo momento, trovare una maggioranza contraria all’iscrizione stessa della questione(4).


1 Telegrammi segreti 1960, Circolari partenza. 2 Telegrammi di contenuto analogo furono inviati ad Ambasciate e Legazioni in data 13 settembre

(T. 19811/c. e T. 19830/c. in Telegrammi ordinari 1960, Circolari partenza, vol. IV).


3 Per la posizione del Governo americano si veda D. 316, nota 2. Il Governo francese manifestil suo appoggio all’Italia nell’eventualità di una sua opposizione all’iscrizione all’ordine del giorno della questione altoatesina in Assemblea, come riportato dall’Ambasciatore Vitetti con T. segreto 31555/1092 del 1° settembre (Telegrammi segreti 1960, Francia, arrivo e partenza). Il Governo britannico si mostrpicauto ma comunque aperto alle istanze italiane, tanto da attendere le decisioni italiane prima di prendere una posizione, come risulta dal T. segreto 32462/316 del 7 settembre inviato dall’Ambasciatore Zoppi al Ministero (Telegrammi segreti 1960, arrivo e partenza, vol. El Salvador-Haiti).


4 Per la risposta da New York vedi D. 324. Con T. segreto 33421/330 del 13 settembre, Zoppi aveva comunicato da Londra al Ministero l’appoggio britannico (Telegrammi segreti 1960, El Salvador-Haiti, arrivo e partenza); da Parigi, con T. segreto 33244/1122 del 12 settembre, Malfatti confermava l’appoggio francese (Telegrammi segreti 1960, Francia, arrivo e partenza).

322

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 33081/411. New York, 11 settembre 1960, ore 7,45 (perv. ore 8).

Oggetto: Riunione Consiglio Sicurezza: situazione Congo.

Mio 406(2).

Sensazione che avvenimenti politica interna Congo stavano volgendo in senso nuovo ha influenzato sviluppi connessi riunione odierna Consiglio Sicurezza.

Stamane era pervenuta richiesta «Governo centrale» Congo che riunione venisse rinviata in attesa arrivo a New York suo Rappresentante. Per quanto questa comunicazione sollevasse perplessità da punto vista costituzionale circa quale fosse da considerarsi legittimo Governo Congo, pure Consiglio si è orientato senso aggiornamento riunione.

Mentre si svolgeva discussione su questo punto e vari Rappresentanti cominciavano esporre loro riserve costituzionali sono pervenute e portate conoscenza Consiglio due comunicazioni con cui Consiglio veniva ufficialmente informato da Kasavubu istituzione nuovo Governo concentrazione nazionale capeggiato da Iléo e offerta tale Governo collaborare pienamente con N.U. anche per quanto riguarda controllo aeroporti e radio.

Tutti questi sviluppi sono apparsi prendere di sorpresa Rappresentante URSS che mentre appariva pronto inizialmente a forti dichiarazioni favorevoli Lumumba è sembrato assumere atteggiamento picauto. In contatto con delegati occidentali e Hammarskjoeld si è quindi convenuto che soluzione migliore appariva assecondare Rappresentante tunisino in una richiesta aggiornamento fino lunedì pomeriggio [il 12] onde consentire possibile decantazione situazione, restando inteso che nel frattempo situazione relativa operazioni N.U. in Congo sarebbe rimasta invariata.

Data perdurante gravità situazione locale tunisino e occidentali mi hanno pregato data mia qualità Presidente concludere dibattito odierno con solenne appello per richiamare Stati membri su assoluta necessità evitare nel frattempo ogni azione che potesse aggravare situazione al che ho ritenuto doveroso ed opportuno aderire. A mia dichiarazione in tale senso Kuznecov e Delegato polacco limitatisi aggiungere riserva che rinvio non avesse a comportare accrescimento poteri Segretario Generale né approvazione sia pure temporanea proposte contenute in suo rapporto.

In contatti prima di lunedì cercheremo definire con tunisino progetto risoluzione accettabile. Egli pare, soprattutto dati ultimi sviluppi Congo, orientato verso appoggio molto forte a Segretario Generale pur non nascondendosi difficoltà che in risoluzione includansi riferimenti a estensione suoi poteri.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II.


2 Con T. 32928/406 del 10 settembre, Ortona riferiva del dibattito avvenuto in quella data in Consiglio di Sicurezza, con interventi di Hammarskjoeld e dei Rappresentanti jugoslavo e tunisino. Il dibattito era stato preceduto da una discussione sulla richiesta di Lumumba, fatta propria dal Rappresentante sovietico, di tenere la riunione del Consiglio a Leopoldville. Ortona riferiva altresì che, in qualità di Presidente, si era adoperato per evitare asperità nella discussione, terminata in ogni caso con il respingimento della proposta sovietica (ibidem).

323

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 33127/412. New York, 12 settembre 1960, ore 1,15 (perv. ore 9,40).

Oggetto: Situazione Congo – Consiglio Sicurezza.

Mio 411(2).

Segretario Generale ha ricevuto oggi due comunicazioni. Una da Lumumba che ringrazia aggiornamento seduta ieri che egli interpreta in adesione a sua richiesta e preannuncia arrivo sua Delegazione domani. Tale comunicazione è inviata anche a Presidente Consiglio Sicurezza.

Altra comunicazione pervenuta a «Consiglio» è a firma Kasavubu che avverte che sola delegazione che Consiglio stesso puriconoscere è quella che egli ha designato e che sarà capeggiata da Ministro Bomboko.

Tali comunicazioni riportano in primo piano problema costituzionale e questione Rappresentante Governo legittimo Congo presso Consiglio. Orientamenti finora emersi in delegazioni che ho dovuto consultare e cianche in qualità Presidente per orientare discussione domani, sono o di non ascoltare alcuna delle due delegazioni o di ascoltarle ambedue senza pregiudizio soluzione problema legittimità dell’una o dell’altra. È da ritenersi che tale questione occuperà a lungo Consiglio domani prima che esso possa affrontare discussione di fondo o, e mi pare intanto che in attuali circostanze, quali descritte anche in quarto rapporto Segretario Generale, convenga appoggiare se del caso sua interpretazione problema costituzionale.

Occorrerà anche che in inizio seduta io faccia come Presidente precisazione secondo cui aggiornamento ieri non è stato deciso in adesione richiesta Lumumba ma indipendentemente da essa, come tecnicamente è avvenuto.

Quanto a progetto risoluzione, Slim comunicatomi che a tutta stasera non era stato ancora in grado elaborare alcun testo.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II. 2 Vedi D. 322.

324

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgentissimo 33275/4142. New York, 12 settembre 1960, ore 24 (perv. ore 6,20 del 13).

Oggetto: Alto Adige.

Suo 19769/c.3.

Stamani approfittando riunione tra occidentali nel mio ufficio per Congo ho fatto presente miei tre colleghi americano, inglese e francese che pensiero Governo italiano su posizione da assumere circa Alto Adige si era maturato in ultimo Consiglio Ministri in modo che mi consentiva esporre loro quanto segue:

1.- Governo italiano aveva seriamente valutato suggerimenti e consigli pervenutigli da loro tre Governi; 2.- Questo non poteva peraltro ancora non obiettare a formulazione in agenda fatta da austriaci, formulazione che se fosse rimasta avrebbe significato una presentazione del problema tale da far giocare noto art. 2 paragrafo 7. Se tale formulazione fosse rimasta quindi delegazione italiana si sarebbe trovata in necessità non tener conto suggerimenti di non opporsi a iscrizione fatti da suoi alleati mentre essa avrebbe potuto considerare diversa formulazione che prevedesse riferimento ad accordo De Gasperi-Gruber ed eliminazione o sostituzione parola «austriaca». 3.- Governo italiano sperava inoltre in netta presa posizione a favore tesi italiana da parte suoi alleati già in interventi nel corso riunione Comitato Generale. 4. -Se si fosse ottenuto cambiamento formulazione item e confidando anche in dichiarazioni a suo favore in Comitato Generale, Governo italiano avrebbe raccolto suggerimenti alleati a non opporsi a iscrizione.

Miei interlocutori e particolarmente americano hanno palesemente mostrato apprezzare posizione loro delineata e mi hanno espresso fiducia che non sarebbe stato difficile addivenire a cambiamento formulazione.

Ho detto loro che era tutt’altro che sicuro che cosa si presentasse così facile dato che dizione proposta da Vienna aveva una seria implicazione e finalità politiche. Occorreva quindi agire prevedendo di non poter facilmente ottenere adesione austriaca ed esaminare metodo migliore per richiederlo. Mi sono naturalmente riferito ad eventualità di una proposta formale in sede di Comitato Generale, dichiarando a miei colleghi che non avrei certo mancato sollecitare interventi ai fini da noi desiderati anche da parte altri paesi: ho rilevato che peraltro una proposta proveniente da uno di loro appoggiata avrebbe certamente avuto qualche utile effetto persuasivo in tale sede.

Americano mi ha allora detto che si sarebbe potuto tentare di arrivare a cambiamento della formulazione d’accordo con austriaci stessi. Gli ho subito risposto che questo Governo italiano non avrebbe né potuto né voluto mai fare. Ai miei reiterati dubbi egli mi ha detto che secondo i contatti avuti in passato con Vienna da parte rappresentanti americani poteva sperare che da parte americana stessa si fosse in grado esercitare utile opera convincimento. Wadsworth mi ha perchiesto di fargli conoscere esattamente formulazione che desidereremmo. Ho pregato sia lui che Dean (che settimana scorsa è succeduto a Dixon) e Bérard di non fare ancora alcun cenno ad austriaco di tale mia comunicazione e reazione datami, desiderando io previamente conoscere se mio Governo sarebbe d’accordo a che uno di loro e nel caso concreto Governo americano svolgesse azione nei confronti di Vienna come proposto.

Quanto a formulazione item ho in via preliminare tentativa [sic] accennato che essa potrebbe essere «attuazione accordo tra Governi austriaco ed italiano del 5 settembre 1946 relativo ad Alto Adige». Mi sono riservato a far avere a Wadsworth desideri definitivi da parte italiana nel caso si accedesse all’idea di un contatto con austriaci. Naturalmente ritengo opportuno aggiungere a codesto Ministero che formulazione di cui sopra mi sembra quella estrema in nostro favore e tale da suscitare certo serie obiezioni austriache. Si potrebbero forse presentare agli americani altre alternative su cui ripiegare, ad esempio, «situazione minoranza lingua tedesca in Italia in relazione accordo italo-austriaco del 5 settembre ‘46», se proprio inevitabile, un’altra pigenerica quale «situazione ecc. come sopra in relazione ad accordi internazionali esistenti» (il che costituisce riferimento a strumenti diplomatici che prevedono tutti immutabilità frontiera Alto Adige).

Sarei grato urgentissima risposta dipendendo da essa inizio necessari tentativi nostri con altre delegazioni per indurle a proposte e appoggiare azione formale in Comitato Generale nel caso che non si ritenesse opportuno autorizzare tentativo americano, potendo esso se sviluppato rivelarsi a carattere conciliativo(4).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Il telegramma reca in aggiunta la priorità: «precedenza assoluta». 3 Vedi D. 321. 4 Per la risposta vedi D. 325.

325

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, AL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA(1)

T. precedenza assoluta 19907/206. Roma, 13 settembre 1960, ore 22,15.

Il presente telegramma fa riferimento al n. 414 di V.E.2.

Approvo suo linguaggio. È preferibile *che formula non venga concordata previamente da americani*3 con austriaci; sarebbe infatti meglio che formula sia raggiunta a seguito di accordi con nostri principali amici e portata poi al Comitato Generale.

Attuale formula proposta da austriaci non è (dico non) accettabile poiché tende a superare gli accordi esistenti e a porli in dubbio, sia pure indirettamente, mirando quindi alla loro revisione il che non è nell’interesse di nessuno dei Membri delle Nazioni Unite. Inoltre, formula stessa, è in stridente contraddizione con quanto gli austriaci hanno sostenuto nelle conversazioni bilaterali con noi e solennemente riaffermato nella pirecente conferenza stampa del Ministro degli Esteri austriaco a Vienna: cioè che oggetto della controversia è la concessione dell’autonomia alla Provincia di Bolzano. Il che costituisce una questione di applicazione dell’accordo esistente. È chiaro che non ci conviene in nessuna maniera di uscire dal terreno che gli stessi austriaci hanno nettamente delimitato.

Formula che noi chiediamo agli Alleati di far prevalere anche senza il consenso austriaco è pertanto la seguente: «Attuazione dell’accordo fra Italia e Austria del 5 settembre 1946»(4).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza. 2 Vedi D. 324. 3 Il testo tra asterischi è stato evidenziato nel telegramma con l’uso della maiuscola. 4 Per la risposta vedi D. 334.

326

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgentissimo 33549/4202. New York, 13 settembre 1960, ore 24 (perv. ore 11,40 del 14).

Oggetto: Situazione Consiglio Sicurezza per Congo.

1) A richiesta americana ho riunito colleghi americano, francese e inglese per esaminare con loro linea da seguire in prossima riunione Consiglio Sicurezza per Congo.

2) Americani hanno sottoposto per parlarne poi a tunisino bozza risoluzione che trasmetto a parte ritenendo ormai che Paesi occidentali debbano prendere parte piattiva a formulazione decisioni Consiglio. Bozza esprime appoggio azione N.U. in Congo e particolarmente Segretario Generale e si svolge pio meno lungo linee del quarto rapporto da lui presentato.

In riunione odierna abbiamo detto ad americani che avremmo subito riferito testo ai nostri Governi. In scambio opinioni a titolo personale francesi confermato loro Governo non (dico non) sarebbe in grado di approvare e quindi essi dovrebbero astenersi tale testo per implicazioni relative creazione fondo N.U. per Congo, sia per elevatezza somma richiesta e sia per pericolo costituiscasi esempio invitante per altri Paesi africani. Abbiamo esaminato varie formule per aggirare tali difficoltà. Sul resto della bozza inglesi dichiaratisi poi a favore con qualche variante, principale delle quali sarebbe eliminazione riferimento a questione chiusura radio ed aeroporti Congo. Da parte nostra abbiamo osservato che testo serviva certo per cercare chiarire impostazione tra occidentali ma era lecito dubitare esso potesse venire approvato; sembrava problematico tunisini, senza cui appoggio poteva darsi come certo veto sovietico, potessero considerare tutti i punti contenuti nel progetto: perché anzi nell’attuale situazione e con incrinature che vanno accentuandosi in unità tra africani, non era da escludere veto sovietico in ogni caso.

3) Circa data riunione Consiglio americani insistito perché essa venisse rinviata a domani sera non intendendo avviarsi a nuova discussione prima che si potessero concretare idee intorno loro progetto risoluzione. D’altra parte dopo richiesta sovietica di riunirci iersera oggi Zorin mi ha di nuovo, nella mia qualità di Presidente del Consiglio, sollecitato ripetutamente per iscritto e per telefono una riunione questo pomeriggio o stasera; tale richiesta è stata appoggiata da Rappresentante jugoslavo; dopo approfondite consultazioni con altri colleghi Consiglio e Segretario Generale non è stato possibile non dilazionare riunione oltre domani mattina ore undici. Americani per orientare sin da principio dibattito si proporrebbero presentare loro bozza risoluzione anche domattina se reazioni Delegato tunisino lo consiglieranno.

4) Circa dibattito ponesi ancora problema partecipazione dei due Rappresentanti congolesi. Idea rinvio a piccolo comitato, come ieri immaginato da Slim è stata da questi lasciata cadere e del resto non piaceva a noi occidentali. Americani sarebbero inclini ad ammettere entrambi Rappresentanti chiarendo perche Bomboko inviato Kasavubu è legittimo Rappresentante Congo mentre Kanza, inviato Lumumba, è un privato ascoltato ai sensi art. 39 Regolamento procedura. Inglesi su questa distinzione sembrano piflessibili. Wadsworth ha perpoi avuto colloquio con Kanza che avrebbe detto ritenere esser meglio non ammettere alcuno dei due ed ignorare per ora problema (come del resto avevano fatto stamane Paesi africani in riunione loro gruppo qui) e che si proponeva chiedere appunto a Zorin non sollevare questione.

Di questa stessa idea sono anche Hammarskjoeld, tunisini, Slim. Sicché anche per spinta inglese ci si starebbe orientando verso non sollevare da parte occidentale problema, salvo che russi non prendano iniziativa pretendere che Kanza solo venga sentito nel qual caso si contrapporrebbe proposta ammettere entrambi. In tal caso per ovviare complicazioni procedurali dovrebbe cercarsi evitare richiedere decisione e formulare netta precisazione che distingua tra i due Rappresentanti: americani si limiterebbero sottolineare a titolo proprio loro interpretazione.

5) Rappresentante tunisino consultato da americani dichiarato avrebbe potuto votare in favore progetto risoluzione se si fossero apportate modifiche in sua formulazione, tali da evitare per quanto possibile veto sovietico. Slim ha tra l’altro insistito per introdurre idea costituzione comitato buoni uffici in Congo per superare crisi attuale. Pur escludendo quest’ultima idea americani hanno autorizzato Slim agire in collaborazione con Rappresentante Ceylon per emendare eventualmente testo senza alterarne sostanza, restando inteso che in questo caso Tunisia e Ceylon lo sottoscriverebbero.

Ove a tale formulazione non potesse giungersi, americani terrebbero probabilmente ferma formulazione attuale con mutamenti già suggeriti in riunione tra occidentali e ciquanto meno allo scopo contrapporla ad eventuale risoluzione sovietica. Qualora ambedue testi venissero a cadere in votazione, potrebbe restare aperta possibilità nuovo testo compromesso da parte tunisina.

6) Punti sui quali in base quanto precede occorre stabilire orientamento italiano per dibattito domani sono i seguenti:

A) Opinione su bozza americana. Preciso che americani pur apprezzandola non richiedono presentazione comune ma appoggio a loro testo. Non avendo noi riserve simili quelle francesi […]3 da loro impostazione critica generale nei riguardi ONU) e corrispondendo linee progetto ad azione rafforzamento ONU che noi auspichiamo riterrei conveniente far conoscere ad americani che loro progetto incorpora idee ed elementi su cui siamo consenzienti: ovviamente occorrerà manovrare tatticamente per ottenere consenso Consiglio su concreta azione ed evitare anche che a causa atteggiamento francesi si verifichino divisioni nel voto che questa volta sarebbero relative al problema finanziario e che difficilmente sarebbero comprese da opinioni pubbliche occidentali.

B) Come pronunciarci di fronte questione due Rappresentanti congolesi sulla quale mentre, come sopra detto, americani potranno quanto meno fare interventi precisanti loro netta posizione, inglesi sembrano almeno per ora su linee piprudenti e flessibili.

Su ambedue punti predetti sarei grato urgentissime istruzioni, in mancanza delle quali mi terrei in linea generale vicino a posizione inglese(4).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Il telegramma reca in aggiunta la priorità: «precedenza assoluta». 3 Gruppo mancante.


4 Con T. segreto 33701/423 del 15 settembre, Ortona comunicava che il Consiglio di Sicurezza aveva respinto (con voti favorevoli di URSS, Polonia e Ceylon e l’astensione di tutti gli altri membri) una proposta sovietico-polacca di far partecipare un Rappresentante di Lumumba. Altresì, comunicava che precedentemente gli Stati Uniti avevano ricevuto dal Rappresentante di Kasavubu la richiesta di non insistere nella proposta di ammettere entrambe le Delegazioni congolesi e, dunque, una volta respinta la proposta sovietica, non erano state prese iniziative al riguardo e il dibattito, per il momento si sarebbe svolto senza Rappresentanti congolesi (sopra, nota 1).

327

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 33483/987. Washington, 14 settembre 1960, ore 2,50 (perv. ore 3).

Oggetto: Assemblea ONU.

Mio 982(2).

In colloquio odierno Herter mi ha detto che anche Castro verrà ad ingrossare la lista dei non desiderabili partecipanti all’Assemblea ONU aggiungendo ai problemi già gravi di sicurezza nuovi elementi preoccupazione per tutori ordine pubblico città di New York.

Herter non aveva elementi su propositi Kruscev. Si potevano fare solo delle congetture e tra queste quella voler perseverare in suoi attacchi contro USA e influenzare opinione Paesi afro-asiatici.

Discorso si è spostato su Congo e sua situazione estrema confusione. Herter era favorevole riunione Consiglio Sicurezza ma non si illudeva su possibilità che situazione a Leopoldville si chiarisse rapidamente. Riconosceva quindi inevitabile che Consiglio affrontasse di nuovo ben presto questione.

Intanto annunci venuta Tito, Nasser e Castro stanno qui determinando reazioni ambienti americani notoriamente ostili per diverse ragioni a predetti Capi di Stato.


1 Telegrammi segreti 1960, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. II.


2 T. segreto 33261/982 del 13 settembre: colloquio con Davis sul viaggio di Tito a New York e sui propositi di Chruščëv (ibidem).

328

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO, ALESSANDRINI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 33679/246. Parigi, 14 settembre 1960, ore 23,35 (perv. ore 1 del 15).

Oggetto: Riarmo tedesco.

Il Rappresentante della Repubblica Federale ha ricapitolato stamane in Consiglio gli ultimi avvenimenti che, come le recenti misure restrittive di Pankow a Berlino, possono essere considerati sintomi anticipatori di un attacco in sede di Assemblea ONU contro la Germania e contro il Cancelliere Adenauer da parte di Krusciov o di qualcuno dei satelliti (probabilmente Gomulka).

In tal caso, ha detto von Walther, si concreterebbe un vero e proprio attacco alla politica atlantica prendendo di mira, come falso scopo, un paese che non è membro dell’ONU e quindi non pulevare la sua voce per difendersi.

La appartenenza della Germania alla NATO, ha continuato von Walther e la sua politica di riarmo riguardano la politica di difesa di tutto l’Occidente Atlantico. Perci nel caso di un attacco sovietico nelle linee di cui sopra, il Governo Federale propone che uno dei Ministri alleati, in risposta a Krusciov od a chi per lui, trovi modo di inserire nel suo discorso, parlando a nome di tutti gli alleati NATO, una dichiarazione del seguente tenore: «For months, communist propaganda has been directing calumnious attacks against the Federal Republic of Germany, alleging that the Federal Government is pursuing a policy of militarism and revenge-seeking.

The Allies of the Federal Republic of Germany united in NATO state hereto:

1) By its declaration of 3 October 1954, the Federal Republic of Germany has assumed the obligations contained in article 2 of the United Nation Charter to settle its international disputes by peaceful means in accordance with the principles laid down in the Charter of the United Nations and to refrain in its international relations from the threat or use of force.

2) In addition, the Federal Republic of Germany has declared on 3 October 1954 that it would refrain from any measures incompatible with the defensive character of the North Atlantic Treaty.

3) Furthermore, the Federal Republic of Germany, in its declaration of 3 October 1954 has pledged itself never to attempt to carry through the reunification of Germany, or to effect any change of the present frontiers of the Federal Republic of Germany, by the use of force.

4) The Federal Republic of Germany has repeatedly and solemnly declared that it is prepared to accede to any agreement of universally controlled disarmament.

5) By the revised Brussels Treaty, the Federal Republic of Germany has solemnly undertaken not to manufacture in its territory atomic weapons, chemical and biological weapons as well as number of other weapons and to have the observation of this renunciation controlled by the Armament Control Agency of the Western European Union.

6) The Federal Republic of Germany has built up its armed forces in close coordination with its allies in NATO and exclusively within the framework of NATO. These forces constitute an essential element of the common defense of the Free World and serve exclusively defensive purposes. Their use for a war of aggression is impossible.

In the light of this facts all the powers united in NATO firmly reject the wholy unjustified allegation that the Federal Republic of Germany and its government are pursuing a policy of militarism, of revenge-seeking, and of threats with aggression.

The attacks directed against the Federal Republic of Germany as well as the illegitimate intervention of the Soviet Zonal Authorities in the Berlin traffic are part of a large-scale offensive of the East Block, apparently directed against Berlin and the Federal Republic only, whose true aims, however, [sic] to expand the communist domination to an ever increasing number of territories and states».

Dalla discussione apertasi sul testo proposto dal Governo Federale è apparso che l’attuazione del proposito tedesco comporta la soluzione dei seguenti problemi:

a)- I Paesi Atlantici, per una serie di ragioni, rifuggono in genere dal presentarsi in sede di Nazioni Unite come «blocco» Atlantico, al contrario di altri gruppi di paesi che professano apertamente l’appartenenza ad altri blocchi: «latino-americano, afro-asiatico» eccetera. Se quindi un Ministro Atlantico dovrà pronunciare la dichiarazione suggerita dalla Germania, sarà opportuno trovare una formula che non dia luogo alla possibilità di interpretare le sue parole come una brusca innovazione della condotta Occidentale Atlantica. Ciper non aggiungere un ulteriore problema ai tanti e gravi che si sottoporranno alla attenzione della prossima Assemblea; b) -È necessario che ciascuno degli Alleati Atlantici manifesti la sua approvazione sul testo tedesco, o faccia conoscere in tempo eventuali modifiche redazionali; c)- Occorrerà anche decidere quale dei Ministri Occidentali debba fare la dichiarazione in parola.

Per quanto riguarda il punto a): vi è stato in Consiglio un largo riconoscimento della necessità che un probabile attacco sovietico alla Germania non sia lasciato senza reazioni da parte occidentale per l’assenza del paese direttamente attaccato, essendo innegabile che un tale attacco sarebbe diretto in realtà contro la NATO come tale.

Per quanto riguarda il punto b), lo stesso von Walther si è dichiarato pronto a considerare qualunque modifica redazione corrispondente agli interessi dell’Alleanza.

Per quanto riguarda infine il punto c), il Consiglio ha ritenuto che, una volta messo a punto il testo della dichiarazione, le modalità per pronunciarla possano essere affidate alla sensibilità delle delegazioni alleate a New York.

Avendo il Rappresentante tedesco premesso che il testo della dichiarazione era stato fatto conoscere in via confidenziale ad alcuni Paesi, ho chiesto in Consiglio se qualche collega fosse in grado di indicare eventuali reazioni governative suscettibili di semplificare il compito comune di prendere una decisione sulla richiesta tedesca. Nessuno si è pronunziato e lo stesso Burgess ha detto che la questione va attentamente studiata dai singoli Governi. Egli ha peraggiunto che una soluzione va trovata, essendo impensabile che, se la NATO sarà attaccata attraverso la Germania assente da Nazioni Unite, gli Alleati Atlantici non debbano dare una pronta risposta ai sovietici.

Martedì 20 prossimo il Comitato Politico studierà la formulazione redazionale del testo tedesco, prima che la questione torni al Consiglio di mercoledì 21 per una decisione.

Sargrato per tempestive e istruzioni in proposito(2). Comunicato Ambasciata Parigi e, per corriere, Ambasciata Londra.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana NATO Parigi, arrivo e partenza. 2 Per la risposta vedi D. 332.

329

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 33702/424. New York, 14 settembre 1960, ore 22 (perv. ore 9 del 15).

Oggetto: Alto Adige.

In relazione questione iscrizione in agenda problema Alto Adige sotto nuova formulazione, ho ritenuto opportuno prendere contatto con delegato irlandese, di cui si prevede sempre piprobabile elezione Presidente Assemblea e che quindi avrà anche presidenza Comitato Generale. Ambasciatore Boland mi ha detto che istruzioni che egli aveva avuto ancora pochi giorni fa da Dublino erano state nel senso che delegazione irlandese non avrebbe dovuto opporsi iscrizione in agenda mentre su questione sostanza avrebbe dovuto non votare. (Trattasi di formula alquanto abnorme e raramente seguita che marca in modo ancora pinetto dell’astensione desiderio paese interessato non prendere posizione, e che irlandesi hanno varie volte seguito in altri casi). Tale atteggiamento mi ha detto Boland era determinato da particolare posizione Irlanda a causa esistenza problema Irlanda del Nord. Boland era perancora sotto impressione che noi intendessimo opporci iscrizione secondo ultime notizie ricevute da suo Governo, il che egli mi ha detto egli avrebbe visto con estrema perplessità ritenendo che non avremmo avuto assolutamente successo. Gli ho allora confidenzialmente esposto attuale punto di vista italiano che pone problema pregiudiziale mutamento formulazione item per rendere possibile non opposizione italiana iscrizione. Boland mi è sembrato notevolmente interessato tale nuova impostazione e mi ha senza esitazione dichiarato vedere pifacile e certamente ben giustificabile richiesta italiana in tal senso.

Ho naturalmente valorizzato con Boland nostro mutamento posizione illustrandogli anche problema in tutti suoi aspetti. Boland, pur riservandosi ulteriore comunicazioni, mi ha lasciato intendere avrebbe raccomandato a suo Governo favorirci su tale aspetto questione.

Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

330

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI STRANEO(1)

Appunto. Roma, 14 settembre 1960.

Il Ministro Consigliere d’America, Signor Horsey, ha chiesto di vedermi stamani d’urgenza per comunicarmi quanto già avevamo saputo dall’Ambasciatore Brosio e cioè che il Presidente Eisenhower ha deciso di pronunciare il discorso di apertura americano alle Nazioni Unite in sostituzione del Segretario di Stato Herter.

Il Ministro Horsey – che leggeva un dispaccio ricevuto dal Dipartimento di Stato

– ha aggiunto che nonostante la decisione di Eisenhower restava fermo il punto di vista del Dipartimento americano nel senso che una partecipazione di primi Ministri o Capi di Stato occidentali all’Assemblea delle Nazioni Unite sembra sconsigliabile. Essa costituirebbe un successo della iniziativa di Krusciov. Eisenhower infatti si propone di pronunciare il suo discorso e poi partire immediatamente per Washington senza avere alcun contatto con Krusciov.

Ho preso atto delle dichiarazioni del Ministro Horsey ed ho osservato che tuttavia la presenza di Capi di Stato di Paesi neutrali quali Tito, Nasser, Sukarno o fors’anche Nehru, poteva già essere sfruttata da Krusciov come un atto di omaggio a lui diretto, mentre ciegli non avrebbe potuto certamente sostenere nei riguardi di Capi di Governo occidentali.

Comunque – gli ho detto – oggi come oggi non vi era alcun mutamento nel programma italiano. Alla seduta di apertura dell’Assemblea avrebbe assistito il Capo della Delegazione, Ministro Martino. Il Ministro degli Esteri Segni sarà a New York il 25 settembre. Ho aggiunto che se vi fossero dei cambiamenti glielo avrei fatto sapere.

DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 35, fasc. Italia-ONU, I semestre 1960.

331

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 33892/434. New York, 15 settembre 1960, ore 24 (perv. ore 9 del 16).

Oggetto: Questione Alto Adige.

Oggi è venuto vedermi in sala Consiglio Sicurezza Ambasciatore Matsch per dirmi aver rilevato che vari giornali «ad esempio Neue Zürcher Zeitung e anche stessa stampa italiana» avevano riportato ultime decisioni Consiglio Ministri italiano non opporsi iscrizione agenda problema Alto Adige. Di ciegli mi sarebbe stato grato avere conferma. Gli ho subito nettamente risposto che pubblicazioni tale stampa non erano esatte. Gli ho fatto presente che in Italia non si era affatto alieni ad opporsi iscrizione data impostazione austriaca ricorso e reazioni che essa aveva originato.

Ho aggiunto che, per evitare che da parte nostra si muovesse opposizione formale, occorreva che fosse mutata formulazione item attraverso adeguato riferimento a strumenti internazionali in vigore su problema. Non gli ho detto come tale mutamento avremmo cercato far prevalere, lasciandolo all’oscuro su nostre intenzioni tattiche. Ho ritenuto non convenisse nascondere a Matsch tale nostra impostazione perché egli ne sarebbe venuto certo a conoscenza, avendo noi dovuto iniziare, dati pochissimi giorni che ci separano da dibattito, azione avvicinamento delegazioni in Comitato Generale ed essendo piche certo che qualcuna di esse se non stesso Segretariato gliene avrebbe dato notizia tra oggi e domani. Mi è sembrato anche utile che Matsch avesse da mie parole sensazione che nostro non era un cedimento ma invece soltanto prima fase di una battaglia in cui andremo pia fondo per rimuovere problema da ambito ONU: questo è stato infatti linguaggio che ho tenuto con lui oggi. Da parte sua egli mi ha ripetuto come sempre sue preoccupazioni e disapprovazione suo Governo spiegandomi anzi, chissà con quale veridicità, avere egli deciso non tenere nota conferenza stampa (vedi mio 390)(2) non sentendosela di illustrare problema (sic) e preferendo lasciare onere a suo Ministro Esteri.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Con T. segreto urgente 32389/390 del 6 settembre, Ortona chiedeva conferma delle notizie relative ad un intervento di Kreisky alle Nazione Unite e alla contestuale diffusione di un memorandum austriaco (ibidem).

332

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALLE AMBASCIATE A LONDRA, BONN E WASHINGTON, E ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO(1)

T. segreto 20161/c. Roma, 16 settembre 1960, ore 16.

Solo per Londra, Bonn, Washington: Nella prevedibile eventualità di violenti attacchi blocco sovietico contro Germania durante Assemblea Nazioni Unite, Rappresentante tedesco Consiglio Atlantico ha chiesto che uno dei Ministri alleati, a nome di tutti Paesi NATO, faccia dichiarazione di risposta cui testo da lui presentato viene inviato per corriere.

A nostro Rappresentante permanente, in vista discussione Consiglio che avrà luogo mercoledì 21, sono state inviate seguenti istruzioni.

Solo per Italnato: Suo 2462.

Per tutti: Circa richiesta tedesca nostro atteggiamento pucosì riassumersi:

1) Non (dico non) ci sembra opportuno che venga fatta dichiarazione comune NATO in sede ONU sia per non distaccarsi da prassi seguita finora sia per non contribuire ad esacerbare ulteriormente situazione psicologica già difficile nella quale apresi Assemblea.

2) Pensiamo, nella eventualità che attacchi blocco orientale contro Germania siano tali da non poter essere lasciati senza risposta, che piqualificato per rispondere a tali attacchi sia il Rappresentante di uno dei tre Paesi NATO che hanno particolari responsabilità nei confronti dei problemi tedeschi. Esso potrebbe sottolineare anche che sua dichiarazione viene fatta previa consultazione con suoi colleghi degli altri Paesi alleati.

3) In relazione a quanto precede ed allo scopo altresì di rendere dichiarazione circa Germania quanto pipossibile efficace, riteniamo opportuno che essa venga limitata ai punti da 1 a 6 incluso del testo proposto, punti che concernono dati di fatto incontrovertibili e non già valutazioni polemiche.

4) Potrebbe anche essere che procedura alternativa consista in una dichiarazione pubblica da parte del Consiglio permanente in Parigi cui uno dei tre suddetti Paesi NATO potrebbe riferirsi nel corso Assemblea ONU. Sarebbe preferibile questa alternativa(3).

Solo per Italnato: Pregasi comunicare quanto sopra ad Ambasciata.


1 Telegrammi segreti 1960, Circolari partenza.


2 Vedi D. 328. 3 Per la risposta vedi D. 346.

333

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 33889/431. New York, 16 settembre 1960, ore 8 (perv. stessa ora).

Oggetto: Riunione Consiglio Sicurezza su questione Congo.

Mio 429(2).

In seduta stamane [il 15] hanno preso parola argentino ed americano ambedue sostenendo nettamente Segretario Generale e Nazioni Unite e rilevando necessità costituzione fondo finanziario e nuovamente chiedendo stretta osservanza risoluzione per quanto concerne interferenza in affari Congo.

Seduta oggi pomeriggio registrato dichiarazioni equatoriano francese inglese e nuovamente russo. Dichiarazioni primi tre non presentano motivi particolare attenzione se non quella francese per perplessità espressa circa costituzione fondo e quella inglese per vigorosa ben centrata ed efficace polemica con sovietico. Quest’ultimo a sua volta ha nuovamente svolto violento attacco contro Stati Uniti criticandone risoluzione di cui mio 428(2) in quanto tra l’altro trascura del tutto consultazione con Governo congolese in relazione utilizzo fondo e non fa riferimento integrità territoriale Congo. Egli ha a sua volta presentato risoluzione che censura Segretario Generale e comando ONU in Congo per mancata applicazione risoluzioni Consiglio Sicurezza. Per quanto si riferisce assistenza finanziaria auspica contributi individuali Stati membri da versarsi direttamente a Governo congolese.

Delegato Ceylon che era iscrittosi a parlare oggi mi ha pregato rinviarlo domani avendo egli sollecitato nuove istruzioni da parte suo Governo per essere in grado presentare insieme tunisino testo risoluzione che possa essere se non accettabile a tutti per lo meno non soggetto veto. Risultami d’altra parte che in gruppo africano si è ripresa iniziativa discutere possibilità elaborare elementi da utilizzare in progetto risoluzione di compromesso del genere.

Africani sembrano in particolare preoccupati che, attraverso veto risoluzione americana e sovietica, da dibattito emerga impossibilità costituzione noto fondo per Congo, essenziale per proseguimento operazioni N.U. in quel Paese e in questa situazione essi vorrebbero che tra risoluzione americana e quella sovietica possa domani inserirsi testo a mezza strada. Aggiornamento seduta fino a domani è apparso consigliabile onde facilitare possibilità del genere. Potrebbe anche darsi che in tale progetto compromesso come già segnalato ieri possano figurare proposte per commissione buoni uffici nonché riferimento Belgio.

Hammarskjoeld per conto suo mi ha nettamente dichiarato stasera che se si uscisse con un nulla di fatto in Consiglio egli sarebbe costretto spingere nel senso provocare convocazione Assemblea speciale che su base nota risoluzione «Uniting for Peace» non sarebbe soggetta veto e che comporta convocazione Assemblea stessa entro 24 ore.

In conclusione Hammarskjoeld non esclude Assemblea anche prossima domenica [il 18]. In ogni caso egli mi ha ripetutamente dichiarato oggi proseguimento operazione N.U. sarebbe impossibile senza afflusso adeguati fondi.

Pronuncerintervento come Delegato italiano domani su seguenti linee salvo contrarie istruzioni:

1) Appoggiare Segretario Generale ed approvare suo operato Congo.

2) Favorire costituzione fondo pur con cautele adeguate.

3) Evitare interferenze da esterno in Congo.

4) Auspicare pacificazione interna.

5) Esortare Stati africani continuare collaborazione forza ONU.

6) Approvare risoluzione americana(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Non pubblicato.


3 Segni rispondeva, con T. segreto 20177/217 del 16 settembre, avallando i punti dell’intervento elencati con una integrazione: «A telegramma 431 di V.E. Sta bene per suo intervento come indicato nei sei punti elencati alla fine del telegramma sopra riportato. Tuttavia il punto 2) (costituzione fondo) oltre a cautele adeguate per amministrazione fondo dovrà fare, per ciche riguarda l’Italia, esplicite riserve di approvazione parlamentare erogazione contributo» (sopra, nota 1).

334

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI(1)

T. segreto 33890/433. New York, 16 settembre 1960, ore 7,50 (perv. ore 8).

Oggetto: Alto Adige.

Suo 2062.

Nei miei contatti che ho proseguito per mutamento formulazione richiesta austriaca relativa Alto Adige ho riparlato a colleghi americano, inglese e francese su linee di cui a telegramma citato. Mi hanno assicurato che avrebbero subito informato loro governi e mi avrebbero fatto conoscere rispettive risposte. Tra l’altro americano nel considerare varie possibilità procedurali in Comitato Generale ha anche accennato a che sia stesso rappresentante italiano a fare proposta formale in Comitato, la quale sarebbe poi appoggiata da delegazioni favorevoli.

In realtà su tale aspetto procedurale possono prevedersi ovviamente due alternative:

1) che vi sia paese amico disposto presentare proposta mutamento formulazione, un’altra che, non essendo cipossibile, sia stesso rappresentante italiano farlo. (Per tale seconda eventualità su cui ho già anche riferito con telespresso urgente 020 ho chiesto oggi a Hammarskjoeld, ed ho fatto esplorare il problema anche a livello uffici, che, anche se Majoli facesse parte Comitato Generale come Presidente quinta Commissione, sia concesso a Governo italiano aggiungere altro oratore per presentazione proposta del genere. Il che ci consentirebbe non perdere un voto ed adeguare nostro rappresentante a livello quello austriaco). Su scelta piopportuna tra predette due alternative riservomi conferire direttamente con S.E. Martino a suo arrivo qui.

Dato che tempo stringe (discussione su iscrizione avrà luogo mercoledì 21) occorre peraltro prepararsi a sensibilizzare ed orientare immediatamente altri membri Comitato Generale anche per consentire a quelli che lo volessero di chiedere istruzioni se del caso loro Governi. A tale scopo ho preparato promemoria confidenziale contenente linee argomenti che ho già svolto con coloro con cui ho parlato e che è strettamente limitato problema mutamento formulazione item. Lo consegnera titolo confidenziale e non ufficiale a miei interlocutori.

Quanto poi a formulazione suggerita da V.E. mi permetto rilevare che uno dei punti che piè suscettibile dare fastidio ai vari paesi qui alle N.U. nella richiesta austriaca è proprio quello che si discuta di una minoranza, poiché minoranze ve ne sono un po’ dappertutto e precedente è pericoloso. Austriaci hanno evidentemente usato tale locuzione non avendo potuto trovarne altra, per lo meno nel quadro loro finalità. Credo quindi che per quanto riguarda nostra azione qui ci converrebbe mantenere tale riferimento anche nel titolo tanto piche potremmo presentarlo a delegazioni piesitanti come formulazione che non si distacca troppo da quella austriaca. Vorrei suggerire formulare da parte nostra argomento come segue: «applicazione dell’accordo tra Italia ed Austria del 5 settembre 1946 relativo alla minoranza di lingua tedesca in Alto Adige» e sargrato telegrafarmi al riguardo massima urgenza(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 325. 3 Per la risposta vedi D. 336.

335

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgentissimo 34033/437. New York, 16 settembre 1960, ore 22 (perv. ore 5,45 del 17).

Oggetto: Riunione Consiglio Sicurezza su questione Congo.

Ho pronunciato oggi in Consiglio Sicurezza intervento di cui a mio 431(2) cui riassunto è stato trasmesso ad ANSA.

Quanto a parte relativa costituzione fondo finanziario, telegramma V.E. 2173 mi è giunto quando già avevo pronunciato intervento. Tuttavia avevo già provveduto regolarmi sulle stesse linee sottolineando necessarie cautele quanto a sua amministrazione, dichiarando che esso dovrà essere posto in un quadro appropriato e precisando che deve essere stabilito su base volontaria ed avere carattere temporaneo. Mi sono tenuto per il resto in termini generali auspicando sua costituzione e senza alcun accenno nostro contributo.

Trattandosi peraltro secondo testo risoluzione di fondo volontario voto testo stesso non comporta nessun obbligo automatico per Stati membri mentre ha un valore principalmente politico per sottolineare canalizzazione aiuti attraverso N.U.

Consiglio riprenderà lavori in seduta notturna, nel corso della quale è assai probabile si giunga a votazione finale. Risoluzioni presentate sono tuttora solo quelle americana e sovietica: tuttavia questo pomeriggio è sembrata concretarsi prospettiva risoluzione di compromesso da parte Tunisia e Ceylon. Risoluzione del genere le cui linee generali mi sono state confidenzialmente indicate non conterrebbe riferimento a buoni uffici (sgradito ad americani e a Segretario Generale) mentre adotterebbe sostanzialmente terminologia risoluzione americana quanto a costituzione fondo finanziario. Testo almeno fino ad ora non contiene neppure alcun riferimento a Belgio. Qualora effettivamente presentato esso potrà evitare eventualità sessione di emergenza dell’Assemblea. Inglesi con cui sono in stretto contatto sono favorevoli salvo contrarie istruzioni loro Governo che peraltro non si attendono. Francesi invece continuerebbero in posizione di astensione. Mi atterrper voto salvo indicazioni in contrario a posizione anglo-americana.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 333. 3 Vedi D. 333, nota 3.

336

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, AL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA(1)

T. segreto 20261/220. Roma, 17 settembre 1960, ore 22,45.

A telegramma 433 di V.E.2 e telegramma n. 219 ultima alinea di questo Ministero(3).

Non è possibile accettare la formulazione proposta da V.E. malgrado le osservazioni da lei avanzate, non soltanto perché cicreerebbe difficoltà tanto presso la opinione pubblica italiana, ma anche sopratutto perché l’accordo non è relativo soltanto alla minoranza di lingua tedesca, ma concerne l’insieme delle popolazioni contemplate dall’accordo medesimo. Se si accettasse la sua formulazione, cipotrebbe influenzare l’eventuale giudizio della Corte dell’Aja, implicando riconoscimento da parte dello stesso Governo italiano che oggetto dell’accordo De Gasperi-Gruber è solo la minoranza tedesca, perciimplicitamente conducendo alla conseguenza che con molta probabilità potrebbe venire accolta la richiesta austriaca di creazione della regione autonoma di Bolzano.

Perci ove non si potesse far prevalere in alcun modo la nostra formulazione «attuazione accordo De Gasperi-Gruber», si potrebbe accettare come minor male la formulazione seguente: «attuazione dell’accordo italo-austriaco del 5 settembre 1946 sul trattamento degli abitanti di lingua tedesca in Alto Adige».

In via del tutto subordinata e ove non fosse assolutamente possibile ottenere la formulazione suddetta, si potrebbe infine accogliere la seguente formula: «applicazione dell’accordo (come sopra) sul trattamento della minoranza di lingua tedesca in Alto Adige». (Ciperché la inclusione del sostantivo «trattamento» alleggerisce la portata che avrebbe una formula che riconosce che l’accordo De Gasperi-Gruber è soltanto relativo alla minoranza in se stessa, circoscritta ad una determinata zona geografica).

Aggiungo che l’Onorevole Martino propone anche a tale riguardo di prendere contatto subito con Hammarskjoeld.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 334. 3 Con T. 20188/219, pari data, Grazzi suggeriva l’ipotesi che Majoli si facesse rappresentare dal

Vice Presidente nel caso in cui Hammarskiӧld non avesse gradito la soluzione proposta da Ortona nel D.

334. Concludeva riservandosi ulteriori comunicazioni circa la formula (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza).

337

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 33995/439. New York, 17 settembre 1960, ore 9,20 (perv. stessa ora).

Oggetto: Consiglio Sicurezza – Progetto risoluzione per Congo.

Riservandomi piampi commenti con successive comunicazioni informo che seduta notturna Consiglio Sicurezza ha visto Delegati Ceylon e Tunisia presentare progetto risoluzione attenuata ma pur sempre sulle linee del progetto americano nella convinzione che potesse ottenere approvazione senza incorrere in veto sovietico.

Come già telegrafato risoluzione mentre ricalcava problemi creazione fondo e non intervento non (dico non) comprendeva paragrafi relativi a Belgio ed a costituzione commissione buoni uffici.

Sovietici hanno proposto emendamenti che malgrado formale moderazione comportavano sostanziale avallo loro tesi: tali emendamenti sono stati tutti respinti a larghissima maggioranza. Su votazione testo risoluzione tunisino-ceylonese si sono avuti otto voti favorevoli una astensione (francese) due contrari (URSS e Polonia).

Di fronte a questo veto sovietico americani hanno subito presentato, sulla base nota risoluzione Uniting for Peace, risoluzione per convocazione Assemblea speciale che è stata approvata con otto voti a favore due contrari ed una astensione (Francia).

Veto sovietico non era generalmente atteso ritenendosi che URSS non volesse antagonizzare fino a tale punto iniziativa delegati afroasiatici. Ha creato estrema sorpresa astensione francese anche su risoluzione per convocazione Assemblea straordinaria(2).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II.


2 Tenutasi tra il 17 e il 19 settembre (cfr. T. 34211/445 e T. 34303/450 del 18 settembre, ibidem; cfr. altresì T. 34460/455 del 19 settembre, Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I).

338

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 34210/444. New York, 18 settembre 1960, ore 2,30 (perv. ore 7,30).

Oggetto: Alto Adige.

Mio 434(2).

Matsch incontrandomi stasera in Assemblea mi ha chiesto «se non sarebbe possibile metterci d’accordo su formulazione nuovo item agenda». Gli ho risposto che unico modo era che Austria accettasse nostra formulazione. Matsch ha allora insistito dicendomi che ci si sarebbe potuto accordare su formula contemperante nostre due impostazioni. Gli ho risposto che non ero in grado parlargli questione avendo chiare istruzioni in un solo senso. Non so se Matsch agisse su istruzioni: non escluderei che suo fosse solo tentativo per saggiare nostre disposizioni onde riferire a Vienna. Sta di fatto comunque che offerta mutamento mi è stata fatta da lui sia pure in via di sondaggio ufficioso.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 331.

339

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 20320/226. Roma, 19 settembre 1960, ore 18,50.

Voglia comunicare all’Onorevole Martino che ci sembra piconveniente che cambiamento formulazione avvenga non a seguito di accordo tra i due Governi ma in sede di Comitato dietro proposta di uno Stato amico. Si potrebbe ricorrere come ultima ratio ad accordo bilaterale solo se risultasse assolutamente impossibile ottenere l’adesione del Comitato per una delle tre formule prospettate da noi.

Il presente telegramma fa riferimento al 444 di V.E.2.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 338. Per la risposta di Martino vedi D. 345.

340

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALL’AMBASCIATA A BONN E ALLE RAPPRESENTANZE PRESSO L’ONU E PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO(1)

T. segreto 20322/c. Roma, 19 settembre 1960, ore 17,40.

Solo per Italnation e Italnato: Ho telegrafato quanto segue a Bonn:

Per tutti: L’accenno polemico ed anti italiano sulla questione dell’Alto Adige nel discorso pronunciato ieri sera da codesto Ministro dei Trasporti a Francoforte(2) – che corona una serie di manifestazioni a carattere tipicamente pangermanista per opera di uomini di Governo e di organi della stampa di codesto Paese – ci pone in un grave imbarazzo. Non soltanto la stampa di sinistra attacca la Germania e la sua posizione nell’Alleanza, ma perfino i giornali filogovernativi ed indipendenti, riprendendo l’articolo del «Koelnische Rundschau» sono entrati in polemica con recenti affermazioni tedesche sull’Alto Adige capaci di profondamente turbare l’opinione pubblica italiana. Per contro, proprio questo Incaricato d’Affari di Germania ci ha detto che il Governo Federale prevede di venire fortemente attaccato all’ONU in materia «revanchismo» e si attende di essere in sua assenza difeso da tutti gli alleati della NATO. Ciè stato formalmente richiesto al Consiglio Atlantico dal Rappresentante tedesco nella seduta di mercoledì scorso 14 corrente.

Voglia V.E. intervenire al pialto livello facendo rilevare il pregiudizio che l’atteggiamento sopralamentato reca alla posizione tedesca nel mondo. Aggiungendo, per quanto riguarda il nostro Paese in particolare, che l’appoggio tedesco all’Austria nelle sue rivendicazioni sull’Alto Adige ci pucondurre non solo a non poterci schierare in sede NATO e ONU a difesa delle tesi tedesche ma ci costringerebbe, per motivi ovvi di difesa della nostra tesi per quanto concerne l’Alto Adige, a dover smascherare ciche è evidente, ossia che dietro l’azione sobillatrice austriaca sta il risorgente movimento razzista e pangermanista(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Circolari partenza.


2 Le dichiarazioni del Ministro Seebohm, come riportate dall’Agenzia DPA, erano state le seguenti: «Noi siamo tedeschi e parliamo tedesco, non francese. Pertanto, non conosciamo la parola “revanche”. Noi siamo tedeschi e non italiani; pertanto non conosciamo il vocabolo “irredentismo”, un concetto che causa tante sofferenze alla popolazione del Tirolo del Sud. Noi parliamo tedesco e conosciamo invece le parole “Heimat” (patria) e “Heimweh” (nostalgia di patria)» (T. 20325/227 del 19 settembre a firma Stra-neo per New York, in Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza).


3 Per il seguito vedi D. 351.

341

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 34300/447. New York, 19 settembre 1960, ore 5,30 (perv. ore 6).

Oggetto: Alto Adige.

Mio 446(2).

Ho parlato oggi con collega britannico Dean su questione Alto Adige a scopo sondaggio generico sue intenzioni non avendo ancora egli fattomi alcuna comunicazione dopo nostri colloqui in argomento giorni scorsi.

Dean mi ha detto che dopo che avevo pregato lui e colleghi americano e francese soprassedere da prendere contatto con austriaci per esplorare problema formulazione titolo argomento in agenda (mio 433)(3) egli aveva segnalato tale desiderio Governo italiano a Foreign Office ed altro non aveva fatto. Tale comunicazione si era incrociata con altra da Londra che egli non mi ha meglio precisato. Per ora comunque egli non aveva ricevuto alcuna ulteriore comunicazione con istruzioni definitive di cui era peraltro in attesa ma da corrispondenza scambiata con Londra gli sembrava poter dedurre che Governo inglese in questione mutamento formulazione argomento in agenda ci appoggerà. Mi ha aggiunto che sola istruzione generica che egli aveva era in ogni caso di svolgere opera di «moderazione» su Austria. In vista istruzioni attese da Dean sarebbe forse utile un ultimo passo nostra Ambasciata Londra presso Foreign Office per chiedere conferma sicura che inglesi non solo ovviamente voteranno per mutamento formula ma, come auspicabile, ci appoggeranno con intervento verbale atto a sottolineare tale loro posizione.

Francesi per conto loro assicuranci qui che essi si allineeranno con noi. A loro risulterebbe anche che Quay D’Orsay avrebbe intenzione fare passo di persuasione su austriaci attraverso Ambasciata Austria a Parigi.

Americani per conto loro assicuratomi aver ricevuto istruzioni da Washington agire nel senso affidamenti dati da Dipartimento Stato ad Ambasciatore Brosio il che, ho ritenuto opportuno preavvertire loro, potrà anche comportare nostra richiesta a delegazione americana di essere essa a presentare formalmente in Comitato proposta mutamento formulazione item.

Stabiliremo con S.E. Martino metodo che apparirà piopportuno per assicurarci successo in presentazione formale nostra richiesta. Ci sarebbe intanto utile qui conoscere risposte Londra e Parigi a passi svolti colà da quelle nostre rappresentanze in base istruzioni loro inviate con telegramma ministeriale 19769/c.4.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 T. segreto 34272/446, pari data. Ortona riferiva che, secondo il direttore dell’ANSA, il funzionario stampa austriaco avrebbe dichiarato «che l’Austria aveva fondati motivi per contare su azione mediazione in senso favorevole Austria da parte inglese»; l’Ambasciatore si proponeva di accertare la posizione britannica (ibidem).


3 Vedi D. 334.


4 Per le risposte al citato telegramma ministeriale vedi D. 321, nota 4. Nel tardo pomeriggio, Ortona confermava l’appoggio inglese: «Mio 447. Inglesi comunicatomi ora aver ricevuto istruzioni appoggiarci per cambio formulazione argomento, ma di non (dico non) farsi promotori proposta. Ho chiesto loro se nell’appoggiarci sarebbero disposti fare dichiarazione. Essi hanno risposto affermativamente» (T. segreto 34338/451, Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza).

342

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 34301-34307/449-448. New York, 19 settembre 1960, ore 9 (perv. ore 12,40)(2).

Oggetto: Alto Adige.

449. Mio 446(3).

Di nuovo Matsch è venuto vedermi in sala Assemblea durante dibattito Congo. Ritornava in quel momento da aver incontrato Kreisky ad aeroporto. Mi ha dato varie informazioni e posto alcune domande:

1) mi ha innanzi tutto preannunziato distribuzione domani secondo memorandum ufficiale austriaco. Sarà di centoquaranta pagine. Tra altro verrà copiosamente corredato da allegati tra cui una nota lettera a Perassi che sarà commentata. Diversamente da primo memorandum che sottaceva nostra proposta ricorso Aja nuovo documento dedica una parte a tale proposta rilevando che essa non ha potuto essere accolta perché anche se problema ha aspetti giuridici, quelli politici fanno premio su essi.

2) Matsch ha quindi detto a me, come so che va dicendo ad altri, che inglesi vorrebbero adoperarsi per addivenire a formula accettabile da due parti, a cominciare da problema iscrizione in agenda. Secondo lui inglesi avrebbero addirittura fatto sondaggi in ambienti varie delegazioni soprattutto afro-asiatiche, ricevendone impressione che grande maggioranza, non volendo e non potendo, dato premere altre gravi questioni ad Assemblea, approfondire problema Alto Adige, era riluttante addentrarsi esame di fondo ed avrebbe pertanto favorito risoluzione tipo procedurale, quale ad esempio per costituzione «commissione buoni uffici». Ho detto a Matsch che non mi risultava inglesi svolgessero azioni del genere ma fossero orientati favore nostre tesi. Ho aggiunto che non vedevo come costituzione commissione buoni uffici potesse definirsi di tipo procedurale per non parlare difficoltà delimitare quadro sue attività che avrebbero sin da inizio fatto riemergere dissidio fra nostri punti di vista.

3) Matsch mi ha quindi chiesto se avevo riflettuto e se avevo qualcosa da dirgli su possibilità arrivare formulazione argomento da iscrivere che contemperi quella austriaca e quella italiana. Gli ho detto che eravamo decisi mantenere nostra formula (che gli ho finalmente precisato) e che ero sicuro che S.E. Martino in arrivo questa sera me lo avrebbe confermato. Matsch mi ha accennato averne parlato Kreisky a suo arrivo trovandolo non alieno mutamenti purché si fosse mantenuta locuzione «minoranza austriaca». Gli ho risposto che se vi erano parole cui particolarmente obiettavamo erano esattamente quelle due. Mi ha concesso che parola «austriaca» era in netto contrasto con locuzione usata in accordo De Gasperi-Gruber. Con apparente candidezza mi ha poi chiesto perché insistevamo tanto per mantenere riferimento tale accordo: gli ho illustrato diffusamente tutte nostre ragioni, trovandolo sempre pronto ad arrendersi in via personale. Mi ha poi timidamente offerto seguente altra formula «questione autonomia provincia Bolzano». Gli ho risposto dicendogli che non potevo credere che egli volesse seriamente formularmi un tale suggerimento: gli ho infine osservato che Governo austriaco doveva rendersi conto che di fronte ad una iniziativa quale quella da esso presa alle Nazioni Unite nei confronti Italia minimo che poteva attendersi era che Italia si opponesse a formulazione argomento da iscrivere che essa riteneva ingiusta, dannosa alla causa e non riflettente adeguatamente estremi problema.

Continua col numero successivo.

448. Presente telegramma fa seguito al n. 449.

4) Matsch mi ha allora detto che Kreisky non voleva porre eccessiva enfasi su questione che era certamente di proporzioni minori nei confronti di altre ben pigravi di cui sarà investita Assemblea. Kreisky sperava che discussione potesse mantenersi in termini non acrimoniosi e certo non quelli che caratterizzano attuali dibattiti in cui si contrappongono URSS e Occidentali. Gli ho detto che non era certo nostro desiderio inasprire ulteriormente situazione pur osservandogli in modo molto marcato che ricorso austriaco ONU aveva suscitato vivacissime acute reazioni in opinione pubblica italiana. Cifaceva sì che pur volendosi mantenere massima obiettività e correttezza da parte nostra ci saremmo trovati costretti a lottare a fondo per evitare che questione si trascini in avvenire, avveleni rapporti italo-austriaci e crei problemi interni nei due Paesi.

5) A questo punto Matsch mi ha confidenzialmente dichiarato che Kreisky gli aveva testé detto che una volta si fosse adottata una risoluzione all’ONU, «anche solo procedurale» quale ad esempio Commissione buoni uffici Governo austriaco che aveva agito dietro pressione forze interne si proponeva dichiarare che con il conseguimento della risoluzione esso aveva assolto i suoi compiti e compiuto suo dovere, intendendosi questo nei confronti forze predette(4).

Mi ha ridetto quello altre volte da lui accennatomi che cioè se si fosse concessa da parte italiana autonomia provincia Bolzano Governo austriaco avrebbe pubblicamente e solennemente dichiarato che «questione era da considerarsi risolta». Gli ho osservato che sviluppi avvenimenti e istigazioni provenienti da estremisti tirolesi facevano sorgere seri dubbi su possibilità Governo Vienna non cedere se non oggi in prossimo avvenire a nuove spinte estremiste. Ad esempio come si poteva da parte nostra nutrire minimo di tranquillità dopo incredibili dichiarazioni Geschnitzer di ancora due giorni fa. Matsch che non ha risparmiato un commento critico a tali comunicazioni mi ha comunque ripetuto che Kreisky gli aveva ancora stasera confermato intenzioni Governo austriaco di dare tali affidamenti. Matsch mi ha quindi detto che noi potevamo sempre contare su terzo bloccante per evitare risoluzione che ci fosse sfavorevole. Ho concluso rispondendogli che, come vi erano forze che premevano sul suo Governo, ricorso iniziato da Vienna aveva ora ovviamente spinto forze all’interno anche in Italia e che da tali circostanze obiettivo italiano doveva ovviamente ed inevitabilmente essere quello – ed avevamo fondati motivi per sperare in adeguata maggioranza – non tanto evitare risoluzione sfavorevole quanto ottenerne una che rimuovesse una volta per sempre problema da quell’agone in cui suo Governo lo aveva così avventatamente gettato. Conversazione con Matsch di stasera ha avuto come tante altre strani spunti di apparente buona fede ed arrendevolezza da parte sua ed ha registrato evidenti tentativi di pericoloso e sottile sondaggio. Come tale pertanto mi sembra sia bene considerarla.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 La prima parte del presente telegramma partì alle ore 9 e pervenne alla stessa ora, mentre la seconda partì alle ore 3 e pervenne alle ore 12,40. Il documento reca inoltre la seguente nota della Cifra: «ricevuto testo completo per telex alle ore 12,40 per interruzione collegamento telex nella mattinata; diramazione ritardata per successiva richiesta di ripetizione; presente telegramma (n. 448) avrebbe dovuto recare il numero di protocollo 449 ed il precedente, cui questo fa seguito, avrebbe dovuto recare il numero di protocollo 448 anziché 449».


3 Vedi D. 341, nota 2.


4 A questo proposito Segni osservava: «In relazione al punto 5 del suo telegramma n. 448 ritengo opportuno che le delegazioni dei paesi amici vengano sin da adesso e chiaramente poste da noi sull’avviso che laproposta della creazione commissione buoni uffici, che assai probabilmente non si mancherà di propagandare da parte austriaca, non sarebbe per noi in alcun modo accettabile» (T. segreto 20476/238 del 21 settembre per New York, Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza).

343

L’AMBASCIATORE A MOSCA, PIETROMARCHI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 3411/15842. Mosca, 19 settembre 1960.

Oggetto: Offensiva sovietica contro l’ONU.

Pidi un segno farebbe ritenere che Krusciov vada all’Assemblea dell’ONU col proposito di spingere a fondo l’offensiva ch’egli conduce da tempo contro gli organi direttivi delle Nazioni Unite: il Segretario Generale e il Consiglio di Sicurezza. Da informazioni precise in nostro possesso risulta che prima della sua partenza sia stato qui attentamente vagliato l’atteggiamento delle singole delegazioni all’Assemblea, tanto di quelle attuali quanto di quelle che vi saranno ammesse nella presente sessione; che è stato preordinato un piano di contatti e di adescamenti e che il risultato che si spera di conseguire, secondo questi calcoli e queste previsioni, è un mutamento della maggioranza, che fino ad oggi ha votato per l’America e per gli occidentali e che domani dovrebbe votare per la Russia e il blocco dei Paesi socialisti. Si vorrebbe insomma fin da ora raccogliere i frutti della politica di assistenza finanziaria, d’impegni politici, di offensiva anticolonialistica e di appoggi ai Paesi nuovi, messa in atto dall’avvento al potere di Krusciov con tanto dispendio di mezzi finanziari e con l’intensificazione della guerra fredda.

L’offensiva per rovesciare la maggioranza all’ONU appare una logica conseguenza della riaffermata politica della pacifica coesistenza e della non inevitabilità della guerra. Se si esclude il ricorso alla guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali non resta, per far prevalere i propri interessi e far accogliere le proprie tesi, che il controllo delle grandi assise societarie nelle quali sono prospettati all’opinione pubblica i grandi problemi internazionali e messe ai voti le decisioni.

Finora tutte le manovre tentate da questo Governo per mettere in istato d’accusa l’America e le Potenze occidentali, tanto nella questione degli aerei di ricognizione e delle basi, quanto sulle questioni di Cuba e del Congo, hanno urtato contro il fermo atteggiamento e del Consiglio di Sicurezza e del Segretario Generale. Per superare queste resistenze Krusciov conta di far leva sull’Assemblea e ottenere un voto di maggioranza che suoni sconfessione e dell’uno e dell’altro organo. A questo scopo ripropone i problemi che hanno già fatto oggetto di risoluzioni, come quello degli aerei e delle basi. Soprattutto i grandi temi del dibattito sui quali intende imperniare la sua azione e strappare un facile consenso sono: il disarmo e l’anticolonialismo. Su ambedue egli muoverà guerra all’Occidente additandolo al cospetto della maggioranza come fautore della corsa agli armamenti da un lato e di un nuovo colonialismo dall’altro diretto a mantenere i nuovi Stati africani in uno stato di soggezione economica ai vecchi colonizzatori.

Per riuscire nella sua manovra egli ha mobilitato tutti i Capi di Governo legati all’URSS dai vincoli dell’assistenza finanziaria. Si conta sull’influenza di questi grossi calibri per irretire il maggior numero di Paesi. Tutti costoro, Nehru, Tito, Sukarno, Nasser si son già pronunciati per il disarmo generale e completo. Da essi si attende perciche facciano eco, col peso del loro prestigio, alle dichiarazioni del gran Capo. Anche sull’anticolonialismo la loro presa di posizione è ben nota. Evidentemente non se ne possono attendere che delle pure affermazioni di principio alle quali tutti possono aderire. Ma sarà difficile che anche questa volta l’URSS si accontenti di risoluzioni di carattere generale, sulle quali è facile raccogliere l’unanimità come sulla risoluzione pel disarmo alla passata Assemblea, che lasciognuno sulle proprie posizioni. Questa volta essa intenderà formulare precise direttive e proporre un organo che dia garanzie di attenervisi. A tale fine ha bisogno di sgretolare il blocco occidentale, continuando nella manovra iniziata nel maggio scorso di adescare possibilmente la Francia col darle l’impressione di accogliere alcune delle sue idee. Mi risulta che a tal fine l’Ambasciatore sovietico a Parigi Vinogradov ha dato conoscenza a De Gaulle del discorso che Krusciov si propone di pronunciare all’Assemblea sul disarmo. Naturalmente lo sforzo maggiore sarà rivolto ai Paesi di terza forza e soprattutto a quelli africani. Ma anche tra questi le opinioni sono assai divise. Indubbiamente i risentimenti contro gli occidentali, specialmente per la politica della Francia in Algeria o quello del Sud Africa per l’apartheid, sono vivissimi e assai diffusi. Gli avvenimenti del Congo hanno fatto vacillare pid’uno dei Paesi africani che erano stati solleciti a prestare la loro collaborazione e a fornire i loro contingenti alle Nazioni Unite. Ma non meno vive sono le preoccupazioni che desta la manovra sobillatrice dell’URSS e il suo troppo scoperto intervento nelle faccende del Congo. Da vari sintomi e in particolare dalla Conferenza dei Paesi africani a Leopoldville è risultata negli improvvisati capi di Governo di quei Paesi una ponderazione assai maggiore di quanto prevedevasi e un acuto senso di responsabilità. L’evidente interesse di tutti questi Paesi di terza forza sarebbe di non legarsi né all’uno né all’altro gruppo ma di mantenere l’equilibrio fra essi perché solo in una tale posizione possono far sentire la loro voce e trarne vantaggi, senza troppi pericoli dall’uno e dall’altro blocco. Soprattutto è loro interesse opporsi a ogni manovra che possa mettere in crisi l’ONU, che è la sola tribuna internazionale in cui questi Paesi possono far valere, solidalmente tra loro, la loro influenza moderatrice e i loro interessi.

Sembrerebbe perciche la migliore controffensiva contro i progetti sovietici, ove questi si confermassero, sarebbe di far opera di persuasione tra i Paesi di terza forza ad attenersi piche mai a una linea di equidistanza.

Pusembrare in contrasto con le previsioni surriferite il messaggio distensivo col quale Krusciov si è presentato in America sbarcando dal «Baltika». Ma non si tratta, anche questa volta, che di un gesto del tutto discordante dai fatti. Il vero antefatto della partecipazione di Krusciov all’Assemblea è il violento attacco di Zorin ad Hammarskjd e la rigida posizione da lui presa sul problema del Congo, tanto piillogica ed eccessiva in considerazione degli sviluppi che viene assumendo la situazione nel Congo stesso. Ma evidentemente Zorin era stato incaricato di stabilire le premesse dell’offensiva di Krusciov. Resterà da vedere se questi, dinanzi all’atteggiamento dei principali Paesi afro-asiatici, attenuerà o no la sua linea di condotta. Quel che è evidente è che la linea direttiva stabilita in partenza era della massima combattività.

Del resto quali siano gli effettivi propositi della Delegazione sovietica all’Assemblea è chiaramente detto in un articolo del corrispondente sovietico Timofeev da New York la vigilia dell’apertura della sessione. Egli ha scritto in tutte lettere che è un fatto indiscusso che la linea generale dello sviluppo internazionale non è pidettata dallo State Department, né dalle Cancellerie occidentali, ma «dal possente campo delle democrazie socialiste che esercitano ormai la principale decisiva influenza sul corso degli eventi mondiali». A giudizio del corrispondente sovietico, la situazione è stata radicalmente mutata dalla partecipazione all’ONU di un così gran numero di Stati afro-asiatici. «Ciè sufficiente a confondere i piani della diplomazia americana che per tanti anni si era abituata ad agire nelle Nazioni Unite con l’aiuto di una sua docile maggioranza. I tempi sono ormai cambiati: un nuovo rapporto di forza sta manifestandosi nelle Nazioni Unite: la “macchina per votare” non funziona pi. È un grido di vittoria che sembra un po’ prematuro. Al suo arrivo a New York Krusciov trova una situazione alquanto compromessa dall’inabile e caparbio zelo di Zorin e lo sbarco della

«nave della pace» ha tutta l’aria di una spedizione di soccorso per cercare di ristabilire una situazione pericolante.


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 35, fasc. Italia-ONU, I semestre 1960.


2 Inviato, per conoscenza, alle Ambasciate a Washington, Londra, Parigi e Bonn e alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi.

344

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, STRANEO, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. 20428/236. Roma, 20 settembre 1960, ore 16.

Oggetto: Alto Adige.

Incaricato d’Affari austriaco ha reso noto a questo Ministero che il Governo di Vienna era venuto a conoscenza dell’opposizione italiana all’iscrizione all’ordine del giorno dell’Assemblea della formulazione austriaca: «Questione della minoranza austriaca in Italia» e della nostra intenzione di proporre «Attuazione dell’Accordo di Parigi del 5 settembre 1946». L’incaricato d’Affari era stato incaricato di farci sapere da parte del suo Governo che questa ultima formulazione era per esso inaccettabile, in quanto il Governo di Vienna intendeva sollevare in sede Nazioni Unite non già una questione di carattere giuridico, ma un problema politico.

Il Signor Gudenus ha detto che non aveva altro da aggiungere.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza.

345

IL CAPO DELLA DELEGAZIONE PRESSO L'ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, MARTINO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 34496/4532. New York, 20 settembre 1960, ore 9 (perv. ore 13,45).

Oggetto: Questione Alto Adige.

Ho fatto passo con Wadsworth spiegandogli nostra posizione. Egli mi è parso tuttavia desideroso prendere contatto con austriaci per indurli ad accettare formulazione proposta da Italia e mi ha comunque confermato appoggio a nostri desideri quali verranno maturandosi. D’altro canto austriaci hanno di nuovo di loro iniziativa avvicinato Ortona per chiedere se era possibile addivenire presentazione titolo conciliante posizione due Governi con contemperamento due diverse formulazioni(3). Ad obiezioni precise contro dizione «minoranza austriaca» austriaci rilevato non avrebbero da parte loro potuto accettare locuzione di lingua tedesca volendo evitare qualsiasi riferimento implicante tendenze pangermaniche. Essi allora hanno menzionato come nuova formula «The minority disputed between Italy and Austria» che Ortona ha nettamente respinto. Austriaci hanno quindi dichiarato voler comunque trovare formula accettabile e proposto «The minority question between Austria and Italy» su cui Ortona ha dichiarato che mancando in essa ogni riferimento a desiderata italiani non poteva pronunciarsi senza consultarsi con me e senza riferire Roma. Siamo allora nuovamente intervenuti con americani mettendoli al corrente passi austriaci e ripetendo loro nota posizione secondo cui dovrebbe in ogni caso aversi preciso riferimento ad accordo De Gasperi Gruber. Abbiamo anche delineato con americani tattica da seguire in Comitato Generale con presentazione proposta con o senza beneplacito austriaco, da parte altro membro che stiamo cercando che verrebbe seguita da appropriate dichiarazioni Paesi amici.

Con riferimento telegramma ministeriale 2264 desidero far presente che nessun accordo in via bilaterale è stato ricercato da noi.

Sviluppi sinora avutisi soprattutto per sollecitazioni austriache hanno avuto scopo soltanto rendere possibile individuazione proposta che Paese amico possa formulare in Comitato Generale con sicurezza successo.

Americani assicuratoci e con essi altri alleati e Paesi amici che anche se austriaci non dessero consenso procederebbero egualmente a proposta da sottoporsi a votazione. È da prevedersi in tal caso che ad una votazione non si arriverà senza previa discussione nella quale austriaci appoggiati da qualche membro del Comitato Generale, avanzeranno proposte contemperanti loro formulazione con la nostra analoghe a quelle menzionateci. Desidero in merito sottolineare che da calcoli fatti finora non è certo che votazione su testo non accettato da austriaci possa agevolmente ottenere maggioranza necessaria. Questa sarebbe comunque presumibilmente ottenuta di stretta misura.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Vedi D. 338.


4 Vedi D. 339.

346

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO, ALESSANDRINI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgentissimo 34793/254. Parigi, 21 settembre 1960, ore 23 (perv. ore 24).

Oggetto: Richiesta tedesca aiuti all’ONU.

Telegramma di V.E. 20161/c. del 16 settembre(2).

Il Consiglio ha esaminato stamane la richiesta avanzata la settimana scorsa dall’Ambasciatore von Walther (mio telegramma 246 del 14 corrente)(3) per una adeguata difesa della Repubblica Federale Tedesca in sede ONU da parte di uno o pirappresentanti Alleati, contro eventuali e prevedibili attacchi da parte di Krusciov o di suoi satelliti.

Ho dichiarato in proposito, da parte nostra, quanto mi è stato comunicato con il telegramma in riferimento.

Dalla discussione è emersa la prevalente opinione:

1) che è necessario assicurare la difesa richiesta dalla Germania Federale;

2) che un eventuale intervento difensivo dovrà essere concordato fra i rappresentanti alleati a New York, a seconda delle circostanze e delle dichiarazioni del blocco sovietico;

3) che l’intervento potrà essere fatto da uno o pialleati;

4) che l’oratore o gli oratori dovrebbero attenersi, nelle loro dichiarazioni, ai primi due punti del progetto tedesco, nella forma che riterranno piopportuna, aggiungendo che, nel fare tali dichiarazioni, essi sono certi di interpretare il pensiero di tutti gli altri alleati atlantici.

Ho sottoposto l’idea alternativa di cui all’ultimo capoverso del precitato telegramma di V.E. per una eventuale dichiarazione del Consiglio permanente. È stato convenuto di ritornare sulla proposta ove le prime dichiarazioni da parte sovietica siano tali da consigliare una tale presa di posizione.

Riferisco con telegramma successivo sul seguito della discussione che, chiuso l’argomento relativo alla richiesta tedesca di aiuti all’ONU, è continuata sulla questione dell’Alto Adige.

Informata Ambasciata Parigi e per corriere, Ambasciata Londra(4).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana NATO Parigi, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 332.


3 Vedi D. 328.


4 Alcuni riferimenti alla questione tedesca, nel senso concordato, furono inseriti da Macmillan nel suo intervento all’apertura del dibattito generale in Assemblea Plenaria (item 9: «Opening of the general debate», dal 20 settembre al 17 ottobre 1960: seduta del 29 settembre). Per il verbale vedi D 366, nota 2. Per il seguito vedi D. 434.

347

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 34816/461. New York, 21 settembre 1960 (perv. ore 6,30 del 22).

Oggetto: Conferenza stampa.

Kreisky ha tenuto oggi preannunciata conferenza stampa peraltro poco affollata. Ha prima letto dichiarazioni ripetenti noti temi impostazione austriaca e che non comunico in dettagli essendo esse state costì integralmente trasmesse da agenzie stampa. Rilevo solo che in esse si è voluto dare rilievo ad affermazioni di personalità politiche italiane del passato e del presente relative preteso riconoscimento opportunità che non venissero lasciate nei confini italiani minoranze etniche. Si afferma che «nulla di sostanziale» è stato fatto per accordare autonomia e salvaguardia carattere etnico nonché sviluppo culturale e politico previsto da accordo De Gasperi-Gruber, citando noti esempi. E si indica come «lagnanza fondamentale» dei tirolesi mancata concessione autogoverno, poiché autonomia regionale concessa «è un quadro inteso a non consentire alla minoranza austriaca governarsi da sé ma invece a permettere che essa sia governata da maggioranza italiana».

Sicché Austria chiede alle N.U. riconoscimento diritto autonomia regionale Bolzano.

Nel corso successive domande e risposte Kreisky ha aggiunto alcuni altri elementi. A chi gli ha richiesto se Austria attraverso ripetuta menzione «autodecisione» tendeva a staccare Alto Adige da Italia ha risposto (secondo quanto mi è stato riportato da persona presente) che autogoverno alto-atesini doveva svolgersi entro i confini dell’Italia.

Continuando nelle sue risposte ai giornalisti, Kreisky ha affermato inoltre che Austria dopo aver atteso invano che problema Alto Adige si risolvesse attraverso negoziati diretti erasi decisa adire Assemblea Nazioni Unite con lo scopo ottenere autonomia «sostanziale» per Bolzano come unico modo di chiudere questione alto-atesina.

Da notare anche che Ministro austriaco ha detto che Austria non era veramente libera quando concluse trattato De Gasperi-Gruber.

Riferendosi ad applicazione trattato, Kreisky ha parlato di inadempienza circa lo «spirito» del trattato stesso, ed ha inquadrato critiche all’Italia in panorama economico sociale Alto Adige lamentandosi che contro gli alto-atesini avviene trattamento discriminatorio e altresì parlando dei medesimi come di «displaced persons» nel corso di una lunga odissea cominciata alcuni decenni or sono. Segretario di Stato Gschnitzer ha poi aggiunto alcune dichiarazioni affermando che le popolazioni alto-atesine furono messe di fronte a «un fatto compiuto» e che mancil libero avallo delle popolazioni medesime alla soluzione del problema.

Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.

348

IL CAPO DELLA DELEGAZIONE PRESSO L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, MARTINO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgentissimo 34819-34820/462-4632. New York, 21 settembre 1960 (perv. ore 6,30 del 22)(3).

Oggetto: Alto Adige.

462. Mio 453(4).

Abbiamo proseguito intensi contatti con tutte Delegazioni membri Comitato Generale per sensibilizzare opportunamente su nostro atteggiamento circa problema Alto Adige, in merito al quale rappresentanza era andata anche distribuendo memorandum esplicativo concernente cambiamento titolo.

Naturalmente come era inevitabile gran parte Delegazioni ha preso contatto con austriaci per accertarne atteggiamento. Noi non (dico non) abbiamo avuto piincontri con austriaci dopo quelli segnalati con telegramma citato. Non li abbiamo naturalmente ricercati ma debbo dire che neppure austriaci ci hanno sollecitato per avere conversazioni con noi. Ciè indice di un certo irrigidimento tattico da parte loro, evidentemente determinato anche da entrata in azione di Kreisky e da necessità Delegazione austriaca essere consona con sue manifestazioni pubbliche quale conferenza stampa odierna(5) e distribuzione memorandum che segnalo a parte. Naturalmente delegazioni piamiche ci hanno messo al corrente reazioni degli austriaci a pressioni su di essi svolte. In particolare americani hanno cercato premere per persuadere austriaci alla seguente formula su cui avevano appunto nostro consenso: «the minority question between Italy and Austria as arising out of the implementation of the agreement of 5 september».

Americani come anche altre delegazioni ci hanno confermato che austriaci continuano dichiarare che massimo sforzo che essi possono fare è quello unire due formulazioni quella austriaca e quella italiana con semplice congiunzione evitando così locuzioni come «arising out», oppure «with reference to etc.». In altre parole Delegazioni amiche ci fanno presente caso se non si arrivasse a dibattito con formula del genere, esso si svilupperà inevitabilmente su linee polemiche e condurrà certamente ad una votazione.

463. Presente fa seguito a numero precedente.

Circa composizione Comitato Generale quale riunitosi oggi, confermo che se successo si avrà da parte nostra esso potrà essere soltanto di molto stretta misura: e neppure abbiamo ancora elementi precisi che confermino totalmente queste ottimistiche previsioni. Comunque in vista dibattito abbiamo cercato anche pianificarne estremi in modo seguente:

1) Abbiamo preso contatto con Segretariato affinché malgrado Majoli faccia parte detto Comitato Generale egli si assenti a momento discussione problema Alto Adige dandosi a me possibilità rispondere direttamente Kreisky che sarà certamente primo oratore.

2) Abbiamo preso contatti con sudanese pregandolo di farsi promotore mozione che gli abbiamo proposto in seguenti due alternative:

a)- quella sopra menzionata che ripeto ad ogni buon fine «the minority question between Italy and Austria as arising out of the agreement italian-austrian of 5 september 1946» e b)- «the implementation of the italian-austrian agreement of 5 september 1947 with reference to the minority question between Austria and Italy». Sudanese, dopo esitazione di fronte nostra richiesta proposta formale, si è mostrato disposto assecondarci, pur riservandosi fornirci risposta dopo aver consultato altri membri amici del Comitato Generale e cioè libico e iracheno con i quali abbiamo ovviamente anche preso direttamente contatto. Temo che da tali consultazioni risulterà qualche modifica in peggio formulata da predetti. D’altro canto altre delegazioni consultate come quelle latino-americane non sembrano inclini prendere iniziative di una proposta formale, anche se hanno istruzioni secondarci in votazione, non volendo assumere posizione frontale

troppo antiaustriaca. Ci siamo comunque assicurati che dopo proposte formali americani francesi inglesi e latino americani prendano la parola appoggiando nostra tesi.

Comitato Generale è stato convocato per domani pomeriggio. Mattinata domani avremo possibilità nuovi contatti. Qualora codesto Ministero avesse indicazioni e commenti dovrebbero pervenirci qui inizio mattina ora locale(6).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Entrambi pervenuti alle ore 6,30 del 22. Ora di partenza non indicata.


4 Vedi D. 345.


5 Vedi D. 347.


6 Per il seguito vedi D. 350.

349

L’INCARICATO D’AFFARI A TEL AVIV, GHEZZI MORGALANTI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 35040/2332. Tel Aviv, 21 settembre 1960 (perv. ore 13,40 del 23).

Oggetto: Alto Adige.

