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DECIMA SERIE

AVVERTENZA

l. Il presente volume, settimo ed ultimo della serie decima, .contiene il materiale relativo al periodo 15 dicembre 1947-7 maggio 1948, corrispondente alla seconda fase del quarto ministero De Gasperi, che prese vita quando, in coincidenza con la partenza delle ultime truppe alleate d'occupazione, i partiti socialdemocratico e repubblicano entrarono ufficialmente nel governo (Giuseppe Saragat e Randolfo Pacciardi divennero vice presidenti del Consiglio) a fianco di democristiani e liberali, dando maggiore consistenza alla sua base parlamentare e inaugurando quella formula politica, la coalizione centrista, che avrebbe governato il Paese per molti anni. La data finale del volume non corrisponde invece allo spirare del quarto ministero De Gas peri (che si ebbe comunque pochi giorni dopo), bensì alla conclusione del "periodo provvisorio" della vita politico-costituzionale dello Stato italiano, cui questa decima serie è stata dedicata, in base alla decisione presa nel dicembre 1990 dal ministro degli esteri, su proposta della Commissione, di protrarre la pubblicazione dei Documenti Diplomatici Italiani oltre l'antico termine dell' 8 settembre 1943 e di dividere le nuove serie per legislature, includendo in una serie di passaggio tutto il materiale compreso tra quella data e l 'inizio della prima legislatura repubblicana, che si aprì 1'8 maggio 1948. Il volume ha dunque termine il giorno precedente.

Gli elementi di fondo che costituiscono le coordinate generali entro cui leggere e valutare il materiale contenuto in questo volume sono essenzialmente due: sul piano internazionale, la "guerra fredda", che riceve simbolicamente la sua ufficializzazione con la pubblicazione da parte degli Stati Uniti, nel gennaio 1948, della raccolta di documenti Nazi-Soviet Relations sui rapporti germano-russi 1939-1941, contenente il noto protocollo segreto del 23 agosto 1939 firmato da Ribbentrop e Molotov; sul piano interno, l'indizione nel febbraio e lo svolgimento delle elezioni per la prima legislatura repubblicana, che si celebrarono il 18 aprile 1948. Questi due elementi non riguardavano solo separatamente la politica estera e quella interna dell'Italia, ma avevano anche una profonda reciproca connessione: se la guerra fredda divideva il mondo in due schieramenti contrapposti, il risultato delle elezioni avrebbe stabilito in quale dei campi l 'Italia si sarebbe idealmente collocata, considerato che le maggiori forze politiche italiane, i partiti socialista e comunista uniti nel Blocco del popolo, da un lato, e, dall'altro, la Democrazia cristiana affiancata dai partiti minori della coalizione centrista, facevano più o meno esplicito riferimento nei loro programmi e nella loro propaganda ai due modelli di vita che allora si confrontavano sulla scena internazionale.

Fu questa connessione che determinò, nelle due questioni lasciate parzialmente insolute dal trattato di pace del l O febbraio 194 7, quella delle colonie e quella del Territorio Libero di Trieste, l'inatteso annunzio, il 14 febbraio 1948, che l'Unione Sovietica era divenuta favorevole alla restituzione all'Italia delle sue colonie prefasciste sotto forma di amministrazione fiduciaria, e l'invio, il 20 marzo 1948, della nota anglo-franco-americana all'Unione Sovietica con la quale le tre Potenze occidentali le proponevano di restituire all'Italia tutto il Territorio Libero di Trieste. Sono argomenti molto noti sui quali la documentazione qui pubblicata non apporta rilevanti novità ma consente di precisare le reazioni italiane e quel poco di iniziativa che fu possibile di assumere al Governo. De Gasperi e Sforza erano vivamente impegnati su entrambi i problemi: sul primo, Sforza cercava in ogni modo di pungolare i rappresentanti dei paesi sedenti a Londra nel Consiglio dei Supplenti che doveva predisporre la decisione sulla sorte delle colonie; e, sul secondo, già nell'ultimo scorcio di febbraio egli concorse attivamente a fare dell'offerta sovietica per le colonie l'occasione per ottenere qualcosa dagli Occidentali in materia di Territorio Libero di Trieste. Tutto quello che interessava i due temi è stato ampiamente pubblicato. Manca solo nel materiale esistente una traccia dei due cruciali colloqui che l'ambasciatore americano Dunn ebbe con De Gasperi il 12 e il 15 marzo 1948. Sono state effettuate tutte le ricerche archivistiche possibili: resta da cercare fra le carte personali del presidente De Gasperi, la cui indisponibilità è stata più volte ricordata. È certo deludente doversi affidare per essi alle fonti americane, alle quali occorre anche fare esclusivo riferimento, come si è ricordato nell'avvertenza al volume precedente, per la fornitura di armi all'esercito italiano.

