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SERIE A - EUROPA OCCIDENTALE E UNIONE EUROPEA

INTRODUZIONE

1. Il fallimento della CED e della CPE e gli accordi di Parigi

Con la votazione dell’Assemblea Nazionale Francese, il 30 agosto 1954, che respingeva, con 319 voti contro 264, la proposta governativa di ratifica del trattato di Parigi istitutivo della Comunità Europea di Difesa – passinfatti la cosiddetta «motion préalable» per cui non si discusse neppure della ratifica –, si concludeva in un fallimento il lungo iter iniziato con la proposta Pleven. Il problema che doveva essere risolto con il Piano Pleven e con la CED tornava quindi al punto di partenza. La prima questione che si pose, fu, pertanto, quella di risolvere il problema della difesa della Germania Occidentale mediante il suo riarmo e il suo inserimento nel sistema militare occidentale, facendo essa già parte del sistema di cooperazione economica europea in organizzazioni quali l’OECE e la CECA; ma, poiché la soluzione impostata dal Piano Pleven e dal trattato istitutivo della CED era basata sull’istituzione di una organizzazione europea – appunto la CED – si pose anche la questione se e con quali modalità riprendere anche la formazione di un nuovo organismo europeo, sia pur non pifinalizzato alla difesa militare.

2. Criteri di edizione

Il volume si propone di pubblicare i documenti che consentono di ricostruire la politica del Governo italiano successiva al fallimento del trattato istitutivo della CED (1° settembre 1954) fino all’inizio dei negoziati per il cosiddetto «rilancio europeo» (1° aprile 1955), concernenti la soluzione del problema del contributo tedesco alla difesa occidentale e della posizione internazionale della Repubblica Federale Tedesca. I documenti pubblicati, quindi, sono essenzialmente i documenti interni del Ministero degli Affari Esteri italiano, sia la corrispondenza fra l’amministrazione centrale e le Ambasciate, sia i verbali degli incontri di carattere internazionale, sia i promemoria e gli studi predisposti dall’amministrazione centrale per preparare le decisioni e la posizione che il Governo italiano avrebbe assunto nelle riunioni internazionali, nonché i memoranda o le note verbali del Governo italiano ai Governi esteri ovvero quelli dei Governi esteri inviati al Governo italiano; inoltre, vengono pubblicati, in appendice, i verbali delle riunioni delle conferenze internazionali, a cui hanno partecipato i rappresentanti del Governo italiano, secondo il testo del verbale ufficiale, quando disponibile, oppure in quello degli appunti stilati da funzionari del Ministero degli Affari Esteri presenti alle riunioni stesse. Si sono invece esclusi i memoranda dei Governi esteri depositati nelle conferenze internazionali. La selezione è stata condotta privilegiando i documenti che consentono di ricostruire l’evoluzione della politica italiana; i rapporti e telegrammi che illustrano la posizione dei Governi esteri sono stati inclusi quando risulta che tali posizioni hanno influenzato la politica italiana.

In tutto il periodo considerato nel volume il Governo italiano fu presieduto dal democristiano Mario Scelba, che aveva assunto le funzioni il 10 febbraio 1954 e avrebbe rassegnato le dimissioni il 22 giugno 1955. Ministro degli Affari Esteri fu il democristiano Attilio Piccioni, fino al 19 settembre 1954; quindi, dopo le dimissioni di Piccioni, il liberale Gaetano Martino. Il Segretario Generale del Ministero era l’Ambasciatore Vittorio Zoppi, dal 1° giugno 1948, al quale il 6 dicembre 1954 successe l’Ambasciatore Alberto Rossi Longhi. Il funzionario competente per la politica europea era, ancora, fino al 1° dicembre 1954, l’Ambasciatore Massimo Magistrati, Direttore Generale della Cooperazione Internazionale, quindi Direttore Generale degli Affari Politici, incarico nel quale succedette all’Ambasciatore Giulio Del Balzo. Il 4 marzo 1955 le competenze della Direzione Generale per la Cooperazione Internazionale furono trasferite all’Ufficio Cooperazione Internazionale istituito presso la Direzione Generale degli Affari Politici, quindi sempre alle dipendenze di Magistrati.

2.1. Le reazioni al fallimento della CED

La fase immediatamente successiva alla notizia della decisione dell’Assemblea Nazionale francese è caratterizzata dall’elaborazione di una proposta italiana per risolvere la situazione derivante dal fallimento della CED. La posizione del Governo venne esposta nelle istruzioni inviate da Piccioni alle Ambasciate a Parigi, Washington, Londra, Bruxelles, Bonn, L’Aja, alla Legazione a Lussemburgo e alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi, il 2 settembre 1954 (D. 6)1, a seguito della prima indicazione ufficiosa circa le intenzioni del Governo britannico di convocare una conferenza a otto. Il Ministro degli Esteri dichiarava che l’Italia era favorevole alla «restituzione [della] sovranità alla Germania» e, per risolvere tale problema, escludeva sia l’ipotesi di una CED a cinque, senza quindi la Francia, sia quella dell’associazione della Germania in una «piccola NATO», costituita dai sei paesi della CED «con o senza l’Inghilterra», e quindi proponeva l’inserimento della Germania nella NATO a parità di condizioni.

La proposta ufficiale della conferenza venne presentata il 6 settembre, in un colloquio con Piccioni, dall’incaricato d’affari del Regno Unito, Ross, non senza rilevare con rincrescimento che la stampa italiana aveva annunciato il contenuto del passo prima ancora che venisse effettuato (D. 30). Il rappresentante britannico rilevò anche che «attraverso la riunione degli otto si terrebbe conto della legittima aspirazione dei Paesi che hanno ratificato la CED o erano in procinto di ratificarla», includendo quindi anche l’Italia, che non aveva ratificato la convenzione, ma aveva iniziato il processo di approvazione; agli otto paesi il Governo britannico proponeva peraltro di aggiungere anche il Canada, che aveva forze militari dislocate in Germania, portando quindi la conferenza a nove partecipanti.

La posizione italiana era favorevole alla proposta inglese per varie ragioni. Anzitutto, la riunione di una conferenza a Londra (divenuta nel frattempo a nove) era preferibile rispetto a una discussione del problema in seno al Consiglio Atlantico, al quale non avrebbe potuto partecipare il Governo tedesco, come rilevavano le istruzioni inviate da Piccioni il 5 settembre alle Ambasciate e Legazioni (D. 27); inoltre Il contenuto delle istruzioni venne comunicato il 4 settembre da Magistrati alle Ambasciate ad Ankara, Atene, Mosca, Ottawa, alle Legazioni a Copenaghen, Lisbona, Oslo (D. 24). assicurava un ruolo all’Italia. Tuttavia appariva evidente che la decisione negativa francese dava al Governo britannico, rimasto estraneo alla CED, la possibilità di riprendere in mano l’iniziativa «per approfondire la propria leadership europea» e faceva sì che divenisse possibile una convergenza franco-britannica sull’associazione della Germania alla NATO «i cui limiti siano stabiliti in una alleanza a sette (i sei della CED pil’Inghilterra) nella quale i partecipanti stabiliscano un controllo sugli armamenti ecc. ovvero che il controllo sui limiti del riarmo tedesco sia rimesso allo Standing Group, nel caso di ammissione della Germania al NATO»; inoltre, era essenziale per l’Italia «di non abbandonare del tutto la carta europeistica, anche in considerazione del fatto che è proprio in qualità di membri della Comunità a sei che siamo invitati, a preferenza di altri, a discutere il problema dell’utilizzazione del fattore tedesco nel sistema difensivo occidentale» (D. 31). Pertanto, accanto alla soluzione del problema tedesco, l’Italia avrebbe dovuto non trascurare l’obiettivo di «perseguire attivamente la politica europeistica. La linea direttiva italiana è stata infatti di cercare di inserire il fattore italiano in un circuito politico, militare ed economico piampio di quello che sarebbe stato consentito da una serie anche vasta di accordi bilaterali». Tale obiettivo mirava infatti alla soluzione di un problema di ordine diverso da quello della sicurezza: «quello di creare un nucleo politico economico e militare che permettesse di affrontare la soluzione dei problemi militari politici ed economici su di una base piampia di quella strettamente nazionale, dando così respiro anche al problema sociale italiano. Il raggiungimento di una intima integrazione fra i Sei Paesi avrebbe certamente avuto benefiche influenze anche sul gravoso problema della politica interna italiana, quello del comunismo» (D. 35). In questo quadro, Magistrati formulava la proposta di una soluzione diversa da quella dell’inserimento della Germania nella NATO, quella di un allargamento del Patto di Bruxelles, mediante l’accessione della Germania e dell’Italia: «A tale proposito», egli scriveva a Piccioni, «occorre tenere presente come una posizione mediana – e tale da “salvare il salvabile” in tema di europeismo – potrebbe essere costituita da una “alleanza a sette” tra gli antichi sei Paesi CED e l’Inghilterra: in altre parole un allargamento del Patto di Bruxelles all’Italia e alla Germania con una maggiore e diretta “compromissione” del Regno Unito con l’Europa occidentale» (D. 39).

Un ulteriore punto elaborato nella preparazione alla conferenza a nove fu la questione dei limiti alla produzione bellica della Germania, a proposito della quale il capo della rappresentanza italiana presso il Consiglio Atlantico, Alessandrini, esaminava la proposta francese sulla creazione di un «pool degli armamenti», «la istituzione di una specie di Commissariato Europeo della Produzione bellica, largamente ispirato all’Alta Autorità della CECA» (D. 40).

Infine, una chiara indicazione circa le intenzioni del Governo britannico venne fornita nel corso di un colloquio fra il Ministro della Difesa, Taviani, e Eden, a Londra, il 9 settembre, nel corso del quale il Ministro britannico spiegche, «se alla fine, malgrado le assicurazioni e le garanzie loro offerte o l’opera di convinzione esercitata i francesi dimostrassero di non voler accettare una soluzione accolta dagli altri 13 e da questi ritenuta accettabile anche per la Francia», la Gran Bretagna era «fermamente decisa a procedere oltre insieme agli Stati Uniti» (DD. 41, 46, Allegato, 55 e 56). Il colloquio fra Taviani e Eden fu al centro di una riunione ministeriale, svoltasi il 10 settembre, nel corso della quale il Prof. Toscano propose di cercare di ottenere un impegno «a data fissa» per rimettere in moto il processo europeistico, in particolare «un piano di riarmo quinquennale della Germania: se allo scadere del quinquennio non vi fosse una ripresa del processo di integrazione europea, dovrebbero cadere i controlli stabiliti sulla Germania. Sarebbe questo un metodo efficace di pressione sulla Francia

per indurre a riprendere il suo posto nella politica europeistica» (D. 50).

In questo quadro si inserì la dichiarazione del Governo americano, in occasione del consiglio NATO del 7 settembre, secondo la quale «il Governo degli Stati Uniti chiede formalmente una riunione del Consiglio Atlantico, a livello Ministri, per esame situazione derivante dal rifiuto dell’Assemblea francese di ratificare la CED, in qualsiasi luogo ed a qualsiasi data dopo il primo ottobre prossimo. Il Governo degli Stati Uniti chiede inoltre che, dopo determinazione località e data, sia fatto al pipresto un annunzio ufficiale relativo alla riunione stessa. Nessuna previa agenda» (D. 33). Alla dichiarazione americana Piccioni diede istruzioni di rispondere che l’Italia era favorevole a una «riunione del Consiglio Atlantico, a livello Ministri, per esame situazione derivante da mancata ratifica CED», che si poteva svolgere in ottobre in una capitale diversa da quelle dei paesi firmatari del trattato CED, proponendo Ottawa (D. 37).

2.2. Le reazioni degli Stati Uniti: la «agonizing reappraisal»

Sin dalla fine del 1953 il Governo americano aveva manifestato la propria preoccupazione per la lentezza e per gli ostacoli che l’attuazione della soluzione del problema tedesco attraverso la CED andava manifestando. Il 14 dicembre 1953, alla riunione del Consiglio Atlantico, il segretario Foster Dulles aveva indicato la profonda insoddisfazione del Congresso per il ritardo nell’entrata in vigore del trattato e aveva anticipato che se la CED non fosse divenuta effettiva, se la Francia e la Germania fossero rimaste separate, in modo tale che avrebbero potuto nuovamente essere potenziali nemiche, in tal caso vi sarebbe stato un grave dubbio che l’Europa avrebbe potuto essere reso un luogo sicuro. Ciavrebbe reso inevitabile una «agonizing reappraisal» della politica fondamentale degli Stati Uniti(2).

Dopo la decisione dell’Assemblea Nazionale francese, che metteva la parola fine sulla soluzione della CED, il Congresso degli Stati Uniti e l’amministrazione Eisenhower effettuarono la prevista «penosa rivalutazione» della loro politica, il che riguardanche l’Italia, in quanto non aveva ratificato il trattato istitutivo della CED. La principale conseguenza fu rappresentata dall’Emendamento Richards al Mutual Aid Act del 1954, introdotto nell’atto come sezione 105 (b) 2, che autorizzava gli aiuti solo ai paesi che avevano ratificato il trattato istitutivo della CED(3). Pertanto, come

2 Dichiarazioni del Segretario di Stato al Consiglio del Nord Atlantico, Parigi, 14 dicembre 1953, FRUS, 1952-1954, Western European Security, vol. V, Part. I, p. 463.

3 Il testo dell’emendamento affermava: «In order to promote an integrated defense of the North Atlantic area and to support concrete measures for political federation, military integration, and economic unification in Europe, equipment and materials of the value programed for fiscal years 1954 and 1955 for nations signing the treaty constituting the European Defense Community shall, pending the coming into force of the treaty, be delivered only to such of these nations as have ratified the treaty, and have joined together in or are developing collective defense programs in a manner satisfactory to the United States as determined by the President»: vedi Handbook of Mutual Security Legislation and Related Documents (With Explanatory Notes, Index and Cross References), December 1954, Printed for the use of the ForeignOperations Administration, p. 5.

spiegl’Ambasciatore italiano a Washington, Tarchiani, si pose il problema di portare a conclusione la ratifica, quando ormai era palesemente inutile, oppure di individuare un’iniziativa che potesse costituire un «surrogato, il pivicino possibile, a quell’impegno di solidarietà europea da parte del Parlamento italiano che la ratifica della CED

avrebbe costituito» (D. 57). Secondo l’Ambasciatrice Signora Luce, l’Italia avrebbe dovuto, quanto meno, mostrare di aderire ai concetti del trattato CED con una dichiarazione solenne del Parlamento (D. 70).

Negli Stati Uniti le ripercussioni negative del fallimento della CED proseguirono anche durante la prima fase delle proposte Eden. L’idea di un ingresso della Germania nel Patto di Bruxelles diede, infatti, agli ambienti del Congresso l’impressione di essere un «escamotage» per ritardare il riarmo della Germania (D. 70). Le difficoltà conseguenti all’emendamento Richards vennero illustrate dall’Ambasciatrice Luce in un incontro con Piccioni il 16 settembre (D. 75). Il 23 settembre Martino fece sapere a Tarchiani che, nel corso del dibattito al Parlamento sull’approvazione del bilancio del Ministero, il Governo avrebbe proposto una mozione o un ordine del giorno atto a «soddisfare all’esigenza politica» del Congresso (D. 103).

2.3. La missione Eden

I tentativi di elaborare una proposta italiana giunsero sostanzialmente a una conclusione con le prime notizie sulla proposta britannica, che il Segretario agli Esteri britannico, Anthony Eden, avrebbe portato a conoscenza dei Governi europei.

Il 9 settembre l’incaricato d’affari britannico a Roma, Ross, comunical Capo di Gabinetto di Piccioni, Prato, il programma di Eden di un giro di visite nelle capitali europee, che lo avrebbe portato, dopo Bruxelles e Bonn, a Roma (D. 42). Il colloquio fra Piccioni e Eden ebbe luogo il 14 settembre a Villa Madama (D. 63) e ad esso seguì il colloquio al Viminale con il Presidente Scelba (D. 64). Da parte italiana, come comunicPiccioni nelle istruzioni alle Ambasciate e Legazioni del 15 settembre, venne data «adesione di massima» alle idee di Eden, sottolineando l’esigenza di un «ingresso simultaneo della Germania nel Trattato di Bruxelles ed in quello Nord Atlantico» (D. 66). Quindi, il 16 settembre, ebbe luogo il Consiglio Atlantico nel quale Eden espose i risultati del viaggio a Bruxelles, Bonn, Roma e Parigi. Secondo le dichiarazioni di Eden, oltre alla fine dell’occupazione militare in Germania e all’avvio di una «contribuzione militare tedesca alla difesa dell’occidente (erroneamente definita riarmo tedesco), mediante l’inclusione della Germania nella NATO», senza alcuna discriminazione, l’unità europea non doveva «essere espressa solo militarmente, ma anche politicamente e psicologicamente»: a tale scopo il Governo inglese aveva proposto l’inclusione della Germania e dell’Italia nel Patto di Bruxelles (D. 73).

Il 18 settembre il Governo francese consegnun aide-mémoire nel quale poneva le proprie condizioni sulle modifiche che avrebbero dovuto essere apportate al Patto di Bruxelles in materia di limitazione e di controllo degli effettivi e degli armamenti: per quanto riguarda le limitazioni, i livelli fissati dalla NATO come minimi avrebbero dovuto essere considerati dal Patto di Bruxelles come livelli massimi che i membri si sarebbero dovuti impegnare a non oltrepassare (D. 82). L’Ambasciatore francese, Fouques-Duparc, spieginoltre a Scelba che il progetto contenuto nell’aide-mémoire avrebbe dovuto essere completato da ulteriori garanzie supplementari che il Governo tedesco occidentale avrebbe dovuto fornire. Con queste precisazioni, tuttavia, Duparc confermava che il Governo francese sarebbe stato favorevole all’ingresso della Germania nella NATO (DD. 81 e 88).

2.4. La Conferenza di Londra (28 settembre-3 ottobre 1954)

Il 20 settembre l’Ambasciatore del Regno Unito a Roma, Clarke, propose con una lettera a Martino – che aveva appena assunto la carica di Ministro degli Affari Esteri – una conferenza che si sarebbe dovuta aprire a Londra il 28 settembre per portare avanti le discussioni «sull’associazione della Germania all’Occidente e su una contribuzione tedesca alla difesa» (D. 90), proposta che Martino accettò con lettera del 22 settembre (D. 98).

La posizione che il Governo italiano intendeva assumere durante la conferenza è indicata dal colloquio fra Martino e l’Ambasciatore britannico Clarke del 23 settembre: il Ministro degli Affari Esteri dichiarinfatti di considerare, come il Regno Unito, che l’aide-mémoire francese potesse «costituire una base di discussione» e che l’Italia avrebbe collaborato con gli inglesi «perché la Conferenza abbia il successo da tutti auspicato»: «oltre alle sue disastrose ripercussioni in campo internazionale, un fallimento della Conferenza di Londra avrebbe anche serie e gravi conseguenze sulla situazione politica interna in Italia». Un problema particolare che il Governo italiano prevedeva che si sarebbe presentato riguardava la questione delle «discriminazioni»: il memorandum francese, infatti, pur non prevedendo formalmente discriminazioni a danno di un particolare paese, tuttavia parlava di «zone esposte», intendendosi con tale espressione senza dubbio la Germania, ma forse anche l’Italia (D. 102).

La posizione di Martino riguardo al problema tedesco, inoltre, risulta dal colloquio fra il Ministro degli Affari Esteri e l’Ambasciatore tedesco von Brentano, del 24 settembre: in tale occasione, Martino dichiarche era «interesse dell’Occidente rafforzare la posizione di Adenauer» e che era «particolarmente importante di escogitare una formula che non dia l’impressione che vengano adottati criteri di discriminazione nei confronti della Germania» (D. 109).

Martino ebbe una serie di colloqui a Londra nel pomeriggio del 27 settembre con Mendès France (D. 120), Eden (D. 123), Dulles (D. 124) e Pearson (D. 125) e il 28 mattina con Adenauer, prima dell’apertura della conferenza (D. 126). Dal 28 settembre al 3 ottobre si svolse quindi la conferenza dei Nove, a Lancaster House. Si pubblicano sia i telegrammi in cui Martino riassunse lo sviluppo dei negoziati (DD. 127, 130, 132, 134, 135), sia i resoconti delle sedute (Appendice II). Questi ultimi consistono nei due verbali ufficiali delle due prime sedute, il 28 settembre (prima seduta antimeridiana e seconda seduta pomeridiana); venne quindi deciso di non tenere un verbale ufficiale per le successive sedute, per le quali si pubblicano gli appunti redatti dalla delegazione italiana, in parte in forma dattiloscritta sulla base delle annotazioni manoscritte, e in parte invece rimasti in forma di annotazioni manoscritte, di conseguenza a volte di non agevole interpretazione. Non si pubblicano i documenti presentati dalle varie delegazioni nel corso della conferenza. La conferenza si concluse con la firma di un Atto finale(4).

Final Act of the Nine-Power Conference Held in London Between the Twenty-Eighth of September and the Third of October, Nineteenth Hundred and Fifty-Four, in FRUS, 1952–1954, Western European Security, Volume V, Part 2, pp. 1345-1365.

Al termine della conferenza vennero redatti due appunti, uno da parte della Direzione generale della Cooperazione Internazionale e un secondo da Magistrati, nei quali veniva tracciato un bilancio dei risultati (DD. 137 e 138). Tali risultati, nelle considerazioni di Magistrati, si incentravano, soprattutto, nella valutazione che la conferenza aveva «segnato una tappa significativa, per non dire una vera pietra di partenza, di una indubbia evoluzione del significato, del contenuto e della forma della cooperazione tra i Paesi occidentali europei. La sostituzione del concetto «associativo» quale quello informatore del Trattato di Bruxelles, a quello «comunitario» dell’antico Trattato CED», aggiungeva il Direttore Generale della Cooperazione Internazionale, «è evidente ed indiscutibile, anche se i Paesi membri della nuova Organizzazione possano già intravedere forme di maggiore unità che non quelle classiche delle alleanze nell’antico senso della parola. L’Inghilterra, a tale proposito, ha già fatto un passo avanti nell’immaginare possibile un ritiro delle sue forze dall’Europa soltanto attraverso una dimostrazione della volontà “maggioritaria” dei suoi consociati. Ma evidentemente siamo non poco lontani da quelle forme di integrazione politica ed economica su base sopranazionale che formarono il punto di partenza e l’intendimento dei Trattati per la CECA e per la CED. Situazione, questa, che non impedirà perche si possano, con prudenza e con calma, studiare domani, in seno all’Organizzazione di Bruxelles, maggiori accorgimenti atti a consolidare un qualche processo integrativo dell’Europa». Inoltre, un appunto della Direzione Generale della Cooperazione Internazionale sintetizza il resoconto dello stesso Ministro, il quale sottolineava due elementi di particolare importanza della conferenza: l’impegno assunto dalla Gran Bretagna di mantenere sul continente in tempo di pace le forze che vi si trovavano in quel momento, e cioè quattro divisioni e un grande reparto aereo, e l’impegno assunto dalla Germania di non fabbricare sul proprio territorio armi atomiche, biologiche e chimiche nonché altre armi principali (D. 140). Dal 7 al 19 ottobre 1954 si svolsero quindi le sedute del «Gruppo di lavoro» (WG) di Londra della Commissione permanente del Trattato di Bruxelles, per la preparazione del Protocollo di modifica del Patto di Bruxelles e quelle della Commissione di Parigi per le questioni relative alla NATO. Anche dei lavori del Gruppo di Lavoro di Londra si pubblicano i verbali delle sedute e i documenti finali (Appendice II) nonché i telegrammi e i telespressi sullo svolgimento delle riunioni di Londra (DD. 148, 152, 155, 158, 163) e di Parigi (D. 164). Alla fine dei lavori un appunto della Direzione generale della Cooperazione Internazionale ne riassunse lo svolgimento (D. 161) e una riunione ministeriale, il 17 ottobre, esaminò i risultati dei due comitati (D. 162).

2.5. Le Conferenze di Parigi (20-23 ottobre 1954) Dal 20 al 23 ottobre si svolsero le sedute delle Conferenze di Parigi, la Conferenza dei Quattro sullo status della Germania (20-22 ottobre), la Conferenza dei Nove sull’adesione della Germania e dell’Italia al Patto di Bruxelles (21 ottobre) e la Conferenza straordinaria atlantica per l’invito rivolto alla Repubblica Federale tedesca (22 ottobre). Si pubblicano il testo dell’intervento di Martino alla conferenza, il 22 ottobre (D.167) e il telegramma di Martino a Scelba in cui sono riassunte le sedute della Conferenza dei Nove e del Consiglio Atlantico (DD. 168) nonché un appunto di Magistrati sui risultati della conferenza (D. 171).

Il 23 ottobre gli accordi di Parigi vennero firmati nella sala dell’orologio del Quai d’Orsay(5). Dopo la cerimonia della firma, nella stessa sala, i Ministri degli Affari Esteri del Regno Unito, della Francia, del Belgio, dell’Olanda e del Lussemburgo firmarono la dichiarazione di invito all’Italia e alla Germania ad accedere al Patto di Bruxelles e ai protocolli. Lo stesso giorno, nel pomeriggio, i Ministri degli Affari Esteri dei quattordici membri della NATO si riunirono a Palais de Chaillot per la cerimonia della firma dell’atto di accessione della Germania al trattato dell’Atlantico del Nord (DD. 168 e 171).

Il 29 ottobre 1954 Martino presentalla Camera dei Deputati il disegno di legge per la ratifica e l’esecuzione degli Atti internazionali firmati a Parigi il 23 ottobre 19546. Il Ministro degli Affari Esteri sottolinela necessità, «dopo la mancata realizzazione della CED e il conseguente vuoto politico determinatosi nell’Europa Occidentale», di agire per porre fine a «quella che poteva essere interpretata come una specie di paralisi della Comunità occidentale». Inoltre, a dieci anni dalla fine della guerra, non era pipossibile «lasciare la Germania in uno stato di permanente inferiorità, costretta ad affidare la propria difesa ad eserciti stranieri». Quindi «si trattava, ancora una volta, di cercare di dare al problema tedesco una soluzione veramente europea, evitando in tal modo di provocare nell’Europa Occidentale una nuova e profonda crisi». La conclusione degli accordi aveva dimostrato la capacità dei Governi dell’Europa Occidentale di saper raggiungere una soluzione europea di profondo significato che rappresentava la «migliore soluzione possibile». Da un lato, infatti, l’esperienza degli ultimi anni aveva dimostrato che «senza l’attiva partecipazione dell’Inghilterra, non [era] possibile proseguire sulla strada dell’unificazione europea», e, dall’altro, che tale unificazione era realizzabile «soltanto attraverso un accordo tra Francia e Germania che, superando i reciproci, tradizionali antagonismi, crei e metta a beneficio dell’intera Europa, le premesse di una fattiva collaborazione». Pertanto gli accordi di Parigi, mentre assicuravano l’integrazione militare sul territorio della Repubblica Federale di Germania, lasciavano aperta la strada «per la politica di unificazione di tutta l’Europa Occidentale».

2.6. Gli incontri italo-francese di Roma (11-12 gennaio 1955) e italo-britannico di Londra (15-17 febbraio 1955)

Nel periodo successivo alla conferenza di Parigi si svolsero due importanti incontri: la visita a Roma di Mendès France e la visita a Londra di Scelba e di Martino. La preparazione dell’incontro italo-francese ebbe inizio ai primi di novembre 1954 (DD. 180, 185, 189, 191). Al centro dei colloqui dovevano essere i problemi riguardanti il funzionamento dell’organizzazione dell’Unione dell’Europa Occidentale e la questione dell’eventuale allargamento di essa alla Turchia e agli Stati scandinavi, gli accordi speciali fra Italia e Francia e la questione del «pool degli armamenti», cioè della

5 Treaty Between: Belgium, France, Luxembourg, The Netherlands and The United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland. For Collaboration in Economic, Social and Cultural Matters and for Collective Self-Defence, Signed at Brussels, on 17 March 1948, UNTS, vol. 211, n. 304, pp. 342-387.

6 Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, legislatura II, Documenti -Disegni di Legge e relazioni, seduta del 29 ottobre 1954, n. 1211.

standardizzazione della produzione degli armamenti nei paesi membri dell’UEO, che stava particolarmente a cuore alla Francia e sulla quale si decise di riunire una apposita conferenza a Parigi dal 17 gennaio 1955. Il 3 dicembre Martino invia Quaroni le istruzioni per la preparazione dei colloqui, sottolineando soprattutto l’importanza che avevano per l’Italia il Patto Atlantico e lo «stretto accordo» con gli Stati Uniti e, riguardo a questi due punti, la preoccupazione italiana che si intensificasse il sistema delle consultazioni e di evitare la possibilità che, con l’ingresso della Germania, si allargasse lo «Standing Group» dai tre paesi iniziali a quattro, con l’esclusione dell’Italia. Il Governo italiano inoltre intendeva discutere il tema dell’organizzazione dell’UEO e lo sviluppo del «contenuto europeistico dell’Unione», dato che l’interesse dell’Italia per

l’Unione era appunto in funzione di tale sviluppo (D. 209). Nel successivo colloquio

con Mendès France, Quaroni poté trovare senza troppe difficoltà un terreno comune sia sul «pool degli armamenti», sia sulla contrarietà ad ulteriori allargamenti dell’UEO (D. 218). Il 31 dicembre si svolse quindi una riunione interministeriale per la preparazione dell’incontro (D. 247). L’11 e il 12 gennaio 1955 ebbe quindi luogo l’incontro a Villa Madama fra Martino, Scelba e Mendès France (D. 260 e D. 263).

Il 1° novembre 1954 l’Ambasciatore britannico Clarke rivolse a Martino l’invito a recarsi in visitain Gran Bretagna alla fine di gennaio o all’inizio di febbraio (D. 178). La visita di Scelba e Martino a Londra si svolse quindi dal 15 al 17 febbraio 1955 (DD. 298, 299, 300 e 302). In relazione alle difficoltà di un’approvazione degli accordi di Parigi istitutivi dell’UEO da parte francese sia Churchill che Eden formularono l’ipotesi che, in attesa di un’approvazione francese, nel frattempo si sarebbe potuta attuare la soluzione transitoria di attuare gli accordi, procedendo all’organizzazione della comunità europea, lasciando una «sedia vuota» per la Francia.

Il 28 e 29 marzo 1955, inoltre, si svolse la visita di Scelba e Martino a Washington con l’incontro con Foster Dulles (D. 320).

2.7. La Commissione ad interim per l’organizzazione dell’Unione Europea Occidentale (28 ottobre-24 marzo 1955)

A partire dal 28-29 ottobre si svolsero a Londra le riunioni della «Commissione ad interim dell’Unione Europea Occidentale» («Interim Working Group» o IWG) fra i delegati delle sette potenze aderenti al Patto di Bruxelles per discutere le questioni relative all’organizzazione permanente della UEO (DD. 174 e 186). Il funzionario incaricato di partecipare alle riunioni fu l’incaricato d’affari a Londra, Theodoli. I problemi principali che vennero affrontati furono quello del possibile allargamento dell’UEO e quello dei rapporti fra la UEO e la NATO nonché le altre organizzazioni europee. Riguardo al primo problema Martino indicsin dalle istruzioni del 2 novembre la contrarietà dell’Italia ad incoraggiare l’ipotesi di un allargamento ai paesi scandinavi, che «diluirebbe, almeno in questa fase, [la] consistenza [dell’]attuale associazione e non favorirebbe auspicabili concreti sviluppi europeistici nei settori civili che ci interessano mentre accrescerebbe [il] peso [di] considerazioni politico-militari estranee a[l] settore geografico che pidirettamente ci riguarda», e, sia pur in minor misura, quella di un allargamento alla Turchia, piinteressante da un punto di vista militare, ma che non era da incoraggiare «anche per lasciarci maggiore libertà di manovra nei confronti Alleanza Balcanica» (D. 179). Per quanto riguarda gli aspetti organizzativi, le istruzioni di Martino furono inviate il 18 novembre (D. 193): il Governo italiano era favorevole, per la struttura del Consiglio dell’Unione, a designare, in un primo momento, un funzionario competente nell’ambito della missione diplomatica, mentre se successivamente l’Unione avesse presentato, come auspicato, «concrete possibilità di interessanti sviluppi in senso europeistico», il Governo italiano sarebbe stato favorevole a creare delle delegazioni permanenti distinte dalle missioni diplomatiche. Il Governo inoltre era favorevole ad «ogni possibile sviluppo dell’attività nei settori civili» e avrebbe esaminato da tal punto di vista «a suo tempo l’opportunità di sollecitare modificazioni nell’attuale struttura dei Comitati e nella loro attività»; per l’Assemblea il Governo era favorevole ad adottare il precedente della CECA, quindi un segretariato autonomo, ma utilizzando i servizi del Consiglio d’Europa.

Tab. 1: Comitato ad interim dell’Unione Europea Occidentale
Seduta Data Documento D.
1a seduta 28 ottobre 1954 T. 13908/346, Londra, 29 ottobre 1954; T. segreto 10423/219, Roma, 2 novembre 1954; Appunto DGCI, Ufficio I, Roma 8 novembre 1954. 174, 179 e 186
2a seduta 4 novembre 1954 Telespr. 4697/2408, Londra, 5 novembre 1954. 193, nota 3
3a seduta 22 novembre 1954 L. 5066, Theodoli a Magistrati, Londra, 26 novembre 1954. 201 (e istruzioni al 206)
4a seduta 2 dicembre 1954 Telespr. 5279/2686 , Londra, 9 dicembre 1954. 214
5a seduta 8 dicembre 1954 Telespr. 5279/2686 , Londra, 9 dicembre 1954. 214
6a seduta 13 dicembre 1954 T. s.n.d. 16291/383, Londra, 13 dicembre 1954. 224
Riunione dei Ministri degli Esteri dell’UEO 18 dicembre 1954 Appunto Magistrati del 20 dicembre 1954; L. 20/3023, Magistrati a Theodoli, Roma, 23 dicembre 1954. 231, 235
7a seduta 22 dicembre 1954 Telespr. 5566/2788, Londra, 23 dicembre 1954. 236
[8a seduta] 24 marzo 1955 Ritrasmissione di comunicazione da Londra sulla seduta del 24 marzo della Commissione ad interim. 317
[9a seduta] 2 maggio 1955 DPII, Ser. A, Rilancio, D. 20

Nelle riunioni della Comissione ad interim del 2 e dell’8 dicembre venne deciso sostanzialmente di mantenere la struttura esistente della Unione Occidentale: nella UEO non si sarebbe creato nessun organismo militare permanente, al di fuori dell’Agenzia per il controllo degli Armamenti; il Consiglio dell’Unione sarebbe stato costituito dai Ministri degli Esteri; per quanto riguarda l’organismo permanente non si sarebbe apportato nessun cambiamento rispetto al funzionamento della Unione Occidentale; anche riguardo ai compiti del Consiglio dell’UEO in campo sociale ed economico non vi sarebbe stata alcuna modifica rispetto al funzionamento dell’organizzazione del Trattato di Bruxelles. Anche per quanto riguardava i rapporti con l’OECE, con il Consiglio d’Europa e con la CECA tutto sarebbe proseguito come sino ad allora (D. 214). Dunque, le preoccupazioni di uno «svuotamento» del Consiglio d’Europa, espresse durante la XV sessione del suo Comitato dei Ministri (D. 234), risultarono infondate: il Consiglio dell’UEO fu subordinato alla NATO per quanto concerneva le competenze militari e non ne ebbe in materia economica. La prevista riunione dei Ministri dei sette membri del Consiglio dell’UEO, che doveva aver luogo a Parigi, il 18 dicembre, in occasione della XV riunione del Consiglio Atlantico (D. 231), si risolse in effetti in «una simpatica riunione conviviale», presso la Legazione del Lussemburgo e in «una vera e propria piccola conferenza», prive di contenuto politico.

2.8. Le riunioni del Gruppo di lavoro per il «pool degli armamenti» (17 gennaio-25 marzo 1955)

Su richiesta del Governo francese il Protocollo n. 4 degli accordi di Parigi prevedeva l’istituzione di un’«Agenzia dell’Unione dell’Europa Occidentale per il controllo degli armamenti» e venne deciso di convocare a Parigi, il 17 gennaio, un’apposita riunione di un «Gruppo di lavoro» sul c.d. «pool degli armamenti». In vista della riunione il Governo francese il 3 gennaio 1955 sottopose agli altri Governi un memorandum «sulla produzione e standardizzazione degli armamenti» (D. 252 e DD. 255 e 256). Il 15 gennaio Martino invia Parigi le proprie istruzioni in vista della riunione del 17, sulla base del contenuto dell’incontro italo-francese dell’11-12 gennaio (D. 267). Il Governo italiano era bensì favorevole a un’intesa sulla produzione degli armamenti in quanto da un punto di vista politico poteva promuovere obiettivi «europeistici», ma avanzava invece delle riserve esplicite in ordine alla possibilità che non venisse assicurata l’utilizzazione di manodopera italiana e alla eventuale mancanza di sviluppo industriale in territorio italiano nonché a qualsiasi riduzione degli aiuti americani.

Il 17, il 18 e il 21 gennaio 1955 (DD. 272, 274, 275, 279, 284 e 285), ebbero luogo, come previsto, le riunioni del «Gruppo di lavoro» nel corso delle quali la delegazione italiana presentil proprio memorandum, redatto secondo le linee indicate nelle istruzioni di Martino (D. 277). Dopo la presentazione del memorandum tedesco, che frapponeva varie obiezioni alle proposte francesi, le riunioni del Gruppo di lavoro vennero aggiornate. Martino invinuove istruzioni il 29 gennaio, nel senso di evitare che la conferenza entrasse in crisi e di far sì che continuasse comunque i propri lavori (D. 287). Ebbero quindi luogo le riunioni dal 31 gennaio al 3 febbraio (D. 294), durante le quali (il 2 febbraio) venne presentato e discusso il memorandum inglese, sostanzialmente sfavorevole alle tesi del memorandum francese e corrispondente alle considerazioni svolte da Erhard in quello tedesco. Il 16 marzo si svolse una nuova seduta del «Gruppo di lavoro», nella quale il rappresentante francese, prendendo atto delle posizioni espresse dagli altri delegati, dichiarche il Governo era pronto ad adottare una soluzione di compromesso basata sul memorandum inglese e venne quindi decisa la costituzione di un Comitato degli Aggiunti (o Sostituti), incaricato di studiare delle possibili forme di collaborazione (D. 313). La riunione dei Sostituti dei Capi delegazione si svolse, quindi, il 25 marzo (D. 321, nota 3).

3. Uffici del Ministero degli Affari Esteri

Nel periodo trattato nel volume, come si è detto, si alternano due Ministri degli Affari Esteri: Attilio Piccioni, fino al 19 settembre 1954, e Gaetano Martino, che avrebbe continuato a tenere il dicastero anche nel periodo successivo. A capo del Gabinetto del Ministro, era Eugenio Prato, sostituito da Bartolomeo Migone dal 7 marzo 1955. I Sottosegretari furono Francesco Maria Domined Lodovico Benvenuti e Vittorio Badini Confalonieri.

Nel periodo qui considerato il Ministero era strutturato, essenzialmente in base all’Ordinamento Sforza, così come modificato con i provvedimenti successivi, con una ripartizione «verticale» per materia anziché geografica. La struttura dell’amministrazione centrale del Ministero era, quindi, articolata in una Segreteria Generale, diretta dall’Ambasciatore Vittorio Zoppi e, dal 6 dicembre 1954, dall’Ambasciatore Alberto Rossi Longhi, in una Direzione Generale degli Affari Politici (DGAP), in una Direzione Generale degli Affari Economici (DGAE), in una Direzione Generale della Cooperazione Internazionale (DGCI) e in una Direzione Generale dell’Emigrazione (DGE). La DGCI, istituita con ordine di servizio

n. 5 del 29 febbraio 1952, diretta da Massimo Magistrati, era organizzata in tre uffici: un Ufficio I per la NATO, la CED e la CPE, diretto da Eugenio Plaja, un Ufficio II per gli Istituti Internazionali per la Cooperazione Economica (l’OECE)

e le questioni economiche e un Ufficio III per il Consiglio d’Europa e quindi competente per l’integrazione europea. Pertanto Magistrati fu il funzionario che coordinle trattative, delegate dal Ministro da un punto di vista politico, come si è detto, al Sottosegretario Benvenuti. Nel 1955, con ordine di servizio n. 8 del 4 marzo, la DGCI venne unificata con la DGAP e le competenze dell’Ufficio II della

DGCI (Istituti Internazionali per la Cooperazione Economica) furono trasferite

alla DGAE, mentre quelle dell’Ufficio I, per i rapporti politici multilaterali tra i Paesi aderenti al Patto Atlantico, all’UEO e al Consiglio d’Europa nonché per le Nazioni Unite, furono trasferite a un ufficio di nuova costituzione, l’Ufficio Cooperazione Internazionale, all’interno della DGAP, di cui Magistrati era divenuto Direttore Generale. Tale ufficio venne soppresso con l’ordine di servizio n. 10 del 31 maggio 1956, quando fu sostituito da due distinti uffici: l’Ufficio Cooperazione Europea, per la trattazione delle questioni relative all’UEO e al Consiglio d’Europa, e l’Ufficio NATO.

Per i dettagli dell’Amministrazione centrale e delle rappresentanze diplomatiche si rinvia all’Appendice I.

4. Fondi utilizzati Le ricerche sono state effettuate essenzialmente presso l’Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Fonte principale è l’archivio della DGCI, Ufficio I, poi Ufficio Cooperazione Internazionale, competente per materia, pervenuto attraverso i versamenti degli uffici che ne hanno acquisito successivamente le competenze: Ufficio I (versamento 1952-1954), e, dal 1967, Ufficio IV(versamento CED, 1950-1954) e Ufficio V(UEO, 1946-1960) della DGAP. Oggetto di consultazione e ricognizioni sono stati anche gli altri fondi potenzialmente utili che hanno permesso di integrare il materiale rinvenuto nel fondo citato: Raccolta dei telegrammi della Cifra, Gabinetto del Ministro, DGAP e Rappresentanze diplomatiche.

Le ricerche sono state integrate con la documentazione depositata negli Archivi Storici dell’Unione Europea, ASUE, presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze, consultabile digitalmente, con particolare riguardo per il fondo Conseil spécial de ministres de la CECA, 1952-1967. Le ricerche hanno anche interessato la documentazione consultabile on-line dei NATO archives e il fondo digitalizzato Gaetano Martino dell’Archivio Storico del Senato.

La presenza dell’archivio dell’ufficio ‘capofila’, DGCI, Ufficio I, ha favorito il reperimento di documentazione particolarmente ricca e significativa, attestata abbondantemente in tutte le sue tipologie (appunti e verbali, rapporti, lettere, telegrammi) e a tutti i livelli di interlocuzione (Ministro degli Esteri, Sottosegretari, Segretario Generale, Ambasciatori e Direttori Generali).

Nell’Appendice II sono stati pubblicati i verbali e l’atto finale della Conferenza delle Nove Potenze a Londra (28 settembre-3 ottobre 1954) e i verbali e il rapporto finale del Gruppo di lavoro di Londra (7-19 ottobre 1954). Per quel che concerne la Conferenza dei Nove, occorre tener presente che si procedette alla verbalizzazione ufficiale soltanto delle prime due sedute; all’apertura del terzo incontro si ritenne piopportuno astenersene per facilitare il proseguimento di una franca discussione (Appendice II, Conferenza dei Nove, D. 3). Per le sedute successive, sono stati pertanto pubblicati i verbali e gli appunti redatti verosimilmente dalla Delegazione italiana ad uso interno.

I fondi consultati sono stati pertanto i seguenti:

A. Uffici centrali:

- - - - - - - -

B. Rappresentanze diplomatiche:

- - - -

Firenze, Istituto Universitario Europeo, Archivi Storici dell’Unione Europea

(ASUE):

A) Istituzioni europee:

- CM1 CECA, Conseil spécial de ministres de la CECA, 1952-1957.

5. Riconoscimenti

Il volume che presentiamo è stato realizzato dalla Direzione Generale per la Diplomazia Pubblica e Culturale, diretta dall’Ambasciatore Pasquale Terracciano, ed in particolare dall’Unità di Analisi, Programmazione, Statistica e Documentazione Storica, condotta dalla Consigliera Giuliana Del Papa, coadiuvata dal Dott. Lorenzo Vai, responsabile del coordinamento del settore storico-diplomatico. Esso completa la pubblicazione dei documenti relativi all’integrazione europea nel periodo dal luglio 1953 alla firma dei trattati di Roma del 25 marzo 1957, dunque in tutta la fase decisiva dell’edificazione della struttura politica europea. La decisione del Ministero di dare avvio alla pubblicazione della collana tematica ha reso possibile rendere disponibile agli studiosi una documentazione fondamentale per la ricostruzione di un capitolo essenziale della storia europea.

La preparazione del volume è stata realizzata dalle archiviste di Stato Dott.ssa Rita Luisa De Palma, capo della Sezione Pubblicazione Documenti Diplomatici, e Dott.ssa Ersilia Fabbricatore, le quali hanno effettuato le ricerche in archivio, la selezione dei documenti, la collazione dei testi, la redazione delle intestazioni e delle note critiche e le ricerche storiche e bibliografiche necessarie. Al lavoro di preparazione ha collaborato anche la Sig.ra Andreina Marcocci. Ha inoltre offerto un prezioso contribuito alle trascrizioni dei documenti la signora Alessandra Morelli. Le dott.sse De Palma e Fabbricatore hanno altresì redatto i regesti dei documenti, la descrizione dei fondi utilizzati e degli uffici del Ministero e hanno dato un contributo essenziale alla redazione dell’introduzione. Come negli altri volumi della collana, la loro competenza, la straordinaria dedizione e la passione sono state un elemento indispensabile per poter portare a termine la pubblicazione in un difficile periodo, fra l’agosto 2020 e l’ottobre 2021.

Si ringraziano inoltre il MEF, Dipartimento dell’Amministrazione Generale, del Personale e dei Servizi, e l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, in persona del Dott. Luca Fornara, del Dott. Francesco Greco e della Sig.ra Ersilia Santi Amantini per l’allestimento e la stampa del volume, con la consueta cura e perfezione tecnica.

I curatori hanno l’esclusiva responsabilità dell’impostazione del volume, della scelta dei documenti pubblicati e dei criteri dell’edizione, nonché della redazione dell’apparato critico e dell’Avvertenza. Le ricerche e la scelta del materiale sono state effettuate con criteri esclusivamente scientifici da parte dei curatori e con assoluta indipendenza.

Prof. Francesco Lefebvre D’Ovidio Prof. Antonio Varsori


DOCUMENTI
1

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, ZOPPI, ALL’AMBASCIATA A BONN(1)

T. s.n.d. 8151/115. Roma, 1° settembre 1954, ore 23. Ansa ha diramato ieri comunicazione ufficiosa(2) che riassume nostro pensiero in conseguenza decisione Parlamento francese. Pregola darne visione a codesta Cancelleria chiedendo nel contempo se essa concorda in tale nostra valutazione. Interesserebbe con l’occasione conoscere ogni possibile dettaglio circa presa di posizione di codesto Governo, e in particolare se, nel pensiero del Cancelliere, restituzione sovranità alla Germania e sua partecipazione difesa occidentale (ossia riarmo), siano concepite come atti simultanei o se sia contemplata una certa progressività sia pure entro breve spazio tempo(3).

1 Telegrammi segreti originali 1954, partenza, vol. I.

2 Vedi D. 3, allegato.

3 Babuscio Rizzo rispose con T. s.n.d. 11007/125 del 2 settembre (DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98) nei seguenti termini: «La posizione del Governo federale, fissata in linea di principio nei cinque punti diramati ieri sera, non si è delineata ancora nei suoi dettagli e particolarmente non è stato ancora definito l’atteggiamento nei confronti della contemporaneità o meno del ripristino della sovranità tedesca e del diritto al riarmo. Per ora la tendenza del Governo federale appare quella di richiedere il diritto al riarmo senza discriminazioni congiuntamente alla sovranità: ma non credo per o almeno non è ancora possibile affermare, che questa presa di posizione rimanga così rigida. Gli alti commissari americano e inglese trovansi appunto oggi a Blerhe per conoscere il definitivo atteggiamento tedesco su questi punti. Circa il ripristino della sovranità, dai contatti ad alto livello avuti oggi presso gli alleati, mi risulta che tanto gli inglesi che gli americani sarebbero orientati verso l’applicazione integrale degli accordi contrattuali di Bonn, stralciandovi soltanto le clausole riferentisi alla CED. È dubbio perche una tale soluzione venga accettata da Adenauer e una riserva infatti è già contenuta al punto quarto contemplante la revisione delle convenzioni sullo stazionamento delle truppe straniere sul territorio della Repubblica federale.

Per quanto concerne il problema del riarmo tedesco viene considerata decisiva la conferenza a otto proposta da Londra che trova pieno favore qui. […]».

2

L’AMBASCIATORE A BRUXELLES, GRAZZI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 10954/163-164. Bruxelles, 1° settembre 1954, ore 19,55 (perv. ore 7,15 del 2).

Ho trovato Spaak molto montato contro i francesi ed anche per questo deciso a continuare l’azione italofila per mantenere per quanto possibile l’iniziativa nelle proprie mani. Egli mi prega sottoporre a V.E. le seguenti sue idee preliminari:

1) occorre evitare che Mendès-France giocando la carta inglese tenti di opporre la Gran Bretagna agli altri alleati;

2) è necessario respingere con ogni sforzo l’eventuale tentativo di discutere il problema tedesco al di fuori del Benelux e dell’Italia;

3) per l’integrazione politica ed economica dell’Europa occorrerebbe che il Benelux e l’Italia continuino a mantenerla, per quanto è possibile, viva proponendo il riesame collettivo della nuova situazione creatasi: la questione è grave ma non è urgente;

4) è invece urgente il riarmo tedesco anche per non scoraggiare la coscienza degli altri Paesi i quali già sostengono gravi spese militari nel presupposto finora proclamato che l’apporto tedesco sia indispensabile.

A tale riguardo la sua idea è di chiedere la convocazione della sessione della NATO o di proporre un termine (eventualmente 3 mesi) in cui la Francia dovrebbe scegliere o la formulazione addolcita della CED oppure il riarmo tedesco controllato con immediata ammissione della Germania nella NATO. Spaak esclude che si possa accettare una CED senza un qualche elemento di supernazionalità e quindi non conta su eventuale partecipazione in essa dell’Inghilterra; ma esclude d’altra parte un’alleanza continentale di cui gli inglesi potrebbero far parte, non vede la necessità di far in seno alleanza atlantica distinzioni che non avrebbero contropartita utile.

Il Ministro prega fargli conoscere le prime reazioni del Governo italiano a tali idee, osservando che è urgente battere in velocità un’eventuale azione francese. Pregasi telegrafare(2).

Circa gli altri punti del colloquio riferisco per corriere(3).

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98. 2 Per la risposta vedi D. 8. 3 Vedi D. 11.

3

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, ZOPPI, ALLE AMBASCIATE(1)

Telespr. urgente 21/22302. Roma, 1° settembre 1954.

Oggetto: Posizione dell’Italia di fronte al rigetto francese della CED.

Si trasmette, qui, unito, il testo del documento ufficioso diffuso, per orientamento sopratutto dell’opinione pubblica interna, sulla posizione del Governo italiano all’indomani del voto francese contro la CED: indissolubilità del problema della sicurezza e della pace da quello del rafforzamento della politica atlantica attraverso la consolidazione di un sistema occidentale europeo che veda la Germania inserita a parità di diritti e di doveri.

Ad analoghe considerazioni sono stati intonati i colloqui avuti con i rappresentanti diplomatici e ad esse anche V.E. potrà uniformare il Suo linguaggio cogliendo l’occasione per chiarire il nostro atteggiamento nella presente situazione e chiedere se la valutazione da noi fatta della situazione stessa concordi o meno con quella di codesto Governo.

L’E.V. vorrà al tempo stesso esprimere la nostra opinione secondo cui ogni eventuale riunione di conferenza dovrebbe essere preceduta da un congruo esame per normale via diplomatica del problema di cui trattasi, anche per assicurare a tale problema le maggiori possibilità di favorevole soluzione.

Allegato

Comunicato. [Roma, 31 agosto 1954].

Nei circoli responsabili romani la decisione del Parlamento francese di respingere la CED è oggetto di considerazione seria. Tale decisione annulla infatti gli sforzi che erano stati compiuti in questi anni per dar vita, attraverso la Comunità Difensiva, ad una organizzazione ed integrazione militare e politica dell’Europa, e che avevano condotto alla stipulazione del Trattato di Parigi.

Negli stessi circoli si considera che tale fatto, pur per sé stesso grave, debba tuttavia venire circoscritto entro i suoi limiti effettivi onde meglio definirne la portata e trarne le conseguenze per l’azione da svolgere.

Una prima constatazione s’impone. La crisi aperta dal voto del Parlamento francese non è la crisi dell’atlantismo – come l’opposizione, coerentemente tenace nel perseguire i suoi fini, vorrebbe far credere. È anzi di tutta evidenza che, venendo a mancare, almeno per ora, quelle particolari forme di associazione che la CED aveva previsto, si rafforzi l’esigenza di un pistretto ed operante collegamento atlantico.

E non è neppure la crisi dell’europeismo se non nella misura in cui questo viene ora a subire una sosta nel suo storico e necessario sviluppo come conseguenza della caduta di una delle formule attraverso le quali era stato avviato.

Per quanto riguarda l’atteggiamento italiano, si puritenere per certo che i principi che hanno guidato l’azione governativa in tutti questi anni e che trovano la loro salda base nell’Alleanza atlantica, non saranno in alcun modo abbandonati. Essi sono stati riaffermati anche nella dichiarazione comune concordata fra i sei a Bruxelles. Negli ambienti responsabili si esprime la persuasione che questa dichiarazione offra tuttora la base per una azione intesa ad esplorare realisticamente in unione con gli altri alleati, le possibilità attuali di realizzare concretamente le enunciazioni in essa contenute: rafforzare la cooperazione europea per proteggere l’Europa occidentale contro le forze che la minacciano; evitare ogni neutralizzazione della Germania; contribuire alla unificazione di questa e alla sua partecipazione alla difesa comune; prefigurare una formula politica ed economica dell’integrazione occidentale.

In sostanza si condivide l’avviso che il problema della sicurezza e della pace resta il problema centrale dell’Europa libera e che la migliore via per risolverlo è quella che conduce ad assicurare la presenza di una Germania democratica *inserita*3 in condizioni di parità in un efficiente sistema occidentale.

Si puanche aggiungere che scambi di idee per le normali vie diplomatiche, già in corso, verranno certamente intensificati nei prossimi giorni.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98. 2 Indirizzato alle Ambasciate a Bonn, Bruxelles, L’Aja, Londra, Parigi e Washington. 3 Correzione manoscritta, sovrascritta su «integrata».

4

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, ZOPPI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

Appunto. Roma, 1° settembre 1954.

L’Ambasciatore di Olanda mi ha comunicato per incarico del suo Governo il punto di vista olandese in merito ai prossimi sviluppi della questione derivante dalla caduta della CED:

1) Il Governo olandese, che non è firmatario degli Accordi di Bonn, considera che è compito dei Governi francese, americano e britannico decidere di restituire la sovranità alla Germania. Tuttavia poiché gli accordi di Bonn collegavano la restituzione della sovranità alla Germania con l’entrata in vigore del Trattato CED, il Governo olandese ritiene che gli altri Paesi firmatari della CED debbano venire tenuti al corrente delle discussioni che si apriranno al riguardo fra Parigi, Londra e Washington e non esserne informati a decisioni raggiunte.

2) Poiché il riarmo della Germania era stato contemplato nel quadro della CED, il Governo olandese ritiene che tutti i Paesi firmatari del Trattato della CED, compresa la Germania, debbano discutere insieme il problema del riarmo tedesco. Il Governo olandese ritiene pertanto che una conferenza a otto potrebbe essere riunita a questo scopo dopo una congrua preparazione per via diplomatica.

Ho chiesto al Signor Boon se a parte queste questioni procedurali il suo Governo fosse favorevole sostanzialmente al ripristino della sovranità tedesca e al riarmo della Germania: mi ha risposto affermativamente.

Gli ho poi chiesto se riteneva che la Germania avrebbe acconsentito a scindere le due questioni: riacquisto della sovranità e riacquisto del diritto al riarmo, accettando una soluzione di esse in due tempi diversi e successivi. Mi ha risposto che il suo Governo propende a credere che la Germania accetterebbe e ciin quanto una volta riacquistata la sovranità, la Germania avrebbe il diritto di chiedere che qualsiasi discussione sul problema del suo riarmo venisse condotta con la sua partecipazione a parità di diritti e con facoltà per essa di non sottostare in materia ad alcuna imposizione ma di avere la libertà di accettare o meno quanto venisse da altri proposto.

DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98.

5

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, DEL BALZO, AL DIRETTORE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, MAGISTRATI(1)

Appunto segreto(2). Roma, 1° settembre 1954.

L’Incaricato d’Affari di Francia, Sebilleau, è venuto stamane a vedermi. Egli mi ha informato di aver ricevuto un telegramma circolare a firma di Mendès-France con il quale si invitano le Rappresentanze presso i Governi atlantici a sottolineare i seguenti due punti, in relazione al voto avutosi nei giorni scorsi al Parlamento francese sulla CED:

1) La grande maggioranza dell’Assemblea (esclusi beninteso i comunisti) si è dimostrata favorevole al Patto Atlantico;

2) il Governo francese ha confermato l’intendimento di ricercare i mezzi idonei ad assicurare la collaborazione della Germania alla difesa dall’Occidente, con determinate salvaguardie.

Nel farmi la comunicazione prescrittagli, Sebilleau ha francamente riconosciuto che non gli riesce chiaro che cosa abbia in mente l’attuale Governo francese quando parla di «salvaguardie».

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98. 2 Sottoscrizione autografa.

6

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI, AD AMBASCIATE, RAPPRESENTANZE E LEGAZIONI(1)

T. s.n.d. 8181-8182/c.2. Roma, 2 settembre 1954, ore 18,15.

Governo Italiano ha appreso con soddisfazione prime notizie ufficiose secondo le quali Governo britannico si orienterebbe verso convocazione a Londra di una Conferenza a Otto per esame problemi conseguenti al voto dell’Assemblea Nazionale francese sulla CED.

Saremmo del parere che Conferenza venisse preceduta da un congruo scambio di idee per via diplomatica su essenza del problema che Conferenza dovrà discutere.

A tale riguardo riteniamo poter precisare come segue nostro punto di vista:

1) Governo italiano, come aveva già avuto occasione far conoscere nelle more ratifica CED, è favorevole restituzione sovranità alla Germania. Trattasi di una decisione che, specie nella fase attuale, deve essere presa direttamente dalle Tre Potenze occupanti.

2) Nella questione del riarmo, che dovrebbe formare oggetto principale Conferenza a Otto, sono concepibili – una volta messa da parte la formula che consideravamo la pisoddisfacente (CED) – altre possibilità come accennato da piparti a Bruxelles dallo stesso Mendès-France.

Fra queste riteniamo vada esclusa, nella situazione attuale, l’ipotesi di una CED a Cinque in quanto il Governo italiano considera che un organismo mirante alla difesa dell’Europa occidentale è altrettanto inconcepibile senza la Francia come senza la Germania.

Anche l’ipotesi di una associazione indiretta della Germania al Patto Atlantico attraverso una piccola NATO con quello collegato e costituita dai sei paesi CED con o senza Inghilterra ci sembra sia da scartare.

Almeno a prima vista appare quindi al Governo italiano piconveniente esplorare ed approfondire possibilità di inserimento della Germania nel NATO a parità condizioni, ma secondo modalità accettabili anche ai francesi. Secondo noi sia nel campo armamenti, sia nel campo effettivi, non (dico non) dovrebbe essere impossibile, eventualmente ricorrendo a risultati studi già compiuti per Trattato CED e a sistema pianificazione NATO, trovare formule adeguate.

3) Ci domandiamo poi se non converrebbe che, nel farsi promotore Conferenza, Governo britannico si facesse confermare da tutti partecipanti impegno astenersi, anche dopo restituzione sovranità alla Germania, da tentativi dialogo Est-Ovest sino a quando non si siagiunti ad Accordo su problema partecipazione tedesca difesa Occidente. È infatti evidente che in un momento di debolezza ed apparente disorientamento nel campo Occidentale simili tentativi potrebbero avere gravi conseguenze sulla coesione del mondo libero.

Gradiremmo conoscere telegraficamente sui punti esposti espressioni codesto Governo(3).

1 Telegrammi segreti originali 1954, partenza, vol. I.

2 Indirizzato alle Ambasciate a Parigi, Washington, Londra, Bruxelles, Bonn, L’Aja, alla Legazione a Lussemburgo e alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi.

3 Per le risposte vedi rispettivamente DD. 25 (Parigi), 19 e 26 (Washington), 34 (Londra), 28 e 29 (Bruxelles), 32 (Bonn), 23 (L’Aja). Con T. s.n.d. 11318/431 del 9 settembre dalla Legazione a Lussemburgo, Bobba rispose nei seguenti termini: «Ho potuto vedere Bech, tuttora in vacanza, solo oggi. Egli concorda con le vedute di V.E., pur non nascondendosi le difficoltà di ottenere dalla Germania limitazioni al riarmo, che peraltro egli desidera. Reputo particolarmente interessante ed opportuna l’idea di chiedere l’impegno ad astenersi da tentativi dialogo Est-Ovest, anche perché potrebbe essere un “test” delle vere intenzioni di Mendès-France».

Non risulta risposta dalla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico.

7

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, ZOPPI, AD AMBASCIATE E LEGAZIONI(1)

T. s.n.d. 8204/c.2. Roma, 2 settembre 1954, ore 22,25.

È stato telegrafato Italnato quanto segue:

«Pur non avendo in linea di principio obiezioni circa eventuale convocazione anticipata Consiglio Atlantico, riteniamo che decisioni in proposito debbano raggiungersi dopo che si disponga di tutti gli elementi di giudizio che emergeranno nelle prossime settimane particolarmente a seguito sviluppi iniziativa britannica convocazione Conferenza ad otto. Codesto Rappresentante olandese, con cui preghiamo V.E. mantenersi contatto, ha ricevuto analoghe istruzioni da suo Governo».

1 Telegrammi segreti originali 1954, partenza, vol. I.

2 Indirizzato alle Ambasciate a Londra, Washington, Parigi, Bruxelles, L’Aja, Bonn e alla Legazione a Lussemburgo.

8

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, ZOPPI, ALL’AMBASCIATA A BRUXELLES(1)

T. s.n.d. 8206/115. Bruxelles, 2 settembre 1954, ore 22,30.

Suoi 163-1642.

Proposta inglese Conferenza confermata ufficiosamente dovrebbe attenuare preoccupazione di cui al punto 1. Comunque condividiamo pensiero Spaak di cui a punto 2 per quanto riguarda riarmo Germania.

Circa punto 3 si fa riferimento nostra nota ufficiosa 31 agosto(3). Concordiamo circa punto 4 per il quale si rinvia a telegramma odierno(4).

Confermasi che senza naturalmente escludere successiva convocazione NATO, preferiremmo come prima istanza Conferenza ad otto.

1 Telegrammi segreti originali 1954, partenza, vol. I. 2 Vedi D. 2. 3 Vedi D. 3, allegato. 4 Vedi D. 7.

9

L’AMBASCIATORE A LONDRA, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 10986/266. Londra, 2 settembre 1954, ore 14,45 (perv. ore 20,15).

Caccia ci ha detto che in seguito al fallimento della CED il Governo inglese considera tre successive linee d’azione.

Anzitutto occorre ridare la sovranità alla Germania secondo il procedimento concordato il mese scorso a Londra con gli Stati Uniti. A tal fine non si pensa a una riunione a quattro bensì a sondaggi anglo-americani da iniziare subito: prima con Adenauer per accertare le sue intenzioni e conoscere fino a che punto egli sia oggi disposto ad accettare l’applicazione del trattato di Bonn; poi con Parigi per ottenere l’adesione francese.

La seconda tappa dovrebbe essere la conferenza a otto col compito di studiare le modalità per un limitato armamento germanico entro il quadro dell’intesa dei sei Paesi pil’Inghilterra. A questo proposito l’odierna nota diplomatica del «Times» accenna alla possibilità che la conferenza abbia luogo fra quindici giorni e che la Germania e le altre potenze assumano l’impegno di limitare le proprie forze ed i propri armamenti nonché le industrie relative. Qualche forma di limitazione al riarmo tedesco, è comunque, secondo Caccia, la condizione indispensabile affinché i francesi non si oppongano all’ingresso della Germania nella NATO. Infine si dovrebbe arrivare alla convocazione del Consiglio della NATO per l’ammissione della Germania.

Dopo il Consiglio di Gabinetto avvenuto ieri Hoyer Millar e Jebb sono ripartiti per le rispettive sedi con istruzioni di iniziare subito i sondaggi.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98.

10

L’AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 10997/824. Parigi, 2 settembre 1954, ore 24 (perv. ore 2 del 3).

Per incarico del Presidente del Consiglio, Guérin de Beaumont mi ha fatto chiamare oggi. Dopo avermi dato spiegazioni ufficiali di come erano andate le cose al Parlamento, ha tenuto a riaffermare la volontà di Mendès-France di mantenersi fermo alla politica atlantica ed alla collaborazione europea. Pregava quindi di non credere alle insinuazioni sulle sue intenzioni che venivano emesse da ogni parte e credere invece alle sue precise, ripetute dichiarazioni. Gli ho detto che adesso quello che importava era l’avvenire: gli sarei stato quindi grato se poteva illuminarmi su quelle che erano le intenzioni di Mendès. Gli ho chiesto in particolare:

1) se la Francia avesse già risposto affermativamente all’invito inglese: mi ha detto che riteneva che la risposta sarebbe stata positiva ma che non poteva dirmi niente dato che proprio allo stesso tempo l’Ambasciatore d’Inghilterra era a Marly per rimettere la nota inglese;

2) se il Governo francese fosse almeno favorevole all’ammissione Germania nella NATO. Mi ha risposto che logicamente, essendo stata respinta la CED, non restava altra alternativa che l’ingresso della Germania nella NATO. Sarebbe stato necessario probabilmente rivedere alcune assicurazioni: era da vedere anche se non fosse preferibile di fare entrare la Germania, prima, in organizzazione europea di altra forma, e fare entrare poi questa al NATO. Ma su tutto questo non poteva dirmi niente di preciso perché non conosceva ancora il pensiero del Presidente del Consiglio il quale era chiuso a Marly per lavorare. A titolo personale gli ho detto che da parte nostra pur essendo molto addolorati dell’insuccesso della CED, si era adesso, ritenevo, sopratutto desiderosi di ricostruire e che quindi proposte realmente costruttive da parte della Francia avrebbero avuta tutta la nostra attenzione. Ho pregato perdi dire al Presidente del Consiglio, insieme al mio desiderio di vederlo appena possibile, che non era consigliabile ripetere quello che era stato fatto per Bruxelles ossia mettere altri Paesi all’ultimo momento di fronte al progetto interamente nuovo e da accettarsi quasi senza discussione. Se la Francia aveva le sue suscettibilità e difficoltà con il suo Parlamento, doveva tener conto che lo stesso valeva anche per gli altri Paesi. Gli ho poi anche espresso il mio dubbio sulle possibilità che il nuovo progetto quale che sia abbia la maggioranza al Parlamento francese. In questo caso – mi ha detto Beaumont – bisognerà andare alle elezioni.

DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98.

11

L’AMBASCIATORE A BRUXELLES, GRAZZI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

T. s.n.d. 11003/165-166. Bruxelles, 2 settembre 1954, ore 19,50 (perv. ore 24).

Mio telegramma n. 1632.

Per fornire a V.E. ulteriori elementi di giudizio circa le idee di Spaak aggiungo alcune considerazioni.

Come V.E. avrà notato, Spaak, pur conservando orientamento in fondo anti-francese, lascerebbe in definitiva alla Francia ogni possibilità di scelta.

Mi sembra si dovrebbe tentare che una volta tanto la scelta rimanga se possibile nelle mani degli altri cinque Paesi e non scartando affatto, come vorrebbe Spaak, anche l’alleanza continentale purché con la partecipazione britannica.

La conseguenza pigrave dei recenti avvenimenti è, piche l’incognita del metodo con cui il riarmo tedesco finirà con l’aggiustarsi, il siluramento dell’idea europeista. Ora ulteriori modificazioni alla CED per essere ammessa dalla Francia non potrebbero che ridurre al minimo il concetto supernazionale: e in tali condizioni i progetti anche di semplice Confederazione sarebbero da considerare tramontati. Quanto all’entrata della Germania nella NATO non si vede come faciliterebbe in generale le idee europeiste, mentre è probabile che desterebbe nella Francia reazioni ad essa contrarie perché i timori verso la Germania non potrebbero che aumentare. È da chiedersi percise non convenga considerare l’opportunità di un’alleanza continentale insieme alla Gran Bretagna, dato che di fronte allo zero in cui ci troviamo e rimarremmo in fatto di europeismo, essa rappresenterebbe forse la sola maniera di riaprire con qualche possibilità in materia.

La presenza infatti della Gran Bretagna nell’alleanza militare calmerebbe l’apprensione della Francia e potrebbe quindi contribuire a risospingerla verso l’idea integrativa: inoltre quando i britannici fossero entrati anche solo militarmente nell’ingranaggio, non è da escludere che con il loro temperamento pragmatico essi non pervengano ad una progressiva formula di pistretta collaborazione: il che, specialmente in materia di economia, attenuerebbe quella precarietà da cui la piccola Europa sarebbe stata necessariamente caratterizzata.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98. 2 Vedi D. 2.

12

L’AMBASCIATORE A LONDRA, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 11011/268. Londra, 2 settembre 1954, ore 20,10 (perv. ore 7,30 del 3).

Mio 2662.

Oggi Kirkpatrick mi ha dato chiarimenti sulla progettata Conferenza ad otto. Mi ha detto che alla Conferenza stampa di ieri il pensiero di Eden è stato alquanto ampliato dai giornalisti attribuendo al progetto di tale Conferenza un carattere definitivo ed urgente che nella situazione attuale non puancora avere. Anzitutto bisogna superare le difficoltà coi tedeschi e non è detto che questo sia facile. Hoyer Millar era oggi a colloquio con Adenauer e si attendevano i risultati ma senza dubbio il Cancelliere era in gravi difficoltà interne e di pessimo umore in conseguenza del fallimento della CED. Inoltre non è detto che la Conferenza debba essere a otto perché essa potrebbe essere allargata a dieci includendo cioè tutti gli Stati della CED e tutti gli Stati aventi truppe in Germania con aggiunta cioè del Canada e della Danimarca. Il Canada ha già fatto sapere che gradirebbe partecipare e naturalmente la Gran Bretagna lo appoggia.

La Danimarca finora non si è mossa.

Circa la Conferenza Kirkpatrick ha precisato che essa avrebbe un’agenda piampia dovendo necessariamente cominciare col definire il modo e i limiti della restituzione della sovranità alla Germania nonché lo Statuto delle truppe straniere non pioccupanti; per poi passare ai problemi del riarmo tedesco e limitazioni relative connesse alle analoghe obbligazioni degli altri Paesi europei in vista della inclusione finale della Germania nel NATO.

Kirkpatrick non era comunque in grado di dirmi quando la Conferenza poteva essere convocata dovendosi prima conoscere le reazioni di Berlino da lui previste assai difficili.

Per quanto riguarda gli impegni che la Gran Bretagna sarebbe disposta ad assumere Kirkpatrick mi ha detto che gli inglesi non sarebbero alieni dal considerare una loro partecipazione all’accordo europeo per il riarmo della Germania ed anche ad assumere al riguardo obbligazioni verso l’Europa pistrette di quelle americane e da esse indipendenti. Londra teme tuttavia che i francesi vogliano qualcosa di pie cioè un impegno britannico a non ritirare le truppe dalla Germania mentre essi non sarebbero disposti ad assumere impegni corrispondenti. Ancora recentemente Mendès-France ha accettato l’intenzione di vincolare le truppe britanniche alla Germania e Kirkpatrik temeva che questo significasse un ritorno alle precedenti richieste di impegno unilaterale britannico. Soprattutto in linea generale Kirkpatrick ha continuato a manifestarmi il pigrande scetticismo su quello che si puattendere sia da Mendès-France sia soprattutto dal Parlamento francese. Mendès-France aveva dimostrato finora uno strano concetto della non discriminazione e una strana idea della negoziazione nella quale egli praticamente non consentiva alcun compromesso.

Dall’altra parte qualsiasi ragionevole piano per il riarmo della Germania e l’Associazione di essa all’Europa avrebbe facilmente trovato di nuovo una forte opposizione alla Camera francese.

In queste condizioni Kirkpatrick mi diceva di essere assolutamente necessario di predisporsi fin d’ora a delle alternative per sapere cosa si farà se non si riuscisse ad avere il consenso francese su di un progetto ragionevole oppure venisse meno la ratifica di quel Parlamento. Bisognerebbe allora essere in condizioni di procedere oltre anche senza la Francia.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98. 2 Vedi D. 9.

13

IL DIRETTORE GENERALE AGGIUNTO DEGLI AFFARI POLITICI STRANEO(1)

Appunto(2). Roma, 2 settembre 1954.

Il fallimento della Conferenza di Bruxelles e il conseguente rigetto da parte francese del Trattato per la CED, hanno provocato un po’ di incertezza circa le varie possibili soluzioni di ricambio.

L’ingresso della Germania al NATO si presenta a prima vista come la soluzione pisemplice. Senonché, mentre è piche probabile che una siffatta proposta vedrebbe riapparire il veto da parte francese o, quanto meno, un assenso da parte di Mendès-France condizionato a forme limitative di riarmo e all’approvazione del Parlamento francese (il che equivarrebbe in pratica al rinvio «sine die»), non sembra che si possa affermare a priori che tale soluzione sia ben vista da Adenauer in quanto essa cristallizza la posizione della Repubblica federale Tedesca rendendo pidifficile una sua futura unificazione con la Germania orientale. Vero è che si potrebbe escogitare una clausola in virtdella quale la Germania potrebbe svincolarsi dal NATO in caso di unificazione, ma detta clausola non mi sembra né logica né pratica, sovvertendo essa l’essenza stessa del Patto.

Sorge così il problema del come inserire o aggregare la Germania al NATO con l’assenso francese e senza attuare discriminazioni dirette nei confronti del popolo tedesco. Senza entrare in troppi particolari e vedendo il problema anche da un punto di vista soggettivo italiano, sembra che si potrebbe pensare ad una alleanza con la Repubblica Federale Tedesca dell’Inghilterra, Francia, Benelux e Italia. Tale alleanza dovrebbe esser basata su di un planning board per gli armamenti, in modo da poter controllare il riarmo tedesco.

Caduta ormai la CED, l’Italia, anche se parte dell’alleanza surriferita, potrebbe in seguito far parte dell’Alleanza balcanica e divenire l’anello di congiunzione dei due sistemi; senza contare che, se si attuasse in seguito un agganciamento della Spagna al Patto Atlantico mediante un’alleanza del tipo delle due precedenti (Spagna, Portogallo, USA, Francia), l’Italia potrebbe aspirare a divenirvene parte e con ciessere il luogo geometrico dei tre sistemi sopraddetti.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98. 2 Sottoscrizione autografa.

14

L’AMBASCIATORE A BONN, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. urgente 022. Bonn, 2 settembre 1954.

Oggetto: Presa di posizione del Governo federale dopo il rigetto della CED da parte dell’Assemblea Nazionale francese. Dichiarazioni interpretative sui cinque punti del comunicato di Blerhe.

Non univoca, come era da attendersi è stata l’interpretazione in questi circoli politici e di stampa dei noti cinque punti del comunicato emanato a conclusione della seduta straordinaria del Gabinetto Federale tenuta a Blerhe il 1° settembre u.s., nei quali sono stati fissati gli obiettivi della politica estera del Governo Federale dopo il rigetto della CED da parte dell’Assemblea Nazionale francese. Civalga in particolare per quel che riguarda sia la portata delle singole enunciazioni e, correlativamente, l’ampiezza delle rivendicazioni tedesche in esse espresse (problema dalla sovranità tedesca), che la connessione esistente fra gli obiettivi stessi.

La conferenza stampa tenuta oggi dal Capo dell’Ufficio stampa ed Informazioni della Cancelleria Federale, von Eckardt, venuto espressamente da Blerhe e subito dopo ripartito per la stessa località, ha voluto rappresentare un’interpretazione autentica dei cinque punti del comunicato suddetto mirante ad eliminare le incertezze che a tal proposito si erano manifestate. In essa è evidente il proposito di attenuare l’impressione di un’intenzionale presa di posizione antifrancese da parte del Governo Federale, che il testo del comunicato poteva suscitare –data l’assenza nello stesso testo di ogni riferimento alla Francia – ed aveva infatti suscitato, provocando critiche e riserve non solo negli ambienti socialdemocratici, ma anche in circoli politici e di stampa dei partiti della coalizione governativa, incluso quello di maggioranza.

Circa il punto relativo al proseguimento della politica di unificazione europea con tutti i Paesi disposti a tale unificazione, è interessante rilevare che a piriprese vi è ripetuta la formula escogitata per includere fra i Paesi suddetti l’Italia (Paesi che hanno ratificato o che sono in procinto di ratificare); anzi ad un certo punto von Eckardt, volendo sottolineare la distinzione fra gli Stati della CED che si schierano dietro questa forma di collaborazione militare e la Francia, che questa collaborazione militare ha rigettato, ha rilevato che fanno parte del primo gruppo «non solo gli Stati che hanno ratificato l’accordo, ma anche l’Italia che a Bruxelles dichiarespressamente che per quanto la riguardava si dovrebbe considerare la ratifica come se fosse già stata effettuata».

Alla domanda se il Governo Federale ritenga possibile una soluzione di surrogato per la CED senza la Francia, il portavoce governativo ha fatto presente che un «torso della CED» costituito dalla Repubblica Federale tedesca, dall’Italia e dai tre Stati del Benelux, dovrebbe essere considerato come la peggiore soluzione per la sicurezza europea; che il Governo Federale continua a ritenere che non potrebbe essere realizzata un’ efficiente difesa dell’Occidente senza la Francia, ma che dovrebbe giungersi ad una esclusione della Francia se essa desiderasse: «se Parigi dovesse rigettare qualsiasi forma di contributo tedesco alla difesa non si potrebbe lasciare che tutto venisse bloccato da tale atteggiamento». Il portavoce governativo ha voluto inoltre spiegare l’iniziativa per consultazioni fra gli altri membri della CED, anche prima della conferenza a otto, con la necessità di accertare quale debba considerarsi la sorte del Trattato CED dopo il voto dell’Assemblea Nazionale francese. D’altra parte egli ha tenuto precisare che l’omissione di ogni mansione della Francia al punto quinto del comunicato suddetto (trattative immediate con gli Stati Uniti d’America e con la Gran Bretagna) trova la sua ragion d’essere nel fatto che soltanto Stati Uniti e Gran Bretagna hanno fino ad ora, insieme con la Repubblica Federale, ratificato la Convenzione generale tedesco-alleata.

Rispondendo ad altri quesiti relativi alle soluzioni di surrogato alla CED, il portavoce governativo ha sottolineato come, allo stato dei fatti, nessuna possibilità sia da escludersi. Egli ha ammesso l’eventualità di un ingresso della Germania alla NATO senza discriminazioni. Quanto alla Francia, dopo il voto dell’Assemblea francese, sta ora a questo Paese di prendere l’iniziativa e di precisare il suo punto di vista sul riarmo tedesco e su di una partecipazione della Repubblica Federale alla difesa comune.

Egli ha aggiunto che il Governo Federale si è profondamente compiaciuto delle nuove dichiarazioni di Mendès-France tendenti ad escludere un’eventuale neutralizzazione della Germania, ma ha rilevato che queste dichiarazioni non consentirebbero ancora concrete deduzioni in merito alle idee francesi circa una nuova soluzione.

Affrontando il problema della sovranità tedesca il portavoce governativo si è espresso molto esplicitamente nel senso che il Governo Federale si attende che venga restituita la piena ed intera sovranità alla Repubblica Federale preferibilmente per via di accordi e non attraverso dichiarazioni unilaterali delle Potenze di Occupazione. Il Governo Federale sarebbe contrario ad una sovranità limitata in partenza da riserve: esso stimerebbe necessario invece di ottenere la sovranità nella completezza dei suoi attributi, salvo poi a riconoscere delle limitazioni attraverso libere trattative, nell’interesse comune ed a beneficio di istituzioni supernazionali. Il suddetto Governo propenderebbe, in altre parole, per una formula diversa da quella adottata per la Convenzione generale tedesco-alleata di Bonn.

Le trattative in merito alla restituzione della sovranità integrale alla Repubblica Federale sono state presentate dal portavoce come la prima tappa della prossima attività politica, cui seguirebbero trattative in merito alle nuove forme che potrebbe assumere il contributo tedesco alla difesa.

La commissione di Londra secondo cui sarebbe preferibile discutere contemporaneamente le due questioni non verrebbe almeno fino ad ora condivisa dal Governo Federale.

Il portavoce ha inoltre dichiarato che il Consiglio dei Ministri si è unanimemente espresso contro ogni progetto di conferenza a quattro della Germania nelle circostanze politiche attuali.

È interessante per noi rilevare come ancora una volta nel corso di una conferenza stampa sia tornato alla ribalta il Patto balcanico. È stato infatti richiesto al portavoce se da parte del Governo Federale venisse ravvisata la possibilità di un’estensione della Comunità di difesa ai tre Paesi balcanici e la risposta, questa volta (mi riferisco al mio rapporto n. 14854/1812 del 13 agosto u.s.) è stata che il Governo Federale non pensava affatto ad una tale cooperazione.

DGAP, Uff. I, Serie Affari politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954.

15

L’AMBASCIATORE A BONN, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 15335/1917. Bonn, 2 settembre 1954.

Oggetto: Reazioni di Bonn al voto del Parlamento francese sulla CED.

La prima reazione degli ambienti politici di Bonn alla votazione sulla CED del Parlamento francese è stata piuttosto aspra. Nella costernazione provocata dal crollo di una costruzione politica su cui si era da tre anni imperniata tutta la politica estera tedesca e su cui era personalmente impegnato il prestigio del Cancelliere Adenauer, c’è stato un moto istintivo di inficiare la legittimità morale di un rigetto della CED reso possibile solo dal concorso dei voti comunisti, e di appellarsi direttamente al popolo e alla gioventfrancese affinché l’ideale europeo che pure in mezzo ad essi avrebbe trovato tanto largo seguito fosse, senza ed oltre il Parlamento, da essi difeso e perseguito; questo era il senso delle dichiarazioni fatte dal Presidente della Commissione degli Affari Esteri del Bundestag, europeo convinto, von Brentano. E le diffidenze sin dal primo momento nutrite contro Mendès-France, sospettato di segrete tendenze filo-sovietiche e di calcolato siluramento della CED hanno condotto, in un primo momento, ad attacchi personali contro Mendès-France.

I consigli di moderazione hanno persubito prevalso. E questa è stata anche l’impressione dell’Alta Commissione francese, dove si temeva una reazione tedesca – e americana, mi è stato aggiunto, piviolenta.

Il Governo, pur non nascondendo la gravità del colpo inferto alla sua politica, ne ha subito dato l’esempio; e la stampa governativa si è allineata sul suo linguaggio. La parola d’ordine è stata quindi di evitare nei limiti del possibile qualsiasi accenno polemico contro la Francia, nella consapevolezza che ciin questo momento avrebbe servito solo a versare olio sul fuoco del nazionalismo francese e a dare a posteriori un argomento di piagli avversari della CED. Si preferisce invece dire, e far dire, che il voto del Parlamento di Parigi apre un problema non già tra la Francia e la Germania, bensì tra la Francia e tutti gli altri Stati dell’Europa occidentale, cui si aggiungono tutti i Paesi interessati all’assistenza del mondo libero e, in primo luogo, gli Stati Uniti o la Gran Bretagna. In questa impostazione si rivela la tendenza già affermatasi qui durante e dopo Bruxelles, a far leva sulla solidarietà di tutti i Paesi che già avevano ratificato o stavano per ratificare la CED. Si tratta perdi una leva che viene manovrata con molta discrezione, nella convinzione che qualsiasi aperto tentativo per isolare la Francia sarebbe un’arma a doppio taglio; si afferma quindi che soluzioni e alternative, se ci dovranno essere – e come si sa l’iniziativa non partirà dalla Germania – dovranno essere ricercate d’accordo con tutti questi Stati europei ed extra europei ma, anche, e in prima linea, d’accordo con la Francia.

La prospettiva di ottenere al pipresto la sovranità, come un premio di consolazione dopo il fallimento della CED, non entusiasma troppo ora i tedeschi e per ovvie ragioni. Se anche tempo addietro la scissione dell’abbinamento fra trattati di Bonn e trattati di Parigi era stata lanciata e propugnata da Adenauer per dare qualche soddisfazione ad una opinione pubblica irrequieta, ci si era accorti ben presto a Bonn che questa scissione minacciava di fare il gioco degli avversari della CED e di fornire un comodo strumento tattico per procrastinare, nessuno sa per quanto tempo ancora, il riarmo tedesco e inserirvi manovre diplomatiche internazionali rivolte verso oriente; la fretta con cui il Governo francese si è dichiarato disposto a concedere la sovranità non ha fatto che confermare questo timore. E che la cosa qui lasci assai freddi lo provano anche le difficoltà giuridiche che si adducono e che osterebbero, data la stretta interpenetrazione che li lega, a far entrare in vigore gli accordi di Bonn indipendentemente dalla CED. Il grosso problema che si profila all’orizzonte politico di Bonn è quindi se convenga a Bonn accettare dalle mani degli Alleati una sovranità ridotta e decurtata della sua parte pipreziosa e, allo stato attuale delle cose, di rilevanza pratica, e cioè il potere del riarmo, e correre i rischi di insabbiamento politico che a tale accettazione sono connessi. Il Governo non ha ancora ben chiarito il suo pensiero su questo grosso problema. L’unica cosa sicura è che considera oramai insufficiente la sovranità che i trattati di Bonn gli conferivano e che conterrebbero troppe riserve, la cui ragione di essere sarebbe in gran parte venuta meno insieme alla CED. La tendenza, come ho riferito col mio telegramma n. 125 del 2 corrente2, è di chiedere la sovranità integrale, compreso quindi anche il potere di riarmo; ma bisognerà vedere se non si tratti qui di una posizione tattica di partenza, suscettibile quindi di un margine pio meno ampio di compromesso.

Per quanto concerne poi l’opposizione, essa ha proclamato morta la CED, ma non ha voluto abusare della sua vittoria, il che del resto anche se essa lo avesse voluto le sarebbe stato piuttosto difficile per il fatto che non ha potuto proporre, di nuovo, nulla di meglio che la convocazione di una nuova conferenza a quattro che dovrebbe raggiungere l’unificazione tedesca prima che sia troppo tardi e cioè prima che i quattro Grandi si mettano esplicitamente o tacitamente d’accordo per il mantenimento dello status quo nella situazione tedesca. E per quanto buoni tedeschi, i socialisti non vogliono sentir parlare di sovranità giacché ai loro orecchi questa parola suona tuttora come una sanzione giuridica della divisione della Germania ed essi preferiscono quindi parlare di piena autonomia della Repubblica Federale nella gestione dei propri affari esteri ed interni come obiettivo da raggiungere. I liberali poi non hanno nascosto che il fallimento della CED non è affatto dispiaciuto al loro nazionalismo. Essi, che già in passato si erano fatti esponenti della tesi di un esercito nazionale tedesco, non rimpiangono il crollo di «chimere sovranazionali» ma riaffermano la loro piena fiducia in un contributo nazionale della Germania alla difesa del mondo libero.

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954. 2 Vedi D. 1, nota 3.

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L’AMBASCIATORE A BRUXELLES, GRAZZI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

R. 3673/1763. Bruxelles, 2 settembre 1954.

Signor Ministro,

come ho riferito nei miei telegrammi n. 163 e n. 1642, ho trovato Spaak ancora molto irritato contro la Francia e specialmente contro Mendès-France. Al riguardo il Ministro mi ha dato copia della Nota che egli fece illustrare a suo tempo al Presidente francese, perché (a quanto Spaak mi ha raccontato) allorché venne fatto osservare a quest’ultimo che la parola «unanimità» (pag. 2 ultimo capoverso) che il Presidente francese avrebbe voluto introdurvi, oltre che essere controproducente, rischiava di impedire ogni funzionamento della CED, Mendès-France avrebbe risposto che «questo era proprio quanto cercava».

Spaak mi ha anche detto che nel colloquio Adenauer-Mendès-France, il primo, per vincere le resistenze del secondo, avrebbe offerta la promessa che in seno alla CED la Germania avrebbe votato sempre con la Francia. Sarebbe stato lo stesso Spaak, secondo le sue parole, a silurare questa pericolosa alleanza, persuadendo Mendès-France a ricercare piuttosto analoghe garanzie in maniera e forma pigenerale: donde nacque l’idea della nota formula.

Infine, a titolo di «boutade» riferisco queste parole del Ministro: «Non è ammissibile che un’idea così rivoluzionaria come la CED sia stata strangolata da Herriot e dal Generale Aumeran, i quali in due sommano 160 anni!»”

Comunque, piche questi dettagli passati, quel che interesserà è conoscere le idee di Spaak per l’avvenire.

Il ministro belga è evidentemente maggiormente favorevole ad una nuova forma di CED che non a qualsiasi altro metodo tendente a raggiungere il riarmo tedesco.

Egli teme soprattutto (almeno così suppongo) le conseguenze politiche di un ingresso della Germania con piena parità di diritti nella NATO mentre da un rifacimento della CED anche se questa conserverebbe ben poche qualità supernazionali, la posizione della Germania dovrebbe risultare maggiormente controllata o controllabile. Quanto all’alleanza continentale – secondo Spaak – essa non avrebbe senso se l’Inghilterra non ne facesse parte, poiché pio meno corrisponderebbe o alla CED alleggerita o ad un parziale doppione della NATO, mentre ciche il Ministro vuol evitare è un dialogo diretto fra Francia e Gran-Bretagna, il quale dialogo, con la parvenza di ricercare l’entrata di quest’ultima nell’alleanza continentale, potrebbe portare di fatto a sviluppi non prevedibili e certo non piacevoli per il resto dell’Europa.

Circa l’alleanza continentale con l’inclusione della Gran Bretagna, ho espresso talune considerazioni personali con mio telegramma n. 164, con speciale riguardo alle probabilità che forse potrebbero in tal caso essere maggiori che non in qualsiasi altra forma di riarmo tedesco, in vista di possibili sviluppi di un movimento confederativo europeo altrimenti oggi ridotti a zero.

Infine, desidero fare osservare che l’accenno fatto da Spaak circa la necessità che Italia e Benelux continuino a mantenere viva per quanto possibile e pur rinviandola ad un secondo momento l’idea europeista, mi è parso rispondere piuttosto al temperamento dell’uomo che non alla fiducia del Ministro. Il quale pernel criticare vivamente la Francia per tutta l’azione ritardatrice e passatista esercitata in questi ultimi anni, si è espresso con queste parole: «La Francia avrebbe ottenuta una posizione ben diversa se invece di accodarsi ai grandi avesse presa la testa delle nazioni pipiccole. È tale funzione che io sarei lieto oggi di offrire all’Italia se l’Italia volesse accettarla».

Non ho bisogno di rammentare quante volte ho espresso in passato un tale concetto, il quale avrebbe oggi una possibilità di maggiore applicazione nel complesso giuoco che puderivarci da una situazione così confusa, qualora da un lato non volessimo o non potessimo riprendere le pistrette relazioni bilaterali con la Francia e dall’altro volessimo invece avere parte piattiva nella trattazione delle grandi questioni internazionali.

Voglia gradire, Signor Ministro, gli atti del mio ossequio.

Grazzi

Allegato

Nota.

De quoi s’agit-il?

La France craignant qu’un de ses intérêts vitaux puisse être mis en danger par une décision du Commissariat, désire se prémunir contre ce danger.

À cet effet, la France a proposé un système qui lui donne, comme d’ailleurs aux autres pays, un véritable droit de veto pour empêcher qu’une telle mesure soit exécutée.

Au système français, j’ai trois objections à présenter:

1) ce système étant un système provisoire, en réalité, il consacre une suspension du Traité dans une de ces parties essentielles pour huit ans. Cela oblige tous les partenaires à retourner devant leur parlement;

2) pour des raisons d’ordre général, expliquées à de multiples reprises, le droit de veto paralyse les Assemblées internationales. Nous n’en avons eu que trop d’exemples;

3) dans le système français, l’arbitraire le plus complet règne, puisque chaque état est libre de décider à tout moment devant n’importe quelle décision du Commissariat que son intérêt vital est en cause.

Ne pouvant accepter le système français, je me suis demandé s’il n’y avait pas cependant un moyen de donner satisfaction à la France, c’est-à-dire d’empêcher qu’une décision du Commissariat violant l’intérêt vital d’un pays soit exécutée.

Je crois avoir trouvé la solution du problème et je propose, non un droit de veto accordé à chaque pays, mais qu’une décision politique soit prise dès maintenant affirmant que si un des droits vitaux de l’un des signataires est mis en péril, jamais la décision du Commissariat ne peut être appliquée.

Cette solution présente pour moi les avantages suivants:

1) elle est définitive. C’est une interprétation permanente des articles du Traité;

2) il n’y a pas de droit de veto;

3) cette décision me paraît conforme à l’article 124;

4) le recours possible à la Cour garantit chacun des signataires contre l’arbitraire de l’un d’entre-eux.

Le texte proposé est le suivant:

«Si l’un des États membres estime que l’un de ses intérêts vitaux est mis en péril par une décision du Commissariat, il peut porter la question devant le Conseil des Ministres. Celui-ci doit prendre immédiatement les mesures nécessaires pour mettre fin à cet état de choses. L’exécution de la mesure prise par le Commissariat est dans tous les cas suspendue jusqu’au règlement définitif de la question. L’un des États membres peut toujours demander à la Cour si l’intérêt invoqué par l’État demandeur est bien un intérêt vital. La Cour tranche souverainement ce point».

Dans ce texte, il n’y a aucune raison, au contraire, de dire que la décision prise par le Comité des Ministres doit être prise à l’unanimité. Cela n’ajoute rien comme garanties puisqu’il est acquis qu’en aucun cas la décision du Commissariat ne peut être exécutée. Ce que le Conseil des Ministres doit faire, c’est prendre les mesures pour forcer le Commissariat à revoir sa décision. Si ce texte était adopté, il pourrait être ajouté aux décisions prises à Bruxelles et l’on pourrait en plus (cette proposition pourrait d’ailleurs s’appliquer également à d’autres décisions prises à Bruxelles) déclarer dès maintenant, que lors de la révision du Traité promise au § 12 de la déclaration de Bruxelles, cette disposition sera insérée dans le Traité. Il n’y a aucune urgence à le faire puisque pendant la période de deux ans, oaucune intégration militaire n’aura réellement lieu, il n’y a pas une chance sur un million pour qu’un intérêt vital de l’un ou de l’autre signataire soit mis en péril.

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954. 2 Vedi D. 2.

17

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

R. segreto 12893. Washington, 2 settembre 1954.

Oggetto: Fallimento e alternative CED.

Signor Ministro,

non è facile ricostruire sul momento le linee essenziali dell’atteggiamento americano in vista del fallimento della CED. È in certo senso strano che tanta confusione si sia venuta a creare, se si pensa che da molto tempo l’ipotesi di un voto francese negativo era un avvenimento assai probabile e che esso era divenuto ormai certo dopo la Conferenza di Bruxelles.

Il Governo americano si era a lungo irrigidito in una politica unilinea rifiutando di prendere in considerazione eventuali «alternative», anche quando a cilo spingevano i suggerimenti di Londra. L’unica decisione convenuta, ma in via assai generica, fra Inglesi ed Americani, era stata quella concernente lo sganciamento del Trattato CED dalle Convenzioni Contrattuali di Bonn e la restituzione della sovranità formale alla Repubblica Federale Tedesca.

Per mettere un po’ d’ordine nel confuso panorama politico di questi giorni, è da registrare anzitutto che la prevedibile reazione vivacemente negativa nei confronti della Francia è stata accompagnata dalla frequente constatazione che l’atteggiamento francese risale in buona parte alla mancata partecipazione diretta della Gran Bretagna alla CED.

Per quanto ci concerne, come ho segnalato anche col rapporto circa il mio colloquio con la Signora Luce2, il Dipartimento di Stato ha preso atto, apprezzandolo, della nostra posizione e della nostra azione in questi ultimi tempi (votazioni delle varie Commissioni Parlamentari, atteggiamento a Bruxelles, manifestazioni pubbliche e confidenziali dopo quest’ultima, in particolare modo colloquio del Presidente del Consiglio con la Signora Luce e lettera al Segretario di Stato).

La nuova situazione apertasi ci offre ora delle possibilità di azione che meritano di essere seriamente e rapidamente sfruttate. Iniziative immediate sono necessarie per evitare che il vuoto o la confusione lasciati dal fallimento del progetto CED non diano luogo a qualche falla incolmabile nella compagine atlantica. Gli americani paventano molto questo pericolo e sono volti oggi pia ricercare con calma le eventuali vie di uscita che a sfogare il loro risentimento con mosse inconsulte.

Cispiega la cautela e la lentezza con cui il Dipartimento si sta muovendo. Mancano pertanto per ora elementi di giudizio concreti su quelli che saranno i futuri sviluppi della politica americana. Tuttavia si pufin d’ora ritenere che le linee essenziali di quest’ultima (riflesse già nelle dichiarazioni fatte dal Segretario di Stato l’altro ieri) sono grosso modo le seguenti: desiderio di evitare «il peggio» cioè uno scompagina-mento del blocco atlantico come conseguenza del fallimento della CED (e a tal fine sono state smentite tutte le notizie relative ad un nuovo orientamento americano verso le alleanze «periferiche», il ritiro delle truppe dall’Europa ecc.); constatazione che, nonostante tutto, a ben riflettere, occorre evitare ogni mossa che possa spingere la Francia sulla via dell’isolamento e del neutralismo e quindi ogni consultazione e ogni progetto che lasci fuori la Francia: necessità di dare una pronta soddisfazione alla Germania e di trovare al pipresto una via per renderne possibile il riarmo; collaborazione quanto pistretta possibile con la Gran Bretagna o i cinque della CED.

Mettere insieme i vari punti sottoposti puapparire un’impresa non molto lontana dalla quadratura del circolo, ma è chiaro che la calma apparente di cui dà prova il Governo americano ed il suo evidente proposito di sdrammatizzare la situazione non sono altro che un sintomo della consapevolezza dalla gravità delle decisioni che dovranno essere prese dalla suprema autorità americana (National Security Council e Presidente).

L’iniziativa di proporre la convocazione del Consiglio Atlantico al livello Ministri degli Esteri non sembra risponda per ora a fini piconcreti di quelli suaccennati; essa rispecchia tuttavia la convinzione che alla fine di settembre sarà stato possibile alle Cancellerie pidirettamente interessate concordare la loro linea di condotta. Per quanto la sede di New York sia evidentemente quella preferita dagli americani, qui si tiene a sottolineare che non si è inteso proporla e tanto meno imporla.

Si è intanto preso atto con soddisfazione dell’accoglienza favorevole che la proposta di convocazione ha avuto da parte di tutti i Governi membri.

Viva e a quanto pare, non piacevole sorpresa ha invece destato l’iniziativa britannica di una Conferenza a otto a Londra. In questa fase le intenzioni britanniche non appaiono ancora qui del tutto chiare, mentre già risulta che da Londra si esercita un’azione di freno nei confronti delle disposizioni americane a favore della Germania.

Non si dimentica inoltre che il fallimento della CED risale, all’origine, alla mancata partecipazione diretta della Gran Bretagna ad essa.

Accoglienza non certo entusiastica ha poi avuto al Dipartimento di Stato l’azione tedesca di questi ultimi giorni, che è apparsa qui intempestiva e poco realistica.

L’applicazione del «Contractual Agreements» sembrava agli americani un primo ottimo passo sulla via dell’integrazione della Germania nella Comunità Europea e del riacquisto della piena sovranità da parte della stessa Germania, come premessa per una soluzione che consentisse la sua partecipazione alla difesa dell’Europa Occidentale su un piede di uguaglianza.

Le maggiori richieste tedesche sono ora venute a creare difficoltà a questa impostazione. L’apparente tentativo di Adenauer di lasciare da parte la Francia è venuto inoltre a cozzare con l’opposto orientamento di alcune correnti del Governo americano.

Infine permane il sospetto che Mendès-France «abbia in tasca» qualche altro progetto che potrebbe intralciare la futura azione americana.

Sul fondo della questione si resta qui fermissimi: il riarmo della Germania è indispensabile e deve essere reso possibile a qualsiasi costo e per qualsiasi via. È a questo riguardo sintomatico che proprio oggi il Pentagono abbia fatto sapere pubblicamente che gli armamenti accumulati per il futuro esercito tedesco ammontano a un valore di mezzo miliardo di dollari e che basta un ordine del Presidente per iniziare le spedizioni in Germania.

Evidentemente, sul terreno diplomatico si è lontani da una soluzione così semplicistica. Il problema non è solo riarmare la Germania, ma anche assicurare la sua collaborazione militare con i Paesi NATO. Il fatto che si ricorra alla convocazione del Consiglio Atlantico, da cui partì nel 1950 l’iniziativa della creazione dalla CED, è un indice che solo attraverso una qualsiasi forma di agganciamento NATO-Germania si potrà arrivare ad una soluzione dell’arduo problema.

Voglia gradire, Signor Ministro, l’espressione del mio devoto ossequio.

[Alberto Tarchiani]

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954.

2 Vedi DPII, Serie A, Europa Occidentale e Unione Europea, Il fallimento della CED e della CPE: dalla riunione di Baden-Baden alla Conferenza di Bruxelles (25 giugno 1953-31 agosto 1954), D. 299.

18

L’AMBASCIATORE A BONN, BABUSCIO RIZZO, AL DIRETTORE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, MAGISTRATI(1)

L. segreta 15333. Bad Godesberg, 2 settembre 1954.

Caro Massimo,

grazie intanto, ancora una volta, per la premura con la quale mi hai inviato tutta la documentazione concernente la Conferenza di Bruxelles.

Desidero ora, in via privata, aggiungere alcune informazioni al telegramma inviato stamani(2). Dai miei contatti con gli alleati e dall’ultima conversazione avuta particolarmente con il Vice Alto Commissario americano Dowling, mi è apparso che in linea generale esisterebbe una concordanza di vedute fra gli inglesi e gli americani non solo sulla esigenza di restituire alla Germania la piena sovranità, ma anche su quella di procedere al suo riarmo a scadenza non lontana. Non so se la concezione americana della improrogabilità del riarmo tedesco possa ancora una volta divenire pielastica e prestarsi a compromessi. C’è di mezzo questa volta peril voto negativo dell’Assemblea Nazionale francese. Ad ogni modo mi ha detto Dowling – immagino che siano idee di Washington – che questo nuovo periodo di attesa non dovrebbe estendersi al di là di tre mesi. Qualora, egli mi ha aggiunto, nelle negoziazioni che stanno per iniziarsi dovesse apparire evidente che nessuna alternativa al riarmo, per opposizione francese, o per inconciliabilità delle tesi in conflitto, puessere raggiunta, l’America potrebbe decidersi anche al riarmo unilaterale tedesco (relata refero), o anche a qualsiasi altra soluzione che esclude la Francia, e cinella convinzione che essa a pio meno breve scadenza finirebbe coll’aderirvi.

I francesi, da parte loro, non cessano di diffidare di un possibile diretto tête-à-tête tedesco-americano, e Bérard mi ha detto constargli che una missione capeggiata dal Generale Heusinger trovasi già al Pentagono.

Cari saluti dal sempre tuo aff.

Franco

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98. 2 Vedi D. 1, nota 3.

19

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11073/497. Washington, 3 settembre 1954, ore 18,40 (perv. ore 8,10 del 4).

Ho comunicato al Sottosegretario Murphy i punti di vista italiani sugli sviluppi della crisi della CED risultanti dai telegrammi ministeriali 8181/c., 8182/c., 8204/c.2, lasciandogli un promemoria. Murphy mi ha detto di apprezzare l’atteggiamento nostro molto vicino a quello degli Stati Uniti e le nostre considerazioni sul contributo allo svolgimento di una soluzione di interesse comune. Ha aggiunto che la visione americana è ancora fluida per la lontananza di Dulles e per mancanza di una reazione alla volontà tedesca vivamente attesa circa la Conferenza ed i negoziati. Riconosce che la riunione del NATO ha il grave inconveniente dell’assenza della Germania; la riunione ad otto, che Washington non esclude, elimina tale difficoltà ma non ha veste per ammettere la Germania al NATO.

Murphy è d’accordissimo sulla preferenza alla unificazione della difesa occidentale sulle trattative dell’unità tedesca. Ha promesso di tenerci al corrente dei progressi di fissazione del programma americano. Ho colto l’occasione per interessare fortemente il Sottosegretario per una onorevole soluzione per Trieste prima dell’otto ottobre. Mi ha detto che il Dipartimento lavora attivamente in tale senso.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98. 2 Vedi DD. 6 e 7.

20

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI BENVENUTI(1)

Appunto(2). Roma, 3 settembre 1954.

APPUNTO CIRCA IL PASSO COMPIUTO OGGI DALL’AMBASCIATORE DEL CANADÀ (3 settembre 1954)

L’Ambasciatore canadese a nome del suo Governo mi ha pregato di portare a conoscenza del Ministro quanto segue:

1) Il Governo canadese ha avuto conoscenza di varie voci ufficiose o di stampa, secondo le quali sarebbe in corso una iniziativa britannica per una Conferenza di Potenze interessate a risolvere la situazione formatasi a seguito del voto negativo dell’Assemblea Nazionale francese.

Fatte le opportune indagini il Governo canadese tiene anzitutto a precisare che una tale iniziativa britannica non ha ancora preso né corpo né forma e deve considerarsi tuttora come ipotetica.

2) Per quanto concerne il contenuto delle voci che corrono, il Governo canadese tiene a precisare che ritiene in ogni caso preferibile che il problema della difesa occidentale (europea) sia anzitutto discusso in una riunione della NATO: sia a livello Ministri sia a livello Delegati Permanenti.

Se la riunione immediata a livello Ministri appare impossibile, il Canadà propone che si proceda immediatamente ad un esame da parte dei Delegati permanenti alla NATO di tutti gli aspetti della questione: in modo che tale materiale di studio possa fornire una adeguata base per la riunione dei Ministri che dovrebbe subito dopo venire convocata.

3) Il Governo canadese non è favorevole a che il problema, della partecipazione germanica alla difesa occidentale sia risolto nel quadro di otto sole Potenze e tanto meno nel quadro di una Conferenza di tre soli Paesi.

La soluzione deve essere fin dall’inizio studiata nel quadro della NATO che è già stata investita della questione e che si è già pronunciata dal 1950 sino al 1952 (Lisbona) a favore della partecipazione germanica.

4) Se fosse messo davanti alla scelta di accettare una riunione NATO ovvero una riunione degli otto Paesi piil Canadà, – il Governo canadese nonostante la particolare posizione che sarebbe fatta al suo Paese, non accetterebbe volentieri la seconda soluzione, ma darebbe senz’altro la preferenza alla prima.

5) Il Governo canadese invece sarebbe favorevole a che una volta che la NATO fosse stata investita della questione il negoziato con la Germania fosse condotto dalle tre Nazioni occupanti pii Paesi del Benelux, l’Italia e il Canadà.

Tale gruppo ristretto dovrebbe naturalmente presentare i propri rapporti all’Organizzazione della NATO.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98. 2 Sottoscrizione autografa.

21

IL CAPO DELL’UFFICIO I DELLA DIREZIONE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE PLAJA(1)

Appunto(2). Roma, 3 settembre 1954.

Atteggiamento dei vari Paesi in relazione al problema dell’inserimento della Germania nel sistema difensivo occidentale dopo il respingimento francese del Trattato CED.

STATI UNITI

Non sono finora pervenute comunicazioni dirette circa l’atteggiamento americano. Le reazioni del Dipartimento di Stato si riassumono per ora nelle dichiarazioni di Foster Dulles circa la necessità di convocare sollecitamente il Consiglio Atlantico in Sessione straordinaria per l’esame del problema. Secondo previsioni delle agenzie stampe, il Governo americano accetterebbe la proposta britannica della Conferenza ad otto.

GRAN BRETAGNA

Il Foreign Office ha lasciato intendere all’Ambasciatore Brosio(3) che alla convocazione del Consiglio Atlantico preferirebbe anteporre una Conferenza ad otto da tenersi a Londra entro breve termine. Alla riunione sarebbero invitati oltre agli Stati Uniti i Sei Paesi della Comunità Europea.

Secondo quanto comunicato dall’Ambasciatore Brosio il Governo britannico procederebbe immediatamente, insieme agli americani, a sondaggi presso Adenauer e presso il Governo francese per il ripristino della sovranità tedesca partendo dalla base degli accordi contrattuali di Bonn.

La Conferenza ad otto dovrebbe successivamente studiare le modalità di un riarmo tedesco «nel quadro dell’intesa dei Sei Paesi pil’Inghilterra». Al riguardo si accennerebbe all’eventualità che la Germania e le altre potenze assumono l’impegno di limitare le proprie forze, gli armamenti e relative industrie. Il Foreign Office prevede comunque la necessità di qualche limitazione al riarmo tedesco per ottenere l’assenso francese all’ammissione della Germania nel NATO.

Il Consiglio Atlantico successivamente dovrebbe sanzionare tale ammissione.

Secondo l’ultima comunicazione dell’Ambasciatore in Londra (in data 2 settembre)4, Kirkpatrick ha lasciato intravedere la possibilità che la conferenza non sia a Otto ma bensì a dieci e comprenda cioè oltre ai paesi CED gli Stati aventi truppe in Germania cioè Canadà e Danimarca. Il Canadà avrebbe chiesto di parteciparvi mentre la Danimarca non si è mossa. L’Agenda della Conferenza dovrebbe essere assai ampia e definire il modo e i limiti della restituzione della sovranità, lo statuto delle truppe non pioccupanti, per essere successivamente ai problemi del riarmo e «limitazioni connesse alle analoghe obbligazioni degli altri Paesi europei in vista dell’inclusione finale della Germania nel NATO».

La Gran Bretagna sarebbe disposta a partecipare all’accordo europeo e ad assumere al riguardo obbligazioni verso l’Europa pistrette di quelle americane e da esse indipendenti. Londra teme perche la Francia voglia un impegno inglese a non ritirare le truppe mentre essa non sarebbe disposta ad assumere impegni corrispondenti.

Kirkpatrick oltre a manifestare all’Ambasciatore Brosio il suo scetticismo verso il Governo e Parlamento francese, ha manifestato l’avviso sull’assoluta necessità di predisporre fin d’ora possibili alternative per l’eventualità che la Francia respinga un «progetto ragionevole»; ha concluso esprimendo l’opinione che bisognerebbe in tal caso essere in condizioni di procedere anche senza la Francia.

GERMANIA

La reazione tedesca è contenuta in cinque punti concordati dal Governo di Bonn in armonia con i Capi Gruppo parlamentari dei partiti governativi:

1) Proseguimento della politica di unione europea con tutti i popoli pronti ad accettarla ed in ogni settore possibile. Consultazioni per ulteriori trattative nel campo dell’integrazione militare con i Paesi che hanno già ratificato la CED o stanno per ratificarla;

2) Restaurazione della sovranità;

3) Partecipazione alla difesa occidentale senza discriminazioni;

4) Stipulazione di speciali accordi per lo stazionamento di truppe straniere sul territorio occidentale tedesco;

5) Urgenti trattative con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.

L’Ambasciatore Babuscio Rizzo ha comunicato che non è ancora stato definito l’atteggiamento nei confronti della contemporaneità o meno del ripristino della sovranità e del riarmo(5). La tendenza sarebbe di richiedere il diritto al riarmo senza discriminazioni congiuntamente alla sovranità.

Dai contatti con gli ambienti alleati risulta che inglesi e americani sarebbero orientati verso l’applicazione integrale degli accordi di Bonn stralciandovi le clausole CED.

La proposta di Conferenza ad otto trova pieno favore a Bonn.

L’Ambasciatore Babuscio ha inoltre segnalato di aver osservato che mentre all’Alto

Commissariato inglese si tenderebbe all’ammissione della Germania al NATO, all’Alto Commissariato americano non si sarebbe completamente rinunziato ad utilizzare in qualche modo la CED, non si scarterebbe infatti neppure l’idea di una CED a cinque.

FRANCIA

Il Sottosegretario Guérin De Beaumont ha confermato all’Ambasciatore Quaroni l’intenzione del Governo di mantenersi fermo alla politica atlantica e alla collaborazione europea(6). Ritiene che il Governo francese accetterà l’invito alla Conferenza ad otto. Data la caduta della CED non resta altra alternativa che l’ingresso nel NATO. Occorre perrivedere alcune assicurazioni ed esaminare se non sia preferibile fare entrare la Germania «prima in un’organizzazione europea di altra forma e poi questa nel NATO».

BELGIO

Spaak ha espresso all’Ambasciatore Grazzi(7) la preoccupazione che Mendès-France giuocando la carta inglese tenti di opporre la Gran Bretagna agli altri alleati; si preoccupa che il problema tedesco possa discutersi al di fuori del Benelux e dell’Italia; propone che il Benelux e l’Italia continuino a mantenere vivo il problema dell’integrazione politica ed economica dell’Europa e riesaminino collettivamente la nuova situazione; ritiene urgente il riarmo tedesco; intenderebbe chiedere la convocazione del Consiglio Atlantico e proporre un termine (tre mesi) entro cui la Francia dovrebbe scegliere fra una formulazione addolcita della CED ed il riarmo tedesco controllato con l’immediata ammissione tedesca nel NATO; esclude la possibilità di una CED senza qualche elemento di sovranazionalità (e quindi la possibilità di una adesione inglese); esclude un’alleanza continentale con la partecipazione inglese e non vede la necessità di fare distinzioni in seno all’Alleanza Atlantica.

L’Ambasciatore Grazzi commentando le parole di Spaak consiglia di non scartare l’ipotesi dell’alleanza continentale, purché ci si possa assicurare la partecipazione inglese; egli esprime inoltre la preoccupazione che la soluzione che verrà data al riarmo tedesco possa risolversi in un siluramento definitivo dell’idea europeista.

OLANDA

Il Governo olandese ci ha fatto comunicare dall’Ambasciatore in Roma che il problema della restituzione della sovranità è compito dei Governi francese-inglese e americano(8). Dato il sistema degli accordi di Bonn e della CED, è d’avviso che i firmatari della CED debbano essere tenuti al corrente delle discussioni tra i tre e non di essere semplicemente informati delle decisioni raggiunte.

Il riarmo tedesco dovrebbe essere ridiscusso con tutti i Paesi firmatari della CED. Cipotrebbe avvenire in seno ad una Conferenza ad otto.

A parte le questioni procedurali il Governo olandese è sostanzialmente favorevole al ripristino della sovranità e del riarmo tedesco.

CANADA

Il Ministro degli Esteri ha dichiarato all’Ambasciatore Baldoni che il Governo canadese, che mantiene truppe ed aerei in Germania, è contrario all’iniziativa inglese di una conferenza ad otto ed è invece favorevole ad una riunione del Consiglio Atlantico ai primi di ottobre. Il Consiglio potrebbe successivamente delegare le tre Potenze occupanti a negoziare con la Germania il riarmo ed il collegamento con il NATO.

CONSIGLIO DEI RAPPRESENTANTI PERMANENTI DEL NATO

Nella riunione tenuta a Parigi il lo settembre i Rappresentanti Permanenti si sono unanimemente espressi a favore dell’iniziativa americana di convocare il Consiglio Atlantico in Sessione speciale.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98.

2 Trasmesso con Telespr. segreto 21/2248 del 4 settembre alle Ambasciate ad Ankara, Atene, Bruxelles, Bonn, L’Aja, Londra, Ottawa, Parigi, Washington, alle Legazioni a Copenaghen, Lisbona, Lussemburgo, Oslo, alle Rappresentanze presso il Consiglio Atlantico e presso la CED a Parigi e per conoscenza alla Direzione Generale degli Affari Politici.

3 Vedi D. 9.

4 Vedi D. 12.

5 Vedi D. 1, nota 3.

6 Vedi D. 10.

7 Vedi D. 2.

8 Vedi D. 4.

22

L’AMBASCIATORE A BONN, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. urgente 023. Bonn, 3 settembre 1954.

Oggetto: Reazioni di Bonn all’iniziativa britannica.

Non credo che si possa affermare che l’iniziativa britannica, accolta qui con molto favore, abbia per ora fatto sorgere molte speranze per una rapida soluzione del problema del riarmo tedesco. L’impressione diffusasi stamattina è che la progettata Conferenza di Londra sia non imminente e forse addirittura ipotetica. Questo Vice Alto Commissario inglese mi ha detto oggi che, per evitare una nuova Bruxelles, è necessario far precedere l’eventuale Conferenza da un accurato lavoro di preparazione. Evidentemente è questo il risultato dei primi contatti avuti in questi due giorni da inglesi e americani a Bonn e a Parigi dove le difficoltà da superaresono apparse gravi. È opinione generale ad ogni modo che l’iniziativa britannica comunque essa possa svilupparsi, abbia già reso un notevole servizio col riempire senza perdita di tempo il vuoto creato dal voto negativo dell’Assemblea Nazionale francese, vuoto considerato pericoloso per le opinioni pubbliche dei Paesi europei e in ispecie per quella tedesca.