Attenendomi istruzioni contenute in telegramma per aereo n. 19830/c. del 13 corrente(3) per parte destinata a tutte le Rappresentanze ho preso contatto con questo Ministero Esteri per esporre ultimo atteggiamento deciso da nostro Governo in relazione a iscrizione ordine del giorno Assemblea N.U. questione Alto Adige spiegando motivo tale nostro atteggiamento e dichiarando nostra fiducia che Paesi membri avrebbero appoggiato nostro punto di vista circa incompetenza, per presente e futuro, Assemblea Generale Nazioni Unite a discutere questione stessa. Particolarmente ho avuto colloquio con Chelouche Direttore Divisione Europea Occidentale, al corrente non solo questione ma circa conversazione mese scorso questo Ministro Esteri Golda Meir e Ambasciatore Revedin.

Chelouche mi ha detto anzitutto che attualmente questione è completamente affidata a Delegazione israeliana a Assemblea N.U. di cui come noto, è a capo Ministro Golda Meir che trovasi a New York da avantieri, risulterebbegli in massima che Governo Israele, e particolarmente Golda Meir, è favorevole su questione fondo nostra tesi. Chelouche mi ha detto peraltro non poter prevedere quale sarà in definitiva atteggiamento israeliano; preciso che dipenderà da andamento lavori Assemblea, schieramento vari Paesi ecc. Potranno secondo lui, aver luogo utili contatti sul posto tra Capi Delegazione italiana e israeliana.

Con l’occasione, tuttavia, Chelouche ha tenuto a farmi notare con una certa amarezza che Governo italiano non aveva reso facile a Israele compito appoggio tesi italiana Alto Adige a ONU. Infatti, ha proseguito Chelouche risulta al Governo israeliano che il Governo italiano ha consentito apertura a Roma Ufficio Lega Araba. Pur essendo tale ufficio appoggiato a una Ambasciata Paesi Arabi, probabilmente RAU Chelouche ha rilevato che è stato pur necessario chiedere autorizzazione Governo italiano che l’avrebbe concessa, secondo quanto dettomi da Chelouche, in cambio promessa appoggio Paesi Arabi in sede Assemblea ONU per nostra tesi circa questione Alto Adige.

In relazione a tale appoggio Chelouche mi ha detto di aver appreso da fonte che non mi ha potuto rivelare che Austria sarebbe riuscita ad acquisire promessa appoggio Giordania ed Iraq.

Chelouche ha voluto comunque mettere in rilievo amicizia Israele e particolarmente Golda Meir verso Italia.

In base altri contatti avuti con questo Ministero Esteri risulta che queste Autorità mantengano atteggiamento già riferito, ossia esse non intendono che una questione minoranze etniche venga discussa in sede Nazioni Unite. Motivo tale atteggiamento devesi soprattutto attribuire a scopo evitare che si costituisca un precedente nei riguardi di una eventuale trattazione del problema della minoranza araba in Palestina.


1 Telegrammi ordinari 1960, Israele, arrivo e partenza.


2 Ritrasmesso alla Rappresentanza presso l’ONU con T. per corriere aereo 20807/265 del 24 settembre 1960.


3 Vedi D. T. 321, nota 2.

350

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto precedenza assoluta 20622/2512. Roma, 22 settembre 1960, ore 18,35.

Oggetto: Alto Adige.

Si conferma la telefonata odierna.

Qualora non si riesce a fare ottenere dagli austriaci accettazione riferimento stretta connessione con l’Accordo De Gasperi-Gruber puessere presentata da codesta Delegazione quale «ultima ratio» la seguente formula: «Statuto degli Abitanti di lingua tedesca in Alto Adige». Nel caso in cui tale formula viene accettata Delegato italiano vorrà dichiarare esplicitamente che essa viene accettata da parte italiana appunto perché essa impiega le stesse parole con le quali l’Accordo De Gasperi-Gruber del 5 settembre definisce la questione oggetto di una intesa internazionale fra Austria e Italia.

Vorrà V.E. nel caso tale formula dovesse venire avanzata, fare previamente presente a Rappresentanti amici che essa costituisce un notevole sforzo da parte nostra e che rifiutandola Delegati austriaci andrebbero contro la logica delle cose appunto per il fatto che la controversia fra i nostri due Paesi è identificata nell’Accordo che intercede fra essi e che è l’unico motivo per il quale noi non ci sottraiamo alla discussione presso le Nazioni Unite. Un rifiuto austriaco coonesterebbe perfettamente un rifiuto nostro a sottostare alla discussione.

Per sua riservata informazione aggiunto che il vantaggio di tale formula è di impiegare l’aggettivo «tedesca» che ci dovrebbe assicurare una maggiore comprensione da tutti coloro che temono il sorgere del pangermanesimo e del razzismo.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

351

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO, ALESSANDRINI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 34805/2552. Parigi, 22 settembre 1960, ore 2,30 (perv. ore 3).

Oggetto: Alto Adige.

Telegramma di V.E. 20322/c. del 20 settembre(3).

Conformemente alle istruzioni ricevute, ho oggi fatto, in seduta privata del Consiglio, dichiarazioni corrispondenti alla nostra posizione circa la questione dell’Alto Adige.

Ho legato il mio intervento alla richiesta tedesca di aiuto all’ONU da parte dei Paesi alleati in previsione di attacchi sovietici alla Repubblica Federale Tedesca (vedi mio telegramma in data odierna 254)(4), ed ho dichiarato quanto segue:

«Mi corre l’obbligo di legare il presente argomento ad un’altra questione che sarà pure presentata prossimamente alle Nazioni Unite: quella dell’Alto Adige. Mi riferisco in proposito alle comunicazioni che abbiamo fatto in sede di Comitato Politico e mi tengo a disposizione dei miei colleghi per qualunque chiarimento che essi abbiano a desiderare.

Devo ripetere nuovamente, anche per la comprensione di ciche dirin seguito, che la questione dell’Alto Adige è di carattere giuridico e non politico.

Sono sicuro che tutti i nostri alleati sono d’accordo con noi nel non desiderare che una questione politica grave abbia a sorgere nel seno della vecchia Europa. Essa recherebbe infatti, fra l’altro, un grave pregiudizio all’ordine e alla sicurezza di una parte della frontiera stessa della NATO.

Disgraziatamente la stampa tedesca, anche quella pivicina agli ambienti governativi, ha preso posizione contro l’Italia nella questione altoatesina. Ma vi è di pi un membro del Governo tedesco, il signor Seebohm, ha pure, pubblicamente e nettamente, preso posizione contro l’Italia ed il suo intervento ha prodotto molta impressione poiché esso proviene da un Rappresentante qualificato di un Paese amico ed alleato.

Voi comprenderete facilmente la difficoltà nella quale si trova il mio Governo di affermare all’ONU le intenzioni pacifiche della Germania e di difendere gli intendimenti quando un membro del Governo tedesco fa delle dichiarazioni che possono essere considerate espansionistiche e pangermaniste. Tali dichiarazioni possono d’altronde legarsi ad altre fatte per altre zone e voi comprendete certamente il pericolo che puderivarne.

Noi riteniamo che tali prese di posizione rappresentino un pericolo per la stessa Repubblica Federale Tedesca e favoriscano accuse contro di essa che noi siamo certi non hanno fondamento ma che possono entrare facilmente nel giuoco sovietico favorendo gli attacchi del Signor Krusciov.

Se prese di posizioni polemiche non obiettive da parte della Germania Federale dovessero essere mantenute e se un appoggio alle pretese austriache dovesse essere continuato, l’Italia non potrebbe, nell’interesse stesso della Alleanza, non trarne le sue conclusioni, anche in sede ONU.

Noi speriamo tuttavia che la posizione della Repubblica Federale Tedesca e quella dei suoi organi pirappresentativi nei riguardi del problema altoatesino saranno al pipresto ristabilite conformemente all’amicizia esistente fra i due Paesi ed ai principi della solidarietà atlantica».

Von Walther ha preso subito dopo la parola per dichiarare che non aveva elementi ufficiali di informazione su quanto da me esposto. A titolo personale, egli ha fatto rilevare che la «Koelnische Rundschau» ad esempio non è un organo neppure ufficioso del Governo e che, d’altra parte, il Ministro Seebohm, come Capo del Dicastero delle Comunicazioni non ha potuto parlare in nome del Governo Federale. Bisogna anche considerare – ha aggiunto von Walther – che Seebohm è Rappresentante nazionale dei profughi. Egli ha comunque assicurato che non avrebbe mancato di trasmettere al suo Governo le mie dichiarazioni.

Spaak è intervenuto con convinzione e calore appoggiando apertamente la nostra posizione, così come io l’avevo esposta. Egli ha fatto rilevare la diretta connessione tra l’interesse della Germania ad essere sostenuta contro eventuali attacchi sovietici e la aspettativa dell’Italia ad avere l’appoggio degli alleati per il deferimento della questione alla Corte dell’Aja.

«La solidarietà», ha detto Spaak, «deve giocare in quanto tale nei due sensi, fra paese alleati, ed è da riconoscere che la proposta italiana di adire un tribunale in materia è l’unica che possa portare alla soluzione di una disputa fra paesi civili».

Spaak ha inoltre insistito sulla necessità che gli alleati si pronuncino chiaramente sulle loro intenzioni di appoggiare o meno la tesi italiana, e sulla opportunità che ciascun membro del Consiglio faccia conoscere eventuali divergenze di opinione. Tale procedura, egli ha fatto notare, è corrispondente a quanto si afferma nel rapporto dei tre saggi sulla necessarietà della consultazione preventiva fra gli alleati.

Richiesto di chiarimenti e precisazioni da parte di parecchi rappresentanti, ho lungamente intrattenuto il Consiglio su tutti gli aspetti della questione, sia segnalando, sulle linee del telespresso [sic] di V.E. 19769/c. dell’11 settembre(5), in modo preciso la nostra posizione nei riguardi della procedura sia ricordandone i precedenti storici.

Ho tratto, dal complesso e lungo dibattito sempre improntato ad una evidente buona comprensione da parte dei miei colleghi, una favorevole impressione sulle loro disposizioni e sui loro intendimenti.

Alcuni di essi mi hanno chiesto se i loro rispettivi Governi sono stati opportunamente informati e documentati dai nostri rappresentanti: supponendo che così sia, ho risposto affermativamente.

I rappresentanti del Regno Unito, del Belgio, degli Stati Uniti e della Francia hanno espresso il loro pieno appoggio alla nostra posizione, sia per quanto riguarda la formula del punto da iscrivere all’ordine del giorno, sia per quanto si riferisce alla necessità di circoscrivere comunque la questione al campo giuridico deferendola alla Corte Internazionale dell’Aja.

Tutti, ed in particolare gli scandinavi, mi hanno pregato di continuare a fornire loro materiale di documentazione aggiornato e di far loro pervenire ogni utile, tempestiva infomazione sugli sviluppi della questione.

Spaak ha riassunto la discussione affermando di essere assolutamente convinto del pieno fondamento delle nostre affermazioni e segnalando la chiarezza della impostazione da noi data al problema. Egli ha infine invitato i membri del Consiglio a raccomandare ai loro Governi di dare prova, in questa occasione, di una indispensabile solidarietà atlantica.

Informata Ambasciata Parigi e per corriere Ambasciata Londra.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana NATO Parigi, arrivo e partenza.


2 Ritrasmesso dal Ministero alla Rappresentanza presso l’ONU con T. per corriere aereo 20961/256 del 23 settembre 1960 (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza).

3 Vedi D. 340.
4 Vedi D. 346.
5 Vedi D. 321.
352

IL CAPO DELLA DELEGAZIONE PRESSO L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, MARTINO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 35012-34979/468-4692. New York, 23 settembre 1960 (perv. ore 8,45)(3).

Oggetto: Alto Adige.

468. In discussione procedurale odierna [il 22] su iscrizione argomento Alto Adige Kreisky limitatosi a brevissima dichiarazione richiamante documenti presentati da Austria. Da parte mia ho invece ampiamente svolto tesi giustificante inaccettabilità item come proposto da austriaci centrandola su due argomenti principali:

1) inconsistenza espressione «minoranza austriaci [sic]»;

2) necessità inclusione riferimento ad accordo De Gasperi-Gruber, strumento diplomatico nel cui quadro solo si pusvolgere discussione di carattere internazionale. Ho concluso chiedendo che item venga mutato come segue: «implementation of agreement of September 5 1946». Hanno preso parola seguenti oratori nell’ordine sotto elencati (premetto che maggior parte di essi ha espresso apprezzamento per atteggiamento responsabile assunto da Delegazione italiana).

1) Sudanese con cui come riferito avevamo preso preventivo accordo per ottenere desse inizio a discussione intonandola in modo a noi favorevole. In realtà così egli ha fatto rilevando importanza accordo 1946 ai fini esame problema ed auspicando una intesa italo-austriaca per formulare item.

2) Jugoslavo dichiarando che Delegazioni proponenti argomenti hanno diritto attendersi che discussione avvenga su formulazione da loro proposta: in tali circostanze avrebbero votato per iscrizione item quale proposto.

3) Libico che si è espresso pressappoco secondo linee Sudanese.

4) Francese che ha appoggiato pienamente nostra tesi auspicando modifica formulazione secondo nostra richiesta.

5) Ceylonese che ha espresso avviso che per venire incontro punto di vista due parti potrebbero unirsi loro due proposte in una sola formulazione con congiunzione tra le due.

6) Inglese che, ricordando come suo Governo avesse fatto presente Vienna opportunità questione non fosse portata Nazioni Unite, ha rilevato che tesi italiana dovesse essere tenuta in debito conto ed ha concluso auspicando raggiungimento formula conciliativa tra due parti.

7) Panamense ha rilevato che secondo art. 40 regole procedura Comitato Generale pusolo o accettare o respingere item. Egli nella eventualità mancata intesa italo-austriaca, era favorevole accettazione, in quanto proponenti avevano diritto presentare item come desiderato.

8) Venezuelano ha appoggiato nostra richiesta trovando giustificata necessità menzione accordo De Gasperi-Gruber.

9) Iracheno pur esponendo parole apprezzamento per nostra posizione, ha dichiarato non poteva rifiutarsi a Paesi Membri facoltà mantenere dizione da essi proposta.

10) Haitiano ha auspicato intesa tra due Delegazioni.

11) Americano dichiarato che «formulazione necessitava miglioramento» ed ha proposto aggiornamento perché vi sia tempo a due Delegazioni accordarsi su nuova formula.

12) Cinese ha mostrato apprezzamento per posizione italiana pur auspicando accordo due Delegazioni. In caso mancato accordo ha suggerito formulazione completamente neutra limitandosi indicare all’incirca «comunicazione Governo austriaco in data 23 giugno 1960».

13) Giapponese ha messo in rilievo pertinenza osservazioni italiane circa espressione «minoranza austriaca» facendo perappello accordo circa formulazione che tenesse in conto punti di vista entrambe parti.

14) Pakistano ha appoggiato proposta americana rinviare decisione in attesa accordo parti.

Notevole totale assenza dichiarazioni sovietico, bulgaro e rumeno.

Kreisky ha allora dichiarato che a scopo conciliazione mentre non poteva accettare formulazione italiana non si sarebbe opposto ad eventuali eque modifiche.

Ho allora proposto formalmente sulla base di previi contatti che mi risultava essere stati presi anche con austriaci da Delegazione canadese, seguente formula «the status of the German-Speaking inhabitants in Alto Adige with reference to the implementation of the agreement of september 5 1946».

Kreisky ha accettato formula in parte contrapponendo cioè ad «Alto Adige» la locuzione «South Tyrol» ed a «with reference to» semplice congiunzione «and».

A questo punto ho chiesto che rappresentante austriaco spiegasse motivi tale sua posizione. Kreisky ha esitato e Presidente ne ha approfittato evidentemente per evitare che si innestasse a tale punto discussione di sostanza per suggerire sulla base proposta rinvio che problema venisse delibato tra due Delegazioni dalle quali auspicava potesse emergere accordo.

Canadesi si sono allora adoperati come intermediari.

469. Segreto. Massima precedenza assoluta. Il presente telegramma fa seguito al telegramma n. 468.

Canadesi ci sono venuti a proporre, subito dopo aggiornamento questione in seduta, formula su cui ci hanno lasciato intendere avere almeno per [sic] una approvazione di massima austriaca e cioè «the status of the German speaking inhabitants of the province of Bolzano».

Avendo Kreisky rifiutato aderire richiesta inserire subito dopo «with reference to» the implementation of the agreement etc. canadesi proposto sostituire «with reference to» con semplice trattino che in lingua inglese significa associazione due problemi. Ho ritenuto opportuno, pur non dando mia totale adesione, lasciare capire a canadesi che non ero contrario a che essi proseguissero sondaggi in quel senso.

Successivamente canadesi sono ritornati a comunicarci che austriaci dopo discussione durata tra di loro ben due ore, in cui si sono manifestati pareri contrastanti, hanno finito per non aderire a proposta inserimento del trattino.

Mutando totalmente formulazione, austriaci avevano controproposto formula ricalcante accenni fatti durante seduta da cinese (vedi mio telegramma precedente n.

468) e che viene spesso usata in N.U. quando si desidera evitare presa posizione precisa in situazione controversa (tipico esempio ultimo quello problema Congo) e cioè semplicemente «lettera del Governo austriaco al Segretario Generale del 23 giugno 1960» con riferimento cioè a documento con cui austriaci avevano proposto iscrizione in agenda. Abbiamo ritenuto opportuno al(4) presente che tale formula ci sembrava inaccettabile in quanto che, sia pure non precisandola, avrebbe imperniato discussione su documento riferente solo tesi austriaca. Canadesi hanno allora proposto di porre invece del trattino semplice punto. Abbiamo aggiornato a domani mattina ripresa discussione in argomento.

Tenuti presenti precedenti proposta mi sembra che alternative che si pongono sono le seguenti:

1. -limitarsi soltanto a prima parte formulazione e cioè «status of the German speaking inhabitants of the province of Bolzano». Questa alternativa perha inconveniente non ricordare in modo preciso trattato Parigi; 2.- «status of the German speaking inhabitants of the province of Bolzano and the implementation of etc.»; 3.- «status of the German speaking inhabitants of the province of Bolzano. The implementation of the agreement etc.»; 4.- potrebbero anche esserci due altre alternative che non abbiano ancora fatto proporre a canadesi e cioè «status of the German speaking inhabitants of the province of Bolzano. Implementation (non cioè preceduto da articolo) of the agreement etc.» oppure sostituzione del punto tra due frasi con due punti (che peraltro austriaci difficilmente approveranno).

Sargrato indicarmi massima urgenza prima ore nove locali New York domattina eventuali preferenze possibilmente per telefono(5).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I; Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmessi tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 La prima parte del presente documento (T. 35012/468) è priva dell’ora di partenza e pervenne alle ore 8,45; la seconda (T. 34979/469), partita alle ore 7, pervenne alle ore 8,30.


4 Si intende, presumibilmente, far.


5 Per la risposta vedi D. 353.

353

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 20670/2542. Roma, 23 settembre 1960, ore 13,45.

Ringrazio innanzi tutto per l’efficace azione svolta.

Quanto alla formula di cui al suo telegramma 4693, e lasciando a V.E. di giudicare secondo quanto risulterà da possibilità soltanto costì valutabili, la nostra preferenza va, in ordine decrescente, alla formula primitivamente proposta da V.E. e cioè «statuto dei cittadini di lingua tedesca nella provincia di Bolzano in relazione all’Accordo De Gasperi-Gruber».

Potremmo anche accettare formula proposta dai canadesi, purché la congiunzione «and» sia sostituita da due punti.

Infine formula proposta ieri a V.E., e cioè «status degli abitanti di lingua tedesca della provincia di Bolzano». Dovrà perfare in tal caso la dichiarazione di cui era cenno nel telegramma, e cioè che tale formula è accettata da parte italiana in quanto esattamente corrisponde alle parole dell’Accordo De Gasperi-Gruber.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Il telegramma reca in aggiunta la priorità: «precedenza assoluta». 3 Vedi D. 352.

354

IL CAPO DELLA DELEGAZIONE PRESSO L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, MARTINO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 35024/4702. New York, 23 settembre 1960, ore 4 (perv. ore 11,15).

Oggetto: Alto Adige.

Mio 469(3).

A prescindere da attuale delicata ultima fase negoziati con Austriaci tramite canadesi, mi sembra opportuno fare punto discussione oggi [il 22]4 scopo fornire ogni elemento valutazione su posizioni determinatesi ed implicazioni discussione stessa.

1.- È stato unanimemente apprezzato atteggiamento italiano quale quello da noi esposto e cioè non opporsi iscrizione per deferenza verso Assemblea sia pure condizionando molto precisamente nostra non opposizione. 2. -Abbiamo ottenuto pubblica ammissione da parte Kreisky adesione a nostra richiesta mutamento formulazione item il che anche se è stato fatto da parte austriaca scopi tattici onde non inasprire atmosfera costituisce pur sempre adesione sia pure parziale nostra impostazione. 3.- Malgrado discussioni procedurali sopratutto in organi quale Comitato Generale non comportino mai prese posizione sostanziali ed interventi di una certa ampiezza, abbiamo potuto registrare nella maggior parte oratori che hanno parlato espressioni comprensione nostre tesi, il che dovrebbe agevolarci in discussione di sostanza. 4.- Occorre peranche osservare che, mentre tra gli oratori genericamente avversi nostre richieste, e questo sopratutto per motivi procedurali, due hanno dichiarato che avrebbero votato per iscrizione in agenda dell’item quale formulato da austriaci, nessuno di coloro che ha dichiarato rendersi conto legittimità richiesta Italia si è pronunziato decisamente affermando che avrebbe votato contro item. Cinon è stato fatto neppure dai nostri alleati pivicini, il che sembra confermare saggezza decisione non opporsi in via pregiudiziale ad iscrizione item. 5. -Tre Membri blocco sovietico non si sono pronunciati non partecipando minimamente al dibattito. Cipuessere spiegato o con desiderio non appesantire situazione austriaci con una presa posizione loro favore dell’intero gruppo oltre cortina o con desiderio mantenere atteggiamento mezza strada o infine anche con intenzione non creare ripercussioni sfavorevoli in ambienti comunisti italiani in vista elezioni o infine ancora non esporsi su argomento che ha analogia con altri cui sono direttamente interessati alcuni satelliti sovietici. Sta di fatto comunque che totale silenzio tre delegati blocco predetto non poteva non essere previamente concordato e che qualche significato esso ha. Va tuttavia rilevato che non esiste precedente in cui si sia verificato silenzio da parte blocco sovietico per tema danneggiare propri amici: pudarsi che tutte ragioni suesposte abbiano giocato per indurre a tale silenzio.

6. Da notarsi cordialità espressioni sudanese, libico e venezuelano.

7. Degli alleati da notarsi calda adesione francese, soddisfacente quella inglese tenuto conto anche legami sopratutto economici Londra con Vienna (abbiamo ringraziato Delegati tali due Paesi). Notevolmente insoddisfacente è stato invece atteggiamento Delegato americano, secondo previsioni e timori a suo tempo espressi da Rappresentanza permanente con telegramma 3975. In realtà americani non avevano linea azione precisa malgrado nostre costanti sollecitazioni, sembravano disorientati ad inizio seduta non sapendo se, ed evidentemente cercando evitare di prendere parola in prima fase dibattito, e hanno infine fatto dichiarazione piper aggiornare problema che per manifestare appoggio, limitandosi dire che «formulazione meritava miglioramenti».

Quali che saranno sviluppi domani su dettagli per formulazione item mi sembra poter dire che per lo meno riunione oggi ha segnato punto positivo.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Vedi D. 352.


4 Si fa riferimento alla prima seduta del Comitato Generale: UN, General Assembly, Official

Records, Fifteenth Session, General Committee, 127th meeting, New York, Thursday, 22 September 1960, at 3.15 p.m., pp. 1-6.5 Vedi D. 316.

355

IL CAPO DELLA DELEGAZIONE PRESSO L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, MARTINO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 35195/4732. New York, 23 settembre 1960, part. il 24, ore 6,09 (perv. ore 10,40).

Oggetto: Questione Alto Adige.

Mio 469(3).

Contatti con austriaci si sono svolti sempre in via indiretta tramite canadesi e sono stati faticosi ed intensissimi durante mattino e primo pomeriggio. Austriaci si sono in realtà notevolmente irrigiditi dopo accettazione pubblica ed affrettata di ieri da parte Kreisky che deve avere dato luogo a non poche difficoltà in seno delegazione austriaca. Ciha reso impossibile ottenere qualsiasi adesione a rovesciamento formula nella quale cioè «implementation etc.» precedesse le parole «status etc.». Austriaci hanno sopratutto insistito per porre nel titolo locuzione collettiva quale «popolazione, minoranza, etc.». Abbiamo controproposto «elements» essendo [sic] essi receduto da ammissione data ieri parola «inhabitants». Austriaci hanno allora controproposto «element» che in realtà è locuzione contenuta in accordo. Altra difficoltà è derivata da nostra richiesta per due punti tra due parti item, sui quali canadesi ci hanno ripetutamente comunicato impossibilità ottenere accettazione austriaca. Non ci è parso opportuno insistere con rischio fallimento negoziati per non avere un punto invece dei due punti tra due parti predette.

Austriaci hanno poi chiesto che si indicasse località in «provincia di Bolzano-Bozen» adducendo che bilinguismo in terminologia geografica Alto Adige era prescritto da accordo De Gasperi-Gruber. Con molta fatica canadesi sono riusciti, seguito mie rimostranze personali, porre parola Bozen tra parentesi. Di conseguenza item risultato come segue: «status of the German speaking element in the province of Bolzano (Bozen). Implementation of the Paris agreement of september 5, 1946».

Non abbiamo ritenuto troncare item a metà secondo suggerimento di cui a punto terzo telegramma V.E. n. 2544, in quanto a) item sarebbe in tal caso finito sulla parola «Bozen»;

b)- siamo riusciti ad eliminare articolo «the» prima di «implementation» il che conferisce a seconda parte dell’item carattere piche altro esplicativo della prima parte, come è nei nostri interessi; c) -ci è parso convenire in ogni modo lasciare menzione esplicita ad accordo Parigi dopo che così insistentemente ci eravamo riferiti ad esso.

Ci siamo consultati in delegazione sia con membri politici sia con giuristi e sia con rappresentanza permanente e ci siamo trovati tutti d’accordo che una ulteriore insistenza da parte nostra per ulteriori modifiche non avrebbe pitrovato canadesi disposti a continuare negoziati. D’altro canto fallimento negoziati stessi avrebbe anche facilmente indotto delegazioni esitanti a votare per iscrizione item come proposto da austriaci. Non vi è dubbio infatti che avendo noi proposto le modifiche ed avendole austriaci accettate in via di massima ogni nostra resistenza ulteriore sarebbe stata per noi onerosa.

In nuova riunione Comitato Generale(5) canadesi hanno proposto nuovo item. Kreisky (che incontrando Betteloni stamani si era concitatamente espresso con lui nei confronti nostre resistenze) ha quindi fatto dichiarazione pidi sostanza che di procedura, ricordando, per giustificare parole austrian minority, che per 600 anni Sud Tirolo aveva appartenuto ad Austria, menzionando che in richieste austriache non vi erano motivi razziali e rilevando aspetti politici problema in modo polemico. Ho controbattuto punto per punto dichiarazioni Kreisky, a mia volta ponendo in evidenza esistenza trattato, offerta italiana ricorso Corte, manifestazioni razziali recenti (quale riunione Monaco domenica scorsa [il 18])(6), intenzione italiana non demordere da attuale sua considerazione problema, basata su trattati esistenti a cominciare da quello 1919 che consacrinviolabilità confini conquistati da 600.000 morti.

Ha seguito americano che ha pronunciato breve tepido intervento in cui ha rilevato che si era sempre da parte Stati Uniti sconsigliato che problema venisse discusso in Nazioni Unite.

Item è stato quindi incluso senza ulteriore discussione e senza voto.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU. Il telegramma reca in aggiunta la priorità: «precedenza assoluta». New York, Thursday, 23 September 1960, at 5.45 p.m., pp. 7-11.


3 Vedi D. 352.


4 Vedi D. 353.


5 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, General Committee, 128th meeting,


6 A proposito della riunione di Monaco, Martino così aveva riferito in Comitato Generale: «His country was very much concerned at the recent attitude taken by Austria. His delegation noted the assurance given by the Austrian representative that his delegation did not intend to present racial arguments. However, it had been noted in Italy that only a few days previously a so-called “meeting of three countries” had been held in a place of Hitlerite memory in Munich, Germany, and that meeting had laid claim to a territory which legitimately belonged to Italy» (ibidem).

356

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 35192/474. New York, 23 settembre 1960, ore 23,09 (perv. ore 10 del 24).

Oggetto: Questione Alto Adige.

Mio 473(2).

Sviluppi odierni circa questione Alto Adige mi sembrano confermare valutazione fatta ieri con mio telegramma citato(3). Malgrado forte irrigidimento austriaco, item include ora soddisfacentemente istanze italiane su carattere «di lingua tedesca» della popolazione considerata e per specifico riferimento Trattato Parigi. Abbiamo inoltre notevolmente sensibilizzato delegazioni e stampa su importanza che noi annettiamo a problema. Ciovviamente potrà farci gioco perché verrà data maggiore attenzione a trattazione questione in sede di discussione di sostanza: d’altro canto non nascondiamoci che proprio per constatata serietà problema molte delegazioni verranno indotte a procedere con cautela nel dibattito di sostanza per non troppo antagonizzare una delle due parti.

Nostra impostazione problema, con richiesta mutamento ha comunque offerto vantaggio per anticipare tempi ad austriaci nello scoprire loro carte. Kreisky che ieri erasi limitato a brevissima dichiarazione procedurale, ha dovuto oggi affrontare già questione sostanza e se una preoccupazione ha rilevato è stata quella di dissociare iniziativa Vienna da esigenze oppressioni razziali: il che è una buona indicazione di quello che austriaci appaiono ritenere essere loro possibile tallone d’Achille in trattazione questione. Dichiarazioni di S.E. Martino hanno molto opportunamente servito a puntualizzare proprio tale elemento.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 355. 3 Potrebbe farsi riferimento non già al telegramma citato alla nota precedente, quanto piuttosto al D. 354. Quest’ultimo telegramma era, infatti, partito il 23 alle ore 4 ‒quindi verosimilmente redatto il giorno precedente ‒ e conteneva valutazioni sulle posizioni delle varie delegazioni.

357

IL CAPO DELLA DELEGAZIONE PRESSO L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, MARTINO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 35191/4752. New York, 23 settembre 1960, ore 23,40 (perv. ore 9,20 del 24).

Oggetto: Alto Adige.

Ho tenuto oggi prevista conferenza stampa su questione Alto Adige. Ho anzitutto distribuito memorandum stampa che nostra delegazione ha messo a punto. Esso contiene esposizione pacata della nostra impostazione: sottolinea attraverso citazione fatti e dati principali, esecuzione da noi data ad Accordo Parigi mette in luce atteggiamento austriaco avanzare sempre nuove pretese, insistendo infine particolarmente per autonomia Provincia Bolzano. Sottolinea comprensione dimostrata da Italia con proposta di portare disputa a Corte Aja, commenta e critica motivi per cui Austria avversa ricorso Corte.

Ho poi commentato punto per punto argomenti avanzati da Krejsky l’altro ieri in conferenza stampa(3):

a)- non puparlarsi di minoranza austriaca. In particolare esempio portato da Kreisky di definizione minoranze svedesi e francesi è erroneo in quanto definizione queste ultime giustificata almeno da comune linguaggio mentre in Alto Adige si parla tedesco, né esiste religione austriaca o razza austriaca. Inoltre formula abitanti di lingua tedesca è stata sempre usata in passato anche nei documenti ufficiali austriaci; b)- anche precedenti storici non possono invocarsi perché allora avrebbe a darsi denominazione di «austriaci» a quanti popoli, italiani, cechi boemi jugoslavi romeni, appartenevano ad Impero asburgico; c) -di fronte a citazione tratta da Bissolati Luzzatti e Turati, tre soli uomini politici in un popolo di 40 milioni di abitanti, sta approvazione quasi unanime data da Parlamento a richieste italiane e Trattato San Germano. Ed anche Wilson volle che confine italiano passasse al Brennero; d)- quanto a politica seguita da Italia tra due guerre, pur non negando errori fascismo, occorre mantenere cose nei giusti termini ed esatta prospettiva: elemento di lingua tedesca è numericamente aumentato, economia regione ha beneficiato della industrializzazione, emigrazione italiana non è stata superiore a quella altre Provincie nordiche ecc. Iniziativa poi accordo 1939 Hitler-Mussolini venne da Berlino che allora governava anche Austria e non da Roma; e) -quanto a citate dichiarazioni Borghese Toscanini e Pacciardi, Kreisky nulla ha detto sul fatto che tali persone hanno poi, dopo meglio conosciuta situazione, rettificato loro giudizio. Pacciardi in particolare nel 1947 approvtrattato pace ratificante attuale confine; f)- circa accuse non esecuzione Accordo ho spiegato realtà situazione per quel che riguarda impiegati statali, redditi, pretesa emigrazione altoatesina, case popolari ed infine concessione autonomia nell’ambito regione.

Successivo periodo domande e risposte mi ha consentito mettere ulteriormente in luce vari punti di cui sopra e sottolineare in particolare che retta via per soluzione disputa è Corte Aja di cui Italia a differenza Austria è pronta accettare giudizio.

Invio testo per corriere.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Vedi D. 347.

358

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI(1)

R. riservato 108012. Washington, 23 settembre 1960.

Signor Ministro,

l’atteso discorso pronunciato ieri alle Nazioni Unite dal Presidente Eisenhower a prima vista sembra aver risposto alle generali aspettative e non essersi discostato da quei criteri informatori anticipatimi da Herter e poi da altri suoi collaboratori: discorso di impostazione per cercare di imprimere ai dibattiti alle Nazioni Unite un andamento costruttivo, inteso a rendere difficile una posizione di attacco di Kruschev, volto a sfruttare il successo riportato in Congo, ad impressionare la massa dei Paesi afro-asiatici ed a riprendere l’iniziativa nel disarmo nel duplice settore degli alti spazi e delle armi nucleari.

Nel suo insieme il discorso non ha presentato novità sensazionali, costituendo uno sviluppo ed una puntualizzazione di cose dette in precedenza da Herter, alla Bar Association il 1° settembre, e in materia di aiuti una accentuazione di quell’indirizzo, già da noi segnalato, rivolto ad incanalare gli aiuti per l’Africa attraverso le Nazioni Unite.

È evidente che il Presidente rivolgendosi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dovesse usare argomenti ed accenti che trovassero subito ampia rispondenza nel particolare uditorio. Ma, a mio avviso, il punto centrale per una corretta valutazione politica dell’orazione, o canti del cigno, del Presidente uscente, consiste nel poter determinare quanto sia nell’impostazione dovuto all’esigenza dell’ambiente societario e quanto rappresenti il frutto di una meditata decisione di policy. In altre parole se siamo di fronte ad un discorso fatto ad usum Nazioni Unite oppure di fronte al delinearsi di una svolta nella concezione politica degli USA.

Nel primo caso non avrei obiezioni di fondo, nel secondo sarei molto piperplesso e critico. Il nocciolo della questione è infatti questo: gli Stati Uniti considerano le Nazioni Unite uno degli strumenti della loro politica, al pari di quanto fa la Russia, oppure essi si illudono oggi di voler fare la loro politica principalmente in funzione delle Nazioni Unite e a mezzo di esse? Se tale fosse il caso ci sarebbe da dire che ci si prepara a delle grosse delusioni e che si rischi di mettere la propria politica al repentaglio dei variabili umori di una incontrollabile Assemblea: significherebbe voler intraprendere nel campo internazionale una politica elettoralistica, congenitamente aleatoria, perché legata ai consensi che l’America sarebbe costretta a procurarsi di volta in volta e che quindi ne condizionerebbero o paralizzerebbero l’azione.

Ho qualche ragione di sperare che questo sia il caso anche se quello che definirei onuismo abbia fatto in questi tempi notevoli progressi in America. Tale mia opinione si fonda sui seguenti fatti:

1) sappiamo che il discorso di Eisenhower non è nato da una decisione di lunga data, o meglio, che non si è trattato di una iniziativa americana ma di una controazione determinata dalla venuta di Kruschev a New York. Sono noti a V.E. i tentennamenti, la primitiva decisione di scoraggiare la venuta del leader sovietico, di lasciarlo isolato e di affidare a Herter il compito di parlare alle Nazioni Unite. È stato solo dopo quando questo piano è fallito che si è deciso di passare alla controffensiva;

2) dovendo parlare all’ONU, e dovendosi parare ad un attacco sovietico contro il Segretario Generale e contro gli Stati Uniti, occorreva assicurarsi a priori una massa di consensi, dicendo cose che piacessero, smorzando il pipossibile i toni polemici, offrendo aiuti e rilanciando il disarmo;

3) la concomitanza con le elezioni americane rendeva altresì necessario prevenire le critiche della opposizione democratica, evitare insuccessi che si sarebbero ripercossi sul prestigio americano e dare allo stesso pubblico americano la sensazione che i suoi ideali di pace, fratellanza e democrazia erano drammaticamente esaltati e propugnati dal Presidente repubblicano in carica;

4) la precisa sensazione che gli Stati Uniti sono oggi tra i piforti sostenitori della tesi di non mollare a Berlino, in Africa e in Estremo Oriente. Questo mi risulta da varie fonti e dai recenti colloqui di Washington di Herter con Lord Home e Brentano, nonché da taluni significativi episodi connessi con la situazione a Berlino e nel Laos su cui riferisco separatamente. Alla maggior fermezza nel campo politico corrisponde nel settore militare una accelerazione nei programmi di riarmo, il rinforzo delle flotte e l’aumento nei lanci missilistici;

5) i programmi di aiuto economico restano nelle mani della amministrazione americana; i massicci aiuti all’India vengono fatti attraverso istituti di cui l’America ha il controllo e con l’aiuto dei Paesi amici. Lo stesso dicasi per il Pakistan, l’Iran, la Grecia, la Turchia, l’America Latina ed i Paesi piprogrediti del Nord Africa. La somma di aiuti che si vuole incanalare attraverso le Nazioni Unite è ancora relativamente modesta e limitata principalmente ai Paesi dell’Africa nera. Qui l’America si trova di fronte a un problema del tutto nuovo poiché ha da fare con Stati in cui l’elemento tribale è dominante e la classe dirigente sottilissima o quasi inesistente: una competizione con l’URSS sarebbe estremamente difficile mentre l’usbergo dell’ONU costituisce uno scudo ed un canale valido o il migliore disponibile.

Dati questi motivi ritengo che anche se l’ONU sia salita nella scala dei valori americani, essa pur sempre resti uno degli strumenti della politica americana e non si sostituisca, se non in parte, a quelle che sono le leve tradizionali, e le sole ancora efficaci, di una politica: la forza militare, le alleanze, la potenza economica, e il conseguente prestigio politico e morale.

Ritenendo valide le suaccennate considerazioni, il mio giudizio di insieme sul discorso di Eisenhower è positivo. Si tratta di un lodevole sforzo nella battaglia dialettica tra mondo comunista e mondo libero. Tuttavia, se il discorso nelle sue grandi linee corrisponde alla esigenza di combattere il comunismo sul piano della propaganda e delle idee, esso contiene accenni che non possono non preoccupare noi europei. In primo luogo la Francia, per ovvi motivi (specialmente Algeria). In secondo luogo anche noi per l’oscuro accenno ad un plebiscito universale. Si tratta di una formula così vaga e nebulosa da potersi applicare a tutto e a nulla. Inoltre nel parlare di disarmo non vi è stato accenno al Comitato dei dieci né ad una immediata ripresa dei suoi lavori. Il Presidente è sembrato invece indirizzarsi verso una ripresa di negoziati tra potenze nucleari e cioè a quattro, se si vuole includere la Francia. Il legame tra aspetti di disarmo atomico e convenzionale è stato mantenuto, ma in forma indiretta e tale da non escludere uno sganciamento o una sua anticipazione nei tempi sin qui previsti. Ma tutto questo merita di essere approfondito e mi riservo di ritornarvi dopo averne parlato con il Dipartimento di Stato.

Degli altri problemi il Presidente ha fatto menzione con tocco leggero, ma direi efficace. Devo rilevare che è la prima volta che egli abbia menzionato dinanzi alle Nazioni Unite la questione di Berlino. Si è trattato invero di sole quattro righe, dedicate alla Berlino occidentale senza allusioni alla pigrande Berlino o all’unificazione della Germania. Posizione ovviamente difensiva che ha valore di memento, inserita forse per prevenire Kruschev o per contentare Bonn, accenno comunque troppo rapido per avere un effetto sull’Assemblea ed allo stesso tempo non privo di rischi potendo offrire a Kruschev lo spunto.

In conclusione, il discorso, malgrado la mancanza di proposte veramente nuove o sensazionali, mi sembra possa essere considerato nella sua funzione tattica, e da tal punto di vista si pudire che lo scopo sia stato raggiunto poiché, pidi ogni cosa, è stata la presentazione fatta dallo stesso Presidente a mettere l’America nella migliore luce di fronte al mondo. Ora dinanzi a tutta questa esaltazione dell’ONU da parte di Eisenhower e degli altri oratori che seguiranno, mi sento portato a fare una ultima considerazione e cioè che il Governo italiano è stato assai saggio nel non opporsi alla discussione del problema dell’Alto Adige all’ONU. In un momento di esaltazione generale sarebbe stato per noi dannoso metterci apertamente contro corrente.

Gradisca, Signor Ministro, l’espressione del mio devoto ossequio.

[Manlio Brosio]


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 36, fasc. Italia-ONU, II semestre 1960. 2 Il documento reca il timbro: «Visto dal Segretario Generale».

359

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, FANFANI(1)

T. segreto 35491/4812. New York, 26 settembre 1960, ore 18,15 (perv. ore 1,30 del 27).

Oggetto: Conversazioni con Herter.

Riassumo mia conversazione con Herter. Questi probabilmente anche seguito intervento precedente Brosio è stato particolarmente cordiale.

A mia ferma impostazione problema Alto Adige Herter ha dichiarato nel modo piesplicito che Governo americano e egli personalmente si sente impegnato prestarci ogni possibile appoggio anche perché, pur dichiarandosi pronto sostenerci su tesi non iscrizione, ci aveva a suo tempo suggerito non fermarci su tale tesi.

Herter aggiunto aver dato recenti istruzioni delegato americano N.U. sostenere che questione deve essere trattata attraverso mezzi giuridici. Ciera stato già detto da Wadsworth allo Stearing Committee. Inoltre da consultazioni effettuate con varie Nazioni amiche risultato parere unanime questione avere carattere giuridico.

Ringraziato Herter e dettogli che noi ci attendevamo da USA non solo suo appoggio ma anche suo attivo intervento presso altri Paesi. Anche su ciSegretario Stato dimostrato disposizione francamente favorevole. Egli attirato vivamente nostra attenzione su necessità chiarire termini problema particolarmente a nuovi Stati.

Circa procedura, da ambo le parti si è constatato che questione potrebbe venire in discussione abbastanza presto, probabilmente in ottobre.

Nel ringraziare Segretario Stato ho ritenuto insistere su importanza vitale problema che concerne non soltanto Governo italiano ma radicalmente intero orientamento politico Paese. Ho sottolineato pertanto necessità che questione venga liquidata alle

N.U. una volta per sempre, per non dare adito ulteriori agitazioni sia in campo internazionale sia in quello locale.

Al riguardo ho attirato attenzione Herter su provocazioni austriache per pretesi sconfinamenti italiani. Ho tenuto comunque precisare nel modo pifermo che, essendo la zona interessata perfettamente tranquilla, prospera e frequentata da grandi masse stranieri che possono constatarne effettive condizioni, ci opporremmo a qualsiasi proposta inchieste in loco da parte N.U. Ricordato infine nostre offerte incontri bilaterali e adire comune accordo Corte Aja.

Segretario Stato ha ripetuto che per Governo americano problema è chiaro e semplice e insistito su necessità nostra preparazione per controbattere propaganda austriaca in seno N.U. e fornire elementi giudizio Governi meno al corrente termini problema.

Circa andamento lavori Assemblea Generale Herter confermato giudizio negativo discorso Krusciov. Riferito peraltro che finora nulla è stato concordato con altri Governi occidentali circa tattica comune da seguire. Egli attende discorso Macmillan giovedì prossimo [il 29]. Per quanto concerne francesi constatato che unica loro preoccupazione è Algeria.

Per quanto concerne pretese Krusciov trasferimento sede N.U., Herter mostrato gradire nostro eventuale intervento contro pretese medesime.

Segretario Stato informatomi quindi aver parlato in modo assai franco con Couve de Murville a proposito nota conferenza stampa generale De Gaulle e avergli detto fra l’altro che se informazioni in possesso Governo americano circa intenzioni De Gaulle erano esatte vi sarebbe stata una sola conclusione: ritiro tutte forze armate americane da Europa. Unica giustificazione per mantenimento tali forze è infatti esistenza Comando integrato. Disappunto americano per conferenza stampa De Gaulle dovuto anche considerazione che divergenze tra alleati vanno discusse confidenzialmente e non date in pasto al pubblico.

Herter [...]3 qualche perplessità circa atteggiamento Cancelliere Adenauer.

Egli infine preannunziato prossima conclusione lavori preparatori per piano revisione NATO e riservatosi esaminare questione in via bilaterale con noi come con altri alleati per poi porre problema esame Consiglio Atlantico dicembre prossimo. Studi americani si basano su necessità maggiore grado integrazione anche per quanto concerne controllo armi nucleari. Herter sottolineato importanza mantenere principio integrazione per ovvie considerazioni sia militari sia politiche. Ho convenuto su linee direttive americane e mi sono riservato esaminare progetto non appena ci verrà sottoposto.

Infine Herter preannunciato che americani faranno speciali raccomandazioni per IRBM (ripeto IRBM) su basi diverse da quelle fatte in precedenza nonché per Polaris.

A conversazione partecipato anche On. Martino con quale ci siamo trovati d’accordo nel valutare carattere positivo colloquio.

Pregoti riconsiderare questione data discussione problema Alto Adige in Commissione Assemblea. Qui vengono esposte considerazioni per fissare discussione prima elezioni americane per essere sicuri attuazione buone disposizioni Governo attuale e prima elezioni italiane pensando possibile astensione delegazioni oltre cortina che probabilmente in vista tali elezioni hanno osservato stretta neutralità corso riunioni Comitato Generale.

Attendo tua risposta.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Gruppo mancante.

360

L’AMBASCIATORE A MOSCA, PIETROMARCHI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 3462/16102. Mosca, 26 settembre 1960.

Oggetto: Considerazioni sul discorso di Krusciov all’Assemblea.

Col discorso all’Assemblea dell’ONU Krusciov ha fatto il primo tentativo di assicurare al blocco sovietico, con l’appoggio dei Paesi di terza forza, la supremazia mondiale. È la tattica dei fronti popolari applicata alle Nazioni Unite.

Altri tentativi del genere sono da attendersi, perché il suo obiettivo non muta, né pumutare. La realtà è che il comunismo non è soltanto una forza politica, è una Chiesa, il cui capo è spinto dal proprio fanatismo e da quello dei suoi adepti, dentro e fuori l’URSS, ad assicurare l’ecumenicità della fede di cui è l’esponente. Quale sia questo fanatismo, persino in elementi italiani, abitualmente così opportunisti e cinici, è testimoniato dal seguente episodio. Conversavo col Senatore Terracini, venuto a pranzo in Ambasciata con la delegazione parlamentare. Si parlava del riarmo della Germania. L’On. Terracini mi esprimeva la sorpresa che l’Occidente avesse lasciato la Germania riarmarsi dopo che per due volte aveva provocato un massacro.

-Ma noi il massacro ce l’attendiamo da questa parte – gli ho detto.

-- Mi ascolti – mi ha risposto –. Io non sarpidi questo mondo e la mia polvere sarà dispersa ai quattro venti, ma verrà il giorno in cui tutto il mondo sarà socialista. -- Lo nego – gli ho detto –. L’esperienza di due anni in questo Paese mi ha convinto precisamente del contrario e cioè che il socialismo non promuove, ma blocca, il progresso in tutti i campi.

-Allora si comprende che lei si attenda il massacro da questa parte.

-Evidentemente ...! – gli ho risposto.

Se non si tien conto di quest’atmosfera di fanatismo, di questa convinzione, che in Krusciov è indubbiamente sincera, di vivere in un’epoca di generale rivolgimento tanto politico che sociale e di cui l’emancipazione dei popoli afro-asiatici è appena un segno ma che è destinato ad accelerarsi al punto ch’egli stesso, Krusciov, conta di vederne l’epilogo, non si comprende la effettiva dinamica del comunismo. Soprattutto non deve mai dimenticarsi che ogni tentativo di distensione non è che una tregua: ora una tregua è quasi sempre nell’interesse di chi la chiede, per prepararsi meglio all’attacco finale. Spetta a chi deve concederla considerare se è anche nel proprio interesse dar respiro all’avversario che ha giurato di perderlo.

Krusciov maschera il suo obiettivo di sopraffazione mondiale con l’argomento, indubbiamente abile e che fa presa, secondo cui l’avvento dell’era atomica non consente che la coesistenza pacifica e il disarmo, giacché l’unica alternativa a tale politica è una guerra di sterminio. Il ragionamento sarebbe convincente se fatto in buona fede e con spirito di collaborazione; ma, come ha chiaramente mostrato alle Nazioni Unite, egli è animato da un’ostilità irriducibile e passionale contro l’Occidente, contro il quale ha cercato di scatenare la marea dei popoli di colore con la pidemagogica e calunniosa propaganda.

Non si comprende percicom’egli, tra tante contumelie, accenni a una ripresa di contatti con l’Occidente, in primo luogo con l’America. Continua la contraddittoria politica, nella quale insiste dal maggio scorso, di affermare a parole la distensione e di renderla, coi fatti, inattuabile. Tutto cinon punon far pensare a uno squilibrio, che non è soltanto nelle sue dichiarazioni.

V’è da chiedersi, per meglio intendere i moventi che l’hanno indotto ad agire, perché abbia precipitato una mossa di così decisiva importanza. Forse, tra i vari motivi, il principale puessere stato l’eccezionale circostanza dell’ammissione di quattordici Stati alle Nazioni Unite. Egli ha ritenuto di potere irregimentare queste nuove forze prima che fossero infeudate alla politica occidentale. Per riuscire in tale intento non aveva che da giuocare a fondo la carta dell’anticolonialismo. Era in realtà una carta già sfruttata e svalutata dal fatto che l’emancipazione dei Paesi coloniali è in atto e per l’iniziativa delle stesse Potenze coloniali. Egli ha cercato di attribuire a sé il merito di questo movimento, atteggiandosi a gran liberatore delle razze di colore, mentre non è che una semplice mosca cocchiera. La sua efficacia è stata sminuita dal fatto che non ha osato centrare il suo discorso sulla lotta sanguinosa che da anni si combatte in Algeria e che è indubbiamente l’episodio pigrave e significativo di questo ridestarsi dei popoli coloniali. Egli vi ha accennato solo indirettamente, per non ferire troppo apertamente il suo amico De Gaulle; è percistato costretto a ripiegare sulla troppo discussa situazione del Congo e sostenere, quale esponente della lotta anticoloniale, un tipo tanto screditato come Lumumba. Per un vero e proprio complesso freudiano, egli ha commesso l’errore di contrapporre alla politica dell’Occidente in questo campo quella dell’Unione Sovietica. Ma è un fatto che ormai le uniche Potenze coloniali sono l’URSS e la Cina, che si ostinano a tenere sotto il loro dominio popoli di razza diversa da quella dominante, e che non hanno con essa alcuna identità d’interessi né morali, né politici, né religiosi, né economici. Citare l’art. 17 della costituzione sovietica che sancisce a tutte le minoranze nazionali il diritto dell’autodecisione sino al punto della separazione o secessione, è una beffa che non inganna nessuno. Tutti i tentativi di Armeni, di Georgiani, di Uzbechi, di Turcomanni, di Mongoli di affrancarsi con le armi alla mano dalla sovranità russa furono ferocemente repressi nel momento stesso in cui Lenin offriva l’offa dell’autodecisione. Quale prova pievidente della volontà di vivere indipendenti poteva offrirsi di questa generale rivolta? E tutti sanno oggi quale sorte attenderebbe chi s’illudesse di chieder l’applicazione dell’articolo 17. Il Partito e la KGB, la feroce polizia segreta per la sicurezza dello Stato, vigilano gelosamente. Tutta la politica demografica russa è rivolta del resto a frazionare, isolare e irretire queste razze allogene per impedir loro di emanciparsi.

Krusciov ha spinto la spudoratezza fino a citare l’esempio del Kazakhstan che produrrebbe pimerci «pro-capite» dell’Italia. Su quali dati lo affermi è un mistero. È questo il tipico caso del sofisma statistico: il Kazakistan è una landa deserta che si viene colonizzando da qualche anno con la creazione di impianti industriali per lo sfruttamento delle sue risorse minerarie. Cosa dimostrano queste statistiche? Quanto all’altra affermazione che i Kazaki hanno percentuali di laureati pialte dei Tedeschi, dei Francesi e degl’Italiani è non meno ridicola. Che apporto hanno dato questi Kazaki alla cultura del mondo? Non rimarrà all’Occidente che andare a scuola dai Kazaki.

A questa propaganda kruscioviana, fatta per metà d’invettive e per metà di sofismi, non v’è che da opporre il sistema della democrazia occidentale basato sulla libera espressione della volontà della maggioranza. È disposto Krusciov ad attuare il principio dell’autodeterminazione? Questa la domanda che gli pose il Presidente Gronchi nella visita del febbraio scorso(3) e che provocla furibonda reazione del «Premier» all’Ambasciata d’Italia. È questo il terreno su cui affrontarlo. Occorre convincersi che, nonostante la iattanza dell’uomo, la forza del regime è molto meno solida di quanto appaia. Basti dire che persino la trasmissione radio del discorso di Eisenhower all’Assemblea è stata disturbata al punto che il pubblico russo non ha potuto ascoltarla. È vero che qualche giorno dopo un giornale lo ha pubblicato. Ma quanti hanno potuto leggerlo? Quest’opinione pubblica è tenuta nell’isolamento e sotto il controllo della polizia, come al tempo degli Zar. Si vorrà bene ammettere che non è questo un segno di forza. Percinon c’è che da insistere sui principi di libertà. Occorre battere sul Tibet, battere sulle frontiere dell’India occupate dalla Cina, battere sull’indipendenza dei Paesi baltici che mordono il freno, battere sull’Ungheria e sulla Germania Orientale. Nessun Paese ha tante piaghe purulente e tanti punti deboli come l’URSS.

Dopo quanto è avvenuto all’Assemblea non c’è che da prepararsi alla guerra fredda. Non v’è che da applicare la massima romana «adversus hostem aeterna auctoritas». Questo controllo da mantener sempre sull’avversario è la supremazia militare. Ho riferito in passati rapporti l’opinione degli Addetti Militari occidentali a Mosca che dinanzi al riarmo americano e a quello germanico l’URSS si trova nella difficoltà di rivedere i suoi programmi di armamenti. L’opinione che prevale è che se anche per un certo momento l’URSS ha potuto avere una situazione di vantaggio, specialmente nel settore missilistico, l’ha ora perduta, tenendo conto del complesso degli armamenti. Se non l’ha perduta occorre fargliela perdere al pipresto, in modo assoluto lasciando all’Occidente il pilargo margine di superiorità. Ho riferito le difficoltà finanziarie in cui l’URSS si dibatte. In queste difficoltà ormai tutte le Ambasciate occidentali convengono. Sarebbe il colmo della follia darle un respiro. La realtà è che nelle presenti circostanze, e finché Krusciov crede di imporsi con le minacce e tiene sospeso il ricatto su Berlino, il disarmo è irrealizzabile. Per realizzarlo occorre un minimo di fiducia: la fiducia cioè che l’altro non bari, che l’altro voglia un onesto equilibrio delle forze. Finché viceversa esso mantiene la pretesa al dominio mondiale e si sforza di addivenirvi, non puparlarsi di fiducia. Ora l’URSS ha abbattuto all’ONU le sue carte e ha mostrato il gioco: essa vuole il disarmo per rendere pifacile la sua conquista della supremazia mondiale. Chi si vuol prestare a questa manovra? Chi si vuole suicidare? Non c’è che attendere e mettere l’URSS dinanzi all’evidenza dell’impossibilità di riuscirvi.

Ho accennato alla situazione finanziaria dell’URSS. È un fatto che questa non solo non riesca ad abbreviare la distanza con l’America, ma è distanziata altresì, nonostante la sua pretesa di essere la prima potenza economica europea, dall’insieme delle Potenze europee occidentali: non c’è che da confrontare i dati rispettivi della produzione del commercio. Attualmente Germania e Italia, nonostante l’enorme inferiorità delle loro risorse naturali, hanno un ritmo di accrescimento della produzione industriale quasi doppio di quello sovietico. Questo dimostra quale forza potrebbe costituire un’unione europea per fronteggiare la minaccia sovietica. Anche se, per addivenire a tale unione, dovesse seguirsi una strada pilunga di quella che la maggioranza dei Paesi europei preferirebbe, quel che conta è di mettersi per via. Strada facendo, potranno sempre trovarsi delle scorciatoie.

Il vero motivo per cui Krusciov si ritiene tanto forte da sfidare l’Occidente è la disunione di quest’ultimo. Ho accennato alla sua cura di non ferire De Gaulle. Non credo che questa collusione, ancorché non voluta, giovi a quest’ultimo. Essa mostra solo l’interesse di Krusciov di mantenere i dissidi tra gli occidentali, pur chiamandoli in causa in veste di correi per l’appoggio che essi danno alla Francia nella questione algerina. Il che mostra quanto sia sottile il suo gioco e quanto esso gli giovi. Giacché, mentre l’URSS trae dalle sue risorse, che sono di gran lunga inferiori a quelle complessive di tutto l’Occidente, il massimo risultato militare, l’Occidente, specialmente l’Europa, è ancora ben lontana dal fare lo sforzo massimo e dal fare lo sforzo di insieme. Krusciov ne approfitta e ne approfitta finché noi, con le nostre debolezze e i nostri contrasti, gliene offriremo la possibilità.


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 36, fasc. Italia-ONU, II semestre 1960.


2 Inviato, per conoscenza, alle Ambasciate a Washington, Londra, Parigi e Bonn e alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi.


3 La visita si svolse dal 6 all’11 febbraio 1960: Viaggi all’estero dei Presidenti della Repubblica italiana e visite in Italia di Capi di Stato esteri, 1948-2006, a cura di M. Cacioli e L. Curti, Roma, [s.n.], 2013 (Segretariato generale della Presidenza della Repubblica, Archivio storico, Saggi e strumenti, vol. 4), p. 52.

361

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 35498/1066. Washington, 27 settembre 1960, ore 0,30 (perv. ore 6).

Oggetto: Alto Adige.

Mio 106(1)2.

Dipartimento informatoci che Platzer ha svolto questo pomeriggio passo con Merchant per esprimere vivo malcontento Kreisky per dichiarazione Wadsworth su Alto Adige. Anche se USA non volevano appoggiare azione Austria non vi era bisogno rendere pubblica tale posizione con tanto anticipo, in una discussione tipicamente procedurale.

Merchant avrebbe risposto che Governo austriaco conosceva da tempo opposizione americana vedere questione in Nazioni Unite e non aveva quindi motivo né sorprendersi né dolersi ora che Dipartimento agiva in conformità linea pivolte riconfermata qui ed a Vienna. Quanto a dichiarazione Wadsworth non vi era nulla da obiettare trattandosi di uno sviluppo logico pensiero americano in materia Alto Adige, essendo ormai giunto il momento che anche altri sapessero quale è posizione Stati Uniti.


1 Telegrammi segreti 1960, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. II. 2 Non pubblicato.

362

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 35634/485. New York, 27 settembre 1960, ore 13 (perv. ore 22,30).

Oggetto: Negoziato disarmo.

Krusciov ha sottoposto oggi al Presidente Assemblea Generale progetto risoluzione per prossima discussione disarmo con cui composizione Comitato Ginevra disarmo verrebbe ampliata aggiungendo ai dieci Paesi già rappresentati i seguenti altri cinque: India Indonesia RAU Ghana e Messico.

Questione modificazione organo negoziato disarmo viene così posta ormai formalmente con proposta di soluzione sulla linea di quella che appare essere ora la nuova formula sovietica per gli equilibri negli organi delle N.U.: non piparità tra Oriente e Occidente, non pi«soft parity» ma formula a tre con eguale peso fra Occidente Oriente e gruppo Paesi neutrali. Formula questa che evidentemente è suscettibile attirare ampie simpatie in questi ambienti e con la quale Premier sovietico tende fra l’altro ad incoraggiare neutralismo e favorire blocco terzaforzista per cui si dice specie Nasser e Tito vadano nei loro contatti qui adoperandosi. Chi invece reagirà certo negativamente alla formula proposta sarà gruppo Paesi latino-americani che nella formula in questione è apertamente trascurato (e probabilmente ragione che Krusciov addurrà è che essi vanno considerati tra i Paesi occidentali).

Altro pericolo poi insito nella formula proposta dai sovietici è che – sia che essa venga adottata sia no – si tornerà a dire che dopotutto vero negoziato disarmo non pufarsi che in un piristretto gruppo delle maggiori Potenze, e che quindi si prospetti un organo limitato a pochissimi Paesi, sul tipo del Sottocomitato disarmo che per tanti anni e fino al 1958 monopolizzin sostanza la trattazione del problema. In tal senso potrebbero secondo primi sintomi, orientarsi in particolare inglesi e si attende vedere se Macmillan in suo prossimo discorso farà qualche apertura in tal senso(2).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Per il seguito vedi D. 372.

363

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, FANFANI(1)

T. segreto 35638/4882. New York, 27 settembre 1960, ore 15,30 (perv. ore 22,30).

Oggetto: Colloqui italo-inglesi a New York.

In cordiale colloquio stamane con Lord Home abbiamo esaminato vari problemi.

Home non ha nascosto sua viva preoccupazione per situazione in Congo. Notizie confidenziali lui pervenute gli facevano ritenere che da parte Ghana si stava facilitando ingresso in quello Stato di militari e tecnici sovietici. Nei prossimi dieci giorni ne entrerebbero cinquecento.

Circa Alto Adige Home mi ha assicurato suo appoggio a nostra tesi tendente rinviare questione al giudizio Corte Internazionale Giustizia. Egli vedrà prossimamente Kreisky e gli farà presente inopportunità drammatizzare artificialmente una vertenza che in realtà si limita a una divergenza di interpretazione di un accordo. L’ho ringraziato e l’ho pregato, ricevendone assicurazione, di acquisire a nostra tesi anche altri Paesi Commonwealth.

Circa Somalia mi ha espresso compiacimento per nostra azione. Principale problema nuovo Stato era quello finanziario. Constava anche a lui che Governo Mogadiscio aveva intenzione chiedere rilevante prestito in aggiunta aiuti normali. Problema era sottrarre Somalia ad allettamenti sovietici. Ha chiesto qualche informazione su movimento per Grande Somalia ricevendo da me assicurazione che facevamo possibile per scoraggiarlo.

Circa relazioni fra Sei e Sette Home si è mostrato grato recenti cordiali conversazioni avute da Heath a Roma ed ha ribadito che se vi fosse effettiva volontà politica da parte di tutti i Sei problema potrebbe trovare soluzione. Soprannazionalità nella nuova concezione corrente non gli appariva piostacolo maggiore e nemmeno problema agricolo che era stato recentemente discusso con membri Commonwealth. Vera e seria difficoltà derivava da riluttanza Generale De Gaulle ad ammettere Gran Bretagna nella comunità dei Sei.

Abbiamo anche naturalmente parlato correnti problemi dell’ONU. Home trovava soprattutto pericolose le idee sovietiche di riforma del Segretariato. Esse minacciavano accentuare divisioni.

Circa Berlino Home non ritiene probabile che Krusciov provochi crisi se non dopo elezioni americane.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.

364

L’AMBASCIATORE A BELGRADO, BERIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

[...]2. Belgrado, 29 settembre 1960.

Oggetto: Jugoslavia. Colloqui di Tito a New York.

La presenza di Tito all’ONU in questo particolare momento, non puessere trascurata sia per il prestigio di cui il Presidente jugoslavo gode presso un determinato settore dell’opinione pubblica sia per i frequenti ed importanti contatti che egli sta avendo con gli altri Capi di Stato o di Governo presenti a New York.

L’osservatore di Belgrado è forse portato ad ingrandire questa attività del Maresciallo ma è certo comunque che egli oggi si trova a partecipare in pieno all’opera di avvicinamento fra russi ed occidentali che da piparti si va svolgendo.

Se l’intervento di Tito all’Assemblea Generale ci ha fornito un’indicazione abbastanza chiara di quali siano gli orientamenti ai quali la Jugoslavia intende ispirarsi nella discussione delle varie questioni poste sul tappeto, i suoi incontri, i contatti che egli ha avuto e continua ad avere con altri delegati, le indicazioni che su di essi sono trapelate, stanno ad indicarci con chi Tito lavori in questo momento e per che cosa egli si adoperi.

In primo luogo è chiaro che il Maresciallo cerchi di rafforzare, insieme con altri «leaders» a lui pivicini, quel fronte comune del non allineamento internazionale che in questo momento sembra avere due particolari obiettivi: salvare l’unità e la funzione delle Nazioni Unite ed agevolare la ripresa di un dialogo fra Est ed Ovest. Secondo indiscrezioni autorevoli che ci è stato possibile raccogliere qui a Belgrado, sembra inoltre che Tito si stia personalmente adoperando per favorire un incontro fra Krusciov ed Eisenhower: tale necessità, mi dicono, è stata da lui ripetutamente prospettata ad Eisenhower nel lungo colloquio con il Presidente americano. La proposta di Nasser all’Assemblea perché questa si faccia promotrice di un simile incontro riprende, del resto, l’azione del Maresciallo e ne costituisce la pubblica conferma,

Gli stessi movimenti di Tito alle Nazioni Unite appaiono d’altronde indirizzarsi piuttosto ad un’azione comune di conciliazione fra le grandi potenze che non a discussioni intorno ad atteggiamenti jugoslavi per determinati argomenti o per questa o quella tesi.

Ha fatto in un certo senso eccezione il colloquio avuto ieri fra Tito e Krusciov che ha [sic] durato, come scrivono i corrispondenti da New York, circa due ore. Infatti nel comunicato emesso al termine della conversazione, nell’elencare le questioni che sarebbero state affrontate, si include fra l’altro quella delle relazioni jugo-sovietiche.

L’incontro è di un’importanza talmente fondamentale per una valutazione della politica jugoslava che occorrerà disporre di maggiori elementi per esprimere un giudizio e tentare una diagnosi. Le indicazioni fornite dalla stampa jugoslava sono molto scarne per ora e non vanno al di là di generici accenni all’atmosfera amichevole nella quale il colloquio si sarebbe svolto e alla soddisfazione che ne avrebbe tratto la parte jugoslava; d’altra parte non conosco ancora le reazioni ed i commenti ufficiali manifestati dalla Delegazione sovietica: mi riservo quindi di ritornare sull’argomento. Nel quadro dell’azione che il Presidente jugoslavo va svolgendo a New York direi perfin da oggi che la udienza accordatagli dal premier sovietico mi sembra un sintomo di un certo disgelo nelle relazioni tra Belgrado e Mosca.

Il colloquio che Tito ha avuto con Krusciov (da notare che esso è avvenuto dopo ben una settimana dall’arrivo del Presidente jugoslavo e dopo pidi un incontro tra i due «per i corridoi») non ha oscurato né diminuito quello precedente avuto con Eisenhower, che è stato uno fra i pidesiderati ed ambìti. Come già venne a suo tempo riferito, era sempre sfuggita infatti a Tito la possibilità di un incontro del genere; la situazione ha [sic] evidentemente evoluto in senso favorevole a New York dopo il discorso pronunciato dal Presidente jugoslavo. Si dice che non abbiano mancato di sortire un certo effetto anche le pressioni e la campagna montata dalla Delegazione jugoslava in relazione alle manifestazioni anti-Tito organizzate a New York dal gruppo di rifugiati jugoslavi.

La conversazione è stata messa in grandissimo rilievo da questa stampa ed i commenti, per quanto riservati e generici, sono stati marcatamente positivi e soddisfatti. Si è lodata l’atmosfera estremamente cordiale del colloquio, senza fare il minimo accenno, come è pur di rito, alle inevitabili diversità di punti di vista fra jugoslavi ed occidentali su taluni problemi internazionali. Questo evidentemente non vuol dire che Tito abbia manifestato il suo assenso alla politica estera americana in tutti suoi settori; sta percertamente ad indicare che si è preferito in questo momento non turbare l’atmosfera delle relazioni fra i due Paesi e sottolineare le convergenze piuttosto che le divergenze.


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 35, fasc. Italia-ONU, I semestre 1960.


2 Originale non rinvenuto. Si pubblica il testo ritrasmesso con telespr. 12/1559/c., del 7 ottobre 1960, dalla Direzione Generale degli Affari Politici, Ufficio II, ad Ambasciate e Legazioni ad Ankara, Atene, Berna, Bonn, Bruxelles, Bucarest, Budapest, Il Cairo, Copenaghen, Helsinki, L’Aja, Lisbona, Londra, Lussemburgo, Madrid, Mosca, Oslo, Ottawa, Parigi, Praga, Sofia, Stoccolma, Tirana, Washington, Vienna e Varsavia, alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi, alla Rappresentanza presso l’ONU a New York, alla Rappresentanza presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo, alla Delegazione Permanente presso il Centro Europeo delle N.U. a Ginevra, agli Uffici ONU, NATO, I, III e IV della Direzione Generale degli Affari Politici, al Servizio Disarmo, al Servizio Stampa e al Servizio Studi e Documentazione, nonché, per conoscenza, all’Ambasciata a Belgrado.

365

L’AMBASCIATORE A STOCCOLMA, CAPOMAZZA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 1284/8192. Stoccolma, 29 settembre 1960.

Oggetto: Hammarskjd e le Nazioni Unite.

Nel corso di una mia conversazione con questo Direttore degli Affari Politici, Ministro Åstr, siamo venuti a parlare della posizione di Hammarskjd in seno alle Nazioni Unite, in relazione alla minaccia di sue dimissioni che il Segretario Generale ha fatto intravedere come possibile ove non ottenesse, come poi di fatto ha ottenuto, la piena approvazione del suo operato da parte dell’Assemblea.

Tutto sommato, si ritiene qui, che finché Hammarskjd riscuoterà l’appoggio delle nazioni non allineate, comprendendo fra queste le afro-asiatiche, egli non si lascerà scoraggiare dagli attacchi di cui è oggetto da parte di Chrustjev(3), e dei suoi satelliti, e completerà il suo termine con le Nazioni Unite.

Cinon vuol dire, pensano sia la stampa che gli ambienti politici svedesi meglio informati, che Hammarskjd non sarà oggetto di nuovi attacchi.

Intanto è evidente, come mi spiegava Åstr, che avendo il Segretario Generale assunto una serie di responsabilità di natura politica, che gli sono state affidate dalle Nazioni Unite, proprio perché esse non avevano potuto trovare altra formula sulla quale di volta in volta accordarsi, è chiaro che Hammarskjd si è trovato esposto a critiche, perché egli è ormai esposto ogni giorno, sia direttamente sia per l’operato degli organi attraverso i quali si manifesta la sua autorità, alla possibilità di commettere qualche errore.

«Come si spiega» ho domandato ad Åstr «che questi attacchi di Chrustjev contro la persona di Hammarskjd si manifestino proprio in un momento in cui le Nazioni Unite stanno subendo una evoluzione per l’ingresso di tanti nuovi Stati di colore, che le rendono sempre piadatte a diventare la piattaforma della propaganda russa? Se mai, sarebbero proprio le potenze occidentali – e l’America ce ne ha dato una prova in questi tempi con la questione di Cuba – che avrebbero ragione di mettere l’accento sulle organizzazioni regionali, sottraendo le questioni di loro vitale interesse all’esame delle Nazioni Unite?».

La risposta di Åstr è che Hammarskjd è venuto interpretando in questi ultimi tempi le funzioni delle Nazioni Unite, nei riguardi dei Paesi di recente passati dallo stato di colonia a quello di indipendenza, sempre picome destinate a riempire il vacuum di potenza, di ordine e di amministrazione, che il processo indipendentistico ha provocato. Di qui le ire e le irritazioni della Russia che si vede sfuggire dalle mani dei «clientes» oggi, e dei satelliti, domani.

Questo Ministero degli Affari Esteri ritiene infatti che la politica che in alcuni casi persegue la Russia di apparire d’accordo con regimi borghesi o semi-borghesi dell’Asia e dell’Africa, non sia che l’applicazione pratica del principio evoluzionistico della filosofia di Lenin il quale consigliava, per arrivare alla rivoluzione mondiale, anche la collaborazione temporanea con regimi borghesi o semi-borghesi.

Le potenze occidentali che sono quasi tutte delle ex nazioni colonialiste, contaminate da questo loro passato sono costrette a mantenersi sempre sulla difensiva; ed in definitiva, se impegnassero un duello con le potenze industriali del blocco comunista, per un aiuto diretto ai Paesi sottosviluppati, e per l’assistenza tecnica, sarebbero sicure, alla lunga, di perdere la partita a favore delle prime. Solo le Nazioni Unite possono far ostacolo, alla lunga, a questo programma svergognando la Russia da un lato e spersonalizzando da un altro gli aiuti e l’assistenza. È quel che gli Stati Uniti hanno ben compreso.

Hammarskjd è pertanto ben deciso a continuare per la sua strada finché gli sarà materialmente possibile, ritenendo di essere nel giusto.

Che queste siano le idee di Hammarskjd appare certamente chiaro a New York, a Washington, altrove.

Da Stoccolma, oltre all’autorevole conferma che ne ho avuto da questo Ministero degli Esteri, vi si puaggiungere la considerazione, non priva di interesse, che queste idee sono anche quelle che ispirano la politica del Governo svedese, politica che, come ho avuto varie volte occasione di esporre, pur essendo fatta di marcato naturalismo, anzi di sacro egoismo, non è scevra di ambizioni.

Questo Paese che fu una grande potenza, e che ha ancora vivo il ricordo del suo passato, è alla ricerca di un pisolido contenuto, di una funzione da assegnare a questa sua neutralità, che superi i limiti ristretti ed egoistici dall’essere soltanto destinata, come in gran parte finora è stata, ad evitare soprattutto le guerre (caso della Svizzera).

Una Svezia neutrale, ma che attraverso le sue idee, personificata dal suo «favorite son» Hammarskjd, attraverso l’organizzazione delle Nazioni Unite, nel seno delle quali la sua influenza è grande, assicuri l’ordinata evoluzione, al di sopra della rivalità fra est ed ovest degli immensi territori ex coloniali dei continenti dell’Asia e dell’Africa, è un’idea che non turba la pacifica digestione dello svedese medio orientato unicamente verso il possesso di mezzi materiali del suo benessere, ma che tenta – ne ho altre volte alluso nei miei rapporti a codesto Ministero – la classe dirigente, l’élite della società svedese alla quale Hammarskjd appartiene, e nella quale fa scuola.

Infatti volendo allargare il discorso e porsi su di un piano ancora pigenerale, pudirsi che vi siano oggi due concezioni che sono di fronte: la concezione degaullista di non facile definizione, ma che per semplificare si potrebbe chiamare nazionalista, anche se i francesi farebbero di tutto per spiegarci che non lo è, e quella svedese neutro-internazionalista che vuole essere la ricetta dei nostri mali.

Fra queste due concezioni, estreme, noi (e cioè le potenze del blocco occidentale del Patto Atlantico) ci sforziamo, riuscendovi sempre meno, di tenere una via che sia nel mezzo.

Questa digressione mi induce a concludere con una considerazione pratica non priva di interesse, che salta agli occhi a Stoccolma a chi mantiene certi contatti.

Esiste cioè una grande similarità di «approach» nell’affrontare i problemi mondiali fra Hammarskjd, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ed il Governo di Stoccolma. Se vi sia anche vera e propria consultazione fra loro non è facile dire, per quanto io rimanga convinto che Hammarskjd si serva del Governo svedese, e del suo servizio diplomatico, per ottenere tutta una serie di informazioni, alle quali egli non potrebbe arrivare; e che viceversa il Governo di Stoccolma è meglio di altri in condizione di consultare – ed anche di influenzare – il pensiero di Hammarskjd.


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 35, fasc. Italia-ONU, I semestre 1960. 2 Sottoscrizione autografa.


3 Leggasi Chruščëv.

366

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 35947/504. New York, 30 settembre 1960, ore 4,30 (perv. ore 6).

Oggetto: Discorso Kreisky.

Nelle dichiarazioni odierne [il 29] fatte da Kreisky in discorso dibattito generale(2) a proposito questione Alto Adige (e cui testo non telegrafo essendo già stato integralmente trasmesso da Agenzie Stampa) mi paiono da rilevarsi seguente elementi:

a) manca qualsiasi menzione accordo De Gasperi-Gruber;

b)- si sostiene che spetta alle popolazioni Alto Adige un «diritto» di autogoverno che discende dai principi delle N.U.; c)- viene fatto riferimento a diritto autodecisione e autogoverno, indicati come principi fondamentali dello Statuto e come riceventi oggi riconoscimento universale, del quale è riprova nascita tanti nuovi Stati. Anche se poi per la popolazione altoatesina Kreisky parla solo di autoamministrazione e di autogoverno, ravvicinamento nel contesto della dichiarazione tra principi generali summenzionati, nonché la creazione di nuovi Stati e la questione altoatesina è piche allusivo ed appare meritevole massima attenzione. E cianche se Kreisky dice che accettazione della richiesta autonomia fatta da Rappresentanti SVP al Parlamento italiano sarebbe soluzione soddisfacente questione; d)- viene precisato che Austria proponesi presentare in Commissione speciale proposte per la realizzazione dell’autonomia.

In sostanza presentazione austriaca appare particolarmente grave perché, mentre si richiama a motivi ora particolarmente graditi alla massa delle nuove delegazioni, quale autodecisione popoli, dichiara peraltro di avanzare richiesta modesta quale quella di una autonomia.

Per quanto concerne sede discussione informo che Comitato Generale Assemblea ha adottato ripartizione tra le sette commissioni delle varie questioni ordine giorno e questione Alto Adige come previsto e come indicato nella proposta del Segretario Generale figura assegnata alla Commissione politica speciale.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, 877th Plenary Meeting, Thursday, 29 September 1960, at 10.30 a.m., vol. I, pp. 217-231.

367

IL CAPO DELLA DELEGAZIONE PRESSO L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, MARTINO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 35957/5052. New York, 30 settembre 1960, ore 4,30 (perv. ore 6).

Oggetto: Deputati altoatesini.

Oggi ci siamo recati con Ortona da Hammarskjoeld per intrattenerlo in merito a comunicato stampa dei tre altoatesini(3). Hammarskjoeld ha riconosciuto improprietà e abusività titolo “osservatori presso N.U.” e ha assicurato che farà stato in sua lettera di risposta a una mia da me consegnatagli in argomento, entro giornata domani. Ho avvertito Hammarskjoeld che avrebbe potuto essere necessario per noi darne copia a stampa. Segretario Generale non ha obiettato. Ortona ha anche svolto passo con Sottosegretario Affari Legali Stravopulos per informarlo nostro punto vista su comunicato stampa allo scopo egli influenzi risposta Hammarskjoeld. Ortona ha anche chiesto a Stravopulos come Segretariato avrebbe trattato eventuale petizione o appello predetti. Stravopulos assicurato che documenti del genere in quanto non provenienti da Governi non vengono circolati come documenti Segretariato. Soltanto ogni mese viene diramata lista comunicazioni private ricevute le quali si riferiscono a questioni ordine del giorno Assemblea. Stesso trattamento riceverà documento altoatesino da Segretariato se verrà presentato. Sentito anche Ministro Segni dirameremo intanto a stampa domattina breve documento su passo compiuto con Hammarskjoeld e assicurazioni verbali da lui ricevute, salvo esaminare opportunamente far uso anche risposta che egli invierà, se del caso(4).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Il testo del comunicato stampa fu trasmesso da Ortona con il seguente commento: «Oltre riferimenti a “minoranza austriaca” e “rappresentanza partito sudtirolese” è da rilevarsi che intestazione comunicato parla di “Comitato osservatori alle Nazioni Unite” (locuzione “osservatori” non è stata mai menzionata nel corso colloqui che ho con loro avuto avantieri). Tale intestazione potrebbe in particolare prestarsi ad opportune confutazioni. Provvediamo intanto con Onorevole Martino domani interessare Segretariato Nazioni Unite in merito a locuzione predetta e ciper il caso si rendesse utile ed opportuna una messa a punto» (T. segreto urgentissimo 35828/498 del 29 settembre 1960; sopra, nota 1).


4 La risposta di Hammarskjold a Martino fu trasmessa con T. 36075/508 del 1° ottobre: «I wish to refer to your letter of 29 september 1960 concerning a group of persons entitling themselves “observers committee representing the south tyrolean population at the United Nations” and particularly to your urgent inquiry wheter an authorization was sought by the above said persons for presenting themselves as observes at the United Nations. In reply to your inquiry I have the honour to inform you that no authorization has been sought by the said persons. It is my impression that the group was using the title as descriptive of what they consider to be their function, and not as implying an official status with the organization. However I may add that should authorization for such status be sought it would not, and in fact under existing practice, could not be given. The term “observer” is used in certain special cases which would not include the persons in question» (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I).

368

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 2726/1726. New York, 1° ottobre 1960.

[Oggetto]: XV Assemblea Generale. Posizione del Segretario Generale delle N.U.

La posizione personale e istituzionale del Segretario Generale delle N.U., sebbene non figuri all’ordine del giorno, è divenuta uno dei problemi centrali di questa Assemblea Generale delle Nazioni Unite. A porre bruscamente tale problema sul tappeto è stato – come è noto – il Primo Ministro sovietico, nel discorso da lui pronunciato il 23 corrente. Ho già per sommi capi analizzato tale discorso (mio telespresso n. 2571/1671 del 24 c.m.)(2): in esso Kruscev ha ripetuto con asprezza anche maggiore gli attacchi già rivolti da parte sovietica al Segretario Generale per l’azione svolta dalle N.U. nel Congo. Che Kruscev dovesse ripetere tali attacchi era pio meno previsto; il Primo Ministro sovietico è perandato oltre, attaccando oltre all’uomo anche la istituzione. Egli ha difatti sostenuto che ormai non pupiaffidarsi ad un singolo individuo la direzione del complesso delle attività che fanno capo alle N.U., dato che tali attività hanno man mano assunto una portata politica sempre maggiore. Un singolo individuo, ha aggiunto – qualora come nel caso attuale si renda strumento degli interessi di un determinato gruppo di potenze – potrebbe essere di grave nocumento agli stessi interessi delle N.U.: Kruscev ha così avanzato l’idea che le funzioni del Segretario Generale vengano assunte da un «presidium» o triunvirato composto da un Rappresentante occidentale, da uno sovietico e da uno neutrale: ognuno dei tre membri di questa direzione collettiva, secondo quanto Kruscev ha successivamente precisato, dovrebbe avere il diritto di veto. Infine, secondo il punto di vista sovietico, una riforma del genere sarebbe essenziale ed anzi indispensabile nel caso in cui applicandosi importanti misure di disarmo al Segretario Generale venissero affidati importanti compiti esecutivi per la preservazione della pace.