Nel medesimo colloquio De Gasperi-Dunn del 15 marzo si concluse anche la vicenda dell'invito all'Italia a partecipare al costituendo patto dell'Unione occidentale, negoziato aperto pubblicamente dal discorso pronunciato alla Camera dei comuni dal ministro degli esteri britannico Bevin, il 22 gennaio 1948. Le reazioni italiane erano state fin dall'inizio tiepide, ma leggendo la documentazione si percepisce che, insieme a varie ragioni di fondo, ebbe un'influenza negativa l'eccidio di Mogadiscio dell' 11 gennaio 1948, nel quale persero la vita cittadini italiani. Le reazioni ufficiali del Governo italiano furono particolarmente energiche con la messa in stato d'accusa delle locali autorità britanniche d'occupazione. Né fece velo la delicata posizione internazionale del Paese. Tutti i telegrammi d'istruzioni in proposito sono corretti e firmati direttamente da Sforza, come si può constatare dalla documentazione sull'argomento largamente pubblicata a memoria del sacrificio di alcune decine di italiani a ostilità ormai da tempo concluse.

Tra la documentazione importante inclusa nel volume è da ricordare poi quella relativa ai rapporti ancora difficili con l'Austria, la Jugoslavia e la Grecia. Con Vienna, è in fase di attuazione l'accordo De Gasperi-Gruber nelle parti da concordare con l'Austria, ma alla sollecitudine con cui si procede da parte italiana non corrisponde una uguale buona disposizione

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dalla parte austriaca, dove è ancora ben sensibile la delusione per la mancata modifica della frontiera del Brennero. Con Belgrado, a parte le esitazioni che si manifestano nella delimitazione dei confini, e la questione dell'esodo degli italiani dalla penisola istriana, c'è la difficoltà di stabilire un dialogo confacente a due Paesi vicini e non più in conflitto. E qui la vera materia del disagio è l'insoddisfazione jugoslava per la mancata annessione di Trieste. Con Atene, infine, il ricordo degli eventi bellici continua ad essere vivo, nonostante il compenso ricevuto della cessione di Rodi e del Dodecanneso. Le molte profferte di amicizia, da entrambe le parti in questo caso, rimangono discretamente sterili.

L'ultimo capitolo degno di nota è quello contenuto nella documentazione sul negoziato per la progettata Unione doganale italo-francese. Neanche qui si realizzano sostanziali progressi. Ma la cosa non sorprende: i francesi avevano accolto la proposta di Sforza con limitato entusiasmo e la trattativa bilaterale non incide sui rapporti tra i due Paesi perché viene quasi a confondersi con i temi maggiori di natura multilaterale nei quali essi sono impegnati, dalle ultime battute del negoziato O.E.C.E. alle questioni di Trieste, delle colonie e dell'incombente problema della sicurezza per l'Europa occidentale. Le relazioni con i grandi Paesi, nelle diverse problematiche in cui si scompongono, costituiscono ovviamente la parte preponderante della documentazione qui pubblicata. La corrispondenza con Washington, Londra, Parigi e Mosca rappresenta più dei tre quinti dell'intero volume e spiccano le firme di Tarchiani, Gallarati Scotti, Quaroni e Brosio. Uno solo di loro appartiene alla carriera, Pietro Quaroni, e non manca di colpire la coincidenza che si debbano alla sua penna i dispacci più significativi, per logica politica e conoscenza delle situazioni, che si trovano nel volume.