Le divergenze franco-tedesche, almeno a giudicare da Bonn, sembrano acuite da stati d’animo personali, cui non sembrano essere estranei né Mendès-France né Adenauer. Potrebbe essere questo un motivo di piper gli inglesi di non affrettare i tempi. Cimi è apparso pure confermato dal fatto che gli inglesi sembrano sconsigliare Parigi dal prendere subito iniziative dirette verso i tedeschi, come pare Mendès-France avesse l’intenzione, ritenendo probabile una accoglienza negativa perfino secca da parte di questi ultimi.

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954.

23

L’AMBASCIATORE A L’AJA, BENZONI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11125/84. L’Aja, 4 settembre 1954, ore 20,25 (perv. ore 24).

Telegramma di V.E. 8181/c.2.

Questo Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri col quale ho conferito, in assenza del Ministro, mi ha detto che il punto di vista del suo Governo è perfettamente d’accordo con il nostro circa l’esclusione dell’ipotesi CED a cinque nonché l’associazione della Germania al Patto Atlantico a mezzo piccola NATO anche perché secondo l’opinione dell’Olanda la Germania stessa non l’accetterebbe.

Questo Governo concorda pertanto sulla possibilità d’inclusione senza discriminazioni della Germania nella NATO nonché sulle modalità da esplorarsi via diplomatica fra gli otto Paesi nel senso esposto dal telegramma ministeriale.

Studi al riguardo sono già stati iniziati. Per quanto concerne il punto tre il Segretario Generale per quanto abbia trovato la cosa interessante non è in grado di rispondere prima di conoscere il testo della nota occidentale all’URSS cui portata potrebbe rendere l’iniziativa non attuale.

Mi ha aggiunto che sembra che il Governo britannico contemplerebbe di estendere invito della Conferenza al Canadà ed alla Danimarca in qualità di Paesi aventi truppe in Germania. L’Olanda in linea di principio è contraria in quanto la progettata conferenza deve essere intesa come avente formale punto partenza CED ed associazione a questa Stati Uniti e Gran Bretagna.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98. 2 Vedi D. 6.

24

IL DIRETTORE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, MAGISTRATI, AD AMBASCIATE E LEGAZIONI(1)

Telespr. segreto 21/22532. Roma, 4 settembre 1954.

Oggetto: Sviluppi successivi alla Conferenza di Bruxelles. Orientamento italiano.

Per riservata conoscenza della E.V. (S.V. Ill/ma) si comunicano alcuni elementi informativi sull’orientamento italiano nei riguardi dei problemi posti dall’andamento della Conferenza di Bruxelles e dalla decisione del Parlamento francese di respingere gli accordi CED. Tale orientamento, nell’attuale fase della situazione, dovrà precisarsi in base agli ulteriori sviluppi ed ai contatti in corso.

Abbiamo accolto con favore le prime notizie ufficiose, secondo cui il Governo britannico sarebbe orientato verso la convocazione a Londra di una Conferenza preliminare. Tale Conferenza dovrebbe, secondo noi, essere preceduta da un adeguato scambio di idee per via diplomatica sulla sostanza del problema e sulle possibilità di soluzione.

Per quanto riguarda la eventuale convocazione anticipata del Consiglio Atlantico a livello Ministri, ventilata ufficiosamente da parte degli Stati Uniti e dal Canadà, pur non avendo evidentemente obiezioni in linea di principio, pensiamo che le decisioni in proposito debbano essere raggiunte in base agli elementi di giudizio che emergeranno nelle prossime settimane particolarmente a seguito degli sviluppi dell’iniziativa britannica per la Conferenza di cui sopra. Circa la sostanza del problema il nostro punto di vista va precisandosi come segue:

1) come aveva già avuto occasione di far conoscere nelle more della ratifica CED, il Governo italiano è favorevole alla restituzione della sovranità alla Germania. Specie nella fase attuale tale decisione dovrebbe essere presa direttamente dalle tre potenze occupanti.

2) Per ciche riguarda la questione del riarmo che dovrebbe formare oggetto principale della Conferenza, una volta messa da parte la formula che noi riteniamo essere pisoddisfacente (CED) – sono concepibili, come accennato da piparti a Bruxelles e dallo stesso Mendès-France, altre possibilità.

Tra queste riteniamo che nella situazione attuale debba essere esclusa l’ipotesi di una CED a cinque: ciperché il Governo italiano considera che un organismo tendente alla difesa dell’Europa Occidentale sia altrettanto inconcepibile senza la Francia quanto senza la Germania.

Quanto all’associazione indiretta della Germania al NATO mediante una alleanza ristretta, collegata con quella e costituita dai sei paesi CED con o senza l’Inghilterra, è una soluzione che ci sembra porre molti interrogativi e che tutto sommato appare presentare piaspetti negativi che non positivi.

Al Governo italiano appare quindi, a prima vista, piconveniente esplorare ed approfondire la possibilità che la Germania venga inserita nel NATO a parità di condizioni ma con delle modalità accettabili anche da parte francese. Sia per la parte relativa agli armamenti che per la parte relativa agli effettivi, a nostro avviso, non dovrebbe essere impossibile trovare formule adeguate, facendo eventualmente ricorso ai risultati degli studi già compiuti per il Trattato CED.

3) Inoltre ci domandiamo se non sia opportuno che il Governo britannico, nel farsi promotore della Conferenza, si faccia dare conferma da tutti i partecipanti di non compiere tentativi di avviare il dialogo fra est e ovest, anche dopo la restituzione della sovranità alla Germania e fino a quando, sul problema della partecipazione tedesca alla difesa dell’Occidente, non si sia raggiunto un accordo. Simili tentativi potrebbero infatti, evidentemente, avere gravi conseguenze sulla coesione del mondo libero in un momento di debolezza e di apparente disorientamento.

Si fa riserva di comunicare a codesta Rappresentanza, per suo orientamento, ulteriori elementi non appena possibile.

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954.

2 Indirizzato alle Ambasciate ad Ankara, Atene, Mosca, Ottawa, alle Legazioni a Copenaghen, Lisbona, Oslo e per conoscenza alla Direzione Generale degli Affari Politici. Sottoscrizione autografa.

25

L’AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

R. riservato 12662. Parigi, 4 settembre 1954.

Signor Ministro,

non vorrei che persistessero ancora da noi degli equivoci o delle illusioni sul significato del voto CED alla Camera francese: la CED è stata respinta, perché non c’era maggioranza. Del resto, il numero di voti che ha avuto la CED, 264, corrisponde, quasi esattamente, alle previsioni di tutte le persone che ci hanno dato, sul Parlamento francese, delle informazioni esatte. L’azione di Guy Mollet è fallita, perché i deputati socialisti contrari, nella loro quasi totalità, si sono infischiati dei fulmini della direzione del Partito: e non si è riusciti a trovare altrove quei 40 o 50 voti che sarebbero stati necessari per farla passare ad una debole maggioranza. Non è un fatto nuovo, nemmeno: se tutti i Governi, favorevoli alla CED, che si sono succeduti in Francia fino a poco tempo addietro, non hanno mai osato sottoporla alla ratifica del Parlamento, ciè stato soltanto perché, nonostante tutto quello che hanno detto a noi, ed agli americani, essi sapevano benissimo che questa maggioranza non c’era. E anche all’ultima seduta, malgrado l’errore tattico commesso dai partigiani della CED (sopratutto Pleven), se ci fosse stata una maggioranza, anche lieve, favorevole, il risultato del voto sarebbe stato differente. Non concentriamo quindi su Mendès-France la responsabilità del fallimento: Mendès-France non ha fatto niente per salvare la CED, questo è il minimo che si possa dire di lui: ma non è perché Mendès-France era Presidente del Consiglio che la CED non ha trovato una maggioranza: è perché non c’era maggioranza per la CED che Mendès-France è diventato Presidente del Consiglio. Si potrebbe forse anche aggiungere che è perché questa maggioranza non c’era, che Mendès-France, una volta diventato Presidente, non ha cambiato di opinione.

Non c’era quindi da farsi illusioni: la CED, quella che è stata firmata due anni addietro, è sepolta: e con essa, temo, è sepolta l’idea dell’Europa realizzata attraverso le agenzie supranazionali specializzate. Si potrà forse tentare qualche cosa d’altro (e su questo mi riservo di riferire a V.E. con un prossimo rapporto); questa CED non la si pufar risuscitare pi Mendès-France un giorno cadrà anche lui: è anche possibile che gli succeda un Presidente del Consiglio favorevole alla CED: ma nemmeno lui riuscirà a farla passare al Parlamento. Forse solo delle nuove elezioni potrebbero portare alla Camera una maggioranza favorevole: ma anche questo non è sicuro e certo non è per domani.

Si tratta adesso di vedere che cosa si pufare, per limitare e circoscrivere i danni, se ed in quanto ciè ancora possibile.

Mendès-France ha dichiarato a Bruxelles e a Parigi – piin via diplomatica che in pubblico – che riconosce la necessità del riarmo della Germania, e del miglioramento dei rapporti franco-tedeschi e pidi una volta, in tutti gli ambienti, la sua fedeltà alla politica atlantica.

Su come si deve intendere la sua fedeltà alla politica atlantica, come del resto su tutta la sua politica estera, Mendès-France continua ad essere sibillino. Chi non è stato sibillino, è invece Jules Moch.

La politica atlantica è stata ed è necessaria, perché senza la protezione americana noi saremmo senza difesa di fronte agli attacchi della Russia: ma il suo scopo deve essere quello di negoziare colla Russia il disarmo generale contemporaneo e controllato. Riarmando la Germania, si toglie di mezzo ogni possibilità di successo per questo negoziato. Abbiamo fatto delle pessime esperienze colla Russia, è vero: ma in questi ultimi tempi abbiamo avuti alcuni segni che ci possono far sperare in un cambiamento di animus. Prima di prendere degli impegni irrevocabili, proviamo: se i fatti ci mostreranno che ci siamo sbagliati, ci rassegneremo anche noi al riarmo intensivo e quindi anche al riarmo della Germania. Questo è in riassunto il pensiero di Jules Moch, quale egli lo ha esposto alla Camera francese. Debbo aggiungere che, quasi parola per parola, le stesse cose me le ha dette Vincent Auriol, qualche settimana addietro.

Quello che è accaduto per la CED dovrebbe almeno portarci a fare piattenzione a quello che dice il Parlamento francese che a quello che dice il Governo: noi italiani, con questa, è la terza esperienza grossa che facciamo di questa verità e dovrebbe servire. Ora quello che ha detto Jules Moch è, grosso modo, l’opinione di quelli che hanno votato contro la CED.

In altre parole, quelli che hanno votato per la CED sono tutte persone conscie o rassegnate all’idea che con i russi non c’è niente da fare: e che quindi conviene, prima, mettersi in condizioni di forza e poi, dopo, forse, si potrà trattare. Quelli che hanno votato contro la CED sono tutti gente che ritiene invece che si debba, prima, provare a trattare colla Russia, e fare di tutto per riuscirci.

Naturalmente non si tratta di una maggioranza omogenea: ci sono, oltre naturalmente i comunisti, alcuni fra questi i quali sono disposti ad accettare per buone tutte le proposte o promesse dei russi: ce ne sono invece di quelli che si ricordano ancora delle esperienze passate e mettono quindi dei limiti alla loro credulità. Per esempio, sempre per restare nel campo Moch-Auriol, per tutti e due i limiti sono decisamente: elezioni veramente libere in Germania occidentale, ed accettazione di un disarmo controllato. Ora persono appunto questi convincibili, che mi permetterei di stimare ad un centinaio di deputati, quelli che mancano ad una maggioranza atlantica nel senso in cui noi intendiamo questo vocabolo. Nel 1950, quando si è cominciato a parlare di CED, tutti questi erano convinti che con la Russia non c’era niente da fare: adesso molti la pensano diversamente.

Quindi, quando si tratta di interpretare il valore delle affermazioni concernenti la politica atlantica e di [sic] riarmo tedesco, bisogna non dimenticare che il Governo francese, quando dovrà passare dalle parole agli atti, dovrà tener conto di quella che è la situazione parlamentare. E, se Mendès-France vuole restare al potere, deve tener conto di questi umori del Parlamento: e se non ne tiene conto, cadrà, ma sarà sostituito da una persona che sarà ancora peggio di lui, in questo senso.

È probabile che Mendès-France, personalmente, sia anche lui per il dialogo: ma è inutile perdere del tempo ad interpretare le sue parole: abbiamo i fatti: e questi fatti sono la situazione al Parlamento francese: e prego V.E. di credermi, il voto non è stato truccato: esso rappresenta veramente l’opinione dei singoli e dei gruppi.

La Francia è devastata da un’ondata di neutralismo intellettuale, che accomuna sullo stesso piano gli intellettuali di sinistra ed i grandi interessi. I francesi sentono che una guerra fra Russia e America è possibile, che qualche mese fa essa è stata terribilmente vicina e che puesserlo di nuovo.

I francesi sono convinti che la Francia non pu fare la guerra: non la pufare, perché i francesi non hanno nessuna, ma proprio nessuna voglia di battersi, ma solo quella di godersi la vita e di essere lasciati in pace: perché sono convinti che la loro fabbrica economica, politica e sociale è talmente fragile che non reggerebbe al minimo urto. I neutralisti di sinistra (parlo dei non comunisti), che sono poi anche i neonazionalisti, vogliono la pace ad ogni costo, perché la considerano il solo mezzo di poter procedere a quelle riforme interne profonde di struttura che sole permetterebbero alla Francia di essere di nuovo una grande potenza: sono tutti ipnotizzati dall’esperienza laburista nel Nord Europa, e sono convinti che per la Francia non c’è salvezza se non si passa per la stessa strada. I neutralisti di destra vogliono la pace ad ogni costo perché la considerano come il solo mezzo per ottenere che i comunisti interni li lascino godere, almeno fino alla loro morte, i loro agi: e credono anche sia questo il solo mezzo di evitare l’esperienza laburista.

Forse è soltanto una crisi: la Francia è un paese complesso, turbato, travagliato da reazioni profonde ed oscure: è possibile una ripresa in senso contrario. Come è stato il voler forzare la Francia verso una politica europea che essa non sentiva, che ci ha condotti alla situazione attuale, così è possibile che gli eccessi della tendenza attuale portino ad una reazione in senso contrario: tanto pipossibile che la predominanza ebraica nei fautori di questa dottrina puanche portare a delle reazioni di altro genere: il fondo antisemita qui è ancora molto forte, specie nel popolo. Ma questo non è certo per un domani immediato. Oggi, e almeno per i prossimi mesi, dobbiamo tener conto della Francia politica quale essa è: e finché questa dura, non possiamo e non dobbiamo credere ad un Governo francese che ci venga a parlare di fedeltà atlantica e di riarmo della Germania, se non colle riserve di cui sopra.

Mi permetto di ripetere, non è esatto che contro la CED la Francia è stata guidata dalla paura della Germania: la Francia è stata guidata dalla paura della guerra. I francesi sono convinti che in America c’è una forte tendenza, ancora, verso la guerra preventiva – il che fra parentesi è innegabile – : sono convinti che i tedeschi, sopra ogni altra cosa, vorranno l’unificazione della Germania: e che i tedeschi, se si persuadono che questa unificazione della Germania è impossibile con mezzi pacifici, cercheranno anch’essi la guerra: ed hanno paura della collusione fra la guerra preventiva americana e la guerra unificatrice tedesca.

In altre parole, i francesi non hanno realmente paura che i tedeschi vogliano fare adesso la guerra alla Francia; hanno paura che i tedeschi trascinino la Francia in una guerra contro la Russia.

Questa preoccupazione c’è sempre stata, qui in Francia, e l’ho segnalata a V.E. da parecchi anni: essa è diventata piforte come conseguenza della politica di Dulles e della ripresa tedesca. Ed è sopratutto questa preoccupazione che ha battuto la CED: l’argomento vero contro la CED, è stato che essa non lega sufficientemente la Germania per impedirle di fare la guerra alla Russia: e non lascia la Francia sufficientemente libera di non seguire la Germania in una sua eventuale guerra di rivendicazione.

Quindi, la Francia intende, sì, essere fedele al Patto Atlantico, in quanto il Patto Atlantico obbliga l’America a venire in aiuto alla Francia se essa sarà attaccata, ma intende che il funzionamento del Patto Atlantico sia tale da impedire agli Stati Uniti di fare una guerra preventiva e comunque di obbligare la Francia a seguirli (mi domando se, in realtà, l’atteggiamento inglese sia molto distante da quello francese). E, per quello che concerne il riarmo tedesco, essa è disposta a sopportarlo a condizione che esso sia mantenuto in limiti tali da non permettere ai tedeschi di pensare ad avventure nei riguardi della Russia: e da non permettere agli americani di far realmente conto sull’esercito tedesco per una guerra preventiva.

Questi i limiti da cui, oggi, un Presidente del Consiglio francese non puuscire se non vuole essere smentito dal Parlamento.

La Francia quindi andrà alle prossime conferenze, se ce ne saranno: riaffermando la sua fedeltà Atlantica, e riconoscendo, in principio, la necessità del riarmo della Germania, in realtà ci metterà tutti i se ed i ma: e l’intenzione vera sarà una sola: negoziare con la Russia.

Fra le righe di tutte le dichiarazioni fatte in Parlamento e fuori dagli avversari della CED, c’è l’invito alla Russia di venir fuori con delle proposte costruttive. Se la Russia ripeterà il suo invito a discutere della Germania, non sarà certo Mendès-France che si rifiuterà al colloquio.

Noi non possiamo far niente, per impedirlo: è anche molto dubbio, se la Conferenza sulla Germania sarà indetta dalla Russia, se noi saremo invitati a prendervi parte.

Non so se, e fino a quale punto, l’articolo di Schuman sul «Figaro», e le informazioni erronee sulla situazione al Parlamento francese, abbiano veramente influito sull’atteggiamento dei Cinque a Bruxelles. Del resto, non è questo l’ultimo atto che ha importanza: gli europeisti francesi, consci di non essere capaci – loro – di imporre la loro volontà al Parlamento francese, hanno cercato di portarci tutti, gli americani in primo luogo, a forzare la mano al Parlamento francese: la prova è stata fatta, il risultato è stato negativo, non ci cadiamo ancora. Da noi l’argomento, «l’hanno fatto tutti, non possiamo restare fuori e restare isolati» è un argomento che, in molti casi, taglia la testa al toro: in Francia non è la stessa cosa. Non ci dimentichiamo poi che la popolarità e la forza di Mendès-France, che sono indiscutibili – si guardi la maggioranza che ha avuto per il rinvio del dibattito sulla politica estera: nemmeno i partigiani della CED hanno avuto il coraggio di votargli contro tutti, – sono dovute a due cause: è l’uomo che ha avuto il coraggio di liquidare il conflitto in Indocina; è l’uomo che ha il coraggio di dire no all’America, ed ai suoi satelliti europei.

È proprio quindi in queste circostanze e contro questo stato d’animo, che vorremmo esercitare la pressione dal di fuori? Mendès-France non lo si farà cadere sulla politica estera: bisogna aver pazienza ed aspettare che all’interno, la sua politica economica e la sua politica nord africana dividano la sua maggioranza di oggi. Ma più lo si attacca e lo si critica dal di fuori, più lo si rende forte.

Mendès-France cadrà certamente, come deve cadere qualsiasi Presidente del Consiglio francese, ma perché cada, bisogna che egli esca dall’equivoco in politica interna: è cioè sulla sua politica finanziaria e sulla sua politica nord africana che la sua attuale maggioranza si dislocherà, perché verrà un momento in cui o dovrà abbandonare la sinistra o la destra non potrà piseguirlo, e non potrà nemmeno piseguirlo quella finta sinistra che è il Partito Radicale: dovrà quindi, pio meno, seguire le sorti del Fronte Popolare di Léon Blum di buona memoria. Non è sul piano della politica estera che lo si potrà far cadere, per lo meno prendendolo di punta: si puottenere qualche cosa, forse soltanto rendendogli difficile di continuare il suo ermetismo.

La chiave l’ha nelle mani l’Inghilterra: non per nulla è lei che ha presa l’iniziativa di riunire la conferenza post rifiuto della CED. L’Inghilterra è il grande atout nelle mani di Mendès-France, che è il Presidente del Consiglio francese che piè stato accarezzato dagli inglesi da quando mi trovo in Francia: e indiscutibilmente la visita di Mendès-France a Churchill, dopo Bruxelles, è stata una manovra abile e per lui utilissima: e siamo proprio sicuri che a Londra si sia veramente così dispiaciuti dello scacco della CED? Lo so che le dichiarazioni di Londra sono impeccabili, ma sono sincere?

Comunque Mendès-France, a mia impressione naturalmente, farà delle nuove proposte – o le farà Churchill – che saranno presentate come una «solution de rechange», una delle tante che sono state proposte qui dagli antifederalisti, la proposta Lapie, o la proposta Billotte, o magari quella Weygand. Ma egli aspetta che Mosca si faccia viva: sicuro come è, che Mosca si farà viva, nel frattempo pupromettere tutto quello che si vuole, sul Patto Atlantico ed anche sul riarmo tedesco.

Ma quando Mosca si farà viva? Il limite di quello che farà o potrà fare la Francia e Mendès-France è il limite che metteranno gli inglesi: oggi il broncio di Washington non impressiona qui nessuno: forse rinforza Mendès-France: il fronte unico degli altri cinque, liquidato facilmente sotto il nome di fronte dei satelliti di Washington. L’isolamento della Francia, quello che pufare impressione e dislocare, in parte, la sua maggioranza, lo si avrà soltanto quando anche l’Inghilterra si sia schierata contro la politica francese. Ma quello che vuole realmente l’Inghilterra non è perfacile ad indovinare.

Per me c’è un punto fermo, e da un pezzo, nella politica inglese: gli inglesi vogliono la riforma del Patto Atlantico nel senso di togliere all’America il diritto che essa ha attualmente di fatto, di dichiarare la guerra a nome dell’Alleanza Atlantica, e di fare, sempre a nome dell’Alleanza Atlantica, una politica estera che possa condurre alla guerra: adesso sono in due a volere la stessa cosa: anche i francesi. Non mi meraviglierei affatto del resto che gli inglesi siano soddisfatti che Mendès-France sia venuto al potere – e forse anche del rigetto della CED – per avere, in Europa, qualcuno che vada pilontano di loro, e poter assumere così una posizione intermedia fra gli americani ed i francesi.

Ma come possono gli inglesi perdire di no al dialogo colla Russia? Dopo tutto è discutibile se, in Francia, saremmo oggi dove siamo, in materia di neutralismo, se Churchill non avesse parlato per primo di dialogo, e se Attlee & Co non fossero andati a spasso fra Mosca e Pechino. La nota che sta per essere inviata, a nome dei Tre, in risposta alla Russia, è in fondo un invito alla Russia a venir fuori con delle proposte: non difende pila CED – e questo è soltanto logico – e riafferma tre punti: trattato con l’Austria, elezioni libere in Germania Occidentale, e disarmo controllato.

Se questi punti fermi fossero mantenuti seriamente, non c’è un grande pericolo nel dialogo: perché i russi non possono accettare delle elezioni veramente libere in Germania Orientale e non possono accettare il controllo straniero, a casa loro, del disarmo: il pericolo è nel considerare come accettabili delle formule equivoche, alla russa, e quindi perdere ancora degli anni di tempo, come dopo il 1945, per convincersi della malafede fondamentale dei russi. Per quello che concerne la Francia, dati gli umori della maggioranza parlamentare, certo prima che i primi anticedisti comincino a rendersi conto che con i russi non c’è realmente niente da fare, del tempo ce ne vorrà molto: se gli inglesi sono nello stesso ordine di idee, allora la situazione è assai grave, perché non saremo certo noi che potremo impedire che si vada per questa strada: la speranza è solo che gli inglesi abbiano la testa sulle spalle e vogliano evitare la rottura con gli americani e quindi che ad un certo punto, dopo aver tirata la corda americana al massimo possibile, si decidano a dire: adesso basta perché è su questo «adesso basta» e solamente su questo che si fermeranno anche i francesi.

Al momento attuale il punto di vista esposto nel telegramma circolare di V.E. n. 8181/c.3, nel suo complesso non mi sembra distaccarsi molto da quello che, apparentemente, dicono tutti oggi, anche la Francia. Francamente considero molto dubbio il punto 3, almeno nella forma drastica e chiara in cui lo concepiamo noi: perché non penso che gli inglesi siano così decisi a mettere delle remore al colloquio: mi auguro naturalmente di sbagliarmi. È pifacile, credo, chiedere agli inglesi di fermarsi ad un certo momento del colloquio che accumulare le condizioni preventive.

I punti difficili sono, come trovare, nell’armamentario della NATO, delle condizioni di controllo delle forze tedesche, e quindi di limitazione, anche temporanee, che siano accettabili dai tedeschi ed accettabili dai francesi: perché allora dovremo tener conto, temo, anche del neo-nazionalismo tedesco e del neo-nazionalismo di Adenauer.

L’altra difficoltà, del resto a questa connessa, è che, se il Governo francese accetta l’ingresso della Germania nella NATO, puro e semplice, dubito molto che questa sua decisione abbia l’approvazione del Parlamento francese: e se il Governo francese propone una specie di sostituto all’attuale CED, nemmeno per questo troverà maggioranza al Parlamento, perché molti dei fautori della CED, per dispetto, voteranno contro.

E si rischia di ripetere lo stesso giuoco che a Bruxelles: ossia i francesi presenteranno dei progetti, dicendoci che questi sono forse accettabili al Parlamento: gli altri li considereranno inaccettabili e domanderanno delle modifiche, e poi si finirà per rendere queste modifiche responsabili del fallimento al Parlamento francese, facilitando così, in quanto c’è, l’equivoco attuale. Quindi, nella ricerca e nella discussione della formula sarebbe, secondo me, bene lasciar fare gli inglesi ed appoggiare gli inglesi, perché, lo ripeto, l’avallo inglese è l’unico che abbia un certo peso al Parlamento francese.

Noi non sappiamo, in realtà, alla vigilia di questa Conferenza quale è il vero pensiero degli inglesi, e nemmeno quale è il piano d’azione degli americani. È una svolta estremamente pericolosa di tutta la situazione politica, perché rischiamo alla fine di questo ciclo di trovarci non solo senza CED ma senza nemmeno il Patto Atlantico. Se si arriverà a questo, a noi non resta evidentemente altra alternativa che rinserrare ancor di pii nostri legami coll’America, anche se essi diventeranno, invece che bilaterali, plurilaterali. Ma per fare questo, se l’Europa scivola verso il dialogo, e verso l’appianamento, ci vorrà tutta un’azione di politica interna a cui il Governo deve prepararsi.

In una situazione come questa in cui non sappiamo cosa puavvenire domani, come evolverà la situazione, quando ignoriamo quale è il pensiero dei principali protagonisti (e lo ignoriamo perché probabilmente anche loro stanno brancolando nel vago), mi permetterei di raccomandare al Governo italiano di stare molto tranquillo e prudente. Capisco che potrebbe essere molto attraente di prendere delle iniziative: ma se poi queste iniziative cadono nel vuoto, o peggio? Stiamo tranquilli, stiamo a vedere come si mettono le cose, non cerchiamo di tirar fuori le castagne dal fuoco per paesi, partiti o persone che non ce ne saranno grati o che poco possono fare per mostrarci la loro gratitudine. Cerchiamo di lasciar venire le cose, e non ci dimentichiamo che la situazione è in mano agli inglesi.

E intanto prepariamoci all’interno, anche al peggio.

La prego di gradire, Signor Ministro, gli atti del mio devoto ossequio.

P. Quaroni

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954.

2 Il documento reca il timbro: «Inviato in copia al Presidente della Repubblica; inviato in copia ai Sottosegretari»

3 Vedi D. 6.

26

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI,

AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

R. segreto 13095. Washington, 4 settembre 1954.

Oggetto: Alternative CED.

Riferimento: Mio telegramma del 3 corrente. Mio rapporto n. 12893 del 2 corrente(2).

Signor Ministro,

la conversazione che ho avuto il 3 corrente con il sottosegretario Murphy ed i contatti mantenuti in questi ultimi giorni con gli Uffici del Dipartimento confermano che, pur restando nel quadro d’insieme illustrato col mio rapporto del 2 corrente, il Governo americano non è giunto ancora ad una specifica decisione sulle vie da seguire per trovare una soluzione ai problemi aperti dal fallimento della CED.

La situazione si va tuttavia lentamente chiarendo, almeno nel senso che si va operando una selezione delle possibili soluzioni e dei metodi da usare, sicché i problemi da affrontare vanno assumendo piprecisi contorni.

Il nostro passo ha dato un notevole contributo a questo processo di chiarificazione e di cici è stato dato atto al Dipartimento.

Da parte americana si è inoltre constatato che esiste in via di massima concordanza di idee tra i due Governi, sia sui tre punti specifici da noi sollevati sia sull’impostazione politica generale che essi suppongono.

Il progressivo chiarimento della situazione dipende anche dalle consultazioni in corso tra Londra e Washington nonché fra questi due Governi e quello di Bonn.

La molteplicità di iniziative o di manifestazioni verificatasi subito dopo il voto del Parlamento francese aveva determinato una notevole confusione ed aveva creato una certa incomprensione reciproca. La prima notizia di una proposta britannica per una conferenza a otto aveva percilasciato alquanto perplesso il Dipartimento che aveva proprio allora lanciato l’idea di una sessione straordinaria del Consiglio Atlantico. Inoltre le prime prese di posizione da parte tedesca avevano creato qui un senso di disappunto e di preoccupazione.

Si riconosce ora al Dipartimento l’utilità di una Conferenza a Otto come mezzo per agganciare contemporaneamente tedeschi e francesi. Da parte americana mancano tuttavia finora orientamenti precisi (oltre tutto fino a ieri non era pervenuto alcun invito ufficiale da parte britannica) e non si sono ancora fissate le idee sulla distribuzione nel tempo delle varie riunioni previste. Fra l’altro, secondo informazioni stampa, vi sarebbe da qualche parte l’intenzione di rinviare la sessione NATO ad un secondo tempo, dato che vari Ministri degli Esteri avranno occasione d’incontrarsi informalmente alle Nazioni Unite. Secondo altre informazioni si tenderebbe inoltre a rinviare la Conferenza ad Otto a dopo la riunione del Consiglio Atlantico.

Osservo ad ogni buon fine che tali due ipotesi non mi sembrano offrire per noi prospettive favorevoli. La prima ci lascerebbe fuori dai contatti diretti in un momento forse decisivo: la seconda ci priverebbe di un’ottima occasione per svolgere un’azione preparatoria nel ristretto quadro dei Paesi pidirettamente interessati alla CED. Anche per tale ragione il nostro passo è stato dunque assai opportuno o tempestivo.

Comunque, per ora, sulla questione dei tempi, l’unico punto fermo è quello dell’urgenza dei contatti che le Potenze occupanti dovranno avere col Governo tedesco sul problema della messa in atto degli Accordi Contrattuali e, in genere, sul ripristino della sovranità della Germania.

Circa il problema del riarmo, si è ormai generalizzato il concetto che l’unica soluzione possibile sia l’inserimento della Germania nella NATO. Altre soluzioni, come quelle da noi citate, avrebbero accoglienza assai fredda se venissero avanzate da parte francese. Il punto da risolvere, agli occhi degli Americani, è come limitare o controllare il riarmo tedesco in modo da dare ai Francesi sufficienti garanzie.

Da parte tedesca si è già fatto intendere qui, che non esistono difficoltà insuperabili, a un’eventuale formula diretta a tale scopo, ma si è anche escluso di poter accettare discriminazioni o condizioni che pongano la Germania in una posizione di inferiorità rispetto agli altri membri.

È pertanto ancora presto per poter giudicare se esistono le premesse per entrare in un esame di dettaglio delle modalità di un inserimento della Germania nella NATO. L’esito delle consultazioni in corso fra Anglo-Americani e Tedeschi e una migliore conoscenza dell’atteggiamento francese dovrà perfornirci prossimamente i necessari elementi di giudizio.

Voglia gradire, Signor Ministro, l’espressione del mio devoto ossequio.

[Alberto Tarchiani]

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954. 2 Vedi rispettivamente DD. 19 e 17.

27

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI, AD AMBASCIATE, RAPPRESENTANZE E LEGAZIONI(1)

T. 8292/c.2. Roma, 5 settembre 1954, ore 2.

Allo scopo di chiarire i motivi che consigliano orientamento italiano a favore progetto britannico di conferenza preliminare da riunirsi a Londra, si deve tener presente quanto segue:

1) Opportunità che l’esame del problema dell’inserimento della Germania nel sistema difensivo occidentale abbia luogo attraverso discussioni cui possano partecipare direttamente anche i Rappresentanti tedeschi. Ciche non sarebbe possibile in sede di Consiglio Atlantico;

2) Opportunità che approfondita preparazione della soluzione sia svolta in sede diversa da quella Atlantica. Infatti se soluzione potrà essere raggiunta in sede Conferenza preliminare, Consiglio Atlantico sarebbe chiamato a sanzionarla. Qualora invece non si raggiungesse accordo, sarebbe preferibile ciavvenisse in sede Conferenza Londra anziché in sede Atlantica. Riteniamo infatti che non debba corrersi rischio insuccesso che potrebbe influire su compattezza Alleanza Atlantica, che costituisce pilastro difesa Occidentale;

3) A Consiglio Atlantico sarebbe comunque riservata, a nostro avviso, sanzione definitiva ovvero giudizio d’appello;

4) Nostro favore progetto britannico deriva infine dal fatto che, essendo indispensabile previo accordo con Repubblica Federale tedesca, opposizione a detto progetto potrebbe sfociare in convocazione Conferenza a quattro ciche per ovvi motivi sarebbe preferibile evitare;

5) Di fronte insistenze canadesi ci consta Governo britannico è disposto estendere invito conferenza Londra anche a Canada e Danimarca in qualità occupanti Germania(3).

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98.

2 Indirizzato alle Ambasciate ad Ankara, Atene, Bonn, Bruxelles, L’Aja, Londra, Ottawa, Parigi, Washington, alle Legazioni a Copenaghen, Lisbona, Lussemburgo, Oslo ed alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi.

3 Per la risposta da Bonn vedi D. 32.

28

L’AMBASCIATORE A BRUXELLES, GRAZZI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

R. 3699/1784. Bruxelles, 5 settembre 1954.

Signor Ministro,

mi richiamo al telegramma odierno n. 1682 con il quale ho riferito le reazioni del Ministro Spaak alle considerazioni e proposte formulate nei telegrammi ministeriali relativamente alle prospettive che si aprono all’Europa dopo il fallimento della CED.

Il ragionamento, o meglio la nuova formula che Spaak ha per ora elaborata (dico per ora poiché la fantasia del Ministro è corrispondente alla mutevolezza del suo animo passionale), si fonda sulle seguenti considerazioni:

Secondo le informazioni giunte al Ministero belga sino a questa mattina, né francesi né britannici avrebbero ancora pronta una formula da sottoporre alla Conferenza dei Nove. Il fatto, del resto, che malgrado le accettazioni di massima da parte di tutte le Potenze, il Governo britannico non abbia ancora comunicato l’invito ufficiale alla Conferenza, sta a dimostrare – secondo il Ministro – che esistono in seno al Gabinetto di Londra delle serie divergenze circa l’atteggiamento da assumere.

Giusta le informazioni pervenute al signor Spaak, il progetto di una pistretta collaborazione con il Continente, la quale collaborazione per essere davvero tale dovrebbe arrivare a comprendere la inclusione di divisioni britanniche nella eventuale alleanza continentale sotto un’autorità almeno in parte sopranazionale, non avrebbe molta probabilità di essere accolta dai dirigenti inglesi o dall’opinione britannica nel suo insieme. Pertanto, pensa Spaak, l’idea dell’alleanza continentale è senz’altro da abbandonare, visto che essa o non comprenderebbe l’entrata degli inglesi nell’ingranaggio o non sottostarebbe a veruna istituzione sopranazionale, anche se diluita.

D’altro canto, in una conversazione durata due ore con l’Ambasciatore del Belgio a Parigi, il signor Mendès-France non ha emesso nessuna idea costruttiva, limitandosi a respingere le polemiche circa la Conferenza di Bruxelles e dilungandosi sulla difficoltà che presenta per il Gabinetto francese la presentazione al Parlamento di una qualsiasi forma di riarmo autonomo della Germania. Nel corso di tale colloquio, il signor Mendès-France ha accennato ad un suo intendimento di recarsi in visita a Bonn; ma il signor Spaak pensa che tale intendimento sia destinato a rimanere tale.

Tenendo percipresente la duplice circostanza della estrema difficoltà da un lato di far accettare dal Parlamento francese un riarmo tedesco autonomo, che per il fatto di essere tale implicherebbe necessariamente la rinascita del tradizionale spirito militarista, e, dall’altro, di far accogliere ai britannici l’idea di sottostare ad una qualsiasi anche se lieve autorità supernazionale, il signor Spaak è giunto nella persuasione che invece di proporre alla Francia l’alternativa fra CED diminuita ed entrata della Germania nella NATO convenga porla di fronte alla proposta di ammettere la Germania nel NATO, ma contemporaneamente accogliere la sostanza delle richieste francesi in materia di CED e resuscitare quindi una nuova forma di quest’ultima. Ciin quanto, se si ammette che una CED in cui esista il diritto di veto ed in cui si stabilisca un periodo di prova come i francesi desideravano a Bruxelles, potrebbe essere pifacilmente accetta al Parlamento francese, al quale del resto non è stato ancora chiaramente posto il dilemma o CED o riarmo autonomo, si giunge alla conseguenza che i freni ed i controlli che la superstite autorità supernazionale continuerebbe ad esercitare potrebbero essere tali da far accogliere a molti dei deputati francesi l’idea dell’ammissione della Germania nel NATO.

In altre parole, la nuova CED servirebbe da paracadute o meglio da antidoto all’entrata della Germania nel NATO ed al pericolo di rinascita dello spirito militare tedesco il quale, con tale entrata in piena parità di diritti, non avrebbe presumibilmente nessun freno.

Quanto ai controlli che si possono escogitare per limitare i pericoli conseguenti alla sola ammissione tedesca nel NATO, il signor Spaak da un lato li crede contrari al carattere della Istituzione e, dall’altro, li ritiene non sufficienti a calmare le apprensioni francesi.

È evidente che nell’escogitare questa nuova formula il Ministro belga risente del timore, forte qui come in Francia, per la rinascita del militarismo prussiano; ma è peranche probabile che il suo ragionamento non sia del tutto destituito di logica. Se posso del resto aggiungere una considerazione personale, osservo che se dobbiamo dare per perduta la speranza di veder la Gran Bretagna mettere le dita nell’ingranaggio della cooperazione europea, la nuova formula Spaak consente per lo meno di tenere ancora accesa una piccola fiamma di europeismo, che, con la semplice inclusione tedesca, nel NATO, rischiamo di vedere spengere totalmente e per sempre.

Aggiungo infine che il signor Spaak quando è stato interrogato dall’Ambasciatore degli Stati Uniti circa la capitale dove potrebbe aver luogo la riunione del NATO che seguisse quella che sarà indetta a Londra fra i nove Paesi, ha proposto Roma, sostenendo doversi scartare, per ovvie se pur opposte ragioni, tanto Parigi quanto Washington quanto Bruxelles.

Voglia gradire, Signor Ministro, gli atti del mio ossequio.

Grazzi

1 DGAP, Ufficio I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954. 2 Il telegramma risulta in realtà datato 6 settembre. Vedi D. 29

29

L’AMBASCIATORE A BRUXELLES, GRAZZI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11189/168-169. Bruxelles, 6 settembre 1954, ore 20,15 (perv. ore 23,14).

Telegramma di V.E. n. 8182 e 1152.

La prontezza con la quale V.E. ha fatto pervenire a Spaak le sue osservazioni è stata da lui molto apprezzata.

Il Ministro osserva:

1) Fino ad oggi non risulta che il Governo britannico abbia stabilito un piano; sembrerebbe anzi che una piintima e concreta collaborazione inglese con continentali non abbia purtroppo molta probabilità. D’altro canto Mendès-France ha dichiarato ieri all’Ambasciatore del Belgio di non avere nessun preciso piano di azione, accennando soltanto al progetto di una sua eventuale visita a Bonn;

2) è probabile che allo stato delle cose il Parlamento francese come già ha rifiutato la CED respingerebbe l’entrata della Germania nel NATO;

3) i controlli cui la Germania potrebbe sottostare NATO di cui al punto due del telegramma 8182 non risultano a Spaak chiari né gli sembrano presentare molte probabilità pratiche poiché la Francia temerebbe (piche le numerose divisioni) la rinascita dello spirito militarista tedesco favorito da un esercito autonomo.

4) Il ministro si domanda perché l’Italia scarta senz’altro possibilità riprendere CED sotto forma piaddolcita;

5) Cipremesso, e tenendo presente la probabilità di cui al punto due, Spaak sottopone a V.E. una modifica alla sua precedente formulazione secondo cui la Francia avrebbe dovuto scegliere fra CED addolcita o (ripeto) Germania nel NATO. La sua nuova formula sarebbe: proporre alla Francia l’entrata della Germania nel NATO e (ripeto e) CED modificata;

6) Infatti Spaak pensa da un lato che accettando il diritto di veto per un certo periodo e dando già per acquisito ciche francesi hanno ottenuto a Bruxelles, la Francia potrebbe riesaminare la questione CED, e dall’altro che quest’ultima, a motivo determinato controllo che essa prevede e sopratutto mantenimento di certa autorità super-nazionale, contribuirebbe a favorire l’accettazione da parte del Parlamento francese della entrata della Germania nel NATO, tecnicamente le due cose comunque dovrebbero essere contemporanee o abbinate;

7) Circa l’impegno di non concludere il trattato est-ovest Spaak riterrebbe che la richiesta per quanto giusta in sé potrebbe apparire o superflua o spiacevole per i francesi.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 98. 2 Vedi rispettivamente DD. 6 e 1.

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COLLOQUIO DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI, CON L’INCARICATO D’AFFARI DEL REGNO UNITO A ROMA, ROSS (Roma, 6 settembre 1954)1

Appunto(2).

Il Ministro Ross esprime anzitutto al Ministro Piccioni il proprio rincrescimento per il fatto che non sia stato possibile di evitare che la stampa annunziasse il contenuto del suo passo prima ancora che il passo stesso venisse effettuato.

Egli ha avuto istruzioni dal Governo di Sua Maestà britannica di richiedere al Ministro l’appoggio e l’adesione del Governo Italiano all’iniziativa inglese di convocare una riunione delle Potenze pidirettamente interessate, per esaminare la questione dell’integrazione della Germania nei piani di difesa occidentale. Da sondaggi effettuati nelle varie capitali, il Governo di Londra ha tratto la sensazione che tale riunione è non solo considerata opportuna ma anche molto urgente.

Ross rileva che è stato suggerito di tenere una riunione del Consiglio Atlantico. Il Governo britannico, a tale proposito, non avrebbe nulla da obiettare a che i Rappresentanti permanenti presso il NATO si riuniscano in seduta segreta per esaminare il problema per il quale viene proposta la riunione di Londra. Ma considera che sarebbe invece imprudente di tenere una riunione del Consiglio Atlantico al livello dei Ministri.

Ciperché occorre anzitutto consultare in argomento la Germania, ma sarebbe inopportuno di fare partecipare ora la Germania ad una vera e propria riunione del Consiglio Atlantico.

Inoltre, attraverso la riunione degli otto, si terrebbe conto della legittima aspirazione dei Paesi che hanno ratificato la CED o erano in procinto di ratificarla, di partecipare sin dall’inizio alle discussioni sul riarmo tedesco. Si presenta, è vero, il problema del Canada: a tale riguardo il Governo britannico è d’avviso che la partecipazione del Canada alla riunione di Londra sia opportuna e trovi la sua giustificazione nel fatto che il Canada è una Potenza che ha forze militari di una certa entità dislocate in Germania.

La località proposta per la riunione è Londra; quanto alla data, secondo il Governo britannico, essa dovrebbe essere fissata non oltre il 14 settembre. Numerose ragioni suggeriscono infatti una urgente convocazione della riunione; non ultima fra queste, l’opportunità che la conferenza preceda l’inizio dell’Assemblea Generale dell’ONU che avrà luogo il 21 settembre.

Quanto all’oggetto della riunione, Ross fa presente che secondo il Governo britannico si è parlato molto, troppo, e per due anni, di principi generali; ora si tratta di pensare alle misure concrete e non ai soli principi generali. La riunione di Londra naturalmente non potrà adottare decisioni di carattere definitivo, ma dovrà preparare le decisioni stesse. Dopo di che un gruppo di esperti si occuperà di tradurre in proposte concrete le conclusioni a cui la riunione londinese sarà pervenuta. Tali proposte poi dovranno essere sottoposte, per la decisione finale, ad una speciale riunione del Consiglio Atlantico.

L’Incaricato d’Affari conclude dichiarando che il suo Governo sarebbe assai lieto di poter inoltrare al pipresto gli inviti per la riunione di Londra.

Il Ministro risponde ringraziando Ross per la sua comunicazione. In linea di massima egli prosegue, noi abbiamo molto apprezzato l’iniziativa britannica, iniziativa che si è rivelata necessaria ed utile per rompere gli indugi dopo il fallimento della CED e per porre il problema dal punto di vista pratico.

Egli si riserva di sottoporre la questione al Presidente del Consiglio e pertanto, per il momento, si limita a dare all’Incaricato d’Affari la nostra accettazione preliminare in linea di massima.

Il Ministro si dichiara d’accordo sulla necessità che vengano prospettate soluzioni pratiche, sull’opportunità dei tre tempi (e cioè riunione a nove, riunione esperti, Consiglio Atlantico), nonché sulla presenza della Germania. Quanto alla località, Londra appare anche a lui come la piindicata. Circa la data, il Ministro non nasconde che essa è molto ravvicinata e lascia scarso tempo per la preparazione; d’altra parte si rende conto dei motivi che ne suggeriscono l’urgenza e della validità dell’argomento relativo alla necessità di precedere l’apertura dell’Assemblea dell’ONU. Quanto al Canada, il Ministro non vede sostanziali obiezioni da parte nostra alla sua partecipazione. Forse essa darà luogo a difficoltà da parte di altri, ma non dovrebbero essercene invece da parte nostra.

Ross ringrazia il Ministro della accoglienza riservata alla sua comunicazione. Egli informerà il proprio Governo del nostro orientamento in linea di massima riservandosi di confermare l’accettazione italiana dopo che il Ministro avrà conferito con il Presidente del Consiglio.

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954.

2 Trasmesso da Prato con Appunto 2836 dell’8 settembre alle Direzioni Generali degli Affari Politici e della Cooperazione Internazionale con la seguente annotazione. «Si trasmette, qui unito, un resoconto del colloquio avuto, il giorno 6 settembre, da S.E. il Ministro con l’Incaricato d’Affari Britannico, Ministro

A. Ross, in merito alla proposta di convocare una riunione per esaminare la questione dell’integrazione della Germania nei piani di difesa occidentale».

31

LA DIREZIONE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE(1)

Appunto. Roma, 6 settembre 1954.

L’iniziativa britannica di convocare una Conferenza preliminare a Londra per la discussione del problema dell’inserimento della Germania nel sistema difensivo Occidentale suggerisce le seguenti considerazioni:

Il fallimento di Bruxelles ed il seppellimento da parte della Francia del Trattato CED, hanno offerto il destro alla Gran Bretagna di riprendere in mano l’iniziativa per approfondire la propria leadership europea, che gli sviluppi della politica europeistica le avevano in qualche modo attenuata.

La scarsa simpatia inglese per il sistema CED era stata messa nel frigidaire solo per la spinta americana e per la politica dei sei Paesi che parevano voler fare sul serio in materia di unificazione.

Il problema del riarmo tedesco è un problema che preoccupa altrettanto la Gran Bretagna quanto la Francia, con la differenza che tale preoccupazione a Londra non è messa sulla piazza come a Parigi.

La posizione americana non è per ora sufficientemente chiarita, salvo che nell’obbiettivo: assicurare e legalizzare in qualche modo l’apporto militare tedesco alla difesa dell’Occidente europeo. È perda notare un permanere di simpatie europeistiche a Washington, nel senso che probabilmente si spera che il rigetto francese della CED non abbia compromesso definitivamente la possibilità di utilizzare quanto di positivo, sopratutto nelle idee, vi è stato nella politica europeista.

Alla preferenza iniziale per una discussione del problema tedesco in sede Atlantica, è subentrata l’accettazione della procedura inglese che antepone la conferenza preliminare.

La posizione tedesca accusa l’evidente disappunto di Bonn per la politica francese: tuttavia forse non solo per ragioni tattiche la Germania ha riaffermato il proprio attaccamento all’ideale europeistico, giungendo quasi all’offerta di realizzare una CED a cinque.

Per quanto riguarda il riarmo, mentre in una prima fase (quella dei cinque punti) si è parlato perentoriamente di partecipazione alla difesa occidentale senza discriminazioni, in una fase successiva Adenauer ha fatto intendere che del diritto al riarmo Bonn farebbe un uso non illimitato, e cioè che sarebbero forse accettabili dei controlli.

Occorre perchiedersi se tali limiti, nel programma tedesco, non debbano intendersi come applicabili anche agli altri partecipanti alla difesa Occidentale.

La posizione del Benelux deve tener conto dei timori di quelle Nazioni per l’eventualità di un riarmo incontrollato della Germania, quale avverrebbe con una ammissione pura e semplice nel NATO. Ecco perché è da prevedere che a Londra difficilmente il Benelux lascerà cadere completamente la linea europeistica.

La posizione francese è tutt’altro che chiara: respinta la CED, Parigi dovrà riconoscere la sovranità tedesca, ma è inconcepibile che accetti un’entrata tedesca nella difesa occidentale senza una serie di freni e di limiti che siano inferiori a quelli che si realizzavano con gli accordi CED.

È peraltro possibile che si verifichi una convergenza di interessi franco-inglesi su di un piano di associazione dalla Germania al NATO, i cui limiti siano stabiliti in una alleanza a sette (i sei della CED pil’Inghilterra) nella quale i partecipanti stabiliscano un controllo sugli armamenti ecc. ovvero che il controllo sui limiti del riarmo tedesco sia rimesso allo Standing Group, nel caso di ammissione della Germania al NATO.

È da prevedere che Londra abbia già predisposto fin d’ora un preciso progetto da sottoporsi ai nove il 14 corrente. Le sole indicazioni finora pervenute in argomento sono contenute nelle dichiarazioni di Caccia e Kirkpatrik a Brosio.

È essenziale che noi ci presentiamo con idee molto chiare sui nostri obbiettivi, per non trovarci impreparati di fronte ai progetti che saranno discussi. Occorre al riguardo osservare che probabilmente ci converrà di non abbandonare del tutto la carta europeistica, anche in considerazione del fatto che è proprio in qualità di membri della Comunità a sei che siamo invitati, a preferenza di altri, a discutere il problema dell’utilizzazione del fattore tedesco nel sistema difensivo occidentale.

DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91.

32

L’AMBASCIATORE A BONN, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11208/126-127-128-129. Bonn, 7 settembre 1954, ore 4,10 (perv. ore 11,30).

Suoi 115, 8181 e 82922.

Il Governo Federale ha ricevuto ieri dall’Alto Commissario britannico la comunicazione ufficiale dell’iniziativa britannica con la proposta di convocazione per il giorno 14. Hoyer Millar ha aggiunto che secondo Londra si sarebbe potuto in linea di massima limitare la riunione dei Ministri alla redazione delle linee generali dell’accordo, lasciando poi sul posto gli esperti per definire i particolari. Nell’illustrare la proposta Hoyer Millar ha fatto presente che a giudizio britannico si offrivano due alternative:

1) diluire la CED sopprimendo il principio della sopranazionalità con la possibile partecipazione britannica. Questa idea perè stata subito abbandonata da Londra perché, egli mi ha detto, occorrerebbe troppo tempo.

2) Partecipazione tedesca alla NATO. È questo punto di vista adottato dagli inglesi e di cui Churchill ha dato comunicazione ad Adenauer in messaggio personale non privo di patos redatto, mi ha detto Hallstein, nello stile caratteristico di Churchill. Questi propone che la restituzione della sovranità, che verrebbe concessa completa, venga limitata da una decisione dello stesso Governo tedesco il quale dovrebbe dichiarare di non intendere il diritto di riarmo come illimitato, ma contenuto invece nella misura già prevista CED.

Il Governo Federale ha già accettato ed in questo senso Adenauer si è espresso con messaggio personale di risposta inviato a Churchill. Sulla questione non è stata detta ancora l’ultima parola.

Avendo infatti l’Alto Commissario britannico fatto un fugace accenno ad una NATO «leggermente modificata» e pronunziato senza troppe precisazioni la parola «salvaguardie» gli è stato chiesto dai tedeschi come cisi accordava col concetto di non discriminazione prima affermato o se non si trattasse a volte della resurrezione del piano Parodi concernente in particolare la produzione di armi in Germania. L’Alto Commissario britannico non ha saputo chiarire la cosa ed ha promesso una urgente risposta.

Sulla proposta britannica della Conferenza, divenuta a nove, Hallstein mi ha detto di non avere ancora potuto discutere a fondo con Adenauer la posizione tedesca. Tuttavia, in base al primo scambio di vedute avuto col Cancelliere, e per ora – ha precisato – solo in via personale, egli ha già dichiarato stasera ad Hoyer Millar che la proposta della Conferenza di Londra non gli sembrava la via migliore per raggiungere la soluzione. Si tratta a mio giudizio di una posizione tattica intesa a mantenere aperte tutte le porte ma nella speranza di veder fallire il progetto della Conferenza. Hallstein mi ha detto che gli americani non vi sono favorevoli e Spaak vi è decisamente contrario.

Dalla conversazione avuta oggi col Sottosegretario di Stato cui era presente anche Blankenhorn mi è apparso infatti che i tedeschi sono orientati decisamente verso l’impostazione del problema dell’ammissione Germania alla NATO direttamente al Consiglio Atlantico, naturalmente dopo un’accurata preparazione per via diplomatica, che potrebbe anche essere svolta con la mediazione inglese.

Ho esposto ad Hallstein il punto di vista italiano che ha trovato qui il pieno apprezzamento e riferisco partitamente sui vari argomenti, annotando quando necessario eventuali differenze nostro punto vista e quello tedesco.

1) Restituzione sovranità alla Germania. Per pervenirvi sarebbe sufficiente nella concezione tedesca una dichiarazione emessa singolarmente da ciascuno dei tre Governi occupanti, che affermi semplicemente non voler piesercitare i diritti di occupazione. Procedura questa che non comporterebbe alcuna ratifica parlamentare. Hallstein mi ha detto che la richiesta tedesca verte sulla concessione completa della sovranità incluso il diritto al riarmo, non soggetto a sospensive, suscettibile tuttavia di autolimitazioni nel senso suindicato;

2) Ricerca formule alternative riarmo tedesco con riferimento alle conversazioni di Bruxelles ed alle dichiarazioni di Mendès-France viene considerata come base ormai troppo generica tuttavia utile, specie per quanto riguarda quest’ultimo;

3) Iniziativa CED a cinque non troverebbe opposizione tedesca di principio ma considerata irrealistica;

4) L’inserimento della Germania nel NATO a parità di condizioni. Hallstein si è mostrato molto grato di questa nostra esplicita presa posizione come pure dell’esclusione di ogni formula di associazione indiretta Germania, organizzazione Atlantica;

5) Ricerca formula riarmo ricorrendo a studi già compiuti per CED e pianificazione NATO. Hallstein mostratosi in principio d’accordo. Diversamente dal passato egli mi è ora apparso diretto verso formula che affronti il problema dell’ammissione della Germania nell’Organizzazione Atlantica radicalmente ed in forma pisemplicistica;

6) Governo tedesco apprezza e naturalmente condivide nostro atteggiamento su impegno che inglesi dovrebbero del tutto astenersi anche dopo conferimento sovranità e fino ad accordo riarmo tentativi dialogo est-ovest;

7) Atteggiamento italiano verso Conferenza a nove. Hallstein ha pienamente riconosciuto ed apprezzato nostro intento vedere assicurata diretta partecipazione tedesca discussione, ma obiettato che tramiti diplomatici cui Germania naturalmente partecipa sembrano qui metodo migliore che una conferenza nella quale si inseriscono pure pericoli derivanti da inevitabili interviste, comunicati ecc.. Circa mia obiezione che sia preferibile rischiare insuccesso conferenza a nove piuttosto che al Consiglio Atlantico egli mi ha risposto con una sottigliezza logica, quella cioè che considerato il motivo fondamentale dell’associazione tedesca difesa non vi è differenza che rifiuto venga opposto alla Conferenza a nove o al Consiglio NATO; le conseguenze anche psicologiche sarebbero ugualmente gravi;

8) La possibilità che il fallimento dell’iniziativa britannica sbocchi in convocazione della Conferenza a quattro. Hallstein non lo ritiene probabile anche e forse soprattutto per l’opposizione americana.

Per concludere l’impressione ricevuta dai miei contatti oggi alla Cancelleria Federale è che i tedeschi stanno adoperandosi per far fallire l’iniziativa britannica puntando verso l’impostazione del problema direttamente al Consiglio NATO che potrebbe essere convocato dopo il ritorno di Foster Dulles e quindi dopo i lavori delle Nazioni Unite. Che si vedrebbe volentieri la continuazione della mediazione britannica a ciincoraggiati da una opinione espressa in via personale anche da Hoyer Millar – non so su che basi e che non mi risulta condivisa dagli americani – che la Francia cioè finirà, e in condizioni non discriminatorie, ad accettare l’ammissione della Germania alla Organizzazione Atlantica. Si spera in altri termini che il metodo diretto di affrontare la questione alla NATO possa costituire il mezzo di maggiore pressione sui francesi nella convinzione che Mendès-France difficilmente vorrà esporsi in riunione di tanta portata ad un rinnovarsi della situazione determinatasi a Bruxelles.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 89. 2 Vedi rispettivamente DD. 1, 6 e 27.

33

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO, ALESSANDRINI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. urgentissimo 399-400. Parigi, 7 settembre 1954, ore 22,45 (perv. stessa ora).

All’inizio della odierna riunione del Consiglio, il rappresentante americano ha informato di aver ricevuto istruzioni dal suo Governo di fare una comunicazione ufficiale ed ha chiesto che per tale comunicazione, e susseguente eventuale discussione, la seduta non fosse considerata come privata e «off the record» ma come «formal restricted», cioè con processo verbale. Hughes ha quindi dichiarato che «il Governo degli Stati Uniti chiede formalmente una riunione del Consiglio Atlantico, a livello Ministri, per esame situazione derivante dal rifiuto dell’Assemblea francese di ratificare la CED, in qualsiasi luogo ed a qualsiasi data dopo il primo ottobre prossimo. Il Governo degli Stati Uniti chiede inoltre che, dopo determinazione località e data, sia fatto al pipresto un annunzio ufficiale relativo alla riunione stessa. Nessuna previa agenda».

Il Rappresentante belga ha fatto presente che è progettata una previa Conferenza a nove a Londra ed ha chiesto di conoscere i propositi americani a tale riguardo. Hughes ha risposto che la data del primo ottobre è stata proposta dal Governo di Washington appunto per consentire tale «riunione preparatoria» a Londra. I Delegati portoghese, norvegese e greco hanno dato loro piena approvazione alla proposta americana per la riunione della NATO, esprimendo invece la loro contrarietà a previa conferenza Londra. Essi hanno poi specialmente chiesto al Rappresentante britannico quali sono i criteri in base ai quali il Governo inglese intende rivolgere l’invito alla Conferenza di Londra. Il Rappresentante britannico si è riservato di rispondere affermando comunque «carattere preparatorio ed introduttivo alla futura riunione della NATO che la conferenza di Londra sarebbe destinata ad assumere».

I Rappresentanti della Norvegia, del Portogallo e della Grecia hanno molto insistito sull’interesse di tutti i membri della NATO alla questione affermando che comunque la riunione della NATO abbia precedenza su quella di Londra.

I Rappresentanti olandese e belga hanno fatto presente la convenienza di una previa conferenza a Londra per permettere la partecipazione della Germania. Essi hanno aggiunto essere già in grado di dare l’adesione dei loro Governi alla proposta americana ma che tali Governi intendono prima consultare Germania e Londra.

Sono intervenuto due volte per affermare la necessità di un’adeguata preparazione, a Londra, della futura riunione NATO in modo da evitare ogni, anche lontano, pericolo di fallimento in sede NATO, che sarebbe pregiudizievole alla stessa organizzazione atlantica. Ho aggiunto essere altresì necessario, dopo quanto è avvenuto, non urtare i tedeschi iniziando esame situazione con riunione dalla quale essi siano esclusi. Premesso ci ho aggiunto essere, come colleghi olandese e belga, in grado di assicurare che il Governo italiano vede con favore futura riunione NATO da tenersi dopo Londra.

Il Rappresentante canadese, appoggiato dal danese, ha avanzato infine la seguente proposta, che ha accolto l’approvazione del Consiglio:

1) la questione del rigetto CED dovrebbe formare oggetto di consultazione immediata da parte del Consiglio, a livello rappresentanti permanenti, a Parigi, in modo da consentire ai membri della NATO non invitati a Londra di conoscere gli esatti termini della questione stessa ed il pensiero dei Governi invitati nonché di esprimere le loro raccomandazioni.

2) Tale riunione dovrebbe essere seguita da Conferenza a Londra, alla quale dovrebbero partecipare i sei firmatari del progetto CED pila Gran Bretagna, gli Stati Uniti ed il Canadà. Gli altri Paesi membri della NATO non invitati a Londra potrebbero inviare osservatori.

3) Dopo tale conferenza avrebbe infine luogo riunione del Consiglio a livello Ministri, destinato a prendere le decisioni definitive, in località ed a data da destinarsi. Il Rappresentante americano ha insistito, Lord Ismay ha invitato il Consiglio, affinché la risposta a richiesta americana, insieme con le indicazioni relative a località e data, venga comunicata dai vari rappresentanti in riunione di dopo domani mattina, giovedì 9 corrente.

Telegrammi segreti originali 1954, arrivo, vol. I.

34

L’AMBASCIATORE A LONDRA, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11246/275. Londra, 7 settembre 1954, ore 21,18 (perv. ore 7 dell’8).

Mio 2682.

Ieri nella conversazione con Roberts abbiamo illustrato il punto di vista italiano circa la progettata Conferenza a nove ed ho ricevuto chiarimenti che completano la comunicazione fatta a V.E. dall’Incaricato d’Affari britannico. In particolare è risultato quanto segue:

1) Il Governo inglese attende la risposta di Adenauer dopo l’odierno Consiglio dei Ministri tedesco. Si spera quindi di poter inviare l’invito formale entro i prossimi giorni. Comunque le prime reazioni di Adenauer sono state favorevoli.

2) Da Washington invece non si è avuta finora alcuna risposta né circa la procedura né circa la sostanza. Ciè dovuto dalla lontananza Dulles, dall’imminente sostituzione di Bedell Smith e dall’assenza di Eisenhower da Washington. D’altra parte qui si desidererebbe la partecipazione alla Conferenza di Dulles il quale non potrebbe certo arrivare per il 14; è già scontato quindi il rinvio di alcuni giorni.

La riunione avrà carattere di gruppo di lavoro a livello di Ministri degli Esteri che dovrebbero preparare le linee del progetto da sottoporre al Consiglio del NATO. La presenza del Canadà è giustificata dal fatto che le sue forze terrestri stazionate in Germania sono quasi equivalenti a quelle francesi coll’aggiunta di importanti contingenti di aerei; e la Gran Bretagna si augura che esse possano continuare a far parte dell’Organizzazione della difesa dell’occidentale [sic]. Si è deciso invece di rinunciare di invitare la Danimarca che non avrebbe espresso il desiderio e le cui truppe d’occupazione sono minime. Per quanto riguarda la restituzione della sovranità alla Germania è dubbio che una dichiarazione in proposito possa avere luogo prima della Conferenza data l’esistenza di complesse questioni giuridiche che potranno probabilmente essere risolte solo nella Conferenza. Circa il riarmo tedesco Foreign Office continua a ritenere che esso possa avvenire soltanto mediante l’ingresso della Germania al NATO. A tale riguardo per venire incontro alle preoccupazioni francesi si sta esaminando le varie possibilità di soluzione in analogia a quanto prospettato al punto secondo del telegramma di V.E. 8181/c. e sarà ben lieto di ricevere progetti che da parte nostra potrebbero essere avanzati in proposito.

Circa il suggerimento di cui al punto terzo dello stesso telegramma Roberts ha detto che esso corrisponderebbe pienamente ai propositi britannici. Gli pare perdi assai difficile attuazione sia perché creerebbe nuove difficoltà ad Adenauer che i socialisti tedeschi accusano di non preoccuparsi della riunificazione della Germania: sia soprattutto perché sembrerebbe ispirato troppo apertamente dalle diffidenze verso Mendès-France. Comunque la risposta anglo-franco-americana alle ultime due note sovietiche che già è stata sottoposta all’esame del NATO dovrebbe, secondo Roberts, togliere lo spunto per nuovi tentativi di dialogo fra Est e Ovest(3). Le due condizioni preventive riaffermate dagli alleati e che Londra come Washington intende mantenere seriamente, ossia il Trattato con Austria e le elezioni libere nella Germania Orientale sarebbero tali da rendere assai ipotetico il pericolo che noi giustamente prospettiamo.

Roberts ha aggiunto che da Parigi non vi era ancora nessuna risposta concreta. La Francia sarebbe certamente venuta alla Conferenza ma Roberts preferiva non pronunciarsi circa l’atteggiamento che essa avrebbe finito per prendere né circa l’esito della Conferenza. Tutto dipenderà quindi dalla fermezza che gli Stati Uniti saranno in grado di manifestare.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 89. 2 Vedi D. 12. 3 Annotazione marginale: «Quaroni pensa il contrario».

35

LA DIREZIONE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE(1)

Appunto. Roma, 7 settembre 1954.

Allo scopo di impostare nel modo piopportuno l’orientamento politico italiano alla Conferenza di Londra ed alla prossima sessione del Consiglio Atlantico, sono da tener presenti le seguenti considerazioni:

1) Il rigetto francese degli Accordi CED pone termine alla seconda fase della politica europeistica. Questa puinfatti suddividersi in una fase ascendente, che dall’impostazione dei progetti di unificazione europea dei federalisti è passata attraverso le tappe di Strasburgo (che sopratutto per l’opposizione britannica prese l’aspetto di un organo con funzioni puramente consultive), dell’OECE, della CECA (che creil primo organo sovranazionale) e raggiunse il suo limite massimo con la firma degli Accordi CED, che svilupparono l’idea basilare dell’integrazione europea fra i Sei della piccola Europa. Il Trattato CED impostinfatti con l’art. 38 il programma piambizioso della CPE. Con la presentazione del progetto dell’Assemblea ad hoc ebbe inizio la fase discendente della politica di integrazione che si è conclusa con il fallimento degli Accordi CED.

All’attivo del bilancio della politica europeista rimangono comunque tuttora il Consiglio d’Europa di Strasburgo, l’OECE e la CECA. Il comunicato di Bruxelles richiama inoltre dei seppur vaghi obiettivi europeistici comuni ai Sei: intensificare la cooperazione europea per la protezione dell’Europa dalle forze che la minacciano; contribuire all’unificazione della Germania ed alla sua partecipazione alla difesa comune (ambedue obiettivi CED); ed infine prefigurare una formula politica ed economica dell’integrazione occidentale (obiettivo CPE).

Non è molto, dopo gli ambiziosi programmi CED e CPE, ma è sempre un minimo denominatore comune che, almeno apparentemente, dovrebbe comprendere anche la Francia.

2) Caduta la formula CED nella forma in cui era stata concepita (come soluzione del duplice problema dell’inserimento tedesco nel sistema difensivo dell’occidente e come strumento di una progressiva integrazione anche politica dei Sei) rimane anzitutto il problema del vacuum tedesco nell’Europa, che richiede una soluzione non pidilazionabile sia agli effetti della ripresa del dialogo est ovest, che per i rischi che comporterebbe un prolungarsi nel tempo dell’attuale situazione della Germania occidentale anche nei suoi aspetti di politica interna.

3) Mentre è ovvio sottolineare il fondamentale interesse italiano alla soluzione sia del problema della sicurezza europea con l’inclusione dell’apporto militare tedesco, sia della soluzione del problema politico della Germania, non occorre trascurare l’altro aspetto del problema che aveva indotto il Governo italiano ad impostare e perseguire attivamente la politica europeista.

La linea direttiva italiana è stata infatti di cercare di inserire il fattore italiano in un circuito politico, militare ed economico piampio di quello che sarebbe stato consentito da una serie anche vasta di accordi bilaterali.

Risolto il problema immediato della sicurezza attraverso il NATO, con la propria partecipazione a Strasburgo, all’OECE e sopratutto con l’accettazione della politica della comunità a Sei, il Governo italiano puntchiaramente sull’obiettivo della progressiva integrazione nell’ambito di quel circuito europeo minore ma che mostrava la volontà di accelerare le tappe del processo di unificazione.

Attraverso tale obiettivo da parte italiana si mirava alla soluzione di problemi di ordine diverso, che sarà opportuno richiamare brevemente: quello di creare un nucleo politico economico e militare che permettesse di affrontare la soluzione dei problemi militari politici ed economici su di una base piampia di quella strettamente nazionale, dando così respiro anche al problema sociale italiano. Il raggiungimento di una intima integrazione fra i Sei Paesi avrebbe certamente avuto benefiche influenze anche sul gravoso problema della politica interna italiana, quello del comunismo.

4) Quanto sopra esposto suggerisce l’opportunità che il «mezzo europeistico» non sia lasciato cadere da parte italiana almeno finché non si raggiunga una contro-prova (oltre a quella del fallimento CED avvenuto per sola volontà francese) che esso non è piutilizzabile come strumento dei nostri obiettivi, tanto piche dallo svolgimento della Conferenza di Bruxelles è risultato chiaramente che cinque Paesi non intendevano mettere la parola fine ai programmi di integrazione, senza contare l’appoggio di cui essa ha goduto finora presso il Governo di Washington.

5) Nell’ignoranza che [sic]i precisi progetti che verranno avanzati a Londra ed eventualmente in sede di Consiglio Atlantico, per la soluzione del problema del riarmo controllato della Germania, occorre esaminare partitamente tutta una serie di possibilità, che potranno presentare lati negativi per gli interessi italiani: per ora si puaccennare soltanto ai due progetti seguenti:

a) Progetto inglese dell’alleanza europea a sette (Sei CED piGran Bretagna) da collegarsi col NATO: con tale alleanza, da quanto è dato intendere dalle quasi sibilline indicazioni inglesi, la Germania e le altre potenze europee assumerebbero impegno di limitare le proprie forze, gli armamenti e relative industrie. Non è chiaro cioè se la Francia sarebbe compresa nel novero di queste «altre» potenze europee, perché – dato l’aggettivo qualificativo – sembra potersi infatti escludere che la Gran Bretagna vi sarebbe compresa. Ma se oltre alla Gran Bretagna, anche la Francia fosse esclusa da queste limitazioni, in pratica si tratterebbe di far accettare le limitazioni ed i controlli alla Germania, al Benelux ed all’Italia.

b) Progetto canadese. Esso è stato esposto sommariamente dall’Ambasciatore in Roma. Consisterebbe sostanzialmente in un protocollo aggiuntivo al NATO che fisserebbe per tutti gli Stati aderenti un sistema di «equilibrio» degli armamenti.

DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91.

36

L’AMBASCIATORE A MOSCA, DI STEFANO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. segreto 2959/1327. Mosca, 7 settembre 1954.

Oggetto: Rigetto della CED da parte Parlamento francese.

Come è noto, è prassi del Cremlino di prendere posizione sui piimportanti eventi internazionali che interessano la politica sovietica, a mezzo di qualche dichiarazione o discorso dei suoi massimi esponenti od almeno attraverso un articolo di fondo della «Pravda», ristampato dagli altri giornali.

A tutt’oggi, 7 settembre, il Governo sovietico ha invece evitato di esprimere il proprio punto di vista sul fallimento della CED. Prevale, quindi, qui una posizione d’attesa, che, come ho telegrafato, puessere anche giustificata dall’assenza da Mosca di Malenkov, Molotov, Khrusciov, ecc.... i quali si troverebbero in ferie sul Mar Nero. Questi giornali non hanno certo celato la propria soddisfazione per il rigetto della CED: quotidianamente lunghe corrispondenze da Parigi e da altre capitali hanno registrato manifestazioni di uomini politici, di giornali, di associazioni, di partiti, contrarie al riarmo germanico e plaudenti alla decisione dell’Assemblea francese. Vi sono stati poi i soliti commenti.

Quanto alla sostanza, appare evidente che il Cremlino consideri il fallimento della CED come una grande vittoria: e fino ad un certo punto puaver ragione. La battaglia diplomatica contro la CED è stata qui condotta frontalmente, senza dover recedere di un pollice dalla posizione assunta sul problema germanico a Berlino, e puntando esclusivamente sul Parlamento francese.

Va rilevato altresì che la persona del Presidente Mendès-France, nonostante le sue recenti dichiarazioni in favore di una restituzione della sovranità alla Germania e di un riarmo controllato di quest’ultima, ha continuato ad essere qui particolarmente «ménagée» dalla stampa, ed a buon donde.

Negli ambienti di questa Ambasciata francese si afferma che la Francia, sotto la guida di Mendès-France, ora che la CED è stata tolta di mezzo, «riprenderà l’iniziativa politica persa da tanti anni ma non deluderà le speranze che in essa ripone l’Occidente». Si esclude che il Presidente del Consiglio francese possa prestarsi al gioco della Russia e tentare nei confronti della Russia sul problema germanico qualche nuova iniziativa o manovra «tipo Indocina». Si ostenta, d’altra parte, una certa fiducia «sulle carte che Mendès-France ha in mano per impedire agli anglo-americani di prendere decisioni contrarie agli interessi francesi». Non ho qui elementi per valutare le intenzioni e le inclinazioni del Capo del Governo francese; osservo tuttavia che, nel fissare le nuove direttive della sua azione, egli deve avere per lo meno attentamente soppesato e valutato le possibili reazioni russe. Intatti l’Ambasciatore Joxe, il quale doveva rientrare dal congedo entro la prima metà di agosto, è stato dapprima convocato a Ginevra negli ultimi giorni di quella Conferenza e dal 15 agosto è trattenuto a Parigi per consultazioni. La sua partenza dalla capitale francese è stata rinviata di giorno in giorno e sembra sia ora definitivamente fissata per oggi.

Non so se Joxe sia incaricato di compiere qualche particolare passo presso il Governo sovietico e mi sarà difficile controllarlo per ovvie ragioni, nonostante i nostri ottimi rapporti. Certo, la sua lunga permanenza a Parigi e la velocità di azione che Mendès-France sta dimostrando farebbero pensare che Joxe debba avere almeno ricevuto il compito di «spiegare», ai capi sovietici, nel miglior modo possibile, la posizione e le intenzioni del suo Governo. A tale proposito l’Incaricato d’Affari di Francia mi ha confidato di continuare a nutrire qualche speranza – che egli asserisce essere per altro basata soltanto su elementi induttivi – che un limitato e controllato riarmo germanico, sia pure nella cornice del Patto Atlantico, dovrebbe qui riuscire meno sgradito della CED. A suo dire qui si paventerebbe soprattutto l’integrazione europea, mentre si terrebbe molto ad una autonomia politica, militare ed economica della Francia, nella quale si vedrebbe la migliore contro-assicurazione nei confronti della Germania. Ossia qui si ragionerebbe ancora in termini di classico equilibrio europeo e si attribuirebbe effettivo valore e vitalità al patto di assistenza firmato nel corso della guerra con la Francia, come, del resto, a quello analogo con la Gran Bretagna. L’interlocutore ha ribadito che non dissimili preoccupazioni e considerazioni sarebbero condivise dagli ambienti anticedisti francesi, specie parlamentari. Inoltre l’opinione pubblica francese, messa di fronte dapprima alla ripresa economica della Germania ed oggi ad un suo eventuale autonomo riarmo, sarebbe sempre piincline a considerare la Russia come una potenza capace di contrastare e di controbilanciare un ritorno egemonico tedesco.

Non so quale fondamento abbiano queste interpretazioni a distanza dello stato d’animo francese. Per quanto invece riguarda l’URSS, ripeto in questa occasione che mi sembra teorico, e quindi prematuro, parlare di preferenze russe per l’una o per l’altra formula di riarmo di Bonn, anche se è vero che la CED era qui particolarmente invisa.

Ma ci a mio parere, dipendeva sopratutto dal fatto che, sino a pochi giorni fa, il riarmo della Germania occidentale si presentava in concreto, esclusivamente sotto la forma del Trattato di Parigi. Sicché il Cremlino, che s’ispira da anni alla norma tattica di concentrare il massimo del suo fuoco contro un solo obiettivo alla volta, ha battuto in pieno contro la CED: trascurando le altre ipotesi inattuali. Come a suo tempo riferito, la Nota sovietica del 24 luglio(2) conteneva una sfumatura tra il Patto Atlantico (che non teneva conto del pericolo della rinascita del militarismo tedesco) e la CED (che invece favoriva tale riarmo): ossia il giudizio dei russi sulle due Organizzazioni era sempre polarizzato sul riarmo tedesco.

L’occidente decidendo ora un’altra forma di riarmo germanico, è contro di essa che verrà spostato l’attacco frontale sovietico, Ma anche questa volta, a mio avviso, si punterà sul fallimento dell’iniziativa evitando di fare qualsiasi concessione sostanziale sulla Germania, che possa in un domani rivelarsi pericolosa per le posizioni sovietiche nella RDT o compromettere, senza piche adeguate contropartite, lo statu quo russo in Europa. Ciper considerazioni sia di politica estera e sia di politica interna, poiché, mentre forse Stalin poteva anche permettersi di capovolgere improvvisamente intere situazioni, il nuovo regime, che è ancora in una fase di consolidamento al potere, deve fare molta attenzione a non compromettere il proprio prestigio ed a non prestare il fianco ad accuse di debolezza.

Ho segnalato già ripetutamente ed anche prima della Conferenza di Berlino che le gerarchie del partito comunista dell’URSS mal si adatterebbero ora ad un abbandono del Governo di Pankow, che Stalin aveva continuato a tenere in una posizione ambigua ma che i di lui successori hanno continuamente rafforzato dall’agosto 1953 in poi. D’altra parte, è probabile che gli elementi nazionalisti e militari dell’URSS sarebbero insofferenti di una unilaterale ritirata russa dall’Europa Centrale.

Purtroppo tali considerazioni sembrano rafforzate dagli elementi d’incertezza della presente situazione internazionale. L’azione diplomatica del Cremlino contro i nuovi piani occidentali per un riarmo tedesco non dovrebb’essere, secondo me, granché diversa da quella fin qui perseguita: proposta di conferenze a quattro o allargate; progetti di sicurezza collettiva europei, magari con qualche lieve piallettante ritocco; disarmo.

L’unica ipotesi, peraltro ancor oggi molto teorica, in cui vedrei il Cremlino proporre qualcosa di nuovo nei riguardi della Germania, si verificherebbe qualora la Francia facesse comprendere d’essere disposta a staccarsi dal progetto Eden sulle elezioni in Germania, per venire incontro, sia pure entro certi limiti, al progetto Molotov. Non credo perche, anche in tale ipotesi, la sostanza cambierebbe; si tratterebbe di un semplice diversivo per gettare confusione e disorientamento nelle linee avversarie.

D’altronde non è possibile che, nelle circostanze attuali, la Francia possa voler approfondire i suoi contatti con l’URSS sino ad oltrepassare i limiti compatibili colla sua appartenenza alla NATO. Mendès-France, nel suo complicato gioco diplomatico, puforse tener presente una convenienza a qualche limitato approccio con Mosca, anche per rafforzare le sue possibilità di negoziato nei prossimi convegni occidentali e specie cogli Stati Uniti: probabilmente, per piquale mezzo che quale fine. Comunque, anche se si tratti oggi di eventuali semplici manovre è ovvio il nostro interesse a compiere tutto quanto è in nostro potere per aiutare e persuadere la Francia, ad evitare che essa, sentendosi isolata possa indursi a qualche distacco dal fronte unito occidentale.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 89. 2 Vedi FRUS, 1952-1954, Germany and Austria, vol. VII, Part 1, D. 531.

37

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI, ALLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO(1)

T. s.n.d. urgentissimo 8408/184. Roma, 8 settembre 1954, ore 19,45.

Suo 399-4002.

A nome Governo italiano, la S.V. potrà, nel corso seduta di domani, dichiarare:

- -

3) circa località riteniamo ‒una volta che molti motivi sconsigliano a tutti Governi, compreso quello francese, la sede di Parigi ‒che riunione dovrebbe tenersi in una capitale nella quale polemiche locali di stampa e di opinione pubblica non potessero esercitare dannose influenze. Dovrebbe quindi evitarsi una delle capitali dei paesi firmatari del Trattato CED. In tali condizioni e anche per non perdere favorevole occasione costituita da presenza in America di molti Ministri degli Esteri a causa Assemblea Nazioni Unite, penseremmo di proporre Ottawa. Capitale canadese avrebbe, a nostro giudizio, maggiori vantaggi che non New York perché presenza sovietici in quest’ultima città contemporaneamente a Conferenza Atlantica potrebbe provocare situazione di disagio. Per quanto inoltre direttamente ci concerne, non essendo noi membri dell’ONU non ameremmo venirci trovare in situazione di spiacevole attesa che gli altri Paesi abbiano prima esaurito loro questioni e poi prestino attenzione a riunione Atlantica. Scelta di Ottawa infine sarebbe un gesto di cortesia verso Segretario di Stato Foster Dulles atto a evitargli un nuovo e faticoso viaggio in Europa.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 89. 2 Vedi D. 33.

38

L’AMBASCIATORE A BONN, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11306/132. Bad Godesberg, 8 settembre 1954, ore 22 (perv. ore 7,30 del 9).

Il Cancelliere Federale mi ha fatto chiedere oggi da Blanckenhorn quali fossero i progetti del Governo italiano circa la nostra ratifica della CED. Egli riterrebbe infatti la ratifica italiana fattore ancora essenziale per gli sviluppi avvenire.

Ho risposto a Blanckenhorn che non avevo al riguardo comunicazioni ufficiali ma che mi sembrava poco verosimile che il Governo italiano pur rimanendo fedele alla politica europeistica decidesse di affrontare un dibattito parlamentare senza preciso significato nella attuale contingenza internazionale.

Blanckenhorn che ha mostrato di rendersi personalmente conto delle mie obiezioni, mi ha pregato tuttavia di suggerire – qualora non potesse essere considerata la presentazione della CED per la ratifica – la possibilità di una dichiarazione ufficiale italiana nella quale premessa l’impossibilità per l’Italia di procedere oltre nella ratifica stessa nelle presenti circostanze, venisse riaffermato che il Governo italiano rimane fedele ai principi che erano alla base del trattato e che potranno, in ogni caso, essere ripresi in avvenire per il proseguimento della opera di integrazione europea.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 89.

39

IL DIRETTORE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, MAGISTRATI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

Appunto segreto 21/22712. Roma, 8 settembre 1954.

Oggetto: Conferenza di Londra e Conferenza Atlantica.

Con l’arrivo, a mezzo dall’Incaricato d’Affari di Gran Bretagna, dell’invito del Governo di Londra per la convocazione, nella capitale inglese, in uno dei primi giorni della prossima settimana, della prevista Conferenza a nove3, appariva doversi considerare concluso il periodo dei primi sondaggi e dei primi approcci che quel Governo aveva iniziato negli scorsi giorni per vedere realizzata la sua iniziativa(4). Viceversa le ultime notizie, alquanto contraddittorie, fanno supporre che il Foreign Office abbia lanciato quell’invito senza essersi preventivamente assicurata la partecipazione alla Conferenza dei tre principali interlocutori: la Francia, la Germania e gli Stati Uniti: situazione, questa, che ha già creato non piccoli equivoci ed un certo disorientamento nelle opinioni pubbliche.

Circa il contenuto dell’Ordine del Giorno della riunione, il Governo inglese non si è ancora pronunciato con precisione lasciando, per intendere che due saranno, comunque, gli argomenti della discussione strettamente, del resto, legati l’uno con l’altro e cioè:

1) L’associazione della Repubblica Federale Tedesca al mondo Occidentale.

2) L’apporto e la partecipazione di Forze Armate tedesche alla difesa dell’Occidente.

Il primo di questi punti si riferisce, evidentemente, alle forme da concordare e approvare per permettere il ripristino della sovranità della Repubblica Federale. E qui, naturalmente vengono in gioco gli accordi di Bonn i quali, con la caduta del Trattato CED vengono ad assumere una fisionomia del tutto diversa e particolare, in quanto essi in merito alle possibilità di riarmo di forze di nazionalità tedesca, si basavano interamente sull’applicazione delle norme costitutive della Comunità Europea di Difesa. Non a torto è stato affermato che quegli accordi erano come uno specchio che, per riflettere l’immagine, ha bisogno della patina argentea, nella fattispecie costituita dalla CED: una volta tolta la patina lo specchio diventa un semplice pezzo di vetro che non riflette immagini ed attraverso il quale ogni raggio pupassare senza controllo.

La Conferenza di Londra, quindi, si troverà dinanzi una non facile situazione, costituita dalle nuove forme, si ripete, da adottare sia per il ristabilimento della sovranità di Bonn, sia, in connessione, con il suo riarmo.

A tale proposito – e per quanto nel corso della Conferenza di Bruxelles, il Presidente Mendès-France sia stato largo di dichiarazioni in tema di buona volontà francese nei confronti della Germania di Bonn – ci si domanda fin da ora come, nella nuova situazione, il Governo di Parigi possa rinunciare (cosa che sembra invece già accettata da Washington e da Londra) a quelle clausole degli Accordi di Bonn che immaginavano possibile il ritorno, da parte dei tre alleati, ad uno statuto di controllo e cioè di occupazione, qualora cifosse reso necessario da situazioni politiche in Germania.

Circa le forme e le modalità per l’adozione di controlli in merito al riarmo tedesco, senza la palese creazione di norme discriminatorie ai danni della Germania, l’unica idea che, fino a questo momento, è apparsa circolare con una certa serietà, è quella fatta avanzare dal Governo canadese – a quanto è venuto ieri a comunicarmi questo Ambasciatore del Canada – e secondo la quale, per permettere l’ingresso della Germania nel NATO, i 14 Governi membri dell’Organizzazione Atlantica dovrebbero dichiararsi d’accordo perché essa assuma oramai il compito, non soltanto di mantenere il rafforzamento della difesa occidentale, ma anche di «controllarlo» ossia praticamente, di limitarlo. In altre parole, al NATO, di comune accordo, dovrebbe essere dato il potere di esercitare una revisione annuale nel senso anche di impedire uno squilibrio di posizioni nazionali militari, con l’incontrollato accrescimento di Forze proprie da parte di ciascuno degli Stati membri.

Con tale sistema, in pratica, verrebbero fissate in antecedenza le possibilità e gli apporti militari di ciascun Paese entro limiti non sorpassabili e, quindi, la Germania verrebbe già in partenza ad essere controllata nel suo riarmo, sia nel numero delle sue Divisioni, sia nella consistenza e nella produzione dei suoi armamenti: e cisenza che essa venisse discriminata in quanto che tali misure sarebbero di carattere generale ed applicate, quindi, a tutti gli Stati Atlantici.

Si tratta, come si vede, di una idea evidentemente, attraente e che, con lo stabilimento di un «equilibrio permanente di potenza» potrebbe anche dare alla Francia una soddisfazione in quanto che essa potrebbe vedere definitivamente riconosciuta e garantita una sua preponderanza di forze.

Ma, come tutte le cose, anche questa proposta potrebbe avere, particolarmente, per noi, un aspetto negativo. Potrebbe cioè ripetersi, in linee ben pigrandi, quanto ebbe già a manifestarsi in seno alla CED e che ne fu anzi uno dei maggiori agenti dissolvitori: la tendenza di alcuni Paesi di vedersi riconosciuta dagli altri una propria speciale posizione dovuta alle loro necessità di Potenze mondiali. Nel ricordare l’insistente richiesta francese per ottenere Protocolli e posizioni discriminatorie a proprio favore sulla base di una «Union française» differente da una «Francia metropolitana ed europea», viene subito al pensiero che domani, in sede NATO, Stati Uniti, Inghilterra e Francia, ecc., chiederanno altrettanto in modo che potrebbe venirsi a creare nella cornice atlantica una «piccola» ed una «grande» cittadinanza, creando due tipi di Paesi, gli uni, effettivamente, a podestà difensiva controllata e limitata, e l’altra nella realtà libera dei propri atti. Ma ciforse per l’Italia potrebbe essere un male minore, date le sue effettive possibilità e necessità.

Un’altra idea appare essere tuttora avanzata dal Belgio e particolarmente dal Ministro Spaak che è indubbiamente tra le personalità maggiormente attive della scena politica europea: patrocinare l’entrata della Germania nell’Organizzazione Atlantica ma contemporaneamente rinchiuderla, sempre insieme con gli altri cinque Paesi in una CED modificata, con la rinuncia a concezioni sopranazionali e con la conseguente creazione di un diritto di veto per un periodo piuttosto lungo.

In altre parole, una ripresa ed uno sviluppo dell’ultimo tentativo fatto dallo Spaak stesso dopo il cattivo risultato della Conferenza di Bruxelles, tentativo, peraltro, già criticato ed osteggiato, come è noto, da parte olandese. Altre idee e formule, in questo vasto crogiolo, destinato a mutare ogni giorno fisionomia, sono state avanzate. La Germania ha dichiarato di essere orientata nettamente verso la sua ammissione alla NATO, via la restituzione integrale della sua sovranità: posizione che, ai fini della limitazione degli armamenti, e secondo quanto apparrebbe patrocinato anche da parte britannica, potrebbe essere corretta da una autodecisione di Bonn intesa a non intendere il riarmo come illimitato, ma contenuto, invece, nella misura già prevista nella CED.

Cidetto, non appare molto semplice immaginare come tutte queste diverse concezioni e proposte – in gran parte, peraltro, tuttora nebulose – possano condensarsi in qualche cosa di positivo nella proposta Conferenza di Londra, circa i cui sviluppi, inoltre, mancano sino ad oggi precise indicazioni in merito agli effettivi intendimenti francesi od americani.

Quello, per che già è permesso vedere è che nel complesso esiste un orientamento inteso a studiare le possibilità di un avviamento della questione piuttosto in una cornice atlantica che non altrove. E a cisi è aggiunta ora la precisa richiesta ufficialmente avanzata dal Governo americano, in seno al Consiglio dei Rappresentanti Permanenti di Parigi, di vedere fissata una data per una Conferenza Atlantica straordinaria a livello Ministri, per l’esame della situazione derivante dal rifiuto dell’Assemblea francese di ratificare la CED: proposta che è stata, naturalmente, calorosamente appoggiata ed approvata senza indugio da tutti i Paesi che apparivano esclusi dalla progettata Conferenza di Londra.

In tali condizioni, e per quanto da piparti si parli oggi della possibilità di un rinvio della Conferenza di Londra, appare necessario osservare, da parte italiana, e con estrema attenzione, quali potrebbero essere gli imminenti sviluppi di una questione che è venuta a toccare tanto profondamente quell’avviamento europeista che, in certo modo, era stato, in questi ultimi anni, una delle caratteristiche della politica del nostro Paese. In altre parole, infatti, si potrebbe ora verificare una «svolta di grande rilevanza in quantoché ad un concetto di progressiva integrazione politica, militare ed economica tra taluni Stati europei compreso il nostro, potrebbe venire definitivamente a sostituirsi un concetto di alleanza nella cornice atlantica.

A tale proposito occorre tenere presente come una posizione mediana – e tale da «salvare il salvabile» in tema di europeismo – potrebbe essere costituita da una «alleanza a sette» tra gli antichi sei Paesi CED e l’Inghilterra: in altre parole un allargamento del Patto di Bruxelles all’Italia e alla Germania con una maggiore e diretta «compromissione» del Regno Unito con l’Europa occidentale. Progetto, questo, che del resto era già stato avanzato dallo stesso Mendès-France quale alternativa alla CED.

Questa nuova configurazione politica e militare potrebbe persino, secondo alcuni, far mettere da parte, almeno per il momento, il problema della immediata entrata, della Germania nel Patto Atlantico in quantoché il Governo di Bonn verrebbe ad essere «associato» alla NATO in posizione pio meno simile a quella della Jugoslavia.

Occorre, per qui dire che una tale soluzione, mentre sul terreno tecnico-militare implicherebbe una serie di complicazioni e di accavallamenti con i Comandi Atlantici, difficilmente favorirebbe quello sviluppo integrativo che era stato concepito con la creazione della CECA e della CED.

Un’altra soluzione, – in certo modo simile alla precedente, e avente percome punto di partenza l’ingresso della Germania nell’Organizzazione Atlantica – potrebbe essere una «piccola NATO a sette» nella «grande NATO» con una serie di particolari accorgimenti e controlli tali da permettere senza estensive discriminazioni e mediante l’adozione di speciali concetti integrativi in merito agli armamenti, una limitazione del riarmo tedesco. Ma qui occorre subito aggiungere che, sotto il profilo tecnico, gli ambienti militari italiani appaiono contrari alla «enucleazione» suindicata, preferendo vedersi schierate, senza complicazioni in un complesso di forze delle quali faccia parte l’America: in altre parole una organizzazione militare, che essi temono, in realtà diretta da un piccolo «Standing Group» franco-inglese, comporterebbe per noi maggiori svantaggi che non l’attuale, mentre quei nostri ambienti preferirebbero – una volta entrata la Germania nella NATO – vedere allargato l’attuale «Standing Group» a tre ad una formazione a cinque con partecipazione dell’Italia e della Germania stessa.

In un secondo appunto(5) questa Direzione Generale si permetterà esporre all’ E.V. alcune idee circa la posizione e l’atteggiamento che, specificamente, l’Italia potrebbe assumere in seno alla prossima Conferenza.

1 DGAP, Uff. I, Serie affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954.

2 Indirizzato per conoscenza anche a Benvenuti, Zoppi e Del Balzo.

3 Vedi D. 30.

4 Nella copia conservata in DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 89 (con ilvisto del Segretario Generale e la sigla Zoppi) è presente la seguente annotazione a margine del primo paragrafo: «Non è esatto: Ross precissin dall’inizio che si trattava di sondaggio preventivo, in vista di un invito formale». Segue sigla di lettura dubbia.

5 Si tratta dell’appunto 20/2282, pari data, (ibidem), con il quale Magistrati riproponeva a Piccioni ilcontenuto del presente documento con la seguente premessa: «Nelle ultime 24 ore si è verificata una notevoleevoluzione in merito alle progettate Conferenze di Londra ed Atlantica, in quantoché la iniziale freddezza delGoverno degli Stati Uniti, l’insistenza del Governo di Bonn nel voler trattare per via diplomatica, prima direcarsi a qualsiasi tavolo di riunione, le cosiddette “salvaguardie” in merito all’associazione della Germaniaall’Occidente e, infine, un insieme di circostanze di fatto hanno consigliato il Governo di Londra a non reiterare l’invito per la Conferenza a Nove a brevissimo termine. Frattanto si avrà, come è noto, una visita del Ministro degli Affari Esteri, Eden, alle capitali europee maggiormente interessate, e cioè successivamente,a Bruxelles (dove si riuniranno anche i Rappresentanti dei Paesi Bassi e del Lussemburgo), a Bonn, a Romae infine a Parigi. Scopo dichiarato del viaggio è quello di raccogliere idee in merito al sistema migliore diaffrontare il problema delle relazioni future tra la Germania e l’Occidente. Il Governo di Londra appare nonaver ancora ufficialmente e definitivamente rinunciato alla sua iniziativa per la convocazione della “conferenza preliminare” a nove, ma parecchi sintomi fanno comprendere che, con probabilità, essa finirà in certomodo – una volta raccolte in forma completa le idee e le considerazioni del Governo tedesco – per compendiarsi ed unificarsi nella prevista Conferenza straordinaria dell’Organizzazione Atlantica, a livello Ministri,richiesta dagli Stati Uniti a una data che non dovrebbe andare oltre la prima decade di ottobre.

In queste condizioni, particolarmente in vista della conversazione che avrà luogo tra i Rappresentantidel Governo italiano ed il Ministro Eden nella giornata di martedì 14 corrente, appare opportuno riassumere,qui appresso, alcune idee relative alla posizione ed all’atteggiamento che il nostro Paese potrebbe disporsi adassumere, sul suindicato problema, in seno a quella prossima Conferenza Atlantica: 1. Non sembrano oramaipiattuali e realistiche le idee relative ad una possibilità di prosecuzione dell’azione intesa a dar vita ad una “Comunità Europea” quale essa era concepita prima del respingimento della CED da parte del Parlamentodi Francia. Nessuno appare aver dato seguito né a progetti di “CED a cinque” né, comunque, ad iniziativeche escludessero del tutto il Governo di Francia e tendessero, si ripete, ad avviare nuovi piani sulle antichedirettrici. Per quanto direttamente ci riguarda – e in vista anche delle difficoltà di fatto costituite, in tema diaiuti americani, dal noto emendamento Richards alla legge di assistenza all’estero – è vero che da qualcheparte, ossia da Washington e ora da Bonn, ci si è fatto pervenire il “consiglio” di trovare una qualsiasi formaparlamentare intesa a provocare una dichiarazione o un voto della nostra Camera perché venisse in qualchemodo riaffermata la fedeltà del Governo di Roma ai principi che erano alla base del Trattato CED; ma cinon appare di facile esecuzione, dopo quanto è avvenuto a Parigi, e comunque una discussione parlamentare,all’inizio dei lavori autunnali, potrebbe essere anche a doppio taglio in quantoché potrebbe provocare polemiche e attacchi dell’opposizione tali da infirmare quei primi risultati che erano stati raggiunti con le votazionifavorevoli alla CED da parte di tutte e tre le Commissioni competenti della Camera».

40

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO, ALESSANDRINI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. segreto 3407/1369. Parigi, 8 settembre 1954.

Oggetto: Fallimento CED e riarmo Germania.

Come è noto a Vostra Eccellenza, il Trattato CED e il suo Annesso segreto avevano tentato di dare una soluzione al problema del come limitare il riarmo tedesco, senza discriminazioni formali nei riguardi della Germania. Tale problema non è mutato, ma tutto porta a far ritenere che esso si presenterà differentemente a secondo delle conclusioni cui giungerà la Conferenza di Londra in materia di associazione politica della Germania al mondo occidentale, della formula che per essa verrà scelta, delle acuite preoccupazioni dei francesi e delle accresciute pretese tedesche. Mi consenta Vostra Eccellenza di esaminare gli aspetti principali del problema, le difficoltà che essi comportano ed i possibili tentativi di soluzione.

1. Plafond delle forze tedesche. – Esso era stabilito dall’Accordo segreto in 12 divisioni dell’Esercito (di cui 4 corazzate), poche navi ed un certo numero di aeroplani. Rispetto alla Francia l’inferiorità consisteva in 6 divisioni di meno, nell’assenza di una marina da combattimento, ed in una forza aerea di qualche centinaia di aeroplani minore. L’esperienza si era già incaricata di dimostrare che tale distacco delle forze francesi da quelle tedesche non si sarebbe potuto ottenere in pratica, la Francia non riuscendo a mettere in piedi pidi 14 divisioni (di cui tre corazzate). Era quindi intenzione dei francesi ottenere una revisione dell’Accordo segreto. Dal canto suo la Germania aveva fatto scrivere nel preambolo dell’Accordo segreto una indicazione secondo la quale tale «ripartizione» nazionale del primo scaglione delle forze europee non pregiudicava la consistenza che tali forze avrebbero potuto avere ulteriormente.

Inoltre era previsto che la Germania non avesse certe forze speciali quali i reparti aerei da bombardamento medio e pesante, le grosse navi ad i sommergibili, i missili radioguidati e l’artiglieria atomica.

Ammesso che si possa ottenere l’assenso di Bonn ad una limitazione quantitativa delle sue forze (e le dichiarazioni radiodiffuse del Cancelliere Adenauer del 4 settembre lasciano pensare che ci a certe condizioni, potrebbe avvenire), c’è da domandarsi quale forma giuridica tale limitazione potrebbe prendere, per non rivestire un carattere discriminatorio.

Se la Francia non puaccettare che la Germania limiti in modo autonomo (come proposto dal Cancelliere Adenauer) il proprio sforzo di difesa, Bonn non pudal canto suo consentire che una limitazione quantitativa le sia imposta in termini precisi una volta per sempre, come accadrebbe con un protocollo speciale che accompagnasse il suo ingresso al NATO o a una organizzazione europea. Dovrebbe necessariamente pensarsi ad un sistema pi«souple»; e una forma possibile sarebbe quella di adattare la procedura NATO per la Revisione Annuale(2).

È noto che ogni anno il Consiglio Atlantico stabilisce all’unanimità gli obiettivi di forze dei singoli Paesi NATO per l’anno successivo. Se tale sistema è stato impiegato finora per ottenere che i paesi membri accrescessero per quanto possibile i loro contributi di forza, esso potrebbe anche essere utilizzato, mediante il meccanismo dell’unanimità, per impedire che un determinato Paese li aumenti al di sopra di un certo limite(3). Tale limite potrebbe, per un periodo iniziale, essere fissato da un accordo segreto, così come nel Trattato CED.

Tale sistema non discrimina contro la Germania, perché la Germania puusarne nei confronti della Francia. Esso sarebbe applicato anche se la Germania non entrasse nel NATO, ma in una organizzazione di carattere europeo. Già per la CED era prevista una procedura analoga a quella della Revisione Annuale NATO, di cui anzi erano state fatte alcune prove preliminari da parte del cosiddetto Comitato Ockrent(4). È evidente che tale sistema è realmente efficace, fin tanto che sono gli Stati Uniti a fornire all’Europa (e quindi alla Germania) il materiale bellico pesante. Va tuttavia ricordato che anche una nazione della potenza finanziaria della Gran Bretagna, avendo preferito non ricevere aiuti militari dagli Stati Uniti, non ha potuto sviluppare le proprie forze terrestri secondo i piani originari.

Una obiezione da parte francese potrebbe essere che la procedura della Revisione Annuale riguarda solo le forze NATO, disinteressandosi delle forze cosiddette «nazionali». Perché questa procedura esercitasse quindi tutta la sua efficacia nei riguardi della Germania, dovrebbe essere convenuto che le forze tedesche, essendo stabilite in una zona di copertura, sarebbero tutte assegnate al NATO(5). Nazioni come la Gran Bretagna e la Francia, avendo interessi extra-europei, potrebbero invece essere autorizzate a mantenere forze nazionali.

- - -

sembra difficile che la Gran Bretagna voglia partecipare ad un tale sistema (il che ne renderebbe tanto piimprobabile l’adozione in caso di istituzione di una Organizzazione Europea). Le forze inglesi infatti sono armate quasi esclusivamente con materiale britannico, mentre quelle continentali sono armate con materiale americano ed è già pronto o in via di fabbricazione materiale di questo tipo per le forze tedesche. Inoltre il Governo britannico ha sempre gelosamente conservato la propria indipendenza in materia di armamenti, ed è piche dubbio che esso vorrebbe sacrificarla in questa occasione. Ampia prova di questo è stata data dal sabotaggio da parte inglese di qualsiasi programma di produzione militare integrata anche in sede NATO.

Tale politica britannica ha reso assai difficile [sic] i progressi nel campo della standardizzazione: al quale proposito va anche tenuto presente, per le eventuali soluzioni da adottare, il dato di fatto della diversità dei tipi di materiale fra forze inglesi forze continentali.

- -

(a) Scuole Militari comuni. Si pupensare a delle scuole di guerra per ciascuna delle tre armi dei Paesi partecipanti; a delle scuole di applicazione per ufficiali cui parteciperebbero un certo numero di ufficiali inferiori dei vari paesi; a scuole per specialisti (sempre che il materiale impiegato sia dello stesso tipo in tutti i paesi).

(b) Regolamentazione comune sull’addestramento e sull’impiego; elaborazione di una dottrina di guerra.

- -

piestesi per il coordinamento ed il controllo in campo logistico. Tali richieste hanno finora urtato contro l’opposizione degli Stati Maggiori nazionali; dovrebbe esplorarsi se qualche sacrificio non potesse farsi in questo campo per assicurarsi un certo maggior controllo sulle truppe tedesche(8). Al riguardo va tenuto presente che SHAPE esercita i suoi poteri in tempo di pace solo sulle forze «assegnate», e non su quelle «earmarked» e tanto meno su quelle lasciate sotto comando nazionale.

Come detto sopra andrebbe trovata una formula perché tutte le forze tedesche, essendo forze di copertura, fossero assegnate a SHAPE: il quale avrebbe in questo caso anche il potere di decidere circa la loro dislocazione ed il loro impiego.

Una soluzione dei problemi sopraindicati richiederebbe evidentemente degli studi abbastanza approfonditi, ma che non dovrebbe essere impossibile a Gruppi di esperti condurre a termine in tempo relativamente breve, qualora per il loro completamento fosse ad essi assegnata una data precisa ed irrevocabile.

1 DGAP, Uff. I, Serie affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954.

2 Al margine compare la seguente annotazione: «giusto!».

3 Al margine compare la seguente annotazione: «è la stessa nostra idea: non “floor”, ma “ceiling”».

4 Al margine compare la seguente annotazione: «che cos’è? Special Committee for the German Constitution, presieduto dall’olandese Ockrent».

5 Al margine compare la seguente annotazione: «giusto, ma allora anche noi!».

6 Al margine compare la seguente annotazione: «interessante».

7 Al margine compare il seguente commento: «?».

8 Al margine compare la seguente annotazione: «giusto».

41

L’AMBASCIATORE A LONDRA, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11362/277. Londra, 9 settembre 1954, ore 22,23 (perv. ore 7 del 10).

Il Ministro Taviani ha avuto stamane un lungo colloquio con Eden(2) cui ho assistito insieme a Nutting. L’atmosfera è stata estremamente amichevole e cordiale. Mentre riferisco dettagliatamente con rapporto(3) che il Ministro della Difesa porterà costì domani, riassumo i punti essenziali del colloquio nella parte relativa al riarmo germanico:

1) Il rinvio della Conferenza di Londra è stato determinato dall’impossibilità di Adenauer e di Dulles di essere presenti a Londra per il 14. Adenauer sembra preferire ricevere invito adesione NATO senza dover partecipare alle discussioni al riguardo con altri Stati e specialmente con la Francia. Eden ha perciammesso implicitamente che non soltanto la data ma la stessa possibilità della Conferenza di Londra era in dubbio.

2) Il Governo inglese è fermamente convinto che fra CED ed ingresso della Germania al NATO non vi è soluzione intermedia prospettive serie e vitali. Anche i progetti dello Stato Maggiore comune a sette o pool di armamenti o altri analoghi se ben considerati appaiono insufficienti ed irrealizzabili.

3) Il Governo inglese farà ogni forzo per dare alla Francia legittime soddisfazioni. Queste perdovrebbero essere date con accordo o iniziativa di carattere politico che accompagni lo ingresso della Germania nel NATO e non con organismo intermedio militare. Eden ha parlato di assicurazioni e garanzie da parte della Germania che Adenauer sarebbe disposto ad offrire. Potrebbe anche trattarsi di ulteriori impegni inglesi nel campo militare.

4) Se malgrado gli sforzi fatti per tener conto delle sue preoccupazioni la Francia rifiutasse le proposte relative all’ingresso della Germania nel NATO che gli altri 13 membri dell’alleanza trovassero accettabili, la Gran Bretagna è fermamente decisa a procedere oltre insieme agli Stati Uniti.

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954. 2 Per il resoconto della parte di tale colloquio relativa al riarmo germanico vedi D. 46. 3 Vedi D 56.

42

IL CAPO DI GABINETTO DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PRATO, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

Appunto. Roma, 9 settembre 1954.

Ieri sera, alle ore 22, l’Incaricato d’Affari britannico, Signor Ross ha chiesto di parlare d’urgenza a V.E. per fare una comunicazione del proprio Governo.

Gli ho detto che l’incontro con V.E. avrebbe potuto aver luogo questa mattina anche prima delle 10 ma egli ha insistito per effettuare subito la comunicazione.

L’ho quindi immediatamente ricevuto a Palazzo Chigi ed egli mi ha fatto leggere un telegramma ricevuto dal Foreign Office nel quale, premesso che la Conferenza di Londra doveva essere rinviata a data posteriore a quella già indicata (later in the month), il Ministro Eden prospettava di fare una rapida visita alle Capitali europee interessate, secondo l’itinerario seguente:

sabato 11 corrente – Conversazioni a Bruxelles

domenica 12 corrente – Conversazioni a Bonn

lunedì 13 corrente – Arrivo a Roma

martedì 14 corrente – Conversazioni a Roma

mercoledì 15 corrente – Partenza per Parigi

giovedì 16 corrente – Conversazioni a Parigi e ritorno a Londra

(Nel telegramma si diceva che data la ristrettezza di tempo, il Ministro Eden non poteva soffermarsi in tutte le Capitali del Benelux, per cui a Bruxelles le conversazioni avrebbero luogo anche con gli esponenti degli altri Paesi del Benelux).

La visita avrebbe carattere profondamente amichevole. Il Ministro Eden non pensava di proporre alcuna agenda per queste conversazioni, il cui scopo sarebbe stato quello di raccogliere idee in merito al sistema migliore di affrontare il problema (to agree the most hopeful line of approach to the problem) delle relazioni fra la Germania e l’Occidente.

Il Ministro Eden sarà accompagnato dal Capo di Gabinetto Sir Frank Roberts.

Il Foreign Office si raccomanda di non dare per il momento notizia di questo progetto di Eden, poiché questi, prima di renderlo pubblico, desidera avere l’accettazione di tutti i Governi interessati.

Il Signor Ross ha incaricato di richiedere se il Governo italiano sia d’accordo sul progetto di Eden e se la sua visita sarebbe stata gradita. Poiché Ross mi ha detto di avere istruzioni di rispondere in serata stessa, ho ritenuto di rispondere favorevolmente, salvo conferma di V.E.2.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 89.

2 In calce al documento si trova la seguente annotazione: «Nota: Questa mattina verso le 8 il Signor Ross mi chiedeva telefonicamente se potevo confermare la nostra accettazione, il che ho fatto dopo aver telefonato a S.E. il Ministro».

43

LA DIREZIONE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, UFFICIO I(1)

Appunto. Roma, 9 settembre 1954.

Gli ultimi sviluppi delle consultazioni fra le Cancellerie interessate ed in particolare il rinvio della Conferenza di Londra indicano che il piano britannico era stato lanciato senza la dovuta preparazione diplomatica e sopratutto senza assicurarsi previamente l’assenso, almeno di massima, di Washington e di Bonn.

L’iniziativa inglese tuttavia continua: la notizia del viaggio di Eden nelle capitali europee mostra fino a che punto Londra tenga a mantenersi in prima linea alla ricerca della soluzione da darsi al problema tedesco.

Quali siano gli esatti termini del progetto inglese forse sarà dato sapere dopo la visita di Eden a Roma.

Si pututtavia osservare fin d’ora che la tendenza che si è venuta manifestando come un minimo denominatore comune presso la maggioranza dei Paesi interessati è quella di ricercare una soluzione nel quadro del NATO. Se e come questo coincida coi progetti francesi e forse inglesi non è dato sapere.

Di positivo risulta finora una concordanza di intenti tedesco-americana nell’aver cercato di impedire una riunione extra NATO a brevissima scadenza a Londra quale era stata proposta da parte inglese.

Si è parlato d’altro canto del progetto canadese che mirerebbe a risolvere il problema nella cornice, almeno apparente, della non discriminazione dei controlli sul riarmo.

Tale soluzione, che presenta tante attrattive a prima vista, potrebbe pernella sostanza presentare maggiori difficoltà di realizzazione, quando dovesse giungere alla discussione pratica.

Infatti l’idea dell’equilibrio degli armamenti, ove si sfrondi dalla pur abile presentazione giuridica che potrà avere, non mancherebbe di codificare un sostanziale squilibrio fra le grandi potenze (e fra di esse dovrebbe probabilmente includersi la Francia, dati gli impegni «coloniali» e la posizione di privilegio già accordatale nello Standing Group) e quella delle potenze minori.

Ma ci si puad esempio domandare quale posizione sarebbe fatta al Canadà, il cui apporto come contributo sostanziale all’Alleanza Atlantica ad esempio nel campo degli armamenti, è certo superiore a quello francese.

L’Alto Commissario Francese a Bonn e la Cancelleria Federale hanno accennato ad un progetto analogo, secondo quanto comunicatoci dall’Ambasciatore Babuscio Rizzo. Questi ha indicato che il controllo avverrebbe «sotto l’autorità dello SHAPE». In proposito ci si deve domandare se SHAPE significhi lo Standing Group, cioè solo i tre grandi e se quindi la «piccola cittadinanza» nel NATO che deriverebbe dal trasformare i «floors» degli attuali armamenti in «ceilings», o qualsiasi altra forma similare, sarebbe rimessa al giudizio insindacabile dello Standing Group ovvero rientrerebbe in una deliberazione collettiva del Consiglio dei Ministri del NATO.

In altre parole occorrerà che da parte italiana si affronti con la massima cautela l’esame di questo problema che tocca l’essenza stessa dell’Alleanza Atlantica e che potrebbe offrire il destro per imporre una cristallizzazione di posizioni che è nostro interesse evitare.

D’altro canto sarà opportuno non trascurare l’eventualità che ci si possa offrire di insistere presso gli alleati, facendo leva sull’appoggio dei paesi minori, perché – se ci si indirizza verso una trasformazione dell’alleanza atlantica – essa abbia luogo in senso di allargare il significato di «comunità» e non invece di stabilire una gerarchia che, almeno nel caso francese non corrisponde alla realtà politica né a quella economica e militare.

In altre parole occorrerebbe esaminare l’eventualità di proporre una qualche contropartita positiva a tale rinunzia di parità: se per la Germania il controllo sul riarmo è la contropartita del riarmo e del riacquisto della sovranità, per noi il compenso dovrebbe ricercarsi in altri settori, che giustifichino anche agli occhi della nostra opinione pubblica tale rinunzia, analogamente a quanto poteva avvenire in sede CED rispetto alle rinunzie di sovranità che trovavano la loro contropartita nel principio della sovranazionalità e negli sviluppi comunitari che dovevano estendersi ai settori economico e politico.

DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90.

44

L’AMBASCIATORE A BONN, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

R. riservato 15496/1967. Bad Godesberg, 9 settembre 1954.

Signor Ministro,

Ho già riferito in precedenza sulle reazioni tedesche al voto negativo sulla CED della Assemblea Nazionale francese, e – anche sulla base di quanto mi era risultato dai miei contatti con le Alte Commissioni Alleate – sulla situazione derivatane.

Mi consenta V.E. di ritornare ora appunto su tali ultimi sviluppi, con particolare riferimento alla iniziativa britannica ed ai piani che, almeno a quanto fino ad oggi si sa, sarebbero in elaborazione, per esaminare la intera questione dal punto di vista piparticolare degli interessi italiani fornendo anche sotto questo aspetto il contributo delle mie osservazioni da Bonn.

Sulla base dei frequenti contatti avuti in questi giorni con le Alte Commissioni Alleate e, pirecentemente, con François-Poncet, apparirebbe chiaro che nuovi progetti francesi, non so se e con quanto appoggio dell’Inghilterra, sarebbero diretti soprattutto alla costituzione di una nuova forma di associazione europea limitata al solo settore della difesa sotto l’autorità dello Shape e che, secondo una conversazione avuta proprio oggi con François-Poncet, non si esclude possa nuovamente essere configurata come mezzo di indiretto collegamento della Germania alla NATO. Lo scopo che i francesi si prefiggono rimarrebbe quindi quello di controllare le forze armate tedesche attraverso questo nuovo meccanismo. Non è ancor detto che Bonn – mi riferisco sempre al pensiero di François-Poncet che non mi sentirei di condividere pienamente – consideri veramente conditio sine qua non l’ammissione diretta alla NATO; qui si sembra ad ogni modo disposti tanto ad accettare l’interdizione di armi atomiche e chimiche quanto a sottomettersi ad un organismo internazionale di controllo per la pianificazione della produzione degli armamenti.

L’iniziativa, egli ritiene, spetterebbe ancora alla Francia. L’Inghilterra perha l’aria questa volta di aver veramente deciso un suo maggiore collegamento alla difesa europea, e vien fatto percidi chiedersi se non intenda pure assumere la direzione di questo nuovo organismo difensivo. Il dubbio persiste e non solo in ambienti americani (ad alto livello) e tedeschi, che all’Inghilterra non sia troppo dispiaciuto di veder crollare la CED e che di questo Mendès-France fosse ben al corrente. Si tratta qui di un argomento che, se verificato, non favorisce certo iniziative di altri Stati – compresa l’Italia – per sbloccare la situazione, giacché tali iniziative potrebbero ad un certo punto urtare contro divergenze di vedute anglo-americane rimaste finora celate.