Così come ho già avuto occasione di precisare, da parte sovietica non è stata presentata alcuna proposta formale a questo riguardo. Una proposta del genere, intesa cioè a trasformare il meccanismo del Segretariato, comporterebbe una revisione dello Statuto delle N.U., ed in particolare di tutto il capitolo XV dello Statuto (art. 97-101). Una revisione statutaria, come codesto Ministero ben sa, richiede una procedura assai complessa e laboriosa ed è soggetta praticamente al veto, dovendo essere approvata e ratificata da tutti i membri del Consiglio di Sicurezza. Qualora decidesse di avanzare una proposta del genere, l’Unione Sovietica dovrebbe inoltre praticamente modificare l’atteggiamento finora tenuto e che è stato rigidamente contrario ad una riforma statutaria almeno fino a quando non sia stato riconosciuto il seggio alla Cina comunista.

Anche senza giungere fino alla istituzione di un triunvirato direttivo che prenda il posto dell’attuale Segretario Generale, anche la stessa sostituzione di Hammarskjd non sarebbe un’operazione di per sé facile per l’Unione Sovietica. Il secondo mandato quinquennale di Hammarskjd verrà a scadere solamente nella primavera del 1963 e lo Statuto delle N.U. non prevede specificamente un meccanismo per la rimozione del Segretario Generale prima della scadenza del termine, a meno che questi non decida di dimettersi. La nomina di un successore, inoltre, è soggetta al veto nel Consiglio di Sicurezza.

Resta da vedere se, anche a prescindere da qualsiasi iniziativa formale, il fatto stesso che il Segretario Generale sia apertamente osteggiato da una grande potenza come l’Unione Sovietica, non venga a dar luogo ad una situazione tale da indurre lo stesso Segretario Generale a dimettersi. Questo è stato il caso del predecessore di Hammarskjd Trygve Lie, il quale incorse nella ostilità e nel boicottaggio sovietico a causa del suo comportamento nella crisi coreana, e venne praticamente costretto a dimettersi.

Come è noto, l’ostilità sovietica nei riguardi di Hammarskjd ha cominciato a manifestarsi apertamente e pubblicamente agli inizi dello scorso mese di agosto, in seguito alla frattura tra Hammarskjd e Lumumba al riguardo delle funzioni delle forze delle N.U. nel Congo: essa ha subito un crescendo attraverso successive manifestazioni da parte sovietica, che sono culminate nel recente discorso di Kruscev. Il Segretario Generale, tuttavia, aveva già avuto nel passato precedenti scontri con gli stessi Sovietici, scontri che peraltro erano a mala pena venuti alla superficie. Si ricorderà ad esempio il caso del Laos lo scorso anno, allorché Hammarskjd procedette alla nomina di un suo rappresentante personale a Vientiane malgrado le intimazioni scritte del Rappresentante sovietico (v. mio telespresso n. 3340/2040 del 12 novembre 1959)(3). Già in quella occasione Hammarskjd si espresse con me nel senso che egli non riteneva di doversi eccessivamente preoccupare di tali manifestazioni e che stimava pipericoloso, di fronte ai Sovietici, operare una ritirata anziché continuare lungo il cammino intrapreso, specialmente quando egli era convinto di avere ragione e di agire nei limiti delle sue attribuzioni statutarie.

Lo scorso anno i fatti sembrarono dare ragione ad Hammarskjd: malgrado le aperte manifestazioni di ostilità i sovietici si adattarono alle sue iniziative in Laos, che difatti poterono continuare indisturbate, anche se ovviamente Hammarskjd sia stato molto attento a mantenere l’operazione Laos entro i limiti meno cospicui possibile.

La crisi attuale è indubbiamente assai pigrave e piaperta: ed appare in verità assai difficile prevedere dove andrà a sboccare. Hammarskjd personalmente si dimostra assai sicuro e fiducioso. Ritiene anzi che il fatto che Kruscev lo abbia attaccato in maniera così aperta e intransigente, lo metta in condizioni migliori di difesa: egli pucontrattaccare apertamente, uscendo, se del caso, dalla posizione di riserbo propria della sua carica.

Ovviamente Hammarskjd conta di non trovarsi isolato, e soprattutto di avere a sua difesa non tanto gli occidentali (la cui azione potrebbe anche in un certo senso imbarazzarlo) ma anche e soprattutto i Rappresentanti afro-asiatici. In effetti nel loro attacco contro Hammarskjd i sovietici sono finora sostanzialmente isolati anche se un certo parallelismo di posizioni esiste tra di loro ed alcuni Stati africani, come Ghana, Guinea e RAU principalmente. Ma se questi Paesi sono su di una linea non molto diversa da quella sovietica nella loro critica all’operato del comando N.U. nel Congo e nel loro reciso appoggio in favore di Lumumba, il parallelismo di posizioni si arresta tuttavia qui: nessuno degli africani ha finora attaccato personalmente Hammarskjd. E non v’ha dubbio che il Segretario Generale goda tuttora di molto prestigio tra gli esponenti dei Paesi africani e asiatici, alla cui causa egli ha dedicato per anni cure costanti ed assidue.

In questa situazione Hammarskjd ha creduto bene di reagire personalmente e pubblicamente – con una sua dichiarazione in Assemblea Generale – all’attacco rivolto contro di lui dal Primo Ministro sovietico, attacco riecheggiato dagli altri esponenti comunisti nel corso del dibattito generale. Hammarskjd non ha fatto riferimento agli interventi specifici di Kruscev o di altri oratori; a differenza delle dichiarazioni polemiche da lui in precedenza fatte tanto in Consiglio di Sicurezza che nel corso della Sessione Speciale dell’Assemblea, egli non ha ritenuto di fare una difesa del suo operato sulla base di fatti e di circostanze specifiche, ma ha voluto piuttosto impostare una questione di principio, mettendo in prima linea non la sua persona, ma piuttosto la carica da lui ricoperta.

In quanto alla situazione nel Congo egli si è difatti limitato a fare riferimento al recente rapporto dell’Ambasciatore indiano Dayal che ho già avuto occasione di inviare e di illustrare (v. mio telespresso n. 2569/1669 del 24 c.m.)(3) e che, come ho segnalato è un documento decisamente favorevole alla impostazione e all’operato del Segretario Generale. Quanto agli attacchi a lui rivolti Hammarskjd ha tenuto innanzi tutto a precisare che «non è questione di un uomo, ma di una istituzione». Postosi su tale piano egli è passato decisamente all’offensiva.

Due sono i punti principali della posizione enunciata da Hammarskjd. In primo luogo egli ha ribadito, come elemento essenziale della politica delle N.U., il principio del non intervento negli affari interni degli Stati. Per cui come conseguenza di tale principio la Forza delle N.U. non puessere agli ordini di un qualsiasi Governo che chieda la sua assistenza e non puin alcun modo prender parte a conflitti di carattere interno. In secondo luogo egli ha sottolineato in maniera assai esplicita che la «indipendenza, imparzialità e obiettività» che devono essere proprie dell’ufficio del Segretario Generale, possono a volte rappresentare un ostacolo ai disegni politici di talune potenze e quindi dar luogo a critiche e pressioni da parte di queste ultime. Tali critiche e tali pressioni devono considerarsi dirette ‒egli ha precisato ‒non alla persona ma alla carica. «Io preferirei – egli ha dichiarato

‒vedere questa carica frantumarsi a causa del suo rigido attaccamento al principio dell’indipendenza, di imparzialità e oggettività, anziché andare alla deriva sulla base del compromesso».

Hammarskjd ha voluto chiaramente porre l’Assemblea di fronte all’alternativa ed alla decisione. La operazione Congo non è del Segretario Generale, ma delle N.U.: «è la vostra operazione, Signori», egli ha precisato. Se l’Assemblea desidera che la linea politica finora seguita venga modificata, deve adottare le decisioni relative; in assenza di tali decisioni, al Segretario Generale non resterà altra scelta se non quella di seguire quella attuale, in base alle sue convinzioni ed ai principi enunciati.

Con le dichiarazioni di cui sopra Hammarskjd ha tenuto a mettere un punto fermo: in assenza di decisioni formali egli continua e continuerà sulla sua strada. Non ha ritenuto di dovere difendere in dettaglio il suo operato, ma ha trasferito sugli avversari l’onere di provocare decisioni formali della Assemblea sia nel senso di modificare la politica congolese quale oggi eseguita dalle N.U., sia nel senso di provocare una mozione di sfiducia nei suoi riguardi.

Poste le cose in questi termini, la posizione di Hammarskjd appare per il momento sufficientemente solida, e certamente tale resterà fino a quando la opposizione aperta contro di lui sarà limitata ai Paesi comunisti, e fino a quando gli afro-asiatici conserveranno piena fiducia in lui e lo sosterranno. Così come ho accennato, pisopra, Hammarskjd ha tuttora questa fiducia personale degli afro-asiatici, principalmente come persona, dato che anche taluni critici del suo operato congolese, hanno tenuto a confermare fiducia in lui e tra questi principalmente i Rappresentanti di Ghana. Segnalo tuttavia che Nkrumah ha ieri in maniera non ufficiale suggerito che il Segretario Generale venga affiancato da tre vice segretari generali (uno occidentale, uno sovietico ed uno neutralista), con funzioni precisamente specificate e non solamente come puri e semplici assistenti del Segretario Generale, così come oggi essi sono. La proposta di Nkrumah si presenta quindi come una edizione attenuata di quella sovietica, e qualora dovesse prendere piede rappresenterebbe pur sempre un colpo per Hammarskjd. Comunque non vi è indizio finora che altri Paesi afro-asiatici condividano le idee del Presidente di Ghana.

Molti afro-asiatici sembrano rendersi chiaramente conto che un colpo alla posizione di Hammarskjd sulla base del suo operato nel Congo comporterebbe una crisi delle Nazioni Unite in un momento assai delicato. Ed essi sembrano decisi a cercare di evitare questa crisi, anche se non pochi riconoscono che la politica congolese di Hammarskjd non è stata esente da personalismi e da impostazioni di sostanza che hanno influito in maniera notevole nell’influenzare l’andamento degli affari congolesi.


1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. XV AG P.G.


2 Il telespresso, non pubblicato, contiene una sintesi ed un breve commento del discorso di

Chruščëv; al riguardo, si vedano le ampie riflessioni di Pietromarchi da Mosca al D. 360.


3 Non pubblicato.

369

L’ON. MEDICI AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 36382/5132. New York, 4 ottobre 1960, ore 7,50 (perv. ore 8).

Oggetto: Alto Adige.

Oggi noti alto-atesini (che si qualificano ora rappresentanti sud-tirolesi a New York) hanno diramato un testo dal quale risulta che essi hanno personalmente consegnato a Capo di Gabinetto Cordier noto appello firmato da autorità alto atesine. Ho subito preso contatto con Cordier per fargli rilevare serietà della cosa. Egli ha cercato minimizzare spiegando che alto-atesini avevano chiesto vedere stesso Segretario Generale ed è prassi in questi casi che richiedenti vengano ricevuti da lui, e ciin via non ufficiale e senza riconoscere ad essi alcuna qualifica “osservatori” o altra. Pur tenendo presente lettera On. Martino a Segretario Generale(3), Cordier non aveva potuto esimersi dal riceverli in relazione alla prassi seguita. Gli ho obiettato che comunque in tal modo egli aveva consentito ad alto-atesini in questione di creare una situazione che sarebbe stata sfruttata da propaganda austriaca. Dovendo rendersi conto della difficile posizione in cui poneva delegazione italiana, lo pregavo pertanto di prendere in considerazione necessità di fornirci ulteriori chiarimenti e spiegazioni consentendoci di non iniziare una polemica. In attesa mi limitavo ad esprimere una protesta verbale riservandomi di inviare a Segretario Generale una protesta formale.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 A proposito della lettera vedi D. 367.

370

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 36389/518. New York, 4 ottobre 1960, ore 8,40 (perv. stessa ora).

Oggetto: Intervento Kruscev all’ONU.

Kruscev ha stamani [il 3] inattesamente preso nuovamente parola in Assemblea. Suo intervento è stato nuovo violento attacco contro Segretario Generale che egli, in maniera recisa, ha invitato dimettersi. Qualora cinon dovesse avvenire Kruscev ha minacciato che URSS dovrà trarre «necessarie conclusioni». Questa ultima allusione è stata interpretata nel senso che Unione Sovietica potrebbe decidere contro Hammarskjoeld tattica boicottaggio già impiegata contro suo predecessore.

In seduta pomeridiana Hammarskjoeld ha reagito ad intimazione sovietica ed ha cifatto in maniera assai netta. Ribadendo tono suo precedente intervento, egli ha asserito che non puaccettare ingiunzioni unilaterali anche se provenienti da un rappresentante grande potenza, ma che solamente Assemblea puessere giudice del suo operato. Intimazione sovietici non è diretta solo contro sua persona ma si accompagna alla volontà di paralizzare Segretariato e cilo induce a persistere in suo atteggiamento, dato che nella presente situazione sue dimissioni rappresenterebbero grave colpo per N.U. Hammarskjoeld ha concluso che non sono Unione Sovietica o altre grandi potenze che hanno bisogno Nazioni Unite e loro protezione, ma piuttosto i piccoli Paesi e che quindi egli resterà al suo posto fino al termine del suo mandato o fino a quando questi ultimi Paesi conserveranno in lui fiducia. In polemica con Kruscev egli ha asserito che soluzione pisemplice per lui sarebbe quella di dimettersi piegandosi intimazione, mentre coraggio è necessario per resistere.

Grande maggioranza Assemblea ha accolto con lunga ovazione parole Hammarskjoeld mentre Kruscev si è abbandonato ad una delle sue ormai usuali intemperanze dando evidenti segni di ira e disappunto.

Malgrado presa posizione Hammarskjoeld e favorevole reazione grande maggioranza Assemblea, bisogna riconoscere che una seria crisi si è ormai aperta e che è oggi difficile prevedere quali sviluppi essa potrà avere in avvenire anche immediato. Tono Kruscev è stato estremamente minaccioso per Segretario Generale e per tutto meccanismo N.U., sicché da qualche parte non si esclude che «necessarie conclusioni» cui ha alluso Primo Ministro sovietico possano andare ben oltre boicottaggio Segretario Generale.

Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.

371

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 36485/1099. Washington, 4 ottobre 1960, ore 17 (perv. ore 1,10 del 5).

Oggetto: Alto Adige.

Mio 109(5)2.

In vista colloqui che Kreisky avrà oggi e domani con americani(3) ho, durante mia conversazione odierna con Kohler, attirato sua attenzione su atteggiamento Austria in materia di Cina che non era stato qui rilevato. Gli ho fatto osservare che, mentre nostra posizione era stata come sempre di piena lealtà, accenno Kreisky a problema cinese, contenuto in suo discorso, dimostrava di non potersi contare su solidarietà austriaca. Kohler mi ha ringraziato perché non avendo avuto tempo leggere discorso Kreisky accenno gli era sfuggito.

Ho ritenuto poi fargli osservare come discorso stesso, moderato nella forma, fosse assai piestremista nella sostanza in quanto ignorava completamente esistenza accordo De Gasperi-Gruber e dimostrava che proponimenti austriaci andavano molto al di là del rispetto accordo predetto. Ho concluso dicendo che noi facevamo pieno affidamento su appoggio americano promessoci ma raccomandavo a lui che tale appoggio fosse da parte Delegazione pieno e senza riserve.

Kohler mi ha ripetuto volontà Dipartimento sostenerci fortemente a New York.


1 Telegrammi segreti 1960, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. II.


2 T. segreto 36380/1095, pari data: informazioni dal Dipartimento di Stato sui colloqui di Kreisky con Hare, Kohler ed altri funzionari del 3 ottobre. A proposito dell’Alto Adige, Brosio riportava quanto segue: «A colazione discorso naturalmente è caduto su Alto Adige e Kreisky erasi diffuso ripetizione sue note tesi. Ad una domanda di Hare se egli intendesse attenersi all’applicazione del trattato, ha lasciato capire che suoi intendimenti andavano al di là di esso, senza perprecisare. Egli ha molto insistito sul concetto autonomia aggiungendo che oggi si dava autogoverno a tutti e non era possibile rifiutarlo ad alto-atesino. Il Ministro austriaco ha dato impressione essere ossessionato dal problema e circondato da consiglieri estremisti condotti da Gschnitzer». Ortona aveva poi colto l’occasione per segnalare l’opportunità di chiedere a Kreisky ‒nei successivi colloqui ‒il motivo del mancato riferimento agli Accordi De Gasperi-Gruber nel suo discorso alle Nazioni Unite (ibidem).


3 Nel telegramma di cui alla nota precedente, il Dipartimento aveva informato Brosio che Kreisky avrebbe avuto colloqui con Merchant e Dillon il 4 ottobre e con Herter il 5 ottobre a New York. Su quest’ultimo colloquio vedi D. 380.

372

L’INCARICATO D’AFFARI DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, PLAJA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto urgente 36513/519. New York, 4 ottobre 1960, ore 21 (perv. ore 8,45 del 5).

Oggetto: Progetto risoluzione per disarmo.

Moch ha informato che Parigi ha dato risposta negativa circa associazione francese a progetto risoluzione a cinque per disarmo. Cisia per sua formulazione che non soddisfa note esigenze francesi, sia perché Francia in via generale non desidera in questo periodo prendere iniziative all’ONU.

Moch ha aggiunto non aver naturalmente nulla in contrario acché iniziativa venga eventualmente presa a quattro.

Ormsby Gore, consegnandoci progetto risoluzione riveduto – in cui è stato tenuto conto anche nostre osservazioni – si è mostrato ancora incerto se sia preferibile presentare testo in questione come progetto risoluzione dei soli Stati Uniti o come progetto risoluzione a quattro.

Su tale argomento avverrà domattina consultazione a cinque.

Pensiero Cavalletti, condiviso dagli altri membri Delegazione, è che presentazione risoluzione a quattro sarebbe per noi preferibile, perché ci manterrebbe in primo piano con principali Potenze anglo-sassoni; d’altra parte dissociazione francese a New York è meno appariscente che a Ginevra, né vi è pericolo che Francia presenti progetto risoluzione per suo conto.

In riunione domani Cavalletti si esprimerà a titolo personale a favore progetto risoluzione a quattro, sotto esplicita riserva istruzione di V.E. che prego voler inviare.

Permettomi sottolineare urgenza questione dato che progetto risoluzione dovrebbe essere presentato al pipresto(2).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Con T. segreto 21497/303 del 5 ottobre, Grazzi rispondeva come segue: «Riteniamo che sia preferibile che progetto risoluzione venga presentato a nome quattro Governi, pur rammaricandoci mancata associazione francese. Presentazione a quattro pudare impressione maggiore coesione occidentale, tanto piche assenza francesi puoggi pifacilmente ricollegarsi all’atteggiamento Francia nei confronti organismi internazionali» (ibidem). Per il seguito vedi D. 384.

373

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 21476/302. Roma, 5 ottobre 1960, ore 15,45.

A conferma della comunicazione telefonica odierna, la prego di definire al pipresto con il Segretariato e le altre Delegazioni la data del dibattito sull’Alto Adige sia in Commissione sia in Assemblea. L’optimum per noi sarebbe che i lavori della Commissione si svolgessero fra 17 e 20 ottobre e che la questione passasse all’Assemblea subito dopo. Comunque è essenziale (ripeto essenziale) che l’Assemblea voti entro ottobre: non avendone la certezza cade del tutto il nostro interesse ad anticipare il dibattito, sorge anzi l’interesse contrario, poiché vogliamo evitare che le elezioni italiane cadano nel periodo fra il voto in Commissione e il voto in Assemblea.

La prego intanto di intensificare i contatti con le altre Delegazioni utilizzando la documentazione esistente costà e gli altri elementi informativi che vengono ora inviati.

Conto giungere a New York martedì 11 ottobre proveniente da Ottawa ove conto di soffermarmi in visita arrivandovi domenica sera [il 9]. Ove la visita non potesse concretarsi giungerei a New York la stessa domenica.

Pregola intanto di predisporre una serie di colazioni a piccoli gruppi colleghi e delegati esteri di nostro maggiore interesse.

Sono altresì disposto a presiedere io stesso la colazione per i delegati dei nuovi Paesi africani.

Ha infine per noi interesse particolare conoscere gli sviluppi dell’azione elementi altoatesini costà. Nel riferire in dettaglio al riguardo voglia avanzare suggerimenti circa l’opportunità e i modi di controbattere tale azione con analoghe iniziative di altri elementi altoatesini favorevolmente orientati(2).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Per la risposta vedi DD. 375 e 376.

374

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. segreto 21539/304. Roma, 5 ottobre 1960, ore 22,30.

È stato fatto sapere da Couve de Murville che le Delegazioni costì di almeno nove dei nuovi Stati che già facevano parte dei Territori francesi d’Oltremare, hanno avuto, a richiesta e su suggerimento del Governo francese, istruzioni di appoggiare nella questione dell’Alto Adige il punto di vista italiano e di mantenersi in contatto con la Delegazione italiana (Togo e Mali sono esclusi ).

È quindi opportuno che ogni possibile contatto con delegazioni predette sia curato ed incoraggiato anche da parte dei membri della Delegazione italiana(2).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Per la risposta vedi D. 377.

375

L’ON. MEDICI AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 36625/5252. New York, 5 ottobre 1960, ore 16,30 (perv. ore 23).

Oggetto: Discussione su questione Alto Adige in Assemblea N.U.

Non si possono dare assicurazioni formali che discussione su questione Alto Adige in Assemblea seguirà immediatamente a conclusione dibattito in Commissione(3). Segretariato interpellato ha dato assicurazioni a riguardo osservando peraltro che esse non possono aver valore definitivo. Molto dipenderà da tipo di conclusioni della Commissione perché se esse non fossero soddisfacenti per la controparte questa potrebbe chiedere rinvii ai quali sarebbe difficile convincere Assemblea ad opporsi. Valutazione tale eventualità potrà farsi meglio quando avremo fissato particolari nostra linea azione in Commissione nei riguardi di una data risoluzione. Debbo perribadire che allo stato delle cose non vedo come si possa richiedere rinvio discussione in Commissione specialmente dopo ultimi passi compiuti.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Risponde al D. 373.

376

L’ON. MEDICI AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 36656/5302. New York, 6 ottobre 1960 (perv. ore 7).

Oggetto: Alto Adige.

Telegramma V.E. 3023.

Nel confermare mio telegramma di stamane 5254 preciso che Presidente Assemblea Boland da me formalmente consultato mi ha detto che al momento attuale non vede ostacoli acché conclusa in Commissione discussione Alto Adige si passi subito in Assemblea. Perché ciavvenga occorrerà che Commissione concluda suoi lavori nel tempo utile e che relatore presenti subito il rapporto (preciso che un relatore non è stato ancora designato).

Pertanto oggi nulla impedisce entro ottobre tutto il procedimento possa completare. Debbo perripetere che anche atteggiamento degli austriaci avrà suo peso poiché se essi fossero interessati ad un rinvio tenteranno convincere Assemblea per ottenere almeno una breve dilazione(5).

Aggiungo per completare informazioni che dibattito generale in corso Assemblea dovrebbe concludersi verso 20 ottobre.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Vedi D. 373.


4 Vedi D. 375.


5 Il testo reca, per errore, illazione.

377

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 36658/532. New York, 6 ottobre 1960, ore 6,30 (perv. ore 7).

Oggetto: Alto Adige.

Suo 3042.

Collega francese con cui sono naturalmente in frequente contatto per questione Alto Adige, mi ha confermato stasera aver ricevuto da Quay d’Orsay istruzione nel senso influire «nei modi che saranno piopportuni» su nuovi membri africani comunità francese. Bérard assicuratomi che cercherà influire su predetti nel senso da noi desiderato, avvalendosi anche dei Consiglieri francesi distaccati presso ognuna delegazione predetti membri. Dal canto nostro stiamo intensificando contatti diretti con delegazioni in questione su cui riservomi riferire.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 374.

378

L’ON. MEDICI AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 36720/5352. New York, 6 ottobre 1960, ore 18,02 (perv. ore 20,20).

Oggetto: Alto Adige.

Dalla seduta notturna illustrata da telegramma 5333 è emerso in maniera chiarissima che mentre Austria per sua posizione di paese neutrale come avvenuto ieri notte, con sue ripetute astensioni, pumantenere posizioni anche di voto che favoriscono gruppo afro-asiatico e neutralisti, noi per nostra responsabilità con Occidente inevitabilmente dobbiamo prendere posizioni di voto in contrasto con detto gruppo sempre pinumeroso e solidale nella disciplina di voto. Esempio tipico sono state le votazioni di ieri notte nelle quali il gruppo occidentale ha assunto una tale compattezza da non consentirci di adottare atteggiamento diverso a rischio di spiacevoli conseguenze nei confronti degli alleati. Siccome occasioni di questo genere non mancheranno di ripetersi sovente, questo è un altro elemento che si aggiunge a quelli noti nel decidere se si deve o meno mantenere la data prevista per inizio discussione Alto Adige.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 T. 36659/533, pari data, col quale Ortona riferiva in merito alla discussione e votazione della bozza di risoluzione neutralista presentata da Ghana, India, Indonesia, RAU e Jugoslavia (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I; UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, 899th Plenary Meeting, Wednesday, 5 October 1960, at 8.30 p.m., vol. I, pp. 457-469).

379

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 36892/543. New York, 7 ottobre 1960, ore 14 (perv. ore 5 dell’8).

Oggetto: Azione belga in Congo.

Avendo avuto impressione – da accenni fattimi a Segretariato – che vi fosse nuovamente irrigidimento rapporti tra Segretariato stesso e Governo belga, ne ho chiesto notizia stamane ad Hammarskjoeld. Egli mi ha confermato sue vive preoccupazioni, che d’altronde aveva comunicato in questi giorni ad Ambasciatore del Belgio: esse erano originate da notizie da lui avute circa arrivo «volontari» belgi in Katanga e da informazioni da lui raccolte secondo cui belgi, attraverso pressioni ed anche contributi finanziari, cercherebbero influire in lotta politica tuttora insoluta in stessa Leopoldville.

Da accenni da lui fatti non escluderei che di tale circostanza Segretario Generale farà in qualche modo stato in un nuovo rapporto, accompagnandolo anche con passo formale a Bruxelles. Hammarskjoeld mi ha detto comunque che tale ripresa di attivismo belga era tanto piimbarazzante per lui – e pericoloso anche per prestigio N.U. e pacificazione generale – in quanto ultimi giorni si era registrato maggior senso collaborazione da parte quei Paesi africani che di recente avevano manifestato tendenze centrifughe nei riguardi azione svolta da forze N.U.2.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Per il seguito vedi D. 391.

380

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 36896/545. New York, 7 ottobre 1960, ore 22,30 (perv. ore 8,20 dell’8).

Oggetto: Colloquio Herter-Kreisky.

Circa colloquio Herter-Kreisky che ha avuto luogo ieri a New York(2), delegazione americana ci ha dato seguenti informazioni in via confidenziale:

1.- Kreisky ha detto che punterà sue richieste per ottenimento autonomia provincia Bolzano. Ha posto in rilievo che non è sua intenzione impostare battaglia su autodeterminazione ed ha ripetuto volere ottenere concessioni nell’ambito confini attuali. 2.- Herter per suo conto ha ribadito opinione già espressa da Governo americano a Vienna nel senso cioè di non vedere favorevolmente dibattito su questione Alto Adige in Assemblea, ritenendosi invece che Corte Aja sarebbe foro piappropriato. 3.- Si è parlato anche di data inizio dibattito ed Herter si sarebbe pronunciato perché discussione cominci presto aggiungendo che salvo opinioni o richieste diverse da parte due interessati, delegazione americana si sarebbe espressa in tale senso con Presidenza e Segreteria Commissione.

Aggiungo che per cariche Commissione politica speciale oltre Presidente haitiano si va parlando di filippino per Vice Presidente e olandese per relatore.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 FRUS, 1958-1960, Berlin Crisis, 1959–1960; Germany; Austria, vol. IX, D. 330.

381

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 2771/17712. New York, 8 ottobre 1960.

Oggetto: Elezioni al Consiglio di Sicurezza. Candidatura del Portogallo. Riferimento: Telespresso di questa Rappresentanza n.1283/883 del 21 maggio u.s.3.

Questa Rappresentanza ha avuto occasione di comunicare come la candidatura portoghese ‒malgrado la sua accettazione da parte del gruppo europeo dopo il ritiro dell’Olanda ‒avesse fin dall’inizio dato luogo ad alcuni dubbi e perplessità. Ciò specialmente per la posizione, diciamo così, polemica del Portogallo alle Nazioni Unite per la questione dei territori d’oltremare. È noto come i portoghesi ‒a parte la controversia di Goa con l’India ‒abbiano finora rifiutato di trasmettere alle Nazioni Unite «informazioni» sui loro territori d’oltremare, assumendo che i medesimi non sono da considerarsi territori «non autonomi», ma provincie portoghesi allo stesso titolo di quelle metropolitane. E questa posizione ha provocato violenta opposizione presso afro-asiatici, sovietici ed anche presso qualche altro Paese, classificando il Portogallo, in certo senso, tra [gl]i oltranzisti fra i picolonialisti.

Si è avuto occasione di riferire come sia stata la Delegazione indiana a prendere la iniziativa di attaccare vivacemente la candidatura portoghese al Consiglio di Sicurezza, insistendo che il Portogallo non potrebbe considerarsi degno di venire eletto in quell’organo, in quanto attuerebbe una politica contraria allo Statuto delle Nazioni Unite.

Negli scorsi giorni, dopo l’inizio della Assemblea, l’azione indiana, che sembrava essersi sopita, è stata intensificata. Obbiettivo di tale azione risulta essere quello di ricercare adesioni da parte di un certo numero di Paesi, in modo da bloccare la elezione del Portogallo. Dato che per la elezione al Consiglio di Sicurezza occorre una maggioranza di due terzi, dovrebbe trattarsi di un terzo di membri delle Nazioni Unite e cioè a dire, nella composizione attuale, di 33 Paesi circa. A tal fine sarebbero piche sufficienti gli afro-asiatici, ma è evidente tuttavia che gli indiani assai difficilmente potranno contare sull’intero gruppo. Tuttavia, in combinazione con i voti del blocco sovietico, dovrebbe non essere difficile costituire un allineamento sufficiente a bloccare la elezione del Portogallo.

Durante una riunione del gruppo afro-asiatico tenutasi negli scorsi giorni, gli indiani hanno sollevato formalmente il problema insistendo perché il gruppo si pronunciasse compattamente contro il Portogallo e decidesse di non potere in alcun modo dare il suo voto per la sua elezione in Consiglio di Sicurezza. Vari oratori principalmente africani hanno appoggiato la proposta indiana; nessuno dei Rappresentanti presenti si è pronunciato contro ovvero ha comunque sollevato obbiezioni. Ciha permesso ai rappresentanti piestremisti di dire che vi sarebbe avuta una decisione unanime del gruppo, ciche in realtà non è stato. Comunque il Presidente di turno del gruppo afro-asiatico ha avvicinato sia pure in maniera non ufficiale quello britannico per informarlo di quanto sopra. La reazione britannica sarebbe stata assai recisa, nel senso che non dovrebbe considerarsi lecito per Paesi estranei entrare nel merito della scelta di un candidato appartenente al gruppo, sopratutto quando questo è un candidato unico. Ci hanno precisato gli inglesi, potrebbe costituire un serio precedente.

Non è comunque da trascurare la prospettiva che un forte nucleo afro-asiatico ‒probabilmente affiancato dai comunisti ‒cercherà di contrastare in ogni modo la elezione del Portogallo. Quello che resta da vedere è se questo gruppo sarà sufficientemente compatto, e non subirà sfaldamenti nei vari ballottaggi che si potranno succedere. Tale gruppo, naturalmente, dovrà decidere per quale candidato votare, dato che se si astenesse dal voto o emanasse voti non validi cinon avrebbe nessuna influenza nella elezione del Portogallo. Nel corso della menzionata riunione del gruppo afro-asiatico si è genericamente parlato, come possibili candidati, della Danimarca, della Finlandia, dell’Olanda e dell’Austria. Ricordo al riguardo che la candidatura olandese venne nel maggio ritirata, con una riserva, nel senso che qualora la candidatura del Portogallo non dovesse per qualsiasi motivo andare in porto, il ritiro dell’Olanda dovrebbe considerarsi come non avvenuto.

La situazione è per il momento nel senso che il Portogallo mantiene fermamente la sua candidatura fidando soprattutto nella poca compattezza dei suoi avversari. Comunque, è da tenere presente che qualora invece questi avversari si mostrassero effettivamente in grado di bloccare la elezione del Portogallo, il delicato problema di un altro candidato europeo si porrebbe.

Aggiungo infine che è corsa anche voce che gli oppositori del Portogallo potrebbero inizialmente votare per un candidato non europeo (e nulla impedisce loro di farlo); sebbene essi non sarebbero in grado di imporre la sua elezione, cirappresenterebbe un mezzo di pressione sugli europei per la designazione di altro candidato diverso del Portogallo(4).


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 36, fasc. Italia-ONU, II semestre 1960. 2 Sottoscrizione autografa. 3 Non pubblicato. 4 Per il seguito vedi D. 443.

382

L’INCARICATO D’AFFARI A NUOVA DELHI, CIMINO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

[...]2. Nuova Dehli, 8 ottobre 1960.

Oggetto: XV Assemblea Generale delle N.U. Discorso di Nehru.

In mancanza di reazioni ufficiali da parte di questi ambienti e dato il comprensibile riserbo dei colleghi dei Paesi non allineati, non è che dai commenti finora scarsi di questa stampa che si putrarre qualche impressione sull’azione svolta da Nehru alle Nazioni Unite. Dette impressioni possono sintetizzarsi come segue:

1) La stampa indiana ha, in generale, approvato il discorso di Nehru e in particolare, le considerazioni da lui espresse in merito al disarmo ed alla situazione nel Congo;

2) è anche stato approvato, in genere, l’appoggio prestato dal Primo Ministro dell’India alla proposta di ammissione della Cina comunista e della Mongolia esterna alle Nazioni Unite. Mentre peraltro viene condannato l’atteggiamento contrario degli Stati Uniti nei riguardi della Mongolia, che non puche indebolire un Paese confinante con potentissimi vicini, alcuni organi di stampa hanno sollevato riserve, per quanto si riferisce a Pechino, e in particolare circa l’opportunità che un seggio così delicato come quello di membro permanente del Consiglio di Sicurezza possa toccare ad un Paese di cui sono noti il comportamento nel Tibet e le mire espansionistiche nei riguardi dell’India;

3) Il progetto di risoluzione presentato dai cinque maggiori Paesi non allineati ha sollevato vive perplessità nella stampa maggiore che fin dal primo momento ha messo in dubbio la realizzabilità di un incontro fra Eisenhower e Krusciov, date le condizioni dai due previamente poste di fronte a tale eventualità. Si ammette comunque che le condizioni poste dal Presidente americano appaiono piragionevoli di quelle di Krusciov, di cui, fra l’altro hanno qui fatto cattiva impressione le intemperanze oratorie e l’atteggiamento.

Non è pertanto mancato chi come l’autorevole «Times of India», ha auspicato un incontro a livello Ministri degli Esteri dei quattro Grandi, riconoscendo che i tentativi di promuovere la pace a mezzo della diplomazia personale, finora effettuati dai Capi di Governo, sono tutti falliti. Secondo il giornale, i quattro Ministri degli Esteri potrebbero iniziare le proprie discussioni partendo dall’ordine del giorno provvisorio tracciato per l’incontro al vertice parigino. Un incontro tra Krusciov e Eisenhower nelle attuali circostanze, prosegue il giornale, non potrebbe che aggravare anziché ridurre, la tensione internazionale ed il fallimento di un secondo «vertice» non mancherebbe di avvicinare il pericolo del disastro;

4) Lo stesso «Times of India», ed a ragione, non si è quindi sorpreso apprendendo che il progetto di risoluzione era stato ritirato. Pur riconoscendo che l’incertezza subentrata nell’Assemblea Generale a seguito della fallita iniziativa dei cinque maggiori Paesi non allineati è dolorosa nelle circostanze presenti, il giornale esprime il parere che la presenza di tanti Capi di Stato al Palazzo di Vetro, provocata da quella di Krusciov, ha completamente paralizzato l’organizzazione e l’ha privata della possibilità di affrontare in maniera burocratica, forse, ma pirealistica i problemi dell’ora.

Non so se prima della sua partenza, ormai prossima da New York, succederà qualcosa a rasserenare Nehru. Pudarsi, anzi, che l’Occidente, disturbato dal desiderio braminico dell’India e del suo esponente piconosciuto di porre bocca in ogni cosa, si feliciti segretamente dell’insuccesso toccato al Primo Ministro di Delhi e si guardi bene dall’indorargli la pillola.

Se peraltro un «ridimensionamento» dell’uomo puessere opportuno e corrispondere alla realtà mondiale odierna, non va dimenticato peraltro che tutto un mondo nuovo è in movimento e che in un domani non lontano tutto il gioco delle forze mondiali potrebbe esserne condizionato. In tale mondo Nehru resta e resterà pur sempre una figura di primissimo piano, e la sua parola verrà sempre udita.

Che un uomo della compostezza e dell’educazione parlamentare del Primo Ministro dell’India perdesse il controllo di sé, così come è avvenuto nei riguardi di Menzies e del progetto di emendamento australiano a quello presentato dai «cinque», non ha per quanto mi risulta precedenti. Non sono parole da Krusciov, ma il metro con cui misurare i due uomini è molto diverso. Se quello che qui è stato definito «trappole procedurali delle Nazioni Unite» e le pressioni statunitensi hanno portato al fallimento di un progetto di risoluzione evidentemente intempestivo e sgradito, vi è, sì, da considerare la vanità di chi, desiderando sbloccare con l’appoggio sperato di 96 Paesi su 98 una situazione congelata, ambiva ricavarne, riuscendovi, legittimo vanto, ma va anche considerato che la «situazione» è rimasta quale era, allorché, almeno in questa parte di mondo, grandi speranze erano riposte su un alleviamento della tensione internazionale e sull’azione che Nehru avrebbe potuto svolgere per provocarne almeno l’inizio.

Se Nehru, dittatore intellettuale dell’India, come giustamente lo definisce l’Ambasciatore Giusti, non è qui abituato a subire sconfitte politiche, quella cocente subita a New York potrebbe agire sfavorevolmente sopra di lui perché, ed occorre non dimenticarlo, la sua complessa personalità alberga anche una elevata dose di idealismo. Nehru è partito per New York credendo nelle Nazioni Unite, nella loro capacità di promuovere la giustizia e di difendere la pace. Egli ha pensato che la minaccia della distruzione del mondo e l’invocazione alla pace di tutti i Paesi della terra, convogliata attraverso di lui, e cioè attraverso la voce del discepolo prediletto dell’apostolo della non violenza, potessero agire da freno e da guida ai due super-colossi. Cinon è invece avvenuto e Nehru tornerà nell’India convinto che nulla è cambiato nel rapporto fra gli uomini bianchi e gli uomini di colore, fra i dominatori di un tempo e quelli che ancora oggi, vogliano o no, continuano ad essere dominati dalla miseria e dall’impotenza.

È pertanto indispensabile, a mio modesto parere, che l’Occidente non dimentichi che cosa rappresenta Nehru in questa parte di mondo, e in questa soltanto e, pur lasciando ai fatti di ridimensionarlo, eviti assolutamente di sottovalutarne l’importanza e le possibilità.


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 36, fasc. Italia-ONU, II semestre 1960.


2 Originale non rinvenuto. Si pubblica il testo ritrasmesso con Telespr. 23/01411, del 18 ottobre 1960, dal Servizio Nazioni Unite ad Ambasciate, Rappresentanze e Consolati, nonché alla Rappresentanza presso l’ONU a New York, alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi, alla Delegazione Permanente presso il Centro Europeo delle N.U. a Ginevra, e, per conoscenza, alla Segreteria 10/AM, al Servizio NATO, al Gruppo Disarmo, agli Uffici CEUR, I, II, III, IV, V, VI, VII della Direzione Generale degli Affari Politici, alla Direzione Generale degli Affari Economici, al Servizio Stampa, alla Direzione Generale dell’Emigrazione, alla Direzione Generale Somalia e al Servizio Studi.

383

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, AL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI(1)

T. segreto 37643/5772. New York, 13 ottobre 1960, ore 15,45 (perv. ore 21,10).

Oggetto: Alto Adige.

Pregola trovar modo ritornare con Palewski su nostra aspettativa caldo insistente appoggio Governo francese anche presso suoi amici su questione Alto Adige(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Con T. segreto 22176/352 del 14 ottobre, Grazzi rispondeva: «Questa Ambasciata di Francia informa che il suo Governo è già intervenuto nel senso desiderato presso Paesi amici, perché votino come la delegazione francese» (Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza).

384

IL CAPO DELLA DELEGAZIONE PRESSO L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, MARTINO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 37699/5842. New York, 13 ottobre 1960, ore 21,30 (perv. ore 6,20 del 14).

Oggetto: Progetto risoluzione per disarmo.

Telegramma Rappresentanza 5533.

Krusciov ha letto oggi in Assemblea progetto risoluzione per disarmo che URSS presenta in vista prossimo dibattito in Commissione Politica; esso ricalca noti principi generali sovietici in materia aggiungendo concetto necessità riorganizzare su base tripartita Segretariato Generale N.U. e Consiglio Sicurezza onde assicurare piena imparzialità in eventuale impiego forze polizia internazionale. Mossa Krusciov ha convinto americani a non piindugiare in presentazione progetto risoluzione occidentale di cui a telegramma 5194.

Progetto con tutta probabilità verrà quindi presentato domattina a nome Italia, Gran Bretagna e SUA.

Era già scontato che Francia non avrebbe partecipato. Quanto a Canadà ragioni suo ritiro non sono ben chiare; si ha impressione che esso sia causato soprattutto da punto di vista personale Ministro Green che avrebbe desiderato fosse menzionato in risoluzione sua proposta completare Comitato Dieci con un presidente neutrale, proposta che altre delegazioni non hanno creduto opportuno inserire in progetto risoluzione per sua scarsa accoglibilità da parte Assemblea(5).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Non pubblicato.


4 Vedi D. 372.


5 Per il seguito vedi D. 415.

385

L’AMBASCIATORE A LONDRA, ZOPPI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato urgente 0182. Londra, 13 ottobre 1960.

Oggetto: Alto Adige.

In occasione di una conversazione al Foreign Office, abbiamo ripreso oggi con Ross l’argomento dell’Alto Adige, prendendo lo spunto dagli sviluppi della procedura in corso alle Nazioni Unite.

Abbiamo detto al nostro interlocutore che è interesse dei nostri amici, non meno che nostro, far sì che l’esame della questione sia al pipresto concluso all’ONU, ove il protrarsi della discussione non puche produrre un inasprirsi delle posizioni in conflitto e fornire ad altri il pretesto per interventi e pressioni a fini ben differenti da quello della soluzione del problema.

La migliore via d’uscita sarebbe una risoluzione che invitasse le due parti a sottoporre la loro divergenza a un organo giurisdizionale come la Corte dell’Aia, la quale, essendo pur sempre un’emanazione dell’ONU, non urterebbe, per il fatto di essere investita della questione, quelle suscettibilità di cui potrebbero eventualmente soffrire i membri dell’Assemblea, gelosi, per ragioni di amor proprio, della loro competenza.

Ross ci ha risposto che tale era anche il punto di vista britannico e che ad esso si ispira l’azione inglese a New York. Peraltro, citenuto presente, occorreva agire con estremo tatto, in primo luogo per ammorbidire la posizione austriaca, e in secondo luogo per evitare di stimolare, anziché placare, le suaccennate suscettibilità. L’esperienza di passati dibattiti e controversie dimostra che nessun Paese è disposto ad accettare una risoluzione che esprima una totale sconfitta della sua tesi; e che inoltre gli Stati membri, anche non direttamente interessati, sono poco proclivi ad approvare deliberazioni che apertamente strappino loro la competenza su questioni già loro sottoposte.

Abbiamo osservato che l’«ammorbidimento» dell’atteggiamento austriaco rappresentava senza dubbio un lodevole intento dei nostri amici, ma che nelle circostanze presenti questo ci appariva poco realistico. Ross ha replicato che, nel loro intimo, Raab e Kreisky sono dei moderati e che su tale sia pur non evidente ragionevolezza si pufare leva. Abbiamo notato che ormai i due uomini di Governo austriaci non sembravano piin grado di controllare né di frenare forze e passioni che essi avevano scatenato e di cui avevano finito col diventare prigionieri. Ross si è limitato a dire che si dovrà riuscire a ridurli alla ragione; e noi, a nostra volta, abbiamo fervidamente augurato che cipossa effettivamente avvenire.

Accennando al contenuto dell’auspicabile risoluzione, Ross ha poi notato che converrebbe che questa invitasse le due parti ad adire la Corte dell’Aja, lasciando l’eventualità di contatti bilaterali a un secondo tempo, alla fase successiva al verdetto della Corte. A suo parere, infatti, un immediato invito ai due contendenti che li esortasse a tentare di negoziare fra di loro, anziché rivolgersi subito a un foro internazionale, sarebbe scarsamente realistico e aumenterebbe comunque le difficoltà, sia da parte degli austriaci sia da parte di coloro che preferirebbero che in qualche modo la questione rimanesse nell’orbita dell’ONU, anche se trasferita a un organo diverso dall’Assemblea.

In sostanza, una siffatta impostazione presenterebbe dei vantaggi tattici.

Non abbiamo manifestato un’esplicita opinione sulla tesi espostaci da Ross, ma abbiamo osservato che la Gran Bretagna si trova in una posizione particolarmente favorevole per svolgere un’azione efficace nella vertenza al fine di indirizzarla, nell’interesse di tutti, a una sollecita conclusione. Il nostro interlocutore non ha esitato a convenire su tale giudizio, soggiungendo che l’Inghilterra si sta appunto adoperando e si adopererà perché la controversia non si protragga.

Abbiamo colto l’occasione per consegnare a Ross una copia del testo inglese del nostro «libro verde»(3).


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 403, fasc. Alto Adige, parte generale; dibattito all’ONU, 1960.


2 Indirizzato, per conoscenza, all’Ambasciata a Vienna e alla Rappresentanza presso l’ONU a New York.


3 Ministero degli Affari Esteri, Alto Adige. Documenti presentati al Parlamento Italiano dal Ministro degli Affari Esteri On. A. Segni il 16 Settembre 1960, Roma, Tipografia riservata del Ministero degli Affari Esteri, 1960.

386

IL CAPO DELLA DELEGAZIONE PRESSO L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, MARTINO, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, FANFANI(1)

T. segreto 37852/5952. New York, 14 ottobre 1960, ore 22,30 (perv. ore 7,20 del 15).

Oggetto: Alto Adige.

Mio 569(3).

Risoluzione austriaca di cui mio tele citato è stata oggi circolata ufficialmente da Segretariato. Ciha ovviamente intensificato contatti delegazioni. Con S.E. Ministro Segni abbiamo delineato tattica da seguire in questa fase immediata.

Poiché risoluzione austriaca

A. non fa alcun riferimento accordo De Gasperi-Gruber

B. ha chiare implicazioni revisionistiche

C. non tiene alcun conto nuova formulazione item agenda abbiamo ritenuto ribadire che delegazione italiana considerava progetto risoluzione inaccettabile quasi provocatorio e non suscettibile di alcun emendamento. Abbiamo aggiunto e lasciato intendere che avremmo considerato ostile nei confronti Italia qualsiasi iniziativa da parte altre delegazioni atta favorire o emendare risoluzione genere.

Quanto ad eventualità di altre risoluzioni che tenessero conto dei desiderata italiani, abbiamo ritenuto preferibile non prevedere e precisare per ora tale eventualità lasciando intendere comunque che qualsiasi azione che non si centrasse strettamente su accordo De Gasperi-Gruber non potrebbe essere da noi assecondata. Poiché ieri sera erasi sparsa voce che austriaci cercassero ottenere cooperazione scandinavi ai quali Kreisky è particolarmente vicino per motivi di partito, S.E. il Ministro ha avuto insieme a me un lungo colloquio con Ministro Esteri norvegese Lange in cui si è approfondita materia.

Lange ci ha chiaramente detto che mentre aveva sperato fino a ieri di poter rimuovere austriaci da loro posizioni oltranziste, rigidità assoluta Kreisky aveva reso sterile qualsiasi tentativo. Lange è apparso rendersi conto nostre buone ragioni e consapevole inaccettabilità tesi austriaca sopratutto non essendo essa centrata su accordo esistente.

A domanda su suo atteggiamento in voto per risoluzione austriaca se essa rimanesse immutata Lange dichiarato non avere ancora deciso se astenersi o votare contro.

Tra principali colloqui oggi segnalo quello da me avuto con Capo delegazione indiana Khrishna Menon in cui questo ha menzionato possibilità posizione astensione e accennato eventualità qualche iniziativa per altra risoluzione circa la quale ho ribadito non avremmo potuto accedere ad alcuna iniziativa che non si riferisse accordo 1946.

Per suo conto Ortona ha rivisto:

1.- americani che S.E. il Ministro aveva ieri già sensibilizzato in colloquio con Wadsworth e ai quali è stato chiesto aiutarci per ora a ribadire nostra posizione strettamente negativa su risoluzione austriaca. Americani sono apparsi molto disposti seguirci; 2.- inglesi che hanno dichiarato non avere ancora ricevuto particolari richieste da austriaci. Essi non hanno rinnovato alcun accenno a soluzioni quali parere consultivo o similia e sono apparsi comprensivi nostre ragioni; 3.- danesi che hanno assicurato che mentre Krag aveva preso nota iniziativa durante estate per evitare che questione Alto Adige venisse a ONU non vi era ora intenzione da parte Governo danese muoversi in modo che potesse nuovamente originare obiezioni italiane; 4. -tunisino che ha dichiarato riservare per ora propria opinione dopo attenta lettura nostro memorandum.

Altri colloqui si sono avuti da parte vari membri delegazione con altre delegazioni sopratutto arabe e africane. È apparsa ben centrata tempestivamente distribuzione avvenuta di prima mattina nostro memorandum e lettera oltre che comunicato stampa in quanto venuti immediatamente a rincalzo risoluzione austriaca.

È prematuro fare deduzioni da contatti oggi che se mai avrebbero indicato tendenza molte delegazioni verso astensione. D’altro canto nostri documenti verranno sperabilmente ad essere considerati da varie delegazioni tra oggi e martedì [il 18], giorno per cui è confermato inizio discussione.

Nel frattempo continueremo intensa attività contatti.

S.E. Ministro vedrà domani Fawzi e offrirà anche colazione onore Presidente Assemblea con partecipazione ventina Capi delegazione. Inizio prossima settimana sarà possibile meglio giudicare se converrà insistere in atteggiamento soltanto di opposizione a risoluzione austriaca o anche prevedere qualche iniziativa da parte delegazioni amiche per progetto che tenga conto nostra posizione. Aggiungo che da persona vicina ambienti delegazione austriaca ci è stato detto che se fosse assodato che attuale testo risoluzione non otterrà sufficienti adesioni austriaci proporranno emendamenti o anche nuova mozione attenuata.

S.E. Ministro Segni prega comunicare quanto precede a Presidente del Consiglio.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 T. 37560/569 del 13 ottobre, con il quale Ortona aveva trasmesso il testo del progetto di risoluzione consegnato dagli austriaci al Segretariato (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I).

387

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 2840/1840. New York, 15 ottobre 1960.

[Oggetto]: XV Sessione Assemblea Generale e inizio lavori IV Commissione.

Con l’avviarsi al termine del dibattito generale in Assemblea, la IV Commissione ha, insieme ad altre, iniziato i propri lavori.

Nella elezione delle cariche, la Presidenza è andata all’Ambasciatore Adnan M. Pachachi, Rappresentante Permanente dell’Iraq, che negli anni scorsi è stato uno dei delegati piattivi della IV Commissione e che, nonostante le sue tendenze anticolonialiste, ha dato prova di una sostanziale moderazione. Alla Vice-Presidenza è stato eletto l’argentino Carlos Ortiz de Rozas, relatore il danese Poul Boeg.

Dei dodici argomenti all’ordine del giorno, due non figuravano nell’Agenda dello scorso anno: questione dell’avvenire del Western Samoa e questione del Ruanda Urundi, mentre è scomparso, ovviamente, quello relativo ai confini della Somalia. Le due questioni sopra indicate figurano iscritte separatamente a espressa richiesta a suo tempo formulata dalla Nuova Zelanda e dal Belgio. Esse altrimenti sarebbero state trattate contestualmente all’esame del Rapporto del Consiglio di Tutela. Ciè stato fatto allo scopo di poter consentire alla IV Commissione una trattazione adeguata e che conduca alla formulazione di «raccomandazioni» specifiche.

Dopo una prima schermaglia che ha visto respingere la richiesta del Ministro degli Esteri del Sud Africa per un anticipato dibattito sul punto settimo dell’ordine del giorno (schermaglia che non è che preannunzio di altre ben pivivaci quando verranno in discussione argomenti controversi inclusi nell’Agenda) la Commissione è passata all’esame del primo «item» intitolato «Informazioni sui territori non autonomi trasmesse in conformità all’art. 73 della Carta».

Il dibattito generale, iniziatosi in tono minore, è proseguito finora senza eccessive scosse. Unica nota fortemente polemica l’intervento del delegato sovietico che non si è lasciato sfuggire l’occasione per una tirata anticolonialista nella scia dell’avvenuta approvazione in Assemblea Generale di una proposta sovietica per la discussione in «plenaria» anziché in Commissione, della nota proposta di Krushev per l’immediata concessione dell’indipendenza ai Paesi tuttora sotto tutela o non-autonomi.

Gli stessi Paesi afro-asiatici, il cui numero, per la raggiunta indipendenza di un cospicuo gruppo di nazioni africane, è notevolmente accresciuto e la cui presenza in Commissione non manca di farsi sentire, non si sono per ora pronunciati, riservandosi probabilmente di farlo quando verrà in discussione il punto quinto dell’Agenda. Esso concerne i principi che dovrebbero determinare le obbligazioni degli Stati Membri delle Nazioni Unite nel trasmettere le informazioni previste dall’art. 73 della Carta. Come ho avuto occasione di riferire (vedasi telespresso n. 2400/1500 del 24 agosto 1960)(2) una apposita Commissione è stata nominata allo scopo di approfondire lo studio di tale argomento e si prevede che i risultati dell’indagine, quando verranno discussi, forniranno ai Paesi afro-asiatici ampie occasioni di interventi polemici.

Fra i discorsi pronunziati fino a questo momento, si è distinto quello del Rappresentante britannico che ha presentato un quadro documentato ed equilibrato dei problemi connessi con lo sviluppo dei territori non autonomi nei loro vari aspetti.

Notevole anche l’intervento del Delegato degli Stati Uniti, il noto Senatore Wayne Morse, al quale è stata quest’anno affidata la rappresentanza del suo Paese alla IV Commissione, volendosi così sottolineare, con la sua nomina, tutta l’importanza attribuita dagli Stati Uniti all’emancipazione dei territori coloniali.

Da parte nostra si è ritenuto opportuno intervenire diffusamente e fin da ora nel dibattito alla IV Commissione. A seguito della felice conclusione del nostro mandato sulla Somalia, sembrano offrircisi, infatti, possibilità di un piagevole approccio al gruppo afro-asiatico; il che è tenuto presente in relazione anche agli sviluppi della questione alto-atesina ed alla opportunità di disporre favorevolmente nei nostri riguardi di un così sostanziale numero di Delegati.

Pur con il riconoscimento che si merita l’opera svolta dai Paesi che ancora amministrano territori non autonomi, non si è percimancato di rilevare l’inevitabile processo verso l’indipendenza, non mancando peraltro di suonare una dovuta nota di cautela e, sopratutto, di mettere comunque in evidenza l’interesse italiano allo sviluppo economico dei Territori in questione, dimostrato del resto dall’importanza degli aiuti che il nostro Governo si è dichiarato disposto a fornire e che sono stati confermati recentemente, proprio in sede ONU, dal Ministro Segni nel suo discorso all’Assemblea Generale.

Un particolare cenno è stato riservato nel nostro intervento alla questione della Comunità Economica Europea, che ha costituito oggetto di preoccupazioni da parte di alcune Delegazioni per le ripercussioni che la CEE potrebbe esercitare sull’economia, ancora fragile, quando non addirittura primordiale, dei Territori non autonomi. A tale riguardo è stato sottolineato da parte nostra che possibili tendenziali scompensi trovavano ampia salvaguardia in diversi correttivi, che vanno dalla graduale estensione della riduzione delle tariffe ai Paesi fuori dalla CEE, alla possibile conclusione di accordi per specifici tipi di materie prime, quando queste occupino posizioni chiave nell’economia dei Territori non autonomi; per non parlare del beneficio generale (applicabile quindi anche ai Territori d’oltremare) che derivano da una espansione e da un miglioramento della situazione economica generale, particolarmente marcata nell’ambito della Comunità.

Si fa riserva di ulteriori comunicazioni, mentre si allega il documento A/C.4/ SR.10113 contenente il riassunto dell’intervento italiano.


1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. IV Commissione.


2 Non pubblicato.


3 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Fourth Committee, 1011th meeting, Friday, 14 October 1960, pp. 58-60.

388

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, [AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, FANFANI]1

T. segreto 37967/6032. New York, 16 ottobre 1960, ore 8 (perv. stessa ora).

Oggetto: Alto Adige e disarmo.

Insieme On. Martino ci siamo incontrati stamane con Ministro Esteri RAU. Erano presenti Ortona e Straneo. Mi premeva vederlo dato che mi constava che da parte sua e gruppi a lui vicini (Paesi arabi, India etc.) si cercava trovare formule conciliative tra noi e Austria basandole su raccomandazione rinviare questione altoatesina a ulteriori conversazioni bilaterali tra due Stati. Gli abbiamo chiarito che oggetto conversazioni tra noi e Austria non poteva essere che applicazione accordo De Gasperi-Gruber. Era questo unico titolo per cui Vienna aveva diritto occuparsi della cosa. Così invece come Kreisky tentava impostare questione essa tornava ad essere materia esclusiva competenza interna italiana.

Fawzi ha detto rendersi conto nostre valide ragioni ma per poterci dare un consiglio utile doveva pure tener conto umori Assemblea. In essa purtroppo questioni vengono affrontate con scarsa conoscenza di causa e con spirito emotivo. In quest’ordine idee, ripeto emotivo, quelli che in definitiva contavano erano i voti. In quest’ordine idee («virgolette chiedo permesso di considerarmi per un momento membro Vostra Delegazione», ha detto) consigliava vivamente non fare opposizione a nuova risoluzione che con opportuni consideranda che richiamassero accordi esistenti tra noi e Austria sollecitasse ripresa conversazioni senza fare menzione della Corte Aja o di altro.

Con Martino ci siamo riservati riprendere contatti con Fawzi dicendogli che per momento cosa piurgente era respingere nettamente risoluzione austriaca che travisava termini vertenza. In tal senso lo pregavamo esprimersi con suoi amici.

Fawzi mi è apparso sinceramente ansioso poter dirimere una vertenza tra due Stati che egli considera entrambi amici suo Paese. Tuttavia alla fine conversazione dopo aver sentito nostre ragioni ha dovuto convenire che austriaci ignorando esistenza Trattato si mettevano da parte del torto. Egli apprezzando avessimo ascoltato suo consiglio non opporci a discussione in Assemblea ha rinnovato espressioni interessamento ammettendo che se si ignoravano trattati esistenti non poteva piesistere convivenza internazionale.

Ministro Esteri RAU ha detto, dopo aver letto con molto interesse progetto risoluzione italo-anglo-americana su disarmo, vi erano in essa idee utili e costruttive. Egli inoltre ci ha confidato che in collaborazione con Jugoslavia, India e qualche Stato sudamericano stava preparando progetto risoluzione in cui si esprime preoccupazione per tensione internazionale e si auspicano urgenti misure per attenuarla. Farinviare testo risoluzione corriere.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.

389

IL DIRETTORE GENERALE AGGIUNTO DEGLI AFFARI POLITICI, GRILLO, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

T. 22300/369. Roma, 17 ottobre 1960, ore 15,20.

Ambasciatore Quaroni telegrafato che informazioni da New York, ampiamente riportate da stampa tedesca sia pure senza evidenza, in merito intenzione italiana denunzia pretesa austriache in Alto Adige durante prossimo dibattito ONU quali prima manifestazione pangermanista dopo morte Hitler ed intendimento appoggiare mozione Cecoslovacchia contro odii razziali, hanno provocato in Germania vive preoccupazioni, dato che per la prima volta accuse «pangermanismo» fino ad ora monopolio blocco orientale, verrebbero sollevate da alleato occidentale.

Da parte ambasciata è stato risposto ad alto funzionario Auswärtiges Amt, fattosi portavoce dette preoccupazioni, che, prescindendo da circostanza che gradualità uso tale argomento in dipendenza naturalmente con atteggiamento delegazione austriaca e suoi eventuali sostenitori, non si poteva lamentare che nostro Governo e particolarmente Ambasciata Bonn, non avessero per tempo previsto e segnalato a Governo Federale conseguenze inevitabili delle assurde pretese austriache nonché i connessi pericoli per intero mondo germanico. Per tale motivo aveva a piriprese lamentato che Governo Federale, riparandosi dietro atteggiamento neutralità, non avesse voluto dar consigli moderazione a Vienna; austriaci si sono invece sentiti incoraggiati da palese ed evidenziata solidarietà manifestata da stampa e opinione pubblica tedesca, a cui si sono associati membri dello stesso Governo Federale in varie occasioni(2).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza. 2 Per la risposta vedi D. 390.

390

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, AL DIRETTORE GENERALE AGGIUNTO DEGLI AFFARI POLITICI, GRILLO(1)

T. 38166/6082. New York, 17 ottobre 1960, ore 20,30 (perv. ore 2,30 del 18).

Oggetto: Alto Adige.

Suo 3693.

Oggi ha chiesto vedermi questo Osservatore tedesco ONU Ambasciatore Knappstein per comunicarmi preoccupazioni originate in Governo Federale da notizia apparsa su stampa italiana che in nostro discorso su Alto Adige avremmo toccato problema pangermanesimo. Knappstein si è raccomandato che si evitasse menzione tale parola che potrebbe essere sfruttata da gruppo sovietico con riferimento a revanchismo ecc.

Predetto ha dichiarato non potere suo Governo sempre controllare «emozioni» che su questione si manifestano specialmente sud Germania e reiterato che a Bonn si intende perseguire politica stretta neutralità.

Ho detto a Knappstein che non potevo anticipare quale sarebbe stato nostro comportamento in discussione dovendo noi ovviamente tener conto di quanto avrebbe detto e richiesto Kreisky. L’ho invece esortato a far dare da Bonn consigli moderazione a Vienna aggiungendo che tali consigli avrebbero dovuto essere dati ben prima quando cioè si era cominciato a parlare di ricorso a ONU da parte austriaca. Ho detto ad Ambasciatore tedesco che avrei naturalmente tenuto presente sua richiesta pur non impegnandomi ad ottemperarvi.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Vedi D. 389.

391

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 38168/610. New York, 17 ottobre 1960, ore 22 (perv. ore 8,25 del 18).

Oggetto: Questione Congo.

Mio 543(2).

Rappresentante belga mi ha fatto oggi conoscere testo comunicazione a lui rimessa scorsi giorni da Hammarskjoeld. In essa Segretario Generale richiamando risoluzione Assemblea Generale 20 settembre(3) chiede formalmente che Governo belga «ritiri tutto personale militare paramilitare o civile» messi comunque a disposizione di qualsiasi autorità in Congo e che ogni forma assistenza da parte Belgio avvenga (seguendo esempio altri Governi occidentali) attraverso N.U. Comunicazione Hammarskjoeld definisce «assolutamente indispensabile» misura del genere sottolineando che «accettazione presenti richieste potrà evitare che si abbiano in Congo avvenimenti che potrebbero fare di questo Paese teatro di conflitto di portata mondiale». A nota in questione è unito testo lettera che Hammarskjoeld ha indirizzato a Presidente Katanga esprimendo concetti analoghi e sollecitando «revisione attuale politica» dato che Katanga potrebbe venire a trovarsi privo di qualsiasi assistenza esterna tranne quella proveniente attraverso N.U. Hammarskjoeld fa appello a «patriottismo» dirigenti Katanga sottolineando che loro azione potrebbe essere decisiva per avvenire Paese. Egli preannuncia visita suo Rappresentante possibilmente nella persona stesso Dayal.

Rappresentante belga si è con me espresso in termini assai forti e risentiti nei riguardi richiesta Hammarskjoeld. Secondo suo punto vista (e in questo ha formalmente ragione) risoluzione Assemblea Generale riferiscesi solo ad aiuti militari e non anche ad assistenza civile che nulla quindi impedisce a Belgio di fornire direttamente. Egli mi ha in sostanza preannunciato una reazione negativa da parte suo Governo; di conseguenza potrebbe aversi eventuale riunione Consiglio Sicurezza diretta nuovamente contro azione belga o acceleramento esame problema da parte Assemblea.

Fino questo momento Hammarskjoeld non ha reso di pubblica ragione sue comunicazioni. Riservomi telegrafare(4).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Vedi D. 379.


3 UN, General Assembly, Official Records, 4th Emergency Special Session, Suppl. 1, A/RES/1474 (ES-IV), New York, 20 September 1960, Question considered by the Security Council at its 906th meeting on 16 September 1960, p. 1.


4 Per il seguito vedi D. 397.

392

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 38290/1178. Washington, 18 ottobre 1960, ore 21 (perv. ore 5,20 del 19).

Oggetto: Alto Adige.

D’intesa con delegazione a New York siamo tornati insistere con Dipartimento perché intervento domani Rappresentante americano in Commissione speciale sia fermo ed efficace.

Dipartimento dichiarato poterci assicurare che testo risponderà nostre aspettative. Esso sarà moderato nella forma ma forte nella sostanza contenendo rigetto risoluzione austriaca, riaffermazione validità trattato e necessità tenersi entro suoi limiti, esortazione riprendere trattative bilaterali e in mancanza ricorrere all’Aja.

Non si tratterà di una dichiarazione di pochi paragrafi, ma di un intervento sufficientemente diffuso e ragionato a sostegno tesi da noi patrocinante.

Voluto sottolinearci che tutto quanto da essi fatto sin qui andava contro totalità richieste austriache ancora ieri ripetute a New York e a Washington tra cui quelle:

a)- astenersi parlare; b)- in caso impossibilità, parlare per ultimi; c)- non auspicare ricorso Aja.

Abbiamo per parte nostra nuovamente insistito perché intervento sia quanto mai esplicito e tale da far naufragare, senza possibilità ripresa sotto altre forme, risoluzione austriaca.

Abbiamo altresì raccomandato non lasciarsi impressionare da ulteriori pressioni Kreisky né far sì che ferme intenzioni Washington subiscano modifiche in fase attuazione a New York.

Ci è stato risposto che Kreisky aveva stamane letteralmente investito Ambasciatrice Willis minacciando violento attacco all’America in sede Aja. Tali minaccie non avevano fatto recedere Dipartimento da suo proponimento farne parola.

Al termine colloquio ci è stato chiesto quali fossero nostre intenzioni circa presentazione di una risoluzione. Domanda ci veniva rivolta perché esperti questioni ONU sostenevano, in base passate esperienze, che ai fini migliore conclusione di un dibattito non convenisse limitarsi ad ottenere respingimento risoluzione avversa ma prendere atteggiamento positivo promuovendo approvazione altra risoluzione.

Abbiamo risposto che nostra azione era ora concentrata contro proposta austriaca, ogni altro orientamento si sarebbe potuto delineare in fase successiva. Era perda escludere che:

1) altra risoluzione venisse da noi direttamente formulata;

2) potessimo accettare formule che esulino da applicazione trattato e ricorso Aja;

3) prevedano ritorno dinanzi Assemblea.

Questione comunque andava esaminata New York. Nostra prudenza del resto era dettata anche da timore che attraverso gioco emendamenti si riaprissero ad austriaci possibilità introdurre clausole per noi inaccettabili.

Telegrafato New York.

Telegrammi segreti 1960, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. II.

393

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, [AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, FANFANI]1

T. 38298/6152. New York, 18 ottobre 1960, ore 22 (perv. ore 4,20 del 19).

Oggetto: Alto Adige

Come previsto ha avuto luogo stamane riunione Comitato Politico Speciale(3) in cui ha preso parola per primo Ministro Kreisky cui discorso già stato trasmesso. Ho poi preso parola io secondo testo anche esso trasmesso.

Abbiamo impressione che mentre sono stati notati con una certa perplessità da vari delegati spunti fortemente demagogici e polemici discorso austriaco, obiettività e impostazione nostra tesi abbiano raccolto consensi. Cicomunque potrà meglio apprezzarsi in interventi delegazioni prossime sedute. Per ora risultano iscritti parlare seduta domattina: argentino, con cui si sono avuti lunghi contatti informativi e che si pronuncerà per tesi Corte; americano in persona Ambasciatore Willis (accreditata a Oslo e temporaneamente rappresentante USA in Commissione politica speciale) che anche essa ci ha detto stamani si sarebbe pronunciata contro risoluzione austriaca (non è escluso che in suo discorso venga fatto qualche accenno ad opportunità conciliazione: comunque si stanno esercitando pressioni sia da parte Ambasciata Washington sia da parte nostra su delegazione americana N.U. perché tono sia pifavorevole possibile).

Terzo iscritto parlare domani è delegato afgano con cui si è avuto lungo colloquio ieri in cui peraltro egli ha mantenuto riserbo senza lasciar prevedere quale sarà sua posizione. Sappiamo anche di qualche altro oratore che intende parlare a nostro favore ma che non si è ancora iscritto.

Abbiamo anche sensazione che vadano intensificandosi pressioni da varie parti acché dibattito non si concluda solo con respingimento risoluzione austriaca, ma faccia emergere risoluzione così detta conciliativa.

Con delegazioni amiche facciamo presente che ciche noi ricerchiamo non è tanto conciliazione sopratutto dopo risoluzione e discorso austriaci; potremmo solo accettare risoluzione che si centri rigorosamente su accordo De Gasperi-Gruber. Solo in giornata domani o dopo sarà possibile chiarire se tali pressioni di delegazioni proponenti nuova formula (e tra esse annoverasi anche francese che peraltro ha parlato solo in termini favorevoli nostra tesi) si concluderanno in proposte per noi accettabili.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Le discussioni nel Comitato Politico Speciale si svolsero dal 18 al 27 ottobre 1960 (Meetings

176-185: vedi Index to Proceedings of the General Assembly, 4th Emergency Special Session, 17 to 19 September 1960, 15th Session, 20 September to 20 December 1960 (Part I), 7 March to 21 April 1961 (Part II), New York, United Nations, 1961, pp. 10-11, 23).

394

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 38409/623/c.2. New York, 19 ottobre 1960, ore 22,20 (perv. ore 8 del 20).

Oggetto: Alto Adige.

Solo per Roma: Ho telegrafato quanto segue a tutte le nostre Rappresentanze diplomatiche presso Governi membri Lega:

Per tutti: Nei confidenziali contatti intercorsi qui con rappresentanti Lega Araba sono emersi su problema Alto Adige commenti che ci danno qualche preoccupazione. Ci è stato fatto ad esempio qualche menzione a problema autodeterminazione e ci è stato detto che alcuni di detti Paesi attribuiscono a problema Alto Adige carattere politico riservandosi prendere in considerazione competenza Corte Internazionale dell’Aja solo qualora N.U. approfondissero problema carattere giuridico. Una eventuale evoluzione alcuni Paesi arabi è stata messa anche in relazione a un mutamento nostra politica su questione algerina.

Prego V.E. in relazione atteggiamento codesto Governo intervenire immediatamente facendo presente che opinione pubblica e Governo italiano difficilmente potrebbero comprendere una posizione poco chiara o addirittura non favorevole su questione che ha per noi vitale importanza.

Sviluppo rapporti italo-arabi e stabilimento di una fattiva solidarietà sono stati oggetto in questi ultimi anni di nostro costante interessamento. Valorizzi tale concetto appoggiandolo con argomentazioni e elementi del caso.

Ulteriore sforzo in tal senso verrebbe seriamente intralciato da un favoreggiamento diretto o indiretto manovra austriaca da parte Delegazioni arabe N.U.

Per evitare codesto Governo debba prendere difficili decisioni sarebbe opportuno che su questioni Alto Adige Lega Araba almeno lasciasse ogni membro favorevole libero agire individualmente.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.

395 IL CAPO DELLA DELEGAZIONE PRESSO L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, MARTINO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI1

T. segreto 38408/6222. New York, 20 ottobre 1960, ore 7 (perv. ore 8).

Oggetto: Alto Adige.

Commissione politica speciale di cui erano previste due riunioni oggi [il 19] ha finito per adunarsi solo stamane, per mancata iscrizione oratori seduta pomeriggio. Tale carenza è alquanto usuale in prima riunione ed è da attribuirsi a desiderio delegazioni orientarsi su problema attraverso dichiarazioni primi oratori chiave. Hanno infatti preso stamane parola:

1) argentino, da noi opportunamente da tempo sensibilizzato e che ha parlato per 50 minuti esponendo dotta compiuta e molto favorevole dissertazione incorporante tutte nostre tesi;

2) americana Willis per circa 25 minuti con discorso chiaro, preciso e soddisfacente anche essa abbracciante nostre tesi ed annunciante ripudio risoluzione austriaca (risultaci che proteste Kreisky sono state dopo il discorso vivacissime con americani, essendo egli giunto deplorare collusione paesi NATO).

Per domani iscrittesi finora Colombia, Svezia, Paraguay, Francia e forse Spagna. Abbiamo lavorato a fondo tutte tali delegazioni ed abbiamo ragione sperare in buoni ed efficaci schieramenti in nostro favore, compreso forse anche quello svedese. Discussione è ancora ancorata a risoluzione austriaca il che ci fa gioco dato che mancanza finora verificatasi insistenze di delegazioni mediatrici per risoluzione di compromesso potrebbe significare anche possibilità per noi attenerci a piano che credevamo poter usare solo in prima fase inteso solo nettamente far respingere proposte austriache scoraggiando eventuali altre iniziative.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.

396

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 38588/630. New York, 21 ottobre 1960, ore 2,10 (perv. ore 8,50).

Oggetto: Questione altoatesina.

Membro americano ci ha confidenzialmente fatto sapere stasera, e altri segni ce lo confermano, che come era da attendersi si sta delineando in varie delegazioni sull’esempio sembrerebbe Cipro Indonesia Nuova Zelanda, tendenza a favorire qualche risoluzione conciliativa. Americano informatoci anche che austriaci, scontando insuccesso risoluzione già da loro presentata, non sarebbero alieni favorirne una nuova che raccomandi ripresa negoziati tra due parti su base articolo 2 Accordo stesso De Gasperi-Gruber e prevedente rapporto su esito negoziati a prossima Assemblea. Non è stato per ora accennato ricorso ad Aja in caso fallimento negoziati.

In riunione prevista domattina(2) con nostra delegazione americani si ripromettono precisarci meglio implicazioni di tali tendenze da loro risapute. Già fin d’ora abbiamo nel modo pinetto escluso possibilità che da parte nostra si accetti il rapporto a prossima Assemblea.

Naturalmente se tale risoluzione conciliativa avesse […]3 previo consenso austriaci è da prevedersi che come di uso ritirino loro risoluzione per non esporsi votazione negativa.

In riunione domani intenderemmo esaminare se ed in che forma sia accettabile riferimento negoziati su art. 2 Accordo che comunque fin da ora sembraci isolare troppo marcatamente problema autonomia.

In ogni caso da parte nostra faremo presente che ripresa conversazioni con austriaci dovrebbe concernere strettamente applicazione Accordo De Gasperi-Gruber(4).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Si fa in realtà riferimento alla seduta del 21 ottobre: vedi D. 393, nota 3.


3 Gruppo mancante.


4 Per il seguito vedi D. 400.

397

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 38728/636. New York, 21 ottobre 1960 (perv. ore 1,20 del 22).

Oggetto: Questione Congo.

Mio 610(2).

Segretario Generale ha indirizzato ieri a Rappresentante belga nuova nota verbale redatta termini particolarmente forti circa attività belghe territorio Congo. Nota questione precisa che secondo informazioni ricevute 114 ufficiali e 117 altri militari sarebbero servizio presso gendarmeria Katanga mentre 58 altri ufficiali farebbero parte polizia Katanga stessa. Tutti i posti chiave amministrazione civile Katanga sarebbero sotto controllo belga. Anche nel Kasai ufficiali superiori belgi presiederebbero ad addestramento forze militari.

Inoltre si avrebbe traffico armi leggere ed equipaggiamento militare nel Katanga a Kabinda sotto direzione belga.

Nel settore civile Hammarskjoeld cita esistenza una agenzia reclutamento a Bruxelles tendente inviare massimo numero possibile funzionari belgi nel Congo. Le attività di tale funzionari «spesso dirette contro le Nazioni Unite» possono essere fonte secondo la nota di «gravi conflitti» data la instabile situazione politica del Congo. Tanto piche la utilizzazione tali funzionari non pudirsi che avvenga da parte di alcuna autorità che possa pretendere di essere il legittimo Governo congolese.

Questa nuova comunicazione Hammarskjoeld viene ulteriormente ad aggravare quello che Ambasciatore belga mi ha ormai definito «conflitto tra mio Paese e Segretariato Generale».

Resta da vedere se e fino a quando tale conflitto potrà rimanere circoscritto a carteggio tra Segretariato e Bruxelles. Questione Congo come noto è iscritta ordine del giorno Assemblea e iniziative belghe potrebbero essere elemento tale da accelerare e inacerbire discussione. Collega belga mi ha detto oggi temere che presto corrispondenza verrà pubblicata tanto piche si sono già avute alcune fughe stampa a Bruxelles.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 391.

398

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 38782/6382. New York, 21 ottobre 1960, ore 22 (perv. ore 8 del 22).

Oggetto: Questione Alto Adige.

Solo per Roma: Ho telegrafato quanto segue a Cairo.

Per tutti: Intervento Fawzi Comitato Speciale previsto per lunedì [il 24]. Egli si dichiara bene intenzionato nostri confronti. Pare che non sarebbe alieno favorire risoluzione che raccomandi ripresa conversazioni tra i due paesi ed in mancanza di accordo Consigli ricorrere congiuntamente l’Aja. Comunque sarà utile che V.E. insista su nostra aspettativa amichevole interessamento RAU e su riconoscimento che problema alto atesino si circoscrive in applicazione accordo De Gasperi-Gruber.

Siamo naturalmente in contatto anche con Hassoumaj il quale dapprima restio a successo, mostrato generiche buone disposizioni.

Atteggiamento singoli paesi arabi non sembra per ora definitivamente delinearsi quantunque Libano Yemen ed anche Giordania appaiano ben orientati. Un’azione di codeste massime autorità presso Fawzi e Hassoumaj varrebbe certamente a rafforzare corrente a noi favorevoli [sic]3.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Per il seguito vedi D. 405.

399

L’AMBASCIATORE A LONDRA, ZOPPI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 6924/36662. Londra, 21 ottobre 1960.

Oggetto: Alto Adige.

Ross non aveva ancora visto stamane i commenti della Delegazione britannica all’ONU sui primi interventi – l’americano e l’argentino – in Commissione politica speciale sulla questione dell’Alto Adige.

Aveva invece letto i discorsi di Kreisky e di S.E. Segni; e ci ha detto con molta franchezza che aveva trovato il primo infelicissimo e il secondo ottimo. Dell’intervento del Ministro degli Esteri austriaco ha in particolare rilevato la pesantezza aggressiva, che, a suo giudizio, doveva avere sfavorevolmente impressionato non solo i nostri amici e alleati fra i presenti, ma anche altri.

Gli abbiamo chiesto se fossero da prevedersi delle dichiarazioni anche da parte del Rappresentante inglese. Ci ha risposto affermativamente, soggiungendo che peraltro non dovevamo attenderci una presa di posizione dura e netta come quella – che gli avevamo riassunto – dell’argentino Amadeo. La Delegazione britannica riservava le proprie cartucce a quell’azione che andava svolgendo e avrebbe svolto dietro le quinte e contava di appoggiarci in tal modo ben piutilmente che non in seduta plenaria.

Ross ha poi accennato alla lettera di Fanfani a Macmillan. Ci ha detto che in un primo momento si era pensato a un messaggio orale di risposta del Primo Ministro, ma poi si è capito che sarebbe stata piopportuna, e picorretta, una risposta scritta, il cui testo è in corso di redazione al Dipartimento competente del Foreign Office.


1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 403, fasc. Alto Adige, parte generale; dibattito all’ONU, 1960.


2 Indirizzato, per conoscenza, all’Ambasciata a Vienna e alla Rappresentanza presso l’ONU a New York.

400

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, RUSSO, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, A NEW YORK(1)

T. 22676/4132. Roma, 22 ottobre 1960, ore 16,15.

La nostra tesi (sulla quale, come telefonato, il Presidente del Consiglio concorda pienamente) è che convenga non prestarsi a qualsiasi tentativo di compromesso(3), anche se fatto negli intendimenti piamichevoli, che abbia il risultato di mantenere aperta la possibilità di ritornare di fronte alle Nazioni Unite.

A nostro avviso ciavverrebbe anche se l’invito a riprendere conversazioni bilaterali non venisse accompagnato dalla formula proposta in un primo tempo (telegramma 630) di riferire all’ONU in caso di fallimento delle conversazioni.

In fondo cicostituirebbe la vittoria della tesi austriaca che si propone soprattutto di politicizzare la questione di fronte ad un foro pericoloso per noi per molti motivi.

D’altro lato è da ritenere che un esplicito richiamo alla Corte dell’Aja in caso di fallimento delle trattative (formula che resta ovviamente per noi preferibile) potrebbe non raccogliere la maggioranza indispensabile. A nostro avviso l’ostacolo potrebbe essere superato o proponendo che l’eventuale ricorso alla Corte dell’Aja avvenga per iniziativa di una delle parti, se non possibile congiuntamente, o riferendoci pigenericamente, invece che alla Corte dell’Aja, agli organi giurisdizionali previsti dalla carta dell’ONU e dagli accordi liberamente sottoscritti dalle parti.

Percia nostro avviso la migliore dizione potrebbe essere presso a poco del seguente tenore:

«La Commissione raccomanda alle parti di riprendere conversazioni dirette sulla base dell’Accordo italo-austriaco del 5 settembre 1946 e, qualora non si raggiunga un accordo entro un certo numero di mesi, di adire agli organi giurisdizionali previsti dalla carta dell’ONU e dagli accordi che ambedue hanno liberamente sottoscritti».

Una formula simile, del resto, applicandosi alla Convenzione di Strasburgo, lascia aperte le possibilità di scelta tra le varie alternative e renderebbe difficile un rigetto da parte austriaca.

Poiché è da pensare che gli amichevoli tentativi di terzi non permetterebbero di raggiungere una formulazione per noi totalmente soddisfacente, ci sembra opportuno non aspettare iniziative di terzi (contro le quali la nostra attitudine finirebbe con l’essere prevalentemente difensiva) bensì assumere iniziativa noi stessi presso Delegazioni amiche affinché esse presentino una formula alla quale avessimo già contribuito positivamente.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Si fa riferimento alle ipotesi esposte nel T. segreto 38588/630: vedi D. 396.