2. La documentazione su questi temi e sugli altri minori che formano l'intero arco della politica estera italiana del periodo, proviene quasi esclusivamente dai fondi dell'Archivio storico del Ministero. In particolare dalla serie degli Affari politici, da quella degli Affari economici, che non ha però offerto, essendo poco ordinata, tutto il materiale che doveva contenere, e dalla raccolta dei telegrammi ordinari e segreti, utilizzando per questi ultimi, come in precedenza, gli originali che sono, in partenza, quelli direttamente firmati dal ministro, e in arrivo quelli non parafrasati. I fondi della Segreteria generale e del Gabinetto sono divenuti dal 194 7 magra cosa per effetto dell'ormai completo ritorno della trattazione degli affari alle direzioni generali competenti per materia. Un discreto apporto, soprattutto per la corrispondenza telegrafica date le lacune e le imperfezioni della raccolta ministeriale, è venuto dai fondi delle quattro ambasciate maggiori, Washington, Parigi, Londra e Mosca, che potranno offrire un contributo ancora maggiore alla ricerca quando saranno ordinati. Altra documentazione si è rinvenuta nell'Archivio centrale dello Stato che conserva una parte dell'archivio privato del conte Sforza. L'altra parte, che si trova ancora presso gli eredi, è stata consultata a Strasburgo per gentile concessione della contessa Anna Sforza. L'interessamento dell'amb. Fausto Bacchetti ha consentito di attingere all'archivio privato di Manlio Brosio ancora, ad eccezione del diario, presso la sua abitazione torinese. Del materiale proveniente dagli archivi esterni al Ministero si è data come di consueto l'indicazione della provenienza.

3. -Una parte del materiale qui pubblicato era conosciuta attraverso gli esiti delle ricerche compiute negli archivi pubblici e privati da vari studiosi appena lo ha consentito la normativa archivistica o gli eredi lo hanno permesso. Nondimeno, la documentazione presentata in questo volume conserva larghi margini di novità sia per la riproduzione integrale dei singoli documenti sia per la sua completezza panoramica in rapporto ai vari problemi della politica estera italiana del tempo; ed integra largamente quanto era noto attraverso la documentazione straniera, in particolare quella contenuta in Foreign Relations of the United States, 1948, vol. I, Genera/; The Uniled Nations, Part l, Washington, United States Govemment Printing Office, 1975; vol. III, Western Europe, id. 1974. Quanto alle testimonianze dei protagonisti maggiori e minori, sono riprodotti brani di documenti o accenni ad essi in CARLO SFORZA, Cinque anni a Palazzo Chigi: La politica estera italiana dal 1947 al 1951, Roma, Atlante, 1952; ALBERTO TARCHIANI, Dieci anni tra Roma e Washington, Verona, Mondadori, 1955; EGIDIO ORTONA, Anni d'America, vol. I, La ricostruzione: 1944-1951, Bologna, Il Mulino, 1984; MANLIO BROSIO, Diari di Mosca, 1947-1951, a cura di Fausto Bacchetti, Bologna, Il Mulino, 1986; ADSTANS (Paolo Canali), Alcide De Gasperi nella politica estera italiana (1944-1953), Verona, Mondadori, 1953. 4. -La preparazione di questo volume è stata resa possibile dalla collaborazione solerte della Segreteria della Commissione. Hanno prestato la loro opera per la ricerca archivistica le dott. Antonella Grossi, Francesca Grispo, Ersilia Fabbricatore e Paola Tozzi-Condivi. Alle stesse si deve anche la predisposizione redazionale del materiale scelto. Inoltre Antonella Grossi ha provveduto alla preparazione dell'indice-sommario, Francesca Grispo della tavola metodica, Ersilia Fabbricatore delle appendici e Paola Tozzi-Condivi dell'indice dei nomi. A loro si deve anche la correzione delle bozze. Infine alla signora Fiorella Giordano si deve il coordinamento con il Poligrafico per la stampa del volume. Esprimo a tutti il mio più vivo ringraziamento per la collaborazione ricevuta, che per le dott. Grossi e Grispo è stata anche una costante e preziosa assistenza al mio lavoro di curatore del volume.