Mi affretto a tirare questa conclusione giacché è circolata negli ambienti di Bonn l’idea che toccherebbe all’Italia prendere iniziative per favorire la nascita di questa nuova forma della organizzazione difensiva dell’Europa, ma non vedo, ripeto, quale vantaggio l’Italia potrebbe aver a prendere parte troppo attiva o a perorare progetti di questo genere che fatalmente incontrerebbero per le discriminazioni celate o palesi che adotteranno, l’opposizione tedesca e verosimilmente americana. La tendenza, almeno quella di Mendès-France, se non di Londra, è di arrivare a una formazione europea sotto la guida franco-inglese; abbiamo un così grande interesse a propugnarla?

Beninteso, è nostro interesse preminente di veder associarsi le forze tedesche alla difesa dell’Occidente e V.E. sa con quanto calore ho sostenuto nei passati anni la necessità di una immediata ed almeno sollecita ratifica italiana. L’integrazione europea infatti rappresentava a mio giudizio la strada che avrebbe permesso all’Italia grandi vantaggi economici, la stabilità della sua struttura sociale e in pi ho già illustrato in passato varie volte questo concetto, la sola maniera di superare moralmente il nostro trattato di pace. Se a questo ultimo punto occorreva una dimostrazione essa è venuta proprio dai termini della mozione votata al Parlamento francese, nella quale esplicitamente è stato affermato che il concetto dell’unione europea, quale esso era stato concepito, era inaccettabile dalla Francia perché l’avrebbe posta allo stesso livello di due Nazioni vinte e di altri tre piccoli Paesi.

Fra i fattori di convenienza per noi a procedere con la maggior cautela nella presente complicata situazione, vi è anche la possibilità che anche questa volta la fine della storia possa essere un nulla di fatto. E pure di questo mi ha parlato proprio François-Poncet. Egli mi ha detto che tutti i progetti attuali comporteranno con la creazione di un esercito nazionale anche uno stato maggiore tedesco: egli non vede come l’Assemblea francese, che ha respinto la CED possa ingoiare questa pillola piamara; è possibile perfino, mi ha detto, che MRP, socialisti, ecc. si scaglieranno contro Mendès-France e che saranno i primi a votare contro. E cisenza contare lo scoglio della Sarre. Un secondo voto negativo francese renderebbe furiosa l’America che potrebbe veramente questa volta arrivare a soluzioni drastiche compreso il riarmo unilaterale della Germania. La situazione potrà inoltre, specie in Francia, divenire anche picomplicata da eventuali nuove manovre sovietiche alle quali, come ho accennato, pensano non senza preoccupazione anche i tedeschi. La nota di risposta parte oggi o domani ed è impostata, come è noto, sul rifiuto ad assidersi ad una nuova Conferenza senza la preventiva garanzia sovietica al trattato di pace austriaco e delle libere elezioni in Germania.

Mi sia ora consentito, a meglio chiarire il mio pensiero, riassumere gli elementi che ho esposto nel presente rapporto e che, ripeto, vogliono rappresentare soltanto un contributo a quel pivasto esame, e con pivasti elementi, che il Governo è ora chiamato a fare della presente congiuntura internazionale.

Il riarmo tedesco al quale siamo certo preminentemente interessati, non è nelle nostre mani; verremo ora probabilmente chiamati a collaborare alla formazione di progetti che potrebbero contenere, anzi certamente conterranno elementi discriminatori a danno della Germania. Non vedo quale interesse potremmo avere noi ad assumere una diretta responsabilità. Conviene a noi, a mio giudizio, non lasciarci deviare dalla linea politica finora seguita o improntata alla maggiore cautela, e lasciare che tali progetti si concretino prima tra Alleati e tedeschi; avremo allora la possibilità di far sentire il nostro peso in un senso o nell’altro, assumendo la parte di responsabilità alla quale un grande paese come il nostro non pusottrarsi. Oltre a ciresta poi da vedere se, di mano in mano che i progetti in elaborazione assumeranno forma concreta, stia veramente per configurarsi una nuova associazione difensiva sotto influenza franco-inglese da cui non sembra ci deriverebbe alcun vantaggio positivo, avendo l’Italia già la sua piena copertura difensiva nella NATO e potendo in essa legittimamente aspirare ad adempiere a quelle funzioni politico strategiche che le sono proprie di anello di congiunzione tra la NATO stessa e i paesi balcanici.

È poi da tener presente che con i nuovi piani la posizione italiana sembra spostarsi, da un peso prevalentemente politico quale essa avrebbe avuto nella CED, ad un altro certamente minore, essenzialmente militare, quale verrebbe a configurarsi nella nuova associazione difensiva europea.

Cipremesso, e a completare questo giro di considerazioni, mi domando se non sia possibile, senza sottrarci ai nostri doveri di collaborazione in questo momento, trovare la via per soluzioni a scadenza pio meno brevi, pifavorevoli per noi; le cose infatti potrebbero è vero consolidarsi secondo le nuove formule, ma non vi sarebbe inconciliabilità a che noi assumessimo nello stesso tempo una iniziativa tale da non chiudere tutte le porte ad una ripresa del processo di integrazione politica europea ai cui principi non possiamo non restare fedeli, integrazione che ci restituirebbe un ben diverso peso politico. Si potrebbe, qualora si entrasse in questo ordine di idee, esaminare anche la possibilità, al momento in cui discuteremo la nostra associazione al nuovo gruppo difensivo, se non di subordinare, almeno di accompagnare la nostra adesione con una dichiarazione di principio che contempli la richiesta di veder riprese al momento opportuno (e per momento opportuno non parlo certo della presente Assemblea Nazionale francese) le negoziazioni per la Comunità politica europea fra i Paesi della CED e sulla base dei principi riconfermati a Bruxelles. In conformità con questi concetti, mi sembra che i nuovi meccanismi di controllo sulla organizzazione difensiva dell’Europa includente la Germania che si progetta di creare vadano considerati non solo sotto l’ovvio profilo di non creare alcuna discriminazione a danno di taluni Stati ed a favore di altri, ma anche sotto quello per noi altrettanto importante della loro suscettibilità o meno a costituire l’embrione di nuovi sviluppi della integrazione politica, economica e militare dell’Europa; la loro rispondenza o meno a questo requisito potrà formare una delle basi dei nostri criteri di giudizio. Una tale presa di posizione potrebbe perfino accompagnare e giustificare – darvi anzi una base – qualora volessimo consentire alle sollecitazioni che ci vengono rivolte, una nostra eventuale ratifica della CED in questo momento; cosa che allo stato delle cose e come io stesso ho di mia iniziativa detto ai tedeschi, sarebbe altrimenti priva di un preciso significato. Non conosco quali possibilità abbia il nostro Governo di adottare un tale punto di vista, e non sono giudice dei riflessi di opinione pubblica; ma puprevedersi in caso positivo che ad un tale nostro atteggiamento aderirebbero i Paesi che hanno già ratificato e – cosa non di minore importanza per noi – non mancherebbe certamente ad esso la solidarietà degli Stati Uniti.

Voglia gradire Signor Ministro gli atti del mio profondo ossequio.

[Franco Babuscio Rizzo]

DGAP, Uff. I, Serie affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954.

45

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI,

AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

R. segreto 13247. Washington, 9 settembre 1954.

Oggetto: Alternative CED.

Riferimento: Mio telegramma odierno. Rapporto n. 13095 del 4 corrente(2).

Signor Ministro,

mantenendosi nella linea delle dichiarazioni fattemi da Merchant il 7 corrente, il Dipartimento di Stato ha insistito sul fatto che non aveva sollevato alcuna obiezione di fondo alla proposta britannica. Esso si andava anzi orientando verso tale iniziativa ed aveva considerato la pronta adesione italiana come un primo sviluppo favorevole. Restavano invece le difficoltà di «timing».

L’aggiornamento della progettata Conferenza di Londra va attribuita, secondo il Dipartimento, al fatto che nessuno dei paesi pidirettamente interessati era stato in grado di avanzare delle proposte costruttive e realistiche, sicché si correva il rischio di esporsi a una nuova Bruxelles.

Che la prima notizia dell’iniziativa britannica abbia destato sorpresa a Washington è un fatto noto (lo segnalai, fra l’altro, col mio rapporto del 2 corrente3). È quindi possibile che sia rimasta una certa freddezza se non negli uffici, almeno nell’animo del Segretario di Stato (spiacente, fra l’altro, a quanto mi si è detto, della mancata partecipazione di Eden alla Conferenza di Manila). Non ho peralcuna ragione di dubitare che le favorevoli disposizioni americane si sarebbero materializzate, se le prospettive della Conferenza di Londra si fossero rivelate migliori.

Il Governo americano non puesporsi oggi a rischio di un nuovo insuccesso della politica europeistica. L’atteggiamento dell’opinione pubblica americana, in contrasto con la voluta moderazione degli ambienti governativi e della stampa, è oggi vivacemente critico e amaramente pessimistico nei confronti di tale politica. Tale stato d’animo ha un particolare peso dato che ormai ci separano dalle elezioni solo poche settimane.

Gli ultimi avvenimenti hanno poi dimostrato che gli Americani erano sincerissimi quando affermavano di non aver allo studio alcuna alternativa alla CED. La rigidità e macchinosità con cui qui si impostano e si seguono le linee generali di una determinata politica hanno fatto sì che il Dipartimento al momento cruciale si vedesse disarmato e incapace di concrete iniziative. Si aggiunga che su un punto essenziale, la restituzione della sovranità alla Germania, esso, nonostante la sua volontà di agire, si è venuto a trovare in un serio imbarazzo, fra la viva preoccupazione destata dalle richieste tedesche e l’azione di freno esercitata subito da Londra a questo riguardo.

Mi risulta che sono in corso consultazioni ad alto livello fra i vari dicasteri interessati per fissare la nuova linea di condotta da assumere nei confronti dell’intero problema dell’integrazione europea. Non escludo inoltre che il National Security Council (convocato a Denver dal Presidente per domenica prossima), oltre ad esaminare le questioni dell’Estremo Oriente, possa prendere in esame i primi risultati di questi studi. Ma solo dopo il ritorno di Dulles, lunedì prossimo, si potrà avere qualche elemento sull’orientamento americano.

Il Dipartimento evita quindi per adesso di entrare in un esame di dettaglio delle possibili vie d’uscita (sulle quali invece la stampa affaccia numerose ipotesi in corrispondenze provenienti dalle capitali europee, specie Londra o Bonn). Il solo concetto che sembra prevalere nelle opinioni personali dei funzionari con cui siamo in contatto è che i progetti di nuovi organismi pio meno ricalcati sulla CED non hanno alcuna seria probabilità di realizzazione. Si osserva invece che se si vuole perseguire un fine concreto ed immediato bisogna restare nell’ambito della NATO, studiando qualche possibilità di «agganciamento» della Germania alla alleanza atlantica o di «inserimento» in questa ultima della Germania stessa. Ci naturalmente, non esclude che nei piani e nell’azione a pilunga scadenza, si continui a lavorare per l’integrazione europea secondo lo schema della CED che costituisce il ramo militare di un’organizzazione che ha già nel Consiglio d’Europa e nella CECA il suo ramo politico o quello economico.

Il lavorio che si svolge nelle capitali europee, e di cui è conferma l’annunziato viaggio di Eden, viene seguito qui attentamente e non si nasconde anzi il desiderio di vedere prender corpo qualche nuova idea, sulla quale i Governi europei interessati possano trovarsi d’accordo. In altri termini gli americani non solo tengono a mostrarsi «open minded» ma sembrano sentire essi stessi il bisogno che in questo momento ««l’europeismo» degli Europei dia la misura della sua vitalità.

Per quanto concerne le modalità procedurali, il Dipartimento confida che sia possibile fissare al pipresto la data della riunione del Consiglio Atlantico; quella di lunedì 11 ottobre sembra qui la piopportuna, ma non si avrebbe alcuna difficoltà a rinviarla di qualche giorno. Si fa poi molto affidamento sugli incontri ufficiosi che potranno aver luogo a New York fra vari dei Ministri degli Esteri interessati. Si aggiunge che, se si profilasse nuovamente la convenienza di una conferenza preliminare ristretta sul tipo di quella di Londra, il Governo americano non mancherebbe di prenderla in seria considerazione. Si constata infine che, in ogni caso, sono necessarie delle approfondite consultazioni con i Tedeschi prima della riunione del Consiglio Atlantico.

Come ho telegrafato oggi, ho approfittato dei contatti odierni per richiamare l’attenzione del Dipartimento su quanto ha riferito l’Ansa di ieri sera circa la nostra posizione, ribadendo le considerazioni che avevo svolto recentemente con Murphy e con Merchant. Il nostro orientamento favorevole ad un esame preliminare in qualsiasi sede che si riveli piopportuna era del resto chiaramente espresso in un memorandum confidenziale (di cui ad ogni buon fine accludo copia) che consegnai il 3 corrente a Murphy in seguito alle istruzioni impartitemi da Vostra Eccellenza.

Voglia gradire, Signor Ministro, l’espressione del mio profondo ossequio.

[Alberto Tarchiani]

Allegato

Memorandum 12901. Washington, 3 settembre 1954.

The Italian Government believes it opportune to proceed, before the contemplated international meetings, to an exchange of ideas by diplomatic channels among the various countries interested in the problems of the European Defense Community.

In this regard-the Italian Government, after a first consideration of the situation, has reached the following viewpoints:

1) It is desirable that sovereignty be restored to the German Federal Republic. However, this is a decision that, especially in the present stage, must be taken directly by the three occupying Powers.

2) The formula that the Italian Government considers the most satisfactory – the EDC – once set aside, the various other formulas aiming at rendering possible Germany’s rearmament should be examined. Among such formulas, the Italian Government believes that the hypothesis of a five-sided EDC should be discarded. In fact, an organism entrusted with the defense of Western Europe is as inconceivable without France as without Germany. Equally to be discarded is the hypothesis of an-indirect association of Germany with the Atlantic Pact through a little NATO, connected with the former and consisting of the six EDC countries, with or without Great Britain’s participation. At first right at least, it seems to the Italian Government that it would be more convenient to sound and explore the possibility of Germany participating in the NATO, on equal terms, but according to modalities acceptable also to the French Government. In the opinion of the Italian Government, it should not be impossible to find adequate formulas, both in the armament field and in that of the units, having, if necessary recourse to the results of the studies made for the EDC treaty, as well as to the NATO’s planning systems.

3) The eight countries concerned should reciprocally commit themselves to refrain, even after the restoration of sovereignty to Germany, from attempts at East-West unification, until an agreement on the problem of Germany’s participation in Western defense be reached. It is evident, in fact, that at a moment of uncertainty like the present, similar attempts might have grave consequences.

In accordance with the foregoing views, the Italian Representative at the NATO has been informed that the Italian Government has, in principle, no objection to an advanced meeting of the Atlantic Council, but that it believes it would be convenient to have first available all the elements of judgment which will emerge in the next few weeks, especially following to the developments of the British initiative to call a Conference of the Right Powers.

1 DGAP, Uff. I, Serie affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954. 2 Vedi D. 26. 3 Vedi D. 17.

46

L’AMBASCIATORE A LONDRA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

R. segreto 3811. Londra, 9 settembre 1954.

Signor Ministro,

trasmetto qui accluso il resoconto del colloquio che il Ministro Taviani ha avuto stamane col Ministro Eden, sulle due questioni del riarmo tedesco e del TLT(2).

Voglia gradire, Signor Ministro, gli atti del mio devoto ossequio.

Manlio Brosio

Allegato

COLLOQUIO DEL MINISTRO DELLA DIFESA, TAVIANI,

CON IL SEGRETARIO DI STATO AGLI ESTERI DEL REGNO UNITO, EDEN

(Londra, 9 settembre 1954) Appunto 21/2337.

Erano presenti il Ministro Eden, il Ministro Taviani, il Sottosegretario Nutting e l’Ambasciatore Brosio.

Il colloquio, svoltosi in francese, è durato esattamente tre quarti d’ora ed è stato estremamente amichevole e cordiale.

La prima mezz’ora è stata occupata da un ampio esame della situazione in rapporto al fallimento della CED e alla questione del riarmo tedesco. Il Ministro Eden ha comunicato anzitutto al Ministro Taviani la sua decisione di recarsi a Bruxelles, Bonn, Roma e Parigi per una presa di contatto. Egli era lieto di aver già avuto ieri sera la cordiale accettazione da parte del Governo italiano e contava di essere a Roma lunedì sera e di fermarvisi il martedì. Il Ministro Eden ha precisato che non era possibile tenere la Conferenza di Londra il 14, perché Adenauer e Dulles non erano in grado di assistervi dati i loro impegni nei rispettivi paesi. Egli ha aggiunto tuttavia che Adenauer sembrava incline a preferire una riunione diretta del Consiglio Atlantico senza passare per la Conferenza. La sostanza del pensiero di Adenauer era che egli preferiva ricevere l’invito di adesione al NATO senza avere dovuto partecipare a discussioni al riguardo con gli altri Stati e specialmente con la Francia. Implicitamente quindi il Signor Eden ha ammesso, pur senza dirlo apertamente, che non soltanto la data ma la stessa possibilità della Conferenza di Londra era in forse.

A questo punto il Ministro Taviani espone ampiamente la situazione italiana nei riguardi dei progetti che si stanno ventilando. Egli fa presente che non solo il Governo, ma anche l’opinione pubblica italiana non comunista e non influenzata dai comunisti è favorevole alla diretta ammissione della Germania nel NATO. Egli sottolinea come la stampa italiana abbia espresso in questi giorni simili orientamenti. Aggiunge anzi che mai, forse, dal 1935 in poi, si è avuto nella stampa e nell’opinione pubblica italiana una manifestazione di fiducia e di aspettativa nella iniziativa britannica come in questi giorni. Per la prima volta da molto tempo anche la destra si è unita al centro nella espressione di questa attesa per l’azione del Governo inglese. Il Ministro Eden lo ha riconosciuto con soddisfazione, aggiungendo tuttavia scherzosamente «purché non mi rispunti di nuovo Trieste a guastare tutto».

Il Ministro Taviani ha ripreso la sua esposizione spiegando come la posizione italiana fosse favorevole alla CED essenzialmente per il suo carattere sopranazionale. Non era la pura integrazione militare che interessava di pil’Italia. Al riguardo anzi, dal punto di vista tecnico e militare, i rispettivi Ministeri della Difesa e del bilancio avevano a suo tempo opposto talune riserve al progetto della CED. Queste erano state pienamente superate dalle ragioni politiche in vista del processo di unificazione europea. Caduta ora la CED, all’Italia dal punto di vista egoistico non interessa una comunità europea minore senza la sopranazionalità ed essenzialmente con carattere di alleanza militare. Non dunque per ragioni d’interesse prettamente italiano, ma per ragioni di interesse generale questo problema tuttavia rimane presente all’Italia come espressione della necessità di evitare, nella massima misura possibile di scontentare e di esasperare la Francia. Il Ministro Taviani dice di rendersi conto naturalmente che nessuno desidera usar violenza alla Francia e spingerla a gesti estremi che potrebbero gravemente compromettere l’Europa o la NATO stessa; ma aggiunge che se ciinteressa qualche paese in modo particolare, tale paese è proprio l’Italia. Infatti la situazione interna italiana – benché sia stata rafforzata – rimane fondata su un equilibrio delicato e una vittoria delle tendenze neutraliste in Francia avrebbe certamente in Italia una ripercussione sfavorevole. La nostra situazione al riguardo è ben diversa da quella della Grecia, della Turchia o della Norvegia. Né bisogna dimenticare che se in Inghilterra il neutralismo è sostenuto da una piccola pattuglia intellettuale e da un insignificante Gruppo di comunisti, in Italia, ove diventasse vittorioso, si chiamerebbe non solo Nenni, ma senz’altro Togliatti. Questo particolare aspetto di politica interna va considerata [sic] e spiega come mail’Italia, pur aderendo all’iniziativa di ammettere la Germania nella NATO, si preoccupi affinché sia fatto ogni sforzo, nella misura del possibile, per tenere agganciata la Francia.

Il Ministro Eden a sua volta ha esposto il suo pensiero, confermando che, dopo lungo esame della questione, il Governo britannico si è convinto che fra la CED e l’ingresso della Germania nel NATO non vi è alcuna soluzione intermedia che possa essere veramente solida e vitale. Anche le idee di uno Stato Maggiore comune a 7 o di un «pool» degli armamenti o altre di simile natura, quando sono analizzate, appaiono non solo insufficienti ma anche praticamente irrealizzabili. Il Signor Eden aggiunge che il Governo britannico è perfettamente convinto della necessità di fare ogni sforzo per dare alla Francia ogni soddisfazione cui essa pulegittimamente aspirare. Ma queste soddisfazioni dovrebbero essere date con un qualche accordo o iniziativa collaterale di carattere politico che si accompagni all’ammissione della Germania nel NATO e non cerchi di creare un organismo intermedio militare inattuabile. Si dovrebbe trattare anzitutto di assicurazioni e garanzie date dalla Germania ed egli è convinto che Adenauer dovrebbe essere disposto ad offrirle. Potrebbe anche trattarsi di ulteriori impegni presi dalla Gran Bretagna circa la permanenza di truppe in Europa, o cose simili; ed anche a tale riguardo il Signor Eden dice che il Governo britannico sta studiando qualcosa. Egli aggiunge, sorridendo, che purtroppo finora i francesi non hanno mai avuto il tempo di finire di ringraziare per simili concessioni, perché stavano chiedendo qualche cosa di pi

Il Ministro Taviani prende atto di questi chiarimenti. Ricorda anche due necessità e cioè, prima quella di resistere alla tentazione di riaprire prematuramente trattative con l’Unione Sovieticasenza avere consolidato l’Europa libera; e in secondo luogo quella di sapere chiaramente dove si vuole andare nel caso disgraziato che la Francia, malgrado ogni migliore disposizione da partenostra, continui a dire di no. Sul primo punto il Ministro Taviani non nasconde la sua impressione che la nota di risposta ai Sovietici, preparata dagli alleati, gli pare alquanto debole; è vero che essapone delle condizioni, ma sembra anche aprire la porta per prossime trattative. Una nota simile, così come eventuali trattative, acquistano diverso significato e presentano prospettive del tuttodiverse a seconda che sono inviate o svolte dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna o invece dalGoverno di Mendès - France. Eden dimostra di rendersene pienamente conto e prende l’occasione per domandare al Ministro Taviani quali previsioni egli faccia circa l’atteggiamento del MRP inFrancia nei riguardi della Germania e in generale della politica estera francese.

Il Ministro Taviani risponde che, pur non facendosi grandi illusioni in proposito, non dispera del tutto che una certa influenza morale possa essere esercitata dai cattolici italiani sui cattolici francesi a questo riguardo.

E Eden mostra di apprezzare molto tale possibilità. Sul secondo punto il signor Eden risponde molto chiaramente alla domanda del Ministro Taviani, il quale aveva fatto presente in modo particolare l’estremo pericolo che sorgerebbe nel caso in cui l’azione che si intende intraprendere dagli alleati e specialmente dalla Gran Bretagna non fosse portata a fondo e finisse per fallire a causa della resistenza francese e di una insufficiente fermezza nel reagire alla medesima.

Eden a questo proposito dice che la cosa è stata attentamente pesata dal Governo britannico. Gli inglesi – come appunto gli italiani – non hanno nessuna intenzione di trattare brutalmente i francesi o di mostrare ostilità verso di essi e quindi essi davano prova della pigrande pazienza. Ma se, alla fine, malgrado le assicurazioni e le garanzie loro offerte o l’opera di convinzioneesercitata i francesi dimostrassero di non voler accettare una soluzione accolta dagli altri 13 e da questi ritenuta accettabile anche per la Francia, i britannici sarebbero ben decisi a procedere oltre.

In sostanza, tutto pesato, l’alternativa si presenta chiara: sarebbe doloroso perdere la Francia, ma sarebbe anche pidoloroso ed irreparabile che la Germania riprendesse a trattare con i sovietici e che per di pigli Stati Uniti si ripiegassero verso l’isolazionismo. Tra i due pericoli la scelta non è dubbia e il Governo britannico non esiterà a farla.

A domanda, Eden precisa che sarà impossibile far entrare la Germania nella NATO se la Francia persisterà nel suo veto: bisognerà ricorrere ad accordi diretti di natura diversa, ai quali la Gran Bretagna è fermamente decisa.

In questo punto del discorso il Ministro ha voluto sottolineare che parlava senza alcun riserbo in quanto sapeva di rivolgersi a rappresentanti di un Paese la cui amicizia nei riguardi della Francia gli era ben nota.

Su questo è finita la discussione relativa alla CED e lo stesso Eden ha invitato il Ministro Taviani a parlare di Trieste. […].

1 Ambasciata a Londra, 1951-54, b. 151, fasc. Riarmo tedesco dopo il fallimento della CED.

2 In corrispondenza dell’oggetto «TLT» compare la seguente annotazione manoscritta: «stralcio nel fascicolo Trieste».

47

L’AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11396/834-835. Parigi, 10 settembre 19542 (perv. ore 20).

Confermandomi le note dichiarazioni di Mendès-France – fedeltà all’alleanza atlantica, necessità adesso fare qualche cosa per rimpiazzare CED ecc. – De Moustier mi ha detto avere accettato il posto di Segretario di Stato agli Esteri solo perché convinto che il Presidente del Consiglio è sincero e che lascerebbe immediatamente il suo posto qualora dovesse dubitare di lui. Dichiarazione-avallo che, conoscendo l’uomo da tempo, ritengo sufficientemente onesta. Ha aggiunto che Mendès-France è talmente convinto della necessità di trovare una formula di congiunzione fra Francia e Germania che la sua intenzione originale era di prendere contatto diretto con Adenauer subito dopo il voto dell’Assemblea contro la CED. La posizione presa in Parlamento dai partigiani della CED (intervento Reynaud) gli ha fatto perdere 24 ore – dopo di che sono venute le reazioni tedesche – che del resto il Presidente comprende – la proposta di Churchill alla conferenza a nove e la reazione americana, che gli hanno permesso di realizzare il suo piano. Ma idea resta ed è facilitata dal fatto che le reazioni tedesche si vanno attenuando e se ne potrà forse parlare dopo la missione di Eden. Da parte francese si ritiene che sia necessario riconoscere l’indipendenza tedesca, ammettere il riarmo della Germania, con qualche formula di garanzia, ma si ritiene necessaria altresì la partecipazione dell’Inghilterra. Si è convinti che le garanzie che si possono ottenere saranno comunque minori di quelle della CED ma che non si possono imporre alla Germania delle limitazioni oltre a quelle aventi giustificazioni economiche o geografiche. Non si hanno ancora idee precise né si riterrebbe corretto, nel corso della peregrinazione di Eden, iniziare sondaggi o conversazioni con altri paesi interessati.

L’ammissione pura e semplice della Germania alla NATO sarebbe attualmente respinta dal Parlamento francese: ci vuole almeno un periodo preparatorio: bisogna quindi trovare una formula che permetta l’ingresso della Germania alla NATO attraverso un’altra organizzazione. A mia richiesta e premettendomi che mi faceva questa comunicazione su sua personale responsabilità e raccomandando quindi particolare segreto mi ha detto che si sta attualmente studiando se l’adesione prima dell’Italia e poi della Germania al patto di Bruxelles non potrebbe essere una formula che permetterebbe di uscire dal presente impasse. Il patto di Bruxelles risolverebbe la questione dell’associazione con l’Inghilterra e, una volta risolto il problema della necessità di sdoganare la Germania, permetterebbe vedere cosa si pufare per iniziare su questa base una nuova costruzione europea. Senza dirmelo «expressis verbis» De Moustier mi ha fatto chiaramente intendere che avrebbe gradito sapere cosa ne pensavamo. Per mio conto gli ho detto:

1) era necessario per prima cosa salvare la NATO da una possibile crisi;

2) noi eravamo contrari alle conversazioni a cinque; per l’edificazione europea era necessaria la Germania ed era necessaria la Francia;

3) pensavo saremmo stati disposti a esaminare con buona volontà qualsiasi proposta realistica e costruttiva.

Peril Governo francese doveva rendersi conto che, se lui aveva sue difficoltà parlamentari, ne avevamo anche noi. Il Governo italiano non poteva permettersi di indirizzare ancora una volta l’opinione pubblica e il Parlamento su di una strada alla cui fine c’era il fallimento. Prima condizione per il nostro appoggio ad eventuali proposte francesi era la possibilità e la volontà da parte del Governo di Parigi di andare fino in fondo.

1 DGAP, Ufficio IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 89. 2 L’orario di partenza risulta mancante.

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L’AMBASCIATORE A MOSCA, DI STEFANO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 11422/188. Mosca, 10 settembre 1954, ore 17,51 (perv. ore 22).

Oggetto: Commenti stampa alla dichiarazione del Minindel.

La prima lunga «dichiarazione» del Minindel e gli odierni articoli di fondo che la parafrasano, costituiscono la prima presa di posizione ufficiale dopo il rigetto della CED ma non contengono nuovi elementi o proposte. Viene ripetuto tra l’altro che:

1) Il riarmo tedesco, in qualsiasi forma abbia luogo, impedirebbe la riunificazione della Germania e costituirebbe il focolaio di una nuova guerra;

2) La possibilità di raggiungere l’intesa sul problema tedesco non sono [sic] esaurite;

3) L’URSS «farà anche lei in futuro il possibile per raggiungere intese sui problemi insoluti, tra cui quello tedesco, il sistema di sicurezza collettiva europea, la proibizione delle armi atomiche e la riduzione degli armamenti».

La dichiarazione ed i commenti lusingano ripetutamente la Francia. In particolare vengono posti in risalto l’«atto coraggioso e profondamente patriottico del Parlamento francese per garantire l’indipendenza contro la brutale pressione straniera e l’intendimento sovietico che la Francia resti una grande potenza forte e indipendente: ciche sarebbe possibile soltanto in un’Europa non divisa in blocchi».

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 89.

49

L’AMBASCIATORE A BRUXELLES, GRAZZI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11435/171-172. Bruxelles, 10 settembre 1954, ore 21,25 (perv. ore 24).

Hallstein dopo aver visitato Bruce a Parigi è venuto a visitare Spaak. Gli ha sopratutto spiegato le ragioni che motivavano la richiesta di rinvio della conferenza di Londra, dato che nessuna proposta concreta è stata finora manifestata e che occorre intensificare ulteriormente i contatti delle Cancellerie.

Adenauer sta sostenendo che la Germania dovrebbe essere ammessa al NATO su un piede di parità assoluta: il Governo tedesco è disposto a proclamare in via autonoma la limitazione degli armamenti per il proprio paese di cui gli altri membri prenderebbero atto.

Secondo Spaak il fermo atteggiamento tedesco, il quale gioca tanto sull’isolamento francese quanto sulla comprensione degli anglo-americani ha condotto da un lato gli americani ad appoggiare il rinvio della riunione di Londra e dall’altro Eden a compiere il viaggio esplorativo, presumibilmente pio meno sulla base delle idee di Adenauer. Eden sarà a Bruxelles domani 11.

Spaak è sempre pipessimista tanto circa lo spirito del Parlamento francese quanto e picirca le reali intenzioni di Mendès-France. Egli ha assicurato Hallstein della sua piena comprensione ed attenzione ad Adenauer e del suo convincimento della necessità di una sempre pistretta collaborazione tra il Benelux, la Germania e l’Italia nel quadro di una sempre piintima intesa con le Potenze anglosassoni. E cispecie nel caso che l’attuale spirito francese dovesse perdurare o addirittura peggiorare in modo da imporre l’esame di altre soluzioni.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 89.

50

RIUNIONE MINISTERIALE (Roma, 10 settembre 1954)1

Verbale segreto 21/22982.

Alla riunione hanno preso parte: il Ministro Magistrati, Direttore Generale Cooperazione Internazionale il Ministro Del Balzo, Direttore Generale Affari Politici il Ministro Giustiniani, Capo del Servizio Stampa il Ministro Casardi, Segreteria Generale il Consigliere Straneo, Direttore Generale Aggiunto degli Affari Politici il Consigliere Prato, Capo di Gabinetto del Ministero il Consigliere Grillo, Vice Direttore Generale Affari Politici il Prof. Toscano, Capo dell’Ufficio Studi e Documentazione il Dr. Orlandi, Segreteria Affari Politici il Dr. Cornaggia, Ufficio I della DGCI il Dr. Malfatti, Ufficio I della DGCI.

Il Ministro Magistrati, aprendo la riunione, spiega che scopo della medesima è di esaminare, anche alla luce delle conversazioni avute dal Ministro della Difesa a Londra, le linee generali dell’atteggiamento italiano sul problema dell’inserzione della Germania nel sistema difensivo occidentale.

Il Ministro Magistrati riassume le impressioni raccolte dal Ministro Taviani nei colloqui con Eden, Nutting e Roberts.

Esse indicano che, nel giudizio inglese, la migliore soluzione del problema del riarmo tedesco putrovarsi nell’immissione della Germania nel Patto Atlantico.

Avendo il Ministro Taviani osservato agli interlocutori che tale soluzione probabilmente non mancherebbe di sollevare molte resistenze francesi, la risposta inglese è stata che forse in Italia non ci si rende sufficientemente conto che occorre assolutamente evitare il rischio che gli Stati Uniti possano essere indotti a ritirarsi dall’Europa. Perci ove tutti gli altri Paesi interessati siano d’accordo, ad un certo momento si deve essere pronti a decidere di far a meno della Francia.

I Rappresentanti inglesi si sono rallegrati con il Ministro Taviani per l’atteggiamento tenuto dall’Italia; essi hanno dato l’impressione che si aspettassero da noi delle obiezioni di carattere europeistico.

Il Ministro Del Balzo aggiunge che il Ministro Taviani ha raccolto anche l’impressione che Londra tenda a costituire un’organizzazione che crei una saldatura anglo-tedesca in sede NATO. Cimirerebbe a meglio equilibrare la prevalenza americana che caratterizza attualmente l’organizzazione atlantica.

Ad un accenno del Ministro Taviani alla possibilità di un’alleanza a sette con partecipazione inglese, si è avuta una reazione negativa da parte degli interlocutori, come pure per quanto riguarda l’eventuale costituzione di uno stato Maggiore integrato. Gli interlocutori inglesi hanno dichiarato che fin da due anni or sono il Ministro Eden ha dato incarico personale a Roberts di studiare un piano alternativo alla CED.

Il Ministro Magistrati indica che il primo problema da porsi è se il Governo italiano accetta come sostituto alla CED l’ingresso della Germania nel NATO.

Il Ministro Del Balzo ritiene si debba dare risposta affermativa a tale interrogativo perché occorre anzitutto portare Adenauer in pieno nell’Occidente, perché è solo attraverso questa sua partecipazione all’organizzazione difensiva occidentale che si pufar riprendere la marcia all’idea europeistica.

Secondo il Consigliere Prato è necessario che il Governo italiano riaffermi il principio europeistico in forma di pubblica dichiarazione o qualcosa di simile. Non dobbiamo lasciar cadere come rami secchi gli organismi europeistici attualmente esistenti.

Il Ministro Magistrati rileva che tutti concordano sull’opportunità nei colloqui con il ministro Eden di chiarire che il Governo italiano intende mantenere il presupposto europeistico. Il Ministro Del Balzo aggiunge che l’europeismo rimane, ma che il primo scalino attualmente è l’ingresso della Germania nel NATO.

Secondo il Prof. Toscano il problema tedesco comprende tre profili: 1) apporto militare; 2) superamento dei dissidi politici storici; 3) relazioni della Germania col mondo occidentale. Con la soluzione di uno di tali aspetti occorre evitare di pregiudicare la soluzionedegli altri che sono altrettanto importanti. È necessaria percila massima cautela nella presentazione dell’ammissione pura e semplice della Germania nel NATO. Anzitutto è da tener presente che Mendès-France non è disposto ad escludere la possibilità di un dialogo con l’est, a costo di risolvere il problema del riarmo tedesco. Se la Francia dovesse per ipotesi respingere l’ammissione della Germania nel NATO, la situazione peggiorerebbe in modo incalcolabile. Cerchiamo percidi accompagnare la presentazione dell’ammissione tedesca nel NATO come una tappa nella politica di integrazione europea.

Secondo il Consigliere Grillo è opportuno continuare nella linea indicata dal comunicato dato alla stampa da Palazzo Chigi il 31 agosto(3). Occorre insistere sul concetto del controllo del riarmo tedesco, mentre ci dobbiamo impegnare insieme con gli altri Paesi compresi nelle «zone di copertura» a contenere entro certi limiti il nostro riarmo, «nell’interesse della comunità». Non dobbiamo preoccuparci di ragioni di prestigio nell’ammettere queste volontarie limitazioni ed è opportuno assecondare la linea inglese di modifica del NATO.

Il Ministro Magistrati richiama l’attenzione sulle difficoltà che si presenteranno anche nel Parlamento italiano per ottenere la ratifica all’ingresso della Germania nel NATO. È opportuno farne parola fin d’ora con Eden, indicandogli che occorre predisporre quanto sia necessario per convincere i nostri parlamentari che siano dubbiosi in buona fede? La nostra adesione a tale soluzione è infatti subordinata alla presentazione di formule pivaste di integrazione.

Secondo il Prof. Toscano occorrerebbe ottenere una specie di impegno a data fissa per la rimessa in moto del processo europeistico. Ad esempio si potrebbe stabilire un piano di riarmo quinquennale della Germania: se allo scadere del quinquennio non vi fosse una ripresa del processo di integrazione europea, dovrebbero cadere i controlli stabiliti sulla Germania. Sarebbe questo un metodo efficace di pressione sulla Francia per indurre a riprendere il suo posto nella politica europeistica.

Nella discussione sulla proposta del prof. Toscano viene osservato che tale argomento puaver valore per la Francia, ma non è detto che abbia ugual peso sulla Gran Bretagna. Infatti essa si basa sul presupposto che la ripresa del processo di integrazione europea interessi alla Gran Bretagna e che la Gran Bretagna non abbia interesse al permanere del controllo sul riarmo tedesco.

Il Ministro Magistrati riassume la discussione generale nei seguenti punti:

1) Come alternativa alla caduta della CED la migliore soluzione appare l’ammissione tedesca nella NATO.

2) Cinon implica rinunzia alla linea europeistica finora seguita, né diminuita fiducia nell’utilità degli organi europeistici esistenti, che non solo vanno mantenuti ma rafforzati.

3) Occorre prospettarsi il problema degli adattamenti del Patto Atlantico per permettere un graduale riarmo della Germania senza turbare il naturale equilibrio. Si pupensare ad una immissione nel NATO delle formule di controllo già studiate in sede CED. – Si tratterebbe di creare un regolamento nel NATO che stabilisca una serie di limitazioni, la definizione delle zone esposte ecc.

4) Consideriamo assolutamente necessarie delle garanzie inglesi.

5) Non siamo favorevoli all’idea di un’alleanza a sette.

6) Non siamo favorevoli a quello che verosimilmente risulterà il piano francese: cioè la creazione di una «organizzazione» che abbia il compito di applicare tutte le limitazioni stabilite e solo successivamente consenta l’ammissione della Germania nel NATO.

Il Consigliere Straneo concorda con il Ministro Magistrati. Aggiunge che nelle conversazioni con Eden converrà infatti metter bene in chiaro non soltanto lo scopo che vogliamo tutti raggiungere (e cioè pronto apporto tedesco alla difesa d’Europa) ma anche e soprattutto ciche vogliamo assolutamente evitare.

Una soluzione del problema tedesco non sarebbe una vera soluzione se dovesse prima o poi condurre ad uno dei seguenti risultati negativi come ad esempio;

- - -

1 DGAP, Uff. I, Serie affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954. 2 Predisposto dall’Ufficio I della Direzione Generale della Cooperazione Internazionale. 3 Vedi D. 3, allegato.

51

IL DIRETTORE GENERALE AGGIUNTO DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, MAZIO(1)

Appunto. Roma, 10 settembre 1954.

Il Signor Stabler dell’Ambasciata degli Stati Uniti è venuto a vedermi per informarsi sulla posizione italiana. Gli ho spiegato le linee generali dell’atteggiamento italiano aggiungendogli che tuttavia, dato che siamo ancora in attesa di informazioni sulla precisa posizione dei principali Paesi, non si erano ancora raggiunte decisioni definitive.

Gli ho chiesto quali informazioni aveva sulla posizione americana. Mi ha detto che Washington non ha comunicato ancora nulla, perché si attende il ritorno di Foster Dulles da Manila e la convocazione del Consiglio Superiore di Difesa. Mi ha aggiunto che sperava, con l’arrivo di quest’oggi della Signora Luce che si è fermata a Parigi, di poterci far sapere qualcosa domani o lunedì. Parlando a titolo personale mi ha lasciato intendere che il progetto di «piccola NATO» non sembrava il piindicato per trovare una soluzione. Sempre a titolo personale non mi ha nascosto le perplessità suscitate dall’ambiguità dell’atteggiamento francese. Anche le dichiarazioni di Mendès-Frances, in sede di Consiglio della NATO circa le occasioni per la ripresa del dialogo con l’Est indicherebbero uno stato d’animo che lascia molti dubbi sulla sincerità del gioco, anche in relazione all’atteggiamento di «mediazione» assunto dall’Inghilterra a Ginevra e nella nuova situazione creatasi dopo il rigetto francese della CED.

DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90.

52

IL PRESIDENTE E AMMINISTRATORE DELEGATO DELLA FIAT, VALLETTA, AL DIRETTORE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, MAGISTRATI(1)

L. 07935. Torino, 10 settembre 1954.

Cara Eccellenza,

ritengo opportuno inviarle copia di una lettera testé pervenutami dall’Avv. Cox.

Penso non Le sia sfuggito il recente articolo di Walter Lippmann sul fallimento della CED, apparso il 2 corrente sul «N. Y. Herald Tribune»: per il caso esso non fosse ancora stato a Lei sottoposto, ne unisco pure copia alla presente(2).

Si abbia, Eccellenza, l’espressione dei miei migliori saluti.

Vittorio Valletta

Allegato

OSCAR COX AL PRESIDENTE E AMMINISTRATORE DELEGATO DELLA FIAT, VALLETTA

L. confidenziale. […], 3 settembre 1954.

Caro Prof. Valletta,

la Signora Luce mi ha ritelefonato ieri sera dalla sua residenza nel Connecticut. Era stata a Washington per alcuni giorni per discussioni alla luce del fallimento della CED, ed era appena ritornata a casa. Abbiamo avuto una lunga conversazione, la cui sostanza è la seguente:

1) A giudizio dello State Department e della stessa Signora Luce la mancata ratifica della CED da parte dell’Assemblea Nazionale Francese ha così completamente cambiato il quadro europeo che si impone una totale revisione della situazione. Secondo la Signora Luce, è questo il periodo della «agonizing reappraisal» (rivalutazione in extremis, in agonia).

2) Essa aveva già affermato in passato che ci sono due fondamentali condizioni per il conferimento della commessa successiva per l’F-86K e di commesse similari:

- - - - -

Dopo lungo esame, lo State Department e la Signora Luce ritengono ora che tutte le commesse di approvvigionamento off-shore per l’Italia debbono essere tenute in sospeso fino a quando nonintervenga una modifica da parte del Congresso delle proprie disposizioni limitative, oppure fino a quando l’Italia non ratificherà la CED in una qualche forma che soddisfi le esistenti disposizionilegislative USA. La Signora Luce concorda con me che probabilmente, dal punto di vista politico, l’Italia si esporrebbe agli attacchi dei comunisti se essa tentasse la semplice ratifica della CED. Secondo me, le ho detto, i comunisti potrebbero senz’altro attaccare il Governo Italiano affermando in sostanza che «esso viene a ratificare una cosa morta al solo scopo di ottenere gli aiuti USA; chel’Italia ha venduto la propria anima e indipendenza per un piatto di lenticchie e, in conseguenza ditale sua politica, è ora così succube degli Stati Uniti che farebbe qualunque cosa pur di ottenerne gli aiuti». La Signora è inoltre d’accordo con me che se l’Italia dovesse uniformarsi all’attualelegislazione USA, cidovrebbe esser fatto attraverso una qualche accettabile forma parlamentare con cui l’Italia venga a ratificare la CED con annessa una condizione o dichiarazione nel senso chel’Italia è legislativamente in favore di una soluzione analoga alla CED, oppure nel senso che l’Italia ratifica la CED allo scopo di porsi nella condizione di aver già provveduto a quanto necessarioper il trattato qualora la Francia dovesse pitardi cambiare atteggiamento.

La Signora Luce conta di essere prossimamente a Roma per discutere col Governo Italiano i vari problemi. Essa spera di poter escogitare una qualche formula per far fronte alla situazione. Comunque, prima di prendere qualsiasi decisione circa il benestare, essa vuole sentire cosa ha in mente il Governo Italiano.

5) Avendo io sollevato la questione dei pericoli di un ulteriore ritardo nel conferimento della commessa successiva, l’Ambasciatrice ha dichiarato che, a seguito delle sue conversazioni col Gen. Gruenther, essa riteneva che tali pericoli non sono troppo seri: il Gen. Gruenther le ha detto che la NATO ha bisogno di aeroplani F-86, ma non si preoccupa troppo circa la loro provenienza; egli ha soggiunto che potrebbero essere forniti dalla NAA e che alla NATO ne occorrerebbe un quantitativo maggiore dei 70 previsti. Le ho fatto notare che se l’Italia non avrà la commessa successiva per questi 70 velivoli, ne soffrirebbe la sua capacità di svolgere il migliore lavoro di manutenzione, riparazione e revisione per la NATO. L’Ambasciatrice ha risposto che anche tale questione è sotto esame, ed inoltre vi sarebbero altre future commesse che potrebbero essere destinate all’Italia se ne venisse sgombrata la strada.

Le ho anche illustrato il punto di vista di Kindelberger al riguardo, ponendo in risalto che il conferimento di un’eventuale commessa successiva alla NAA comporterebbe sempre gli stessi problemi determinati dalle attuali disposizioni legislative nei confronti del conferimento della commessa alla FIAT. Chiarendo tale punto all’Ambasciatrice, le ho detto: la sostanza di tali disposizioni è che gli approvvigionamenti finanziati con stanziamenti fatti per determinati esercizi non possono andare a Paesi che non hanno ratificato la CED. Se la restrizione si applica ai fondi disponibili per la commessa successiva, non si pudire che gli aeroplani da consegnarsi un anno o pidopo il conferimento della commessa verranno consegnati all’Italia. In base alla dichiarazione di Gruenther, questi aeroplani potrebbero, infatti, essere assegnati ad altri Paesi NATO, ma non alla Francia o all’Italia, se non viene rimossa la restrizione disposta dagli USA. Se verrà deciso di assegnare certamente all’Italia gli aeroplani di cui alla commessa successiva, cisarà fatto indipendentemente dal conferimento alla FIAT oppure alla NAA della commessa in parola.

L’attuale pensiero e atteggiamento dello State Department sono così indecisi sulla questione, che io suggerisco quanto segue allo scopo di chiarirla e, possibilmente, di ottenere che venga fatto qualcosa di concreto per l’Italia e la FIAT:

- - - - -

Le sarei grato per quei suggerimenti che Ella volesse farmi pervenire circa l’azione da svolgere qui.

Oscar Cox

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 89. 2 Non pubblicato.

53

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, BENVENUTI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 11511/702. Strasburgo, 11 settembre 1954, ore 23 (perv. ore 7,30 del 12).

Stamane in seno al Gruppo di Lavoro della Commissione Affari Generali si sono delineate 2 tesi contrastanti:

A) la tesi sostenuta dal conservatore britannico Maclay e dal belga Struye, il quale afferma di ritenere che il proprio punto di vista corrisponde a quello di Eden e di Mendès-France. Secondo questa tesi la Germania integralmente restituita alla sua sovranità dovrebbe aderire al NATO. Nel quadro della NATO così allargato interverrebbe una convenzione di limitazione e controllo reciproco degli armamenti. Qui si inserirebbe eventualmente la proposta Lapie di un pool di armamenti di cui al telegramma soprariferito(3).

B) Altra tesi che è sostanzialmente dei cinque di Bruxelles, tende a riprendere come punto di partenza per gli studi sulla nuova convenzione, tanto il testo della CED quanto i protocolli di Mendès-France. Si tratterebbe di attenuare la sopranazionalità, e far cadere quanto alla Francia appare inaccettabile: la mancanza ad esempio di un lungo periodo transitorio.

Non si tratterebbe quindi di una CED emendata, ma di uno strumento radicalmente nuovo ispirato ai concetti di cui sopra.

Questa seconda tesi si fonda essenzialmente sulla convinzione, proclamata dalla maggioranza degli oratori nel dibattito all’Assemblea Nazionale, e confermata stamane da De Menthon e Delbos, secondo la quale non esisterebbe attualmente alcuna probabilità di fare approvare dal Parlamento francese l’integrale restituzione della sovranità alla Germania ed il suo riarmo in seno al NATO. L’unica possibilità di modificare tale situazione risiederebbe nella garanzia della permanente presenza delle forze britanniche inquadrate nel dispositivo della difesa continentale. Tanto meglio poi, e questa sembra la principale aspirazione degli ambienti parlamentari francesi delle varie tendenze, se per di pila Gran Bretagna accettasse anche un minimo di organizzazione sopranazionale capace di incidere in qualche modo sulla possibilità di autonomia di espansione potenziale militare tedesca. La convinzione dei parlamentari cedisti belgi, olandesi, germanici e francesi è che la tournée di Eden non sarebbe ispirata né dall’intenzione di presentare nuove sostanziali offerte partecipazione britannica, né dal desiderio di battersi a favore dell’integrazione economica, politica e militare dell’Europa. Spaak avendo confermato il suo desiderio di fare dichiarazioni davanti all’Assemblea, la discussione politica si inizierà martedì per permettere tali dichiarazioni e sarà quindi ripresa venerdì e sabato».

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90.

2 Trasmesso tramite il Consolato Generale a Strasburgo.

3 Si tratta del T. segreto 11444/68, pari data, a firma Benvenuti, ugualmente trasmesso tramite il Consolato Generale a Strasburgo, del seguente tenore: «Stamane si è riunita la Commissione Affari Generali dell’Assemblea Consultiva per preparare un rapporto sulla situazione politica europea dopo il rigetto della CED e sulle possibili soluzioni di ricambio. Hanno presentato relazioni il socialista belga Bohy ed il conservatore inglese Maclay. Il primo ha sostenuto che occorre riprendere il problema ex novo e ricercare una soluzione che mantenga il principio di sopranazionalità sia pure attenuandolo onde renderlo applicabile anche alla Francia ed eventualmente accettabile dalla Gran Bretagna. Il secondo ha scartato in linea di principio la possibilità di istituzioni sopranazionali sia per sei che in un quadro pilargo, ma nel contempo ha sostenuto il contributo tedesco alla difesa comune nel quadro del NATO senza discriminazione di autonomia. Negli ambienti del Consiglio d’Europa si ha l’impressione che i relatori abbiano lavorato in stretto contatto con i relativi Governi. Intervenendo nel pomeriggio ho rilevato, sostenuto poi anche dai tedeschi, che la negazione dell’autonomia militare della Germania e l’esclusione delle discriminazioni implicherebbe in qualche modo l’ammissione di norme comuni sopranazionali. È in discussione l’idea di un gruppo di lavoro che dovrebbe esaminare il progetto Bohy-Lapie (pool degli armamenti) e le proposte di Fens e Duncan Sandys precedentemente presentate al Consiglio d’Europa per la difesa europea. Lapie si è richiamato alla proposta Churchill, che prevede la nomina di un Ministro della Difesa europeo, suggerendo di sostituirlo con un Comitato di Ministri della Difesa europea nel quadro del Consiglio d’Europa. Ho l’impressione che mancano chiari alcuni concetti ricostruttori pur essendo evidente il disaccordo tra i franco-inglesi e gli altri cinque circa la liquidazione o meno dell’Europa a sei. Partecipano con me ai lavori della Commissione gli onorevoli Santero e Vedovato».

54

IL DIRETTORE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE MAGISTRATI(1)

Appunto(2). [Roma, 11 settembre 1954].

Elementi atti a definire l’atteggiamento e gli intendimenti italiani sul problema dell’associazione della Germania all’Occidente (con particolare riguardo alle imminenti conversazioni di Roma con il Ministro degli Affari Esteri di Gran Bretagna, Signor Eden):

1) L’Italia che, come è noto, aveva ormai regolarmente iniziato l’«iter» parlamentare per la ratifica del Trattato della CED, non è stata evidentemente soddisfatta della decisione del Parlamento francese di respingere nettamente il Trattato stesso. Anche nel corso della Conferenza di Bruxelles, del resto, l’Italia aveva chiaramente riaffermato il suo desiderio di vedere mantenuto il Trattato nelle sue linee essenziali inquantoché – e in cil’atteggiamento di Roma è stato consono e parallelo a quello della Repubblica Federale Tedesca e dei Paesi del Benelux – con esso veniva compiuto un altro ed importante passo in avanti sul cammino di quella integrazione europea che ha costituito una direttrice molto importante della politica estera italiana del dopoguerra. Tanto va detto perché, anche nell’attuale ricerca delle alternative al Trattato CED, l’Italia intende mantenere fermo il principio che quella collaborazione multilaterale europea nel campo, oltre che militare, politico, economico e sociale, vada mantenuta e siano conservati e possibilmente potenziati gli istituti che già svolgono, a tal fine, la loro attività. Del resto, le stesse conclusioni della Conferenza di Bruxelles, interamente accettate dalla stessa Francia, comportano chiaramente che tra gli scopi principali della politica europea deve essere la «prefigurazione di una formula politica ed economica della integrazione occidentale». In seno, quindi, alle riunioni internazionali che si vanno predisponendo, il Governo italiano non mancherà di tenere fede e di difendere tali principi, profondamente conscio della loro importanza e del loro significato.

2) Nello studio delle alternative al Trattato per la Comunità Europea di Difesa, il Governo italiano, dopo attento esame, si è orientato verso la soluzione dell’ammissione della Repubblica Federale Tedesca all’Organizzazione Atlantica: soluzione che non comporterebbe nuove lunghe ed estenuanti trattative per la formulazione di nuovi accordi o trattati e permetterebbe quindi, da una parte, di affrettare la formazione di quell’apporto militare tedesco alla difesa dell’occidente, da tutti oggi ritenuto indispensabile ed improrogabile, e dall’altra, consentirebbe al Governo degli Stati Uniti di mantenere intera la sua cooperazione nei confronti dell’Europa.

3) L’accessione di una Germania nella NATO – facendo ad essa naturalmente precedere il riconoscimento della sovranità della Repubblica Federale – deve essere immaginata attraverso un efficace adattamento delle norme e regole che reggono l’Organizzazione Atlantica e, per non provocare squilibri e preoccupazioni, deve estrinsecarsi in un sistema di ripetuti controlli e limitazioni evidentemente a carattere non discriminatorio.

Il Trattato CED, che è stato il frutto della contrapposizione, su tale argomento, di differenti punti di vista, contiene già una serie di queste norme che molto utilmente potrebbero essere trasportate – e senza alcuna applicazione di concetti di supranazionalità – nelle norme della Organizzazione Atlantica. A tale proposito il Governo italiano ha già allo studio una proposta intesa, appunto, a dare concreta forma a questo complesso di controlli.

4) Quanto è avvenuto rende sempre piimportante e sempre pinecessaria una stretta collaborazione del Regno Unito con i Paesi dell’Europa occidentale. Il Governo italiano, a tale proposito, è sicuro che il Governo di Londra vorrà in tale campo studiare le possibilità per rendere sempre piefficace questa auspicata collaborazione.

Cidetto in via positiva in merito alla piena collaborazione che il Governo di Roma intende dare perché sia al pipresto riempito il vuoto provocato dalla mancata accettazione francese del Trattato della CED, occorre fare ora cenno di altre soluzioni che potrebbero naturalmente essere oggetto di nuovo studio e di nuova attenzione ma che, a un primo esame, appaiono contenere elementi di difficile attuazione e comunque essere meno favorevoli di quelli relativi alla soluzione che è stata sopraindicata(2).

Così, ad esempio, la creazione senz’altro di una nuova organizzazione militare praticamente destinata a prendere la forma di una alleanza «a sette» fra i sei Paesi della CED e il Regno Unito, mentre sarebbe destinata a creare, con le sue interferenze e accavallamenti non piccole difficoltà nell’organizzazione della difesa oggi disciplinata dagli organi della NATO, non comporterebbe neanche quei vantaggi di avviamento verso una maggiore integrazione europea di cui si è fatto cenno in un numero precedente.

Si parla anche con insistenza di un nuovo piano, che sarebbe sopratutto patrocinato dal Governo di Parigi, in merito alla creazione di una nuova «organizzazione», ancora non meglio definita e che dovrebbe avere il compito di applicare preventivamente tutti i controlli e tutte le limitazioni in merito al riarmo tedesco e che solo successivamente consentirebbe la piena ammissione della Germania nella NATO. Anche qui – oltre il pericolo costituito da una nuova e lunghissima trattativa per la stipulazione di un nuovo accordo internazionale sull’argomento, con tutte le dannose conseguenze in merito alla cooperazione dell’America in Europa – si darebbe esca alla creazione di molte difficoltà giuridiche e pratiche tali da rendere ancora maggiormente confusa la situazione attuale che va invece ormai risolta con decisione e prontezza.

A conclusione di queste idee, il Governo di Roma intende riappellarsi a quella cornice di stretta cooperazione multilaterale, sulla via dell’integrazione europea, alla quale si è fatto cenno. E cicon particolare riguardo, si ripete, alla necessità di mantenere vivi e integri gli istituti internazionali oggi esistenti, e che svolgono la loro ottima funzione nel campo economico e sociale. In altre parole, la questione dell’ammissione della Germania nella NATO nella soluzione prevista dal Governo di Roma, non deve far perdere di vista la necessità che, domani, possa intensificarsi l’azione intesa all’armonizzazione dei valori e delle possibilità europee: si tratta quindi di una graduatoria nelle tappe di un cammino unitario inteso a portare alla effettiva distensione tra gli Stati di Europa e verso un miglior sistema di cooperazione e di integrazione.

Allegato

Appunto(3). Roma, 11 settembre 1954.

PROGETTO ITALIANO DI SOLUZIONE NEL PROBLEMA DEL RIARMO TEDESCO

L’Italia ritiene che il problema vada risolto tenendo conto di tre necessità fondamentali: – ottenere ormai con la massima rapidità un contributo tedesco alla difesa comune;

- -

La soluzione è pertanto vista nel quadro dell’alleanza atlantica e non, come suggerito da taluni ambienti francesi, attraverso un’organizzazione preliminare da inserire successivamente nella NATO.

Cipremesso, a parere italiano il riarmo tedesco è soprattutto un problema di limitazioni che non siano delle discriminazioni ma che derivano da un accordo reciproco sull’ammontare delle forze e dal coordinamento dello sforzo difensivo europeo.

Fra tutte le limitazioni possibili si ritiene che le piefficaci, di piagevole applicazione, meno discriminatorie siano quelle relative al volume delle Forze e quelle relative agli armamenti.

- - -

Si puora riprendere questa idea e attuarla attraverso questi procedimenti:

– preparazione di un programma comune di armamento;

- - -

L’Italia ritiene che queste misure limitative possano essere applicate attraverso l’organo politico del NATO ad alto livello che regoli i criteri determinanti ed organi tecnici integrati che disciplinino i procedimenti applicativi. Si escluderebbe cosi ricorso ad organi sopranazionali sul tipo del Commissariato CED che tante obiezioni ha sollevato da parte francese.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90.

2 A margine la seguente annotazione manoscritta siglata da Del Balzo, accompagnata da un punto interrogativo relativo alla frase: «Qui sarei piesplicito. Ci aspettiamo, nei limiti che le sono consentiti, che la G.B. conceda maggiori garanzie politiche e militari, di natura tale da rassicurare la Francia … e gli altri così come noi accettiamo i sacrifici ragionevoli che ci potranno essere richiesti in materia di limitazioni d’armamenti e il rinvio o rallentamento del processo politico integrativo».

3 Nella copia conservata in Gabinetto, 1953-1961, b. 2, fasc. 1, compare la seguente annotazione: «appunto preparato dal gen. Fornara prima della visita di Eden».

55

LA DIREZIONE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, UFFICIO I(1)

Appunto. Roma, 11 settembre 1954.

Posizione dei vari Paesi nei riguardi del problema dell’inserimento della Germania nel sistema difensivo occidentale.

GRAN BRETAGNA

L’Ambasciatore Brosio ha comunicato, come risultato dei colloqui Taviani-Eden, quanto segue:

1) il rinvio della Conferenza di Londra è stato determinato dall’impossibilità della presenza per il giorno 14 di Dulles e Adenauer. Quest’ultimo sembra preferire di ricevere un invito all’adesione al NATO senza dover partecipare alle discussioni con gli altri e particolarmente con la Francia.

2) Non vi sono prospettive serie per una soluzione intermedia fra la CED e l’ingresso nel NATO. Così dicasi dei progetti di Stato Maggiore comune a sette, pool armamenti ecc.

3) Le soddisfazioni alla Francia dovrebbero esser date con un accordo od iniziativa di carattere politico che accompagni l’ingresso della Germania nel NATO e non con un organismo militare intermedio che è inattuabile. Oltre alle assicurazioni e garanzie offerte da Adenauer si è accennato alla possibilità di ottenere impegni inglesi in campo militare.

4) Se la Francia rifiutasse le proposte relative all’ingresso della Germania nel NATO che gli altri 13 membri trovassero accettabili, la Gran Bretagna è decisa a procedere oltre con gli Stati Uniti.

FRANCIA

L’Ambasciatore Quaroni riferendo un colloquio con il Sottosegretario de Moustier, ha comunicato che Mendès-France intendeva prendere contatto diretto con Adenauer dopo il voto CED e forse lo prenderà dopo la missione Eden.

La Francia ritiene necessario riconoscere l’indipendenza tedesca, ammettere il riarmo della Germania con formule di garanzia e con partecipazione dell’Inghilterra. Si è tuttavia convinti che le garanzie saranno comunque minori di quelle della CED e che le limitazioni potranno avere solo giustificazioni economiche o geografiche. L’ammissione pura e semplice della Germania nel NATO sarebbe respinta dal Governo francese. Occorre un periodo preparatorio ed «una formula che permetta l’ingresso alla NATO attraverso un’altra organizzazione».

A Parigi si sta studiando l’eventualità di una adesione prima dell’Italia e poi della Germania al patto di Bruxelles. Questo risolverebbe anche la questione dell’associazione dell’Inghilterra e potrebbe fornire poi la base per nuovi sviluppi europeistici.

BELGIO

Dopo la visita di Hallstein a Spaak questi ha comunicato all’Ambasciatore Grazzi che la Germania vuole essere ammessa al NATO su un piede di parità assoluta. Il Governo tedesco è disposto a proclamare in via autonoma la limitazione ai propri armamenti.

Spaak si è dimostrato pessimista sia per quanto riguarda lo spirito del parlamento francese, sia circa le reali intenzioni di Mendès-France. Egli ha comunicato ad Hallstein il proprio convincimento sulla necessità di una sempre pistretta collaborazione fra il Benelux, la Germania e l’Italia nel quadro di una piintima intesa con le potenze anglo-sassoni.

DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90.

1

Non vi è dubbio che quando a New York, nel settembre 1950, Acheson improvvisamente lancicon Bevin e Schuman la proposta di riarmare la Germania, la cosa fu accolta in Inghilterra con sorpresa e con molti contrasti.

La guerra era terminata da appena cinque anni e l’idea che fossero proprio le potenze occidentali a sollecitare il popolo tedesco a riprendere le armi, urtava contro tutti gli strati dell’opinione pubblica britannica, dai conservatori ai laburisti. Tanto pipoi che né il Governo di Bonn né i vari partiti della Repubblica federale desideravano questo riarmo cui si opponeva perfino un articolo della nuova costituzione. Comunque, l’impressione provocata dalla invasione in Corea e la sensazione allora diffusa che si fosse alla vigilia di una nuova aggressione sovietica, indussero Bevin ad accettare la proposta di Acheson e ad imporla con la sua autorità al Governo laburista.

Fin da quel momento per come Dixon e Roberts ci hanno detto pivolte, Londra ritenne che la soluzione migliore, sotto tutti i punti di vista, sarebbe stata l’inclusione della Germania nel NATO. Tuttavia di fronte alla resistenza francese, al piano Pleven e ai suoi successivi sviluppi, che sotto le forme della CED e della CECA dovevano sboccare nel tentativo di unificazione europea, l’Inghilterra decise di non opporsi e di stare a vedere che cosa ne sarebbe venuto fuori.

Si è molto speculato in questi anni sull’atteggiamento inglese a questo riguardo. Si è detto che la Gran Bretagna era contraria alla CED perché era contraria all’unità europea: e cinon solo perché le faceva ombra dal punto di vista politico e militare, ma perché anche dal lato ideologico essa non amava il sorgere di una unione europea cattolica imperniata su Schumann, De Gasperi ed Adenauer. È indiscutibile che i laburisti inglesi non avessero molta comprensione della concezione cattolica della nuova Europa; come è vero che Bevin personalmente non aveva simpatia né per Bidault né per Sforza. Ma questo genere di opposizione di carattere essenzialmente socialista e protestante rimase una posizione dottrinaria limitata al laburismo e caratterizzata da una forte dose di provincialismo piccolo-borghese e da una scarsa conoscenza delle realtà della politica internazionale.

Viceversa, non si pusostenere con argomenti seri che la indubbia persistenza delle tradizionali diffidenze verso le varie forme di unità europea si siano tradotte in una concreta azione per intralciare la CED e le altre manifestazioni di tale processo di unificazione. Anzi, quando nel dicembre ‘51 vennero al potere i conservatori, vi sarebbe stata forse la possibilità di un’adesione inglese a tali progetti. Era proprio Churchill che nel 1950 aveva lanciato l’idea della riconciliazione franco-tedesca nel quadro di un’intesa europea; ma, come egli stesso ha precisato recentemente in un suo discorso ai Comuni, egli allora pensava a una «grande alleanza» di carattere sopratutto militare. E del resto tutta la concezione inglese fin dal tempo di Bevin era, semmai, per una «confederazione» politica, non per una federazione.

Poco dopo il mio arrivo a Londra il direttore del «Times» mi fece presso a poco questo discorso: «perché voi latini non volete fare un passo alla volta e costruire l’Europa a gradi? I vostri Parlamenti e i vostri regimi democratici funzionano ancora assai imperfettamente; e già pensate addirittura al Parlamento europeo? Ma come volete che il popolo britannico accetti di far decidere le sue sorti non dal Parlamento di Westminster, ma da un’assemblea eletta coi voti dei contadini del Limburgo, della Guascogna e della Calabria?».

Simili idee erano certamente condivise da moltissimi inglesi di ogni corrente politica o religiosa, tutti rappresentanti di quella mentalità di uomini di affari che amano sì il rischio, ma non vogliono costruire il tetto della casa quando manca ancora il primo piano; e comunque rifuggono dalle concezioni astratte e preferiscono sempre le «evoluzioni» alle «rivoluzioni».

Non vi è dunque stato un preordinato piano britannico per far naufragare l’unità europea. Si attribuisce spesso a machiavellismo ciche è il risultato semplicemente dell’empirismo e della improvvisazione britannica. Semmai il difetto della politica inglese è troppo spesso quello di persistere in concezioni superate, di mancare d’immaginazione, di vivere alla giornata affrontando gli ostacoli a mano a mano che sorgono.

Comunque per assecondare le esigenze francesi il Governo inglese, in aggiunta al Trattato di Dunquerque e al Trattato di Bruxelles, ha preso negli ultimi tre anni i seguenti impegni che non è inutile ricordare:

1) Trattato fra il Regno Unito e gli Stati membri della CED, firmato a Parigi il 27 maggio 1952;

2) Protocollo addizionale al Trattato del Nord Atlantico; relativo agli impegni di assistenza verso gli Stati membri della CED, firmato a Parigi il 27 maggio 1952;

3) Convenzione concernente la cooperazione tra il Regno Unito e la Comunità Europea di Difesa, firmato a Parigi il 13 aprile 1954.

Ma, come Eden ha detto avant’ieri al Ministro Taviani, la Francia non aveva mai finito di ringraziare per un gesto inglese che già chiedeva qualcosa di pi

Il fallimento della CED è veramente dispiaciuto a Londra? Risponderei decisamente di sì: non perché gli inglesi avessero speciali simpatie per questo complesso organismo sopranazionale a loro estraneo e scarsamente conforme alle loro idee tradizionali; ma perché tale fallimento ha rappresentato la perdita di quattro anni di tempo, il peggioramento dei rapporti tra Bonn e Parigi, l’inizio di una possibile crisi nei rapporti americani con la Francia e quindi nel NATO e infine «last but not least» un forte successo per Mosca.

Mendès-France e i camaleonti del suo «entourage» hanno cercato di confondere le acque dopo l’ultimo incontro con Churchill e di far credere a una presunta intesa fra le due capitali. Ma il comunicato emanato dal Foreign Office, due giorni dopo la visita di Mendès-France e all’antivigilia del dibattito al Parlamento francese, non solo ha riconfermato il nettissimo appoggio inglese alla CED, ma ha dato a Mendès-France una smentita in termini estremamente espliciti quali raramente ho visto usare nell’aulico e misurato linguaggio di Downing Street.

Ora, caduta la CED, il Governo di Churchill e di Eden riprende per il riarmo tedesco il progetto che già nel 1950 Attlee e Bevin avrebbero preferito: ossia l’ingresso della Germania nel NATO.

Questo ritorno su vecchie posizioni, mentre non manca certo di coerenza, non è nemmeno l’espressione di un rifiuto a cercare nuove formule e piaudaci soluzioni. Al contrario, proprio l’altro giorno Roberts, parlando con Theodoli, gli ha detto che fin da quando era apparsa la possibilità che la CED si arenasse sugli scogli della resistenza francese, Eden gli aveva dato il preciso incarico di studiare eventuali formule intermedie con le quali l’Inghilterra potesse inserirsi o in una CED annacquata senza vincoli sopranazionali, oppure in uno speciale gruppo europeo, con impegni particolari entro il NATO stesso. Ma, malgrado gli sforzi fatti, né Roberts né i suoi collaboratori del Foreign Office avevano trovato delle formule soddisfacenti. Anche l’esame dei vari progetti avanzati in Francia dagli anti-cedisti (Lepie, Billotte, Weygand, ecc.) erano apparsi buoni soltanto a sabotare la CED e ad irritare le correnti francesi innamorate dell’idea sopranazionale. «Il Manchester Guardian da tempo accusa il Foreign Office di mancanza di immaginazione e conduce una campagna perché il Governo inglese prenda l’iniziativa e la direzione di una unione europea. Ma – continuava Roberts – quando ho scritto a Richard Scott, il direttore del giornale, pregandolo di venirmi a vedere per spiegarmi le sue idee, egli non si è fatto vedere». E qui Roberts ha esposto la tesi inglese che Eden, Alexander e Nutting ci hanno ripetuto e che si puriassumere come segue: «È inutile affannarsi a cercare delle formule pio meno attraenti e illusorie per correre dietro a quello che il Parlamento francese potrebbe accettare. Il Parlamento francese o non sa quello che vuole, o vuole anzi proprio il contrario, ossia la neutralizzazione della Germania e una ripresa di conversazione con la Russia. Quello che bisogna fare dunque è mettersi d’accordo sulla soluzione pipratica e conveniente per ridare rapidamente la sovranità al Governo di Bonn e immetterlo nella comunità occidentale con adeguate garanzie circa il riarmo. Questa soluzione non puessere che quella del NATO, organismo già esistente ed efficiente, dotato di tutta la necessaria elasticità sia nel campo politico che in quello militare».

Questo è dunque lo sviluppo della posizione inglese, questa la giustificazione delle conclusioni cui oggi i britannici sono arrivati. Si tratta ora di vedere come essi contano di arrivare praticamente all’inserimento della Germania occidentale nel NATO, e come intendono superare i grossi ostacoli di vario genere che la situazione oggi oppone al loro progetto.

11

La linea generale che il Governo britannico intende ora adottare ci è stata chiarita in questi giorni. Essa è, in ultima analisi una politica di appoggio alla Germania e di amichevole fermezza di fronte alla Francia. Questa linea è connessa strettamente ad una posizione di resistenza di fronte a probabili manovre sovietiche relative al problema tedesco, dirette ad attirare la Francia e a compromettere l’inserimento della Germania nell’Occidente.

I numerosi contatti avuti in questi giorni dal Ministro Taviani e da me con Eden, con Alexander con Nutting e coi funzionari del Foreign Office non autorizzano dubbi al riguardo. In verità, quando giunsero le prime notizie circa il progetto di conferenza a Londra, erano sorti anche qui vari interrogativi. L’iniziativa sembrimprovvisata. Si poteva pensare che la conferenza a otto implicasse logicamente l’esigenza di un piano intermedio fra la CED e l’inserimento della Germania nel NATO. Non era ben chiaro se fossero state valutate a fondo le resistenze francesi, la possibilità di lunghe discussioni dilatorie e finalmente il rischio di una tempestiva proposta sovietica che avrebbe offerto a Mendès-France una comoda scappatoia e avrebbe messo i britannici nell’imbarazzo. Debbo dire che i colloqui successivi hanno dissipato queste incertezze. Le idee britanniche ci sono apparse ben chiare e la loro decisione ferma. Essi vogliono la Germania nel NATO; ma vogliono sopratutto l’inserimento della Germania nel sistema occidentale, perché lo ritengono l’unico mezzo per prevenire il risorgere sia del militarismo che del neutralismo tedesco. A tal fine sono disposti a fare a meno del consenso francese nel caso che la Francia si ostini ad ostacolare l’ingresso della Germania nel NATO. Il dilemma è stato formulato da Eden nei suoi termini pichiari: «non vogliamo “bousculer” la Francia, ma se le cose volgessero al peggio, nell’alternativa di perdere la Francia da un lato oppure di perdere gli Stati Uniti e la Germania dall’altro, non avremmo alcuna esitazione».

Questo atteggiamento risponde a un duplice ordine di preoccupazioni. In primo luogo Londra ha sempre dimostrato che, in momenti gravi, non pue non vuole staccarsi da Washington. Questo è certamente un momento grave e gli inglesi non ci hanno nascosto di considerare gli odierni umori americani come estremamente pericolosi. Lo State Department e il Governo, mi diceva Alexander, sono furiosi con i francesi per il fallimento della CED e decisi a marciare da soli con Bonn.

Kirkpatrick, a sua volta, mi ha precisato che la lotta fra lo State Department e il Pentagono è ancora in atto in questi giorni e sarà decisa solo fra un paio di settimane. Sul suo esito influirà pure il successo o l’insuccesso del viaggio di Eden. Il Pentagono, ragionando rigorosamente sui termini della assoluta strategia atomica, ritiene che il controllo del continente americano unito a una alleanza difensiva con la sola Germania sia piche sufficiente a proteggere gli interessi americani. Esso non crede necessario di abbandonare il NATO ma lo vorrebbe ridurre a elemento secondario e quasi formale. La Gran Bretagna non vuole questo evidentemente, perché cisignificherebbe rinforzare l’isolazionismo americano e perdere ogni controllo sul riarmo e sulla politica germanica, aumentando così gravemente i rischi di guerra. Eisenhower e Gruenther non seguono per ora le idee del Pentagono, ma esse esistono e non si possono dire ancora rigettate, nemmeno ai fini della soluzione delle questioni di questi giorni.

In secondo luogo gli inglesi vogliono riassumere l’iniziativa in Europa, ma non credono necessario per questo di vincolarsi in speciali unioni europee, sopranazionali o meno. L’iniziativa è ritornata loro automaticamente per il fatto che la CED è fallita e che essi sono i naturali mediatori fra la Germania e la Francia, assai pidegli Stati Uniti. Essi sono i soli che possono, nelle presenti condizioni, far sentire alla Francia le esigenze degli Stati Uniti e della Germania e nello stesso tempo cercare di dissipare i timori e le diffidenze francesi offrendo loro ragionevoli e non sospette garanzie. Questa posizione ha aumentato fin da ora grandemente l’importanza e il prestigio della diplomazia britannica, soddisfacendo il legittimo orgoglio di questo paese.

Queste osservazioni portano a respingere l’idea di una Gran Bretagna avvicinata alla Francia in una politica di attenuazione atlantica, diretta esclusivamente ad allontanare il pericolo di una guerra preventiva iniziata dagli Stati Uniti con l’appoggio tedesco. Al contrario, come dicevo or ora, è proprio la Gran Bretagna che oggi difende e valorizza il Patto Atlantico in funzione europea mentre certe tendenze americane vorrebberoaccantonarlo e metterlo nell’ombra. È vero che la Gran Bretagna teme la guerra assai pidegli Stati Uniti, perché si rende conto che in un conflitto atomico gli Stati Uniti colpirebbero gravemente l’Unione Sovietica (fino a che almeno avranno la superiorità che loro deriva dalla vicinanza delle proprie basi ai bersagli da colpire), ma l’Unione Sovietica occuperebbe e distruggerebbe l’Europa e la Gran Bretagna. Questo timore è uno degli elementi che, forse pidi ogni altro, determina oggi la prudenza della politica britannica; altri elementi sono la necessità di tener conto dell’opinione dei paesi del Commonwealth e del risorgente pacifismo di una parte delle Trades Unions e del partito laburista. Ma tutto ci se darà sempre all’azione diplomatica britannica un accento di cautela e di possibilismo, non toglierà, secondo me, che di fronte alle questioni fondamentali essa rimanga ben lontana dall’indulgere alle tendenze filo-sovietiche e al neutralismo di certe correnti francesi. Al contrario, la classe dirigente conservatrice, il Governo e pirecisamente ancora il Foreign Office sono ben fermi nel resistervi.

Guardando ora la situazione dal punto di vista europeo ed italiano, non ci si punascondere, che, dalla conclusione del Patto atlantico ad oggi, essa non è forse stata mai tanto delicata. La mancata ratifica della CED, l’enigmatica azione del governo Mendès-France, gli umori del Parlamento francese, le violente reazioni americane e tedesche hanno creato una vera e propria atmosfera di crisi che potrebbe compromettere perfino l’alleanza atlantica.

Lo stesso rinvio della conferenza di Londra è significativo. La conferenza era stata concepita dagli inglesi non già come un mezzo per arrivare ad un organismo intermedio europeo, ma come una procedura preparatoria per riavvicinare tedeschi e francesi su un progetto di ammissione della Germania occidentale al NATO. Sopratutto gli inglesi la vedevano come una garanzia alla Germania, per darle modo di essere presente e di discutere le modalità e le condizioni del suo ingresso al NATO, anziché lasciare determinare queste in sua assenza dal Consiglio atlantico.

Il pericolo di una simile conferenza pareva sopratutto quello di rinnovare l’atmosfera di Bruxelles con una Francia isolata e risentita. Viceversa, inaspettatamente, l’ostacolo è venuto proprio dai tedeschi e dagli americani, il che rivela la gravità dei risentimenti di Bonn e la difficoltà di imporre condizioni (per non parlare di discriminazioni) ad Adenauer nell’attuale situazione.

Ne consegue che, comunque si svolga la procedura, con o senza conferenza di Londra, il pericolo di irritare la Francia e di spingerla sempre piverso posizioni neutraliste si è in questi giorni aggravato.

D’altra parte la illusione di poter soddisfare la Francia e la Germania suggerendo un piano di unione o alleanza europea a sette, svuotato di ogni sopra-nazionalismo e ridotto alla minima espressione, pudirsi praticamente tramontata. La Gran Bretagna non ci crede e tutto fa ritenere che non ne vogliano sapere nemmeno i tedeschi e gli americani. Attualmente, un simile piano rischierebbe di apparire soltanto come un mezzo per facilitare nuove manovre dilatorie francesi: e sarebbe una complicazione inutile, anzi dannosa. Gli europeisti, se ancora vogliono risollevare in qualche diversa forma i loro generosi progetti, dovranno almeno attendere che essi non appaiano picome surrogati o peggio come ostacoli al riarmo germanico. Un nuovo piano europeo potrà, semmai, venire soltanto dopo l’entrata della Germania nel NATO, non prima. Le difficoltà della conciliazione degli interessi franco-germanici stanno dunque ora nel trovare modi e garanzie ragionevoli che soddisfino Parigi; ciche crea problemi tecnici e politici delicati.

In questo quadro il nostro contributo sarà tanto piutile quanto pisarà concreto esemplificatore. È mia convinzione che in questo momento l’azione della Gran Bretagna sarà abbastanza conciliante per saggiare tutte le possibilità di evitare una grave crisi e abbastanza fermo per garantirci di ogni pericoloso cedimento nei confronti di Mosca.

Naturalmente, se si rivelasse un profondo dissidio di tendenze fra britannici, americani, francesi e tedeschi nel prossimo futuro, noi non potremmo non tenere conto della nostra fondamentale solidarietà con gli americani; ma la linea di condotta britannica fino a questo momento farebbe ritenere che tale contrasto, fortunatamente, non si verificherà.

Voglia gradire, signor Ministro, gli atti del mio devoto ossequio,

Manlio Brosio

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90.

2 Il documento reca i timbri: «Visto dal Ministro», «Inviato in copia al Presidente della Repubblica» e «Inviato in copia ai Sottosegretari».

3 Vedi DD. 41 e 46.

57

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

R. segreto 134342. Washington, 11 settembre 1954.

Oggetto: Rapporti italo-americani. Ratifica della CED.

Signor Ministro,

mi riferisco al mio rapporto n. 12881 del 31 agosto u.s.3 per ritornare sul problema della ratifica della CED, cui ebbi ad esporre a V.E. i propositi dell’Ambasciatore Luce ed alcune informazioni circa le discussioni da essa avute presso il Dipartimento in argomento. Dalla data di tale colloquio ad oggi non si sono verificate da parte americana delle iniziative a carattere ufficiale: ho dovuto perregistrare alcune manifestazioni negli ambienti di questo Governo che mi sembra opportuno, ad ogni buon fine, recare all’attenzione di V.E. Premetto che tutte tali manifestazioni mi sembrano potersi riassumere nelle seguenti proposizioni:

- - - - - - -

È certo comunque che, da quanto sopra esposto, appare chiaro che, se non altro, in tutti gli ambienti di questa Amministrazione (V.E. tenga presente che le manifestazioni che ho sopra registrato si sono avute presso la FOA, il Pentagono e il Dipartimento di Stato) vi è una vivissima aspettativa in rapporto a decisioni che si auspica il Governo italiano voglia prender per l’adozione di un «surrogato» parlamentare che possa, se non formalmente, per lo meno in linea pratica far considerare come completato l’interrotto processo di ratifica, assicurando la solenne sanzione parlamentare a qualsiasi organismo che, in sostituzione della CED, possa comunque promuovere o facilitare l’integrazione militare e politica europea.

Nel riferire in merito al colloquio con la signora Luce, ho accennato a V.E. come essa abbia prospettato l’ipotesi che il Senato americano possa accontentarsi di un voto su un ordine del giorno in cui si riaffermino da parte del Parlamento italiano i principi della CED. Nel discorrere sempre in via del tutto ufficiosa ed amichevole con funzionari del Dipartimento, questi hanno accennato anche a formule pisevere da cui possa derivare un voto il pipossibile impegnativo del Parlamento nei confronti dell’approvazione di quell’organismo o di quel sistema che potranno eventualmente essere proposti in sostituzione della CED.

Naturalmente, mentre molto facile puessere sbizzarrirsi nella ricerca di surrogati e molte sono le formule ipotetiche che possono escogitarsi a tal fine, è estremamente difficile poter fissarsi su una che, mentre accontenti il Senato americano, possa inquadrarsi nella procedura parlamentare italiana senza creare un insuperabile problema di politica interna per il nostro Governo.

Credo di interpretare i desideri di V.E. facendo intanto presente agli americani come sia irrealistico pretendere che il processo di ratifica della CED continui presso il Parlamento italiano e come sarebbe estremamente pericoloso dare esca alle opposizioni, insistendo nel provocare l’approvazione di un organismo che oggi è morto e che il Parlamento italiano dovrebbe risuscitare effimeramente sopratutto per compiacere l’aspettativa americana. Quando noi facciamo tali discorsi agli americani, sentiamo comprensione e sopratutto, come già accennato sopra, timore di indurci a un rischio che possa condurre a delle conseguenze ben pigravi che una mancata ratifica.

È indubbio tuttavia che, anche se tale comprensione esiste, si spera perche dal Parlamento italiano si accenda una fiamma che possa gettare luce nell’attuale travagliato momento e facilitare le iniziative in corso da parte di altri paesi e gli studi in atto presso lo stesso Governo americano.

Mi pare superfluo aggiungere da parte mia che una nostra iniziativa parlamentare che tale scopo volesse perseguire non potrebbe non avere favorevolissime ripercussioni nei nostri confronti.

Ho già scritto a Vostra Eccellenza come si abbia qui la sensazione che noi siamo ad una svolta decisiva della nostra posizione rispetto all’America e come si siano manifestati nelle ultime settimane dei movimenti psicologici di opinione, sopratutto per le iniziative del Presidente del Consiglio e di Vostra Eccellenza, che possono essere forieri di buoni e promettenti sviluppi. In pratica, se fino a un mese fa ci si rimproverava qui di avere agito con lentezza nella ratifica della CED, il fatto che si sia invece agito con prontezza nel riconfermare il nostro europeismo proprio dopo il colpo del Parlamento francese, ha indubbiamente determinato un notevole mutamento di atmosfera in nostro favore. Dico questo anche per notizie raccolte negli ambienti economici nei quali si stanno preparando le risposte alle richieste e ai quesiti che si presume verranno posti dalla delegazione italiana al Governo americano nel corso delle riunioni del Fondo Monetario e della Banca Internazionale. So che proprio sul caso italiano, e soltanto su di esso, si è avuta una discussione presso il National Advisory Council, sia per quanto riguarda eventuali nuovi prestiti da parte della Banca Internazionale e sia per la concessione di speciali crediti da parte del Fondo Monetario. Non mi addentro qui nei dettagli tecnici, su cui mi riprometto di fare segnalazione a parte. Ciche mi sembra, nel quadro del presente rapporto, opportuno registrare è che, secondo le informazioni datemi, il Council avrebbe impartito istruzioni ai rappresentanti americani che esamineranno la situazione italiana di «non dispiacere» alla delegazione italiana e di cercare di evitare risposte negative anche per quei provvedimenti ai quali, a rigore di prassi abituale, si dovrebbe rispondere con qualche diniego. Non escluderei quindi che nel settore economico ci si voglia dare qualche prova di comprensione, anche per incoraggiarci, nel settore politico, a manifestazioni che costituiscano una rinnovata prova della nostra fedeltà all’alleanza e delle nostre intenzioni di contribuire al suo potenziamento. Tutto ciproprio mentre vengono prese decisioni nei confronti della sospensione sia pure lenta, di aiuti alla Francia.

Di tanto ho ritenuto opportuno dare notizia, a seguito della mia precedente segnalazione e per opportuna informazione di Vostra Eccellenza nel momento in cui come immagino, la signora Luce affronterà il problema del «surrogato» della ratifica della CED con le nostre autorità. E cianche perché Vostra Eccellenza possa giudicare quali possibilità si prospettano in tal campo per consentirci di approfittare della favorevole congiuntura che sembra profilarsi nei nostri rapporti con questo Paese.

Per conto mio assicuro Vostra Eccellenza che, mentre cercherdi evitare che il pensiero degli uffici si cristallizzi in formule precise che possano costituire per noi motivo di difficoltà e non tengano conto delle nostre esigenze politiche e parlamentari, non mancherdi segnalare ogni ulteriore sviluppo che lo studio del problema inevitabilmente avrà in questi ambienti, dato lo stretto collegamento tra la mancata ratifica della CED e l’applicazione dell’emendamento Richards nei nostri confronti.

Voglia gradire, Signor Ministro, l’espressione del mio profondo ossequio(4).

Alberto Tarchiani

Allegato

CONVERSAZIONE CON IL SIGNOR S. HENSEL,

ASSISTANT SECRETARY OF DEFENSE

FOR INTERNATIONAL SECURITY AFFAIRS

Memorandum(5).

Il signor Hensel, essendogli stato chiesto quali passi, a suo parere, l’Italia avrebbe potuto fare per migliorare i rapporti con gli Stati Uniti dopo la mancata ratifica della CED ha detto:

1) Ratificare la CED nonostante la mancata adesione francese. Tale questione è di competenza del Dipartimento di Stato: cirappresenta peril punto di vista ufficioso e personale del «Secretary of Defense». La ratifica da parte dell’Italia puancora presentare interesse perché:

a) porrebbe in risalto la solidarietà dell’Italia verso i suoi alleati;

- - - - -

I problemi sono stati discussi col Ministero italiano della Difesa.

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti sarà sottoposto a pressioni da parte del Congresso a meno che non venga rapidamente presa qualche concreta iniziativa. Per esempio, a meno che le attrezzature per la manutenzione degli aerei non siano immediatamente ed efficacemente utilizzate, i Congressmen americani solleciteranno con ogni probabilità a) che esse siano trasferite ad un altro paese per il loro impiego e b) che nessun’altra attrezzatura venga concessa all’Italia in quanto che essa non ha utilizzato quelle già avute.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90.

2 Il documento reca i timbri: «Visto dal Ministro», «Visto dal Segretario Generale» con la sigla di Zoppi, e «Inviato in copia al Presidente della Repubblica», «Inviato in copia ai Sottosegretari».

3 Vedi DPII, Serie A, Il fallimento della CED e della CPE cit., D. 299.

4 Per la risposta vedi D. 103.

5 Il memorandum fu successivamente inviato da Zoppi al Capo di Stato Maggiore della Difesa, Mancinelli con L. segreta 21/2337 del 20 settembre (DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90), del seguente tenore: «[…] l’Ambasciatore Tarchiani ci ha fatto avere un appunto su di una conversazione avuta da persona vicina alla nostra Ambasciata a Washington con il Sottosegretario alla Difesa Hensel che, come Lei sa, è al Pentagono praticamente il regolatore di tutti i programmi di aiuti militari all’estero. Richiesto dal suo interlocutore cosa l’Italia potesse fare per sfuggire alla scure dell’emendamento Richards, Hensel ha elencato una serie d’iniziative e di decisioni di ordine politico ma sopratutto di ordine militare che il Governo italiano dovrebbe prendere. Mi affretto ad inviarLe tale appunto perché esso registra aspettative e insoddisfazioni americane di cui non possiamo non tener conto nel quadro di una politica di intimi rapporti con gli Stati Uniti».

58

L’AMBASCIATORE A BRUXELLES, GRAZZI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Fonogramma segreto 3775. Bruxelles, 13 settembre 1954 (perv. ore 18).

Dopo passata rivista divergenti aspetti situazione et avere questo Paese esposto idee di cui miei telegrammi 168 et 1712, proposte inglesi sono state accolte come segue:

- - - -

e) entrata Germania et Italia Patto Bruxelles del 1948. Quanto precede è strettamente confidenziale. Segue telegramma(3).

1 DGAP, Uff. I, Serie affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 15-30 settembre 1954. 2 Vedi DD. 29 e 49. 3 Vedi D. 59.

59

L’AMBASCIATORE A BRUXELLES, GRAZZI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11572/174-175. Bruxelles, 13 settembre 1954, ore 21,03 (perv. ore 0,40 del 14).

Eden è giunto qui con proposte che non prevedono altre alternative per il riarmo tedesco. Con fonogramma odierno(2) ho riassunto intese raggiunte con Benelux. Osservo:

1) In tal modo la Gran Bretagna riduce anche questa volta al minimo la sua partecipazione europeista la quale infatti si limiterebbe ad integrazione delle forze terrestri del NATO ed al rafforzamento Shape. L’estensione del Patto di Bruxelles non rappresenta di fatto nessun progresso in senso integrativo o collaborazionista europeo:

2) Eden è convinto che malgrado il suo piano accolga sostanzialmente tutte le proposte tedesche anche per dichiarazione autolimitazione il Parlamento francese finirà con accettarle;

3) Spaak è invece persuaso del contrario, anche sulla base della segnalazione che gli sarebbe pervenuta dal MRP che voterebbe contro la soluzione del NATO a tali condizioni. Per cui, mentre il Governo britannico fa fiducia su Mendès-France, egli continua a diffidarne ed in fondo pensa che si finirà per tornare ad una quasi CED, il che probabilmente non gli dispiacerebbe.

Raccomando di specificare con Eden che anche l’Italia è inclusa in estensione del Patto di Bruxelles, perché non mi è chiaro se qui vi abbiano accennato i belgi soltanto

o se anche gli inglesi lo prevedono.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90. 2 Vedi D. 58.

60

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, DOMINEDÒ, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

Appunto riservato. Roma, 13 settembre 1954.

Appena di ritorno da Bruges, ove ho rappresentato la DC al Congresso delle «Nouvelles Équipes Internationales» (con la partecipazione dei maggiori esponenti dei partiti democratici cristiani europei), ritengo di dover comunicare alcune impressioni sul dibattito dedicato alla crisi della CED.

Dopo le critiche del Ministro olandese Sassen, presidente del gruppo DC all’Assemblea della CECA, e le riserve del Ministro belga De Schryver, presidente dell’Internazionale DC, è apparsa di particolare rilievo la risposta del Ministro francese Lecourt, presidente del Gruppo MRP alla Camera.

Egli ha detto che il voto sulla questione «préalable» della CED deve considerarsi uno «scacco provvisorio, che non tocca ancora il merito, lasciando impregiudicata la possibilità di riprenderne l’esame al momento debito. Per quanto nessuno possa pensare a una pura e semplice ripresentazione del progetto CED originale, resta tuttavia aperta la eventualità di nuove intese (vedi come base ad esempio il progetto dei 5 a Bruxelles), atte a risolvere il problema della Germania mediante un «inserimento» europeo e non attraverso un «isolamento», che alla lunga significherebbe la «Wehrmacht» (in caso di riarmo) o la «sovietizzazione» (in caso di neutralizzazione). Infatti la maggioranza eterogenea (comunisti o gollisti) che si è formata contro la CED, non si potrebbe ricomporre quando si trattasse di votare per una di tali alternative conseguenziali.

Lecourt ha soggiunto che nell’opinione pubblica e parlamentare francese si comincia adesso ad intendere la gravità del voto, mentre uno spostamento di forze si va delineando fra indipendenti e radicali, nonché fra i socialisti dissidenti. La conclusione è una: poiché il problema della difesa (europea) non tollera indugi, la soluzione deve essere ricercata in vista della comunità (europea); e non fuori, se non si vuole cadere in una delle due accennate alternative.

Tutto cifa pensare agli incontri in corso con il Ministro Eden. Buona l’iniziativa per l’inserimento «atlantico» della Germania, ma a patto che cinon precluda, bensì prepari, in qualsiasi forma idonea, anche l’inserimento «europeo» (si pensi quindi all’idea di un pool degli armamenti europei con «liaison» britannica).

Il problema appare infatti indifferibile anche sul piano della soluzione NATO, una volta che ingresso della Germania nella NATO (anche collaterale) significa riconoscimento di sovranità, e che – a sua volta – non v’è sovranità senza una certa dose di riarmo (nonostante i significativi tentativi di Nenni di scindere i due momenti). Torna peraltro opportuno osservare a questo punto che, oltre tutto, un controllo del riarmo su piano europeo risulta palesemente piagevole ed attivo che sul mero piano atlantico: per quanto riguarda particolarmente l’Italia, nessun dubbio, come bene intuì De Gasperi, che ogni nostro problema è risolvibile proprio nell’ambito europeo.

Tanto ritenevo mio dovere dire. Riferira parte sulla commemorazione di De Gasperi a Bruges e sugli ultimi sviluppi in tema di politica estera sociale.

DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90.

11

L’appunto Magistrati prende poi in considerazione, dopo il concetto dell’europeismo, le alternative alla CED e alla accessione della Germania al NATO, parallelamente all’istituzione, o meglio allo sviluppo, di un sistema di controllo e limitazioni non a carattere discriminatorio (autolimitazioni comuni con gli altri Paesi NATO o per lo meno ex CED).

A prescindere dall’impossibilità per il Governo di Adenauer di accettare una discriminazione, è ovvio che nessuna discriminazione imposta pucostituire la base di una Comunità. Non ci si riferisce qui alla CED ma ad una Comunità internazionale qualsiasi.

È uno dei tre principi chiave che occorre sostenere perché, se si vuole cercare di arrivare ad una soluzione, è sempre necessario tenere presente che la politica francese è, nella migliore delle ipotesi, dominata dal timore della Germania.

62

L’AMBASCIATORE A MOSCA, DI STEFANO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 3032/13672. Mosca, 13 settembre 1954.

Oggetto: Dichiarazione del Minindel sul rigetto della CED. Riferimento ultimo: mio telespresso n. 2959/1327 del 7 settembre corrente(3).

L’attesa presa di posizione sovietica sul voto dell’Assemblea francese contro la CED ha, come è noto, assunto la forma di una lunga «Dichiarazione» ufficiale del Minindel, pubblicata il 10 e commentata da pedissequi articoli di fondo di questa stampa.

Essa ha preceduto di poche ore la consegna della Nota dei Tre (ed ha avuto così modo di lamentare anche la mancata risposta occidentale alle iniziative sovietiche di luglio ed agosto).

Riassumo brevemente il contenuto della Dichiarazione:

- - - - -

citarvi il suo ruolo di grande Potenza mentre, altrimenti, decaderebbe al rango di una Potenza di second’ordine. «L’Unione Sovietica è sempre stata e sta in favore di una Francia forte ed indipendente».

– L’ URSS continuerà a fare tutto il suo possibile per raggiungere accordi sui problemi insoluti, tra cui «la questione tedesca, la sicurezza collettiva europea, la proibizione delle armi atomiche ed all’idrogeno, la riduzione degli armamenti».

Come del resto era qui prevedibile, la «Dichiarazione» non porta alcun nuovo elemento, ma si limita a ribadire con il consueto frasario il noto punto di vista del Cremlino.

Quest’Ambasciata aveva già segnalato che la presa di posizione sovietica di fronte agli avvenimenti di Parigi sarebbe stata rigida nella sostanza, come rigida è stata la battaglia contro la CED: se si escludono le buone parole e gli elogi atti a lusingare l’amor proprio francese, si puora aggiungere che anche nella forma, oltre che nella sostanza, la «Dichiarazione» non sembra offrire appigli a quei francesi – e non so, se tra essi, sia il Primo Ministro – i quali vedono nella riapertura del dialogo con Mosca per lo meno la possibilità di procrastinare le necessarie decisioni.

Dalla «Dichiarazione» appare chiaro che il Minindel considera tuttora la Francia come la chiave di volta per impedire il riarmo germanico. Al riguardo è possibile che qui pel momento si ritenga la situazione parlamentare governativa francese già talmente confusa, da non aver bisogno di essere ulteriormente intorbidita da particolari esche ed incentivi alla Francia. Non è da escludere perche questi vengano messi in opera sul terreno dei rapporti politici ed economici russo-francesi ove la situazione evolvesse nel senso da noi auspicato.

È evidente che l’obiettivo essenziale che il Cremlino si prefigge è e continuerà ad essere quello di sconfiggere i piani attualmente in elaborazione per inserire la Germania nel sistema difensivo dell’Occidente. Mosca li contrasterà tutti con uguale vigore. La «Dichiarazione» vi fa un aspro accenno che non lascia dubbio sulle intenzioni sovietiche.

La politica europea dell’URSS, sotto gli attuali dirigenti, segue in realtà una linea logica: essa viene condotta con inflessibilità, anche se con una certa moderazione di forme, almeno nei confronti di quella provocatoria svolta negli anni precedenti. Tale azione, oltre a gettare un certo disorientamento in Occidente, ha differenziato alcune direttrici politiche delle principali Potenze ed ha consentito ai sovietici alcuni sostanziali risultati diretti: il piimportante di essi è il rigetto della CED.

La rigidità della posizione del Cremlino nei confronti della Comunità Difensiva poteva far pensare in Occidente che l’URSS fosse oramai disposta – pur di non modificare la propria politica germanica – a trovarsi improvvisamente di fronte al fatto compiuto della ratifica del Trattato e che un tale evento fosse già in definitiva scontato. In realtà, il Cremlino, come quest’Ambasciata ha da tempo segnalato, non aveva mai perso la propria fiducia di far infrangere la CED sugli scogli del Parlamento francese (o del nostro), così come oggi conta di veder saltare ogni altro piano di riarmo tedesco nella stessa «impasse» parigina.

Finché una tale speranza alimenterà questi dirigenti – e la confusione che regna in Occidente non contribuisce certo a deluderla – non si puattendere alcun mutamento sostanziale nella politica europea e germanica della Russia. Solo un importante «fatto nuovo», che renda, ad esempio, imminente ed effettivo il riarmo di Bonn, potrebbe determinare un cauto, molto cauto per riaggiustamento dell’attuale posizione sovietica inteso piche altro a suscitare nuove incertezze nell’Occidente.

Allego, ad ogni buon fine, il testo della «Dichiarazione» in traduzione inglese(4).

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91. 2 Sottoscrizione autografa. 3 Vedi D. 36. 4 Non pubblicata.

63

COLLOQUIO DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI, CON IL SEGRETARIO DI STATO AGLI ESTERI DEL REGNO UNITO, EDEN (Roma, Villa Madama, 14 settembre 1954)1

Verbale segreto 21/23202.

Il 14 settembre 1954 ha avuto luogo a Roma, nella sede governativa di Villa Madama, il previsto incontro tra il Ministro degli Affari Esteri d’Italia, On. Piccioni, ed il Ministro degli Affari Esteri del Regno Unito, Anthony Eden, giunto, la sera innanzi, nella capitale italiana dopo una visita a Bruxelles ed a Bonn.

Da parte italiana erano presenti il Segretario Generale di Palazzo Chigi, Ambasciatore Zoppi, l’Ambasciatore d’Italia a Londra, Brosio, il Direttore Generale della Cooperazione Internazionale dello stesso Palazzo Chigi, Ministro Magistrati, ed il Direttore Generale degli Affari Politici, Ministro Del Balzo, mentre con il Ministro britannico erano il Sottosegretario al Foreign Office, Frank Roberts, l’Ambasciatore di Gran Bretagna a Roma, Clarke, il Capo di Gabinetto Rumbold ed il Consigliere dell’Ambasciata a Roma, Ross.

Il Ministro On. Piccioni, nel dare inizio alla conversazione, ha porto all’ospite britannico il saluto del Governo italiano e ha posto in rilievo come l’iniziativa del Governo di Londra di promuovere, all’indomani della mancata ratifica del Trattato per la CED, una Conferenza preliminare fosse stata accolta con interesse e simpatia dall’Italia e come altrettanto sia ora avvenuto in merito alla visita del Capo del Foreign Office alle Capitali europee maggiormente interessate ai problemi dell’integrazione dell’Europa.

Il Ministro, dopo aver accennato all’«iter» parlamentare italiano del Trattato per la CED, non ha mancato di esprimere il rammarico verificatosi in Italia per la mancata ratifica da parte di Parigi e ha aggiunto come anche in Italia una solidarietà e partecipazione della Germania di Bonn agli sforzi di collaborazione dell’Occidente siano ritenute, al momento attuale, del tutto necessarie. In Italia, oggi, si è non poco preoccupati e s’intende attivamente collaborare per trovare al pipresto una efficace alternativa alla mancata applicazione del Trattato per la CED, anche perché il Governo di Roma pensa che i germi del movimento europeista debbano essere mantenuti intatti in previsione di futuri sviluppi. Grande è quindi l’interesse per conoscere il pensiero del Governo britannico ed i primi risultati dei contatti avuti dal Ministro Eden nelle capitali europee da lui in questi giorni visitate. Il Ministro Eden, dopo aver ringraziato il Governo italiano e l’On. Piccioni per le cortesi accoglienze riservategli, ha posto in rilievo come, in questo tempo che pudefinirsi «critico», il contributo italiano alla collaborazione internazionale sia ritenuto di molta importanza e come, quindi, l’annunciata adesione italiana ad una Conferenza a otto o a nove sia stata altamente apprezzata. Attualmente ben grave sarebbe il rischio per l’Europa se non venisse raggiunta una soluzione atta a permettere l’associazione tedesca all’Occidente. Se la Camera francese dovesse continuare a rifiutarsi a forme efficaci di collaborazione europea, cifinirebbe, da una parte, per gettare la Germania nelle braccia sovietiche, e dall’altra, per persuadere l’America dell’opportunità, oramai, di ritirarsi dall’Europa. Bisogna quindi ora parlarsi con grande franchezza ed apertamente. Del resto il Governo di Londra continua a mantenere quello di Washington interamente al corrente di ogni iniziativa e di ogni contatto ed il Segretario di Stato americano viene sempre informato in dettaglio dei risultati di queste conversazioni europee.

L’attenzione dei Paesi interessati – ha continuato il Ministro Eden – deve convergere su tre punti politici ed organizzativi:

1 – necessità di porre fine al regime di occupazione in Germania, naturalmente con l’applicazione di speciali accorgimenti particolarmente per quanto riguarda la situazione di Berlino. Si tratta di un problema, naturalmente, irto di difficoltà, ma tutto fa ritenere – e specialmente dopo i contatti avuti con Bonn – come esso non sia di impossibile soluzione data anche la effettiva collaborazione esistente tra i tre Paesi occupanti (sull’argomento il Ministro Piccioni esprime il convincimento italiano della grande utilità di restituire oggi la sovranità alla Germania: restituzione che il Governo di Roma vedrebbe con indubbia soddisfazione);

2 – necessità di vedere la Germania contribuire alla difesa occidentale nel quadro di assicurazioni che essa dovrebbe e potrebbe dare e che andrebbero delineate, in un primo tempo, nel corso della Conferenza alla quale si è sopra accennato. La Germania, che aveva già accettato i livelli indicati nel Trattato CED, potrebbe dare chiare assicurazioni nei riguardi dell’entità delle sue forze, e queste assicurazioni, che naturalmente non dovrebbero essere considerate quali misure di discriminazione, potrebbero permettere pronti e favorevoli sviluppi nella questione;

3 – necessità di impedire senza indugio che il «vacuum» creatosi per la mancata ratifica del Trattato CED possa prolungarsi con grave pericolo per l’Europa. Occorre non dimenticare, a tale proposito, – e molto bene ha fatto il Cancelliere Adenauer a porlo in rilievo nell’incontro di Bonn – come, con la caduta del Trattato CED, siano praticamente decaduti anche gli impegni di garanzia assunti da parte britannica. Ora, per impedire il prolungamento di una tale dannosa situazione, la formula migliore appare essere quella di dare nuovo contenuto e nuova vita a quel Trattato di Bruxelles stipulato nel 1948 tra la Gran Bretagna, la Francia ed i Paesi del Benelux e che in origine appariva diretto contro l’eventuale rinnovarsi di aggressioni tedesche. Quel Trattato, rinnovato e modificato, per non creare strane contraddizioni, nelle sue premesse e nei suoi intendimenti, potrebbe oggi egregiamente servire allo scopo di dare nuovo avviamento all’unità dell’Europa occidentale. L’adesione ad esso dell’Italia e della Germania appare già favorevolmente considerata dai Paesi del Benelux, i cui rappresentanti hanno autorizzato il Ministro Eden a far conoscere tale loro approvazione. Il Cancelliere Adenauer si è mostrato, a sua volta, interamente favorevole all’idea ritenendo che la sua realizzazione potrebbe avere anche, dopo la crisi della CED, un nuovo e notevole significato europeista. Si dovrebbe quindi ritenere che esista già una possibilità per trovare un avviamento capace di sostituirsi all’antica CED anche ai fini di vedere rinnovati gli impegni tra l’Inghilterra e gli altri sei Paesi quali erano stati definiti in merito a quel Trattato per la Comunità Europea di Difesa.

A Bruxelles – ha sempre continuato il Ministro Eden – la questione è già stata considerata con attenzione e da parte olandese si è fatta presente l’opportunità che la Germania possa dare – ed altrettanto potrebbero fare gli altri Paesi – nella struttura del Patto di Bruxelles, e anche in via reciproca, le opportune assicurazioni. Questo Patto politico, cioè, potrebbe stringere i suoi firmatari in un sistema di assicurazioni collettive e singole. Dal punto di vista prettamente militare, la competenza resterebbe invece dell’Organizzazione Atlantica inquantoché nessuno oggi si augura di vedere architettato un nuovo meccanismo militare. Oggi quindi, se l’iniziativa dell’allargamento del Patto di Bruxelles apparisse degna di considerazione, bisognerebbe cominciare a prendere in esame le procedure necessarie e studiare con attenzione quali possano essere le eventuali reazioni francesi. Se a Parigi verrà data una risposta in massima favorevole, si potrebbe considerare l’opportunità di indire, per i prossimi giorni e forse verso il 22 o 23 del mese, la prevista riunione di Londra: a tale proposito il Cancelliere Adenauer ha già dichiarato di possedere sufficienti elementi per tale incontro mentre il Segretario di Stato americano Foster Dulles ha già indicato di essere disposto a fare una corsa in Europa per quella eventualità. Una adesione italiana all’iniziativa sarebbe molto importante in considerazione dell’avviamento europeista sempre difeso dall’Italia ed in vista degli stretti rapporti di amicizia esistenti tra Roma e Parigi. Per quanto riguarda particolarmente l’Inghilterra – ha concluso il Ministro Eden – un rifacimento del Trattato di Bruxelles senza l’Italia sarebbe praticamente impossibile: se invece l’Italia collaborasse alla riforma ed al riadattamento del Trattato, il lavoro sarebbe senza dubbio dei piproficui.

Il Ministro Piccioni, nell’esprimere in linea di massima la sua approvazione ad alcuni punti indicati dal Signor Eden, ha particolarmente insistito circa l’opportunità di vedere riempito il vuoto lasciato dalla mancata ratifica della CED. In Italia si condivide l’opinione espressa dal Cancelliere Adenauer circa la necessità che le garanzie inglesi già date nel quadro CED non vadano perdute e possano anzi unirsi ad altre: tali garanzie, infatti, devono essere potenziate perché indubbiamente un efficace apporto britannico non potrà non costituire un elemento di grande importanza ed interesse perché le difficoltà attuali possano essere sorpassate. Tutto cideve costituire il mezzo migliore perché siano allontanati il pericolo di un isolazionismo americano e quello di una secessione tedesca. La ricostituzione, infine, di una unità e di una forza europee puconcorrere molto efficacemente a combattere talune forme di neutralismo che, almeno per quanto concerne l’Italia, molto facilmente si identificherebbero con formule filosovietiche.

Cidetto, occorre aggiungere, con uguale franchezza, come la iniziale direttiva italiana per creare una alternativa alla CED fosse quella di vedere la Germania entrare nell’Organizzazione Atlantica (a questo punto il Ministro Eden interrompe per affermare che un ingresso di Bonn nella NATO debba essere considerato quale contemporaneo alla adesione al Patto di Bruxelles). Del resto, proprio a Bruxelles, all’indomani del mancato accordo, lo stesso Presidente Mendès-France ebbe, in via privata, a dichiarare come anche da parte francese questa accessione tedesca alla NATO fosse considerata quale «prima alternativa» alla CED. Oggi quindi sarebbe opportuno considerare in dettaglio, ed in merito alle eventuali sue applicazioni, come giocherebbe il binomio NATO-Patto di Bruxelles. Circa la formulazione della prospettiva generale, l’Italia non avrebbe difficoltà per un’estensione di quel Patto in connessione con il Trattato Nord Atlantico.

Il Ministro Eden, nel fornire alcune specificazioni, afferma che il «timing» per le prossime realizzazioni dovrebbe essere: 1) abolizione dell’occupazione alleata in Germania e restituzione della sovranità al Governo di Bonn; 2) contemporanei ingresso della Germania nella NATO e revisione del Patto di Bruxelles.

Il Ministro Piccioni si dichiara d’accordo su tale ultima formulazione e pensa che la questione delle garanzie potrà fare utile oggetto della prossima Conferenza, anche perché fino a questo momento ben poco sappiamo circa gli effettivi intendimenti tedeschi.

Il Ministro Eden, nel dichiararsi molto interessato all’accenno fatto dal Ministro Piccioni alla dichiarazione di Mendès-France a Bruxelles in merito alla possibilità di un ingresso della Germania nella NATO e dopo aver indicato che il Presidente francese aveva pio meno affermato lo stesso concetto durante la sua rapida visita in Inghilterra, non ha celato le sue preoccupazioni per il fatto che taluni francesi credono che una Germania nella NATO dovrebbe essere ingranata nello stesso sistema immaginato dal Trattato CED. Naturalmente gli esperti tecnici dell’Organizzazione Atlantica potranno svolgere opportunamente tutta una loro azione allo scopo di considerare le modalità del previsto ingresso della Repubblica Federale ma non potranno non esistere delle differenze con il sistema CED: viceversa nel Patto di Bruxelles avente un carattere particolarmente politico, potranno opportunamente giocare tutte le preventive assicurazioni alle quali si è in precedenza accennato.

A tale proposito il Sottosegretario Frank Roberts aggiunge alcuni dettagli tecnici indicando che il Cancelliere Adenauer ha per primo fatto presente come gli organi tecnici dell’Organizzazione Atlantica appaiano essere estremamente adatti per il ridimensionamento delle Forze Alleate con le necessarie applicazioni in tema di Revisione Annuale e di controlli. Quanto alle Forze militari, è chiaro che quelle fornite dalla Germania sarebbero interamente poste a disposizione del Comando Supremo Atlantico, mentre altri Paesi potrebbero – una volta riconosciute le loro necessità in altri settori – mantenere estranee alcune loro Forze nazionali. Quanto al problema degli armamenti ed all’organizzazione della loro produzione, il problema appare evidentemente complesso e difficile ma occorrerà non lasciar cadere quanto da parte tedesca era già stato accettato in sede CED, particolarmente in merito alle limitazioni imposte per le zone cosiddette «avanzate». Si potrebbe infine pensare a far coincidere nel tempo la durata del Trattato NATO con quella del Patto di Bruxelles, mentre si potrebbe avere una solenne dichiarazione tedesca intesa a sancire la volontà del Governo di Bonn di evitare di fare appello a qualsiasi violenza in merito al problema della riunificazione della Germania.

Il Ministro Eden dichiara che la vera e grande «garanzia» in tutto questo problema è l’integrazione della Germania nell’Organizzazione Atlantica e bisognerebbe sperare che il Quai d’Orsay possa rendersi conto di questa verità. È per questo che occorrerà considerare i termini dell’associazione del Patto di Bruxelles con il Patto Atlantico per la efficace realizzazione di una integrazione militare. Nulla del resto esclude che altri Paesi, quali, ad esempio, la Norvegia e la Danimarca, possano domani dare la propria adesione al Patto di Bruxelles, accettandone, naturalmente, gli impegni. Bonn ed il Benelux vedrebbero tali nuove adesioni con vivo piacere.

Il Ministro Piccioni, nel ritornare sul concetto della opportunità di vedere intensificati gli sforzi per una effettiva collaborazione europea in tutti i settori, pone in rilievo l’importanza della conservazione e del possibile potenziamento delle istituzioni oggi esistenti, quali la CECA, l’OECE, il Consiglio d’Europa: istituzioni che potrebbero essere danneggiate dalla mancata applicazione della CED, rendendosi così necessario un loro eventuale collegamento con l’organizzazione politica costituita dal Patto di Bruxelles.

Il Ministro Eden, nel ripetere il suo consenso a tali affermazioni, aggiunge che il Patto di Bruxelles immagina già consultazioni periodiche tra i Rappresentanti degli Stati membri in merito anche ai problemi di carattere economico e conferma come anche il Governo di Londra concordi nell’opportunità di vedere mantenute vive ed attive quelle istituzioni internazionali europee.

Circa la situazione effettivamente esistente a Parigi, e nel rispondere ad una domanda avanzata, in proposito, dal Ministro Piccioni, Eden informa che il Cancelliere Adenauer appare ottimista circa i prossimi sviluppi della situazione perché ritiene che nessun francese potrebbe far cadere un’offerta britannica di garanzie e perché il Signor Mendès-France non punon rendersi conto oggi dell’assoluta necessità di riempire il vuoto creatosi con la mancata ratifica della CED. Egli invece non condivide tale ottimismo perché taluni segni farebbero ritenere che il Parlamento francese sia sempre pronto a trovare una maggioranza per respingere qualche iniziativa ma viceversa non riesca mai a trovare una maggioranza per adottare qualche soluzione positiva. Nulla esclude che ora da parte francese, tanto per creare qualche altra difficoltà, sia risollevato il problema della Saar che, distaccato dal problema della CED, pueffettivamente costituire un nuovo e grave ostacolo per il raggiungimento di una effettiva intesa franco-tedesca.

Il Ministro Piccioni chiede allora cosa l’Inghilterra intenderebbe fare qualora la formula pessimista dovesse purtroppo rivelarsi maggiormente prossima alla realtà. Come riempire il «vacuum» creatosi? Da parte italiana si farà naturalmente il possibile per ottenere la comprensione e la collaborazione della Francia: ma se cinon fosse possibile?