401

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, FANFANI(1)

T. segreto 38895/6402. New York, 22 ottobre 1960, ore 21,45 (perv. ore 4,30 del 23).

Oggetto: Alto Adige.

Considerato svolgimento dibattito su Alto Adige e tenendo conto elementi emersi da contatti avuti con Delegazioni amiche ripromettomi, salvo tuo diverso avviso, impostare alternativamente come segue nostra azione nella fase conclusiva che avrà inizio lunedì prossimo [il 24], tenendo presente che dobbiamo tendere ad una soluzione che chiuda una volta per sempre dibattito in Assemblea.

Prima ipotesi pifavorevole è far presentare da Paese amico e sostenere risoluzione che contenga seguenti elementi:

consideranda che mettano in rilievo che vertenza italo-austriaca concerne esclusivamente applicazione accordo De Gasperi-Gruber e accennino sia pure sommariamente all’esecuzione già data da parte nostra a tale accordo;

una parte dispositiva che esprima voto che parti riprendano conversazioni ed in caso disaccordo adiscano Corte Internazionale Giustizia.

Ove da parte austriaca si obiettasse a specifico riferimento a Corte Aja, si potrebbe addolcire formula esprimendo voto che due parti ricorrano appropriate procedure giurisdizionali previste da carta ONU e da accordi in vigore fra due Paesi.

Seconda ipotesi meno favorevole:

progetto risoluzione austriaco (ed eventualmente altro progetto) vengono respinti o ritirati o non viene presentato alcun progetto risoluzione. In tal caso Presidente Comitato riassume lavori constatando che nessun progetto è stato approvato e che larga (o maggioranza, a seconda dei casi) parte Delegazioni si è pronunciata per ripresa conversazioni ed in caso di disaccordo, per applicazione articolo 33 carta ONU. In tal caso cercheremmo far emergere in tale dichiarazione riferimento a Corte Internazionale Giustizia. Anche con una conclusione questo genere, azione austriaca per mantenere problema alto atesino in ambito ONU subirebbe rude colpo.

Naturalmente agiremo per il meglio adeguandoci a concrete possibilità che offriranno sviluppi situazione.

Grato farmi conoscere tuo pensiero su quanto precede entro lunedì mattina(3).


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Per la risposta vedi D. 404.

402

IL CAPO DELLA DELEGAZIONE PRESSO L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, MARTINO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 38896/6412. New York, 23 ottobre 1960, ore 4 (perv. ore 4,30).

Oggetto: Alto Adige.

Informo che situazione nei confronti problema Alto Adige ONU ha subito qualche sviluppo che puriassumersi modo seguente:

1) Austriaci avevano ieri diffuso voce essere disposti ritirare loro risoluzione ed esaminare altri testi, tentando far avanzare da qualche delegazione europea nuova formula che da una parte si riferisca accordo De Gasperi Gruber ma dall’altra comporti rinvio esame problema ad Assemblea prossimo anno.

2) In particolare risulta che Kreisky aveva tentato agganciare nuovamente norvegesi e che questi consapevoli nostra ferma opposizione a3 qualsiasi formula comportante rinvio del genere hanno declinato.

3) Austriaci sembrano tuttora intenzionati ritirare loro risoluzione e non è da escludersi che qualche Delegazione non europea che si è pronunciata in modo pifavorevole Austria quale Afghanistan, possa prendere iniziativa qualche risoluzione.

4) In ambienti Delegazioni europee si parla anche possibilità conclusione dibattito attraverso semplice dichiarazione riassuntiva da parte Presidente che dovrebbe naturalmente essere previamente concordata con Delegazioni interessate.

Per conto nostro abbiamo per ora:

A) provveduto far risapere e ribadire il nostro punto di vista il che ha già contribuito cautelare Delegazioni avvicinate da austriaci;

B) preso contatto con qualche Delegazione per il caso si verifichi opportunità prendere rapidamente qualche iniziativa da parte nostra in ripresa lavori lunedì [il 24];

C) elaborato e lasciato intendere a Delegazioni amiche formule nostro gradimento quali concordate con S.E. Ministro anche a seguito telefonate costà.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Il documento reca, per errore, e.

403

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALL’AMBASCIATA A WASHINGTON E ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO(1)

T. 22739/388 (Washington) 183 (Parigi). Roma, 24 ottobre 1960, ore 13,25.

Solo per Washington: Telegramma 11922 di V.E. Quanto segue è stato telegrafato a Italnato:

Solo per Italnato: Suo 2903.

Per tutti: Una nostra posizione nei riguardi del contrasto Segretario Generale e Nazioni Unite-Congo belga, potrà essere definita dopo aver avuto conoscenza del testo delle comunicazioni di Hammarskjoeld di cui abbiamo per ora sommarie notizie da Italnation nonché dei chiarimenti sulle intenzioni di Hammarskjoeld che gli americani si erano riservati di ottenere.

Da un punto di vista generale noi siamo del parere che l’atteggiamento dei Paesi NATO in Africa debba essere consono a quello da essi adottato alle Nazioni Unite e che – nel caso del Congo – aveva lo scopo precipuo di evitare l’intervento unilaterale dell’URSS.

Rimaniamo pertanto in favore di un’azione multilaterale in Africa. Cipremesso vedremmo con favore la ricerca di una formula che consenta la continuazione di normali attività economico-commerciali nonché l’impiego dei tecnici.

Per sua riservatissima conoscenza voglia tener presente che della questione si discuterà inevitabilmente il 31 corrente in sede di consultazioni politiche a sei in relazione ai problemi che si pongono ai sei Paesi nella loro politica africana: azione delle Nazioni Unite, Congo, discorso del Presidente Eisenhower.

Solo per Washington: In previsione della discussione il 31 ottobre predetto, ci riuscirebbe utile conoscere in tempo gli orientamenti degli americani dopo i chiarimenti da essi ottenuti dal Segretario Generale Nazioni Unite(4).


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana NATO Parigi, arrivo e partenza.


2 Con T. segreto 38723/1192 del 21 ottobre, Brosio riferiva che il Dipartimento di Stato era intenzionato a chiedere delucidazioni ad Hammarskjoeld sulla nota da questi indirizzata al Governo belga, a proposito della quale vedi D. 391 (Telegrammi segreti 1960, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. II).


3 Con T. 38878/290 del 23 ottobre, Alessandrini chiedeva istruzioni circa la posizione da tenere nel contrasto tra il Belgio e il Segretariato Generale (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza italiana NATO Parigi, arrivo e partenza).


4 Per la risposta da Parigi vedi D. 406. Sulla posizione del Dipartimento di Stato americano vedi D. 416.

404

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, FANFANI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, A NEW YORK(1)

T. precedenza assoluta 22769/4202. Roma, 24 ottobre 1960, ore 21.

Tuo 6403.

Non ho bisogno di confermare che l’ideale perseguibile resta quello di una chiara ripulsa all’istanza austriaca. Mi sembra che le indicazioni contenute nel telegramma Esteri 4134 offrano una sufficiente latitudine per le vostre decisioni in relazione al risultato dei contatti con le Delegazioni amiche.

Ad ogni modo la prima formula descritta nel tuo telegramma si identifica, salvo che per il termine, all’incirca con quella propostati da qui.

La seconda formula invece lascia perplessi. La constatazione che nessun progetto sia stato approvato non fa risaltare sufficientemente l’infondatezza della richiesta austriaca: e d’altro lato l’articolo 33 della Carta è troppo vago e troppo vasto per escludere che la questione torni nuovamente alle Nazioni Unite; anzi il secondo comma dell’articolo stesso prevede esplicitamente tale ritorno.

Qualora non fosse assolutamente possibile fare approvare la formula numero uno, si dovrebbe cercare di fondere in parte con essa la formula numero due: nel senso di invitare nel quadro dell’articolo 33 le due parti a trovare un accordo e a ricorrere in caso di un mancato accordo «agli organi giurisdizionali previsti dalla Carta e dagli Accordi che le due Parti hanno liberamente sottoscritto».

Ti rinnovo cordiali auguri di felice conclusione per la difesa della nostra opera e dei nostri diritti.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Vedi D. 401.


4 Vedi D. 400.

405

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E [ALL’AMBASCIATA A IL CAIRO]1

T. segreto 39222/646/c.2. New York, 25 ottobre 1960, ore 15,45 (perv. ore 3,10 del 26).

Oggetto: Questione Alto Adige.

Suo 3973.

Rappresentante RAU, signor El Erian, ha preso parola davanti Comitato Speciale(4) auspicando anzitutto che questione Alto Adige trovi soluzione su basi bilaterali mutualmente accettabili.

Circa argomento in discussione, richiamandosi precedente accordo raggiunto circa formulazione item, si auspicava analogo consenso circa eventuale risoluzione. Prendeva nota con soddisfazione assicurazioni date da parte italiana circa rispetto accordo anno 1946; per quanto concerne via per raggiungere una soluzione, egli confidava anzitutto in una ripresa dei negoziati diretti, o infine indicava che le parti potevano adire se necessario Corte internazionale dell’Aja.

In complesso discorso Rappresentante RAU è apparso improntato a disposizione genericamente favorevole ma non concretamente costruttivo per noi specie per accenno, sia pure vago, a eventuale intervento Nazioni Unite in futuri contatti bilaterali concetto che favorisce tesi austriaca cui fini a lunga scadenza tendono a incardinare problemaAlto Adige in ambito Nazioni Unite. È, come Ella sa, proprio ciche vogliamo evitare.

Sarà quindi certamente utile che Ella a nome Governo italiano e mio personale, intrattenga codesto Governo a massimo livello per sottolineare importanza vitale che attribuiamo questione e, nell’esprimere nostro apprezzamento concetti e intendimenti questo Rappresentante RAU, faccia presenti elementi concreti in cui amichevole atteggiamento RAU puconcretarsi. Voglia precisare al riguardo che a noi interessa una risoluzione che faccia appello due parti interessate perché riprendano conversazioni bilaterali su applicazione accordo De Gasperi Gruber e in caso di disaccordo adiscano organi giurisdizionali esistenti. Questione è urgente perché voto avverrà probabilmente mercoledì o giovedì [il 26 o il 27].

Telegrafato Roma e Cairo.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Il numero di protocollo 397 fa riferimento alla corrispondenza telegrafica Cairo-New York, non rinvenuta. Presumibilmente si tratta del T. segreto 38832/254, inviato dal Cairo a Roma il 22 ottobre, col quale Fornari riferiva che Zulfikalh Sabri lo aveva rassicurato di aver informato la Delegazione RAU alle N.U. sul colloquio dell’Ambasciatore con il Sottosegretario permanente. A proposito di questo colloquio, Fornari riportava il 21 ottobre (T. segreto 38568/252) le seguenti conclusioni: «Quanto ad atteggiamento RAU, quale appare di qui anche dopo mia conversazione odierna, è da prevedere che esso, per quanto comprensivo nostro punto di vista e sostanzialmente favorevole nostra tesi, sarà tale da evitare di porre RAU in aperto contrasto con Austria, come, a piforte ragione, con noi» (Telegrammi segreti 1960, India-Santa Sede, arrivo e partenza).


4 Nella seduta del 24 ottobre: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Special Political Committee, 181st Meeting, 24 October 1960, at 10.50 a.m., vol. I, pp. 29-32.

406

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO, ALESSANDRINI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 39309/294. Parigi, 26 ottobre 1960, ore 20 (perv. ore 20,45).

Oggetto: Questione Congo.

Mio 293(2) e telegramma di V.E. 1833.

De Staercke ha fatto una breve comunicazione in Consiglio sulla consultazione in corso fra il Belgio e gli alleati membri del Consiglio di Sicurezza sulla questione del Congo.

Il Belgio, ha detto De Staercke, si è innanzitutto rivolto per consigli e suggerimenti ai Paesi membri del Consiglio di Sicurezza, in quanto è da prevedere che quell’organo delle Nazioni Unite possa nuovamente discutere la questione congolese. Egli ha poi proseguito esponendo brevemente le perplessità del Governo belga di fronte alle richieste di Hammarskjoeld, ed il proposito belga di chiarire la questione con il Segretario Generale delle Nazioni Unite anche per il tramite di un inviato speciale che potrebbe meglio illustrargli la situazione.

Terminata la breve esposizione, il Rappresentante belga ha fatto chiaramente capire, assecondato da Spaak, che avrebbe gradito una discussione sull’argomento per sentire anche il parere degli alleati che non sono membri del Consiglio di Sicurezza.

I Rappresentanti della Grecia, dell’Olanda e della Norvegia hanno fatto notare che il sostenere, come il Belgio fa, la libertà degli Stati sovrani di concludere reciprocamente accordi di assistenza tecnica bilaterale, è un argomento che, pur fondato su solidi principi giuridici, pudivenire rischioso se invocato da parte sovietica per l’invio di personale tecnico nel Congo. Esso quindi dovrebbe essere sostenuto con moderazione e flessibilità, anche per non compromettere l’azione multilaterale delle Nazioni Unite nel Congo, che sembra nel momento attuale insostituibile.

In sostanza, sono state rinnovate al Belgio le raccomandazioni di moderazione e di prudenza anticipate ieri dai Rappresentanti dei Paesi membri del Consiglio di Sicurezza, pur riconoscendosi che la questione del ritiro dei tecnici belgi si presenta come un dilemma suscettibile di implicazioni pericolose per l’Occidente.

Spaak, che aveva manifestamente appoggiato De Staercke nel richiedere una discussione, ha colto l’occasione per ripetere le sue preoccupazioni sullo sconfinamento dell’azione delle Nazioni Unite nel campo degli affari interni di Stati sovrani.

Su tale punto egli pensa personalmente che non si debba lasciar passare l’occasione della questione congolese senza riflettere al pericoloso precedente che si verrebbe a costituire se si accettasse che le Nazioni Unite, oltre ad esplicare funzione di esecuzione rispetto alle decisioni del Consiglio di Sicurezza e della Assemblea, conducessero anche una vera e propria azione politica interna per la soluzione delle controversie internazionali.

Le reazioni del Consiglio hanno dato la netta sensazione di una riluttanza della maggioranza a seguire i belgi e lo stesso Spaak oltre i limiti determinati dalla ovvia necessità di non turbare il difficile compito delle Nazioni Unite nel Congo. In tale senso si sono particolarmente pronunciati i Rappresentanti norvegese, olandese e greco.

La questione del Congo sarà ripresa in una prossima riunione dei Rappresentanti dei Paesi membri del Consiglio di Sicurezza, come avevo riferito nel telegramma pisopra citato. Il Consiglio verrà successivamente informato sugli sviluppi della questione.

Informata Ambasciata Parigi e, per corriere, Ambasciata Londra.


1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana NATO Parigi, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato. 3 Vedi D. 403.

407

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, FANFANI(1)

T. segreto urgente 39349/6572. New York, 26 ottobre 1960, ore 24 (perv. ore 8 del 27).

Oggetto: Alto Adige.

Tarda ora stasera Rappresentanti Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay cui aggiuntasi Bolivia, accordandosi dopo lunga discussione con Rappresentanti dieci Paesi presentatori progetto risoluzione di cui a mio 652(3) e mettendo praticamente da parte ogni istanza austriaca, hanno preparato testo nuova risoluzione che dovrebbero proporre per votazione pomeriggio domani.

Trasmetto testo risoluzione in chiaro(4).

Poiché nuova risoluzione fa espresso riferimento ad accordo Parigi 1946 quale unico argomento controversia fra noi ed Austria, raccomanda ripresa negoziati fra i due Paesi e fa esplicito riferimento a Corte Internazionale Aja ho dato (dopo avere anche consultato Onorevole Medici Macrelli e Rossi) insieme a Martino nostra adesione di massima dato che amici latino-americani chiedevano conferma urgente per cristallizzare situazione che ci sarebbe altrimenti sfuggita di mano.

Segnalo amichevole e appassionata difesa del punto di vista italiano fatta da delegati Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay ed Uruguay ed in modo particolare opera Ambasciatore Amadeo che è riuscito a far accogliere tutte istanze italiane. Da registrarsi anche nuovi favorevoli interventi americano e francese.

Austria che ha già dovuto ritirare sua prima risoluzione, confermandosi risoluzione dei quindici, dovrebbe essere costretta a ritirare anche sua seconda.

Ignorasi peraltro finora sua reazione. Nostra ferma posizione di intransigenza ha dato suoi frutti.


1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


3 Non pubblicato.


4 T. 39348/656 pari data, il cui testo era il seguente: «Trasmetto testo completo nuova bozza progettorisoluzione sul quale si sono orientati seguenti quindici paesi: Argentina, Brasile, Bolivia, Paraguay e Uruguayda un lato, Ceylon, Cipro, Danimarca, Ecuador, Ghana, India, Iraq, Irlanda, Giordania e Messico dall’altro: The General Assembly, having considered item 68 of the agenda, considering that the status of the German speaking element in the province of Bolzano (Bozen) has been regulated by an international agreement between Austria and Italy, signed in Paris on 5 September 1946, considering that the said agreement establishes a system designed to guarantee the German speaking inhabitants of the said province “a complete equality of rights with the Italian speaking inhabitants within the framework of special provisions to safeguard the ethnical character and the cultural and economic development of the German speaking element”, bearing in mind that a dispute has arisen between Austria and Italy in regard to the implementation of the agreement signed in Paris on 5 September 1946, desirous of preventing the situation created by the dispute from impairing the friendly relations between the two countries,

  • 1. urges the two parties concerned to resume negotiations with a view to finding a solution for all differences relating to the implementation of the above agreement,
  • 2. recommends that in the event of the negotiations referred to in the preceding paragraph not leading to satisfactory results within a reasonable period of time, both parties should give favourable considerationto the possibility of seeking a solution of their differences by any means provided for by the charter, including the international Court of Justice or any other peaceful means of their own choice,
  • 3. likewise recommends that the countries in question should refrain from any action which might impair their friendly relations» (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I).
  • 408

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    Telespr. 2864/1864. New York, 26 ottobre 1960.

    Oggetto: XV Assemblea delle Nazioni Unite. III Commissione (questioni sociali, umanitarie e culturali).

    La III Commissione, dopo 16 sedute, ha esaurito la discussione sul primo argomento all’ordine del giorno di questa sessione: esame del Rapporto dell’ECOSOC, Capitoli V, VI e VII(2).

    Hanno partecipato al dibattito oltre 60 delegazioni, tra le quali la nostra, ed i lavori si sono conclusi con la votazione di 5 risoluzioni riferentesi rispettivamente a:

    -Status delle donne nei Paesi sottosviluppati;

    -Manifestazioni di odio razzista e nazionalistico;

    -UNICEF;

    -Insegnamento degli scopi e principi delle Nazioni Unite;

    -Edilizia popolare.

    I lavori si sono svolti in un clima sereno; unica eccezione una vivace polemica sorta tra Israele ed alcune delegazioni arabe (Giordania, Arabia Saudita e Iraq) sul problema delle minoranze arabe in Israele.

    La nostra Delegazione, nei suoi interventi, ha illustrato il punto di vista italiano sui singoli argomenti, soffermandosi in particolare:

    1) sull’Unicef per dare notizia della decisione del Governo, comunicata dal Sottosegretariato On. Russo al Signor Pate, di aumentare il nostro contributo al fondo;

    2) sulla edilizia popolare per sottolineare le realizzazioni attuate dall’Italia in tale campo durante l’ultimo decennio;

    3) sull’insegnamento degli scopi e dei principi delle Nazioni Unite, per riferire circa i corsi in atto nelle scuole secondarie, nelle Università e in merito all’attività svolta al riguardo dalle associazioni private specializzate in materia. Sono stati anche avanzati degli specifici suggerimenti per facilitare gli incontri internazionali di docenti e di studenti, nonché per esaminare la possibilità di incoraggiare dei contatti diretti tra gli organi di informazione delle Nazioni Unite e le facoltà di Giurisprudenza e di Scienze politiche.

    Di particolare interesse nel corso dei lavori sono apparsi:

    l)- l’atteggiamento propagandistico assunto dai russi e dai satelliti svolto, come di consueto, contro le potenze coloniali. Quest’anno il gruppo dei Paesi d’oltre cortina ha colto anche ogni occasione per sferrare attacchi violenti alla Germania occidentale denunciando il risorgere del militarismo, del nazismo e del revanscismo; 2)- la dichiarazione dell’URSS di opporsi, d’ora in poi, a qualsiasi progetto di risoluzione, o di parte di esso, che impegni l’opera del Segretario Generale. Nell’annunciare questa decisione la Delegazione sovietica ha affermato che essa era in armonia con quanto Kruscev aveva dichiarato in Assemblea a proposito dell’operato di Hammarskjd e della necessità di una sostanziale riforma strutturale delle Nazioni Unite. La prima applicazione di tale direttiva si è avuta durante la votazione del progetto di risoluzione (doc. A/C.3/L.847/Rev.1) relativo allo status della donna nei Paesi sottosviluppati. Nel testo proposto, infatti, al par. 1 del dispositivo, si fa menzione della «collaborazione degli Stati membri con il Segretario Generale sullo studio del problema». Su richiesta russa, questa frase è stata posta separatamente ai voti, e la Russia, i satelliti, nonché la Guinea e Ceylon hanno votato contro. È da notare che l’Austria in tale occasione, unica fra i Paesi occidentali, si è astenuta; 3)- l’allineamento della Delegazione di Ceylon sulle posizioni assunte dai Paesi di democrazia popolare. Sia nel corso del dibattito che in sede di dichiara

    zione di voto, il Rappresentante di Ceylon, Ambasciatore A.D. Perera, si è costantemente associato all’azione sovietica contro la Germania occidentale. Il Perera ha citato, fra l’altro, un recente discorso pronunciato dal Sindaco di Berlino, Brandt, nel quale si prometteva la liberazione dei tedeschi oppressi dalla Polonia e dalla Cecoslovacchia;

    4) il debutto dei nuovi Paesi ai lavori dell’Assemblea. La Nigeria si è dimostrata particolarmente attiva nell’associarsi alla propaganda anticolonialista vale a dire all’azione svolta dal gruppo sovietico contro i «Paesi colonialisti». I Paesi già appartenenti alla comunità francese, hanno dimostrato, malgrado un’attiva assistenza del Rappresentante francese, scarso interesse per i lavori. Il Rappresentante di Cipro è intervenuto solo per difendere i diritti delle minoranze.

    Si allegano i testi delle risoluzioni approvate con l’esito delle votazioni(3).


    1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. III Commissione.


    2 Le riunioni della terza Commissione sull’argomento indicato si tennero dal 6 al 24 ottobre 1960: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Third Committee, 982nd-999th Meetings, 6-24 October 1960, pp. 5-86.


    3 Allegati non presenti nel fascicolo. L’elenco dei documenti discussi è in calce alla prima pagina del documento ed è il seguente: Doc. A/C.3/L.849, Doc. A/C.3/L.850, Doc.·A/C.3/L. 851/Rev.1, Doc.·A/C.3/L.847/Rev.1. Si tratta delle bozze di risoluzione oggetto in particolare delle sedute della III Commissione tenutesi dal 17 al 24 ottobre: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Third Committee, 993rd-999th Meetings, 17-24 October 1960, pp. 57-86.

    409

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 39478/660. New York, 27 ottobre 1960, ore 21 (perv. ore 6,30 del 28).

    Oggetto: Alto Adige.

    Trasmetto testo dichiarazione pronunciata oggi da S.E. Ministro a conclusione dibattito in Commissione Politica Speciale(2):

    «Nel prendere la parola in questa fase finale mi è gradito di iniziare col ringraziare molto sinceramente i distinti Delegati dell’Argentina del Brasile del Paraguay e dell’Uruguay per il loro contributo così sostanziale e costruttivo al soddisfacente risultato dei nostri lavori. La presentazione del loro progetto di risoluzione ha marcato infatti un progresso decisivo verso la ricerca di una conclusione tale da rispondere ai termini della questione che era stata posta davanti al Comitato Politico Speciale e all’andamento del dibattito e che fosse al tempo stesso accettabile dalle parti. Desidero ringraziare anche tutti gli altri proponenti del progetto di risoluzione che è ora davanti alla Commissione e che hanno agito con spirito di conciliazione consono agli alti scopi della nostra organizzazione.

    Desidero infine ringraziare anche molti altri distinti delegati che hanno contribuito con i loro notevoli ed elevati interventi ad una chiara visione della vera natura della questione di cui si è trattato.

    La Delegazione italiana aveva già invocato di poter procedere d’accordo con l’Austria sulla via maestra della osservanza degli accordi internazionali. È lieta pertanto di dare la sua piena adesione alla mozione presentata dai 17 paesi, che corrisponde a questo concetto, e che prevede misure di soluzione della controversia da adottare di comune accordo tra Austria ed Italia.

    Dalla risoluzione risulta chiaro che la controversia tra l’Austria e l’Italia nasce da una divergenza di vedute sulla valutazione che va data all’applicazione ricevuta dall’accordo di Parigi del 5 settembre 1946. La risoluzione inoltre dà espressione del desiderio manifestato da tutti coloro che hanno preso qui la parola che tale divergenza di vedute venga superata in trattative bilaterali dai due Paesi. Questo è il desiderio ed il proposito sempre espresso da parte del Governo italiano che continuerà a fare ogni sforzo di buona volontà per raggiungere una concordanza con l’Austria sulla esecuzione dell’accordo di Parigi.

    Un comune sforzo delle due parti in tale senso si inquadrerà nel modo migliore in quei rapporti amichevoli tra i due Paesi che sono nell’ordine naturale delle cose oltreché nei desideri del Governo italiano e, non ne dubito, oggi anche di quello austriaco.

    La risoluzione contempla pure la possibilità che ove i negoziati bilaterali non portassero a un superamento di certe divergenze di vedute si abbia ricorso ad altri mezzi pacifici di soluzione, quale il deferimento alla Corte Internazionale di Giustizia oppure un altro mezzo scelto di comune accordo dalle due parti.

    Mentre il Governo italiano sarà certo disposto a fare quanto opportuno perché i due Paesi giungano ad un definitivo chiarimento della questione, la Delegazione italiana tiene ad esprimere l’augurio ed anzi la fiducia che le due parti giungano direttamente e rapidamente alla soluzione di ogni divergenza oggi esistente circa l’esecuzione dell’accordo di Parigi.

    Concludendo queste mie parole desidero esprimere anche al signor Presidente l’apprezzamento per la pazienza e la saggezza con cui lui ed il Vice Presidente hanno saputo dirigere i nostri lavori sull’argomento in discussione».


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


    2 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Special Political Committee, 185th Meeting, 27 October 1960, at 3.35 p.m., pp. 49-51: p.51.

    410

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 39479/661. New York, 27 ottobre 1960, ore 21,10 (perv. ore 6,30 del 28).

    Oggetto: Alto Adige.

    Inizio seduta odierna è stato circolato progetto di risoluzione di cui a mio 648(2). Poiché era risaputo che esso era accettabile ad Italia ed Austria, seduta si è limitata a registrare alcune brevi dichiarazioni di circostanza. Le ha iniziate delegato argentino a marcare tra l’altro come alla risoluzione unanime si sia giunti sulla base testo di cui egli era stato promotore e ribadendo punti in essa a noi favorevoli.

    Lo hanno seguito dieci altri oratori (Irlanda, Ecuador, Cipro, Messico, Cuba, Portogallo, Libano, Bolivia, Belgio ed Uruguay) tutti nel senso compiacersi per raggiunta risoluzione unanime con espressioni apprezzamento per costruttività dibattito. Seguenti hanno particolarmente di nuovo svolto alcune delle tesi da noi sostenute: Ecuador, Portogallo, Libano, Bolivia, Uruguay.

    Kreisky ha formulato assai breve dichiarazione di cui trasmetto a parte riassunto diramato da servizio stampa ONU in attesa trasmettere testo integrale(3).

    Successivamente Ministro Segni ha precisato punto di vista italiano con dichiarazione che telegrafo a parte(4).

    Dopo alcune battute procedurali provocate da alcune esitanti osservazioni australiane su formulazione in inglese di alcune parole del testo, Presidente Commissione ha proposto che in mancanza obiezioni risoluzione venisse considerata approvata unanimità il che è avvenuto.

    Subito dopo si è avuta dichiarazione austriaca rinuncia a messa ai voti propria risoluzione.

    Passaggio formale in seduta plenaria si prevede lunedì prossimo [il 31].


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Non pubblicato. 3 Vedi D. 409, nota 2. 4 Vedi D. 409.

    411

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. per corriere aereo 39772/666. New York, 29 ottobre 1960 (perv. ore 14 del 31).

    Oggetto: Questione Congo.

    1) Segretario Generale in colazione ieri Consiglio Sicurezza si è limitato nei confronti problema Congo a fare brevi dichiarazioni generiche. Egli ha detto che a) situazione permanendo fluida era difficile fissare direttive precise nei riguardi dell’uno e dell’altro protagonista della scena congolese. Si verificavano anzi situazioni paradossali per cui ONU, indiziata per avere sottratto suo appoggio ad uno di essi, veniva poi accusata da altri di non avere fatto abbastanza per eliminarlo da quadro politica congolese; b) in Congo ONU avrebbe dovuto ancora rafforzare sue attività cercando evitare che aiuti, personale e tecnici venissero canalizzati al di fuori organizzazione societaria colà stabilita, implicito riferimento questo a divergenze sorte con Governo belga.

    2) In conversazione riservata al Segretariato abbiamo poi appreso che Hammarskjoeld continua ad essere seriamente preoccupato dei vari aspetti della crisi in Congo. In primo piano tra tali preoccupazioni permane attualmente ritorno ad azione elementi civili belgi. A parte situazione Katanga, in Leopoldville tali elementi civili vanno di piin picostituendo intelaiatura su cui si appoggia posizione Mobutu egruppo commissari. È vero che formalmente tali elementi non hanno rapporti con Governo belga e sono assunti su base bilaterale da autorità congolesi; ma questa situazione, se certo sarebbe accettabile ed anzi desiderabile, qualora un Governo Congolese efficiente e riconosciuto esistesse, diventa politicamente pericolosa e si pone in contrasto con azione delle Nazioni Unite e con risoluzioni adottate in una situazione nella quale nessuno dei protagonisti della scena politica congolese pulegittimamente pretendere di essere un efficiente Governo centrale. Sì che in pratica elementi belgi vengono ad identificarsi con uno di questi protagonisti, e loro influenza puvenire presentata proprio come quell’intervento in politica interna che le Nazioni Unite hanno preso impegno evitare. Tutto questo minaccia riportare posizione belga in primo piano in una nuova crisi societaria sul Congo che si va profilando. Di tale crisi scambio corrispondenza con Bruxelles, così mal preso dalle autorità belghe, era un primo sintomo ed un avvertimento.

    3) Ho successivamente parlato con Ambasciatore Belgio circa ultimi sviluppi rapporti tra suo Governo e Segretario Generale. Loridan mi ha descritto forti reazioni originate in suo Paese da recenti comunicazioni Hammarskjoeld sia per loro forma e sia per atteggiamento circa sostanza che esse riproducevano: la prima essendo giudicata insolente ed il secondo poco realistico, potendo implicare ritiro massiccio belgi assolutamente insostituibili per numero ed esperienza. In suo colloquio con Segretario Generale questi aveva in un primo tempo rilevato che ritorno tecnici belgi in Congo su base bilaterale era «contro filosofia» risoluzione 20 settembre(2), il che contrastava con il fatto che tali tecnici avevano fatto ritorno dietro richiesta governanti congolesi, ivi compreso in un certo momento stesso Lumumba. Negli ultimi giorni, sia forse quale effetto avuto passi americani, sia perché poteva aver cominciato a prevalere in Hammarskjoeld una valutazione piobiettiva difficoltà in cui egli stesso si porrebbe insistendo in prime sue richieste, Segretario Generale aveva finito per tenersi pinel vago astenendosi dal precisare in termini concreti suoi desiderata.

    4) Quanto a immediati sviluppi in seno Nazioni Unite:

    a)- Dopo lunghe discussioni comitato consultivo per il Congo ha deciso esprimere dal suo seno comitato conciliazione, che dovrà, sulla base risoluzione Assemblea speciale, adoperarsi in Congo per avvicinare vari protagonisti situazione politica interna (mio 600)(3). Mentre Segretario Generale avrebbe preferito temporeggiare o semmai inviare intanto una persona sola per preparare terreno, si è deciso che commissione sia composta da tutti i quindici elementi afro-asiatici membri del comitato consultivo. Commissione conciliazione intenderebbe costituirsi e iniziare svolgere sua azione in Leopoldville prossima settimana, mentre anche qui Segretario Generale aveva consigliato prudenza e aveva suggerito mandare in avanscoperta elemento che preparasse favorevolmente terreno. Risulta che Kasavubu e Mobutu hanno già fatto sapere qui essere opposti ad azione tale commissione. b)- Segretario Generale proponesi far circolare primi giorni prossima settimana un rapporto. Di fronte a notizie trapelate da Bruxelles, che avevano fra l’altro provocato richiesta del Presidente turno Consiglio Sicurezza che è Rappresentante polacco, tale rapporto, basato in primo luogo su esposizione situazione locale che sarà fornita da Dayal, riprodurrà anche scambio lettere con Governo belga (di cui ai miei 6104 e 6365). Al Segretariato si prevede che in base a tale rapporto si riaprirà discussione su caso congolese certo in Consiglio Sicurezza, probabilmente poi anche in Assemblea. c)- Quanto a questione Rappresentanza Congo alle Nazioni Unite afro-asiatici presentatori noto progetto risoluzione originariamente di iniziativa Guinea (mio 593)(3) e che sono oggi Ceylon, Ghana, Guinea, India, Indonesia, Mali, Marocco e RAU, hanno ora introdotto formalmente un testo di risoluzione in Assemblea Generale nel quale insistono perché un Rappresentante del «Governo centrale» sia subito ammesso in Assemblea, in attesa decisioni Comitato credenziali con un’aggiunta raccomandante a Segretario Generale di facilitare al pipresto una riunione del Parlamento congolese (questa ultima è idea particolarmente cara ad indiani). È una mossa ovviamente intesa a chiarificare la situazione in senso pro Lumumba. E risulta che vari altri Stati africani vi sono opposti, tra cui principalmente Nigeria. Presentatori predetto progetto risoluzione insistono perché esso sia discusso lunedì prossimo [il 31] in Assemblea ma una decisione non è stata ancora presa al riguardo, né potrebbe esser loro facile in termini procedurali provocare formale discussione di sostanza esistendo già decisione Assemblea rinviante tale problema a Comitato credenziali.

    Informato Washington(6).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Vedi D. 391, nota 3. 3 Non pubblicato. 4 Vedi D. 391. 5 Vedi D. 397. 6 Per il seguito vedi D. 414.

    412

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 39888/669. New York, 1° novembre 1960, ore 8,15 (perv. stessa ora).

    Oggetto: Alto Adige.

    Oggi [il 31 ottobre] Assemblea Generale ha concluso esame item relativo Alto Adige(2). Discussione iniziatasi con presentazione rapporto da parte «rapporteur» Comitato Politico Speciale. Ha quindi parlato Kreisky il quale, dopo ringraziamenti rituali, ha ricordato che Delegazione austriaca aveva originariamente presentato risoluzione esprimente convinzione che una soluzione rapida e naturalmente di soddisfazione per altoatesini, avrebbe potuto aversi soltanto se «fosse stata concessa sostanziale ed effettiva autonomia regionale a provincia Bolzano». Kreisky ha rilevato quindi che era sempre stata presente a sua Delegazione sin da inizio circostanza secondo cui Assemblea Generale avrebbe potuto solo raccomandare che negoziati fossero condotti tra due Stati interessati con scopo addivenire concessione diritto autonomia. Egli ha rilevato che Trattato di Parigi dava «chiaro titolo»(3) per tale richiesta. Kreisky passando a commentare risoluzione osservato che essa richiedeva due parti di cercare soluzione a «tutti» punti di divergenza concernenti esecuzione accordo Parigi. Egli commentato quindi che mentre in passato conversazioni si erano avute sul problema dato che Italia aveva sempre insistito su tesi che Austria mancava di titolo per partecipare a «negoziati veri e propri», tale situazione si sarebbe trovata «sostanzialmente mutata» se Assemblea Generale avesse sanzionato risoluzione adottata dal Comitato. Kreisky ha dichiarato quindi che risoluzione raccomandava che in caso fallimento negoziati ambedue parti dovrebbero ricercare una soluzione attraverso i vari mezzi prevista da Carta che egli ha elencato traendoli da art. 33. Kreisky ha anche rilevato che stesse parole accordo di Parigi erano state incluse in preambolo risoluzione nel punto relativo a concessioni da estendere ad altoatesini. Delegazione austriaca vedeva con favore risoluzione presentata dato che essa era concepita in modo da creare fondamentali nuove condizioni per negoziato su problema Sud Tirolo.

    Ha quindi parlato Onorevole Martino che ha esposto nuovamente tesi italiane e confutato alcuni dei punti sollevati da Kreisky, come risulta da testo integrale trasmesso da ANSA oggi.

    Rappresentante messicano ha preso quindi la parola per congratularsi che si fosse trovato adeguato modo per ripresa negoziati tra le due parti e soprattutto auspicando che due parti stesse raggiungano intesa soddisfacente.

    Ambasciatore argentino Amodeo ha fatto quindi precisa dichiarazione in cui ha rilevato tutti punti di nostro interesse contenuti in risoluzione e cioè:

    1) assenza qualsiasi menzione problemi territoriali;

    2) riferimento ad accordo De Gasperi-Gruber, solo punto di riferimento accettabile per discussione;

    3) ripresa negoziati tra due parti;

    4) deferimento in caso loro fallimento, ad altre procedure da scegliere di comune accordo tra cui notasi giudizio Corte Aja;

    5) speranza che Assemblea non debba piessere investita problema dato che risoluzione menziona altre procedure. Ha quindi parlato brevemente delegato uruguaiano rilevando spirito cooperazione dimostrato da promotori risoluzioni e parti in causa.

    Presidente ha quindi notato che Comitato Politico Speciale aveva adottato risoluzione ad unanimità sollecitando analoga procedura di voto, il che ha consentito immediata adozione risoluzione(4).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


    2 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, 909th Plenary Meeting, Thursday, 31 October 1960, at 3 p.m., vol. II, pp. 783-786.


    3 Il testo reca, per errore, Tirolo.


    4 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Suppl. 16, A/RES/1497 (XV), The status of the German-speaking element in the Province of Bolzano (Bozen); implementation of the Paris Agreement of 5 September 1946, Adopted at the 909th plenary meeting, 31 Oct. 1960, p. 5.

    413

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    Telespr. 3030/1920. New York, 1° novembre 1960.

    Oggetto: XV Assemblea delle Nazioni Unite. III Commissione. Argomento n. 33 all’ordine del giorno: Assistenza.

    La III Commissione ha concluso oggi la discussione sul secondo argomento al suo ordine del giorno (n. 33 dell’Assemblea Generale), assistenza ai rifugiati: a) rapporto dell’Alto Commissario; b) rapporto del Segretario Generale sull’Anno mondiale del Rifugiato(2).

    Il dibattito si è aperto dopo l’illustrazione dei rispettivi rapporti fatta dal Dott. Lindt e da Hammarskjd.

    Numerose delegazioni, fra le quali l’Italia, sono intervenute nella discussione per constatare – con soddisfazione – i progressi fatti nello scorso anno di attività dall’Alto Commissariato verso una graduale soluzione del problema dei rifugiati europei. I Rappresentanti dei Paesi asiatici hanno sottolineato l’urgenza di intensificare l’assistenza ai profughi temporaneamente stabilitisi ad Hong-Kong; mentre le delegazioni africane hanno, come avvenne durante la XIII e la XIV Assemblea, posto l’accento sulla questione dei rifugiati algerini in Marocco ed in Tunisia. Questi ultimi interventi hanno dato luogo all’unico episodio polemico dell’intero dibattito. Il Marocco, la Tunisia e la Libia, infatti, hanno presentato un progetto di risoluzione in cui, fra l’altro, nel preambolo si accennava con rincrescimento alla «mancata soluzione del problema che è all’origine della situazione dei rifugiati algerini».

    La Francia ha dichiarato subito che si sarebbe opposta al progetto dei Paesi magrebini, per il suo carattere politico. In unione agli altri Paesi del gruppo occidentale, la nostra Delegazione ha svolto un’attiva opera di persuasione presso gli autori della proposta per indurli a sfumarne il contenuto politico. Le conversazioni hanno condotto ad una revisione del testo, dove si parla di «rammarico perché la situazione che è all’origine del problema si prolunga». Questa formula è sembrata ai Paesi del gruppo occidentale accettabile. La Francia, invece, ha mostrato fino alla vigilia del voto di non essere disposta ad abbandonare la sua posizione di intransigenza. In aula, tuttavia, dopo un caldo appello alla «generosità» rivoltole dal Rappresentante del Belgio, la Delegazione francese ha deciso di astenersi nella votazione.

    Il progetto di mozione del Marocco, Tunisia e Libia è stato pertanto approvato all’unanimità, con la sola astensione della Francia (Doc. A/C.3/L.861/Rev.1).

    Grande rilievo è stato dato pure al successo riportato dall’Anno Mondiale del rifugiato, sia per l’ingente raccolta dei fondi, sia per l’azione di stimolo e di divulgazione del problema dei rifugiati che la manifestazione internazionale ha compiuto nei 97 Paesi partecipanti.

    Oltre alla mozione sui rifugiati algerini, la Commissione ha approvato tre altre mozioni riferentesi rispettivamente all’opera svolta dall’Alto Commissariato per i rifugiati (Doc. A/C.3/L.864 approvato con 65 voti favorevoli – Italia compresa – nessun voto negativo e 12 astensioni: URSS - Satelliti - Iraq - Cuba -Arabia Saudita, alla lodevole attività esplicata durante il quadriennio del Dott. Lindt (Doc. A/C.3/L.860 approvato all’unanimità) ed infine al successo conseguito dall’Anno Mondiale del Rifugiato (Doc. AC.3/L.863/Rev.2 - Approvato con 12 astensioni: Gruppo Sovietico, Burma, India, Cambogia.

    La nostra Delegazione è stata richiesta, ed ha accettato, di associarsi alla presentazione delle tre proposte.

    Nel suo intervento, la Delegazione italiana, come era stato preannunciato con il telegramma del 24 ottobre u.s. n. 6443, ha avuto modo di illustrare ampiamente le provvidenze adottate dal Governo con la collaborazione dell’Amministrazione Aiuti Internazionali per ricoverare ed assistere materialmente e moralmente le centinaia di migliaia di profughi che, dalla fine della guerra in poi, hanno chiesto asilo alla Repubblica. Si è insistito sulla necessità di accentuare la politica liberale delineatasi in questi ultimi tempi nei Grandi Paesi di immigrazione, in modo da consentire una rapida, sia pure graduale, risistemazione oltre oceano dei profughi tuttora a carico dell’assistenza italiana.

    La nostra Delegazione ha infine trattato dell’andamento, in Italia, dell’Anno Mondiale del Rifugiato dando notizia degli eccellenti risultati raggiunti dal Comitato nazionale per pubblicizzare l’iniziativa in tutto il Paese, e per la raccolta dei fondi. Circa quest’ultimo punto si è portato a conoscenza della Commissione che il contributo dell’Italia all’Anno Mondiale ammonta a circa 550 milioni di lire.

    La Commissione ha già iniziato il dibattito sul terzo punto al suo ordine del giorno «progetto di Convenzione dei diritti dell’uomo» (diritti civili e politici, dal progetto di articolo 15 in poi). Per l’esame di questo argomento sono state previste, in principio, 28 sedute(4).


    1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. III Commissione.


    2 L’elenco dei documenti discussi è posto in calce alla prima pagina ed è il seguente: Doc. A/C.3/L.864, A/C.3/L.860, A/C.3/L.861/Rev.1, A/C.3/L.863/Rev.2. L’argomento fu trattato nelle sedute della III Commissione tenutesi dal 24 al 31 ottobre: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Third Committee, 999th-1006th Meetings, 24-31 October 1960, pp. 86-128.


    3 Non pubblicato.


    4 Vedi D. 448.

    414

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 40220/675. New York, 3 novembre 1960, ore 22 (perv. ore 8,30 del 4).

    Oggetto: Questione Congo.

    Mio 666(2).

    È stato oggi diramato da Segretario Generale nuovo rapporto su Congo presentato da indiano Dayal(3) Rappresentante speciale ONU. Esso presenta situazione in Congo in termini ancora piseri e preoccupanti di quanto ci si attendeva. Secondo Dayal non solo mancano ancora condizioni basilari per un progresso verso ristabilimento condizioni normali ma anzi nel periodo considerato (21 settembre a fine ottobre) situazione peggiorata notevolmente tanto al centro quanto in provincie. Fattori che hanno portato a tale aggravamento vengono individuati nel rapporto in:

    a)- Intervento su scena politica delle forze armate congolesi di Mobutu e del collegio dei commissari. b)- Ritorno dei tecnici belgi che vanno riassumendo posizioni direttive collaborando specie con Mobutu, collegio commissari e autorità provinciali province secessioniste su base reclutamenti completamente indipendenti da ONU e con flusso tale da far pensare a politica belga predeterminata. c) -Azione perseguita in via diretta e indiretta da predetti belgi in Congo contro affermarsi autorità ONU. d)- Per quanto riguarda Katanga e posizioni intransigenza Tshombe, questi fattori si uniscono agli altri fattori negativi già esistenti in passato (rivalità tra protagonisti politici, inesistenza di un Governo effettivo centrale, indisciplina forze armate congolesi, inazione Parlamento, difficoltà costituzionali, lotte tribali) nel creare una situazione caotica alla quale, e il rapporto non lo cela, azione Nazioni Unite non puche marginalmente e sporadicamente far fronte. Sicurezza ed ordine pubblico peggiorano e situazione economica va facendosi sempre piprecaria.

    Rapporto costituisce indubbiamente documento molto preoccupante: e cinon solo per situazione di permanente caos in Congo che esso presenta, ma per attribuzione principale responsabilità peggioramento condizioni su Belgio, riportando così in pieno questo elemento nell’agone societario. Pubblicazione integrale che esso contiene dello scambio corrispondenza del Segretario Generale con Governo Bruxelles e con Tshombe appesantisce ancora piquesta situazione che viene per di piad essere complicata da iniziative odierne intese far dibattere al pipresto in Assemblea anche indipendentemente la nota iniziativa guineana (miei 5934 e

    666) per intero problema Congo. Non è escluso anzi che tale dibattito ovviamente fomentato oggi da rapporto Segretario Generale, venga iniziato in Assemblea lunedì [il 7].

    Ho cominciato consultarmi con colleghi europei. Ho trovato collega francese aspramente critico Hammarskjoeld e quasi indignato per «disonestà» rapporto Dayal «in cui si danno ai belgi tutte colpe per fallimento azione ONU Congo».

    Collega inglese Dean pur rilevando anche egli estrema pesantezza con cui rapporto tratta problema responsabilità belghe, appare invece piuttosto preoccupato forte difficoltà in cui potranno trovarsi delegazioni occidentali di fronte a certa offensiva soprattutto di gran parte delle delegazioni africane.

    Abbiamo anche esaminato insieme opportunità maggiore e urgente coordinamento tra di noi data imminenza dibattito e convenuto su necessità indire riunione ufficiosa qualche occidentale possibilmente domani per esaminare sostanza problema e atteggiamento da tenersi.

    Appare comunque che:

    a)- Rapporto Dayal si presenta di certo soverchiamente centrato su accuse e polemica contro Belgio, anche se non è da escludere che elementi belgi in Congo svolgano campagna contro presenza e funzionari ONU e operino in modo del tutto indipendente da forza ONU stessa. b)- Belgio come già avvenne in alcune riunioni Consiglio Sicurezza estate scorsa verrà posto su banco accusa. c) -Difesa Belgio sarà resa ancora piardua da atteggiamento così nettamente critico assunto da Segretario Generale nei confronti quel Paese e viceversa da asprezza risposta Belgio contro Hammarskjoeld. d)- È anche difficile individuare piopportuna posizione Paesi occidentali in quadro così complicato da varie istanze costituzionali «in loco» e da difficoltà individuazione reali finalità Belgio e maggiori interessi politico-economici Paesi NATO.

    Riferirnon appena possibile opinioni che emergeranno in prevista riunione tra occidentali.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


    2 Vedi D. 411.


    3 UN, Security Council, Official Records, 15th year, Suppl. 4, S/4557, New York, 2 November 1960, Second progress report to the Secretary-General from his Special Representative in the Congo and exchange of messages between the Secretary-General and the representative of Belgium, and between the Secretary-General and the President of the provincial government of Katanga, pp. 6-52.


    4 Non pubblicato.

    415

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 40313/678. New York, 4 novembre 1960, ore 21 (perv. ore 8 del 5).

    Oggetto: Questione disarmo.

    In riunione 5 occidentali è stata discussa tattica da seguire di fronte a varie iniziative in corso per disarmo.

    Abbiamo concordato opportunità far conoscere in contatti bilaterali privati che occidentali sono favorevoli ricercare formula compromesso tra principi piano sovietico e americano senza tuttavia discutere almeno per il momento, testo Menon. Quest’ultimo ha informato Wadsworth di essere assai scontento circa richieste emendamenti e procrastinazioni Zorin. Menon costretto fino ad adesso rimandarepresentazione vorrebbe provvedervi lunedì [il 7] con testo che non sarebbe pidisposto modificare.

    È difficile prevedere quanto potrà durare manovra centrata su progetto indiano. Agli occidentali è utile senza impegnarsi dimostrare di fronte all’Assemblea propria buona volontà di negoziato.

    Ove in un modo o in un altro naufragasse iniziativa Menon ed è auspicabile che ciavvenga per le pretese sovietiche, cinque occidentali hanno concordato appoggiare una risoluzione procedurale che fonda le idee di Padilla Nervo e risoluzione canadese.

    Da parte nostra abbiamo fatto presente che ritenevamo iniziativa Green contenesse pericolo abbandono valida base giuridica negoziato disarmo impostato su Comitato Dieci per decisione quattro Potenze Ginevra agosto 1959. Così pure abbiamo sostenuto opportunità che risoluzione sia presentata da Padilla e da altri neutrali.

    Nostro punto vista è stato appoggiato da anglo-americani.

    Ove 5 occidentali nei prossimi giorni decidessero appoggiare creazione comitato ad hoc quale previsto da risoluzione canadese è stato concordato che verrebbe richiesta medesima composizione Comitato ONU extratmosferico (12 occidentali 5 orientali 7 non impegnati), meno 4 Potenze nucleari da sostituirsi con 3 occidentali e con un orientale: Italia potrebbe venire in tal modo a far parte comitato ad hoc(2).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Per il seguito vedi D. 437.

    416

    L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 40312/1250. Washington, 5 novembre 1960, ore 8 (perv. stessa ora).

    Oggetto: Situazione Congo.

    Rapporto Hammarskjoeld su situazione Congo ha irritato Dipartimento. Esso dettoci avrebbe compreso che fosse Dayal a prendere posizione contro belgi e Mobutu, non che Segretario Generale facesse proprio un punto di vista così pericoloso.

    Americani avevano parlato due volte con Hammarskjoeld per indurlo riconoscere in qualche modo necessità utilizzo tecnici belgi, ma senza esito. Torneranno ora alla carica. Ufficiose dichiarazioni portavoce Dipartimento hanno intanto fatto conoscere senso sorpresa qui provocato dai termini eccessivamente aspri usati confronti Belgio nel documento. Rapporto comunque costituisce fatto compiuto cherenderà situazione molto pidifficile. È da attendersi – si pensa qui – che sovietici ne approfittino per presentare risoluzione condanna Belgio, che avrebbe molte probabilità essere approvata. Ne sarà influenzata anche richiesta, già presentata da 8 Paesi all’Assemblea per ammissione Rappresentanti Lumumba, che dovrà essere dibattuta lunedì [il 7].

    Si nutre altresì poca fiducia sulla possibilità svolgere opera mediazione fra Hammarskjoeld e belgi, essendovi fra le parti una quasi completa rottura.

    Posizione che americani assumeranno si delineerà meglio nel corso sviluppi discussione ONU. Uffici Dipartimento non sarebbero in definitiva contrari compromesso basato ad esempio su ritiro tecnici militari belgi e mantenimento dei civili sotto egida Nazioni Unite.

    Imbarazzo americano è accresciuto da arrivo, avvenuto ieri, undici militari congolesi inviati da Mobutu negli Stati Uniti con brevissimo preavviso, ai quali si sta facendo compiere un giro visite istituti militari, che si cercherà abbreviare al massimo.


    1 Telegrammi segreti 1960, Stati Uniti d’America, arrivo, vol. II.

    417

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 40314/680. New York, 5 novembre 1960 (perv. ore 8,30).

    Oggetto: Questione Congo.

    Mio 675(2).

    A prevista riunione occidentali indetta d’accordo tra inglesi e noi per Congo partecipato oggi pomeriggio anche SUA, Francia, Belgio, Olanda, Norvegia, Canadà, Australia. In approfondito scambio idee per discussione (che avrà inizio lunedì pomeriggio [il 7]) prima constatazione che è stato possibile fare base informazioni da ciascuno raccolte, e io avevo avuto a riguardo lunga conversazione con Ambasciatore tunisino, è stata che se rapporto ieri pubblicato aveva causato perplessità e imbarazzi tra Paesi occidentali esso aveva originato altrettanto imbarazzo in gruppo africano ove pareri sono discordi su forze e personalità da sostenere in Congo e vi è quindi propensione rinviare decisioni che dettagliata discussione rapporto tenderebbe invece accelerare.

    Riunione prossimo lunedì presenterà due distinti ordini di problemi che sono stati separatamente esaminati. In realtà ordine giorno prevede item che menziona sia situazione Congo e sia progetto risoluzione originariamente di iniziativa Guinea di cui a ultimo paragrafo mio 666(3) e che come è noto si riferisce a problema Rappresentanza Congo in Assemblea. D’altro canto vi è ormai anche rapporto pubblicato ieri (di cui mio 675), il quale pur non essendo formalmente iscritto in ordine del giorno non potrà evidentemente essere ignorato.

    Si è convenuto dopo lunghe discussioni sulla base analoghe opinioni raccolte appunto oggi in ambienti africani, trarre profitto da circostanza che nota commissione conciliazione di cui punto 4 mio telegramma 666 si appresta a partire per Congo. In queste condizioni potrebbe sostenersi non sarebbe saggio precorrere tempi e prendere decisione riguardante sia problema fondo e sia Rappresentanza Governo Congo fino a quando commissione stessa non si sia recata sul posto e non abbia potuto fornire ad Assemblea completi elementi valutazione. Tale argomento concernente opera commissione di conciliazione è in sostanza sembrato poter bene essere usato sia per contrastare risoluzione guineana di cui sopra sia per evitare discussione rapporto predetto.

    Rappresentante belga ha peraltro prospettato che potrebbe essere difficile evitare completamente discussione rapporto (ed ha sia pure vagamente menzionato a tale punto possibile venuta Kasavubu). Sua delegazione potrebbe trovarsi nella necessità prendere posizioni di fronte inevitabili attacchi africani o sovietici, tanto piche è prevista partecipazione dibattito Ministro Esteri belga.

    Secondo Rappresentante belga linea difesa che sua delegazione probabilmente adotterà sarà nel senso che non possa parlarsi responsabilità governativa Belgio tanto piche rapporto Dayal non chiama in causa Governo belga in quanto tale. Tecnici belgi ha asserito Loridan anche se mandati con assenso Governo belga che continua corrispondere loro gli assegni sono indipendenti da Governo stesso.

    Considerando infine che circa 2500 tecnici e funzionari belgi si trovano attualmente Congo rispetto a non più 250 tecnici e funzionari N.U., ritiro belgi potrebbe avere conseguenze catastrofiche per Paese mentre N.U. non sarebbero grado rimpiazzare tale rilevante numero personale. Abbiamo dato Loridan consigli moderazione e ad evitare polemiche in Assemblea è stata avanzata idea che belgi potrebbero formulare loro osservazioni a rapporto per iscritto attraverso documento ufficiale da distribuirsi in N.U. Tale suggerimento è venuto in particolare da Rappresentante USA con citazione analogo comportamento sua delegazione in caso Cuba. Tutti intervenuti compreso americano sono comunque sembrati fermi nella interpretazione difendere per quanto possibile posizione Belgio.

    Avremo altro incontro lunedì mattina per determinare meglio comune orientamento prevedendo che per allora potranno aversi ulteriori elementi soprattutto su atteggiamenti africani tanto piche domattina avrà luogo riunione comitato consultivo Congo con partecipazione Ambasciatore Dayal.

    Per quanto ci riguarda mi sembrerebbe, e qui ho creduto opportuno esprimermi così in riunione oggi, che convenga:

    1) incoraggiare tendenze ora valse tra noi occidentali e apparse oggi anche in alcuni africani non avere dibattito fondo;

    2) concentrarsi piuttosto su proposta risoluzione Guinea per opporvisi opportunamente cercando portare in primo piano attività commissione conciliazione;

    3) mantenere massimo accordo fra occidentali particolarmente nei riguardi aspetti toccanti Belgio.

    Naturalmente constatazioni odierne possibilità avviare discussione su piano meno polemico dipenderanno in gran parte comportamento Wigny che secondo collega belga potrà essere difficilmente dissuaso da svolgere forte intervento polemico e molto ampia dichiarazione(4).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


    2 Vedi D. 414.


    3 Vedi D. 411.


    4 Per la risposta vedi D. 419.

    418

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 40436/683. New York, 5 novembre 1960, ore 21 (perv. ore 7,30 del 6).

    Oggetto: Rinvio dibattito Congo.

    Mio 680(2).

    Secondo informazioni testé datemi da collega tunisino Slim, in riunione comitato consultivo Congo stamane alla presenza Hammarskjoeld e Dayal, si sarebbero soprattutto esaminati termini mandato commissione conciliazione prevista da paragrafo 3 risoluzione Assemblea speciale 20 settembre scorso(3); si sarebbe ravvisata opportunità ribadire tali termini secondo lettera paragrafo predetto rilevandosi perche per «parti» in causa si intendano anche Rappresentanti Governi provinciali Congo e che attività conciliazione non sia limitata a soli elementi Governo centrale. Componenti commissione dovrebbero riunirsi entro prossima settimana New York e partire per Congo inizio settimana successiva. In tali circostanze Slim confermandomi impressioni già raccolte ieri e segnalate con mio tele citato, dettomi sperare che vada rafforzandosi movimento per rinvio dibattito Congo su qualsiasi punto a dopo che commissione avrà esaurito suo mandato. Slim non esclude che iniziativa in tal senso possa essere presa da Presidente Assemblea insieme con stessi presentatori noto progetto risoluzione (Guinea ecc.) iscritto ordine del giorno lunedì.

    Ambasciatore Belgio mi conferma da parte sua che anche Segretariato gli ha parlato di iniziative per rinvio dibattito Congo. Egli non mi ha nascosto sue preoccupazioni perché se suo Ministro Esteri confermerà partenza per New York domani sarà molto difficile per Wigny evitare fare ampia e «violenta» dichiarazione polemica anche se dibattito verrà in qualche modo mantenuto solo in via formale. Loridan mi ha infatti lasciato intendere che Wigny non riterrebbe poter limitarsi a messa a punto della posizione belga per iscritto come suggeritogli in riunione ieri e neppure mi ha nascosto che conta far intervenire Wigny in prevista riunione tra occidentali lunedì sperando gli siano dati consigli moderazione.

    Situazione è poi per di picomplicata da previsto arrivo Kasavubu confermatomi da Loridan, arrivo che da una parte potrebbe spiegare desiderio africani evitare dibattito e dall’altra potrebbe rendere ancora pidifficile rinviare dibattito stesso.

    Sono comunque in contatto con colleghi occidentali che ho anche messo al corrente mio colloquio con tunisino.

    Riferirulteriormente(4).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 417. 3 Vedi D. 391, nota 3. 4 Per il seguito vedi D. 420.

    419

    IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

    T. segreto 23411/441. Roma, 6 novembre 1960, ore 16.

    Il presente telegramma si riferisce al suo 6802.

    Sta bene quanto V.E. ha detto nella riunione per la questione del Congo. Si conviene sulla necessità di mantenere il massimo accordo tra gli occidentali, ma V.E. non mancherà di far presente – come abbiamo fatto presente nelle recenti consultazioni politiche a sei – che la nostra maggiore preoccupazione derivante dal contrasto Belgio-Nazioni Unite è quella che l’URSS possa avvalersene per ritentare quella manovra di azione unilaterale di aiuti che le è stata impedita dal tempestivo intervento delle Nazioni Unite.

    2) Questo Ministero si riserva dare le istruzioni circa il voto dopo il ricevimento delle informazioni sul dibattito e sulla mozione che sarà eventualmente presentata.

    3) V.E. vorrà cogliere l’occasione per ottenere reazione ambienti Segretariato alla ben nota tesi belga non avere attualmente Nazioni Unite disponibilità di quei 2500 tecnici che dovrebbero convenientemente sostituire i tecnici civili belgi di cui si chiede ritiro.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 417.

    420

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. riservato 40485/684. New York, 7 novembre 1960, ore 6,20 (perv. ore 8,30).

    Oggetto: Questione congolese.

    Mio 683(2).

    Si è accentuata tendenza non affrontare attualmente dibattito Congo tanto che era sembrato opportuno ad un certo momento a Delegazione belga consigliare definitivamente cancellazione viaggio Wigny. Partenza Wigny che doveva avvenire oggi è stata persoltanto rinviata domani. Permangono da precisare due seguenti punti alternativi attualmente oggetto intense consultazioni tra Presidenza, Segretariato e varie delegazioni:

    a)- Presidente Assemblea potrebbe formalmente cancellare da agenda riunione domani argomento Congo, data imminenza partenza commissione conciliazione. Dibattito verrebbe così totalmente evitato e rinviato dopo esaurimento compito commissione. Presidente non prenderà comunque decisione annullamento se tutti proponenti nota risoluzione iscritta in agenda non avranno raggiunto accordo in tal senso, il che non è ancora avvenuto per esitazioni ed opposizione Guinea. b) -Alternativamente potrebbe aversi dibattito procedurale allo scopo peresaminare in via formale mozione aggiornamento sempre collegata implicitamente o esplicitamente ad esaurimento mandato commissione conciliazione. Anche in tal caso esistono difficoltà potendosi avere due sub alternative: 1)- Proposta mozione aggiornamento generica che in base regole procedurali comporterebbe facoltà solo quattro oratori, due favorevoli e due contrari mozione stessa, prender parola. In questo caso non si porrebbe problema dichiarazioni per altre delegazioni, dato che non si avrebbe discussione e Belgio interverrebbe se mai solo per esercitare «diritto risposta» dopo voto. 2)- Proposta mozione aggiornamento collegato a data o fatto specificamente menzionato, quale esaurimento compito commissione conciliazione. Cisecondo regole procedurali potrebbe dar luogo discussione, sia pur sempre di natura procedurale ma senza limiti oratori. In discussione del genere potrebbe palesarsi opportuno se non anche necessario che qualche amico Belgio prenda parola.

    Rimane poi sempre problema arrivo Kasavubu: tanto piche è anche in collegamento ad esso e per evitare partecipazione in eventuale discussione da parte Capo Stato congolese che vari Rappresentanti africani, che sanno avversione Kasavubu per commissione conciliazione, stanno premendo per aggiornamento dibattito.

    Kasavubu ha comunque notificato voler essere ascoltato da Assemblea ed è da vedersi se e come sua richiesta verrà esaudita e se, ciavvenendo, non ne deriverà altra discussione.

    Belgi pur dichiarando non temere ma quasi desiderare qualsiasi genere dibattito per difendersi da accuse rapporto Dayal(3) e pur rilevando anche essi avversione a commissione conciliazione, dettomi che cimalgrado in caso votazione per aggiornamento in qualsiasi modo qualificato, si asterranno. In ogni caso essi sembrano voler tutt’altro che scoraggiare intervento Kasavubu, dato che esso potrebbe fare loro gioco e costituire anche autorevole attacco contro Lumumba.

    Ma su tale indubbiamente importante aspetto politico e su complesse incidenze procedurali soprasegnalate riunione prevista domani mattina tra occidentali potrà fornire ulteriori elementi che non mancherriferire.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Vedi D. 418. 3 Vedi D. 414.

    421

    L’INCARICATO D’AFFARI A BRUXELLES, MILESI FERRETTI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 40538/223. Bruxelles, 7 novembre 1960, ore 19 (perv. ore 19,20).

    Oggetto: Lettera Ministro Wigny.

    Miei 219 e 2202.

    È pervenuta stamane da questo Ministero degli Affari Esteri lettera del Ministro Wigny datata 4 corrente e indirizzata all’Ambasciatore Fenoaltea, della quale invio testo col corriere di domani.

    Dopo aver premessa costante fedeltà Belgio a N.U., confermata anche nel corso avvenimenti pirecenti e nonostante «sgradevole atteggiamento» delle autorità ONU in Congo, Ministro sottolinea «estrema moderazione» dimostrata (in adesione ai consigli ricevuti) nei riguardi rimproveri mossigli da Hammarskjoeld.

    «Come tutta riconoscenza per suo atteggiamento di cooperazione», Belgio è ora pubblicamente attaccato in rapporto ufficiale Segretario Generale N.U. accompagnato da autentica «campagna ingiuriose accuse scatenate contro di esso da funzionari Onu».

    Governo belga, prosegue lettera, ha ritenuto non poter lasciare suoi principali alleati occidentali nell’ignoranza «dell’emozione e indignazione che il Governo e popolo belga provano di fronte a questi ripetuti esempi di ingiusto trattamento» di cui il loro Paese è oggetto da parte ONU.

    «Già duramente provato da avvenimenti Africa, Belgio si augurerebbe che tra nazioni amiche che gli sono picare e che condividono con esso un identico concetto dell’onore e della dignità si elevino voci governative particolarmente autorevoli che si rendano interpreti della riprovazione del loro Paese per modo in cui Belgio è stato trattato dall’ONU».

    Se Belgio dovesse rimanere isolato in questo processo che gli viene mosso, afferma Wigny, «gravi conseguenze» potrebbero risultarne. «Sul piano interno, opinione belga male comprenderebbe che i migliori alleati del suo Paese mantengono silenzio che essa interpreterebbe come acquiescenza agli ingiusti attacchi diretti contro una nazione amica. Sul piano esterno, la stessa astensione non potrebbe che incoraggiare i troppi Paesi avversari dell’Occidente a raddoppiare loro attacchi contro mio Paese e, attraverso di essi, contro Occidente stesso».

    Ministro conclude lettera pregando Ambasciatore rendere edotto Governo italiano di quanto precede. Wigny è partito notte scorsa per New York.


    1 Telegrammi segreti 1960, Afganistan-Dominicana, arrivo e partenza.


    2 Non pubblicati.

    422

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 40550/685. New York, 7 novembre 1960, ore 20 (perv. ore 20,30).

    Oggetto: Questione congolese.

    In riunione occidentali stamane si sono dibattute varie possibili incidenze procedurali dibattito Congo con tendenza favorire intanto rinvio per 24 ore. Punto politico interessante è stato quello relativo ad appoggio da dare Kasavubu in merito al quale americani hanno precisato intenzioni favorire impostazioni Presidente congolese su ogni piano chiedendo inoltre alleati occidentali appoggiare sue linee sia con interventi e sia con opportuni contatti. Tale orientamento ha ottenuto generali consensi sia pure con qualche consiglio adottare opportune cautele avanzato da parte britannica. Mi atterrei linea suggerita da americani con opportuna dosatura mia azione.

    Per intanto in seduta odierna non prevedesi o probabili [sic] se non iniziative ordine procedurale.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.

    423

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 40607/687. New York, 8 novembre 1960, ore 4 (perv. ore 9,10).

    Oggetto: Dibattito Congo.

    Mio 685(2).

    Assemblea ha deciso dopo brevissima seduta di aggiornare i suoi lavori a domani in considerazione arrivo Kasavubu a New York previsto questo pomeriggio. Tale procedura era stata elaborata stamane in riunione occidentali per dar modo Kasavubu prendere parola per primo come Capo Stato in dibattito Congo quale che ne sarà natura. Mozione aggiornamento presentata da Delegato Dahomey è stata approvata con 61 voti favorevoli. Si sono opposti sovietici piGuinea Mali e Libia: si sono astenuti 12 Paesi: India con altri neutralisti asiatici e alcuni arabi. Discussione riprenderà domani iniziandosi appunto con discorso Kasavubu.

    Immediatamente dopo aggiornamento Assemblea abbiamo avuto lunga discussione in noto gruppo Rappresentanti occidentali. Poiché stamane ero stato incaricato da essi tenere contatti con Presidente Assemblea per convogliare a lui idee gruppo, ad inizio tale riunione cui ha partecipato anche Wigny ho riferito su conversazione che avevo avuto con Presidente Assemblea per conoscere previamente suo punto vista circa procedura da adottare per discorso Kasavubu. Nel corso tale conversazione, poiché Boland aveva esposto sua preferenza perché Kasavubu abbia a parlare quale Capo Stato senza coinvolgere così in maniera immediata problema credenziali Delegazione congolese, si è tuttavia convenuto su saggezza adottare tale linea azione. È apparso chiaro comunque che sarà impossibile evitare tanto problema procedurale relativo Delegazione congolese quanto problemi fondo, in relazione sia rapporto Dayal(3) sia a invio o meno in Congo, della nota commissione o con compiti di conciliazione o sotto altro titolo. In particolare ho da parte mia sostenuto impossibilità separare vari ordini di problemi procedurali e di fondo che si presentano davanti a noi in quanto tutti strettamente collegati quale quello Rappresentanza congolese e quello commissione conciliazione che dovrebbe recarsi in Congo per risolvere questioni politiche di cui tale Rappresentanza è il riflesso.

    Americani sono stati assai fermi nel sostenere:

    1) Una volta che Kasavubu è qui venuto occorre sostenerlo a fondo e come prima cosa fargli avere riconoscimento sua autorità facendo accettare da Assemblea delegazione da lui nominata e capeggiata.

    2) Bisogna tenere presente ostilità Kasavubu a commissione afroasiatica e trovare modo impedire per quanto possibile che essa si rechi in Congo. Wigny ha espresso uguali idee.

    Britannici sono apparsi pielastici e possibilisti insistendo che convenga soppesare man mano ogni mossa e rinviare se del caso questione riconoscimento Delegazione congolese. Essi si sono anche dichiarati propensi accettare eventuale commissione facendo modo che sua composizione sia maggiormente bilanciata e suo mandato attenuato: hanno insistito che una qualche commissione potrebbe anche esser utile ad Occidente consentendo di avere un quadro della situazione congolese che non sia solamente quello fornito da Dayal; commissione inoltre potrebbe essere espediente per evitare discutere a fondo rapporto di quest’ultimo. Si è avuta sensazione che inglesi esitino anche in relazione posizione Nigeria e India.

    Americani hanno comunque insistito rilevando che in eventuale votazione concernente posizione Kasavubu e sua Rappresentanza in Assemblea potrebbe forse aversi successo tanto piche molti Paesi Africa francese sono favorevoli Kasavubu.

    Si è comunque deciso tornare a riunirsi domattina. Nel frattempo contatti saranno presi attraverso opportuni canali, con Kasavubu Bomboko e altri africani varie tendenze.

    Ho quindi avuto nuovo colloquio con Presidente Boland assieme a americani da cui è emerso che nel frattempo Presidenti Senato e Camera congolesi (dietro evidente istigazione della Guinea dell’URSS e del Ghana, che si è fatto addirittura trasmettitore ufficiale di tale comunicazione) avevano fatto pervenire a lui Boland telegramma rilevante che Kasavubu non poteva essere accolto da Assemblea come Rappresentante Governo congolese. Cicostituisce sufficiente e eloquente indicazione difficoltà che potranno aversi domani: Presidente Boland non esclude neppure che sovietici o altri impediscano o interrompano con mozioni d’ordine discorso Presidente congolese. Si è ravvisato anche, se Kasavubu riuscirà pronunciare suo discorso, potrebbe esser egli stesso a porre all’Assemblea problema sua Rappresentanza per ottenerne convalida e giustificare così sua assenza durante deliberazioni. Vi sono poi molte altre varie imprevedibili possibilità sviluppi procedurali che abbiamo insieme esaminate e che comunque saranno dibattute domattina in gruppo Paesi occidentali che ormai va molto opportunamente riunendosi con assiduità e proficuità.

    Poiché in generale appoggio a Kasavubu è apparso raccogliere unanimi adesioni da parte gruppo ovviamente mi disporrnello stesso senso e qualora britannici, e forse pure canadesi e norvegesi, avessero a differenziarsi in qualche modo soprattutto su problemi tattici, mi appresterei allinearmi salvo istruzioni contrarie piuttosto con americani ai quali naturalmente trovansi vicini anche belgi francesi e olandesi.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Vedi D. 422. 3 Vedi D. 414.

    424

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 40676/687 bis. New York, 8 novembre 1960, ore 14 (perv. ore 22).

    Oggetto: Questione Congo.

    Suo 4432.

    Codesto Ministero avrà rilevato dai miei telegrammi ultimi tre giorni che abbiamo stabilito stretta cooperazione con americani belgi francesi e inglesi e anche altri occidentali. A relative riunioni che sono state originate da iniziative congiunte anglo-italiane partecipa anche Wigny personalmente.

    Per ora ci si è prevalentemente preoccupati problema sostegno da dare Kasavubu, il che rientra negli interessi principali Belgio.

    Non abbiamo ancora abbordato problemi fondo originati da rapporto Dayal(3), ivi compreso opera Belgio e critiche relative, ma come già telegrafato vi è tendenza anche da parte americana appoggiare fortemente Belgio.

    Non appena possibile preciseremo tutte nostre posizioni anche su tale aspetto dibattito.

    Ho comunque già creduto cogliere in vari colloqui ultimi giorni con collega belga qualche accenno secondo cui Belgio non vorrebbe «rompere» con Nazioni Unite e non vorrebbe escludere opportuno collegamento tra Organizzazione e Governo belga ai fini azione svolgere in Congo. Cercherincoraggiare, ripeto, tale tendenza in linea istruzioni suo 4414 e ultimo paragrafo tele citato, sulle quali naturalmente basereventuali precisazioni su atteggiamento italiano in materia. Riferirulteriormente.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


    2 Grazzi invitava Ortona, con T. segreto 23490/443 dell’8 novembre (ibidem), a mettersi urgentemente in contatto con i Rappresentanti di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti al fine di conoscere le posizioni dei loro Governi circa gli attriti tra Governo belga e Hammarskjd, dopo la lettera di protesta del 4 novembre con cui Wigny aveva chiesto la solidarietà dei Paesi alleati (vedi D. 421). Invitava altresì il Rappresentante italiano a far presente che l’azione italiana era volta ad appianare il dissidio tra il Governo belga e il Segretario Generale.


    3 Vedi D. 414.


    4 Vedi D. 419.

    425

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 40698/688. New York, 8 novembre 1960, ore 19,45 (perv. ore 8 del 9).

    Oggetto: Elezioni Corte Internazionale Giustizia.

    Con avvicinarsi elezioni Corte Internazionale Giustizia siamo sottoposti a intense pressioni da parte tre Paesi latino-americani aventi note candidature concorrenti. Di essi all’uruguayano abbiamo potuto dire che anche in relazione alla candidatura di Morelli seguivamo impostazione di principio di non (dico non) favorire rielezioni. Restano Pere Paraguay e ci risulta che entrambe Delegazioni si esprimono qui dicendo di aver ricevuto da noi assicurazioni: il Paraguay già dal 1958 ed il Perrecentemente a seguito di un colloquio del suo Ambasciatore costì. Risulta in verità ai nostri atti che ad entrambe abbiamo solo detto che avremmo considerato con simpatia e favore loro candidature, formule queste abbastanza in uso qui per non impegnarsi pur dimostrando buone disposizioni. Del resto nulla vieta che in un primo ballottaggio noi si voti anche a favore di tutti due i candidati. Non è peraltro simpatico che due Delegazioni vadano entrambe vantando nostro appoggio.

    Avendo ancora stamane ripetuto a questo Rappresentante Perche non (dico non) ci risultava impegno fermo a loro favore questi ci ha preannunciato nuovo passo Ambasciatore peruviano costì. In occasione tale eventuale colloquio riterrei che converrebbe, salvo che codesto Ministero abbia preso altre decisioni, che si facesse comprendere a codesto Ambasciatore Perche giocano a favore Paraguay molto pilargo appoggio latino americano e presentazione anteriore della candidatura, lasciando intendere che appoggio esclusivo a Bustamante potrebbe essere considerato se andamento elezioni qui, eventualmente dopo primo ballottaggio, dimostrasse solidità sua candidatura(2).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Per il seguito vedi D. 439.

    426

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 40701/691. New York, 8 novembre 1960, ore 23,45 (perv. ore 8 del 9).

    Oggetto: Progetto risoluzione concernente territori coloniali ispano-portoghesi

    Telespresso 11/28782.

    Gruppo afro-asiatico presentato oggi risoluzione riferentesi nota questione territori appartenenti Spagna e Portogallo. Progetto proponesi dare applicazione dodici principi generali (vedi telespresso 1267)(2) elaborati da apposito Comitato istituito con Risoluzione 1[4]67 (XIV)(3).

    Trasmetto testo progetto con telegramma con numero successivo.

    Osservo che esso innova rispetto prassi fin qui affermatasi secondo cui «raccomandazioni» non potevano essere formulate nei confronti singoli territori ed anche che liste di territori (come quella che figura paragrafo 4 dispositivo) non potevano compilarsi se non d’accordo con autorità amministranti e sulla base informazioni da esse fornite.

    Va poi notata circostanza che Spagna e Portogallo vengono specificatamente chiamati in causa. Cinonostante secondo primi accertamenti compiuti maggioranza delegazioni occidentali va orientandosi verso astensione, compresi USA, che tuttavia come hanno lasciato intendere potrebbero giungere voto favorevole se, caso peraltro probabile, venissero eliminati passi picontroversi risoluzione.

    Scandinavi per di picome per il passato voteranno in favore. Franco-belgi invece, data loro posizione nei confronti costituzionalità Comitato per le informazioni, si predispongono opporre risoluzione come in precedenti sessioni.

    Spagna e Portogallo seguiti da Cile Brasile alcuni sud americani e probabilmente Argentina voteranno contro.

    Date circostanze sopradescritte mi disporrei salvo contrarie istruzioni allinearmi con anglo-americani su quella che sarà quasi certamente astensione(4).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


    2 Non pubblicato.


    3 Risoluzione istitutiva di un Comitato di sei membri avente l’incarico di individuare i principi guida per determinare la sussistenza di un obbligo degli Stati a fornire informazioni sui territori da loro amministrati ai sensi dell’art. 73 dello Statuto delle Nazioni Unite: UN, General Assembly, Official Records, Fourteenth Session, Suppl. 16, A/RES/1467(XIV), General questions relating to the transmission and examination of information, adopted at the 855th plenary meeting, 12 Dec. 1959, p. 36.


    4 Con T. 23618/448 del 9 novembre, Straneo rispose comunicando l’assenso.

    427

    IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

    T. 23562/447. Roma, 9 novembre 1960, ore 16,30.

    Questa Ambasciata Stati Uniti ci informa che suo Governo est d’avviso che convenga profittare presenza Kasavubu New York per non procrastinare ulteriormente decisione circa credenziali. Una sollecita decisione favore di lui Rappresentanti rafforzerebbe sua posizione.

    Se questione verrà in Assemblea Generale V.E. vorrà – conformemente alle istruzioni di massima già impartite – informare la sua azione a quella Paesi occidentali(2).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza. 2 Per la risposta vedi D. 430.

    428

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 40703/693. New York, 9 novembre 1960, ore 8 (perv. stessa ora).

    Oggetto: Questione ampliamento Consiglio Sicurezza.

    Si sta svolgendo in Commissione Politica Speciale dibattito su nota questione ampliamento Consiglio di Sicurezza ed ECOSOC(2). Spinta verso allargamento si manifesta quest’anno ancor piforte che nel passato, a seguito ammissione nuovi membri, così ai paesi latino-americani ed a quegli afro-asiatici che già anno scorso favorivano immediata azione per allargamento, si sono uniti ora maggioranza paesi nuovi ammessi ed alcuni altri afro-asiatici che ancora anno scorso propendevano per rinvio. Resta peraltro nota opposizione sovietica che condiziona ogni allargamento, corrispondente esso ad emendamento statuto, a presenza N.U. Cina comunista; anzi sovietici hanno introdotto quest’anno nuovo elemento disturbo sostenendo che quando modificazioni potranno farsi dovrà trattarsi di modifiche strutturali assai piimportanti che non semplice allargamento in quanto dovranno tener conto divisione mondo tra orientali occidentali neutrali e riconoscere posti permanenti nei consigli alla pari cinque «grandi» attuali anche ad alcuni paesi afro-asiatici. Per contro, di fronte tale posizione sovietica alcuni tra neutralisti afro-asiatici, principalmente India (mossa anche interesse manovrare e guadagnare tempo per meglio tentare soddisfare sua ambizione divenire membro permanente Consiglio Sicurezza) e RAU, continuano ad opporsi immediata azione ampliamento e propongono operare per ora solo ridistribuzione seggi esistenti (riducendo seggi europei e latino-americani a favore afro-asiatici) e tutt’al pinominare comitato studio già previsto risoluzione scorso anno. Aggiungo che pressione per ridistribuzione si manifesta in generale quest’anno assai forte poiché anche quegli afro-asiatici che sono a favore allargamento insistono che nelle more di tale ampliamento si proceda intanto a dar maggior rappresentanza a paesi afro-asiatici (e le prime conseguenze di tale atteggiamento le vedremo fin dalle prossime elezioni ai consigli societari).

    In questa situazione quasi totalità latino-americani guidati da Argentina e Salvador e nutrito gruppo afro-asiatici (tra cui Giappone, Malesia, Tailandia, Filippine) hanno presentato due progetti di risoluzione prevedenti aumento membri non permanenti Consiglio Sicurezza da sei a otto (portando maggioranza necessaria in votazione a otto e membri ECOSOC da 18 a 24). Finora, d’accordo con proponenti, i paesi europei non si erano iscritti tra copresentatori tali progetti pur pronunziandosi (e noi tra essi) a loro favore; ora peraltro siamo stati avvicinati da Argentina a nome latino-americani e da vari afro-asiatici i quali hanno raccomandato che un gruppo rappresentativo di paesi e altre aree geografiche si unisca loro nella sponsorship pregando in particolare noi di figurarvi. D’accordo con altri occidentali in considerazione che invito stato rivoltoci da Argentina e valendoci direttive generali mantenute noi anche in passato su questa questione abbiamo dato nostra adesione, assieme finora a Olanda, Grecia e Nuova

    Zelanda.

    Secondo calcoli approssimativi vi sono buone possibilità che emendamento per aumento ECOSOC raccolga i 66 voti statutariamente necessari per sua adozione DPN meno probabile cipare per emendamento relativo Consiglio Sicurezza. Sono da attendersi peraltro manovre India ed altri paesi, anche attraverso emendamenti, intesi a fare ancora una volta rinviare problema(3).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


    2 Dibattito svoltosi tra il 31 ottobre e il 14 novembre: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Special Political Committee, 186th-199th Meetings, 31 October-14 November 1960, pp.53113.