PIETRO PASTORELLI


DOCUMENTI
1

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 17060/379. Mosca, 15 dicembre 1947, ore 17,44 (per. ore 18).

Telegramma 17728'.

Stamane Gusev mi ha detto di avere attentamente esaminato le ragioni da me espostegli nei giorni precedenti e di averle trasmesse al suo Governo. Mi ha aggiunto di avere in seguito ricevuto il testo della lettera della E.V. nonché notizia del passo dalla E.V. compiuto verbalmente con Kostylev a Roma. Mi ha riferito infine di aver avuto comunicazione del mutamento di direttive del Governo inglese e delle condizioni alle quali era subordinato ma di non avere ancora notizia diretta di uguale mutamento del Governo francese. Su questo punto gli ho dato le necessarie precisazioni e gli ho sviluppato ancora le ragioni giuridiche e politiche secondo le quali la nostra richiesta, mentre non poteva considerarsi tale da intaccare principio revisione, non avrebbe potuto essere rifiutata senza provocare risentimento opinione pubblica italiana. Pur rilevando che tale risentimento a suo avviso non sarebbe stato giustificato di fronte al tenore del trattato, Gusev ha concluso che ad ogni modo la questione era attualmente allo studio del Governo sovietico e che per il momento egli non poteva darmi una risposta definitiva. Gli ho risposto che data la imminente scadenza del termine mi ritenevo autorizzato a comunicare al mio Governo di attendere tale risposta definitiva Governo sovietico e egli mi ha risposto consentendo. Mi ha pure aggiunto che la risposta sarà trasmessa contemporaneamente a Roma tramite Kostylev ed a me tramite il medesimo Gusev2.

Pur non potendosi fare previsioni è mia impressione che nuovo atteggiamento britannico abbia influenzato sovietici e che il fatto che U.R.S.S. abbia consentito riesaminare questione, malgrado precedente risposta negativa datami da Gusev, autorizzi un certo cauto ottimismo.

2

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 17087/808. Parigi, 15 dicembre 1947, ore 19,35 (per. ore 8 del 16).

Schuman mi ha fatto chiamare per chiedermi trasmettere al presidente De

l l Vedi serie decima, vol. VI, D. 806. 2 Vedi D. 5.

Gasperi a nome suo personale ed a nome del Governo francese vive felicitazioni per rapidità fermezza con cui Governo italiano ha superato crisi romana.

Schuman ha aggiunto che Governo francese convinto analogia situazione italiana e francese segue con particolare interesse e simpatia azione ad un tempo ferma e democratica che Governo italiano sta compiendo per superare difficile crisi ed è pienamente conscio del fatto che quanto accade nell'uno dei due Paesi, non può non influenzare quanto accade nell'altro.

Mi ha chiesto poi qualche chiarimento in merito odierno rimaneggiamento ministeriale del quale si è parimenti felicitato'.

3

L'AMBASCIATA DELL'UNIONE

DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE A ROMA

AL MINISTERO DEGLI ESTERI

NOTA VERBALE 454. Roma, 15 dicembre 1947.

L'ambasciata dell'Unione delle Repubbliche Sovietiche Socialiste in Italia presenta la sua stima al Ministero degli affari esteri d'Italia, ed in unione con la nota del Ministero del 3 novembre di quest'anno', ha l'onore di comunicare quanto segue:

Il 30 settembre 19472 l'ambasciata dell'U.R.S.S. a Roma ha fatto conoscere al Ministero degli affari esteri d'Italia che l'ambasciata sovietica, andando incontro al desiderio del Governo italiano, come pure prendendo in considerazione l'entrata in vigore del trattato di pace, acconsente di ricevere a Mosca una delegazione italiana per svolgere delle trattative e per concludere degli accordi relativi ai problemi economici e commerciali.