Il Ministro Eden, nel ricordare come tale eventualità fosse già stata discussa al momento della visita a lui recentemente fatta, a Londra, dal Ministro Taviani, e nel confermare come anche i Paesi del Benelux pensino di attivamente intervenire per ottenere la collaborazione francese, aggiunge che, se tutto dovesse fallire, i Paesi interessati dovrebbero procedere per la loro strada, pur naturalmente lasciando aperta la porta per future eventuali adesioni francesi. Questo è il pensiero dello stesso Cancelliere Adenauer. È evidentemente poco piacevole avanzare ipotesi di tale natura e non possiamo immaginare che gli amici francesi facciano fallire, a tempo indeterminato, ogni sforzo collaborativo.

Ma dobbiamo tener conto di tutte le eventualità. In realtà il Governo francese non ha mai posto, dinanzi agli occhi della propria opinione pubblica, il problema delle alternative. Un altro punto da deplorare è che i francesi continuino a ritenere come un «bluff» l’atteggiamento americano: cinon è vero e i francesi farebbero bene ad aprire gli occhi per evitare sgradevoli sorprese. Gli americani sono stati fino ad oggi estremamente pazienti e la Amministrazione che regge il Governo di Washington ancora resiste dinanzi ad una sua opinione pubblica che comincia ad essere non poco nervosa. I francesi ritengono sempre che i Paesi europei siano «indispensabili» all’America e che quindi mai l’America potrebbe abbandonarli, ma in realtà, con lo sviluppo delle nuove armi, basterebbe ai Comandi americani di conservare una collana lontana di basi, tali da incutere timore all’Unione Sovietica senza bisogno di ottenere la collaborazione francese. Oggi nessuno è tanto importante da dover essere considerato indispensabile.

Il Ministro Piccioni nel ritornare sul tema della prossima Conferenza preparatoria di Londra, domanda se sarebbe sufficiente, per convocarla, una semplice adesione di massima da parte del Governo di Parigi o se, viceversa, non sarebbe maggiormente opportuno essere, in precedenza, in qualche modo bene orientati sui suoi veri intendimenti e sui suoi programmi. Alla Conferenza di Bruxelles si riteneva di poter raggiungere un accordo a mezzo di utili discussioni sui «desiderata» francesi ed invece l’intransigenza dei Rappresentanti del Governo di Parigi finì per provocare una situazione di rottura. Non sarebbe opportuno evitare la ripetizione di una situazione del genere? Se anche Londra dovesse segnare un fallimento, avremmo indubbiamente conseguenze ancor pigravi nelle opinioni pubbliche europee.

Il Ministro Eden, nel dichiararsi consapevole di tali necessità e nel ripetere come i Paesi del Benelux e la Germania abbiano già indicato il loro accordo nei confronti dei problemi da discutersi nella prossima Conferenza, ha aggiunto che una circostanza favorevole potrebbe essere attualmente costituita dal fatto che il Parlamento francese si trova ora in vacanza. Non bisogna poi dimenticare che la riunione di Londra avrebbe soltanto carattere preparatorio in vista della futura, importante Conferenza Atlantica. A Londra potrà mettersi particolarmente all’esame la revisione del Patto di Bruxelles in vista di un’adesione dell’Italia e della Germania. Naturalmente i rischi per un nuovo mancato accordo esistono ma è anche vero che occorre non perder tempo per riempire al pipresto il vuoto oggi prodottosi in Europa: problema, questo, che, secondo il pensiero di tutti, appare veramente essenziale.

Il Ministro Piccioni, a conclusione della conversazione, riconferma la volontà del Governo di Roma di dare intera la sua collaborazione per il raggiungimento di un accordo atto a rinforzare la cooperazione tra i Paesi dell’Occidente.

1 Gabinetto, 1953-1961, b. 23, fasc. 3. 2 Redatto da Magistrati.

64

COLLOQUIO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, SCELBA, CON IL SEGRETARIO DI STATO AGLI ESTERI DEL REGNO UNITO, EDEN (Roma, Viminale, 14 settembre 1954)1

Appunto(2).

Preso atto dei risultati dei colloqui di Villa Madama, il Presidente conferma al Signor Eden il nostro apprezzamento per la felice iniziativa del Governo britannico. E osserva quanto sia necessaria in questo momento l’azione inglese in Europa. Indubbiamente l’autorità personale del Ministro britannico e il prestigio britannico molto varranno a far superare l’attuale crisi. Il Governo italiano è solidale con quello britannico; anzi, già avevamo pensato di affiancare l’iniziativa inglese con opportuna azione presso i partiti di maggioranza in Germania e in Francia. Il Signor Eden si dice assai grato di questo appoggio, che considera importante.

L’On. Scelba conferma le preoccupazioni del Governo italiano per la situazione creatasi in Europa, sia nei riflessi internazionali che nelle ripercussioni che essa potrà avere all’interno in Italia. Quali sono le intenzioni di Mendès-France? Ha egli idee chiare? e, sopratutto, come realmente intende avviare i suoi rapporti con l’Oriente? Questi interrogativi ci assillano oggi e ci fanno ritenere piche mai fondamentali taluni punti fermi. L’On. Scelba dice a Eden di volergli esporre queste nostre idee in aperte parole. I pensieri che gli viene esponendo scaturiscono dall’analisi della pubblica opinione in Italia e sono quindi per noi e per tutti di fondamentale importanza.

Noi riteniamo che sia necessaria in questo momento una politica di fermezza con la Russia; e che sia indispensabile una politica comune tra Gran Bretagna e Stati Uniti. Ogni tentativo inopportuno o intempestivo di distensione verso l’URSS, come ogni pur lieve segno di disaccordo tra Gran Bretagna e Stati Uniti, viene sfruttato dall’opposizione social-comunista in Italia, immancabilmente ed esaurientemente. A queste due esigenze va aggiunta un’altra: che appaia, nel quadro generale, un maggior coordinamento anche nei confronti del contributo italiano. La democrazia italiana guarda con simpatia e con favore alla Gran Bretagna; ma, perché tale favore si concreti e si consolidi, occorre che la Gran Bretagna ponga mente a queste necessità.

Il Signor Eden interviene per fare talune precisazioni. Quanto al contributo italiano e al coordinamento con l’Italia, proprio per questo è stato concepito l’invito all’Italia ad accedere al Patto di Bruxelles. Quanto all’azione comune tra Gran Bretagna e Stati Uniti, non vi è tra essi alcuna divergenza sostanziale. Eden rievoca le note circostanze della questione cinese: caso di una divergenza di poco rilievo, che è parso erroneamente allargarsi a un vero e proprio contrasto politico. Il riconoscimento del Governo cinese, fatto in precedenza dal solo Governo britannico e non dal Governo degli Stati Uniti, ha segnato l’inizio di una diversa valutazione del problema cinese; ma la diversità è di metodo e non di sostanza, e discende dalla diversa natura e consistenza degli interessi dei due Paesi in Cina. Per l’Inghilterra si tratta di grossi investimenti, per gli Stati Uniti di interessi in gran parte ideali.

Altro punto dove si diverge per metodo e non per sostanza, è la linea politica nell’Asia sudorientale. La Gran Bretagna ritiene indispensabile acquisire l’appoggio di quei Paesi prima di considerarli con noi e su di loro poter contare. Il pericolo è, secondo gli Inglesi, di natura politica e non militare; insegni l’esperienza del Vietnam. Non fu già la situazione militare, ma quella politica, che provocla sconfitta in Indocina. Concludendo le sue brevi precisazioni, Eden afferma che vi è ragione d’essere assai soddisfatti del coordinamento della comune azione di inglesi e americani a Manila.

Riprendendo il discorso, il Presidente ritorna all’argomento della distensione. La distensione con la Russia sarà possibile, egli dice, solo quando sarà assicurata la compattezza dell’Occidente. Senza di questo, ogni distensione è inutile, anzi nociva. Eden annuisce e commenta: «Peace through strength». Errore quindi, prosegue l’On. Scelba, è quello di parlare ora di distensione, ora di riarmo; è una doccia scozzese che disorienta l’opinione pubblica e fa il giuoco delle estreme. Possiamo anche comprendere certe esigenze britanniche e la conseguente necessità di una parola ogni tanto che distenda; ma noi preghiamo gli inglesi, qualora tali situazioni dovessero ancora presentarsi, a tenere presente quali ripercussioni ogni loro gesto puavere in Italia e in quei Paesi d’Europa dove agiscono forti nuclei comunisti. Eden è d’accordo.

Il Presidente prega il Signor Eden di comunicargli qualche impressione sulle prospettive del suo viaggio. Eden dubita di poter dare una indicazione precisa sull’atteggiamento di Mendès-France. Vi sono certamente motivi di diffidenza; i Paesi del Benelux, ed in particolare modo il Belgio (che ha stretti rapporti con la Francia), si mostrano sospettosi ed anche critici della politica francese. Desta apprensione anche l’ambiente che circonda il Primo Ministro; il quale fa pensare che voglia mantenersi in una posizione di neutralità per manovrare fino a guadagnarsi una maggioranza stabile. Non è escluso ch’egli possa domani proporre a Eden che si faccia ancora un tentativo per intavolare il discorso con i Russi; al che Eden afferma categoricamente di voler opporre un reciso rifiuto. Altra posizione negativa è l’attuale attrito tra Francia e Stati Uniti.

L’On. Scelba osserva che, in base agli elementi in nostro possesso, noi condividiamo in pieno le diffidenze del Ministro britannico. L’entourage di Mendès-France non dà affidamento; si tratta di un ambiente neutraloide se non addirittura filo-comunista. Il Presidente confida che l’indiscussa autorità di Eden potrà chiarire le posizioni, oltre ad esercitare una utile influenza. Suggerisce che il Signor Eden inizi il discorso con Mendès-France, richiamando il tenore delle dichiarazioni di questi a Bruxelles. A Bruxelles il Primo Ministro francese aveva assicurato i cinque colleghi che, in caso di mancata ratifica della CED, avrebbe presentato ad un prossimo Consiglio dei Ministri una alternativa; che avrebbe fatto tutto il possibile per farla accettare dal Gabinetto e dal Parlamento; che era favorevole alla partecipazione tedesca alla difesa dell’occidente senza discriminazione; che era escluso pensare a una riunificazione della Germania mediante accordi tra Bonn e il Governo orientale, non potendosi considerare quest’ultimo un vero e proprio Stato; che non era favorevole alla neutralizzazione tedesca. Chieda Eden a Mendès-France quali siano state le sue intenzioni nel dare queste assicurazioni: forse quella di ingannare suoi colleghi? Eden dà a divedere molto interesse; non è al corrente delle dichiarazioni del Primo Ministro francese, e chiede copia del testo. L’On. Scelba avverte che si tratta di materia riservata, ma che, data l’importanza dell’iniziativa, ritiene che Eden ne debba prendere visione.

Eden ringrazia Scelba dell’utile suggerimento e dei preziosi elementi fornitigli.

1 Gabinetto, 1953-1961, b. 23, fasc. 3.

2 Redatto dall’Ufficio I della Direzione Generale della Cooperazione Internazionale e trasmesso da Piccioni alle Rappresentanze con T. 8694-8695/c. del 15 settembre, per il quale vedi D. 66.

65

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI BENVENUTI(1)

Appunto. [Roma], 14 settembre 1954.

CIRCA LA «SOLUZIONE DI RICAMBIO»

1) Il problema della sicurezza europea si trova in crisi a seguito della decisione del Governo e dell’Assemblea Nazionale francese.

Fin quando non si sia deciso di procedere oltre nonostante il voto francese, occorrerà dunque trovare una soluzione nuova, che corrisponda a questo essenziale requisito: essere accettabile per l’opinione parlamentare francese.

Ogni proposta che non tenga conto di questa realtà rischia di incorrere in un nuovo e ancor pigrave insuccesso.

2) sotto questo profilo non appare chiaro il valore della proposta britannica di estendere alla Germania ed all’Italia il Patto di Bruxelles.

Tale patto infatti al suo art. 4 stabilisce un sistema di assistenza reciproca che presenta un carattere di automaticità piaccentuato rispetto al corrispondente art. 5 del Patto Atlantico.

Senonché v’è da temere che una tale accentuazione aggravi e non attenui le opposizioni francesi: infatti il Paese piesposto all’aggressione, e nel contempo piesposto alla tentazione di creare l’incidente (così diranno i parlamentari francesi anti-riarmisti) è proprio la Germania. L’applicazione del Patto di Bruxelles quindi alla Germania renderebbe piprobabile per la Francia il trovarsi automaticamente coinvolta in un conflitto provocato da avvenimenti che si svolgessero lungo la frontiera tedesca: e cisenza che il Trattato (così come è) contempli alcuna contropartita da parte britannica in materia di concreta presenza militare sul continente.

3) per contro non v’è dubbio che la formula «Patto di Bruxelles» inquadra le sette potenze occidentali in un sistema nel quale la Gran Bretagna avrebbe necessariamente una posizione politica di primo piano.

Ora non v’è dubbio che in questi ultimi anni tutti gli europeisti hanno auspicato la presenza attiva, con pienezza di diritti e di doveri, della Gran Bretagna nelle organizzazioni europee: in tali organizzazioni essa avrebbe certo esercitato, se vi avesse aderito, un certo «leardership».

Tale preminente influenza di fatto i continentali l’accetterebbero nel quadro di un’Europa Unita. La creazione della grande Europa pubene valere una fase storica di preminenza britannica.

Ben diversa invece sarebbe a mio avviso la situazione in una semplice Alleanza, qualora al «leadership» britannico non dovesse corrispondere come contropartita una efficace saldatura del sistema europeo sia come mercato unico sia come difesa unica, sia come organizzazione politica avviata verso un sistema unitario.

In sostanza a noi interesserebbe l’adesione della Gran Bretagna ad una Grande CED, non l’incapsulamento dell’Italia in una piccola NATO.

4) In particolare vi sono due eventi che mi sembra vadano evitati nell’interesse italiano:

- - - -

Foster Dulles, leggesi nel rapporto Tarchiani «ha espresso anch’egli il parere, così incisivamente illustrato alla signora Luce dal Presidente Scelba, che Mendès-France è andato a Bruxelles ed ha agito a Parigi per seppellire la CED con una operazione che è conseguenza diretta della combinazione compromissoria di Ginevra».

6) Leggendo le ferme e drastiche parole di Foster Dulles e di Scelba ci si chiede se a Londra il signor Mendès-France si sia sentito parlare con lo stesso riguardo.

Ho tutta l’impressione che abbia sentito un linguaggio pimorbido.

Non dimentichiamo che la mattina in cui siamo partiti da Bruxelles il signor Mendès-France si recsubito a Londra: aveva silurato la CED ma non temeva minimamente di presentarsi a Churchill e a Eden. Egli era evidentemente convinto che a Londra avrebbe ricevuto degli ammonimenti, ma che nessuna pressione vera sarebbe stata esercitata contro di lui.

È infatti da chiedersi cosa avrebbe potuto fare di meglio e di piil signor Mendès-France per silurare la CED se non avesse ricevuto la ramanzina (tutt’a fatto benevola) del signor Churchill.

In realtà Mendès-France è ritornato a Londra piche mai deciso a realizzare la liquidazione scientifica della CED e piche mai convinto che da parte di Londra non ci sarebbero state reazioni gravi.

7) Una certa «intesa cordiale» sembra abbia subito cominciato a funzionare, con la proposta di Conferenza a otto. Anzitutto la proposta toglieva chi aveva distrutto dall’imbarazzo di dover prendere iniziative costruttive.

In secondo luogo è evidente che una Conferenza presieduta da Churchill difficilmente permetterebbe che si crei un fronte unico antifrancese tipo quello che si è creato a Bruxelles.

In terzo luogo la Conferenza avrà carattere interlocutorio: infatti essa non è qualificata per la restituzione della sovranità della Germania, decisione questa che spetta alle sole potenze occupanti.

Non è qualificata per decidere l’ammissione della Germania alla NATO e le condizioni tecniche di tale ammissioni, decisioni che sono di competenza del Consiglio Atlantico e dei suoi organi tecnici. Quindi difficilmente in una sede come quella il signor Mendès-France si troverà messo con le spalle al muro.

Anzi gli sarà dato respiro. Non per niente Washington e Bonn si sono mostrate restie ad accettare la proposta. Essa sembra favorire il piano del Presidente del Consiglio francese diluendo il problema in tempi successivi: il problema della sovranità, poi quello dell’ammissione alla NATO e infine quello del riarmo.

8) Cinon significa affatto che l’Italia non debba essere presente a Londra: noi non siamo in condizioni di importare né date né sedi, né procedure e dobbiamo essere presenti ovunque. Ma vi puessere una linea franco-inglese non corrispondente ai nostri legittimi interessi.

A noi interessa anzitutto che il nodo sia sciolto e che finalmente il signor Mendès-France si trovi messo con le spalle al muro di fronte a decisioni non procrastinabili che sono le seguenti:

- - -

Ecco l’importanza della sede NATO che Mendès-France cerca di procrastinare. Se il Governo francese in sede NATO esercitasse il suo diritto di veto sono convinto che chi salterebbe non sarebbe la organizzazione NATO, ma l’unico Governo dissenziente ossia il Governo del signor Mendès-France. E in tal caso, né una lacrima né un fiore.

9) Senonché occorre risolvere contemporaneamente, contestualmente l’altro problema quello di trovare un nuovo sistema di organizzazione difensiva europea che accettando la premessa di una Germania sovrana, non discriminata, ammessa alla NATO e riarmata, rassicuri tuttavia l’opinione parlamentare francese (a cominciare da quella cedista ed europeista) circa le conseguenze delle tre fondamentali decisioni di cui sopra. Tali proposte – ove fossero sottoposte nude e secche all’Assemblea Nazionale sarebbero respinte. Tutte le informazioni infatti che vengono da Parigi e quelle stesse che io ho nuovamente raccolto in questi giorni a Strasburgo dalla viva voce di uomini qualificati delle pidiverse tendenze, confermano che l’Assemblea francese non approverà la rinascita pura e semplice di un esercito nazionale germanico autonomo. Forse si recupereranno, con una soluzione di queste genere, alcuni voti a destra, certo se ne perderanno al centro e a sinistra: comunque mi sembra che lavorare per dei mesi su questa direttiva rappresentanti per lo meno un grosso rischio, il rischio di esporci a un nuovo e ancor picatastrofico NO da parte dell’Assemblea Nazionale di Parigi. L’ odierno rapporto di Grazzi conferma questo timore.

Non dimentichiamo in proposito qual è la tattica del signor Mendès-France: egli non si assume la responsabilità aperta di dire «no», ma col suo contegno fa chiaramente comprendere che egli attende un NO dall’assemblea.

Già voci autorevoli come quella di Henry Frenay si levano in Francia profetizzando che se gli anti-cedisti si sono uniti ai comunisti per dire NO alla CED prossimamente, i cedisti si riuniranno ai comunisti per dire NO al riarmo autonomo della Germania. E tutto ci non dimentichiamolo, giocherebbe a favore dei progetti segreti che si attribuiscono a Mendès-France: ossia una soluzione che si accordi col piano Molotov. E non dimentichiamo inoltre che il governo britannico è presieduto dal vecchio grande Churchill: l’uomo del discorso distensivo che (come De Gasperi non si stancava di sostenere) ci ha fatto perdere le elezioni: l’uomo che sogna (come Mendès-France) l’incontro dei Quattro Grandi. Tutte prospettive che si avvicinerebbero in caso di un secondo NO dell’Assemblea Nazionale.

10) Ho l’impressione che le soluzioni proposte sul piano della sola tecnica militare non tengano sufficientemente conto del problema politico.

Si tratta di proposte ottime ma che si prestano largamente ad essere attaccate al parlamento francese in quanto in realtà lasciano alla Germania piena libertà di movimento.

Nel sistema CED la Germania non aveva il diritto di riarmarsi: essa era riarmata dalla Comunità dalla quale dipendevano tutte le leve di comando, armi, materiale bellico, rifornimenti, comunicazioni, addestramento, bilancio, saldo della truppa, nomina degli Ufficiali, ecc. I nuovi sistemi proposti invece restituiscono ai singoli Governi nazionali e quindi al Governo nazionale tedesco tutte queste leve: e tutti gli accordi che potranno essere firmati da questo lealissimo governo della Germania Federale, potranno tranquillamente essere messi in forse domani da un governo pimilitarista

o pinazionalista il quale avrà la grande forza del possessore: il possessore cioè delle proprie leve militari.

Se si tiene conto che nonostante i patti, le limitazioni, i controlli la Germania sovrana disporrebbe del suo enorme potenziale industriale (che nel sistema CED sarebbe invece stato sottratto alla diretta disponibilità del Governo nazionale germanico) ci si rende conto che neppure la cessazione degli aiuti militari americani sarebbe in grado di scoraggiare la Germania, il giorno in cui il suo governo lo volesse, dal tentare la grande avventura dello sganciamento dall’Europa. Queste cose a torto o ragione, le diranno all’Assemblea Nazionale francese, con rinnovato vigore, gli avversari del riarmo germanico.

11) Vi è peraltro una condizione essenziale, un fatto nuovo che ove si verificasse permetterebbe un cambiamento radicale nell’opinione parlamentare francese.

Se la Gran Bretagna prendesse un impegno formale e permanente di mantenere sul continente europeo senza limitazione di durata una divisione britannica per ogni divisione germanica, in tal caso una presenza militare cosi concreta e definitiva troncherebbe ogni questione di formule e di garanzie.

È disposto il Signor Eden a portarci questa buona notizia?

12) Al di fuori di questa ipotesi se vogliamo conquistare il fortilizio dell’Assemblea Nazionale occorre riprendere lo studio di nuove formule.

Un’impostazione molto esatta e chiara mi sembra sia stata suggerita dal deputato conservatore britannico Maclay nel documento (per il resto non accettabile) da lui or ora presentato alla Commissione per gli Affari Generali dell’Assemblea di Strasburgo.

Il Maclay sostiene che in sostanza si tratta di creare un esercito germanico che abbia queste due caratteristiche: non deve essere autonomo, non deve essere discriminato.

Senonché, cosa pusignificare un esercito non autonomo? Non pusignificare se non la rinuncia da parte germanica ad esercitare talune dalle sue prerogative sovrane in materia di armamenti per delegarla ad un organo non germanico.

Ma se questo concetto fosse applicato alla sola Germania ecco che la Germania subirebbe un trattamento discriminatorio in quanto un organo extra-germanico e quindi dominato da altri paesi, avrebbe diritto di intervenire e di sostituirsi al popolo germanico per alcune decisioni che riguardano la sua vita interna.

Per realizzare accanto alla non-autonomia anche la «non discriminazione» occorre una norma comune applicata da organi comuni a tutte le nazioni aderenti.

Ma questo è appunto quello che si è voluto chiamare la costituzione di organi sopranazionali.

Non si insisterà mai abbastanza nel concetto che la sopranazionalità non è già una teoria astratta inventata dai federalisti e poi pedissequamente applicata alla questione dell’esercito europeo.

Al contrario è il problema concreto, è la necessità di sottoporre la Germania alla legge comune; di riarmarla senza pericoli e senza offesa alla sua dignità, che ha imposto per necessità pratica, in relazione al problema concreto, di creare i cosiddetti organi sopranazionali ossia la Comunità di Difesa.

13) Riassumendo mi sembra che vada tenuto conto di tre elementi:

- -

c) Qualora la Gran Bretagna non intenda prendere questi impegni occorre tener presente che il signor Mendès-France ha ripetutamente dichiarato che avrebbe accettato, difeso e fatto approvare il Trattato CED con l’aggiunta dei protocolli francesi.

Egli sapeva benissimo che in quelle circostanze in quei pochi giorni non era possibile inserire il nuovo protocollo francese nel testo della CED: testo precostituito rispetto al quale il protocollo era inassimilabile.

Quindi egli sapeva che la CED sarebbe saltata.

Ciò non toglie perche, se la soluzione NATO si presentasse non realizzabile, sarà utile per noi prendere in parola la Francia sull’unica formula di riarmo germanico che anche il pianti-europeo dei governi francesi ha accettato di sostenere: CED piprotocolli francesi.

Mi chiedo se non si potrebbe ripartire da zero: prendere come documenti base il testo CED e il protocollo francese non già per emendarli ma per creare un terzo documento diverso e distinto, pibreve e pisemplice che contenesse quel tanto di sopranazionale che basti a togliere l’autonomia al riarmo germanico: sempre inquadrato nella NATO, come d’altronde prevedeva il Trattato CED. Strumento che quindi potrebbe pacificare cedisti e non cedisti intorno al signor Mendès-France. Il quale, non dimentichiamolo, fin quando è al potere è l’arbitro della situazione: ed è proprio lui, ripetiamolo, che si è compromesso a favore del riarmo germanico attraverso una Comunità europea, diversamente congegnata dall’attuale.

14) Salvare il concetto di Comunità europea in contrapposto a quello di semplice Alleanza Militare avrebbe per noi un immenso vantaggio.

Quello di non mandare a picco l’Europa a sei.

Il britannico onorevole signor Maclay, di cui sopra ho parlato, mentre proponeva una buona formula per il riarmo, non si peritava di aggiungere che considerava morte le costruzioni europee fin qui sorte. Ora abbandonare a sé stessa l’Europa a sei significa mettere in forse la CECA, significa rigettare in alto mare il primo esperimento di mercato unico e la prima configurazione di autorità europea sopranazionale.

Dobbiamo fare tutto il possibile perché questo sia evitato.

Non dobbiamo lasciar spegnere l’Europa a sei, focolaio irradiante dell’unità europea, non dobbiamo aiutare a distruggere nulla di quanto sin qui fatto sul piano dell’integrazione.

Far questo significherebbe uccidere quanto di giovane, di vivo e di moderno è sorto in questo dopoguerra, soprattutto per opera dell’Italia e del suo grande capo.

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954. 2 Vedi DPII, Serie A, Il fallimento della CED e della CPE cit., D. 298.

66

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI, AD AMBASCIATE E LEGAZIONI(1)

T. s.n.d. 8694-8695/c.2. Roma, 15 settembre 1954, ore 12,15.

Trasmetto per corriere verbale conversazioni con Ministro Eden che si sono svolte in atmosfera grande cordialità3. Ne riassumo frattanto punti principali.

Eden ha rilevato che, se non (dico non) si pone qualche urgente rimedio, l’Europa si troverà di fronte due gravi rischi: ritorno americano a qualche forma di isolazionismo e progressivo slittamento germanico verso campo sovietico.

Pertanto occorre:

- - -

A richiesta italiana Eden ha precisato che ingresso Germania Trattato Bruxelles dovrebbe essere parallelo a sua entrata nel NATO.

Su idee che precedono Eden ha raccolto adesione Benelux e Bonn. Cancelliere Adenauer sarebbesi in particolare mostrato «entusiasta» idea allargamento Trattato Bruxelles.

Da parte nostra, ricordato atteggiamento assunto all’indomani voto Camera Francese, è stata data adesione di massima idee sopra esposte, sottolineando esigenza ingresso simultaneo della Germania nel Trattato di Bruxelles ed in quello Nord Atlantico. Abbiamo rilevato altresì che nessuno sforzo deve essere trascurato per ottener partecipazione Francia. Eden dettosi pienamente d’accordo, aggiungendo tuttavia – su nostra domanda – che, se Francia risultasse tetragona di fronte ogni ragionevole proposta, bisogna pure prospettarsi triste alternativa di esser costretti a procedere *ugualmente*. In tal senso egli intende esprimersi a Parigi, tappa cruciale del suo viaggio.

Qualora colloqui Parigi giustificassero fiducia ulteriori sviluppi nel senso su indicato, verrebbe convocata a Londra Conferenza a 9 possibilmente attorno 22 settembre. Eden ha tenuto a sottolineare che Governo britannico è in continuo contatto con Washington e che Dulles si è detto confidenzialmente disposto recarsi Londra verso fine settimana. Prego informare *con urgenza* Alessandrini(5).

1 Telegrammi segreti originali 1954, partenza, vol. II.

2 Indirizzato alle Ambasciate a Parigi, Washington, Bonn, Bruxelles, L’Aja, e alla Legazione a Lussemburgo.

3 Vedi D. 63.

4 Aggiunte manoscritte tra asterischi.

5 Per la risposta da Washington vedi D. 68.

67

L’AMBASCIATORE A BONN, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11683/137. Bad Godesberg, 15 settembre 1954, ore 22,30 (perv. ore 7 del 16).

Questo Alto Commissario americano mi ha detto oggi che le sole tappe previste del viaggio di Dulles in Europa sono Bonn e Londra. Il fatto che Dulles è accompagnato dal Gruppo Esperti viene interpretato qui come una decisione americana di non consentire altri rinvii al problema tedesco anche se l’accoglienza francese al piano di Eden non fosse favorevole. Nel caso invece di accettazione francese gli ambienti tedeschi prevedono la possibilità della Conferenza Londra mercoledì entrante settimana. Conant mi è apparso favorevole all’iniziativa britannica ma depresso per la sensazione che l’idea dell’integrazione europea stia per naufragare completamente.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90.

68

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11685/528. Washington, 15 settembre 1954, ore 14,52 (perv. ore 7 del 16).

Mio 5262 e suo 8694/c.3.

Da contatti amichevoli mi risulta quanto segue:

le prime informazioni giunte dal Dipartimento circa i risultati dei colloqui di Eden a Bruxelles a Bonn ed a Roma hanno destato un’impressione molto favorevole. Tuttavia Dulles non (dico non) sarà ancora in grado di assumere con Adenauer e Churchill concreti impegni circa l’atteggiamento americano. Egli intende accertare direttamente quali prospettive il piano britannico abbia, soprattutto per quanto concerne i francesi ... di entrare effettivamente in azione.

Dulles (che è accompagnato dal Sottosegretario alla Difesa oltre che da Merchant e Bowie) dovrà essere in grado di fornire al riguardo elementi sicuri ad Eisenhower ed al Pentagono. Quest’ultimo ritiene infatti indispensabile poter fissare la data di inizio del riarmo tedesco e desidera evitare formule che, richiedendo l’approvazione del Parlamento oltre che del Governo francese, siano suscettibili di continui rinvii come è avvenuto per la CED. Il Dipartimento considera pertanto la situazione fluida e non è ancora in grado di precisare se non convenga tener presenti anche altre alternative tra cui un’intesa diretta con la Germania sul tipo dell’Alleanza balcanica cui potrebbero partecipare oltre gli Stati Uniti e la Gran Bretagna anche l’Italia ed il Benelux. Molto dipenderà dall’atteggiamento francese e dalle formule che potrebbero essere escogitate per evitare rinvii temuti dal Pentagono. Adenauer ha fatto sapere qui di essere disposto ad accettare la cessazione del regime di occupazione mediante una dichiarazione unilaterale dei Paesi singoli occupanti. Il Dipartimento è tendenzialmente favorevole a tale soluzione. Ritiene perche essa non (dico non) debba essere formalmente perfezionata prima che sia risolto il problema del riarmo. In vista della fluidità della situazione il Governo americano eviterà per ora di specificare se e come i noti impegni americani in connessione con la CED potranno essere armonizzati con la soluzione che verrà concordata per l’integrazione della Germania. Con le riserve richieste da quanto precede il Dipartimento confida che sarà possibile al Governo americano di aderire all’eventuale Conferenza delle nove potenze a Londra. In vista della sessione della NU e della possibilità di ulteriori contatti ufficiosi a New York la Conferenza non dovrebbe peravere inizio prima del 27 settembre.

Circa il Consiglio Atlantico a livello Ministri il Dipartimento continua a considerare la metà di ottobre l’epoca migliore ed è disposto ad aderire a qualsiasi sede su cui la maggioranza concordi, specie a Roma e a Bruxelles. Il Segretario di Stato è spiacente che la ristrettezza di tempo gli impedisca di recarsi a Roma ma è lieto che le riunioni in progetto gli diano l’occasione di incontrare V.E.

1 Telegrammi segreti originali 1954, arrivo, vol. III.

2 T. 11660/526, pari data, (DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90) con il quale Tarchiani aveva comunicato: «Dulles parte stasera per Bonn. Si incontrerà con Adenauer domani sera e proseguirà venerdì per Londra per conferire con Churchill ed Eden e rientrerà a Washington sabato».

3 Vedi D. 66.

69

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11693/529. Washington, 15 settembre 1954, ore 18,45 (perv. ore 8 del 16).

Mio 5282.

Ho visto brevemente Dulles in procinto di partire. Egli mi ha ripetuto il suo apprezzamento per l’atteggiamento costruttivo che il Governo italiano ha assunto circa i problemi del riarmo della Germania. A proposito dell’incontro Murphy-Tito il Segretario Stato ha tenuto ad esprimere la sua fiducia per risultati positivi, ma ha sottolineato che trattandosi di un compromesso sono necessarie rinunce da ambo le parti.

Nella stessa occasione ho visto l’Ambasciatore di Gran Bretagna che mi ha riferito che Eden è rimasto molto soddisfatto dello svolgimento dei colloqui di Roma3, mentre è preoccupato dell’atteggiamento francese.

1 Telegrammi segreti originali 1954, arrivo, vol. III. 2 Vedi D. 68. 3 Vedi DD. 63 e 64.

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IL DIRETTORE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, MAGISTRATI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

Appunto 20/23292. Roma, 15 settembre 1954.

Mi è stata data, stamane, occasione di avere una conversazione con l’Ambasciatore di America, Signora Luce la quale sarà domani ricevuta da V.E.

In riassunto:

1. Respingimento della CED e situazione attuale.

Con ogni probabilità il Segretario di Stato Foster Dulles arriverà a Bonn stasera o domani per poi proseguire per poche ore per Londra. Si tratta di un gesto importante inquantoché indica il desiderio del Dipartimento di Stato di entrare oramai direttamente nel gioco, per ricevere impressioni di prima mano, per quanto il Governo britannico non manchi di tenere al corrente dei suoi contatti europei il Governo di Washington.

Per adesso il Governo americano è molto perplesso, se non ostile, nei confronti del proposto allargamento del Patto di Bruxelles, in quanto che esso ha l’impressione che, in definitiva, si cerchi, in un modo o in un altro, di «escamoter» o, almeno, di ritardare per un lungo periodo il riarmo tedesco: riarmo che, invece, sarebbe effettuabile – anche se attraverso un sistema di controlli con la pronta ammissione della Germania nel NATO. Il Governo americano, inoltre, teme che i membri del Congresso, diretti responsabili dell’opinione dei «pagatori di tasse», vedendo scomparire ogni traccia di «supernazionalità» e di vera integrazione tra i Paesi dell’Europa occidentale, compiano qualche gesto di malcontento tale da rendere maggiormente difficile la collaborazione americana con i Paesi stessi.

A Bruxelles, a quanto risulta, il Signor Eden, nei suoi contatti con i Rappresentanti del Benelux, ebbe ad indicare una serie di limitazioni in merito al riarmo tedesco che non possono incontrare l’approvazione degli Americani e particolarmente dei militari americani. Ci si domanda quale potrà essere l’atteggiamento italiano e se l’Italia abbia effettivamente interesse ad entrare senz’altro nel Patto di Bruxelles, senza che prima ne siano state definiti i termini e le future impostazioni. Forse qualche luce in proposito potrà venire, nelle prossime settimane, dai contatti preparatori che avranno luogo.

2. Stati Uniti e Italia.

Purtroppo siamo giunti al temuto momento nel quale le leggi restrittive americane in tema di aiuti all’estero non potranno non trovare applicazione nei riguardi dell’Italia, quale Paese non ratificatore del Trattato CED. Tale sospensione di aiuti dovrebbe riguardare, da una parte, le commesse e dall’altra, gli end items per il programma 1954-55. Un caso tipico è quello della FIAT che, evidentemente, non potrà ottenere il montaggio del secondo lotto di apparecchi F. 86.

Forse una dichiarazione solenne o una votazione su un ordine del giorno in seno al Parlamento italiano e diretta a ribadire, in linea generale, i concetti basilari di integrazione europea che erano alla base del Trattato CED, potrebbe servire in qualche modo a correggere questa situazione.

Ma sopratutto l’Italia dovrebbe oramai dare una prova provata della sua volontà di collaborare con gli Stati Uniti con la stipulazione dell’accordo in tema di «facilities». A Washington lo stesso Ammiraglio Radford, Capo di Stato Maggiore Generale, ebbe a chiedere alla Signora Luce cosa si attendesse ancora in Italia per tale stipulazione. Il raggiungimento di un tale accordo avrebbe anche il vantaggio di avvicinare maggiormente il Pentagono all’Italia, senza far correre a quest’ultima il rischio, domani, e in caso di sfavorevoli evoluzioni della situazione internazionale, di essere messa nel novero dei Paesi da «non difendersi».

A Washington appare aver prodotto una certa impressione l’avvertimento dato dall’Incaricato di Affari di America a Roma, Durbrow, in merito all’eventualità che le truppe americane che dovessero sgomberare Trieste e attraversare il territorio italiano, potessero essere fatte oggetto di qualche ostilità da parte degli ambienti comunisti. La Signora Luce, per conto suo, non condivide tali preoccupazioni.

3. Questione di Trieste.

Il viaggio a Belgrado del Signor Murphy costituisce una prova provata della decisa volontà del Dipartimento di Stato di compiere uno sforzo finale e definitivo presso il Maresciallo Tito per il raggiungimento di un accordo sulla base delle richieste italiane. La Signora Luce è lietissima di questo pur non potendosi fare una idea delle possibilità di successo di questo intervento. Sarebbe deplorevole se Tito, facendosi forte di notizie relative alla pretesa instabilità alla situazione italiana, cercasse di guadagnar tempo, frapponendo nuove difficoltà. In realtà, purtroppo, l’azione britannica in tema di Trieste e specialmente quando si trattava di definire quale forma di «mano forte» avrebbe potuto essere applicata per ottenere un atteggiamento favorevole jugoslavo, è stata sempre incerta e manchevole in modo che il Governo di Washington si è trovato sempre nell’impossibilità di agire.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90.

2 Indirizzato per conoscenza anche a Zoppi e Del Balzo, il documento reca il timbro: «visto dal Segretario Generale» e la sigla di Zoppi.

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IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI BENVENUTI(1)

Appunto. [Roma], 15 settembre 1954.

DOPO IL RIGETTO DELLA CED DA PARTE DEL GOVERNO FRANCESE

1) Si rende omaggio alla pura verità quando si afferma che la responsabilità del rigetto della CED incombe in primo piano non all’Assemblea ma al Governo Francese.

La CED è caduta in Francia perché Mendès-France ha voluto farla cadere. La constatazione materiale che, dopo il contegno tenuto dal Presidente del Consiglio a Bruxelles ed a Parigi non si sia trovata nell’Assemblea Nazionale una maggioranza per approvare il Trattato, non esclude ma conferma in pieno la responsabilità governativa.

Non si pudire: «in quel tal Parlamento c’è o non c’è una maggioranza per quel tal Trattato» così come si direbbe «esistono o non esistono giacimenti di petrolio in Sicilia».

La formazione di una maggioranza non è un fatto fisico fissato dalla natura, è un evento storico che si determina o non si determina nel vivo di una battaglia politica. Battaglia nella quale decisivo è l’atteggiamento del Governo responsabile.

Non va dimenticato che l’Assemblea francese negli anni scorsi non mancdi pronunciarsi chiaramente a favore della CED con una netta maggioranza di voti, ponendo soltanto alcune condizioni. Senonché il signor Mendès-France a Bruxelles si è apertamente e consapevolmente battuto in senso opposto alle «condizioni» auspicate dalla maggioranza dell’Assemblea Nazionale.

Ed è nel contempo triste e comico leggere, a pagina 7 del resoconto stenografico delle recenti sedute dell’Assemblea Nazionale, la presa di posizione del relatore anticedista on. Moch il quale ha ricordato solennemente all’Assemblea, per indurla a negare la ratifica che talune delle condizioni da essa poste le sono state rifiutate:

«Si chiedeva – dice Moch – di creare un potere politico a competenza limitata ma reale e di subordinarvi le forze armate europee: e invece tutto è stato rinviato a una data indeterminata e sotto forma imprevedibile!».

Se non che a Bruxelles il signor Mendès-France aveva proprio lui sostenuto la tesi opposta: proprio lui ha demolito l’art. 38 che prevedeva la creazione d’un potere politico. Proprio lui, signor Mendès-France ha perentoriamente respinto la proposta di Spaak di citare nel documento finale l’impegno assunto dai sei Governi la scorsa primavera (proprio su istanza francese) di provvedere subito dopo la ratifica della CED, all’elezione di un’Assemblea europea a suffragio universale. Lo stesso signor Moch denuncia all’Assemblea che essa è rimasta inascoltata per quanto concerne una stretta limitazione del diritto di veto quale auspicata dall’Assemblea stessa nel voto precedente.

Ma è proprio il signor Mendès-France che a Bruxelles ha proposto addirittura il veto universale indiscriminato su qualsiasi provvedimento del Commissariato.

Ed ancora l’onorevole Moch lamenta che la posizione dell’Assemblea relativa alla non ammissione della Germania nella NATO sia stata delusa dato che in realtà la CED ammette la Germania nell’Organizzazione Atlantica.

Orbene è proprio il signor Mendès-France che ancora una volta ha sostenuto a Bruxelles la tesi opposta, proclamando che nel concetto francese la CED, Germania compresa, doveva essere considerata come un Organo rigorosamente dipendente e complementare (sic) del Patto Atlantico.

Dopo di che il signor Moch invita la Francia in Assemblea a respingere la CED colpevole di presunti difetti che proprio il Presidente del Consiglio francese ha proposto a Bruxelles di centuplicare, consolidare e rendere definitivi!

Ci sarebbe veramente da ridere, se non fossimo di fronte ad un caso ben triste di degenerazione del costume politico.

Per il signor Mendès-France e per gli anticedisti di cui egli è il capo, tutte le tesi si sono dimostrate buone, anche le picontraddittorie, purché riuscissero a far massa in materia di voti contrari.

E nel loro complesso tutti gli sfoghi degli oratori anticedisti non sono stati se non una mistura nauseante di grettezza di retorica e di vigliaccheria.

Ed ecco il signor Lapie, relatore della Commissione dell’industria, il quale proclama candidamente che la CED presenta un grave inconveniente: che il Commissariato farà appello alla concorrenza per le forniture militari a solo vantaggio delle economie giovani e specializzate, e a tutto danno dell’economia francese, assai invecchiata, che eventualmente sarebbe costretta a certe riconversioni industriali.

Al signor Lapie non passa neanche per la testa che vi sono altri Paesi per i quali il problema della riconversione è problema di ogni giorno, e che essi lo affrontano con coraggio anche se questo costa dei quattrini e delle crisi sociali.

Ma il colmo è raggiunto dall’ineffabile Generale Aumeran, quello della proposta capestro che ha strozzato la discussione: il quale non ha esitato a proclamare: «Il Pentagono pensa a costituire una forza che sotto la sua direzione monterà la guardia in Europa e dispenserà l’America dal far intervenire i suoi soldati».

Al signor Generale non viene neanche per la testa che la guardia dell’Europa è la guardia alle case, alle famiglie, alle donne e ai bambini d’Europa, e che questa guardia, se ancora le parole patria e onore possono avere un senso, deve essere anzitutto assicurata non dai soldati americani ma dai padri, dai fratelli e dai mariti delle donne d’Europa. Sullo sfondo di tutto questo sta Daladier e la cricca di «Monaco», e il signor Herriot che scioglie inni all’URSS e intona la Marsigliese coi comunisti.

2) Questo è il «tipo» di Francia che ha prevalso all’Assemblea Nazionale. Noi sappiamo che c’è un’altra Francia, la quale ha levato pur essa la sua voce (strozzata da un indegno trucco procedurale) con accenti di nobiltà e di grandezza che ci lasciano ancora sperare circa l’avvenire e la missione di quel grande Paese.

Mi sembra assolutamente doveroso riportare il discorso dell’onorevole Teitgen, Presidente del Movimento Repubblicano Popolare, il quale ha avuto, in mezzo a quella maggioranza ottusa, sordida e gretta, il coraggio di evocare i problemi del nostro paese:

«Io vi chiedo – egli ha detto – di pensare un poco all’Italia: questo Paese conta oggi dei milioni di uomini che vivono in una grave miseria. Soltanto in certe grotte e in certi tuguri intorno a Roma vivono centinaia di migliaia di miseri. E questo perché l’Italia non pufar lavorare sul suo suolo tutti i suoi figli e tutti nutrirli.

A queste masse il Governo italiano dice che non è vero che v’è una sola soluzione, e cioè il comunismo, la dittatura e il campo di concentramento. Egli dice al Paese che c’è un’altra soluzione: un’Europa organizzata, che aprendo le sue frontiere, permetterà a tutti gli uomini di buona volontà di vivere nella dignità e nella libertà. È perché questo linguaggio è stato tenuto che l’Italia non è caduta nelle mani del comunismo».

3) Non v’è dubbio che se questa classe politica rappresentante la Francia nuova e giovane fosse stata al potere in questo momento, con uomini di energia e di prestigio, questa Assemblea avrebbe certamente trovato la sua maggioranza per la Comunità di Difesa.

Ed è anche probabilmente vero che questa classe politica europeista ha commesso degli errori per quanto concerne il problema indocinese, la politica africana e la politica economica.

Errori che le hanno costato [sic] il potere, con un danno incalcolabile per la Francia e per l’Europa. Il Governo Laniel ha probabilmente facilitato l’apertura delle successioni di cui oggi soffre la Francia.

Ma se quegli uomini, gli uomini di prima, commisero degli errori, ben altro pisevero giudizio va dato della classe politica che si accentra intorno a Mendès-France. Questi non commettono degli errori, infondono, potenziano, coltivano dei bacilli. Il bacillo della paura, dell’egoismo, della boria, del patriottardismo pro-comunista. Cosa puattendersi la Francia oggi da una classe politica di questo genere? Probabilmente questa classe non intende condurre la Francia al comunismo. C’è nel comunismo, con tutti i suoi errori, un elemento di dinamicità creatrice che spaventa il decrepito pantofolaio francese molto pidegli orrori di fronte ai quali ciascuno di essi pensa che c’è sempre mezzo di cavarsela con una buona politica di distensione.

Né si puconcepire una dittatura di stampo fascista, perché questa classe politica non ha neppure l’energia e il coraggio di mettere in piedi una forza capace di prendere in pugno il Paese e di condurlo sulle false, ma grandiose e poetiche vie d’una politica imperialistica.

Una dittatura paternalistica alla Salazar vedrebbe sorgere, in seno alla maggioranza del signor Mendès-France, i vecchi pontefici e tromboni della Repubblica laica. E non c’è neanche da parlare di dittatura militare con De Gaulle perché l’esercito è senza idee salvo quelle di salvare i propri quadri. Tutte tali prospettive sarebbero pessime. Quanto sta verificandosi non è peggio, ma è certo ancor pideprimente e preparatorio del peggio.

Ciche sembra presentarsi oggi è una specie di dittatura personale di Mendès-France, qualcosa di sud-americano ma senza esercito, fondato sulla paura, sulle coalizioni di interessi, sull’amore del quieto vivere e soprattutto sulla ostinata convinzione che in fondo senza tante organizzazioni europee o sopranazionali e senza americani fra i piedi (ben inteso provocatori di guerre…) ciascuno potrà benissimo far buoni affari e vivere in pace mettendosi d’accordo con l’Unione Sovietica.

Non è qui il luogo di esaminare a fondo il da farsi di fronte ad una situazione di

questo genere. Mi si consenta tuttavia una osservazione essenziale. Il fenomeno Mendès-France non è una politica francese, è una malattia francese.

È un fenomeno che fa parte non della fisiologia ma della patologia di quel grande popolo.

Evidentemente una malattia non pucostituire né esempio né precedente; onde qualsiasi politica che sotto la scusa di essere realistica volesse «adeguarsi» alle posizioni francesi sarebbe priva di senso e catastrofica per il nostro Paese.

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954.

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IL DIRETTORE GENERALE AGGIUNTO DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE MAZIO(1)

Appunto segreto(2). Roma, 15 settembre 1954.

Ho ricevuto l’Incaricato d’Affari olandese, signor Bakker. Mi ha comunicato che l’Ambasciatore Boon rientrerà stasera e mi ha detto che ritiene che lo stesso desideri vedere al pipresto il Segretario Generale o il Ministro Magistrati. Desiderava conoscere le nostre impressioni sulla venuta di Eden e sulla proposta inglese.

Nella mia risposta mi sono tenuto sulle generali, dicendogli che non avevo ancora avuto occasione di parlare con il Ministro Magistrati dopo le conversazioni di Villa Madama.

Mi ha detto di aver ricevuto un lungo telegramma dall’Aja. Mi ha detto che il telegramma, mentre informava in dettaglio su tutti i punti trattati, si conclude dando l’impressione che si sia raggiunto un accordo di principio sulle proposte inglesi ma che non autorizza il Signor Eden a parlare a Parigi anche a nome del Governo dell’Aja.

Il piano inglese è stato accolto in modo «abbastanza favorevole». Da parte olandese sono stati fatti dei suggerimenti, che sono stati a loro volta trovati interessanti dal Signor Eden. Non era perin grado di darmi dei dettagli sul contenuto di tali suggerimenti.

Bakker mi ha poi detto che secondo il Governo olandese l’obiettivo da raggiungere è l’ammissione della Germania nel NATO e che considera la proposta di «rivitalizzazione» del Trattato di Bruxelles come sussidiaria al predetto obiettivo. L’Olanda non avrebbe particolari preferenze circa il «timing» dei due progetti, se cioè prima Bruxelles e poi ammissione al NATO. Considera un buon mezzo quello del Trattato di Bruxelles, se esso consentirà l’accettazione tedesca nel NATO.

Dalle sue informazioni, la trasformazione del Patto di Bruxelles riguarderebbe semplicemente il quadro politico del problema, mentre la questione del controllo militare della Germania (limitazioni ecc.) troverebbe sede nel quadro dell’Organizzazione Atlantica attraverso un’estensione dei poteri di SHAPE o qualcosa di simile.

Il nuovo Trattato di Bruxelles dovrebbe servire da sostituto politico alla CED deceduta e sarebbe un’interessante prova di un maggiore interessamento inglese alla politica europea. Mi ha chiesto se avevamo informazioni sul viaggio del Sottosegretario Murphy e sull’atteggiamento americano nei riguardi del piano inglese. Mi ha inoltre chiesto se sulle conversazioni sul piano inglese si sia anche parlato di Trieste.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO, ALESSANDRINI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. segretissimo 11747/421-422. Parigi, 16 settembre 1954, ore 21,10 (perv. ore 21,30).

Il Consiglio si è riunito oggi sotto la presidenza di Mendès-France per udire le dichiarazioni di Eden. Era presente anche il Ministro degli Esteri norvegese Lange.

Eden ha esordito dicendo che il suo viaggio a Bruxelles, a Bonn, a Roma e a Parigi è stato intrapreso al fine di giungere all’unione delle forze libere europee. La sua esplorazione dovrebbe servire di base alla nota riunione dei nove Paesi maggiormente interessati che sarebbe preparatoria alla successiva riunione del Consiglio della NATO a livello Ministri. L’oggetto della sua esplorazione e delle successive due Conferenze puessere, secondo Eden, riassunto in tre punti:

- - -

Durante la sua esposizione Eden ha avuto parole particolarmente calde (ancor piche per la Germania) verso il nostro paese quando ha parlato della nostra eventuale inclusione nel Patto di Bruxelles.

Mendès-France ha ringraziato Eden con brevi parole. È stato da tutti osservato come egli si sia astenuto dal commentare, ed anche dal porre in rilievo le parole ed i progetti del Ministro degli Esteri inglese.

Il Rappresentante del Canadà ha, alla fine, fatto a Eden un’importante domanda: «l’ammissione della Germania e dell’Italia al Patto di Bruxelles ritarderà l’entrata della Germania nella NATO?» Eden ha risposto che, nel pensiero del governo inglese, le due iniziative dovrebbero essere contemporanee.

1 Gabinetto, 1953-1961, b. 23, fasc. 1.

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IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO, ALESSANDRINI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. segretissimo urgentissimo 11752/423. Parigi, 16 settembre 1954, ore 23,20 (perv. ore 23,30).

Ho incontrato nuovamente Eden stamane ad una colazione all’Ambasciata di Gran Bretagna alla quale erano invitati i Rappresentanti dell’America del Canadà del Belgio e dell’Olanda, nonché il nuovo Segretario di Stato francese agli Esteri De Moustier e l’ambasciatore De Margerie. Eden mi ha incaricato di far pervenire personalmente a V.E. l’espressione della sua gratitudine per l’accoglienza fattagli a Roma e per la collaborazione «most helpful and most constructive» datagli da V.E. e dal Governo italiano al fine di risolvere la presente situazione. Ho chiesto ad Eden se poteva darmi qualche indicazione sulle reazioni francesi alle idee e alle proposte che egli recava a Parigi dopo gli incontri di Bruxelles, Bonn e Roma. Mi ha risposto che stava facendo presso i francesi il massimo sforzo possibile per indurli a rendersi conto della realtà. Ho detto ad Eden che solo la Gran Bretagna, in questo momento cruciale, puavere l’autorità di indurre i francesi a non precipitare la situazione europea verso gravi incognite. Ha convenuto aggiungendo che ad ogni sua domanda e ad ogni sua pressione Mendès-France risponde traducendo il problema in termini parlamentari e di politica interna francese. Ha tuttavia espresso la speranza di riuscire a portare in qualche modo Mendès-France sul piano della responsabilità occidentale. Rumbold, con il quale ho anche avuto una lunga conversazione, mi ha detto che lo sforzo francese tende, come si prevedeva, a dissociare l’allargamento del patto di Bruxelles dall’accessione della Germania alla Nato che essi tendono rinviare sine die. Anche per l’allargamento del patto di Bruxelles Mendès-France ha tuttavia chiesto «quali sarebbero i benefici che la Francia ne trarrebbe». Gli inglesi appaiono preoccupati, anche dell’irrigidimento americano testimoniato dall’esclusione di Parigi dal viaggio di Dulles, ed hanno assicurato che faranno ogni sforzo per giungere, dopo l’inchiesta di Eden, non solo alla convocazione della Conferenza a nove ma anche alla riunione della NATO a livello ministeriale. Segnalo a V.E. il particolare calore dimostrato nei nostri riguardi dagli inglesi che hanno anche con me sottolineato l’importanza del viaggio di Eden, e la personale sua soddisfazione ai fini della ripresa amichevole dei rapporti italo-britannici.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 89.

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COLLOQUIO DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI, CON L’AMBASCIATRICE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA A ROMA, BOOTHE LUCE (Roma, 16 settembre 1954, ore 11,30)1

Appunto segreto(2).

L’Ambasciatore inizia il colloquio esponendo per sommi capi le vedute del Governo americano sul problema dell’inserimento tedesco nella difesa occidentale dopo il fallimento della CED.

Gli Stati Uniti ritengono assolutamente necessaria l’ammissione della Germania nel NATO, considerano indispensabile che si restituisca alla Germania la completa sovranità (ormai l’applicazione degli accordi contrattuali firmati a suo tempo non sarebbe pisufficiente), ritengono che si possano ammettere limitazioni nei confronti della Germania soltanto se questa sia volontariamente disposta ad accettarle. Su tutto cinon vi sono divergenze con il punto di vista britannico. Dove vi è per almeno sinora, una qualche divergenza con le idee di Eden è sulla questione della supernazionalità; e cioè, da parte americana si considera desiderabile che si abbia, in un organismo del quale facciano parte la Germania e la Francia, una fusione di importanti funzioni di Governo («the merging of important Government functions»); e ci si domanda se non si possano apportare al Patto di Bruxelles delle modifiche in tal senso. Quanto alla progettata conferenza delle 9 Potenze a Londra, gli Stati Uniti la considerano assai utile come riunione a carattere preliminare, nell’intesa perche si abbia successivamente – non oltre il 15 ottobre – una riunione del Consiglio Atlantico al livello Ministri.

La Signora Luce accenna poi brevemente alla questione di Trieste, dicendo che in questo momento ella non ne sa pidi noi a tale riguardo. Oggi Murphy dovrebbe recarsi a Brioni ed entro la fine della settimana dovrebbe giungere a Roma: speriamo che il suo passo abbia l’effetto desiderato, tanto piche Washington considera che tale passo costituisca «l’estremo limite di azione a cui gli Stati Uniti possano giungere avendo anche gli inglesi dietro di sé».

L’Ambasciatore passa poi ad illustrare le conseguenze che avrà per l’Italia, in virtdell’emendamento Richards, la mancata ratifica della CED da parte nostra. Già stamane la Signora Luce ha dovuto annunziare ai dirigenti della BPD che non soltanto non potranno avere ulteriori ordinazioni, salvo qualcuna ancora reperibile sugli stanziamenti 1953 ma forse si dovranno addirittura annullare precedenti commesse in quanto riguardano materiale che non potrebbe poi esserci consegnato.

Per quanto concerne le commesse off-shore del mezzo miliardo di dollari disponibili per l’Europa si era pensato di assegnare 150 milioni all’Italia per il 1954 e 55. Tale assegnazione diviene ora impossibile.

Nel campo militare poi, la mancata ratifica comporta per noi la perdita, per il 1954 e 55 di end-items per un valore complessivo di 375 milioni di dollari.

Nel settore politico, infine, dato che le commesse venivano affidate da parte americana ad imprese dove fossero ben affermati i sindacati liberi, la cessazione delle commesse sarà sentita sopratutto da tali sindacati, a tutto beneficio dei comunisti e della CGIL.

Perché si possa giungere ad una modifica dell’emendamento Richards le indicazioni di Washington in possesso dell’Ambasciata denotano chiaramente che occorre da parte dell’Italia un’azione, un’azione concreta, («an action, a real action») nei riguardi dell’Occidente in generale e degli Stati Uniti in particolare. Non sta all’Ambasciatore né al Governo americano di indicare quale debba essere tale azione, ma certamente essa deve vertere sul campo militare (eventuali accordi bilaterali di reciproca collaborazione) o su quello politico (azione concreta per ridurre effettivamente il peso della minaccia comunista in Italia).

Il Congresso si riunirà prima del prossimo gennaio e quindi un’eventuale modifica dell’emendamento Richards non potrà aversi prima del marzo o aprile 1955. Se si vuole che il Presidente Eisenhower ed il Dipartimento di Stato, senza attendere la sessione parlamentare, adottino nel frattempo misure concrete a nostro favore in contrasto con la legge, occorre che l’Italia abbia svolto un’azione tale da poter giustificare domani il Presidente ed il Dipartimento nei riguardi del Congresso.

L’Ambasciatore conclude esprimendo il proprio rammarico di dover dare al Ministro notizie così poco incoraggianti.

Il Ministro risponde punto per punto alle osservazioni della Signora Luce.

Per quanto riguarda il settore internazionale, ed in particolare l’inserimento della Germania nella difesa occidentale, egli rileva che non vi è alcun contrasto fra l’atteggiamento del Governo italiano e le vedute del Governo americano quali espostegli dall’Ambasciatore. Dopo il fallimento della CED, ed anche prima, ci siamo dichiarati favorevoli al riarmo tedesco e alla ammissione della Germania nel NATO. Su cisi è poi inserita la proposta inglese relativa al Patto di Bruxelles, e l’abbiamo vista con favore (anzi ci avevamo già pensato anche in precedenza) sembrandoci la solidarietà politica europea meglio potesse attuarsi nel quadro di quel Patto; mentre il collegamento di esso con il NATO avrebbe costituito l’aspetto militare di tale solidarietà. Anche il carattere supernazionale auspicato dagli americani, e del quale noi fummo sempre tenaci assertori, sembrerebbe pipossibile in una associazione europea che non in quella atlantica. Anche per quanto riguarda le limitazioni, siamo sempre stati d’avviso che fossero ammissibili solo quelle che i tedeschi stessi ritenessero accettabili ed opportune. Alla proposta inglese per la conferenza di Londra abbiamo dato la nostra adesione di massima considerandola una iniziativa concreta e pratica, dopo lo sciagurato fallimento della CED per preparare una conclusiva riunione del Consiglio Atlantico. Noi pure siamo perfettamente d’accordo che occorre far presto e che di tempo se ne è perso, ahimé, anche troppo.

Su Trieste, prosegue il Ministro, ho parlato ripetutamente e a lungo a Lei e all’Incaricato d’Affari e non voglio pertanto affliggerla nuovamente oggi. Speriamo molto che il passo di Murphy presso gli jugoslavi abbia l’effetto auspicato. In caso negativo si aggiungerebbe crisi a crisi, mentre è proprio necessario uscire da questo grave ostacolo costituito dalla questione triestina.

Circa le conseguenze politico-economico-militari della mancata ratifica della CED, esposte dall’Ambasciatore, il Ministro ed il Governo ne erano già al corrente. Il Ministro desidera peraggiungere che egli confida che i dirigenti americani, per parte loro, si rendano conto delle nostre difficili condizioni e comprendano come – aggravandole ancora col tagliarci gli aiuti – finirebbero ad aiutare i comunisti. Egli rivolge pertanto un caldo appello all’Ambasciatore affinché degli stanziamenti previsti sia salvaguardata per l’Italia la massima parte possibile.

Avendo l’Ambasciatore accennato che cinon puavvenire a causa dell’emendamento Richards, il Ministro precisa che da parte nostra studieremo con ogni cura il modo in cui l’Italia potrà cooperare con le autorità americane per superare l’ostacolo costituito dalla legge. Il proposito del Governo italiano in tal senso è quanto mai fermo.

Egli riferirà al Presidente del Consiglio ed al Governo quanto l’Ambasciatore gli ha esposto, allo scopo di effettuare congiuntamente il massimo sforzo per superare le difficoltà determinate dalla legge americana.

Il Ministro Piccioni aggiunge poi che spera che da parte americana ci si sia chiaramente resi conto che la CED non è certo fallita per colpa nostra. La Commissione parlamentare aveva già dato il suo voto favorevole e gli americani sanno benissimo che eravamo riusciti ad assicurarci la maggioranza in Parlamento a tale effetto. Ciè stato ripetutamente e ampiamente riconosciuto da tutti, anche a Bruxelles, e non sarebbe equo né giusto se da parte americana ci si volesse considerare – per quanto riguarda la CED – sullo stesso piede della Francia L’Ambasciatore risponde che purtroppo, per in taluni ambienti di Washington si giudica che l’Italia si è dimostrata meno «cooperative» della Francia: e ciin quanto, a differenza di noi, la Francia ha concluso l’accordo per le «facilities» ed ha mandato avanti quelli relativi allo «status» delle forze NATO. Il Ministro replica che, come è noto all’Ambasciatore, ciè dovuto in parte a vicende parlamentari italiane, ma sopratutto «al disgraziatissimo caso di Trieste». Egli puassicurare l’Ambasciatore che il Governo italiano continuerà a considerare tali questioni con grande serietà.

Poi, premettendo che ciche egli dirà costituisce uno sfogo personale, il Ministro ritorna sulla questione di Trieste parlandone con molta energia. Visto come si sono messe le cose, egli afferma, sarebbe stato assai meglio se in giugno noi avessimo respinto le proposte, o se addirittura non fossero nemmeno stati iniziati questi disgraziati sondaggi. Da parte inglese e americana ci si continua a dire che non dobbiamo impuntarci, che dobbiamo accettare. Ma possibile che non sappiano rendersi conto che non si tratta di un puntiglio bensì di una questione molto pigrave: e cioè che, se gli jugoslavi non cedono sulla loro pretesa territoriale e noi concludiamo l’accordo, avremo la crisi il giorno che lo presentiamo in Parlamento? Cosa accadrebbe se si avesse in Italia una crisi di Governo per la questione di Trieste? L’esempio di Mendès-France è significativo e dovrebbe indurre gli Alleati a pensare: si è voluto forzarlo a presentare il trattato della CED in Parlamento; ed il risultato è stato che purtroppo la CED ora è morta e sepolta. Non si puescludere che la sua bocciatura abbia corrisposto ai desideri del Premier francese ma comunque non vi è dubbio che ciè quanto succede quando si vuol forzare un Governo ad agire in un senso che il Parlamento non è disposto ad accettare. Ripetendo di aver parlato in proposito a titolo affatto personale, il Ministro conclude formulando un caldo augurio che la missione Murphy abbia il successo desiderato.

L’Ambasciatore risponde di desiderarlo, per parte sua, non meno di quanto lo auspichiamo noi. Altrimenti, indipendentemente da chi ne possa avere la responsabilità, il fallimento di Trieste e quello della CED ed eventuali sue alternative determinerebbero inevitabilmente l’allontanamento degli Stati Uniti dall’Europa. Citanto piin quanto, a torto o a ragione, va sempre pidiffondendosi nell’opinione pubblica americana l’idea che gli Stati Uniti possano benissimo difendersi senza l’Europa e poggiano sempre pisull’Asia.

A conclusione del colloquio sia il Ministro che l’Ambasciatore formulano il fermo proposito di raddoppiare gli sforzi – in questa difficile e delicata situazione – per incrementare ed approfondire la collaborazione fra Italia e Stati Uniti.

1 Gabinetto, 1953-1961, b. 23, fasc. 1.

2 Trasmesso con appunto segreto n. 1/2939, pari data, (DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 19501954, b. 24, fasc. 90) da Milesi Ferretti a Zoppi, Del Balzo e Magistrati.

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LA DIREZIONE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, UFFICIO I(1)

Appunto(2). Roma, 16 settembre 1954.

Appunto sul progetto britannico di estensione all’Italia e alla Germania del Patto di Bruxelles.

La visita del Sig. Eden ha chiarito nei suoi principali aspetti le linee del piano britannico. Esse si possono riassumere come segue:

1) Restaurazione della sovranità tedesca;

2) Estensione del Patto di Bruxelles, opportunamente rammodernato in alcune sue clausole, all’Italia e alla Germania;

3) Inserimento della Germania nel NATO con opportune limitazioni e controlli sull’entità del riarmo tedesco e sulla produzione.

Circa il secondo punto occorre rilevare anzitutto che nessuna indicazione in merito ci era pervenuta fino alla visita del Signor Eden a Roma, se si faccia eccezione per la comunicazione pervenutaci dall’Ambasciata in Bruxelles immediatamente dopo i colloqui del Ministro inglese con i Rappresentanti del Benelux e per qualche indiscrezione di stampa dalla stessa Capitale e da Bonn il giorno della visita del Ministro inglese. Occorre perrilevare che il primo accenno ad un simile progetto si ebbe nel colloquio fra il Sottosegretario francese de Moustier e l’Ambasciatore Quaroni di cui al telegramma del 10 corrente(3).

È quindi lecito domandarsi se il sondaggio fatto a titolo confidenziale dal Sottosegretario francese fosse il metodo scelto dal Quai d’Orsay per farci conoscere, con un brevissimo anticipo sulla comunicazione ufficiale che ci avrebbe fatto Eden, quale fosse la sostanza del progetto inglese. Si è qui nel campo delle supposizioni perché nessun elemento concreto ci consente di affermare che Londra e Parigi abbiano discusso detto piano prima dell’arrivo di Eden nella Capitale francese che, come noto, è l’ultima tappa del suo viaggio sul continente.

Eden è giunto a Roma preceduto dalle informazioni stampa che marcavano il favore con cui il Benelux e Bonn avevano accolto le sue proposte. Nei colloqui di Villa Madama egli ha tenuto a dare l’impressione che il suo progetto fosse stato accettato senza alcuna riserva sia a Bruxelles che a Bonn. Le informazioni pervenuteci da quelle nostre Ambasciate in verità hanno riportato analoga impressione.

La presentazione fattaci a Villa Madama del progetto ha tenuto a sottolinearne l’aspetto politico. In un certo senso la proposta di allargare il Patto di Bruxelles all’Italia e alla Germania risponderebbe alla necessità di riempire il vuoto politico creatosi in Europa con la caduta della CED, con una alleanza con clausole di assistenza automatica fra i Sei della CED e la Gran Bretagna.

Il carattere del Patto di Bruxelles dovrebbe rispondere inoltre ai desideri manifestati dal Benelux, dalla Germania e dall’Italia di riprendere, anche se su nuove basi e con nuove forme, la politica europeistica.

Rispetto alla CED tale patto presenterebbe il vantaggio di una pistretta partecipazione britannica a tale politica ed anzi potrebbe in qualche modo apparire come il primo passo di un vero e picompleto avvicinamento della Gran Bretagna alla politica del continente.

Se tuttavia passiamo ad esaminare pida vicino la proposta inglese occorre rilevare quanto segue:

Non si tratta di una nuova garanzia inglese se non nei riguardi della Germania e dell’Italia, infatti nei riguardi della Francia essa è già in vigore (Patto di Dunquerque) come pure nei riguardi del Benelux (Patto di Bruxelles).

Difficilmente si puconsiderare tale patto allargato come un sostituto della CED, in primo luogo perché la CED era un patto a carattere militare e quello dovrebbe diventare soltanto un patto politico ed in secondo luogo perché il trattato di Bruxelles, assorbito dal NATO nei suoi aspetti militari, non ha finora dato prova di particolare vitalità negli altri campi in cui si prevedeva una politica comune: cioè nei settori economico, sociale, ecc.

Non è chiaro pertanto come tale organismo rivitalizzato possa sostituire efficacemente lo spirito europeistico già contenuto nel fallito sistema della CED.

Solo un nuovo impulso sinceramente europeistico da parte della Gran Bretagna potrebbe dare vita in tale senso al Patto di Bruxelles, ove si consideri il fatto che quattro sui cinque partecipanti al trattato di Bruxelles dovettero scegliere con l’Italia un nuovo terreno per tentare il loro esperimento comunitario.

Per poter quindi apprezzare obiettivamente l’utilità di servirsi dello strumento del Patto di Bruxelles per dare inizio ad una qualsiasi ripresa della politica europeistica occorre domandarsi se nel progetto inglese il rammodernamento del trattato riguarderebbe soltanto un adattamento formale delle sue stipulazioni (con l’ovvia abolizione delle clausole antitedesche) ovvero se esso dovrebbe trasformarsi radicalmente in un nuovo sistema capace di fornire un vero impulso politico sulla via delle realizzazioni di una maggiore e pistretta unità continentale.

È infatti da tener presente che se l’aspetto militare dell’alleanza di Bruxelles è praticamente venuto ad amalgamarsi nel quadro della maggiore alleanza militare dell’Occidente: cioè quello del NATO, nel suo aspetto per così dire politico, il trattato di Bruxelles è stato il germe che ha dato la spinta alla costituzione del primo organismo consultivo europeo: il Consiglio d’Europa.

È infatti da ricordare che il 26 ottobre 1948 i cinque del trattato di Bruxelles decisero di costituire un «Comitato permanente» per lo studio e lo sviluppo della federazione europea e che il 28 gennaio 1949 il Consiglio dei Ministri dell’Unione Occidentale si proclamin favore della creazione del Consiglio d’Europa, il cui atto costitutivo fu firmato a Londra il 5 maggio 1949.

È quindi su quella strada che, con tutte le limitazioni imposte sopratutto dai voleri di Londra, si sono avuti degli sviluppi di qualche interesse per l’Europa, ma che tuttavia non hanno consentito di percorrere un cammino che in settori di importanza finora assai limitata rispetto ai problemi che tuttora angustiano l’Occidente.

La proposta inglese di ridare vita al trattato dell’Unione occidentale, per quanto riguarda l’interesse italiano va valutata, oltre che alla luce delle precedenti osservazioni, anche alla luce dei nuovi impegni che comporterebbe una nostra accettazione e in primissimo luogo per ciche riguarda il carattere di automaticità dell’assistenza da prestarsi in caso di aggressione.

Tale clausola come è noto non è contenuta nelle stipulazioni del Patto Atlantico. Essa costituirebbe quindi anche per l’Italia una garanzia supplementare rispetto a quelle forniteci dal NATO, ma ovviamente contiene un «aumento del rischio» automatico che si estende ad una considerevole area geografica dell’Europa. In altre parole se, ad esempio, essa ci garantisce automaticamente contro un ipotetico colpo di mano della Jugoslavia contro la nostra frontiera orientale di oggi o di domani, ci impegna reciprocamente ed automaticamente a dare assistenza militare alla Germania nell’ipotesi ad esempio di un tentativo di «unificazione» che il Governo della Germania Orientale, ad esempio, decidesse di compiere nei riguardi della Germania di Bonn.

Tale è il preciso significato dell’articolo IV del Trattato di Bruxelles. È quindi piche comprensibile l’interesse del Governo di Bonn nell’assicurarsi una garanzia di tale importanza.

Occorre tuttavia domandarsi se tale interesse sia egualmente sentito a Parigi e nelle capitali del Benelux, anche se l’ammissione della Germania nel nuovo Patto di Bruxelles sarebbe accompagnata – come previsto dal piano inglese – dal solenne impegno di Bonn di non ricorrere alla forza per risolvere il problema dell’unificazione.

Mentre fra non molto sarà probabilmente dato di conoscere le grandi linee delle reazioni francesi alle proposte inglesi ed eventualmente i primi elementi del piano francese, ove esso esista, occorre inoltre non perdere di vista la posizione americana.

Essa è stata finora caratterizzata da una battuta di attesa che non ha nascosto qualche impazienza nei riguardi delle ripetute iniziative inglesi. Senza sconfessare infatti l’azione di Londra, il Governo di Washington si è ben guardato dall’appoggiarla minimamente presso le capitali europee, mal nascondendo le proprie preferenze per la pisemplice soluzione dell’ammissione al NATO. Anzi pirecentemente il Rappresentante degli Stati Uniti in Roma si è fatto esplicitamente eco delle «perplessità» di Washington per il piano inglese e si è verificata l’improvvisa decisione di Dulles di recarsi a Bonn e a Londra.

In conclusione mentre appare fin d’ora opportuno esaminare in tutti i suoi aspetti il problema dell’eventuale allargamento del Patto di Bruxelles su cui abbiamo dato al Signor Eden il nostro assenso di massima ed è necessario approfondire per quanto possibile con opportuni contatti – e anche con le altre capitali interessate – un piesatto profilo del nuovo trattato cui ci viene proposto di partecipare, è opportuno continuare lo studio dell’ipotesi che si debba ricercare la soluzione del problema nell’ammissione della Germania nel NATO, senza la necessità di un’estensione del Patto di Bruxelles, in edizione riveduta e corretta all’Italia e alla Germania.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90.

2 L’appunto reca la seguente annotazione con la sigla di Magistrati: «teniamo presenti queste considerazioni».

3 Vedi D. 47.

77

IL DIRETTORE GENERALE AGGIUNTO DEGLI AFFARI POLITICI, STRANEO, [AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI]1

Appunto(2). Roma, 16 settembre 1954.

A complemento dell’appunto del Direttore Generale della Cooperazione Internazionale n. 20/2329 in data di ieri3, relativamente alla solenne dichiarazione o alla votazione di un Ordine del Giorno in seno al Parlamento italiano diretto a ribadire in linea generale i concetti basilari di integrazione europea che erano alla base della CED, si informa che il Sottosegretario di Stato On. Badini Confalonieri pensa di potere interessare l’On. Malagodi a farsi promotore, in sede di bilancio degli Esteri, di un’azione in tal senso richiedendo la firma concordata di esponenti di partiti governativi; egli ritiene che anche i monarchici probabilmente e in parte aderirebbero.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90.

2 L’appunto, con sottoscrizione autografa, reca la seguente annotazione: «a chi?». Era indirizzato per conoscenza anche a Magistrati.

3 Vedi D. 70.

78

L’AMBASCIATORE A BONN, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11819/138-139. Bonn, 17 settembre 1954, ore 22,302 (perv. ore 7,30 del 18).

Dulles nella sua permanenza qui ha non solo discusso con Adenauer tutti i lati del problema di associazione della Germania alla difesa ma proceduto con lui a fissare i principi base dei problemi attinenti la sovranità, l’assistenza automatica, le limitazioni degli armamenti, la permanenza delle truppe ecc. su cui riferisco per corriere. Dulles, mi ha detto Blankenhorn, ha fatto ad Adenauer un quadro piuttosto oscuro della situazione psicologica americana e detto che il Congresso il quale era ormai assuefatto alla concezione supranazionale dell’integrazione europea era stato urtato dal voto negativo dell’Assemblea Nazionale Francese pidi quanto non si creda e si pensi in Europa. Ha aggiunto quindi che occorreva fare di tutto per sviluppare ogni possibilità ancora aperta in questa direzione. Dulles si è mostrato freddo sul progetto di estensione del patto di Bruxelles e scettico sulla utilità di seguire questa via per arrivare all’ammissione nel NATO. Ha espresso anche il timore che il progetto britannico possa prestarsi ad una contrattazione con francesi contro rinunzia alla associazione Repubblica Federale Organizzazione Atlantica. Questa eventualità è stata considerata inaccettabile tanto da Dulles che da Adenauer. Nelle sue critiche al progetto britannico Dulles ha anche mostrato temere che esso sottointenda un definitivo abbandono di ogni piano di integrazione europea. Adenauer da parte sua ha tenuto a sottolineare che condivideva pienamente il pensiero di Dulles su necessità unire sforzi verso Europa unita e che egli stesso considerava ogni soluzione del momento solo come fase intermedia verso il fine ultimo dell’integrazione europea, mostrandosi anche d’accordo sulla necessità che tutto quanto potesse venire elaborato ora non debba chiudere la via, anzi possibilmente adattarsi, ai principii di integrazione europea. Sulla procedura da seguire nei prossimi giorni gli inglesi e gli americani non appaiono concordi. Gli inglesi sembrano ancora di tenere alla progettata conferenza a nove: Dulles invece e lo stesso Adenauer vi sono è vero favorevoli in linea di principio ma insistono sulla necessità di una adeguata preparazione diplomatica. Il progetto della conferenza per mercoledì è ormai sfumato; mi è stato parlato ora del giorno 27 corrente, ma non escludo con la speranza che essa non abbia luogo. Vi sarebbe infatti mi ha detto Blankenhorn maggior tempo per sondaggi diplomatici prima del Consiglio NATO che nel pensiero di Dulles potrebbe essere convocato all’inizio di ottobre. Viene qui mantenuto estremo riserbo sugli sviluppi della situazione nel caso di un mancato accordo con la Francia e credo sia meglio riferirsi per cia quanto Eden ha detto a Roma. La tendenza mi è apparsa quella di non precipitare le cose; ma insieme a ciBlankenhorn mi ha fatto parte della determinazione tanto di Dulles che di Adenauer, nel caso si arrivi ad un accordo per l’ammissione della Germania al NATO, di non attendere il perfezionamento giuridico e parlamentare di tutti i problemi a ciconnessi e in particolare la ratifica dei 14 Parlamenti, per adottare misure preparatorie al contributo tedesco alla difesa che dovrebbero essere prese senza indugio. Per misure preparatorie immagino si intenda dare inizio, con aiuto angloamericano, alle infrastrutture, agli impianti e alla composizione dei quadri con elementi volontari.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90.

2 La data è con ogni probabilità il 17 e non il 18 settembre, riportato nel documento, come si evince dal numero di protocollo generale.

79

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, BADINI CONFALONIERI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11822/762. Strasburgo, 17 settembre 1954, ore 18,20 (perv. ore 7,30 del 18).

Stamane ho incontrato Nutting di ritorno dai colloqui di Parigi il quale mi ha confermato nell’impressione riportata leggendo il comunicato stampa, che le cose sono andate piuttosto male. Infatti, alla nota impostazione britannica, Mendès-France ha opposto un suo progetto che consisterebbe nell’includere fin d’ora la Germania nel Patto di Bruxelles per un periodo di «quarantena» di due o tre anni dopo il quale, e sempreché essa avesse serbato «buona condotta», ammetterla al NATO a parità di diritti. Secondo Nutting il punto di vista francese appare inaccettabile e suscettibile, se mantenuto inalterato, di provocare il fallimento della progettata Conferenza di Londra. Cinon pertanto i britannici ritengono che, data l’aspettazione dell’opinione pubblica Occidentale, una rinuncia alla Conferenza allo stato attuale dei negoziati, provocherebbe una impressione estremamente penosa e metterebbe in evidenza la posizione del Governo francese. Essi sono quindi d’avviso di tenere malgrado tutto la Conferenza alla data prevista, nella speranza di poter attraverso la medesima influire sul Governo francese, ed in caso contrario, attutire l’impressione che l’insuccesso provocherebbe sull’opinione pubblica.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 89. 2 Trasmesso tramite il Consolato Generale a Strasburgo.

80

L’AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 11865/864-865-866-8672. Parigi, 18 settembre 1954, ore 23 (perv. stessa ora).

Parodi mi ha chiamato per darmi visione del progetto(3) (e del telegramma di istruzioni che lo accompagna) che codesta Ambasciata di Francia ha presentato a V.E. stasera.

Mi ha spiegato che trattasi testo redatto personalmente da Mendès-France dopo la conversazione avuta con Eden: trattasi di punti tutti che sono stati trovati accettabili da Eden personalmente, cioè con riserva opinione del Governo britannico: meno convinti sembravano i Funzionari che accompagnavano Eden. Ha perripetuto che esso deve essere considerato un abbozzo del progetto francese. Da parte francese non si è potuta accettare la proposta di Eden di incaricare esclusivamente la NATO *quella parte*4 militare (controllo e limitazioni) *della* nuova formula: NATO cerca spingere al massimo il contributo militare dei singoli Paesi, organismo Patto Bruxelles dovrebbe invece porre limiti. Ciè necessario perché le risorse della Germania sono superiori alle risorse della Francia e Italia. Allora quello che per la Francia costituisce uno sforzo massimo non sarebbe invece tale per la Germania.

Parlandomi molto confidenzialmente Parodi mi ha detto:

1) il Presidente del Consiglio si rende perfettamente conto di quanto la situazione internazionale sia grave e della necessità di provvedere al pipresto a colmare il vuoto provocato dal fallimento della CED. D’altra parte è preoccupato della situazione parlamentare e non vuole imitare i suoi predecessori nel fare proposte che non siano poi accettate dal Parlamento.

2) il Presidente del Consiglio è attristato e offeso da questa prevenzione *di* duplicità che regna intorno a lui nel campo internazionale e che rende pidifficile qualsiasi discussione e soluzione.

Ho chiesto a Parodi se riteneva che le proposte attuali avrebbero la maggioranza al parlamento francese: mi ha detto che, a sua impressione, se appoggiate da tutta l’autorità di Mendès-France potevano passare; per mio conto sono stato pidubitativo.

Circa «calendario» le idee di Mendès-France sarebbero le seguenti:

A. 27 settembre riunione Ministri Londra: Ministri potrebbero lavorare per quattro o cinque giorni e mettere a punto le direttive generali;

B. queste direttive dovrebbero essere elaborate dal Comitato degli esperti; possibilmente antichi esperti CED, per precisarle. Il Governo francese ritiene si dovrebbe evitare l’errore commesso in occasione CED di voler tutto precisare: meglio formule brevi, semplici e suscettibili di sviluppi. La riunione degli esperti dovrebbe durare due, al massimo tre settimane;

C. I lavori dei ministri e degli esperti dovrebbero essere posti all’esame e all’approvazione della NATO in riunione da prevedere per la fine di ottobre;

D. La presentazione degli accordi al Parlamento francese in novembre (con rapporto in pari data spiego le ragioni speciali novembre)5 che permetterebbe avere entro dicembre nuova organizzazione a punto, Germania nella NATO e l’inizio del processo di riarmo.

A mia richiesta Parodi mi ha detto che Eden non ha insistito per il riconoscimento della sovranità della Germania indipendentemente o con precedenza suo ingresso NATO e Patto Bruxelles.

Ho chiesto a Parodi se, nel pensiero del Presidente del Consiglio, questo calendario avrebbe potuto essere modificato in caso offerte russe conversazioni. Mi ha detto di averlo chiesto lui stesso al Presidente e che la sua risposta è «in caso simile farquello che farà l’Inghilterra».

Ho naturalmente detto a Parodi che per quello che concerneva il Governo italiano non c’era nessuna prevenzione contro Mendès-France: per noi quello che contava erano solo i fatti.

Circa l’insieme delle proposte francesi potevo pertanto dirgli che le linee generali mi sembravano corrispondere a quanto era stato detto a Roma fra Eden e Vostra Eccellenza, per quello che concerneva precisazioni di dettagli non avevo elementi per pronunciarmi. Potevo solo assicurarlo che, da parte nostra, bene consci della gravità della situazione di difficoltà della Francia si sarebbe fatto tutto il possibile per facilitare.

Se ho ben capito le idee francesi, l’insieme delle proposte dovrebbe costituire una specie di documento per lavori della conferenza di Londra. Sempre secondo i francesi Foster Dulles sarebbe stato abbastanza soddisfatto dei risultati dei colloqui di Parigi.

Per quello che concerne fondo questione e nostro atteggiamento mi permetto di osservare:

1) dubito che proposte quali sono state fatte siano accettabili dal Parlamento francese: certo per per quello che riguarda i controlli e le limitazioni alla Germania, esse costituiscono il minimo assoluto che esso possa accettare.

Quindi, respingerle o attenuarle sostanzialmente significa voler essere sicuri che il Parlamento francese le respingerà. D’altra parte unica forma rompere equivoco Mendès-France e Parlamento francese è appunto prenderli in parola: è allora solo che malafede, se ci è, sarà manifestata e sarà pifacile procedere verso fatti compiuti;

2) le limitazioni evidentemente colpiscono anche noi: soprattutto nel senso che noi, non avendo impero coloniale, non avremmo esercito non controllato come Francia e Inghilterra. D’altra parte limitazione è teorica: difficilmente per noi si andrà al di sotto del limite attuale NATO.

Questo limite NATO è già al di là delle risorse che noi possiamo o vogliamo dedicare all’armamento.

Permettomi quindi esprimere avviso che non ci conviene fare noi difficoltà. Purtroppo non mancheranno quelli che le faranno, soprattutto perseguendo l’illusione che sia possibile il ritorno alla vecchia CED: cerchiamo quindi di non complicare la situazione già grave e delicata con velleità non attuabili: e seguiamo al possibile gli inglesi. Mi sembra comunque utile conoscere al pipresto le prime reazioni del Governo italiano.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90

2 Ritrasmesso con T. 8867-8868-8869-8870/c. del 19 settembre 1954 alle Ambasciate a Bonn, Bruxelles, L’Aja, Londra, Washington e alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi.

3 Vedi D. 82.

4 Tra asterischi le aggiunte manoscritte.

5 Vedi D. 86.

81

COLLOQUIO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, SCELBA, CON L’AMBASCIATORE DI FRANCIA A ROMA, FOUQUES-DUPARC (Roma, 18 settembre 1954, ore 19,15)1

Appunto.

L’Ambasciatore Fouques Duparc si scusa di avere insistito tutto il giorno per ottenere un abboccamento col Presidente, ma dice di avere istruzioni da parte del proprio governo di presentare al Presidente del Consiglio o al Ministro degli Affari Esteri un promemoria(2) con il progetto elaborato da Mendès-France dopo la visita di Eden per inserire la Germania nella collaborazione occidentale. Il Presidente francese esporrà tale progetto all’Assemblea di Strasburgo il 20 corrente e desidera, per ragioni di cortesia e per conoscere le prime impressioni dei governi interessati, che questi ne siano a conoscenza il pipresto possibile.

L’Ambasciatore francese, prima di consegnare il documento, riassume le ragioni che hanno portato al respingimento del trattato sulla CED da parte del Parlamento francese e sottolinea che la maggioranza dell’opinione pubblica parlamentare e politica si è pronunciata contro la CED sopratutto per il suo carattere sopra nazionale e per il fatto che la Gran Bretagna vi rimaneva estranea.

Il progetto che ora egli, Fouques Duparc, porta a conoscenza del Governo italiano (contemporaneamente il progetto stesso viene comunicato anche a tutti gli altri governi interessati) si ispira appunto alla necessità di tener conto della posizione presa dalla opinione pubblica francese in modo che esso possa essere accettato dal Parlamento.

Dopo avere consegnato il documento e dopo che S.E. Scelba ne ha presa conoscenza, l’Ambasciatore francese dice di avere istruzioni di aggiungere le seguenti considerazioni verbali:

Il progetto dovrebbe essere completato da alcuni accordi e garanzie supplementari. Le disposizioni seguenti devono far parte del negoziato:

1) la Repubblica Federale dovrà prendere l’impegno di non avere altre forze al di fuori di quelle che essa metterà a disposizione del Comando Supremo NATO;

2) le forze tedesche (divisioni) entreranno in corpi di armata interalleati, in unità comuni. Accordi di dettaglio al riguardo verranno presi tra il Consiglio dei 7 ed il Consiglio Atlantico, su proposta dello Standing Group;

3) la Repubblica Federale prenderà l’impegno di non ricorrere alla forza per la soluzione dei suoi problemi territoriali. Il Consiglio dei 7 ed il Consiglio Atlantico convalideranno tale impegno;

4) i due Consigli indicheranno che la violazione da parte della Repubblica Federale degli impegni presi comporterebbe la perdita delle garanzie accordatele e del sostegno prestatole;

5) la Gran Bretagna dovrà mantenere sul continente un minimo di forze. A tal fine dovrà dare assicurazione che i suoi effettivi sul continente non saranno ridotti oltre un certo livello.

Eguale impegno dovranno assumere gli Stati Uniti.

6) Il controllo ed i poteri del Comando Supremo sulle forze saranno accresciuti in modo da subordinare lo spiegamento e l’utilizzazione delle forze del Centro Europa alla decisione di SACEUR (*Supreme Allied Commander in Europe*)3.

Il Presidente Scelba ringrazia Fouques Duparc del documento e chiede all’Ambasciatore francese di voler precisare se è implicito nel progetto francese che il governo francese sia favorevole all’ammissione della Germania nella NATO. Fouques Duparc risponde di sì, purché tale decisione avvenga contemporaneamente all’approvazione del progetto di Mendès-France.

Dichiara che si riserva di esaminare attentamente il documento e dice che vuole approfittare dell’occasione per fare presente all’Ambasciatore quanto segue:

L’accordo di Santa Margherita prevede consultazioni reciproche fra Italia e Francia per tutti i problemi di interesse comune. Ora egli, Scelba, deve far presente che da quando Mendès-France ha assunto il potere non si è per nulla curato di tenere al corrente tempestivamente l’Italia dei suoi progetti. La manifestazione pispiacevole di questo atteggiamento si è avuta in occasione della Conferenza di Bruxelles quando il governo francese ha consegnato a Palazzo Chigi il noto protocollo di variazione al trattato della CED solo pochissimi giorni prima della Conferenza stessa. Non è stato possibile quindi al Ministro degli Affari Esteri né di consultare il Governo al riguardo né di studiare a fondo il documento allo scopo di ricercare i necessari compromessi. Ciha contribuito al fallimento della Conferenza (in quanto lo stesso trattamento è stato fatto agli altri Paesi interessati).

Anche nella presente occasione – continua il Presidente Scelba – il progetto francese ci viene presentato due giorni prima che Mendès-France pronunzi il suo discorso all’Assemblea di Strasburgo. A questo punto l’Ambasciatore di Francia interrompe il Presidente per assicurare che nel suo discorso si terrà molto sulle generali e non entrerà per nulla nei dettagli del progetto.

Il Presidente Scelba prende atto di questa assicurazione e continua affermando che, data la grave situazione provocata dal respingimento della CED al parlamento francese, vi deve essere da parte di tutti gli interessati il massimo senso di responsabilità perché la situazione potrebbe peggiorare in modo drammatico. A questo proposito egli dice che si imporrebbe un po’ pidi riserbo, un po’ pidi «diplomazia segreta». Il fallimento della prossima Conferenza determinerebbe nell’opinione pubblica uno scoraggiamento con incalcolabili conseguenze.

Particolarmente delicata è la situazione per quanto riguarda la posizione dell’America la cui opinione pubblica si va sempre piirrigidendo in un senso non favorevole all’Europa occidentale. Da notizie di carattere ufficiale noi sappiamo che si va facendo strada in America l’opinione che, dati gli scarsi risultati ottenuti finora per assicurare all’Occidente la collaborazione tedesca, Washington debba abbandonare il sistema multilaterale e ricorrere ad accordi bilaterali.

Questo stato d’animo è molto diffuso sia nel Congresso sia nell’opinione pubblica. Si puforse discutere se l’America abbia bisogno dell’Europa per difendersi dalla minaccia russa, ma è certo che l’Europa non pufare senza l’America. Bisogna quindi fare tutto il possibile perché non venga a cadere l’idea della difesa collettiva occidentale nell’interesse della sicurezza americana e della sicurezza europea. *Si dichiara* convinto a questo proposito che anche il popolo francese è fermamente convinto nella sua maggioranza che la minaccia russa è piattuale che mai.

Ora ai fini dello schieramento Occidentale è stato un grave colpo il respingimento della CED da parte francese. Un secondo colpo è rappresentato nei primi giorni di questo mese, dal *rinvio* della Conferenza di Londra, che forse il Governo britannico aveva convocato con troppa precipitazione. Se anche la prossima conferenza dovesse avere un esito negativo sarebbe un terzo gravissimo colpo; e in realtà non possiamo permetterci questo lusso.

Noi ci rendiamo conto che il Governo francese si trova in difficoltà, non avendo una maggioranza qualificata, al contrario di ciche avviene per il Governo italiano che ha una maggioranza limitata ma abbastanza sicura (cosicché il trattato della CED sarebbe stato approvato in Italia con 85 voti di maggioranza e l’astensione delle destre). Ma bisogna che da parte sua la Francia comprenda la necessità di organizzare la difesa dell’Occidente e comprenda altresì a quale pericolo grave ci esporremmo se la Russia riuscisse ad inserirsi nelle nostre controversie.

Non sembra che Mendès-France possa continuare nell’atteggiamento da lui assunto al Parlamento francese in sede di discussione CED e, cioè, che egli possa presentare al Parlamento il progetto che dovesse uscire dalla Conferenza senza prenderne vigorosamente la difesa.

A questo punto l’Ambasciatore francese assicura che nel telegramma di istruzioni ricevute dal proprio Governo esplicitamente è dichiarato che Mendès-France sosterrebbe energicamente dinanzi al Parlamento un progetto che tenesse conto di quanto richiesto nel suo promemoria.

Il Presidente conclude la conversazione assicurando nuovamente che il progetto sarà studiato con attenzione e raccomandando che il Primo Ministro Francese non comunichi dettagliatamente il progetto stesso all’Assemblea di Strasburgo perché cicomprometterebbe la possibilità di un esame in sede diplomatica e in sede di conferenza di Londra.

Alla conversazione assistevano, oltre al Presidente Scelba e all’Ambasciatore francese, il Consigliere dell’Ambasciata di Francia Signor Sebilleau, e il Dr. Prato.

1 Gabinetto, 1953-1961, b. 23, fasc. 1. 2 Vedi D. 82. 3 Tra asterischi le aggiunte e correzioni manoscritte.

82

L’AMBASCIATA DI FRANCIA IN ITALIA AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Promemoria(2). [Roma], 18 settembre 1954.

AIDE-MÉMOIRE

Le projet ci-dessous est fondé sur les principes suivants:

- - -

4. Application exclusive des dispositions prévues aux forces armées (effectifs et armements) mises par les pays membres à la disposition du Commandant Suprême de l’OTAN.

5. Dans ce cadre pleine participation de la Grande-Bretagne.

I. Le Traité de Bruxelles est transformé de telle sorte qu’il fournit la base d’une organisation chargée de consolider la sécurité et la paix sur le continent européen. L’Allemagne et l’Italie y adhèrent moyennant diverses modifications appropriées du texte actuellement en vigueur.

Ce texte doit être complété par d’importantes dispositions d’ordre militaire.

II. En ce qui concerne les forces armées, effectifs et armements, mises par chaque pays membre, sur le continent, à la disposition du Commandant Suprême, le Conseil prévu à l’article 7 du Traité de Bruxelles adoptera les niveaux fixés par le Conseil de l’OTAN sur propositions du Commandant Suprême.

Toutefois, ces niveaux considérés par l’OTAN comme des minima deviennent pour les membres du Traité de Bruxelles des maxima qu’ils s’engagent à ne pas dépasser.

Le respect des maxima ainsi fixés sera garanti par des contres et des inspections organisés sur l’ensemble du territoire continental couvert par l’Accord.

III. En ce qui concerne les armements, il y aura lieu de distinguer deux catégories: les armes visées à l’annexe 2 de l’article 107 du Traité de Paris (sous réserve d’une éventuelle révision de la liste); les autres armements.

La fabrication des armes de la catégorie a) sera interdite dans les zones stratégiquement exposées et qui seront délimitées sur une carte annexée à l’Accord. Le Conseil des Sept s’assurera par des inspections et des contres que la règle de non fabrication est bien respectée.

En ce qui concerne les armes de la catégorie b), leur fabrication sur le continent et leur répartition seront dirigées et contrées par le Conseil. Celui-ci sera notamment chargé:

- - -

Les pays continentaux s’engageront à ne procéder à aucune fabrication en sus des commandes qui leur auront été passées. Le Conseil pourra autoriser des fabrications pour l’exportation. Seront autorisées également les fabrications d’armement destiné à l’équipement des forces des pays membres autres que celles qui sont mises à la disposition du Commandant Suprême.

Le contre prévu pour la catégorie d’armements a) aura pour seul but de vérifier qu’une fabrication n’a pas lieu, tandis que le contre prévu pour la catégorie d’armements b) sera qualitatif et quantitatif.

Pour que le contre quantitatif que devra exercer le Conseil soit efficace, il devra également porter sur la création de nouvelles installations, industries ou usines d’armement. A cet égard des autorisations devront être délivrées par le Conseil qui prendra ses décisions en fonction de considérations stratégiques. L’espace continental couvert par l’Accord sera défini en une série de zones frappées de servitudes allant en décroissant d’est en ouest. Pour que ce système n’entraine aucune discrimination et pour qu’il soit équitable, des usines d’armement nouvelles communes pourront être crées dans les zones non exposées.

Les décisions du Conseil seront selon les cas prises à la majorité simple, à la majorité pondérée ou à l’unanimité. En matière de contre elles devront être prises à la majorité simple.

IV. Qu’il s’agisse des effectifs ou des armements, le Conseil des Sept fera appel, dans toute la mesure du possible, pour les contres et les inspections prévus ci-dessus, au concours des services de l’OTAN.

1 Gabinetto, 1953-1961, b. 23, fasc. 3.

2 Consegnato dall’Ambasciata di Francia il 18 settembre 1954, ore 20, fu trasmesso, da Plajaunitamente ad «un appunto contenente la comunicazione fatta verbalmente da detta Ambasciata relativa agli altri punti che da parte francese si desidera vengano inclusi nel negoziato» (per i quali vedi D. 89) con Telespr. segreto 21/2344 alle Ambasciate a Bonn, Bruxelles, L’Aja, Londra, Ottawa, Parigi, Washington, alle Rappresentanze presso il Consiglio Atlantico a Parigi e presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo, alla Legazione a Lussemburgo, ed alla Direzione Generale degli Affari Politici.

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IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI BENVENUTI(1)

Appunto. Roma, 18 settembre 1954.

DOPO LA VISITA DI EDEN

1. L’interpretazione dilatoria che, nel precedente appunto, mi era parso di dover dare, – (con rammarico) – alle proposte britanniche, – sembra condivisa, – con compiacimento, – da certa stampa italiana di tendenze neutraliste.

Così per esempio la «Stampa» di Torino scrive in data di eri: il nuovo piano contiene un elemento positivo per coloro che hanno votato contro la CED: «non rinvia il riarmo tedesco a dopo l’ipotetico tentativo di “dialogo” (con l’Est) ma lo rende meno prossimo di quanto sarebbe l’inclusione della Germania di Adenauer nella NATO. – La tanto discussa divergenza fra le linee inglese ed americana ridotta al nocciolo è tutta qui: la prima assicura alle Cancellerie dell’occidente un margine di tempo piampio per aspettare e “vedere”».

2. Del resto lo stesso nostro Ambasciatore di Londra Brosio, nel suo interessante rapporto dell’11 settembre scorso(2) giudica che «un piano di unione o alleanza europea a sette svuotato di ogni sopranazionalismo e ridotto alla minima espressione rischierebbe di apparire soltanto come un mezzo per facilitare manovre dilatorie francesi».

E in realtà il piano esposto da Eden a Roma cosa è altro se non un’alleanza a sette con clausole ancora estremamente imprecisate?

Senza voler giudicare le intenzioni britanniche certo si è che la formula è la meno adatta per portare finalmente il nodo alla soluzione, e cioè per ottenere subito senza dilazioni che la difesa occidentale si rafforzi con un effettivo contributo germanico.

3. Non dimentichiamo che la tattica dell’aspettare e vedere è tipica della «forma mentis» britannica: in fondo si tratta di un istintivo ritegno di quel Paese insulare al momento di impegnarsi troppo a fondo.

Tale tattica nella lunga e per vero gloriosa storia di quel grande Paese puavergli creato dei vantaggi.

Ma si presenta del tutto controproducente in una fase storica nella quale occorre rapidità, tempestività ed assoluta preventiva certezza circa l’atteggiamento delle grandi Potenze occidentali, se si vogliono bloccare, prevenire e scoraggiare le mosse sovietiche.

È una tattica che già diede cattivi risultati fra le due guerre. In fondo fu il concetto dell’aspettare e vedere e non impegnarsi che indusse Eden nel febbraio 1933, in sede della Conferenza del Disarmo, a respingere il piano francese e a dichiarare che l’Inghilterra «non poteva andare al di là degli impegni di Locarno».

Fu ancora il desiderio di attendere, vedere e sperare nel compromesso che indusse Eden nel 1934, dopo il ristabilimento illegale ed unilaterale del riarmo germanico da parte di Hitler, a recarsi direttamente a Berlino per discutere un accordo col Governo nazista. Fu ancora la tattica dell’aspettare e vedere che indusse il Ministro Eden nel 1936 a non aderire alle richieste francesi di intervento a seguito dell’occupazione della Renania, ed a proclamare invece il suo intendimento di esaminare «obiettivamente» le proposte germaniche per constatare se la Germania intendesse concludere «trattati sinceri».

E frattanto di Conferenza in Conferenza, di visita in visita, di trattativa in trattativa, di comunicato in comunicato, si arrivalla conclusione fatale dell’aggressione nazista.

Per la verità Eden si dimise nel 1938 quando si accorse che la sua tattica aveva condotto la Germania ad occupare l’Austria senza colpo ferire. Ma la Gran Bretagna senza Eden, continutranquillamente nella stessa politica, la quale costla consegna delle frontiere cecoslovacche alla Germania col Trattato di Monaco, il crollo di tutte le alleanze occidentali nell’oriente europeo, ed infine l’occupazione dell’intera Cecoslovacchia alla quale pure era stata data dagli occidentali una certa garanzia.

Tutto questo in fondo non fu che zavorra che la politica britannica gettnelle fauci dei totalitari nel desiderio di placarli e sfamarli, mentre aspettava, vedeva e sperava…

E naturalmente la zavorra è sempre costituita dai paesi pideboli, che non hanno possibilità di reagire e di difendersi da soli: in sostanza il tentativo di placare i regimi totalitari con la serie di concessioni, – viene sempre appagato dagli europei pideboli in moneta di territori o addirittura di sopravvivenza: non viene mai pagato dalla Gran Bretagna con delle concessioni di territori suoi o di sue colonie.

Sono personalmente convinto che se un Governo laburista britannico si convincesse che la Russia sarebbe pronta a sottoscrivere un accordo generale, a condizione che l’Italia non fosse pigovernata dai minacciosi partiti pro-americani, ma da un pacifico Governo di fronte popolare, – non mancherebbe di promuovere una tale soluzione … non dimentichiamo le visite del signor Crossmann …

4. Cinon toglie che l’Italia debba collaborare con la Gran Bretagna: collaborare lealmente, con sincera volontà di creare rapporti fiduciosi e costruttivi.

Una politica anti-britannica sarebbe del tutto sbagliata ed oso dire ingiusta perché non v’è dubbio che all’ultima ora, gettata la zavorra, la Gran Bretagna sarà uno dei pipreziosi e validi baluardi del mondo libero.

Ma l’importante è che l’Italia non sia la zavorra che ad un certo momento si getta per placare il mostro sovietico.

Ecco perché piche mai la nostra politica deve tener fermo il concetto che il suo alleato naturale è quel paese che pratica coi fatti e paga col sangue la politica della sicurezza collettiva: ossia gli Stati Uniti d’America.

La sicurezza collettiva, ossia l’intervento militare certo ed automatico contro gli aggressori, è l’unico scudo per i popoli deboli e pacifici come il nostro, per i popoli semi-disarmati e decisi a non oberarsi di spese militari.

Teniamo inoltre presente che mentre grossi dubbi possono venire circa la politica britannica dopo le prossime elezioni – sembra invece acquisito che entrambi i partiti americani saranno sempre su nette posizioni di resistenza ad ogni tentativo di avanzata comunista in Europa. Nessuno dei due partiti sembra disposto a fare una politica di capitolazione di fronte alla Russia, a spese dell’Europa.

5. Evidentemente l’Italia deve essere presente in tutte le Conferenze ed entrare

anche nel sistema di Bruxelles per non essere lasciata fuori. Ma non si punon rilevare quanto segue:

- - -

Mi sembra che nessuna di queste tendenze risponda oggi ai concreti interessi italiani.

6. Ecco perché personalmente ritengo che l’Italia debba lealmente collaborare con la Gran Bretagna ma evitando ogni impegno che comunque paralizzi o controlli la nostra libertà di movimento ai fini di una franca politica di intesa bilaterale con gli Stati Uniti d’America.

Questa è veramente la nostra alternativa, alla caduta della CED ed alla politica federalistica, fin quando questa politica non potrà riaffermarsi.

Quindi piche mai si deve giudicare illuminato e patriottico e tempestivo l’atteggiamento assunto dal Presidente del Consiglio e dal ministro degli Esteri italiano con la nota lettera al Segretario di Stato Foster Dulles(3).

1 Ambasciata a Parigi, 1951-1960, b. 40, fasc. Patto Atlantico-Ced. 2 Vedi D. 56. 3 Vedi DPII, Serie A, Il fallimento della CED e della CPE cit., D. 286.

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[LA DIREZIONE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI]1

Appunto. Roma, 18 settembre 1954.

L’Ambasciatore Clarke ha avuto incarico di mettere il Governo italiano al corrente dei risultati delle conversazioni intervenute a Parigi tra Eden e Mendès-France. Al riguardo egli consegna al Presidente del Consiglio l’unita lettera(2) (originariamente redatta all’indirizzo del Ministro Piccioni), fornendo a voce i seguenti ulteriori ragguagli.

Vi sono state tre successive conversazioni tra i due Ministri degli Esteri integrate da una serie di colloqui del Sottosegretario di Stato Roberts con funzionari del Quai d’Orsay.

Mendès-France è partito dal punto di vista che la Germania dovesse essere ammessa al Patto di Bruxelles prima che all’Alleanza atlantica e che le «salvaguardie» dovessero trovare sede esclusivamente nel Patto di Bruxelles. Si sarebbe cioè trattato di una CED senza carattere di sopranazionalità. Da ultimo Mendès-France ha accettato il principio della simultaneità dell’accesso della Germania ai due trattati, nonché il principio di affidare alla NATO l’applicazione delle «salvaguardie».

A Eden Mendès-France ha dichiarato che insisteva per accentrare tutto nel trattato di Bruxelles soltanto ai fini psicologici e di presentazione all’opinione pubblica e parlamentare francese.

Tra le due principali conversazioni con Mendès-France, Eden ha avuto contatti con GrÜnter e con Ismay accertando che la NATO sarebbe perfettamente in grado di esercitare le «salvaguardie», pur rendendo cinecessario qualche aumento dei poteri degli organi esecutivi della NATO stessa.

Il Governo britannico avrebbe preferito, e tuttora preferirebbe, di accentrare quanto pipossibile alla NATO, supplendo in sede di trattato di Bruxelles per quelle garanzie che non sarebbero altrimenti accettabili ad altri membri della NATO (Turchia, Grecia, Norvegia, ecc.) che non accederebbero al Trattato di Bruxelles.

Eden è comunque convinto che si putrovare una via intermedia. Si è quindi impegnato verso Mendès-France di prendere in considerazione ogni sua proposta per giudicare sino a che punto essa possa offrire una possibilità di soluzione.

Eden spera che anche gli altri Governi vorranno fare lo stesso.

Nel frattempo ha concordato con Mendès-France che la questione faccia oggetto della già progettata Conferenza di Londra per la quale è stata stabilita la data indicativa del 27 settembre.

A conclusione Eden desidera informare il Governo italiano che, non appena avrà ultimato lo studio del progetto francese, non mancherà di metterlo al corrente del suo punto di vista. Confida che il Governo italiano per parte sua esaminerà il progetto con benevolenza. Pensa che, nonostante le difficoltà esistenti, un accordo sia possibile. Non ha dubbi circa la realtà delle difficoltà di Mendès-France nella opinione pubblica e in Parlamento. Occorre quindi aiutarlo. Eden è del resto convinto che Mendès-France si sta adoperando per rendere possibile una soluzione rapida e semplice.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90. 2 Vedi D. 85.

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L’AMBASCIATORE DEL REGNO UNITO A ROMA, CLARKE, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

L. [Roma], 18 settembre 1954.

Monsieur le Ministre,

On the instructions of Her Majesty’s Principal Secretary of State for Foreign Affairs I have the honour to convey to Your Excellency the following summary of conversations between him and the French Prime Minister in Paris after his visit to Rome.

Mr. Eden explained that all the Governments he had visited, as well as Her Majesty’s Government themselves, were convinced that the right solution lay in the admission of Germany into NATO simultaneously with her entry into the expanded Treaty of Brussels organisation, subject to the necessary accompanying arrangements.

Monsieur Mendès-France urged that, if this was to be made acceptable to French public opinion, the accompanying arrangements so far as possible and practicable, should be organised within the framework to the Treaty of Brussels organisation, it being understood that the execution of any military arrangements should be carried out by the NATO machine.

For their part Her Majesty’s Government, and as they believe the other five Governments concerned, at present prefer that most of the arrangements referred to should be organised directly by the NATO.

Her Majesty’s Government are however prepared to consider how much of the arrangements can in practice be confided to the Treaty of Brussels organisation and to encourage the other Governments concerned to do likewise. Mr. Eden would like you to know that this summary of the conversations was agreed between him and Monsieur Mendès-France.

I have the honour to be, with the highest consideration,

Monsieur le Ministre

Your Excellency’s obedient servant,

[Ashley Clarke]

1 Gabinetto, 1953-61, b. 23, fasc. 1.

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L’AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, PICCIONI(1)

R. riservato 13132. Parigi, 18 settembre 1954.

Oggetto: Politica estera francese.

Signor Ministro,

ho avuta in questi giorni una conversazione con una personalità del Gabinetto francese, che è anche uno dei leaders parlamentari.

L’antipatia che tutti noi abbiamo per l’MRP – ha detto il mio interlocutore – non ci deve trascinare a desiderare la caduta di Adenauer: gli succederebbe un governo neutralista. Bisogna dare al pipresto una soddisfazione ad Adenauer per rinforzarlo: bisogna restituire alla Germania la sovranità completa. Meno che per il riarmo: se si solleva la questione del riarmo, il Parlamento francese non accetterà la ratifica degli accordi di Bonn: esso deve essere rimandato ad un accordo ulteriore.

L’idea di Europa, anche se imprecisata quanto alla realizzazione, ha fatto tali progressi che non si putornare del tutto indietro: c’è per attualmente, un punto fermo: la Francia non puaccettare delle forme di integrazione europea se nonnella misura in cui l’Inghilterra le accetta per sé stessa. È sopratutto necessario un organo che permetta l’elaborazione di una politica estera europea comune. Il Patto di Bruxelles poteva evidentemente servire, sebbene si trattasse di un patto diretto originariamente contro la Germania. (Gli ho fatto osservare che questo non era vero affatto: che il Patto di Bruxelles fu, in larga misura, una reazione al colpo di Praga ed è stata una specie di avanguardia del Patto Atlantico, in un momento in cui nessuno era maturo per il Patto Atlantico né da una parte né dall’altra dell’Oceano).

Ma – ha insistito – data la situazione al Parlamento francese, bisogna che, fra la decisione di principio del riarmo tedesco, con le limitazioni che dovranno essere accettate da tutti – la sua formula è stata: le limitazioni imposte dalla geografia e dalla missione – e sempre rivedibili, e la sua realizzazione, passi un periodo di tempo precisamente limitato e che, durante questo periodo, si inviti la Russia ad accettare una soluzione concordata e ragionevole. Mi ha detto di essere personalmente convinto che la Russia non era disposta ad un accordo, ma che era necessario fare questo tentativo per ricuperare in Parlamento quei voti che sono recuperabili (che egli stima a 150, mentre io li stimo a non pidi 100) e che sono necessari perché la Camera possa approvare quella qualunque soluzione che le potrà essere presentata.

Ma era anche necessario di farlo in vista delle prossime elezioni politiche: esse saranno al massimo tra venti mesi: se in questo periodo non viene fatto uno sforzo serio per dimostrare ai francesi in buona fede che si è fatto tutto il possibile per trovare un terreno di intesa con la Russia e che è per colpa sua che non ci si è arrivati, alle prossime elezioni politiche si rischia di avere due milioni di voti comunisti di pi

Ma anche per arrivare a queste decisioni di principio, non si deve avere troppa fretta: esse non possono essere presentate al Parlamento francese prima della seconda metà di novembre.

Oggi c’è, a causa della politica economica, in una parte del Parlamento, una volontà vera di buttar giMendès-France. In questa atmosfera, qualunque soluzione di ricambio che venga proposta sarà respinta dal Parlamento, per buttar giMendès-France. Ma, una volta respinta dal Parlamento, questa formula di ricambio non sarà piripresentabile: «Lasciate se mai cadere Mendès-France su di una questione secondaria; il Governo che gli succederà sarà un governo con cui vi potrete mettere benissimo d’accordo sulla stessa formula: ma non la fate presentare da Mendès-France fino al momento in cui i risentimenti al Parlamento francese non si siano un po’ allentati: di possibili soluzioni di ricambio non ce ne sono molte: non ne abbiamo da sprecare».

Per mio conto ho detto che da parte francese si doveva tener conto che di difficoltà ne avevamo anche noi, e tutti: e se noi eravamo pronti a tenere in debito conto le difficoltà parlamentari francesi, bisognava che i francesi tenessero conto anche delle nostre. Con queste riserve necessarie, poteva essere sicuro che avremmo cercato di fare tutto il possibile per trovare una soluzione accettabile nel vecchio spirito di amicizia e di comprensione. Per noi non c’erano e non c’erano mai state questioni di partiti e di persone. Tutti i paesi peravevano le loro suscettibilità: e, se c’era una reazione in Francia contro certe imposizioni americane, tenesse conto che, se la Francia continuava a metterci di fronte a proposte «à prendre ou à laisser», avrebbe provocato gli stessi risentimenti. Era quindi necessario che il pensiero francese ci venisse comunicato, quando esso era ancora in gestazione, suscettibile di essere modificato per tener conto di nostre esigenze. Al che mi è stato risposto che avevo perfettamente ragione.

Questa è la risposta che da tutte le richieste che mi vengono fatte sulla possibilità di contare sulla collaborazione italiana. Sono convinto della necessità per noi di stare tranquilli, di lasciar fare i maggiori, e allo stesso tempo di riservarci, per dopo, che ci sia o non ci sia crisi grave, di riallacciare i rapporti con tutti, secondo che ci converrà. Questa mia posizione è inattaccabile, ma non è impegnativa per noi, visto che, perché un governo possa comunicare ad un altro il suo pensiero, bisogna che lo abbia: e certo adesso il Governo francese non credo abbia la minima idea di quello che pufare, o proporre.

Ho ritenuto opportuno comunicare a V.E. il contenuto di questa conversazione, perché interessante ai fini dell’interpretazione di quelle che sono oggi le possibilità francesi.

Qualsiasi cosa francesi ed inglesi ci possano dire sui loro colloqui di Parigi, quale che possa essere il risultato di conversazioni o di conferenze nel prossimo avvenire, non bisogna dimenticare i limiti che pone il Parlamento francese. Quanto mi ha detto il mio interlocutore, in sé, non rappresenta molto di nuovo su quello che ho già riferito a V.E.: che cioè, ad eccezione, forse, della questione della restituzione alla Germania della sua sovranità, al Parlamento francese non c’è maggioranza per nessuna soluzione se non si passa prima per qualche forma di dialogo con la Russia.

L’unico concetto nuovo, ed interessante, della conversazione di oggi, è l’idea che qualsiasi soluzione positiva al riarmo della Germania non dovrebbe essere presentata prima della seconda metà di novembre. Questa data domanda qualche spiegazione: come a V.E. è noto, qui si puchiedere lo scioglimento del Parlamento se, nel periodo di 18 mesi, due governi sono rovesciati a maggioranza costituzionale: ora al 20 di novembre questo termine scade perché sono passati 18 mesi dalla caduta del Governo di René Mayer, l’ultimo che fu rovesciato nelle forme costituzionali.

L’MRP adesso vorrebbe forzare lo scioglimento, sia perché ritiene che delle nuove elezioni gli sarebbero favorevoli, sia perché ritiene che le elezioni darebbero una maggioranza pifavorevole alla CED. E per ottenere questo gli occorre fare in fretta perché una volta che la caduta del Governo non comporta scioglimento, l’atmosfera al Parlamento si calma. Su quello che potrà essere il risultato delle elezioni esiterei a pronunciarmi: per ora, nelle elezioni parziali, il fenomeno che piattira l’attenzione è il costante aumento di quelli che non votano.