    3 Per il seguito vedi D. 433.

    429

    IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

    T. 23671/451. Roma, 10 novembre 1960, ore 21.

    Nello svolgimento costà delle vicende della questione congolese raccomando a V.E. nel continuare a mantenere seguiti contatti con la Delegazione belga, di adoperarsi presso le altre delegazioni e soprattutto quella americana, per assicurare migliore coesione tra i Paesi occidentali nei riguardi della non facile situazione belga(2).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza.


    2 Per la risposta vedi D. 432.

    430

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 40851/697. New York, 10 novembre 1960 (perv. ore 9,30).

    Oggetto: Questione Congo.

    Suo 4472.

    Americani mi avevano in realtà preannunciato ieri [l’8] passo in tutte capitali a sostegno immediato riconoscimento Kasavubu. In tale direzione come segnalato in mie ultime comunicazioni, ci siamo andati movendo tra occidentali e d’accordo con americani, come anche ho comunicato, io avevo svolto azione stesso senso pure su latino-americani. Discorso Amadeo in dibattito odierno che sunteggio a parte è anche effetto tale azione, tanto piche Delegato argentino era contrario che si risolvesse subito posizione Kasavubu. Comunque circa posizione americana debbo segnalare che durante mattinata intrattenendomi con Ormsby Gore e collega olandese prima della ormai usuale riunione occidentali, ambedue avevano espresso qualche perplessità circa opportunità e rischi tale massiccia azione americana. D’altro canto, come riferito già con mio 690(3), qualche cautela noi ed inglesi avevamo espresso ieri ad americani, trovandoli fermi in loro insistenza sul non demordere da posizione assoluto appoggio Kasavubu. Sviluppi odierni hanno purtroppo confermato che perplessità erano giustificate:

    1) in primo luogo già stamane [il 9] in riunione Comitato credenziali convocato per esaminare questione Rappresentanza congolese, URSS e due membri africani (Marocco e RAU) iniziato manovra dilatoria ed ottenuto rinvio Comitato a domani;

    2) analoga manovra si è sviluppata anche in Assemblea: dopo intervento polacco ed argentino che trasmetto corriere, Rappresentante Ghana appoggiato da Guinea e Nigeria, ha improvvisamente proposto aggiornamento dibattito su Congo che pure era stato iniziato a richiesta quelle stesse delegazioni. Chiaro scopo tale manovra essendo cercare impedire accoglimento Delegazione Kasavubu e sua partecipazione discussione su Congo ostacolando dibattito fin quando nota commissione buoni uffici abbia potuto ritornare.

    Manovra bloccare mozione Ghana non ha purtroppo avuto successo. Vi hanno contribuito varie circostanze tra cui comportamento ambiguo Rappresentante Venezuela che reggeva Presidenza e inaspettato intervento Ministro Esteri belga Wigny che, già accolto alla tribuna da forti mormorii, ha commesso indubbio errore voler inserire in discussione che aveva stretto carattere procedurale allusioni politiche che avevano carattere sostanza e che hanno originato chiassosa disapprovazione da tutti afro-asiatici.

    Mozione aggiornamento è stata così approvata con 48 voti favorevoli (afro-asiatici sovietici piqualche latino-americano ed europeo neutrale) 30 contrari (occidentali tra cui noi USA Francia Inghilterra ecc. maggioranza afro-francesi e vari latino-americani).

    Non vi è dubbio che votazione odierna segna un certo svantaggio per Occidente soprattutto perché pone in modo pidelicato problema Kasavubu e potrà influenzare Commissione credenziali domani. Solo aspetto positivo è che con aggiornamento dibattito si pone un po’ in ombra rapporto Dayal(4) così contrario per Belgio. Avremo nuova riunione domattina tra occidentali per esaminare il da farsi.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


    2 Vedi D. 427.


    3 Non pubblicato.


    4 Vedi D. 414.

    431

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 40983/700. New York, 10 novembre 1960, ore 21 (perv. ore 8,30 dell’11).

    Oggetto: Questione Congo.

    Mio 697(2).

    A seguito improvvisa sospensione dibattito su Congo decisa ieri da Assemblea avevamo avuto stamane nuova riunione gruppo occidentale in cui si era riconosciuto che esigenza essenziale nella presente situazione era quella spingere azione in Comitato credenziali perché questo riconoscesse e raccomandasse ad Assemblea accreditamento delegazione capeggiata da Kasavubu.

    Comitato ha avuto oggi due sedute in cui sovietici hanno tentato ogni mezzo per rinviare decisioni appoggiate da RAU e Marocco. Abilità Presidente neozelandese Comitato, forte azione diplomatica americana ottima difesa posizione Kasavubu fatta da Delegato americano e infine preoccupazione Marocco e RAU schierarsi troppo marcatamente contro Capo Stato congolese hanno fatto sì che si sia potuto giungere voto e che questo abbia registrato sei voti a favore uno contrario sovietico e non astensione ma non partecipazione voto (motivato dalla circostanza che dibattito Congo si era aggiornato ieri) da parte RAU e Marocco. In sostanza mentre ieri nostre posizioni avevano subito una scossa, votazione Comitato credenziali, dando a Kasavubu il primo crisma di riconoscimento delle N.U. ha riequilibrato alquanto posizioni rispettive.

    Dopo riunione Comitato credenziali gruppo occidentali si è riunito sotto Presidenza Wigny per esaminare il da fare. Premetto che prima di tale riunione di nuovo inglesi australiani olandesi mi avevano manifestato idea che potrebbe essere piutile a Kasavubu accontentarsi successo oggi piuttosto che correre rischio ricercarne uno piproblematico in Assemblea. Comunque in riunione ho all’inizio fatto presente opportunità che prima di procedere a definire nostre direttive di azione per indurre o meno Presidente Assemblea a porre problema a voto Assemblea stessa convegna da parte degli occidentali compiere adeguata esplorazione presso maggior numero possibile delegazioni. Abbiamo convenuto di agire in tal senso e decidere direttive finali ad esplorazione avvenuta. In particolare noi ci occuperemo svolgere azione presso gruppo latino-americano. Abbiamo anche esaminato opportunità che Kasavubu in qualche modo cerchi rivedere sue posizioni finora così avverse a venuta commissione buoni uffici in Congo per la quale invece delegazioni africane sembrano tuttora intenzionate battersi vigorosamente. Abbiamo rilevato che se Kasavubu potesse compiere un gesto conciliativo di invito, eventualmente facendo qui una opportuna dichiarazione con allusioni a possibilità accoglimento una qualche commissione anche se di composizione diversa da piano finora elaborato da afroasiatici, cipotrebbe pur sempre rafforzare sua posizione ai fini di un suo formale accreditamento in Assemblea. Ci siamo comunque trovati d’accordo nel senso di fare qualche sondaggio, e lo faranno i belgi, presso Kasavubu e di precisare tra noi termini di tale aspetto problema prima inizio prossima settimana dato che solo allora verosimilmente questione accreditamento Kasavubu potrà venire ad esame Assemblea.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


    2 Vedi D. 430.

    432

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 41052/702. New York, 11 novembre 1960, ore 12,45 (perv. ore 19,45).

    Oggetto: Questione congolese.

    Suo 4512.

    Assicuro V.E. che contatti tra occidentali che si riuniscono ormai assiduamente ogni giorno sono tutti intonati a fermo appoggio posizioni Belgio. Se vi sono sfumature opinione, particolarmente da parte inglese, ciaccade solo su punti tattici di fronte a non facili scelte che giornalmente si presentano. Trattasi perdi dubbi basati su ragioni obiettive inerenti delicatezza problema e che cerchiamo risolvere gradualmente e, debbo dire, in ottima armonia di intenti, visto scopo finale comune. Americani, che per di pihanno avuto pesante opera difesa posizioni occidentali in Comitato credenziali (di cui nessun altro di noi faceva parte) sono questa volta molto vicini a belgi.

    Per quanto ci concerne, assicuro che siamo nel pistretto contatto con belgi; è stato anzi dietro nostra segnalazione a loro dei risultati dibattito in Comitato generale e dietro nostro suggerimento che si è avuta ieri sera per prima volta riunione occidentali sotto Presidenza Wigny in sede Rappresentanza belga.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Vedi D. 429.

    433

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI(1)

    R. 2976. New York, 12 novembre 1960.

    Oggetto: Posizione afro-asiatici alle Nazioni Unite.

    Signor Ministro,

    la giornata di ieri ha segnato un preoccupante sviluppo per le posizioni occidentali all’ONU. Giornata tradizionale di armistizio, ha segnato invece l’inizio della guerra aperta in Assemblea tra il gruppo afro-asiatico sostenuto dai sovietici, e i paesi dell’occidente europeo e americano.

    Già la mossa di mercoledì scorso [il 9]2, con cui gli afro-asiatici avevano tentato ed erano riusciti, in presenza della minaccia di una affermazione Kasavubu, ad aggiornare il dibattito sul Congo, aveva costituito una prima avvisaglia del prepotere del gruppo. In quell’occasione pernon si era registrata una tale compattezza, per il diverso atteggiamento di alcuni paesi africani di lingua francese, quale avutosi ieri. La votazione sul rinvio delle elezioni al Consiglio(3) ha invece dimostrato che se il blocco afro-asiatico non accusa incrinature e se si associa ad esso il gruppo sovietico, esso è in grado, perlomeno in tutte le questioni che prevedono votazioni a maggioranza semplice, di spadroneggiare.

    L’episodio di ieri acquista poi maggior valore perché puconsiderarsi la conseguenza di una serie attivissima di riunioni che gli afro-asiatici sono andati tenendo negli ultimi tempi, avendo come obiettivo principale lo studio dei modi con cui tradurre nella struttura societaria quella che è ormai, dopo l’entrata dei nuovi africani, la nuova realtà dell’ONU, e cioè la preponderanza numerica del gruppo stesso. Si sarebbe potuto pensare che gli africani avrebbero lasciato trascorrere almeno questa Assemblea senza prendere violentemente l’offensiva e piuttosto adeguandosi e orientandosi sulla nuova organizzazione. Non vi è dubbio invece che, come ebbi a scrivere già in passato, ha di nuovo funzionato la regola prevalente allorquando la spinta demagogica si impadronisce dell’ambiente internazionale. Regola che è il contrario di quella dei convogli in tempi di guerra: invece che alla velocità del pilento si procede con la velocità degli elementi piestremi. Questi sono oggi la Guinea, ormai associata decisamente all’URSS, l’India, forse non tanto come tale ma piuttosto in quanto condotta dall’irruento sinistrorso Krishna Menon, il Ghana, il cui Presidente è alla ricerca di affermazioni che lo pongano al di sopra delle altre «prime donne» del mondo africano, persino la Nigeria, non fosse altro che per la consapevolezza del suo potere, in quanto pipopolosa e forte nazione di quel continente.

    Ci risulta infatti da altre delegazioni pisobrie e moderate che ormai il gruppo afro-asiatico spronato dagli estremisti vive in un’atmosfera turbolenta di «convenzione» rivoluzionaria e si riunisce giornalmente per individuare la strategia e adeguare la tattica in ragione di tali disposizioni estreme ormai prevalenti.

    Un’induzione a tali disposizioni il gruppo afro-asiatico ha potuto ricevere anche dalla circostanza occasionale da me segnalata col telegramma di ieri(4) e cioè che i candidati europei nelle elezioni del Consiglio di Sicurezza e del Consiglio Economico e Sociale sono tra i paesi ormai piimpopolari per tradizione colonialista nell’ambito ONU e cioè Portogallo e Belgio. Tale circostanza ha comunque facilitato il compito del gruppo afro-asiatico che è andato tessendo una serie di attacchi verso l’uno e verso l’altro di quei paesi: contro il primo prevalentemente in sede di questa Commissione producendo una risoluzione violentemente mandatoria affinché il Portogallo receda dalla sua posizione abituale di considerare le sue colonie africane «territori metropolitani» e accetti di fornire informazioni su di loro come fossero «territori non autonomi», contro il secondo sulla scia delle passate ingiunzioni del Consiglio di Sicurezza rinforzate oggi dal rapporto Dayal(5) e dalla forte critica in esso espressa contro le attività belghe in Congo.

    Ed è stato facile al Gruppo afro-asiatico spostare su un nuovo piano pievidente e importante, come quello dell’Assemblea Generale in sede di elezioni al Consiglio di Sicurezza e all’ECOSOC, il proprio rancore verso quei due paesi e collegare l’iniziativa per attaccarli con il problema piviolentemente dibattuto in Commissione Politica Speciale, quello cioè dell’ampliamento proprio dei due Consigli predetti, tanto piche come ho riferito con il mio telespresso n. 1982 del 9 novembre 19606, a tale ampliamento vengono ora connesse altre iniziative nella predetta Commissione per una ridistribuzione dei seggi in quei Consigli.

    L’aggiornamento chiesto ieri dalla Nigeria e ottenuto con ben 51 voti contro 33 e 9 astensioni vuol significare in sostanza l’intenzione del Gruppo afro-asiatico di non demordere dall’ottenere il riconoscimento del proprio potere. È probabile che d’ora in poi il gruppo, avvalendosi della sua forza numerica, non consentirà che su questa come su altre questioni di suo interesse (vedi accreditamento di Kasavubu) l’Assemblea si pronunci in modo non consono alle aspirazioni afro-asiatiche. Né potranno valere esortazioni come quelle formulate dal Delegato americano nella seduta di ieri a che non vengano posti in contrapposizione i vari gruppi geografici, né tanto meno rilievi quali quelli, anche dall’americano formulati, secondo cui incombe all’URSS ‒che come è noto vuol ritardare ogni decisione per l’ampliamento dei Consigli sino a quando non sarà ammessa la Cina comunista all’Organizzazione ‒la responsabilità del mancato allargamento dei Consigli. Sta di fatto che la guerra è ormai stata dichiarata e che in essa gli afro-asiatici persisteranno duramente. Come si disporrà l’Occidente europeo ed americano? Esso ha in linea concreta una sola arma valida, quella cioè di possedere ancora una consistenza numerica abbastanza elevata per poter «bloccare» ogni decisione di sostanza e ogni elezione che comporti, come le regole procedurali prevedono, i due terzi di maggioranza.

    Di guisa che, mentre da una parte gli afro-asiatici possono ottenere tutti i rinvii che essi ritengono aderenti ai loro interessi, dall’altra gli occidentali hanno carte per bloccarli nella sostanza. Cipotrà, come è facile immaginarsi, comportare una deprecabile anchilosi dell’apparato societario, far emergere gravi difficoltà per la continuazione dell’attività dei Consigli, provocare spettacoli poco edificanti di lotte tra gruppi geografici con conseguente perdita di valore e di prestigio dell’Organizzazione. Non ho fiducia che a queste conseguenze gli afro-asiatici vorranno guardare con ponderazione; d’altro canto sarà difficile all’Occidente sfuggire a prese di posizioni sempre piinvise e impopolari per altri gruppi, non fosse che per elementari motivi di «legittima difesa». Naturalmente sarebbe sempre possibile, una volta giunti ai punti di rottura, ricercare accordi, ma essi proprio perché innoverebbero sulla passata prassi e tradizioni saranno pur sempre un successo per il turbolento rivoluzionario complesso afro-asiatico.

    Resta poi a vedersi se l’Occidente saprà essere solidale, se i neutralismi di alcuni non ne incrineranno la compattezza e se la difficoltà di organizzarsi non comporterà nuove sorprese e sbandamenti.

    In questa circostanza poi, proprio per i motivi e i pericoli che ho sopra descritto, e per la crescente intransigenza afro-asiatica, sarà purtroppo difficile operare differenziazioni troppo evidenti e tenere atteggiamenti separati dal gruppo occidentale stesso, anche se a farlo dovessero consigliarlo interessi specifici. Si tratta comunque di un problema che dovrà accuratamente e attentamente essere seguito in funzione delle nostre particolari istanze(7).

    Voglia gradire, Signor Ministro, gli atti del mio profondo ossequio.

    [Egidio Ortona]


    1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. XV AG Elezioni Cons. Sicurezza.


    2 Vedi D. 430. 3 T. 41104/704, non pubblicato, relativo alla votazione sul rinvio delle elezioni dei consigli societari (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. II).


    4 Sopra, nota 3.


    5 Vedi D. 414.


    6 Non pubblicato, ma vedi D. 428.


    7 Per il seguito vedi D. 443.

    434

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    Telespr. 3107/20072. New York, 12 novembre 1960.

    Oggetto: Il problema di Berlino, le questioni tedesche in generale e l’ONU.

    Riferimento: telespresso ministeriale n. 11/2899/c. del 31 ottobre u.s.3.

    È certo esatto che in vari dei discorsi tenuti in sede di dibattito generale dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite da Rappresentanti di vari Paesi comunisti e da qualche Rappresentante occidentale, si è fatto riferimento all’esistenza del problema tedesco in generale e della questione di Berlino in particolare(4). Osserverei peraltro che questo non è nuovo, ché anche nel dibattito generale degli scorsi anni qualche accenno ai problemi tedeschi non è mai mancato. Trattandosi di discorsi generali di politica internazionale, intesi specie da parte dei principali protagonisti a dare uno sguardo d’insieme alla situazione nel mondo, la mancata menzione dei problemi tedeschi sarebbe stata in verità difficilmente comprensibile. Si tratta quindi di tono e di misura. Se quest’anno a tali problemi i citati interventi hanno dato qualche maggiore rilievo, io sarei portato ad attribuire cial carattere del tutto particolare che ha avuto quest’anno il dibattito in ragione della partecipazione ad esso dei Capi di Stato e di Governo; ché anzi, se si bada a questa circostanza e se si considera l’acuto stato attuale delle relazioni Est-Ovest nonché l’addensarsi di nubi sullo specifico problema di Berlino, mi sembra che tutto sommato vi sia stata una convergente tendenza da parte sovietica e da parte occidentale a mantenere gli accenni relativi ai problemi della Germania e particolarmente di Berlino al minimo indispensabile. Da questi accenni in sede di dibattito generale non ho insomma ricavato l’impressione che le principali Potenze, ivi compresa l’URSS, abbiano cambiato il loro passato atteggiamento contrario a mettere tali problemi in formale trattazione in seno alle Nazioni Unite. Naturalmente da un punto di vista diciamo così procedurale e tecnico nulla si oppone a che le Nazioni Unite siano in qualsiasi momento investite di questi problemi: anche ora, a lavori inoltrati e ad agenda approvata, se l’URSS ad esempio volesse chiederlo non dubito che l’Assemblea si impadronirebbe, e non senza soddisfazione, del problema. Ma la questione resta se l’URSS, o altra delle grandi Potenze, o anche – a titolo di ipotesi – una Potenza neutralista di rilievo, abbia intenzione o interesse di farlo. E questo, ripeto, non mi risulta allo stato attuale delle mie informazioni qui.

    Quanto all’agenda dei lavori dell’Assemblea, vorrei aggiungere a titolo di chiarimento che essa non prevede alcun argomento che direttamente o indirettamente sia centrato sui problemi tedeschi. Due argomenti, quello, di iniziativa sovietica, relativo a pretesi «atti aggressivi» degli Stati Uniti contro l’URSS e quello, di iniziativa rumena, relativo al miglioramento delle relazioni tra gli Stati europei a differente regime politico e sociale possono prestarsi a nuove allusioni ai problemi tedeschi: ma trattasi di questioni la cui ragione politica è altrove e nel cui quadro i problemi tedeschi potrebbero solo essere menzionati a titolo esemplificativo.

    Spero di avere con queste mie osservazioni risposto al quesito postomi da codesto Ministero. Ché se invece codesto Ministero si riferisce ad un esame piapprofondito delle teoriche possibilità sul modo nel quale i problemi tedeschi e quello di Berlino in particolare potrebbero venire all’esame delle Nazioni Unite, sugli argomenti che probabilmente verrebbero impiegato in connessione anche con l’art. 107 dello Statuto e sugli sviluppi che probabilmente si avrebbero, non mi resta che rinviare ai vari studi che questa rappresentanza fece in passato e che conservano la loro attualità. Mi riferisco in particolare ai telespressi e rapporti n. 221/121 del 16.1.19595, n. 625/425, 626/426 e 497 del 7.3.1959, nonché 815/515 e 816/515 del 21.3.19596.


    1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 338, fasc. I problemi tedeschi all’Onu, 1960-1961.


    2 Sottoscrizione autografa. Indirizzato per conoscenza alle Ambasciate a Bonn, Londra, Mosca, Parigi e Washington, e alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi.


    3 Telespr. indirizzato alle Ambasciate a Bonn, Londra, Mosca, Parigi e Washington, alla Rappresentanza presso l’ONU, e per conoscenza, alle Ambasciate ad Ankara, Atene, Belgrado, Bruxelles, Copenaghen, L’Aja, Lisbona, Lussemburgo, Oslo e Ottawa, alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi, all’Ufficio IV, ai Servizi ONU e NATO della Direzione Generale degli Affari Politici. Straneo chiedeva di conoscere «se vi sono prospettive che in futuro le N.U. si occupino della questione di Berlino ed in qual senso» e trasmetteva un appunto dell’Ufficio I sullo stato della questione dal titolo «I problemi tedeschi e l’ONU» (DGAP, Uff. I, 1951-1962, vers. 2, b. 338, I problemi tedeschi all’Onu, 1960-1961).


    4 Vedi D. 346, nota 4.


    5 Vedi D. 14.


    6 Non pubblicati.

    435

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 41428/708. New York, 14 novembre 1960, ore 22 (perv. ore 6,30 del 15).

    Oggetto: Questione Congo.

    Mio 705(2).

    Abbiamo avuto stamane con occidentali nuova riunione circa Congo rispetto al quale prospettive ripresa discussione per lo meno sul fondo questione non sembrano immediate e anche dibattito su credenziali Kasavubu sembra rinviato di qualche giorno. Wigny ha difatti deciso tenere conferenza stampa e rientrare Bruxelles oggi stesso (salvo ritornare in avvenire se andamento eventuale dibattito sostanza lo consigliasse) e Delegazione belga sta studiando opportunità elaborare proprie confutazioni a rapporto Dayal(3) in documento scritto da distribuire ufficialmente. Tale battuta arresto è originata da circostanze seguenti:

    1) Scorsi due giorni varie delegazioni africane tra cui Ghana Nigeria Etiopia Tunisia hanno di loro iniziativa preso contatto con Kasavubu. Anche se a momento attuale è difficile prevedere possibili sviluppi tali contatti essi possono dimostrare non solo conferma da parte quegli Stati riconoscimento Capo Stato congolese ma anche desiderio trattare con lui. In contatti stessi Kasavubu sarebbesi mostrato assai fermo nel chiedere installazione sua delegazione in Assemblea e nello stesso tempo si sarebbe dichiarato possibilista quanto a sua accettazione commissione buoni uffici una volta perche installazione delegazione fosse avvenuta. (In ambienti afroasiatici ho appreso anche si starebbe considerando possibile compromesso senso che sarebbesi disposti lasciare che Kasavubu sieda in Assemblea con suo seguito attuale ma che dopo sua partenza da New York seggio dovrebbe tornare essere vacante).

    2) Altra circostanza che consiglia ritardare affrontare problema credenziali Kasavubu è che per domani è atteso qui Presidente Congo Brazzaville che è fermo sostenitore Kasavubu e ha grande autorità presso afrofrancesi.

    3) Per quanto riguarda nota commissione afroasiatica buoni uffici le 15 delegazioni designate parteciparvi si sono ripetutamente riunite in corso ultimi giorni senza sia stato possibile sanare contrasti tra principali tendenze emerse difficoltà centrale essendo insistenza alcuni perché commissione sia anche di inchiesta mentre delegazioni pimoderate pensano solo in termini conciliazione. Partenza commissione è comunque stata nuovamente rinviata. Intanto in previsione possibili sviluppi Assemblea per insediamento Delegazione Kasavubu americani hanno intensificato azione presso Paesi incerti scopo poter avere necessaria maggioranza in caso votazione contrastata. Siamo rimasti di intesa che ciascuno di noi continuerà agire presso un determinato gruppo Paesi in vista possibile votazione. Torneremo riunirci tra due o tre giorni dopo che sviluppi di cui sopra avranno dato modo di fare un picompleto apprezzamento situazione.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato. 3 Vedi D. 414.

    436

    IL DIRETTORE GENERALE AGGIUNTO DEGLI AFFARI POLITICI, GRILLO, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU E ALLE AMBASCIATE A IL CAIRO, TUNISI E TRIPOLI(1)

    T. segreto per corriere aereo 24058/c. Roma, 16 novembre 1960, ore 16,45.

    Solo per Cairo Tunisi e Tripoli: Abbiamo telegrafato quanto segue ad Italnation:

    Per tutti: Da Segretario Generale Ministero Esteri marocchino è stato esplicitamente ammessa con nostro Ambasciatore inevitabilità respingimento in sede ONU richiesta Marocco circa questione Mauritania. Egli ha aggiunto perche Governo Rabat non consideravasi legato da decisioni Nazioni Unite.

    Segretario Generale marocchino ha anche dichiarato che suo Governo, comprendendo «esigenze della politica e impegni alleanze», non avrebbe mostrato «neppure un’ombra di broncio» ai Governi amici ed in modo particolare a quello italiano anche nel caso che loro atteggiamento non fosse stato quello che poteva essere desiderato da Rabat.

    Solo per Italnation: Il presente telegramma fa riferimento a suo 7142.


    1 Telegrammi segreti 1960, Circolari partenza.


    2 T. 41597/714 del 15 novembre, con il quale Ortona riferiva l’andamento del dibattito sulla Mauritania nel Primo Comitato e del quale si riporta il seguente brano: «Commissione Politica Assemblea ha stamane iniziato discussione questione Mauritania: tesi marocchina stata presentata da Ministro Servizi pubblici Bouget. Suo discorso ha ricalcato note tesi circa costante appartenenza Mauritania a territorio marocchino. In esso tuttavia non si è fatto cenno a linea di azione politica che Marocco si attenderebbe da Assemblea auspicandosi invece pura e semplice, senza indicare quale modo, reintegrazione Mauritania in territorio marocchino». Per il seguito vedi D. 453.

    437

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 41746/718. New York, 16 novembre 1960, ore 21,30 (perv. ore 14,40 del 17).

    Oggetto: Questione disarmo.

    Mio 715(2).

    Epilogo trattative Menon ha lasciato tutti perplessi sul da farsi e peraltro in posizione grave imbarazzo. Se non tutti almeno maggioranza presentatori risoluzione indiana non intendevano certo concludere loro iniziativa con quel che in effetti rappresenta coincidenza con posizione sovietica. Zorin ha sfruttato situazione come avevamo purtroppo previsto, ma ci risulta che nonostante cenni poco riguardosi attuale Governo americano contenuti suoi interventi ieri, intenderebbe evitare qualsiasi cosa possa pregiudicare presa contatto con Kennedy. Indubbiamente Delegazione americana si [è] ora posta in situazione tale da apparire nemica di quei compromessi che essa stessa invece in un primo tempo aveva fatto comprendere desiderare. Occidentali, britannici e noi in particolare, non possiamo certo non essere solidali con USA in quanto risoluzione indiana, come pivolte informato, non potrebbe senza grande danno essere accettata da parte occidentali come base ripresa negoziati. D’altro canto emendamenti né convincerebbero Commissione Politica tecnicamente incompetente problemi disarmo né riuscirebbero modificare impostazione fondamentale risoluzione stessa che, attraverso manipolazioni successive da parte Menon in contatto con Zorin, risulta aderente principii sovietici.

    In riunione cinque occidentali (assente Wadsworth a Washington) è stata esaminata situazione. Si è deciso evitare almeno per momento presentazione emendamenti americani a risoluzione indiana e dimostrare invece con interventi possibilmente provocandone anche da parte neutrali, equivoca posizione in cui minacciano venirsi trovare India e suoi associati che in corso attuale dibattito insieme con maggioranza Prima Commissione, avevano mostrato accogliere validità posizioni occidentali circa misure iniziali, basi e controlli. Senza in alcun modo urtare loro suscettibilità dovremmo tentare provocare messa a punto o meglio ancora accantonamento ogni richiesta voto da parte presentatori stessi.

    Sorge anche problema come chiudere attuale dibattito evitando se possibile convocazione Assemblea speciale richiesta da sovietici. Zorin detto Green giorni scorsi che non accetterà mai risoluzione canadese. Ad occidentali converrebbe invece forse appoggiarla per ragioni tattiche scopo dimostrare che sono pronti affidare ulteriori risoluzioni compresa indiana a un comitato ad hoc in vista negoziato.

    Praticamente poiché avrebbesi rifiuto sovietico, tale procedura non potrebbe avere alcun seguito e quindi si potrebbe ripiegare su Commissione disarmo cui si affiderebbe il tutto con impegno riferire a data prestabilita. È nota opposizione sovietica anche per questa soluzione ma d’altro canto si potrebbe sottolineare che Commissione disarmo che riproduce Assemblea in composizione è libera esaminare e proporre qualsiasi soluzione problema.

    Riferirulteriormente.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


    2 Con T. 41598/715 del 15 novembre, Ortona comunicava al Ministero l’avvenuta presentazione in Commissione politica, da parte di Krishna Menon, di un testo indiano di risoluzione. (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I). Vedi anche D. 415.

    438

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 41754/719. New York, 16 novembre 1960, ore 22,15 (perv. ore 17,30 del 17).

    Oggetto: Questione disarmo.

    Mio 718(2).

    Oltre considerazioni svolte con mio citato faccio presente che data situazione determinatasi fallimento compromesso indiano appare ormai problematico che si possano rinviare a Commissione disarmo o altro organo, senza previamente votarle, tutte risoluzioni presentate Commissione Politica tra cui progetto etiopico che anche esso condanna uso armi termonucleari (telespresso 1959 del 5 novembre)(3) e progetto africano denuclearizzazione continente stesso (telespresso 1998 del 12 novembre)(3). Non alludo a progetto irlandese (diffusione segreti e armi atomiche) che ho già segnalato e su cui ho ricevuto istruzioni codesto Ministero(4). Naturalmente se due progetti risoluzione predetti verranno votati come probabile, occidentali saranno costretti prendere posizione su impostazioni che se rispondono comprensibili sensibilità afroasiatici, coincidono tecnicamente con note proposizioni sovietiche lesive interessi difesa occidentale.

    Mentre infatti problemi sollevati da afroasiatici vengono oggi favorire gioco politico propagandistico sovietico è parimenti vero che problema nucleare dovrà essere oggetto particolare attenzione occidentali prima di una ripresa negoziati disarmo e tanto piquindi non sembrerebbe convenire prestarsi pregiudicare in alcun modo futuro.

    Segnalo particolarmente progetto afroasiatico denuclearizzazione, avendo Delegazione francese (direttamente interessata per riflessi esperimento Sahara) compiuto passo per chiedere quale sarà nostro atteggiamento. Mentre sargrato indicazioni codesto Ministero mi terrnaturalmente contatto con colleghi occidentali per addivenire a impostazioni comuni(5).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


    2 Vedi D. 437.


    3 Non pubblicato.


    4 Con T. 40315/679 del 5 novembre Ortona chiedeva istruzioni al Ministero circa la posizione da tenere rispetto alla risoluzione irlandese contro «disseminazione segreti e armi atomiche» (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I). Tale risoluzione aveva riscontrato il favore britannico e il possibile voto favorevole, o al limite l’astensione, anche degli Stati Uniti. Grazzi rispondeva con T. 23412/442 del 6 novembre dando istruzioni di allinearsi al voto americano (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza).


    5 Per il seguito vedi D. 442.

    439

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 41755/720. New York, 16 novembre 1960, ore 22 (perv. ore 15,30 del 17).

    Oggetto: Elezioni Corte Internazionale Giustizia.

    Si è iniziata anche ma non conclusa avendo dato solo risultati parziali, elezione per seggi cinque giudici cui mandato verrà prossimamente scadere.

    Votazione relativa in Consiglio Sicurezza ha dato risultati seguenti: 11 voti per statunitense Jessup 9 per sovietico Koretsky 7 per Morelli 6 per paraguayano Sapena Pastor 6 per giapponese Tanaka; mentre non hanno in tale organo ottenuta prescritta maggioranza semplice uruguayano Ugon 2 voti, peruviano Bustamante (5 voti) norvegese Klaestad (4 voti) indiano Pal (3 voti) pakistano Zafrulla Khan (2 voti).

    Contemporaneamente Assemblea in primo ballottaggio confermava elezione americano e sovietico rispettivamente con 77 e 62 voti.

    In tale ballottaggio non ottenevano prescritta maggioranza altri candidati: in particolare Morelli conseguiva 41 voti e norvegese che è suo diretto concorrente 37. Con secondo ballottaggio Assemblea confermava solo elezione giapponese Tanaka con 56 voti mentre Morelli pur migliorando sua posizione (43 voti contro 33 del norvegese) non raggiungeva maggioranza necessaria.

    Assemblea dovrà pertanto procedere ulteriore ballottaggio previsto domani per eleggere altri due candidati. Se come peraltro non appare probabile riusciranno avere maggioranza necessaria stessi due candidati che l’hanno già ottenuta in Consiglio Sicurezza, elezione sarà conclusa; altrimenti anche Consiglio dovrà nuovamente pronunciarsi con nuova votazione cui sua volta farà seguito altra votazione Assemblea fin quando due organi non concordino nel dare maggioranza stessi candidati.

    Quanto prospettive per elezioni per rimanenti due seggi rilevo che oltre Morelli e norvegese sono rimasti sostanzialmente in lizza due candidati latino americani (peruviano che in Assemblea ha riportato 42 voti in primo ballottaggio e 48 nel secondo e paraguayano che avendo già maggioranza in Consiglio Sicurezza ha riportato 37 e 31 voti rispettivamente), nonché due afroasiatici (indiano e pakistano che hanno conseguito rispettivamente 31 e 42 voti nel primo ballottaggio Assemblea e 28 e 34 al secondo).

    In particolare afroasiatici hanno dato sensazione tentare contando su loro numero in Assemblea e divisione latino americani ed europei, forzare elezione di un altro loro candidato con possibile perdita seggio Europa. Ho rappresentato questo pericolo a vari Delegati cui voto sapevo non favorevole a noi e in particolare colleghi britannici che come noto sostengono norvegese, sottolineando loro come Morelli aveva dimostrato avere largo seguito.

    Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.

    440

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 41856/724. New York, 17 novembre 1960 (perv. ore 6,30 del 18).

    Oggetto: Elezioni Corte Internazionale di Giustizia.

    Prof. Morelli è stato oggi eletto giudice Corte Internazionale Giustizia.

    Tra ieri ed oggi ci siamo adoperati per portare a compimento affermazione avutasi ieri in Consiglio Sicurezza svolgendo azione assidua presso Delegazioni che supponevamo o votare per norvegese o non votare per un candidato europeo e disperdere loro voti su altri europei che avevano seguito minore.

    Abbiamo trovato comprensione presso occidentali e particolarmente presso britannici che pur avendo originario impegno con scandinavi hanno dietro nostra insistenza cambiato loro voto per Morelli fin dal primo ballottaggio odierno originando certe forti delusioni in campo scandinavo. Anche francesi che sin dall’inizio ci hanno appoggiato, hanno agito a nostro favore presso Delegazioni africane a loro pivicine. Analogamente nel loro gruppo si sono adoperati giapponesi in relazione ad importanza nostra azione per elezione Tanaka.

    Peraltro quando Assemblea si è riunita per riprendere votazioni oggi pomeriggio situazione ha continuato ad essere disturbata da voto di un certo numero afroasiatici che, pur avendo ottenuto ieri con elezione candidato giapponese posto loro gruppo, continuavano votare per indiano e pakistano. Questo ha portato a tre nuovi ballottaggi in Assemblea prima che Morelli riportasse cinquantasei voti ottenendo così maggioranza necessaria.

    Per quanto riguarda ultimo seggio, generalmente considerato riservato ad esponente latino-americano, si è resa necessaria nuova votazione in Consiglio Sicurezza dato che Assemblea aveva raggiunto in secondo ballottaggio oggi maggioranza su peruviano, mentre ne era ben lontano paraguayano che era invece stato votato ieri da Consiglio.

    Chiara tendenza delineatasi in Assemblea a favore Bustamante ha portato Consiglio Sicurezza nell’interesse stesso latino-americani ad evitare rischio perdita loro seggio, a pronunciarsi all’unanimità meno un voto (probabilmente Ecuador) per peruviano.

    In successiva votazione Assemblea confermato tale risultato.

    Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.

    441

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 41857/725. New York, 17 novembre 1960, ore 22 (perv. ore 6,30 del 18).

    Oggetto: Questione Congo.

    Mio telespresso urgente 0352 è ora confermato che si avrà domani dibattito Assemblea per esame rapporto Comitato verifica poteri concernenti credenziali Kasavubu. È certo da prevedersi tentativo proposta procedurale aggiornamento da parte qualche afro-asiatico per evitare dibattito che porti ad accreditamento Kasavubu. Da parte colleghi occidentali con cui abbiamo accuratamente concordato tattica da seguire, vi è una certa speranza poter battere con votazione tale mossa procedurale anche perché risulterebbe che è andata sviluppandosi recentemente una certa diversità di opinione da parte almeno di qualche membro gruppo afro-asiatico: non eguale ottimismo nutrono Presidente Assemblea ed Hammarskjoeld che ho visto oggi a lungo e che mi ha detto aver segni diversi da parte gruppo predetto. Se si riuscirà superare scoglio aggiornamento vi è ancora maggiore fiducia in riconoscimento Kasavubu con voto da parte Assemblea anche per influenza che potrà esercitare su dibattito presenza Presidente Congo ex francese che parlerà quale Capo Stato inizio seduta e che farà presumibilmente accenni favorevoli Kasavubu. Hammarskjoeld invece in colloquio oggi che ho sollecitato per avere impressioni di prima mano su suo atteggiamento non mi ha nascosto sue perplessità che anche in caso riconoscimento Kasavubu e sua delegazione cipossa essere in definitiva dannoso per Presidente congolese. Non è secondo Hammarskjoeld accreditamento del genere che potrà consolidare posizione predetto: se mai esso potrà causare approfondimento dissidi in Congo mentre negli ultimi tempi posizione personale Presidente era andata affermandosi alquanto ed avrebbe potuto sia pur lentamente e gradualmente migliorare. Ho chiesto Hammarskjoeld suoi commenti su atteggiamento Kasavubu avverso commissione conciliazione di cui fa fede anche dichiarazione pubblica odierna predetto e gli ho ricordato che anche egli Hammarskjoeld mi aveva inizialmente detto essere contrario a tale invio commissione. Segretario Generale ha ammesso che sua opinione aveva subito mutamento dato che pur continuando egli avere perplessità per larga composizione commissione, era ormai convinto sua inevitabilità in quanto auspicata da grandissima maggioranza afro-asiatici. Piuttosto mi ha commentato spontaneamente Hammarskjoeld, egli riteneva infondate preoccupazioni secondo cui tale concessione avrebbe in sua opera favorito posizione Lumumba dato che membri commissione stessa erano profondamente divisi tra loro e avrebbero in loro azione finito per neutralizzarsi a vicenda. Quanto a Belgio ho trovato Hammarskjoeld pur sempre irritato da polemica in corso tanto piche reclutamento esperti in Belgio viene fatto apertamente in antagonismo a N.U. e non è neanche fondata affermazione belga che esperti siano pressantemente richiesti da autorità congolesi. Non mi è parso perche Hammarskjoeld sarebbe alieno trovare punto incontro per opportuno coordinamento tra opera N.U. e quella esperti belgi in Congo, quale d’altra parte io stesso sulla base anche indicazioni codesto Ministero gli ho detto sembrarmi auspicabile. Mi ha peraggiunto senza ambagi che purtroppo i belgi volevano «che fosse la loro bandiera a figurare» in Congo e in tali condizioni coordinamento diventava difficile.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Non pubblicato.

    442

    IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

    T. segreto 24182/460. Roma, 18 novembre 1960, ore 16,20.

    Anche se risoluzione indiana rappresenta concreto sforzo raggiungere compromesso e ha determinato concentramento e allineamento forze neutrali, siamo consci difficoltà statunitensi e occidentali approvarla senza radicali emendamenti nei riguardi misure iniziali disarmo, basi e controlli armamenti(2).

    Pertanto concordiamo che migliore soluzione, in attuale situazione, sarebbe rappresentata da interventi neutrali diretti a dimostrare quanto ultimo testo della risoluzione indiana si discosti da progetto che teneva conto delle posizioni occidentali su misure iniziali, controlli e basi. In caso di fallimento definitivo del tentativo di compromesso ci si dovrebbe orientare per il rinvio della discussione alla seconda parte della presente Assemblea.

    Progetto etiopico appare essere una ripetizione della nota dichiarazione di Stoccolma dei partigiani della pace senza nemmeno affermazione – in questa richiamata

    – sulla necessità di adeguati controlli. Esso aderisce alle impostazioni sovietiche sul disarmo dal 1956 ad oggi e presenta minaccia per Occidente di privazione deterrente a tempo indeterminato.

    Pur avendo grande richiamo propagandistico, progetto denuclearizzazione Africa, di cui a risoluzione Ghana e altri, è redatto con pericolosa generalità e tende ad inaugurare in Africa politica di zone disatomizzate che non è stato finora possibile applicare in Europa. Cia prescindere da nota posizione in materia da parte francese.

    Pertanto in eventuale votazione due risoluzioni di cui sopra, V.E. è pregata di dare voto contrario a meno che Gran Bretagna non decida di astenersi(3).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Risponde, presumibilmente, ai DD. 437 e 438. 3 Per il seguito vedi D. 449.

    443

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. per corriere 42162/728. New York, 19 novembre 1960 (perv. ore 14 del 21).

    Oggetto: Riunione gruppo europeo elezione Consigli Societari.

    Mio 716(2).

    Contatti tra Comitato disposto da gruppo europeo (rappresentanti Italia, Olanda, Grecia e Spagna) e Comitato designato da gruppo latino-americani (rappresentanti Venezuela, Argentina, El Salvador, Messico, Panama, Brasile) intesi a stabilire possibilmente fronte comune per questioni connesse alle elezioni ai Consigli societari e all’allargamento Consigli stessi, proseguono con maggior lentezza del previsto e non senza difficoltà. Nelle riunioni tenute nei tre giorni scorsi abbiamo constatato che i paesi latino-americani, mentre all’inizio apparivano ‒salvo Cuba

    ‒concordi su posizioni di intransigenza nei riguardi di un compromesso con i paesi afro-asiatici, quando sono passati ad esaminare con maggior dettaglio fino a che punto essi ritenevano poter precisare la loro politica di gruppo e impegnarsi con gli europei e quali accorgimenti tattici potessero con essi concordare, hanno manifestato in alcuni settori esitazioni e riserve. Tali riserve erano analoghe a quelle che nel gruppo europeo avevano, come ho telegrafato, esposto ad esempio Svezia, Finlandia e Irlanda: trattasi tra i latino-americani del Messico, Venezuela e Cile; da ultimo anche El Salvador, che appariva in un primo tempo tra i pivicini a noi, è apparso incerto. Aperti e convinti sostenitori di un impegno con gli europei restano soprattutto Argentina, Brasile e Colombia. Comunque i latino-americani stanno continuando le consultazioni tra di loro e stanno ora tentando di mettere su carta, per maggiore precisione, i termini di un loro eventuale impegno: dopo di che riparleranno con noi.

    Tutto questo, così come le esitazioni già manifestatesi tra alcuni europei, si risà facilmente in questi ambienti e cinaturalmente non rafforza le posizioni occidentali euro-americane di fronte agli afro-asiatici dato che, come ho già sottolineato, solo un fronte compatto tra europei e latino-americani costituirebbe elemento valido e fondamentale di difesa, o quanto meno per manovre in condizioni accettabili nei riguardi della pressione per la ridistribuzione dei seggi nei Consigli che afro-asiatici, con l’appoggio sovietico, vanno esercitando.

    Per completare il quadro va detto, per la verità, che anche in seno gruppo afro-asiatico esistono alcune voci dissidenti che consigliano moderazione ed insistono che azione per ottenere adeguata rappresentanza paesi afro-asiatici nei Consigli vada esercitata non premendo su occidentali per ridistribuzione seggi, bensì premendo su URSS per immediato allargamento Consigli.

    Capeggia questa corrente Giappone, ma trattasi peraltro di una corrente non molto numerosa cui argomenti non possono facilmente far breccia nella demagogia imperante in quel gruppo.

    Tra argomenti usati da elementi afro-asiatici piaccesi, continua ad essere tenuto in primo piano quello relativo ai candidati scelti quest’anno dai paesi europei occidentali come loro candidati, e cioè Portogallo per Consiglio Sicurezza e Belgio per ECOSOC. Pur trattandosi naturalmente di questione diversa, dato che evidentemente pressione per ridistribuzione non sarebbe soddisfatta se a quei candidati se ne sostituissero altri europei piaccettabili ad afro-asiatici sul piano cosiddetto anticolonialista, detti elementi piaccesi afro-asiatici tendono a mantenere collegamento tra i due aspetti sia per rafforzare proprie argomentazioni nelle due questioni sia per cercare di ottenere in definitiva qualche soddisfazione su almeno una di esse. Non è quindi da escludersi che se mai si addiverrà a qualche riunione congiunta tra occidentali e afro-asiatici, questi ultimi cominceranno col cercare di demolire questa prima posizione occidentale insistendo preliminarmente per una modifica nelle candidature europee. Tale richiesta sarebbe naturalmente del tutto inusuale e provocatoria: debbo persegnalare che, mentre tale era il pensiero di tutti gli europei nessuno escluso fino a poco tempo fa, qualche incrinatura comincia ad avvertirsi nel nostro gruppo anche su questo tema, mentre né portoghesi né belgi ovviamente danno segni di voler fare qualche gesto di rinuncia.

    Continuera riferire a codesto Ministero e, salvo contrarie istruzioni, cercher come fatto finora, di adoperarmi per la maggiore compattezza possibile nel nostro gruppo, pur evitando, d’intesa con i principali nostri amici, posizioni di punta che, se venissero risapute, potrebbero comportare sfavorevoli ripercussioni fra gli afro-asiatici.

    Mi sembra al riguardo che ciche converrà continuare a fare è agire strettamente di conserva con gli inglesi i quali, debbo dire, mantengono una posizione di grande misura ed obiettività e con i quali abbiamo stabilito la pifiduciosa collaborazione(3).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 T. 41599/716 del 15 novembre, con il quale Ortona riferiva che il gruppo europeo aveva designato un Comitato ‒composto dai rappresentanti dell’Italia, dell’Olanda, della Grecia e della Spagna ‒per stabilire un fronte comune con il gruppo latino-americano a proposito delle elezioni nei consigli societari sulle seguenti linee d’azione: «a) assicurare latino-americani a nome tutti europei che non inizieremo alcun negoziato con afro-asiatici che comporti mercato sui seggi tradizionalmente spettanti a latino-americani così come questi hanno fatto nostri riguardi; b) sondare contemporaneamente fino a che punto latino-americani saranno solidali con europei incoraggiandoli naturalmente al massimo in tal senso; c) esaminare eventuali suggerimenti su tattica da seguire» (ibidem).


    3 Per il seguito vedi D. 470.

    444

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto urgente 42288/733. New York, 21 novembre 1960 (perv. ore 8 del 22).

    Oggetto: Questione Congo.

    Mio 732(2).

    Prima che notizia incidenti odierni Leopoldville facesse oggetto mozione d’ordine bulgara dandoci tono presumibile atteggiamento combattivo blocco sovietico domani, avevo ritenuto opportuno intrattenermi separatamente con colleghi americano, inglese, francese per far presente come cooperazione così utilmente stabilita finora avrebbe dovuto continuare anche dopo conclusione attuale dibattito scopo esaminare in comune seguenti interrogativi:

    1) Se e come favorire o scoraggiare opera commissione conciliazione in caso essa debba recarsi definitivamente Leopoldville.

    2) Fino a che punto converrebbe incoraggiare idea summit Capi africani accennata da stesso Kasavubu, ripresa da Presidente Congo Brazzaville e secondo quanto dettomi da collega francese vivamente favorita da africani di lingua francese.

    3) Quale atteggiamento di pio meno caldo sostegno dare ad Hammarskjoeld e N.U. per continuazione opera forza N.U. ed altre attività in Congo tenendo presenti implicazioni finanziarie ed eventualità che ritiro alcuni contingenti africani creino nuovi motivi crisi.

    4) Se e come incoraggiare coordinamento tra attività su piano bilaterale Belgio e su quello multilaterale N.U. affinché non abbiano verificarsi di nuovo difficoltà lamentate da rapporto Dayal(3).

    5) Come meglio far solidarizzare Occidente in politica comune circa Congo evitando deviazioni quali quelle sperimentate in votazioni e atteggiamenti questi giorni da parte alcuni membri NATO particolarmente Canadà.

    Ho rilevato che su tutti interrogativi avendo ognuno di noi occidentali avuto occasioni contatti sia con Segretario Generale e sia con varie delegazioni, sarebbe stato opportuno scambiarsi reciproche informazioni e commenti. Ho trovato colleghi particolarmente americano ed inglese molto interessati a proseguimento nostre consultazioni. A mio accenno che si potrebbe forse suggerire che in stessa NATO alcuni di tali interrogativi (particolarmente intenzioni Belgio verso N.U.) siano oggetto esame, stessi miei colleghi hanno mostrato uguale interesse pur rilevando che discussione entro NATO dovrebbe avere carattere del tutto riservato scopo evitare essa venga risaputa in ambienti ONU e Segretariato Generale.

    Siamo comunque rimasti d’intesa riunirci al pipresto in solito gruppo occidentale (da cui, è da notarsi, delegato canadese si è definitivamente allontanato) per prendere in esame tali vari problemi su elencati alla luce conclusione che dibattito attuale avrà raggiunto.

    Ho ritenuto opportuno enumerare vari interrogativi di cui sopra sia per caso che

    V.E. voglia farmi pervenire indicazioni al riguardo oltre quelle molto utili inviatemi con tele 4414 e 4435 e sia nell’eventualità che problema Congo e N.U. allo stesso modo con cui ne andiamo da tempo parlando con inglesi qui, venga accennato in colloqui italo-inglesi costà.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


    2 T. 42287/732 del 21 novembre, ma partito il 22: Ortona riferiva che il Delegato bulgaro aveva proposto un aggiornamento della seduta al giorno successivo (quando era ormai inevitabile vista l’ora tarda) richiamando l’attenzione sull’impossibilità e l’inopportunità di proseguire il dibattito sulle credenziali di Kasavubu fino all’acquisizione di nuovi elementi, per il tramite del Segretario Generale, riguardo gli incidenti di Leopoldville (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I).


    3 Vedi D. 414. 4 Vedi D. 419. 5 Vedi D. 424, nota 2.

    445

    IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, CARUSO, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

    Telespr. 41/233182. Roma, 21 novembre 1960.

    Oggetto: XV Assemblea Generale. II Commissione. Acceleramento del flusso di capitali e dell’assistenza tecnica verso i Paesi in via di sviluppo.

    Riferimento: Telespr. di codesta Rappresentanza n. 3109/2009 del 12 novembre 19603.

    Con il telespresso suindicato codesta Rappresentanza ha riferito circa il progetto di risoluzione testé presentato alla seconda Commissione della 15a Assemblea Generale dell’ONU dai Delegati dell’India e di altri Paesi in tema di acceleramento del flusso di capitali o di assistenza tecnica verso i Paesi in via di sviluppo. Nel chiedere ogni opportuna indicazione in proposito, codesta Rappresentanza ha segnalato che tale progetto si sostanzia nell’invito urgente a tutti gli Stati economicamente progrediti perché l’ammontare totale netto annuo dei fondi che essi destinano allo sviluppo economico dei Paesi meno sviluppati sia accresciuto e sia mantenuto ad un livello non inferiore approssimativamente all’uno per cento del rispettivo reddito nazionale.

    A tal riguardo si osserva che nel discorso pronunciato all’Assemblea Generale dell’ONU il 28 settembre 19604 l’On. Ministro degli Affari Esteri ha tra l’altro affermato che i mezzi sinora destinati all’aiuto ai Paesi sottosviluppati sono stati insufficienti e che occorre fare ogni sforzo per adeguarli maggiormente alle imperiose necessità del momento.

    Per quanto riguarda il nostro Paese, la prova concreta delle nostre favorevoli disposizioni – compatibilmente con le nostre possibilità e con l’esigenza di far fronte a quelle che sono ancora le necessità dello sviluppo italiano – puravvisarsi sia nella pronta adesione dell’Italia all’IDA, sia nel raddoppio del contributo del nostro Paese per il 1961 al Fondo Speciale ed al Programma Ampliato dell’ONU. Con tale aumento l’Italia è stato il Paese che maggiormente è venuto incontro all’invito rivolto a suo tempo dalla Assemblea Generale a tutti i Paesi membri, come pure all’appello lanciato dal Signor Hoffman affinché sia possibile raggiungere il traguardo di 100 milioni di dollari complessivamente per entrambi i predetti programmi delle Nazioni Unite.

    Per quanto concerne poi la specifica proposta contenuta nell’anzidetta risoluzione affinché «l’ammontare totale netto annuo dei fondi destinati all’assistenza non sia inferiore approssimativamente all’uno per cento del reddito nazionale dei Paesi economicamente progrediti», si condivide il punto di vista delle delegazioni dei Paesi occidentali i quali riconoscono l’impossibilità, anche per ragioni di principio, di prendere impegni del genere.

    Codesta Ambasciata vorrà pertanto tenersi in contatto al riguardo con le predette delegazioni ed in particolare con quelle dei Paesi membri della CEE, in conformità a quanto comunicato con il telespresso ministeriale n. 41/18512 in data 17 settembre 19603.

    ***

    Con l’occasione si trasmettono in allegato alcuni prospetti concernenti il volume delle risorse finanziarie dell’Italia a favore dell’estero.

    Si informa altresì che è in corso di elaborazione un’ulteriore raccolta di dati che vengono approntati – in conformità alle decisioni recentemente concordate in sede DAG – allo scopo di prospettare lo risorse finanziarie specificamente destinate dall’Italia ai Paesi in via di sviluppo.

    Allegato

    RISORSE FINANZIARIE A FAVORE DELL’ESTERO
    (Situazione al 30 giugno 1960)
    milioni di dollari
    a) Riparazioni 297,7
    b) Crediti consolidati 188,3
    c)Finanziamenti bancari 72,2
    d) Finanziamenti di esportazioni 443,2
    --------
    1.001,4
    e) Investimenti all’estero (1) 800,0
    Totale 1.801,4
    RIPARAZIONI CORRISPOSTE
    Situazione al 30.6.1960
    milioni di dollari
    Grecia 97,0
    Jugoslavia Francia 70,8 49,8
    Etiopia Egitto Messico 26,3 19,0 9,6
    Altri Paesi 25,2
    --------
    Totale 297,7
    CREDITI CONSOLIDATI
    Situazione al 30.6.1960
    milioni di dollari
    Argentina Egitto Turchia 74,2 51,5 38,0
    Jugoslavia Altri Paesi 6,8 17,8
    --------
    Totale 188,3
    FINANZIAMENTI BANCARI
    Situazione al 30.6.1960
    milioni di dollari
    In valute convertibili 32,3
    In lire italiane 39,5
    In valute di conto 0,4
    --------
    72,2

    1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 36, fasc. Italia-ONU, II semestre 1960.


    2 Sottoscrizione autografa. Inviato, per conoscenza, al Ministero del Tesoro - IRFE, al Gabinetto del Ministero del Bilancio, alle Ambasciate a Bonn, Bruxelles, L’Aja, Lussemburgo, Parigi, Lisbona, Londra, Ottawa, Tokio, Washington, alle Rappresentanze presso la CEE e la CEEA a Bruxelles, presso l’OECE e presso il Consiglio Atlantico a Parigi, presso il Consiglio d’ Europa a Strasburgo, presso la Delegazione permanente presso il Centro Europeo delle N.U. a Ginevra, alla Banca d’Italia, all’Uff. I, ai Servizi ONU e CEUR della Direzione Generale degli Affari Politici, alla Direzione Generale Emigrazione, agli Uff. III e V della Direzione Generale delle Relazioni Culturali, al Servizio CEI della Direzione Generale degli Affari Economici.


    3 Non pubblicato.


    4 Discorso pronunciato in sede di dibattito generale: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, 876th Plenary Meeting, Wednesday, 28 September 1960, at 3 p.m., vol. I, pp. 199-203.

    (1) Stima approssimata per difetto

    446

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 42399/735. New York, 22 novembre 1960, part. il 23, ore 1 (perv. ore 6,30).

    Oggetto: Questione credenziali Kasavubu.

    Mio 732(2).

    Oggi questione credenziali Kasavubu e sua delegazione si è risolta secondo fiduciosa aspettativa occidentale con votazioni a favore riconoscimento predetto a forte maggioranza (52 a favore, 29 contrari, 19 astensioni mentre 4 Paesi non hanno partecipato al voto). Hanno concorso a tale indubbio successo occidentale seguenti fattori:

    1) Accurata pianificazione da parte nostro gruppo che ha giornalmente coordinato sua azione e curato a fondo aspetti tattici.

    2) Conglomeramento voti occidentali con quelli latino-americani da noi sensibilizzati sin da inizio e quelli maggioranza africani di lingua francese decisamente schierati contro blocco sovietico ed accoliti.

    3) Prevalere considerazione principio legittimità che ha deciso in votazione finale alcune delegazioni esitanti.

    4) Inabile e eccessiva identificazione blocco sovietico con posizioni Lumumba. Come prevedevamo iersera sovietici ed alcuni africani hanno cercato compiere azione disturbo a tre riprese anche con tentativi diversioni procedurali: su questo ed altri aspetti problemi riferisco con tele seguente.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Vedi D. 444, nota 2.

    447

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 42400/736. New York, 22 novembre 1960, ore 21,45 (perv. ore 6,30 del 23).

    Oggetto: Questione Congolese.

    Mio 735(2).

    Seduta odierna come prevedevamo ieri ha in realtà registrato tre tentativi di aggiornamento o sospensione seduta centrati essenzialmente su incidenti Leopoldville denunciati da sovietici, Guinea e altri come indicazione perseguimento finalità antisocietarie Kasavubu. Tutti e tre tentativi sono stati respinti con soddisfacente maggioranza 14, 15 voti. Altro elemento di cui guineano ha tentato servirsi è comunicazione Kasavubu a Segretario Generale in cui egli ripeterebbe avversione a visita commissione conciliazione facendo anche presente non poter garantire sicurezza membri. Contenuto lettera sarà discusso stasera da membri Commissione. Indubbiamente votazione odierna pone in primo piano tra sviluppi immediati questione commissione conciliazione che in circostanze attuali avrà certo ancora maggiori difficoltà a partire, o altro metodo alternativo di conciliazione quale proposto summit Capi africani. Su tutto cisi potrà avere qualche elemento solo in prosieguo tempo. Per intanto è da prevedersi che Delegazione congolese avrà da affrontare difficoltà coesistenza in seno a Assemblea (sarebbe questo comunque elemento su cui Hammarskjoeld aveva basato sue preoccupazioni giorni fa nel parlarmi problema accreditamento). È certo comunque che sfruttamento buon esito odierno sarà di notevole importanza per Occidente ed è per questo che abbiamo rinnovato passi di cui al mio 733(3) per continuazione collaborazione tra occidentali per opportuno coordinamento nei riguardi Congo ai fini avvenire. Vari schieramenti in votazione oggi meritano accurata analisi anche ai fini avvenire che farcon comunicazione per corriere.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 446. 3 Vedi D. 444.

    448

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    Telespr. 3184/2084. New York, 23 novembre 1960.

    Oggetto: XV Assemblea delle Nazioni Unite. Progetto di Convenzione sui diritti dell’uomo (civili e politici).

    La III Commissione ha concluso il 19/11/1960, dopo avervi dedicato 18 sedute, il punto n. 34 dell’ordine del giorno relativo al progetto di Convenzione sui diritti dell’uomo (civili e politici)(2). Nel corso di tali sedute sono stati approvati gli articoli 15, 16, 17 e 18 del progetto stesso.

    Originariamente erano state previste, come noto, n. 28 sedute per la discussione di tale item; considerato tuttavia che l’art. 19 del progetto sancisce il principio della libertà di opinione e di espressione, si è ritenuto – dalla maggioranza dei Paesi rappresentati alla terza Commissione – che sarebbe stato piutile esaminare in via preliminare la Convenzione sulla libertà di informazione (punto n. 35 dell’ordine del giorno), e poi ritornare, ove il tempo lo consente, allo studio dell’art. 19 del progetto di cui si tratta.

    La discussione si è svolta quest’anno in un clima pisereno che non per il passato. Civa attribuito a tre ordini di motivi:

    1) all’atteggiamento meno polemico delle delegazioni afro-asiatiche;

    2) alla linea di difesa del testo suggerito dalla Commissione dei diritti dell’uomo adottata dal gruppo sovietico, il quale si è dimostrato particolarmente combattivo solo circa l’art 15;

    3) alla tendenza del gruppo occidentale di non spingere mai troppo a fondo le discussioni circa gli emendamenti e quindi, in definitiva, a convergere sulla adozione del testo originario del progetto di Convenzione.

    I lavori della Commissione hanno avuto inizio, come si è detto, dall’esame dell’art. 15. Tale articolo stabilisce al suo primo paragrafo il principio «nullum crimen sine lege» temperandolo tuttavia al secondo comma in cui si ammette la punibilità di atti considerati criminali dai principi generali di diritto riconosciuti dalla Comunità delle Nazioni.

    Su questo punto si è svolto un ampio dibattito, originato principalmente dalla presentazione di un emendamento argentino che tendeva alla totale abolizione del paragrafo in questione. Ciha suscitato una speculazione propagandistica da parte sovietica e dei satelliti, i cui delegati, riferendosi alla triste esperienza della seconda guerra mondiale, ed in particolare alla validità dei giudizi espressi dai tribunali di Tokyo e di Norimberga, hanno insistito sulla necessità di riconoscere legittima la punizione dei criminali di guerra.

    La nostra Delegazione, oltre a porre in rilievo le varie possibilità di rendere il testo dell’articolo in questione piesatto, ha sostenuto la proposta avanzata dalla Delegazione argentina. Va tuttavia osservato che motivi addotti nel corso dei nostri interventi, specie in sede di dichiarazione di voto, sono stati fondati su argomentazioni di carattere giuridico, accompagnate dal rilievo che l’impostazione politica snaturava il problema e conduceva ad un testo tecnicamente inadeguato.

    La proposta di emendamento argentino non ha perraccolto un sufficiente numero di voti, anche in quanto gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna, già membri del tribunale di Norimberga hanno sostenuto il testo originario dell’articolo.

    La votazione dell’art. 15 ha pertanto dato i seguenti risultati: I° paragrafo: approvato con 56 voti a favore, nessun voto contrario, 24 astensioni (tra cui l’Italia); II° paragrafo: 53 voti a favore, quattro contrari (Argentina, Giappone, Libano, Brasile), 22 astensioni (tra cui l’Italia);

    Art. 15 nel suo complesso: 56 voti a favore, nessun contrario, 23 astensioni (tra cui l’Italia).

    I motivi dell’atteggiamento italiano sono spiegati nella dichiarazione di voto che si allega(3).

    La Commissione è quindi passata all’esame dell’art. 16, relativo al diritto di ciascun individuo di essere riconosciuto come soggetto dalla legge di ogni Paese. Su tale articolo non vi è stato un dibattito degno di rilievo essendo stato adottato alla quasi unanimità il testo del progetto proposto dalla Commissione dei diritti dell’uomo. In particolare si sono avuti 74 voti a favore (tra cui l’Italia), nessun voto contrario, un’astensione (Unione del Sudafrica). Da parte della nostra Delegazione si è solo tenuto a precisare che l’art. 16 non puessere interpretato, secondo la legislazione italiana, come attinente anche alla capacità di agire.

    ***

    Discussione piampia si è avuta viceversa nel corso dell’esame del successivo art. 17, il quale vieta ogni interferenza arbitraria o illegittima nella vita privata, domicilio, o corrispondenza degli individui nonché ogni illecito attacco all’onore ed alla reputazione. Il dibattito su tale articolo si è svolto su di un terreno prevalentemente giuridico, nell’intento di migliorarne il testo dal punto di vista tecnico. Dei vari emendamenti proposti solo uno, presentato dall’India (aggiunta della parola «family» al primo paragrafo) ha avuto esito positivo essendo stato adottato con votazione unanime. Il testo dell’articolo, così emendato, ha avuto la seguente votazione:

    I° paragrafo: 69 voti a favore (tra cui l’Italia), 5 astensioni, nessun voto contrario;

    II° paragrafo: 69 voti a favore, nessun voto contrario, 4 astensioni;

    Art. 17 nel suo complesso: 70 voti a favore (tra cui l’Italia), nessun voto contrario, 3 astensioni.

    Anche su tale articolo è da registrare un intervento della nostra Delegazione, intervento diretto a contribuire ad una migliore redazione, e comunque ad una corretta interpretazione, del testo dell’articolo. La Delegazione italiana ha chiarito altresì in detto intervento i motivi della sua solidarietà con una proposta di emendamento della Danimarca e dei Paesi Bassi, proposta che, pur avendo raccolto un rilevante numero di voti, non è stata in definitiva adottata.

    ***

    La Commissione è quindi passata all’esame dell’art. 18 relativo alla libertà di pensiero, coscienza e religione. Hanno presentato emendamenti le Delegazioni dell’Arabia Saudita, Brasile e Filippine e Grecia. I primi due di tali emendamenti si riferivano al problema di cambiamento di religione, avendo parecchie delegazioni di Stati arabi manifestato riluttanza di fronte ad una esplicita ammissione della libertà di mutare religione. In tal senso l’emendamento brasiliano e filippino (Doc. A/C.3/L.877) ha rappresentato una proposta di compromesso e ha consentito di realizzare tale compromesso specie dopo un’ulteriore modifica suggerita dal delegato della Gran Bretagna. La formula conclusiva sul punto è riuscita quindi pisfumata ma è egualmente soddisfacente (si parla di libertà di «avere o adottare» una religione).

    Quanto all’emendamento greco (che tendeva a inserire un riconoscimento della libertà dei genitori di curare l’educazione religiosa dei figli) esso è stato approvato di stretta misura (30 voti a favore, tra cui l’Italia, 17 contrari, 27 astensioni). Per il resto l’articolo è stato approvato ad unanimità.

    La nostra Delegazione è intervenuta nel dibattito per chiarire il valore del principio della libertà religiosa e la sua posizione sugli emendamenti proposti.


    1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. III Commissione.


    2 L’elenco dei documenti discussi è in calce alla prima pagina ed è il seguente: Doc. A/C.3/L.877, A/C.3/L.875. L’argomento fu trattato nelle sedute dal 31 ottobre al 18 novembre, con una breve appendice il giorno 21: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Third Committee, 1007th-1028th Meetings, 31 October-21 November 1960, pp.129-231.


    3 Dichiarazioni rese durante le sedute 1008 e 1013, rispettivamente del 1° e 4 novembre: vedi sopra, nota 2.

    449

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 42543/738. New York, 24 novembre 1960, ore 6,50 (perv. ore 7).

    Oggetto: Questione disarmo.

    Mio 722(2).

    In riunione Cinque occidentali è stata esaminata situazione dibattito disarmo praticamente arenato per mancanza iniziative da qualsiasi parte. Altri argomenti ordine giorno primo comitato lasciano ormai pochissime sedute disarmo prima 5 dicembre, data in cui inizierà Algeria.

    È stato deciso che sabato prossimo [il 26] da parte occidentale da un lato si riferirà sulla Conferenza esperimenti nucleari e dall’altro si chiuderà definitivamente la porta al compromesso indiano, facendo tuttavia discreti accenni Commissione disarmo quale sede adatta esaminare questioni in sospeso. Tale soluzione procedurale dovrebbe essere suggerita ad un gruppo non impegnati che la proporrebbero ufficialmente nella settimana prossima.

    È stato concordato che mentre sarebbe augurabile trasmettere tutte le risoluzioni relative disarmo a Commissione disarmo, potremmo peraltro accettare porre in votazione risoluzione irlandese (diffusione armi atomiche) e quella indiana e svedese (sospensione esperimenti nucleari) per le quali cinque occidentali si asterrebbero.

    È verosimile tuttavia che sovietici respingeranno soluzione centrata su trasmissione a Commissione disarmo. Nostri alleati pensano che tale gesto non sarebbe bene accolto maggioranza Comitato che sarebbe forse in tal modo indotta ripensamenti circa opportunità dar seguito richiesta URSS convocazione Assemblea speciale che non potrà non essere in qualche modo nuovamente avanzata.

    Aggiornamento de facto questione disarmo a data da fissarsi per ripresa lavori presente sessione anno nuovo non incontra favore americani e britannici che sono di opinione che è opportuno tentare in tutti i modi evitare nuovo dibattito su questioni fondo disarmo in Assemblea ONU sia ordinaria o speciale.

    Non è escluso che dietro richiesta alleati si debba da parte nostra fare breve dichiarazione qualche prossima seduta insieme con loro(3).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato. 3 Per il seguito vedi D. 460.

    450

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 42628/740. New York, 24 novembre 1960, ore 20,35 (perv. ore 20,45).

    Oggetto: ONU: Discussione cessazione colonialismo.

    Mio 674(2).

    Discussione cessazione colonialismo avrà inizio domani. Potendo presentarsi opportunità che anche dietro preghiera alcuni colleghi occidentali Delegazione italiana abbia prendere parola su tale tema mi proporrei eventualmente tenermi sopratutto contatto con inglesi in proposito tanto piconoscendo loro particolari preoccupazioni per tale discussione di cui fa anche fede telespresso ministeriale 23/01519 del 14 corrente(2). In ogni caso ciche mi sembrerebbe opportuno fosse messo evidenza è posizione particolare Italia cui rapporti con territori già amministrati possono considerarsi esemplari come anche testimoniato varie dichiarazioni stessi Paesi interessati. Sembrerebbemi poi opportuno non tanto insistere su argomenti generici relativi aiuti Paesi sottosviluppati dato che sono ormai da tutti sempre troppo sottolineati quanto ricordare Assemblea alcuni principali contributi italiani campo economico e assistenza tecnica a Paesi sopratutto africani quale segno interesse e apporto Italia a loro benessere. Mi riferisco a esempio nostri lavori diga Kariba opera Italconsult Egitto e altrove iniziative ENI in Nord Africa. A scopo perpoter opportunamente documentare tale nostra esposizione sarei molto grato farmi pervenire telegraficamente con corriere urgente possibilmente non pitardi lunedì dati completi e aggiornati su tali nostre attività e ogni utile documentazione opera italiana Africa. Scopo tale impostazione sarebbe comunque quello differenziarci altri Paesi europei cosidetti colonialisti pur senza porci antitesi con essi allo stesso tempo precisando nostra funzione e nostra collaborazione con nuovi Paesi africani. Sempre circa tale discussione faccio anche presente che vari rappresentanti «Europa libera» e cioè esuli Paesi comunistizzati hanno svolto attiva campagna presso Rappresentanti occidentali e si sono anche presentati a me perché in nostri interventi si facciano adeguati riferimenti a «colonialismo sovietico» su loro Paesi. Poiché peraltro afroasiatici sembrano desiderosi sottrarre argomento da quadro guerra fredda mi riprometterei salvo contrarie istruzioni fare se mai solo qualche breve e discreto accenno a tale aspetto questione in armonia anche con quanto faranno altri rappresentanti occidentali(3).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato. 3 Per il seguito vedi D. 457.

    451

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto urgente 42804/745. New York, 26 novembre 1960 (perv. ore 10).

    Oggetto: Questione Congo.

    Mio 733(2). Abbiamo avuto riunione occidentali esame vari problemi Congo di cui telegramma citato.

    Riunione palesatasi molto utile perché alcuni partecipanti avevano avuto colloqui con Kasavubu e Hammarskjoeld negli ultimi giorni. Mentre riservomi riferire dettaglio per corriere mi pare che posizioni vari elementi in causa possano così definirsi:

    1) Kasavubu è stato esortato specie da anglo-americani cercare costituire, puntando su rafforzamento derivante da suo recente successo, autorità civile de facto su pilarga base nazionale e di operare con Mobutu e militari in modo impedire nuove violenze e manifestazioni anti ONU. Kasavubu è apparso intenzionato tal senso: si proporrebbe comunque come primo passo cercare convocare tavola rotonda con personalità centrali e provinciali Congo (su partecipazione Lumumba non si è pronunciato in modo definitivo: se mai Lumumba parteciperebbe non come Capo Governo ma come semplice deputato ed autorità provinciale). Kasavubu continuerebbe inoltre per integrare tale sua politica ad accarezzare idea summit personalità Stati africani. Quanto commissione conciliazione non la favorirebbe almeno se composizione non sarà mutata.

    2) Hammarskjoeld dopo successo Kasavubu è apparso pivicino ormai a posizioni Presidente Congo incline rafforzarne autorità e ricettivo idea costituzione autorità governativa de facto su pilarga base nazionale. Hammarskjoeld è stato comunque ieri esortato da inglesi ed americani in separati colloqui guardare attentamente ad atteggiamento suoi Rappresentanti in Congo in vista anche stabilimento migliore collaborazione tra Kasavubu, autorità da esso dipendenti e forza N.U.

    3) Belgi in riunione oggi stati vivamente esortati da americani stabilire migliore cooperazione con N.U. In risposta Ambasciatore Loridan messoci corrente suo colloquio soddisfacente con Hammarskjoeld in cui questi, pur non esaminando problema collaborazione in linea principio, era parso riconoscere ora importanza presenza belgi e accettare discutere con belgi questioni specifiche sorgenti in relazione attività singoli funzionari ed esperti belgi in Congo. Gli era stato suggerito da Loridan stabilire liaison belga presso uffici N.U. Leopoldville non potendo ancora parlarsi ricostituzione Ambasciata belga là, ma su ciHammarskjoeld era parso reticente. Comunque anche ad Hammarskjoeld inglesi ed americani avevano parlato esortando a stabilimento piconcreta cooperazione con belgi se non altro con scambio intanto reciproche informazioni.

    4) Da parte mia attirato attenzione colleghi su importanza correlazione tra tavola rotonda summit africano e commissione conciliazione ove si continuasse insistere da parte Paesi membri per partenza quest’ultima. Parsogli intravvedere che in prima fase Kasavubu cercherà convocare tavola rotonda pur favorendo contemporaneamente summit da convocarsi relazione o subito dopo tavola rotonda stessa.

    Commissione conciliazione soprattutto se adeguatamente composta potrebbe tenersi riserva per opera buoni uffici e per dare sanzione internazionale eventuali sviluppi in Congo.

    5) Ho anche informato colleghi miei recenti colloqui occasionali Rappresentanti Sudan ed India da cui era emersa viva loro preoccupazione che Ghana, Guinea, Mali ritirassero definitivamente loro contingenti obbligando anche essi a rivedere su piano politico loro partecipazione e compromettendone così attività ONU. Si è ravvisato tra l’altro che malgrado interesse da punto vista finanziario favorire diminuzione quadri ONU sia molto difficile iniziare presto tale diminuzione dato che ordine e sicurezza in varie località sono ancora precarie.

    6) Abbiamo deciso che nostro gruppo occidentali possa considerarsi costituito con una certa permanenza per esame sviluppi questione Congo ed altre: ma su ciriferiranche per corriere.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 444.

    452

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 42806/746. New York, 26 novembre 1960, ore 4,20 (perv. ore 10,10).

    Oggetto: Problema provincia orientale Congo.

    Telegramma di V.E. n. 24438/c.2.

    In riunione occidentali su cui riferisco mio 745(3) si è accennato problema provincia orientale Congo.

    Intervenuti hanno ravvisato costituire essa roccaforte Lumumba e americani anche essi dichiarato aver avuto informazioni che Lumumba potrebbe cercare trasferirsi detta provincia costituendovi Stato secessionistico autonomo sotto suo Governo e con assistenza esterna di fonti ben immaginabili. Americano aggiunto aver chiesto Hammarskjoeld vigilare attentamente su problema suggerendo anzi rinforzare contingenti

    N.U. sul posto.

    Hammarskjoeld dato impressione non aver ancora considerato gravità tale problema per cui americano aveva ancora insistito con lui richiedendo che N.U. prendessero opportune iniziative.

    Siamo rimasti intesa cercare ognuno di noi singolarmente cogliere ogni opportuna occasione attirare attenzione Hammarskjoeld su tale problema.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


    2 Del 22 novembre, indirizzato alle Ambasciate ad Addis Abeba, Khartoum, Il Cairo e alla Rappresentanza presso l’ONU a New York. In esso il Ministro Segni comunicava che «è corsa qui voce notizia che Lumumba tenterebbe di insediarsi nella provincia orientale del Congo mediante aiuto Stati viciniori. Mentre codesta Ambasciata vorrà effettuare ogni opportuno controllo circa la suddetta voce, V.E., nell’eventualità che tale voce risultasse confermata, vorrà far presente a codesto Governo che l’Italia considera un tale passo di Lumumba dannoso per la pace in Africa» (ibidem).


    3 Vedi D. 451.

    453

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 42929-42930/748-749. New York, 26 novembre 1960, ore 22,30 (perv. ore 8,55 del 27)(2).

    Oggetto: Risoluzione su questione Mauritania.

    748. Dai contatti tra ieri e stamane era apparso confermato che progetto risoluzione su questione Mauritania presentato ieri e favorito da Marocco non aveva serie possibilità successo e così pure emendamento afgano. Solo sovietici ed arabi (meno Tunisia) erano pronti a votarli pipochi asiatici neutralisti e qualche transfuga altri settori geografici tipo Cuba, Guinea, Irlanda. In tali condizioni India si è andata adoperando per attenuazione testo proponendo sostituire a «raccomandazione parti interessate procedere negoziati» semplice espressione «speranza che parti interessate raggiungano soluzione sulla base diritto autodecisione»; ma anche tale testo era inaccettabile a Paesi Africa francese, a Francia e a occidentali, ed India non insisteva. Peraltro suo testo veniva ripreso da Iraq ed è appunto su tale emendamento che si è votato; emendamento è stato respinto con 31 voti a favore (8 arabi, 9 sovietici, Jugoslavia, Cuba, Guinea, 6 asiatici, neutralisti, latino americani, nonché Austria, Irlanda e Cipro) 39 contrari (occidentali in blocco salvo Olanda e Grecia astenutisi 11 africani 8 latino americani) e 25 astensioni: 4 Paesi tra cui Somalia assenti. Dopo questa votazione presentatori progetto risoluzione (Indonesia Giordania Libia) accedevano appello India non insistere voto loro testo cui sicuro respingimento non avrebbe fatto che inasprire animi, pertanto dibattito in Commissione si chiude, come era nei voti Francia, senza alcuna risoluzione.

    Dibattito e voto sono stati decisivamente influenzati da atteggiamento Paesi Africa francese i quali hanno vigorosamente sostenuto principio che non potesse assolutamente ritardarsi o comunque condizionarsi indipendenza nuovo Stato africano. E sono risultati evidenti alcuni delicati aspetti relativi ai rapporti tra Arabi e Africa nera.

    (Continua col numero di protocollo successivo).

    749. Dal canto nostro: in linea con atteggiamento Stati Uniti e altri occidentali (a parte Inghilterra che ha pronunziato breve dichiarazione di voto) e presentendo francesi, non siamo intervenuti nel dibattito. Nei nostri contatti abbiamo per quanto possibile cercato favorire tendenza evitare voto; posizione questa gradita Francia e che di fronte manifesta impossibilità per Marocco ottenere dalla Commissione un qualsiasi testo accettabile, in fondo è venuta profilando anche per Marocco soluzione meno spiacevole.

    Questi due aspetti del nostro atteggiamento abbiamo, assieme altre opportune considerazioni, sottolineato a marocchini quando ci hanno avvicinato per farci presente attesa che Italia desse prova suoi sentimenti amicizia per Marocco.

    Delegazione marocchina mostrasi assai delusa e irritata per lo scacco che dimostra voler attribuire, anziché a insostenibilità sua tesi in ambiente societario, ed(3) avversione occidentale e a manovre Francia della quale Paesi Africa francese sarebbero ancora succubi. Comunque è da tener presente anche a fini avvenire importanza che va gradualmente dimostrando in ambiente societario, non fosse che per sua forza numerica e abilità alcuni suoi esponenti, tale gruppo afro-francesi(4).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


    2 La prima parte del presente documento (T. 42929/748), partita il 26 novembre alle ore 22,30, pervenne il giorno seguente alle ore 8,55; la seconda parte del presente documento (T. 42930/749), reca le medesime ore di partenza e arrivo, il 27 novembre alle ore 8,45.


    3 Recte: ad.


    4 Per il seguito vedi D. 461.

    454

    IL CAPO DELLA DELEGAZIONE PRESSO L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, MARTINO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 43219/7552. New York, 30 novembre 1960, ore 2 (perv. ore 8,20).

    Oggetto: Spese operazioni N.U. in Congo.

    Mio telespresso 1971 del 7 corrente(3). Trascrivo seguente telegramma firma Martino.

    Iniziato oggi dibattito pagamento spese 1960 per operazioni N.U. Congo valutate 60 milioni dollari. SUA a condizione esse siano incluse in bilancio ordinario come spese suppletive medesimo, disposti

    a)- rinunciare rimborso spese trasporto aereo iniziale forze N.U. ammontanti oltre 10 milioni dollari, il che riduce a meno di 50 milioni totale da sopportare dalle N.U.; b)- effettuare oltre loro quota versamento supplementare di 3 e mezzo o 4 milioni dollari da impiegarsi per ridurre sino a 50 per cento quote Paesi aventi minori capacità pagamento.

    Delegato URSS dopo lunghe argomentazioni tendenti dimostrare illegalità azione N.U. Congo concluso che spese sostenute non debbono essere incluse bilancio ordinario che URSS non intende contribuirvi e che esse debbono andare carico soprattutto Belgio quale responsabile aggressione Congo nonché SUA e altri Paesi occidentali a cui favore si è svolta unilateralmente azione Hammarskjoeld. Prego autorizzarci appoggiare proposte spese ONU entro bilancio ordinario nell’ammontare pipossibile ridotto. Prego indicarci anche se potremmo far presente che varie Amministrazioni italiane hanno generosamente fornito occasione primo trasporto truppe N.U. notevoli prestazioni servizi e materiali cui rimborso non hanno pensato chiedere e che ciequivale rilevante contributo italiano valutabile in quell’ammontare che codesto Ministero vorrà eventualmente indicare anche via solo presuntiva e di larga massima(4).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


    2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


    3 Non pubblicato.


    4 Martino torna sollecitare una risposta con T. 44143/788 del 7 dicembre (sopra, nota 1). Grazzi, con T. 25581/498 del 9, rispose affermando l’opportunità di appoggiare la proposta di inserire le spese ONU per il Congo nel bilancio ordinario delle Nazioni Unite, pur non ritenendo possibile, nell’immediato, né quantificare i contributi già forniti dall’Italia per beni e servizi, né avanzare formale rinuncia al rimborso delle spese già sostenute in mancanza di un accordo delle Amministrazioni interessate (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza). Ortona, con T. 45071/830 del 16 dicembre, comunicava al Ministero quanto segue: «Commissione bilancio ha oggi risolto questionefinanziamento operazioni Congo 1960 (cui importo è ora ridotto milioni dollari 48,5 in seguito rinunzie rimborso alcuni Paesi) approvando con 45 voti a favore (fra cui nostro), 15 contrari e 25 astensioni progetto risoluzione presentato da Tunisia, Pakistan e Senegal che in sostanza afferma principio obbligatorietà concorso tutti membri, e stabilisce che contribuzioni volontarie vadano beneficio riduzioni quote Stati aventi minori capacità pagamento. Inoltre, essendo stato approvato noto paragrafo 6, malgrado voti contrari Paesi Comunità Europea (tra cui nostro come da istruzioni telegramma ministeriale 506, nonché Portogallo e Sudafrica), risoluzione invita Belgio effettuare adeguata contribuzione volontaria. Proposta polacca mirante respingere principio obbligatorietà è stata bocciata con 40 voti contrari (tra cui nostro), 27 a favore e 17 astensioni. È quindi possibile che su tale punto essenziale venga ripreso dibattito in plenaria dove potrebbero mancare due terzi occorrenti. Stati Uniti subordinano versamento loro contribuzione volontaria a riconoscimento principio obbligatorietà» (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I).

    455

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 43221/757. New York, 30 novembre 1960, ore 8 (perv. ore 8,20).

    Oggetto: Algeria.

    Mio telespresso 2083 del 23 corrente(2).

    Rappresentante francese oggi fatto dettagliata esposizione a colleghi NATO punto vista suo Governo questione algerina sopratutto per smuovere delegazioni piinclini posizioni neutraliste. Concluso dichiarando delegazione francese per irremovibile decisione De Gaulle non avrebbe partecipato dibattito e chiedendo a colleghi far opera per evitare venga messa voti qualsiasi risoluzione. In stessa riunione Bérard ha confermato conversazioni in corso in Mauritania tra Primo Ministro francese e esponenti Africa francese. In discussione si è anche rilevato che in incontro tra Primo Ministro Nigeria e Bourghiba a Tunisi verrà anche a fondo trattata questione Algeria. In colloqui separati con Bérard come anche con colleghi Inglese e Americano ho poi cercato cautamente avere conferma notizia di cui a tele 1332 Ambasciata Washington(2) circa esistenza testo risoluzione concordata tra americani e francesi. Bérard mi ha negato esistenza tale testo dichiarandomi che sue istruzioni erano nel senso scoraggiare qualsiasi risoluzione. Mi ha perammesso che egli aveva parlato del problema con americani per sondarne intenzioni in vista possibilità loro appoggio per qualche risoluzione non del tutto sfavorevole a francesi. Americani si erano espressi con lui in modo incoraggiante e in termini quali quelli da me segnalati telespresso citato. Da colloqui con inglese e americano mi è parso emergere che, anche se non vi è un vero e proprio testo, di qualche bozza embrionale o comunque di parti pidelicate eventuale risolu

    zione deve essersi parlato tra francesi e americani con particolare riferimento a ripresa negoziati e per girare ostacolo costituito da menzione «parti interessate» a tendenze interessate. Americano mi ha comunque detto che francesi non vogliono parlare di alcun testo finché consultazione con esponenti Africa ex francese non si saranno concluse in Mauritania: il che potrebbe anche significare che ad afrofrancesi Debré ha portato qualche idea in bozza previamente vista da americani. Bérard mi ha assicurato che mi terrà subito corrente quanto emergerà incontri Mauritania(3).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato. 3 Per il seguito vedi D. 456.

    456

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 43394/758. New York, 30 novembre 1960, ore 20 (perv. ore 18 del 1° dicembre).

    Oggetto: Questione algerina.

    Mio 757(2).

    Mentre riferisco anche con corriere odierno circa sviluppo problema Algeria, faccio presente che Bérard mi ha detto oggi aver ricevuto comunicazione relativa colloqui in Mauritania tra Debré ed esponenti Africa ex francese. In essi questi si sarebbero espressi in modo molto incoraggiante nel senso che si sarebbero opposti a qualsiasi evoluzione dibattito Algeria dannosa a interessi della Francia.

    Faccio anche presente che va manifestandosi in varie Delegazioni soprattutto sudamericane idea che potrebbe forse tentarsi aggiornamento dibattito su Algeria fino a ripresa Assemblea prossimo anno. Dopo averne parlato con questo Rappresentante argentino ed altri latino-americani, ne ho accennato a Bérard il quale mi ha detto non aver ancora consultato suo Governo su simile eventualità ma che, malgrado indifferenza che ufficialmente egli deve manifestare, non sarebbe in via personale alieno dal vedere con favore sviluppo del genere. Collega inglese Dean mi è parso anch’egli oggi interessato alla cosa tanto da parlarne a Rappresentanti Commonwealth britannico. Siamo in stretto contatto – con Dean – per esaminare reali possibilità simile sviluppo, che potrebbe essere facilitato da atteggiamento degli afro-francesi. Salvo contrarie istruzioni, incoraggerei possibilità soluzione del genere, sempre bene inteso rimanendo in stretto contatto con colleghi americano ed inglese ed ovviamente in pieno accordo con francese(3).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


    2 Vedi D. 455.


    3 In calce al documento è apposta una nota della Cifra: «Ricevuto con ritardo causa interruzione servizio Telex e distribuito alle ore 19». Per il seguito vedi D. 473.

    457

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 43399/759. New York, 30 novembre 1960, ore 21 (perv. ore 18,40 del 1° dicembre).

    Oggetto: ONU: discussione cessazione colonialismo.

    Testo ufficiale «dichiarazione» su abolizione colonialismo trasmesso corriere odierno con nr. 21612. Da primi sondaggi effettuati mi è risultato quanto segue:

    1) Britannici non sono ovviamente favorevoli e su vari punti risoluzione avrebbero obiezioni. Comunque essi non si pronunciano ancora su voto preferendo dichiarare non avere per ora istruzioni da Foreign Office istruzioni che stato attuale cose sarebbero da prevedersi senso votare contro. Delegazione preferirebbe naturalmente sviluppo situazione che consenta astensione.

    2) Scopo rendere testo piaccettabile si sono mosse verso afroasiatici tre delegazioni mediatrici e cioè Canadà, Norvegia e Irlanda cercando sopratutto modifiche paragrafi dispositivo 4 e 5. Secondo quanto dichiaratomi da tali rappresentanti passi finora da loro svolti verso afro-asiatici non hanno avuto alcun esito. Se mai passi stessi potranno servire da remora ad afro-asiatici per non accettare peggioramenti che probabilmente russi proporranno. Contatti continuano.

    3) Americani non si pronunciano ancora ufficialmente su testo attuale ma pur auspicando miglioramenti sembrerebbero non essere contrari votare favorevolmente.

    4) Dibattito preannunciasi monotono e tale da svolgersi anche prossima settimana essendo iscritti parlare per ora ben 60 oratori. Pudarsi che dato lasso tempo così lungo sarà infine possibile addivenire qualche mutamento che consenta punti incontro. Per ora afro-asiatici dichiarano preferire non elaborare testo per votazione unanime volendo che si individuino bene Paesi colonialisti.

    Come preannunciato dovremo prendere parola anche noi in quanto molto desiderato anche da britannici. Ci atterremo criteri segnalati mio 740(3) usando cautamente ed opportunamente dati cortesemente inviati da codesto Ministero e cercando assumere posizione pacata obiettività in argomento. Quanto a voto riservomi ulteriori comunicazioni in relazione sviluppi circa testo risoluzione(4).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato. 3 Vedi D. 450. 4 Per il seguito vedi D. 465.

    458

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    [...]2. New York, 30 novembre 1960.

    Oggetto: Collaborazione tra le Delegazioni dei Paesi occidentali e Nazioni Unite.

    Come ho avuto occasione man mano di informare, nel corso delle recenti discussioni sulla situazione congolese alle Nazioni Unite, si sono venute di fatto a stabilire continue ed intime consultazioni tra un gruppo di Delegazioni occidentali. Si è trattato di una serie di riunioni aventi carattere non formale cui, oltre a noi, hanno partecipato le seguenti Delegazioni: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Olanda, Belgio, Norvegia e Australia. I canadesi, che in un primo momento avevano partecipato alle riunioni, si sono successivamente allontanati dal gruppo, e cisembra da mettere in relazione col peculiare atteggiamento assunto negli ultimi tempi dal Canada alle Nazioni Unite e che ha portato quella Delegazione verso atteggiamenti di tono piuttosto neutrale, direi pivicini – ad esempio – a quelli della Svezia che a quelli dei Paesi atlantici. Comunque di questi particolari aspetti interessanti il Canada avroccasione di occuparmi a parte.

    Le predette riunioni tra le otto Delegazioni di cui sopra che si erano iniziate a titolo, direi, sperimentale, in seguito ad una iniziativa presa da questa Rappresentanza insieme con quella britannica sono ora venute a stabilirsi con una certa regolarità. Data la indubbia autorità che le consultazioni hanno avuto nel corso della recente discussione sul Congo, – utilità che è stata da tutte le Delegazioni riconosciuta – si è pensato di estendere le consultazioni tra i medesimi Paesi anche agli altri problemi di maggiore interesse politico che andranno mano a mano presentandosi, in maniera da poter presentare un fronte comune in una situazione societaria in cui l’azione dei blocchi va facendosi sempre piintensa ed evidente e che appare sempre pipericolosa per l’Occidente posto ormai in posizione pressoché minoritaria. Si è comunque convenuto di mantenere riservato e su base puramente di fatto il sistema di consultazione di cui sopra ed è anche sembrato conveniente non tenere le riunioni nella sede stessa delle Nazioni Unite, ma di ritrovarsi di volta in volta nella sede di una delle Rappresentanze interessate. Perché il gruppo è formato in massima parte di Paesi membri della NATO ed è nota la riluttanza di alcune Delegazioni soprattutto di quella americana a favorire riunioni che possano essere considerate emanazioni di tale organizzazione, si è cercato in tal modo di consentire al gruppo stesso quella flessibilità, non ufficialità, e libertà di azione, soprattutto nei confronti della stampa, che appaiono particolarmente convenienti nelle circostanze attuali.

    Il gruppo di cui sopra presenta comunque, rispetto al cosiddetto gruppo europeo occidentale, che così di rado si riunisce, il vantaggio della partecipazione degli Stati Uniti oltre che dell’Australia, ma soprattutto esso è costituito da Paesi aventi assai notevole omogeneità, cosa che certamente non pudirsi del ricordato gruppo dei Paesi europei occidentali, di cui fanno parte, ad esempio Paesi come la Jugoslavia, la Svezia, l’Irlanda e così via.

    Nel prendere la decisione di rendere con una certa frequenza le nostre riunioni si è anche discusso se non fosse il caso di associare a noi qualche Paese di altro gruppo che presentasse le stesse caratteristiche di omogeneità e si era pensato eventualmente ad un latino-americano, quale ad esempio l’Argentina, e ad un afro-asiatico, quale avrebbe potuto essere il Giappone. Si è tuttavia deciso di evitare allargamenti del genere, anche per poter dar maggiore franchezza e minore formalità alle nostre discussioni. Si è convenuto inoltre che, una volta decisa tra di noi una linea di azione, non sarebbe stato difficile diffonderla e fare in modo che i Paesi di altri gruppi a noi maggiormente affini abbiano a regolarsi in maniera a noi parallela. Così, ad esempio, si è pensato che noi potremmo continuare ad essere un’efficace collegamento con Delegazioni latino-americane ed è anche per mantenere una certa importanza e preminenza a tali nostri contatti che abbiamo anche noi sconsigliato allargamenti nel senso predetto.


    1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 36, fasc. Italia-ONU, II semestre 1960.


    2 Originale non rinvenuto. Si pubblica il testo ritrasmesso con Telespr. 23/01650, del 14 dicembre 1960, dal Servizio Nazioni Unite alle Ambasciate e Rappresentanze, ai Consolati Generali ad Alessandria, Hong Kong, Istanbul, Singapore, Tangeri, alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi, alla Delegazione Permanente presso il Centro Europeo delle N.U. a Ginevra, e, per conoscenza, alla Rappresentanza presso l’ONU a New York, e alla Segreteria 10/AM, al Servizio NATO, al Gruppo Disarmo, agli Uffici CEUR, I, II, III, IV, V, VI, VII della Direzione Generale degli Affari Politici, alla Direzione Generale degli Affari Economici, al Servizio Stampa, alla Direzione Generale dell’Emigrazione e al Servizio Studi.

    459

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 43464/764. New York, 1° dicembre 1960, ore 20 (perv. ore 8 del 2).

    Oggetto: Questione congolese.

    In consueta riunione gruppo occidentale Loridan informatoci sue conversazioni con Hammarskjoeld particolarmente centrate su questione nomina agente speciale belga a Leopoldville nella persona Ambasciatore Van den Bosch. Posizione Belgio è che tale nomina sarebbe parte azione distensiva tra Rappresentanza N.U. e elementi Belgio che operano in Congo. Essa dovrebbe essere altresì inquadrata in accordo puramente di fatto tendente evitare in pratica frizioni tra N.U. e belgi lasciando parte spinosi problemi formali e non intaccando carattere bilaterale assistenza belga. Hammarskjoeld che primo momento era parso esprimersi con favore aveva poi invece precisato che in momento presente sembravagli perdifficile andare oltre «cooperazione passiva» tra N.U. e belgi residenti o tornati colà e impiegati da autorità Congo. Hammarskjoeld riteneva che arrivo Van den Bosch Leopoldville avrebbe sfavorevole pubblicità aggravando situazione senza che peraltro agente speciale belga trovisi in grado operare efficacemente. Hammarskjoeld proponeva riesaminare problema quando Loridan avesse parlato Capo Amministrazione civile N.U. in Congo Linnert che dovrebbe tra poco venire New York. Sia inglesi che americani e sottoscritto ci siamo limitati raccomandare Loridan che tuttavia un qualche coordinamento tra N.U. e belgi venga trovato al pipresto per evitare nuovi rapporti con accenni sfavorevoli Belgio. In particolare ho chiesto se non sarebbe possibile almeno per quegli esperti finanziati in parte da Governo belga procedere periodiche notifiche dopo loro partenza a titolo informativo. Americani citato esempi contrasti tra esperti belgi e N.U. per marcare necessità qualche intesa. Inglesi suggerito si cerchi ottenere da Kasavubu normali notifiche del genere. A tutti tali accenni Loridan documentato difficoltà pratiche rilevando che comunque è Belgio stesso che finora cercato coordinamento. Circa fuga Lumumba da Leopoldville, secondo informazioni Loridan con destinazione Stanleyville Sir Patrick Dean ci ha riferito che in conversazione avuta stamane con Segretario Generale Hammarskjoeld aveva marcato preoccupazione che Lumumba formi con suoi esponenti Governo secessionista a Stanleyville che venendo riconosciuto almeno da alcuni Stati anche africani creerebbe pericolosa crisi in situazione interna e internazionale del Congo. Parte mia attirato attenzione su voci correnti secondo cui Krishna Menon sarebbe procinto tornare intenzione riaprire questione Congo in Assemblea con particolare riguardo a necessità disarmo esercito congolese, accenno d’altra parte fattomi anche da Ambasciatore indiano. In tale argomento Dean ci ha detto che sempre in suo colloquio stamani Hammarskjoeld affermato non intendere in alcun modo ordinare disarmo esercito congolese e non averne alcun modo autorità2.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Per il seguito vedi D. 463.

    460

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 43597/769. New York, 2 dicembre 1960, ore 20 (perv. ore 2,20 del 3).

    Oggetto: Questione disarmo.

    Ministeriale 4422.

    Norvegesi fanno qui circolare voce che Spaak di recente sarebbesi espresso senso favorevole risoluzione irlandese contro diffusione segreti e armi nucleari. Ciindurrebbe non solo Norvegia ma anche Danimarca Islanda forse Canadà a votare a favore predetta risoluzione essendo venuta meno decisione NATO astensione. Ormsby Gore ci ha detto che se ciavvenisse anche Regno Unito seguirebbe esempio scandinavo. Astensione era stata concordata per ragioni univocità atlantica ma Londra ciononostante è rimasta sempre convinta errore occidentale porsi in minoranza anche nei confronti risoluzione irlandese che fra le risoluzioni declaratorie presentate Prima Commissione è quella che insieme alla svedese su sospensione esperimenti nucleari contiene maggiori garanzie tecniche. Onorevole Martino è d’avviso che a Italia convenga per quanto possibile pur non venendo meno elementi essenziali posizione occidentale e sicurezza e disarmo, non contrastare risoluzioni che rispecchiano legittime aspirazioni non impegnati afroasiatici allontanare pericolo atomico. In dichiarazione voto potrebbesi peraltro sottolineare che risoluzione è raccomandazione e non impegno che potrà sostanziarsi solo a seguito accordi precisi cautelati tecnicamente nel quadro disarmo generale e completo. Americani stanno in consultazione con Washington per fissare definitivamente loro posizione. Salvo istruzioni contrarie propendesi con On. Martino allinearci voto britannico(3).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 438, nota 4. 3 Per il seguito vedi D. 469.

    461

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 43764/770. New York, 4 dicembre 1960, ore 3 (perv. ore 3,30).

    Oggetto: Ammissione Mauritania alle Nazioni Unite.

    Mio telespresso 21422.

    In consultazioni svoltesi ultimi due giorni a seguito dibattito in Commissione Politica su Mauritania è apparso chiaro come marocchini cercassero rinviare il pipossibile riunione Consiglio Sicurezza per ammissione nuovo Stato onde ritardare tempi tale nuovo riconoscimento in suo favore. D’altro canto russi sono apparsi prestarsi a tali intenzioni marocchine cercando procrastinare massima riunione Consiglio di cui presidente di turno per mese dicembre è rappresentante permanente sovietico Zorin. Marocchini avevano stamane svolto insistenze anche con noi scopo predetto e a loro ci eravamo limitati rispondere evasivamente e senza prendere alcun impegno. Poiché in definitiva maggioranza membri Consiglio ha poi assunto atteggiamento sfavorevole a rinvio Zorin fissato stamane riunione Consiglio stesso per stasera in seduta notturna. Egli ha poi oggi intrattenuto ambasciatore Francia lasciandogli intendere che URSS potrebbe non ostacolare ammissione Mauritania purché Consiglio Sicurezza decidesse anche ingresso Mongolia esterna. Bérard nettamente rifiutato proposta e Zorin allora accennato suo veto per ammissione Mauritania. Si è quindi introdotta in un quadro che sembrava relativamente semplice almeno confronti responsabilità Consiglio Sicurezza nuovo elemento che potrà condurre a dibattito di una certa asprezza. Colleghi occidentali sono naturalmente interessati procedere a voto favorevole ammissione Mauritania e a non prestarsi manovre dilatorie. È anche chiaro che tortuosa proposta Zorin ci metterà in miglior posizione per spiegare a marocchini nostro atteggiamento favore detta ammissione ora che loro istanze sono state in modo sia pure indiretto così fortemente appoggiate da URSS(3).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


    2 Telespr. 3342/2142 del 30 novembre col quale Ortona comunicava che la questione dell’ammissione della Mauritania alle N.U. sarebbe stata discussa nei giorni successivi in Consiglio di Sicurezza e, presumibilmente, poi anche in Assemblea Generale (DGAP, Uff. VII, 1960-1962, b. 40, fasc. Mauritania, 1960).


    3 Per il seguito vedi D. 462.

    462

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 43779-43778/771-772. New York, 4 dicembre 1960, ore 4,30 (perv. ore 13)(2).

    Oggetto: Ammissione Mauritania alle Nazioni Unite.

    771. Mio 770(3). Esame da parte Consiglio Sicurezza ammissione Mauritania(4) iniziatosi con lunga discussione procedurale, avendo Zorin senza dare alcun preavviso a membri Consiglio stesso, non solo iscritto in agenda provvisoria anche questione Mongolia esterna, ma pure tentato ottenere che tale questione fosse discussa con priorità. In dibattito procedurale relativo abbiamo preso la parola con Francia Stati Uniti Argentina per criticare e opporci tale insolito modo procedere. Da parte mia in particolare ho richiamato regole di procedura che prevedono che notizia ufficiale argomenti da discutersi sia data con debito anticipo, nonché prassi previe consultazioni tra Presidente e altri membri Consiglio su argomenti in Agenda, il che – ho ricordato – era quanto avevo fatto con ogni Delegazione ivi inclusa quella sovietica durante periodi mia presidenza. In voto procedurale proposte sovietiche per priorità e per iscrizione in Agenda questione Mongolia esterna sono state respinte da Consiglio esprimendosi a favore della prima solo URSS e Polonia e della seconda due sovietici, Ceylon e Tunisia, nella seconda votazione Argentina e Ecuador si astenevano.

    Su raccomandazione ammissione Mauritania proposta da Francia e Tunisia hanno parlato tutti membri esprimendo approvazione ad eccezione delegato Ceylon che ha dichiarato esservi conflitto tra discussione in Consiglio e quella in corso in Assemblea a seguito iniziativa Marocco, nonché delegato sovietico e polacco che hanno anche deplorato discriminazione a danno Mongolia esterna.

    In mio intervento ho:

    1) Ricordato innanzi tutto che collegamento problema Mauritania e Mongolia esterna ricordava patteggiamenti politici di non lontana memoria di cui aveva dovuto soffrire anche Italia;

    2) Rilevato apporto ad ONU già dato da Paesi africani di recente ammessi;

    3) Fatto presente che con Marocco «Italia condivide benefici tradizione Mediterranea e intrattiene picordiali rapporti culturali politici economici, questi ultimi di recente anche confermati a varie riprese»;

    4) Precisato che, cinon di meno, Delegazione Italiana non poteva non rilevare che problema proposto da Marocco nei confronti Mauritania non rientrava in questa discussione avendo Mauritania raggiunto sua indipendenza;

    5) Elogiato Francia per sua opera in Mauritania;

    6) Concluso che negare ammissione a Nazioni Unite avrebbe significato negare realtà dell’indipendenza e sovranità del nuovo Paese.

    Dopo membri Consiglio ha parlato delegato marocchino, che aveva chiesto essere ammesso partecipare dibattito senza voto in veste parte interessata, il quale ha ribadito argomenti già esposti in Commissione politica, volendo porre in rilevo fittizia consistenza nuovo Stato, indiziando politica francese e chiedendo specificamente al Consiglio di respingere richiesta ammissione Mauritania.

    Votazione, cui si è giunto a notte avanzata, è stata seguente: 8 favorevoli, 2 contrari (URSS e Polonia), 1 astensione (Ceylon); dato veto sovietico raccomandazione per ammissione Mauritania non è stata [...]5.

    Continua col numero protocollo successivo.

    772. Presente telegramma è la continuazione mio telegramma n. 771.

    Membri delegazione marocchina non hanno nascosto loro disappunto ed anche con noi hanno richiamato legami amicizia che avevano fatto loro sperare un diverso atteggiamento.

    Abbiamo rilevato difficoltà in cui essi marocchini avevano posto Paesi amici, anche i meglio intenzionati, sollevando pure in Consiglio Sicurezza problema rapporti con Mauritania che già in Comitato politico aveva finito per concludersi con significativo nulla di fatto.

    Naturalmente francesi e Paesi afro-francesi ci hanno espresso loro vivo apprezzamento.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


    2 La prima parte del presente documento (T. 43779/771), partita il 4 dicembre alle ore 4,30, pervenne alle ore 13; la seconda parte (T. 43778/772), partita alle ore 5,30, pervenne alla stessa ora del precedente.


    3 Vedi D. 461.


    4 Per il verbale della seduta si veda: UN, Security Council, Official Records, 15th year: 911th meeting, 3/4 December 1960, pp. 1-46. 5 Gruppo mancante.

    463

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 44036/778. New York, 6 dicembre 1960 (perv. ore 00,30 del 7).

    Oggetto: Questione Congo.

    Rappresentante sovietico Zorin che è Presidente di turno Consiglio Sicurezza, sta cercando convocare urgenza Consiglio stesso stasera in seduta notturna su situazione Congo. Ci siamo accordati con occidentali opporci tale brusca convocazione pur non rifiutando riunione domani data serietà situazione congolese e reazioni qui suscitate in varie delegazioni. Abbiamo manifestato contrarietà riunione stanotte noi Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Argentina, Ecuador e Cina. Segretario Generale espressosi maniera analoga.

    Delegazione sovietica ha intanto fatto diramare quale documento ONU dichiarazione Governo sovietico su Congo(2) che qui appare estrema violenza polemica che sorpassa precedenti analoghe dichiarazioni. In essa sono offensivamente indiziati non solo Paesi «colonialisti» (Belgio, USA, Francia, Gran Bretagna) e naturalmente Hammarskjoeld e Bunche ma anche contingenti bianchi forza ONU (americani, canadesi, svedesi, irlandesi e altri che secondo dichiarazioni «servono fedelmente altri monopoli stranieri»). Dichiarazione abbonda in accuse a politica predetti Paesi occidentali, definisce «vergognoso» ruolo Segretario Generale, mette in rilievo «virtconciliative» Paesi africani come Ghana, Guinea, ecc. e conclude con seguenti cinque punti:

    1) Immediato rilascio Lumumba.

    2) Disarmo forze Mobutu.

    3) Formazione speciale commissione africana per investigare fonti armamenti e finanziamenti Mobutu.

    4) Evacuazione militari e civili belgi.

    5) Discussione situazione Congo in Consiglio e Assemblea.

    Frattanto Segretario Generale ha diramato oggi rapporto Dayal(3) su circostanze arresto Lumumba in cui è contenuta anche vivace descrizione maltrattamenti che sarebbero stati subiti da Lumumba stesso. A rapporto è unito testo due lettere indirizzate da Hammarskjoeld a Kasavubu in cui Segretario Generale a nome vari membri comitato consultivo e suo proprio insiste per trattamento umano e regolare processo Lumumba.

    Stamane si è anche riunito comitato consultivo Congo. In esso si sono avute due tendenze: una per inviare immediatamente in Congo nota commissione conciliazione anche in assenza risposta da parte Kasavubu e altra per inviare intanto su posto Rappresentanti Nigeria Etiopia e Malesia che fungono rispettivamente da Presidente, Vice Presidente e relatore commissione conciliazione.

    Alcuni membri comitato consultivo hanno insistito perché ONU attraverso decisione Assemblea ovvero Consiglio Sicurezza «si facciano rinnovare incarico relativo Congo» in maniera tale che mandato ONUC possa comprendere anche «maggiore rispetto Costituzione» il che è da riferirsi sia convocazione Parlamento sia immunità Lumumba almeno quale parlamentare se non come Primo Ministro.

    Naturalmente tentativo dare maggiori poteri forze ONU potrebbe implicare anche loro maturità disarmare forze congolesi. Vari membri comitato hanno fatto obiezioni a tale riguardo. Collega canadese che ne fa parte mi diceva che suo Governo non potrebbe lasciare suo contingente in ONUC qualora tale forza assumesse nuove caratteristiche. È da prevedersi che tentativi in tale direzione non mancheranno in Consiglio Sicurezza tanto da parte sovietica che da Rappresentanti africani che chiederanno essere ammessi discussione.

    Pomeriggio abbiamo riunione con occidentali per decidere tattica da seguire dopodiché riferirsu ulteriori prospettive imminente dibattito.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


    2 UN, Security Council, Official Records, 15th year, Suppl. 4, S/4573, New York, 6 December 1960, Statement dated 6 December 1960 by the Government of the Union of Soviet Socialist Republics concerning the situation in the Congo, pp. 75-80.


    3 UN, Security Council, Official Records, 15th year, Suppl. 4, S/4571, New York, 5 December 1960, Note by the Secretary-General - Report to the Secretary-General from the Secretary-General’s Special Representative in the Congo regarding certain actions taken against Mr. Patrice Lumumba, pp. 67-74.

    464

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto precedenza assoluta 44044/781. New York, 6 dicembre 1960, ore 23,30 (perv. ore 7,10 del 7).

    Oggetto: Questione Congo.

    Mio 778(2).

    Abbiamo tenuto riunione tra occidentali circa atteggiamento da adottare in discussione Congo Consiglio Sicurezza iniziantesi domattina. Impostazione derivante da noto documento sovietico ed indicazioni risapute circa atteggiamento ambienti africani estremisti fanno ora vedere che prendendosi spunto da episodio Lumumba si cercherà mettere in causa tutta politica occidentale in Congo e prendere rivincita contro Occidente per insediamento Kasavubu. In tali condizioni mentre si è riconosciuto che negli intervalli [sic] da parte dei vari membri occidentali sarà necessario respingere tali attacchi sul piano politico e mettere anche opportunamente in rilievo che crisi tra Congo e N.U. ha avuto origine proprio da comportamento Lumumba e da manovre URSS ci si è anche trovati d’accordo che non bisogna sottovalutare aspetti umani situazione personale Lumumba. In particolare ho espresso opinione che è stata condivisa da tutti colleghi doversi evitare che maltrattamenti creino alone martirio a Lumumba così da poter essere sfruttati da speculazione avversaria. Americani hanno anzi dichiarato che in tale senso avrebbero telegrafato proprio Ambasciatore in Congo per opportuni passi presso Kasavubu. Ci si è poi trovati concordi in opinione che convenisse prendere iniziativa formulare progetto risoluzione a fondo umanitario inteso richiamare rispetto diritti uomo in tutto territorio Congo. Seguito a cici siamo riuniti con Rappresentante argentino inglese americano francese per elaborare tale progetto. Ne trasmetto testo con telegramma 7793. Esso mentre è redatto modo coprire anche caso Lumumba, nei suoi termini generici riferiscesi a tutto Congo e quindi anche ad eccessi di cui avversari Lumumba sono vittime nella provincia orientale. In riunione abbiamo rilevato sarebbe di grande importanza poter introdurre urgentemente questo progetto in modo che già domani ad inizio discussione esso sia in possesso delegati. In tal modo si pensa sarà possibile controbilanciare e togliere effetto dichiarazioni che Zorin farà in apertura e a progetto risoluzione che egli stesso probabilmente presenterà incorporando alcuni punti documento URSS diramato oggi. Anche Hammarskjoeld è favorevole questa linea azione. Abbiamo esaminato possibilità che presentatori progetto risoluzione siano tutti gli occidentali membri Consiglio. Peraltro Francia per note ragioni ordine generale non ritiene poter partecipare tale presentazione e neppure conviene che vi sia la Cina. Circa Tunisia e Ceylon insieme a collega argentino ho preso contatto con tunisino Slim che ha promesso suo appoggio a risoluzione ma dichiarato non poter per solidarietà afroasiatica farsene promotore se non anche con ceylonese: poiché peraltro Ceylon in circostanze attuali non potrebbe farsi copromotore in risoluzione non gradita URSS abbiamo convenuto conSlim essere meglio non attendersi loro associazione in presentazione risoluzione. È probabile quindi presentazione limitata a SUA Inghilterra Italia Argentina Equatore. Anche in relazione chiare sollecitazioni ricevute da colleghi occidentali sarei parere che ci convenga in ogni caso figurare tra presentatori. Data urgenza mi disporrei in tal senso salvo contrarie istruzioni che dovrebbero essermi fatte pervenire entro domattina ore 8,30 locali New York.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 463. 3 Non pubblicato.

    465

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 44141/785. New York, 7 dicembre 1960, ore 24 (perv. ore 8 dell’8).

    Oggetto: Dibattito ONU su questione colonialismo.

    Dibattito su questione colonialismo è proseguito in Assemblea senza allontanarsi da atmosfera stanchezza già segnalata mio precedente telegramma. Sono intervenuti numerosi oratori tra cui delegati americano e sovietico.

    Wadsworth ha centrato discorso su efficace contributo dato da Nazioni Unite nel facilitare evoluzione progressiva popolazioni coloniali e confutato accusa neocolonialismo.

    Zorin ripetuto consueti argomenti propagandistici, negando specialmente ogni contributo inglese a progresso territori non autonomi.

    Differenziazione maggioranza interventi, piche su sostanza principi e riconoscimento diritto popolazioni coloniali ad autonomia, è emersa su idoneità mezzi e scadenza tempi per concessione indipendenza, opponendosi all’immediatezza del processo, patrocinato da comunisti e afro-asiatici, gradualità nell’ambito delle Nazioni Unite, proposta da occidentali e latino-americani.

    Dei tre progetti risoluzione attualmente esame Assemblea Generale, uno sovietico, uno presentato da Honduras (trasmesso oggi con telespresso 3397/2194)(2) e uno patrocinato da gruppo afro-asiatico (telespresso 3361/2161 data 30 novembre)(2), è quest’ultimo che gode maggiori favori, nonostante perplessità alcune delegazioni occidentali e specialmente Gran Bretagna su formulazione alcuni paragrafi (operativi 135).

    Qualora tentativo tuttora in corso modificare dizione alcuni paragrafi dovesse riuscire, risoluzione potrebbe raccogliere larga maggioranza.

    Appare tuttavia estremamente arduo, allo stato dei fatti, ottenere miglioramenti secondo desideri inglesi. Cinon di meno Ambasciatore inglese che ho intrattenuto in argomento mentre si dichiarava ovviamente preoccupato certo a parte risoluzione, non mi ha posto alcuna pressante richiesta allineamenti con suo voto.

    Canadesi olandesi e latino-americani propendono per voto positivo.

    Altrettanto dicasi degli Stati Uniti, benché delegazione sia ancora in attesa istruzioni. Non si asterrebbero invece francesi, inglesi ed alcuni paesi Commonwealth.

    Con S.E. Martino ravviseremmo opportunità votare favorevolmente mantenendosi circostanze soprasegnalate e ci predisporremmo in conseguenza.

    Sargrato cortesi istruzioni(3).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Non pubblicati. 3 Per il seguito vedi D. 477.

    466

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 44142/786. New York, 7 dicembre 1960, ore 23,30 (perv. ore 8 dell’8).

    Oggetto: Questione Congo.

    Mio 781(2).

    In riunione ristretta prima riunione Consiglio Sicurezza occidentali hanno confermato decisione presentare risoluzione di cui mio 779(3) ad inizio dibattito stesso. Copromotori sono risultati Argentina Inghilterra Italia e Stati Uniti, avendo Ecuador ricevuto istruzioni solo votare a favore. In stessa riunione si è deciso iniziare discussione con punti procedurali atti porre in mora Presidente, essendo delegati occidentali rimasti vivamente irritati da comportamento Zorin da quando assunto Presidenza ma soprattutto da tono documento sovietico. Americani preannunciato avrebbero rivolto formale invito a Presidente «squalificare» se stesso avendo egli dimostrato assoluta mancanza obiettività: mossa questa ovviamente destinata a ricevere reazione negativa Zorin – il che è poi in realtà avvenuto – ma intesa comunque a colpirlo. Da parte mia, avendo appreso che agenda provvisoria era stata stilata in modo da risultare basata essenzialmente su documento sovietico (di cui a mio 778 di ieri)(4) polemicamente e violentemente offensivo per Paesi NATO, ho proposto che ci si opponesse a che discussione risultasse centrata su quelle dichiarazioni. Mia proposta è stata accolta da tutti colleghi occidentali che mi hanno pregato di avanzarla in dibattito. Non appena discussione su agenda

    è stata aperta da Zorin, collega francese ha mosso prime obiezioni in senso predetto.

    Ho allora opportunamente appoggiato tali obiezioni, proponendo formalmente nuova formulazione agenda affinché essa non risultasse imperniata su documento sovietico. Ne è seguita discussione procedurale durata quasi due ore in cui in seguito alla quale [sic] è risultata formula basata su nostra proposta nella quale citazione documento sovietico viene associata a quella altri documenti in modo da togliere ad essa rilevanza che URSS aveva inteso dargli. D’accordo con occidentali e ribadendo che agenda era da ritenersi adottata alla luce nostre obiezioni, agenda è stata così accettata con radicale mutamento quindi sua formulazione originale.

    In fine mattinata Delegazione sovietica ha presentato proprio progetto risoluzione redatto in termini particolarmente violenti ricalcanti quattro punti conclusivi ricordati dichiarazione URSS.

    In seduta pomeridiana ha avuto luogo dichiarazione Segretario Generale che riassumo in telegramma a parte.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Vedi D. 464. 3 Non pubblicato. 4 Vedi D. 463.

    467

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto precedenza assoluta 44213/789. New York, 8 dicembre 1960, ore 12 (perv. ore 19,20).

    Oggetto: Questione Congo.

    Miei 7862 e 7873.

    Nel corso seduta notturna oggi o domani dovremo intervenire in dibattito Congo Consiglio Sicurezza. Linea massima prenderei come capisaldi nostre dichiarazioni punti vista italiani emersi in colloqui con Premier britannico Macmillan quali in particolare risultano a pagina tredici verbale incontro italo-britannico pomeriggio 22 novembre(3) naturalmente adeguandolo in modo opportuno ad ambiente e finalità particolari attuale discussione. In sostanza salvo contrarie istruzioni V.E. toccherei seguenti punti:

    1) risponderei nettamente e totalmente asserzioni offensive documento sovietico(4) elaborando su quanto già detto in seduta ieri durante discussione procedurale;

    2) farei ricostruzione storica obiettiva avvenimenti Congo per dimostrare che riconoscimento credenziali Kasavubu doveva costituire inizio processo pacificazione forze politiche Congo e che nuove difficoltà sono da attribuirsi a Lumumba che con sua fuga ha ricreato situazione tensione;

    3) mi riferirei a dichiarazioni fatte da alcune delegazioni africane per indiziare URSS quale responsabile interferenze in situazione interna Paesi africani;

    4) porrei in evidenza che, se vi è stato imprigionamento Lumumba, vi sono stati ben peggiori maltrattamenti da parte suoi seguaci verso altri congolesi in provincia Stanleyville, conferma questa che situazione congolese è generalmente turbata;

    5) ne deriverei come conseguenza necessità protezione diritti umani su tutto il territorio con riferimento quindi anche a risoluzione da noi promossa;

    6) svilupperei critiche a risoluzione sovietica;

    7) mi riferirei a rapporto fatto ieri da Segreteria Generale per elogiarne gli sforzi, pur rilevando necessità maggiore coordinamento tra forza ONU e attuali autorità riconosciute in Congo e altri Paesi;

    8) per quanto riguarda Belgio eviterei specificare particolarmente tale Paese che appare opportuno menzionare il meno possibile tanto piche Ambasciatore Belgio qui ha ieri dichiarato in riunione occidentali avere intenzione tenersi pilontano possibile da discussione. Cercherei se mai inserire qualche opportuno accenno auspicante cooperazione tra N.U. ed elementi che possono contribuire utilmente ricostruzione vita civile Congo.

    9) Concluderei ponendo opportunamente in evidenza continuazione opera Nazioni Unite in Congo, auspicando anzi che non avvengano defezioni quali in questi giorni si profilano da parte alcuni Paesi che hanno contingenti in forza ONU stessa(5).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 466. 3 Non pubblicato. 4 Vedi D. 463, nota 2. 5 Per la risposta vedi D. 468.

    468

    IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, STRANEO, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

    T. segreto 25537/496. Roma, 9 dicembre 1960, ore 14,10.

    Governo concorda circa linee generali intervento Vostra Eccellenza. Esso tuttavia dovrebbe essere mantenuto in tono discreto non entrando in troppi particolari. V.E. voglia pertanto provvedere alleggerirlo.

    Il presente telegramma fa riferimento suo 7892.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 467.

    469

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 44239/793. New York, 9 dicembre 1960, ore 7,50 (perv. ore 8).

    Oggetto: Questione disarmo.

    Mio 791(2).

    In riunione Cinque occidentali disarmo canadesi hanno annunciato loro intenzione presentare Prima Commissione mozione orale articolata in tre punti successivi da votarsi separatamente ed in seguente ordine:

    a)- porre ai voti note tre risoluzioni esperimenti nucleari e diffusione armi atomiche; b)- rinviare esame altre risoluzioni da considerarsi di merito; c)- porre ai voti risoluzione canadese.

    Alleati non hanno mosso osservazioni a testo risoluzione canadese in sua ultima revisione di cui mio 792(3). Tuttavia On. Martino ha fatto presente che rimaneva assai aleatorio attendersi che operazione potesse svolgersi in Commissione secondo rigida successione tempi senza che da parte sovietica certo e probabilmente presentatori risoluzioni da aggiornarsi non si sollevassero eccezioni.

    Ormsby Gore ha appoggiato nostra tesi ed insieme ad On. Martino ha proposto che canadesi presentissero delegazioni in modo da non rischiare isolamento in Commissione in ogni caso evitare pericolo che siano poste in votazione anche note risoluzioni Polonia ed Etiopia. Canadesi hanno accolto suggerimento e comunicheranno alleati esito loro sondaggi prima prossima riunione Prima Commissione.

    Da parte sua Krishna Menon pensa poter fare accettare da maggioranza Prima Commissione mozione che ponga ai voti risoluzioni esperimenti nucleari e diffusione armi atomiche e rinvii tutte altre perché esse rientrerebbero sotto titolo «disarmo generale e completo» ed entrerebbero nel merito problema che dovrà essere oggetto approfondito esame politico.

    Indiani ci hanno detto essere contrari a risoluzione canadese per la sostanza perché non concordano che Commissione disarmo debba essere convocata quando Assemblea riaprirà lavori da febbraio a maggio e perché convinti che Polonia ed Etiopia insisterebbero portare ai voti loro risoluzioni. CiKrishna Menon si propone dire Green che ha preannunciato sua visita per incontrarsi con lui.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


    2 Con i TT. segreti 44225/790 e 44226/791 dell’8 dicembre Ortona poneva in risalto la complessa e articolata azione canadese volta a far approvare la propria risoluzione ad ogni costo (ibidem).


    3 Vedi sopra, nota 2.

    470

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 44242/796. New York, 9 dicembre 1960, ore 7,30 (perv. ore 8).

    Oggetto: questione allargamento Consigli.

    Mio telespresso 2168 del 3 corrente(2).

    Trattative per giungere compromesso in materia questione allargamento Consigli e ridistribuzione seggi non sono andate in porto di fronte a due ordini opposizione: da un lato gruppo paesi africani guidato da Nigeria che, interessato ad ottenere immediata distribuzione seggi, ne ha fatto condizione sine qua non per voto favorevole allargamento Consigli; dall’altro gruppo neutralisti asiatici guidato da India interessato ad evitare ogni costo decisione allargamento sia perché opposta da sovietici sia per inconfessate ambizioni per il futuro.

    In queste condizioni si è giunti a voto circa note risoluzioni ed emendamenti. E, dopo complesse manovre procedurali su cui dettagli riferisco per corriere, in definitiva progetti risoluzione sono tutti venuti a cadere e discussione in Commissione Politica Speciale si è conclusa(3) senza adozione alcun testo, testimoniando così manifestamente permanere profonda divisione tra occidentali e latino-americani da un lato ed afro-asiatici dall’altro.

    Da parte alcune delegazioni, e la nostra tra esse, si sta tentando ancora un’azione intesa a ridurre frizione tra i gruppi geografici ed a trovare una soluzione che consenta adozione in sessione plenaria Assemblea emendamenti statutari modifica Consiglio, concedendo ad afro-asiatici promessa considerare per l’anno prossimo qualche arrangiamento a loro favore. Ma vi è in verità molto scetticismo al riguardo.

    In questa atmosfera di permanente dissenso tra i gruppi geografici si terranno domani elezioni votazione segreta a Consiglio Sicurezza ed ECOSOC. Si attende manovra afro-asiatica intesa ad ottenere di fatto attraverso votazioni la desiderata ridistribuzione ed avente di mira principalmente seggi cui sono candidati Portogallo Consiglio Sicurezza e Belgio ECOSOC. E dipenderà molto da voto latino-americano se manovra potrà essere contrastata(4).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Non pubblicato. 3 Vedi D. 428, nota 2 per il dibattito tra il 31 ottobre e il 14 novembre. La questione venne ripresa successivamente nelle sedute tra il 30 novembre e il 7 dicembre: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Special Political Committee, 214th-219th Meetings, 30 November-7 December 1960, pp. 179-206.


    4 Per il seguito vedi D. 472.

    471

    IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, GRAZZI, ALLE RAPPRESENTANZE PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO E PRESSO L’ONU(1)

    T. segreto 25582/225 (Parigi) 499 (New York). Roma, 10 dicembre 1960, ore 1,30.

    Per la cifra: solo per Italnato.

    È stato telegrafato a ItalnationNew York quanto segue:

    Per la cifra: solo per Italnation.

    Suoi 790 e 7912.

    Per la cifra: per tutti.

    Pur contrastando con alcuni orientamenti segnalati da V.E., univoco indirizzo astensione su risoluzione irlandese coincide con precedente posizione NATO confermata nella riunione di mercoledì [il 14]. Quindi concordasi con posizioni inglesi nella quale ormai riteniamo atteggiamento comune realizzato.

    Tenga presente V.E. che continuiamo a condividere pensiero On. Martino per cui potrebbero essere eventualmente illustrati in dichiarazioni di voto i concetti contenuti nel telegramma 7693. Vediamo con favore ultima iniziativa Menon che purappresentare migliore mezzo chiudere attuale dibattito pur rendendoci conto che sforzi canadesi si sono concretati in nuovo testo accettabile pienamente da americani e Occidente in genere.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


    2 Vedi D. 469, nota 2.


    3 Vedi D. 460.

    472

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 44406/800. New York, 10 dicembre 1960, ore 11 (perv. ore 11,20).

    Oggetto: Questione allargamento Consigli.

    Mio 796(2).

    1) Elezioni odierne Consigli societari(3) hanno segnato come atteso penosa esperienza e preoccupante sviluppo per posizioni Europa occidentale. Candidati afro-asiatici e latino-americani risultati eletti senza difficoltà, mentre Portogallo e Belgio non hanno mai, nella serie numerosi ballottaggi avutisi, dato impressione poter ottenere necessaria maggioranza e solo hanno ora potuto bloccare, e il Portogallo solo per pochi voti, elezione afro-asiatici che sono stati loro opposti all’ultimo momento. A peggiorare quadro posizioni occidentali pressione afro-asiatica unendosi a voto sovietico e neutralista ha travolto nell’ECOSOC il seggio che sin qui si considerava come tradizionalmente riservato a Cina.

    2) Dettagli votazioni sono stati seguenti:

    a)- Consiglio di Sicurezza: al primo ballottaggio stati eletti RAU e Cile, mentre il Portogallo avuto solo 50, occorrendone 66 per elezione, contro Liberia 32 che gruppo afro-asiatico aveva stamane scelto per contrastarlo. In successivi ballottaggi Portogallo andato progressivamente perdendo terreno e Liberia acquistandolo. Votazione stata sospesa dopo 7 ballottaggi avendo da ultimo Liberia riportato 55 voti e Portogallo 38. b)- ECOSOC: primo ballottaggio stati eletti Uruguay, Salvador, Francia, Giordania, Etiopia. Belgio riportava soltanto 52 e Cina 51. In successivi ballottaggi Cina andava rapidamente perdendo terreno fino a scomparire dalla lizza mentre afro-asiatici

    puntavano loro voti su India. Dopo dieci ballottaggi votazione era sospesa, risultando posizioni due candidati pressoché equilibrate, 88 voti favore India e 87 Belgio. In ultimo confronto diretto, ma con qualche maggiore cedenza quest’ultimo.

    3) A questo atteso scacco occidentali contribuito:

    a)- aumentato peso voto afro-asiatico e coscienza quel gruppo poter riportare, quando compatto, facili affermazioni; b)- mancanza solidarietà e coordinamento tra europei sia tra di loro sia con latino-americani; c)- sfavorevole etichetta colonialista con cui si identificano due candidati europei. Tali fattori hanno prodotto, come temevamo e come già segnalato, nel segreto della votazione quella convergenza tra voti latino-americani e afro-asiatici atta ad assicurarsi innanzi tutto loro seggi e che ha portato a situazione attuale.

    4) Resta vedere da farsi (in previsione ripresa votazione per due seggi, uno in ciascun Consiglio, ancora vacanti, che dovrebbe aver luogo inizio settimana ventura) per [tentare]4 reagire o quanto meno salvare salvabile. Subito dopo votazione tenuta, a iniziativa britannici, riunione cui con noi partecipato rappresentanti Belgio, Portogallo, Francia, Turchia, Nuova Zelanda, Norvegia, Olanda. Per ora esaminatasi solo situazione concernente elezione Consiglio Sicurezza che appare essere la pipericolante. Constatandosi che in attuale situazione manca sicurezza mantenere ancora a lungo potere bloccante, espressasi da maggioranza presenti opinione che cambiamento candidato europeo potrebbe giovare miglioramento situazione e aumentare resistenza. Si è pertanto constatato che anche sarebbe stato difficile ormai pensare riportare successo completo e già qualcuno ha prospettato eventualità che si venga a patti con afro-asiatici per dividere tra rispettivi candidati [mandato]4 biennale in Consiglio Sicurezza relativo seggio rimasto vacante come già ebbe ad avvenire in passato.

    Riunione in sostanza tradottasi in pressione su Portogallo perché consenta cambio sua candidatura. Tale senso insistito soprattutto Francia, Regno Unito, Norvegia, mentre parte nostra ci siamo tenuti su posizione piprudente cercando tenere conto suscettibilità portoghesi. Non parlatosi eventuali altri candidati sostituzione Portogallo, ma dietro quinte abbiamo sentito accenni ad Austria che del resto ha in ultimo ballottaggio ottenuto 40 voti, Norvegia oltreché Olanda che come a suo tempo riferito era candidata: ma trattasi cosa vaga poiché neppure è molto invitante per un paese esporsi a questo punto, sì che si penserebbe anche a paesi come Cipro e Islanda. Contatti proseguono(5).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


    2 Vedi D. 470.


    3 Si fa riferimento alle sedute del 9 dicembre: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, 941st-942nd Plenary Meetings, Thursday, 9 December 1960, vol. II, pp. 1207-1213.


    4 Gruppo mancante. Integrato sulla base della copia del telegramma in Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. XV AG Elezione ECOSOC.


    5 Per il seguito vedi D. 495.

    473

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 44560/805. New York, 10 dicembre 1960 (perv. ore 13,10 del 12).

    Oggetto: Questione algerina.

    Si sono chiuse ieri sera, per disposizione del Presidente della Commissione Politica, le iscrizioni a parlare sulla questione algerina da parte dei membri della commissione stessa.

    Gli oratori che si sono iscritti fanno tutti parte della schiera afro-asiatica e, ad eccezione di alcuni – e per ora pochi – afro-francesi, è da attendersi che la stragrande maggioranza degli interventi sarà sfavorevole alla Francia. Degli amici della Francia si sono iscritti la Gran Bretagna, la Spagna e noi, tutti peraltro non in via definitiva ma «tentativa». Ci eravamo consultati al riguardo con gli inglesi i quali ci avevano preannunciato la loro iscrizione. Non abbiamo ritenuto poter esimerci nei confronti della Francia perlomeno dal porci nella lista degli oratori, da cui, se le circostanze lo consiglieranno, potremo anche sempre cancellarci. Si pone perper noi il problema politico di tale partecipazione al dibattito dato che a prescindere da quelle che saranno le vicende del voto, la dichiarazione italiana non potrebbe non essere chiaramente pro-Francia e suscitare ovviamente reazioni avverse soprattutto nei paesi arabi oltre che naturalmente negli algerini del FLN che sono presenti in seduta come osservatori.

    La risoluzione che ho trasmesso ieri sera è già una indicazione delle difficoltà che potranno presentarsi per noi, dato che la sua durezza e il suo carattere non compromissorio non potranno essere attenuate fino al punto da rendere la risoluzione stessa non dico accettabile alla Francia ma tale da consentire una astensione degli amici della Franciastessa. È comunque ancora difficile precisare quali sviluppi la risoluzione potrà avere, se mai ne potrà avere, essendo già falliti i tentativi fatti nei giorni scorsi dagli afro-asiatici. Ma a prescindere dal problema che si porrà per noi circa il voto, vi è anche quello dell’opportunità di pronunciare o meno un intervento favorevole alla Francia. Se cidovessimo fare, ci atterremmo naturalmente ad una linea molto cauta rilevando i concreti sforzi del Generale De Gaulle e l’opportunità che essi non siano frustrati da un atteggiamento e da decisioni delle Nazioni Unite che abbiano a creare maggiore imbarazzo per la sua opera avvenire. Ma anche se concepito in termini così cauti un intervento del genere sarà, come accennavo sopra, seguito con estrema attenzione.

    Ci terremo naturalmente a contatto con gli inglesi e con i francesi (che già ieri sera ci hanno avvicinati, sia pure senza esercitare pressioni o rivolgerci richieste troppo perentorie) per decidere il meglio da farsi, tenendo presente che, francesi consenzienti, l’optimum potrebbe essere per noi quello di non parlare e semmai di far risultare la nostra posizione dal voto e forse da una opportuna dichiarazione di voto.

    Sulla opportunità di pronunciare un intervento e sul contenuto di esso sarebbe necessario per noi ricevere istruzioni telegrafiche al pipresto possibile. S. E. Martino prega anzi di farcele pervenire in relazione anche ai colloqui da lui avuti costà prima della partenza per il suo secondo viaggio a New York(2).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Per la risposta vedi D. 474.

    474

    IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SEGNI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

    T. precedenza assoluta 25721/503. Roma, 12 dicembre 1960, ore 23.

    Suo telegramma 8052.

    Resta inteso che Vostra Eccellenza voterà in ogni caso contro la mozione presentata dagli afroasiatici sulla questione algerina nel suo testo attuale. Prego mantenere stretti contatti con le Delegazioni statunitense e degli altri Paesi Occidentali per cercare uniformare linea condotta e possibilmente di far presentare da terza potenza una mozione che sia accettabile alla Francia, il voto della quale riesca meno ostico agli africani che voto contrario alla mozione da essi presentata.

    Detta mozione potrebbe, se Francia acconsente, contenere invito alla Francia a consultare rappresentanti popolazioni algerine anche sul regime autonomia.

    Se possibile eviti di parlare nella discussione generale e si limiti a dichiarazione di voto nella quale, pur annunziando voto contrario, lo si motivi con l’interesse di tutti gli Stati anche arabi a non esasperare la situazione e si faccia anche menzione della accettazione francese del principio di autodeterminazione risultata ormai ufficialmente dal progetto di referendum il cui testo è già a conoscenza V.E(3).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza. 2 Vedi D. 473. 3 Per la risposta vedi D. 479.

    475

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 44714/813-814. New York, 12 dicembre 1960, ore 24 (perv. ore 13,30 del 13).

    Oggetto: Questione algerina.

    In dibattito odierno su Algeria hanno parlato delegati Giordania Iraq Nepal Birmania, tutti in senso anti francese e oggi anche attaccando Paesi NATO in generale per aiuto che danno Francia in guerra Algeria che costituisce sola operazione militare in cui è oggi impegnata Organizzazione Atlantica. Ha preso parola anche delegato nigeriano il quale pur essendosi espresso con accenti meno critici ha egualmente criticato appoggio che grandi potenze danno a Francia. Birmano alla fine suo discorso si è anche riferito a riunione odierna gruppo afro-asiatico nel corso della quale erano state discusse notizie pervenute oggi a New York secondo cui incidenti in Algeria si sarebbero ulteriormente aggravati con varie centinaia vittime. In gruppo afro-asiatico erasi pertanto deciso cercare far accelerare al massimo tempi discussione in Commissione politica per spingere nota risoluzione ad una votazione quasi di emergenza allo scopo accelerare i tempi approvazione da parte intera Assemblea note raccomandazioni e implicante ruolo ONU in referendum algerino. Smentita circa notizie predette immediatamente diramata da Delegazione francese ha frustrato tentativi di provocare votazione entro stasera. Cinon toglie che afro-asiatici cercheranno in ogni caso affrettare tempi attuale discussione. Da registrarsi qualche accenno fatto oggi da delegato tunisino in Consiglio Sicurezza quando in sede discussione procedurale circa acceleramento seduta ha accennato a eventualità che si possa palesare necessità avere riunione Consiglio Sicurezza anche per Algeria.

    Dato acceleramento prevedibili tempi discussione algerina, ci siamo riuniti stasera con delegati Stati Uniti Argentina e Inghilterra per esaminare atteggiamento da tenere. Ci siamo scambiati informazioni constatando che intervento Paesi afro-francesi non aveva sortito effetto sperato nel senso che essi non erano riusciti a far modificare nota risoluzione. Abbiamo anche constatato che da parte delegazioni predetti paesi non si è ancora articolata una posizione precisa circa atteggiamento da tenere in voto risoluzione presentata da afro-asiatici. Abbiamo unanimemente constatato opportuno votare contro quella risoluzione dato danni che essa recherebbe a interessi francesi e attuale politica De Gaulle. Abbiamo anche ritenuto che non sembrando afro-francesi piin grado prendere iniziativa alcuna, non conviene pitentare far varare altra risoluzione, ritenendo che carattere estremamente obbiettabile quella attualmente in discussione possa meglio giustificare voto contrario. In particolare abbiamo ravvisato obbiettabili paragrafo nel preambolo relativo a circostanze che situazione algerina minaccia pace e sicurezza internazionali, riferimento a «due parti» nel nono paragrafo preambolo stesso e formulazione ultimo paragrafo operativo contro principi carta che costituisce palese interferenza ONU.

    Abbiamo anche ravvisato possibilità che tra voto in Commissione e voto in Assemblea si verifichino mutamenti di situazione a seguito di iniziative che votazione in Commissione potrà determinare, eventualmente proprio in ambienti delegazioni afro-francesi. E abbiamo anche convenuto attendere tali eventuali sviluppi per decidere poi azione comune, sempre tenendo presente opportunità non votare risoluzioni che possano essere di nocumento alla Francia. Ciche mi pare punto vantaggioso acquisito è comune intendimento con americani inglesi e argentini che potrà facilitare nostra posizione in votazione.

    Riferirulteriormente(2).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Vedi D. 479.

    476

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 44716/815. New York, 12 dicembre 1960, ore 21 (perv. ore 13,30 del 13).

    Oggetto: Questione Congo.

    In riunione odierna Consiglio Sicurezza su Congo hanno parlato il mattino i Rappresentanti di Polonia e Tunisia e il pomeriggio Rappresentanti Guinea Jugoslavia (nella persona Popović) e di nuovo Rappresentante Congo a difesa posizioni Kasavubu.

    Tunisino ha sviluppato concetti concernenti risoluzione trasmessa con mio 811(2), pur non presentandola ufficialmente. In realtà alla conclusione del dibattito stasera sia ceylonese e sia tunisino hanno confermato che essi si riservano presentare definitiva risoluzione domani volendo apportarvi modifiche determinate da osservazioni e commenti raccolti in contatto con vari delegati oggi. Rilievi fatti a suddetti due copresentatori soprattutto da delegati occidentali e latino-americani, compresi noi, si sono diretti a menzione ritiro «consiglieri tecnici e partecipanti attivi belgi» contenuti in primo paragrafo operativo, nonché al paragrafo secondo operativo che comporta eccessiva ingerenza Segretario Generale in funzionamento Parlamento congolese, e infine al quinto paragrafo relativo a rilascio di tutte le persone in stato arresto.

    In riunione serale con collega argentino, americano ed inglese abbiamo comunque ravvisato opportunità non insistere per ottenere emendamenti, convenendoci ovviamente essere in posizione tale da potere contrastare pifacilmente risoluzione in questione. Abbiamo peranche constatato, che ciavremmo potuto appropriatamente fare allineandoci tutti su posizione di astensione che avrebbe ugualmente reso impossibile adozione risoluzione.

    Da notarsi anche che discorsi odierni Delegato Guinea ha confermato decisione suo Governo ritirare truppe da forza N.U. e Ministro Esteri jugoslavo Popović, dopo avere fatto critica serrata regime Kasavubu e riaffermando validità tuttora esistente Governo Lumumba, ha affermato essere necessario portare questione Congo nuovamente in Assemblea.

    Quanto a tattica da seguire in vista iniziativa accennata da Popović per deferire problema ad Assemblea ci riuniremo nuovamente domani per esaminare se e in che modo sarà piopportuno contrastarla.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Non pubblicato.

    477

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. urgentissimo 44813/820. New York, 13 dicembre 1960, ore 22 (perv. ore 8 del 14).

    Oggetto: Risoluzione afroasiatica su colonialismo.

    Mio 794(2).

    Si voterà domani sui progetti risoluzione ed emendamenti relativi cosiddetta questione colonialismo (miei 7853 e 794).

    Posizione varie delegazioni che è venuta solo oggi chiarendosi è seguente:

    come segnalato, nessuno voterà contro risoluzione afro asiatica (documento L 323 mio telespresso 2161)(2): e anche astensioni saranno pochissime e cioè Gran Bretagna, Francia, Belgio, Portogallo e Spagna – tutti aventi specifiche situazioni in Africa – piLussemburgo per solidarietà con Belgio nonché Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa per solidarietà Commonwealth e interessi particolari in relazione territori da essi amministrati. Anche Stati Uniti hanno ora deciso astenersi, pur con estrema riluttanza (chiaramente manifestataci da questa Rappresentanza americana), per andare incontro istanze Gran Bretagna. Malgrado questa posizione degli Stati Uniti, hanno confermato che voteranno a favore seguenti sette Paesi atlantici: Olanda, Canadà, Danimarca, Norvegia, Islanda, Grecia, Turchia. Colleghi britannici ci hanno avvicinato per sottolineare quanto loro Governo apprezzerebbe che Italia si associasse in astensione: abbiamo detto essere certi che Governo britannico avrebbe esattamente compreso voto italiano anche ove esso fosse in favore risoluzione: tale voto non intendeva assolutamente essere in funzione di alcuna pressione indebita per acceleramento processo evoluzione coloniale, ma teneva invece conto necessità per noi di non prendere posizione sgradita ad africani in votazioni nelle quali voto stesso, mentre non avrebbe avuto effettivo peso, non avrebbe comunque influito su adozione risoluzione. Su queste basi, conformemente conversazione telefonica odierna codesto Ministero, voterper progetto afroasiatici. In caso voti parziali conterei astenermi su paragrafi piostici ai britannici, in modo da dare loro qualche opportuna soddisfazione.

    Quanto a risoluzione Honduras e emendamento Guatemala (documento L 324 e 325 mio telespresso 2223)(2), dato anche possibili ingerenze relative questione altoatesina, voterei contro sempreché in relazione voto altre delegazioni non si abbia a risultare così isolati da caratterizzare sfavorevolmente, sia come precedente in generale sia nei riguardi latino-americani, nostra posizione. Inutile aggiungere che voterei contro emendamenti a risoluzione afro-asiatica presentata oggi da URSS (e che richiedono attuazione risoluzione entro 1961) e contro dichiarazione originale sovietica (mio telespresso 1677)(4).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Non pubblicato. 3 Vedi D. 465. 4 Per il seguito vedi D. 483.

    478

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    Telespr. 3438/22382. New York, 13 dicembre 1960.

    [Oggetto]: XV Assemblea Generale. 2a Commissione. Risoluzione per la creazione del Fondo delle Nazioni Unite per l’investimento di capitali.

    [Riferimenti]: Mio telegramma del 7 dicembre(3).

    Faccio seguito al telegramma del 7 corrente col quale ho comunicato l’esito della votazione in merito al progetto di risoluzione concernente il Fondo per l’investimento di capitali.

    La discussione sul predetto progetto di risoluzione si è protratta pia lungo del previsto, perché era vivo desiderio della Commissione di giungere anche su questo argomento ad una soluzione di compromesso che accontentasse ambo le parti. Tale soluzione è stata, per realizzata solo parzialmente e la risoluzione è la sola che abbia registrato, in Seconda Commissione, 4 voti contrari: tutte le altre sono infatti state approvate all’unanimità o, comunque, senza alcun voto contrario.

    I co-autori del progetto, che avevano finito per raggiungere il congruo numero di 44 Paesi, fra i quali erano rappresentati tutti i continenti, si sono mostrati quanto mai rigidi circa la formulazione di un testo che indicasse la decisione dell’Assemblea Generale di creare il Fondo e pertanto essi non sono stati in grado di accogliere l’emendamento proposto dalle Delegazioni di Danimarca, Grecia, Paesi Bassi e Svezia, le quali chiedevano di veder sostituite nel paragrafo l del dispositivo alla parola «decides» le parole «looks forward» e alla parola «shall» la parola «should».

    Una maggiore flessibilità i co-autori hanno dimostrato per quanto riguarda il paragrafo 2 del dispositivo nel quale, in luogo di fare espressa menzione del «progetto di statuto» che il Comitato di 25 membri dovrebbe preparare, hanno acconsentito a parlare di «concrete misure preparatorie, comprese quelle legislative».

    Data l’intenzione da parte di alcuni Paesi occidentali, fra cui soprattutto i Paesi Bassi, di raggiungere comunque un compromesso, che permettesse al maggior numero possibile di delegazioni di votare in favore del progetto di risoluzione, le Delegazioni di Danimarca, Grecia e Paesi Bassi hanno formulato una seconda proposta di emendamento al testo del paragrafo 1 operativo, chiedendo l’inclusione delle parole «in principio».

    Tale nuova redazione è stata accolta dai co-autori del progetto, il cui porta-parole ha pertenuto a precisare che con ciessi non ritenevano che venisse procrastinata la decisione di creare il Fondo.

    Sulla base del nuovo testo del progetto di risoluzione si è quindi votato ed il risultato della votazione è stato quello già comunicato col telegramma in riferimento, e cioè 68 voti in favore, 4 (Australia, Gran Bretagna, Sud Africa e USA) contro e 8 (Belgio, Canadà, Finlandia, Francia, Giappone, Irlanda, Nuova Zelanda e Svezia) astensioni. A tal riguardo faccio presente che non è da escludersi che talune delle delegazioni che hanno votato contro o che si sono astenute possano modificare la loro posizione in sede di votazione in Assemblea Generale nei prossimi giorni, così come d’altronde fecero già alcune delegazioni, fra cui l’Italia, due anni or sono.

    Per quanto riguarda la posizione da noi assunta, la Delegazione italiana ha cercato di svolgere opera conciliatrice fra le due parti in contrasto. Dato l’irrigidimento soprattutto della Gran Bretagna e degli Stati Uniti non si è riusciti a provocare una unanimità di consensi. Richiesti di essere coautori del secondo emendamento, ci siamo rifiutati in quanto ciavrebbe significato da parte nostra una presa di posizione troppo distante da quella di altri Paesi occidentali contrari alla costituzione del Fondo.

    In attesa di conoscere il testo definitivo sul quale si sarebbe votato, il Delegato italiano non ha preso la parola fino all’ultima seduta e in tale occasione ha dichiarato(4) che egli avrebbe preferito veder figurare nel progetto di risoluzione l’emendamento al paragrafo l del dispositivo originariamente proposto da Danimarca, Grecia, Paesi Bassi e Svezia. Egli ha aggiunto di aver preso nota dell’interpretazione che gli autori del progetto intendevano dare alle parole «in principio», ma che se per essi queste due parole non modificavano la situazione, e i co-autori continuavano a insistere sulla creazione immediata del Fondo, la Delegazione italiana attribuiva una grande importanza alle due parole che ristabilivano l’equilibrio nel testo del progetto di risoluzione in relazione al fatto che ancora non si sapeva come il Fondo sarebbe stato costituito. Il Delegato dell’Italia ha precisato che egli concordava sulla decisione «in principio» di creare il Fondo e di permettere al Comitato dei 25 di iniziare i suoi lavori; ma una decisione definitiva nei confronti del Fondo non poteva essere presa che alla prossima sessione dell’Assemblea Generale, allorché la Seconda Commissione sarà chiamata ad esprimersi sulle misure preparatorie redatte dal Comitato. Dato che il Governo italiano è in favore dell’elargizione dell’assistenza ai Paesi meno sviluppati tramite le Nazioni Unite e che le parole «in principio» erano state inserite nel paragrafo l del dispositivo, il nostro Delegato ha concluso che egli era in grado di votare in favore del progetto di risoluzione, ma che teneva, comunque, a sottolineare che il Fondo non potrà funzionare senza l’appoggio dei Paesi chiamati ad esserne i principali contribuenti.

    Abbiamo ritenuto opportuno di votare in favore del progetto di risoluzione, pur se cipuforse apparire un distacco dalla posizione assunta al riguardo da taluni Paesi occidentali, per i seguenti motivi:

    l)- il nostro voto in favore, unitamente a quello dei Paesi Bassi, data la loro posizione nei confronti del Fondo fin dalla prima volta che se ne parlin seno alle Nazioni Unite, ha permesso di non far qualificare il DAG quale gruppo solidamente contrario al Fondo; 2)- è impressione generale che l’anno prossimo la nuova Amministrazione americana modificherà la posizione degli Stati Uniti con la conseguenza di provocare analogo cambiamento di posizione da parte di altri Paesi; 3)- varie delegazioni, nell’invitarci a votare in favore, ci hanno fatto presente che due anni or sono finimmo per votare in favore della costituzione del Fondo e che l’anno scorso, pur astenendoci, esprimemmo il nostro consenso, in linea di massima, alla sua creazione; 4)- infine, l’Austria aveva fatto conoscere che avrebbe, comunque, votato in favore del progetto di risoluzione.

    La nostra posizione, come ho già telegrafato, è stata accolta con viva soddisfazione da parte dei Paesi sottosviluppati, molti dei quali hanno tenuto ad esprimere il loro apprezzamento. D’altra parte le spiegazioni date prima del voto circa la nostra interpretazione alla redazione del testo del progetto di risoluzione, pur senza mettere in dubbio il nostro consenso alla creazione del Fondo, è servita a precisare che intendiamo, prima di prendere una decisione definitiva, essere in grado di esaminare le proposte di misure concrete, e praticamente lo statuto, che il Comitato dei 25 si prepara a redigere, e che è inoltre nostro avviso che il Fondo non potrà praticamente costituirsi senza l’adesione dei Paesi che ne saranno i maggiori contribuenti e che per il momento non manifestano l’intenzione di parteciparvi.

    Tengo a rilevare che la nostra adesione al progetto di risoluzione non costituisce alcun impegno finanziario di sottoscrizione al capitale costitutivo del Fondo. Tale questione non sarà oggetto di esame prima della prossima sessione dell’Assemblea Generale. La nostra astensione o il nostro voto favorevole di oggi non modificano infatti la situazione innanzi alle quale ci troveremo allorché si dovrà discutere l’effettiva partecipazione al Fondo. E a quel momento tutto dipenderà dalla posizione che soprattutto gli Stati Uniti intenderanno prendere al riguardo.

    Circa infine la questione della composizione del Comitato di 25 Paesi che dovrà predisporre le misure preparatorie del Fondo, si va sempre piaffermando l’impressione che il Presidente dell’Assemblea Generale intenda procedere alla designazione dei membri non prima del marzo p.v. alla ripresa della presente sessione dell’Assemblea e cisempre nella speranza che una modifica dell’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del Fondo possa permettere la partecipazione anche di questo Paese ai lavori del Comitato.


    1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. II Commissione.


    2 Inviato, per conoscenza, alla Delegazione permanente presso il Centro Europeo delle N.U. a Ginevra, alle Rappresentanze presso l’OECE a Parigi e presso il MEC a Bruxelles.


    3 Non pubblicato.


    4 Dichiarazioni rese durante la sessione 705: vedi UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Second Committee, 705th Meeting, Tuesday, 6 December 1960, at 2,50 p.m.,pp. 361-369: 362.

    479

    IL CAPO DELLA DELEGAZIONE PRESSO L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU, MARTINO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 44812/8182. New York, 14 dicembre 1960, ore 8 (perv. stessa ora).

    Oggetto: Questione algerina.

    Suo 5033.

    Ulteriore andamento discussione problema algerino sembravami consigliare in questo momento intervento delegazione italiana. Avrei sostenuto seguente tesi: impossibile non riconoscere diritto popolo algerino autodecisione ma indipendenza Algeria deve raggiungersi nel suo interesse con collaborazione e non in contrasto Francia. Questo appunto vuole conseguire attuale politica Generale De Gaulle; occorre dunque che Assemblea incoraggi con sue deliberazioni pacifica soluzione problema attraverso referendum e non assuma atteggiamenti ostili alla Francia che non favorirebbero soluzione problema. Avrei aggiunto che Italia interessata particolarmente rapporti collaborazione paesi nordafricani per numerose collettività italiane ivi residenti auspica urgente soluzione problema cioè raggiungimento indipendenza Algeria in condizioni che favoriscano collaborazione popolo francese.

    Aggiungo che inglesi avrebbero deciso intervenire con dichiarazione in dibattito generale e che pressioni in primo tempo indirette e poi personali da parte questo collega francese ci sono pervenute oggi.

    In seguito telegramma codesto Ministero mi asterrintervenire dibattito generale, riservandomi eventuale dichiarazione voto(4).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


    2 Trasmesso tramite la Rappresentanza presso l’ONU.


    3 Vedi D. 474.


    4 Per il seguito vedi D. 490.

    480

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 44848/819. New York, 14 dicembre 1960 (perv. ore 9,30).

    Oggetto: Progetto risoluzione circa Ruanda Urundi.

    Mio 341(6)/2216 e precedenti(2).

    Ad opera delegati India ed altri afroasiatici sarà domani presentato progetto risoluzione circa Ruanda Urundi contenente fra l’altro seguenti punti:

    1) Concessione amnistia che consenta esponenti locali riprendere normale attività politica;

    2) elezioni vengano proposte dal gennaio-febbraio al maggio-giugno;

    3) venga eletta da Assemblea Generale commissione cinque membri cui affidare supervisione elezioni.

    Su nessuno dei tre punti delegato belga – secondo quanto dettoci in via confidenziale – ritiene, giudicando in base sue attuali istruzioni, sia possibile che il suo Governo concordi.

    Gli è stato da parte nostra in via personale fatto rilevare che, mentre concordavamo su inopportunità «commissione dei cinque» punto 3 di cui sopra e su impossibilità aderire richiesta amnistia per delinquenti diritto comune, poteva tuttavia non inutilmente essere riconsiderata da parte loro epoca elezioni (onde sopratutto evitare che commissione – come potrebbe anche accadere – rifiuti accedere richiesta osservatori formulata dopotutto da stesso Governo belga).

    Né per amnistia, parevaci priva qualche possibilità influire favorevolmente su commissione una dichiarazione belga tendente assicurare assoluta incolumità esiliati politici che rientrassero per elezioni.

    Delegato belga è sembrato personalmente rendersi conto che nostre osservazioni riflettevano un realistico apprezzamento umori commissione e ci ha detto che tenterà ottenere che gli venga concessa una qualche maggiore possibilità di manovra per affrontare in migliori condizioni discussione – che si preannuncia molto polemica – sul predetto progetto di risoluzione.

    Mia impressione è che da un lato difficilmente presentatori modificheranno punti di sostanza loro risoluzione (che peraltro è nel complesso effettivamente moderata) – dall’altro che altrettanto difficilmente Governo belga vorrà accedere ad alcuni dei tre punti sopraddetti.

    Prenderemo contatto domattina con vari colleghi per accertarne atteggiamento. Di massima mi orienterei verso astensione, sempre che codesto Ministero concordi, tenendo beninteso presenti possibilità voto favorevole appena circostanze, e in particolare evoluzione atteggiamento belga, lo consentissero(3).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


    2 Non pubblicati.


    3 Con T. 25961/514 del 15 dicembre, Straneo rispondeva approvando la linea di azione indicata nell’ultimo paragrafo del telegramma. Per il seguito vedi D. 500.

    481

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 44854/822. New York, 14 dicembre 1960 (perv. ore 11).

    Oggetto: Questione Congo.

    Durante seduta notturna Consiglio Sicurezza Zorin ha di nuovo attaccato violentemente Kasavubu Mobutu e Segretario Generale N.U. ed ha presentato emendamenti a risoluzione Italia, Inghilterra, Stati Uniti e Argentina equivalenti a sostituzione risoluzione sovietica a quella quadripartita.

    Hammarskjoeld è poi intervenuto affermando che

    a)- N.U. devono continuare loro azione Congo, ma non saranno in grado di farlo se varie fazioni colà e vari membri delle N.U. le attaccano da ogni parte; - c)- Consiglio di Sicurezza dovrebbe pronunciarsi se è necessario dare agli organi esecutivi delle N.U. nuovo mandato per affrontare situazione attuale, pur tenendo sempre conto delle limitazioni obiettive poste dalla Carta non solo all’Organizzazione ma allo stesso Consiglio di Sicurezza. Dopo intervento cingalese che ha dichiarato rinunciare presentare progettata risoluzione avendo constatato impossibilità raccogliere intorno ad esso sufficienti adesioni si è proceduto a votazione.

    Emendamenti sovietici sono stati respinti, avendo avuto due soli voti a favore (URSS, Polonia) otto contrari ed una astensione (Ceylon). Nostra risoluzione ha avuto sette voti a favore, tre contrari (URSS, Polonia e Ceylon) ed una astensione e dato il veto sovietico non è stata accolta.

    Risoluzione sovietica è stata infine respinta con stesso voto su detti emendamenti.

    Successivamente Rappresentante Polonia introduceva di sorpresa breve risoluzione richiedente rilascio Lumumba e persone detenute malgrado immunità parlamentare, che è stata respinta con sei voti contrari tre favorevoli (Polonia, URSS, Ceylon) e due astensioni (Tunisia e Argentina).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.

    482

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    Telespr. 3446/2246. New York, 14 dicembre 1960.

    [Oggetto:] XV Assemblea delle Nazioni Unite. Articolo 2 del progetto di convenzione sulla libertà di informazione.

    Dopo avervi dedicato 17 sedute, la terza Commissione ha esaurito il dibattito relativo all’articolo 2 del progetto di Convenzione sulla libertà di informazione (punto n. 35 dell’ordine del giorno)(2).

    Tale articolo è stato pertanto approvato secondo una formulazione diversa da quella originaria, avendo alcuni dei vari emendamenti che erano stati presentati ottenuto la maggioranza.

    La discussione, iniziatasi in un clima di relativa calma, si è andata via via riscaldando a misura che le varie Delegazioni ribadivano le rispettive contrastanti posizioni sull’argomento, posizioni di intransigenza che hanno ancora una volta dimostrato la inconciliabilità delle tesi occidentali e di quelle delle Delegazioni sovietiche e dei Paesi afro-asiatici.

    Come è infatti noto a codesto Ministero (v. telespressi n. 1832/1232 del 30 luglio 1958 e 254/154 del 25 gennaio 1959)(3) tal progetto di convenzione, per effetto delle varie limitazioni via via portate alla libertà di informazione, si era trasformato in uno strumento che avrebbe sanzionato piche la libertà nella circolazione internazionale delle informazioni (secondo la originaria idea degli occidentali) in uno schema di disposizioni talmente restrittive della stessa libertà da renderlo gradito ai sovietici ed inviso agli occidentali. È per detto motivo che il dibattito sull’articolo 2, giunto quest’anno alla sua fase finale, si è rilevato particolarmente acceso, tentandosi da parte occidentale di difendere, se non altro, quegli emendamenti (come quello argentino) tendenti a sanzionare la proibizione della censura preliminare, e cercandosi viceversa dalle Delegazioni afro-asiatiche ed in misura minore da quelle sovietiche, di mantenere le clausole limitative elencate nell’originario progetto dell’art. 2. In tale quadro si è poi inserita, prendendo lo spunto dalla riluttanza delle Delegazioni occidentali di accettare siffatte clausole, la solita campagna propagandistica di alcuni Rappresentanti di Paesi del blocco comunista contro il permanere dello spirito neo-colonialistico, espresso appunto in tali formule, dei Paesi di democrazia occidentale.

    L’art. 2, tuttavia, è stato approvato – come accennato in precedenza – secondo una formulazione diversa da quella originaria, e ciper due ordini di motivi:

    1) La ferma solidarietà del gruppo occidentale, a cui si è associata l’Italia, nel cercare di difendere i reali principi cui si dovrebbe ispirare la libertà di informazione nella circolazione internazionale delle informazioni stesse;

    2) L’iniziativa del gruppo latino-americano di presentare un emendamento tendente ad aggiungere un nuovo paragrafo relativo alla proibizione della censura preliminare. Tale emendamento che, come si vedrà in seguito, ha ottenuto sufficienti voti, ha in sostanza rappresentato un elemento di equilibrio nell’insieme dell’articolo, tanto da rendere possibile, da parte italiana e di tutte le Delegazioni occidentali, ad eccezione di quelle scandinave, di astenersi quando si è votato l’articolo nel suo complesso. A cideve aggiungersi il riuscito tentativo compiuto dalle Filippine, il cui Delegato, Ambasciatore Lopez, si è reso promotore di un progetto di emendamento, anche approvato, cui scopo è stato quello di avvicinare – attraverso una nuova formulazione del paragrafo due dell’articolo in questione – le divergenti posizioni che si erano manifestate all’inizio del dibattito.

    L’iniziativa del delegato filippino si è concretata nella presentazione dell’emendamento contenuto nel documento A/C.3/L. 885 Rev. 2 con il quale le limitazioni elencate nel progetto originario sono state in parte fuse in un nuovo paragrafo, pibreve, che pur ammettendo la necessità di alcune restrizioni le definisce in categoria pigenerali, e cial fine di renderle accettabili dalla maggioranza dei Paesi. Piin particolare, il nuovo testo del paragrafo 1 dell’art. 2 risulta migliorato tanto nella forma che nella sostanza. Nella forma, perché abolendo l’elencazione delle 9 originarie restrizioni viene a dare all’articolo un carattere meno tassativo e quindi pivicino alla tesi occidentale; nella sostanza in quanto sono venute a cadere, nel testo filippino, alcune delle restrizioni che viceversa figuravano nel progetto originario. Inoltre il concetto di sicurezza pubblica è stato modificato con quello di ordine pubblico, e ciè stato reso possibile per effetto della presentazione di un emendamento italiano diretto a tale scopo (doc. A/C.3/L.890 Add. 1).

    Su tale schema si sono poi inseriti ulteriori emendamenti tendenti ciascuno a meglio definire o viceversa a sfumare le singole limitazioni o gruppi di limitazioni alla libertà di informazione. In particolare si è trattato dei seguenti progetti:

    1) Citato emendamento proposto dall’Italia, Grecia, Cambogia, Guatemala e Turchia, con lo scopo di sostituire la parola «National safety» con «public order». Tale emendamento è stato approvato con 34 voti favorevoli, 12 contrari, 27 astensioni.

    2) Emendamento proposto dal Pakistan (Doc. A/C.3/L.888 Rev. 1) al fine di aggiungere, alle limitazioni di già esistenti, quella relativa agli attacchi contro i fondatori di religioni. La votazione di tale proposta ha avuto il seguente risultato: 22 voti favorevoli, 9 negativi 44 astensioni (tra cui l’Italia ed il gruppo occidentale).

    È stato inoltre richiesto dai Rappresentanti di alcuni Paesi un voto separato sulle seguenti parole o frasi del progetto di cui si tratta:

    1) Cile: voto singolo sulla parola «National» nell’ultimo paragrafo dell’art. 2. Il voto ha dato il seguente risultato: favorevoli 41, negativi 6, astenuti (tra cui l’Italia) 27.

    2) Filippine: Richiesta di voto separato sulla frase: «of false reports harmful to friendly relations among Nations and». Voti favorevoli 44, negativi 22 (tra cui l’Italia), 14 astensioni. Tra i voti negativi va segnalato anche quello delle Filippine le quali si sono dichiarate contro la citata frase pur essendo tra i Paesi promotori del progetto. Cisi spiega con la circostanza che l’emendamento filippino comprendeva un documento di lavoro indiano successivamente incorporato, nel quale si faceva specifica menzione della frase per la quale è stato richiesto un voto singolo.