Io penso che, meno gli stranieri si preoccupano di cercare di salvare o di abbattere Mendès-France, meglio è: ritengo persia giusto quanto mi è stato osservato: che non sia interesse né nostro, né del futuro dell’Europa, né di nessuno farlo cadere su di una questione di politica estera, o meno ancora su di una «soluzione di ricambio».

Mendès-France, come del resto era prevedibile, comincia adesso ad incontrare le sue difficoltà in politica economica, e ne troverà non meno in politica africana. È già in dissidio con Edgar Faure: il patronat, che lo ha appoggiato quando si trattava di liquidare la CED, dà oggi dei segni di preoccupazione: l’Africa del Nord è piena di difficoltà e di trabocchetti. Ma tutto questo non cambia una cosa sostanziale: la maggioranza per la CED come essa era prima, al Parlamento francese non c’è.

La politica vera del Governo francese sarà quella di rinviare: ossia esattamente quello che da due anni a questa parte hanno fatto tutti i predecessori di Mendès-France: solo che per lui, in questa come in molte altre cose, i nodi sono venuti al pettine.

Rinviare nella speranza che qualche cosa accada. In che cosa si spera?

Si spera che il prossimo congresso del partito laburista si pronunci contro il riarmo della Germania, e che questa presa di posizione possa rendere al Governo inglese per lo meno difficile di associarsi all’America, per un riarmo unilaterale della Germania, passando sopra alle proteste, e, diciamolo pure, ai diritti della Francia come Potenza occupante.

Ma sopratutto, secondo me, si spera in quello che puaccadere in America. Il mese di novembre è anche la data delle elezioni americane: le elezioni del Maine hanno dato corpo a delle speranze che, fino ad ora, erano rimaste molto vaghe.

Qui, irritazione a parte, si interpreta il viaggio di Dulles a Bonn come un’operazione combinata di politica interna tedesca ed americana: non è pisoltanto Adenauer che cerca di difendere, a colpi di CED o di Ersatz-CED la sua posizione interna scossa dal fatto di avere fondato tutta la sua politica su di una premessa chenon si è verificata. È anche Dulles che difende sé stesso ed il partito repubblicano dalle accuse di una serie di fallimenti della politica estera americana. Si pensa o si spera, qui, che sia possibile che le prossime elezioni diano un Congresso in maggioranza democratico, e che questo o paralizzi l’Amministrazione o la spinga verso una linea politica meno intransigente: il che vuol dire, in altre parole, tentare, prima di procedere al riarmo della Germania, con quel tanto di irreparabile, per il futuro che, in base ad un mito che si sta diffondendo e non da oggi, esso rappresenta, un dialogo con la Russia.

Perché ormai è in questa direzione, che, con varia mistura di buona e di cattiva fede, lo ripeto, si va orientando la totalità o quasi di quelli che hanno votato contro la CED: e non vorrei andare troppo a vedere quanti di quelli che hanno votato a favore della CED non stanno deviando anche loro in questa direzione.

La situazione parlamentare è complessa: i partigiani della CED stanno cercando di organizzare una opposizione a Mendès-France in modo da farlo cadere: tutta la maggioranza anti-CED giura che essi si muovono perché spinti dagli americani: certo è che già dai primi passi si mostra, temo, tutta la particolare inabilità di cui hanno data prova i cedisti. Il Parlamento è in vacanza fino al novembre fatidico: per richiamarlo ci vuole una questione di politica estera: è per questo che il Governo vorrebbe rinviare, mentre gli avversari spingono dall’esterno perché la convocazione diventi inevitabile. Questo intreccio di politica estera e di politica interna rende la situazione ancora pitesa. E la convinzione, giusta od errata, che la questione sia anche una questione interna americana, non fa che aumentare confusione, irritazione, insofferenza.

La situazione francese, intendendo come situazione quella che un governo francese pufar passare al Parlamento, purtroppo si va chiarificando sempre pi Non c’è adesso maggioranza per nessuna soluzione.

Per me, oggi, non ci sono che due linee di condotta possibili. Si vuole realmente far presto per il riarmo della Germania? Allora non c’è da sperare in un consenso della Francia, a breve termine. Bisogna arrivare al fatto compiuto. Nessun francese, o quasi, crede realmente che questo sia possibile. Tutti questi anni sono trascorsi in un duplice equivoco: da parte nostra ed americana ci si è ostinati a credere che, nonostante tutto, la CED sarebbe stata votata: da parte francese non si è creduto e non si crede ancora che, non dico l’Inghilterra, ma nemmeno gli Stati Uniti possano passare oltre.

Si purealmente fare questo fatto compiuto? Lo sopporta l’opinione pubblica inglese? Lo sopporta realmente l’opinione pubblica tedesca? Non ci esponiamo a reazioni gravi, e pericolose in seguito? Sono tutti interrogativi a cui non mi sentirei di rispondere. Se questo è possibile e se si vuol fare in fretta, non c’è altra strada.

In Francia lo choc sarà sensazionale: ci sarà certo la caduta del Governo, forse si dovrà andare alle elezioni: è un salto nel buio: non è affatto escluso, è anzi probabile, che per la congiunzione di tanti risentimenti disparati si arrivi pure, almeno pro tempo-re, ad una risurrezione dell’Alleanza franco-russa.

Ma comunque, è una politica, e tutte le politiche comportano dei rischi.

Ma se invece si ritiene che non conviene, o non è possibile, affrontare i rischi interni ed internazionali di una politica di fatto compiuto, allora bisogna armarsi di santa pazienza e tener conto che, per riavvicinare la Francia alla nostra politica occidentale, bisogna aver dimostrato che l’accordo con la Russia non è possibile. La Francia è un malato grave, malato da anni, da decenni: o si sceglie la via dell’intervento chirurgico, oppure bisogna avere tutta la pazienza che necessita la cura delle malattie nervose gravi. E se si arriva alla decisione che è necessario «provare» il dialogo colla Russia, bisogna ricordarsi che si tratta non di un negoziato diplomatico puro – ammesso che la diplomazia pura esista ma di un’operazione interna ed internazionale di propaganda. E non fare come si è fatto fino adesso, una via di mezzo in cui la diplomazia ha guastato la propaganda e la propaganda la diplomazia, col brillante risultato che invece di persuadere le nostre opinioni pubbliche che sapevamo che con i russi non ci si pumettere d’accordo, e che avevamo ragione, abbiamo finito per dare l’impressione che abbiamo paura che i russi possano mostrarsi veramente ragionevoli.

Guardiamo il brillante risultato ottenuto in due anni. L’integrazione europea è andata a catafascio e non sappiamo se, fra qualche mese, avremo ancora il Patto Atlantico. Facciamo almeno un esame di coscienza e cerchiamo di vedere in che cosa abbiamo sbagliato.

Per quello che riguarda noi italiani, particolarmente, mi permetterei di consigliare di continuare nella linea che abbiamo seguita dopo Bruxelles; prestarci cioè a tutti i tentativi di conciliazione, e di adattamento, ma se si deve arrivare a delle decisioni radicali, lasciare questa responsabilità ai maggiori, seguirli, ma non cedere alla tentazione di fare la «mouche cochère».

Siamo in un momento ed in una situazione estremamente delicati, da cui possono scaturire le conseguenze pigravi. Penso, come Brosio, che l’Inghilterra sia adesso molto conscia della gravità della situazione e che farà il possibile per cercare, se ancora si pu di evitare che le contrastanti tesi e necessità francesi, tedesche ed americane, ci portino a crisi decisive. Se qualche cosa si pufare, in questo senso, penso che è solo l’Inghilterra che ha il prestigio e l’autorità per tentarlo: noi possiamo affiancarla modestamente e tranquillamente: aspettiamo con i nervi a posto che un’eventuale nostra opera di mediazione ci venga richiesta: e non ce la prendiamo a male se non ci si verrà a cercare: il momento, La prego di credermi, è troppo grave per complicarlo con questioni di prestigio. Contentiamoci che, da parte inglese, si continui ad essere sicuri, come mi sembra lo si sia dopo Roma, che per una politica ragionevole e sensata si pusempre contare su di noi. Se questo serve, come spero, a sbloccare le relazioni italo-inglesi da una sclerosi quasi decennale, sarà, almeno questo, tanto di guadagnato.

E lo possiamo fare tanto pitranquillamente in quanto, pur mantenendo certe riserve espresse sulla politica dell’Inghilterra, penso, come Brosio, che sostanzialmente essa è fermamente convinta che non pue non deve arrivare fino ad una rottura con l’America. Non l’ha mai fatto; perché dovrebbe farlo proprio oggi? Il che, del resto, corrisponde esattamente a quello che, a mio avviso, dovremmo fate anche noi.

La prego di credere, Signor Ministro, agli atti del mio devoto ossequio.

P. Quaroni

1 Gabinetto,1953-1961, b. 23, fasc. 1.

2 Il documento reca i timbri: «Visto dal Segretario generale» e «Inviato in copia al Presidente della Repubblica», «Inviato in copia ai Sottosegretari».

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LA DIREZIONE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, UFFICIO I(1)

Appunto segreto. [Roma, … settembre 1954]2.

ESAME DEL PROGETTO FRANCESE PRESENTATO IL 18 SETTEMBRE 1954

1. Il progetto francese non fa menzione della ammissione della Germania nella NATO.

Si potrebbe osservare che l’accettazione di tale ammissione è implicita nel progetto stesso in quanto, se così non fosse, la Germania verrebbe, sola tra tutte le parti contraenti, sottoposta a limitazioni e controlli fissati ed applicati da organi (NATO) di cui essa non fa parte, il che sarebbe in troppo flagrante contraddizione con il principio della non discriminazione che viene indicato con le caratteristiche fondamentali del progetto.

Non si puperignorare, al riguardo, che Mendès-France – secondo quanto ci è stato comunicato da parte britannica – vedeva in realtà il processo in due tempi: prima ingresso nel Patto di Bruxelles convenientemente modificato e poi ammissione alla NATO. È vero che, stando sempre alle informazioni dateci da parte britannica, al termine delle sue conversazioni con Eden, Mendès-France avrebbe finito con l’accettare il principio della simultaneità dell’accesso della Germania nei due Trattati: tuttavia, dati i precedenti, l’omessa menzione nel progetto francese di questo fondamentale aspetto del problema non punon generare sospetto.

Appare dunque necessario su questo punto un preliminare chiarimento e certo la Germania non mancherà di chiederlo.

Un mancato chiarimento da parte francese o, ancor peggio, la conferma di un’eventuale intenzione francese di evitare la sincronizzazione dello studio e della soluzione dei due aspetti del problema sarebbero nuova testimonianza di quell’atteggiamento dilazionatorio e negativo che non pochi indizi lasciano temere.

2. Cipremesso, è da osservare in linea generale che il progetto francese soffre, dal punto di vista dell’interesse italiano, di un difetto di origine proprio alla sua struttura, alla sua stessa concezione.

Qual è la sostanza del progetto? Esso è inteso a costruire un sistema di limitazioni e di controlli aventi di mira la Germania; nello sforzo di dare a tale sistema un aspetto non discriminatorio nei riguardi della Germania, limitazioni e controlli vengono estesi anche agli altri partecipanti; peraltro il sacrificio non è in pratica eguale per tutti in quanto, attraverso l’adozione del criterio della situazione geografica e strategica, Gran Bretagna e Francia si sottraggono alla situazione comune e si costituiscono una posizione di privilegio.

L’Italia dunque verrebbe ad accettare spontaneamente, in omaggio allo sforzo di cui si è detto sopra, limitazioni e controlli ai quali attualmente non è tenuta. E, poiché il citato criterio della situazione geografica e strategica non gioca a suo favore che in maniera assai relativa, essa verrebbe a trovarsi in una posizione assai pisimile a quella della Germania che non a quella dei paesi privilegiati (Gran Bretagna e Francia); con questa differenza, che per la Germania tale posizione, così come l’accettazione delle limitazioni e dei controlli, hanno nel ripristino della sovranità e nel riarmo una contropartita, mentre questa contropartita per noi non esiste.

È vero che limitazioni e controlli di forze armate ed armamenti erano anche a base degli accordi CED, e che pure in seno alla CED non mancava qualche situazione pratica di privilegio a favore della Francia. Ma – a parte il fatto che la portata delle limitazioni e dei controlli e soprattutto delle situazioni di privilegio è nel progetto francese superiore a quella prevista nella CED – sta di fatto che per noi essi avevano nel sistema CED una contropartita che oggi è completamente sparita, quella dell’avvio ad una concreta integrazione europea; ed erano rivestite anche di garanzie, ottenute attraverso il delicato giuoco degli organi comunitari, che sarà praticamente impossibile riprodurre nella nuova organizzazione.

3. Passando ad esame tecnico pidettagliato del progetto, vanno fatte le seguenti osservazioni:

a) per vedere quanto l’affermato principio della «non discriminazione» trovi applicazione, esaminiamo quali sarebbero in pratica le posizioni rispettive della Gran Bretagna, della Francia e della Germania.

La Gran Bretagna non sarebbe praticamente sottoposta ad alcuna limitazione e controllo nel campo della produzione bellica; e le limitazioni e controlli sulle forze armate riguarderebbero solo quella parte delle forze stesse che verrà dislocata sul continente.

La Francia sottostarebbe a limitazioni e controlli solo per le forze versate alla NATO mantenendo in pratica ampia libertà, attraverso le esigenze oltremare – che nessuno limita e controlla –; e sottrarrebbe ad ogni limitazione e controllo la produzione bellica dei territori oltremare.

La Germania avrebbe il livello delle sue forze e dei suoi armamenti fissati nella totalità e nella totalità controllati. Attraverso il criterio delle zone strategicamente esposte essa non potrebbe produrre armi non convenzionali né navi da guerra né aeromobili (o loro parti). E attraverso il criterio – del tutto nuovo – delle zone colpite da servit(criterio che dovrebbe essere seguito dal Consiglio nel rilasciare autorizzazioni per nuove installazioni industriali destinate agli armamenti e che quindi si applicherebbe soprattutto alla Germania la quale non dispone attualmente di attrezzature del genere) potrebbe vedere in pratica ridotte a zero le sue possibilità di produzione di materiale bellico. Di fronte a questo quadro non è avventato dire che la «non discriminazione» solennemente affermata a parole nel progetto è in realtà ampiamente disconosciuta nei fatti. E si tenga presente, come sopra detto, che la posizione italiana verrà di fatto ad essere assai pivicina a quella della Germania che non a quella della Gran Bretagna o Francia.

b) Esaminiamo le differenze tra il progetto e il Trattato CED.

La differente impostazione dei due sistemi non consente un utile confronto per quanto riguarda limitazioni e controlli in tema di forze armate. Pusolo osservarsi che con il nuovo progetto la Francia viene in pratica ad avere molto piampia libertà nei confronti della Germania di quanto non le fosse possibile nel sistema previsto dal Trattato CED (art. 9 e 10).

Circa la produzione bellica il divieto di produzione degli armamenti della categoria a non ammette, nel progetto, possibilità di eccezione mentre il Trattato CED prevedeva che al divieto potesse derogarsi su parere unanime del Consiglio dei Ministri Nazionali. Quanto a tutti gli altri armamenti (categoria b) non esisteva nel trattato CED il criterio strategico (sono colpite da servitdecrescenti da est e ovest) per la distribuzione delle installazioni produttive, criterio che appesantisce notevolmente nel progetto francese il sistema a danno della Germania innanzitutto ma anche nostro.

c) la disposizione secondo cui i livelli minimi di forze ed armamenti stabiliti dalla NATO diverranno dei livelli massimi per i membri del Trattato di Bruxelles, che essi si impegnano a non superare, appare pericoloso nella sua ultima portata in quanto rischia di portare in sede NATO un pericoloso immobilismo nei programmi a lunga scadenza e di frenare quindi le possibilità di sviluppo del potenziale difensivo dell’occidente.

4. Alcune altre considerazioni di ordine politico possono venir fatte.

- - - - -

1 Gabinetto, 1953-1961, b. 23, fasc. 1. 2 Il temine post quem è, come si evince dal titolo del documento, il 18 settembre.

88

LA DIREZIONE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, UFFICIO I(1)

Appunto segreto. Roma, 20 settembre 1954.

Nel consegnare il pro-memoria(2) che contiene le linee del progetto francese per la soluzione dei problemi lasciati scoperti dalla mancata ratifica della CED, l’Ambasciata di Francia ha avuto istruzioni di aggiungere verbalmente quanto segue:

Il progetto dovrebbe essere completato da alcuni accordi e garanzie supplementari. Le disposizioni seguenti devono far parte del negoziato:

1) la Repubblica Federale dovrà prendere l’impegno di non avere altre forze al di fuori di quelle che essa metterà a disposizione del Comando Supremo NATO;

2) Le forze tedesche (divisioni) entreranno in corpi di armata interalleati, in unità comuni. Accordi di dettaglio al riguardo verranno presi tra il Consiglio dei 7 ed il Consiglio Atlantico, su proposta dello Standing Group;

3) La Repubblica Federale prenderà l’impegno di non ricorrere alla forza per la soluzione dei suoi problemi territoriali. Il Consiglio dei 7 ed il Consiglio Atlantico convalideranno tale impegno;

4) I due Consigli indicheranno che la violazione da parte dalla Repubblica Federale degli impegni presi comporterebbe la perdita delle garanzie accordatele e del sostegno prestatole;

5) La Gran Bretagna dovrà mantenere sul continente un minimo di forze. A tal fine dovrà dare assicurazione che i suoi effettivi sul continente non saranno ridotti oltre un certo livello.

Eguale impegno dovranno assumere gli Stati Uniti.

6) Il controllo ed i poteri del Comando Supremo sulle forze saranno accresciuti in modo da subordinare lo spiegamento e l’utilizzazione delle forze del Centro Europa alla decisione di SAUCER.

L’urgenza con la quale da parte francese si è voluto far conoscere anche questi punti agli altri Governi interessati, ha impedito – secondo l’Ambasciata di Francia – una formulazione piaccurata e meno schematicamente drastica. È per tale motivo che tali punti non sono stati presentati in un documento ufficiale scritto.

1 Gabinetto, 1953-1961, b. 23, fasc. 3. 2 Vedi D. 82.

89

LA DIREZIONE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, UFFICIO I(1)

Appunto segreto(2). Roma, 20 settembre 1954.

STATI UNITI

L’Ambasciatore in Roma, Signora Luce in un colloquio del 16 corrente(3) con S.E. il Ministro ha dichiarato che gli Stati Uniti ritengono assolutamente necessaria l’ammissione della Germania nel NATO e considerano indispensabile la restaurazione della completa sovranità tedesca. Le limitazioni alla Germania sono ammissibili soltanto se essa sia disposta ad accettarle volontariamente.

Su tali premesse non vi sono divergenze fra Londra e Washington.

Inoltre da parte americana (non da parte inglese) si considera desiderabile che si realizzi una «fusione di importanti funzioni di Governo» in un Organismo di cui facciano parte Germania e Francia. Ci si domanda se il Patto di Bruxelles potrebbe essere modificato in tal senso.

Gli Stati Uniti considerano utile la Conferenza a Nove come riunione preliminare alla riunione atlantica, da tenersi non oltre il 15 ottobre.

L’Ambasciatore Tarchiani ha telegrafato il 18 corrente che Dulles appare disposto ad assecondare i progetti inglesi sempre che essi si basino su concreti affidamenti francesi. In caso diverso Dulles durante la Conferenza di Londra eviterà di impegnarsi nella ricerca di formule compromissive e cercherà di centrare la sua azione sul Consiglio Atlantico. Egli è inoltre vincolato alle promesse fatte ad Adenauer. Il Dipartimento di Stato continua gli studi sui seguenti punti: dichiarazione di cessazione dello status di occupazione, intese con Bonn circa lo status delle truppe e la situazione di Berlino, rafforzamento delle clausole del Patto Atlantico e i poteri dello SHAPE e dello Standing Group in modo da assicurare il possibile controllo del potenziale bellico tedesco; adattamento delle garanzie americane concesse per la CED.

GRAN BRETAGNA

Nella riunione del 16 settembre del Consiglio Atlantico a Parigi Eden ha ribadito(4) che la Conferenza a Nove è preliminare al Consiglio dei Ministri Atlantici. Egli ha dichiarato: 1) che il problema della fine dell’occupazione alleata in Germania non sembra di difficile soluzione; 2) il contributo tedesco alla difesa dell’occidente dovrebbe avvenire mediante inclusione della Germania nel NATO e che cinon dovrebbe comportare alcuna discriminazione; 3) l’unità europea di propositi e ideali non deve essere espressa solo militarmente ma anche politicamente. Cipotrebbe avvenire con il potenziamento del Patto di Bruxelles e con l’inclusione dell’Italia e della Germania. Il nuovo Trattato non sarebbe un’alternativa al NATO, che è la base di ogni alleanza occidentale.

In una conversazione con l’Ambasciatore Alessandrini Eden ha fatto cenno delle difficoltà da lui incontrate a Parigi. Il Capo della Segreteria di Eden ha manifestato l’impressione che i francesi tendano a dissociare l’allargamento del Patto di Bruxelles dall’accessione della Germania al NATO che essi tenderebbero a rinviare sine die.

In una comunicazione scritta del 18 corrente, fatta a S.E. il Ministro degli Affari Esteri dall’Ambasciatore britannico a Roma su istruzioni del Ministro Eden5, è detto che nei colloqui avuti con Mendès-France è stato fatto presente che la Gran Bretagna ed i Governi dei Paesi da lui visitati si sono trovati d’accordo nel ritenere come migliore soluzione l’ammissione della Germania nel NATO contemporaneamente con il suo ingresso nell’organizzazione del Patto di Bruxelles allargata ed accompagnata da necessarie intese.

Mendès-France ha sottolineato la necessità che tali intese siano raggiunte nel quadro dell’organizzazione del Trattato di Bruxelles, mentre l’esecuzione delle clausole militari dovrebbero essere affidate all’organizzazione del NATO.

Il Governo britannico, come gli altri cinque Governi, preferirebbe che la maggior parte delle intese sopra accennate fosse organizzata direttamente nel quadro del NATO.

Tuttavia è disposto ad esaminare quanto di tali intese potrebbe essere affidato all’organizzazione del Trattato di Bruxelles e ad invitare gli altri Governi interessati a seguire la predetta via.

NORVEGIA

Il viaggio del Ministro degli Esteri Lange a Parigi, secondo quanto telegrafato il 16 corrente dal Ministro De Vera, ha avuto per scopo di sostenere presso Mendès-France la proposta di estensione del Patto di Bruxelles, inteso come accordo complementare e non alternativo al Patto stesso.

FRANCIA

L’Ambasciatore Quaroni ha telegrafato il 17 corrente che Mendès-France ha fatto resistenza all’ingresso tedesco nel NATO senza adeguate garanzie e limitazioni nei suoi armamenti. L’Ambasciatore ha manifestata l’impressione che il Governo francese cercherà di rinviare ogni decisione.

Parodi, in un colloquio con l’Ambasciatore Quaroni, il 18 corrente(6) ha dichiarato che il progetto presentatoci dai francesi è stato redatto personalmente da Mendès-France e che tutti i suoi punti sarebbero trovati in massima accettabili da Eden.

La Francia per converso non ha potuto accettare le proposte di Eden di incaricare esclusivamente il NATO delle parti militari (controllo e limitazioni). L’Ambasciatore Quaroni personalmente dubita che il progetto francese, se accettato, troverebbe maggioranza al Parlamento di Parigi: comunque per ciche riguarda i controlli e le limitazioni alla Germania ritiene che esso è il minimo accettabile per il Parlamento francese.

Il calendario francese prevederebbe:

1) Riunione a Londra dei nove Ministri, il 27 settembre, di una durata di 4-5 giorni per stabilire delle direttive generali;

2) elaborazione delle direttive da parte degli esperti (due-tre settimane);

3) Esame e approvazione da parte del NATO in una riunione alla fine di ottobre del risultato dei lavori dei Ministri e degli esperti.

4) presentazione degli accordi al Parlamento francese in novembre ciche consentirebbe la creazione della nuova organizzazione entro dicembre, ammissione della Germania nel NATO e inizio del riarmo tedesco.

GERMANIA

Dulles nella sua visita a Bonn, secondo quanto telegrafato il 18 corrente dall’Ambasciatore Babuscio Rizzo7, ha discusso non solo il problema dell’associazione tedesca alla difesa, ma anche i principi circa la sovranità, l’assistenza automatica, limitazione armamenti ecc.

Si è mostrato freddo sul progetto di estensione del Patto di Bruxelles e scettico su tale procedura per arrivare all’ammissione nel NATO.

Adenauer si è trovato d’accordo con Dulles sulla inaccettabilità di una rinunzia all’ammissione tedesca al NATO. All’accenno di Dulles che il progetto britannico possa sottointendere il definitivo abbandono di ogni piano d’integrazione europea, Adenauer ha sottolineato la necessità che la soluzione del problema attuale non abbia a chiudere la strada ma possa anzi adattarsi ai principi di integrazione europea.

Dulles e Adenauer nel caso si arrivi all’accordo sull’ammissione al NATO sarebbero decisi a non attendere il perfezionamento giuridico degli strumenti per adottare immediatamente le misure preparatorie al contributo tedesco alla difesa.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91.

2 Trasmesso con Telespr. segreto urgente 21/2343 del 21 settembre alle Ambasciate ad Ankara, Atene, Bruxelles, L’Aja, Ottawa, Parigi, Washington, alle Legazioni a Copenaghen, Lisbona, Lussemburgo, Oslo, allaRappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi ed alla Direzione Generale degli Affari Politici.

3 Vedi D. 75.

4 Vedi D. 73.

5 Vedi D. 85.

6 Vedi D. 80.

7 Vedi D. 78. La data è con ogni probabilità il 17 (vedi D. 78, nota 2).

90

L’AMBASCIATORE DEL REGNO UNITO A ROMA, CLARKE, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

L. 10716/159/54. Roma, 20 settembre 1954.

Monsieur le Ministre,

on instructions from Her Majesty’s Principal Secretary of State for Foreign Affairs I have the honour to inform Your Excellency that Mr. Eden is satisfied from the separate conversations he has recently had in European capitals and finally with Mr. Dulles in London that further progress could be made at an early meeting in London of the Foreign Ministers of the United States, France, Canada, Italy, Belgium, The Netherlands, Luxembourg, The Federal German Republic and the United Kingdom. The purpose of this meeting will be to carry further forward the discussions on the association of Germany with the West and a German Defence contribution, which have recently been taking place in European capitals. It will be preparatory to a full Ministerial meeting of the NATO Council which has now been proposed for mid-October. I have the honour to convey to Your Excellency on behalf of Her Majesty’s Government an invitation to attend this Conference. Mr. Eden hopes that it will be generally convenient for the Ministers to assemble in London on the 27th of September in order that the Conference may open in the morning of Tuesday, the 28th of September.

Mr Eden asks me to add that he is much looking forward to meeting you. I have the honour to be, with the highest consideration, Monsieur le Ministre, Your Excellency’s obedient Servant(2).

Ashley Clarke

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90. 2 Per la risposta vedi D. 98.

91

L’AMBASCIATORE A LONDRA, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. urgente 017. Londra, 20 settembre 1954.

Oggetto: Conferenza Londra.

Circa Conferenza Londra Kirkpatrick mi ha detto oggi quanto segue:

1) Progetto di Mendès-France dà luogo a seri dubbi in quanto non menziona esplicitamente contemporaneo ingresso Germania NATO. Tale punto fu oggetto di intesa nell’ultimo incontro Eden - Mendès-France a Parigi (come comunicato da Londra a Governi interessati) et incluso anche in un memorandum redatto in tale occasione(2).

2) gli inglesi sono contrari richiesta francese di mantenere proporzione costante tra truppe tedesche e truppe anglo-franco-americane. Cisignificherebbe dover modificare secondo le circostanze o il livello delle forze tedesche oppure quello di taluni degli altri alleati in modo imprevedibile e praticamente inattuabile.

3) i francesi pur non menzionandolo espressamente nel documento presentato vorrebbero anche integrazione delle forze tedesche al livello corpo d’armata che sarebbe pure impraticabile.

4) Infine et soprattutto inglesi obiettano al progetto francese il suo fondamentale carattere discriminatorio. Secondo essi Adenauer è disposto ad accettare una certa discriminazione purché limitata e ben presentata. Per le forze armate cidipenderà dalla qualità delle forze che i francesi saranno disposti vincolare al NATO in confronto a quelle che vorranno tenere disponibili. Circa gli armamenti non sembra agli inglesi ammissibile un controllo esteso a tutte le armi anche leggere. Circa le armi atomiche et speciali sarà difficile imporre ai germanici un divieto di fabbricazione senza promettere loro quanto meno la fornitura di una giusta quota delle armi fabbricate altrove. Su tutte queste condizioni Kirkpatrick prevedeva gravi difficoltà ritardi et possibilità disaccordo alla conferenza.

5) In linea di principio invece i britannici non sono alieni da organizzare nel patto di Bruxelles il controllo degli armamenti giacché il meccanismo del NATO non lo prevede tale sistema eviterebbe di imporre limitazioni agli americani senza implicare creazione di una nuova burocrazia. Per le forze armate invece essi insistono nel ritenere che il controllo di limitazioni quantitative sia attuato dal sistema già esistente nel NATO senza necessità di creare duplicati.

6) Kirkpatrick concludeva ripetendo che gli ostacoli a un accordo vengono essenzialmente da Parigi. Né Dulles, né Adenauer si sarebbero dimostrati intrattabili. Viceversa i circoli governativi francesi sono tuttora ciechi et non hanno capito gravità et imminenza isolazionismo americano. Tale pericolo è incombente e ove nei prossimi tre mesi non si risolvesse problema difesa europea gli americani piancora che riarmare separatamente Germania la lascerebbero libera di provvedere a sé, annullando o riducendo a misura simbolica loro contributo diretto difesa europea. Senatore Knowland ha detto chiaramente a Gruenther in sede commissione senatoriale che nel febbraio prossimo, egli, Gruenther, potrebbe essere richiamato e gli stanziamenti per l’Europa annullati. In complesso Kirkpatrick mi è sembrato piuttosto pessimista e tuttora molto diffidente su intenzioni ultime del Governo francese. Tuttavia è chiaro che i britannici faranno ogni sforzo per avvicinare punti di vista diversi purché francesi offrano loro un minimo di possibilità.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 24, fasc. 90. 2 Vedi DD. 84-85.

92

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, ZOPPI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

Appunto(2). Roma, 21 settembre 1954.

COLLOQUIO CON L’AMBASCIATORE DI GRAN BRETAGNA

L’Ambasciatore Clarke è venuto a mettermi al corrente del pensiero del suo Governo sul progetto presentato da Mendès-France. Secondo le indicazioni da lui ricevute il Signor Eden stima che tale progetto, che costituisce un ulteriore passo innanzi da parte francese rispetto alla posizione assunta da Mendès-France nel suo colloquio con Eden, purappresentare una base di partenza per la conferenza di Londra. Naturalmente il Signor Eden è del parere che non tutte le proposte francesi potranno essere accolte dalla Germania né dagli altri paesi e neppure dalla Gran Bretagna.

Ho detto a mia volta che, per quanto ci concerne, la nostra posizione era ben nota al Governo Britannico. Anche noi avevamo riscontrato da una prima lettura dell’Aide-Mémoire francese che nella sostanza, taluni punti di esso erano già stati accolti dalla Germania e che si trattava sopratutto di trovare il modo di esprimerli e inquadrarli in un meccanismo che fosse anche formalmente accettabile dal Governo di Bonn. Facevo peral tempo stesso rilevare come l’Aide-Mémoire non accennasse all’integrazione della Germania nella NATO e come tendesse a trasferire al Trattato di Brusselle quei compiti di carattere pinettamente militare che nei colloqui di Roma avevamo sostenuto dovessero essere riservati al NATO, concetto che il Signor Eden aveva pienamente condiviso. Ho specificato che avremmo avuto serie difficoltà a creare un doppione militare della NATO e a discutere problemi militari, ivi compresi quelli elencati nel punto III e specialmente il paragrafo b del memorandum francese, in un foro dal quale fossero assenti gli americani. L’Ambasciatore Clarke mi ha ripetuto che tale è tuttora anche il punto di vista del suo Governo.

Ho poi chiesto al Signor Clarke se poteva darmi qualche notizia in merito all’incontro Foster Dulles-Eden. Mi ha detto che il Segretario di Stato americano aveva approvato l’azione di Eden, ma aveva sollevato qualche riserva in merito al rinnovo degli impegni che il Congresso aveva consentito nei confronti della CED. L’opinione pubblica americana e il Congresso avevano consentito a quegli impegni in quanto venivano assunti verso una Europa integrata nella Comunità Difensiva. In America si era per anni confidato in tale integrazione. La delusione era grande e gli umori non buoni. Per di pise la Gran Bretagna poteva rinnovare tali impegni nell’ambito del Trattato di Brusselle, gli Stati Uniti, che non sono parte di quel Trattato si sarebbero trovati a dover superare anche difficoltà d’ordine formale rese pigravi dallo stato d’animo del Congresso e dell’opinione pubblica. Il Signor Eden avrebbe insistito perché da parte americana si esaminasse il problema con buona volontà; si era constatato che molto dipenderà dall’esito della conferenza di Londra.

1 Gabinetto, 1953-1961, b. 23, fasc. 1. 2 Sottoscrizione autografa.

93

L’AMBASCIATORE A LONDRA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

R. segreto 4020/2047. Londra, 21 settembre 1954.

Signor Ministro,

facendo seguito al mio telespresso urgente di ieri n. 0172, vorrei aggiungere alcune osservazioni sul punto a cui si trovano le conversazioni anglo-francesi in vista della imminente conferenza di Londra.

Non vorrei aver dato ieri una impressione troppo pessimistica della situazione. I francesi dicono che Eden è piconciliante del Foreign Office e lasciano capire che Kirkpatrick è piuttosto risentito con loro. Sotto il primo aspetto non credo abbiano tutti i torti: è evidente che Eden deve sentire pidei funzionari del Foreign Office la necessità di tenere conto delle esigenze politiche francesi, e soprattutto quella di destreggiarsi col suo stesso Parlamento o con le reazioni del partito laburista e di una parte dell’opinione pubblica inglese.

D’altra parte ieri Kirkpatrick, mentre mi esprimeva i suoi dubbi circa le effettive volontà di Mendès-France di ammettere la Germania nel NATO contemporaneamente all’accordo sull’estensione del trattato di Bruxelles, cercava pure di giustificare le apparenti contraddizioni del Presidente francese. «È’ possibile, mi diceva Kirkpatrick che Mendès-France non intenda ritornare sull’impegno preso con Eden circa questa simultaneità, ma semplicemente non voglia per ora fare apparire chiaramente all’opinione pubblica francese che la Germania entrerà nel NATO senz’altro». Aggiungo che le stesse ambigue parole usate da Mendès-France nel suo discorso a Strasburgo circa il superamento delle riluttanze e resistenze francesi all’ingresso della Germania nel NATO potrebbero anche essere benevolmente interpretate nello stesso modo. Del resto Massigli oggi mi ha assicurato nel modo piesplicito che sulla simultaneità fra accessione al Trattato di Bruxelles ed ingresso al NATO il Governo francese non sarebbe tornato indietro. Si tratta soltanto di far digerire questa pillola all’opinione pubblica e al Parlamento francese.

Non mi pare dubbio comunque che questo è il punto politico piimportante da superare. Se veramente Mendès-France è deciso a rispettare la parola data a Londra e ad attuare insieme l’allargamento di Bruxelles e l’entrata della Germania nel NATO, l’ostacolo maggiore cadrà e cadranno insieme molti dubbi sulla buona fede del Primo Ministro francese. Se invece egli tergiversasse e cercasse di mantenere una gradualità di tempi fra le due operazioni, cirisolleverebbe tutti i sospetti circa la sua intenzione di trattare nel frattempo con Mosca e nello stesso tempo metterebbe la Germania in una posizione di inferiorità assolutamente inaccettabile.

Naturalmente questa non sarà la sola difficoltà della conferenza di Londra. Vi potrebbe anche essere, per esempio, la questione della Saar cui Mendès-France ha accennato a Strasburgo.

Ma a parte eventuali nuove complicazioni di carattere strettamente politico gli altri interrogativi della Conferenza potrebbero pifacilmente ridursi al grado di questioni tecniche.

I principali fra tali interrogativi possono per ora riassumersi nei seguenti:

1) Come e in che misura vorranno gli americani e gli Inglesi accettare l’impegno di mantenere un minimo di forze in Europa, come i francesi chiedono?

2) Fino a quale punto la Francia insisterà nella misura di discriminazione che essa vuole imporre alla Germania (e agli altri Stati in condizioni simili) nei riguardi delle forze armate e degli armamenti?

3) Vorranno i francesi insistere nel pretendere la integrazione delle forze germaniche entro unità internazionali al livello del corpo d’armata, come essi hanno proposto?

4) Fino a che punto i francesi insisteranno e i britannici accetteranno di realizzare il controllo delle forze armate e specialmente degli armamenti attraverso il meccanismo di Bruxelles anziché a mezzo di quello già esistente nel NATO; e in che modo potranno conciliarsi e coordinarsi le due organizzazioni?

5) Accetteranno i britannici le limitazioni di sovranità insite in qualsiasi sistema di «pool» degli armamenti quale proposto dai francesi, sia esso controllato dal NATO o dal Patto di Bruxelles?

6) Tollererà la Germania di entrare nel NATO col peso delle limitazioni discriminative a suo danno derivanti dall’adesione al Patto di Bruxelles come concepito dai francesi?

Evidentemente tutti questi interrogativi, i quali si possono suddividere e moltiplicare, consentono dei compromessi. Le questioni che essi sollevano sono gravi e non è sicuro che a Londra esse saranno tutte superate; ma, da quanto mi risulta, è certo che gli inglesi sono disposti a fare un grande sforzo per risolverle e per conciliare il rispetto di una almeno apparente uguaglianza della Germania con la soddisfazione delle paure, sia pure irragionevoli, della Francia. Qui non risulta che gli americani, o almeno il Signor Dulles, siano a priori ostili a qualsiasi compromesso; risulta soltanto in modo sicuro che se un compromesso non verrà raggiunto, gli americani ne potrebbero trarre le piestreme conseguenze.

Come ho riferito, Kirkpatrick mi diceva che il pericolo non è piquello di un riarmo separato della Germania da parte degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. È assai piprobabile invece che gli americani ritirino le loro truppe dall’Europa o riducano i loro contingenti a una misura simbolica, permettendo ai tedeschi di armarsi come credono e dando loro semplicemente una garanzia contro l’aggressione, in modo da servirsi della Germania non tanto come di una barriera, quanto come di un «casus belli» per la guerra atomica.

In questa situazione mi sembra che, mentre la prossima conferenza deve considerarsi di eccezionale importanza, il nostro compito nella conferenza stessa è abbastanza semplice.

Il piano di Mendès-France soddisfa parecchi importanti nostri interessi particolari e ne lede qualcuno meno importante. La nostra entrata nel Patto di Bruxelles costituisce una nuova forma di inserimento nell’Europa, che supplisce, sia pure solo parzialmente, alla caduta della CED; e l’organizzazione di tale Patto, come lo concepiscono i francesi, finisce per ricostruire in altra forma e per altra via quell’organismo intermedio a sette che era stato ventilato subito dopo il fallimento della CED. Su questa linea noi ci potremmo trovare alleati con l’anticedista Mendès-France e potremmo anche appoggiare su talune questioni la Francia per indurre la Gran Bretagna a prendere piprecisi impegni militari e a fare maggiori concessioni organizzative. Tutto questo è quanto meno un surrogato della politica che abbiamo dovuto abbandonare e non saremo certamente noi a combatterla.

Di negativo per noi nel progettato sistema non vedo che le limitazioni di carattere militare che inevitabilmente ricadono – in parte – su di noi oltre che sui tedeschi. Ma anche queste mi paiono di scarso contenuto pratico, benché in linea di principio non certo gradevoli. In sostanza noi non siamo finora in grado di realizzare tutto il piano di riarmo previsto dal NATO e quindi possiamo ben accettare come massimo quel minimo che il NATO ci ha assegnato.

D’altra parte così facendo noi agevoleremo anche e renderemo meno ostica l’accettazione alla Germania. Se la Francia non eccederà nel volere assumere troppi limitati impegni circa le forze assegnate al NATO e nel voler riservarsi troppe libertà circa le proprie forze armate d’oltremare e se, d’altro lato, le discriminazioni insite nel progetto francese non colpiranno la Germania sola, quest’ultima sarà pifacilmente indotta ad accettare. Ora il nostro solo e vero interesse è che un piano ragionevole presentabile alla pubblica opinione europea esca dalla conferenza di Londra; noi possiamo anzi dire sin d’ora che in qualsiasi forma i maggiori interessati riescano a mettersi d’accordo, noi potremo certamente sottoscrivere un accordo simile senza compromettere i nostri interessi essenziali. Ciappunto mi sembra possa facilitare il nostro compito e rendere la nostra partecipazione piobiettiva e la nostra eventuale mediazione su talune questioni tanto piserena ed efficace quanto meno appariscente.

Mi riservo di precisare nei prossimi giorni i dettagli delle proposte britanniche in rapporto al piano francese, in modo da avere nella misura del possibile un quadro delle tesi che si troveranno di fronte alla conferenza sui vari punti in discussione.

Voglia gradire, Signor Ministro, gli atti del mio devoto ossequio.

[Manlio Brosio]

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 15-30 settembre 1954.

2 Vedi D. 91.

94

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, AD AMBASCIATE E LEGAZIONI(1)

T. s.n.d. 8991/c.2. Roma, 22 settembre 1954, part. il 23, ore 1.

Supponiamo che codesto Governo sia ormai in possesso elementi conclusivi viaggio Eden e Promemoria francese. Gradiremmo pertanto conoscere sua valutazione situazione. Per parte nostra condividiamo pensiero espresso da Governo britannico secondo cui promemoria francese pucostituire base di discussione in prossima Conferenza Londra; osserviamo tuttavia che proposte francesi si discostano da piano Eden in quanto tendono trasferire nell’ambito Trattato Bruxelles tutta o quasi tutta quella parte di carattere militare che, secondo progetto inglese, dovrebbe rimanere nell’ambito NATO dove sono presenti anche americani e canadesi. Specialmente parte III (e in particolare quanto concerne materiali sub b. del promemoria francese) è, per parte nostra, da considerarsi con riserva(3).

1 Telegrammi segreti originali 1954, partenza, vol. II.

2 Indirizzato alle Ambasciate a Bonn, Bruxelles, L’Aja, Ottawa e Washington ed alla Legazione a Lussemburgo.

3 Con T. s.n.d. 12085 P.C./182 del 23 settembre Grazzi rispose di avere già riferito con T.

s.n.d. 12080/180-181, pari data, per il quale vedi D. 100. Nello stesso giorno, riferì piampiamente con R. 3914/1909 per il quale vedi D. 104. Per le risposte da Bonn e da Washington vedi rispettivamente DD. 101 (Bad Godesberg) e 107, 108 (Washington). Benzoni rispose da L’Aja con T. s.n.d.12081/87 del 23 settembre nei seguenti termini: «Questo Governo ha ieri fatto conoscere a Parigi le proprie obiezioni alla parte terza del Memorandum francese nonché il punto di vista che l’ingressodella Germania nel Patto di Bruxelles dovrà essere contemporaneo alla sua accessione al NATO. A taleultimo riguardo si nutrono qui dubbi sulle reali intenzioni di Mendès-France. Ho stamane chiarito alSegretario Generale di questo Ministero Affari Esteri il pensiero del nostro Governo». Baldoni risposeda Ottawa con T. s.n.d. 12114/59-60 sempre del 23, dichiarando: «Pearson lascia oggi New York perLondra ove posdomani si abboccherà con Eden. Leger mi dice che l’avviso di questo Governo è per ilmomento il seguente: 1) Il Canada accetta il promemoria francese come base di discussioni e precisamente come uno dei progetti da discutere in Conferenza a nove. Ciin quanto Mendès ha assicuratoEden che il promemoria non rappresenterebbe l’ultima parola del Governo francese e che questo entrola metà di novembre si impegnerebbe a fondo di fronte all’assemblea Nazionale per sostenere una soluzione che venisse concordata. 2) Il Canadà, già pienamente favorevole alla CED, è favorevole pure ad ogni tentativo come quello britannico di organizzare la difesa d’Europa su una base pinazionale ma pilarga: a condizione perche la nuova organizzazione sia integrata quanto piintimamentepossibile al NATO e che la decisione sia sollecita. 3) Ad avviso del Canadà il NATO rappresenterebbel’organizzazione ideale per assicurare – soprattutto a lunga scadenza – una tranquillizzante partecipazione tedesca. Il Nato possiede già l’attrezzatura per i controlli. In confronto del rinnovato Patto diBruxelles offre inoltre il vantaggio di un quadro piampio e piforte. Leger ha concluso che il Governo canadese è oggi piuttosto ottimista circa la possibilità che sia raggiunta una intesa attraverso laConferenza preparatoria di Londra e la decisiva del Consiglio dei Ministri NATO. In tale valutazioneè incoraggiato particolarmente dall’attuale atteggiamento americano “nella sostanza saggio e ammirevole”». Per la posizione espressa dal Governo canadese vedi comunque anche D. 105. Non risultapervenuta risposta da Lussemburgo.

95

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 12060/5402. Washington, 22 settembre 1954, ore 17,45 (perv. ore 7,40 del 23).

Mio 5363.

Merchant e collaboratori ci hanno confermato che l’atteggiamento dell’America a Londra sta per essere definito.

Merchant partirà domani passando per Parigi, Dulles sabato direttamente a Londra.

In via amichevole ci hanno anticipato quanto segue. Nei confronti delle proposte francesi si fanno due riserve principali: è difficile che gli inglesi possano spingere gli impegni sul continente al punto desiderato da Mendès; i tedeschi non riscontrano nel memorandum gli estremi di quella piena eguaglianza di diritti su cui si è convenuto con Dulles e Churchill.

Il Governo americano continua a ritenere che l’essenza di ogni eventuale intesa dovrebbe risiedere nella pronta ammissione della Germania nella NATO.

Entro questi limiti il Dipartimento intende rimettersi a quanto le Delegazioni europee concorderanno e segue con favorevole interesse l’azione del Governo britannico.

Causa perviva perplessità il fatto che i francesi mentre chiedono garanzia non sono in grado di offrirne alcuna circa l’atteggiamento del loro Parlamento. Il Dipartimento concentra percila propria attenzione sulla possibilità che questo ultimo proceda preliminarmente alla votazione su decisioni di massima; solo tale presa di posizione potrebbe dare al Governo americano un sicuro punto di riferimento per la sua ulteriore azione.

1 Telegrammi segreti originali 1954, arrivo, vol. III

2 Ritrasmesso con T. s.n.d. 9024 /c. del 23 settembre alle Ambasciate a Bonn, Parigi e Londra.

3 T. s.n.d. 11942/536 del 20 settembre, con il quale Tarchiani aveva riferito: «Gli Uffici del Dipartimento stanno esaminando il memorandum francese “con vivo interesse scevro di qualsiasi preconcetto”. L’iniziativa appare infatti meritevole di seria attenzione come ogni altro sforzo dei Paesi interessati verso l’elaborazione di eventuali formule risolutive. Contribuisce a facilitare il compito la Conferenza di Londra, almeno chiarendo e delimitando i problemi sollevati dal fallimento della CED. Tuttavia le affermazioni della stampa secondo cui le proposte francesi sarebbero già considerate qui accettabili come basi di negoziato appaiono premature. Le proposte richiedono un approfondito studio delle questioni tecniche e giuridiche su cui gli Uffici americani non sono ancora in grado di pronunziarsi; inoltre la valutazione politica dell’iniziativa francese non potrà essere completata che dopo il ritorno di Dulles. Naturalmente il Dipartimento attribuisce un particolare interesse alle reazioni degli altri Governi destinatari del memorandum».

96

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 12061/541. Washington, 22 settembre 1954, ore 20,34 (perv. ore 7,40 del 23).

Mio 5402. In colloquio odierno Vanoni-Hensel sono stati trattati i seguenti punti:

1) Emendamento Richards. Hensel si è dichiarato fiducioso che se la riunione di Londra avrà successo l’emendamento non potrà agire sfavorevolmente data anche notevole pipeline programma italiano.

2) OSP. Studi immediati dei riflessi dell’emendamento Richards sugli OSP non sono ancora ultimati. L’intenzione personale di Hensel è che non si interrompa il programma prestabilito di cui l’Italia dovrebbe ancora beneficiare.

3) CED. Alle assicurazioni di Vanoni circa la fedeltà italiana all’unità europea, Hensel, che recasi a Londra con Dulles, ha dichiarato che tali sentimenti già risultano dalle comunicazioni fatte da Eden al Segretario di Stato ed ha espresso la speranza che l’Italia contribuisca alla creazione di un soddisfacente sistema sostitutivo della CED. Hensel ha dichiarato che il Governo americano, pur valutando l’atteggiamento francese con l’obiettività e la comprensione delle esperienze passate, non puriconoscere molto fondate le pretese francesi e giustificare i timori di Parigi. Gli americani «non potendo agire solo in base a simpatie» si vedrebbero costretti in caso di confermata inconciliabilità francese, ad agevolare anche le soluzioni che escludano temporaneamente, se necessario, la partecipazione della Francia. Hensel si è detto fiducioso che tale deprecabile eventualità possa essere evitata.

Segue verbale.

1 Telegrammi segreti originali 1954, arrivo, vol. III 2 Vedi D. 95.

97

L’AMBASCIATORE A BONN, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 12062/140-141. Bad Godesberg, 22 settembre 1954, ore 22,55 (perv. ore 7,40 del 23).

Il progetto di Mendès-France pur essendo accettato come base di discussione è considerato qui come insufficiente ed incompleto. Blankenhorn si è soffermato stamani con me specialmente sul fatto che Mendès-France non ha fatto parola nemmeno nel suo discorso di Strasburgo né della ammissione della Germania al NATO né della concessione della sovranità. Per questo ultimo punto si teme che egli voglia subordinarla ad una soluzione del problema della Saar, cosa giudicata qui inaccettabile e suscettibile da sola di portare la conferenza di Londra ad un’impasse.

Circa ammissione della Germania nel NATO si ritiene che le concezioni di Eden e Mendès-France differiscono profondamente in quanto quest’ultimo a differenza del primo pone tutto il peso dei controlli e restrizioni nell’ambito del Patto di Bruxelles e non lascia prevedere come sarebbe nel pensiero di Eden che la conferenza di Londra debba terminare con la raccomandazione alla NATO di associare la Germania al pipresto.

Lo studio del progetto di Mendès-France è stato ultimato appena stamani e non è stato ancora deciso se verrà inviato a tutti i paesi interessati un memorandum illustrante il punto di vista tedesco e le osservazioni al memorandum francese. È presumibile tuttavia, se esso verrà redatto, che le sue linee corrisponderanno ai punti da me già segnalati con telespresso 2009 del 17 corrente.

Il progetto di Mendès-France mi è in altri termini apparso considerato dai tedeschi come un sistema elaborato di controllo che pualla prima lettura dare l’impressione di non contenere discriminazioni ma che di fatto pone la Germania in condizioni diverse dagli altri Paesi.

Ha fatto impressione qui la conversazione avuta ieri a Bruxelles tra l’Ambasciatore di Francia e il Segretario Generale Scheyven, di cui si è avuta a Bonn notizia, nella quale il primo ha dichiarato che Mendès-France non si sarebbe sentito di raccomandare al Parlamento francese l’ammissione della Germania nel NATO a meno che l’organizzazione del Patto di Bruxelles presenti la consistenza politica e militare voluta. Si pensa così ad un atteggiamento rigido di Mendès-France e ci si domanda se questi non si accinga a fare a Londra lo stesso gioco fatto a Bruxelles presentando cioè una proposta che egli già sa inaccettabile.

Adenauer è d’accordo e con l’appoggio degli americani si ripromette pure di sostenere a Londra la necessità di riprendere il principio della integrazione europea fra i sei della CED proponendo di darvi inizio con un pool degli armamenti. Eden d’altra parte, fermo restando il principio dell’assistenza automatica dell’Inghilterra, avrebbe già dichiarato di nulla avere in contrario a vedere i sei Paesi avviarsi per conto loro su questa strada.

Blankhenhorn mi ha anche detto che il progetto di Mendès-France è stato accolto a Washington con senso di viva preoccupazione. Secondo una conversazione avuta da Bedell Smith con l’Ambasciatore di Germania e confidenzialmente riferitami le perplessità su Mendès-France permarrebbero e si teme che lo scopo essenziale di questi sarebbe di rinviare l’ammissione della Germania nel NATO. Si teme anzi colà che proprio su questo punto la conferenza di Londra possa fallire ma, ha aggiunto Bedell Smith e riferisco testualmente la frase, in caso di atteggiamento negativo francese «non arriveremo a Londra impreparati». Si prevede infatti a Washington che un intervento di Mosca sia da attendersi subito dopo la conferenza di Londra inserendosi cioè tra questa e la riunione del Consiglio Atlantico.

L’atmosfera di Bonn non mi è apparsa stamane certo serena. Il colloquio svoltosi ieri fra Adenauer e Ollenhauer mi è stato descritto da Blankhenhorn come burrascoso avendo quest’ultimo chiesto decisamente al Cancelliere Federale di farsi promotore di una conferenza a quattro. Si giunge a sospettare perfino che possano esistere collegamenti che partendo da Ginevra si allarghino non solo a Parigi, ma anche qui nel partito social-democratico diretti contro la persona di Adenauer per costringerlo ad abbandonare il Governo. Puesservi in tutto cifantasia od esagerazione ma quel che è certo è che tale stato d’animo cui probabilmente, anzi certamente, gli americani sono partecipi, non faciliteranno la distensione delle prossime conversazioni di Londra e non sembrano giustificare quel cauto ottimismo che nonostante tutto appare diffuso in questi ambienti diplomatici e nelle stesse alte Commissioni inglese e francese.

DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91.

98

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, ALL’AMBASCIATORE DEL REGNO UNITO A ROMA, CLARKE(1)

L. 4/470. Roma, 22 settembre 1954.

Signor Ambasciatore,

ho l’onore di accusare ricevuta della comunicazione di V.E. in data 20 settembre n. 10716/159/542, con cui ella mi ha trasmesso l’invito del Governo di S.M. Britannica a prendere parte ad una riunione da tenersi a Londra il 28 corrente con la partecipazione dei Ministri degli Esteri del Belgio, del Canada, della Francia, del Lussemburgo, dei Paesi Bassi, del Regno Unito, della Repubblica Federale Tedesca e degli Stati Uniti d’America.

Il Governo italiano concorda sull’opportunità della riunione proposta che ha lo scopo di proseguire l’esame dei problemi dell’associazione della Germania all’Occidente e del contributo tedesco alla difesa occidentale. Esso condivide inoltre il punto di vista del Governo britannico sul carattere preparatorio della predetta Conferenza rispetto alla riunione ministeriale del Consiglio del NATO, che è stata proposta per la metà del prossimo mese di ottobre.

A nome del Governo italiano ho pertanto l’onore di accettare l’invito del Governo di S.M. britannica a partecipare alla Conferenza di Londra, che avrà inizio il mattino del 28 corrente.

Le sargrato se ella vorrà rendersi interprete presso il Segretario di Stato per gli Affari Esteri Signor Eden della mia personale soddisfazione di incontrarmi prossimamente con lui.

Mi è gradita l’occasione, signor Ambasciatore, per trasmettere a V.E. i sensi della mia pialta considerazione.

[Gaetano Martino]

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 1-14 settembre 1954. 2 Vedi D. 90.

99

IL CAPO DELLA SEGRETERIA DELLA DIREZIONE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI ORLANDI CONTUCCI(1)

Appunto. Roma, 22 settembre 1954.

OSSERVAZIONI SUL PIANO EDEN E SUL MEMORANDUM DI MENDÈS-FRANCE

La proposta di Eden di servirsi del Patto di Bruxelles, debitamente trasformato, per riempire il vuoto creatosi con la caduta della CED, ha suscitato vari interrogativi: ci si è domandati, fra l’altro, perché fra le varie soluzioni di ricambio possibili, la Gran Bretagna abbia scelto proprio questa. Le risposte date da piparti a tale interrogativo si fondano principalmente sulla considerazione che tale soluzione sarebbe la piadatta tanto ad appagare le esigenze tedesche quanto ad acquistare le apprensioni francesi.

Vi è tuttavia un altro elemento che non è stato sufficientemente rilevato: il Patto di Bruxelles, che seguì a breve distanza quello firmato a Durkerque fra Gran Bretagna e Francia, è uno strumento di marca inglese, da cui ha avuto origine un vero e proprio «sistema», la Western Union, che vive ed opera nell’orbita britannica. Il Segretariato Permanente risiede a Londra ed il Consiglio Consultivo è costituito dagli Ambasciatori dei Paesi firmatari, accreditati nella Capitale britannica. Chiunque abbia lavorato negli ultimi anni in organi internazionali (per es. la NATO), ha avuto modo di constatare quotidianamente – sopratutto nei Comitati – quanto questi legami siano stretti e quanto la leadership britannica si faccia sentire sui membri del Trattato di Bruxelles.

Proponendo un allargamento o un potenziamento della Western Union, la Gran Bretagna viene dunque a sostituire un congegno «proprio», al sistema CED, plasmato sotto l’impulso delle forze europeiste continentali ed anche sotto il «coaching» americano. È bene tenerlo presente.

È ancora difficile dire fino a che punto l’adesione data da Mendès-France al Piano di Eden sia sincera e se – e in quale parte – il Governo francese intenda o possa realmente accettarlo. A quanto riferisce l’Ambasciatore Quaroni2, il Parlamento francese non sarebbe disposto ad accettare alcuna soluzione che contemplasse il riarmo tedesco immediato, prima di avere avuto una nuova conferma della impossibilità di una distensione con la Russia.

Comunque, a parte ogni altra considerazione sulla opportunità per la Francia di non rigettare le proposte di Eden nell’attuale momento, non vi è dubbio che un aspetto di tali proposte deve avere colpito Mendès-France: la prospettiva, cioè, che alla CED, nel cui meccanismo anche preparatorio gli Stati Uniti erano riusciti ad assicurarsi una certa ingerenza, venga sostituito uno strumento britannico al quale gli Stati Uniti, ormai palesemente favorevoli al riarmo integrale tedesco, sarebbero estranei.

Una simile possibilità è stata subito affermata da Mendès-France che, rielaborando la proposta britannica, è giunto – nel suo noto Memorandum(3) e nel discorso di Strasburgo – a proporre un meccanismo in forza del quale i limiti del riarmo tedesco ed il controllo su tale riarmo diverrebbero un fatto interno europeo, sul quale gli Stati Uniti avrebbero ben poco da dire. (Ciche del resto corrisponde anche al suo dichiarato proposito di fare dell’Europa un elemento di equilibrio tra Oriente e Occidente). Tutto cicomporterebbe un radicale cambiamento del sistema attualmente in atto, non solo per quanto riguarda la fissazione degli obbiettivi di forze assegnati ad ogni Paese, ma anche per i controlli che attualmente vengono esercitati in seno all’Alleanza affinché gli obbiettivi siano raggiunti: controlli che sono poi direttamente connessi con l’erogazione degli aiuti americani.

In base al sistema attuale, premesso che il divario fra il mondo occidentale e il blocco sovietico (in termini di divisioni: 140 unità!) è tale da rendere necessario il massimo sforzo da parte di ogni Paese del NATO ogni stato membro è tenuto ad allestire il maggior contingente di forze consentito dalla sua condizione economica: ed è appunto sulla capacità di compiere tale massimo sforzo che verte la Revisione annuale, costituita da un vero e proprio contraddittorio fra ogni Paese esaminato ed i Paesi esaminatori, affiancati dai Rappresentanti americani dei MAAG nel Paese esaminato e della MSA.

Secondo il progetto di Mendès-France, ai termini del quale il livello minimo delle forze stabilito in sede NATO diverrebbe livello massimo entro la Western Union, tutta la concezione dell’allestimento della difesa occidentale sulla base del massimo sforzo possibile viene sovvertito, così come il sistema dei controlli e la distribuzione degli aiuti americani non avrebbero pimodo di concretarsi.

A questo punto viene quindi fatto di domandarsi se puoggi il mondo occidentale fare a meno di chiedere ad ogni membro dell’Alleanza di fare, nell’interesse collettivo, il massimo sforzo di riarmo. Che cosa è intervenuto di positivo negli ultimi mesi che permetterebbe di considerare diminuito il rischio di aggressione da parte sovietica? Fra il pericolo di nuove aggressioni sovietiche e quello di nuove aggressioni germaniche è lecito ritenere oggi meno grave o meno attuale la minaccia sovietica? A questi interrogativi la Francia – e non solo la Francia – dà ora una risposta diversa da quella di altri Paesi del NATO. Comunque il fatto stesso che interrogativi del genere possano oggi essere posti, mostra quale sia stata l’evoluzione avvenuta, nel giro degli ultimi mesi, in Europa e come *s’impongano*4 un confronto dei rispettivi punti di vista, una chiarificazione delle idee e una revisione della «dottrina» ufficiale della NATO, finora basata su una gerarchia di rischi, all’apice della quale era il pericolo dell’aggressione sovietica.

Per quanto riguarda la posizione dell’Italia nei confronti delle proposte francesi, l’Ambasciatore Quaroni ha suggerito di continuare nell’atteggiamento moderato e comprensivo, tenuto durante la visita di Eden a Roma e di non unirsi alle critiche e a quanto verrà certamente fatto da altri per *respingere* le proposte stesse, dato che cipotrebbe portare, con la caduta del progetto francese, quella di Mendès-France e conseguentemente una grave crisi politica francese e forse dell’Alleanza.

Indipendentemente da tali considerazioni, occorre tuttavia tener presente che il Memorandum Mendès-France contiene punti pericolosi per noi e difficilmente accettabili:

1) L’Italia non ha alcun interesse ad una soluzione che allontani dall’Europa gli Stati Uniti o che riduca la loro diretta partecipazione alla nostra organizzazione difensiva. Come l’Inghilterra non lo permetterà, così neppure noi possiamo prestarci a manovre che portino l’Europa a posizioni terzaforziste e che spingano l’America all’«agonizing reappraisal» minacciato lo scorso anno da Dulles e all’attuazione del piano per una difesa periferica.

Mendès-France, mentre avrebbe assicurato Eden di accettare che le «salvaguardie» relative al riarmo tedesco vengano esercitate in sede NATO, ha invece sostenuto a Strasburgo che tali controlli dovrebbero aver luogo in seno agli organi del Trattato di Bruxelles. Non possiamo comunque accettare di deferire al Trattato di Bruxelles, ove gli Stati Uniti sono assenti e dove saremmo esposti al continuo ricatto francese, i controlli sull’armamento europeo: a meno che non si trovasse il modo di associare gli Stati Uniti al Patto di Bruxelles (sancendo – ad esempio – il diritto di parteciparvi per tutti i Paesi che hanno forze dislocate nei Paesi del Patto).

2) Prescindendo dalla questione delle zone strategicamente esposte, già prevista dalla CED, la suddivisione dell’Europa in zone sottoposte a servitmilitari di ordine decrescente dall’est all’ovest colpirebbe l’Italia nella stessa misura della Germania. La questione punon avere una portata pratica immediata, in quanto l’Italia non sembra attualmente in grado di allestire forze superiori a quelle assegnatele dallo specchio allegato al Trattato di Parigi, ma ha una notevole importanza politica e psicologica, perché annulla praticamente tutto il lavoro faticosamente compiuto dall’Italia in questo dopoguerra sulla via dell’emancipazione dalle clausole del Trattato di Pace, che limitavano il suo armamento. A distanza di dieci anni dalla fine del conflitto essa verrebbe a trovarsi nuovamente assimilato [sic] alla Germania.

3) L’obbligo di ottenere l’autorizzazione del Consiglio della Western Union per l’esportazione delle armi, si trasformerebbe in un privilegio economico o in una forma di pressione anche politica a favore dei Paesi che hanno interessi imperiali (e che quindi non avrebbero limitazioni di armamento) e a danno di Paesi minori; in particolare a danno dell’Italia, per la quale l’esportazione di armi costituisce un notevole cespite d’introiti.

4) La necessità dell’autorizzazione del Consiglio alla creazione di nuove industrie belliche, cristallizza le posizioni attualmente esistenti nei vari Paesi. Occorrerebbe far studiare dagli organi economici se, o con quali limitazioni, tale concetto possa essere accolto.

1 Gabinetto, 1953-1961, b. 23, fasc. 1. 2 Vedi D. 86. 3 Vedi D. 82. 4 Le aggiunte e correzioni manoscritte sono segnalate da asterischi.

100

L’AMBASCIATORE A BRUXELLES, GRAZZI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. urgentissimo 12080/180-181. Bruxelles, 23 settembre 1954, ore 11,25 (perv. ore 14,30).

Il piano esposto da Mendès è considerato da Spaak come una base di possibili discussioni, dato che il Presidente francese ha finito per ammettere che la Germania entri nel NATO. Spaak prevede tuttavia le seguenti difficoltà:

- - - -

Spaak si è non solo dichiarato d’accordo, ma ha pregato sottoporre a V.E. le seguenti idee:

- - -

Questo potrebbe costituire un progresso verso una pifattiva cooperazione inglese. Il Ministro prega V.E. fargli conoscere le sue idee in proposito(2).

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91. 2 Per la risposta vedi D. 106.

101

L’AMBASCIATORE A BONN, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d 12112/142-143. Bad Godesberg, 23 settembre 1954, ore 20,45 (perv. ore 8 del 24).

Rispondendo al telegramma di V.E. n. 8991/c.2 riassumo qui di seguito il mio pensiero sulla situazione italiana nella presente contingenza internazionale alla luce degli ultimi sviluppi e delle ultime informazioni.

1) L’allargamento del Patto di Bruxelles appare concepito come una pura alleanza militare. L’Italia non ha percialcun interesse diretto alla nuova organizzazione difensiva avendo già la sua piena copertura nella NATO (si veda il mio rapporto n. 1967 del 9 corrente)3.

2) La nostra adesione all’iniziativa britannica è quindi dovuta, come è stato ampiamente illustrato a Roma ad Eden, da un lato al preminente interesse italiano a collaborare agli sforzi per associare la Germania alla difesa a parità di condizioni e dall’altro all’intento di mantenere vivi i germi del movimento europeo in previsione di futuri sviluppi.

Potrebbe essere questa una nostra pregiudiziale all’adesione.

3) Il piano francese che è stato da noi come dagli altri accettato come base della discussione sembra comportare gravi svantaggi per l’Italia. Infatti, dato ormai per concesso che restano svincolate dal patto le forze armate, e pare ora anche le industrie belliche, destinate a giudizio di ciascun paese ai servizi oltremare, tutto il sistema di restrizioni e di controlli finirebbe praticamente per applicarsi, se non contiamo il Lussemburgo, oltre che alla Germania soltanto a noi e cidopo otto anni dal Trattato di Pace.

4) Non vedo quale interesse potrebbe avere l’Italia ad un allargamento del Patto alla Danimarca e alla Norvegia. Se il Patto è concepito infatti solo come una pura associazione di difesa si arriverebbe sempre di piad un doppione ridotto del Patto Atlantico con la sola grande differenza dell’assenza dell’America, cosa che non mi pare nell’interesse italiano: se concepito invece come punto di partenza di una Europa integrata politicamente, il fatto di diluire in partenza il nucleo di sei, ne rende pidifficile una concreta attuazione e se poi vi si arrivasse ugualmente, significherebbe per noi l’aggiunta nei futuri organi direttivi di due voti non certo a nostra disposizione.

5) Mi rendo perfettamente conto che in questo momento l’Italia non puné deve sollevare obiezioni che potrebbero ulteriormente complicare le difficoltà che nel contrasto franco-tedesco la Conferenza di Londra inevitabilmente incontrerà.

Pernessuno potrebbe rimproverarci non favorire affatto od opporsi ad eccessive limitazioni e controlli che ricadessero anche su di noi. Resta da vedere, ripeto, se il Patto di Bruxelles per sua natura ed i suoi partecipanti non si presti a costituire un embrione per sviluppi politici; nel caso perdi una alternativa tra il Patto di Bruxelles e la NATO sembra a me che convenga mantenere l’atteggiamento assunto in linea di massima rimanendo dalla parte del sistema che assicura a tutti i membri una piena parità di diritti e cioè dalla parte della NATO.

Non avremo nemmeno in ciforse la necessità di prendere una posizione di punta. Vi penseranno verosimilmente gli americani ancora piche i tedeschi. E mi sembra che un nostro atteggiamento su queste basi ci manterrebbe anche per l’avvenire la solidarietà degli Stati Uniti.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91. 2 Vedi D. 94. 3 Vedi D. 44.

102

COLLOQUIO DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, CON L’AMBASCIATORE DEL REGNO UNITO A ROMA, CLARKE (Roma, 23 settembre 1954)1

Appunto segreto(2).

Dopo lo scambio di complimenti d’uso, l’Ambasciatore britannico espone al Ministro quanto gli risulta circa l’imminente Conferenza di Londra. Le accettazioni all’invito per la Conferenza sono ormai tutte giunte o comunque assicurate. Quanto al memorandum francese, esso ha determinato reazioni piuttosto sfavorevoli a Bonn, perché non contiene menzione alcuna della immissione della Germania nel NATO. Dato ci l’Alto Commissario britannico a Bonn, Hoyer Millar, ha ritenuto opportuno di far presente al Cancelliere tedesco, dopo essersi consultato con il proprio Governo, che Mendès-France aveva dato assicurazioni agli inglesi di essere favorevole all’ammissione della Germania al NATO. Da parte olandese si è disposti a considerare il memorandum francese come base di negoziazione per la Conferenza. Così anche da parte belga.

Spaak ha avuto anch’egli assicurazioni da Mendès-France circa le buone disposizioni di quest’ultimo per l’ammissione della Germania al NATO; a Spaak perrisulta che il Premier francese vorrebbe che la maggior parte possibile delle salvaguardie fosse contenuta nel Trattato di Bruxelles modificato. Su tale punto l’Ambasciatore esprime l’avviso che vi sia una certa latitudine di negoziazione.

Alla richiesta di Clarke sulle sue impressioni sulla Conferenza, il Ministro risponde che anche noi consideriamo che il memorandum francese possa costituire una base di discussione. Per parte nostra collaboreremo con gli inglesi perché la Conferenza abbia il successo da tutti auspicato.

Egli non nasconde tuttavia che noi prevediamo si andrà incontro a non poche difficoltà; difficoltà anzitutto sulla partecipazione della Germania al NATO; altre difficoltà circa il trasferimento di funzioni militari dal NATO al nuovo Patto di Bruxelles, trasferimento al quale gli americani saranno probabilmente contrari; difficoltà infine in materia di discriminazioni. È vero che il memorandum francese non prevede formalmente discriminazioni a danno di un particolare Paese in materia di controlli e di limitazioni, giacché si parla soltanto di zone esposte; ma è chiaro che con cisi intende designare la Germania e, noi temiamo un poco, forse anche l’Italia.

L’Ambasciatore risponde subito che, a suo avviso, Mendès-France doveva avere di mira soltanto la Germania quando escogitla formula delle zone esposte. Domanda al Ministro perché noi pensiamo che la cosa possa riferirsi anche a noi.

Il Ministro chiarisce che il dubbio nasce appunto da quali Paesi si intenda di voler considerare come esposti. Comunque, anche se la questione dovesse riguardare soltanto la Germania, potrà questa accettare le limitazioni e controlli richiesti? Conclude auspicando che tutto possa mettersi per il meglio.

Clarke ricorda, in proposito, che nelle conversazioni avute con Eden prima della di lui venuta a Roma, il Cancelliere Adenauer indical Segretario di Stato britannico di esser pronto a fare certe dichiarazioni unilaterali (da non includersi nel trattato) di carattere tale da rassicurare i francesi.

Il Ministro si domanda se i francesi riterranno sufficienti delle dichiarazioni unilaterali dei tedeschi. Anche l’Ambasciatore Clarke appare dubbioso a tale riguardo.

S.E. Martino, dopo essersi dichiarato lieto che la Conferenza di Londra gli fornisca l’occasione di prendere contatto con Eden e con il Foreign Office, conclude sottolineando la necessità che alla conferenza si raggiunga una soddisfacente soluzione; oltre alle sue disastrose ripercussioni in campo internazionale, un fallimento della Conferenza di Londra avrebbe anche serie e gravi conseguenze sulla situazione politica interna in Italia.

Alla domanda del Ministro se il criterio della contemporaneità dell’ammissione della Germania al NATO e del nuovo accordo di Bruxelles possa considerarsi acquisito, l’Ambasciatore Clarke risponde che gli inglesi credono di sì. Riconosce perche cinon emerge né dal testo del memorandum francese né dal discorso pronunziato da Mendès-France a Strasburgo. Comunque, aggiunge Clarke, è proprio considerando che tale criterio fosse acquisito che noi abbiamo indetta definitivamente la Conferenza. Secondo l’Ambasciatore, Beyen ritiene che un certo numero di salvaguardie potrebbero esser incluse nel nuovo accordo di Bruxelles, mentre da parte inglese si guardava a quest’ultimo picome l’aspetto politico di un’organizzazione di cui il NATO rappresenti l’aspetto militare e SHAPE l’organo cui viene affidata l’esecuzione.

L’Ambasciatore ed il Ministro convengono che, pio meno dovunque, sussistono incertezze ed apprensioni sull’atteggiamento di Mendès-France. Clarke tuttavia soggiunge che, secondo gli inglesi, «questa volta egli è davvero intenzionato di assumere la sua piena responsabilità nei riguardi di quanto potrà essere concordato a Londra».

Indubbiamente il Premier francese deve far fronte, in Parlamento, a serie difficoltà. È vero d’altronde che esse sono in buona parte il frutto di una sua colpa, giacché egli non ha spiegato chiaramente in Parlamento – come avrebbe dovuto – che il fallimento della CED non rappresentava affatto l’accantonamento del riarmo tedesco, bensì anzi apriva tale problema in forma anche piacuta eliminando le garanzie insite nello stesso trattato istitutivo della Comunità di Difesa. Va inoltre tenuto presente che oggi Mendès-France trova schierata contro di sé la maggioranza dei parlamentari francesi cedisti, e particolarmente di quelli dell’MRP i quali forse immaginano di potere – rovesciando il Governo attuale – ridar vita in un qualche modo alla CED. Cosa questa, precisa Clarke, che da parte britannica si considera praticamente ormai irrealizzabile («it is no longer a practical proposition»).

Il Ministro, concordando con le osservazioni dell’Ambasciatore sull’atteggiamento del Parlamento francese, rileva che di tali difficoltà occorre tener tutto il debito conto durante i negoziati londinesi.

Clarke annuncia che il Segretario di Stato americano giungerà a Londra la sera di sabato 25 corrente. Ha già informato il Segretario Generale sui colloqui avuti da Eden con Dulles in occasione della visita effettuata da quest’ultimo a Londra.

Alla domanda dell’Ambasciatore se abbiamo altre particolari indicazioni sull’atteggiamento degli Stati Uniti nei riguardi della Conferenza, il Ministro risponde negativamente: non vi è dubbio perche il memorandum francese lascia dubbiosi gli americani.

Clarke concorda e sottolinea come il Governo americano sia quanto mai preoccupato delle reazioni del Congresso, dove si erano nutrite molte illusioni sulla CED.

Il Ministro si dichiara d’accordo ed esprime l’avviso che appunto per questo sia difficile che gli americani accettino che si trasferiscano gli aspetti militari al nuovo accordo di Bruxelles.

Alla richiesta dell’Ambasciatore su quali siano i nostri intendimenti per quanto riguarda la questione di Trieste in seguito alle proposte alternative presentateci da Murphy, S.E. Martino risponde che una delle due soluzioni siamo disposti ad accettarla. Ma riteniamo indispensabile di effettuare ancora un tentativo per conseguire un miglioramento. Infatti, mentre da un lato consideriamo *non facilmente accettabile*3 la alternativa che porta gli jugoslavi troppo vicini a Trieste nella zona costiera (è un miglioramento di soli 200 metri rispetto alle precedenti richieste jugoslave), l’altra alternativa presenta il grave inconveniente di non darci nemmeno un compenso territoriale simbolico in Zona B contro le cessioni territoriali in Zona A a cui dovremo sottostare a beneficio degli jugoslavi. A tale riguardo non bisogna dimenticare che il Ministro Piccioni aveva assicurato il Senato che il Governo non avrebbe mai accettato una soluzione che fosse meno favorevole di quella contemplata nella decisione dell’8 ottobre 19534. All’osservazione, avanzata a questo punto da Clarke che Piccioni non aveva specificato di riferirsi all’aspetto territoriale della questione, il Ministro replica che effettivamente nel previsto accordo vi è anche il regolamento del trattamento delle minoranze, ecc. ma che la questione territoriale rimane in tutta la sua evidenza. Abbiamo pertanto impartito istruzioni all’Ambasciatore Brosio di incontrarsi con Velebit e di fare il possibile per ottenere un qualche emendamento a nostro favore rispetto alle proposte recateci da Murphy; naturalmente perBrosio non dovrà porre alternative di rottura. Ma è bene sottolineare agli jugoslavi che vale la pena essi facciano un piccolo sforzo per venirci incontro, affinché l’accordo possa essere concluso – anche di fronte alla nostra opinione pubblica – su una nota di cordialità anziché sotto l’impressione che dobbiamo sottostare a tutte le pretese di Tito.

Alla domanda dell’Ambasciatore se Brosio avrebbe informato di questo suo passo Harrison e Thompson, il Ministro risponde affermativamente.

Clarke se ne compiace anche perché così si pustare sicuri che non sorgano equivoci all’ultimo momento. Egli sottolinea come la conclusione dell’accordo per Trieste darà molto maggior respiro e libertà all’Italia ed al Governo e – «last but not least» – contribuirà certamente ad un miglioramento delle relazioni italo-britanniche.

Il Ministro concorda con l’avviso espresso dall’Ambasciatore e ringrazia Clarke per i sentimenti amichevoli dimostrati verso di noi nell’assolvimento della sua missione.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91.

2 Trasmesso con Appunto segreto 1/3003, pari data, a Zoppi, Del Balzo e Magistrati.

3 Tra asterischi aggiunta manoscritta.

4 Il riferimento è alla Dichiarazione anglo-americana su Trieste dell’8 ottobre 1953, proposta bilaterale, con cui si annunciava l’intenzione di ritirare le truppe anglo-americane dalla Zona A e di trasferire quest’ultima all’amministrazione italiana. Vedi al riguardo DPII, serie A, Il fallimento della CED e della CPE cit., D. 56, nota 3.

103

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, ZOPPI, ALL’AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI(1)

L. segreta 21/2375. Roma, 23 settembre 1954.

Caro Ambasciatore,

ho tenuto ad attirare l’attenzione di S.E. il Ministro Martino su quanto hai riferito con il rapporto 13434 dell’11 corrente(2) in merito alla questione della ratifica italiana della CED.

Il Ministro, mentre condivide gli argomenti da te utilizzati nelle conversazioni con codeste autorità circa l’impossibilità di una prosecuzione del processo di ratifica come tale del Trattato CED, conviene sulla necessità di una qualche iniziativa parlamentare che possa costituire quel surrogato politico-psicologico del mancato completamento del processo di ratifica.

Egli mi ha, pertanto, pregato di farti conoscere che nel corso del prossimo dibattito al Parlamento sul bilancio del Ministero degli Affari Esteri, che dovrà concludersi entro la prima quindicina di ottobre, il Governo non mancherà di promuovere l’iniziativa di una mozione o di un ordine del giorno che sia atta a soddisfare all’esigenza politica sopraccennata(3).

Credimi, caro Ambasciatore, con viva cordialità

[Vittorio Zoppi]

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 23, fasc. 85. 2 Vedi D. 57. 3 Per la risposta vedi D. 133.

104

L’AMBASCIATORE A BRUXELLES, GRAZZI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

R. 3914/1909. Bruxelles, 23 settembre 1954.

Signor Ministro,

ho trovato Spaak, al suo ritorno da Strasburgo, particolarmente depresso. Egli mi ha detto di considerare il piano francese «senza nessun entusiasmo se pure senza allarmismo», e mi ha indicato quelle che, a suo avviso, potrebbero essere le principali obiezioni da parte dei vari Paesi, e che ho riassunto con il mio telegramma n. 180-181 odierno(2). Tuttavia, Spaak non ha accennato alla obiezione principale fra tutte, e cioè che se il piano costituisce, come egli ha anche pubblicamente ripetuto, una base di discussione, cisuppone che una discussione abbia luogo e quindi che delle modifiche e degli alleggerimenti possano venirvi apportati: il che, invece, renderebbe ancora piproblematica l’accettazione da parte del Parlamento francese. Pertanto, alla Conferenza di Londra, si rischia di trovarsi ad un duplicato di quella di Bruxelles ossia ad una posizione ultimativa francese la quale presenti possibilità di accomodamento e di intesa piche scarse.

Ma il vero motivo della depressione di Spaak risiede nella sconfitta o meglio nella nessuna possibilità che l’europeismo ha ormai di affermarsi. Depressione, non soltanto perché il Ministro ha giuocato sulla carta dell’europeismo la propria posizione politica di uomo europeo, ma perché egli, come ormai la maggior parte degli uomini responsabili belgi, ha compreso che sono proprio i Paesi pipiccoli analogamente a quelli pideboli che dall’idea confederativa (non parliamo di quella federativa) avevano o avrebbero tutto da guadagnare.

In oltre due anni di mia permanenza qui, il cambiamento dell’opinione belga a tale riguardo è sintomatico. Due anni or sono scrivevo che nel carrozzone europeista il Belgio avrebbe esercitato pila parte del freno che quella del motore, ma che il carrozzone sarebbe andato avanti lo stesso. Oggi scriverei che il Belgio è invece disposto a trasformarsi in motore. Di fatti, qui si è poco a poco compreso che l’uguaglianza di fatto, oltre che quella di diritto con i Paesi pigrandi è assicurata ai piccoli soltanto se la loro voce, in un consesso di Ministri, ha lo stesso valore di quella dei Rappresentanti delle potenze pigrandi (si ricordi la posizione a Ginevra di un Beneš e di un Titulescu) così come in un qualsiasi Parlamento, e quindi anche in quello europeo, i Rappresentanti di minoranza ottengono da un Governo, assai pise appartengono all’opposizione pio meno potenziale invece che se fanno parte della maggioranza.

Oggi, Spaak vede tali possibilità tramontate. Ecco perché egli avrebbe preferito una quasi-CED a qualsiasi altra soluzione che dovesse sostituire la Comunità di Difesa: ed in fondo egli rimpiange, anche se non me lo ha detto, le primitive idee di Mendès-France, allorché scartando l’entrata della Germania al NATO, il Capo del Governo francese pensava in un primo momento di riportare tutto sull’organismo che avrebbe potuto nascere dal ricostituito Patto di Bruxelles, quasi come una NATO piccola da inserire nella NATO grande.

Se una simile soluzione avesse potuto venire raggiunta, non v’è dubbio (almeno così pare) che essa sarebbe stata preferibile. La Gran Bretagna avrebbe davvero messo le dita nell’ingranaggio, e con il temperamento empirico che le è proprio avrebbe col tempo finito con associarsi sempre piefficacemente alla fortuna od alle sfortune della vecchia Europa.

Malauguratamente, le idee di Mendès-France sono state palesate per ultime al Sig. Eden. Se egli avesse avuto l’accortezza di farle conoscere in anticipo ai partners europei, forse questi avrebbero potuto caldeggiarle presso Eden in luogo di dichiararsi d’accordo subito sul progetto inglese. Almeno un tale atteggiamento sarebbe stato adottato, ne sono certo, dal Benelux, credo dalla Germania, e spero dall’Italia.

Oggi, tutto cinon è pipossibile: ed occorrerà contentarsi – se le cose andranno bene a Londra – che il Trattato di Bruxelles ritorni, o meglio divenga, un organismo diretto a valorizzare quello che rimarrà in piedi della collaborazione europea.

Lasciamo da parte se ed in quanto esso potrà occuparsi dei controlli militari, cioè se ed in quanto, in altre parole il nuovo Trattato di Bruxelles, ammesso che ad un nuovo Trattato si arrivi, avrà funzioni ed importanza militari. Ma ricordiamo che il vecchio Trattato aveva un contenuto o piuttosto una etichetta cooperazionista fra i Paesi firmatari: v’era un lato economico, un altro giuridico e sociale, un altro culturale. Tale contenuto cooperazionista verrebbe esteso, è ovvio, anche ai futuri partners: e sta quindi proprio a loro, e quindi anche a noi, a vegliare perché tale contenuto possa, invece che venir passato agli atti, divenire col tempo, come non è mai accaduto al Trattato originario, una realtà.

Certo vi sono realtà e realtà. Ma non è detto che, visto che di notte non si puavere la luce del sole, si debba rinunciare per partito preso a quella della luna se non addirittura a quella della candela.

In mancanza di federazione – ho spesso scritto – meglio una Confederazione: e durante la Conferenza di Bruxelles mi sono addirittura permesso di sostenere, urtando qualche delegato, esser meglio quasi una CED che uno zero CED. Oggi di fronte al crollare, per colpa britannica, di tante illusioni, riterrei che meglio sia il Patto di Bruxelles che nulla. C’è un proverbio toscano il quale dice che in tempo di carestia si mangia il pan di vecce.

Ora, a fabbricare un tale pane, in quest’epoca di carestia nerissima, il Belgio, e personalmente Spaak, saranno sempre disposti ad aiutare: ed è per segnalare ci alla vigilia della Conferenza di Londra, che ho inviato il presente rapporto.

Voglia gradire signor Ministro gli atti del mio ossequio.

Grazzi

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 15-30 settembre 1954. 2 Vedi D. 100.

105

L’AMBASCIATORE AD OTTAWA, BALDONI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato urgente 2930/8342. Ottawa, 23 settembre 1954.

Oggetto: Riarmo tedesco.

Riferimento: Mio telespresso n. 48/751 del 7 settembre e comunicazioni successive.

1. Ho già segnalato a V.E. le impressioni sostanzialmente ottimistiche di cui mi ha fatto parte questo Sottosegretario per gli Affari Esteri circa la possibilità che, attraverso la Conferenza di Londra prima ed il Consiglio Ministeriale della NATO poi, sia raggiunta una intesa operante nella questione del riarmo tedesco, anche qui considerata vitale. Ho riferito pure come tali impressioni apparissero soprattutto incoraggiate dalle pirecenti notizie qui giunte da Washington.

Ove si tenga presente – mi ha detto oggi Léger – la profonda delusione dell’opinione pubblica americana per il siluramento della CED, l’acuta diffidenza che le è seguita e l’accresciuta pressione che ne deriva per una revisione radicale della posizione degli Stati Uniti nei riguardi non solo della Francia, ma anche dell’Europa, bisogna riconoscere che l’atteggiamento osservato oggi dall’amministrazione repubblicana è, tutto considerato, saggio ed ammirevole per coraggio e determinazione.

C’erano state, è vero, le note mosse un po’ brusche di Dulles e di altri. Ma non era detto che, nel richiamare i francesi «e non soltanto essi» ad una valutazione piesatta degli umori del Congresso e del paese, anche costoro non avessero fatto sostanzialmente opera costruttiva di chiarificazione.

Evidentemente le idee che Pearson si accinge ad esporre doman l’altro a Eden hanno trovato adesso apprezzabile rispondenza in Dulles: ed è attenuata la piviva preoccupazione dei canadesi, che è quella che gli americani possano orientarsi davvero verso un abbandono della cosiddetta strategia avanzata e cioè, praticamente, verso un indebolimento della NATO, che è oggi – per tutte le ragioni note – il principale pilastro della politica estera di questo Paese.

2. Il Vice Sottosegretario, che ho visto successivamente, ha tenuto a rilevare con compiacimento come, alla vigilia della Conferenza a nove, la posizione italiana – che ho illustrata anche a lui – fosse tanto vicina a quella canadese: forse – mi ha detto – la pivicina di tutte.

Anche altri ed in particolare gli olandesi – ha aggiunto Chapdelaine – condividevano le nostre comuni direttive fondamentali: ma questi ultimi continuavano pure a porre, a parer suo, un esagerato o quanto meno intempestivo accento sugli aspetti economici dell’unità europea.

I canadesi pensavano come noi che dovesse essere accuratamente evitato ora tutto quello che poteva pregiudicare questi ed altri sviluppi unitari. Ma ritenevano anche che non fosse né conveniente, né possibile, affrontare tutte le questioni in una volta sola.

Nella grave ora attuale – egli ha concluso – questo Governo riteneva evidente che convenisse dare la precedenza ai problemi piurgenti.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91. 2 Sottoscrizione autografa.

106

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, ALL’AMBASCIATA A BRUXELLES(1)

T. s.n.d. 9062/117. Roma, 24 settembre 1954, ore 22,30.

Suo 1802.

Nostro punto di vista risulta da telegramma di questo Ministero n. 8991/c.3 e da telespressi n. 21/2353 del 22 settembre e n. 21/2370 del 23 u.s. Esso pucosì riassumersi:

1) Siamo d’accordo che progetto francese possa costituire – entro certi limiti – base per inizio discussione e ricerca accordo;

2) siamo favorevoli a che entrata Germania Patto Bruxelles e NATO siano simultanee;

3) siamo favorevoli a che nell’ambito Trattato Bruxelles siano assunte e scambiate garanzie atte soddisfare preoccupazioni francesi;

4) preferiamo che questioni di carattere militare (seconda parte punto 4 Suo telegramma), anche se in applicazione principi stabiliti nel quadro Bruxelles, siano riservate a competenza NATO. Interessi nostri e del Benelux sarebbero infatti meglio tutelati in un foro piampio e nel quale americani siano presenti;

5) punti 1 e 2 idee Spaak saranno da esaminarsi in relazione competenze che verranno riconosciute a organismo Bruxelles;

6) d’accordo in massima su punto 3 proposte Spaak.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91. 2 Vedi D. 100 3 Vedi D. 94.

107

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 12116/542. Washington, 24 settembre 1954, ore 9,51 (perv. ore 11,45).

Il Dipartimento ha ripetuto che le direttive fondamentali della politica americana mirano ad ottenere nel pibreve limite di tempo il ripristino della sovranità della Germania, l’ammissione alla NATO ed il riarmo.

A seguito degli intensi contatti di questi giorni con Londra e Parigi si è deciso, pur senza abbandonare le riserve precedentemente segnalate, di discutere a Londra con intendimenti conciliativi le proposte francesi, cercando di avvicinarle quanto pipossibile al piano originario britannico. Quest’ultimo appare come il tentativo pimeritevole di appoggio sia per i criteri realisti cui è ispirato sia per aver già ottenuto l’adesione dei vari Governi interessati.

Il Dipartimento ritiene inoltre che i due progetti vanno comunque integrati e si riserva di prendere le proprie iniziative se l’atteggiamento degli altri Governi e lo svolgimento della Conferenza di Londra lo consiglieranno.

Non si prevede qui che la Conferenza possa giungere a soluzioni complete; si spera perche, pur lasciando agli esperti le questioni di dettaglio, essa possa concordare formule chiare ed inequivoche la cui successiva applicazione non debba suscitare ulteriori contestazioni e ritardi.

In questo senso il Dipartimento ritiene debba mettersi alla prova l’atteggiamento dell’attuale Governo francese.

Circa «Timing» il Governo americano accetterebbe l’impegno di Mendès-France di sottoporre eventuali intese all’approvazione del Parlamento francese circa trenta giorni dopo la chiusura dei lavori del Consiglio Atlantico.

Convenuto con Dipartimento ulteriori nostri contatti su punti dettaglio.

DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91.

108

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. s.n.d. 12166/544. Washington, 24 settembre 1954, ore 19,43 (perv. ore 7 del 25).

Mio 5422.

Nella riunione del Dipartimento presieduta da Dulles è stato deciso quanto segue:

la delegazione americana non presenterà per ora alcuna sua proposta. Parteciperà perattivamente all’esame delle proposte inglesi e francesi cui si aggiungono ora quelle tedesche.

Circa il memorandum francese osservatosi:

1) l’assenza di ogni accenno all’ammissione della Germania alla NATO che è invece considerata indispensabile dagli americani;

2) le formule circa i controlli e le limitazioni della produzione bellica tedesca devono essere rielaborate eliminando ogni apparenza di imposizione e discriminazione;

3) il meccanismo militare cui darebbesi vita entro il quadro del Patto di Bruxelles deve essere armonizzato con gli organi della NATO, in modo da assicurare l’unità di direttive militari.

Shape dovrà essere consultato nel corso della Conferenza di Londra.

Qualunque sia la soluzione che verrà concordata a Londra, il meccanismo degli aiuti e delle garanzie americane previsti in connessione alla CED dovranno essere riadattati alla nuova situazione e riesaminati dal Congresso. Questo ratificherà solo dopo l’approvazione del Parlamento francese.

Gli americani stimano urgente concretare le intese con i tedeschi circa il ripristino della sovranità.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91. 2 Vedi D. 107.

109

COLLOQUIO DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, CON L’AMBASCIATORE DELLA REPUBBLICA FEDERALE DI GERMANIA A ROMA, VON BRENTANO (Roma, 24 settembre 1954, ore 11,30)1

Appunto(2).

L’Ambasciatore dichiara che teneva in particolar modo a prendere contatto con il Ministro prima della sua partenza per la Conferenza di Londra. Circa la Conferenza è lieto di far presente che, in base ad informazioni pervenutegli da Bonn, egli è assai piottimista che per il passato. Infatti un funzionario del Quai d’Orsay, e precisamente il Direttore Generale degli Affari Politici (che egli considera persona quanto mai seria e responsabile) ha fornito al Rappresentante tedesco a Parigi delucidazioni circa il memorandum francese. Margerie ha assicurato che Mendès-France ha in animo di patrocinare l’ammissione della Germania al NATO, oltre alla sua inclusione nel nuovo Patto di Bruxelles, e spera di ottenere al riguardo l’approvazione del Parlamento francese.

Il Ministro risponde che anche da parte nostra avevamo avuto indicazioni nel medesimo senso. Noi avevamo lamentato con i francesi che il loro memorandum non menzionasse l’ammissione della Germania nel Patto Atlantico ed avevamo avuto da loro assicurazioni che tale ammissione era invece da loro contemplata; così come avevamo pure avuto assicurazione sul criterio della contemporaneità del nuovo Patto di Bruxelles e dell’inclusione della Germania nel NATO.

Von Brentano precisa che le cautele che la Francia desidera di prendere, quali risultano dai chiarimenti forniti da Margerie sono a suo avviso ragionevoli. Si tratta cioè di demandare al Comando Supremo Atlantico la fissazione del numero massimo delle forze; quanto all’inquadramento delle divisioni, esso dovrà aver luogo indiscriminatamente per tutti i Paesi ad eccezione delle forze destinate oltre mare. Sempre secondo Margerie, Mendès-France è disposto a giuocare su tutto cila sorte del suo Governo ponendo la questione di fiducia dinanzi al Parlamento. E questo, conclude l’Ambasciatore, rappresenta un innegabile progresso.

Von Brentano aggiunge che, del resto, egli è stato sempre piottimista, nei confronti di Mendès-France, di quanto lo fosse il Cancelliere Adenauer. Ricorda che il 20 giugno scorso, trovandosi presso suo fratello in Germania insieme al Cancelliere, egli trovquest’ultimo molto montato contro il Premier francese; e si adoperper calmarlo. Non vi è dubbio comunque che Mendès-France è non soltanto una persona molto intelligente, ma anche un Presidente del Consiglio che gode di larga popolarità nel suo Paese. Secondo informazioni pervenute a Bonn le ovazioni con cui il Premier francese è stato accolto nei giorni scorsi a Strasburgo sarebbero state veramente eccezionali e spontanee.

Il Ministro si augura, per parte sua, che le cose vadano bene. Quando nel corso di un viaggio in Germania aveva incontrato il Cancelliere, in un momento in cui ormai il voto negativo francese sulla CED si dava già come scontato, anche egli aveva rilevato questo pessimismo di Adenauer nei riguardi di Mendès-France. Quanto a noi, è nostro vivo desiderio di agevolare il non facile compito del Cancelliere e di facilitare l’ingresso della Germania nel sistema delle Nazioni occidentali.

L’Ambasciatore rileva che vi era un grande pericolo – di cui molti forse non si sono resi conto – che Adenauer si trovasse forzato a dimettersi e la Germania occidentale finisse a scivolare verso la Russia.

Il Ministro ricorda, a tale proposito, come il Cancelliere gli avesse appunto accennato all’esistenza di molti ex-generali «poco ragionevoli». Al che l’Ambasciatore replica che non si tratta solo di ex-militari ma anche di grandi industriali ed altri e ricorda l’opera svolta in tal senso dall’ex-Cancelliere Bring.

S.E. Martino sottolinea come sia interesse dell’Occidente di rafforzare la posizione di Adenauer; ed esprime l’augurio che Mendès-France si renda pienamente conto, oltre che delle difficoltà proprie, anche di quelle altrui. Egli domanda all’Ambasciatore come si considerino da parte tedesca, i controlli e le limitazioni previsti nel memorandum francese.

Von Brentano risponde che, a suo avviso, il Cancelliere è disposto a fare delle concessioni in questo campo.

Precisando che desidera essere molto franco in argomento, egli non nasconde di essere perfettamente d’accordo sulla necessità di un certo controllo e di considerare pericoloso di lasciare la mano libera ai militari tedeschi. Von Brentano afferma di ritenere, anzi di sapere, che Adenauer la pensa come lui in proposito; e che tale avviso è condiviso dalla maggioranza dei tedeschi, anche se poche sono le persone che hanno il coraggio di formularlo apertamente.

Il Ministro rileva come sia particolarmente importante di escogitare una formula che non dia l’impressione che vengano adottati criteri di discriminazione nei confronti della Germania.

Von Brentano osserva che la formula indicata da Margerie, secondo cui il numero massimo delle forze sarebbe fissato da SHAPE, sembra rispondere a tale criterio. Egli critica apertamente quei tedeschi – e non sono pochi – che definiscono Mendès-France «uno sporco ebreo». Il Premier francese è una persona rispettabile, è stato aviatore in guerra, è stato membro attivo della resistenza. Ed i tedeschi sono gli ultimi che possono parlare di ebrei; anzi debbono tener conto come, per un ebreo, l’essere semplicemente cortese nei riguardi della Germania sia cosa già molto dura e difficile.

Il Ministro si dichiara d’accordo; occorre evitare i pregiudizi razziali e tener presente che vi sono elementi buoni ed elementi cattivi sia tra gli ebrei che tra gli ariani.

L’Ambasciatore sottolinea come il pericolo sovietico sia assai pigrave, in realtà, di quanto l’opinione pubblica europea – che ama cullarsi nelle illusioni – non voglia credere. Concorda quindi pienamente con il Ministro nel ritenere che occorre fare ogni sforzo perché nella Conferenza di Londra si giunga ad un accordo.

E condivide anch’egli l’avviso di S.E. Martino che, da un lato, deve trattarsi di un accordo accettabile per il Parlamento francese; e dall’altro lato un fallimento della Conferenza rappresenterebbe un pericolosissimo passo indietro rispetto alla già difficile situazione attuale.

Secondo Von Brentano, il Premier francese aveva tutte le ragioni di non volere la CED se questa doveva passare in Parlamento con una maggioranza irrisoria; era una cosa troppo basilare e rivoluzionaria al tempo stesso, per ottenere una approvazione così misera.

Adenauer, a suo avviso, conserva ancora un certo ottimismo, tanto piche è un ottimista di natura. Sarebbe perquanto mai utile se il Ministro si adoperasse per influenzarlo un poco in senso favorevole a Mendès-France. Sono sicuro, prosegue Von Brentano, che egli Vi ascolterà: l’Italia è un Paese nel quale abbiamo la massima fiducia, è il nostro migliore amico anche se punon essere opportuno di strombazzarlo ai quattro venti.

Il Ministro sottolinea in proposito l’importanza dei vincoli culturali che uniscono da secoli i nostri due Paesi.

L’Ambasciatore rileva a sua volta come l’interesse e la simpatia dei tedeschi nei riguardi dell’Italia siano quotidianamente dimostrati dal larghissimo afflusso di turisti tedeschi di ogni categoria sociale nel nostro Paese. È questo non soltanto un sintomo in sé, ma anche una garanzia di una sempre maggiore reciproca conoscenza.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91.

2 Il documento reca il timbro: «visto dal Ministro» e fu trasmesso con Appunto segreto I/3004, pari data, da Milesi Ferretti a Zoppi, Del Balzo e Magistrati.

110

LA DIREZIONE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI(1)

Appunto riservato. Roma, 24 settembre 1954.

L’Ambasciatore d’Olanda, nel consegnare in via strettamente confidenziale a questo Ministero un appunto contenente osservazioni del suo Governo sull’ultimo Memorandum di Mendès-France e un altro concernente talune idee olandesi sul contributo tedesco alla difesa occidentale, ha fornito le seguenti informazioni:

1) Un telegramma di Stikker, a seguito di una sua conversazione con l’Ambasciatore Brosio, afferma che quest’ultimo si sarebbe espresso in senso favorevole alla ammissione di un osservatore americano nella Commissione che dovrebbe studiare le modifiche da apportarsi al Patto di Bruxelles, sempreché tuttavia sia messo bene in chiaro che tale partecipazione americana sia limitata ai lavori di Londra.

L’Ambasciatore Brosio avrebbe altresì detto che Palazzo Chigi non muove obiezioni alla proposta di inclusione dell’Italia nel Patto di Bruxelles conscio di portare così un notevole contributo alla soluzione del problema tedesco. Tale soluzione non è tuttavia attraente in quanto lascia intravedere il pericolo che le limitazioni agli armamenti verrebbero a gravare anche sull’Italia. Se poi l’Italia e la Germania fossero le uniche discriminate cicreerebbe senza dubbio una grave difficoltà.

Gli Inglesi sarebbero pronti ad accettare, se gli altri non fanno obiezioni, l’idea di Mendès-France relativa al pool degli armamenti, pur dichiarando che detto progetto non li soddisfa completamente.

Da parte sua Stikker avrebbe detto a Brosio che l’Olanda è estremamente riluttante a ripresentare il Patto di Bruxelles al proprio Parlamento per una nuova ratifica. Si sta studiando se è possibile di fare a meno della ratifica nel caso di accessione della Germania e dell’Italia al Patto, ma la ratifica si renderebbe assolutamente indispensabile qualora si modificasse qualche articolo del Trattato stesso. Ed è questa una seria difficoltà.

Stikker avrebbe infine detto constargli che gli Americani non sono entusiasti della attuale organizzazione interna del Patto di Bruxelles (Consiglio dei Ministri e Comitato Permanente).

2) In un colloquio con l’Ambasciatore Starkenborgh, Rappresentante permanente olandese al Consiglio Atlantico, l’Ambasciatore Bruce avrebbe dichiarato che l’America è assolutamente contraria a che si distribuiscano aiuti ed end-items per il tramite degli organi del Patto di Bruxelles. 3) In una conversazione recentemente avuta con l’Ambasciatore olandese a Washington, Bedell-Smith si sarebbe mostrato di pessimo umore ed irritato per il discorso di Mendès-France a Strasburgo2, pronunciato nonostante il contrario avviso di Eden. Bedell-Smith avrebbe dichiarato che gli obiettivi politici di Mendès-France destano vive preoccupazioni al Dipartimento di Stato, anche perché il Primo Ministro francese si lascerebbe influenzare da cattivi consiglieri. Costoro gli suggeriscono di portare in lungo la discussione sul riarmo della Germania, almeno fino alle elezioni americane, nella speranza di una vittoria democratica. Bedell-Smith avrebbe espresso l’avviso che in queste condizioni sarebbe forse meglio lasciare che la Francia voti contro l’ammissione della Germania al NATO per poter poi procedere senza di essa ad un riarmo della Germania mediante accordi bilaterali con l’America. «La Francia – avrebbe detto il Sottosegretario di Stato americano – non è del tutto indispensabile». Tutto lascia prevedere – concludeva l’Ambasciatore Boon – che l’America assumerà a Londra un atteggiamento molto fermo nei riguardi della Francia. Concilianti invece saranno presumibilmente gli Inglesi.

Allegato I

Appunto.

COMMENTAIRE NÉERLANDAIS AU MÉMOIRE FRANÇAIS DU 19 SEPTEMBRE

Du cé néerlandais on est en ligne générale d’accord avec les cinq principes fondamentaux, ainsi qu’avec le contenu du paragraphe I concernant la transformation du Traité de Bruxelles et avec le paragraphe IV ayant trait aux rapports entre les organes du Traité de Bruxelles modifié et les services de l’OTAN. Le Gouvernement néerlandais n’a a priori pas d’objection à l’égard du paragraphe II.

Le régime concernant les armements du par. III rencontre des objections très sérieuses decé néerlandais. À la rigueur on pourrait encore envisager un arrangement en ce qui concerne les armes visées à l’annexe II de l’article 107 du Traité CED, (paragraphe III du mémorandum français) obligeant l’Allemagne à ne point entreprendre la fabrication de certaines armes (bombes atomiques, avions et armes biochimiques): pareille obligation pourrait être conçue dans la forme de l’article du Traité, tenant également compte de la nécessité d’un contre. Selon l’opinion du Gouvernement il semble douteux si l’annexe dans sa forme est acceptable pour l’Allemagne.

L’arrangement, proposé dans les mémoires français pour tout autre forme d’armement, va encore au-delà des clauses du Traité de la CED parce que les propositions françaises visent à un programme de production compréhensif: d’autre part le programme sera réalisé sans la structure et les organes de la CED. Le Traité de la CED contenait – malgré la complication de ses règles – un nombre d’éléments qui font défaut dans le projet français actuel:

- - -

D’après les propositions françaises le Conseil des Ministres obtient des pouvoirs quasi supranationaux dans le domaine de l’armement sans avoir la responsabilité de l’équipement des troupes, de la distribution des fonds disponibles et de l’accomplissement des obligations militaire vis à vis du NATO.

« Malgré la participation formelle anglaise la Grande Bretagne reste en dehors de ce système du fait que les interdictions de production seront limitées au continent européen.

Les Français aussi restent à l’écart du système pour ce qui concerne les productions en dehors de la France territoriale.

Il est à prévoir que le système proposé comporterait des négociations longues et difficiles.

Le système du paragraphe III de l’aide-mémoire français est inspiré d’un cé par une crainte compréhensible de l’apparat producteur allemand tandis qu’il vise d’autre part nettement à une position privilégiée de l’industrie française.

Le Gouvernement néerlandais est d’avis que – pour tâcher d’éliminer la crainte des Français – on pourrait prendre en considération un système obligeant un nombre restreint de pays NATO à fournir des renseignements sur leurs productions d’armement dans le cadre de l’«Annual Review» de l’OTAN.

Comme l’OTAN dispose des informations au sujet du nombre et de la composition des forces armées contribuées par les différents membres, l’on pourrait contrer par là si les productions d’armement de certains pays sont excessives. On pourrait établir une discussion de ces renseignements dans le cadre d’un groupe limité de pays dans une sorte d’«Annual Review» préliminaire. Les contres indispensables pourraient être effectués par les Missions SHAPE dans le domaine strictement militaire et par la direction logistique du Secrétariat de l’OTAN dans le domaine de la production.

L’Aide-Mémoire français suggère au paragraphe IV déjà le concours des services de l’OTAN pour les contres et les inspections nécessaires.

Allegato II

Appunto.

IDÉES NÉERLANDAISES CONCERNANT UNE CONTRIBUTION ALLEMANDE À LA DÉFENSE OCCIDENTALE

I. L’admission de l’Allemagne au système de la défense occidentale devrait être conditionnée par certaines garanties, à savoir :

a) des garanties en forme de certaines restrictions imposées à l’Allemagne,

- - - - - - - -

Les deux derniers buts pourraient être atteints soit en liant l’Allemagne par une convention internationale, soit en faisant adopter par le Conseil de l’OTAN (avant l’admission de l’Allemagne) une résolution délimitant les régions, oen considération de la vulnérabilité stratégique, la production de certains types d’armement et l’emmagasinage de stocks de réserve importants ne soit pas permis.

IV. Les garanties mentionnées ci-dessus sous I b, visant une assimilation étroite des forces allemandes dans l’Organisation de la Défense Occidentale, pourraient être conçues ainsi:

- - - - - - -

L’«Annual Review» et les attributions des commandants opérationnels n’ont pas englobées jusqu’à présent les forces territoriales et devraient donc être étendues à ces forces armées de six des sept pays du Traité de Bruxelles (l’Angleterre n’aura pas des forces territoriales dans la zone continentale).

VI. Les mesures indiquées sous V permettraient d’obtenir par le jeu de l’«Annual Review» des renseignements et de faire des recommandations relatives à

- - -

Ces dispositions permettront en outre aux commandants opérationnels de contrer l’exécution des recommandations militaires découlant de l’«Annual Review».

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. Conferenza a 9 per questioni europee dopo il fallimento della CED a Brusselle, dal 1° ottobre in poi.

2 Si tratta del discorso pronunciato da Mendès France nella seduta del 20 settembre dell’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa. Vedi ISPI, Annuario di Politica Internazionale, 1954, p. 315.

111

L’AMBASCIATA DEL REGNO UNITO A ROMA(1)

Memorandum segreto.

GERMAN ASSOCIATION WITH THE WEST AND GERMAN DEFENSE CONTRIBUTION

During his recent tour of European capitals, Mr. Eden proposed a solution under three headings: the termination of the occupation regime, the accession of the Federal German Republic and Italy into the Brussels Treaty, and German membership of NATO with accompanying arrangements of a non-discriminatory character designed to increase the efficiency of western defense and to determine the character and size of the German defense contribution.

2.[sic] These arrangements might cover the following subjects:

- - -

ii) integrated as far as military efficiency requires,

iii) inspected by Saceur, this inspection to cover the levels and effectiveness by forces, their armaments, logistics and reserve formations.

- - - - - - -

a) not duplicating the NATO machinery or command structure, and

b) ensuring, accordingly, that any arrangements agreed between the members of the enlarged Brussels Treaty Organization shall operate within the NATO framework and be carried out by NATO machinery.

1 Gabinetto, 1953-1961, b. 23, fasc. 3. 2 Vedi D. 82.

112

L’AMBASCIATORE A BONN, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. urgente 13840/2029. Bonn, 24 settembre 1954.

Oggetto: Conferenza di Londra. Atteggiamento tedesco.

Con Telegramma n. 144 di ieri(2) ho trasmesso a codesto Ministero il testo del Memorandum che il Governo federale ha fatto ieri stesso pervenire ai Governi dei Paesi partecipanti alla Conferenza di Londra.

Al Memorandum non è stata sinora data qui pubblicità:

tuttavia i principi base in esso contenuti sono ripetuti nei chiarimenti ufficiosi apparsi in questi giorni negli organi governativi. In particolare il Bollettino dell’Ufficio Stampa federale in data odierna riassume nelle seguenti linee la posizione tedesca:

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Quanto sopra rappresenta il pensiero del Governo Federale su quella che potrà essere da parte sua la condotta delle conversazioni di Londra. Negli ambienti governativi si manifesta oggi un certo ottimismo; occorre vedere se esso sia veramente sentito o se non costituisca un atteggiamento esteriore destinato a facilitare l’incontro con la delegazione francese a Londra.

Non altrettanto evidentemente pudirsi sull’atteggiamento dell’opposizione socialdemocratica la quale sta in questo momento valorizzando se pure entro determinati limiti costituiti dalla solidarietà nazionalistica dei tedeschi in un momento così delicato per la storia del loro paese, le atouts che le sono venute dal rigetto della CED.

Ritengo che se un apprezzamento puemettersi su quello che sarà l’atteggiamento della delegazione tedesca a Londra, pudirsi senz’altro che esso sarà condizionato da due limiti: uno di sostanza, rappresentato dall’ampiezza dei risultati che in materia di concessione di sovranità, riarmo privo di ogni discriminazione, e, in una parola, posizione di parità della Germania rispetto agli altri Paesi, esso potrà ottenere; uno di tempo, in quanto è indubbio che il Governo di Adenauer, che ha subito una scossa non indifferente dagli ultimi avvenimenti, ha bisogno di poter annoverare al pipresto qualche successo al suo attivo per poter controbattere l’azione che l’opposizione oggi pusvolgere con dovizia di argomenti.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91.

2 T. s.n.d. 12125/144-145 (in realtà dello stesso 24 settembre), con il quale Babuscio Rizzo comunicava la decisione del Governo Federale di inviare un proprio memorandum in vista della Conferenza di Londra e ne trasmetteva in traduzione il testo integrale, con preghiera di farlo pervenire al Governo italiano.

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L’AMBASCIATORE A LONDRA, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 4053/2055. Londra, 24 settembre 1954.

Oggetto: Conferenza di Londra, Progetto Mendès- France. Discriminazioni.

Riferimento: Telespresso di questa Ambasciata n. 4020/2047 del 21 settembre(2).

A seguito del mio rapporto in riferimento, ritengo utile prospettare alcuni ulteriori interrogativi che emergono dall’esame del progetto di Mendès-France e la cui risposta è necessariamente destinata ad influire sul nostro atteggiamento alla conferenza di Londra.

Non vi è dubbio che l’aspetto pidelicato dell’intero progetto francese risiede nel carattere discriminatorio che lo impronta. Fermo restando il concetto – espresso nel rapporto citato – del nostro interesse politico a fornire la massima cooperazione per un risultato positivo della conferenza, e della possibilità che una conciliazione dei principali interessi in contrasto offra soluzioni accettabili anche per noi, occorre esaminare quale debba essere il nostro atteggiamento nei confronti delle discriminazioni che si vorrebbero imporre.

La questione mi sembra vada esaminata sotto due angoli visuali: quello tattico-politico e quello tecnico.

Rispetto al primo, è da domandarsi come dovremmo regolarci di fronte al contrasto che si potrà manifestare al tavolo della conferenza. Se la Francia dovesse trovarsi sola a sostenere le proprie posizioni è ovvio che non possiamo né schierarci al suo fianco né assumere una posizione di mediatori.

L’eventualità piprobabile è perquella che la Francia non rimanga isolata ma abbia un certo grado di appoggio da parte della Gran Bretagna (il progetto Mendès-France, nelle sue successive interpretazioni lascia infatti chiaramente intendere che Londra è chiamata a partecipare al sistema a nove in una posizione di privilegio e comunque senza alcun sacrificio delle pregiudiziali da essa poste per la partecipazione ad un sistema politico-militare europeo); e che, d’altra parte, l’atteggiamento di resistenza della Germania venga puntellato da un certo grado di appoggio da parte degli Stati Uniti.

È con l’eventuale formarsi di questi due gruppi (che noi dovremmo fare ogni sforzo per evitare) che si pone quindi per noi un problema di scelta, di fronte al quale, mi sembra, il nostro interesse politico e pratico dovrebbe indurci a seguire il binomio Germania-Stati Uniti.

Pudarsi, d’altra parte, che la Germania si dichiari disposta ad accettare talune discriminazioni a condizione perche esse vengano assunte anche da altri paesi e forse specialmente dall’Italia. In tale eventualità la nostra posizione è certamente molto pidelicata. Noi avremmo ogni diritto di invocare una posizione diversa da quella tedesca perché siamo già nel NATO in situazione di piena parità e sarebbe quindi singolare che, a cinque anni dalla sua costituzione, noi dobbiamo accollarci delle servitche non avevamo al momento in cui sottoscrivemmo il Patto Atlantico.

Di fronte a questa considerazione di principio dobbiamo pertenere anche conto di una situazione di fatto. Se la Germania accetta di assumere delle limitazioni a condizione che le assumano anche altri, è molto probabile che essa lo faccia dietro pressione statunitense: ed è egualmente probabile che le medesime pressioni vengano esercitate anche nei nostri confronti. Dovremmo a questo punto valutare se ci convenga seguire gli interessati consigli dei nostri amici, oppure quali sarebbero le conseguenze e le possibilità per noi di restare nel NATO senza perentrare nel Patto di Bruxelles e silurare quest’ultimo.

Ho voluto accennare a questa ipotesi per tener conto di ogni eventualità, anche se mi sembra si tratti di un caso limite e piuttosto teorico.

L’ipotesi piprobabile resta secondo me quella che una scelta si renda necessaria tra una posizione francese, sostenuta dalla Gran Bretagna, ed una posizione tedesca, appoggiata dagli Stati Uniti. Ma anche questo, ripeto, implicherebbe un fallimento della conferenza che noi abbiamo tutto l’interesse di evitare al costo di fare alcuni ragionevoli ed accettabili sacrifici.

Consideriamo adesso la questione sotto l’aspetto tecnico. Si tratta di stabilire quali misure di discriminazione saremmo eventualmente disposti ad accettare, ovverosia quale prezzo saremmo indotti a pagare perché si realizzi il Patto a Nove.

Le ipotesi che si possono fare sono le seguenti:

1) Gran Bretagna. Consideriamo accettabile la posizione britannica di controllore e di non controllata? Per quanto giuridicamente illogica non mi sembra che politicamente potremmo svolgere una efficace opposizione.