    3) Cile: Richiesta di voto separato sulla frase: «and the fair Administration of Justice». Favorevoli 46, negativi 8, astensioni 23 (tra cui l’Italia). La votazione del progetto filippino, così emendato, ha dato i seguenti risultati: favorevoli 46, contrari 8, astensioni 23 (tra cui l’Italia).

    Una iniziativa tendente a restringere il senso alla portata delle limitazioni alla libertà di informazione è stata presa dall’Argentina e da altre Delegazioni dell’America Latina allo scopo di inserire nel testo dell’art. 2, un nuovo paragrafo per precisare che nessuna delle limitazioni in questione avrebbe dovuto comunque implicare la possibilità della censura preliminare.

    Tale iniziativa è stata pertanto oggetto di apposito emendamento (doc. A/C.3/L.886 Rev.1) sottoscritto da altre sei Delegazioni (Bolivia, Cile, Costa Rica, Guatemala, Pere Venezuela).

    L’inserzione di un siffatto nuovo paragrafo, vivamente appoggiata dall’Italia, ha suscitato un violento attacco da parte di quei Paesi legati ai principi limitativi dell’art.

    2. La votazione sull’emendamento ha, tuttavia, grazie all’appoggio di tutti i Paesi dell’Europa occidentale e del compatto blocco latino-americano ottenuto la sufficiente maggioranza. I risultati sono stati i seguenti: voti favorevoli (tra cui l’Italia) 39, negativi 22, astenuti 15. Tale votazione ha fatto seguito a tre distinte richieste di voti separati su singole parole, che hanno tutti dato esito positivo.

    Il risultato della votazione sul complesso dell’art. 2 è stato, pertanto, la seguente [sic]: favorevoli 49, negativi 5, astenuti (tra cui l’Italia) 19.

    Nel corso del dibattito generale, attenendosi a quanto praticato dagli occidentali, la Delegazione italiana è intervenuta al fine di chiarire la propria posizione nei confronti dell’art. 2. Si sono, nel corso dell’intervento del Delegato italiano, messi in evidenza i principi cui si ispira, in Italia, la libertà di informazione e si è citato, al riguardo, l’art. 21 della Costituzione che sancisce appunto tale libertà.

    Si è inoltre affermato che sarebbe stato auspicabile, al fine di meglio garantire la picompleta libertà di informazione alla luce delle varie restrizioni stabilite al paragrafo secondo dell’art. 2, di ammettere la possibilità del ricorso alle autorità giudiziarie in tema di applicazione delle restrizioni stesse. Si è infine dato ogni possibile appoggio all’emendamento argentino relativo alla proibizione della censura preventiva, ciche d’altronde coincide con quanto praticato in tale materia nel nostro Paese(4).


    1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. III Commissione.


    2 L’elenco dei documenti discussi è in calce alla prima pagina ed è il seguente: A/C.3/L.885/ Rev.2, A/C.3/L.888/Rev.1, A/C.3/L.886/Rev.1, A/C.3/L.890. L’argomento fu trattato nelle sedute dal 21 novembre al 7 dicembre: UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, Third Committee, 1028th-1045th, 1049th Meetings, 21 November - 7 December 1960, pp. 231-317, 343-344.


    3 Non pubblicati.


    4 Dichiazione nella seduta 1036 del 28 novembre: vedi sopra, nota 2.

    483

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 44954/825. New York, 15 dicembre 1960, ore 6,50 (perv. ore 7).

    Oggetto: Dibattito su colonialismo.

    Mio 820(2).

    Si è proceduto questo pomeriggio importante votazione su progetti relativi cosiddetta questione colonialismo.

    Progetto risoluzione afroasiatica è stato approvato con 89 voti a favore tra cui il nostro come concordato 9 astensioni ed un assente (Dahomei). Dagli astenuti che prevedevo ieri si sono staccati all’ultimo minuto Lussemburgo e Nuova Zelanda, sicché su posizione astensione sono rimasti soltanto Gran Bretagna Francia Belgio Portogallo Spagna Australia Sud Africa e Stati Uniti, piinattesamente Repubblica Dominicana.

    Non vi sono stati voti su parti separate risoluzione il che non ha reso necessario adottare particolari posizioni su questo o quel paragrafo.

    In precedenza Assemblea aveva respinto tanto nota dichiarazione sovietica quanto emendamenti sovietici a testo afro-asiatico entrambi a notevole maggioranza. Noi abbiamo votato contro assieme a tutti occidentali, maggioranza latino-americani ed alcuni afro-asiatici, mentre a maggioranza quest’ultimi si sono divisi tra voto favorevole ed astensione, pressappoco su linee rapporti Est-Ovest.

    Quanto ad Honduras e Guatemala hanno ritirato loro testo data avversione incontrata tra latino-americani.

    Commenti assai duri ha suscitato tra afro-asiatici voto, per loro del tutto inatteso, Stati Uniti, particolarmente scossi i Paesi afro-asiatici favorevoli a posizioni occidentali che non riescono in verità a spiegarsi, e non sono i soli, come in questa questione di tanto rilievo Paesi nuova indipendenza, Stati Uniti, i quali pure spesso in altre votazioni avevano tenuto a differenziarsi da posizioni cosidette colonialiste, abbiano voluto unirsi nel voto ad uno sparuto gruppo cui voto è stato principalmente dettato da specifici interessi riferentisi territori da essi amministrati.

    A me comunque inglesi avevano ancora ieri confidato aver esercitato forti pressioni su Washington. Come segnalato con mio telegramma citato di ieri, Governo americano deve aver aderito ad esse, a dir poco, con riluttanza, dato che anche oggi dopo votazione autorevole membro della rappresentanza americana (Ambasciatore Willis) mi ha spontaneamente e marcatamente accennato ad imbarazzo sua delegazione aggiungendomi «essere lieta che non tutti amici degli Stati Uniti li avevano seguiti in tale votazione».


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 477.

    484

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. urgentissimo 45193/838. New York, 16 dicembre 1960, ore 17,45 (perv. ore 0,40 del 17).

    Oggetto: Questione Congo.

    Miei 831, 832, 8332.

    Stamane ci siamo riuniti in gruppo occidentale per esaminare testo risoluzione sul Congo da presentarsi in dibattito odierno. Abbiamo apportato qualche modifica non di rilievo che segnalera parte. È prevalsa in sostanza generale concordanza vedute su testo apprestato che ha ricevuto anche approvazione belgi presenti. Si è poi quindi posto problema presentazione progetto risoluzione. Da parte mia ho fatto presente che poteva forse convenire che non fossero Paesi NATO a figurare e ciallo scopo raccogliere maggiore possibile messe adesioni in ambienti afroasiatici.

    Americani hanno invece dichiarato che Dipartimento Stato riteneva che fosse piconveniente e producente affrontare problema di petto, presentando essi stessi e anche Paesi NATO, oltre che Paesi altre aree geografiche, progetto in questione.

    Pareri sono rimasti alquanto fluttuanti ed ognuno di noi si è riservato propria posizione dopo avere ricevuto istruzioni. Devo fare presente che tesi da me sostenuta circa opportunità non avere Paesi NATO tra i presentatori mi è parsa condivisa da belgi ed anche, mi è sembrato, da inglesi. Dopo conversazione telefonica con S.E. Ministro Parigi procedera breve dichiarazione e voto favorevole senza partecipare a presentazione. Se dovessero essermi rivolte forti pressioni da parte americana e vi sarà margine sufficiente di tempo non manchersegnalarlo.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Non pubblicati.

    485

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    Telespr. 3459/22592. New York, 16 dicembre 1960.

    Oggetto: Dibattito in Consiglio di Sicurezza sulla situazione in Congo.

    L’ultimo dibattito in Consiglio di Sicurezza sul Congo ha lasciato la situazione a un punto morto, perché esso si è concluso senza risoluzioni e quindi senza che i recenti avvenimenti nel Congo abbiano dato vita a una nuova formulazione della politica delle Nazioni Unite rispetto a quel problema. La risoluzione quadripartita (Italia, Argentina, Inghilterra, Stati Uniti) infatti, opportunamente revisionata per significare che i patrocinatori in linea di massima ritenevano che le Nazioni Unite si dovessero attendere che «non fossero prese misure contrarie alle regole riconosciute della legge e dell’ordine» nei confronti di persone detenute «ovunque» nel Congo, è caduta per il veto sovietico. La risoluzione sovietica, e i tendenziosi emendamenti proposti da Zorin alla risoluzione quadripartita, sono stati respinti. Un tentativo in extremis e di sorpresa della Polonia, che puramente e semplicemente con una breve risoluzione, chiedeva il rilascio di Lumumba, veniva bocciato dal Consiglio. Il Consiglio quindi si aggiornava, senza avere nulla concluso, benché dopo avere a lungo dibattuto una situazione che, localmente, continua a deteriorarsi.

    Tunisia e Ceylon, che pensavano sulle prime di produrre una risoluzione di compromesso, si rendevano rapidamente conto che non esisteva la base per un negoziato di fronte ad un contrasto troppo stridente, e rinunciavano quindi al progetto.

    E, in realtà, la parte centrale della sessione del Consiglio è consistita non tanto nella battaglia intorno alla detenzione e maltrattamento di Lumumba quanto sul ruolo e le possibilità avvenire delle Nazioni Unite.

    Circa l’arresto di Lumumba e i tentativi di incriminare Kasavubu e Mobutu, ove si inquadri l’incidente nella situazione generale del Congo e nella prospettiva della lotta politica colà, era chiaro che nessun elemento nuovo giustificava una discussione in Consiglio. L’atteggiamento delle Potenze – infatti – nonché il delinearsi dei gruppi e delle tendenze si era già precisato durante e dopo la visita di Kasavubu a New York. Adesso, quindi, l’URSS cercava di prendere pretesto dal caso Lumumba, isolandolo dal contesto del panorama politico del Congo, per inscenare su di esso una montatura, mentre i neutralisti di sinistra, e cioè soprattutto India e Jugoslavia, speravano, provocando il rinvio della questione in Assemblea, di riaprire il dibattito sulla legittimità del regime Kasavubu.

    Quanto all’Occidente, esso ha cercato di mantenere il suo appoggio a Kasavubu, e di smontare la macchina propagandistica sovietica con una risoluzione che sottolineasse l’esigenza di rispettare i diritti dell’uomo innanzi tutto, e quindi riconoscesse anche a Lumumba

    – senza nominarlo – il diritto di non esser maltrattato, così come a tutte le altre persone di tutte le province del Congo. L’Occidente si è rifiutato perdi far entrare nella discussione un nuovo tentativo di invalidare la legittimità dell’arresto di Lumumba né [sic], d’altro canto, di convalidare il suo status come Presidente del Consiglio. Gli occidentali hanno sostenuto che, mentre Lumumba ha diritto di godere in pieno delle guarentigie accordate a qualunque cittadino, esso non puconsiderarsi piCapo del Governo (cihanno sostenuto la Francia, gli Stati Uniti e l’Argentina), e che circa le formazioni militari di Mobutu le Nazioni Unite non possono intervenire negli affari interni del Congo.

    Il ruolo delle Nazioni Unite è, quindi, venuto pienamente in discussione. Hammarskjoeld ne ha trattato diffusamente, e con tono particolarmente grave. Se le Nazioni Unite fallissero, egli ha detto, il Congo piomberebbe in una lunga guerra civile sul modello della Spagna di Franco, con interventi esterni e rischio costante di una guerra mondiale. La vita economica della Repubblica del Congo sarebbe «totalmente paralizzata». Il Segretario Generale ha dichiarato poi che solo nel Kasai meridionale da 230 a 300 mila persone stanno morendo di fame. Inoltre, ha affermato Hammarskjoeld, se le Nazioni Unite dovessero ritirarsi, si assisterebbe alla disintegrazione completa di quella qualsiasi struttura nazionale unitaria che tuttora rimane.

    Per continuare tuttavia – ha precisato il Segretario Generale – le Nazioni Unite hanno bisogno non solo di vedersi confermato – e se necessario esteso – il loro mandato, ma di non essere sballottate e attaccate dalle varie fazioni congolesi, e quindi dalle varie Potenze che sono dietro di esse.

    Il punto centrale dell’argomentazione di Hammarskjoeld, e che l’Occidente ha condiviso, è stato che le Nazioni Unite non possono in alcun modo interferire nella vita interna del Congo. I sovietici ed i loro alleati, invece, hanno precisato che lasciando a Mobutu la possibilità di organizzare le sue formazioni militari mentre il Parlamento rimane inattivo, le Nazioni Unite ed il Segretario Generale sono colpevoli della disintegrazione delle istituzioni politiche in Congo e che esse fanno quindi il gioco degli imperialisti. I neutralisti invece hanno sostenuto che la riapertura del Parlamento e, come elemento concomitante di questo gesto anche se non da tutti esplicitamente ammesso, il rilascio di Lumumba, costituiscono una necessità per l’opera normalizzatrice delle Nazioni Unite.

    Come si vede, lo sviluppo degli ultimi avvenimenti in Congo ha creato una situazione – e dato la stura ad una polemica – che rende difficile ogni azione se non unitaria, almeno largamente maggioritaria del Consiglio di Sicurezza. Il dibattito in Assemblea, proposto dalla Jugoslavia e dall’India con l’arrogante sostegno di Zorin, dirà se l’Occidente mantiene le posizioni, che con l’appoggio della maggioranza degli africani di lingua francese aveva rivelato di avere durante il dibattito in Assemblea sulle credenziali della delegazione presieduta da Kasavubu. Per ora, sia pure con delle riserve e delle critiche affiorate, nell’ultimo dibattito del Consiglio, nei confronti del regime Kasavubu-Mobutu, il Consiglio di Sicurezza ha mostrato che un buon numero di Paesi non se la sentono di avallare non solo le tesi estreme dell’URSS ma anche quelle meno violente e tuttavia insidiose e tendenziose dell’Indonesia, dell’India e della Jugoslavia. In Consiglio di Sicurezza, la manovra sovietica è stata sventata: resta ora da vedere se il carattere inconclusivo dei risultati dei lavori del Consiglio sia da considerarsi dovuto alla debolezza della tesi dell’URSS – che aveva promosso il dibattito – e dei neutralisti, che sia pure con maggiore moderazione le si sono affiancati o piuttosto alla particolare composizione del Consiglio di Sicurezza. È quello che diranno gli sviluppi del dibattito in Assemblea che si inizia oggi.


    1 DGAP, Uff. VII, 1960-1962, (I versamento), b. 91, Congo, Consiglio di Sicurezza, corrispondenza varia, 1961.


    2 Sottoscrizione autografa. Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Bruxelles, Il Cairo, Leopoldville, Londra, New Delhi, Parigi, Washington.

    486

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, A PARIGI(1)

    T. precedenza assoluta 45300/8412. New York, 17 dicembre 1960, ore 20 (perv. ore 20,40).

    Oggetto: Progetto risoluzione Congo.

    A seguito mia conversazione telefonica ieri faccio presente che colleghi inglese e argentino esercitano forte pressione ed insistenza perché Italia partecipi presentazione progetto risoluzione Congo.

    Considerando questo molto importante anche per il fatto che eravamo copatrocinatori progetto ultima riunione Consiglio Sicurezza, Dean mi ha aggiunto avere speranza che a tale presentazione possano anche partecipare alcuni Paesi afroasiatici, che sono riuniti appunto in questo momento per decisione.

    Faccio presente quanto precede per il caso che S.E. consideri che in tali circostanze ci sia possibile dare nostra adesione presentazione progetto o comunque voglia lasciarmi discrezionalità in relazione soprattutto a quella che potrà essere decisione Paesi afroasiatici. Informo che dibattito potrebbe anche concludersi stasera(3).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Nota del documento: «A richiesta di New York il telegramma è stato inoltrato a Parigi tramite

    F.B. alle ore 21,45». 3 Per il seguito vedi D. 487.

    487

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto urgentissimo 45348/844. New York, 18 dicembre 1960, ore 8 (perv. ore 8,30).

    Oggetto: Progetto risoluzione su Congo.

    A conferma telefonate odierne comunico che:

    1) Americani e inglesi non erano riusciti stamane ad ottenere come copromotori progetto risoluzione questione Congo (di cui miei 833 e 839)(2) Paesi altre regioni geografiche. Soprattutto africani di lingua francese, pur approvando in linea di massima grandi linee risoluzione, non avevano ritenuto poter essere promotori e quanto al voto opinioni apparivano variare tra astensione e voto favorevole.

    2) Americani ed inglesi avevano quindi ritenuto che si potesse razionalmente e logicamente presentare come promotori gruppo dei soli quattro Paesi che avevano presentato risoluzione in Consiglio Sicurezza e cioè Argentina, Gran Bretagna, Stati Uniti e Italia. Argentino Amadeo dichiarato peraltro sue istruzioni gli consentivano essere promotore solo a condizione che anche Italia figurasse.

    3) Sono stato oggetto nel corso di tutto il pomeriggio pressioni vivissime e insistenti da parte tre colleghi predetti per indurmi a dare mia adesione immediata. Ho risposto che istruzioni in mio possesso non me lo consentivano e che vi erano motivi ordine vario, internazionale ed interno, alla base del nostro atteggiamento, soprattutto poi in un quadro in cui non figuravano piafricani di lingua francese tra promotori risoluzione.

    4) Finale di seduta ha preso la parola Segretario Generale che ha espresso opinione e fissato posizioni in modo tale da rendere risoluzione occidentale ancora piattuale ed opportuna. Pertanto colleghi americano ed inglese ci facevano sapere avrebbero proceduto senza Italia (e di conseguenza senza Argentina) depositando risoluzione stasera stessa. Peraltro quando ho loro comunicato impossibilità per me ricevere adeguate istruzioni nel pieno della notte (ora romana) anglo-americani hanno deciso alla fine soprassedere ed attendere mia definitiva risposta, tanto piche riunione Assemblea erasi intanto aggiornata. Anglo-americani procederanno perdomattina a depositare risoluzione con o senza di noi ed attendono nostra definitiva risposta domattina ore nove. Sviluppi sopra descritti mi inducono formulare seguenti commenti:

    1) Nostra eventuale mancata partecipazione non potrà non essere largamente risaputa e potrebbe venirle attribuito significato politico molto spiccato e forse sproporzionato.

    2) D’altro canto, malgrado «razionalità» nostro gruppo dei quattro già presentatori risoluzione in Consiglio di Sicurezza, non vi è dubbio che risoluzione di ispirazione occidentale si pone antagonisticamente di fronte a quella degli afro-asiatici neutralisti.

    3) Sviluppi ultima ora e cioè discorso Segretario Generale e conseguenti nuove modulazioni atteggiamento certe delegazioni potranno forse dare a nostra risoluzione qualche punto vantaggio sull’altra anche se non è assicurata in partenza maggioranza due terzi. In ogni caso nostra risoluzione dovrebbe servire sottrarre suffragi all’altra e in tali condizioni potrebbe anche essere formulata qualche proposta per concludere dibattito senza alcuna risoluzione.

    4) Confermo che progetto risoluzione è stato elaborato in contatto con tutti occidentali ivi compresi belgi i quali considerano accettabile ultimo testo redatto ma per ovvi motivi nel voto si asterranno.

    Resto attesa di istruzioni entro le nove (ora New York) di domattina come sopra indicato(3).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicati. 3 Per la risposta vedi D. 488.

    488

    IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU E ALL’AMBASCIATA A WASHINGTON(1)

    T. 26115/516 (New York) 447 (Washington). Roma, 18 dicembre 1960, ore 14,45.

    Per tutti: Nostro desiderio su piano internazionale è che risoluzione presentata all’ONU dagli Stati Uniti ottenga maggior possibile numero voti. Ci sembra (e questo avviso manteniamo tuttora) non conveniente presentare con etichetta NATO detta risoluzione.

    In vista anche dibattito al Senato di domani, sul piano interno, preferiamo che Delegazione italiana appoggi risoluzione anche con dichiarazioni voto ma non dico non figuri tra i presentatori.

    Premesso questo se USA facesse una questione essenziale della nostra presentazione (al riguardo perosservo che Herter in recente colloquio parigino non me ne ha parlato, né al riguardo ci ha sollecitato questa Ambasciata d’America; abbiamo pertanto impressione trattasi solo di insistenze fatte in loco a New York) V.E. potrà associarsi presentazione sempre che come presentatori figurino Argentina e possibilmente altri Stati non appartenenti NATO.

    Solo per Washington: Ad Italnation è stato telegrafato quanto precede.

    Solo per Italnation: Presente telegramma si riferisce suo 8442.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, partenza. 2 Vedi D. 487. Per la risposta vedi D. 489.

    489

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto urgentissimo 45395/845. New York, 18 dicembre 1960, ore 18,12 (perv. ore 21,30).

    Oggetto: Risoluzione su Congo.

    Suo 5162.

    Provveduto fare comunicazione ad americani ed inglesi. Argomentazioni da loro oggi svolte corrispondevano d’altra parte, per quanto concerne aspetti internazionali a quanto ebbi già a dire sin dalla seconda riunione fra occidentali (vedi mio 838)(3) e per il resto ad accenni già fatti loro ieri. Essi non hanno quindi piinsistito e poiché nostro diniego come telegrafato ieri comportava anche quello argentino, risoluzione verrà presentata da Stati Uniti e Inghilterra.

    Per quanto concerne particolari insistenze di ieri da parte Delegazione americana faccio presente che problema associazione in presentazione risoluzione è andato complicandosi solo ultime ore di ieri pomeriggio, dopo che anche africani di lingua francese avevano definitivamente indicato loro riluttanza ad associarsi in presentazione risoluzione. Dibattito sul Congo riprenderà domani.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 488. 3 Vedi D. 484.

    490

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 45400/847. New York, 18 dicembre 1960, part. il 19, ore 2,30 (perv. stessa ora).

    Oggetto: Dibattito su questione algerina.

    Mio 834(2).

    Domani si riprenderà in plenaria dibattito su questione algerina.

    Come previsto si sono nei giorni scorsi avute manovre e contatti tra afroasiatici alla ricerca di una formulazione attenuata da sostituire a quella paragrafo 4 risoluzione originaria.

    Tale paragrafo che «decideva» un referendum organizzato dalle Nazioni Unite, non aveva infatti ricevuto in Commissione maggioranza due terzi necessaria per approvazione in plenaria(3). Paesi che hanno una posizione estremista di appoggio integrale alle richieste del sedicente Governo algerino hanno insistito per mantenere comunque nella nuova formula concetto intervento N.U. nel referendum. Ma Paesi afrofrancesi, sollecitati vivamente dalla Francia, hanno tenuto fermo nel respingere tale concetto ed hanno confermato loro orientamento verso una formula che in materia di referendum accenni solo genericamente a garanzie internazionali e che limiti per ora intervento internazionale a creazione speciale Commissione col compito facilitare contatti e negoziati tra le parti in conflitto e cui composizione avrà a determinarsi in accordo con dette parti. Da queste manovre ed orientamenti sono scaturiti oggi due emendamenti sostitutivi del predetto paragrafo 4, il primo presentato da Cipro, il secondo da 11 Paesi afrofrancesi; ne trasmetto testo originale con telegramma 8484.

    Francesi sono opposti a emendamento Cipro in quanto mantiene principio inaccettabile dell’intervento N.U.

    Contano su voto negativo Paesi afrofrancesi. Occidentali che hanno in Commissione votato contro originario paragrafo 4 – e in primo luogo – americani e inglesi – appaiono quindi qui orientati votare contro anche emendamento Cipro.

    Si ché così anche mi proporrei fare io.

    Quanto a emendamenti afrofrancesi, Bérard attende ancora decisioni Quai d’Orsay; ma mi appare preparato a che occidentali quanto meno si astengano; sforzo fatto da afrofrancesi va infatti riconosciuto ed è da evitare quindi che emendamenti siano sconfitti per voto contrario proprio degli altri amici della Francia. Inglesi hanno raccomandato a Foreign Office astensione, mentre americani non escluderebbero ancora possibilità che, se non vi sarà forte opposizione Francia, si consideri voto favorevole quanto meno su prima parte emendamento. Contatti sono in corso tra occidentali e mi riservo telegrafare(5).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza.


    2 T. 45075/834 del 16 dicembre: sintesi delle dichiarazioni di voto nel dibattito del 15 dicembre tenutosi nella prima Commissione (Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I).


    3 UN, General Assembly, Official Records, Fifteenth Session, First Committee, 1133rd Meeting, Thursday, 15 December 1960, at 3.15 p.m., pp. 267-276.


    4 Non pubblicato.


    5 Vedi D. 491.

    491

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 45402/849. New York, 18 dicembre 1960, part. il 19, ore 1 (perv. ore 8,45).

    Oggetto: Dibattito su questione algerina.

    Mio 847(2).

    Collega francese Bérard che ho rivisto stasera mi ha ripetuto che suo Governo attendesi voto contrario ad emendamento Cipro su Algeria ed astensione su quello afrofrancesi. A mio accenno circa dubbi americani, mi ha ammesso che pareri tra americani sono divisi, Delegazione qui propendendo per voto favorevole, Washington per astensione.

    Poiché in voto domani potrebbe determinarsi situazione circa emendamento afrofrancese in cui americani votino favorevolmente ed inglesi si astengano, sargrato urgentissime istruzioni in mancanza delle quali mi orienterei comunque tenermi vicino ad americani(3).


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 490. 3 Per la risposta vedi D. 493.

    492

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto urgentissimo 45403/850. New York, 18 dicembre 1960, part. il 19, ore 1 (perv. ore 8,45).

    Oggetto: Questione Congo.

    Mio 845(2).

    In relazione successiva comunicazione telefonica odierna a nome V.E., informo che nel frattempo Stati Uniti ed Inghilterra avevano già provveduto presentare risoluzione che era stata distribuita in previsione ripresa dibattito domani e che argentino Amadeo aveva già da stamane deciso ed avvertito Buenos Aires di conseguenza di non associarsi a presentazione. In tali circostanze e poiché aggiunta nostro nome a presentatori avrebbe ormai assunto diverso carattere, mio sondaggio con presentatori si è svolto piuttosto a titolo retrospettivo, anche se regole procedura prevedono che altri Paesi possano sempre aggiungersi a presentatori originali. Da tale sondaggio che ho potuto svolgere solo con inglesi non avendo potuto contattare americani autorevoli assenti da aula mi è sembrato che motivi nostro atteggiamento fossero stati amichevolmente compresi.

    Inoltre ho appreso da Dean che, e ne ho poi avuto personalmente conferma da Capo Delegazione Costa Avorio il quale è anche Capo gruppo afrofrancese, delegazioni detti Paesi avevano ricevuto istruzioni opporsi qualsiasi risoluzione compresa quella occidentale, ritenendo che essendo questione Congo attualmente dibattuta in riunione Brazzaville tra Capi Stato africani decisioni su situazione Congo avrebbero dovuto essere in ogni caso rinviate. Afrofrancesi presumibilmente cercheranno ottenere che ambedue risoluzioni finora presentate non vadano al voto e se non riusciranno ad evitarlo, probabilmente non solo si asterranno ma dichiareranno non volere partecipare voto stesso.

    In tali circostanze e poiché eventuale non approvazione risoluzione non potrà essere imputata a nostra mancata associazione a sua presentazione, ho ritenuto opportuno non apportare mutamenti a nostra posizione come delineata a colleghi inglese ed americano stamane (mio 845) a seguito istruzioni di cui telegramma V.E. 5163.

    Ciche amici americani ed inglesi si attendono è dichiarazione nostra a favore loro tesi, tanto piche rimangono iscritti solo pochi oratori e che appare opportuno che qualche occidentale parli dopo dichiarazioni Segretario Generale di ieri a sostengo Hammarskjoeld stesso.

    Sulla base istruzioni V.E. farquindi dichiarazione domattina centrandola su seguenti tre punti:

    1) necessità rafforzare al massimo N.U. nella operazione intrapresa nel Congo e sostenere Segretario Generale;

    2) necessità evitare ogni indebita interferenza nel Congo da parte sia N.U. sia Stati o gruppi Stati, in conformità con principii N.U.;

    3) opportunità volgere attenzione esclusivamente al perseguimento benessere Congo e suo popolo.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 489. 3 Vedi D. 488.

    493

    IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, SEGNI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU(1)

    T. segreto 26130/518. Roma, 19 dicembre 1960, ore 15,15.

    Vostra Eccellenza, tenendo presente possibili futuri riferimenti in questione Alto Adige, vorrà votare contro, dico contro, emendamento di Cipro. Ella vorrà nella dichiarazione di voto far presente che intervento ONU in Algeria nella fase attuale piche facilitare svolgimento pacifico referendum, lo complicherebbe poiché acuirebbe contrasti esistenti.

    Circa emendamenti afro-francesi preferiremmo astensione. V.E. voglia pertanto in tal senso svolgere opportuna opera persuasione verso Delegazione USA in modo che voto occidentale risulti univoco.

    Se fosse possibile senza urtare Francia scindere questo emendamento potremmo anche votare prima parte emendamento fino alla parola «cessazione del fuoco».

    Il presente riferiscesi suoi 847, 8492.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi DD. 490 e 491. Per la risposta vedi D. 496.

    494

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto 45449/851. New York, 19 dicembre 1960, ore 15 (perv. ore 22).

    Oggetto: Questione Congo.

    Mio 850(2).

    Come da mio telegramma citato, ho pronunciato questa mattina in Assemblea ampia dichiarazione voto secondo linee già comunicate. Essendo avvenuta mia dichiarazione in apertura di seduta, essa è stata la prima dopo presentazione risoluzione anglo-americana, ed ha avuto quindi particolare significato di appoggio ad iniziativa nostri due alleati. Sullo schema dei tre punti già comunicati ieri ho espresso approvazione operato Segretario Generale Nazioni Unite ed opportunità che suo mandato venga mantenuto nei limiti fissati da risoluzione Consiglio Sicurezza e secondo interpretazioni finora approvate da Consiglio stesso. Pressioni per indurre Segretario Generale superare limiti suo mandato sono evidentemente formulate da Paesi interessati a perseguire propria politica unilaterale interferenza e intimidazione Congo. Ho poi ribadito necessità scrupolosa osservanza impostazioni adottate Consiglio Sicurezza e Assemblea nei confronti interferenze politica interna congolese, raccomandando che sia Nazioni Unite che singoli Paesi lascino a popolo congolese decidere proprio futuro. Per converso, ho sostenuto che Nazioni Unite dovrebbero compiere ogni sforzo per porre rimedio a situazioni difficoltà verificatesi in quel territorio. Analogamente ho sostenuto diritto Governo congolese a scegliere collaboratori nel campo civile della cui opera esso desidera usufruire. Ho poi ribadito la necessità che per il benessere del Congo sia facilitata pacificazione politica Paese e espresso speranza che anche da attuale riunione Paesi Africa nera in Brazzaville emerga consapevolezza necessità sostenere Nazioni Unite in Congo.

    Ho poi fatto presente che risoluzione presentata da Paesi neutralisti implicherebbe regime tutela da parte Nazioni Unite su Congo. Ho infine ampiamente analizzato e sostenuto risoluzione anglo-americana riprendendo vari temi in essa menzionati e specialmente progettata conferenza tavola rotonda, riapertura Parlamento in condizioni libertà sicurezza nonché forte enfasi su protezione diritti dell’uomo e necessità cooperazione tra congolesi e Nazioni Unite. Ho concluso sottolineando la risoluzione anglo-americana riprende e fa suoi alcuni fra punti essenziali toccati nei loro interventi dagli afro-asiatici, dacché politicamente essa auspica non solo il risanamento politico ed economico del Congo ma il raggiungimento di tale scopo con mezzi in sostanza distensivi. (Segue testo prossimo corriere). Colleghi statunitense Wadsworth e britannico Dean hanno tenuto, sentita mia dichiarazione, esprimermi loro apprezzamento per valido appoggio loro prestato.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Vedi D. 492.

    495

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 45497/852. New York, 20 dicembre 1960 (perv. ore 3,45).

    Oggetto: Votazione elezione Consiglio Sicurezza.

    Mio 826(2).

    1) Domani, data alla quale dovrebbe chiudersi questa prima parte sessione Assemblea, è prevista ripresa elezioni ai Consigli societari per seggio rimasto scoperto Consiglio Sicurezza e altro ECOSOC.

    2) Nei contatti dei giorni scorsi si è continuata la ricerca di un Paese Europa occidentale per candidatura Consiglio Sicurezza da sostituire al Portogallo ai fini di una soluzione concordata con afro-asiatici sulla base di un anno alla Liberia ed un anno a candidato europeo. Norvegia parve ad un momento accettare, ma poi ci ripense tornsulla negativa; in definitiva ci si è fissati sull’Irlanda che è disposta ad accettare e cui posizione nei riguardi afro-asiatici è parsa poter facilitare predetta soluzione concordata. Afro-asiatici stanno ora esaminando la cosa e nei contatti tra stasera e domattina si dovrebbero, se essi concorderanno, prendere i definitivi accordi sulla procedura formale da seguire;

    3) quanto Consiglio economico e sociale si è provato ad esercitare qualche pressione su India perché dichiari di ritirare il suo nome dalla contesa ai fini permettere elezione Belgio: e ciinsistendo su fatto che afro-asiatici hanno già conseguito miglioramento loro rappresentanza in ECOSOC con elezione di due loro candidati (Giordania ed Etiopia). Si è anche provato a condizionare suddetta divisione seggio Consiglio sicurezza a ritiro India. Ma di fronte a coscienza afro-asiatici trovarsi (accompagnati come sono da voti blocco comunista e a causa insufficiente solidarietà europei e latino-americani) in posizione assai forte, questi tentativi non hanno dato alcun risultato. In tali condizioni si penserebbe eventualmente, dopo qualche altro ballottaggio che confermi equilibrio posizione tra Belgio ed India, posporre elezioni a seconda parte sessione, in considerazione fatto che, a differenza Consiglio di Sicurezza, non è assolutamente indispensabile tale elezione sia completata entro fine anno (dato che ECOSOC non si riunisce che in primavera) e dopotutto potrebbe perfino immaginarsi suo funzionare con soli 17 membri(3).


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.


    2 T. 44955/826 del 15 dicembre: Ortona riferiva in merito ad una nuova riunione al termine della quale si era convenuto di sondare non ufficialmente le delegazioni afro-asiatiche sull’ipotesi di dividere il periodo biennale del seggio in Consiglio di Sicurezza tra il Portogallo e la Liberia (ibidem).


    3 Per il seguito vedi D. 498.

    496

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. urgentissimo 45532/857. New York, 20 dicembre 1960, ore 9,20 (perv. ore 9,30).

    Oggetto: Questione Algeria.

    Suo 5182.

    Ha avuto luogo oggi pomeriggio [il 19] in Assemblea Generale, votazione su questione Algeria(3).

    In conformità istruzioni V.E. ci siamo adoperati onde allineare il pipossibile posizioni occidentali nelle differenti votazioni.

    Nessuna discrepanza esisteva circa orientamento amici Francia in senso sfavorevole emendamento cipriota. Quanto a possibilità fare dichiarazione di voto al riguardo, presidenza in ragione ristrettezza di tempo deciso prima discussione, ottenendo consenso Assemblea, limitare interventi per dichiarazioni voto a sei, tre in favore e tre contro emendamento prima del voto, e a due dopo voto. Poiché è subito emerso desiderio Stati africani fare tali dichiarazioni, non mi è sembrato fosse il caso Italia si iscrivesse tra di essi: in realtà hanno finito per parlare solo africani.

    Per quanto concerne emendamento afro-francese è stata chiesta votazione separata per ciascuno dei due paragrafi. Da parte nostra avevamo fatto presente a francesi che eravamo disposti a chiedere voto separato su prima parte primo paragrafo fino a «cessazione fuoco». Delegazione francese non è apparsa particolarmente interessata in un senso o nell’altro e, quanto a proposta segmentare primo paragrafo, questa, aggiungendosi a votazione già separata per paragrafi, è sembrata anche a francesi introdurre ulteriori elementi confusione.

    Ci siamo poi consultati in modo particolare con americani e inglesi circa atteggiamento da tenere su varie possibili ipotesi in votazione risoluzione.

    Posizioni Stati Uniti e Gran Bretagna divergevano su voto relativo prima parte emendamento afro-francese ed intera risoluzione, qualora fossero stati respinti emendamenti ed anche paragrafo quarto della medesima. Circa prima parte emendamenti afro-francesi, americani (oltre a voti sud-americani) mi avevano comunicato intenzione votare a favore, mentre inglesi erano per astensione. Mi è sembrato, a seguito colloqui avuti con alcuni afro-francesi e non risultandomi particolari preoccupazioni francesi al riguardo [sic]. Quanto poi a voto intera risoluzione, mentre americani, che erano rimasti incerti a lungo, decidevano poi per astensione, inglesi avevano ricevuto all’ultima ora istruzioni di votare contro risoluzione anche se fosse caduto paragrafo quarto.

    Abbiamo con americani fatto presente opportunità non si verificassero differenziazioni fra posizioni principali occidentali chiedendo inglesi si allineassero astensione con noi. Seguito tale intervento, e a comunicazioni subito fatte a Londra, delegazione inglese riceveva telefonicamente ultimo momento istruzioni di astenersi, il che consisteva identica posizione tra massima parte Occidentali.

    Mentre trasmetto con telegramma in chiaro dettagli su risultato voto, anche in relazione dibattito parlamentare attualmente in corso costì, ritengo opportuno formulare seguenti considerazioni:

    A) votazione odierna ha fatto cadere richieste piobbiettabili per francesi relative intervento Nazioni Unite in referendum;

    B) risoluzione amputata tale raccomandazione costituisce pur sempre riaffermazione principio autodeterminazione e indipendenza Algeria e riconoscimento, sia pure senza conseguenze specifiche e concrete, interesse e responsabilità Nazioni Unite in Algeria;

    C) Occidentali, soprattutto per mutamento posizione americana da scorso anno, non hanno registrato incrinature e si sono trovati in confortante numero allineati su astensione;

    D) Italia in particolare puconsiderare avere assunto in votazione su emendamenti afro-francesi posizione che tali nuovi Stati non hanno potuto non apprezzare e su voto astensione circa intera risoluzione si è trovata associata con circa metà latino-americani, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna, Stati Uniti, Grecia, alcuni asiatici, altri paesi NATO; ad eccezione Scandinavi, Canada e Turchia cui atteggiamento favorevole a risoluzione afro-asiatica sarà certo molto criticamente registrato da francesi.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Vedi D. 493. 3 Nella riunione plenaria n. 956 del 19 dicembre: vedi UN, General Assembly, Official Records,

    Fifteenth Session, 956th Plenary Meeting, Monday, 19 December 1960, at 3 p.m., vol. II, pp. 1415-1431.

    497

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. segreto urgente 45647/860. New York, 21 dicembre 1960, ore 5,10 (perv. ore 5,30).

    Oggetto: Questione Congo.

    Mio 859(2).

    Voto su risoluzione circa Congo mi induce a seguenti considerazioni:

    1) Malgrado risoluzione occidentale non sia stata adottata per margine un solo voto, è indubbio che molto pilarga maggioranza da essa ottenuto nei confronti risoluzione neutralisti costituisce pur sempre buon successo per promotori.

    2) Americani ed inglesi qui si mostrano peraltro molto amareggiati per mancata approvazione loro risoluzione a causa così stretto margine. E al riguardo essi lamentano fortemente – e rimostranze ho sentito fare a francesi in mia presenza da colleghi inglese ed americano – astensione francese dopo quanto hanno fatto per loro su Algeria, nonché Portogallo e Sudafrica.

    3) Resta il fatto che è da domandarsi se una risoluzione, approvata a maggioranza appena sufficiente, e senza voto favorevole di alcun africano avrebbe in realtà nelle presenti circostanze avuto un reale peso. Importante era che progetto anglo-americano sottraesse suffragi a quello neutralista e nel voto figurasse meglio che quest’ultimo: il che è avvenuto con risultati quasi insperati.

    4) Quanto a Segretario Generale, pur avendo egli posto ieri rilievo, e anche a tinte drammatiche, difficile posizione in cui egli verrà di nuovo a trovarsi in mancanza ulteriori indicazioni Assemblea, non sembra che in definitiva esito votazioni lo abbia soverchiamente preoccupato. Direi anzi, sulla base anche osservazioni fattemi da suoi collaboratori, che Hammarskjoeld potrebbe trovarsi pia suo agio con risoluzione occidentale quale votata stamane che se questa avesse ricevuto due terzi. In tal modo egli potrà avere indicazioni sufficienti per un’azione avvenire ma allo stesso tempo non essere formalmente vincolato a decisioni che, in quanto provenienti da risoluzione proposta da occidentali, sarebbero sempre invise da afro-asiatici e verrebbero da questi contrastate.

    5) Quanto ad eventuale effetto su votazione odierna della mancata associazione a presentazione risoluzione occidentale da parte Argentina ed Italia, allineamenti voto hanno dimostrato buon fondamento di quanto assicuravo con mio telegramma 8503, e cioè che tale circostanza non avrebbe influito minimamente su votazione. In verità noi avremmo potuto influire solo su latino-americani e questi non sono venuti meno, ad eccezione Venezuela Messico Cuba che non avrebbero mutato voto in ogni caso. E di tale opinione ho nettamente trovato anche Delegazioni inglese e americana.


    1 Telegrammi segreti 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo e partenza. 2 Non pubblicato. 3 Vedi D. 492.

    498

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 45648/861-862. New York, 21 dicembre 1960, ore 5,30 (perv. stessa ora).

    Oggetto: Votazione elezione Consiglio Sicurezza.

    Mio 852(2).

    Elezioni Consigli Societari sono andate come previsto. Per Consiglio Sicurezza Portogallo ha annunziato ritiro sua candidatura. Poiché peraltro Liberia ha dapprima esitato accettare ripartizione seggio anche con Irlanda sono state necessarie alcune ulteriori votazioni che hanno dimostrato fermezza candidatura Irlanda (la quale ha raggiunto 45 voti contro altrettanti per la Liberia) e impossibilità risolvere altrimenti punto morto. Dopo di che si è addivenuti ad accordo ‒con sole obiezioni URSS ‒ per cui Liberia è risultata eletta al Consiglio per 1961 nell’intesa che per il 1962 il seggio andrà all’Irlanda.

    Per ECOSOC avendo ulteriori votazioni confermato sostanziale equilibrio tra India e Belgio (ultimo voto ha visto 48 a favore India e 43 Belgio) si è convenuto posporre elezioni a seconda parte sessione Assemblea in marzo.

    Chi esce molto scontento da tutto questo è Portogallo. Maggioranza latino-americana ha continuato fino all’ultimo manifestarsi forte a suo favore sicché esso è rimasto convinto che situazione che l’ha portato al ritiro (e che è risultato in verità alquanto umiliante) sia dovuta esclusivamente a scarsa solidarietà europei (in primo luogo scandinavi, Irlanda stessa e Francia) ed a manovre britanniche.


    1 Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I. 2 Vedi D. 495.

    499

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    [...]2. New York, 23 dicembre 1960.

    Oggetto: XV Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Dichiarazione sulla concessione dell’indipendenza ai Paesi ed ai popoli coloniali. Discussione alla XV Assemblea Generale delle N.U.

    A seguito di quanto sono andato via via comunicando sugli sviluppi e sulla conclusione del dibattito in Assemblea Generale relativo alla cosidetta questione del colonialismo, vorrei formulare qui alcune osservazioni riassuntive.

    Dopo i primi interventi, la discussione ha avuto un andamento qualche po’ scialbo, in contrasto con l’importanza che vi attribuivano i Paesi afroasiatici. A questo ha contribuito la stanchezza della fine di sessione, il coincidere del dibattito con la trattazione di altre questioni importanti in differenti fori dell’Assemblea, ed il fatto che difficile era attendersi dagli interventi che le Delegazioni in gran numero hanno voluto pronunziare argomenti e atteggiamenti nuovi dopo che il tema dell’anticolonialismo aveva avuto larga trattazione in tante delle altre questioni discusse nelle Commissioni dell’Assemblea – tanto nella politica, che nella economica, che in quella della tutela

    – ed anche in plenaria (Congo - dibattito generale). Il che non toglie che questo dibattito sulla Dichiarazione dell’indipendenza dei popoli coloniali sia assurto in certo modo a simbolo di tutta questa tornata di lavori dell’Assemblea ed abbia avuto per le Delegazioni qui e per le opinioni pubbliche di molti Paesi di recente, o prossima, indipendenza rilievo del tutto speciale, come lo ha dimostrato l’attenzione ridestatasi con massima intensità al momento del voto finale.

    Non vi è dubbio, a mio modo di vedere, che di fronte a dette opinioni pubbliche l’URSS abbia marcato un punto importante a suo favore nel prendere, come Kruscev fece, così decisamente l’iniziativa in questo campo. Cercando di dare una bandiera sovietica al movimento per la immediata indipendenza dei popoli coloniali, l’URSS sapeva di manovrare in terreno sicuro e fruttuoso e di capitalizzare abbondantemente sulla gratitudine afroasiatica. Questo risultato rimane, anche se in definitiva l’URSS nell’ulteriore svolgersi del dibattito è passata in seconda linea e se nella decisione finale il suo progetto di dichiarazione è stato largamente battuto (come è noto ha avuto solo 25 voti a favore, 43 Paesi avendo votato contro e 29 essendosi astenuti).

    Da parte occidentale ci si è adoperati per smorzare questi effetti propagandistici a favore dell’URSS additando nel neo-colonialismo sovietico in Europa ed in Asia la pistridente contraddizione con i principi di libertà e di indipendenza da essa formalmente propugnati. È un tema questo che è stato svolto negli interventi di tutti i principali delegati occidentali ed anche, in forma assai efficace, dall’On. Martino. Anche se ai piaccesi afro-asiatici, che avevano gli occhi esclusivamente fissi sull’Africa o su alcune permanenti situazioni di origine coloniale in Asia, esso è apparso un diversivo, pure è un elemento che ha contribuito a togliere qualche vento alle vele sovietiche. Ed ha portato in definitiva a includere nel testo della Dichiarazione finale alcune espressioni che, con magari un po’ di buona volontà, possono essere interpretate come anche riferentisi alla dominazione sovietica sui popoli da essi oppressi in Europa e altrove, andando così anche in qualche modo incontro alle istanze dei gruppi di emigrati dell’Europa Orientale i quali sono stati attivissimi dietro le quinte ad incoraggiare su tale cammino le Delegazioni occidentali e particolarmente l’americana, l’inglese e la nostra.

    2.- In tale quadro si è inserito l’intervento del Capo della Delegazione On. Martino. Da un lato esso ha tenuto presente lo spirito ed il senso di questa Assemblea e l’attesa dei Paesi afroasiatici, da un altro esso ha tenuto conto delle suscettibilità degli alleati occidentali aventi tuttora responsabilità di amministrazioni coloniali, da un altro infine è stato inteso a togliere merito all’URSS. Si è in particolare messa in rilievo l’opportunità di non ostacolare il processo di emancipazione dei popoli, mettendo d’altro canto in luce l’interesse dei popoli nuovi essi stessi ad essere adeguatamente preparati all’indipendenza e l’efficacia degli strumenti messi a questo fine a disposizione delle Nazioni Unite; e si è, come ho detto, toccato opportunamente il tema del neo-colonialismo sovietico, indicando nelle manovre rivoluzionarie dell’URSS il piserio pericolo alla indipendenza e libertà dei popoli nuovi. 3.- La dichiarazione che in definitiva è stata adottata è stata elaborata, come è noto, dalle delegazioni dei Paesi afro-asiatici. Esse hanno eliminato dall’impostazione sovietica vari aspetti estremisti che avevano rilievo particolarmente sul piano delle relazioni est-ovest; ed in primo luogo hanno tolto completamente i riferimenti alla questione delle basi militari straniere che costituiva uno degli elementi salienti della proposta sovietica. Nelle laboriose discussioni del gruppo afro-asiatico si sono fatte sentire anche alcune voci consiglianti formulazioni attenuate capaci di far convergere sulla Dichiarazione l’unanimità dei consensi, ed in tal senso hanno insistito Giappone, Turchia e qualche altro Paese picomprensivo delle posizioni occidentali; il gruppo peraltro ha risentito sovratutto l’influenza dei Paesi aventi impostazione piradicale in materia, quali India, Nigeria e Guinea.

    Comunque, il testo finale scaturito da queste riunioni del gruppo afroasiatico era da considerarsi, in rapporto all’atmosfera euforica anticolonialista dell’Assemblea, almeno sufficientemente lontano dai punti di partenza evocati dai sovietici da consentire di essere accettato dall’Occidente senza eccessiva manifesta perdita di prestigio. Apparve subito che i Paesi latino-americani nella grande maggioranza solidarizzavano con il testo afroasiatico: non va dimenticato al riguardo che questi Paesi hanno forte tradizione storica anticolonialista ed alcuni di essi interessi specifici con riguardo a territori tuttora amministrati sul continente americano da Potenze occidentali (anzi, come è noto, l’Honduras ha tentato, nel quadro della discussione, una manovra amplificativa – che in definitiva non è andata in porto – attraverso un progetto di risoluzione inteso a portare l’attenzione dell’Assemblea sulla specifica situazione delle restanti colonie in territorio americano). In tali condizioni non restava praticamente libertà di manovra alcuna ai Paesi aventi tuttora territori in amministrazione coloniale ed ai quali la Dichiarazione è in sostanza rivolta, ed ai loro alleati occidentali. Quello che a detti Paesi sovratutto spiaceva era l’indicazione di termini immediati o urgenti per la concessione dell’indipendenza; mentre erano pronti, facendo buon viso a cattivo gioco, a riconoscere il principio della ineluttabilità della concessione dell’indipendenza, ritenevano che proclamare il diritto immediato a tale concessione fosse al di fuori della realtà o controproducente nei riguardi dei vari interessi dei territori amministrati; temevano inoltre che una tale indicazione di termini avrebbe incoraggiato nei rispettivi territori gli elementi rivoluzionari estremisti a scapito di quelli comprensivi della necessità di una evoluzione progressiva in collaborazione con l’autorità amministrante. Peraltro tentativi da parte sopratutto inglese di mercanteggiare qualche cambio su tale punto non sortiva effetto di fronte alla compattezza afroasiatica. In tali condizioni, perplessità e riserve espresse in un primo tempo da varie delegazioni occidentali e da alcune latino-americane cadevano, e si faceva strada tra esse la sensazione che, non potendosi contrastare la Dichiarazione, anche un voto di semplice astensione fosse da evitare in quanto senza alcun costrutto avrebbe sortito il solo effetto di urtare gli afroasiatici e presentarsi sgradevolmente alle opinioni pubbliche dei Paesi interessati. In tal senso si orientava la Delegazione italiana.

    Ai Paesi con responsabilità di amministrazione non restava quindi che la scelta tra o accettare il testo afroasiatico (in certo senso attenuandone l’interpretazione col solo fatto della loro adesione che tutti sapevano da quante riserve era accompagnata) o assumere una posizione del tutto isolata di non partecipazione alla Dichiarazione stessa. In definitiva, come è noto, essi sceglievano quest’ultima ed è così che, nella votazione finale, la Dichiarazione è stata adottata con 89 voti favorevoli e 9 astensioni (Gran Bretagna, Francia, Belgio, Portogallo, Spagna, Australia, Sud Africa, Stati Uniti e Rep. Dominicana).

    4. Mentre il voto dei Paesi aventi responsabilità di amministrazione era atteso, e quello della Rep. Dominicana che è attualmente in posizione di costante protesta contro tutto e tutti non ha interessato, scalpore e sorpresa ha destato l’astensione degli Stati Uniti. Ancora ora non è chiaro a che cosa essa in definitiva si debba. Tutti i componenti della Delegazione americana qui erano per il voto favorevole e non ne hanno fatto mistero né prima né dopo il voto (l’incidente della Delegata negra americana Mrs. Georges che dopo l’approvazione della risoluzione si è alzata applaudendo vistosamente e disapprovando il voto americano è indicativo. Come è indicativo il fatto che un autorevole membro della Delegazione americana mi abbia detto dopo il voto di essere lieto che «gli amici dell’America non l’avessero seguita in tale errore»). Si dice che l’ordine sia venuto dallo stesso Eisenhower e che esso sia da attribuirsi alle insistenze di Macmillan ed alla preoccupazione americana di far traboccare i risentimenti già fortissimi del Belgio e del Portogallo, incoraggiandoli addirittura sulla via dell’allontanamento dalla NATO. Certo si è che le Delegazioni afroasiatiche hanno fortemente risentito questo voto americano, e tanto pilo hanno risentito quelle dei Paesi afroasiatici che, pivicini all’Occidente, si sono sempre adoperati per mettere nella luce migliore le intenzioni americane. In una Dichiarazione che null’altro è se non manifestazione di intenzioni, vedersi mancare gli americani è stato per esse un colpo inatteso e da molti punti di vista ingiustificato tanto piche, avendo gli americani assunto quest’anno posizioni pilontane da quelle afroasiatiche in molte questioni dibattute nell’attuale Assemblea, si prevedeva invece un voto in cui gli Stati Uniti avrebbero cercato di ristabilire un certo equilibrio. Tanto pida essi è stato apprezzato il voto delle varie Delegazioni occidentali, tra cui l’italiana, che si sono manifestate a favore della Dichiarazione e del quale avevamo doverosamente preavvertito la Rappresentanza britannica.


    1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 32, fasc. ONU, parte generale, gennaio-giugno 1961.


    2 Originale non rinvenuto. Si pubblica il testo ritrasmesso con Telespr. 23/00001, del 2 gennaio 1961, dal Servizio Nazioni Unite alle Ambasciate e Legazioni, ai Consolati Generali ad Alessandria, Hong Kong, Istanbul, Singapore, Tangeri, alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi, alla Delegazione Permanente presso il Centro Europeo delle N.U. a Ginevra, e, per conoscenza, alla Rappresentanza presso l’ONU a New York, e alla Segreteria 10/A, al Servizio NATO, al Gruppo Disarmo, agli Uffici CEUR, I, II, III, IV, V, VI, VII della Direzione Generale Affari Politici, alla Direzione Generale Affari Economici, al Servizio Stampa, alla Direzione Generale Emigrazione, al Servizio Studi.

    500

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU,ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    Telespr. 3626/23262. New York, 23 dicembre 1960.

    Oggetto: XV Sessione Assemblea Generale - IV Commissione. Questione dell’avvenire del Ruanda-Urundi (Tutela).

    Riferim: Telespresso n. 3416/2216 del 10 dicembre e precedenti(3).

    Con una seduta protrattasi fin alle prime ore di domenica 18 corr. si è conclusa la discussione sull’avvenire del Ruanda-Urundi in un’atmosfera che, per esservi stato lo spettro del Congo quasi costantemente evocato, non poteva non farsi alla lunga surriscaldata.

    Due progetti di risoluzione (L. 664/Rev. 1 e L. 666/Rev. 1), dopo che una serie di emendamenti, parte ad opera di delegati latino-americani e occidentali, parte ad opera del delegato del Pakistan, furono respinti o ritirati dal presentatore, sono stati messi ai voti e approvati: la prima con 47 voti in favore, 8 contrari e 17 astensioni; la seconda con 38 voti in favore, 18 contrari e 16 astensioni.

    I relativi testi sono allegati al presente(4).

    1. La risoluzione L. 664/Rev. 1 dispone:

    a) per «immediate» misure di «piena e incondizionata» amnistia.

    L’emendamento (v. doc. L. 670) proposto da Argentina, Canada, ecc. tendente a sostituire quelle espressioni con una meno categorica venne respinto;

    b)- per la convocazione di una conferenza fra Autorità Amministrante e i rappresentanti di tutti i partiti politici, prima delle elezioni e alla presenza di osservatori delle Nazioni Unite; c)- per il rinvio delle elezioni ad una data da fissarsi alla «ripresa» della XV sessione dell’Assemblea Generale, in base alle raccomandazioni che saranno fatte dagli osservatori di cui sopra; d)- per la nomina di una Commissione di tre Membri, incaricati della supervisione delle elezioni, di assistere alla Conferenza della Tavola Rotonda prevista per dopo le elezioni e che dovrà concordare le misure che assicurino lo sviluppo politico del paese sino alla sua indipendenza. La Commissione dovrà anche seguire, fornendo pareri e assistenza ove del caso, quello sviluppo, e riferire in via preliminare alla «ripresa» della XV sessione dell’Assemblea Generale.

    Tre emendamenti (n. 4, 5 e 6 doc. L. 670) presentati per modificare i vari punti sopra descritti sono anche stati respinti.

    Nel documento L. 670 figura anche (n. 2) una proposta di emendamento, relativa alla questione del sovrano del Ruanda (il «Mwami»), che i presentatori si proponevano di inserire nella risoluzione L. 664, allo scopo di far cadere la risoluzione L. 666/Rev. 1 che gli afro-asiatici avevano anche presentata e che era particolarmente avversata dalla delegazione belga. Anche questo emendamento è stato respinto.

    Il gruppo afro-asiatico ha così potuto far passare anche la seconda risoluzione che dispone:

    a)- per il rientro nel Ruanda del sovrano regnante Kigeli V e per la revoca di ogni misura tendente a sospenderne le funzioni; b)- per un «referendum» da tenersi sotto il controllo delle N.U. per accertare il desiderio delle popolazioni, sia per quel che riguarda l’istituzione che per quel che riguarda la persona del sovrano.

    2. L’Italia, votato in favore di tutti gli emendamenti occidentali alla risoluzione «di base» (L. 664/Rev. 1), si è poi astenuta, giusta le istruzioni ricevute (telegramma del 15 dicembre u.s. n. 514)(5).

    Abbiamo votato contro la risoluzione L. 666/Rev. 1 d’accordo con tutto il gruppo occidentale e gli Stati Uniti, mentre quasi tutti i latino-americani si astenevano. Le assenze, piuttosto numerose (27), non hanno influito sull’esito finale. Per la cronaca, purilevarsi che quasi tutti i paesi franco-africani erano fra gli assenti.

    Quanto all’azione del nostro Rappresentante in Quarta Commissione, rilevo che egli si è adoperato con alcune iniziative a contribuire ad una soluzione della controversia instauratasi sui termini principali delle risoluzioni. Nel suo intervento nel dibattito generale egli ha messo soprattutto l’accento sulle discordie fra i partiti politici nel territorio e, correlativamente, sulla essenzialità – ai fini generali dello sviluppo del Territorio verso l’indipendenza – di una pacificazione che consentisse anzitutto elezioni regolari.

    In coerenza con tale posizione e in pieno accordo col delegato belga, egli ha anche svolto azione personale, invocando le sue funzioni di Presidente del Consiglio di Tutela, sui petizionari.

    È poi usanza nei dibattiti in Commissione, i cui resoconti sono sommari, chiedere alla Presidenza che provveda alla distribuzione dei testi integrali di dichiarazioni che abbiano speciale rilevanza ai fini del dibattito. Ciche viene fatto, se la Commissione non vi si opponga, in forma di documento di seduta con relativo simbolo e indicazione del delegato richiedente. Valendosi di tale facoltà, il nostro Rappresentante ha chiesto la distribuzione del testo di un telegramma ufficiale delle Autorità belghe, letto in aula da quel rappresentante, al fine appunto di attirare l’attenzione dei delegati sull’importanza del documento. Gesto che è stato apprezzato dal collega belga (vedasi doc. allegato n. A/C. 4/466).

    Per la cronaca, rileverinfine che – indice dell’atmosfera che ha regnato durante l’ultima fase della discussione – si sono avute complessivamente 14 votazioni sulle due risoluzioni, di cui otto per appello nominale e due procedurali.

    3. Com’era da attendersi, forte del numero, il gruppo afro-asiatico ha ottenuto che le risoluzioni riflettessero il suo punto di vista nella questione del Ruanda Urundi. Se qualche non essenziale modifica è stata apportata al testo originariamente fatto circolare (quello finale porta appunto la sigla «Rev. 1»), cisi è ottenuto piper l’impressione che i piavvertiti nel gruppo si erano fatti dell’opposizione sviluppatasi negli altri settori, che per effettivo potere di persuasione dei volenterosi accorsi in aiuto dei Belgi.

    Del resto, l’animosità verso questi ultimi era tale che il Delegato Pakistano, che aveva presentato alcuni suoi emendamenti, si è presto lasciato convincere a ritirarli (doc. L/669).

    In quest’atmosfera, era inevitabile che il tentativo, cui ho già accennato, esperito da alcuni latino-americani e occidentali con una serie di emendamenti (L. 670) fallisse, sia pure di relativamente stretta misura.

    Come si purilevare dal dispositivo della risoluzione principale, l’Amministrazione belga è stata praticamente messa «sotto osservazione» delle N.U. per tutto il tempo che rimane fino all’indipendenza del Ruanda-Urundi, nei primi mesi del 1962.

    Alla luce delle considerazioni che ho sottoposto con il rapporto n. 3416/2216 osservo che il voto negativo dato dal Belgio alle due citate risoluzioni tende a complicare ulteriormente un problema già certamente non facile. L’Ambasciatore Bouziri, rappresentante della Tunisia nella Quarta Commissione e che anche in questa occasione si è molto mosso, ha avuto, in una conversazione con noi, accenti non dubbi sul significato da attribuirsi ai due documenti ormai approvati anche dall’Assemblea Generale.

    Egli ha voluto lasciar intendere che il suo atteggiamento e il suo dinamismo nella questione erano dovuti alla preoccupazione (secondo lui condivisa anche dal Delegato indiano che, pure, è stato particolarmente attivo) di evitare che gli afro-asiatici piestremisti prendessero la direzione delle «operazioni» e che, attraverso il varco da loro offertovi, si insinuasse il gruppo sovietico. Ma gli sviluppi nel Congo – egli ha proseguito – erano troppo ammonitori perché le N.U., per mezzo di una sanzione dell’Assemblea Generale, non prendessero comunque decisamente in mano la questione del Ruanda-Urundi. Qui la situazione politica era tale da autorizzare qualunque previsione se non vi si poneva pronto riparo.

    Chiesto quali conseguenze poteva avere il voto negativo dei Belgi, che equivaleva ad un rifiuto di accogliere la Commissione dei Tre, ha declinato di esprimere alcun giudizio.

    Non vi è dubbio infatti che il «problema delle scelte» che si pone ora al Governo di Bruxelles sia meno semplice di quello che voleva far credere il delegato belga in IV Commissione, quando ha sostenuto con noi che la libertà di azione riservatasi dal suo Governo significherà che le Autorità belghe potranno anche accogliere la Commissione dei Tre, con ci«dando una soddisfazione» alle N.U. ma con facoltà di «regolarne i passi» a loro giudizio esclusivo.

    Quando il Segretario Generale dovrà, secondo la prassi, notificare il Governo Belga delle decisioni prese dall’Assemblea, i nodi verranno al pettine, perché non si vede bene come la Commissione possa accettare una eventuale modifica unilaterale del «mandato» ricevuto dall’Assemblea Generale e sottomettersi in definitiva al beneplacito di Bruxelles.

    Che, d’altronde, il Belgio possa senz’altro accettare di esser messo «sotto controllo» nei termini proposti dalle due risoluzioni, è anche difficile concepire.

    La serietà della situazione è così determinata non soltanto, com’è evidente, dal contrasto nella questione fra il Belgio e le N.U. che già hanno costanti motivi di attrito per la questione del Congo, ma anche dalle prevedibili ripercussioni di questo contrasto nella situazione interna del Territorio. I «petizionari» che hanno assistito ai dibattiti, quando questi sono giunti a termine non hanno fatto mistero della loro delusione e della loro preoccupazione per la possibilità che la Commissione dei Tre non si rechi nel loro Paese. Preoccupazione che è già fin d’ora rivelatrice del timore che, cessata la tutela, il paese piombi in un periodo di anarchia.

    D’altra parte, sia pure sfrondando di tutti i particolarismi e di tutte le formule societarie di comodo gli interventi in Commissione dei piavvertiti fra gli Afro-asiatici, è apparso chiaro che tale preoccupazione era alla base della loro azione.

    E tale preoccupazione è sembrata obbiettivamente motivata e centrata anche sull’intento di evitare un ripetersi dell’episodio Congo e di isolare fin da ora la questione del Ruanda-Urundi dal conflitto est-ovest, come hanno provato la prontezza e la concordia con la quale gli esponenti afro-asiatici hanno rimbeccato il delegato sovietico in pidi una occasione.

    La trattazione che essi hanno dato alla questione del Ruanda Urundi nella Quarta Commissione, lo spirito di decisione di cui han dato prova, la scarsa ricettività nei confronti di ogni suggerimento che tendesse a ridurre l’estensione del «mandato» della Commissione dei Tre, sembrano tutte circostanze indicanti che siamo di fronte a un proposito politico fermo degli afro-asiatici di prendere decisamente la direzione delle operazioni. E in una Commissione considerata la «riserva di caccia» del loro gruppo, di voler assumere la esclusiva responsabilità – sia verso Est sia verso Ovest – degli avvenimenti nel Ruanda-Urundi, valendosi della «copertura» delle N.U. Giudicando dall’esperienza del Congo verrebbe fatto di pensare che si tratti di una pia illusione da parte loro.

    D’altro canto non si punon osservare che è questa la prima volta che si manifesta in modo così massiccio un intervento esterno, dietro convalida dell’Assemblea nella condotta degli affari in un territorio sotto tutela da parte di una Potenza amministrante.

    E di fronte a tali così inusitate e ferme intenzioni c’è da chiedersi se non converrebbe al Belgio di soppesare attentamente questi elementi ai fini della sua azione futura nel Territorio e nei confronti delle Nazioni Unite. Giacché, sempre che possano trovarsi adeguati accomodamenti formali che facciano salve la sovranità e le prerogative dell’Autorità di Tutela (ma a questo forse, con un po’ di duttilità da ambo le parti si potrà provvedere nel corso della «ripresa» della XV sessione), la possibilità che tutta l’«operazione» Ruanda-Urundi resti effettivamente isolata costituirebbe indubbiamente un elemento positivo non solo per il Belgio, ma per l’Occidente in generale.

    Pudarsi che le prospettive non appaiono sotto questa luce ai Belgi, ma data la gravità della situazione in quel Territorio e le funeste conseguenze non solo per loro ma per tutti i loro amici e alleati che un ripetersi della situazione congolese potrebbe avere, mi sembra potrebbe anche esaminarsi l’opportunità di invocare dai Belgi una considerazione delle varie poste in gioco, proprio alla luce di tali interessi generali. E mi domando – e cimi sembra opportuno sottoporre all’attenzione di codesto Ministero – se non dovrebbe concordarsi tra alcuni autorevoli amici del Belgio e in particolare tra quelli che, come noi, americani, francesi, inglesi li hanno costantemente sostenuti, qualche passo a Bruxelles al fine di ottenere che le istanze degli afro-asiatici di cui le risoluzioni testé approvate costituiscono un’eloquente dimostrazione, abbiano a esser tenute in debito conto, non fosse altro per precostituire una opportuna divisione di responsabilità nel caso molto probabile di complicazioni nel territorio in questione.


    1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. IV Commissione.


    2 Indirizzato, per conoscenza, alle Ambasciate a Bruxelles, Parigi, Londra, Washington, L’Aja e alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi.


    3 Non pubblicati.


    4 Allegati non presenti nel fascicolo. Per i verbali delle sedute si veda: UN, General Assembly, Official Records, 15th session, 4th Committee: 1092nd, 1093rd, 1094th meetings, Saturday, 17 December 1960, pp. 551-572.


    5 Vedi D. 480, nota 3.

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    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    Telespr. 3639/23392. New York, 23 dicembre 1960.

    Oggetto: Dibattito in Assemblea sulla situazione in Congo.

    Riferimento: mio telespresso n. 3459/2259 del 16 dicembre 19603.

    Il dibattito sulla situazione del Congo che ha avuto luogo in Assemblea non ha presentato elementi nuovi di interesse. Si sono ripetuti sino alla sazietà i temi già noti. Zorin e i suoi satelliti hanno polemizzato violentemente contro Kasavubu, Mobutu, il ritorno dei belgi, le manovre delle potenze colonialiste, e non hanno risparmiato nuovi, pesanti attacchi al Segretario Generale. I neutralisti hanno sviluppato la linea del rapporto Dayal: cioè hanno criticato Mobutu e l’applicazione – e ormai il permanere

    – sulla scena congolese dell’elemento militare, l’influenza tuttora predominante dei tecnici, militari, consiglieri belgi, e hanno chiesto la riapertura del Parlamento nonché l’attivazione della Commissione di Conciliazione delle Nazioni Unite. Nello sfondo delle loro proposte non è stato difficile scorgere una nuova insistenza per riportare Lumumba al potere o comunque, attraverso la richiesta di rilascio immediato, ridare a lui e al suo partito una grossa funzione nella vita congolese, Ma, se una parola chiara in sostegno di Hammarskjd è stata detta solo da Krishna Menon, ciononostante, il Segretario Generale è stato risparmiato dalle critiche dei neutralisti.

    Quanto agli occidentali, essi hanno difeso con forza Hammarskjd, sostenuto con vigore Kasavubu, anche se gli inglesi hanno dato una interpretazione pisfumata della situazione interna congolese di quanto non abbiano fatto gli americani. Le differenze di valutazione, fra gli occidentali, sul metodo migliore per uscire dal groviglio creatosi in Congo sono apparse chiare durante le riunioni del gruppo ristretto occidentale tenute tra la fine dell’ultimo Consiglio di Sicurezza e la discussione in Assemblea. Gli americani hanno preso ombra ‒nel discutere sul progetto di risoluzione che avrebbe dovuto conglobare le idee dell’Occidente ‒di qualsiasi anche remoto accenno che potesse indebolire Kasavubu. Gli inglesi hanno messo in prima linea la necessità di far convocare da Kasavubu una conferenza della tavola rotonda e di dare qualche soddisfazione alla Commissione di Conciliazione. L’Ambasciatore d’Argentina, Amadeo, ha tenuto a mettere in luce l’esigenza che le autorità congolesi, quali che esse siano, cooperino di pie meglio con le Nazioni Unite. Cinon è piaciuto troppo agli americani che hanno visto in questo accenno, proposto da Amadeo per la bozza di risoluzione occidentale, un rimprovero velato a Kasavubu. Ai belgi invece l’unica cosa che interessava veramente era che non si specificasse troppo di quali belgi si chiedesse di nuovo il ritiro dal Congo, ed entro quanto tempo. La Francia formulava invece le rituali riserve sempre avanzate – e testimoniate già con precedenti astensioni – in tema di Congo. Tutte queste sfumature, salvo tali riserve della Francia, sono perscomparse quando dal gruppo ristretto si è passati in Assemblea. Quanto a noi, nel gruppo degli Occidentali abbiamo ritenuto, pur sostenendo la tesi della necessità di rinnovare l’appoggio a Kasavubu, di far presente come l’atteggiamento e le iniziative anti ONU o la mancanza di iniziative nel campo interno da parte del Capo dello Stato Congolese avrebbero posto l’Occidente in posizioni difensive sempre piprecarie. Abbiamo inoltre auspicato, appoggiati dagli altri colleghi, una qualche forma di maggiore collegamento tra Belgio e ONU in Congo e nel discutere durante il periodo finale delle conversazioni fra occidentali, della «sponsorship» della risoluzione abbiamo pregiudizialmente fatto presente che sarebbe stato bene che essa non risultasse troppo occidentale o con etichetta NATO. Ciche è apparso sensato anche all’Ambasciatore del Belgio. L’America ha insistito tuttavia per prendere una posizione scoperta, sia per ciche riguardava la responsabilità di presentare la risoluzione, quanto per la rigidezza delle sue linee maestre. La lista dei patrocinatori, che nell’ultima riunione di gruppo e nelle intenzioni americane sembrava dovesse comprendere almeno due rappresentanti per zona geografica e molti afro-francesi, si è perassottigliata progressivamente sopratutto per la netta sensazione che molti hanno avuto delle difficoltà che essa non avrebbe mancato di incontrare.

    L’Italia, che avrebbe certo dovuto essere a fianco degli anglo-americani se la presenza italiana fosse servita a favorire l’approvazione della risoluzione, non aveva interesse a mettere puramente e semplicemente il proprio nome a fianco degli Stati Uniti e dell’Inghilterra, quando da parte italiana si era preso un atteggiamento così chiaro sulla battaglia attorno al colonialismo. E d’altro canto la nostra presenza fra i presentatori non avrebbe cambiato nulla, perché i latino-americani, come si è visto poi, si sarebbero comunque schierati con l’Occidente.

    In Assemblea i neutralisti hanno presentato per primi la loro risoluzione, molto piorientata a sinistra anche di ciche vari Stati «non committed» erano pronti in realtà ad accettare. Essa rispecchiava le idee di Popovic e di Krishna Menon, ed il suo spirito generale avrebbe condotto ‒come molti oratori, noi compresi, hanno rilevato ‒a un pieno intervento delle Nazioni Unite negli affari interni del Congo, ad una specie insomma di stabilimento di regime di tutela sulla giovane repubblica. Tale risoluzione è stata battuta con una votazione assai negativa, mentre la risoluzione degli occidentali, sostenuta caldamente dall’Italia, dall’Argentina, dal Canadà e della Nuova Zelanda, ha avuto una buona affermazione politica, pur non riuscendo ad ottenere la maggioranza di due terzi. Essa è caduta infatti per non essere stata sostenuta da nessun Stato afro-francese, contrariamente a quanto gli Stati Uniti si attendevano, nonché dal Portogallo, dal Sud Africa e dalla Francia. E l’atteggiamento di quest’ultima, dopo quanto fatto quest’anno dagli Stati Uniti in materia di colonialismo e di Algeria, è stato motivo di notevoli rimostranze e disappunto tra gli americani. La stampa americana ha presentato a tinte fosche la sconfitta della risoluzione occidentale, quale prima manifestazione di ripudio da parte dell’Assemblea di una iniziativa capeggiata dagli Stati Uniti. E in realtà, sotto tale profilo, la mancata approvazione di tale risoluzione ha segnato indubbiamente un punto negativo per l’America e l’Occidente.

    Se pertale episodio viene inquadrato nel complesso delle manifestazioni e delle iniziative con cui il problema del Congo si è estrinsecato nell’Organizzazione, pudirsi che tutto sommato la risoluzione occidentale ha ricevuto un numero di confortanti adesioni. Noi stessi non ci attendevamo tanti suffragi e in una riunione fatta con argentini, inglesi e americani prima di comunicare definitivamente loro che non ci saremmo associati alla presentazione della risoluzione, avevamo ammonito, seguiti in questo dall’Ambasciatore Amadeo, che non ci sembrava probabile una approvazione della risoluzione e che comunque non si sarebbe ripetuto lo stesso schieramento avutosi per l’approvazione delle credenziali di Kasavubu. Gli americani, a loro volta seguiti – ma tiepidamente – dagli inglesi, ci rispondevano che in ogni caso sarebbe stato opportuno creare un polo negativo alla risoluzione afro-asiatica per sottrarre ad essi voti e per significare ancora una volta il loro appoggio a Kasavubu. Condividevano i nostri timori, ma non ritenevano di poter demordere dalla loro iniziativa fiduciosi che essa o non sarebbe stata battuta o lo sarebbe stata per breve margine.

    In sostanza è risultato fin dall’inizio tutt’altro che improbabile che sia la posizione dei neutralisti e sia quella degli Occidentali non avrebbero potuto trovare maggioranze sufficienti. E come gli americani hanno spinto la loro risoluzione per i motivi che ho sopraesposto, gli afro-asiatici hanno insistito sulla loro sia per sostenere la posizione di Lumumba e sia per predisporre ad ogni buon fine condizioni per eventualmente spiegare un ritiro dei loro contingenti dalla Forza Nazioni Unite. Insomma la contemporanea presenza delle due risoluzioni è valsa a mantenere nel complesso del problema uno stato di fluidità da un punto di vista formale che ha lasciato le cose come stavano. Ciè stato facilitato anche da una mozione finale austriaca intesa a tenere sull’agenda della prossima ripresa di riunioni il problema del Congo, implicitamente derivandone che le decisioni finora adottate e non ripudiate rimanevano valide.

    Tutto questo naturalmente Hammarskjd ha avvertito, ben sapendo che due incognite si parano di fronte alla sua opera: la prima è quella di un possibile accendersi di guerra civile in Congo, in cui la Forza Nazioni Unite abbia a trovarsi coinvolta o osservatrice; la seconda è quella di un massiccio ritiro dei contingenti neutralisti dalla Forza predetta.

    In linea generale e in una dichiarazione dopo il voto Hammarskjd ha tenuto a precisare che in assenza di una indicazione dell’Assemblea le risoluzioni precedenti riguardanti il Congo rimanevano valide e che quindi il Segretario Generale non poteva che continuare nella linea già seguita. Egli ha così riaffermato la politica generale da lui sempre tracciata e praticata: nella stessa dichiarazione ha perammonito, evidentemente allo scopo di precostituire posizioni tattiche e alibi avvenire, che un accentuarsi di complicazioni nell’operazione Congo avrebbe anche potuto rendere impossibile continuare ad assumersi una responsabilità totale in proprio e avrebbe potuto consigliare che un eventuale gruppo affianchi il Segretario Generale nella bisogna. Precauzione questa, ma anche offa per i neutralisti.

    Quanto alla posizione della Forza delle Nazioni Unite in Congo Hammarskjd, in un breve discorso pronunciato prima del voto, ha ammonito in tono solenne che, se si aggraverà la guerra civile in Congo, le Nazioni Unite non potranno restare colà. Le Nazioni Unite non possono interferire, né restare puramente passive. La loro continuata presenza in Congo secondo il Segretario Generale non puquindi essere che la conseguenza di un minimo di coesione interna e di distensione internazionale. E quanto infine al moltiplicarsi del ritiro di contingenti di Paesi neutralisti, Hammarskjd ha preferito non manifestare accentuatamente preoccupazioni specifiche al riguardo, limitandosi a deplorare la mancanza di collaborazione riscontrata da certi Paesi. In realtà avendolo io intrattenuto su tale argomento giorni fa egli mi ha detto che tali ritiri o sono per modesti contingenti e non sono quindi degni di nota, o sono per contingenti importanti e allora mancano i mezzi di trasporto per effettuarli essendo tali mezzi stati finora provvisti dagli Stati Uniti. Hammarskjd pensa ancora che si tratti di un «bluff» dei paesi interessati. Altri, come il mio collega inglese, pensano che tali contingenti in definitiva rimarranno proprio per il caso che il panorama politico abbia a mutare nel Congo. Sarei incline a non abbracciare la valutazione un po’ troppo ottimistica del Segretario Generale, ed i passi che mi risulta egli va compiendo con i marocchini starebbero a dimostrare che preoccupazioni piforti sono in lui da ultimo affiorate. Ciche comunque potrà costituire la chiave della soluzione di tale problema è l’esito dei contatti che avranno a Leopoldville i membri del plotone di avanscoperta della Commissione di Conciliazione che sono già giunti colà. E non sarebbe da escludere che tale risultato finisca per concretarsi in proposte intese a dare una connotazione soltanto africana alla Forza ONU il che potrà creare per il Segretario Generale e per l’Organizzazione tutta non facili se non insuperabili problemi.

    Le circostanze che ho sopra delineato mi sembrano insomma indicare che l’affermazione unitaria delle Nazioni Unite concretatasi nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’estate scorsa, è andata deteriorandosi e che è mancata da parte dell’Assemblea una nuova formulazione aderente alla situazione degli ultimi mesi rispetto agli avvenimenti in Congo. Il problema odierno non è picome far riuscire l’operazione Nazioni Unite in Congo ma come evitare che la crisi del Congo abbia sempre pia riflettere gli estremi della guerra fredda. La risposta a tali dilemmi e difficoltà sarà sempre piproblematica se da una parte Kasavubu non vorrà e non potrà agire ai fini del riassetto civile e politico del Paese e se – come la stampa ha qui riportato – la stessa Conferenza tra i capi congolesi ed i rappresentanti degli Stati africani a Brazzaville non ha sortito alcun risultato apprezzabile sulla via della conciliazione.

    Quanto infine alla posizione italiana sul problema, ho telegrafato a codesto Ministero le circostanze in cui ho potuto, senza provocare risentimenti nei colleghi inglesi ed americani, non concedere la nostra firma alla mozione da essi presentata. Ho invece cercato nelle mie dichiarazioni di illustrare obiettivamente le virted i meriti dell’iniziativa occidentale, mantenendo peraltro quel tono bilanciato con cui già mi ero espresso nel Consiglio di Sicurezza, dietro le indicazioni di codesto Ministero. Ho detto quanto strettamente necessario di Kasavubu piuttosto associandolo all’auspicio di una convocazione della tavola rotonda; pur non parlando dei belgi ho marcato l’opportunità che i congolesi si scelgano i tecnici che desiderano (e di questo il collega belga mi ha espresso apprezzamento); ho rilevato la necessità del rispetto dei diritti umani, e ho infine marcato che al di sopra delle contese occorre garantire il benessere del popolo congolese, e la non interferenza negli affari interni del Congo.

    Con telespresso a parte n. 3646/23464 trasmetto il testo integrale della mia dichiarazione di voto in Assemblea Generale.


    1 DGAP, Uff. VII, 1960-1962, b. 23, fasc. Congo. Consiglio di Sicurezza, 1960.


    2 Sottoscrizione autografa. Inviato, per conoscenza, anche alle Ambasciate a Bruxelles, Cairo, Leopoldville, Londra, New Delhi, Parigi e Washington.


    3 Vedi D. 485.


    4 Non pubblicato

    502

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    T. 46253/864. New York, 28 dicembre 1960, ore 5,15 (perv. stessa ora).

    Oggetto: Questione Congo.

    Ho ritenuto opportuno con approssimarsi scadenza mandato italiano in Consiglio Sicurezza avere colloquio con Hammarskjoeld. Scopo particolare era quello di fargli presente che Italia ha in Congo attualmente due importanti contingenti uno aviazione e uno ospedaliero oltre nuclei notevoli di italiani. Recenti incidenti Stanleyville con minacce a elementi europei e eventi occorsi a unità medica austriaca non potevano non essere per noi motivo preoccupazione, tanto piora che allontanandoci Consiglio Sicurezza e non facendo parte comitato consultivo Congo venivamo ad essere privati importante e costante flusso notizie e informazioni.

    Hammarskjoeld ha sconsigliato richiesta da parte nostra far parte comitato consultivo Congo sia perché nostri contingenti non sono della misura di quelli altri Paesi e sia perché composizione attuale con sei africani, tre arabo-asiatici e tre europei appariva la migliore per dare necessaria preminenza a elemento africano: né io ho insistito su tale argomento anche perché nostra partecipazione potrebbe essere di imbarazzo innanzi tutto a noi stessi (collega canadese mi descrive infatti come estremamente precaria sua situazione in ambiente così marcatamente afro-asiatico quale quello comitato). A mia richiesta Hammarskjoeld mi ha invece assicurato suo interessamento perché Rappresentanza italiana in ragione presenza suoi contingenti in Congo sia tenuta costantemente al corrente avvenimenti Congo come avverrebbe se Italia continuasse essere membro Consiglio Sicurezza. Ho preso nota ribadendo nostro interesse seguire attentamente sviluppi in quel Paese. Su ultimi avvenimenti colà come su altri argomenti politica generale ho poi avuto con Hammarskjoeld scambio idee su cui riferisco per corriere.

    Telegrammi ordinari 1960, Rappresentanza permanente italiana ONU New York, arrivo, vol. I.

    503

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    Telespr. 3649/23492. New York, 28 dicembre 1960.

    Oggetto: I problemi economici alla XV Assemblea delle Nazioni Unite.