2) Forze armate. Poiché si tratta di trasferire al Patto di Bruxelles i vincoli che noi avremmo assunto nella CED non vi dovrebbe essere per noi difficoltà ad avallare le proposte francesi. Mi riferisco in proposito alle considerazioni già svolte nel mio rapporto in riferimento.

3) Armamenti. Il problema sorge invece per le limitazioni in fatto di armamenti le quali rappresentano una servitassai grave, oltre che sotto l’aspetto politico, dal punto di vista militare, dal punto di vista finanziario (aiuti americani), dal punto di vista economico generale (produzione industriale italiana), tenuto conto non soltanto della nostra situazione attuale ma anche delle possibilità future.

In relazione a tali limitazioni si presentano i seguenti interrogativi:

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In conclusione, anche per noi la grossa difficoltà sta, dunque, nella questionedegli armamenti. È sperabile e probabile che non si pongano per noi problemi troppo rigidi di scelta. Ma l’avere in vista anche le estreme conseguenze credo possa essere utile a regolare la nostra azione, anche se l’andamento della conferenza sarà, come si spera, normale e costruttiva.

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 15-30 settembre 1954. 2 Si tratta in realtà di un rapporto. Vedi D. 93.

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IL CAPO DELL’UFFICIO STAMPA, GIUSTINIANI, AD AMBASCIATE E LEGAZIONI(1)

T. 9136/c.2. Roma, 25 settembre 1954, ore 22.

Oggetto: Discorso Presidente Scelba.

Trascrivesi stralcio discorso odierno Presidente Scelba al Senato3:

«Scopo fondamentale politica estera italiana rimane pace partecipazione attiva difesa mondo libero attraverso solidarietà nazioni occidentali, soluzione negoziata dei problemi lasciati aperti dalla guerra e da trattati di pace e, nel quadro della solidarietà internazionale, la pivigile tutela interessi nazionali.

Mancata ratifica CED da parte francese ha lasciato insoluti problemi che con essa intendevasi risolvere. Trattasi quindi trovare nuovi strumenti (omissis) CED rafforzava speranza popoli (omissis) percirimaniamo fedeli suoi principi informatori. A Bruxelles Italia ha avuto modo riaffermare criteri ispiratori propria politica:

1) a dieci anni da fine guerra distinzione fra vincitori e vinti non puregolare rapporti tra nazioni. Per tutte nazioni va riaffermato principio parità diritti;

2) Rafforzamento dell’Occidente attraverso solidarietà militare politica economica est imposto da squilibrio forze nei confronti blocco sovietico e costituisce elemento mantenimento pace. Miraggio rapide conquiste puinfatti rappresentare facile tentazione.

3) Partecipazione Germania a difesa occidente appare indispensabile e percinon puessere respinta dilazionata anche se tale partecipazione deve avvenire con necessaria garanzia perché non risolvasi pregiudizievole per pace o possa compromettere buone relazioni tra Francia e Germania, condizione essenziale per solidità Occidente.

4) Una piimpegnativa presenza Inghilterra nel continente essendo ritenuta elemento decisivo per fugare legittime preoccupazioni non puche essere auspicata da quanti sono interessati rafforzamento mondo libero.

5) Amicizia con USA stretti a noi da tanti vincoli e che tanto hanno contribuito nostra ricostruzione rimane cardine fondamentale politica italiana. Nel rafforzamento tale amicizia vediamo importante fattore per ulteriore progresso economico sociale nostro Paese anzi il piimportante fra fattori internazionali almeno sinché principi pivasta e attiva solidarietà Europa cui CED schiudeva cammino saranno diventati realtà».

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91.

2 Indirizzato alle Ambasciate a Belgrado, Bruxelles, Instanbul, L’Aja, Ottawa, ed alle Legazioni a Copenaghen, Lisbona, Lussemburgo e Oslo.

3 Il testo del discorso è in Atti Parlamentari, Senato, legislatura II, Discussioni, seduta del 25 settembre 1954, pp. 7293-7357: pp. 7313-7314. Il 30 settembre Scelba pronunciava analogo discorso alla Camera dei deputati, a conclusione del dibattito sul rimpasto di Governo.

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[IL CAPO DELL’UFFICIO STUDI E DOCUMENTAZIONE TOSCANO]1

Appunto segreto(2). Roma, 25 settembre 1954.

Lineamenti di una possibile azione italiana alla Conferenza di Londra.

1. Le proposte ed i suggerimenti contenuti nel presente Appunto discendono dalle seguenti premesse:

a) Necessità di escogitare un qualche sistema di pressione per mantenere viva sul piano diplomatico l’istanza europeistica;

b) Convincimento che, nonostante alcune dichiarazioni ufficiali agli atti, allo stato attuale delle cose, l’Assemblea Nazionale francese respingerà ogni proposta di ammissione immediata della Germania nella NATO e di soluzione definitiva (cinquantennale) del problema tedesco;

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2. Sulla base di queste premesse, una soluzione autonoma italiana che sembra corrispondere in larga misura alle molteplici esigenze dei singoli Governi interessati potrebbe essere così articolata:

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Francia.

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Germania.

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c) Possibilità di placare l’accresciuta opposizione socialista non chiudendo la porta alla politica di riunificazione e di riprendere a breve scadenza ed in condizioni migliori quella dell’integrazione europea.

Stati Uniti.

Concessione immediata della sovranità alla Germania, sollecito inizio del suo riarmo e rapido agganciamento del Governo di Bonn al sistema Occidentale.

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Gran Bretagna.

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Italia.

a) Messa in opera di un forte meccanismo in favore dell’istanza europeistica;

b) Eliminazione del duplice pericolo di una umiliazione della Francia; delle conseguenze imprevedibili sulla nostra situazione politica interna e di reazioni drastiche degli Stati Uniti nell’eventualità di un fallimento della Conferenza di Londra;

c) Trionfo di una soluzione moderata meglio rispondente ai nostri interessi.

4. Trovandoci già in presenza di altre proposte concrete britanniche e francesi le possibilità di presentazione di un progetto autonomo italiano appaiono minime. Tuttavia, le linee del progetto indicato sopra aiutano a meglio comprendere una eventuale soluzione di compromesso, che, tenendo conto delle proposte attualmente in discussione, cercasse di trovare una via di uscita all’attuale impasse.

Principi ispiratori della nostra azione potrebbero pertanto essere i seguenti:

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5. Contropartita sul piano europeistico ed esclusivamente per l’Italia dell’azione in favore del Governo di Parigi qui preconizzata potrebbe eventualmente essere ricercata, in un impegno di Mendès-France in favore della ratifica del Trattato per l’Unione Doganale italo-francese.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91.

2 Il documento reca il timbro: «Visto dal Segretario Generale» e l’annotazione manoscritta: «appunto di studio del prof. Toscano».

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LA DIREZIONE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, UFFICIO I(1)

Appunto. Roma, 25 settembre 1954.

Conferenza di Londra. Orientamenti americani.

Un segretario dell’Ambasciata degli Stati Uniti mi ha comunicato le linee dell’orientamento con il quale il Governo americano si reca alla Conferenza di Londra, secondo un telegramma pervenuto ieri all’Ambasciata da Washington.

Tali linee sono le seguenti:

Gli Stati Uniti non sottometteranno dal canto loro proposte, perché essi ritengono che la Conferenza sia in primo luogo interesse dei Paesi europei.

Essi sono pronti ad appoggiare qualsiasi proposta costruttiva atta a trovare soluzione ai problemi lasciati scoperti dal fallimento della CED e cioè a) associazione della Repubblica Federale all’occidente come potenza sovrana (in sostanza «sovereign equality»), b) contributo tedesco alla difesa occidentale, c) impulso della integrazione europea.

Circa il progetto francese essi pensano, ed hanno già fatto sapere ai francesi, quanto segue:

- - - - - - -

Per quanto riguarda le assicurazioni date da parte americana alla CED, non deve darsi per scontato che esse verranno senz’altro rinnovate. Molto dipenderà dal risultato finale della Conferenza di Londra e della riunione del Consiglio Atlantico.

Infine la proposta di incanalare l’assistenza per la mutua difesa attraverso il Consiglio di Bruxelles è un criterio molto differente di quello a suo tempo previsto per la CED (in cui tale canale era il Commissariato) e richiede, pertanto, nuovo attento esame.

DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92.

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IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI CORRIAS(1)

Appunto. Roma, 25 settembre 1954.

La Convenzione per l’Unione doganale italo-francese – firmata a Roma il 2 giugno 1950 e mai ratificata dai Parlamenti(2) – trae le sue origini dalla dichiarazione di Parigi del 13 settembre 19473 con la quale i due Governi si impegnavano a provvedere ad un esame approfondito dei dati ed elementi che avessero potuto consentire di raggiungere una pistretta unione nel campo economico.

L’idea, quindi, è sorta nell’immediato dopoguerra, quando l’unione doganale con la Francia rappresentava una affermazione politica oltre che un allargamento del nostro circuito economico. L’Europa non era ancora giunta al concetto di una generale collaborazione – se non integrazione – europea e si seguiva la strada della formazione di gruppi regionali dei Paesi pivicini per cultura, tradizione, civiltà. Questi gruppi avrebbero dovuto costituire una cospicua forma di attrazione nei riguardi delle singole Nazioni europee, e in un secondo tempo fondersi fra loro.

Nel momento in cui la Germania era ancora prostrata dalla sconfitta, la creazione di unioni quale quella italo-francese e il realizzato Benelux, avrebbero potuto condurre ad una ripresa economica e ad una ricostruzione dell’Europa occidentale da cui la Germania sarebbe stata momentaneamente assente. Il processo avrebbe poi dovuto completarsi con la fusione delle varie unioni (il Fritalux) per assorbire da ultimo la Germania.

Ma il Governo francese, dopo averci richiesto modifiche alla Convenzione, che ne svuotavano il contenuto economico, non ha mai affrontato il voto del Parlamento. Ne sono state cause principali l’opposizione dei socialisti, il timore che l’unione comportasse il riversarsi in Francia della disoccupazione italiana, il dubbio che l’industria francese fosse sacrificata a vantaggio di quella italiana, il timore che l’abolizione delle barriere doganali si risolvesse in un danno per l’agricoltura e, in particolare, il settore vitivinicolo francese.

Nel frattempo la funzionalità dimostrata dall’OECE tanto nel campo delle liberalizzazioni del commercio europeo, quanto in quello dei pagamenti «Unione Europea dei Pagamenti» e il rapido inserimento della Germania nell’economia europea, hanno modificato i termini del problema. Il sistema basato sulle unioni regionali pilimitate è stato superato da quello del multilateralismo generale che è attualmente in atto e che, anche di fronte al probabile e pio meno prossimo affermarsi della convertibilità delle monete, è intenzione di tutti, in Europa ed in America, mantenere e sviluppare.

Da questo multilateralismo, anzi, si è passati al concetto di integrazione economica europea, che nella Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio ha avuto la sua prima realizzazione e che, pur nelle alterne vicende politiche, mira alla formazione di un mercato unico europeo.

Sotto questo punto di vista il principio di una unione doganale italo-francese è quindi superato dagli eventi.

Né potrebbe presentare aspetti rilevanti per l’espansione economica italiana. Da un lato infatti, sono venute meno le ragioni per le quali è sorta l’idea, e dall’altro è noto che l’unificazione pura e semplice di due mercati porta a risultati globalmente positivi per l’area unificata e le sue parti piprogredite, ma non per il mercato pidebole il cui potenziale economico viene assorbito dal Paese che dispone di maggiori risorse. Ed è indubbio che, sia strutturalmente, sia per lo sforzo che sta compiendo nel Mezzogiorno, l’economia italiana si presenta oggi pidebole di quella francese.

È perpossibile che il Governo francese ritorni sul vecchio piano che a suo tempo ha accantonato. A cipuesservi indotto per equilibrare in qualche modo il potenziale industriale germanico, per dar vita ad una economia pivasta e quindi piatta a sopportare un regime di convertibilità, per agire positivamente sul campo dell’unione europea seguendo questa strada in luogo di quella, rigettata, dell’integrazione a sei con una Autorità supernazionale.

Eventuali accenni in questo senso sarebbero per noi – sempre dal punto di vista economico – interessanti. Scartata, come sopra detto, una pura e semplice riesumazione della convenzione del 1950, occorrerebbe passare dal concetto di unione doganale a quello di una piprofonda integrazione delle economie dei due Paesi. I motivi che possono spingere la Francia in questo senso sono, almeno in gran parte, validi anche per noi di fronte all’incertezza dello sviluppo del processo di integrazione economica e ad un prossimo, anche se non immediato instaurarsi della convertibilità.

Non appare quindi sia il caso di opporre un fin de non recevoir ad una iniziativa francese: vi sarebbero anzi argomenti in favore di una iniziativa da parte nostra.

Due condizioni sono perindispensabili: che vi sia la garanzia politica che, incamminati su questa strada, il Governo francese non ci abbandoni mettendoci in una posizione delicata di fronte agli altri Paesi europei e, in particolare, alla Germania. Inoltre è per noi necessario porre la questione sul piano di una unione economica (come del resto era la primitiva idea al 1947) e non su quello di una semplice unione doganale. Perché infatti l’unione rappresenti un fatto positivo per le due zone occorre un completo coordinamento delle politiche economiche dei due Paesi, specie nel campo fiscale e nel settore della politica commerciale; occorre, e le caratteristiche dei due Paesi ne offrono la possibilità, che l’unione elimini gli squilibri esistenti, anziché accrescerli come ineluttabilmente avverrebbe con la semplice abolizione delle barriere doganali.

Su queste basi schematicamente tracciate l’unione economica con la Francia presenta per noi motivi di vivo interesse attuale. In sintesi mi pare che di fronte ad un eventuale accenno francese ci [sic] potrebbe rispondere:

1) – che non è stato per nostra colpa che il progetto si è insabbiato. L’Italia anzi aveva predisposto anche l’opinione pubblica all’accettazione e alla realizzazione di tale programma. Spetterebbe quindi alla Francia a prendere l’iniziativa per la riesumazione ed il riesame di tale progetto;

2) – una tale riesumazione dovrebbe quindi essere condizionata ad una seria revisione in profondità del progetto stesso, alla luce degli sviluppi della situazione economica sia nazionale che internazionale. È evidente, ripeto, che detta riesumazione dovrebbe essere accompagnata da solide ed efficaci cautele politiche che evitino la possibilità di un insabbiamento nella direzione intrapresa.

1 Gabinetto, 1943-1958, b. 67, fasc. s.n.

2 In Ministero degli Affari Esteri, Trattati e convenzioni fra l’Italia e gli altri Stati, vol. LXXII, Roma, Tipografia riservata del Ministero degli Affari Esteri, 1980, pp. 623 - 628. Vedi anche al riguardo DDI, serie undicesima, vol. IV, D. 268.

3 Vedi DDI, serie decima, vol. VI, D. 455. Il testo della Dichiarazione è in «Relazioni Internazionali», 1947, p. 606.

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IL CONSOLE GENERALE A STRASBURGO CITTADINI CESI(1)

Appunto. Strasburgo, 25 settembre 1954.

Appunto sulla risoluzione dell’Assemblea Consultiva n. 63, relativa alla situazione risultante dal rigetto del Trattato di Parigi ed alle possibili soluzioni di ricambio(2).

Oggetto del dibattito politico della corrente sessione dell’Assemblea Consultiva è stata la ricerca di possibili soluzioni di ricambio alla CED.

L’Assemblea si è venuta a trovare in una situazione particolarmente difficile. Da un lato essa non poteva, dopo il voto del parlamento francese, sconfessare una politica europeistica che, se agganciata nelle contingenze del momento alla ratifica del Trattato di Parigi, aveva delle basi e delle prospettive pilarghe della semplice integrazione militare. Si trattava fra l’altro di non abbandonare i parlamentari «cedisti» francesi di fronte alla loro opinione pubblica, e di non comprometterne l’avvenire.

D’altro lato, l’Assemblea non poteva non trarre le sue conclusioni dalla situazione determinatasi in Francia.

Era in atto l’iniziativa per la convocazione di una conferenza diplomatica a Londra. La proposta di rivitalizzare ed allargare il Trattato di Bruxelles, aveva trovato una eco favorevole nel discorso pronunciato dal Ministro degli Esteri francese a Strasburgo(3).

Questa è stata la genesi della risoluzione n. 63. La sua formulazione puparere ambigua e contraddittoria. Ma in realtà il ragionamento che ne è alla base, è semplice: premesso che dobbiamo riarmare la Germania al pipresto possibile, approviamo la iniziativa di Londra, che mira alla ricerca di nuove forme di organizzazione europea basata sull’allargamento del Trattato di Bruxelles. Cionondimeno non perdiamo di vista la possibilità di una ripresa delle trattative interrotte a Bruxelles, e non rinunciamo nemmeno alla realizzazione delle aspirazioni politiche contenute in germe nella Dichiarazione del Lussemburgo del 10 settembre 19524.

Pur restando nella ortodossia «europeistica», la Risoluzione n. 63 vuol dunque lasciare tutte le porte aperte. Dalle due soluzioni che esse propone, la prima, utilizzazione del Trattato di Bruxelles, è concepita ad uso della Conferenza di Londra, e rappresenta un «minimo» dal punto di vista «europeistico»; la seconda, ripresa delle trattative a sei, basata sul concetto della integrazione, rappresenta il «massimo».

È chiaro, quindi, che agli occhi dell’Assemblea anche la soluzione del Trattato di Bruxelles si presenta sotto un profilo europeistico; e poiché la Conferenza di Londra appare oggi come la sola via di uscita dall’impasse, l’Assemblea ha voluto portare un contributo utilizzabile appunto a Londra, e suscettibile in qualche modo di correggere la tendenza verso il temuto ritorno agli schemi classici delle coalizioni e delle garanzie.

Secondo la risoluzione, infatti, il Trattato di Bruxelles dovrebbe servire di base per la creazione di un nuovo organismo europeo (comprendente tutti gli stati europei presenti alla Conferenza di Londra), che abbia «una forma di direzione politica e di controllo democratico europeo accettabile per gli Stati partecipanti alla Conferenza ivi compresa la Gran Bretagna».

È questo uno dei punti della risoluzione che ha dato luogo alle maggiori difficoltà sia in Commissione che in Assemblea.

In un primo progetto, il paragrafo era formulato in termini piperentori; era prevista «l’istituzione di una direzione politica e di un controllo parlamentare europeo comportante la piena eguaglianza di diritti e di responsabilità per tutti gli stati partecipanti». Veniva in tal modo posto l’accento sugli aspetti istituzionali e sul potere direttivo del nuovo organismo, in cui taluni volevano vedere un surrogato di «comunità europea», comprendente la Gran Bretagna ed inquadrato nella NATO.

Gli inglesi si sono chiaramente dissociati da tale concezione, avanzando a loro volta la tesi della ammissione della Germania nella NATO e contemporaneamente dell’allargamento e della trasformazione del Trattato di Bruxelles, non tanto in vista dello sviluppo di una nuova politica europeistica nel quadro di detto Trattato, quanto al fine di offrire alla Francia determinate garanzie in contropartita all’ingresso della Germania nella NATO.

Ancora una volta l’Assemblea ha dovuto trovare una via di compromesso, e ne è risultato un testo abbastanza sibillino che, sul piano politico, come sopra detto, si limita a prevedere per il nuovo organismo, una forma di direzione politica e di controllo parlamentare accettabile anche dalla Gran Bretagna (sic!) e sul piano militare, sottintende l’ammissione della Germania nella NATO. Circa la questione delle limitazioni e dei controlli (sugli effettivi, gli armamenti e la produzione bellica), il testo non specifica in quale misura questi avrebbero la loro sede nella NATO o nell’istituendo organismo di Bruxelles.

Solo grazie a questo suo carattere possibilistico, la risoluzione ha potuto essere approvata dall’Assemblea a grande maggioranza. In realtà la votazione del testo rappresenta la conclusione soltanto interlocutoria di un dibattito, che ha mostrato l’esistenza di un notevole disorientamento ed ha rivelato fra gli stessi sostenitori del principio dell’integrazione, divergenze significative.

I socialisti francesi ed il belga Dehousse, fino all’ultimo si sono dichiarati contrari ad ammettere la possibilità di una soluzione alternativa che non fosse quella della ripresa delle trattative interrotte a Bruxelles. Questa, inizialmente, sembrava essere anche la posizione del ministro Spaak e dei democristiani tedeschi, che nella Commissione degli affari generali, attraverso il loro rappresentante Gerstenmaier, si sono battuti contro ogni deviazione dalla linea cedista.

Spaak, pitardi, nel suo discorso all’Assemblea Consultiva, ha dichiarato che, ove si fosse mostrata irrealizzabile la ripresa delle trattative di Bruxelles, egli avrebbe, sia pure a malincuore, accettato la soluzione dell’ingresso della Germania alla NATO.

Quanto ai democristiani tedeschi, questi, in Assemblea hanno preso una posizione di pimarcato attendismo. Durante tutta la sessione il leader del gruppo, von Brentano, ha fatto soltanto delle brevi apparizioni, senza mai prendere la parola. Ma una apertura verso la possibile soluzione alternativa indicata da Spaak, è stata fatta da Gerstenmaier. Pur riaffermando che la via maestra, la sola che non presentasse il rischio di una rinascita del militarismo tedesco, restava quella della integrazione, egli ha finito con il non escludere la possibilità di un ingresso della Germania nella NATO, ed ha votato a favore della risoluzione, che nella sua formulazione finale comprende le due soluzioni, quella del Trattato di Bruxelles - NATO e quella della ripresa delle trattative a sei.

Si sono invece astenuti i socialisti francesi e Dehousse. Per questi ultimi la risoluzione era inaccettabile poiché coonestava una deviazione dalla politica della CED, mentre al contrario tutto occorreva tentare per riprendere tale politica attraverso «la partecipazione o l’associazione pistretta della Gran Bretagna ed eventualmente di altri paesi europei».

I democristiani francesi hanno appoggiato la risoluzione.

Tuttora convinti assertori della politica di integrazione e quindi favorevoli alla ripresa delle trattative interrotte a Bruxelles, essi hanno sopratutto voluto mettere in guardia l’Assemblea contro la proposta di annettere la Germania nella NATO. De Menthon ha detto che non ci sarebbe mai stata alla Camera francese una maggioranza disposta ad accettare la ricostituzione dell’esercito nazionale tedesco, e che, se la soluzione a carattere «sopranazionale» si dimostrasse oggi irrealizzabile, molto meglio sarebbe soprassedere, anziché bruciare le tappe del riarmo della Germania.

Anche le proposte fatte dal presidente del Consiglio francese nel suo discorso del 20 settembre, hanno trovato un’accoglienza fredda da parte dei parlamentari MRP. Tali proposte sono state vagliate e giudicate sopratutto per ciche esse presentano di possibilità «sopranazionali» nella struttura del costituendo organismo europeo di Bruxelles. Teitgen ha domandato se e in quale misura a questo organismo, che a detta di Mendès-France avrebbe dovuto avere un certo carattere di sopranazionalità, sarebbero stati attribuiti degli effettivi poteri di direzione; e se sarebbe stato possibile, in caso affermativo, ottenere la partecipazione della Gran Bretagna.

L’atteggiamento dei repubblicani popolari verso il piano Mendès-France, è parso, in fondo, alquanto «nuancé». L’intenzione, proclamata dal presidente del Consiglio, di «rimettere in cantiere l’idea europea» nel quadro del nuovo organismo di Bruxelles, non è dispiaciuta.

Il gruppo britannico, nel complesso, si è adoperato per far superare dall’Assemblea, a questo punto, l’impostazione «cedista», e per attenuare quanto pipossibile ogni riferimento al carattere «europeistico» della soluzione di ricambio ricercata nel quadro del Trattato di Bruxelles. Per il resto, sia i conservatori che i laburisti si sono limitati a dire lo stretto indispensabile. Lo stesso sottosegretario Nutting, mentre è stato fermo sulla necessità e l’urgenza del riarmo della Germania, non è entrato nel merito delle soluzioni del problema. Il conservatore MacLay, ed altri, hanno chiesto l’ammissione della Germania nella NATO, senza perspecificarne le modalità nemmeno in rapporto alla creazione del nuovo organismo di Bruxelles.

Unica voce discordante è stata quella del laburista Callaghan, che ha contestato la necessità del riarmo tedesco, ed ha proposto la ripresa delle trattative con l’Unione Sovietica per la unificazione della Germania.

Una posizione a parte hanno preso i socialisti tedeschi, che hanno bensì ammesso la necessità del riarmo, ma sostenendo che questo dovrebbe essere effettuato in modo tale da non compromettere la possibilità di una ripresa delle trattative di cui sopra. La loro è parsa peraltro una opposizione dettata pida motivi di politica interna nei confronti del partito al governo, che da un diverso orientamento sul fondo del problema.

Notevole parte al dibattito, infine, hanno preso i nostri parlamentari. Tutti, ad eccezione dell’on. Lucifero, hanno votato a favore della risoluzione, vedendo in essa la sola risposta, anche se necessariamente vaga, che la Assemblea Consultiva poteva dare, nelle presenti circostanze, al grave interrogativo che pesa sulla situazione europea(5).

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92.

2 Per il testo della risoluzione vedi ISPI, Annuario di Politica Internazionale, 1954, pp. 316-317, nota 1.

3 Vedi D. 110, nota 2.

4 Si tratta della risoluzione con la quale i Ministri degli Esteri dei sei Paesi membri della Comunità del Carbone e dell’Acciaio riuniti il 9 e il 10 settembre a Lussemburgo, approvarono la proposta italo-francese di attribuire all’Assemblea della CECA opportunamente allargata, i compiti federalistici europei già previsti per l’Assemblea della CED, non ancora varata. Vedi ISPI, Annuario di Politica Internazionale, 1952, pp. 219-220 e nota 1.

Per il tenore del discorso di Mendès France ed un sunto delle sedute dell’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa dal 17 al 24 settembre vedi ISPI, Annuario di Politica Internazionale, 1954, pp. 314 -317.

119

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, BENVENUTI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

L.2. [Roma], 25 settembre 1954.

Caro Ministro,

mi permetto accluderti un breve appunto relativo alle recentissime prese di posizione di Mendès-France(3) e di Guy Mollet quali risultano dallo stenografico della seduta dell’Assemblea Consultiva del 20 corrente.

Non dispongo dello stenografico del 19 e me ne duole perché in quel giorno Spaak pronunziegli pure un discorso, probabilmente anticipatore delle sue posizioni di Londra.

Ti rinnovo tutti i miei fervidi auguri – con fervida e sincera amicizia – per la tua missione europea: missione tanto pimeritoria per chi ne misura le difficoltà, tutte le difficoltà. Comprese le difficoltà che al valoroso combattente di prima linea vengono dal fronte interno: quel fronte interno che ha tanto e tanto peso nella valutazione del fattore italiano sul piano internazionale. Questo discorso naturalmente supera il mio «livello» ma sartanto lieto di riprenderlo con un amico eminente come te!

Mia moglie si unisce a me nel ringraziarti vivamente per i tuoi gentili auguri e per il tuo tanto amichevole interessamento.

Buon ritorno!

Tuo aff.mo

L. Benvenuti

Allegato

Appunto.

BREVE COMMENTO AI DISCORSI TENUTI DA M. MENDÈS-FRANCE E DA M. GUY MOLLET ALL’ASSEMBLEA DI STRASBURGO DEL 20 SETTEMBRE 1954

Il discorso di Mendès-France presenta alcuni elementi negativi ed un elemento positivo. Elementi negativi:

- - -

degli effettivi autorizzati in ciascun Paese, nonché la natura e la quantità degli armamenti di ciascun paese, – credo che essa potrà altresì, sul continente, vegliare con rigore al rispetto di tali limitazioni per mezzo di ispezioni e di controlli: i quali si applicheranno all’assieme dei paesi interessati sulla superficie continentale coperta dalla convenzione che sarà stata firmata dai paesi associati».

Da tale testo emerge chiaramente che nel pensiero di Mendès-France i controlli e le ispezioni sarebbero esercitati soltanto sul continente: cosicché la Gran Bretagna avrebbe un controllore non controllato. Il sistema avrebbe il vantaggio di mantenere in vita l’Europa a sei: ma con una discriminazione a suo danno.

Dal complesso del discorso sembra emergere infatti che, nel pensiero di Mendès-France, gli impegni di limitazione vincolerebbero tutti i Paesi, mentre le norme relative alle ispezioni ed ai controlli non si eserciterebbero nel territorio britannico: è questa l’interpretazione meno discriminatoria delle dichiarazioni presidenziali.

c) Mendès-France precisa inoltre che l’organo centrale del nuovo Patto di Bruxelles dovrebbe anche avere il compito di ripartire l’aiuto esterno in natura fornito all’Europa dall’America per la sua difesa.

È evidente, in linea di principio, l’inaccettabilità di una tale clausola.

In linea di fatto, poi, l’Ambasciatore Luce che pregai di esprimere il suo pensiero su tale clausola, mi rispose che, a suo avviso, essa non ha pratica importanza perché non sarà mai applicata: che se poi fosse seriamente applicata, cesserebbero «ipso facto» gli aiuti americani.

d) Ma ciche sembra piradicalmente grave è il concetto ripetuto con convinzione da Mendès-France che «il controllo e la limitazione degli armamenti costituiscono antiche rivendicazioni di tutti coloro che sono attaccati alla causa della pace».

È chiaro quindi che nel pensiero del Presidente francese l’Europa dovrebbe stipulare un contratto di «auto-limitazione» dei propri armamenti: il controllo sarebbe applicato per evitare che si eludano le cifre massime, – con la conseguenza che il blocco sovietico potrebbe indefinitamente riarmare, e distanziare senza limite gli armamenti europei, dato che i popoli d’Europa avrebbero, unilateralmente e senza alcuna contropartita, vincolato se stessi a dei massimi invalicabili.

Ma v’è nel discorso un elemento positivo.

Ha detto Mendès-France:

«Se noi domani confideremo al Consiglio dei Ministri del Trattato di Bruxelles delle

responsabilità esecutive, che si eserciterebbero nel campo militare, bisognerà pure introdurre certi elementi di autorità, e quindi, perché non dirlo, una certa dose di sopranazionalità». Con tale ammissione il Presidente del Consiglio Francese si è ricongiunto alle posizioni assunte dall’on. Moch (anticedista) nel recente dibattito all’assemblea nazionale(4). L’on. Moch ha proposto il rigetto della CED accusando fra l’altro il trattato di non ammettere alcuna autorità politica ed al contrario di avere stabilito oltre cinquanta casi di veto.

Ma l’affermazione del Presidente Mendès-France va incontro altresì al pensiero del Segretario del Partito Socialista, Guy Mollet (cedista), il quale nel suo discorso del 20 settembre a Strasburgo, ha dichiarato:

«Taluni pensano di risolvere il problema tedesco con lo stabilire delle garanzie e dei controlli unilaterali. Questo sarebbe Versailles: questo non si potrà mai fare col nostro accordo.

Il secondo metodo prospettato sarebbe una soluzione strettamente inter-governativa: una specie di codice morale europeo con delle obbligazioni ma senza sanzioni.

Cici condurrebbe alla resurrezione dell’esercito tedesco e del suo stato maggiore, soluzione anche questa per noi inaccettabile.

Non resta che una terza soluzione: l’integrazione della Germania».

Particolarmente interessante, per quanto riguarda i rapporti con l’Inghilterra, è un altro passo del discorso di Guy Mollet:

«Non esito a ripetere – egli ha detto – che noi siamo pronti a fare molti sacrifici per ottenere una piena partecipazione britannica; molti sacrifici, ma non tutti.

Se si tratta di pagare la presenza britannica col ritorno alla politica adottata fra le due guerre, ossia alla politica delle alleanze fra stati sovrani, questo non potrà mai farsi con il nostro accordo.

Per contro, se un accordo è possibile, ed io lo credo, io lo sento possibile su una formula di integrazione limitata».

In questo senso si era già espresso anche il Presidente Spaak. Ed un concetto simile emerge, per quanto si pucomprendere dal resoconto dei giornali, nel testo della mozione finale votata dalla Assemblea del Consiglio d’Europa.

In ogni modo quello che sembrerebbe allo stato degli atti molto imprudente, – sarebbe l’adozione della formula di una pura e semplice alleanza militare comprendente la Germania e priva di ogni garanzia sopranazionale: tutte le previsioni, almeno in questo momento, sembrano essere nel senso che una tale soluzione difficilmente troverebbe una maggioranza nella assemblea nazionale francese.

1 Gabinetto, 1953-1961, b. 23, fasc. 1. 2 La lettera è manoscritta e con firma autografa. 3 Vedi D. 110, nota 2. 4 Vedi ISPI, Annuario di Politica Internazionale, 1954, pp. 272-273.

120

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, SCELBA(1)

T. s.n.d. 12303/3062. Londra, 27 settembre 1954, part. il 28, ore 0,50 (perv. ore 6,40).

Riassumo il lungo colloquio avuto stasera con Mendès-France:

1) egli si dice convinto che occorre agire con la massima rapidità per evitare un ulteriore deterioramento della situazione.

2) Non sottovaluta le difficoltà della Conferenza di Londra (aggravate per lui dalla pesante situazione interna) ma ritiene che nessuna di queste sia insuperabile giacché a differenza dell’incontro di Bruxelles non ci troviamo questa volta «tutti da una parte ed uno solo dall’altra». Infatti i tre documenti finora presentati (francese, tedesco e britannico) pur essendo molto diversi non appaiono in contraddizione tra loro e consentiranno diversi schieramenti a seconda dei singoli argomenti che verranno in discussione.

3) La sua formula è «rifare una CED con meno sopranazionalità e piInghilterra» anzi con quel tanto di sopranazionalità che la Gran Bretagna risulterà disposta ad accettare. Questa formula definisce i propositi che lo muovono nell’insistere (ciche ha fatto con molta energia) sul principio che le decisioni sulla politica militare per quanto concerne i Paesi del Patto di Bruxelles dovrebbero spettare al Consiglio dei sette che impartirebbe istruzioni agli organi militari del NATO. Questi avrebbero dunque in tale materia soltanto compiti esecutivi.

4) La Germania deve obiettivamente riconoscersi zona esposta ed è giusto che accetti limitazioni nel campo della produzione bellica: tuttavia taluni armamenti medi e leggeri potrebbero essere prodotti in talune regioni della Germania Occidentale. In cambio, il Belgio, l’Olanda e la Francia potrebbero accettare a loro volta alcune limitazioni in certe parti del proprio territorio. Secondo Mendès-France l’Italia si trova in posizione relativamente meno esposta e non si potrà quindi chiederle maggiori limitazioni di quelle previste in sede CED. D’altronde egli riconosce che va tenuto conto del fatto obiettivo che la maggior parte delle nostre industrie trovansi nell’Italia settentrionale e che pertanto l’eventuale differenziazione potrebbe riferirsi solo agli impianti futuri.

5) La Germania così controllata potrebbe entrare nel NATO ed il Governo francese si rassegnerebbe a raccomandare tale ammissione al parlamento purché fosse posto in grado di dimostrare che con gli accordi presi in seno al nuovo Patto di Bruxelles è stata data adeguata risposta alle obiezioni mosse. Il Premier francese non nasconde che anche in tal modo vi sarebbero grandi difficoltà nell’Assemblea nazionale.

Mendès-France ha chiesto ad Eden che il Regno Unito lasci quattro divisioni sul Continente come ora. Non si illude sull’accettazione della sua richiesta ma ritiene che la Gran Bretagna potrà impegnarsi comunque maggiormente di quanto abbia fatto verso la CED.

L’impressione generale che ho tratto dal colloquio è che Mendès-France, nonostante la grande abilità e la duttilità dimostrata nella sua esposizione, parta da posizioni di sostanziale intransigenza e comunque assai lontane da quelle tedesche e americane. Insomma egli pare pronto ad ammettere l’inclusione della Germania nel NATO soltanto se gli altri Paesi accetteranno la maggior parte del memorandum francese(3).

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92. 2 Trasmesso tramite l’Ambasciata a Londra. 3 Vedi D. 82.

121

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, SCELBA(1)

T. s.n.d. 12902/3072. Londra, 27 settembre 1954, part. il 28, ore 0,05 (perv. ore 6,40).

Dal complesso dei colloqui avuti oggi con Eden, Dulles, Pearson e Mendès-France (sul quale ultimo riferisco piampiamente a parte) ritengo utile segnalare i seguenti punti schematici:

1) Procedura Conferenza. Su proposta di Dulles si è d’accordo di affidare ad Eden la Presidenza permanente. Si è delineato inizialmente un certo contrasto fra la tesi francese diretta ad impostare la discussione sul memorandum di Mendès e la tesi anglo-americana a discutere per separati argomenti senza riferimento ai documenti finora presentati. Tale contrasto sarà probabilmente superato con un compromesso per cui dopo l’illustrazione dei singoli memorandum da parte dei Governi proponenti, si procederà alla discussione per separati documenti. Si eviterà così anche il pericolo di polarizzare i contrasti sul memorandum francese isolando ancora una volta Mendès-France.

2) Idea europeistica. Dulles da un lato e Mendès-France dall’altro hanno sottolineato la necessità di salvare ed attuare progressivamente l’idea europea attraverso il Patto di Bruxelles. Dulles ha suggerito ad Eden, che l’ha adottata, l’idea di includere nel nuovo Trattato di Bruxelles un articolo impegnante i firmatari a promuovere e incoraggiare l’unità europea.

3) Oltre a sottolineare la nostra fedeltà alle idee europee, la nostra preferenza ad attuare controlli attraverso la Organizzazione della NATO e il nostro desiderio di ottenere maggiori impegni britannici ed americani in Europa, ho ritenuto utile esprimere particolarmente le nostre preoccupazioni circa le clausole relative alle zone esposte in rapporto al controllo degli armamenti. Ho fatto presente che l’Italia non potrebbe accettare discriminazioni nei riguardi della sua industria sugli armamenti né riconoscersi come zona esposta pidella Francia o del Benelux. Ho avuto al riguardo, benché le posizioni siano molto fluide, concordi assicurazioni da Eden, da Dulles e da Mendès-France.

4) Graduazione controllo armamenti. Secondo gli inglesi i francesi avrebbero tendenza a vincolare in minima parte il territorio francese, italiano e del Benelux al fine di giustificare il totale controllo del territorio della Germania occidentale. Viceversa Eden mi ha detto che gli anglo-americani starebbero studiando la proposta di rimettere la definizione delle zone esposte a SACEUR.

5) Impegni britannici. Mentre tutti sono pio meno d’accordo che i britannici dovrebbero sforzarsi ad aumentare i loro impegni militari in Europa, Eden mi ha detto confidenzialmente che sta al riguardo studiando una proposta di impegno la quale andrebbe al di là degli obblighi già assunti dalla Gran Bretagna verso la CED e sarebbe anche indipendente dagli impegni americani.

6) Eventuale rivedibilità dei controlli sugli armamenti. Ho ventilato tale idea come mezzo per facilitare l’adesione della Germania, ma ho trovato da Mendès-France un’opposizione assai netta.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92. 2 Trasmesso tramite l’Ambasciata a Londra.

122

L’AMBASCIATRICE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA A ROMA, BOOTHE LUCE, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, SCELBA(1)

L.2. Roma, 27 settembre 1954.

My dear Mr. President,

The Secretary of State has asked me to transmit to you the following letter from him:

«Your letter of August 263 delivered to me by Ambassador Tarchiani arrived at a particularly difficult moment for me, and therefore its expressions of friendship and cooperation were doubly appreciated. I regret that my long absences from Washington have not permitted an earlier adequate reply.

Italy and the United States now face new and grave tasks. The rejection of EDC by one of the six treaty nations places upon all Western governments which seek solidarity in opposing world domination by communism, a burden of decision and action which will require the noblest efforts of us all. The forthcoming conferences offer us, however, a renewed opportunity to find solutions to our mutual problems in this field. In these conferences, to know that the Italian Government under your direction seeks the same security, the same defense, the same unity, which the Government of the United States seeks, augurs well for the future and will maintain the solid friendship of our two nations.

I look forward to the mutual cooperation that I confidently anticipate between your new Foreign Minister Sig. Martino, and myself at London».

Please accept, Mr. President, the renewed assurances of my highest consideration.

Clare Boothe Luce

TRADUZIONE

Caro Presidente,

Il Segretario di Stato mi ha chiesto di trasmetterLe la seguente lettera:

«La Sua lettera del 26 agosto consegnatami dall’Ambasciatore Tarchiani è giunta in un momento per me particolarmente difficile e pertanto le Sue espressioni di amicizia e di cooperazione sono state doppiamente apprezzate. Sono spiacente che le mie lunghe assenze da Washington non mi abbiano permesso di risponderLe prima adeguatamente.

L’Italia e gli Stati Uniti fronteggiano attualmente nuovi e gravi problemi. Il rigetto della CED da parte di una delle sei Nazioni firmatarie, pone a carico di tutti i Governi occidentali che desiderano mantenersi solidali nell’opporsi ad una dominazione del mondo da parte del comunismo la necessità di prendere delle decisioni e intraprendere azioni che richiederanno i maggiori sforzi da parte di noi tutti. Le prossime conferenze ci offrono tuttavia una rinnovata opportunità di trovare in questo campo delle soluzioni ai nostri comuni problemi. Il fatto di sapere che in queste conferenze il Governo Italiano posto sotto la Sua direzione perseguirà la ricerca di quella stessa sicurezza, di quella stessa difesa, di quella stessa unità che sono ricercate dal Governo degli Stati Uniti fa bene sperare per il futuro e contribuirà a mantenere la solida amicizia esistente fra le nostre due Nazioni. Conto già sin d’ora sulla scambievole cooperazione che sono fiducioso si stabilirà tra il Suo nuovo Ministro degli Affari Esteri, Signor Martino, e me a Londra».

La prego di accogliere, Signor Presidente, la rinnovata assicurazione della mia pialta considerazione.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 91. 2 Ed. in FRUS, 1952-1954, Western European Security, vol. V, Part 2, D. 90. 3 In realtà del 25 agosto. Vedi DPII; Serie A, Il fallimento della CED e della CPE cit., D. 286.

123

COLLOQUIO DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, CON IL SEGRETARIO DI STATO AGLI ESTERI DEL REGNO UNITO, EDEN (Londra, 27 settembre 1954)1

Appunto segreto(2).

Nel corso del colloquio sono emersi, in sostanza, i seguenti punti:

- - - - -

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 26, fasc. 93.

2 Redatto verosimilmente da Brosio, l’appunto reca il seguente sottotitolo: «Presenti l’Ambasciatore Brosio, Sir Ivone Kirkpatrick e Sir Anthony Rumbold».

124

COLLOQUIO DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, CON IL SEGRETARIO DI STATO DEGLI STATI UNITI, DULLES (Londra, 27 settembre 1954)1

Appunto segreto(2).

- - - - - -

1 Gabinetto, 1953-1961, b. 23, fasc. 1.

2 L’appunto, redatto verosimilmente da Brosio, reca il seguente sottotitolo: «presenti l’Ambasciatore Brosio, il Ministro Del Balzo e il Sottosegretario Merchant».

3 Vedi D 82.
4 nota 4. Il riferimento è alla Dichiarazione anglo-americana su Trieste dell’8 ottobre 1953: vedi D. 102,
5 Dulles incontrò Scelba ed il Ministro degli Esteri Piccioni il 3 maggio 1954 nella Villa Carminati, nei pressi di Gallarate vicino Milano: vedi DPII, Serie A, Il fallimento della CED e della CPE cit., DD.

187 e 189.

125

COLLOQUIO DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, CON IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI DEL CANADA, PEARSON (Londra, 27 settembre 1954)1

Appunto segreto(2).

Il Ministro degli Esteri canadese ha particolarmente insistito sull’assoluta necessità che non si giunga ad un fallimento della Conferenza. È indispensabile di assicurare l’agganciamento della Germania al mondo occidentale attraverso il suo inserimento nell’Organizzazione Atlantica.

Pearson vede, nell’allargamento del Patto di Bruxelles, anche un mezzo per preservare il processo di unificazione progressiva dell’Europa, impegnando maggiormente al tempo stesso la Gran Bretagna sul continente. Secondo Pearson anche altri Paesi del Commonwealth, oltre al Canada, sono ormai convinti che questo rafforzamento di legami tra Regno Unito ed Europa occidentale sia nell’interesse di tutto il mondo libero.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 26, fasc. 93.

2 L’appunto, redatto verosimilmente da Brosio reca il seguente sottotitolo: «presenti l’Ambasciatore Brosio, il Ministro Del Balzo, l’Ambasciatore canadese a Bonn».

126

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, SCELBA(1)

T. s.n.d. 12370/3092. Londra, 28 settembre 1954, ore 7,50 (perv. ore 7,30 del 29).

Stamane prima della seduta inaugurale della Conferenza mi sono recato da Adenauer con il quale ho avuto un lungo cordiale colloquio.

Egli ha iniziato ripetendo che la posizione del Governo tedesco si è indebolita a seguito del fallimento della CED e che per evitare una pigrave crisi psicologica dell’opinione pubblica tedesca nonché l’affermarsi di tendenze neutraliste prevalenti nei settori della socialdemocrazia germanica («che è a metà strada tra Saragat e Nenni») egli deve tornare da Londra con qualche risultato concreto.

Dopo i viaggi di Eden e di Dulles e i suoi ulteriori contatti anche con il Benelux ritiene che l’ingresso della Germania nella NATO sia un fatto acquisito. Così dicendo lasciava chiaramente intendere di non essere disposto a pagare per tale ammissione l’alto prezzo che Mendès-France sembra oggi pretendere non in termini di controllo armamenti ma forse anche in termini SAAR.

Adenauer ha soprattutto insistito sull’inammissibilità delle discriminazioni previste dal memorandum francese(3) che, sotto il pretesto delle zone esposte, mirerebbe anche ad imporre all’Europa un quasi totale monopolio della Francia nella produzione degli armamenti. Ha vivamente raccomandato anche a noi di far studiare da tecnici questo aspetto della questione nonché i gravi inconvenienti logistici e d’altro genere che deriverebbero dal collocare i centri di produzione delle armi troppo lontani dalle prime linee di difesa dell’Occidente.

Ha detto di rendersi conto della difficoltà di Mendès-France ma d’essere altresì convinto che questa volta egli non possa pagarsi il lusso di rientrare a Parigi a mani vuote. Egli dovrebbe, pertanto, secondo Adenauer mostrarsi piconciliante. Adenauer ha aggiunto che la chiave della soluzione è nelle mani della Gran Bretagna e che quindi tutti i Paesi europei sarebbero egualmente interessati ad insistere sul Regno Unito affinché assuma il massimo delle responsabilità in Europa non solo militari ma soprattutto politiche sul che ho pienamente convenuto.

Nel nostro colloquio ho esposto a mia volta il nostro punto di vista avendo cura di mettere anche in rilievo l’opportunità di evitare di porre Mendès-France in posizione di isolamento che lo costringerebbe ad assumere sin dall’inizio una posizione di pericolosa rigidità.

Il colloquio ha confermato l’impressione mia di ieri circa la grande distanza che separa i due punti di partenza germanico e francese specie sui rapporti fra Bruxelles e NATO nonché sulle limitazioni degli armamenti.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92. 2 Trasmesso tramite l’Ambasciata a Londra. 3 Vedi D. 82.

127

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, SCELBA(1)

T. s.n.d. 12373/310-3112. Londra, 28 settembre 1954, ore 20,30 (perv. ore 7,45 del 29).

In seduta inaugurale Eden, eletto Presidente, ha illustrato sommariamente il punto di vista britannico circa l’ordine dei lavori della Conferenza. Prima di passare all’esame delle singole questioni Mendès-France ha voluto esprimere i concetti generali cui ispiransi le note proposte francesi e sui quali mi aveva intrattenuto ieri (vedi telegramma 306)3. Egli ha insistito sulla necessità di giungere ad una rapida conclusione dei lavori, per uscire dalla paralisi del rigetto della CED.

Scelta quadro Bruxelles sarebbe dovuta al desiderio del Governo francese di continuare su strada europeistica e alla impossibilità di utilizzare soltanto la NATO cui finalità sono dirette al potenziamento dell’organizzazione militare dei paesi occidentali e non agevolmente orientabili verso l’applicazione dei controlli e delle limitazioni. NATO continuerebbe quindi a fissare i livelli minimi mentre la nuova organizzazione Bruxelles statuirebbe per paesi partecipanti i livelli massimi, realizzando i lati positivi della CED senza gli inconvenienti di una eccessiva supernazionalità. Inoltre l’organizzazione di Bruxelles permetterebbe assicurare maggiori impegni da parte inglese.

Non si tratterebbe creare organismi nuovi in quanto responsabilità esecutive rimarrebbero su SACEUR.

Venendo a parlare del controllo del materiale bellico Mendès-France ha illustrato le linee generali del promemoria(4) non aggiungendo pernessun nuovo elemento. Non si tratterebbe di diminuire la potenza difensiva dell’Occidente ma di stabilire i livelli anche per evitare pericolo corsa agli armamenti.

Mentre egli sarebbe d’accordo per l’immediata restituzione della sovranità alla Repubblica Federale, non nasconde che l’ammissione della Germania nella NATO susciterebbe reazioni psicologiche e critiche nell’Assemblea Nazionale, che egli sente poter superare solo ove si è in grado giustificarle con l’accettazione delle linee generali del progetto francese, assicurazioni circa presenza delle truppe anglo-americane in Europa ed equa soluzione per Spaak. In questo caso egli sarebbe pronto impegnarsi a fondo in discussione parlamentare anche nella settimana successiva al raggiungimento degli accordi. Ho ritenuto parlare immediatamente dopo in tono distensivo secondo linee già concordate Roma anche allo scopo di evitare che le dichiarazioni di Mendès-France rimanessero isolate, e di facilitare ad Adenauer un sia pur breve intervento.

Questi ha rinnovato l’assicurazione che la Germania, una volta riacquistata la sovranità, intende fare uso pidiscreto e ragionevole del riarmo ed è pronta ad accettare sin d’ora i limiti previsti nel quadro CED.

Nella seduta pomeridiana Eden ha annunciato i principi sui quali a suo avviso la Conferenza dovrebbe concordare in merito a: dimensioni e carattere del contributo tedesco difesa (come stabilito nel Trattato CED), schieramento e movimento delle forze sotto Saceur, integrazione forze, questioni logistiche, ispezioni, limiti forze.

Mendès-France ha dato l’adesione di massima su alcuni vitali principi, sostenendo perla necessità di istituire un ispettore generale alle dipendenze di Bruxelles incaricato di controllare che i sei membri continentali del nuovo Patto si attengano ai limiti massimi stabiliti per ciascuno, nonché enunciando il principio secondo cui ogni aumento delle forze dei paesi membri dovrebbe essere sottoposto al Consiglio dei Ministri di Bruxelles che deciderebbe all’unanimità.

La discussione su tali punti è stata rinviata a domani.

Circa pool fabbricazione armi, Mendès-France ha fornito, a richiesta Spaak, qualche maggiore dettaglio su Agenzia controllo prevista dai francesi nel quadro del nuovo Patto di Bruxelles.

Beyen si è espresso fermamente contro il pool che, a suo avviso avrebbe per effettivo scopo la sola limitazione dalla produzione del materiale bellico.

Domani si inizieranno, parallelamente alla conferenza, i lavori del Consiglio permanente del Trattato di Bruxelles con la partecipazione dei Rappresentanti italiano e tedesco per il necessario riadattamento del testo del Trattato.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92. 2 Trasmesso tramite l’Ambasciata a Londra. 3 Vedi D. 120. 4 Vedi D. 82.

128

L’AMBASCIATORE A L’AJA, BENZONI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 2300/1209. L’Aja, 28 settembre 1954.

Oggetto: Progetto Mendès-France – Conferenza di Londra.

Per quanto l’essenziale del pensiero di questo Governo sul memorandum francese(2) sia stato già segnalato telegraficamente da questa Ambasciata e la cosa abbia comunque, a Conferenza di Londra iniziata, valore puramente retrospettivo, credo opportuno fornire, a titolo di documentazione le seguenti precisazioni in argomento.

La prima reazione e reazione sgradevole di questo Governo, al Memorandum francese è che un Memorandum francese ci sia e che si debba discuterne a Londra; «Eden ci aveva fatto sapere, mi ha detto il Segretario Generale di questo Ministero degli Esteri, di aver ottenuto da Mendès-France l’assicurazione che la Francia non avrebbe presentato, in attesa della Conferenza, controproposte al progetto britannico».

A prescindere da tale circostanza, della quale non trovo conferma nelle comunicazioni di codesto Ministero e che costituirebbe un ulteriore elemento di confusione in questa già confusa vigilia, resta il fatto che qui, dopo le amarissime esperienze della Conferenza di Bruxelles e dei suoi strascichi, si sperava di poter evitare a Londra, almeno nelle prime fasi del negoziato, un passe-d’ormes con Mendès-France.

Il progetto francese investe il Consiglio del nuovo Patto di Bruxelles di poteri supernazionali ma, a differenza di quanto prevedeva la CED, tali poteri supernazionali non sono integrati dalla «responsabilité» supernazionale in quanto di tale responsabilità non vengono disvestiti i Governi degli Stati membri.

È questa agli occhi di questo Governo una vera e propria mostruosità giuridica. Ma è sopratutto sul capitolo terzo del progetto (salvo il par. a) che si appuntano qui le critiche in quanto il congegno previsto di controlli, limitazioni, autorizzazioni, sembrerebbe porre la Francia in una intollerabile situazione di privilegio di fatto – anzitutto a causa di fattori geografici-strategici ed anche avuto riguardo alla circostanza che la Francia manterrebbe parte non trascurabile delle sue forze armate al di fuori del quadro NATO.

A tale riguardo mi si è detto qui che il progetto Mendès-France sembrerebbe ispirarsi agli interessi dell’industria pesante francese, – sospetti questi non disgiunti da quelli che scorgerebbero in Mendès-France dissimulate simpatie per un pacifismo neutralista. Al posto del potere attribuito nel progetto francese al Consiglio del Patto di Bruxelles si preferirebbe, secondo il punto di vista olandese, un patto sussidiario tra i sette membri sulle limitazioni quantitative e qualitative dei rispettivi armamenti – patto della durata di due o tre anni, rinnovabile a seconda delle circostanze, che avrebbe oltre il vantaggio della flessibilità quello di non necessitare ratifiche nei successivi rinnovamenti o modificazioni.

Ignoro se tale punto di vista olandese abbia preso forma concreta e se qui si abbia intenzione di farne oggetto specifico di proposta alla Conferenza di Londra.

Come già segnalato si è qui nettamente favorevoli all’idea di affidare al NATO i problemi militari coperti dal paragrafo III del promemoria francese; debbo aggiungere peraltro che qui non ci si nasconde, a quanto mi ha detto lo stesso Ministro della Guerra, che il NATO, nella sua presente struttura sembra essere organo scarsamente adatto in attribuzioni di limitazioni e controlli.

La Delegazione olandese è partita ieri per Londra. Nessun commento ufficioso né notizia stampa di ispirazione governativa lasciano divedere con quale grado di ottimismo e di pessimismo essa sia per affrontare il negoziato.

Ebbi a segnalare nelle more dell’allora progettata Conferenza di Londra che questo paese non era favorevole all’inclusione del Canadà nella conferenza stessa. Ho appena bisogno di aggiungere che nel pensiero di questo Governo l’esclusione del Canadà fu esclusivamente motivata dal desiderio di limitare la Conferenza, nata dalla fine della CED, ai membri della CED stessa; desiderio comunque morto sul nascere.

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. 15-30 settembre 1954. 2 Vedi D. 82.

129

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, BENVENUTI, ALLE AMBASCIATE(1)

T. 9272/c.2. Roma, 29 settembre 1954, ore 24.

Oggetto: Elezioni Assemblea CECA.

Sassen, Presidente Gruppo Democristiano Assemblea Comune, in colloqui ad alto livello avuti durante recente visita a Roma ha manifestato sua impressione che candidatura Pella alla Presidenza predetta Assemblea incontrerebbe successo elezione che avrà luogo in occasione sessione straordinaria che *si riunirà prossimo 29 novembre*3.

Legazione in Lussemburgo ha segnalato che opinione Sassen trova conferma nel Segretariato.

Come noto, con le modifiche al Regolamento dell’Assemblea approvate nella Sessione dello scorso maggio, il Presidente è eletto alla prima sessione successiva al 30 giugno(4). In questo caso il mandato cesserebbe, salvo rielezione, all’Assemblea straordinaria che si riunirà presumibilmente l’ottobre 19555.

Pregasi sondare atteggiamento che assumerebbero codesti ambienti parlamentari Assemblea Comune, facendo presente che tale soluzione permetterebbe mantenere inalterato bureau nel quale dovremmo altrimenti trovare compensi.

Qualora fosse obiettato che abbiamo già presidenza Corte Giudiziaria, V.E. potrà eventualmente e se necessario lasciare intendere che, per mantenere ripartite presidenze istituzioni Comunità, potremmo non riproporre tale candidatura se Presidenza Assemblea fosse assunta da personalità italiana.

Ambasciatore in Bonn puanche accennare che in questo caso, non avendo Germania alcuna presidenza, saremmo disposti appoggiare candidatura tedesca per presidenza Corte.

Pregasi telegrafare(6).

1 Telegrammi segreti originali 1954, partenza, vol. I.

2 Indirizzato alle Ambasciate a Parigi, Bonn, Bruxelles e L’Aja.

3 Tra asterischi correzione manoscritta aggiunta.

4 La sessione ordinaria di maggio si era svolta dall’11 al 21 maggio. La prima sessione successiva al 30 giugno fu quella straordinaria che si svolse dal 29 novembre al 2 dicembre 1954. Vedi ISPI, Annuario di Politica Internazionale, 1954, pp. 739-741.5 La sessione straordinaria dell’Assemblea si tenne in realtà dal 22 al 25 novembre 1955: il presidente Pella fu rieletto. Vedi ISPI, Annuario di Politica Internazionale, 1955, pp. 715.

6 Da Bruxelles Grazzi rispose con T. 12493/184 del 1° ottobre (Telegrammi ordinari 1954, arrivo, vol. I) nei seguenti termini: «Ho parlato con i piautorevoli rappresentanti belga Struye e Wigny. Premesso che la personalità dell’Onorevole Pella e le simpatie di cui gode in Belgio assicurerebbero pieno appoggio al suo nome, i predetti mi hanno obiettato che esistono già affidamentimolto concreti a favore di un Presidente di nazionalità tedesca. Essi suggeriscono perciuna nostra azione diretta a Bonn allo scopo eventualmente di scambiare la presidenza dell’Assemblea con lapresidenza della Corte. In caso di intesa tra noi e la Germania i predetti parlamentari oltre al proprio voto credono potermi garantire a favore dell’Onorevole Pella anche i voti dei loro colleghi. Struye chesarà dopodomani a Lussemburgo ne parlerà confidenzialmente con i parlamentari belgi ed al ritornomi darà assicurazioni ulteriori sempre persotto condizione di una intesa diretta italo-tedesca». Poi con T. 12769/190 del 6 ottobre (ibidem): «Il senatore Struye tornato da Lussemburgo mi informa diaver preso contatti con molti colleghi anche belgi: ferma restando la vivissima simpatia per il nome dell’Onorevole Pella, la situazione resta quella già segnalata ossia la necessità di previ accordi fra noie i tedeschi per offrire a questi ultimi la Presidenza della Corte di Giustizia contro il ritiro della loro candidatura alla Presidenza dell’Assemblea Comune e per la quale già esistono impegni di massima».A seguito della posizione presa dai Belgi, Zoppi scriveva a Bonn con T. segreto 9604/137 dell’8 ottobre (Telegrammi segreti originali 1954, partenza, vol. II): «Ambasciata in Brusselle riferisce cheparlamentari belgi Struye e Wigny assicurerebbero pieno appoggio candidatura Pella, qualora fosseritirata candidatura tedesca per la quale esistono forti affidamenti. Essi pertanto segnalano necessità accordo con parlamentari e Governo tedeschi. V.E. vorrà far presente costì che da parte nostra, qualoraci fosse assicurata presidenza Assemblea, appoggeremmo candidatura tedesca per presidenza Corte». Babuscio Rizzo rispondeva da Bad Godesberg con T. segreto 13086/160 del 12 ottobre (Telegrammi segreti originali 1954, arrivo, vol. II): «Dopo i sondaggi eseguiti in questi ambienti ho potuto avere oggi un diretto scambio di vedute sulla candidatura Pella alla presidenza dell’Assemblea Comunedella CECA con il Presidente del gruppo democristiano Von Brentano. Egli che era perfettamente alcorrente della questione mi ha detto francamente che le complicazioni sono state create dalla candidatura del deputato Pder il quale si sarebbe mosso non solo negli ambienti parlamentari tedeschima anche al Lussemburgo e altrove. Ho fatto presente a Brentano che secondo informazioni in nostro possesso era questa sola difficoltà che si frapponeva ad un pieno successo della candidatura italiana edè venuto naturale nel corso della conversazione accennargli la possibilità per l’Italia di non riproporre la candidatura per la Corte di Giustizia dando invece il nostro appoggio per questa carica a personalità tedesca. Brentano ha mostrato di gradire molto questa mia dichiarazione affermando di essere da parte sua pienamente favorevole alla candidatura Pella e di essersi anzi già adoperato presso i liberalied attraverso essi presso i socialisti per conoscerne il pensiero incontrando dappertutto favorevoleaccoglienza al candidato italiano. Brentano mi ha aggiunto che la Delegazione tedesca alla CECA non presenterà pertanto una propria candidatura. Egli prega mantenere la notizia ancora riservata, credoper riguardo a Pder con cui dovrà riparlare per chiarire definitivamente la questione. Von Brentano

prevede che la candidatura Pella presentata a Lussemburgo dal gruppo democristiano verrà accolta all’unanimità. Circa la candidatura tedesca alla Presidenza della Corte, Brentano mi ha detto senza specificare il nome esservi già candidato in possesso dei pieni requisiti per adempiere l’alto incarico». E di seguito con T. segreto 13118/161 del 13 ottobre (Ibidem): «Mi sono intrattenuto ieri sera anche con il Deputato Gerstenmaier Presidente della Commissione Esteri del Bundestag in merito alle candidature alla Presidenza dell’Assemblea Comune CECA. Gerstenmaier non sembrava sicuro che la candidatura di Pder potesse riscuotere i suffragi necessari e mi ha chiesto se la Delegazione italiana a Lussemburgo inclusi socialisti fosse unanime nell’appoggiare la candidatura Pella; ho creduto di rassicurarlo su questo punto. Essendosi venuti a parlare della possibilità per la Germania di ottenere con l’appoggio italiano la presidenza della Corte esso si è mostrato incline a spostare la candidatura Pder verso quest’ultima carica e mi ha anzi promesso che si sarebbe espresso in questo senso con Adenauer che avrebbe visto domani. Questo atteggiamento di Gerstenmaier, il quale non è sempre d’accordo con Brentano ed il cui peso in seno al partito appare in progressivo aumento, servirà certo a facilitare l’attuazione della decisione presa da Brentano quale Presidente del gruppo per il ritiro della candidatura tedesca dalla presidenza dell’Assemblea CECA. Mi permetto di rinnovare il suggerimento di mantenere ancora il riserbo su quanto precede».

Per il seguito vedi D. 157.

130

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, SCELBA(1)

T. segreto 12425/3142. Londra, 29 settembre 1954, ore 21,45 (perv. ore 7,30 del 30).

La giornata odierna è stata caratterizzata da importanti dichiarazioni fatte nella seduta pomeridiana da Dulles e da Eden circa i futuri impegni militari americani e britannici sul continente europeo.

Dulles ha dato al suo discorso un tono di serio ammonimento sottolineando la delusione che la CED ha creato nel Congresso e nell’opinione pubblica americana e la conseguente impossibilità – allo stato attuale dei fatti – di rinnovare gli impegni assunti da Stati Uniti verso la Comunità di difesa. Egli ha lasciato tuttavia intendere che ove dalla Conferenza di Londra e del Consiglio Atlantico scaturisca una nuova organizzazione che offra serie possibilità ripresa unificazione europea, gli Stati Uniti non mancheranno di confermare a loro volta gli impegni verso l’Europa occidentale alla quale da anni hanno fornito solidarietà ed aiuti.

Eden ha dato al proprio intervento carattere di particolare solennità. Rileva necessità di mostrare Stati Uniti volontà sempre pistretta unione europea, ha dichiarato che il Regno Unito non solo rinnoverà nei riguardi della nuova organizzazione dell’Europa gli impegni militari assunti verso la CED ma è pronto ad impegnarsi anche a mantenere sul continente quattro divisioni e le forze aeree ivi attualmente dislocate ed a non ritirarle senza l’approvazione a maggioranza del Consiglio di Bruxelles. Essendo stato deciso che le singole Delegazioni erano libere d’illustrare alla stampa la portata della seduta odierna, ho ritenuto opportuno convocare i corrispondenti dei giornali italiani cui ho fatto ampie dichiarazioni.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92. 2 Trasmesso tramite l’Ambasciata a Londra.

131

IL DELEGATO PRESSO LA CONFERENZA DI LONDRA BOMBASSEI(1)

Appunto riservato. Londra, 29 settembre 1954.

Le notizie dateci confidenzialmente da parte tedesca circa la buona atmosfera creatasi nel corso del lungo colloquio odierno fra il Cancelliere Adenauer e il Presidente Mendès, mi sono state confermate da un autorevole membro della Delegazione francese, molto vicino al Presidente.

Anche secondo lui la conversazione è stata dedicata sopratutto a creare un clima favorevole. Non sono state pertanto esaminate questioni particolari.

Sulla Saar sono state scambiate solo poche parole: Il problema appare tuttora aperto e rappresenta indubbiamente una grave preoccupazione per Mendès, convinto che una soluzione per lui soddisfacente sia indispensabile per la presentazione parlamentare dell’insieme degli accordi che verranno raggiunti a Londra.

Il Presidente francese ha avuto la sensazione che Adenauer si renda ora conto – in tema di relazioni franco-tedesche e di rapporti fra il suo Governo e quello di Mendès – di alcuni punti importanti:

1) non vi sono situazioni di particolare difficoltà nello stato d’animo dell’opinione pubblica francese nei confronti della Germania; l’evoluzione verso il definitivo abbandono delle antiche prevenzioni, antipatie e paure è pigenerale e profonda di quanto non si creda di solito;

2) Mendès, nonostante l’origine ebraica, non nutre sentimenti antitedeschi; anzi ha l’ambizione di essere uno degli artefici della riconciliazione tra i due Paesi (pare che su questo punto Mendès abbia specialmente insistito, abbordandolo con grande franchezza);

3) non è facile oggi rovesciare Mendès, la cui posizione nel Paese si va sempre pirafforzando;

4) lo scontento dell’MRP da un lato non deve essere tenuto in eccessivo conto perché il gruppo è fuori del Governo e non sembra sia in grado di sostituirvisi a breve scadenza a Mendès; dall’altro ha probabilmente carattere temporaneo (specialmente per quello che concerne la base elettorale) perché è prevedibile che possa, una volta sbarazzato il campo dalle controversie passionali di politica estera, essere trovato un punto di convergenza con Mendès, al quale gli MRP – se non vogliono rinnegare le loro origini – sono pivicini, sul piano interno, che non, per esempio, a Laniel;

5) Mendès non puabbandonare certi «cattivi amici» finché non sia sicuro che, con la sua politica, ne troverà dei nuovi; a questo proposito il Presidente avrebbe fatto intendere che, se la Conferenza di Londra avrà lo sperato successo, non gli sarà difficile di rompere definitivamente i ponti col neutralismo;

6) il recente viaggio di Mendès in Savoia è stato significativo; i deputati MRP locali erano presenti (ad eccezione di de Menthon) sia pure di cattivo umore per il successo del Presidente proprio nella loro roccaforte tradizionale; ma sopratutto le gerarchie e le forze cattoliche hanno partecipato alle manifestazioni, Vescovo in testa; da notare particolarmente la soddisfazione con cui è stato accolto un gesto di Mendès inteso a dimostrare che egli considera su uno stesso piede le scuole laiche e quelle cattoliche e a dissipare il sospetto di essere l’uomo della divisione ma di nutrire piuttosto idee di conciliazione.

Da ultimo, ricordando anche le parole dirette l’altro giorno all’Italia nel discorso pronunciato da Mendès a Annecy, il mio interlocutore mi ha detto che il Presidente desidera e ricerca pistretti contatti con noi per portare su un terreno piconcreto e fecondo l’amicizia fra i due Paesi. Mi ha lasciato comprendere chiaramente che qualunque iniziativa che potesse essere presa a questo scopo sarebbe molto gradita a Mendès.

Gabinetto, 1953-1961, b. 23, fasc. 1.

132

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, SCELBA(1)

T. s.n.d. 12478/3182. Londra, 30 settembre 1954, part. il 1° ottobre, ore 0,10 (perv. ore 7,50).

Nelle due sedute odierne sono stati lungamente discussi i problemi relativi al progetto di adesione dell’Italia e della Germania al Trattato di Bruxelles, le limitazioni alle forze armate ed il controllo degli armamenti.

Sul primo punto l’accordo è stato praticamente raggiunto.

Quanto alla limitazione degli effettivi, dopo lunghissime discussioni, si è addivenuti ad un accordo di massima secondo cui il Consiglio di Bruxelles fisserà i limiti massimi iniziali sulla base di quelli previsti per la CED, salvo revisione qualora il NATO richieda livelli superiori.

Circa la limitazione degli armamenti, la discussione si è svolta su tre aspetti distinti: divieto di fabbricazione di armamenti speciali in zone strategicamente esposte, limitazione della fabbricazione di armi pesanti, e pianificazione della produzione e distribuzione. Per i divieti e le limitazioni ci si è orientati verso una base di accordo ed ulteriori formulazioni sono state rinviate agli esperti.

Circa il terzo aspetto Mendès-France ha insistentemente ribadito la sua tesi secondo cui gli accordi attuali debbono prevedere l’istituzione in seno alla organizzazione Bruxelles una agenzia destinata ad esercitare una larga pianificazione e fabbricazione degli armamenti riguardante sopratutto le nuove installazioni ed incaricata della distribuzione degli aiuti esterni e del monopolio delle commesse, sostenendo i vantaggi tecnici ed economici che ne deriverebbero e la intensificazione della cooperazione europea che cicomporterebbe. La tesi stessa è fortemente avversata specialmente da parte di Beyen e ha suscitato – per quanto riguarda gli aiuti e le commesse offshore – molte riserve da parte di Dulles.

Nel mio intervento pomeridiano ho suggerito che la questione venisse rimessa alla competenza della nuova organizzazione di Bruxelles alla quale la presente conferenza conferirebbe il mandato e le direttive. Il mio suggerimento è stato accettato e sia Mendès-France che Beyen hanno tenuto ad esprimere la loro particolare riconoscenza per il carattere costruttivo di tale proposta che servirà di base al lavoro degli esperti convocati per domani.

Per quanto non vi nascondo che la conferenza debba ancora far fronte a difficoltà di non poco momento, pure l’atmosfera generale al termine della giornata odierna si presenta orientata a qualche ottimismo: ne sono alla base l’avviamento, avvenuto dopo sufficiente delibazione politica, di tutte le questioni al livello degli esperti e la sensazione di ragionevole cedevolezza della posizione francese.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92.

2 Trasmesso tramite l’Ambasciata a Londra. Ritrasmesso con Telespr. segreto 21/2422 del 1° ottobre dall’Ufficio I della Direzione Generale della Cooperazione Internazionale alle Ambasciate ad Ankara, Atene, Bonn, Bruxelles, L’Aja, Ottawa, Parigi e Washington, alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi, alle Legazioni a Copenhaghen, Lisbona, Lussemburgo e Oslo, e per conoscenza, alla Direzione Generale degli Affari Politici.

133

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL SEGRETARIO GENERALE AGLI AFFARI ESTERI, ZOPPI(1)

L. personale 143362. Washington, 30 settembre 1954.

Caro Zoppi,

mi riferisco alla tua lettera 21/2375 del 23 corrente(3).

Ho fatto conoscere al Dipartimento di Stato l’intenzione del Governo di provocare una mozione parlamentare che possa sostituire, psicologicamente e politicamente, la ratifica della CED. Tale intenzione è stata vivamente apprezzata.

A. Tarchiani

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92.

2 Il documento reca i timbri: «Visto dal Ministro» e «Visto dal Segretario generale» con la sigla di Zoppi; «Inviato in copia al Presidente della Repubblica» e «Inviato in copia ai Sottosegretari».

3 Vedi D. 103.

134

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, SCELBA(1)

T. s.n.d. 12523/3192. Londra, 1° ottobre 1954, part. il 2, ore 2,58 (perv. ore 8).

Nella riunione antimeridiana è stato completato l’accordo per la limitazione ed il controllo delle forze armate. Esso prevede la conclusione tra le potenze dell’organizzazione di Bruxelles di una convenzione fissante i massimi; tale massimo sarà, per quanto riguarda la Repubblica Federale, corrispondente a quello previsto dall’accordo speciale per la CED; se in seguito in sede di revisione annuale del NATO fosse raccomandato l’aumento oltre i detti massimi, tale aumento necessiterà l’approvazione unanime delle potenze del Patto di Bruxelles; tutte le forze dei Paesi NATO stazionate sul continente europeo saranno piazzate sotto l’autorità della SAUCER salvo le eccezioni che il NATO ha riconosciuto o riconoscerà; i poteri della SAUCER relativamente allo spiegamento e alla dislocazione delle truppe vengono sottolineati; i controlli relativi alle forze armate verranno effettuati dalla SACEUR che invierà anche i dati relativi alla organizzazione di Bruxelles; impegni sono previsti anche per le forze armate di difesa interna, e, in forma che ho ottenuto soddisfacente per noi, di polizia.

Nella seduta pomeridiana i Ministri si sono principalmente occupati di nuovo dei problemi relativi alle limitazioni ed al controllo degli armamenti, essendo state manifestate in seno al Comitato degli esperti vedute assai divergenti soprattutto da parte francese e tedesca sia per quanto riguarda la determinazione delle zone strategicamente esposte e delle categorie delle armi speciali cui applicare i divieti di produzione sia per quanto riguarda le limitazioni ed il controllo degli armamenti.

La divergenza tra le impostazioni francese e tedesca si è manifestata con notevole intensità anche nelle riunioni dei Ministri. Dulles e Pearson hanno presentato proposte intese a raggiungere in qualche modo un limitato inizio del riarmo tedesco rinviando alla organizzazione del Trattato di Bruxelles le definitive decisioni sui punti in discussione. Peraltro al termine della riunione serale i problemi sono rimasti aperti e la discussione sull’argomento rinviata a domani. Il Ministro Eden ha effettuato a conclusione un caloroso intervento ricordando la vitale importanza per l’Occidente che la Conferenza giunga a risultati positivi e che alla base delle discussioni e delle decisioni stiano criteri di mutua fiducia e comprensione e non diffidenza e sospetto.

Previsioni circa la data della fine della Conferenza che stamane sembravano orientate a sabato sera [il 2], stasera si orientano verso domenica al pipresto.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92.

2 Trasmesso tramite l’Ambasciata a Londra. Ritrasmesso con Telespr. segreto 21/2435 del 2 ottobre dall’Ufficio I della Direzione Generale della Cooperazione Internazionale alle Ambasciate ad Ankara, Atene, Bonn, Bruxelles, L’Aja, Ottawa, Parigi e Washington, alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi, alle Legazioni a Copenhaghen, Lisbona, Lussemburgo e Oslo, e per conoscenza, alla Direzione Generale degli Affari Politici.

135

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, SCELBA(1)

T. s.n.d. 12558/3222. Londra, 2 ottobre, part. il 3, ore 10,15 (perv. ore 10,45).

Nella riunione antimeridiana la questione dei controlli sugli armamenti e sulla produzione ha provocato nuove difficoltà e vivaci contrasti che sono stati rimossi soltanto dopo una riunione ristretta svoltasi su nostra proposta, che ha portato alla definizione della delicata questione costituita dalla proibizione di armi speciali. Il Cancelliere Adenauer ha, a tale proposito, annunciato l’autolimitazione nei confronti della Germania.

Contemporaneamente, a mezzo di appositi Comitati, sono stati portati a termine i lavori relativi al riconoscimento della sovranità tedesca, all’accessione dell’Italia e della Germania al Patto di Bruxelles, alla dichiarazione da parte della Germania e delle Tre Potenze alleate circa la sicurezza in Europa.

Esaurito così anche il difficile problema della definizione delle così dette zone strategicamente esposte, è stato possibile raggiungere un accordo finale e generale e si è già provveduto alla compilazione e all’approvazione dell’Atto finale della Conferenza che sarà firmato domani alle ore 15 dai nove Ministri e reso pubblico.

Conto di partire subito dopo per Roma via aerea.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92. 2 Trasmesso tramite l’Ambasciata a Londra.

136

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, BENVENUTI, ALL’AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI(1)

L. Roma, 2 ottobre 1954.

Caro Ambasciatore,

[...]

Ho letto il Suo bellissimo rapporto(2).

Mi consenta di mandarle copia di tre appunti(3) che ho inviato a suo tempo ai miei «superiori».

La mia prosa, tanto meno brillante della Sua, non sarà forse stata letta: cosa che (posso dichiararlo da buon testimone oculare) non succede mai per i Suoi rapporti i quali formano oggetto, in genere, di appassionati commenti, a livello politico ed a livello diplomatico.

Come vedrà l’ispirazione di questi appunti è orientata verso una relativa diffidenza alla politica franco-britannica.

Non v’è dubbio, come dice Brosio(4) e come Lei giustamente richiama, che alla fine la Gran Bretagna non romperà con l’America.

È peranche vero che fin quando non vi sarà sul continente europeo un pilastro sicuro della politica occidentale nel senso del «non appeasement», ‒anche l’America non pu fronteggiare efficacemente la politica di Eden-Churchill-Attlee-Bevan [sic]5.

E tutte le difficoltà che incontra una politica di organizzazione della resistenza europea nascono appunto, a mio modesto avviso, da tale dato di fatto.

Per contro resto convinto che, se il Signor Dulles non avesse preso l’aereo, e non fosse volato a Bonn, si sarebbe continuato coi comunicati al lattemiele, nei quali niente si diceva di ciche era duramente necessario di dire.

Oggi mentre Le scrivo sembra che la Conferenza sia tuttora in crisi.

Sono convinto che con quel tipo di maggioranza parlamentare che mi sono permesso di descrivere a pag. 3 e a pag. 6 del mio appunto n. 1, difficilmente si realizzerà qualcosa di concreto fin quando gli altri Paesi non si decideranno a dimostrare coi fatti a M.F. che si procede anche senza di loro, e anche contro di loro. Non dimentichiamo che non basta un buon comunicato, né un discreto trattato, ma occorre tutta una volontà politica decisa (dopo i comunicati e i trattati) a schierare sull’Elba le divisioni tedesche.

Giustamente Ella scrive «Per i francesi ci vuole una prova che con la Russia non ci si puintendere». Senonché tale prova è impossibile: perché l’intesa è possibilissima. Basta una piccola piccola Monaco.

Questo è il «Mal Francese» (M.F.) da cui rischiamo di essere appestati.

Io non dico con questo che si debba scatenare l’offensiva per abbattere l’attuale Governo M.F. Dico perche non è assolutamente indispensabile che ci mettiamo in Otto intorno a lui per salvarlo a tutti i costi.

Sartanto lieto di vederla presto, caro Ambasciatore, e mi creda, con vivissima, salda ed affettuosa amicizia, coi pidevoti omaggi a Sua moglie(6).

Aff.mo

Benvenuti

1 Ambasciata a Parigi, 1951-1960, b. 40, pos. 11/18.12. Si omettono le frasi legate a situazioni puramente personali.

2 Vedi D. 86.

3 Vedi DD. 65, 71 e 83.

4 Vedi D. 56.

5 Aggiunta a margine di Benvenuti: «è questa la scaletta».

6 Per la risposta vedi D. 154.

137

[LA DIREZIONE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE] AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

Appunto. Roma, 4 ottobre 1954.

SCHEMA DI RIASSUNTO DELLA CONFERENZA DI LONDRA

1° -Atmosfera internazionale pre-Conferenza.

Conseguenze del fallimento della Conferenza di Bruxelles e del voto dell’Assemblea Nazionale francese contro il Trattato della CED. Diffidenza degli uomini di Governo del Benelux nei confronti del Presidente Mendès-France. Atteggiamento di disillusione e sospetto degli ambienti americani.

2° -Nuova impostazione del problema della cooperazione occidentale a seguito della caduta del Trattato CED.

Iniziativa del Governo britannico e visita del Ministro Eden nelle capitali europee e viaggio esplorativo del Segretario di Stato Foster Dulles a Bonn e a Londra a sostegno dei «desiderata» tedeschi.

Necessità di valorizzazione di un nuovo organismo politico europeo con conseguente impostazione della «contemporaneità» dell’allargamento del Patto di Bruxelles del 1947 all’Italia e alla Germania e dell’ingresso della Germania nella Organizzazione Atlantica. Netta tendenza francese per il consolidamento del Patto di Bruxelles per permettere un accrescimento della collaborazione inglese con l’Europa continentale ed al tempo stesso l’istituzione di forme di controllo europeo nei confronti del riarmo della Germania.

3° -Importanza e peso dell’azione francese in seno alla Conferenza di Londra.

Chiara intenzione del Governo di Parigi di ottenere una effettiva limitazione del riarmo tedesco e comunque una qualche discriminazione nei confronti di Bonn. Conseguente presentazione di progetti francesi, tanto in merito al livello ed alla efficienza delle forze quanto alla produzione degli armamenti. Necessità per la Francia di potenziare un nuovo organo europeo di controllo (Agenzia speciale nel quadro del Patto di Bruxelles), al di fuori della NATO, atto a delimitare i «maxima» nei confronti dei «minima» richiesti ed imposti annualmente dalla Organizzazione Atlantica ai Paesi membri.

4° -Durata e sviluppo della Conferenza di Londra.

Latente ma continuo contrasto tra le tesi francesi e quelle dei Paesi del Benelux, tutti contrari ad immaginare la possibilità di un «pool» degli armamenti ed un controllo, alla base, della produzione bellica. Atteggiamento riservato e prudente della Germania intesa, comunque, ad ottenere il riconoscimento della sovranità ed un primo riarmo. Azione equilibratrice italiana. Interesse dell’Inghilterra ad un successo della Conferenza di Londra e ad un consolidamento del Patto di Bruxelles. Importanza e significato della dichiarazione del Ministro Eden in merito alla permanenza nell’Europa continentale di quattro divisioni britanniche e delle forze di aviazione tattica ed in merito all’impegno del Governo di Londra di non ritirare tali forze contro il desiderio della maggioranza dei Paesi membri del Trattato di Bruxelles, Dichiarazioni ammonitrici del Segretario di Stato americano Foster Dulles, intese pera permettere – nel caso di un prossimo favorevole sviluppo della collaborazione occidentale – una rinnovata cooperazione e permanenza delle forze americane in Europa conformemente alla strategia nord-atlantica.

5° -Risultati della Conferenza di Londra.

A) Progresso effettivo nel processo di riconoscimento della sovranità alla Germania da parte dei tre Alleati occupanti. Dichiarazione di intenzioni da parte dei tre Governi alleati per associare la Repubblica Federale tedesca, su piede di eguaglianza, ai loro sforzi per la pace e per la sicurezza e per mettere fine al pipresto al regime di occupazione. Progressiva diminuzione dei poteri degli Alti Commissari Alleati in Germania.

B) Adesione dell’Italia e della Germania al Patto di Bruxelles, collegata con il rinforzamento ed il riadattamento di tale Trattato con la creazione di un Consiglio Direttivo con poteri di decisione. Compiti di tale Consiglio in merito alla formazione ed al controllo del contributo dei sette Paesi membri alla difesa comune nel quadro della NATO: conseguente fissazione del principio che tale contributo, da parte della Germania, sarà conforme a quello già in precedenza fissato nel Trattato per la CED. Abolizione del primitivo concetto limitativo delle «zone strategicamente esposte», e cia causa della rinuncia volontaria da parte del Governo di Bonn e dei Governi del Benelux di iniziare la fabbricazione di armi atomiche, batteriologiche e chimiche, mentre per i missili, le navi da guerra di tonnellaggio superiore alle 3.000 tonnellate e per le forze aeree strategiche la Germania stessa si impegna a non iniziarne la costruzione salvo future autorizzazioni da concedersi, a maggioranza qualificata, dal Consiglio Direttivo del Trattato di Bruxelles. Creazione, sempre nel quadro di Bruxelles, della speciale «Agenzia» destinata ad esercitare gli opportuni controlli. Impegno da parte dei Governi degli Stati Uniti e del Canada di portare a conoscenza dell’Agenzia stessa, preventivamente, i dati relativi alla concessione di loro aiuti militari a favore dei membri dell’Organizzazione di Bruxelles.

C) Adozione della proposta per l’ingresso della Germania nella Organizzazione Atlantica. Prossima Conferenza Atlantica a Parigi (22 ottobre) preceduta dalla riunione (21 ottobre) dei rappresentanti dei nove Paesi della Conferenza di Londra per l’adozione delle norme finali, predisposte da appositi Comitati di Esperti (da tenersi in queste settimane a Parigi) intese a definire i dettagli del rifacimento del Patto di Bruxelles in merito all’ingresso dell’Italia e della Germania e nei confronti dei poteri della prevista «Agenzia» di controllo. Riconferma dei poteri del Comando Supremo Atlantico in merito all’impiego delle forze in Europa e della strategia atlantica.

6° -Dichiarazione politica del Governo della Repubblica Federale Tedesca, per confermare la propria adesione al Trattato di Bruxelles ed al Patto Atlantico e per ripetere la propria intenzione di non fare alcun ricorso alla forza per procedere alla riunificazione della Germania o per modificare gli attuali confini della Repubblica stessa. Contemporanea dichiarazione dei tre Governi degli Stati Uniti, del Regno Unito e della Francia, intesa a prendere nota della dichiarazione germanica, a confermare i propri intendimenti di pace e a ripetere il riconoscimento del Governo di Bonn quale solo Governo tedesco liberamente e legittimamente costituito.

DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92.

138

IL DIRETTORE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE MAGISTRATI(1)

Appunto riservatissimo 21/24462. Roma, 4 ottobre 1954.

APPUNTO RELATIVO ALLA CONFERENZA DEI NOVE PAESI INTERESSATI ALLA COOPERAZIONE OCCIDENTALE (Londra, Lancaster House, 28 settembre-3 ottobre 1954)

A norma degli inviti rivolti dal Governo del Regno Unito per una riunione, a Londra, dei Paesi maggiormente interessati alla cooperazione occidentale, i Ministri degli Affari Esteri dei Paesi stessi si sono incontrati nella Lancaster House della Capitale britannica alla data del 28 settembre 1954.

Presidente della riunione e Delegato del Regno Unito è stato il Ministro degli Affari Esteri, Anthony Eden, mentre gli altri otto Paesi vi sono stati così rappresentati: l’Italia dal nuovo Ministro degli Affari Esteri, On. Martino; la Francia dal Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, Mendès-France; la Repubblica Federale Tedesca dal Cancelliere, Konrad Adenauer; gli Stati Uniti d’America dal Segretario di Stato, Foster Dulles; il Belgio dal Ministro degli Affari Esteri, Spaak; i Paesi Bassi dal Ministro degli Affari Esteri, Beyen; il Lussemburgo dal Presidente del Consiglio, Bech; ed infine il Canada dal Ministro degli Affari Esteri, Pearson.

I Ministri erano accompagnati da Delegazioni numerose e dagli Ambasciatori residenti a Londra. Presenti, inoltre, i tre Alti Commissari in Germania.

La riunione, come è noto, era stata predisposta dal Foreign Office a seguito e a conclusione del viaggio esplorativo eseguito, nella seconda decade di settembre, nelle capitali europee maggiormente interessate, dal Ministro Eden: viaggio che aveva egregiamente servito a fissare taluni punti preliminari dei nuovi contatti resisi necessari, tra i Paesi occidentali, a seguito dell’insuccesso della Conferenza di Bruxelles e del respingimento, da parte dell’Assemblea Nazionale francese, del Trattato per la CED.

Se, per quel viaggio era apparso un primo passo in avanti di una qualche importanza, non si pudire che esso avesse effettivamente servito a rasserenare una atmosfera resa particolarmente pesante e dubbiosa tanto per l’incertezza regnante circa la tattica e le finalità del Governo di Parigi quanto per gli interrogativi sollevati dalla rapida ed improvvisa visita del Segretario di Stato americano Foster Dulles a Bonn ed a Londra, visita da molti interpretata come una mossa del Governo di Washington intesa a dimostrare contemporaneamente il malcontento americano per la caduta della CED ed il desiderio del Dipartimento di Stato di vedere sostenuti ed appoggiati i «desiderata» tedeschi in tema di riacquisto della sovranità e di riarmo.

Tutto cispiega come le prime battute della Conferenza di Londra, apertasi, come si è detto, con notevole solennità, nella mattina del 28 settembre, siano state ispirate ad alquanta incertezza e ad indubbia reciproca diffidenza. Basterà accennare al fatto che al discorso di impostazione dei problemi fatto, in termini alquanto risoluti, dal Presidente del Consiglio di Francia, ebbero subito a far seguito momenti di assoluto silenzio, quasi che nessuno volesse prendere posizione: situazione di disagio che poté risolversi soltanto dopo un intervento del Rappresentante italiano, Ministro Martino, il quale, nel riaffermare lo spirito di collaborazione del Governo di Roma e nel dichiarare urgente ed indispensabile la restituzione della sovranità alla Repubblica Federale Tedesca, ebbe pera porre in rilievo come si rendesse ormai necessario, nei riguardi degli armamenti dei Paesi europei occidentali, un sistema di garanzie da realizzarsi mediante opportuni controlli anche se su di un piano di parità e senza discriminazioni.

In tale suo intervento iniziale, l’On. Martino aggiungeva poi come il Governo italiano vedesse con favore un’impostazione del problema della cooperazione occidentale, dopo la mancata realizzazione della Comunità di Difesa, sulla base di una ammissione dell’Italia e della Germania al Patto di Bruxelles del 1948, opportunamente riadattato, e del contemporaneo ingresso della Germania nell’Organizzazione Atlantica.

Ad onta di una tale impostazione ‒che del resto era già apparsa evidente nei contatti avuti dal Ministro Eden nel corso del suo viaggio, già sopra ricordato, nelle capitali europee ‒destinata ad indicare, in qualche modo, la via da percorrere, i primi due giorni di discussione sono stati, si ripete, caratterizzati da un continuo contrasto tra le tesi sostenute dal Presidente del Consiglio Mendès-France, ed intese ad ottenere in qualche modo l’istituzione di forme di un forte controllo europeo nei confronti del riarmo della Germania e della conservazione di una certa discriminazione ai danni di Bonn, e quelle caldeggiate particolarmente dai Rappresentanti del Benelux, e specialmente dal Ministro Spaak, dirette ad impedire che, in realtà, quella discriminazione giocasse soltanto a favore della Francia e cioè di quella Francia che aveva tanto clamorosamente respinto il Trattato per la CED, già solennemente approvato dai Parlamenti di Bruxelles, L’Aja e Lussemburgo.

Situazione, questa, che rese necessario, al terzo giorno della Conferenza, un drammatico ed importantissimo intervento del Ministro Eden, costituito dall’annuncio della decisione britannica di mantenere in Europa ‒a titolo di permanente ed effettivo contributo alla cooperazione occidentale nel continente ‒ben quattro divisioni sostenute dalle relative forze aeree di impiego tattico: decisione di indubbio grande e «storico» significato alla quale veniva ad aggiungersi l’altra, di non minore valore, per cui quelle divisioni non potrebbero venire, in futuro, ritirate (a meno, naturalmente, di gravi eventi britannici) se non con l’approvazione della maggioranza dei Paesi firmatari del Trattato di Bruxelles.

Con tale annuncio, interpretato, nei corridoi della Conferenza, come una rinuncia ed un abbandono della tradizionale e secolare «insularità» dell’Inghilterra, il Presidente Mendès-France non poteva non segnare un primo e grosso punto di vantaggio, in quantoché troppo noti erano gli sforzi tante volte compiuti dai suoi predecessori i quali per anni, e allo scopo di varare in qualche modo il Trattato per la CED, si erano senza successo adoperati per ottenere l’ancoramento definitivo delle forze militari britanniche sul continente europeo a sostegno delle forze francesi.

Alla dichiarazione di Eden venivano poi, inoltre, subito ad affiancarsi quelle del Segretario di Stato, Foster Dulles, e del Ministro degli Affari Esteri del Canada, Pearson. La prima, in qualche modo ammonitrice nei confronti dei Paesi europei, ma intesa a rinnovare, nel caso di prossimi favorevoli sviluppi della cooperazione occidentale, la collaborazione di forze armate americane in Europa per la difesa congiunta dell’area atlantica, e la seconda destinata anch’essa a ripetere la fedeltà del Governo di Ottawa alla causa atlantica ed ai rapporti con i Paesi del Trattato di Bruxelles.

Con tali dichiarazioni, che dimostravano, da una parte, l’ormai decisa volontà del Governo di Londra di vedere costituita, con la propria diretta e decisiva partecipazione, una nuova forma di unità europea sulla base del Trattato di Bruxelles, definito quale il fulcro dell’Europa occidentale e, dall’altra, l’intenzione americana di «non rompere pi con l’Europa ad onta del fallimento della CED, la Conferenza pareva destinata ad avviarsi senz’altro a favorevoli conclusioni. Ma, viceversa, nuovi ed aspri contrasti non mancarono di verificarsi in merito alla grave e delicata questione dell’istituzione dei controlli in merito agli effettivi ed agli armamenti dei Paesi continentali aderenti al Patto di Bruxelles.

La Francia, infatti, mostrin ripetute occasioni e con l’abile dialettica del Signor Mendès-France, di voler assolutamente disgiungere, mediante la creazione di una apposita «Agenzia di controllo» nel quadro del Trattato di Bruxelles, la questione della fissazione del mantenimento dei livelli di forze e di armamento dalla normale revisione annuale affidata alla Organizzazione Atlantica: quasiché, in definitiva, i «maxima» da definirsi in seno a Bruxelles, potessero essere di molto diversi dai «minima» richiesti ed imposti dalle necessità militari dell’Alleanza Atlantica. Essa inoltre, insistendo duramente per ottenere o un vero e proprio «pool» della produzione bellica tra i Paesi di Bruxelles o, almeno, un controllo alla base della produzione stessa, finì per suscitare vivaci reazioni che portarono persino a ripetute sospensioni di seduta ed interruzione delle conversazioni nella aula delle riunioni. E si pudire che soltanto la proposta avanzata dal Ministro Martino ed intesa ad ottenere la sostituzione delle riunioni plenarie con altre a carattere privato e con la presenza dei soli Ministri degli Esteri accompagnati ciascuno da un solo esperto, finì per provocare la creazione di un’atmosfera di minore drammaticità e di maggiore serenità.

Così, attraverso una serie ininterrotta di «alti e bassi», si poté giungere alla giornata conclusiva della Conferenza ed alla formulazione di un vero e proprio suo «Atto Finale» destinato ad essere contemporaneamente il documento ufficiale ed il comunicato riassuntivo della Conferenza stessa; e i nove Ministri potevano ad esso apporre la loro firma nel pomeriggio di domenica 3 ottobre decidendo, al tempo stesso, di promuovere una loro nuova riunione a Parigi alla data del 21 ottobre per definitivamente approvare il lavoro che gli esperti compiranno nei prossimi giorni, sempre a Parigi, per tradurre in dettaglio, in merito sopratutto al problema del controllo della produzione bellica, i «principii» stabiliti a Londra. Subito dopo, e cioè alla data del 22 ottobre, avrà luogo, con ogni probabilità, la speciale Conferenza Atlantica destinata a sancire l’ingresso della Repubblica Federale Tedesca nell’Organizzazione Atlantica.

Quali i risultati effettivi e formali della Conferenza?

A) Progresso effettivo nel processo di riconoscimento della sovranità della Repubblica Federale Tedesca da parte dei tre Alleati occupanti. I tre Governi alleati, in una loro «dichiarazione di intenzioni», riaffermano il loro intendimento di vedere la Repubblica Federale associata, su piede di eguaglianza, ai loro sforzi per la pace e per la sicurezza. Si avrà, quindi, ora, una progressiva diminuzione dei poteri degli Alti Commissari Alleati in Germania, fino al definitivo esaurimento dell’attuale regime di occupazione.

B) Adesione dell’Italia e della Germania al Patto di Bruxelles del 1948, collegata, come si è già accennato, con il rinforzamento ed il riadattamento di tale Trattato e con la creazione di un Consiglio Direttivo con poteri di decisione. Tale Consiglio avrà anche compiti in merito alla formazione ed al controllo del contributo dei sette Paesi membri alla difesa comune nel quadro della NATO, con conseguente fissazione del principio che tale contributo, da parte della Germania, sarà conforme a quello già in precedenza fissato nel Trattato per la CED(3).

In tale settore è stato abolito il primitivo concetto limitativo delle cosiddette «zone strategicamente esposte», e cia causa della rinuncia volontaria, da parte del Governo di Bonn e dei Governi del Benelux, ad iniziare la fabbricazione di armi atomiche, batteriologiche e chimiche, mentre per i missili, per le navi da guerra da superficie di tonnellaggio superiore alle tremila tonnellate, per i sottomarini di tonnellaggio superiore alle trecentocinquanta tonnellate ed, infine, per gli aerei da impiego strategico la Repubblica Federale Tedesca si impegna a non iniziarne la costruzione salvo future esplicite autorizzazioni da concedersi, a maggioranza qualificata, dal Consiglio Direttivo previsto dal Trattato di Bruxelles.

È prevista, infine, sempre in questo quadro, la creazione di quella speciale «Agenzia» destinata ad esercitare gli opportuni controlli ed alla quale si è sopra accennato: ad essa, tra l’altro, i Governi degli Stati Uniti e del Canada comunicheranno i dati relativi alla concessione di loro aiuti militari a favore dei membri dell’Organizzazione di Bruxelles.

C) Adozione della proposta per l’ingresso della Repubblica Federale tedesca nella Organizzazione Atlantica. Su tale argomento gli otto Paesi che sono già membri della NATO riaffermano la loro intenzione ed il loro desiderio di vedere il meccanismo dell’Organizzazione Atlantica rinforzato da speciali misure intese a porre in rilievo l’autorità del Comando Supremo (SACEUR) sulle forze stazionanti sul continente europeo, ad eccezione di quelle destinate a rimanere sotto comando nazionale. Si suggerisce, inoltre, che l’interpretazione da darsi all’articolo 13 del Patto Atlantico sia che quest’ultimo appare di durata «indefinita» anche se, dopo 20 anni dalla sua firma, ogni Paese membro possa annunciare il suo ritiro dall’Organizzazione.

D) Dichiarazione politica del Governo della Repubblica Federale Tedesca per confermare la propria adesione al Trattato di Bruxelles ed al Patto Atlantico e per ripetere la propria intenzione di non compiere alcun ricorso alla forza per procedere alla riunificazione della Germania o per modificare gli attuali confini della Repubblica stessa. Contemporanea dichiarazione dei Governi degli Stati Uniti, del Regno Unito e della Francia intesa a prendere nota della dichiarazione germanica, a confermare i propri intendimenti di pace, e a ripetere il loro riconoscimento del Governo di Bonn quale solo Governo tedesco liberamente e legittimamente costituito e atto, quindi, a «parlare» a nome della Germania.

In riassunto:

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5. La Repubblica Federale Tedesca ha mostrato, con l’atteggiamento calmo, prudente, conciliante e persino, in taluni momenti, remissivo del Cancelliere Adenauer, di volere, sopratutto, non compromettere, con pericolose frizioni e polemiche, i tre scopi principali perseguiti dal suo Governo: il riconoscimento della sovranità con la fine del regime di occupazione, il suo definitivo ingresso nelle Organizzazioni occidentali, ed il suo limitato riarmo. Anche essa pu evidentemente, dichiararsi non insoddisfatta, sotto il profilo suindicato, dei risultati di Londra.

6. Il Governo degli Stati Uniti sembra avere ormai, in qualche modo, «digerito» l’insuccesso della CED e se un’amarezza tuttora sussiste è piuttosto nel riconoscere di essersi troppo esposto e compromesso, nel quadro delle ripercussioni internazionali, per sostenere e difendere la CED. Deve quindi presumersi che, almeno per il prossimo avvenire, il Dipartimento di Stato sarà estremamente guardingo e prudente prima di dare entusiastiche approvazioni a questa o a quella nuova organizzazione occidentale, preferendo attenderne i risultati positivi. Il Governo americano, infine, sembra abbastanza fiducioso ‒e ciò lo tranquillizza non poco ‒nel fatto che il Regno Unito, nelle attuali circostanze, difficilmente potrà accedere ad un desiderio francese di vedere riprese al pipresto le eventuali conversazioni con il Governo sovietico.

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1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92.

2 Sottoscrizione autografa. Inviato da Magistrati con lettere riservate 21/2454, 21/2455, 21/2456 del 4 ottobre rispettivamente a Bombassei, Brosio, Canali e con lettera riservata 21/2449 del 5 ottobre a Alberto Rossi Longhi, a Taviani, Vanoni, Mancinelli, Urbani, Ferreri, Ferrari Aggradi, Cattani, Caruso, Grazzi, Di Stefano, Benzoni di Balsamo, Guidotti, Tarchiani, Babuscio Rizzo, Quaroni, Pietromarchi, Alessandrini, Baldoni, Venturini, Soardi di S. Antonio, De Vera d’Aragona, Cavalletti, Mosca, Cittadini Cesi. Il documento reca il timbro: «Visto dal Segretario Generale» con la sigla di Zoppi.

3 Nota del documento: «ossia 12 divisioni e 1300 aerei leggeri».

139

IL MINISTRO A LUSSEMBURGO, CAVALLETTI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 12662/477. Lussemburgo, 5 ottobre 1954 (perv. ore 17,53).

Oggetto: Accordo di Londra.

Per quanto Bech certamente ha già avuto occasione di manifestare a V.E. a Londra il suo pensiero sulla Conferenza preliminare, mi permetto per debito d’ufficio di riferire il colloquio avuto con lui. Secondo Bech l’accordo a Londra si è realizzato sopratutto per «magnanimità» di Adenauer che ha mostrato spirito veramente superiore nel decidere i problemi delicatissimi per la Germania. Mendès-France ha cercato tirare troppo il suo arco ad ha continuato come alla Conferenza di Bruxelles a raccogliere antipatie. Tuttavia mentre a Bruxelles era stato chiarito a tutti che Mendès-France era personalmente contrario alla CED, a Londra egli è sembrato abbastanza sinceramente convinto della necessità di fare approvare l’accordo dal Parlamento francese. Bech ritiene che tale approvazione non dovrebbe mancare.

Il giudizio di Bech sulla portata dell’accordo è che esso non elimina completamente le preoccupazioni, molto forti nel Benelux per la rinascita del militarismo tedesco. Bech mi ha detto di aver particolarmente apprezzato gli sforzi fatti da V.E. a Londra affinché lo spirito d’integrazione europea venisse mantenuto e gli interventi che Ella ha fatto a tale scopo.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 99.

140

LA DIREZIONE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE(1)

Appunto(2).

Il Ministro Martino illustra i risultati della recente conferenza internazionale tenutasi Londra(3) alla quale hanno partecipato i Ministri degli Esteri del Belgio, del Canada, della Francia, della Gran Bretagna, dell’Italia, del Lussemburgo, dei Paesi Bassi, della Repubblica Federale di Germania e degli Stati Uniti. Egli riassume la critica situazione venutasi a creare dopo il fallimento della Conferenza di Bruxelles ed il rigetto del Trattato per la Comunità di Difesa da parte del Parlamento francese, ed accenna al viaggio del Ministro britannico Eden attraverso le capitali dell’Europa occidentale nel corso del quale sono state gettate le basi della Conferenza di Londra.

Rileva che i risultati di Londra sono incoraggianti: l’aver potuto in brevi settimane uscire dalla situazione critica sovradescritta testimonia della vitalità dell’idea europea e della coscienza che gli Stati dell’occidente europeo hanno della necessità di mantenersi uniti.

Riassume le decisioni della Conferenza di Londra. L’Italia e la Germania aderiranno al Trattato di Bruxelles del 1948 ampliato e modificato sì da renderlo da un lato strumento atto ad assicurare la limitazione ed il controllo delle Forze Armate e degli armamenti dei paesi membri in Europa e dall’altro quadro idoneo allo sviluppo di iniziative europeistiche. Le tre potenze occupanti porranno fine al regime di occupazione nella Repubblica Federale di Germania e questa, con la restituzione dei poteri sovrani, parteciperà allo sforzo difensivo dell’Occidente entrando a far parte dell’organizzazione atlantica e portando il suo contributo in reparti ed armamenti nei limiti fissati e che corrispondono a quelli concordati nel 1952 nel quadro CED.

Il Ministro Martino sottolinea due elementi di particolare importanza che hanno contribuito in modo determinante ad imprimere alla conferenza favorevole corso. Il primo è l’impegno assunto da parte britannica di mantenere sul continente europeo in tempo di pace le attuali forze, e cioè quattro divisioni ed un grande reparto aereo. Il secondo è l’impegno assunto dalla Germania, e della cui osservanza sarà garante un organo internazionale di controllo, di non fabbricare sul proprio territorio armi atomiche, biologiche e chimiche nonché altre armi principali.

Il Ministro Martino sottolinea infine il contributo costruttivo apportato alle discussioni di Londra dalla Delegazione italiana, a tutela degli interessi del nostro Paese e nella ricerca di una soluzione, in spirito di armoniosa collaborazione, ai gravi problemi cui l’occidente europeo si trovava di fronte.

I risultati della Conferenza di Londra, che aveva carattere preparatorio, verranno elaborati da appositi gruppi di lavoro a Londra ed a Parigi. È prevista per il 21 ottobre una nuova riunione a Parigi dei Ministri degli Esteri onde procedere alla conclusione e firma degli atti formali in cui le decisioni prese a Londra troveranno la loro formulazione.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 29, fasc. 102.

2 Consegnato il 9 dicembre in risposta a L. 1/3996 del 7 dicembre di Milesi a Plaja, il cui tenore era il seguente: «Caro Eugenio, dalla Presidenza del Consiglio ci chiedono elementi per redigere in maniera definitiva i verbali del Consiglio dei Ministri del ... 5 ottobre nel corso del quale il Ministro Martino ha riferito circa l’esito della Conferenza di Londra e l’opera ivi svolta dalla nostra Delegazione. Al momento il Sottosegretario verbalizzante non prese nota; potresti farmi avere una mezza paginetta a macchina per accontentarli? Grazie vivissime e molti cordiali saluti, tuo aff. Gian Luigi Milesi». Si tratta della riunione straordinaria del Consiglio dei Ministri per autorizzare Brosio a sottoscrivere l’Accordo su Trieste: Oggi Trieste e la «zona A» tornano all’Italia, «La Stampa», 5 ottobre 1954.

Vedi DD. 126, 127, 130, 132, 134, 135 e 137.

141

L’AMBASCIATORE A BRUXELLES, GRAZZI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

R. 4057/19882. Bruxelles, 5 ottobre 1954.

Signor Ministro,

Mi consenta V.E. di felicitarmi per l’esito della Conferenza di Londra e per i risultati conseguiti che sembrano particolarmente profittevoli ai nostri interessi. Ci non solamente in quanto si è posto un arresto ad una situazione che, dopo la Conferenza di Bruxelles, si avviava ad un deterioramento definitivo, o in quanto si è salvata l’Alleanza Atlantica, o perché si è trovato maniera di procedere al riarmo della Germania: ma perché ‒tenendo conto che dovevamo ormai ripartire da zero ‒si sono raggiunti i risultati di cui sopra proprio nel modo che, se sapremo sfruttarlo, risulterà per noi il pifavorevole.

Nel brevissimo colloquio che ebbi l’onore di avere con V.E. all’aeroporto di Bruxelles non ebbi né tempo né maniera di esporLe in modo chiaro il mio pensiero, il quale, anche per essere troppo succinto, mancper lo meno di argomenti dimostrativi a sostegno della mia tesi.

Questa comunque si riassumeva nell’idea di puntare piuttosto sull’entrata nel Patto di Bruxelles, valorizzando l’esistenza e l’efficienza di quest’ultimo, anziché sul NATO, dato che mi sembrava che l’Alleanza continentale che ne sarebbe risultata avrebbe costituito la sola possibilità di tener in vita l’idea europeista, sminuita, è vero, delle tante delusioni subite in questo scorcio di anni, ma rafforzata grandemente dalla presenza della Gran Bretagna.

Telegrafavo infatti il 2 settembre (n. 165-166)3 quanto segue: «… È da chiedersi se non convenga considerare l’opportunità di un’Alleanza continentale insieme all’Inghilterra, dato che di fronte allo zero in cui ci troviamo in fatto di europeismo, essa rappresenterebbe il solo modo di riaprire qualche possibilità in materia europeista … Il Governo di Parigi ne sarebbe risospinto verso idee integrative, e quando gli inglesi fossero entrati nell’ingranaggio anche solo militarmente, non è da escludersi che col loro temperamento pragmatico essi non pervengano in modo progressivo a formule di pistretta collaborazione».

Tali idee sviluppai ulteriormente nel mio rapporto 1909 del 23 settembre4, e ne sono sempre rimasto convinto. Non che non mi renda conto dei vantaggi che per noi presenta il NATO ove si è pinumerosi e ove gli Stati Uniti sono presenti: non che sottovaluti il fatto che abbiamo bisogno dell’appoggio (purtroppo non soltanto morale) degli Stati Uniti: ma non vedevo il motivo di giuocare tutto e troppo ostensibilmente (anche ai fini dei riflessi sull’opinione pubblica interna) su una sola carta, e di lasciare in tal modo al signor Mendès-France il vantaggio della qualifica (che è stata riportata da un giornale belga) di «pieuropeista fra i Sei».

L’estensione del Patto di Bruxelles era stata probabilmente offerta da Eden come un contentino allo scopo unico di far ammettere l’entrata della Germania al NATO, il che costituiva invece la pillola amara da ingoiare: e non comprendevo perché a priori dovessimo scartare la possibilità di prendere in parola gli inglesi e di tentar di rovesciare le posizioni trasformando l’entrata al NATO in contentino per loro, e l’Alleanza di Bruxelles in medicina ricostituente per noi.

Anzitutto se, come è augurabile, le nostre relazioni con gli Stati Uniti rimarranno così strette, non potrà che giovare alla nostra posizione il fatto che nell’Alleanza continentale uno dei membri sia con loro in piintrinseche relazioni; in secondo luogo dimostrare che si vuole che l’Europa si difenda in Europa e non soltanto sull’Atlantico, è un’idea che non pudispiacere agli Europei, anche se si tratta di mediterranei come noi: in terzo luogo, se ci sappiamo fare (mi scuso di questa sottolineatura, ma essa rende bene il mio pensiero) il Patto di Bruxelles pudivenire una realtà, e una realtà non soltanto militare; il che è quello che conta.

Come durante la Conferenza di Bruxelles ebbi a dire essere preferibile una CED al 25 per cento, che non uno zero CED, così ritengo che valga meglio un europeismo al 30 per cento che non quello al 100 destinato ahimè ad essere tale solo sulla carta. Mentre che, con l’entrata della Gran Bretagna, c’è anche l’eventualità che si possa raggiungere un giorno un punteggio pifavorevole.

Mi sovviene un aneddoto su Federico il Grande, il quale si meravigliava perché un certo orologiaio non avesse chiesto neppure un tallero per la manutenzione degli orologi della caserma della Guardia, contrariamente ai suoi colleghi che chiedevano compensi esorbitanti: al che l’orologiaio rispose: «Maestà, a me basta poter mettere i piedi nella Caserma».

Ebbene, noi abbiamo posto i piedi nella caserma: e poiché il Patto di Bruxelles sarà d’orinnanzi, e contrariamente a quanto è stato finora, una realtà viva (e sarà viva proprio perché ha una funzione militare da esercitare e che nessuno vorrà trascurare), è probabile, oltre che augurabile, che la coscienza di sentirsi europei ne esca rafforzata e che essa porti a tonificare e rendere efficienti gli altri settori ai quali l’Alleanza dovrà statutariamente dedicarsi; cioè quello economico, quello sociale e quello culturale.

La frase del documento finale «le Pacte de Bruxelles sera renforcé et étendu en vue d’en faire un instrument plus efficace d’intégration européenne» risponde a pieno a tali speranze e a tali aspettative. Certo, molto dipenderà dal nostro Rappresentante permanente che sarà destinato presso l’istituzione, dalle istruzioni che gli verranno inviate, dai contatti che terremo e dalle intese che prenderemo con le nazioni interessate quanto e pidi noi in fatto di integrazione, e cioè il Belgio e l’Olanda. Perché, tra l’altro, negli eserciti moderni, parlare di difesa significa parlare di armamenti, e parlare di questi significa agire sull’economia. Un’alleanza moderna, soprattutto se intende essere una fusione di forze, è inconcepibile senza coordinamento di sforzi e senza distribuzione di compiti economici: né questo a sua volta è possibile senza coordinamento di legislazioni o senza deliberazioni comuni che finiranno poco a poco col far luogo ad un’autorità superiore.

Infatti, per la prima volta la Gran Bretagna accetta un voto a maggioranza: e per la prima volta essa è sul serio presente in un consesso europeo. L’OECE la contava già, è vero, tra i suoi membri, e con quale peso! Ma che cos’era l’OECE visto che vi si votava solo all’unanimità e vi si pretendeva di costruire livellando interessi di paesi così lontani e dissimili quali il Portogallo e l’Islanda o la Norvegia e la Turchia?

Ecco perché mi rallegro dei risultati conseguiti a Londra, in quanto le suesposte idee hanno sostanzialmente trionfato.

VedrSpaak e riferircirca le sue impressioni: per quanto esse mi sembrano già da ora potersi sintetizzare in questa sua frase: «La CED, militarmente, era meglio: ma sotto altri aspetti la situazione conseguita è ancora migliore».

Gradisca, Signor Ministro, gli atti del mio ossequio.

Grazzi

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. Conferenza a 9 per questioni europee dopo il fallimento della CED a Brusselle, dal 1° ottobre in poi.

2 Ritrasmesso con Telespr. segreto 21/2556 del 14 ottobre a tutte le sedi.

3 Vedi D. 11.

4 Vedi D. 104.

142

L’AMBASCIATORE A LONDRA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

R. segreto 4169/21142. Londra, 5 ottobre 1954.

Signor Ministro,

dopo la felice chiusura della Conferenza di Londra non credo necessario dilungarmi a riferire sul suo svolgimento. Esso è ben noto alla E.V. che l’ha vissuta e penso che la Direzione Generale della Cooperazione Internazionale ne farà, come sempre, un chiarissimo quadro. Mi limito dunque ad alcune osservazioni d’insieme che forse vale la pena di fissare sulla carta.

Grandi erano le apprensioni alla vigilia di questa Conferenza. Tutti gli osservatori avevano condiviso le stesse ansietà circa il suo risultato. Era chiaro che, mentre il fallimento di Bruxelles aveva fatto saltare la CED, un fallimento di Londra avrebbe compromesso l’alleanza atlantica. Queste ansietà si polarizzavano attorno a un personaggio che si chiama Mendès-France. Il nuovo Presidente francese si presentava a Londra preceduto dal dubbio e dal sospetto. Ora, a conferenza chiusa, un primo rilievo da fare è certamente questo: l’osservatore spassionato dovrebbe essere tornato, non certo con una tranquilla fiducia, ma almeno con minor diffidenza sulle intenzioni del Governo francese.

Basterà ricordare quali erano i dubbi che sorgevano nell’analisi delle prospettive della Conferenza. Avrebbe Mendès-France rispettato senza riserve il suo impegno di ammettere subito la Germania nel NATO? Avrebbe consentito a ridare alla Repubblica Federale la sovranità, senza subordinarla a capziose condizioni? Avrebbe o no insistito sul suo macchinoso progetto di «pool» degli armamenti, questo strumento di monopolio economico piancora che di controllo militare?

Bisogna dire che dalla conferenza sono uscite risposte positive su questi tre punti. Non vi è stato, è giusto riconoscerlo, nemmeno un tentativo da parte della delegazione francese di rimettere veramente in discussione la restituzione della sovranità e l’entrata della Germania nel NATO. Quanto al «pool» degli armamenti, in sostanza si è visto dal corso della conferenza che esso costituiva per i francesi essenzialmente un’arma di negoziazione: essa è stata impiegata accanitamente e qualche volta pesantemente, ma alla fine è stata abbandonata col ripiego di un rinvio che forse diverrà un seppellimento. Anche a questo riguardo non si pudunque dire che la condotta francese sia apparsa irragionevole e tale da aumentare i sospetti.