    A conclusione dei lavori della II Commissione (Economica e Finanziaria) ritengo utile, a completamento di quanto riferito man mano che gli argomenti venivano discussi, fornire a codesto Ministero un succinto quadro riassuntivo dell’attività avutasi nel settore economico della XV Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

    I lavori della II Commissione sono stati anche quest’anno concentrati in via quasi esclusiva sul problema dell’assistenza ai Paesi sottosviluppati in senso ampio e quindi non limitatamente all’assistenza tecnica o al settore del pre-investimento. Sono stati infatti esplorati, quale piquale meno, tutti gli aspetti del problema, dalla stabilizzazione dei prezzi delle materie prime al reperimento e invio di esperti nei Paesi sottosviluppati, dall’aumento dei contributi al Fondo Speciale e al Programma Ampliato di Assistenza Tecnica alla diversificazione dell’economia dei Paesi a monocultura, dall’assicurazione dei crediti all’esportazione alla creazione di un Fondo delle Nazioni Unite per l’investimento di capitali, all’adozione di particolari misure in favore dei Paesi di recente indipendenza.

    Naturalmente per taluni problemi, soprattutto quelli in cui sono predominanti gli aspetti tecnici, quali le questioni della stabilizzazione dei prezzi delle materie prime e della diversificazione dell’economia dei Paesi a monocultura, la II Commissione si è limitata a confermare o fissare i principi che dovrebbero guidare l’azione delle Nazioni Unite e a rinviarne la trattazione agli organismi competenti. Su altri problemi, invece, la II Commissione si è soffermata pia lungo, riconoscendosi direttamente competente a determinare la direttiva dell’azione dell’Organizzazione e degli Stati membri e giungendo spesso a conclusioni concrete.

    L’aumento dei contributi al Fondo Speciale e al Programma Ampliato di Assistenza Tecnica, il reperimento della somma di 5 milioni di dollari richiesta dal Segretario Generale per un’assistenza particolare ai Paesi di nuova indipendenza nei prossimi due anni, la continuità e l’intensificazione del programma OPEX per la formazione di quadri direttivi nell’amministrazione statale dei Paesi arretrati, sono indubbiamente le questioni che presentano le maggiori caratteristiche di concretezza e di realtà immanenti.

    A tali specifici aspetti nel quadro del dibattito si aggiungono i progressi riscontratisi nella trattazione dello spinoso e vessato tema della costituzione del «Fondo delle Nazioni Unite per l’investimento di capitali» (Capital Development Fund): Fondo di cui l’anno prossimo le Nazioni Unite dovrebbero discutere il progetto di statuto preparato da un Comitato di 25 Paesi, e che malgrado i ritardi e la persistente opposizione dei maggiori Paesi industrializzati continuerà a costituire motivo di pressioni, tanto piche essendosi parlato negli anni scorsi di 100 milioni di dollari, si manifestano tendenze ora da parte dei Paesi meno abbienti a formulare richieste per 500 milioni di dollari.

    Infatti dall’insieme di tutte le discussioni, sia quelle che hanno portato a risultati concreti, sia quelle che si sono mantenute su un piano teorico, è emerso che i Paesi sottosviluppati sono ormai coscienti della loro forza numerica in seno alle Nazioni Unite e che il gruppo afro-asiatico, se nel campo politico si presenta talvolta con sfumature diverse che ne riducono l’omogeneità, nel campo economico appare compatto e deciso, e per di pi trova sempre un alleato nel gruppo latino-americano ed in alcuni Paesi economicamente meno sviluppati dell’Europa. Se a questa forza numerica e se a tale solidarietà si aggiungono la indubbia abilità di alcuni leaders del gruppo, come ad esempio l’indiano, a impostare i problemi e l’accompagnamento aperto e in sordina dei Paesi del blocco sovietico, ci si rende facilmente conto delle difficoltà in cui si trovano i Paesi del mondo occidentale, di far fronte alla marea sempre crescente di richieste di assistenza e di aspirazioni ad una maggiore eguaglianza economica e sociale sul piano mondiale. Tali aspirazioni sembrano oggi compendiarsi in un tentativo graduale e crescente di trasformare le Nazioni Unite in un organismo di redistribuzione del reddito sul piano internazionale.

    Nella recente evoluzione costituzionale degli Stati, la conseguenza inevitabile del suffragio universale fu la sempre crescente richiesta delle classi diseredate nei confronti delle classi fondiaria e mercantile (e industriale laddove già esisteva) allo scopo di ridurre il divario economico tra esse esistente. Oggi già si va delineando in seno alle Nazioni Unite lo stesso fenomeno: la eguaglianza di voto in Assemblea per tutti i Paesi membri dell’Organizzazione e la coscienza della loro forza numerica hanno contribuito a dare quest’anno ai Paesi sottosviluppati un nuovo slancio nella formulazione delle loro richieste.

    Che la questione della redistribuzione internazionale del reddito sarà un argomento ricorrente alle Nazioni Unite non vi è pidubbio. Essa è ormai entrata nel novero dei problemi di costante attualità e non ne uscirà pi La sua concretizzazione si è avuta nella proposta introdotta dall’India, e approvata a grande maggioranza dalla Assemblea, di invitare gli Stati economicamente sviluppati a destinare l’1% del proprio reddito nazionale per l’assistenza ai Paesi sottosviluppati. Il fatto che per il momento la proposta sia stata presentata in una forma che ha l’apparenza di non voler costituire una vera e propria imposizione attraverso la creazione di un sistema rigido, mirando piche altro alla determinazione dell’ammontare minimo dell’assistenza finanziaria necessaria per lo sviluppo economico dei Paesi sottosviluppati, non deve ingannare e d’altronde non ha ingannato nessuno. Non si tratta pi nel caso in questione, di realizzare un determinato programma di assistenza e di cooperazione tecnica internazionale o di finanziare specifici progetti di pre-investimento, ma si tratta di fissare criteri costanti per la re-distribuzione del reddito in favore dei Paesi sottosviluppati. Siamo naturalmente appena all’inizio, ma già nella forma attuale la proposta puessere considerata l’equivalente o l’embrione di quella che taluni hanno cominciato a chiamare una «United Nations Tax» con tutte le caratteristiche di una «income tax», tra cui quella, soprattutto, della proporzione tra gettito e base imponibile.

    E questo elemento di tassazione, insito nel meccanismo auspicato nel progetto di risoluzione presentato dall’India, è stato immediatamente rilevato negli ambienti delle Nazioni Unite, tanto che il Sottosegretario per gli Affari Economici, signor De Seynes, accenna tale proposito a iniziative che sembrano voler porre le basi per un «bilancio internazionale».

    Naturalmente la reazione dei Paesi industrializzati è stata negativa e, richiesta una votazione separata sulla parte del paragrafo dispositivo che conteneva la specifica indicazione dell’l% del reddito nazionale da destinare all’assistenza in favore dei Paesi sottosviluppati, essi hanno votato contro, trovandosi in tale linea difensiva parzialmente associati – e per la prima volta nel settore economico – con i Paesi del blocco sovietico che si sono astenuti e ai quali non è sfuggita, nonostante l’abituale impostazione demagogica della loro politica economica in seno alle Nazioni Unite, la pericolosità anche per loro dell’accettazione di una proposta del genere. E che i Paesi sottosviluppati, consci della loro forza numerica, non facciano infatti discriminazione tra Est ed Ovest quando il loro tornaconto è in gioco, è stato provato nelle recenti elezioni per il Comitato di Assistenza Tecnica in cui ad un posto tradizionalmente occupato da un Paese del blocco sovietico è stato eletto un Paese africano.

    È alla luce delle considerazioni suesposte che va ora esaminata quale dovrebbe essere la politica da seguire in seno alle Nazioni Unite per far fronte a tale marea crescente di richieste e di pretese da parte dei Paesi sottosviluppati.

    A questo riguardo, mi sembra di dover rilevare, come già in passate segnalazioni, che gli aiuti internazionali tenderanno inevitabilmente sempre piad acquistare la caratteristica di un’assistenza multilaterale e che sempre piforti si faranno le pressioni perché essa sia incanalata tramite le Nazioni Unite. Non vi è dubbio che i Paesi sottosviluppati non si attendono una nostra acquiescenza a formule pur sempre mandatorie come quella indiana della devoluzione dell’l% o a imposizioni di tributi quali quelli descritti pittorescamente sotto il titolo di «United Nations Taxes», ma non vi è dubbio neppure che essi non demorderanno da quella che è ormai la loro abituale richiesta, che cioè almeno parte dell’assistenza sia elargita in via multilaterale e con la partecipazione diretta dei Paesi beneficiari alla sua distribuzione nell’intento di addivenire con sempre piintenso ritmo a forme e misure di concessione a loro convenienti. Da cianche il riconoscimento di un ruolo sempre piimportante delle Commissioni economiche regionali delle Nazioni Unite la cui attività dovrà essere seguita, con sempre maggiore attenzione, e se possibile con partecipazione in qualità di osservatori.

    So delle obiezioni che vengono formulate nei Paesi occidentali che hanno maggiori disponibilità e possibilità, nel senso che un’elargizione di assistenza attraverso le Nazioni Unite darebbe ai Paesi del blocco sovietico vantaggi a spese altrui e pigrandi di quelli che essi non ne ricavino ora che l’elargizione degli aiuti pubblici ha luogo per 1’85% in via bilaterale. Oggi perla Russia si presenta alle Nazioni Unite come il pifervido sostenitore della multilateralizzazione dell’assistenza in contrasto con la posizione assunta al riguardo dalla maggioranza dei Paesi occidentali e soprattutto dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, e pertanto in sede Nazioni Unite i Paesi del blocco sovietico non potrebbero apparentemente avere migliore posizione con minore costo. Vi è da domandarsi se gli svantaggi di una maggiore multilateralizzazione degli aiuti sarebbero tali da superare quelli che una pervicace opposizione degli occidentali alle richieste nel senso predetto dei Paesi sottosviluppati potrebbe comportare. E a questo riguardo alcune considerazioni sembrano pertinenti, sempre premettendo che si tratterebbe non di convogliare tutta l’assistenza per tramite internazionale (il che non sarebbe forse neppure desiderato dalla maggioranza dei Paesi sottosviluppati i quali sanno che pur sempre puesser loro vantaggioso il giocare sui due piani politici della guerra fredda), ma di convogliarne una sufficiente parte per tacitare le istanze e le impostazioni politiche neutraliste dei beneficiari stessi. Innanzi tutto nel caso di una maggiore assistenza ai Paesi sottosviluppati convogliata tramite le Nazioni Unite sarebbe sempre risaputo e valutato il maggior contributo fornito dai Paesi occidentali: cinon sfuggirebbe ai Paesi beneficiari i quali, con il realismo di cui danno continuamente prova, saprebbero trarne le dovute conseguenze.

    In secondo luogo è da tenersi presente che, almeno per quanto si puconstatare nelle discussioni in II Commissione alle Nazioni Unite, l’elargizione degli aiuti in via bilaterale da parte dei maggiori Paesi occidentali non ha provocato una divisione fra Paesi recipienti in ragione dei benefici ricavati da ognuno di essi. Alle Nazioni Unite i Paesi sottosviluppati hanno anche quest’anno dimostrato una impressionante solidarietà ed omogeneità nel formulare richieste e si puanzi dire che talvolta i Paesi maggiormente beneficiari di aiuti bilaterali da parte dell’Occidente hanno dimostrato uno zelo non inferiore agli altri quasi a volersi far perdonare la posizione di favore di cui essi godono.

    In terzo luogo l’abbandono da parte dei Paesi occidentali di una posizione di antagonismo pregiudiziale nei confronti della multilateralizzazione degli aiuti, comporterebbe un notevole vantaggio politico che andrebbe a compensare notevolmente gli svantaggi inerenti all’adozione di un tale metodo.

    In conclusione, anche se si intende continuare a dare la preferenza agli aiuti bilaterali o elargiti attraverso istituti quali la BIRS e l’IDA che sono organismi dipendenti dalle Nazioni Unite e dei quali i Paesi del blocco sovietico non fanno parte, mi sembrerebbe utile che soprattutto sul piano tattico si considerasse l’opportunità di acconsentire ad una certa multilateralizzazione nell’assistenza anche finanziaria.

    E sono state anche queste considerazioni di natura tattica che ci hanno indotto a proporre a codesto Ministero di votare in favore della risoluzione concernente il «Fondo per l’investimento di capitali». Per quanto riguarda poi la particolare posizione dell’Italia su tale problema, mi sembra che un’ulteriore considerazione potrebbe essere fatta: se per taluni Paesi, quali gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e l’URSS, con grandi disponibilità di mezzi finanziari, l’elargizione degli aiuti in via bilaterale puprovocare, data l’entità dell’assistenza che essi sono in grado di fornire, delle ripercussioni politiche ed economiche di notevole portata, per altri Paesi, come il nostro, (e con l’Italia i Paesi Bassi e i Paesi scandinavi) che hanno limitati mezzi a loro disposizione, una politica di aiuti bilaterali potrà dar luogo a effetti e risultati sul piano politico proporzionalmente limitati. Per tali Paesi con piridotte possibilità, il convogliamento di una parte dei loro aiuti tramite le Nazioni Unite potrebbe invece comportare una risonanza su un piano mondiale pivasto, potendo l’Organizzazione costituire un efficace moltiplicatore degli effetti dei loro aiuti, per non parlare delle posizioni che si potrebbero occupare, con benefici risultati, negli organismi internazionali che tale aiuto amministrano.

    È questa d’altronde, la politica che già perseguono altri Paesi quali l’Olanda, la Svezia e la Danimarca. E questa è a mio avviso, vista la situazione da questo osservatorio, la politica che l’Italia, che ha già fatto buoni sforzi quest’anno con gli aumenti al Fondo Speciale e al Programma Ampliato di Assistenza Tecnica, potrebbe forse seguire, senza esasperazioni societarie, ma tenendo presente le ripercussioni internazionali favorevoli che avrebbe un nostro appoggio alle iniziative che le Nazioni Unite andranno inevitabilmente sempre piperseguendo nel settore dell’assistenza ai Paesi sottosviluppati.


    1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. II Commissione.


    2 Inviato, per conoscenza, alla Delegazione permanente presso il Centro Europeo delle N.U. a Ginevra.

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    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    Telespr. riservato 3661/2361. New York, 28 dicembre 1960.

    Oggetto: XV Assemblea delle Nazioni Unite. Atteggiamenti delle varie Delegazioni.

    Mentre riferisco con altra comunicazione sui punti salienti di questa prima parte della XV Sessione dell’Assemblea Generale(2), ritengo opportuno fissare qualche nota sulle linee generali degli atteggiamenti che abbiamo potuto constatare nelle varie delegazioni nel corso di questa fase dei lavori. Non intendo qui dilungarmi sulle posizioni prese dai singoli Paesi in merito alle specifiche questioni che sono state trattate, dato che al riguardo ho riferito di volta in volta dettagliatamente; né mi soffermera tracciare le impostazioni generali dei vari gruppi geografici e politici, in quanto anche esse sono ben note a codesto Ministero. Ma quel che mi appare piuttosto utile rilevare è se e dove si sono verificate nuove modulazioni o addirittura mutamenti negli atteggiamenti abituali dei singoli Paesi.

    1. In tale senso non pudirsi che in seno al gruppo occidentale, ed in particolare a quello dei Paesi della NATO, si siano avuti quest’anno, rispetto al passato, sviluppi di rilievo. Come negli anni precedenti si sono registrate le consuete forme di cedenza verso posizioni mediane da parte degli scandinavi nonché del Canadà. Direi pida parte di quest’ultimo che dei primi. La Delegazione canadese è stata totalmente assorbita dal miraggio di assumere un ruolo principale nelle questioni del disarmo e al raggiungimento di tale scopo ha sacrificato alle volte anche ragioni di solidarietà con gli altri Paesi della NATO. Tale, direi quasi, ossessione che ha caratterizzato l’opera del Ministro degli Esteri Green, unita alla politica di «seminatore del bene» e di conciliatore a tutti i costi alla quale siamo stati abituati da parte dei canadesi, ha certo straniato il Canadà piche negli anni scorsi dai Paesi suoi alleati. Basti citare come esempio di tale atteggiamento il fatto che il collega canadese, avendo partecipato alla prima riunione del gruppo di Paesi occidentali per il Congo, su cui ho spesso riferito a codesto Ministero, e avendo avvertito che si trattava di esser partecipi di azioni intese a battere in breccia gli afroasiatici, non si è pipresentato alle successive riunioni. Egli ci ha poi detto in confidenza di averne avuto divieto dal suo Ministro, e ha addotto la speciosa ragione che, essendo il Canadà Membro del Comitato Consultivo per il Congo, era «inevitabile che esso seguisse una linea di neutralità». Né il collega canadese si è mai fatto iniziatore di confidenze e di comunicazioni ai Rappresentanti dei Paesi NATO sugli sviluppi del lavoro in quel Comitato Consultivo.

    Quanto agli Scandinavi essi hanno mantenuto le tradizionali posizioni spesso astensionistiche del loro gruppo, pur partecipando in qualche caso – vedi Norvegia per il Congo – ai lavori e alle decisioni del gruppo occidentale, ma in altri problemi, come quello del seggio europeo ai Consigli, dimostrando una preferenza per atteggiamenti indipendenti piuttosto che per una solidarietà con il resto del gruppo medesimo.

    Ancor piaccentuata che nell’anno scorso è stata in questa Assemblea la posizione di distacco della Francia in ragione delle impostazioni di politica generale del Governo di Parigi e in particolare del Presidente francese, sdegnoso delle Nazioni Unite e critico al punto da fargli considerare superfluo il far partecipare il suo Ministro degli Esteri, peraltro presente a New York, al dibattito generale all’inizio dell’Assemblea. In posizioni di isolamento – e piche di isolamento direi di crisi

    – sono poi venuti a trovarsi nel campo occidentale Belgio e Portogallo. Il primo in relazione agli avvenimenti nel Congo, che hanno dominato gran parte dell’attività societaria in questo ultimo semestre; il secondo per il sempre pistridente contrasto del suo atteggiamento sul problema dei possedimenti coloniali con l’attuale atmosfera delle Nazioni Unite. Le elezioni ai Consigli societari, per le quali il Portogallo era candidato europeo al Consiglio di Sicurezza e il Belgio al Consiglio Economico e Sociale (il primo ha dovuto ritirare la sua candidatura mentre il secondo non è riuscito ad affermare la propria) hanno finito per conferire anche maggiore rilievo alle difficoltà in cui i due Paesi si trovano oggi nell’ambito dell’Organizzazione, con conseguenze negative nello stesso ambito anche per i Paesi amici di Belgio e Portogallo.

    Questi appaiono essere qui i segni pimanifesti e parte delle ragioni della precarietà che caratterizza la situazione esistente attualmente alle Nazioni Unite tra i Paesi occidentali. Sulle sue insufficienze ho del resto avuto occasione di riferire ripetutamente in passato. È tuttavia indubbio che esse sono emerse ancor piquest’anno, sovratutto in relazione alle discussioni di questioni di carattere coloniale, nelle quali alcuni Paesi del gruppo pidegli altri costituivano un bersaglio piindividuabile e netto. Né questa situazione è stata facilitata dalla politica della Delegazione degli Stati Uniti, che ha segnato o momenti di carenza come inevitabile in un periodo di elezioni presidenziali americane, o iniziative saltuarie non sempre opportune o praticamente realizzabili come in tema di Congo, o addirittura sorprese come nel voto sul colonialismo.

    2. In seno al gruppo latino-americano non si sono, tutto sommato, registrate evoluzioni molto evidenti.

    È da considerarsi naturalmente scontato da tempo l’allineamento di Cuba con il gruppo sovietico: esso si è rivelato ormai una costante nel corso di questa fase dei lavori dell’Assemblea che si è iniziata sotto il segno dei ben noti fisici «embrassons-nous», tra Kruschev e Fidel Castro nell’aula dell’Assemblea.

    Degno di nota è apparso invece ai fini di sviluppi avvenire il maggior distacco, dalle posizioni comuni del gruppo, delle Delegazioni del Messico e di Venezuela. Come noto, non è questa una tendenza nuova soprattutto nella Delegazione messicana che anche in passato ha dimostrato di essere tra i Paesi latino-americani il pivicino alle posizioni neutraliste. Quest’anno per di pila posizione di quella Delegazione è stata particolarmente influenzata dal desiderio del suo Capo Padilla Nervo di assumere un ruolo salomonico al di sopra di ogni «melée», nella sua qualità di Presidente della Commissione del disarmo. Nel caso del Venezuela si è poi avuta una maggiore accentuazione di spostamento verso posizioni neutralistiche che non in passato: molte sono state le iniziative in cui il Delegato venezuelano si è trovato affiancato a jugoslavi, indiani, egiziani ed è con un certo compiacimento che sappiamo aver egli vantato con membri anche del suo gruppo tale funzione di «ponte» verso i «non-committed» che la sua Delegazione andava assumendo.

    Qualche allineamento nello stesso senso si è potuto constatare anche negli atteggiamenti delle Delegazioni dell’Ecuador e del Panama; manifestazioni che mi sembra vadano particolarmente riferite, nel primo caso alla controversia con il Per e nel secondo alle divergenze con gli Stati Uniti circa i problemi inerenti al Canale di Panama.

    Inoltre una progressiva convergenza delle posizioni latino-americane con quelle afroasiatiche si è potuta constatare in sede di trattazione dei problemi economici inerenti ad istanze il cui carattere presenta un comune denominatore per i due gruppi di Paesi.

    Cidetto, rimane il fatto che la schiera dei Paesi latino-americani costituisce tuttora la pivalida e numerosa riserva a sostegno delle posizioni degli Stati Uniti, e dell’Occidente in generale, alle Nazioni Unite. Infatti i recenti spostamenti, anche notevoli, nell’equilibrio interno di taluni Paesi latino-americani hanno sin qui avuto riflessi limitati in relazione al loro comportamento in seno all’Organizzazione. Brasile ed Argentina, che del gruppo sono i membri piautorevoli, hanno mantenuto la stessa linea di condotta seguita nel passato e sovratutto l’Argentina ha avuto, anche in relazione alla sua posizione di membro del Consiglio di Sicurezza, un ruolo particolarmente attivo che all’Occidente ha non poco giovato.

    3. Di maggiore rilievo, ai fini della visione d’insieme del multiforme quadro delle forze in gioco alle Nazioni Unite, sono le evoluzioni ed i mutamenti nei recenti mesi del gruppo afroasiatico il cui potere, o meglio strapotere, è ormai un elemento determinante nell’attività dell’Organizzazione e che ha preso rapidamente e con una certa turbolenza coscienza di se stesso nella sua nuova configurazione numerica. Promotori di questa attiva politica di Gruppo su posizioni antagonistiche nei riguardi dell’Occidente sono state soprattutto la Guinea, il Ghana, la Nigeria, l’India e l’Indonesia. Anche per ragioni di sistematica conviene esaminarne gli aspetti essenziali riferendoli ai vari nuclei di Paesi che ne fanno parte: arabi, asiatici ed africani.

    a) Nell’atteggiamento delle delegazioni arabe, come per il passato, la coesione non ha superato una generica solidarietà pio meno accentuata a seconda dell’importanza e dell’interesse per il mondo arabo dei problemi dibattuti. Le due questioni che hanno trovato anche quest’anno un comune fronte degli arabi sono stati sostanzialmente la questione Algerina e quella Palestinese. Soprattutto a riguardo della seconda si è tuttavia, pure in questa sessione, potuto rilevare un minore interesse da parte dei Paesi del Nord Africa, che invece hanno naturalmente avuto un ruolo piattivo nella discussione della prima.

    La evoluzione di maggior rilievo nello schieramento delle delegazioni arabe appare lo spostamento del Marocco, soprattutto in relazione alla questione mauritana, su posizioni neutraliste estreme accanto all’Iraq. La Tunisia, che proprio al riguardo della indipendenza della Mauritania, si è clamorosamente distaccata dal gruppo arabo, è nell’ambito di questo nucleo la delegazione che pidi ogni altra si è mantenuta vicino all’Occidente. Una posizione alquanto intermedia e tutto sommato di moderazione nel turbolento contesto del gruppo afroasiatico ha conservato la RAU e cisia per gli obiettivi tipici della sua politica e sia per il carattere equidistante del Ministro Fawzi che ha partecipato all’Assemblea in due riprese.

    Tutto sommato comunque, e proprio per la maggiore drammaticità assunta da certi dibattiti e da certe questioni, come quella algerina, si è andato accentuando il divario tra tale gruppo e quello occidentale.

    b)- Fra le delegazioni asiatiche ho già avuto occasione di rilevare lo slittamento di Ceylon da posizioni moderate a posizioni oltranziste in linea con quelle dell’Indonesia e anche al di là di quelle dell’India, dovute chiaramente a un mutamento di rotta nel Governo di Colombo. In via di massima le delegazioni asiatiche che hanno tenuto la linea pivicina all’Occidente sono rimaste quelle delle Filippine, Giappone, Pakistan e Tailandia. c)- Per quanto concerne l’aumentato stuolo delle delegazioni africane ho già segnalato a codesto Ministero le differenti posizioni sulle quali esse si son tenute durante questa prima fase dei lavori dell’Assemblea. All’ala estrema, in opposizione all’Occidente, si trovano indubbiamente Ghana e Guinea (quest’ultima ormai pivicina alle posizioni sovietiche che non a quelle neutraliste) alle quali si è ora aggiunto il Mali. Di questo gruppo di punta nel campo africano in particolare e di quello afro-asiatico in generale, anche se in varie occasioni si è dimostrata meno attiva, ha fatto in sostanza parte pure la Nigeria, sebbene non sia ancora definita chiaramente la linea che questo importante Paese dell’Africa intende seguire alle

    Nazioni Unite. Al riguardo purilevarsi che poco effetto hanno in definitiva avuto gli sforzi di arginamento compiuti dai britannici che, tra l’altro, attribuiscono molte delle manifestazioni oltranziste della Delegazione nigeriana a personali inclinazioni del suo Capo, Wachuku.

    Come ho spesso segnalato è stato per contro determinante a favore dell’Occidente l’amichevole atteggiamento tenuto dalla maggior parte delle delegazioni afro-francesi: Africa Centrale, Alto Volta, Camerun, Chad, Congo (Brazzaville), Costa d’Avorio, Dahomey, Gabon, Madagascar, Niger, Senegal e Togo. In sostanza questo gruppo si è trovato sempre schierato su posizioni anti-sovietiche. Raramente esso si è trovato in vera e propria opposizione all’Occidente (direi che l’eccezione di maggiore rilievo in questo senso, e che del resto è del tutto comprensibile, si è verificata in occasione delle elezioni ai Consigli societari), e quando esso ha solidarizzato con il resto del gruppo afroasiatico ciè avvenuto su questioni come quella del colonialismo in cui la collusione dell’intero gruppo era scontata e inevitabile. Di volta in volta, a seconda delle questioni in discussione, si sono avute alcune defezioni (in particolare Togo e Senegal); si è trattato di situazioni che comunque non sono chiare, né tanto meno cristallizzate.

    d) Non mi dilungo qui a delineare la gamma delle posizioni intermedie in seno al gruppo delle delegazioni afroasiatiche, in quanto si tratta di atteggiamenti essenzialmente variabili e fluidi che non è comunque possibile identificare sul piano generale (mi limito ad una segnalazione particolare dell’atteggiamento della Somalia con telespresso odierno n. 3655/2355)(3). Rilevo peraltro che la componente di queste tendenze nel gruppo afroasiatico è risultata in quella turbolenza ed irrequietezza volta a trasformare molto di ciche nell’Organizzazione e nella prassi della sua attività si considerava sin qui stabilito, in quanto ritenuto di marca troppo occidentale e quindi non conforme al nuovo spirito, tuttora vago e confuso, cui il mondo afroasiatico intenderebbe vedere ispirate le Nazioni Unite. Anche se non sono ancora precisate chiaramente le linee sulle quali questa nuova forza avrà a muoversi nel contesto societario in avvenire, ne è stata dimostrata l’efficacia (sovratutto nel peso numerico del gruppo in sede di votazioni) tanto pisentita nell’atmosfera di demagogia ed intemperanza che ha caratterizzato i lavori di questa prima fase della sessione dell’Assemblea: un clima nel quale è facilmente comprensibile come i moderati – o meno estremisti – siano in definitiva indotti a seguire gli indirizzi oltranzisti.

    Ho ritenuto opportuno tracciare tale quadro panoramico della posizione delle varie delegazioni a sostegno di considerazioni e deduzioni di cui faccio oggetto in altre comunicazioni odierne concernenti il bilancio di questa prima fase dell’Assemblea. Bilancio che, anche per quanto riguarda l’elencazione che ho sopra fatta, si presenta certo ancor pisfavorevole quest’anno per l’Occidente che non in passato.


    1 Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. XV AG P.G.


    2 Vedi D. 505.


    3 Non pubblicato.

    505

    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    Telespr. riservato 3662/2362. New York, 28 dicembre 1960.

    [Oggetto]: Osservazioni sullo svolgimento della prima parte della XV sessione dell’Assemblea Generale delle N.U. Settembre-dicembre 1960.

    1. È noto che tre principali elementi hanno caratterizzato la prima parte della XV sessione dell’Assemblea Generale testé conclusasi. Innanzitutto l’ingresso nell’Organizzazione di un rilevante numero di nuovi Stati africani, i quali andando ad ingrossare il già numeroso gruppo di Paesi afro-asiatici hanno dato a questo gruppo, in base al numero di voti dei quali dispone (45 o 46, secondo come si consideri Cipro, su 99 membri), poteri determinanti nelle votazioni. In secondo luogo l’attacco sovietico all’Organizzazione stessa delle Nazioni Unite in un quadro di rinnovata guerra fredda. In terzo luogo l’attesa delle elezioni prima e del cambio di amministrazione poi negli Stati Uniti.

    Prima di passare ad esaminare come questi elementi si sono combinati, e quali ne sono state le conseguenze sul lavoro dell’Assemblea, vorrei premettere alcune considerazioni su ciascuno di essi.

    Il gruppo dei Paesi afro-asiatici è stato estremamente attivo e dinamico. Le sue riunioni sono state continue ed animatissime: si pudire che abbiano costituito un’Assemblea a sé nell’Assemblea Generale, e spesso i lavori in Assemblea hanno dovuto essere sospesi in attesa che il gruppo assumesse questo o quell’atteggiamento in una questione in discussione. Naturalmente lo spirito che ha animato il gruppo afro-asiatico ed ha continuato come per il passato a costituire la base della sua compattezza, è stato quello dell’anticolonialismo in senso lato, inteso cioè non solo come liberazione di tutti i popoli africani ed asiatici dai vincoli di dipendenza dagli Stati europei, ma anche come rivendicazione di fronte agli Stati abbienti occidentali (e qui agli Stati europei viene aggiunta l’America), del diritto al benessere economico per i Paesi di nuova indipendenza, tema quest’ultimo che trova rispondenza tra i Paesi latino-americani. Nei riguardi invece dei problemi che investono i rapporti est-ovest e la sicurezza internazionale, i Paesi afro-asiatici hanno continuato a manifestarsi divisi, con tendenza peraltro – come risultato dello scontrarsi in seno al gruppo delle opposte tendenze – a mettere in secondo piano tali problemi e comunque a considerarli meno importanti e talvolta anzi a subordinarli a quelli colonialisti.

    Quanto al violento attacco portato dall’URSS all’attuale Organizzazione delle Nazioni Unite, e centrato in particolare sul Segretariato e sulla persona del suo Capo, un punto che deve richiamare l’attenzione è che Krushev non abbia esitato a portarlo proprio in un momento ed in un modo in cui, dal punto di vista della propaganda sovietica di fronte ai Paesi di nuova indipendenza – cui pure l’URSS dirige le sue cure piassidue –, ciavrebbe potuto a prima vista sembrare controproducente: tanto i Paesi di nuova indipendenza sono portati a guardare con particolare favore alle Nazioni Unite, per l’influenza – certo sproporzionata al loro reale peso politico – che vi possono esercitare e per le salvaguardie ed opportunità che vi trovano di un’azione internazionale di ampio respiro. E, quanto al modo, perché dovrebbe essere popolare tra gli afro-asiatici, che comandano presso a poco la metà dei voti in Assemblea e che aspirano a posizioni proporzionalmente corrispondenti nei Consigli, nel Segretariato e negli altri Organi delle Nazioni Unite, la pretesa sovietica di una ripartizione rigidamente tripartita su base politica est-ovest che dia eguale peso ai Paesi comunisti (nove soli per ora, o tutt’al pidodici se si vuole tra essi includere Jugoslavia, Cuba e Guinea) a quelli occidentali ad a quelli neutralisti? La spiegazione di questa apparente incongruenza della impostazione sovietica sta a mio modo di vedere nel fatto che l’URSS ha iniziato un’azione politica di profonda e lunga portata e che, di fronte ai risultati che si ripromette, vale per essa la pena di rischiare qualche prima reazione di impopolarità purché l’attenzione delle Nazioni Unite e dei singoli Paesi e sopratutto dei nuovi che costituiscono l’Organizzazione venga portata sulla potenza sovietica e sulla necessità assoluta che l’Organizzazione stessa, così come la vita politica internazionale in genere, ne tengano conto, a rischio di perire o quanto meno di rimanere in pratica inattiva. L’avere Krushev, con tanto «battage», voluto partecipare a lungo personalmente all’Assemblea e l’averla voluta portare per tale sua presenza al massimo livello fa, a mio modo di vedere, parte di questo quadro, di questa posizione di forza intesa ad impressionare ed a porre il mondo, e particolarmente i neutralisti impressionabili e gli esitanti, di fronte all’alternativa: o tener conto del potere sovietico o rinunziare ad una qualsiasi forma ordinata ed efficiente di colloquio internazionale e quindi anche di attività delle Nazioni Unite. Naturalmente l’URSS non pusperare di tradurre in definitiva queste pretese in forma istituzionale negli organi delle Nazioni Unite. Ma si attende che la sua impostazione dia frutti parziali nella trattazione di singole questioni; si attende che essa impressioni un certo numero di Paesi portandoli su posizioni di cautela quando si tratta di assumere atteggiamenti antisovietici, incoraggi il neutralismo, dia ai dirigenti propensi a schierarsi al lato di Mosca maggiori incentivi, scoraggi operazioni tipo Congo quando esse vengono per il gioco degli avvenimenti a porsi in contrasto con la politica del Kremlino; e permetta, in poche parole, all’URSS di agire da posizioni di forza e di intransigenza dottrinaria nel prendere dalle Nazioni Unite, quello che puriuscirle utile e respingere quello che non le piace. Politica e direttive queste assai realistiche, delle quali sentiremo ancora assai parlare alle Nazioni Unite.

    Quanto al terzo elemento, l’attesa cioè delle elezioni prima e del cambio di amministrazione negli Stati Uniti, esso è stato quello meno rilevante, a differenza di quanto avvenuto in passate analoghe occasioni. Il che non toglie che esso sia stato spesso presente nelle considerazioni di varie delegazioni, quelle sopratutto che puntano sulla ripresa immediata del dialogo tra l’URSS e gli Stati Uniti e che in tali condizioni hanno manovrato per favorire il rinvio alla seconda parte della sessione delle questioni piscottanti sul piano delle relazioni est-ovest ed in particolare quella del disarmo, nella speranza che nel frattempo una migliorata atmosfera ed una diminuzione della guerra fredda consenta quantomeno di eliminare qualcuno degli aspetti pipolemici.

    2. Passando ora ad esaminare in quale modo gli elementi in questione sono combinati e quali effetti hanno avuto nel corso dei lavori testé terminati, vorrei fare le seguenti considerazioni:

    a) una prima caratteristica è che questi lavori sono stati pesanti, macchinosi e scarsamente concludenti. Il numero e rilievo delle questioni iscritte all’ordine del giorno che o non sono state trattate o, pur essendo state trattate, son rimaste inconcluse e rinviate alla seconda parte della sessione, ne è testimonianza. In pratica l’Assemblea, per quanto riguarda problemi di portata politica generale, si è trovata in condizioni di deliberare solo su quelli di tema colonialistico e su quelli che vorrei chiamare di demagogia economica, problemi sui quali gli elementi esaminati pisopra non venivano a trovarsi in conflitto e trovavano quindi una componente positiva.

    b)- L’attività politica dell’Assemblea si è venuta in sostanza a centrare sui problemi africani. A parte il tema generale del colonialismo, gli altri argomenti discussi e conclusi sono stati quelli relativi all’Algeria, ai territori non autonomi (con il noto severo richiamo al Portogallo), all’Africa Sud Occidentale, al Ruanda Urundi: tutti in senso assai pidecisamente contrario alle potenze amministranti che non negli anni scorsi. I problemi del Congo e della Mauritania, nei quali l’elemento del colonialismo si fonde con vari altri, hanno avuto uno sviluppo atipico e non hanno portato a conclusioni riflettendo così quelle difficoltà generali cui ho accennato pisopra. c)- I problemi interessanti le relazioni est-ovest ed influenzati pidirettamente dalla guerra fredda sono stati invece tutti rimessi alla seconda parte della sessione. Così in primo luogo il disarmo, in vista delle impossibilità rivelate da mesi di discussioni, di trattative e di pressioni neutraliste (esercitate per la verità principalmente sugli Occidentali) di trovare un punto di incontro, sia pur solo procedurale, tra le posizioni occidentali e quelle sovietiche. Quanto agli argomenti pivivacemente polemici, essi non sono stati per ora neppure discussi. Interessante rilevare al riguardo che è corsa in questi ambienti la voce di contatti intesi alla ricerca di un compromesso secondo il quale si sarebbe accettato tacitamente da parte sovietica di non discutere delle accuse di pretesi atti aggressivi degli Stati Uniti (la nota questione dell’U-2) contro rinunzia americana a discutere dell’Ungheria e del Tibet: tanto americani quanto sovietici hanno smentito questi contatti, ma mi risulta in verità che qualche «ballon d’essai» lanciato dai sovietici e spalleggiato da qualche attivista neutrale vi è stato, e non escluderei che, specie se il clima dei rapporti Krushev-Kennedy sembrerà consigliarlo, torni a far capolino. d) -Altra caratteristica dei lavori è stata la revisione di fatto, imposta principalmente dal prepotere del voto afro-asiatico favorito dai Paesi sovietici non sufficientemente contrastato da una solidarietà europea e latino-americana nella resistenza, di prassi, norme, procedure accettate e mantenutesi ferme dall’inizio dell’attività dell’Organizzazione. Le posizioni occidentali e particolarmente europee hanno avuto in tale quadro a soffrire, analogamente a come sono andate soffrendone sul piano delle questioni sostanziali politiche. e)- Se le posizioni occidentali, in questioni di sostanza e di procedura, non hanno subito colpi ancora piseveri, cisi deve principalmente all’azione svolta dai Paesi dell’Africa francese, le cui delegazioni qui, orientate da colleghi appositamente a cidestinati dalla Delegazione francese, hanno mantenuto un notevole grado di solidarietà e collaborazione con i Paesi dell’Occidente. Quanto questo potrà durare non so. E, naturalmente, questa stessa posizione afro-francese ha dei limiti come si è visto nella questione algerina e nell’ultima fase della discussione sul Congo così come è evidente la ricerca da parte di questi Paesi di un «ubi consistam» il cui centro di gravità non è detto abbia a restare ancora per molto vicino all’Occidente. Avrà a vedersi in realtà anche quanto l’Occidente saprà fare per mantenerlo; ponendosi infatti in tutti questi

    Paesi il problema centrale (così come lo vediamo nel Congo e nel Laos per non citare che i due esempi pievidenti) del come l’Occidente sarà in grado di mantenere al potere ed incoraggiare classi dirigenti a sé favorevoli, di fronte al dilagare delle tendenze nazionalistiche, neutralistiche ed anti-bianche che sono il retaggio degli anni di dominazione coloniale.

    f) Tra le revisioni di fatto imposte dal prepotere del voto afro-asiatico è rilevante e sintomatica la perdita delle posizioni europee ed occidentali nelle elezioni societarie. Sono noti, i risultati delle elezioni al Consiglio di Sicurezza, conclusesi con un compromesso nel quale l’Europa ha dovuto cedere metà del suo seggio piil cambio della candidatura del Portogallo con altra pigradita agli afro-asiatici; nonché quelle al Consiglio Economico e Sociale nelle quali la Cina ha, per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite, perso il suo seggio e l’Europa non è riuscita ad affermare il suo candidato di fronte a quello afro-asiatico, malgrado i Paesi afro-asiatici avessero già riportato due seggi nelle elezioni. Tante pirilevante appare dunque, in questo sgretolarsi delle posizioni europee ed occidentali, l’affermazione da noi ottenuta alle elezioni per la Corte Internazionale di Giustizia con il successo della candidatura del Prof. Morelli.

    Queste a grandi tratti le deduzioni che obiettivamente si possono fare sulla turbolenta ed improduttiva Assemblea di quest’anno. Esse pongono degli interrogativi per quanto attiene strategia e tattica da adottare sia da parte dell’Occidente e sia da parte dell’Italia in particolare e questo delicato argomento mi riservo di trattate in comunicazione a parte.

    Rappresentanza presso l’ONU a New York, XV Assemblea Generale ONU 1960, b. 7, fasc. XV AG P.G.

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    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    [...]2. New York, 28 dicembre 1960.

    Oggetto: Nuova fisionomia del Consiglio di Sicurezza nel 1961.

    Con l’anno nuovo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite verrà ad assumere una fisionomia che lo distinguerà abbastanza notevolmente da quella avuta nel 1960 e nei precedenti anni.

    In primo luogo vi sono state le elezioni, che porteranno ai seguenti cambiamenti nei seggi. La RAU sostituirà la Tunisia, e non è da sottolineare quanto questo cambio trasformerà radicalmente l’opera del membro medio-orientale nel Consiglio, venendo a sparire l’influenza beneficamente moderatrice ed equilibratrice svolta dalla Tunisia, e personalmente dal suo Delegato, Signor Slim, nei momenti critici pidifficili quali quelli delle crisi del Laos e del Congo , e venendosi invece a sostituire ad esso l’estremismo, specie in materia di problemi africani, della RAU ed il suo deciso neutralismo in tema di rapporti est-ovest. Quanto a uno dei seggi latino-americani, il Cile sostituirà l’Argentina ed anche qui è evidente che da questo cambio il Consiglio non guadagna certo in prestigio ed equilibrio: e cinon solo in vista del differente peso e di qualche sfumatura di differente indirizzo politico che caratterizza il Cile rispetto all’Argentina, quanto anche perché si allontanerà dal Consiglio un Rappresentante quale l’argentino Amadeo, persona di notevole peso politico nel suo Paese e come tale capace di imprimere una impronta personale di particolare responsabilità e attivismo alla sua partecipazione. Non si sa invece chi rappresenterà il Cile in Consiglio, e se avrà ad essere l’attuale Rappresentante permanente, Signor Schweitzer, persona timida e modesta, la differenza sarà certo notevole. Infine all’Italia si sostituisce la Liberia. È evidente che, anche se sul piano delle relazioni est-ovest la differenza potrà farsi sentire non troppo, essa sarà invece fortemente avvertita nella trattazione dei problemi ‒e non è difficile prevedere che saranno la maggioranza ‒toccanti l’Africa di cui avrà ad occuparsi il

    Consiglio e sui quali sono da scontarsi atteggiamenti di astensione da parte del Delegato liberiano.

    Questi evidenti svantaggi saranno in parte certo considerevoli, ma non tali da equilibrare la partita, compensati dal fatto che la Polonia uscirà dal Consiglio e vi sarà sostituita dalla Turchia, il cui Rappresentante ‒se verrà confermato nella persona dell’attuale Rappresentante permanente Ambasciatore Menemencioglu

    ‒è Delegato capace ed influente tanto nel suo Paese quanto qui negli ambienti afro-asiatici. Una riserva peranche qui va espressa, in relazione agli avvenimenti interni in Turchia ed alla possibilità che essi un giorno abbiano qualche riflesso nell’agone internazionale particolarmente nei riguardi dei rapporti con i Paesi arabi.

    Oltre questi cambiamenti di Paesi vanno ricordati, nell’esaminare la nuova fisionomia del Consiglio, due notevoli cambi avvenuti nelle situazioni governative rispettive di due tra i Paesi che sono membri del Consiglio dallo scorso anno e che lo saranno ancora per tutto il 1961. Si tratta del Ceylon e dell’Ecuador. Il Ceylon, dalla costituzione del nuovo Governo della Signora Bandaranaike, si è schierato decisamente sulla linea dei Paesi piapertamente neutralisti, ad usare un termine che in verità qualche volta è apparso eufemistico in rapporto all’attitudine assunta, in conseguenza di questo cambio governativo, dal suo Rappresentante nel Consiglio. Atteggiamento che è stato dominato dall’aperta preoccupazione di non spiacere in alcun modo ai sovietici allineandosi su posizioni loro gradite. Ciha comportato manifestazioni talvolta addirittura patetiche relative alla persona del Delegato, Sir Claude Corea, che, qui da alcuni anni, era da tutti abitualmente considerato persona comprensiva, pur nella politica benevolmente neutralista di Ceylon, dalle posizioni occidentali. Quanto all’Ecuador, le recenti elezioni in quel Paese hanno portato al potere un’opposizione politica che per lunghi anni si era nutrita di propaganda e di principi alquanto anti-americani; inoltre il fatto che l’Ecuador abbia riaperto la sua annosa questione di confini con il Per stabilendo un altro pericoloso elemento di attrito con la maggioranza dei paesi latino-americani e con gli Stati Uniti che sono uno dei Paesi garanti dell’integrità di detta frontiera, non stimoleranno le disposizioni collaboratrici pro-occidentali dell’Ecuador, il cui Rappresentante infine, sostituito al dinamico Correa, Rappresentante del passato regime, è persona dimostratasi per ora assai meno attiva e collaborativa del suo predecessore.

    Ultimo elemento di questa trasformazione della fisionomia del Consiglio è da trovarsi nel cambio di tre dei cinque delegati che rappresentano i Paesi membri permanenti del Consiglio stesso. Al recente cambio di Zorin, avvenuto quattro mesi or sono, il Consiglio ha già assistito: si tratta di elemento duro ed estremamente ligio alla linea di forza e di intimidazione, la cui personalità e il cui atteggiamento hanno fatto nelle discussioni degli scorsi mesi aperto contrasto con la personalità pimite, interprete della vena distensionista del Kremlino, del suo predecessore Sobolev. E con Zorin sono, nella Delegazione sovietica, venuti affermandosi tra i collaboratori in sottordine quelli pirigidi e meno collaborativi nei contatti con i colleghi occidentali.

    La grande incognita sarà costituita dal nuovo Rappresentante americano Stevenson. Lodge, pur nella sua rudezza, era certo un elemento di particolare peso per il mantenimento delle posizioni occidentali in Consiglio e molte delle discussioni degli ultimi anni erano state caratterizzate dalle posizioni personali da lui assunte, e che variavano tra gli opposti estremi di una sprezzante contestazione degli argomenti sovietici in pubblico ad una comprensione di fondo spesso da alcuni ritenuta eccessiva, delle posizioni dei Paesi sovietici e delle ambizioni del nuovo mondo afro-asiatico. Si aggiunga che con Lodge si allontanerà anche dal Consiglio il suo immediato collaboratore, Ambasciatore Barco, anch’egli elemento dotato di particolare personalità. Molti si domandano, non senza qualche punta di inquietudine, come avrà a muoversi in un mondo così caratteristico e così difficile come l’ambiente delle Nazioni Unite l’intellettuale ed in un certo modo astratto Stevenson, e chi avranno ad esserne i piimmediati collaboratori.

    A concludere questa rapida pittura, va osservato anche che ha da poco lasciato la Rappresentanza inglese, Sir Pierson Dixon, diplomatico sottile, di eccezionali qualità di comprensione del mondo delle Nazioni Unite che gli avevano consentito di superare con abilità e senza perdita di autorità e prestigio per il suo Paese momenti di estrema difficoltà a partire da quello della crisi di Suez.

    Tutto questo presenta un panorama che dal punto di vista dell’Occidente non punon destare preoccupazioni. In questo quadro e in una situazione che non permetterà all’Occidente di contare sui voti, a parte l’URSS, della RAU e di Ceylon, gli atteggiamenti della Liberia e dell’Ecuador finiranno per poter determinare il risultato di una votazione maggioritaria nel Consiglio. Una situazione questa di ristretto margine che non si era ancora manifestata in passato, che è in certo modo segno dei tempi e che deve lasciare non poco a pensare.


    1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 32, fasc. ONU, parte generale, gennaio-giugno 1961.


    2 Originale non rinvenuto. Si pubblica il testo ritrasmesso con telespr. 23/0007, del 3 gennaio 1961, dal Servizio Nazioni Unite alle Ambasciate e Rappresentanze, ai Consolati Generali ad Alessandria, Hong Kong, Istanbul, Singapore, Tangeri, alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi, alla Delegazione Permanente presso il Centro Europeo delle N.U. a Ginevra, e, per conoscenza, alla Rappresentanza presso l’ONU a New York, e alla Segreteria 10/AM, al Servizio NATO, al Gruppo Disarmo, agli Uffici CEUR, I, II, III, IV, V, VI, VII della Direzione Generale degli Affari Politici, alla Direzione Generale degli Affari economici, al Servizio Stampa, alla Direzione Generale dell’Emigrazione e al Servizio Studi.

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    IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO L’ONU, ORTONA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

    [...]2. New York, 28 dicembre 1960.

    Oggetto: Questione dell’ampliamento del Consiglio di Sicurezza e del Consiglio Economico e Sociale.

    La votazione sulle risoluzioni ed emendamenti relativi alla questione dell’aumentato [sic] dei Consigli societari è stata preceduta da lunghi negoziati tra i vari gruppi geografici intesi a trovare un accordo. Da parte afro-asiatica si faceva condizione sine qua non per il voto favorevole alle risoluzioni decidenti l’ampliamento, l’accettazione da parte dei paesi latino-americani ed europei occidentali del principio della immediata ridistribuzione dei seggi esistenti. Latino-americani ed europei non potendo accettare l’immediata ridistribuzione, si cercper vari giorni di elaborare un compromesso su una formula (di iniziativa cipriota) che prevedesse l’adozione ora dell’ampliamento e conversazione poi tra i vari gruppi onde dare qualche soddisfazione agli afro-asiatici in tema di ridistribuzione l’anno venturo alla XVI sessione (intenzione occidentale essendo di offrire allora agli afro-asiatici i seggi cui aspira l’Europa sovietica). La formula accettabile ai latino-americani ed occidentali era la seguente: «Recommends that discussions should be undertaken before the XVI session with a view to arriving at a temporary arrangement, pending ratification of the Charter amendments, so as to ensure adequate representation of the membership of the United Nations». Ma gli afro-asiatici, guidati dalla Nigeria e aizzati da India e altri Paesi neutralisti che non volevano l’accordo si facesse perché desideravano evitare ad ogni costo l’adozione degli emendamenti allo statuto avversati dall’URSS, insistettero sulla ridistribuzione immediata, e l’accordo fallì. In tali condizioni si è andati al voto.

    Si trovavano dinanzi al Comitato i seguenti progetti:

    a) -Due progetti di risoluzione presentati ad iniziativa di delegazioni occidentali e latino-americane cui in seguito si sono poi associate anche varie delegazioni afro-asiatiche e in sostanza contenenti rispettivamente l’uno (doc. A/SPC/L. 51 e add. 1, 2, 3, 4 e 5 e Corr. 1) l’emendamento statutario relativo all’ampliamento dell’ECOSOC da 18 a 24 seggi, e l’altro (doc. A/SPC/L. 52 e add. 1, 2 e 3) l’emendamento statutario relativo all’ampliamento del Consiglio di Sicurezza da 11 a 13 seggi; b) -due emendamenti (doc. A/SPC/L. 54 e add. 1 e doc. A/SPC/L. 55 e add. 1) ai progetti di risoluzione predetti, presentati dai paesi afro-asiatici e sostanzialmente intesi ad inserire nei testi rispettivi una raccomandazione che fosse effettuato subito, ancor prima dell’ampliamento, una ridistribuzione dei seggi nei due Consigli che tenesse in conto la recente ammissione di vari Paesi alle Nazioni Unite; c) -un terzo progetto di risoluzione presentato di iniziativa dell’India con altri Paesi afro-asiatici (A/SPC/L. 53/Rev. 1) che prevedeva l’istituzione di un apposito comitato che studiasse il problema dell’ampliamento dei Consigli societari. Formula dilatoria intesa a rinviare, quanto meno di un anno, ogni procedura verso la soluzione effettiva della questione (questo progetto, caduti, come si dirà in appresso, i testi di cui ai punti precedenti, non è stato in definitiva messo ai voti avendo le delegazioni

    proponenti – che lo avevano in fondo messo avanti come un male minore, mentre preferivano un assoluto nulla di fatto – preferito evidentemente ritirarli).

    Dalla lunga serie di votazioni, in quanto sono stati messi ai voti prima gli emendamenti nelle loro varie parti e successivamente le risoluzioni modificate nelle loro varie parti, sono emersi i seguenti punti salienti:

    1) il gruppo afro-asiatico compatto (solo eccezione costante è stato il Giappone) e con l’appoggio del blocco sovietico si è pronunciato a favore della ridistribuzione dei seggi nei Consigli ottenendo la maggioranza per gli emendamenti relativi;

    2) una volta approvati gli emendamenti stessi questi progetti di risoluzione che li incorporavano non potevano piraccogliere l’assenso degli occidentali e dei latino-americani che al principio della ridistribuzione immediata erano contrari. Anche i sovietici rimanevano comunque contrari ai progetti in quanto essi contenevano espliciti provvedimenti per l’ampliamento dei Consigli. In queste condizioni ambedue le risoluzioni cadevano;

    3) peraltro il punto di maggiore interesse dimostrato nelle votazioni delle risoluzioni per parti è che le disposizioni in esso contenute per le modifiche statutarie inerenti all’ampliamento dei Consigli sono state le sole a raccogliere una notevole maggioranza. All’opposizione in questo caso sono rimasti isolati i sovietici, accompagnati da pochi afro-asiatici neutralisti (India, Ceylon, Afghanistan e Iraq). Ed è stato questo il solo aspetto positivo della complessa votazione: riuscire cioè a mettere in evidenza questa generale concordanza favorevole all’ampliamento di due principali organi delle Nazioni Unite. Perché essa risultasse chiara ed evidente, il Rappresentante italiano ha chiesto appunto che fosse messa separatamente ai voti la parte delle risoluzioni contenente gli emendamenti statutari necessari per risolvere la questione della ampliamento.

    Come precedentemente segnalato, data la manifesta divisione tra europei occidentali e latino-americani da un lato ed afro-asiatici dall’altro, si è conclusa con un nulla di fatto la protratta discussione in Commissione Politica Speciale relativa alla questione dello ampliamento dei Consigli societari.

    La relativa relazione della Commissione veniva presentata all’Assemblea in seduta plenaria nell’ultima riunione prima dell’aggiornamento dei lavori della sessione al marzo prossimo. Erano già frattanto avvenute le elezioni dei membri non permanenti al Consiglio di Sicurezza, ivi inclusa quella della Liberia a succedere nel nostro seggio, seppure con l’intesa che ad essa subentrerebbe l’Irlanda nel 1962; nonché l’elezione di 5 membri del Consiglio economico e sociale in cui gli afro-asiatici hanno già guadagnato un seggio mentre per il sesto seggio, nella impossibilità di risolvere il punto morto determinato dal sostanziale equilibrio tra due candidature concorrenti, quella afro-asiatica dell’India e quella europea del Belgio, si era deciso di rinviare le ulteriori votazioni alla seconda parte della sessione. In sostanza quindi aveva ottenuto un certo riconoscimento nei fatti quella istanza della ridistribuzione dei seggi esistenti nei Consigli che gli afro-asiatici invocavano e che aveva nella Commissione Politica Speciale costituito l’ostacolo ad un accordo con i Paesi degli altri gruppi geografici in tema di ampliamento dei Consigli.

    In queste condizioni, a talune delegazioni, in primo luogo alla nostra, è sembrato che la possibilità di un tale accordo cominciasse a riaffiorare, e che fosse interesse dell’Occidente di coltivare queste nuove possibilità per tre motivi: il primo, che le posizioni europee scalzate dalla spinta afro-asiatica possono restaurarsi in qualche modo, e sempre – si intende – in forma relativa, solo con un aumento dei seggi; il secondo, che la questione dell’aumento dei seggi si pone in funzione anti-sovietica, data la posizione negativa assunta dall’URSS, e va quindi spinta a fondo allo scopo quanto meno di mettere in contrasto con l’URSS anche i Paesi afro-asiatici ed i latino-americani interessati come noi all’aumento; il terzo che di fronte alle intenzioni di piradicale sovvertimento delle Nazioni Unite auspicato per il futuro dall’URSS ed alle ambizioni connesse di alcuni paesi afro-asiatici (l’India in primo luogo), converrebbe fissare oggi le linee di un eventuale emendamento, perché una decisione a riguardo renderà pidifficile in futuro le manovre per piradicali trasformazioni da parte dell’URSS.

    Per coltivare queste possibilità, il primo passo da compiersi era di evitare che la questione dell’ampliamento dei Consigli fosse dichiarata formalmente conclusa per questa XV sessione dell’Assemblea, ed ottenere invece che essa restasse aperta in modo da potere, se i sondaggi e gli sviluppi nel frattempo lo permetteranno, essere ripresa la seconda parte della sessione, in marzo. In tal senso noi, assieme alla delegazione Argentina, ed a quella britannica e greca, ci siamo adoperati. E in definitiva una proposta formale di rinvio a marzo è stata avanzata dal Rappresentante olandese ed adottata dall’Assemblea con 60 voti a favore, 16 contrari (sovietici e alcuni afro-asiatici neutralisti, fra cui l’India) e 11 astensioni.

    La questione potrà dunque essere ripresa, se le circostanze lo consentiranno, nel prossimo marzo.


    1 DGAP, Uff. I, 1947-1962 (II versamento), b. 32, fasc. ONU, parte generale, gennaio-giugno 1961.


    2 Originale non rinvenuto. Si pubblica il testo ritrasmesso con telespr. 23/0036, dell’11 gennaio 1961, dal Servizio Nazioni Unite alle Ambasciate e Rappresentanze, ai Consolati Generali ad Alessandria, Hong Kong, Istanbul, Singapore, Tangeri, alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi, alla Delegazione Permanente presso il Centro Europeo delle N.U. a Ginevra, e, per conoscenza, alla Rappresentanza presso l’ONU a New York, e alla Segreteria 10/AM, al Servizio NATO, al Gruppo Disarmo, agli Uffici CEUR, I, II, III, IV, V, VI, VII della Direzione Generale degli Affari Politici, alla Direzione Generale degli Affari economici, al Servizio Stampa, alla Direzione Generale dell’Emigrazione e al Servizio Studi.


    APPENDICI

    Cariche istituzionali, Uffici, Rappresentanze

    (1° gennaio 1959-31 dicembre 1960)(1)

    Cariche istituzionali

    PRESIDENTE DELLAREPUBBLICA

    Gronchi Giovanni.

    PRESIDENTE DELCONSIGLIO

    Fanfani Amintore, fino al 15 febbraio 1959; Segni Antonio, dal 15 febbraio 1959; Tambroni Fernando, dal 25 marzo 1960; Fanfani Amintore, dal 26 luglio 1960.

    MINISTRO SEGRETARIO DI STATO PER GLIAFFARI ESTERI

    Fanfani Amintore, fino al 15 febbraio 1959; Pella Giuseppe, dal 15 febbraio 1959; SegniAntonio, dal 29 marzo 1960.

    SOTTOSEGRETARI DI STATO

    Lupis Giuseppe, fino al 15 febbraio 1959; Folchi Alberto, fino al 24 marzo 1960; De Martino Carmine, dal 17 febbraio 1959 al 24 marzo 1960; Russo Carlo, dal 2 aprile 1960; Storchi Fernando, dal 2 aprile 1960.

    Uffici del Ministero degli Affari Esteri

    GABINETTO DELMINISTRO

    Capo di Gabinetto

    Aillaud Enrico, fino al 15 febbraio 1959. Caravale Erasmo, dal 16 febbraio 1959. Sensi Federico, dal 29 marzo 1960.

    Dati tratti dalle seguenti pubblicazioni periodiche del Ministero degli Affari Esteri: Uffici dell’Amministrazione Centrale; Elenchi del Personale; Annuario diplomatico della Repubblica Italiana; Rappresentanze diplomatiche e consolari della Repubblica italiana all’estero; Ambasciate e Legazioni estere in Italia.

    Vice Capo di Gabinetto

    Pasquinelli Cesare, fino al 15 febbraio 1959. Molajoni Paolo, dal 16 febbraio 1959. Zampaglione Gerardo, dal 15 luglio 1960.

    SEGRETERIAPARTICOLARE DELMINISTRO

    Capo della Segreteria

    Rota Renzo, fino al 15 febbraio 1959.

    Segretario Particolare del Ministro

    GiunchiAfro, dal 16 febbraio 1959. Costa Mario, dal 29 marzo 1960.

    SEGRETARIO GENERALE

    De Ferrariis Salzano Carlo, fino al 24 maggio 1959. Grazzi Umberto, dal 25 maggio 1959.

    SEGRETERIAGENERALE COORDINAMENTO

    Capo Servizio

    Winspeare Guicciardi Vittorio.

    ALLE DIRETTE DIPENDENZE DELSEGRETERIO GENERALE UFFICIO STAMPA

    Capo Servizio

    Matacotta Dante, fino al 13 marzo 1959. Jezzi Alberto, dal 14 marzo 1959. MarieniAlessandro, dal 9 giugno 1960.

    SERVIZIO STUDI

    Capo Servizio

    Toscano Mario.

    SERVIZIO CIFRAE CRITTOGRAFICO

    Capo Servizio Capece Galeota Giuseppe.

    UFFICIO DELCONTENZIOSO DIPLOMATICO

    Capo Ufficio

    Monaco Riccardo.

    UFFICIO DI COORDINAMENTO PER LANUOVASEDE DEL MINISTERO

    Capo Ufficio

    Profili Mario

    DIREZIONE GENERALE DEGLIAFFARI POLITICI

    Direttore generale

    Straneo Carlo Alberto.

    Direttore generale aggiunto

    Marchiori Carlo. Grillo Remigio Danilo.

    Vice Direttore generale

    Marieni Alessandro, fino all’8 giugno 1960.

    Capo Ufficio NATO

    Pansa Cedronio Paolo.

    Capo Ufficio Cooperazione Europea

    Falchi Silvio. Calenda Carlo, dal 25 luglio 1960.

    Capo Ufficio I

    Pierantoni Carlo.

    Capo Ufficio II

    Fenzi Benedetto.

    Capo Ufficio III

    Vinci Piero, fino al 28 dicembre 1959. Figarolo di GropelloAdalberto, dal 19 luglio 1960.

    Capo Ufficio IV

    Borromeo Giovanni Lodovico.

    Capo Ufficio V

    Filo della Torre Mario. D’Orlandi Giovanni, dal 6 novembre 1959.

    Capo Ufficio VI

    Varalda Maurilio Guglielmo.

    Capo Ufficio VII

    Chastel Roberto. Romanelli Renzo Luigi, dal 7 marzo 1960.

    Capo Servizio ONU

    Dainelli Luca, fino al 12 marzo 1960. Sanfelice di Monteforte Ignazio, reggente dal 13 marzo 1960.

    Capo Servizio stranieri

    Mansi Stefano.

    Gruppo di Lavoro per le questioni del disarmo

    Dainelli Luca, dal 28 dicembre 1959.

    DIREZIONE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI

    Direttore generale

    De Astis Giovanni. Caruso Casto, dal 15 giugno 1959.

    Vice Direttore generale

    Soro Giovanni Vincenzo. Pasquinelli Cesare, dal 19 febbraio 1959.

    DIREZIONE GENERALE DELLE RELAZIONI CULTURALI CON L’ESTERO

    Direttore generale

    Conti Mario, fino al 7 agosto 1959. Del Balzo di Presenzano Giulio, dall’8 agosto 1959.

    Vice Direttore generale

    Archi Pio Antonio.

    DIREZIONE GENERALE DELL’EMIGRAZIONE

    Direttore generale

    Borga Guido.

    DIREZIONE GENERALE PER GLI AFFARI DELLAAMMINISTRAZIONE ITALIANA DELTERRITORIO SOTTO TUTELA DELLA SOMALIA

    Direttore generale

    Soardi di Sant’Antonino Carlo Andrea, dal 9 maggio 1959.

    Vice Direttore generale

    Jannuzzi Pio Riccardo, fino al 24 giugno 1959. Castellani PastorisVittorio, dal 22 maggio 1959 al 21 settembre 1960.

    CERIMONIALE

    Capo del Cerimoniale Diplomatico della Repubblica

    Fracassi Ratti Mentone Cristoforo.

    DIREZIONE GENERALE DEL PERSONALE E DELL’AMMINISTRAZIONE INTERNA

    Direttore generale

    Vanni d’Archirafi Francesco Paolo, fino al 5 maggio 1959. Siljdi Sant’Andrea d’Ussita Francesco, dal 6 maggio 1959.

    Direttore generale aggiunto

    Pignatti Morano di Custoza Girolamo, dal 17 febbraio 1959.

    Rappresentanze diplomatiche italiane all’estero

    AFGHANISTAN

    Ministro plenipotenziario a Kabul

    Trabalza Folco.

    ALBANIA

    Ministro plenipotenziario a Tirana

    de Strobel Maurizio.

    ARABIA SAUDITA

    Ministro plenipotenziario, dal 20 maggio 1960 Ambasciatore a Gedda

    Paulucci Mario Alessandro.

    ARGENTINA

    Ambasciatore a Buenos Aires

    Babuscio Rizzo Francesco.

    AUSTRALIA

    Ambasciatore a Canberra

    Prato Eugenio.

    AUSTRIA

    Ambasciatore a Vienna

    Guidotti Gastone.

    BELGIO

    Ambasciatore a Bruxelles

    Fenoaltea Sergio, dal 5 gennaio 1959.

    BIRMANIA

    Ministro plenipotenziario a Rangoon

    Brigidi Giuseppe.

    BOLIVIA

    Ambasciatore a La Paz

    Tommasini Mario. Jannuzzi Pio Riccardo, dal 25 giugno 1959.

    BRASILE

    Ambasciatore a Rio de Janeiro

    Lanza d’Ajeta Blasco. Giglioli Carlo Enrico, incaricato d’affari, dal 22 marzo 1960.

    BULGARIA

    Ministro plenipotenziario a Sofia

    Gaja Roberto.

    CANADA

    Ambasciatore a Ottawa

    AlessandriniAdolfo. de Ferrariis Salzano Carlo, dal 12 luglio 1959.

    CECOSLOVACCHIA

    Ministro plenipotenziario a Praga

    Silvestrelli Luigi. Aillaud Enrico, dal 22 luglio 1959.

    CEE e CEEA

    RAPPRESENTANZA DIPLOMATICA PERMANENTE PRESSO LA COMUNITÀ ECONOMICA EUROPEA E PRESSO LA COMUNITÀ EUROPEA DELL’ENERGIA ATOMICA

    Capo Rappresentanza

    Cattani Attilio.

    CEYLON

    Ambasciatore a Colombo

    De Michelis Paolo.

    CILE

    Ambasciatore a Santiago

    Luciolli Mario.

    COLOMBIA

    Ambasciatore a Bogotà CastellaniAugusto.

    CONGO

    Ambasciatore a Léopoldville

    Franca Pietro, dal 21 luglio 1960.

    COREA

    Ambasciatore a Seul

    Spalazzi Giorgio.

    COSTARICA

    Ambasciatore a San José

    Simone Nicola.

    CUBA

    Ambasciatore a L’Avana

    Theodoli Livio, dal 16 gennaio 1959.

    DANIMARCA

    Ambasciatore a Copenaghen

    Mosca Bernardo.

    DOMINICANA (Repubblica)

    Ambasciatore a Ciudad Trujllo

    Solari Pietro, dal 16 maggio 1959.

    EGITTO (Repubblica Araba Unita – RAU)

    Ambasciatore a Il Cairo

    Fornari Giovanni.

    ECUADOR

    Ambasciatore a Quito

    D’Acunzo Benedetto.

    EL SALVADOR

    Ambasciatore a San Salvador

    Rosset Desandré Antonio.

    ETIOPIA

    Ambasciatore a Addis Abeba

    Assettati Augusto.

    FILIPPINE

    Ambasciatore a Manila

    De ClementiAlberto. Coppini Paolo Arturo, incaricato d’affari, dal 27 ottobre 1960.

    FINLANDIA

    Ambasciatore a Helsinki

    Ducci Roberto.

    FRANCIA

    Ambasciatore a Parigi

    Vitetti Leonardo.

    GERMANIA (Repubblica Federale)

    Ambasciatore a Bonn

    Quaroni Pietro.

    GHANA

    Ministro plenipotenziario ad Accra

    Montanari Franco.

    Ambasciatore ad Accra

    Clementi di San Michele Raffaele, dall’11 gennaio 1960.

    GIAPPONE

    Ambasciatore a Tokio

    Coppini Maurilio.

    GIORDANIA

    Ministro plenipotenziario ad Amman

    Navarrini Guido.

    GRAN BRETAGNA

    Ambasciatore a Londra

    Zoppi Vittorio.

    GRECIA

    Ambasciatore a Atene

    Caruso Casto. Conti Mario,dall’8 agosto 1959.

    GUATEMALA

    Ambasciatore a Guatemala

    Macchi di CellereFrancesco. Aloisi de Larderel Folco, dal 5 maggio 1960.

    GUINEA

    Incaricato d’affari a Conakry

    Montanari Franco.

    Ambasciatore a Conakry

    MasciaVittorio, dal 13 novembre 1960.

    HAITI

    Ambasciatore a Port-au-Prince

    Orlandini Gustavo.

    HONDURAS

    Incaricato d’affari a Tegucigalpa

    Loni Aldo. N.N. nel 1960.

    INDIA

    Ambasciatore a New Delhi

    Giusti del Giardino Justo.

    INDONESIA

    Ambasciatore a Djakarta

    Caracciolo di San Vito Roberto. Muzi Falconi Filippo, dal 22 novembre 1959.

    IRAK

    Ministro plenipotenziario a Bagdad

    Della Chiesa d’Isasca Renato.

    IRAN

    Ambasciatore a Teheran

    Giardini Renato.

    IRLANDA

    Ministro plenipotenziario, poi Ambasciatore, a Dublino

    Martino Enrico, dal 14 gennaio 1959.

    ISRAELE

    Ambasciatore a Tel Aviv

    Revedin di San Martino Giovanni.

    JUGOSLAVIA

    Ambasciatore a Belgrado

    Cavalletti Francesco. BerioAlberto, dal 3 marzo 1960.

    LIBANO

    Ambasciatore a Beirut

    Guastone Belcredi Enrico.

    LIBERIA

    Ambasciatore a Monrovia

    Montanari Franco.

    LIBIA

    Ambasciatore a Tripoli

    Mondello Mario.

    LUSSEMBURGO

    Ambasciatore a Lussemburgo

    VenturiniAntonio.

    MALESIA

    Incaricato d’affari a Kuala Lumpur

    Cagiati Andrea

    Ambasciatore a Kuala Lumpur

    Filo della Torre Mario, dal 23 gennaio 1960.

    MAROCCO

    Ambasciatore a Tangeri

    Lanza Michele.

    MESSICO

    Ambasciatore a Città del Messico

    ArpesaniGiustino, fino al 21 settembre 1960. Cagiati Andrea, dal 21 settembre 1960.

    NATO RAPPRESENTANZAPRESSO L’ORGANIZZAZIONE DELTRATTATO NORD-ATLANTICO – PARIGI

    Capo Rappresentanza a Parigi

    Grazzi Umberto. AlessandriniAdolfo, dal 23 maggio 1959.

    NICARAGUA

    Ambasciatore a Managua

    Telesio Giuseppe. Pletti Mario, dal 15 gennaio 1959.

    NORVEGIA

    Ambasciatore a Oslo

    Colonna di Paliano Guido.

    NUOVA ZELANDA

    Ministro plenipotenziario a Wellington

    N.N. nel 1959. Capece Galeota Giuseppe, dal 4 gennaio 1960.

    OECE DELEGAZIONE PERMANENTE PRESSO L’ORGANIZZAZIONE EUROPEA PER LACOOPERAZIONE ECONOMICAIN PARIGI

    Delegato aggiunto permanente a Parigi

    Cosmelli Giuseppe.

    ONU RAPPRESENTANZAPERMANENTE PRESSO LE NAZIONI UNITEANEWYORK

    Capo Rappresentanza a New York

    Ortona Egidio.

    Consigliere

    PlajaEugenio.

    Consigliere

    Cavalletti Sabino Francesco, dal 1° marzo 1960.

    ONU RAPPRESENTANZA PRESSO IL CENTRO EUROPEO DELLE NAZIONI UNITE IN GINEVRA

    Capo Rappresentanza a Ginevra

    BerioAlberto. Toffolo Giovanni Battista, dal 29 febbraio 1960.

    Consigliere

    Dainelli Luca.

    PAESI BASSI

    Ambasciatore a L’Aja

    Giustiniani Raimondo.

    PANAMA

    Ambasciatore a Panama

    Majoli Mario.

    PAKISTAN

    Ambasciatore a Karachi

    Castronuovo Manlio.

    PARAGUAY

    Ambasciatore ad Asunci

    Leonini Camillo.

    PERÙ

    Ambasciatore a Lima

    Fecia di Cossato Carlo.

    POLONIA

    Ambasciatore a Varsavia

    Jannelli Pasquale.

    PORTOGALLO

    Ambasciatore a Lisbona

    Corrias Angelino.

    ROMANIA

    Ministro plenipotenziario a Bucarest

    Lo Faro Francesco. Paveri Fontana Alberto, dal 23 ottobre 1959.

    SANTA SEDE

    Ambasciatore a Città del Vaticano

    Migone Bartolomeo.

    SOMALIA

    Ambasciatore a Mogadiscio

    Daneo Silvio, dal 1° luglio 1960.

    SPAGNA

    Ambasciatore a Madrid

    Ghigi Pellegrino.

    STATI UNITI D’AMERICA

    Ambasciatore a Washington

    Brosio Manlio.

    SUD AFRICA (Repubblica del)

    Ambasciatore a Pretoria

    Silj Francesco. Carrobio di Carrobio Renzo, dal 29 gennaio 1959.

    SUDAN

    Ministro plenipotenziario, dal 30 giugno 1959 Ambasciatore a Khartum

    Tallarigo Paolo.

    SVEZIA

    Ambasciatore a Stoccolma

    Capomazza Benedetto.

    SVIZZERA

    Ambasciatore a Berna

    Baldoni Corrado.

    THAILANDIA

    Ambasciatore a Bangkok

    Zamboni Guelfo. Mizzan Ezio, dal 20 febbraio 1959.

    TUNISIA

    Ambasciatore a Tunisi

    MazioAldo Maria.

    TURCHIA

    Ambasciatore ad Ankara

    Magistrati Massimo.

    UNGHERIA

    Ministro plenipotenziario a Budapest

    Franco Fabrizio. Colucci Bruno, incaricato d’affari ad interim, dal 10 dicembre 1960.

    URSS

    Ambasciatore a Mosca

    Pietromarchi Luca. Siotto PintorAureliano, incaricato d’affari, dal 6 maggio 1960.

    URUGUAY

    Ambasciatore a Montevideo

    FerreroAndrea.

    VENEZUELA

    Ambasciatore a Caracas

    Del Balzo Giulio. De Astis Giovanni, dal 1° novembre 1959.

    VIETNAM

    Ministro plenipotenziario, dal 1960 Ambasciatore a Saigon

    Stefenelli Ferruccio.

    YEMEN

    Ministro plenipotenziario a Taiz

    GuilletAmedeo.

    Rappresentanze diplomatiche estere in italia

    AFGHANISTAN

    Ambasciatore

    Sharif Mohammed Qasim. Chouaib Miskinyar Mohammed, dal 1960.

    ALBANIA

    Ministro plenipotenziario

    Prifti Koço Shihabi.

    ARABIA SAUDITA

    Ambasciatore

    Ben Aqil IbrahimEl Soliman. Shihabi Samir S., incaricato d’affari ad interim dal 1960.

    ARGENTINA

    Ambasciatore

    Videla Balaguer Dalmiro F.

    AUSTRALIA

    Ambasciatore

    Mc Clure Smith H. A.

    AUSTRIA

    Ambasciatore

    Loewenthal-Chlumecky Max.

    BELGIO

    Ambasciatore

    van der Elst Joseph.

    BIRMANIA

    Incaricato d’affari ad interim

    Htin Ú NyunWunna Kyaw.

    Ministro plenipotenziario dal 1960

    U Mijat Tun Sithu.

    BOLIVIA

    Ambasciatore

    N.N.

    Incaricato d’affari ad interim

    Barbery Justiniano Fredy.

    BRASILE

    Ambasciatore

    de Alencastro-GuimarâesAdolpho Cardozo. Gouthier de Oliveira Gondim Hugo, dal 6 maggio 1960.

    BULGARIA

    Ministro plenipotenziario

    Micev Constantin.

    Incaricato d’affari ad interim dal 1960

    Ranghelov Stanko.

    CAMBOGIA

    Ministro plenipotenziario

    Penn Nouth Samdech.

    CANADA

    Ambasciatore

    Mayrand Leon.

    CECOSLOVACCHIA

    Ministro plenipotenziario

    PudlÁk Jan.

    CEYLON

    Ambasciatore

    RanasinhaArthur.

    CILE

    Ambasciatore

    Labarca L. Santiago.

    CINA

    Ambasciatore

    Yü Tsune-Chi.

    COLOMBIA

    Ambasciatore

    Arciniegas German.

    COREA

    Ambasciatore

    KimYoung Kee.

    COSTARICA

    Ambasciatore

    Quesada Jimenez Roberto. Franco Lenis Miguel, dal 6 maggio 1960.

    CUBA

    Ambasciatore

    Piedra de la Concha Manuel. N.N. dal 1960.

    DANIMARCA

    Ambasciatore

    Bech Holger Q.

    DOMINICANA (Repubblica)

    Ambasciatore

    Salazar Joaquin E.

    ECUADOR

    Ambasciatore

    Peñaherrera Luis Antonio.

    EGITTO (Repubblica Araba Unita – RAU)

    Ambasciatore

    Ragab Hassan F.

    EL SALVADOR

    Ambasciatore

    SolArmando.

    ETIOPIA

    Ambasciatore

    Tekle-Hawariat Ghermatchew. Zallaka Gachaou, dal 6 maggio 1960.

    FILIPPINE

    Ambasciatore

    Regala Roberto.

    FINLANDIA

    Ambasciatore

    IvaloAsko.

    FRANCIA

    Ambasciatore

    Palewski Gaston.

    GERMANIA (Repubblica Federale)

    Ambasciatore

    Klaiber Manfred.

    GHANA

    Ambasciatore

    N.N.

    Bonsu Osei, dal 1960.

    GIAPPONE

    Ambasciatore

    SuzukiTadakatsu.

    GIORDANIA

    Ministro plenipotenziario, Ambasciatore dal 1960

    Roch Edmond.

    GRAN BRETAGNA

    Ambasciatore

    ClarkeAshley.

    GRECIA

    Ambasciatore

    Syndica Cleon.

    GUATEMALA

    Ambasciatore

    Flores Avendaño Guillermo.

    GUINEA

    Ambasciatore

    Youla Nabi.

    HAITI

    Ambasciatore

    Duvigneaud Jean. KebrauAntonio Th., dal 26 marzo 1960.

    HONDURAS

    Ambasciatore

    Bueso Julio Cesar.

    INDIA

    Ambasciatore

    Chand Khub. Haksar Sundar N., dal 24 maggio 1960.

    INDONESIA

    Ambasciatore

    Abu Hanifah Datu Maharaja Emas.

    IRAK

    Ministro plenipotenziario, poi Ambasciatore nel 1960

    N.N.

    Awni Baha.

    IRAN

    Ambasciatore

    Esfandiary MoussaNoury. Emami Djamal, dal 4 febbraio 1960.

    IRLANDA

    Ambasciatore

    N.N.

    ComminsThomas V., dal 24 febbraio 1960.

    ISLANDA

    Ambasciatore

    JónssonAgnar Kl.

    ISRAELE

    Ambasciatore

    Sasson Eliahu.

    JUGOSLAVIA

    Ambasciatore

    Javorski Mihajlo.

    LAOS

    Ambasciatore

    Souvanna Phouma Tiao.

    Incaricato d’affari ad interim dal 1960

    Chounramany Platthana.

    LIBANO

    Ambasciatore

    Mobarak Moussa.

    LIBERIA

    Ambasciatore

    Barnes Nathan. Cooper Roland H., dal 16 luglio 1960.

    LIBIA

    Ambasciatore

    Muntasser Mahmud.

    LUSSEMBURGO

    Ambasciatore

    Welter Felix.

    MAROCCO

    Ambasciatore

    Debbagh Driss.

    MESSICO

    Ambasciatore

    N.N.

    Casas Aleman Fernando, dal 24 maggio 1960.

    MONACO

    Ministro plenipotenziario

    Crovetto Jean-Maurice.

    NICARAGUA

    Ambasciatore

    Portocarrero Ignacio. Argüello Cervantes Eduardo dal 1960.

    NORVEGIA

    Ambasciatore

    Prebensen Per Preben.

    ORDINE SOVRANO MILITARE DI MALTA

    Ministro plenipotenziario

    Apor de Altorja Gabriele.

    PAESI BASSI

    Ambasciatore

    de BylandtWillem Frederik Lodewijk.

    PAKISTAN

    Ambasciatore

    Dehlavi Samiulla Khan.

    PANAMA

    Ambasciatore

    Vallarino Rafael.

    PARAGUAY

    Ambasciatore

    Recalde de Vargas Ramiro. MorinigoVictor, dal 1960.

    PERÙ

    Ambasciatore

    Garland Eduardo.

    POLONIA

    Ambasciatore

    WillmannAdam.

    PORTOGALLO

    Ambasciatore

    Brazão Eduardo.

    ROMANIA

    Ministro plenipotenziario

    Cleja Stefan.

    SANTA SEDE

    Ambasciatore

    Grano Carlo.

    SPAGNA

    Ambasciatore

    Doussinague José M.

    STATI UNITI D’AMERICA

    Ambasciatore

    Zellerbach James David.

    SUD AFRICA (Unione del)

    Ambasciatore

    Pohl Dreyer Johannes.

    SUDAN

    Ambasciatore

    SadikAhmedMustafa.

    SVEZIA

    Ambasciatore

    von Post Eric.

    SVIZZERA

    Ambasciatore

    Zutter Philippe.

    THAILANDIA

    Ambasciatore

    Jayanâma Phairot.

    TUNISIA

    Ambasciatore

    Bouziri Najib.

    TURCHIA

    Ambasciatore

    Açikalin Mehmet Cevat.

    UNGHERIA

    Ambasciatore

    Simó Gyula.

    URSS

    Ambasciatore

    Kozyrev Semen.

    URUGUAY

    Ambasciatore

    N.N.

    Pons Julio B., dal 24 maggio 1960.

    VENEZUELA

    Ambasciatore

    Medina Febres Mariano.

    VIETNAM

    Ambasciatore

    NguyenDuong Don.

    YEMEN

    Ambasciatore

    Ibrahim Hasan.

    N.N. dal 1960.