Piuttosto si potrà dire che Mendès-France da abile avvocato e duro negoziatore ha giocato le sue carte fin troppo e qualche volta è giunto a dare una impressione di irragionevole intransigenza che gli ha nuociuto. Basterà ricordare qualche dettaglio. Il martedì 28 settembre e la mattina di mercoledì 29 i francesi apparivano irremovibili sul loro piano di controllo comune della produzione. Non si vedeva alcuna possibilità di schiarita. Dopo la sensazionale dichiarazione di Eden del pomeriggio di mercoledì si delinegiovedì mattina la prima flessione di Mendès-France. Egli accettin linea di massima il piano Spaak di controllo degli armamenti, ma mantenne nello stesso tempo il proprio progetto di «pool». Che cosa significava questo? I due punti sembravano incompatibili: non si potevano avere insieme due sistemi di controllo diversi. Qualcuno interpretla contraddizione come un segno di irremovibilità di Mendès-France. In realtà era un segno di ripiegamento, come si vide allorché, nel pomeriggio di giovedì, il Presidente francese approfittsubito dello spunto offertogli dal tempestivo intervento di V.E. per dichiararsi disposto a rinviare il suo piano alla futura conferenza di Bruxelles, sia pure insistendo affinché ne fossero fin d’ora accettati i principi essenziali. A questo momento l’accordo sembrava ormai bene avviato.

Il giorno seguente invece, venerdì, la situazione si complicava di nuovo. Gli esperti, premuti dal tempo e messi in difficoltà dall’irrigidimento dei loro colleghi tedesco e olandese, ritornavano alla conferenza con un documento che prospettava tutte le difficoltà senza indicare soluzioni e riduceva il progetto Spaak a un’ombra. Sulla definizione delle aree strategiche e delle armi vietate regnava la piena confusione e il controllo era ridotto a un sistema di semplice registrazione statistica. Mendès-France reagì aspramente rifiutando le conclusioni degli esperti e ricordando con vivacità che egli aveva consentito il rinvio soltanto a condizione che il progetto Spaak fosse seriamente messo in atto. Questo rigido atteggiamento provocun disagio acuto e parve compromettere di nuovo le sorti della conferenza. A che scopo la generosa offerta britannica – esclamEden – se Mendès-France ci dice che il punto piimportante è il controllo e il solo controllo? Dulles e Pearson suggellarono il pessimismo imperante con la proposta di lasciare tutta la questione degli armamenti insoluta, rimandandola al Consiglio di Bruxelles per due anni, dopodiché i tedeschi sarebbero stati liberi di fare quel che volevano: «All bats will be off». Sarebbe stato un modo, sia pure inevitabile, di mascherare l’insuccesso della Conferenza.

In realtà apparve chiaro il sabato 2 ottobre che Mendès-France non voleva realmente risuscitare il suo «pool» di armamenti, ma soltanto ottenere un sistema serio di divieti e di controlli. Questo risultato fu raggiunto con negoziati diretti fra Adenauer e Mendès-France nella mattinata, prima della riunione plenaria. Vi fu ancora molta polemica, molto spreco di parole e di scontri tra Spaak e Mendès-France prima che questo accordo venisse alla luce: e poté venire alla luce soltanto nella riunione ristretta, proposta dall’E.V., ove in sostanza l’intesa si fece sulle linee che già ci avevano confidenzialmente comunicato Soutou e Blankenhorn subito dopo l’incontro fra i loro due Ministri.

Mendès-France, ottenuto lo scopo, lascicadere completamente il «pool» degli armamenti, del quale nell’atto finale è rimasto soltanto un timido ricordo, senza neppure quella accettazione di alcuni principi che il Presidente francese aveva mostrato di considerare essenziale.

La domenica vi fu un’ultima battuta di arresto ed un’ultima espressione di malumore. Spaak e Mendès-France si scontrarono ancora una volta sugli armamenti atomici. Spaak, che con molta disinvoltura aveva dichiarato per il Belgio di rinunciare al riarmo atomico il sabato per dimenticare velocemente la sua enfatica proposta la domenica mattina, rimprovera Mendès-France di rifiutare per la Francia il divieto di produrre armi atomiche sul continente. Anche qui la risposta francese fu sgraziata, ma la sua logica era ineccepibile. I francesi avevano accettato in precedenza controlli di quantità, ma nessun divieto di qualità: rimettendo al NATO la decisione sulla necessità di armi atomiche per le loro forze armate continentali, essi si sarebbero praticamente esposti alla possibilità di un divieto qualitativo indiretto. Era questione di formula, non di sostanza: ed anche la nuova ultima formula fu trovata.

Malgrado questa logica, e forse a motivo di questa eccessivamente dura logica delle posizioni successive di Mendès-France, il suo contegno nella conferenza fu circondato fino alla fine da una atmosfera di costante e direi eccessiva sfiducia. È questo un secondo aspetto della Conferenza che deve essere sottolineato. Specialmente le delegazioni del Benelux non fecero mistero della loro insofferenza ed ostilità; ma anche qualche delegato britannico non andimmune da analoghi sentimenti apertamente espressi. Taluno arriva paragonare Mendès-France a Hitler, non per la mania di grandezza ma per la tecnica di negoziazione, involuta e incapace di vere concessioni, con costanti ritorni a posizioni già superate. Un francese, pimoderatamente e piesattamente, mi parlinvece di una analogia con Poincaré per la sottigliezza giuridica unita a durezza di posizione e a scarso senso delle reazioni altrui. Fatto è che Mendès-France giunse circondato da sospetti e, dopo aver oggettivamente rimosso quasi tutte le ragioni che potevano confermarli, lascila conferenza in una quasi uguale scia di commenti malevoli. Sono questi sopratutto gli effetti del fallimento della CED, che il Benelux non gli ha ancora perdonato, e della Conferenza di Bruxelles che ha lasciato una eco penosa negli animi. È chiaro che Spaak e Mendès-France, forti personalità entrambi, nutrono una reciproca antipatia, particolarmente viva nel primo verso il secondo. Beyen, apparentemente pimite, non è meno ostinato nel suo risentimento, e persino il volto bonario di Bech aveva dei lampi di irritazione di fronte al sorriso ebraico del Presidente francese. Un delegato olandese mi diceva alla fine della conferenza: «È un brutto giorno per l’Europa. Mendès-France ha ottenuto un successo immediato di prestigio di fronte al suo Parlamento, ma noi lo pagheremo tutti caramente con uno stato di sfiducia che avrà frutti dolorosi. I tedeschi hanno preso quel che è stato loro dato con la mentalità decisa di rifarsi appena possibile. Gli americani ci hanno dato una approvazione con la riserva mentale di lavarsene le mani al pipresto».

Io credo che questo disastroso sommario dei lavori di Londra fosse assolutamente errato, ma vale la pena di riferirlo per avere un’idea dei residui psicologici che la Conferenza ha lasciato, o meglio che non è riuscita a dissipare dopo lo scontro di Bruxelles. Esso serve pure a fotografare abbastanza esattamente lo stato d’animo in cui i delegati del Benelux, chi pichi meno, hanno lasciato Londra.

Quanto agli americani, non si pudire che essi si siano dimostrati entusiasti né al principio né alla fine della Conferenza. Il sabato pomeriggio, quando ormai il successo era certo, Dulles richiesto delle sue impressioni, mi disse: «Sta bene che l’accordo sia raggiunto, ma è il suo spirito animatore che non mi piace». Egli si riferiva ovviamente ai sospetti dei francesi verso i tedeschi. Del resto la dichiarazione di Dulles, che precedette quella di Eden il mercoledì 29 settembre, e fu ad essa accomunata nell’apprezzamento ufficiale, non fu affatto una vera promessa, ma invece un serio ammonimento. Si deve dire anzi che l’offerta calcolatamente sensazionale di Eden trasse maggiore effetto dal precedente monito, espresso in tono preoccupato dal Segretario di Stato americano. Ed anche all’ultimo minuto, in sede di redazione dell’atto finale, le poche correzioni formali suggerite da Dulles sul punto riguardante la sua dichiarazione di mercoledì furono nel senso di attenuarne il valore impegnativo. Ognuno finse di non accorgersene e di ringraziare. In sostanza dunque gli americani vollero mantenere in tutta la Conferenza la posizione di osservatori riservati e critici, se pur tendenzialmente benevoli. Ed in tale posizione essi rimarranno nei riguardi dei risultati e degli sviluppi dell’accordo di Londra. Non dobbiamo illuderci che essi, malgrado le ottimistiche dichiarazioni ufficiali anche di Eisenhower, ne siano rimasti soddisfatti, senza riserve. La mia netta impressione è che Washington starà in posizione di osservazione e di attesa, non ancora ben certa che il sistema funzionerà, e guardinga circa la politica di Mendès-France e l’atteggiamento che assumerà il parlamento francese. La Conferenza di Londra ha certo allontanato il disastro di un disinteressamento americano, ma non l’ha ancora definitivamente evitato, e di questo i paesi europei dovrebbero rimanere ben consci.

La figura statuaria e patriarcale di Adenauer ha dominato la delegazione germanica e ne ha caratterizzato l’atteggiamento. I tedeschi parlarono pochissimo in Conferenza plenaria. Soltanto nelle sedute degli esperti sull’armamento e nelle discussioni sulla sovranità essi mostrarono il loro gioco e manifestarono piuttosto brutalmente la loro decisa volontà di non subire alcuna discriminazione. Alla tranquillità olimpica della loro delegazione faceva eccezione soltanto il signor Blank, questo strano tipo di tradunionista cattolico, Ministro della Difesa, il quale di tanto in tanto rientrava affannato e gesticolante dalle riunioni private del gruppo, sempre scontento e quasi furioso, senza tuttavia che i suoi appassionati suggerimenti sembrassero turbare la tranquillità del Cancelliere.

In definitiva la delegazione tedesca accettun accordo conforme alla sua generale impostazione: assumere volontariamente il massimo di limitazioni tollerabile, ma rifiutare ogni discriminazione negoziata. Offrendo spontaneamente limitazioni unilaterali, essa taglifuori la questione delle zone strategiche ed ogni altra clausola che attribuisse alla Germania una posizione obiettiva e permanente di inferiorità. Fino a che punto i tedeschi fossero irritati delle diffidenze francesi è difficile stabilire, benché le esplosioni di Blank lo lasciassero capire. Fatto è che i tedeschi hanno scelto una linea freddamente realistica: ottenere l’ottenibile, mettersi in condizioni di armare le loro dodici divisioni, rinunciare per ora alle armi che non potrebbero facilmente fabbricare e che del resto otterranno dagli Stati Uniti, salvo riprendere la discussione a suo tempo quando saranno piliberi e piforti. Non vi è dubbio che Adenauer è uscito dalla conferenza con aumentato prestigio e con rinomanza di uomo europeo, non certo usurpata. Ma non bisogna nascondersi che dietro di lui stanno uomini e forze decise ad affermarsi e non disposte a tollerare che la Germania sia a lungo avvilita dal sospetto e da uno stato di inferiorità.

Quanto alla Gran Bretagna, l’importanza del suo contributo sta non solo nell’impegno assunto di tenere le sue divisioni in Europa indipendentemente da ogni analogo impegno americano, ma anche nella funzione di iniziativa che Eden seppe assumere coraggiosamente subito dopo la caduta della CED, persistendo nel suo progetto di conferenza e preparandolo abilmente malgrado le diffidenze americane e tedesche e le difficoltà francesi.

Quanto all’impegno, non vorrei lasciarmi prendere la mano dal linguaggio giornalistico, col sottolinearne la portata storica: ma tale impegno costituisce certo una svolta importante nella posizione della Gran Bretagna verso l’Europa. I britannici hanno abbandonato la loro tradizionale concezione della necessità di una politica di equilibrio in Europa, hanno compreso che ormai l’ago della bilancia si è spostato a oriente verso l’Unione Sovietica e che, per riequilibrarlo verso occidente, la loro costante presenza è necessaria. Per raggiungere tale scopo essi si sono in sostanza impegnati a mantenere indefinitamente la loro coscrizione obbligatoria, impegno grave e certamente nuovo nella storia del Regno Unito. Non vi è dubbio che questo gesto piacerà anche ai nazionalisti britannici i quali lo intenderanno come un atto di maggiore indipendenza dagli Stati Uniti. «Ormai ‒mi diceva ieri sera una autorevole personalità del giornalismo britannico ‒noi (intendendo noi europei) non siamo piil numero 2: possiamo stare alla pari con gli Stati Uniti». Naturalmente il mio interlocutore intendeva alludere ad una Europa in cui la Gran Bretagna fosse inclusa in posizione di guida.

Stando del resto ai termini specifici del negoziato di Londra, mi pare chiaro che l’offerta di Eden è andata al di là delle aspettative francesi ed è stata calcolata come proposta pubblica e clamorosa, tale da costringere Mendès-France ad uscire dall’equivoco, a scoprirsi, rifiutando, oppure a impegnarsi, accettando. L’E.V. ricorderà quanto Le disse sorridendo Mendès-France la sera di lunedì 17 [recte: 27]: «Ho chiesto ai britannici quattro divisioni in Europa ma non mi attendo che me le diano. Essi contratteranno». E ricorderà pure come, dopo la colazione di mercoledì 29, preannunciando-Le la dichiarazione del pomeriggio, alla Sua domanda se non sarebbe stato opportuno ritardare e negoziare questo decisivo intervento britannico, Eden Le rispose: «Ho pensato a questa possibilità ma l’ho meditatamente esclusa. Ho voluto offrire subito il massimo pubblicamente, evitando i mercanteggiamenti e mettendo la Francia di fronte a una pubblica responsabilità».

Questo confronto fra la moderata aspettativa di Mendès-France e la calcolata larghezza di Eden mi pare dia la misura dell’importanza cosciente del gesto britannico. Cinon toglie, come dicevo prima, che la delegazione britannica abbia manifestato molto spesso il suo malumore di fronte alla resistenza francese. Sopratutto è spiaciuto, forse oltre misura, il fatto che Mendès-France, pur ringraziando per la generosa offerta inglese, abbia continuato impassibile a negoziare sulla misura dei controlli cedendo terreno solo a poco a poco. Di tutto questo bisognerà tenere conto per valutare le future azioni e reazioni britanniche. A molti inglesi Mendès-France non piace, e pur avendo contribuito a tenerlo in piedi, parecchi al Foreign Office se ne rammaricano. Ma è da ritenere che a questo riguardo lo stato d’animo personale di Eden ‒benché egli stesso abbia avuto due manifestazioni di impazienza verso Mendès-France, una in seduta pubblica e l’altra (secondo quanto mi disse l’E.V.) in seduta ristretta ‒sia più tollerante e piflessibile di quello di taluni suoi funzionari.

Non credo meriti speciale attenzione la posizione del Canadà, che non uscì dalle sue prevedibili tendenze mediatrici; e debbo aggiungere senza particolare vigore e autorità.

Quanto alla nostra posizione, sarebbe puerile esagerarne qui l’influenza e il successo. È onesto perdire che non sono mancate alla conferenza una posizione ed una influenza italiane nei limiti di moderazione che la delegazione si era deliberatamente prefissi. Nell’atmosfera di eccitazione antifrancese che spesso si è quasi morbosamente diffusa fra i partecipanti, creando momenti delicati e inutilmente drammatizzando prevedibili contrasti, bisogna dire che la nostra delegazione ha mantenuto la sua calma e cercato di influire nel senso di ridurre i sospetti e riportare le differenze alla loro obiettiva realtà. Questa non fu solo una posizione psicologica ma anche politica. Meno di ogni altra la delegazione risentiva degli amari ricordi di Bruxelles: in tal modo poteva esercitare la sua funzione di sostenitrice di ogni iniziativa europea prospettando prudentemente la tesi che era indispensabile non isolare una seconda volta Mendès-France e, anziché metterlo sotto accusa, dargli il credito di una ulteriore prova.

La nostra delegazione poté fare questo senza che fosse mai minimamente messa in dubbio la sua assoluta lealtà nei riguardi della politica americana e britannica e la sua determinazione di ridare alla Germania un posto di uguaglianza e di fiducia in Europa. Qualche volta ebbi anzi l’impressione che talune delegazioni fossero ben liete di trovare in quella italiana una parola serena e moderatrice. Circostanze e direi anche fortunate occasioni diedero infatti modo alla nostra delegazione di puntualizzare questo nostro generale orientamento. Se non sbaglio esse furono: 1) Il primo intervento dell’E.V. (28 settembre) che seguì alla dichiarazione di apertura di Mendès-France e impedì che questa rimanesse isolata dal silenzio delle altre delegazioni.

2) Il Secondo intervento di giovedì 30, dopo la dichiarazione di Eden e dopo l’aspra discussione sul controllo e sul «pool» degli armamenti. Questo intervento, che ci era stato sollecitato dagli stessi olandesi, ansiosi di non apparire i soli e costanti oppositori delle tesi francesi, costituì una chiara presa di posizione italiana contro il piano Mendès-France, scevra tuttavia di ogni asprezza ed ostilità. Essa diede anzi modo al Primo Ministro francese di giustificare il ritiro del proprio piano di fronte alla unanime opposizione. 3) I due interventi circa il controllo degli armamenti e le zone strategiche (specialmente il secondo di sabato 2 ottobre) i quali, mentre riaffermarono la resistenza italiana di fronte a eccessive rigidità della posizione francese e l’interesse dell’Italia settentrionale a non essere colpita da servitdi produzione d’armi, tennero aperta la strada a un compromesso. 4) La proposta dell’E.V. di passare la discussione alla riunione ristretta (2 ottobre) che sbloccla conferenza da un punto morto e consentì alla delegazione germanica di confermare l’accordo privatamente raggiunto quel mattino coi francesi. 5) Infine, la proposta del compromesso sulla maggioranza dei due terzi per la revisione delle limitazioni di armamenti colla quale l’E.V. diede modo di superare l’ultimo ostacolo che ritardava la soluzione in sede di riunione ristretta. Senza compiacenze né autoelogi si pudire legittimamente che la delegazione italiana ha avuto nella conferenza una sua linea politica, l’ha manifestata senza ostentazioni e ne è uscita circondata da un rispetto tanto maggiore, quanto pimoderate furono le sue prese di posizione.

Ritornando per un momento al punto di partenza, non si pudire certo che la conferenza abbia superato tutte le difficoltà e risolto tutti i dubbi. Sopratutto rimane un certo grado di incertezze [sic] sullo sviluppo della linea politica di Mendès-France. Che farà egli dopo l’approvazione della Camera francese e prima della ratifica? Porrà il problema della Saar come condizione sine qua non? Approfitterà dell’intervallo fra i due voti per porgere orecchio alle lusinghe sovietiche? Solo i fatti del prossimo avvenire potranno dare una risposta a tali interrogativi: ma per intanto non vi è dubbio che la conferenza di Londra ha vincolato Mendès-France alla politica dell’inserimento e del riarmo della Germania in una misura che finora non era stato possibile ottenere e nemmeno sperare.

Superato lo scoglio delle riunioni degli esperti, occorrerà adesso che la nuova organizzazione dell’Unione Occidentale, emersa dall’allargamento del trattato di Bruxelles, possa lavorare in modo positivo al superamento delle prevenzioni tra francesi e tedeschi, da un lato, fra francesi e Benelux, dall’altro. A questo riguardo la Gran Bretagna avrà certo da dire una parola spesso decisiva, ma anche la nostra potrà avere qualche volta un peso non indifferente. Studiare e attuare in pratica i modi di tale superamento sarà uno dei nostri principali compiti nel prossimo avvenire.

Voglia gradire, Signor Ministro, gli atti del mio devoto ossequio.

M. Brosio

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. Conferenza a 9 per questioni europee dopo il fallimento della CED a Brusselle, dal 1° ottobre in poi.

2 Il documento reca i seguenti timbri: «Inviato in copia al Presidente della Repubblica», «Inviato in copia ai Sottosegretari», «Visto dal Ministro», «Visto dal Segretario Generale» con la sigla di Zoppi. Ritrasmesso con Telespr. segreto 21/2557 del 14 ottobre a tutte le sedi.

143

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, AL CANCELLIERE E MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI DELLA REPUBBLICA FEDERALE DI GERMANIA, ADENAUER(1)

L. 1/3137. Roma, 6 ottobre 1954.

Signor Cancelliere,

al ritorno dalla Conferenza di Londra ho trovato la lettera che Vostra Eccellenza, in data 17 settembre u.s.2, ha voluto dirigere al mio predecessore, On. Piccioni, in merito a quanto aveva fatto oggetto delle sue prese di contatto con il Ministro degli Affari Esteri del Regno Unito e con il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America. Nel ringraziarLa vivamente, mi è grato confermarLe quanto ebbi già occasione di dire a S.E. l’Ambasciatore von Brentano in merito all’utilità di tali scambi di notizie.

Mi è grata l’occasione per ripeterLe, Signor Cancelliere, quanto sia stato lieto di averLa vista personalmente a Londra e di avere iniziato con Lei rapporti ispirati all’amicizia tra i nostri due Paesi.

Gradisca, Signor Cancelliere, l’espressione della mia pialta considerazione.

[Gaetano Martino]

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92.

2 Non rinvenuta nel fascicolo.

144

L’AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI,

AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

R. segreto 145482. Washington, 6 ottobre 1954.

Oggetto: Conversazione con l’Ambasciatore di Francia.

Signor Ministro,

il mio collega francese, col quale l’altro giorno ho avuto occasione di intrattenermi a lungo, si è mostrato soddisfatto dell’accordo di Londra, senza peresserne entusiasta, avendo sempre parteggiato per la ratifica della CED. (Egli afferma anche che Mendès-France, se avesse voluto impegnarsi a fondo, sarebbe riuscito ad ottenere la ratifica).

Bonnet non mi ha nascosto che, a suo avviso, le concessioni fatte da Mendès-France a Londra, che hanno permesso di raggiungere un accordo, sono state ispirate da una cosa soltanto: dalla paura che il Governo americano è riuscito ad incutere in quello francese, minacciandolo di isolamento. (Anche Dulles personalmente ha usato un linguaggio molto duro, tanto con Bonnet quanto con le personalità francesi incontrate a Londra).

Il mio collega si rende pienamente conto che il raggiunto accordo, pure evitando il peggio nelle relazioni franco-americane, non puavere riparato il danno prodotto dalle vicende degli ultimi mesi. Soprattutto il Congresso, per dirla con le parole di Bonnet, «n’oubliera pas si vite».

Gradisca, Signor Ministro, l’espressione del mio pidevoto ossequio.

Tarchiani

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 99.

2 Il documento reca i seguenti timbri: «Inviato in copia al Presidente della Repubblica», «Inviato in copia ai Sottosegretari», «Visto dal Ministro» e la sigla di Zoppi.

145

COLLOQUIO DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, CON L’AMBASCIATORE DI FRANCIA A ROMA, FOUQUES-DUPARC (Roma, 7 ottobre 1954, ore 12,45)1

Appunto riservato(2).

Il Ministro dice all’Ambasciatore che ha desiderato di vederlo per trasmettergli i suoi ringraziamenti per quanto egli e il Governo francese hanno sempre cercato di fare per la questione di Trieste, finalmente conclusa con l’Accordo parafato avant’ieri a Londra.

Il discorso passa poi ai risultati della Conferenza di Londra che sia il Ministro che Fouques Duparc rilevano essere stati veramente ottimi.

L’Ambasciatore manifesta la speranza che il Parlamento francese approvi i risultati di quanto a Londra è stato concordato ma, nonostante quanto Mendès-France ha detto a Londra a S.E. Martino circa la sua convinzione di poter ottenere 320 voti favorevoli all’Assemblea Nazionale, teme un poco che prevenzioni personali dei cedisti piaccesi possano prevalere su un obiettivo giudizio circa i risultati raggiunti.

Il Ministro osserva che, nell’insieme, quanto si è concluso a Londra è forse anche meglio della CED; vi sarà effettivamente meno supernazionalità, ma vi è in compenso la presenza inglese.

Fouques Duparc condivide pienamente tale avviso ed aggiunge come per la Francia l’impegno britannico, oltre che costituire un concreto apporto militare, soddisfa anche ad esigenze sentimentali molto sentite nell’opinione pubblica del suo Paese.

Il Ministro riconosce che vi è ancora un considerevole lavoro da compiere, specie nel campo degli armamenti. Ma l’importante è che con la Conferenza di Londra il clima è cambiato.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 99.

2 Trasmesso con Appunto 1/3147 del 7 ottobre da Milesi Ferretti al Segretario Generale, al Direttore Generale degli Affari Politici e alla Direzione Generale della Cooperazione Internazionale.

146

IL CANCELLIERE E MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI DELLA REPUBBLICA FEDERALE DI GERMANIA, ADENAUER, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

L. Bonn, 7 ottobre 1954.

Eccellenza,

di ritorno da Londra desidero esprimerLe la soddisfazione di aver potuto rinnovare con Lei le relazioni personali in occasione di questa Conferenza così importante per la politica mondiale. Credo che il risultato di Londra significhi un sostanziale rafforzamento del mondo libero e con ciuna sicura speranza per il mantenimento della pace.

Permetta che ringrazi sinceramente V.E. di avere, nonostante il breve tempo di preparazione concessoLe, apportato, con tanta simpatia per la Germania e con spirito realmente europeo, il Suo prezioso contributo alla felice conclusione della Conferenza.

Sarmolto lieto di poter presto continuare la collaborazione personale con Vostra Eccellenza, iniziata a Londra in modo così gradito e felice(2).

Con cordiali saluti Suo devotissimo

[Konrad Adenauer]

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92. 2 Per la risposta vedi D. 159.

147

L’AMBASCIATORE A BONN, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 025. Bonn, 8 ottobre 1954.

Oggetto: Sviluppi dopo la Conferenza di Londra

I due avvenimenti della settimana che pidirettamente toccano la Repubblica Federale, e cioè il dibattito al Bundestag imperniato sugli accordi di Londra e il discorso di Molotoff a Berlino non hanno, né l’uno né l’altro, assunto il carattere di avvenimenti straordinari nell’atmosfera politica di Bonn.

Coloro che si attendevano che dagli accordi di Londra potesse essere facilitata la ricerca di una piattaforma comune di politica estera con l’opposizione, sono restati delusi poiché, come ho riferito separatamente, non solo non è stato compiuto nessun passo in avanti in questa direzione, ma le dichiarazioni di Ollenhauer al Bundestag hanno forse ancora appesantito l’atmosfera. Il Capo della socialdemocrazia infatti, pur dichiarando che gli accordi di Londra rappresentavano un progresso rispetto alla CED, ha ripreso integralmente le vecchie argomentazioni contro ogni riarmo della Repubblica Federale prima che siano esaurite tutte le possibilità di raggiungere la riunificazione del paese attraverso negoziazioni con l’Unione Sovietica. In altri termini si è rimasti fra Governo ed opposizione all’atmosfera burrascosa che caratterizzl’ultimo incontro fra il Cancelliere Federale ed Ollenhauer alla vigilia della Conferenza a Nove.

Se tutto questo non ha migliorato il clima politico generale, occorre riconoscere subito che esso non è stato nemmeno aggravato dalle dichiarazioni del Ministro degli Esteri sovietico a Berlino. Come ho riferito a suo tempo, negli ambienti tedeschi ed americani si era già convinti che un intervento di Mosca sarebbe stato da attendersi subito dopo la Conferenza di Londra e ciè avvenuto. Questo Alto Commissario americano che mi è apparso alquanto preoccupato per l’atteggiamento della socialdemocrazia tedesca che a suo giudizio sembra lentamente avviarsi verso la tesi di una neutralizzazione della Germania, mi ha detto ieri sera che dovrebbe ora ritenersi imminente una risposta formale del Governo sovietico alla nota alleata del 10 settembre scorso(3). Gli ho chiesto come avrebbero reagito le Potenze alleate se questa volta Mosca dovesse veramente acconsentire alla richiesta di libere elezioni. Conant è del parere che un’assicurazione di principio non sarebbe sufficiente, almeno per gli Stati Uniti, per arrivare ad una nuova conferenza a quattro, e che potrebbero aprirsi due vie: o provocare per via diplomatica nuovi chiarimenti da Mosca sul significato di una eventuale, ma ancora ipotetica accettazione sovietica di libere elezioni, o ripiegare su una riunione dei quattro Alti Commissari a Berlino.

Circa la Conferenza di Londra ho avuto l’impressione dal mio colloquio con Conant, che la soluzione colà trovata continui a non soddisfare completamente gli americani i quali ammettono tuttavia che essa rimane ugualmente «the second best» dopo la CED.

Le favorevoli previsioni che si fanno a Bonn sugli sviluppi delle intese raggiunte potrebbero per a giudizio americano, incontrare l’ostacolo della Saar, né Conant mi è parso condividere l’atteggiamento assunto da Adenauer a Londra il quale ha rifiutato di parlare della cosa colà con Mendès-France. Sulle prospettive di ratifica da parte dell’Assemblea Nazionale francese Conant si è mostrato con me ottimista qualora per egli ha precisato, Mendès-France possa sottoporre, con gli accordi di Londra, anche un vantaggioso accordo sulla Saar.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 99. 2 Il documento reca il timbro: «Visto dal Ministro». 3 Nota alleata del 10 settembre 1954 in risposta alla nota sovietica del 4 agosto: vedi ISPI, Annua

rio di Politica Internazionale, 1954, pp. 54-55.

148

L’AMBASCIATORE A LONDRA, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 4259/21712. Londra, 8 ottobre 1954.

Oggetto: Gruppo di lavoro di Londra per le modifiche del Trattato di Bruxelles.

Invitato da questo Ambasciatore di Francia, Presidente della «Commissione Permanente del Trattato di Bruxelles», ho partecipato ieri alla prima seduta della Commissione stessa, riunitasi quale «gruppo di lavoro» per la redazione del progetto di protocollo che modifica il Trattato di Bruxelles in conformità alle decisioni della Conferenza a nove. Vi ha assistito quale «osservatore» questo Incaricato d’Affari degli SUA.

Trasmetto qui unita copia del verbale della riunione, facendo perpresente che esso non è stato ancora approvato e potrà quindi subire qualche modifica nella prossima seduta plenaria che avrà luogo domani mattina (all. 1).

Dopo brevi parole di saluto rivolte dal Presidente ai rappresentanti dell’Italia e della Germania, il gruppo di lavoro ha esaminato l’ordine delle questioni sollevate dalla necessaria trasformazione del Trattato di Bruxelles ed ha indicato i criteri direttivi da seguire. Considerando che quelle pispecificamente tecniche rientrano nella competenza del corrispondente gruppo di lavoro che siede a Parigi, è stato deciso di studiare le seguenti questioni:

- - - -

Quale criterio direttivo di massima per l’elaborazione delle proposte di modifiche è stato deciso di attenersi per quanto possibile a formule non troppo precise e vincolanti, prendendo ad esempio l’art. IX del Patto Atlantico.

Così è stato deciso di proporre che non sia tassativamente stabilito che il Consiglio sia composto esclusivamente dai Ministri degli Esteri, come era previsto finora dal Trattato di Bruxelles.

È stata esaminata la questione del sistema di voto, tenendo conto che il Consiglio della nuova organizzazione avrà poteri deliberativi e non piconsultativi e a questo proposito è stato convenuto di adottare nel progetto di protocollo una formulazione che consenta ogni possibilità, prevedendo che come regola sarà richiesta l’unanimità ad eccezione dei casi indicati negli accordi complementari.

In relazione a quanto indicato nel paragrafo 12 della parte dell’Atto finale della Conferenza di Londra dedicata al Patto di Bruxelles, è stata affrontata la questione del «rapporto a un’assemblea».

È stato accennato alla questione del bilancio dell’organizzazione e in vista di una nuova ripartizione dei tributi il Segretario Generale della Commissione permanente è stato incaricato di preparare un memorandum da presentare ai Governi italiano e tedesco.

È stata sollevata la questione della denominazione ufficiale da dare alla nuova organizzazione e a questo riguardo ho creduto di dover fare subito presente – senza con questo voler minimamente oppormi alla denominazione «di Bruxelles» ‒l’opportunità che, per motivi psicologici, sia adottato un nome che risponda anche all’esigenza politica di vedere sorgere qualche cosa di nuovo sul piano dell’unificazione europea. Ho quindi proposto che sia adottata la denominazione «Consiglio dell’Unione Europea Occidentale». I rappresentanti dei vari paesi si sono dichiarati consenzienti con riserva tuttavia della definitiva approvazione dei rispettivi Governi. Comunque tale denominazione è già adottata nei documenti di lavoro.

Il gruppo di lavoro ha poi demandato a un comitato l’incarico di procedere alla redazione delle proposte di modifiche.

Tale comitato ha tenuto finora due sedute dedicate alla redazione dell’articolo relativo alla composizione del Consiglio e all’interpretazione da dare al testo del paragrafo 12 dell’Atto finale di Londra.

Trasmetto gli acclusi documenti (all. 2, 3 e 4) che saranno presentati domani dal Comitato stesso.

Attiro l’attenzione in particolare sul n. 4 sul quale gradirei eventuali urgenti istruzioni.

Ho inviato direttamente copia del presente rapporto all’Ambasciatore Alessandrini(3).

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. Conferenza a 9 per questioni europee dopo il fallimento della CED a Brusselle, dal 1° ottobre in poi. Verbali editi nell’Appendice II.

2 Sottoscrizione autografa. Il documento reca il timbro: «Visto dal Segretario Generale» con la sigla di Zoppi. La prima riunione ebbe luogo il 7 ottobre 1954.

3 Per il seguito vedi D. 152.

149

L’AMBASCIATORE A BRUXELLES, GRAZZI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 4148/2043. Bruxelles, 9 ottobre 1954.

Oggetto: Belgio e Accordi di Londra.

Le impressioni del Ministro Spaak sui risultati raggiunti a Londra sono in un certo senso contraddittorie. Egli mi ha detto che la CED sarebbe stata a suo avviso un molto miglior istrumento, anzitutto dal punto di vista militare (in quanto avrebbe assai meglio imbrigliato il militarismo tedesco) ed in secondo luogo dal punto di vista europeista. Infatti solo lo spirito che la pervadeva avrebbe condotto agli sviluppi che uomini di Stato come Adenauer e De Gasperi (e lui, evidentemente!) si erano assegnati. Tuttavia, data la situazione catastrofica da cui ripartivamo, i risultati di Londra erano non soltanto i migliori che era lecito sperare, ma addirittura ottimi in loro stessi.

Mi sono permesso di dirgli che condividevo in pieno quest’ultimo suo parere. Ero d’accordo con lui che la CED e lo spirito che l’animavano sarebbero stati migliori: ma ad una condizione: che essi avessero potuto raggiungere i risultati sperati. Ora, tutto quanto era successo ‒o piuttosto non era successo ‒in questo ultimo biennio stava a dimostrare che o lo spirito era svanito o che non doveva essere di troppo buona lega, visto che non aveva condotto assolutamente a nulla.

Per ci mi pareva che allo stato anche potenziale delle cose, la Conferenza di Londra aveva aperto un’altra via che anche se fosse un sentiero, invece che una strada maestra, avrebbe avuto il vantaggio di essere percorribile, mentre la seconda aveva dimostrato di essere sbarrata. La presenza della Gran Bretagna avrebbe eliminato molti ostacoli ed avrebbe reso possibile di considerare le cose sotto un aspetto certo pilento nei risultati, ma più pratico: a condizione ‒naturalmente‒che la volontà e l’abilità dei paesi europei rimanessero efficienti.

Spaak mi ha risposto che tutto sommato ciera giusto, ma che in tal caso occorreva che gli europeisti fossero decisi e concordi a sfruttare, se non addirittura a creare, le possibilità che si potranno loro presentare in questa nuova situazione che si apre loro dinanzi.

E a tal proposito Spaak ha aggiunto di nutrire molti dubbi quanto all’atteggiamento francese. Il suo ragionamento è il seguente. Ci troveremo di fronte ad una nuova e vigorosa offensiva sovietica, di cui i discorsi Viscinsky e Molotov non sono se non le avanguardie. Ora, due mesi passeranno, per lo meno, prima che il Parlamento francese approvi (se mai li approverà, cosa della quale il Ministro ha molti dubbi) gli atti di Londra. È quindi da temere, in questo frattempo, che gli allettamenti sovietici influiranno sul Governo francese ai fini della non approvazione, e, in un secondo momento che il movimento integrativo europeo venga sabotato dalla Francia, per partito preso e sempre in vista di far piacere a Mosca.

Ho chiesto a Spaak se egli continuava dunque a diffidare di Mendès-France, visto che la sua descrizione non pareva ottimista. Spaak mi ha risposto che a parte le opinioni che si possono avere o non avere sul Gabinetto francese (a meno che i socialisti non entrino a farne parte) egli diffidava sopratutto della Francia, o per essere piesatti, dello spirito neutralista che è alla base di ogni azione e reazione francese.

La Francia è stanca e non vuole né la guerra, né i rischi di guerra: essa non aspira che a guadagnar tempo, nella speranza anche se riconosciuta fallace che si possa giungere ad una convivenza pacifica fra i due opposti mondi. Epper diffidare di Mendès-France non significa altro che ritenere che il Capo del Governo, desideroso come quasi tutti i Capi di Governo di rimanere al potere, segua, si faccia interprete e qualche volta anticipi l’opinione media della sua propria nazione.

Per rimediare nei limiti del possibile a tale stato di cose, Spaak non vede che un mezzo: trattare con Mosca, e far conoscere che si è disposti a trattare tanto sul disarmo quanto sulla sicurezza collettiva, a parte che cinon intralci né ritardi la costituzione della difesa atlantica ed europea: così, egli pensa, i francesi non saranno condotti a prepararci sgradevoli sorprese.

Gli ho fatto osservare che mi pareva di discernere una «nuance» fra il suo pensiero e quello di Van Zeeland. Questi diceva: facciamo prima la CED e poi trattiamo. Egli dice trattiamo e facciamo contemporaneamente l’Alleanza occidentale. L’idea di Van Zeeland era dunque che la CED non poteva costituire una posta di negoziato, mentre mi sembrava che l’idea dell’attuale Ministro fosse che l’Alleanza Atlantica possa anche essere una contropartita da negoziare. Al che Spaak mi ha risposto che trattative e alleanza dovrebbero procedere contemporaneamente, e che dire di pisarebbe fare delle anticipazioni teoriche.

Per mio conto rimango perdell’avviso, che del resto già ebbi a segnalare molto tempo fa, che la «nuance» fra il vecchio ed il nuovo Gabinetto esiste; e che dipenderà (un poco dunque come in Francia) da avvenimenti e pressioni esteriori o superiori se essa potrà dar luogo a sviluppi di carattere e di contenuto pratici.

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. Conferenza a 9 per questioni europee dopo il fallimento della CED a Brusselle, dal 1° ottobre in poi.

2 Sottoscrizione autografa. Il documento reca i seguenti timbri: «Inviato in copia al Presidente della Repubblica», «Inviato in copia ai Sottosegretari», «Visto dal Ministro», «Visto dal Segretario Generale» con la sigla di Zoppi.

150

L’AMBASCIATORE A L’AJA, BENZONI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 2317/12532. L’Aja, 9 ottobre 1954.

Oggetto: Conferenza di Londra.

Per quanto l’aver evitato la catastrofe di «un nulla di fatto» alla Conferenza dei Nove sia stato e permanga nel pensiero di queste sfere governative un elemento essenziale di soddisfazione, non si vedono qui senza perplessità le prossime tappe del negoziato. Le funzioni dell’«Agenzia di Controllo», i rapporti tra il neo Patto di Bruxelles ed il NATO, le pregiudiziali francesi circa la Saar appaiono nell’immediato futuro gli ostacoli piseri ad un accordo generale.

Ma è l’atteggiamento psicologico della Francia nei confronti del riarmo tedesco e della Germania stessa che qui soprattutto preoccupa. Non è a cuor leggero che il Governo olandese ha accettato l’idea del riarmo tedesco sia entro sia fuori di un quadro comunitario; e nessun altro Governo che non l’attuale avrebbe potuto assumersi

davanti al Paese la responsabilità di lasciare indifese ‒e indifendibili nell’opinione delle supreme autorità del SACEUR ‒le Provincie ad oriente della linea Reno-Ijssel:

un terzo cioè dei Paesi Bassi.

Ma una volta che si è investita la Repubblica Federale Tedesca della funzione di associato indispensabile nella difesa militare dell’Europa Occidentale, si pensa in queste sfere responsabili, come ha sinteticamente ben detto in un suo recente discorso il Ministro degli Esteri, che occorre preoccuparsi pidi quale Germania si riarma che del come si riarma.

Non sarà facile su questa politica lungimirante accordarsi con la Francia; che s’intenda evitare oggi una rottura è ovvio, che s’intenda perseguire ogni sforzo per ménager la Francia è probabile, ma una politica comune una volta perfezionati gli accordi di Londra, appare qui una pratica irta di ostacoli e di attriti.

Ogni possibile comprensione per la Francia è un elemento inderogabile anche della nostra politica; comprensione legittima fintantoché non si conceda alla Francia di atteggiarsi e di imporsi come Paese avente diritti superiori e diversi in vista della salvaguardia contro futuri ipotetici pericoli germanici, quasi che [per] gli altri paesi continentali tale ipotetico pericolo non incombesse in eguale misura e che il loro apporto nell’Alleanza fosse già scontato come politicamente dubbio o militarmente insufficiente.

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. Conferenza a 9 per questioni europee dopo il fallimento della CED a Brusselle, dal 1° ottobre in poi.

2 Sottoscrizione autografa. Il documento reca il timbro: «Visto dal Segretario Generale» con la sigla di Zoppi.

151

IL MINISTRO A LUSSEMBURGO, CAVALLETTI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

R. 0066682. Lussemburgo, 9 ottobre 1954.

Signor Ministro,

come V.E. sa, la Comunità carbosiderurgica fu concepita dai suoi stessi ideatori come una tappa di un processo che si iniziava e che avrebbe dovuto condurre, attraverso le tappe della CED e della CPE, a una vasta integrazione della vita economica sociale, politica e militare dei sei Paesi. È naturale quindi che il fallimento della CED, per non parlare di quello, implicito, della CPE, ponga nell’animo di tutti gravi interrogativi.

E la Conferenza di Londra, trovando nel patto di Bruxelles la formula di rimpiazzo per la CED, non ha diminuito anzi, in un certo senso, ha aggravate le apprensioni. Poiché l’accordo di Londra, pur risolvendo, fortunatamente, certi problemi vitali della difesa, sembra voler avviare i paesi dell’Europa Occidentale, con la Gran Bretagna alla testa, verso forme associative assai differenti da quelle delle cosidette comunità, e non picaratterizzate da una autorità sopranazionale munita di ampi poteri.

Che cosa pensano i dirigenti della CECA di questa situazione? Monnet, che ha trovato in Mendès-France un suo nemico personale, non si mostra abbattuto e si sforza con la realizzazione di un accordo associativo fra la Gran Bretagna e la CECA di infondere rinnovato prestigio alla Comunità. Anche gli altri membri dell’Alta Autorità, pur non sentendosi forse, nel loro animo, pienamente rassicurati, fanno mostra di serenità e di relativo ottimismo, Essi affermano che nel vacuum europeista che si è venuto a creare, la CECA ha ancora la sua missione da svolgere e sarà in grado di eseguire il trattato, essendosi ormai stabilita una solida rete di interessi diretti alla conservazione e allo sviluppo del pool.

Personalmente credo che la Comunità non corra nessun rischio immediato. Nessun governo, nessuna categoria di industriali o di utilizzatori ha immediato interesse a iniziare ora una offensiva contro la CECA. Lo stesso governo di Mendès-France, pur essendo per definizione contrario alla supernazionalità, è troppo sospetto, per permettersi un attacco frontale alla CECA. Mi è stato anzi detto, da buona fonte, che Mendès-France avrebbe dato istruzioni di evitare accuratamente qualsiasi mossa che possa apparire come contraria alla CECA in questo momento.

Ma a lunga scadenza le cose potrebbero cambiare, né è da escludere che qualche pericolo di «deterioramento» sovrasti la CECA. In miei precedenti rapporti ho rilevato che il principale difetto della Comunità stava nella relativa debolezza dell’Alta Autorità, debolezza rimediabile se una autorità politica europea fosse venuta a infonderle nuovo vigore. Questa ipotesi non si è realizzata e quella debolezza puperdurare e aggravarsi.

I governi, nella poco propizia congiuntura europeista o sotto la pressione delle categorie interessate, potrebbero essere tentati, per ragioni egoistiche, di fare ostacolo all’azione dell’Alta Autorità, che pur essendo diretta all’utile comune, pucomportare in alcuni casi seri sacrifici di qualche interesse singolo. Né va dimenticato che la CECA dipende finanziariamente, a differenza delle altre organizzazioni internazionali, non dai contributi governativi, ma dalle tasse (prelievo) pagate dai produttori del carbone e dell’acciaio. Questi quindi si troverebbero in una posizione favorevole per esercitare le loro pressioni, se l’appoggio governativo all’Alta Autorità venisse meno.

Se quanto sopra indicato si verificasse, la CECA non verrebbe con cia scomparire, ma sarebbe forse obbligata a cambiare gradualmente carattere. Da organizzazione sopranazionale diverrebbe un centro di confluenza degli interessi di determinate categorie, di interessi su cui l’Alta Autorità si limiterebbe a esercitare una coordinazione

o un blando arbitrato. In altre parole sorgerebbe a Lussemburgo una nuova forma di cartello internazionale, non privo di utilità per i produttori, ma evidentemente diretto a finalità assai differenti e forse anche assai lontane da quelle che si proponeva il trattato della CECA.

Le sorti della CECA quindi, dopo il fallimento della CED, sono ancora in sospeso. Esse sono nelle mani dei suoi partecipanti, e soprattutto dei governi. Nella mancanza di un nuovo impulso politico, proveniente dalla creazione di nuove comunità, spetta ai governi il compito di conservare agli organi della CECA, perseverando in una collaborazione disciplinata e efficiente, l’autorevolezza e i poteri che sono ad essi indispensabili.

Se almeno cinque dei sei governi manterranno un simile atteggiamento, sarà difficile al sesto tirarsi indietro. Se invece, l’eventuale disinteresse o riluttanza di un governo dovessero essere motivo per una eguale condotta da parte degli altri, allora le sorti della CECA sarebbero segnate e il processo di decadenza e di trasformazione sarebbe fatale.

Nella politica europeista – come in tutte le politiche – nulla vi è di definitivo. Abbiamo visto, in due anni, il Benelux da netto oppositore divenire uno dei piferventi sostenitori della CED, e della integrazione economica. Nessuno è in grado di escludere che la Francia ideatrice della politica comunitaria e ora unica oppositrice, possa tornare ai suoi primi sentimenti, specie quando si constatasse che la partecipazione della Gran Bretagna alla nuova politica europea non permette nessun vero progresso.

Forse la principale ragione dell’attuale crisi della politica comunitaria è stata la necessità che si è avuta, per l’urgenza del riarmo tedesco, di fissare come prima meta, dopo la CECA, la realizzazione della CED, cioè della integrazione che tocca il settore pidelicato e geloso della vita nazionale.

Risolto fuori della comunità a sei il problema militare, la CECA potrebbe costituire il centro della ripresa europeista, se a un certo momento vi fossero nuovamente le volontà convergenti dei sei paesi: l’attività della CECA in questi due anni ha, tra l’altro, individuato, nei settori contigui a quelli del carbone e dell’acciaio, le mete piprossime e meno difficili della situazione economica (ad esempio il mercato comune del carbone ha mostrato la necessità della integrazione delle fonti di energia in generale). La CECA, per poco che il «non possumus» francese si attenuasse, avrebbe già davanti a sé obiettivi designati e per così dire naturali. L’integrazione europea iniziatasi sul piano economico, sviata a un dato momento verso fini militari, riprenderebbe il suo corso normale e procederebbe, pilenta ma pimetodicamente, sviluppandosi intorno a un nucleo centrale già esistente, costituito dalla comunità carbosiderurgica(3).

Voglia gradire, Signor Ministro, gli atti del mio pidevoto e profondo ossequio

[Francesco Cavalletti]

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 334, fasc. Piano Schuman. Comunità Europea Carbone Acciaio.

2 Il documento reca i seguenti timbri: «Inviato in copia al Presidente della Repubblica», «Inviato in copia ai Sottosegretari» e «Visto dal Segretario Generale».

3 Per il seguito vedi D. 153.

152

L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, THEODOLI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 4317/2200. Londra, 12 ottobre 1954.

Oggetto: Unione dell’Europa Occidentale – Gruppo di Lavoro di Londra.

Riferimento: seguito mio telespresso 4259/2171 dell’8 corrente(2).

Il Gruppo di Lavoro per la redazione del progetto di protocollo che deve modificare e completare il Trattato di Bruxelles ha tenuto due altre sedute, una il 9 e l’altra l’11 corrente. Trasmetto qui unito il verbale provvisorio della seduta del giorno 11 (All. 1).

1. È stato approvato il progetto di protocollo che trasmetto qui accluso (all. 2). Come si vede è stata adottata la denominazione «Consiglio dell’Unione dell’Europa Occidentale», sulla quale si è avuta l’unanimità dei consensi, compresa quella del rappresentante belga.

Per quanto riguarda poi la procedura per il voto del Consiglio è stato deciso di sottoporre all’approvazione dei Ministri due testi alternativi del paragrafo 4 dell’Art.

4. L’uno, picorto, stabilisce semplicemente la regola dell’unanimità tranne i casi previsti dal protocollo (che non vengono permenzionati esplicitamente). L’altro testo invece elenca tutti i vari casi in cui è stato deciso dalla Conferenza che le decisioni debbono essere prese all’unanimità, a maggioranza dei 2/3 e a maggioranza semplice.

- - -

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. Conferenza a 9 per questioni europee dopo il fallimento della CED a Brusselle, dal 1° ottobre in poi. Verbali editi nell’Appendice II. 2 Vedi D. 148. 3 Per il seguito vedi D. 155.

153

IL MINISTRO A LUSSEMBURGO, CAVALLETTI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

R. 0067052. Lussemburgo, 12 ottobre 1954.

Signor Ministro,

nel mio precedente rapporto n. 006668 del 9 corr.3, ho avuto l’onore di esporre a V.E. quale è, a mio avviso, l’attuale situazione politica della CECA, giungendo alla conclusione che, se i Governi non le ritireranno l’appoggio, essa sarà ancora in grado di sopravvivere e di prosperare.

Con questo presupposto e in questo quadro, vorrei esaminare ora se convenga al nostro Governo di mantenere il suo appoggio alla Comunità carbosiderurgica e, in generale, alla politica «comunitaria» o se sia preferibile di concentrare prevalentemente i nostri sforzi in favore del nuovo sistema associativo, che sembra esser nato a Londra, caratterizzato dalla presenza della Gran Bretagna e dalla assenza di poteri sopranazionali.

L’Italia, come è ben noto a V.E., con la CECA, la CED e la CPE, aveva in animo di risolvere, oltre ai problemi generali del riarmo e della integrazione della Germania nell’occidente, anche, e direi sopratutto, suoi particolari problemi. L’Italia aveva anzi accettato la rinunzia al suo esercito nazionale, solo alla condizione che si aprisse così la via a una pivasta integrazione negli altri settori.

Con la formula federativa o «comunitaria» l’Italia intendeva infatti di ottenere, in un mercato comune di merci e di capitali, un piampio respiro per la sua vita economica, intendeva di alleggerire la sua situazione sociale mediante la libera circolazione delle persone; intendeva di migliorare la sua situazione politica interna e inserendosi in una Comunità in cui la pressione comunista fosse minore, additare alle giovani generazioni ideali nuovi e atti a controbattere il comunismo.

La «Comunità» a sei dava all’Italia anche un altro vantaggio: quello di una posizione politica di particolare prestigio. Riconosciuta, sui testi, la nostra piena parità con Francia e Germania (dalla partecipazione agli organi comunitari, alla votazione in consiglio di Ministri CED), il nostro atteggiamento acquistava importanza e poteva divenire decisivo, nell’inevitabile contrasto di interessi franco-tedeschi. E anche nel caso di una intesa franco-tedesca, eventualmente pregiudizievole ai nostri interessi, l’Italia con il Benelux costituiva un forte contrappeso.

L’esperimento della CECA per quanto breve e limitato, ha fatto constatare che molte di queste speranze non erano infondate, particolarmente nel campo economico. L’associazione dei meno abbienti con i piabbienti, fatta con il concetto sopranazionale di un utile comune, non rende, come a torto si è andato affermando dalle opposizioni, pipoveri i poveri e piricchi i ricchi, ma va sopratutto a beneficio dei primi. La formula che si è vista spesso sulla stampa straniera secondo cui l’Italia è stata l’unico paese avvantaggiato dal pool è errata, se vuol dire che tutti gli altri non ne hanno avuto che danni, ma è vera se si intende che l’Italia vi ha trovato vantaggi relativamente maggiori.

Non è questa la sede per ripetere quanto sono venuto scrivendo in questi due anni, ma non è fuori posto ricordare che è in gran parte dovuto al pool, alle facilitazioni che esso ha apportate, se in Italia i prezzi dell’acciaio sono ribassati, se il consumo pro capite è aumentato, se la produzione siderurgica ha toccato massimi insperati.

Nel settore del carbone si è visto, in esecuzione del trattato, le miniere olandesi e tedesche pagare la metà del deficit delle nostre miniere e nel settore sociale si sta realizzando per la prima volta, naturalmente nei limiti del settore, la libera circolazione della mano d’opera, mentre sono in elaborazione presso l’Alta Autorità provvidenze per vari miliardi in favore dei 7 mila nostri disoccupati siderurgici.

Anche dal punto di vista del nostro prestigio, l’esperienza della CECA ci è stata favorevole, malgrado che, per ragioni evidenti, l’Italia, nel settore del carbone e dell’acciaio, non avrebbe potuto avere che un peso secondario. Non solo, dopo un primo periodo di incertezza, siamo riusciti ad affermarci nei vari uffici e nelle varie istituzioni, ma abbiamo visto gli altri venirci ad offrire, dopo la presidenza della Corte, la Presidenza dell’Assemblea.

Pula nuova forma di associazione a sette e senza (o quasi) poteri sopranazionali garantirci, in altri settori e con modalità differenti, prospettive simili e analoghi vantaggi?

Puanzitutto condurci tanto lontano quanto noi necessitiamo e desideriamo? Molti non credono che le concessioni, importantissime certo, fatte dalla Gran Bretagna nel campo militare, preludano a una revisione generale, di quell’atteggiamento negativo che per cinque anni la Gran Bretagna ha tenuto con albionica fermezza a Strasburgo. Fu questo atteggiamento inglese, che condusse il Consiglio d’Europa a indirizzarsi verso le «autorità specializzate», dopo aver constatato l’impossibilità di ottenere l’adesione inglese alla formula piampia di collaborazione europea, alla cosiddetta «autorità politica europea munita di poteri limitati ma reali». Sembra ora impossibile che tutta questa strada percorsa sia rifatta a ritroso. Purtroppo lo slogan: facciamo l’Europa, ma con l’Inghilterra sembra tuttora lo slogan di quelli che non vogliono farla affatto.

Comunque sia, è certo che l’Italia in questa associazione a sette avrà un peso modesto. L’associazione sarà inevitabilmente dominata dall’Inghilterra, a cui si affiancherà la Francia. La Germania lotterà, per il secondo posto. A noi resterà un gioco assai limitato e si dovrà aver cura affinché un malcauto ma probabile atteggiamento francese non ci spinga a fare i brillanti secondi della Germania. Le difficoltà cominceranno già nella distribuzione dei posti nei segretariati ‒ben più gravi di quelle che ho visto al sorgere del Consiglio d’Europa o della CECA‒e nello stesso regime delle lingue, per cui difficilmente otterremo la quadrilinguità in vigore a Lussemburgo.

Vorrei trarre da queste considerazioni due conseguenze: che da parte italiana l’appoggio alla CECA dovrebbe essere mantenuto e eventualmente aumentato, in vista appunto delle attuali difficoltà; che, anche nelle presenti circostanze, dovremmo mantenere l’associazione sopranazionale a sei come principale obbiettivo della nostra politica.

Si puobbiettare che per fare la politica della «Comunità», bisogna essere in sei e che la Francia sembra non volerne pisentir parlare. Senza dire poi che la Gran Bretagna, favorevole finora o per lo meno non contraria alla Comunità a sei, potrebbe adesso, dopo aver lanciato a Londra una nuova formula di collaborazione europea, cambiare il suo atteggiamento.

Circa la Gran Bretagna, è un sintomo incoraggiante che, proprio durante la Conferenza di Londra, essa si sia decisa, dopo esser stata per lungo tempo riluttante, a gettare le basi per l’accordo associativo con la CECA.

Quanto alla Francia, evidentemente tutto il problema è lì. Si potrebbe osservare che il Governo di Mendès-France non sarà eterno, ma è doveroso riconoscere che l’atteggiamento di Mendès-France verso l’Europa a sei corrisponde, in parte, a tendenze e a sentimenti a lui preesistenti, e che lo stato d’animo francese in sé ‒indipendentemente da Mendès-France ‒non è favorevole: se non minaccia, almeno io ritengo, l’esistenza della CECA, non fa per ora sperare in progressi.

Ne consegue che ora non sono pensabili iniziative le quali, fra l’altro, potrebbero turbare pericolosamente il lavoro di ratifica degli accordi di Londra. Ma passato questo momento nevralgico, non si puescludere che la via possa esser ripresa, che vi possano essere impulsi per nuove integrazioni accettabili anche per la Francia.

La CECA, ne ho già accennato nel precedente rapporto, con la sua azione è giunta, talvolta, a toccare settori dove il coordinamento e l’integrazione si presentano come naturali e necessari. Per sua natura la CECA ha in sé una certa forza espansiva, solo che venga alquanto agevolata e appoggiata dai Governi. Se ciavvenisse, la CECA potrebbe costituire il centro degli ulteriori sviluppi; essa potrebbe non solo sopravvivere, ma aumentare la sua importanza.

Vi è ad esempio, nel settore dei trasporti della CECA, il problema della canalizzazione della Mosella, in cui la Francia ha forti interessi e che non è risolvibile senza uno spirito sopranazionale. Non è impossibile che la Francia voglia in questo settore fare un passo avanti e risolvere al tempo stesso altri problemi, connessi, di tariffe e di mercato. Situazioni non molto dissimili esistono in vari altri campi della CECA; fonti di energia (oltre il carbone), tasse, gravami sociali, riconversioni ecc.

Infine non va dimenticato che nella CECA esiste una Assemblea parlamentare composta dei piimportanti uomini politici europei. Essa puavere, anche nelle contingenze attuali, una forza propulsiva, la sua azione puavere larga risuonanza sui parlamenti e quindi sui governi dei sei paesi.

Non vorrei, con questo rapporto, apparire a V.E. poco realistico e troppo influenzato dall’ambiente o dal sentimento. In realtà sono ben conscio delle difficoltà che esistono, ma ho creduto mio dovere di sottoporre a V.E. tutti gli eventi [recte: elementi] di giudizio in mio possesso per le decisioni superiori che V.E. vorrà prendere sull’atteggiamento dell’Italia in questa importantissima materia.

Voglia accogliere, Signor Ministro, gli atti del mio piprofondo e devoto ossequio.

F. Cavalletti

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 334, fasc. Piano Schuman. Comunità Europea Carbone Acciaio.

2 Il documento reca i seguenti timbri: «Inviato in copia al Presidente della Repubblica», «Inviato in copia ai Sottosegretari» e «Visto dal Segretario Generale» con la sigla di Zoppi.

3 Vedi D. 151.

154

L’AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, BENVENUTI(1)

L. riservata 1376. Parigi, 12 ottobre 1954.

Caro Benvenuti,

vivamente La ringrazio per la Sua lettera, con gli interessantissimi allegati, del 2 corrente(2). Ma, anzitutto, desidero inviare alla Contessa ed a Lei i picordiali e partecipi rallegramenti, di mia moglie e miei, per la nascita del Loro bambino. È con memore cuore che ci associamo alla Loro letizia.

I Suoi tre appunti, così perspicui e che vanno così efficacemente dritti allo scopo, mi hanno veramente avvinto. Per quanto ne riguarda la sostanza, vorrei richiamare alcune mie idee che Ella, come mi dice così gentilmente, ha già avuto occasione, del resto, di trovare in mie recenti comunicazioni ufficiali. Circa le responsabilità di Mendès-France di fronte all’europeismo ed agli europeisti (di Europa e di America), esse esistono e sono indubbie. Ma Mendès-France non ha fatto un giochetto «in proprio». Egli rappresenta

una maggioranza che è scaturita dal Parlamento, perché essa era ‒per tante e multiformi ragioni ‒nel Paese. Bisogna pur vedere in faccia quella che è una realtà dei nostri paesi

democratici: il Parlamento, pio meno, rappresenta il Paese e vota a nome di tutti. Ella è stata, per ragioni tecniche e di rappresentanza italiana nei consessi europeisti, a contatto sopratutto di personalità francesi che si sono, almeno, sbagliate quando annunciavano che una maggioranza per la CED c’era: invece, essa non c’era e, nonostante la perplessità che pususcitare un Mendès-France, la sua abilità non bastava certo per volere e sopratutto ottenere il voto negativo. È vero che «c’è un’altra Francia», ma questa è stata

battuta ed era ‒la prova è fatta ‒in minoranza. Se questa classe politica «rappresentante

la Francia nuova e giovane, fosse stata al potere in questo momento», la CED sarebbe passata. Ho dei dubbi, personalmente, su questa ipotesi, ma comunque questa classe non era al potere e c’erano ragioni di numero, di peso e di voto che l’avevano appunto scartata dal potere. Tutto questo, mi permetto ripeterlo soltanto per chiarirLe il mio pensiero, nel senso che è inutile guardare a come avrebbe potuto svolgersi altrimenti la sorte della CED. Io ho sempre visto nella CED, come Lei, qualcosa di molto alto e qualcosa di molto nobilmente ardito per il bene futuro di questo continente. Ma la sovranazionalità era, sì, l’essenza stessa di quella formula, ma non costituiva l’indispensabile ideologia motrice. Se veramente andranno in porto gli accordi di Londra, avremo qualcosa di piantiquato, cioè una grande coalizione ed una grande alleanza invece di una sintesi sovranazionale. Ma tutto questo, a sua volta, pupresentare degli aspetti positivi in momenti, nei quali è necessario fare qualcosa, presto e concretamente. Cioè, io mi permetto di essere meno pessimista e di pensare che anche una «soluzione di ricambio» pucontenere un’alta percentuale di quello che è vitale per la difesa comune e per la coesistenza dei popoli europei. Se i «Cedisti» francesi, in futuro, diranno di no a quello che uscirà definitivamente dalla Conferenza di Londra, ripudieranno il «molto» per non avere avuto il «tutto» e sarà una grande responsabilità anche se un Henri Frenay profetizza che i Ce-disti si opporranno al riarmo della Germania nella sua nuova forma (del resto, vorrei Ella domandasse a Pacciardi quanto il Frenay sia riuscito a combinare e quanti sia riuscito riunire al momento della sua ultima conferenza in Francia: è gente rispettabilissima, che tutti conoscono in Europa, perché, essendo dei francesi europeisti e quindi per onore di firma, viaggiano per tutta l’Europa: ma qui non hanno nessun peso nella vita pubblica e sull’opinione pubblica e sopratutto non sono capaci di organizzare e di agire).

I credenti nell’«Europa europeista» hanno comunque il giusto diritto di pensare che, senza i loro nobili sforzi, non avremmo oggi neanche il meno e che il seme gettato germoglierà, purché stia in terra il tempo necessario (anche nella storia vi sono delle stagioni) per spuntare. E bisognerà, in avvenire, non credere alle parole degli europeisti francesi, ma chiedere loro dei fatti. Sarà un’opera santa anche nei loro riguardi.

Cordialissimi saluti e, spero, a presto,

Quaroni

1 Ambasciata a Parigi, 1951-1960, b. 40, pos. 11/18.12. 2 Vedi D. 136.

155

L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, THEODOLI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 13146/334. Londra, 13 ottobre 1954, ore 20,35 (perv. ore 7,30 del 14).

Mio telespresso 2200 del 12 corr.2.

Stamane il Gruppo Lavoro ha definitivamente approvato lo schema del protocollo che modifica e completa il Trattato di Bruxelles. Il Rappresentante tedesco su istruzioni di Bonn ha proposto che la nuova denominazione fosse semplicemente Unione Europea per richiamare quanto pipossibile il nome della CED. Il delegato belga viceversa ha insistito per denominazione Unione Europa occidentale che si discosta meno da quella originale; ed è stato appoggiato dai delegati francese e britannico il quale ultimo ha fatto anche presente l’opportunità di non dare carattere troppo largo alla nuova organizzazione per evitare richieste di adesioni da parte di Stati non occidentali. È stato quindi deciso di mantenere la denominazione già approvata pur prendendo nota della richiesta tedesca nel rapporto finale.

Circa i poteri deliberativi del Consiglio, l’Ambasciatore belga ha comunicato la richiesta di Spaak che la regola della maggioranza semplice fosse adottata per tutti i casi non altrimenti stabiliti. Contro tale proposta tendente a dare alla nuova organizzazione un carattere sopranazionale ancora maggiore che nella CED vi è stata la netta opposizione dei delegati inglese e francese nonché di Stikker il quale aveva sempre cercato invece di mettere in evidenza regola unanimità e non dare risalto alle eccezioni previste dall’atto finale della Conferenza di Londra. È stato quindi deciso di non accettare la richiesta belga neppure come alternativa da sottoporre ai Ministri; ma di menzionarla nel rapporto finale.

Per quanto riguarda la questione dell’articolo dodici dell’atto finale della Conferenza di Londra, i delegati belga e tedesco hanno precisato che secondo intenzione proprio Governo dovrebbe essere Assemblea distinta da quella Consiglio Europa la quale non dovrebbe necessariamente sedere Strasburgo. Comunque è stato convenuto trattarsi di questione che dovrà essere esaminata il 21 corrente a Parigi ma non necessariamente risolta in tale riunione dato anche il tempo ristretto previsto per la riunione stessa.

È stato poi esaminato il progetto inviato dal lord Ismay circa i futuri collegamenti fra il NATO e la nuova organizzazione. Partendo dal principio che tale organizzazione dovrà avere una configurazione politica precisa e non apparire in alcun modo come appendice del NATO da cui si differenzia fra l’altro sia per minori membri che per scopi distinti, il Gruppo Lavoro è stato unanime nel ritenere che il Consiglio debba essere costituito e debba funzionare in maniera analoga al Consiglio del Patto Atlantico ma risiedere a Londra. D’altra parte data la necessità della massima collaborazione con il NATO per le questioni militari la maggioranza si è espressa in favore della tesi che l’agenzia controllo armamenti risieda a Parigi. Il delegato tedesco invece su espresse istruzioni da Bonn ha proposto che anche l’Agenzia abbia per ora sede a Londra.

Per quanto riguarda poi progetto Steering Group Parigi secondo cui l’Agenzia dovrebbe dipendere da speciale commissione Armamenti dipendente Consiglio Bruxelles ma residente Parigi, esso è stato respinto perché costituente un inutile doppione non necessario per assicurare collegamento. Roberts in particolare ha affermato non (dico non) trattarsi in alcun modo di iniziativa britannica ed ha dato lettura del telegramma d’istruzioni in tal senso inviato ieri da Eden e Steel.

Domattina avrà luogo altra riunione che prevedesi conclusiva(3).

1 Telegrammi segreti originali 1954, arrivo, vol. II. 2 Vedi D. 152. 3 Per il seguito vedi D. 158.

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L’AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

R. riservato 13962. Parigi, 14 ottobre 1954.

Signor Ministro,

non è facile dare un’interpretazione esatta dell’ultimo voto alla Camera francese sugli accordi di Londra: sarebbe permolto azzardato interpretarlo come una sincera accettazione degli accordi stessi. È stato un voto di rassegnazione, motivato pidalla difficoltà di votare contro Mendès-France che dalla convinzione della necessità o dell’opportunità di accettarli.

Tipico, a questo riguardo, è stato l’atteggiamento del Partito Socialista: in sé e per sé i socialisti anticedisti erano contro gli accordi di Londra, perché la maggior parte di loro sono contrari al riarmo tedesco sotto qualsiasi condizione, sono su di una posizione bevanista, per intenderci: gli ex-cedisti erano pure contro, come pio meno tutti i cedisti, considerando, e giustamente, che i controlli previsti dagli accordi di Londra non valgono i controlli CED. Nonostante questo hanno votato tutti a favore di Mendès-France, e ne hanno salvata la posizione, perché non potevano, di fronte ai loro elettori, far la figura, come socialisti, di votare contro un Presidente del Consiglio che aveva deciso l’aumento delle categorie pibasse di salari.

È questa l’indiscussa abilità di Mendès-France che, mescolando politica estera e politica interna, riesce a farsi votare a favore da tutta gente che in realtà non è affatto d’accordo con lui.

Ma sul piano reale, parlamentare, è bene tener conto che nel settore anti-CED gli accordi di Londra hanno dato soddisfazione solo alle esigenze dei militari, della grossa industria e di qualche gruppetto nazionalista: il che, in termini pratici, si putradurre in un centinaio di voti già contro la CED che ora sono andati a favore dei recenti accordi. Gli altri duecento e pideputati che avevano votato contro la CED, lo hanno fatto perché su posizioni neutraliste; come tali, essi non sono intimamente rassegnati nemmeno agli accordi di Londra.

Quanto ai partigiani della CED, è bene non dimenticare che la vecchia formula era stata qui accettata e sostenuta non tanto per le sue implicazioni europee, ma in quanto essa permetteva un controllo efficace dell’esercito tedesco e, soprattutto, impediva il risorgere dello Stato Maggiore tedesco, che qui è una specie di spauracchio. Ora, da questo punto di vista, non c’è dubbio la CED era meglio degli accordi di Londra: soprattutto perché non si sa ancora se sarà possibile ottenere l’accordo degli altri a tutte le formule di controllo richieste da Mendès-France. Poiché, quale che sia il pensiero personale di Mendès-France, è indubbio che, se vuole i voti dei Cedisti, per la ratifica finale (e ne ha bisogno), deve insistere sui controlli.

La conclusione, alla quale bisogna venire, è dunque che il voto favorevole della Camera francese non garantisce affatto che, all’atto della ratifica, verso la fine di novembre, gli accordi saranno accettati dal Parlamento francese.

Anche in questa occasione non ritengo sia di nessuna utilità fare ancora il processo alle intenzioni di Mendès-France. Va solo notato che, per difendere una formula accettata da lui, ha posto la questione di fiducia ed ha manovrato bene in modo da ottenere il voto favorevole.

Per me l’uomo, piche alla politica estera, si interessa alla politica interna e finanziaria: è convinto che la Francia ha bisogno di essere riformata da capo a fondo, e che lui è la persona piqualificata per farlo. La politica estera lo interessa in quanto era ed è necessario sgomberare il terreno da una serie di problemi esteri, che dividevano quella che egli considerava la sua maggioranza naturale. Ha già fatto un passo avanti con i socialisti, di cui sembra ora possibile anche l’ingresso al Governo: vuole avere anche gli MRP, per lo meno la frazione sociale e progressista, che è la piimportante e numerosa, in modo da costituire un Governo che abbia socialisti, MRP, una parte dei radicali e dei gaullisti, isolando i moderati, ossia la destra. Il tutto con un marcato sfondo nazionalista in quanto convinto che è l’immobilismo dei moderati che paralizza la Francia e la mette in condizioni di non poter avere nel mondo la posizione che essa potrebbe avere.

E potrebbe anche riuscirci: e la sua politica estera è, in parte almeno, subordinata a questo suo desiderio di riuscire.

Per cui egli pucerto influire sul Parlamento, ma non al di là di certi limiti: non si puaspettare da lui che impegni una battaglia che non sa di poter vincere. Sarà quindi la preoccupazione del suo Parlamento, assai piche considerazioni di carattere internazionale, a determinare la sua azione.

E la situazione al Parlamento francese resta fondamentalmente quella che ho già esposto a V.E, dubbia ed incerta, ma sostanzialmente non favorevole agli accordi di Londra, perché è, nella sua maggioranza, ancora contraria al riarmo della Germania.

La maniera con cui verrà risolto il problema del controllo degli armamenti avrà senza dubbio la sua importanza; ma il punto su cui tutto punaufragare, è la questione della Sarre. È un vecchio préalable, non è Mendès-France che lo ha tirato fuori, lo avevano già posto tutti i suoi predecessori. Se i francesi ottengono soddisfazione sulla questione della Sarre, anche se il resto degli accordi non è del tutto soddisfacente, o se Mendès-France ha la volontà e la possibilità di manovrare bene come lo ha fatto questa volta, il complesso di Londra puprobabilmente passare. Se non si arriva ad un accordo soddisfacente per la Francia sulla questione della Sarre, è molto poco probabile che gli accordi di Londra vengano ratificati dal Parlamento francese. Da rilevare che, fedele alla tattica che gli è riuscita a Ginevra, anche per questo Mendès-France ha messo una data limite, dichiarando che presenterà gli accordi di Londra alla ratifica del Parlamento verso il 20 novembre, se, per quella data, sarà stata trovata una soluzione alla questione della Sarre.

Ma piimportante di tutto, ai fini di quella che potrà essere l’atmosfera al momento della ratifica vera e propria degli accordi stessi, saranno gli sviluppi che potrà avere, in questo frattempo, la questione delle conversazioni con la Russia. È un argomento che è affiorato, pio meno apertamente, in tutto il recente dibattito. Mendès-France se l’è cavata abilmente affermando che non c’è incompatibilità fra gli accordi di Londra e le conversazioni con la Russia: una formula molto simile ‒è stato rilevato – a quella pronunciata da Churchill a Blackpool.

La formula, che va sempre piguadagnando simpatie, è la formula di cui ho già accennato a V.E.: mettere un periodo di tempo, per esempio, uno o due mesi, fra la ratifica degli accordi di Londra e la loro entrata in funzione: e dire ai russi formalmente che essi hanno due mesi di tempo per arrivare ad una soluzione della questione tedesca, basata evidentemente sull’accettazione delle elezioni libere in Germania orientale: altrimenti si procederà al riarmo tedesco.

Il ragionamento di tutta questa brava gente è il seguente: il riarmo della Germania significa la frattura definitiva del Paese: l’unificazione della Germania diventa un problema che non potrà essere risolto che con la guerra, e che sarà quindi causa di guerra. Prima di compiere un passo irreparabile, facciamo un ultimo tentativo. Il tentativo che è stato fatto a Berlino non è probante; esso partiva dal principio che la Russia dovesse accettare la CED: bisogna invece offrire alla Russia qualche cosa in cambio della sua accettazione di elezioni libere che significano per lei l’abbandono della Germania orientale: questo qualche cosa non puessere che la neutralizzazione della Germania.

Se i russi accettano, è un passo avanti nel cammino della distensione. La seconda tappa, senza la quale la prima è illusoria, dovrà essere il disarmo controllato. Se i russi non accettano, sarà allora fatta la prova che con loro non c’è realmente niente da fare, ed allora molti degli attuali oppositori saranno i primi a sostenere il riarmo tedesco.

E perché i russi non abbiano la tentazione di trascinare le cose per le lunghe, senza concludere, si ripeterà la formula di Ginevra, la data catenaccio, breve. Non voglio discutere qui il merito del suggerimento: l’ho già fatto del resto in un mio precedente rapporto. Ripeto solo che qui prende: presentati con questa clausola di salvaguardia, gli accordi di Londra troverebbero al Parlamento una larga maggioranza, anche con poco controllo e con poca Sarre.

Il voto di fiducia è stato strappato un po’ di sorpresa ad un Parlamento impressionato da un’opinione pubblica che, nella sua grande maggioranza, era entusiasta del successo riportato da Mendès a Londra. Perché fra gli elementi di cui bisogna tener conto, adesso, da parte di tutti, è la crescente popolarità di Mendès-France in tutti i ceti e in tutte le regioni. Le centrali neutraliste non hanno avuto il tempo di iniziare la campagna contraria; si comincia perqui a svalutare il suo successo pispettacolare che è stato poi la concessione inglese di impegnare sul continente quattro divisioni.

È difficile adesso, specialmente a Parlamento chiuso, fare delle previsioni su quello che saranno le forme ed il successo di questa campagna neutralista. Mi permetto soltanto di segnalare a V.E. che essa continua e che per me questo sfondo neutralista è una delle difficoltà maggiori che si incontreranno sulla strada della ratifica degli accordi di Londra. Vorrei ancora precisare: anche se, per un complesso di circostanze fortunate, si potesse superare questo ostacolo ed avere la ratifica, tutte le affermazioni di qualsiasi Governo francese di fedeltà alla politica atlantica, alla politica europea, debbono essere accettate con una certa riserva. Resta il fatto che la maggioranza del Parlamento francese non è convinta che non ci sia altro da fare: e il Parlamento francese resterà sempre reticente e dubbio fino a che non si sarà trovata la maniera di convincere almeno quel centinaio di deputati che sono ancora suscettibili di essere convinti.

Per quello che riguarda noi, alla prossima Conferenza, credo ormai superfluo ricordare che la difficoltà principale resta quella di far passare gli accordi che si potranno raggiungere davanti al Parlamento francese.

Se la conferenza sarà o non sarà un successo, cidipenderà molto dagli inglesi: specialmente per quello che concerne il problema pidelicato, quello della conversazione con la Russia: mi sembra difficile infatti, che da parte francese, almeno fino a che prevale il raggruppamento politico attuale, si abbia il coraggio e la possibilità di andare piin là di quello che vorranno fare gli inglesi. E d’altra parte non c’è ragione di pensare che gli inglesi, a loro volta, vorranno su questo argomento rischiare di rompere con gli americani: è del resto un argomento in cui non tocca a noi di prendere delle iniziative.

Per la questione della Sarre, che, fra le questioni piconcrete, è la pidifficile, noi non possiamo fare gran cosa: mediare è difficile e delicato e il rischio di rendersi malvisti sia dai francesi che dai tedeschi è troppo grande.

Per tutto il resto, mi permetterei di suggerire di mantenere la linea di condotta che con tanto successo è stata tenuta a Londra: ossia restare in genere un po’ al di sopra, resistere solidamente quando si tratta di interessi nostri da difendere, e cercare di fare opera di mediazione, quando è possibile.

Mendès-France – me lo ha detto qualche giorno addietro – è rimasto molto soddisfatto della comprensione mostrata da noi. È sensibilissimo, quasi morbosamente, alla diffidenza che lo circonda. Non mi illudo che potremo fare molto, ma se potremo fare qualcosa, al seguito degli inglesi, per impedire che la Conferenza si incagli, è mantenendoci al di fuori di reazioni personali, come abbiamo fatto.

Dopo tutto, lo scopo di questa conferenza, come fu a Londra, è quello di far passare davanti al Parlamento francese ‒visto che né americani né inglesi sembrano per ora decisi ad altra alternativa ‒il riarmo della Germania e il suo ingresso al NATO. Una volta ottenuto questo, vorrei vedere fra qualche anno cosa resterà di tante formule di limitazione e di controllo.

E, quanto a salvare quello che si pusalvare, e che per me è ancora molto, dell’idea europea, anche questo ce ne potremo occupare meglio in un secondo tempo, una volta superato lo scoglio principale.

La prego di gradire, signor Ministro, gli atti del mio devoto ossequio.

P. Quaroni

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. Conferenza a 9 per questioni europee dopo il fallimento della CED a Brusselle, dal 1° ottobre in poi.

2 Il documento reca i seguenti timbri: «Inviato in copia al Presidente della Repubblica», «Inviato in copia ai Sottosegretari», «Visto dal Ministro», «Visto dal Segretario Generale» con la sigla di Zoppi.

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IL MINISTRO A LUSSEMBURGO, CAVALLETTI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 13215/493. Lussemburgo, 15 ottobre 1954, ore 11,10 (perv. ore 11,20).

Spaak ha detto ieri al Segretario Generale dell’Assemblea Comune di essere fautore della presidenza di Pella alla predetta Assemblea per varie ragioni e particolarmente perché egli considera essenziale che la presidenza sia affidata a personalità esperta nelle questioni economiche, onde potenziare gli eventuali sviluppi dell’integrazione economica europea facendo centro sulla CECA.

Anche Monnet in una recente conversazione si è manifestato favorevole alla presidenza di Pella(2).

1 Telegrammi segreti originali 1954, arrivo, vol. III.

2 Sull’elezione di Pella riferì Cittadini Cesi con T. 15554/95 del 29 novembre, ritrasmesso con Telespresso 23/599 del 3 dicembre dall’Ufficio III della Direzione Generale della Cooperazione Internazionale alle Ambasciate a Ankara, Atene, Bonn, Bruxelles, Londra, L’Aja, Parigi e Washington, alle Legazioni a Dublino,Copenaghen, Lussemburgo, Oslo e Stoccolma, alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi, alle Direzioni Generali degli Affari Politici e degli Affari economici e al Servizio Stampa: «Per opportuna informazione si trascrive qui di seguito quanto comunicato in data 29 novembre scorso dal Console Generale in Strasburgo circa l’argomento in oggetto: “Stamane si è aperta, sotto la presidenza del Vice Presidente Fohrmann, la sessione dell’Assemblea Comunità carbone e acciaio. Fohrmann ha commemorato il defunto Presidente De Gasperiricordandone l’opera ed esaltandone la figura di statista e di europeista. Alla commemorazione si sono associati il Presidente dell’Alta Autorità Monnet ed il Sottosegretario Battista, a nome del Consiglio speciale Ministri. Ha ringraziato a nome dei colleghi italiani il senatore Schiavi; dopo di che la seduta è stata sospesa in segno dilutto. Alla ripresa si è proceduto per acclamazione all’elezione del nuovo Presidente nella persona dell’Onorevole Giuseppe Pella. L’onorevole Pella ha pronunciato un applaudito discorso impegnando l’Assemblea a continuare il cammino verso l’unificazione europea, tracciato da Alcide De Gasperi. L’Assemblea si è quindi aggiornata eriprenderà i suoi lavori domani mattina”» (Ambasciata a Parigi, 1951-1960, b. 41 bis, pos. 12/12).

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L’INCARICATO D’AFFARI A LONDRA, THEODOLI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. riservato 4373/22442. Londra, 15 ottobre 1954.

Oggetto: Unione dell’Europa Occidentale.

Riferimento: seguito mio telespresso n. 4317/2200 del 12 corr. e telegramma del 13 corr.3.

Il Gruppo di Lavoro di Londra ha terminato i suoi lavori dopo altre due sedute in data 13 e 14 corr. Trasmetto qui acclusi i verbali relativi (allegati 1 e 2). Trasmetto altresì i seguenti documenti:

1) Rapporto Finale del Gruppo di Lavoro per la riunione di Parigi del 21 (all. 3);

2) Protocollo n. 1 modificante e completante il Trattato di Bruxelles (all. 4);

3) Protocollo n. 2 che incorpora gli impegni del Governo britannico e del Governo Federale tedesco figuranti nella Sezione 2 dell’Atto Finale della Conferenza di Londra (all. 5);

4) Nota del Gruppo di Lavoro circa i problemi che sorgono dal Paragrafo 12 della Sezione 2 dell’Atto Finale (all. 6):

5) Progetto di lettere che i Governi dell’Italia e della Repubblica Federale tedesca dovrebbero inviare agli altri Governi firmatari del Protocollo n. 1 (all. 7). Circa tali documenti osservo quanto segue:

- - - - -

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. Conferenza a 9 per questioni europee dopo il fallimento della CED a Brusselle, dal 1° ottobre in poi. Verbali editi nell’Appendice II.

2 Indirizzato, per conoscenza, alla Rappresentanza presso il Consiglio Atlantico a Parigi.

3 Vedi DD. 152 e 155.

4 Per il seguito vedi D. 163.

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IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, AL CANCELLIERE E MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI DELLA REPUBBLICA FEDERALE DI GERMANIA, ADENAUER(1)

L.2. Roma, 16 ottobre 1954.

Signor Cancelliere,

l’Ambasciatore von Brentano mi ha rimesso oggi la Sua lettera(3) con la quale Ella ha voluto così cortesemente esprimere il Suo apprezzamento per la parte svolta alla Conferenza di Londra dalla Delegazione italiana che ho avuto l’onore di presiedere.

Non ringraziarLa del Suo messaggio e delle espressioni che Ella ha voluto rivolgermi personalmente, desidero dirLe a mia volta con quanta gioia mi sia incontrato con Lei e con quanta soddisfazione abbia partecipato al comune lavoro in favore di una pistretta e permanente intesa fra le Nazioni occidentali, per la cui causa Ella, Signor Cancelliere, ha così tenacemente ed autorevolmente operato.

Sono anch’io convinto che gli sforzi comuni compiuti a Londra hanno realmente valso a rafforzare il mondo libero e che la via intrapresa permetterà di recare un contributo decisivo al mantenimento della pace. È con questa intima fiducia che mi accingo a recarmi a Parigi, ove mi sarà assai gradito collaborare nuovamente con Lei a questo fine.

Con i picordiali saluti

Suo aff.mo

[Gaetano Martino]

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 25, fasc. 92.

2 Trasmessa da Milesi Ferretti all’Ambasciata d’Italia a Bonn e per conoscenza alla Direzione Generale degli Affari Politici e alla Direzione Generale della Cooperazione Internazionale con Telespr. 1/3268 del 17 ottobre con la seguente istruzione: «Si trasmette qui unito, in originale, con preghiera di volerlo far pervenire al Cancelliere Adenauer, un messaggio a lui diretto da S.E. il Ministro in risposta a quello consegnato all’On. Martino il 16 corr. dall’Ambasciatore von Brentano, messaggio del quale si acclude copia per opportuna documentazione».

3 Vedi D. 146.

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L’AMBASCIATORE A BRUXELLES, GRAZZI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 4268/21192. Bruxelles, 16 ottobre 1954.

Oggetto: Documento belga sul funzionamento del Patto di Bruxelles.

Poiché è augurabile che si tragga dalla situazione creata dalla Conferenza di Londra il meglio che essa consente, e dato che questo meglio (eccezione fatta di quanto ha tratto al riarmo tedesco) non puiscriversi che nel quadro del Patto di Bruxelles, ho chiesto a questo Ministero degli Esteri un giudizio su quanto è stato realizzato fin qui nell’ambito del Trattato relativo.

Mi è stato dato il promemoria interno che onoromi trasmettere qui accluso3, accompagnandolo con talune considerazioni; il tutto potrà forse servire quale elemento ulteriore agli studi che i nostri Uffici già staranno compiendo in materia.

Nell’appunto redatto dalla Direzione Generale Cooperazione Internazionale è infatti detto, tra l’altro, che la presente situazione «non impedirà che si possano con prudenza e con calma, studiare domani, in seguito all’organizzazione di Bruxelles, maggiori accorgimenti atti a consolidare un qualche processo integrativo dell’Europa»4. Forse, piche «a consolidare» potrebbe dirsi «a creare» poiché è difficile affermare che si sia già fatto tanto in materia, da doversi occupare a rafforzarlo, mentre, con l’entrata della Gran Bretagna nell’ingranaggio è possibile sperare che in via del tutto pragmatica e progressiva qualche punto possa essere segnato a favore di un’organizzazione efficiente fra i partecipanti alla nuova comunità.

Ora, il quadro previsto dal Patto di Bruxelles dovrebbe di per sé – ossia in teoria – fornire le basi di partenza di ogni futura azione. Nel preambolo si parla di «resserrer les liens économiques, culturels et sociaux qui les unissent déjà» (le Parti contraenti); e vi si afferma la necessità di «constituer en Europe Occidentale une base solide pour la reconstruction de l’économie européenne». D’altra parte, il concetto di coordinare le attività economiche ai fini di armonizzare la produzione e sviluppare gli scambi è chiaramente esposto all’art. I°. Mentre poi il settore sociale e quello culturale sono esposti dall’art. 2 e 3 rispettivamente, nulla invece è detto od accennato quanto alla formazione di un’autorità politica comune, o, meglio, allo sviluppo del concetto di una volontà politica che o esca dall’ambito dell’esecutivo (Ministri degli Esteri) per risalire ad un’assemblea di rappresentanti, o crei, magari mediante la votazione a maggioranza, un direttorio che imponga una volontà superiore a quella dei singoli Governi partecipanti.

Oggi ‒cioè dopo Londra – esistono però in questo campo due novità: il voto a maggioranza per talune questioni, in prevalenza se non addirittura esclusivamente militari, e il rapporto all’Assemblea di Strasburgo.

Quindi, da un lato la Conferenza di Londra ha segnato un passo in avanti nel campo politico rispetto alla situazione creata dal Trattato originario, mentre dall’altro l’applicazione nei settori economico e sociale che già esistevano non ha dato finora risultati apprezzabili.

Se si esamina il documento di studio redatto dal Ministero belga, si possono fare le seguenti osservazioni:

1) Il Comitato Consultivo ha l’incarico soltanto di sorvegliare l’esecuzione del Trattato e di controllare l’attività dei Comitati.

2) L’organo politicamente dirigente è invece il Consiglio Consultivo, composto di funzionari, alti sì, ma sempre funzionari.

Sembra che converrebbe proporre che le parti siano in un certo senso invertite e che l’azione piche la responsabilità venga accertata nel Comitato Consultivo. Su questo punto il Governo belga sarà certamente d’accordo. Inoltre, per rendere piefficiente la Commissione permanente, essa potrebbe venir costituita non già dagli Ambasciatori «in loco», che hanno già altre incombenze, bensì da rappresentanti di rango corrispondente interessati unicamente al funzionamento ed allo sviluppo del Patto. Il che sarà del resto tanto pinecessario, in quanto questioni militari vaste ed effettive sorgeranno «ex novo» e renderanno indispensabile un «full-time job».

3) I Comitati o Gruppi di lavoro sono oggi soltanto tre: sociale, culturale e di protezione civile.

Poiché esisterà un’estensione al terreno militare, il quale a sua volta abbraccerà una serie di obiettivi di indole anche economica, sembra che la creazione di uno o pigruppi economici dovrebbe imporsi ed essere addirittura facilmente sostenibile. Su questo punto pure, i belgi saranno d’accordo. Sorgerà, evidentemente la solita questione dell’OECE, e saranno proprio gli inglesi a riferirvisi. A tal proposito se si conviene di voler creare fra i 7 qualcosa di valido e di effettivo, occorre, a mio avviso, che non si cada in tale tranello e che sulla base di considerazioni politiche e pratiche insieme si cerchi invece di stabilire fra i 7 dei legami pistretti e piintrinseci che non quelli intercedenti fra tutti i membri dell’OECE.

Gli inglesi diranno che nel campo doganale esiste il GATT, in quello monetario l’EPU e in quello commerciale il codice della liberazione: tutte cose giuste in se stesse, ma che dovrebbero venire ribattute col concetto che nella CED e nella CEP era prevista fra i partecipanti una ben altra collaborazione ‒almeno potenziale ‒di quella stabilita dall’OECE e che, se anche si tratta oggi di 7 paesi invece che di 6, la Gran Bretagna, attraverso il preambolo del Patto, ha già accettato a suo tempo di collaborare pistrettamente con gli altri paesi partecipanti che non con tutte le Nazioni dell’OECE. Purtroppo, anche la Francia sarà dalla parte della Gran Bretagna: ed è da chiedersi se, per ammollirne la resistenza, non convenga a noi avvicinarsi ad essa in materia di «pool» di armamenti, visto che in questo campo i nostri interessi sono di mole minore, allo scopo di facilitare presso gli ambienti economici francesi l’accettazione di progressi sostanziali nel campo che pici interessa.

4) Nel settore dell’Organizzazione Sociale esiste già un Sottocomitato della Mano d’opera (il quale si occupa o dovrebbe occuparsi tra l’altro della Convenzione sui lavoratori di frontiera, e sulla cooperazione dei servizi dei paesi partecipanti ai fini dello scambio della mano d’opera). Sarebbe troppo chiedere alle Autorità italiane se si domandasse loro di non lasciarci una volta tanto affascinare dal miraggio delle parole «mano d’opera» e di non sprecare tutti i loro sforzi su questo settore nel quale si rischia (e non soltanto si rischia) di spaventare molto o di conseguire ben poco?

5) In tutti gli altri Sottocomitati pare, almeno a prima vista, che si sia abbondato nell’elencazione a tutto detrimento della serietà della trattazione. Non sono per mia parte molto competente in questioni culturali, e non so quindi discernere quanto vi sia di utile e di consistente nelle quattro pagine di argomenti accennati nel documento belga: ma, d’altro canto, non sottovaluto l’importanza delle relazioni culturali ai fini della formazione di un nuovo spirito europeo. Per altro, non so dimenticare che la Società delle Nazioni fondava molte speranze nella corrispondenza interscolare o nel divieto di fabbricazione di giuocattoli guerreschi. Sarebbe forse bene di non lasciarci giuocare da chi ha tutto l’interesse (sbagliato, ovviamente, ma comunque creduto tale) a farci trastullare con le quisquilie allo scopo di farci dimenticare l’essenziale.

Se da quanto precede si putrarre una conclusione, essa potrebbe essere la seguente. La «charpente» originaria del Trattato al quale siamo chiamati ora ad accedere presenta, da un punto di vista delle affermazioni di principio, delle basi favorevoli per un’espansione ed un utilizzo conforme agli interessi della nostra politica. Non altrettanto invece pudirsi quanto alle autorità istituzionali ed ai loro poteri ed ancora meno, quanto all’uso che in pratica è stato fatto delle possibilità, poche o molte che fossero, che lo strumento originario offriva.

Tuttavia, partendo dalla circostanza che le incombenze di ordine militare renderanno necessariamente vivente tanto l’associazione quanto i mezzi di cui essa sarà chiamata a disporre, sarà possibile, a parte di non spaventare né con un cartesianismo eccessivo la Gran Bretagna, né con delle pretese estremiste la Francia, stabilire alcuni, anche se non numerosi, punti base dai quali partire per un’azione progressiva. Questa dovrebbe anzitutto abbracciare il settore economico anche per poter contare sull’interessamento di paesi come quelli del Benelux; e solo empiricamente riunire le attività di questo come dei settori culturale e sociale in una Commissione permanente efficiente ed in un Consiglio Consultivo (di cui tra l’altro bisognerebbe cambiare il nome) il quale divenga di fatto un Direttorio Europeo. Lasciar quindi tempo al tempo, da un lato: ma dall’altro chiedere sin dall’inizio un insieme molto ristretto di determinazioni di base.

Tali sembrano essere le osservazioni che possono farsi dalla lettura, in verità assai poco incoraggiante, del documento belga.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 100.

2 Sottoscrizione autografa. Il documento reca il timbro: «Visto dal Segretario Generale» con la sigla di Zoppi.

3 Annotazione a margine: «Trasmesso al C(ooperazione) I(nternazionale)». Allegato non presente nel fascicolo.

4 Vedi D. 138.

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LA DIREZIONE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

Appunto segreto 21/2575. Roma, 17 ottobre 1954.

PREPARAZIONE PROSSIMA CONFERENZA A NOVE E RIUNIONE ATLANTICA

Le Commissioni di Parigi e di Londra hanno praticamente completato la stesura dei documenti che verranno sottoposti alla prossima Conferenza dei nove Ministri degli Esteri ed alla successiva Riunione Atlantica.

Si riassumono brevemente qui di seguito i risultati cui tali commissioni sono giunte:

I) Gruppo di Lavoro di Londra. Esso ha messo a punto il progetto di protocollo di accessione della Germania e dell’Italia al Patto di Bruxelles. Il testo redatto nel corso della Conferenza di Londra e allegato all’atto finale della Conferenza stessa è stato modificato. Innanzitutto vi è stata inserita la nuova denominazione che viene proposta per l’Organizzazione e cioè «Unione Europea Occidentale» (i tedeschi erano favorevoli alla denominazione «Unione Europea»); in secondo luogo si è ritenuto inserire un articolo che precisa che le deliberazioni del Consiglio dell’UEO sono prese all’unanimità, salvo le eccezioni (di maggioranza semplice o qualificata) specificamente concordate dalle 7 Potenze (i belgi erano favorevoli ad una formula per cui la maggioranza semplice sarebbe stata sufficiente per tutti i casi in cui non fosse espressamente stabilito un modo differente).

Il Gruppo di Lavoro di Londra si è anche occupato della decisione presa a Londra per cui il Consiglio dell’UEO dovrà presentare un rapporto annuale ai Delegati delle 7 Potenze nell’Assemblea Consultiva del Consiglio di Europa. Sono sorti alcuni interrogativi di ordine giuridico e pratico. Belgi e tedeschi pensano che i Delegati delle 7 Potenze costituirebbero, ai fini del citato rapporto annuale, un’Assemblea distinta da quella del Consiglio d’Europa. È da domandarsi, in tali condizioni, se avrebbe qualche possibilità di esser presa in esame una proposta intesa a riprendere in considerazione, sempre ai fini di detto rapporto, anziché l’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa l’Assemblea CECA, opportunamente integrata da rappresentanti britannici, come era stato del resto in un primo tempo proposto alla Conferenza di Londra da Spaak. Comunque il Gruppo di Lavoro ha convenuto trattarsi di questione che dovrà essere esaminata dai Ministri.

Il Gruppo di Lavoro di Londra si è inoltre pronunziato sulla questione della Organizzazione e della sede del Consiglio dell’UEO questione che ha, come è evidente, fondamentale aspetto politico. Al riguardo il Segretario Generale del NATO, Lord Ismay, aveva fatto presente i motivi tecnici per cui riteneva che il Consiglio dell’UEO dovesse essere costituito in modo analogo a quello Atlantico, ossia avere dei Rappresentanti dei Ministri in sessione permanente; e per cui considerava conveniente che i Rappresentanti permanenti fossero gli stessi in entrambi i Consigli e che i Consigli fossero situati nella stessa località (Parigi). Il Gruppo di Lavoro di Londra ha invece concordemente ritenuto che il Consiglio dell’UEO, sia pure organizzato in sessione permanente come il Consiglio Atlantico, dovrà risiedere a Londra. Particolarmente decisi su questo punto sono stati gli inglesi che hanno al riguardo anche effettuato un passo presso questo Ministero. Gli americani, pur essendo in cuor loro decisamente in favore della proposta Ismay, hanno mantenuto, come del resto in generale su tutte le questioni, un atteggiamento prudente di «osservazione», e non danno l’impressione di volersi impegnare neppure su questo punto.

Circa la sede dell’Agenzia Controllo Armamenti la maggioranza si è pronunziata per Parigi (solo i tedeschi hanno suggerito Londra). Ed è stata respinta l’idea, pure venuta dal Gruppo di Lavoro di Parigi, di creare a Parigi una Commissione permanente del Consiglio UEO per assicurare il collegamento.

Il Gruppo di Lavoro di Londra ha poi ritenuto necessario che gli impegni presi dalla Gran Bretagna per il mantenimento delle truppe britanniche sul continente europeo e dalla Germania per la rinunzia a fabbricare determinati armamenti debbano ricevere una piprecisa e vincolante formulazione giuridica. A tale scopo ha redatto un progetto di protocollo che pure dovrebbe essere allegato al protocollo di accessione dell’Italia e della Germania al Patto di Bruxelles: tale progetto, ancora allo stadio di documento di lavoro, è stato inviato per la ulteriore definizione alla Commissione di Parigi.

Il Gruppo di Lavoro di Londra si è occupato inoltre delle questioni inerenti all’accettazione da parte tedesca e nostra della giurisdizione dell’Alta Corte di giustizia dell’Aja.

È stato accennato infine al problema della ripartizione delle spese della UEO.

II) Commissione di Parigi per le questioni relative all’organizzazione del Trattato di Bruxelles. Essa aveva vari compiti:

a) Fissazione dei massimi delle forze. È stato concordato, con specifica menzione che si tratta di accordo ad referendum per le decisioni definitive dei Ministri, l’accordo speciale previsto dalle decisioni di Londra che dovrà essere allegato al protocollo di accessione dell’Italia e della Germania al Patto di Bruxelles. Tale accordo è schematico indicando solo per ogni Paese il numero delle divisioni e degli aerei (l’indicazione del numero totale degli effettivi, contenuta in una prima stesura, è caduta nella stesura finale su desiderio espresso dallo Standing Group: la sostituisce praticamente un paragrafo che fissa a 41.500 persone gli effettivi massimi di una divisione). È previsto che tale accordo sia reso pubblico. Per l’Italia le cifre previste sono 16 1/2 divisioni per il tempo di pace (e con facoltà quindi di costituirne altre per la mobilitazione) e 1350 aerei: sono state cioè accolte le nostre richieste modificative rispetto all’Accordo Speciale CED.

Per quanto riguarda la marina, l’accordo non fissa livelli: viene fatto espresso rinvio alle decisioni da prendersi in sede di revisione annuale, con la precisazione, naturalmente, che per la Germania non potranno superarsi i livelli previsti a suo tempo dall’accordo speciale CED.

L’accordo in questione riproduce anche, in altro articolo, le decisioni di principio di Londra relative alle possibilità e metodi di eventuale modificazione dei massimi indicati nell’accordo stesso, nonché quelle relative alle ispezioni e controlli. È previsto specificamente che l’accordo debba essere ratificato.

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III) Commissione di Parigi per le questioni relative alla NATO. Essa aveva i seguenti compiti:

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dei poteri del Comando Atlantico per quanto riguarda la dislocazione delle forze;

3) all’integrazione delle forze; 4) all’accrescimento delle responsabilità e delle attribuzioni di SACEUR in materia logistica e 5) ai poteri ispettivi attribuiti al Comando Atlantico.

Questo documento ha suscitato particolare preoccupazione nel nostro Stato Maggiore il quale considera molte delle disposizioni in esame assai pesanti e tali da inceppare gravemente il libero movimento della nostra preparazione militare nonché da crearci nuove preoccupazioni di carattere finanziario. Il sistema previsto consente tra l’altro ai Comandi Atlantici non solo di intervenire per evitare evasione agli impegni massimi ma anche di reclamare per eventuali insufficienze rispetto ai minimi. Lo Stato Maggiore sottolinea di nuovo inoltre nelle sue osservazioni il fatto che le maggiori conseguenze di un sistema di vincoli, concepito per circondare di limitazioni il riarmo tedesco, finiscono in pratica per forza di cose per pesare, oltre che sulla Germania, su di noi in maniera pigrave che per gli altri Stati.

c) Adesione alla «Dichiarazione tripartita di sicurezza» fatta dalle 3 potenze occupanti nella Conferenza di Londra. La Commissione ha preparato al riguardo un testo che prende atto dell’adesione di tutti gli Stati NATO alla Dichiarazione in questione. Occorre dunque predisporre la nostra dichiarazione di adesione nella forma che riterremo piopportuna.

DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 100.

162

RIUNIONE MINISTERIALE (Roma, Palazzo Chigi, 17 ottobre 1954)1

Verbale(2).

Alla riunione, tenuta sotto la presidenza di S.E. il Ministro degli Affari Esteri On.

Martino, hanno partecipato: il Ministro della Difesa, On. Taviani il Sottosegretario degli A.E., On. Badini Confalonieri il Capo di Stato Maggiore, Gen. Mancinelli il Direttore Generale della Cooperazione Internazionale, Ministro Magistrati il Direttore Generale degli Affari Politici, Ministro Del Balzo il Capo del Servizio Stampa, Ministro Giustiniani il Capo del Servizio Coordinamento della Segreteria Generale, Ministro Casardi il Capo del Contenzioso Diplomatico, Prof. Perassi il Capo di Gabinetto, Consigliere Prato il Direttore Generale Aggiunto della Cooperazione Internazionale, Consigliere Mazio il Consigliere della Rappresentanza Italiana presso il Consiglio Atlantico, Belcredi l’Ammiraglio Giuriati del Ministero della Difesa il Capo dell’Ufficio I della Cooperazione Internazionale, Plaja il Segretario dell’Ufficio I della Cooperazione Internazionale, Cornaggia.

Su invito del Ministro Martino, il Ministro Magistrati espone lo scopo della riunione. Si tratta di esaminare il lavoro svolto dai Comitati di esperti di Londra e di Parigi cui è stato dato il compito di tradurre i principi contenuti nell’Atto finale della Conferenza di Londra in documenti che dovranno essere approvati nella Conferenza dei Nove e nel Consiglio Atlantico di Parigi.

Il Ministro Magistrati fa distribuire l’appunto n. 21/25753 della Direzione Generale della Cooperazione Internazionale che riassume il lavoro compiuto dai Comitati e passa ad illustrarne i punti principali sulla scorta dei documenti redatti dai Comitati stessi.

In tale disamina si sofferma sul problema posto dal paragrafo 12 dell’Atto finale di Londra (rapporto annuale dell’Organizzazione di Bruxelles ai delegati dei sette in seno all’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa); accenna al desiderio manifestato in sede CECA sull’eventualità che sia ripresa in esame la possibilità di utilizzare l’Assemblea comune per tale rapporto e conclude osservando che si tratta di questione su cui dovranno pronunziarsi i Ministri a Parigi. Il Ministro Magistrati passa successivamente all’esame della questione della sede dell’Organizzazione di Bruxelles. Dopo aver chiarito l’atteggiamento inglese dando anche lettura di un Memorandum di questa Ambasciata, rileva che anche questo è problema che dovrà essere risolto dai Ministri a Parigi. Circa la costituzione del Consiglio dell’Organizzazione di Bruxelles (che avrà il nome di Consiglio dell’Unione Europea Occidentale), accenna all’inopportunità che esso sia formato dagli Ambasciatori delle sei Potenze accreditati a Londra, come è avvenuto finora per l’attuale Consiglio consultivo di Bruxelles. Fa presente che anche in tale senso si sono chiaramente espressi gli olandesi che hanno messo in rilievo la posizione di disagio in cui verrebbero a trovarsi gli Ambasciatori stranieri nei riguardi del Foreign Office nell’eventualità in cui si trovassero di dover prendere posizioni opposte a quelle del rappresentante britannico.

Aggiunge che da parte americana e canadese la proposta inglese di mantenere a Londra la sede dell’organizzazione non è vista con particolare favore. Osserva infine un interessante sviluppo verificatosi durante i lavori di Parigi secondo cui risulta che gli olandesi ed i belgi non hanno rinnovato l’impegno già assunto a Londra di non fabbricare armi A B C.

Su invito del Ministro Magistrati, il Prof. Perassi illustra il progetto di dichiarazione italiana sull’accettazione della giurisdizione della Corte Internazionale di Giustizia e spiega la portata delle riserve che si manifestano in tale accettazione.

Dopo aver accennato alla questione della ripartizione delle spese dell’Organizzazione di Bruxelles, il Ministro Magistrati passa all’esame del lavoro svolto dai Comitati di Parigi ed in particolare alla questione della fissazione dei massimi delle forze nonché al problema della pubblicità da darsi a tali intese.

Belcredi rileva che i delegati del Belgio hanno posto un’esplicita riserva sulla tabella proposta dallo Standing Group.

Il Ministro Magistrati passa ad esaminare il problema dell’Agenzia di Controllo degli armamenti. Osserva che da essa derivano impegni maggiormente gravosi per i paesi che non hanno esigenze militari oltremare. Dopo aver richiamato le preoccupazioni espresse dal nostro Stato Maggiore, rileva che vi è da attendersi una posizione francese assai rigida anche perché sembra che da parte francese si voglia non tanto controllare il prodotto quanto la macchina che lo produce.

Belcredi osserva che tale posizione francese ha sempre trovato il pieno appoggio degli inglesi. Circa la questione della comunicazione all’Agenzia degli aiuti esterni, è interessante osservare che è risultato a Parigi che i canadesi intenderebbero interpretare tale notifica come una notifica limitata alla procedura e non all’ammontare degli aiuti. Ciche costituirebbe un indice di diffidenza canadese nei riguardi della nuova Organizzazione.

Il Ministro Magistrati dopo aver accennato alla questione delle liste delle armi soggette a controllo, passa all’esame delle questioni relative al NATO e cioè al protocollo per l’accessione della Germania ed al problema dell’ampliamento dei poteri dei Comandi NATO. Circa tale problema Belcredi spiega come in sede di Comitato il delegato italiano si sia trovato quasi sempre isolato e che quindi nella sostanza sia stato accettato nella risoluzione approvata un considerevole rafforzamento dei poteri di SACEUR. Rileva tuttavia che, su richiesta del Delegato danese, il Comitato di Parigi ha approvato una dichiarazione con cui giuridicamente si attenua la portata delle disposizioni contenute nella risoluzione approvata, anche se in campo pratico tale portata sarà effettiva.

Il Ministro Magistrati accenna alla questione dell’adesione italiana alla dichiarazione tripartita di sicurezza.

Il Ministro Del Balzo assicura che essa sarà preparata dalla sua Direzione Generale.

Il Ministro Magistrati conclude la sua esposizione osservando che i lavori di Parigi e di Londra sono stati assai proficui e domanda quali siano le osservazioni e le istruzioni per la Delegazione italiana alla luce di quanto sopra esposto.

Il Ministro Martino osserva anzitutto che, per ciche riguarda il problema dell’organo parlamentare che dovrà ricevere il rapporto annuale dell’Organizzazione di Bruxelles, se cioè debba trattarsi del Consiglio d’Europa o della CECA, le decisioni raggiunte a Londra sono state di fare tale comunicazioni alle delegazioni dei sette paesi in seno all’Assemblea del Consiglio d’Europa. Si tratta cioè di un organo diverso dall’Assemblea Consultiva. Per conseguenza non vede la necessità di una procedura di autorizzazione da parte dell’Assemblea del Consiglio d’Europa e pertanto è d’avviso che occorrerà creare un nuovo Segretariato per tale Assemblea dei sette. Aggiunge che tuttavia non ha speciali preferenze per l’Assemblea di Strasburgo e sarebbe personalmente disposto a rivedere le decisioni di Londra a favore di un rapporto all’Assemblea della CECA.

Circa la questione della composizione del Consiglio dell’Unione Occidentale Europea, il Ministro Martino è d’avviso di appoggiare la proposta olandese che esso non sia composto dagli Ambasciatori in Londra. Comunica inoltre che questo Ambasciatore dei Paesi Bassi gli ha confermato l’intenzione olandese di ritirare a Parigi l’impegno preso a Londra dal Benelux di astenersi dalla fabbricazione di armi A B C. Osserva che cinon mancherà di provocare serie difficoltà a Parigi perché la Germania verrà a trovarsi in posizione apertamente discriminata.

Circa le questioni NATO il Ministro Martino rileva che già a Londra ebbe occasione di sottolineare l’errore dei francesi nell’insistere per far coincidere i minimi NATO con i massimi di Bruxelles. Non si tratta solo di una questione pratica ma sopratutto teorica. Manifesta l’avviso che a Parigi converrà insistere sull’opportunità di fissare dei limiti che non coincidano.

Belcredi fa notare che in sede di Comitato a Parigi il rappresentante dello Standing Group ha messo in rilievo che alcuni massimi di Bruxelles erano troppo bassi. Aggiunge che tuttavia nel sistema approvato è fatta salva la possibilità per il NATO di raccomandare dei livelli pialti dei massimi fissati a Bruxelles.

Il Ministro Martino esprime meraviglia per la dichiarazione canadese nel senso di limitarsi a comunicare la procedura e non il contenuto degli aiuti. Conclude accennando alla questione della definizione dei confini fra le armi maggiori e quelle minori.

Belcredi attira l’attenzione sull’elenco delle armi soggette a controllo, sottolineando l’azione svolta dall’Ambasciatore Alessandrini per mantenere tale elenco nei pistretti limiti. Accenna poi al problema delle zone geografiche oggetto degli accordi. Riferisce che, mentre a Londra si era parlato di «continente europeo», a Parigi si è avuta un’opposizione turca a tale formulazione. Le discussioni si sono concluse con un accordo sull’espressione «area di SACEUR» con l’esclusione del Nord Africa, delle forze navali americane nel Mediterraneo e delle forze britanniche di Malta.

Il Ministro Taviani rileva anzitutto che occorre non perdere di vista il problema di fondo. La Conferenza di Londra è stata un successo perché dopo la caduta della CED ha permesso di salvare il salvabile e di ottenere la partecipazione tedesca alla difesa dell’Europa. Occorre dare atto al Ministro degli Esteri della parte avuta dalla Delegazione italiana per condurre in porto la Conferenza.

Rimangono tuttavia molti problemi. In particolare l’esigenza dell’Unione Europea e le esigenze militari italiane. Circa queste ultime il Ministro Taviani osserva che è nostro interesse integrare il meno possibile in quanto in sede dei sette noi diventiamo il secondo dei due fronti. Occorre inoltre domandarci quale deve essere il nostro obbiettivo: se cioè dobbiamo potenziare la nuova organizzazione ovvero cercare di contenerla entro limiti ristretti. Quale è il nostro interesse? Consideriamo cioè che si tratti di un passo per arrivare all’integrazione politica? Il Ministro Taviani non nasconde di nutrire molti dubbi al riguardo. È possibile sperare di marciare con l’Inghilterra su questa strada? Il Ministro Taviani è d’opinione che ben difficilmente il patto di Bruxelles potrà essere qualcosa di pidi un’alleanza politico-militare. In tale caso occorre chiedersi se senza cercare di annullarlo non ci convenga cercare di evitare un’integrazione militare alla quale non corrispondano altre integrazioni. Non bisogna dimenticare inoltre che questo nuovo rigoroso controllo anglo-francese viene ad aggiungersi al controllo americano già in atto.

Dopo aver fatto cenno ai gravi aspetti del problema del finanziamento della difesa italiana, il Ministro Taviani esprime l’avviso che a Parigi pur senza esporci apertamente converrà seguire una linea di resistenza evitando di sostenere le richieste francesi, opponendosi al tentativo di accentrare nell’Organizzazione di Bruxelles la distribuzione degli aiuti, e cercando di diminuire al massimo le possibilità dei controlli. La questione della sede dell’Organizzazione non ha molta importanza: è nostro interesse che l’Organizzazione di Bruxelles non si identifichi con il NATO e sotto tale aspetto è preferibile accettare Londra a Parigi, visto che non sarebbe possibile avere Bruxelles o Lussemburgo. Ciche è importante ottenere è l’accettazione del criterio di rotazione nella direzione dell’Agenzia di controllo nonché di salvaguardare il pipossibile l’autonomia anche secondo la formula danese.

Il Ministro Taviani osserva che occorre fin d’ora impostare il problema dello Standing Group: occorre porre come condizione assoluta la nostra ammissione in caso di ammissione tedesca. Circa il problema dell’eventuale ammissione della Turchia nell’organizzazione di Bruxelles di cui è stato fatto parola da Adenauer, osserva che bisognerà cercare di ottenere che se vi sarà ammissione degli Stati scandinavi, sarà necessario che vi sia un’estensione anche a potenze mediterranee (Turchia) per mantenere un equilibrio geografico. Ciche occorre evitare è la creazione di una terza Europa accanto a quella della CECA ed a quella di Strasburgo.

Plaja accenna alla posizione inglese nei riguardi della accessione di nuovi paesi all’Organizzazione di Bruxelles e sottolinea l’opportunità di evitare la creazione di una nuova organizzazione tipo NATO da cui risultino esclusi solo gli Stati Uniti ed il Canadà.

Il Ministro Taviani conclude osservando che da un punto di vista strettamente militare sarebbe nel nostro interesse anche l’ingresso della Jugoslavia nell’Organizzazione di Bruxelles.

Il Ministro Martino afferma di esser piottimista del Ministro della Difesa ed osserva che la nuova organizzazione lascia sperare nella possibilità di ripresa del processo europeistico. È d’opinione che a Parigi occorrerà impegnarsi per cercare di ridurre i poteri di controllo. Accennando al problema del «pool» degli armamenti che dalla Conferenza di Londra è stato rinviato all’Organizzazione di Bruxelles, rileva che occorrerà evitare la soluzione di un «pool» franco-tedesco e puntare piuttosto su di un «pool» complessivo.

Il Ministro Taviani richiama la situazione della CECA anche in relazione alla posizione personale di Monnet ed osserva che sarà opportuno non perdere di vista la possibilità di ampliare anche a tale settore i poteri della CECA.

Il Generale Mancinelli premette che dal punto di vista militare il Patto di Bruxelles è una costruzione del centro Europa. La posizione italiana è perifica rispetto a tale sistema. È inoltre da tener presente che da parte degli Stati Uniti negli ultimi tempi si è venuta sempre pidelineando una tendenza a costituire un’organizzazione a carattere regionale mediterraneo che dovrebbe trovare la sua base nella Jugoslavia, nella Turchia, nell’Italia e nella Spagna. È perciopportuno non trascurare questa eventualità anche in considerazione del maggior peso che potrebbe avere la partecipazione italiana. Sembra perciopportuno mantenere un atteggiamento tiepido nei riguardi dell’organizzazione di Bruxelles anche per non compromettere questa possibilità di sviluppi con gli Stati Uniti.

La preoccupazione dello Stato Maggiore nei riguardi del rafforzamento dei poteri di SACEUR è che esso venga non tanto ad assumere la funzione di controllore di Bruxelles quanto quella di esattore del NATO.

Il Ministro Martino osserva che i nuovi controlli di Bruxelles non debbono preoccupare troppo perché riguardano solo i massimi.

Il Ministro Magistrati rileva che l’agenda di Parigi non comporterebbe altri argomenti oltre all’esame ed approvazione dei documenti predisposti a Londra e a Parigi. Tuttavia è stata esaminata la possibilità che il Ministro degli Affari Esteri italiano faccia una breve comunicazione in sede di Consiglio Atlantico sull’intesa raggiunta a Londra per la soluzione del problema di Trieste.

A tale scopo la Delegazione italiana predisporrà il testo di tale dichiarazione.

Per quanto riguarda invece la comunicazione da farsi al Consiglio Atlantico circa l’accordo italo-americano sulle «facilities» che si inquadra nel sistema del NATO, si è ritenuto opportuno disporre che detta comunicazione sia fatta dall’Ambasciatore Alessandrini in sede di Rappresentanti Permanenti a Parigi e non in sede di Consiglio Ministeriale.

Circa la questione delle truppe italiane in zona A il Ministro Magistrati domanda se sia opportuna una qualche precisazione italiana nei riguardi della garanzia NATO.

Il Generale Mancinelli precisa che è stata data comunicazione ai Comandi NATO dell’invio dei reparti italiani che sono «promessi» al NATO.

Il Ministro Taviani osserva che non è opportuno sollevare il problema in sede politica NATO ma bensì in sede militare NATO.

Il Ministro Del Balzo rileva che nei negoziati con gli alleati è stato sottolineato che le truppe italiane che vanno a Trieste a surrogare le truppe NATO hanno la garanzia NATO. Vi è un impegno anglo-americano a confermarci, ove lo richiedessimo, tale interpretazione.

Il Ministro Taviani conclude dichiarandosi d’accordo sull’inopportunità di sollevare tale questione in sede politica.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 100. 2 Predisposto dalla Direzione Generale della Cooperazione Internazionale.3 Vedi D. 161.

163

L’AMBASCIATORE A LONDRA, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 13386/339. Londra, 19 ottobre 1954, ore 18,30 (perv. per fono).

Oggetto: Lavori Comitato redazione Parigi.

Stamane il Gruppo Lavoro Unione Europea Occidentale ha esaminato i risultati dei lavori del Comitato redazione Parigi che ha fuso in un unico documento 4 protocolli che modificano e completano il Trattato di Bruxelles. Sono state apportate alcune varianti che comunico telefonicamente a parte.

Su proposta britannica è stato deciso di prospettare ai rispettivi Governi l’opportunità che nel periodo intercorrente tra la firma dei protocolli e le ratifiche parlamentari possa funzionare una Commissione ad interim analoga a quella che esisteva per la CED. Roberts ha poi comunicato che a tale Commissione probabilmente il Canada chiederà di mandare un osservatore analogamente a quanto già fatto dagli Stati Uniti. Ha comunicato inoltre che il Segretario Generale della NATO ha espresso il desiderio di assistere alla prossima Conferenza dei nove e che il Governo inglese nel dare parere favorevole suggeriva che vi assistesse analogamente il Segretario Generale dell’Unione dell’Europa Occidentale che, come è noto, è il belga De Selys. Il che è stato deciso.

A sua volta Massigli ha prospettato l’opportunità che alla Conferenza dei nove ogni Delegazione abbia un esperto che ha partecipato ai lavori di Londra: cinell’eventualità che possano essere deliberate modifiche dei protocolli, a redigere le quali sarebbe indispensabile la cooperazione immediata dei partecipanti alle riunioni di Londra. Massigli che andrà personalmente a Parigi ha chiesto di conoscere i nomi degli esperti degli altri Paesi. Suggerirei quindi, ove V.E. concordi, che anche Theodoli sia presente a Parigi.

DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 100.

164

IL CAPO DELLA RAPPRESENTANZA PRESSO IL CONSIGLIO ATLANTICO, ALESSANDRINI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

R. 3980/15522. [Parigi], 19 ottobre 1954.

Signor Ministro,

Ho l’onore di riferire a Vostra Eccellenza sui lavori di Parigi per la formulazione dei Protocolli previsti dalla Conferenza di Londra e per la preparazione delle Conferenze di Parigi.

I lavori si sono svolti in un’atmosfera che ha certamente risentito del senso di sollievo diffusosi negli ambienti occidentali dopo il raggiungimento dell’accordo di Londra. Essi sono tuttavia stati influenzati da perplessità e da preoccupazioni dei Rappresentanti dei vari Paesi, sopratutto nei riguardi della difesa dei singoli interessi nazionali.

Concordemente e tacitamente ammessa la necessità di assicurare la vitalità degli accordi londinesi, ed accettata quindi la consegna di uniformarsi allo spirito di tali accordi rispettandone nelle linee essenziali il testo, ogni Delegazione ha ‒ad eccezione dei tre Stati del Benelux ‒seguito un proprio piano e cercato di raggiungere un proprio fine.

La direzione dei lavori è stata essenzialmente ed esclusivamente britannica. Eletto Presidente su proposta, ovviamente concordata, del Canada, l’Ambasciatore Steel ha preso subito, e mantenuto durante tutto il corso dei lavori, un atteggiamento direttoriale, insofferente di ogni rilievo e di ogni interferenza. Egli ha installato, non richiesto, un Chairman inglese in ogni Commissione ed in ogni Gruppo di Lavoro ed ha provveduto, fin dal primo giorno, a presentare drafts non concordati, di pura fonte inglese.

Tale deciso atteggiamento non è stato persolamente il frutto di una determinazione della Delegazione britannica: lo si è visto a proposito della cosiddetta «Commissione degli armamenti» da lui pio meno concepita (così come ebbe egli stesso a dirmi) e da lui inserita nelle prime discussioni e nei primi drafts. Fu infatti dal Foreign Office che venne (pare con qualche rilievo nei riguardi personali di Steel) l’ordine di sopprimere ogni accenno alla «Commissione», unitamente ad istruzioni a questa Delegazione inglese di fare tutto il possibile affinché fosse accentrata a Londra la maggior parte degli organi previsti dal nuovo Patto.

La persistenza della decisione britannica di tenere la leadership della nuova Organizzazione europea è apparsa chiaramente durante tutti i lavori ed ad ogni livello. Devo riconoscere che è in pari tempo emersa costantemente la determinazione britannica di fare opera costruttiva, di evitare insabbiamenti, di attutire contrasti, di giungere insomma al successo dell’opera intrapresa. E va certamente posta in relazione a tali proponimenti la linea di condotta indipendente adottata dagli inglesi nei confronti delle altre Delegazioni. Anche in considerazione di ci oltreché dell’interesse generale di incoraggiare il pipossibile in questo momento gli inglesi a mantenere i loro commitments in Europa ho cercato di tenere, e di fare tenere dai nostri esperti, una linea di condotta aderente, per quanto possibile, a quella britannica.

Steel lo ha ben notato e me ne ha ringraziato.

L’atteggiamento francese è stato sempre estremamente cauto. Devo dire che ho trovato la condotta di Couve de Murville, costantemente obbligato a prender posizione ed a rispondere a domande senza essere in tempestivo possesso di istruzioni se non di carattere generale, assai realistico ed abile [sic]. Si è anche avuta l’impressione che egli abbia spesso cercato di venire, di sua iniziativa, incontro agli altri. Evidentemente Couve aveva istruzioni di approfittare per quanto possibile dei lavori di Parigi per tirare l’acqua al mulino francese e sopratutto per ottenere: a) le maggiori possibilità di controllo non solo sui livelli degli armamenti ma anche sui processi di produzione;

b) le minori obbligazioni possibili, e tutte le possibili eccezioni, in favore delle forze francesi d’oltremare e dei loro armamenti. Nei casi difficili, e di fronte a richieste imbarazzanti, la Delegazione francese aveva evidentemente istruzioni di richiamarsi alla lettera degli accordi di Londra.

Richieste e rifiuti francesi, sempre in base ai due predetti criteri, sono stati incessanti: molto spesso essi hanno bloccato decisioni fondamentali ed anche ora, a lavori compiuti, i testi dei Protocolli qui preparati sono pieni di riserve francesi o di riserve di altri paesi provocati da domande francesi. La conferenza a livello Ministeriale ne sarà certamente appesantita.

Malgrado ciò ‒malgrado cioè lo sforzo francese di realizzare in sede tecnica i maggiori possibili vantaggi a favore dei propri intendimenti e malgrado un costituzionale rigorismo che è qualche volta estraneo a tali scopi pur giungendo fino alla petulanza ‒è ben apparso il desiderio francese di non far naufragare le cose. Quanto e come tale desiderio del Governo di Parigi sia compatibile con la situazione interna francese e con la politica di Mendès-France non sta a me il dire né il prevedere. Devo perrilevare che Mendès-France ha posto, attraverso i suoi rappresentanti, una estrema cura non solo nell’affermare, da un lato, quei principi che sono classici per lo Stato Maggiore francese e cari a queste classi medie, ma anche nel tenere aperte, d’altro lato, tutte le porte e tutte le finestre per una composizione europea. Diranzi che, come sempre avviene dei timori e delle paure, che vengono avvertite e confessate solo dopo il pericolo, si finisce qui per ammettere ora che il pericolo dell’isolamento francese dopo Bruxelles è stato grave e preoccupante. E tale preoccupazione sembra essere stata operante sull’opinione pubblica almeno altrettanto quanto l’orgoglio indipendentistico e nazionalistico.

Oggi, a lavori finiti ed in attesa della Conferenza, ci si domanda al Palais de Chaillot se, dopo aver fatto tanto chiasso intorno alla defunta CED, la Francia non senta qualche pentimento e non cerchi di realizzare diretti accordi franco-tedeschi anche per controbilanciare i facili guadagni ottenuti dall’Inghilterra, che ha realizzato con sole quattro divisioni un holding ed una leadership su tutto il continente. Certo è, comunque, che la tendenza conciliativa francese si è manifestata in modo tangibile e con il concorso della pubblica opinione.

La nostra Delegazione ha avvertito tutto cied ha sentito tutta l’opportunità di non ostacolare troppo i francesi in questo difficile momento in modo da non rendere troppo difficile per questo Governo il tacitare quelle prevenzioni della pubblica opinione che sono già superate dalla realtà ma forse non ancora dagli animi. Eccettuate pertanto alcune occasioni, nelle quali evidentemente i francesi tendevano ad esagerare, ho tenuto, e fatto tenere dai nostri esperti, una linea di condotta comprensiva nei riguardi degli atteggiamenti francesi. E Couve de Murville me ne è, dichiaratamente, stato grato.

La condotta dei tedeschi è stata calma, piana e costantemente ricettiva. Rari i loro interventi, limitate le loro riserve. Come mi ha detto il Capo della loro Delegazione, ciche importa ai tedeschi è di far giungere le conferenze di Parigi a risultati positivi e di ottenere la ratifica di tali risultati. «Dopo si vedrà»: questa sembra essere la significativa formula adottata dai tedeschi. Su qualche punto essenziale, tuttavia, è probabile che essi si impegnino fin da ora: sulla sede dell’Agenzia, ad esempio, che sembra essi non desiderino a Parigi per sottrarla il pipossibile da influssi francesi. In tale intento le tendenze tedesche potrebbero identificarsi con quelle britanniche. In altri campi, quale ad esempio quello dei controlli i nostri desideri, ovviamente diretti ad alleggerire per quanto possibile tali controlli, potranno trovarsi in posizione parallela, se non congiunta, con quelli tedeschi.

Gli americani sono stati, e rimangono, silenziosi. È un silenzio che non mi piace. Si sente, dietro alla cautela degli americani ed ai propositi informativi che essi si sono imposti, permanere la disillusione, l’irritazione ed anche un poco la stanchezza.

È difficile non provare una simpatia quasi istintiva per questi americani che tanto hanno fatto per il mondo libero e che assistono ora, quasi con rassegnazione, al tentativo, altrettanto inglese quanto francese, di escludere l’America dalla partecipazione diretta agli affari europei. Credo che ancora una volta gli americani accetteranno i fatti compiuti e si adatteranno alla creazione, accanto alla NATO, della nuova WEU, dalla quale sono esclusi. Si avvertono tuttavia sintomi di insofferenza che non sono solo rappresentati dagli scatti di Dulles, ma anche da un sordo malcontento circolante fra tutti i Rappresentanti ed agenti americani a Parigi. Ogni occasione da noi colta per testimoniare agli americani, durante i giorni prossimi, la nostra fondamentale fedeltà alla Organizzazione Atlantica, da essi principalmente sostenuta ed a malincuore vista oggi accoppiata alla nuova Organizzazione di Londra, sarà certamente da essi sentita ed accolta con gratitudine.

Quasi analoga alla condotta americana è stato ed è, sebbene per quanto possibile pideferente verso Londra, l’atteggiamento canadese.

Le posizioni di punta sono state tenute qui, come a Londra, dai Paesi del Benelux. Essi sono stati piattivi nel difendere l’eredità della CED e nel tentare di opporsi il pipossibile a posizioni di privilegio francese. Sopratutto, olandesi e belgi avevano istruzioni di impedire, con accanite resistenze ed ostinate opposizioni e critiche, gli eccessi francesi nel tentare di far diventare la progettata Agenzia, il cui carattere inquisitivo si presenta già fin da ora scarsamente simpatico, un organo di carattere spionistico anche nel campo industriale. Non sono mancati accenti aspri nei dibattiti tra francesi, da una parte, ed olandesi e belgi dall’altra. Verso la fine dei lavori si è notata una certa détente, ma è prevedibile che Spaak e Beyen non mancheranno durante le prossime conferenze,

di riprendere posizione sulle questioni ‒numerose e non facili come Vostra Eccellenza rileverà dall’allegato esame ‒ tuttora lasciate sotto riserva.

Mi sono spesso associato alle dichiarazioni ed alle riserve belgo-olandesi, sopra-tutto quando non era proprio possibile altrimenti e quando l’ammettere certe impuntature francesi avrebbe significato ledere i nostri fondamentali interessi.

La nostra condotta complessiva è stata intermedia: né poteva essere altrimenti. Essa è stata improntata alla necessaria fermezza su alcune questioni per noi fondamentali‒e devo dire che ci è stata data soddisfazione su punti di basilare importanza quali quelli del livello delle forze e delle premesse per una equa rappresentanza in seno ai nuovi organismi.

I punti sui quali non è stato per noi possibile andare in profondità nel senso dei nostri principali interessi sono gli stessi sui quali neppure gli altri Paesi lo hanno potuto. E cigeneralmente per opposizione francese. Tali punti hanno fatto oggetto di riserve e di rinvii a livello Ministeriale.

Vostra Eccellenza troverà indicati tali rinvii e tali riserve negli allegati a questo rapporto3: essi offrono possibilità di osservazioni e di interventi sull’opportunità e sulla estensione dei quali solo Vostra Eccellenza pudecidere.

Le pirilevanti fra tali questioni sono quelle relative: a) alla sede del Consiglio della WEU; b) alla sede ed alla composizione dell’Agenzia; c) alla convenienza o meno di istituire, come si era originariamente progettato e come alcuni Paesi si sono riservati di riproporre, una «Commissione degli armamenti» quale organo intermedio tra il Consiglio e l’Agenzia; d) alla proposta di un «Working Group» destinato a preparare proposte per la produzione e la standardizzazione degli armamenti; e) alla determinazione dei livelli delle forze ed alla loro pubblicità; f) alla competenza dall’Agenzia; g) alle attribuzioni a SACEUR.

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poiché, se l’Agenzia non avrà sede a Londra, non si vede bene come essa possa funzionare senza avere la possibilità di riferirsi regolarmente, per le questioni, di media e piccola importanza, ad un organo investito in loco dei necessari poteri. Per quanto ci riguarda pidirettamente, non vi è dubbio che l’esistenza della Commissione assicurerebbe la presenza di un nostro Rappresentante nella Direzione immediata degli orientamenti dell’Agenzia, ciche mancherebbe ove la Commissione non fosse istituita e tutta la condotta dell’Agenzia fosse praticamente lasciata al suo Direttore.

- - -

La questione sopraesposta, last but not least fra quelle che mi sono permesso di segnalare a Vostra Eccellenza tra le pirilevanti, solleva tutto il problema dell’esistenza e della coesistenza delle due Organizzazioni occidentali, NATO e WEU: coesistenza che non sarà certo facile, così come è subito apparso da fatti minimi, significativi appunto perché tali. Lord Ismay ha infatti scritto ad Eden facendo presenti tutti i difetti e gli inconvenienti insiti nella creazione di due doppioni aventi pio meno gli stessi compiti, anche se tali compiti sono considerati alla stregua del «minimo» per la NATO, e del «massimo» per la WEU, nello sforzo dei vari paesi per la comune difesa. Lord Ismay, e con lui Steel, sono stati immediatamente richiamati all’ordine dal Foreign Office, e si sono subito calmati. Cinon significa tuttavia che i due meccanismi di Parigi o di Londra non appaiono assai complicati, interferenti, e qualche volta anche contradditori. Innumerevoli future contestazioni, incomprensioni e conflitti di competenze sono da prevedere per il futuro tra le due Organizzazioni, così come già appare dai testi, talvolta forzatamente ambigui ed oscuri, che Vostra Eccellenza si appresta a discutere con i Suoi colleghi a Parigi.

Se tuttavia le due Organizzazioni potranno, malgrado gli ovvii difetti che la loro contemporanea esistenza comporta, assicurare in definitiva la saldatura delle forze occidentali, anche gli inconvenienti derivanti dal loro futuro abbinamento potranno essere sopportati e finalmente, un giorno regolati. È ovvio nostro interesse il recare un sincero contributo, ed il sopportare la nostra parte di inconvenienti e di difficoltà, in ambedue le Organizzazioni. La creazione della WEU è infatti un nuovo innegabile passo verso quel processo integrativo europeo che ha rappresentato e continua a rappresentare un costante nostro obiettivo. Il potenziamento della NATO, d’altro lato, è destinato ad assicurare la continuità della collaborazione dei nostri migliori e piprovati amici: gli americani, che giustamente imperniano la loro politica e le loro speranze sull’Organizzazione Atlantica, intesa prima, base certa e garanzia suprema della sicurezza occidentale.

Voglia gradire, Signor Ministro, gli atti del mio profondo ossequio.

Alessandrini

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 331, fasc. Conferenza a 9 per questioni europee dopo il fallimento della CED a Brusselle, dal 1° ottobre in poi.

2 Il documento reca il timbro: «Visto dal Segretario Generale» con la sigla di Zoppi.

3 Gli allegati consistono in una serie di appunti sulle questioni organizzative e sui punti fondamentali dei documenti che sarebbero stati sottoposti all’esame della Conferenza dei Nove del 21 ottobre e del Consiglio Atlantico del 22.

I punti sui quali non si era registrato l’accordo erano quelli sul controllo degli armamenti. A proposito dell’allegato IV del Protocollo n. III concernente il controllo degli Armamenti (PSG/I-D/14), Alessandrini osservava: «Definisce la lista completa di tutte le categorie di armamenti che saranno sottoposte al controllo dell’Agenzia. È questa una delle piimportanti questioni tuttora aperte e sulla quale dovranno pronunciarsi i Ministri. Il testo si presenta infatti con una serie di voci in parentesi quadra sulle quali non è stato possibile raggiungere un accordo e sulle quali quindi i Ministri dovranno decidere. Il mancato accordo è dovuto al persistere del contrasto tra la Delegazione francese che ha insistito per estendere quanto pipossibile le categorie di armamenti da sottoporre a controllo e le altre Delegazioni che si sono invece pronunciate a favore di un elenco molto piristretto. A sostegno della tesi contraria a quella francese, è stato fatto rilevare che estendere il controllo dell’Agenzia ad un gran numero di armamenti di importanza secondaria significava moltiplicare all’infinito le necessità di controllo, ciche si sarebbe risolto in definitiva in una diminuzione dell’efficacia stessa del controllo. È stato inoltre fatto presente che l’accettazione del punto di vista della Delegazione francese avrebbe significato l’estensione dei controlli a settori in cui era difficile se non impossibile fare una separazione tra produzioni civili e produzioni militari (ad esempio, in materia di esplosivi o di motori di aviazione) e che il controllo sui macchinari, come richiesto dalla Delegazione francese, avrebbe significato un grave intralcio per l’industria civile dei Paesi membri oltre che una estensione in pratica illimitata dei controlli dell’Agenzia. È stato infine osservato che il controllo sulle bocche da fuoco rendeva superfluo il controllo sul munizionamento e sugli esplosivi. Da parte nostra ci si è espressi in favore della soppressione dall’elenco di tutte le voci che vi figurano tra parentesi quadra. In particolare, si è da parte nostra insistito perché fossero sottratti ai controlli le categorie di calibro 90 ed i motori di aviazione a reazione, dato l’interesse che tali voci presentano per la nostra industria».

Quanto al Protocollo n. IV relativo all’Agenzia dell’Unione Europea Occidentale per il controllo degli Armamenti (PSG/1-D/14), l’Ambasciatore evidenziava l’importanza della scelta della sede dell’Agenzia nel corso delle Conferenze di Parigi: «In tale sede dovrà in ogni caso essere decisa la località nella quale dovrà essere costituita l’Agenzia, tenendo presente che è risultato nel corso dei lavori di Parigi il quasi unanime implicito accordo perché tale località sia Parigi. Dai resoconti delle riunioni del Gruppo di Lavoro di Londra risulterebbe peraltro che la Delegazione tedesca avrebbe proposto di fissare la sede dell’Agenzia altrove (a Londra). Su tali problemi della istituzione della Commissione di Armamenti e della sede influiscono considerazioni di ordine politico e di ordine organizzativo. Da quest’ultimo punto di vista, è indispensabile che sia opportuno che l’Agenzia, dati i compiti che è chiamata a svolgere esclusivamente sul Continente e dati i rapporti di costante collegamento con le autorità militari e con il Segretariato del NATO, abbia la sua sede a Parigi. In tali condizioni, sarebbe di indubbio vantaggio, sempre dal punto di vista organizzativo, che la direttiva politica del Consiglio sull’Agenzia si manifestasse, per le operazioni correnti, attraverso un organo del Consiglio (Commissione di Armamenti) da istituirsi nella stessa sede dell’Agenzia. Con la eventuale unione personale delle funzioni di Rappresentante permanente presso il NATO e di Delegato presso la Commissione di Armamenti si potrebbe inoltre assicurare quella opportuna unità di azione nella partecipazione di ciascun Governo alle due Organizzazioni. Non mi soffermo sugli ovvi aspetti politici della questione: mentre alcuni di essi consiglierebbero il potenziamento dell’Organizzazione Europea Occidentale attraverso un concentramento dei suoi organi in una località diversa da quella del NATO (a Londra), altri consiglierebbero, invece, di evitare un pericoloso indebolimento del NATO (e rilasciamento dell’interesse americano), quale conseguenza di un allentamento dei vincoli anche geografici, tra di esse e l’Organizzazione Europea. È questa una delle piimportanti questioni che dovranno essere decise a livello ministeriale».

Alessandrini osservava poi che, in merito alle funzioni dell’Agenzia, il testo del par. (a) del

n. 1 dell’Art. 7 conteneva una frase sulla quale non era stato possibile raggiungere un accordo e che era «intesa a precisare che l’Agenzia, in tale sua funzione di controllo, deve rivolgere la sua attenzione esclusivamente ai prodotti finiti e non già anche ai processi di fabbricazione. Infatti, la maggioranza delle Delegazioni ha ritenuto che fosse opportuno sancire esplicitamente tale principio al fine di evitare indebite ingerenze sui processi produttivi nei Paesi che hanno assunto impegni di non fabbricazione di certe categorie di armamenti e di non creare discriminazioni tra questi e gli altri Paesi che non hanno assunto simili impegni. La Delegazione francese, pur dichiarando di concordare nella sostanza, ha invece insistito perché tale principio non fosse esplicitamente menzionato adducendo motivi di “presentazione” nei confronti del pubblico e del Parlamento francesi. La questione riveste notevole importanza e comporta una grossa questione di principio circa i controlli sui processi produttivi dei Paesi che, come la Germania, e, eventualmente per le armi A, B e C, i Paesi del Benelux, hanno assunto impegni di non produzione. La questione dovrà essere decisa dai Ministri. Circa il nostro atteggiamento, si ritiene opportuno che si insista da parte nostra per il mantenimento della frase di cui sopra».

Alessandrini concludeva suggerendo di assicurarsi un’adeguata posizione qualitativa in seno agli organi dell’Agenzia dati gli estesi poteri per essa previsti.

165

IL SOTTOSEGRETARIO AGLI AFFARI ESTERI, DOMINEDÒ, ALLE AMBASCIATE A BONN, BRUXELLES E L’AJA(1)

T. 9994/c. Roma, 20 ottobre 1954, ore 16.

Oggetto: Progetto Accordo su art. 69 CECA

Riunioni Comitato Coordinamento su progetto accordo relativo applicazione art. 69 trattato CECA hanno condotto, circa problema necessità o meno ratifica parlamentare, ad accertamento seguenti posizioni:

-Italia e Francia non ritengono necessaria ratifica parlamentare;

- - - -

Pregasi svolgere tempestivamente presso codesto Governo ogni utile azione in vista giungere, in sede Consiglio Ministri CECA che si riunirà 27 ottobre, a decisione favorevole alla non (dico non) necessità ratifica parlamentare Accordo applicazione art. 692.

1 Telegrammi ordinari circolari 1954, partenza.

2 Per il seguito vedi D. 176.

166

COLLOQUIO DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, CON L’AMBASCIATORE DI TURCHIA A ROMA, AÇIKALIN (Roma, 20 ottobre 1954, ore 10)1

Appunto(2).

L’Ambasciatore ha ricevuto urgenti istruzioni del suo Governo di comunicare a S.E. il Ministro il punto di vista della Turchia in merito al nuovo patto di Bruxelles. Secondo il Governo di Ankara un trattato del genere, inteso a consolidare la solidarietà europea, dovrebbe avere una clausola che lo lasci aperto alla adesione di altri membri della Comunità atlantica. Per il momento il Governo turco non intende ancora avanzare alcuna domanda di adesione, ma tiene a far presente di essere fermamente fautore della inserzione, nel trattato, di una clausola per l’adesione dei terzi.

Il Ministro ricorda, a questo punto, che della possibilità di adesioni si parlvagamente a Londra, ove vi fu anche qualche accenno ad eventuali aspirazioni del Portogallo e della Norvegia. Pur essendovi stati soltanto vaghi accenni, egli ebbe l’impressione che nell’insieme l’ambiente fosse piuttosto favorevole all’istituzione di un trattato aperto ad ulteriori adesioni: spera pertanto che non vi siano difficoltà da parte di altri. Quanto a noi, se la Turchia intendesse aderire al trattato, vedremmo la cosa con favore.

L’Ambasciatore ringrazia e sottolinea l’importanza che riveste, a suo avviso, il possibile allargamento del trattato ora in gestazione, trattato che caratterizza la nuova fase che si apre sulla scena politica internazionale. La sola arma di difesa dell’Europa è l’unità morale. Quando abbiamo saputo dimostrare di essere uniti, l’URSS ha dovuto cambiare tattica nei nostri riguardi: ha cessato ora la pressione diretta e cerca di aver l’aria di corteggiare l’Europa, riversando frattanto le sue energie offensive verso l’Asia; ma con ciessa mira al pipericoloso degli accerchiamenti del nostro continente, e cioè all’accerchiamento dal Sud. Da parte turca non si riesce assolutamente a comprendere l’atteggiamento di Nehru e si considera l’India come ormai perduta.

Il Ministro conclude il colloquio manifestando la speranza che gli accordi che dovranno raggiungere a Parigi a seguito della Conferenza di Londra valgano ad arrestare la pericolosa avanzata sovietica.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 100.

2 Trasmesso con Telespr. 1/3259 del 20 ottobre da Milesi Ferretti alla Direzione Generale degli Affari Politici e alla Direzione Generale della Cooperazione Internazionale, e per conoscenza alla Segreteria Generale.

167

DICHIARAZIONI DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI MARTINO (Parigi, 22 ottobre 1954)1

Je voudrais prier les membres du Conseil Atlantique de m’excuser si je prends quelques minutes de cette session, dont le programme est déjà si chargé. Mais il me semble qu’il est de mon devoir de vous rendre compte brièvement des accords auxquels nous sommes arrivés pour Trieste.

Vous connaissez tous le contenu de ces accords et le Conseil se rappellera certainement, du reste, comment le Gouvernement italien ‒avant même que les ententes fussent paraphées le 5 octobre à Londres ‒chargea son représentant permanent de faire au Conseil une communication préliminaire en la matière.

En cette occasion, on mit en relief du cé italien la valeur et la portée de ces accords aussi bien du point de vue atlantique qu’européen.

Ces protocoles mettent fin en effet à une âpre et longue controverse et à un dangereux état de tension entre l’Italie et la Yougoslavie, ce qui constituait sans aucun doute des causes de faiblesse, et j’oserais dire de risque, pour l’Alliance Atlantique elle-même.

Ils démontrent, en outre, qu’il n’y a pas de réelle controverse, même de nature grave et territoriale, qui ne puisse trouver une solution ou une composition pratique, si les parties s’y appliquent avec une bonne volonté sincère. Nous croyons pouvoir dire en conscience que cette bonne volonté n’a pas fait défaut du cé italien, au cours des longues et laborieuses négociations, comme peuvent en témoigner, pensons-nous, les deux Gouvernements atlantiques qui, dans un esprit constructif de compréhension et avec une persévérance exemplaire, ont aidé l’action diplomatique qui a abouti à ces ententes.

Ces accords ont été réalisés au prix de lourds sacrifices du cé italien. Mais ces sacrifices, nous les avons acceptés dans la mesure oils constituaient la nécessaire condition préalable à l’établissement d’une coexistence plus pacifique des groupes ethniques vivant dans les deux zones du territoire de Trieste. Si cette coexistence s’avère assurée, ces ententes sont destinées à ouvrir, selon nos intentions, selon notre conviction dirais-je, la voie à une nouvelle phase des relations entre l’Italie et la Yougoslavie; ce qui sera d’un grand profit non seulement pour la stabilité et la paix dans le secteur très délicat de l’Adriatique et de l’Europe sud-orientale, mais aussi aux fine d’une efficience défensive toujours plus grande de notre système atlantique, efficience dont le Gouvernement italien s’est constamment soucié au cours des négociations avec la partie yougoslave.

Je voudrais me permettre un dernier commentaire: l’accueil que l’Union Soviéti

que elle-même a réservé aux accords ‒en contraste avec la ligne de conduite constamment suivie pendant des années ‒constitue la preuve, à notre avis, de l’efficacité

de la méthode atlantique. Méthode qui consiste et devra consister de plus en plus, à l’avenir en la recherche patiente, tenace, et sourde aux menaces, de solutions basées sur l’équité et la raison.

En conclusion, je désirerais exprimer ici combien le Gouvernement italien a apprécié la constante sympathie qui lui a été témoignée en maintes occasions par les Gouvernements français, britannique et américain, la particulière assistance que ces deux derniers Gouvernements lui ont donnée au cours de la dernière phase des négociations, et la compréhension dont on fait preuve à son égard, à plusieurs reprises, tous les alliés atlantiques(2).

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 100.

2 Il testo delle dichiarazioni fu trasmesso con Telespr. Segr. Pol. 2152/c. del 29 ottobre dall’Ufficio IV della Direzione Generale degli Affari Politici a tutte le Rappresentanze diplomatiche, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (Gabinetto), al Ministero della Difesa (Gabinetto, Stato Maggiore, SIFAR), al Ministero dell’Interno e a tutte le Direzioni Generali del Ministero degli Affari Esteri.

168

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, SCELBA(1)

T. segreto 13567/944-945. Parigi, 23 ottobre 1954, ore 16,20 (perv. ore 16,20).

Conferenza dei nove e Consiglio Atlantico svoltisi in atmosfera distesa nella quale questioni lasciate in sospeso da Commissioni Esperti hanno trovato facile soluzione.

A) Conferenza dei nove:

1) Sede Consiglio Unione Europa Occidentale stabilita a Londra ove fin da ora e fino a ratifica Rappresentanti sette Potenze costituiranno Comitato interinale; sede agenzia controllo a Parigi. Non si prevede per ora costituzione Parigi Commissione Armamenti.

2) Circa rapporto Consiglio ad una Assemblea mio suggerimento riprendere eventualmente in esame Assemblea CECA è stato apprezzato nei suoi moventi europeisti; esso, anche se, come previsto, non ha ottenuto consenso maggioranza ha servito chiarire che riunione Rappresentanti sette Potenze ad Assemblea Consiglio Europa Strasburgo costituirà Assemblea ad hoc cui individualità distinta parmi non escludere auspicabili sviluppi europeistici.

3) Per tabelle massimi forze seguito intervento tedesco adottata formula generale rinvio a livelli e caratteristiche accordo speciale CED, con intesa che per Italia massimo aerei è elevato 1350.

4) Circa elenchi materiali da sottoporre a controllo minore insistenza francese su alcune categorie ha consentito accordo.

5) Per questione piani produzione armamenti e standardizzazione, a proposito della quale non ho mancato far presente in linea di principio interesse italiano, a seguito nuove pressioni francesi il previsto scambio di lettere è stato modificato in risoluzione che fissa al giorno 17 gennaio inizio attività gruppo di lavoro incaricato studiare questione. Attraverso questa formula Mendès-France sembra cercare guadagnare incondizionata adesione settori parlamentari favorevoli integrazione europea.

6) Circa Direttore Agenzia di controllo mio intervento inteso stabilire principio rotazione per nazionalità ha favorito raggiungimento accordo per non rieleggibilità Direttore stesso.

B) A Consiglio Atlantico ha partecipato come osservatore Delegazione tedesca. Riunione ha rapidamente preso atto risultati conferenza a quattro e conferenza a nove. Risoluzione aumento attribuzione e poteri Saucer approvata nei termini concordati da gruppo di lavoro e tutti i paesi si sono associati dichiarazione tripartita sicurezza fatta a Londra. Approvazione protocollo invito Germania accedere NATO accolta con dichiarazioni generale simpatia.

A termine breve seduta Dulles ha espresso in termini caldi favore con cui Governo americano ha seguito sforzi tempestivamente e rapidamente svolti per parare situazione critica, e soddisfazione con cui accoglie risultati raggiunti.

A fine conferenza ho commentato brevemente accordi Trieste mettendo in risalto loro valore atlantico ed europeo(2).

Firme accordi a nove ed a quattordici previste oggi ore 14,45 e sedici. In serata ieri a seguito riunione Consiglio Ministri francesi difficoltà circa Sarre mettevano elemento incertezza in situazione; *ritengo peraltro attribuire a tale incertezza sola portata tattica nel quadro ultime discussioni franco-tedesche relative al problema*3.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 100.

2 Vedi D. 167.

3 Presumibilmente per errore di trascrizione, il brano tra asterischi manca nella copia del telegramma su velina e su registro ed è presente su una copia del telegramma conservata in Gabinetto, 19531961, b. 21, fasc. 1.

169

L’AMBASCIATORE A BONN, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 13601/168. Bonn, 24 ottobre 1954, ore 14,10 (perv. ore 20).

Oggetto: Reazioni tedesche accordi Parigi.

Le prime reazioni negli ambienti politici tedeschi agli accordi di Parigi si concentrano quasi esclusivamente sulla soluzione del problema della Saar. Gli esponenti del partito democristiano definiscono l’intesa grande successo del Cancelliere Federale. Il Presidente del partito liberale Dehler invece, nonostante la sua adesione data a Parigi ad Adenauer, appare riservato ed ha tutta l’aria di mostrarsi scontento per non esser stato in condizioni di condividere la posizione nazionalistica assunta dai socialdemocratici dichiaratisi nettamente contrari alla soluzione intervenuta. Il giudizio degli ambienti tedeschi ed alleati è tuttavia che tali atteggiamenti di fronda se porteranno a vive polemiche al Bundestag, non provocheranno diserzioni in seno alla coalizione governativa al momento finale della ratifica. Conant, rientrato ieri sera da Parigi, mi ha detto che la Delegazione americana era certamente soddisfatta per i risultati conseguiti in quanto, nonostante l’assenza di ogni concezione europea e sopranazionale, la nuova organizzazione rappresentava la sola via di uscita da una situazione che avrebbe portato altrimenti ad incalcolabili conseguenze. Questo Alto Commissario americano, riflettendo evidentemente le idee di Dulles, si è mostrato convinto che Mendès-France non si presterà alle nuove manovre sovietiche e si impegnerà per sollecita ratifica. Conant, parlando dell’Italia ed associandosi al compiacimento unanime per l’atteggiamento della nostra Delegazione a Londra ed a Parigi, mi ha chiesto cosa prevedesi circa la probabile data della ratifica italiana, e se fosse esatto che essa non avrebbe potuto aver luogo prima di marzo. Gli ho risposto che non potevo essere preciso ma che si doveva tener conto in Italia dei lavori delle Commissioni. Conant si è mostrato preoccupato per un’eventuale prolungarsi del periodo intermedio previsto dagli accordi di Parigi per l’ingresso della Germania al NATO.

Presso questa Alta Commissione francese l’atmosfera era ieri sera palesemente distesa e compiaciuta e Berard mi ha detto che gran parte del successo della soluzione del problema saarese si doveva al conciliante spirito di comprensione mostrato da Blankenhorn e Soutou che avevano negoziato le basi dell’accordo.

Sulla nuova nota sovietica2, tanto Conant che Berard mi hanno detto che essa, richiamandosi sostanzialmente alle offerte già fatte da Molotoff nel suo ultimo discorso di Berlino, non sembrava ad un primo esame contenere elementi tali da turbare il normale decorso degli accordi di Parigi. Conant per parte sua mi ha poi aggiunto che un attento studio della nota sovietica sarebbe stato iniziato immediatamente tanto presso l’Alta Commissione che a Washington, che a suo giudizio tuttavia il Governo americano non avrebbe in ogni caso consentito alla Conferenza a quattro prima delle ratifiche e che anche di cisi sarebbe, come si prevedeva, parlato a Washington in occasione dell’imminente viaggio di Adenauer che partirà dopodomani.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 100.

2 Nota del 23 ottobre, con la quale il Governo sovietico propose una conferenza quadripartita sull’unificazione della Germania, il ritiro delle truppe di occupazione e la convocazione di una conferenza sulla sicurezza collettiva: vedi ISPI, Annuario di Politica Internazionale, 1954, pp. 54-55.

170

L’INCARICATO D’AFFARI A WASHINGTON, LUCIOLLI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. segreto 13660/595. Washington, 25 ottobre 1954, ore 17 (perv. ore 7,25 del 26).

Gli accordi di Parigi sono accolti con viva soddisfazione da questi ambienti Governativi. Per marcare il suo compiacimento il Presidente Eisenhower, contrariamente alla prassi da lui stabilita, si è recato ad incontrare Dulles all’aeroporto. Il Segretario di Stato in una breve dichiarazione ai giornalisti ha sottolineato l’importanza dello spirito di collaborazione sorto in Europa dai nuovi accordi.

La stampa, che aveva seguito assiduamente le trattative, registra anche essa l’importanza degli obiettivi raggiunti. Tuttavia alcuni commenti denunciano qualche preoccupazione per gli effetti dilatori che la nuova iniziativa sovietica potrebbe avere sulla ratifica nonché per le possibili ripercussioni della soluzione per la Sarre sui partiti e l’opinione pubblica in Germania.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 100.

171

IL DIRETTORE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE MAGISTRATI(1)

Appunto riservato 20/26412. Roma, 25 ottobre 1954.

APPUNTO RELATIVO ALLE CONFERENZE DI PARIGI (Parigi, Palais Chaillot, 20-23 ottobre 1954)

Secondo quanto era stato, in linea di massima, convenuto alla fine della Conferenza dei Nove Paesi interessati alla cooperazione occidentale, tenutasi a Londra tra il 28 settembre ed il 3 ottobre ‒ed a seguito della favorevole conclusione dei lavori dei Comitati degli esperti appositamente convocati ‒hanno avuto luogo a Parigi, nella sede dell’Organizzazione Atlantica al Palais de Chaillot, le tre Conferenze destinate, successivamente, a definire le modalità per il riconoscimento della sovranità della Repubblica Federale Tedesca, a realizzare l’adesione dell’Italia e della Germania al Patto di Bruxelles del 1948 e, infine, a rendere effettiva la proposta per l’ingresso della Germania stessa nella Organizzazione Atlantica.

Così nella giornata del 20 i Rappresentanti dei tre Paesi occupanti (Foster Dulles per gli Stati Uniti, Eden per il Regno Unito e Mendès-France per la Francia) hanno stabilito, in accordo con il Rappresentante del Governo di Bonn (Adenauer), le modalità ed i termini per la progressiva diminuzione dei poteri degli Alti Commissari Alleati in Germania, fino all’esaurimento definitivo dell’attuale regime di occupazione.

Subito dopo, e cioè nella giornata del 21, i Rappresentanti dei Nove Paesi già facenti parte della Conferenza di Londra (questa volta, per la maggior parte, essi si sono fatti accompagnare dai Rappresentanti della difesa dei loro rispettivi paesi e quindi con il Delegato italiano, Ministro degli Esteri On. Martino, ha preso parte ai lavori il Ministro della Difesa, On. Taviani) hanno preso in esame i protocolli ed i documenti preparati dagli esperti e destinati, come si è detto, a fissare le condizioni e le modalità per la adesione della Repubblica Italiana e della Repubblica Federale Tedesca al Patto di Bruxelles, la cui organizzazione è stata ribattezzata con il nome di «Unione dell’Europa Occidentale».

Infine, nella giornata del 22, si è svolta, rapidamente e sotto la presidenza del Ministro degli Esteri ellenico, la Conferenza straordinaria Atlantica, con la partecipazione dei Rappresentanti di tutti i 14 Paesi membri della NATO e con la presenza, per la prima volta, in qualità di osservatore, del Cancelliere tedesco Adenauer. Suo tema principale è stato la fissazione dei termini dell’invito rivolto alla Repubblica Federale per la sua entrata nell’Organizzazione.

Le tre Conferenze, tra loro strettamente connesse e, in certo modo, interdipendenti, si sono poi concluse nel pomeriggio di sabato 23 ottobre con la firma dei primi due accordi nella sede del Quai d’Orsay e del terzo nel Palais de Chaillot: cerimonie che hanno assunto, per la presenza dei rappresentanti della stampa internazionale e per la solennità che opportunamente è stata loro data, particolare significato.

Queste tre importanti riunioni internazionali che hanno portato alla stipulazione di strumenti di alto valore politico in merito alla cooperazione tra i Paesi occidentali, si sono svolte in atmosfera favorevole dovuta, evidentemente, alla persuasione di tutti i partecipanti della necessità di giungere a posizioni positive atte a definitivamente far superare il grave stato di disagio creatosi, come è noto, nella scorsa estate a causa del fallimento della Conferenza di Bruxelles e del successivo respingimento del Trattato di Parigi per la CED.

Appare anzi opportuno porre in rilievo come i lavori delle tre Conferenze siano stati proprio caratterizzati, nei confronti di quelli della precedente complessa e non facile Conferenza di Londra, da un senso generale di maggiore distensione e di minore diffidenza: quasi che, scelta oramai la nuova via per la cooperazione occidentale, i Governi dei Paesi interessati abbiano voluto dare prova della loro capacità di una effettiva e per quanto possibile rapida realizzazione dei programmi prescelti. E si deve anche aggiungere che a ciha indubbiamente concorso l’ottimo lavoro compiuto dai Comitati degli esperti, tanto nel quadro del Patto di Bruxelles, quanto in quello Atlantico, per il quale è stato possibile ai Rappresentanti dei Governi trovare già, nei termini indicati nei progetti di protocollo, il terreno sufficientemente sgombrato dalle precedenti difficoltà.

Puanzi dirsi, a tale proposito, che se, nell’immediata vigilia delle cerimonie di firma degli Accordi, una grave difficoltà è apparsa sorgere, essa è stata costituita non già da dissensi intervenuti in merito alle questioni trattate in seno alle tre Conferenze, ma invece dall’ultima drammatica fase della diretta trattativa franco-tedesca per il raggiungimento di una intesa atta a dare una soluzione provvisoria al problema della Saar: soluzione che, come è noto, era stata del resto sempre indicata dal Presidente del Consiglio di Francia quale una delle «conditions préalables» perché il Governo ed il Parlamento di Parigi potessero dare la loro definitiva approvazione al complesso degli atti internazionali destinati a porre le nuove basi per la cooperazione occidentale.

A questo spirito di distensione ed a questa comune volontà di intenti per il raggiungimento di risultati positivi hanno, infine, efficacemente concorso ‒come in seguito verrà maggiormente specificato ‒tanto la oramai palese e decisa volontà britannica di assumere la funzione di polo accentratore della politica europea occidentale quanto un maggiore avviamento americano verso una rinnovata collaborazione con l’Europa: avviamento, quest’ultimo, che, attraverso le parole picomprensive e picordiali di quelle da lui stesso pronunciate nel corso della Conferenza di Londra, il Segretario di Stato Foster Dulles ha ritenuto opportuno di confermare ai suoi colleghi nel corso della Conferenza straordinaria Atlantica.

Così i risultati finali delle tre Conferenze hanno finito per costituire ‒secondo la felice formula usata nel Comunicato finale della stessa Conferenza Atlantica ‒un «solo regolamento generale» destinato ad interessare direttamente o indirettamente tutti i Paesi che si sono assunti il compito del mantenimento della pace e della difesa dell’occidente.

In riassunto questi risultati possono essere così indicati:

- -

Tale adesione è stata legata alla stipulazione ed alla accettazione, da parte dei sette Paesi partecipanti all’Unione, di quattro Protocolli speciali dedicati rispettivamente:

- - - -

pratiche di controlli, visite ed ispezioni nelle officine, nei depositi, ecc.: ispezioni che, per quanto concerne le forze poste sotto l’autorità della NATO, saranno effettuate dalle competenti autorità dell’Organizzazione Atlantica. L’attività dell’Agenzia sarà limita

ta al continente europeo e avrà per oggetto ‒contrariamente alle tesi francesi alle quali si è sopra indicato ‒soltanto i materiali finiti e non già i procedimenti di fabbricazione

con inoltre l’eccezione della produzione destinata a scopi civili.

Con questi quattro Protocolli l’Unione dell’Europa Occidentale trova le basi per la sua vita e per la sua attività. Essa avrà, quale organo direttivo, un Consiglio dei Ministri dei Paesi partecipanti ed una sua propria sede nella capitale britannica ‒dove già risiedeva l’organizzazione del Patto di Bruxelles ‒secondo le esplicite richieste del Governo di Londra. La sua «Agenzia di controllo» avrà invece sede a Parigi allo scopo di permettere seguiti e diretti collegamenti con la NATO. Il Consiglio Direttivo prenderà normalmente le sue decisioni alla unanimità a meno che, in particolari casi, non sia fissata una procedura di votazione a maggioranza qualificata o a maggioranza semplice, come, ad esempio, per le questioni che verranno ad essa sottoposte dalla Agenzia per il controllo degli armamenti.

Una novità di indubbio rilievo viene costituita dal fatto che il Consiglio Direttivo presenterà, su tutte le sue attività e particolarmente per l’azione svolta nel campo del controllo degli armamenti, un suo rapporto annuale ad una assemblea composta dai Rappresentanti dei Paesi dell’Unione all’Assemblea Consultiva del Consiglio di Europa di Strasburgo. Su tale argomento occorre porre in rilievo come il Delegato italiano, a norma anche di talune raccomandazioni avanzate dal Parlamento di Roma, si fosse fatto promotore dell’iniziativa di vedere presentato quel rapporto all’Assemblea della Comunità del Carbone e dell’Acciaio: iniziativa che, per l’opposizione dei Rappresentanti degli altri Paesi, non ha potuto trovare la sua piena realizzazione ma che ha molto efficacemente concorso per «innestare» in qualche modo un controllo parlamentare europeo, con tutte le sue possibili conseguenze e futuri sviluppi, sull’attività dell’Unione. In altre parole si è riaffermato, anche se in termini dissimili dai precedenti dell’antica concezione «comunitaria» europea, un principio destinato, senza dubbio, a permettere‒anche se con tutte le dovute prudenze e progressioni ‒un certo avviamento europeista all’azione della nuova Unione.

3. La Repubblica Federale Tedesca entra nell’Organizzazione Atlantica. Con uno speciale Protocollo firmato, come si è visto, dai 14 Ministri degli Esteri dei Paesi membri dell’Organizzazione, e a somiglianza di quanto in precedenza era avvenuto per l’adesione della Grecia e della Turchia, viene dichiarato che l’accessione della Repubblica Federale «rinforzerà la sicurezza della regione NATO». Connessa con tale decisione è stata l’adesione di tutti gli Stati partecipanti alla «dichiarazione» già fatta a Londra dai Governi degli Stati Uniti, della Francia e del Regno Unito in merito alla loro volontà di vedere mantenute la pace e la sicurezza del mondo ed a ripetere il loro riconoscimento del Governo di Bonn quale solo Governo tedesco liberamente e legittimamente costituito e atto, quindi, a «parlare» a nome della Germania: dichiarazione che, come è noto, era stata, a sua volta, occasionata da altra fatta dallo stesso Governo di Bonn per ripetere la propria intenzione di non compiere alcun ricorso alla forza per procedere alla riunificazione della Germania o per modificare gli attuali confini della Repubblica Federale.

Sempre nel quadro atlantico i Rappresentanti dei Paesi membri della NATO hanno adottato una risoluzione destinata a rinforzare l’attuale sistema di difesa collettiva dell’Europa e cia mezzo di un accrescimento dei poteri del Comandante Supremo Alleato nel continente. Con tale risoluzione vengono indicati, particolarmente in merito alla formazione dell’Unione dell’Europa Occidentale e delle sue conseguenze nel campo della difesa, i termini, si ripete, dei poteri del Comandante NATO in merito all’organizzazione, anche nel settore logistico, delle forze poste a sua disposizione. Nei limiti del possibile e tenuto conto delle necessità dell’efficienza militare, si intensificherà l’azione atta a permettere una maggiore integrazione sia per le forze di terra che per quelle dell’aria. Su tale argomento ‒si aggiunge ‒è stato stabilito che l’area territoriale, sulla quale si eserciteranno questi controlli del Comando NATO di Europa, non comprenderà l’Africa del Nord, mentre le misure indicate nella summenzionata risoluzione non altereranno il presente «status» delle forze britanniche ed americane del Mediterraneo.

Nell’occasione il Consiglio Atlantico ha tenuto a riaffermare che il Trattato NATO «resta un elemento fondamentale della politica estera di tutti i Governi membri» e che la cooperazione la pistretta possibile dovrà essere realizzata, in tutti i campi, tra la NATO e l’Unione dell’Europa Occidentale proprio per evitare un «doppio impiego» nell’attività dei loro organi.

A complemento, infine, della Conferenza straordinaria NATO, si è avuto uno speciale intervento del Delegato italiano, On. Martino, inteso a rendere brevemente conto degli accordi recentemente raggiunti in merito alla questione di Trieste. Tali accordi, mettendo fine ad una aspra e lunga controversia, sono destinati a portare giovamento anche nel quadro atlantico e dimostrano, inoltre, che qualsiasi contrasto, persino di natura territoriale, puoggi trovare una pratica e pacifica soluzione purché le opposte parti si applichino con buona volontà alla sua ricerca.

«L’accoglienza ‒ha aggiunto l’On. Martino ‒che la stessa Unione Sovietica ha riservato, in contrasto con la linea di condotta da essa precedentemente seguita, agli accordi stessi, costituisce, a nostro avviso, la prova dell’efficienza del metodo atlantico: metodo che consiste e dovrà in avvenire consistere sempre di pinella ricerca paziente e tenace, e sorda alle minacce, di soluzioni basate sull’equità e sulla ragione».

Il Consiglio Atlantico, nel prendere nota di queste dichiarazioni che costituivano anche un atto di ringraziamento verso tutti i Paesi della NATO per la comprensione da loro dimostrata in merito al problema triestino, con particolare riguardo all’azione svolta dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, ha, nel comunicato finale della Conferenza, sottolineato il valore «atlantico ed europeo» di quegli accordi.

Altra dichiarazione, infine, è stata fatta senza suscitare alcun commento o risoluzione, dal Rappresentante del Portogallo in merito al conflitto indo-lusitano per Goa.

Tutto il vasto complesso di questi Accordi internazionali che hanno trovato la loro definitiva formulazione nelle tre Conferenze, entrerà nella sua pratica applicazione e realizzazione soltanto dopo che tutti i Parlamenti nazionali avranno provveduto alla loro ratifica. Naturalmente i Rappresentanti dei Paesi interessati hanno tutti, senza eccezione, indicato la volontà dei loro Governi di voler procedere, con ogni possibile urgenza, all’inizio delle procedure necessarie per tale ratifica ma non punon prevedersi una sosta di alcuni mesi prima di vedere entrare definitivamente in azione tutto il complesso meccanismo previsto dagli impegni medesimi. Frattanto, per ora, e per quanto specificamente concerne l’Unione dell’Europa Occidentale, si è stabilito di permettere che un «Comitato Interinale» residente a Londra e costituito, per il momento, dagli Ambasciatori dei Paesi membri colà residenti, inizi un certo lavoro preparatorio inteso a facilitare, in avvenire ed a ratifiche avvenute, l’azione dell’Unione. Nel quadro di tale azione e su iniziativa francese intesa a dare al pipresto la sensazione di un inizio pratico in merito al principio della progressiva costituzione di un «pool» produttivo internazionale per gli armamenti, è stata anche decisa la convocazione, alla data del 17 gennaio 1955, di un Gruppo di Lavoro destinato a studiarne i primi elementi.

Sempre sull’argomento il Delegato italiano ha, per quanto concerne la procedura di ratifica del Parlamento di Roma, opportunamente indicato ‒anche per prevenire eventuali altrui impazienze ‒come, a mezzo dell’adozione di una «procedura d’urgenza» sia possibile affrettare, anche in Italia, la discussione nei due rami del Parlamento, ma senza che si possa immaginare una conclusione dei lavori prima della fine del febbraio 1955.

In riassunto:

1. Il «fatto storico» che ha veramente caratterizzato queste riunioni di Parigi è stato l’ingresso della Repubblica Federale Tedesca a parità, almeno formalmente, di diritti e di doveri, nel novero dello schieramento occidentale e, di conseguenza, nell’Organizzazione Atlantica. Un tale «fatto» puessere considerato al suo giusto valore allorché si pensa che soltanto nove anni fa la Germania era oggetto degli accordi di Potsdam e che anche in America si insisteva allora sulla necessità di mantenerla per 40 anni in stato di effettiva discriminazione, e forse di occupazione, con una trasformazione della sua economia in termini che furono addirittura da taluni definiti «di pastorizia». Si tratta quindi di un grosso successo al cui raggiungimento hanno indubbiamente contribuito ‒ed occorre riconoscerlo ‒la moderazione ed il riserbo di cui hanno dato costantemente prova, specie in questi ultimissimi tempi, il Cancelliere Adenauer ed i suoi collaboratori. In altre parole il Governo di Bonn, contrariamente alle previsioni da taluni avanzate al momento della formazione, in Francia, del Governo di Mendès-France e della caduta della CED, non si è fatto «méduser» dalla tentazione di vedere instaurato un preteso asse Washington-Bonn e ha preferito riprendere la strada della cooperazione occidentale europea. Probabilmente ha a cianche concorso l’indubbia preoccupazione che il prudente Cancelliere appare profondamente nutrire in merito alla ricostituzione di un forte esercito tedesco con proprio Stato Maggiore atto a formare facili tentazioni da taluni esponenti di oltre oceano in merito ad eventuali guerre preventive. Il tempo, inoltre, sembra lavorare piuttosto per la Germania, anche in merito alla questione sarrese, e quindi intemperanze e precipitazioni germaniche sarebbero state indubbiamente controproducenti.

2. Ciindicato, non è detto che tutti i Paesi abbiano accettato, con vero entusiasmo, questo ristabilimento, in fatto ed in diritto, dei poteri della Germania. Caratteristica, in proposito, è stata la circostanza che non tutti i Paesi abbiano voluto fare espressa menzione, al momento dell’adozione, da parte della Conferenza, del Protocollo di accessione, dei loro sentimenti di soddisfazione. Il Rappresentante danese, ad esempio, ha voluto addirittura insistere, nel momento stesso in cui il Cancelliere Adenauer sedeva, per la prima volta, anche se in qualità di semplice osservatore, al tavolo Atlantico, sulle condizioni di inferiorità nelle quali le minoranze danesi si troverebbero oggi nel territorio tedesco dello Schleswig-Holstein.

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5. Il Governo di Washington, per quanto ancora sensibile alle «bruciature di mano» riportate con il fallimento della CED e guardingo dal ripetere l’errore di voler identificare la propria posizione ed i propri intendimenti con gli sviluppi di una politica troppo prettamente europea, appare in fase di evoluzione e nuovamente propenso ‒sempre che il Congresso americano destinato a riunirsi nel prossimo gennaio, dia il suo nuovo avallo ‒ad immaginare una sua azione di cooperazione e di assistenza nei confronti dell’Europa. Le ripetute dichiarazioni di soddisfazione del Signor Foster Dulles, ed in generale i termini con i quali la grande stampa americana ha accolto le decisioni di Parigi, sembrano dover costituire elementi positivi. Naturalmente grande sarà, nei prossimi mesi, l’attenzione di Washington nei riguardi delle manifestazioni dei Governi e dei Parlamenti d’Europa per l’entrata in vigore di quanto è stato ora stabilito.

6. L’Italia è apparsa notevolmente avvantaggiarsi di una certa sua posizione di maggiore sollievo e libertà di movimenti dovuta, in buona parte, agli accordi intervenuti in merito alla questione triestina ed alla sua capacità di avere senza indugio compreso quali siano i termini e gli avviamenti delle nuove forme di cooperazione europea. Il Delegato italiano ha potuto così sviluppare quella sua azione di una certa conciliazione tra le opposte tesi che già si era delineata nel corso della precedente Conferenza di Londra. Azione che ha permesso di ottenere espliciti riconoscimenti tanto da parte tedesca (il Ministro Martino ha ricevuto ringraziamenti di Adenauer per avere espresso la soddisfazione italiana nel veder ritornare la nazione tedesca nel seno dei popoli liberi e per avere confermato la profonda fiducia nella volontà democratica del popolo tedesco) quanto da parte francese (il Presidente Mendès-France, nel corso della Conferenza stampa da lui tenuta al termine delle Conferenze, ha proprio messo in rilievo lo spirito di comprensione e di simpatia dimostrato, nei riguardi dell’azione francese, dal Rappresentante italiano).

L’Italia, inoltre, ha, con la sua iniziativa in merito all’adozione di controlli parlamentari europei sull’azione dell’Unione dell’Europa Occidentale, dimostrato di tenere pienamente fede ai principi generali, per un avviamento europeista, che avevano costituito la caratteristica dell’azione internazionale del Governo di Roma in questi ultimi anni. Ora, indubbiamente, possono aprirsi nuovi orizzonti che possono essere ragione di una certa fiducia in merito a rinnovati sviluppi, sempre che, naturalmente, si tenga tutto il dovuto conto dell’impostazione «associativa», e non «comunitaria» nell’antico senso della parola, che caratterizza l’attuale evoluzione della politica occidentale.

La pronta adesione, infine, data dall’Italia all’iniziativa intesa a facilitare i primi studi in merito ad un progettato ed eventuale «pool» per la produzione degli armamenti ha mostrato come il nostro Paese da una parte sia conscio dell’importanza politica ed economica di tale elemento e dall’altra desideri, fin dal primo momento, affermare l’assoluta internazionalità di progetti di simile natura, non intendendo rimanere estraneo ad iniziative in tale settore: e ciin vista anche di possibili «avances» francesi alla Germania destinate a facilitare la distensione tra Parigi e Bonn.

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1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 332, fasc. Unione Europea Occidentale, dal 23 ottobre 1954.

2 Sottoscrizione autografa. Inviato con L. riservata 20/2649 del 26 ottobre da Magistrati a Domined e con L. riservata 20/2643, pari data, a Canali, Bombassei, Tassoni Estense, Cattani, Taviani, Alessandrini,Babuscio Rizzo, Caruso, Soardi, Cavalletti, Baldoni, De Vera, Grazzi, Urbani, Ferrari Aggradi, Ferreri, Vanoni,Cittadini Cesi, Di Stefano, Benzoni, Venturini, Guidotti, Mosca, Pietromarchi, Brosio, Rossi Longhi, Luciolli.

172

L’AMBASCIATORE A BRUXELLES, GRAZZI, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

Telespr. 4379/21802. Bruxelles, 25 ottobre 1954.

Oggetto: Belgio e UEO

Gli accordi di Londra sono stati accolti in Belgio con soddisfazione, temperata dalla preoccupazione dell’eventualità di un troppo stretto accordo franco-tedesco.

Spaak, subito ripartito per l’ONU, ha dichiarato che, per quanto si debba riconoscere nell’intesa raggiunta una vittoria dell’Occidente, pur tuttavia egli rimpiange la CED in quanto in essa il principio di un’integrazione europea sarebbe stato maggiore e suscettibile di pilarghi risultati.

Per opposti motivi, gli avversari della CED, tanto se appartenenti all’opposizione cattolica quanto se appartenenti alla maggioranza socialista liberale, si dichiarano soddisfatti di una soluzione nella quale vedono insieme i vantaggi della presenza della Gran Bretagna e dell’assenza della supernazionalità. Perciè da prevedere che la votazione delle intese di Londra avverrà alla quasi unanimità.

Restano tre punti oscuri e cioè:

1) Accordo franco-tedesco. Come ho sovente rilevato un paese piccolo come il Belgio, esposto a tante disastrose invasioni, è in condizione di dover temere tanto la pericolosa inimicizia dei due grandi suoi vicini quanto una troppo stretta intesa tra di loro. Nessun altro paese pidel Belgio ha desiderato un accordo sulla Saar, e Spaak vi ha anche personalmente lavorato e cercato di contribuire; ma nessuna nazione pidel Belgio è in condizione di dover temere un’intesa economica franco-tedesca la quale assumerebbe di fatto un vero monopolio europeo, e strozzerebbe tutti gli altri concorrenti.

Vi è quindi da attendersi una vigile attenzione belga in tale materia, e un’azione di ritardo e di disturbo – appoggiata probabilmente sulla Gran Bretagna – verso la quale i nostri interessi dovrebbero in certo senso convergere.

2) Trattative con i Soviets. Il Belgio desidera il disarmo fino ad un certo punto, in quanto né vorrebbe essere disarmato prima e pidegli altri (cioè veder ridotta la sua industria di armamenti), né soprattutto vuol correre il rischio di deprezzare le proprie risorse di materie prime congolesi, uranio alla testa. Per altro è interessato, come tutti gli europei e forse pidi tutti in quanto il suo territorio è fra i maggiormente esposti ad un’invasione livellatrice, alla eventuale coesistenza fra Oriente e Occidente. I motivi, anche economici, ne sono evidenti. Perciil Gabinetto belga appoggerà, per quanto sarà in suo potere, ogni tentativo di distensione e di negoziato. L’incognita sta a quale momento il negoziato possa incominciare. Dopo le dichiarazioni americane non dovrebbe esserci dubbio: quando gli Accordi di Londra saranno stati da tutti approvati e tradotti in atto. Ma la prima domanda che sorge è quando potrà dirsi che siano tradotti in atto (ad es., soltanto quando le divisioni tedesche saranno armate ed equipaggiate?) e la seconda se il preconizzato riarmo generale dovrà o non servire come moneta di scambio, il che del resto riporta in fondo alla prima delle due domande, in quanto tutto il problema si riassume in un problema di «timing».

Se è dato prevedere l’atteggiamento belga, credo possa affermarsi che questo Governo sia per appoggiare eventuali proposte di negoziato da tradursi in atto il pipresto possibile, e che esso ritenga la questione del riarmo europeo un’efficace arma di negoziato, da impiegarsi a qualsiasi momento delle conversazioni.

3) Integrazione economica. Tra i paesi europei il Belgio era il maggiormente interessato all’integrazione economica, a motivo dell’altezza dei suoi costi di produzione. Non v’è dubbio che le prospettive di una tale integrazione – pur non essendo del tutto e completamente sfumate a causa della valorizzazione del Patto di Bruxelles

– sono oggi piche grandemente indebolite. In conseguenza, il Belgio farà di tutto perché il contenuto integrativo dell’UEO prenda corpo e maggior consistenza possibile, e che a tal uopo esso cercherà di sfruttare il Patto di Bruxelles nella maniera piampia e pratica che sarà consentita.

Anche di fronte alle intese economiche franco-tedesche sembra che convenga da parte nostra appoggiare ed appoggiarsi a quello che sarà l’atteggiamento belga in materia, poiché non possiamo da un lato non avere i medesimi timori e dall’altro non perseguire scopi sostanzialmente analoghi.

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 332, fasc. Unione Europea Occidentale, dal 23 ottobre 1954.

2 Sottoscrizione autografa.

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L’INCARICATO D’AFFARI A WASHINGTON, LUCIOLLI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

R. segreto 157862. Washington, 28 ottobre 1954.

La felice conclusione degli incontri di Parigi invita naturalmente a fare un esame d’insieme della situazione internazionale e delle prospettive che si aprono per il futuro prossimo e meno prossimo. Mi pare quindi di dover procedere anch’io a siffatto esame, naturalmente concentrando l’attenzione sull’atteggiamento degli Stati Uniti e sui loro rapporti con l’Europa e in particolare con l’Italia.

Tra la primavera e il principio dell’estate scorsa questa Ambasciata riferiva ripetutamente sull’approssimarsi, sempre pievidente e sempre pilargamente riconosciuto, di una crisi dei rapporti fra l’America e l’Europa. Inoltre indicava approssimativamente nell’autunno il periodo in cui la crisi avrebbe raggiunto la sua fase pipericolosa; e auspicava che la crisi particolare dei rapporti fra l’America e l’Italia, anch’essa in sviluppo per cause in parte comuni e in parte distinte da quella generale, fosse tempestivamente risolta, così da mettere il nostro Paese nelle condizioni migliori possibili per affrontare quella che si annunciava come la fase piburrascosa delle relazioni fra le Nazioni occidentali dalla fine della guerra in poi.

Se si tengono presenti queste previsioni, non si punon constatare che gli avvenimenti delle ultime settimane si sono svolti in modo assai confortante. Non già che la crisi non vi sia stata. Anzi, fra la Conferenza di Ginevra e la convocazione di quella di Londra, vi è stato anche il giustificato timore che la crisi prendesse la piega peggiore, col convincere gli Stati Uniti che la loro collaborazione con l’Europa era irreparabilmente minata dal tramonto della CED, dai persistenti contrasti franco-tedesco e italo-jugoslavo e dall’ambiguo atteggiamento di Mendès-France in materia di rapporti fra Occidente e Oriente. Invece, nel giro di un mese, la situazione si è capovolta cosicché, per il momento, il peggio è stato evitato.

Di fronte a questo capovolgimento, vien fatto naturalmente di domandarsi se esso non stesse nella forza delle cose, se quindi la distensione non si sia prodotta rebus ipsis dictantibus e i pessimisti non fossero fin da principio completamente in torto. A questa domanda, per non mi sembra possa darsi una risposta del tutto positiva. Certamente, i rapporti America-Europa sono ormai così complessi e la minaccia sovietica è ancora così evidente che è altrettanto difficile imporre agli Stati Uniti una politica isolazionista quanto imporre alla Europa una politica neutralista. La collaborazione, insomma, anche se fosse stata cacciata dalla porta, sarebbe rientrata dalla finestra. Tuttavia non credo si possa disconoscere che, per la rapidità con cui la crisi ha trovato un almeno momentaneo componimento, va data una larga parte di merito anche agli uomini; e, per quanto riguarda Dulles, direi che il suo merito è consistito principalmente nel lasciare che, sia pur sotto la pressione di una minacciata revisione della politica estera americana, i Paesi europei trovassero essi stessi nuove formule di collaborazione fra loro, in sostituzione di quelle sulle quali non erano riusciti a raccogliere l’unanimità.

Comunque, poiché la distensione si è verificata, è meno importante analizzarne le cause che misurarne il probabile seguito.

Nel pensiero degli americani, malgrado i risultati delle Conferenze di Londra e di Parigi, e in parte proprio a causa di essi, l’elemento di maggiore incertezza è costituito dalla Francia. Dopo l’armistizio in Indocina (mi richiamo anche a quanto è stato riferito a suo tempo da questa Ambasciata) il giudizio americano su Mendès-France è stato subordinato ad una chiarificazione dell’atteggiamento francese nelle cose europee. Infatti l’indignazione americana per quell’armistizio aveva due origini. La prima era costituita dalla constatazione che i comunisti registravano una vittoria, o almeno una conquista territoriale, proprio nell’area che il Governo repubblicano degli Stati Uniti si era proposto di assicurare pisaldamente all’Occidente, in contrapposto ad una presunta negligenza del Governo democratico. La seconda era costituita dal sospetto che l’accordo con la Cina comunista fosse il preludio di una nuova e infida politica francese verso l’URSS. La prima dava luogo ad una reazione puramente passionale e sterile, gli Stati Uniti non essendo affatto disposti a partecipare direttamente alla difesa di ciche rimproveravano ai francesi di voler abbandonare. La seconda poteva dissiparsi o prender corpo soltanto in relazione alla politica europea di Mendès-France. In questo campo il Dipartimento di Stato ha, per così dire, fatto credito al nuovo Capo del Governo francese fino alla vigilia della Conferenza di Bruxelles: ma il di lui atteggiamento in quell’incontro e poi davanti al Parlamento durante la discussione sulla CED ha avuto effetti catastrofici, che non sono stati ancora riparati. La sfiducia verso Mendès-France, quantunque oggi non sia picosì apparente ed anzi sia coperta da manifestazioni esteriori contrarie, persiste tanto per ciche riguarda i problemi dell’organizzazione difensiva dell’Europa occidentale quanto per ciche riguarda i rapporti generali fra Occidente e Oriente. Si registra la sua intenzione di far ratificare i nuovi accordi entro quest’anno. Si è preso nota del fatto che (come mi viene assicurato da buona fonte confidenziale) il Quai d’Orsay ha inviato da tempo all’Ambasciatore di Francia a Mosca istruzioni nel senso di rispondere ad ogni eventuale proposta di conversazioni franco-sovietiche dichiarando che, se il Governo dell’URSS ha qualche cosa da dire, la dica contemporaneamente anche agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna oppure dinanzi alle Nazioni Unite. Tuttavia cinon basta a rassicurare gli americani.

Ciche gli americani temono soprattutto è, naturalmente, un’azione ostruzionistica della Francia non tanto nella ratifica quanto nell’applicazione degli accordi di Londra e di Parigi, e cioè, in pratica, nel riarmo della Germania. A giudicare da qualche eco raccolta qui, dovrei ritenere che i tedeschi, oltre a condividere questa preoccupazione, ne forniscono (per così dire) agli americani una spiegazione razionale, della quale del resto non hanno il monopolio e che si potrebbe riassumere come segue. Subito dopo la guerra, la Francia ha perduto l’occasione che le si offriva di assumere la leadership dell’Europa continentale. Oggi sa che, se si arrivasse veramente alla federazione europea, non potrebbe avervi una posizione preminente. Quindi, Mendès-France intende rallentare il processo federativo, e sopratutto il riarmo tedesco, in attesa che il suo Paese, rafforzato dalla liquidazione della guerra d’Indocina, da una pisolida sistemazione del suo impero africano e da ardite riforme economiche, possa entrare nella federazione in condizioni pivantaggiose.

Se questo è il piano francese, la preoccupazione americana è piche giustificata. Infatti se il riarmo tedesco, che la Francia è già riuscita a rinviare di ben quattro anni mercé il progetto dell’esercito europeo, viene ora subordinato ad un ipotetico risorgimento politico ed economico della Francia, si rischia di entrare quanto prima in una nuova fase di tensione. I tedeschi coi quali sono in contatto a Washington dichiarano di essere tanto pipreoccupati da questa eventualità in quanto la ricuperata sovranità e il carattere nazionale del progettato loro riarmo li collocano in una posizione piesposta e psicologicamente, oltre che diplomaticamente, pidifficile nel prospettare all’opinione pubblica mondiale le loro esigenze («Finora – mi ha detto uno di essi – avevamo lo svantaggio d’essere sotto tutela, ma anche il vantaggio di poter parlare per bocca del nostro tutore, cioè gli Stati Uniti. D’ora in poi dovremo parlare per conto nostro e non ci sarà facile farlo senza provocare reazioni antipatiche, non solo in Francia, ma anche in altri Paesi europei e perfino in certi settori della opinione pubblica americana»).

A cisi deve aggiungere che l’accordo sulla Sarre, appunto per il suo carattere estremamente favorevole alla Francia, complicherà probabilmente la situazione interna tedesca e, a lunga scadenza, potrà tornare a ripercuotersi piviolentemente sui rapporti franco-tedeschi.

Si vedrà se e in che misura Mendès-France, durante la sua prossima visita qui, riuscirà a dissipare le preoccupazioni americane.

Dopo la Francia, il Paese che desta oggi maggiori preoccupazioni qui è la Jugoslavia. Ho già segnalato che le recenti manifestazioni di distensione nei rapporti sovietico-jugoslavi sono state seguite, dal Dipartimento di Stato oltre che dalla stampa, con attenzione carica di sospetto. Ho anche già espresso l’opinione che gli americani non sappiano in proposito molto pidi noi (l’Ambasciata di Jugoslavia a Washington, come ho avuto io stesso occasione di constatare nei contatti personali seguiti all’accordo su Trieste, è conscia di questi sospetti e ostenta diffidenza verso l’URSS. La parola d’ordine di Belgrado le prescrive evidentemente di dire che Tito, pur essendo sempre pronto a riprendere relazioni corrette con Mosca e pur registrando con piacere le mutate disposizioni sovietiche, non crede che gli scopi aggressivi dell’URSS siano mutati e pensa che sia cambiata soltanto la tattica, perché i dirigenti sovietici si sono resi conto, che i metodi di Stalin erano troppo pericolosi).

In materia di atteggiamento americano verso la Jugoslavia riesce difficile raccogliere informazioni perché, per ragioni evidenti, noi saremo gli ultimi a cui gli americani confesseranno di non fidarsi di Tito. Qualche indizio generico del loro stato d’animo puessere raccolto soltanto indirettamente, attraverso fonti giornalistiche; e, appunto, diversi giornalisti mi hanno confermato anche in questi giorni che le mosse jugoslave sono sorvegliate da qui molto attentamente. Ciononostante abbiamo un mezzo molto efficace, quantunque indiretto, per misurare la «temperatura» americana verso la Jugoslavia, e questo è costituito da quel che gli americani ci diranno o non ci diranno a proposito dell’eventuale adesione italiana al Patto Balcanico e, piin generale, della collaborazione militare italo-jugoslava. È ben chiaro da tempo che lo sforzo compiuto dagli anglo-americani per risolvere il problema di Trieste aveva prevalentemente, se non esclusivamente, lo scopo di aprire la via alla collaborazione militare italo-jugoslava. L’adesione dell’Italia al Patto Balcanico era lasciata pressoché interamente alla nostra discrezione, quasi come un rivestimento formale di una intesa sulla cui sostanza non vi erano dubbi; vi era quindi ogni motivo di ritenere che, appena risolta la questione di Trieste, gli americani ci avrebbero fatto proposte concrete per lo stabilimento di tale intesa. In questi giorni, per quantunque mi sia astenuto dal trattare espressamente l’argomento, ho constatato che il linguaggio dei funzionari del Dipartimento di Stato coi quali sono stato in contatto è diventato assai picauto. Infatti, mentre si continua a descrivere la questione di Trieste come un ostacolo, ormai felicemente superato, sulla via della famosa collaborazione, si afferma che sulle forme e sui tempi di questa non si hanno ancora idee precise. Se questa reticenza durerà ancora, avremo in essa una prova indiretta, ma sicura delle sopraggiunte perplessità americane sul contegno della Jugoslavia.

Un altro elemento di incertezza, nella situazione generale, è costituito, naturalmente, dalla politica sovietica; ma, agli americani, esso appare pericoloso pidi riflesso che direttamente. Gli americani osservano molto attentamente tutte le mosse distensive sovietiche. Arrivano perfino a non escludere del tutto che si possa arrivare ad un’intesa sul controllo della energia atomica e al trattato di pace con l’Austria. Sono decisi, ricalcando anche in questo le orme dell’Amministrazione democratica, a non chiudere nessuna porta. Ammettono la possibilità che i nuovi dirigenti sovietici ritengano necessaria per la sicurezza dell’URSS una battuta d’arresto nell’espansione comunista e quindi cerchino una formula di convivenza pacifica, almeno temporanea, con l’Occidente. D’altra parte non intendono che, a nessun costo e in nessun caso, l’Occidente rallenti la sua preparazione difensiva a causa di queste e altre simili speranze. Registrano, quindi, con sospetto ogni manifestazione di minor rigidezza da parte dei loro alleati europei.

Fin qui mi sono astenuto di proposito dall’esaminare la posizione dell’Italia perché mi sembrava convenisse trattarla separatamente.

Non vi è dubbio che (come ricordavo all’inizio del presente rapporto) qualche mese fa si profilava una crisi delle relazioni italo-americane, distinta da quella delle relazioni fra l’Europa e l’America. Non vi è neppure dubbio che questa crisi si chiamava Trieste. Essa è stata risolta appena in tempo per consentire che l’azione diplomatica italiana non fosse appesantita da essa nel momento in cui l’altra maggiore entrava nella fase pipericolosa. Risolte almeno temporaneamente entrambe, si deve tuttavia riconoscere che la situazione europea non è tornata esattamente al punto in cui era uno o due anni fa. Vi è infatti, oggi, una maggiore diversificazione nella posizione dei singoli Paesi europei rispetto agli Stati Uniti. La Gran Bretagna, dalla Conferenza di Londra in poi, sembra avere assunto nelle cose europee una parte piattiva e sotto certi aspetti distinta da quella degli Stati Uniti. La Francia, per le ragioni sopradescritte, costituisce un fattore di incertezza anziché di fermezza. La Germania si riaffaccia sulla Europa come una nazione sovrana, rispettatissima dagli Stati Uniti e forse pronta ad essere domani tanto ardita nell’esigere quanto lo è stata finora nel rinunciare, nell’aspettare, nello scendere a compromessi. Ne consegue che in avvenire l’Italia (come quest’Ambasciata osservava già nel rapporto 12659 del 26 agosto u.s.3) potrà trovarsi non tanto di fronte al problema di aderire pio meno prontamente ed efficacemente ad iniziative comuni europee, quanto di fronte alla necessità di muoversi in una situazione relativamente fluida.

Intendo facilmente che in questa situazione il Governo italiano vuol farsi guidare da due direttive fondamentali: la fedeltà agli ideali federalistici europei, che già avevano ispirato la sua azione in passato e che tuttora spera di vedere gradualmente realizzati; e lo sviluppo sempre maggiore della collaborazione politica, economica e militare con gli Stati Uniti.

I recenti avvenimenti hanno indubbiamente creato le premesse per un ulteriore sviluppo della collaborazione italo-americana. L’atteggiamento italiano a Bruxelles, Londra e Parigi è stato qui vivamente apprezzato ed ha corretto, per lo meno ai fini pratici, gli effetti della mancata ratifica della CED. La firma dell’accordo per le «facilities» ha tolto un altro motivo di insoddisfazione. È quindi lecito da un lato sperare nell’appoggio americano ai piani del Governo italiano, intesi a consolidare l’economia nazionale, e dall’altro contare sulla possibilità che l’Italia acquisti una posizione di maggior prestigio agli occhi degli americani e quindi intervenga con voce piautorevole nelle discussioni interalleate sui problemi europei e mondiali. Sono, queste, prospettive confortanti. Tuttavia (a prescindere dalla parte economica, in cui, per ragioni di carattere generale, gravi ostacoli si frappongono attualmente qui ad ogni programma di aiuti) occorre tener presente il peso sempre crescente che avranno, sull’atteggiamento americano nei nostri riguardi, le vicende della politica interna italiana.

Da pidi un anno, e pifrequentemente dal dicembre scorso (vedi, in proposito, il rapporto n. 15595 del 10 dicembre 1953) questa Ambasciata ha segnalato che gli americani, pure ammettendo l’importanza del problema di Trieste nel quadro della politica italiana, ritenevano che la soluzione di quel problema fosse condizione necessaria ma non sufficiente per consentire al nostro Paese di fare un sostanziale passo in avanti sulla via della rinascita democratica; e che una seconda e non meno necessaria condizione fosse costituita da un’energica azione contro il partito comunista. Oggi, dopo che il problema di Trieste è stato risolto, questo è tuttora il convincimento degli americani.

Vero è che spesso la visione delle cose nostre da parte degli americani è confusa e distorta. Vero è altresì che essi talvolta suggeriscono o pretendono cose impossibili o raccomandano metodi inopportuni (Ne abbiamo un esempio nella ormai grave questione degli «off-shore procurements», sulla quale riferisco a parte con questo stesso corriere). Tuttavia non si punon tener conto delle seguenti considerazioni.

In primo luogo, è legge costante della politica estera che il peso di ciascun paese sul piano internazionale sia determinato dalla saldezza interna del Paese medesimo (Le dittature, che, non sapendo battere la strada opposta, tendono a conseguire successi interni per sfruttarli sul piano interno, non vi sono mai riuscite se non in via transitoria e in modo effimero). L’Italia ha esperimentato anche di recente il valore di questa legge. Infatti, dopo la guerra, ha riconquistato con sorprendente rapidità una buona posizione nel campo internazionale, grazie alle realizzazioni della sua politica interna e principalmente al ristabilito ordine pubblico, alla riconquistata solidità della moneta e al buon esito delle elezioni del 1948; ed ha subìto un certo declino quando, a torto o a ragione, è sembrata non sapere sfruttare appieno quelle preziose conquiste.

In secondo luogo, riesce difficile convincere gli americani che certe cose non si possono fare in un certo modo, se contemporaneamente non si mostra loro di saperle fare in un altro modo o di saperne fare altre equivalenti o piutili.

In base a queste considerazioni, vi è da ritenere che il Governo americano sarà tanto pidisposto a non sopravalutare certi aspetti negativi della situazione italiana quanto piriceverà la sensazione che per fronteggiarli vengono prese iniziative concrete e rapide e che comunque il loro persistere, nei limiti in cui non possono essere soppressi rapidamente, non intralcia la politica «atlantica» e «europeista».

Sotto quest’ultimo aspetto, acquista speciale importanza la ratifica degli accordi di Parigi. Per consolidare l’attuale favorevole congiuntura e favorire i propositi di piefficace collaborazione italo-americana non si potrebbe fare nulla di meglio che avviare rapidamente, con prospettive di pronta conclusione, la procedura per detta ratifica.

Gradisca, Signor Ministro, l’espressione del mio pidevoto ossequio.

[Mario Luciolli]

1 DGAP, Uff. I, 1945-1960 (I versamento), b. 8, fasc. 2.

2 Il documento reca i seguenti timbri: «Inviato in copia al Presidente della Repubblica», «Inviato in copia ai Sottosegretari», «Visto dal Ministro», «Visto dal Segretario Generale» con la sigla di Zoppi.

3 Vedi DPII, Serie A, Il fallimento della CED e della CPE cit., D. 290.

174

L’AMBASCIATORE A LONDRA, BROSIO, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI(1)

T. 13908/346. Londra, 29 ottobre 1954, ore 20,29 (perv. ore 7,20 del 30).

Oggetto: Comitato ad interim Unione Europea Occidentale.

Il Comitato ad interim dell’Unione Europea Occidentale riunitosi ieri ed oggi ha preparato l’elenco delle questioni da mettere immediatamente allo studio sia per provvedere all’organizzazione dell’Unione stessa sia per quanto concerne i problemi particolari ed urgenti da risolvere.

Trasmetto con corriere odierno(2) tale elenco mentre mi riservo di inviare appena approvato in prossima seduta il rapporto relativo che verrà sottoposto a tutti i Governi affinché possano esprimere i loro punti di vista e dare istruzioni ai propri rappresentanti.

Intanto è stato deciso chiedere subito istruzioni circa l’atteggiamento da adottare nei confronti di eventuali richieste d’adesione da parte di altri Stati. Il Governo belga ha già preso posizione nel senso che tali richieste debbano essere scoraggiate sopratutto se provenienti da Paesi di diversa cultura. Altri delegati hanno espresso l’opinione che per ora non convenga favorire nuove candidature ma lasciare che l’Unione si sviluppi e rafforzi nella forma attuale che ha una cornice geografica e politica ben definita.

Prego quindi urgenti istruzioni su questo punto(3).

1 DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 332, fasc. Unione Europea Occidentale, dal 23 ottobre 1954.

2 Telespr. 4564/2343 del 29 ottobre, non pubblicato: ibidem.

3 Per la risposta vedi D. 179. Vedi anche D. 186.

175

[LA DIREZIONE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, UFFICIO I]1

Appunto(2).

TRACCIA PER L’ESPOSIZIONE DI S.E. IL MINISTRO AL CONSIGLIO DEI MINISTRI (29 ottobre 1954)

- - - - - -

In questi quattro protocolli l’Unione dell’Europa Occidentale trova le basi per la sua attività. Essa avrà quale organo direttivo un Consiglio dei Ministri ed una sua propria sede nella capitale britannica, dove già risiedeva l’organizzazione del Patto di Bruxelles, mentre l’Agenzia di controllo avrà invece sede a Parigi allo scopo di aver diretti collegamenti col NATO. Il Consiglio che [sic] prenderà normalmente le sue decisioni all’unanimità e presenterà un suo rapporto annuale ad un’Assemblea composta dai Rappresentanti dei Paesi dell’Unione all’Assemblea Consultiva del Consiglio d’Europa di Strasburgo.

3. La Repubblica Federale Tedesca entra nel NATO. Con uno speciale Protocollo firmato dai 14 Ministri degli Esteri e a somiglianza di quanto fatto in precedenza per l’adesione della Grecia e della Turchia viene decisa l’accessione della Repubblica Federale all’Alleanza Atlantica. I Rappresentanti dei Paesi membri della NATO hanno poi adottato una risoluzione destinata a rafforzare l’attuale sistema di difesa collettiva, mediante un accrescimento dei poteri del Comandante Supremo Alleato nel continente, allo scopo soprattutto di raggiungere una maggiore integrazione delle forze terrestri ed aeree.

PROGETTO DI RELAZIONE AL CONSIGLIO DEI MINISTRI (PARTE TECNICA)

Propongo pertanto l’adozione e l’immediata presentazione al Parlamento, chiedendo la procedura d’urgenza, dell’unito disegno di legge(3). Esso autorizza la ratifica degli accordi firmati a Parigi e cioè da un lato il gruppo di accordi relativi all’accessione dell’Italia e della Repubblica Federale Tedesca al Trattato di Bruxelles modificato ed ampliato, e dall’altro il protocollo relativo all’accessione della Repubblica Federale alla NATO.

A) Il gruppo degli accordi relativi all’accessione dell’Italia e della Repubblica Federale Tedesca al Trattato di Bruxelles comprende:

1) Il Protocollo che modifica e completa il Trattato di Bruxelles. Esso va considerato congiuntamente con il:

2) Trattato di Bruxelles stesso. Con l’art. 1 del protocollo, infatti, l’Italia accede a detto Trattato, con le modifiche ed aggiunte previste dal protocollo stesso e dagli altri protocolli pisotto elencati.

Il Trattato di Bruxelles, quale modificato dal protocollo, prevede tra le Parti Contraenti una stretta coordinazione delle attività economiche (art. 1), una cooperazione e collaborazione nel campo sociale (art. 2) e nel settore culturale (art. 3); stabilisce che la nuova organizzazione opererà in stretta cooperazione con la NATO (nuovo art. 4; vedi art. 3 del Protocollo); stabilisce che le Parti Contraenti, nel caso che una di esse fosse oggetto di aggressione armata in Europa, porteranno ad essa aiuto ed assistenza con tutti i mezzi in loro potere, militari e di altro genere (art. 5), salvo restando le procedure ed i poteri previsti dalla Carta delle Nazioni Unite (art. 6); impegnano le Parti Contraenti a non concludere alleanze e a non partecipare a coalizioni dirette contro l’una di esse (art. 7); stabilisce la creazione del «Consiglio dell’Unione Europea Occidentale» quale organo permanente direttivo della Organizzazione (art. 8; vedi art. 4 del Protocollo); dispone che tale Consiglio farà ogni anno un rapporto ad una Assemblea parlamentare composta dai rappresentanti delle 7 potenze all’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa (nuovo art. 9); stabilisce in principio, e salvo le riserve avanzate da ciascuno Stato, la giurisdizione obbligatoria della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja (art. 10). L’art. 11 prevede la possibilità di invitare altri Stati a far parte dell’Unione Europea Occidentale; l’art. 12 fissa in 50 anni (a partire dal 1948) la durata del Trattato.

3) Il protocollo n. II relativo alle forze armate della Unione Europea Occidentale.

Tale protocollo indica all’art. 1 i livelli massimi delle forze armate terrestri ed aeree che ciascuna delle Parti Contraenti potrà mettere a disposizione del Comando Atlantico in Europa in tempo di pace. Tali livelli sono: 1) per il Belgio, Francia, Germania, Italia ed Olanda quelli indicati nell’Accordo speciale CED. Si tratta, come è noto, di un Accordo segreto e destinato a rimanere tale per ragioni di sicurezza militare: le cifre ed altri dati in esso contenuti (di cui si allega un riassunto per esclusiva personale conoscenza degli Onorevoli Ministri) non potranno quindi essere comunicati al Parlamento cui dovranno essere fatti presenti, come gli altri Governi interessati hanno fatto e faranno, i motivi di sicurezza militare che rendono necessario il mantenimento del segreto; 2) per il Regno Unito di Gran Bretagna 4 divisioni e il «2° Tactical Air Force»: 3) per il Lussemburgo 1 reggimento. L’art. 1, al par. 3, precisa che questi massimi non impegnano le Parti Contraenti a mantenere forze a tale livello.

L’art. 2 rinvia alle decisioni da prendersi con la ordinaria procedura in seno al NATO la fissazione dei livelli delle forze navali.

L’art. 3 fissa il principio che ogni aumento ai massimi sovraindicati che venisse eventualmente raccomandato dal NATO non potrà venire attuato che se approvato unanimemente dalle Parti Contraenti.

L’art. 4 stabilisce che il Comandante Supremo in Europa fornirà regolarmente al Consiglio dell’Unione Europea Occidentale informazioni, assunte attraverso ispezioni, atte a porlo in grado di controllare che i suddetti massimi sono osservati dalle Parti Contraenti.

L’art. 5 rinvia ad una futura decisione del Consiglio dell’UEO la fissazione dei livelli delle forze di difesa interna e di polizia, tenendo conto delle loro funzioni e dei livelli attuali.

L’art. 6 contiene l’impegno della Gran Bretagna di mantenere in Europa 4 divisioni ed il «2° Tactical Air Force».

4) Protocollo n. III relativo al controllo degli armamenti. Tale protocollo:

- - -

Tale protocollo prevede la costituzione di un’Agenzia, dipendente dal Consiglio dell’UEO, per effettuare il controllo degli armamenti e fissa (art. 1 a 6) le linee generali della sua organizzazione interna. Indica le attribuzioni dell’Agenzia stessa (art. 7 a 12) ed i modi con cui svolgerà i suoi compiti (controlli statistici e di bilancio; ispezioni e visite a depositi, reparti e fabbriche); stabilisce la procedura attraverso cui verranno fissati i massimi livelli degli armamenti che ciascuna Parte Contraente è autorizzata a mantenere (art. 13 a 19). Stabilisce l’azione che verrà seguita qualora l’Agenzia constati inosservanza sia degli impegni di non fabbricazione sia dei livelli massimi di armamenti consentiti (art. 20 e 21). Stabilisce infine il principio che l’Agenzia dovrà anche seguire i movimenti di esportazione di armamenti effettuati dalle Parti Contraenti (art. 22) ed essere informata degli aiuti esterni che Stati Uniti e Canada forniranno alle Parti Contraenti (art. 23).

6) Scambi di lettere tra il Governo italiano e quello della Repubblica Federale, e gli altri Governi firmatari dei Protocolli di Parigi, con i quali i due Governi accettano, con le riserve che faranno conoscere, la giurisdizione obbligatoria della Corte Istituzionale [recte: Internazionale] di Giustizia dell’Aja. Tale scambio di lettere è apparso formalmente necessario in quanto né l’Italia né la Repubblica Federale sono firmatarie dello Statuto di detta Corte.

B) Il protocollo relativo all’accessione della Repubblica Federale Tedesca al Trattato Nord Atlantico prevede che, quando il protocollo stesso entrerà in vigore, la Germania verrà invitata ad aderire al Trattato Nord Atlantico (art. 1). Il protocollo entrerà in vigore (art. 2) quando a) esso sarà stato approvato da tutti gli attuali membri dell’organizzazione atlantica; b) saranno stati depositati tutti gli strumenti di ratifica dei Protocolli modificativi del Trattato di Bruxelles, pisopra indicati e c) sarà stato ratificato l’accordo per la permanenza delle truppe straniere in Germania firmato dalle tre Potenze occupanti e dalla Germania. Viene così stabilito il collegamento giuridico tra gli accordi relativi al Trattato di Bruxelles e l’ingresso della Germania nel NATO, i quali costituiscono in effetti, dal punto di vista politico, un unico complesso e pertanto vengono congiuntamente sottoposti al processo di ratifica.

C) Nelle Conferenze di Parigi sono state adottate altre tre importanti decisioni e cioè:

1) Una risoluzione in sede di Conferenza a Nove, con la quale i sette Paesi dell’Unione Europea Occidentale si impegnano a studiare il problema della produzione e standardizzazione degli armamenti, ed all’uopo decidono di riunire il 17 gennaio 1955 un apposito gruppo di lavoro con l’incarico di sottoporre proposte al Consiglio dell’UEO.

2) Una dichiarazione di associazione alla dichiarazione fatta dalle tre Potenze (Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti) alla Conferenza di Londra, relativa ai problemi della sicurezza europea. In tale dichiarazione si riaffermano gli intenti pacifici che guidano la politica delle Potenze Occidentali e si prende atto in particolare delle assicurazioni tedesche di rinunziare all’impiego della forza per la riunificazione della Germania; e si riconosce inoltre che il Governo della Repubblica Federale è l’unico Governo tedesco legittimamente costituito e come tale autorizzato a parlare in nome della Germania.

3) Una risoluzione in sede di Consiglio Atlantico, con la quale a) viene stabilito l’obbligo delle Parti Contraenti di mettere a disposizione del Comando Atlantico tutte le loro forze armate sul continente europeo, salvo le particolari eccezioni stabilite in sede NATO; b) vengono estese le attribuzioni del Comando Atlantico per quel che riguarda la dislocazione delle forze armate messe a sua disposizione; c) vengono stabiliti alcuni principi relativi ad una maggiore integrazione delle forze armate dei vari Paesi; d) vengono accresciute le responsabilità e le attribuzioni dei Comandi atlantici in materia logistica e e) viene stabilito che i poteri ispettivi dei Comandi atlantici verranno accresciuti.

Queste tre decisioni non debbono, per la loro sostanza e per la loro forma, essere sottoposte a ratifica parlamentare. Considerato peraltro che esse completano il quadro del sistema politico cui danno vita gli accordi di Parigi, mi proporrei di farne stato nella relazione governativa che accompagnerà gli accordi stessi al Parlamento.

Allegato I

Appunto segreto.

LIVELLI PREVISTI DALL’ACCORDO SPECIALE AL TRATTATO CED

a) Forze Terrestri I livelli previsti (al termine di tre anni dall’entrata in vigore della CED) erano i seguenti:

Belgio Francia divisioni “ 5½ 18
Germania 12
Italia 16½
Olanda 5
b) Forze Aeree I livelli previsti erano i seguenti: Belgio aereiFrancia “ 531 1989
Germania 1326
Italia 8884
Olanda 376

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 28, fasc. 100.

2 Si tratta di due appunti privi di data il secondo dei quali su carta intestata dell’Ufficio I della Direzione Generale della Cooperazione Internazionale.

3 Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, legislatura II, Documenti-Disegni di legge e relazioni, seduta del 29 ottobre 1954.

4 Nota del documento: «Con un accordo stabilito nella Conferenza di Parigi del 21/10/954 questo livello è stato portato a 1350 aerei».

176

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, CORRIAS, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

Appunto(2). Roma, 30 ottobre 1954.

Il 27 corrente ha avuto luogo a Lussemburgo la XIX Sessione del Consiglio Speciale di Ministri della CECA(3). L’Italia era rappresentata, come di consueto, dal Sottosegretario all’Industria Senatore Battista e dal Sottosegretario Dominedper le questioni riguardanti l’Accordo fra i sei Governi in materia di circolazione della manodopera.

Presiedeva per la prima volta il francese Ulver, Ministro dell’Industria, gollista anti-cedista, che ha sostituito Bourgès-Maunoury, dimissionario dopo il voto di Palazzo Borbone contrario alla CED.

I due essenziali problemi all’o.d.g. di questo Consiglio, particolarmente atteso perché era la prima sessione dopo gli avvenimenti della passata estate, riguardavano l’associazione dell’Inghilterra alla Comunità e la circolazione della mano d’opera nell’ambito della Comunità stessa.

Nell’aprire la discussione sul testo del progetto di accordo negoziato fra l’Alta Autorità e la Gran Bretagna, il Presidente Ulver ha immediatamente e decisamente sottolineato la impossibilità di pronunciarsi e di dare luogo ad una discussione proficua su un argomento così importante che, per materiale mancanza di tempo, non aveva potuto formare oggetto di studio da parte dei 6 Governi.

Da parte belga si è invece insistito per un esame, anche se non definitivo, del progetto: l’atteggiamento mediatore italiano e germanico ha infine prevalso nel senso che è stata riconosciuta l’utilità di invitare l’Alta Autorità a fare un commento, al fine di meglio illuminare i sei Governi, delle trattative svolte e del progetto di accordo raggiunto.

Ha preso allora la parola il membro dell’Alta Autorità e negoziatore dell’accordo Spierenburg il quale, ricordato come il raggiungimento di una associazione fra la Gran Bretagna e la Comunità sia stato fin dall’inizio della CECA un voto sia da parte inglese che da parte dei Paesi membri, ha dichiarato che dai primi contatti avuti con rappresentanti della Gran Bretagna era apparsa chiara l’impossibilità di raggiungere un accordo sulla base delle istruzioni a suo tempo ricevute dal Consiglio dei Ministri che prevedevano da una parte e dall’altra precisi impegni e relative contropartite. È per questo – ha aggiunto Spierenburg – che i negoziatori dell’Alta Autorità hanno ritenuto opportuno aderire al tradizionale metodo inglese e stipulare un progetto di accordo che, mentre non contiene specifici impegni, permette, nell’atmosfera che esso crea e attraverso le continue consultazioni del Consiglio di associazione, di stabilire, gradualmente e con metodo empirico, sempre pistretti vincoli fra la Comunità e la Gran Bretagna.

A questa esposizione di Spierenburg è seguita una interrogazione del lussemburghese Rasquin che desiderava conoscere il carattere e gli scopi della missione diplomatica che l’Alta Autorità, in base all’accordo, istituirebbe a Londra. La domanda di Rasquin mirava a precisare come il progressivo sviluppo sul terreno pratico dei rapporti fra la Comunità e la Gran Bretagna potesse conciliarsi con il mandato che, in base al par. 14 della Convenzione, il Consiglio dei Ministri deve dare all’Alta Autorità per le negoziazioni con i Paesi terzi.

La domanda non ha avuto risposta: è stata ritirata dallo stesso Rasquin su invito del Presidente Ulver che ha osservato aver un carattere di fondo, e non semplicemente informativo come era inteso dovesse per il momento mantenersi la discussione.

Nel richiedere quando i Governi sarebbero stati pronti ad un esame di merito del progetto di accordo, il Presidente dell’Alta Autorità Monnet ha sottolineato il desiderio inglese di poter concludere le trattative prima del 29 novembre, data di apertura della Sessione dell’Assemblea Comune. Rimane da stabilire di chi sia effettivamente questo desiderio: è chiaro come nell’attuale situazione di incertezze sull’avvenire della Comunità, presentarsi all’Assemblea con la conclusione dell’associazione con la Gran Bretagna e la firma dell’accordo per la circolazione della mano d’opera, sarebbe un successo di cui Monnet ha particolarmente bisogno.

Comunque è stato deciso che il 12 novembre a Lussemburgo, in sede di Commissione di Coordinamento, i rappresentanti dei sei Governi presenteranno le loro osservazioni e inizieranno la discussione sul progetto sottoposto all’Alta Autorità. Tale discussione sarà ripresa e conclusa a livello Ministri alla prossima Sessione del Consiglio che è stata fissata per il 22 novembre, onde dar tempo nella settimana dal 22 al 29 di procedere all’eventuale conclusione dell’Accordo con il Governo inglese.

Un netto successo è stato ottenuto nel campo della circolazione della mano d’opera, dove è stato raggiunto l’accordo intergovernativo per l’applicazione dell’art. 69 del Trattato. Su questo argomento di particolare competenza della Dir. Gen. Emigrazione riferirà direttamente a Vostra Eccellenza il Sottosegretario Domined(4) che rappresentava l’Italia al Consiglio dei Ministri ed ha sempre diretto le trattative ieri concluse.

In tutte le discussioni che si sono svolte in questa Sessione si è sentita l’atmosfera di incertezza che pesa oggi sulla CECA, e il problema eminentemente politico che la sovrasta.

La Comunità deve ritenersi ridotta ad una unione puramente economica di un settore produttivo dei 6 Paesi; o, nella mutata situazione internazionale, conserva un aspetto e una missione politica?

Il 27 corrente a Lussemburgo non è stata data una risposta a questa domanda che era nell’aria. Si è risentita invece l’impressione degli accordi economici franco-tedeschi conclusi a Parigi. Da parte dei Paesi minori, sia pure con un notevole scetticismo circa la possibilità di una stretta e profonda intesa fra le due sponde del Reno, si è accusato il timore che i grossi gruppi industriali dei due Paesi possano andare al di là delle stesse intenzioni dei politici e giungere ad una forma di dittatura franco-tedesca dell’economia europea.

Qualche accenno è anche stato fatto all’eventuale trasferimento della Comunità nella Sarre: si è delineata una tenace opposizione da parte dei Paesi che vedrebbero in questo trasferimento – in sé stesso ingiustificato oggi che pinon vi è il motivo della Comunità Politica Europea – una affermazione delle preponderanze franco-tedesche.

Si puinfine osservare che l’atteggiamento del Presidente Ulver, anche se in apparenza bonario e formalmente comunitario, lascia pochi dubbi su come oggi in Francia viene considerato il futuro della CECA.

1 Gabinetto, 1943-1958, b. 132, pos. A/68 CECA. 2 Sottoscrizione autografa. 3 Processo verbale in ASUE, CM1, 845. 4 L. del 6 novembre, non pubblicata (Gabinetto, 1943-1958, b. 132, pos. A/68 CECA).

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IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, CORRIAS, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

Appunto. Roma, 30 ottobre 1954.

Con Appunto in data odierna che qui unisco ho avuto l’onore di riferire a V.E. sulla XIX Sessione del Consiglio di Ministri della Comunità Europea Carbone Acciaio(2) nella quale è stato abbordato il progetto di associazione fra la CECA e la Gran Bretagna.

Al riguardo di tale problema mi permetto attirare l’attenzione dell’E.V. su alcuni aspetti che tale associazione presenta, oltre ai rilievi di carattere formale sollevati non appena il progetto ci è stato rimesso da Lussemburgo.

Una associazione come quella prospettata dal progetto di accordo viene a porre su un piano di parità da una parte il Governo inglese dall’altra il Governo ‒se così si potesse definire ‒della Comunità, ossia l’Alta Autorità. Ne deriva di conseguenza una posizione di inferiorità da parte dei sei Governi dei Paesi membri il cui peso nelle varie questioni da trattare con la Gran Bretagna in seno all’associazione è ridotto a 1/12 rispetto al mezzo rappresentato dal Governo inglese.

Tale questione di principio, che è insita del resto nello spirito comunitario, si presenta in modo evidente in un Accordo di Associazione cui sarebbe destinato, secondo quanto ha precisato l’Alta Autorità, un graduale sviluppo pratico conforme al tradizionale metodo empirico gradito agli inglesi.

Se infatti l’accordo con la Gran Bretagna, o in generale con un Paese terzo comportasse precisi impegni da una parte e dall’altra, sorgerebbero, sia pure attraverso il canale comunitario, dei rapporti che in pratica si risolvono fra i vari Stati. Ma il carattere associativo e consultivo del progetto in esame fa sì che in questi contatti con la Gran Bretagna i Governi dei Paesi membri vengono a rinunciare ad una loro posizione di parità.

Mi risulta, da contatti avuti a Lussemburgo, che su questa obbiezione di principio si baserà un’azione francese contraria alla conclusione dell’accordo.

Il problema, per quanto riguarda in particolare l’Italia, si pone anche da un altro punto di vista. L’Italia infatti rappresenta nella Comunità l’unico Paese consumatore e non esportatore di carbone e di acciaio. Ne consegue che nei rapporti Comunità-Gran Bretagna l’economia italiana non è interessata alle facilitazioni che da parte inglese potranno essere concesse alle esportazioni dalla Comunità di questi due prodotti, mentre attraverso le concessioni che saranno fatte dalla Comunità l’Italia viene a favorire le importazioni inglesi senza poter avere quelle contropartite che sarebbero negoziabili su un piano bilaterale.

Tale considerazione ha rilievo per il periodo transitorio durante il quale, come è noto, è riconosciuto all’Italia di poter mantenere una protezione doganale anche all’interno della Comunità: praticamente si elimina dopo il 10 febbraio 1958 con l’armonizzazione della cintura doganale della Comunità verso i Paesi terzi prevista dal Trattato. In questa situazione infatti il carbone e l’acciaio di provenienza inglese sarebbe in grado di superare qualsiasi ostacolo doganale o di contingentamento sul piano bilaterale entrando in Italia attraverso gli altri Paesi della Comunità.

Il sistema illustrato dall’Alta Autorità di una associazione, si potrebbe dire, di principio senza precisi impegni reciproci e che dovrebbe concretarsi gradualmente secondo un metodo empirico, pone senza dubbio il problema delle istruzioni che il Consiglio di Ministri è tenuto a dare in base al Trattato all’Alta Autorità per le trattative con i Paesi terzi. Infatti, con la procedura proposta dall’Alta Autorità il Consiglio si trova nella situazione di dover fissare delle istruzioni di massima e a lunga scadenza ma di non poter discutere caso per caso i progressi fatti dalla associazione, né, per esempio, l’attività quotidianamente svolta dalla Rappresentanza diplomatica dell’Alta Autorità a Londra.

Un altro aspetto che presenta il progetto di accordo è dovuto al fatto che, in base all’ordinamento del Governo inglese, sono chiamati a far parte del Consiglio di Associazione su quattro membri britannici un rappresentante del National Coal Board ed un rappresentante dell’Iron and Steel Board.

È innegabile che una simile composizione del Consiglio di Associazione, unita alla situazione che presenta la Germania in questi due settori industriali ed alla diminuita influenza politica dell’Alta Autorità, porta a vedere nella Comunità così associata all’Inghilterra il formarsi di un cartello dei produttori del carbone e dell’acciaio. Cartello al quale da parte italiana non si puche opporsi, sia perché contrario allo spirito nel quale è nato il Trattato, sia perché evidentemente contrario agli interessi del nostro Paese eminentemente consumatore.

Da queste poche osservazioni risulta come il progetto di accordo con la Gran Bretagna, sottoposto all’esame dei sei Governi, ha la paradossale caratteristica di non contenere, è vero, alcun impegno, ma di comportare una impostazione politica che appare indubbiamente sfavorevole nei riguardi di ciascun membro della Comunità. Non si puignorare d’altra parte che legami della Comunità con la Gran Bretagna e l’armonizzazione della Comunità con l’UEO sono esigenze politiche di cui mi pare superfluo sottolineare la importanza.

Il problema in definitiva si pone quindi in termini squisitamente politici. Nel quadro dello spirito comunitario che faceva della CECA una tappa, che la considerava la prima realizzazione dell’integrazione europea, le difficoltà enumerate trovavano la loro naturale soluzione: ed una soluzione trovava anche il particolare problema italiano su esposto in quanto era previsto l’estendersi del mercato comune dal settore del carbone e dell’acciaio agli altri settori economici.

Se, per le mutate circostanze inducono ad abbandonare completamente tale principio comunitario, è innegabile che l’associazione con l’Inghilterra così come è proposta non ha ragion d’essere, sia dal punto di vista dei principi che da quello pratico.

A mio avviso non sembra ancora giunto il momento di portare alla Comunità un colpo così grave: anche prescindendo da considerazioni che possono indurre a mantenere non solo in vita ma in efficiente vitalità quella Comunità che è stata senza dubbio la piconcreta realizzazione europea, occorre tener presente che l’Italia è stata fin qui la maggior beneficiaria del Piano Schuman e che se il progressivo diminuire delle protezioni doganali riconosciuteci all’inizio non mancherà di far sorgere delle difficoltà per la nostra industria siderurgica, la diminuzione dei prezzi dell’acciaio costituisce un notevole vantaggio per l’industria trasformatrice ed in particolare per la meccanica.

Ragioni specifiche quindi, oltre a considerazioni di carattere generale, in un momento di grave incertezza su quello che potrà essere il futuro assetto economico dell’Europa, sembrano indurre, a mio avviso, alla conclusione che non sia nel nostro interesse una condanna della CECA come indiscutibilmente rappresenterebbe il rigetto del progetto di associazione con l’Inghilterra. D’altra parte non mancheranno di essere sollevate numerose e gravi difficoltà: noi stessi potremmo già fare il 12 novembre(3) a Lussemburgo non poche osservazioni, ma lo spirito che mi sembra dovrebbe ispirare la nostra azione è piuttosto quello di migliorare alcuni punti dell’accordo, che di sabotare attraverso di esso la stessa Comunità.

Sargrato a V.E. delle istruzioni che vorrà impartirmi al riguardo(4).

DGAP, Uff. I, Serie Affari Politici, 1951-1957, b. 334, fasc. Piano Schuman. Comunità Europea Carbone Acciaio.

2 Vedi D. 176.
176. 3 Il 12 novembre avrebbe avuto luogo la riunione della Commissione di coordinamento: vedi D.
4 Per il seguito: vedi D. 212.
178

COLLOQUIO DEL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, CON L’AMBASCIATORE DEL REGNO UNITO A ROMA, CLARKE (Roma, 1° novembre 1954, ore 18,45)1

Appunto riservato(2).

L’Ambasciatore britannico informa il Ministro di aver avuto incarico dal Primo Ministro Churchill di invitare il Presidente del Consiglio ed il Ministro Martino a recarsi in visita in Gran Bretagna verso la fine di gennaio o l’inizio di febbraio.

Il Ministro ringrazia vivamente l’Ambasciatore, anche a nome di S.E. Scelba e del Governo per l’invito che si dichiara molto lieto di accettare. Egli prega Clarke di trasmettere i ringraziamenti del Governo italiano e suoi a Sir Winston Churchill. Informerà subito il Presidente Scelba e si riserva di indicare poi all’Ambasciatore la data preferibile, che egli pensa possa aggirarsi intorno ai primi di febbraio(3).

A una domanda di Clarke circa le nostre previsioni per quanto riguarda la ratifica degli accordi di Parigi, il Ministro risponde che si spera di riuscire ad ottenere l’approvazione della Camera dei Deputati in dicembre, prima dell’inizio delle ferie natalizie. Subito dopo il termine delle ferie si sottoporranno gli accordi al Senato la cui approvazione potrebbe aver luogo entro la fine di gennaio o le prime settimane di febbraio.

Quanto all’atteggiamento dei vari partiti in Parlamento il Governo non nutre apprensioni. Il voto affermativo di una parte della destra, oltre – naturalmente – a quello dei partiti governativi, si puconsiderare acquisito; mentre d’altra parte è da ritenersi che i socialcomunisti non intendano spingere sino al sabotaggio la loro opposizione alla ratifica degli accordi.

1 DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 29, fasc. 101.

2 Trasmesso con Telespr. 1/3493 del 2 novembre da Milesi Ferretti alla Direzione Generale degli Affari Politici e alla Direzione Generale della Cooperazione Internazionale, e per conoscenza alla Segreteria Generale.

3 La visita avrà luogo dal 15 al 17 febbraio 1955: vedi D. 298-300.

179

IL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO, ALL’AMBASCIATA A LONDRA(1)

T. segreto 10423/219. Roma, 2 novembre 1954, ore 18.

Suo 3462.

A noi sembra allargamento Unione Europea Occidentale non vada incoraggiato. L’accessione dei Paesi scandinavi, che allo stato attuale sembrerebbe quella eventualmente pifacile, diluirebbe, almeno in questa fase, consistenza attuale associazione e non favorirebbe auspicabili concreti sviluppi europeistici nei settori civili che ci interessano mentre accrescerebbe peso considerazioni politico-militari estranee a settore geografico che pidirettamente ci riguarda. Neppure accessione Turchia, che pure in base a sole considerazioni militari potrebbe interessarci di pi ci sembra per il momento da incoraggiare anche per lasciarci maggiore libertà di manovra nei confronti Alleanza Balcanica.

Ad ogni modo tenga presente che, ove si profilasse inevitabile accessione Paesi scandinavi, noi in linea di principio ci adopereremmo allora per allargamento Unione anche a Sud-Est.

Comunque ci pare in linea generale che tale questione in questo momento sia piuttosto atta a complicare anziché facilitare processi ratifica. In conclusione riteniamo opportuno che prima di ogni altra decisione Consiglio UEO inizi, dopo ratifica, sua attività3.

1 Telegrammi segreti originali 1954, partenza, vol. II.

2 Vedi D. 174.

3 Brosio rispose con T. segreto 14132/354 del 3 novembre: «Il punto di vista di V.E. corrisponde, sia pure per motivi diversi, con quello espressomi da questo Governo, e di cui ho riferito con rapporto n. 2372 di ieri» (DGAP, Uff. IV, Versamento CED, 1950-1954, b. 29, fasc. 101), a proposito del quale vedi D. 182.

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IL DIRETTORE GENERALE DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, MAGISTRATI, AL MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI, MARTINO(1)

Appunto riservato 20/27042. Roma, 2 novembre 1954.

Oggetto: Conversazione italo-francese.

A norma dell’istruzione impartita da Vostra Eccellenza, ha avuto luogo ieri, sotto la presidenza di S.E. il Segretario Generale, una prima riunione, con la partecipazione del nostro Ambasciatore in Parigi, in merito alla preparazione dell’incontro italo-francese, previsto per la seconda decade del prossimo dicembre.

In tale riunione sono già stati messi in luce alcuni punti, tanto di politica generale, quanto concernenti specifici problemi e questioni esistenti tra i due Paesi. Altra riunione è prevista per il pomeriggio di sabato prossimo, 6 corrente(3).

Qui appresso si indicano i punti di carattere generale:

1. Formazione e funzionamento dell’Unione dell’Europa Occidentale. Mentre si è già dato inizio, in Italia, alla procedura parlamentare di urgenza per la ratifica degli Accordi di Parigi e mentre in Francia quel Governo si prepara a fare, nei prossimi giorni, altrettanto, appare opportuno prendere, innanzitutto, in considerazione l’eventualità e l’opportunità di un allargamento dell’Unione stessa a mezzo dell’adesione di altri Paesi. In proposito, e attraverso segnalazioni, tanto dell’Ambasciatore Brosio4, quanto di altri nostri Rappresentanti diplomatici, si ha l’impressione che, in primo luogo, esisterebbe una tendenza, da identificarsi con alcuni ambienti britannici, intesa a sollecitare l’ingresso, nella Unione, dei Paesi nordici e particolarmente della Norvegia. Un’altra «avance» è stata compiuta, come è noto, anche dalla Turchia.

Non si punegare che tali adesioni vanno viste con estrema prudenza, in quanto-ché esse sono destinate, in un modo o nell’altro, a modificare la primitiva fisionomia UEO, facendone sempre pi in un certo senso, un doppione della NATO, con conseguente possibile confusione di indirizzi e di attribuzioni. Un aumento, inoltre, dei Paesi partecipanti non potrebbe non rendere sempre piproblematica quella ripresa di maggiori contatti politici ed economici tra i sei Paesi dell’antica CED, contatti che, anche se oramai in un quadro associativo e non picomunitario, noi dobbiamo augurarci possano essere ripresi ed accresciuti. Naturalmente la questione è complessa e va vista con largo spirito di comprensione e sopratutto senza affrettate decisioni.

In tali condizioni ‒e anche per non compromettere già in partenza, con troppo profonde novità, il lavoro necessario per ottenere, nel pibreve tempo possibile, la ratifica parlamentare alla quale si è sopra indicato – saremmo dell’idea, in tema di conversazioni italo-francesi, di far presente l’opportunità che l’UEO, prima di nuove adesioni, possa mettersi in marcia nel quadro e con la fisionomia previsti dagli Accordi di Parigi.

2. Accordi speciali franco-tedeschi e situazione dell’Italia. Per quanto sia evidentemente prematuro vedere, nella realtà, le conseguenze e le possibili effettive applicazioni dei recenti accordi franco-tedeschi, pur tuttavia stimiamo necessario far presente, fin dal primo momento, come il nostro Paese non intenda rimanere del tutto estraneo a combinazioni di tale natura. In tal senso ci siamo già, come è noto, espressi con gli Americani, in occasione della recente visita a Roma del Direttore Generale della FOA, Stassen.

Con tale presa di posizione noi intendiamo sopratutto indicare come la ripresa dei rapporti bilaterali nell’Europa Occidentale, specie al momento dell’inizio dell’attività dell’UEO, sarebbe del tutto controproducente, anche ai fini delle non lievi ripercussioni in seno alle opinioni pubbliche.

È forse non facile giudicare fin da ora in quali forme ed in quali possibilità l’Italia possa innestarsi nel complesso delle intese franco-tedesche, specie in merito ad eventuali afflussi di capitali per lo sviluppo di iniziative produttive, particolarmente in zone europee od africane ancora atte a simili impieghi. Ma quel che occorre con i Fran