In relazione a ciò il Governo sovietico esprime il suo consenso alla proposta del Governo italiano, esposta nella nota del Ministero n. 34337/63 del 3 novembre di questo anno, riguardante il programma delle suddette trattative circa il problema della conclusione di un accordo relativo allo scambio di merci e dei pagamenti. Relativamente a ciò viene preso in considerazione che nel caso di un accordo raggiunto circa le forniture all'Unione sovietica di merci che l'interessano, in prima linea dei prodotti nel ramo di costruzione di macchine, nel ramo della lavorazione di metalli, della costruzione di navi e della elettrotecnica, dell'industria italiana, potrebbero essere presi in considerazione con benevolenza, con qualche eccezione i desideri del Governo italiano, esposti nella suddetta nota del Ministero, relativa alla nomenclatura delle forniture sovietiche per l'Italia.

2 Vedi serie decima, vol. VI, D. 546.

Insieme con ciò, il Governo sovietico, prendendo in considerazione le decisioni del trattato di pace, che riguardano le riparazioni, crederebbe opportuno di includere nel programma delle trattative il problema circa la conclusione di un accordo relativo a questo problema.

Oggetto di trattative dovrebbe essere, secondo l'opinione del Governo sovietico, anche il problema circa la conclusione di un accordo relativo al commercio e alla navigazione, quale base normale per lo sviluppo delle relazioni commerciali negli interessi di ambedue i Paesi3.

2 l Per la risposta di De Gasperi vedi D. 29.

3 l Non pubblicata, ma vedi serie decima, vol. VI, DD. 658 e 726.

4

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 17101/1097. Washington, 16 dicembre 1947, ore 2,28 (per. ore 9,30).

Mio telegramma 10851.

Senato e Camera approvata legge interim aid quale segnalata telegramma citato. Manifestasi qualche difficoltà in comitati stanziamenti che contano peraltro ultimare lavori entro settimana per passaggio anche leggi stanziamenti prima fine sessione speciale. Lovett, visto ieri, sta personalmente adoperandosi mantenere somma per tre Paesi europei più elevata possibile. Amministrazione e Senato tendono escludere nuovamente Cina. Comitato stanziamenti Camera acconsentirebbe defalcando però 60 milioni Cina e riducendo somma a 537 milioni. Dipartimento confida in compromesso su cifra aggirantesi 550-560 milioni. Si manterrebbe flessibilità fra somme vari Paesi. Svolgo ogni possibile azione per tentare assicurare Italia somma approssimativa 200 milioni.

5

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. URGENTISSIMO 17002/380. Mosca, 16 dicembre 1947, ore 10,50 (per. ore 11).

Riferimento precedente corrispondenza I comunico che notte scorsa ho avuto

al quale Brosio rispose con il D. 31. Per la risposta italiana vedi D. 97.

comunicazione che nostra richiesta per sottomarini era stata favorevolmente riesaminata ed accolta e che erano state date istruzioni ad ambasciata sovietica Roma di dame comunicazione S.V. Certamente S.V. ne sarà già al corrente; ad ogni modo trasmetto comunicazione per debito d'ufficio2.

3 3 Fransoni comunicò il contenuto della presente nota verbale con il T. 17950/159 del 19 dicembre

4 l Vedi serie decima, vol. VI, D. 803.

5 1 \edi D. 1.

6

IL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 17116/227. Atene, 16 dicembre 1947, ore 13 (per. ore 17).

Mi riferisco al telegramma di V.E. n. 28248 del 6 settembre u.s.I.

Mi permetto far presente a V.E. che la ricostruzione economica della Grecia viene attuata dalla AMAGA attraverso l'esclusiva partecipazione diretta e le forniture di ditte americane, ricostruzione già iniziatasi nel quadro dell'aiuto finanziario americano. Stimo che risulti, anche teoricamente, impossibile qualsiasi combinazione economica italo-greca mirante alla ricostruzione in questa condizione. Ritengo pertanto che ogni azione di questa legazione tendente ad una collaborazione economica italo-greca difficilmente potrà concretizzarsi se ad AMAGA, i cui poteri in questione di ricostruzione sono ampissimi, non vengano impartite opportune istruzioni applicando le direttive e lo spirito del piano Marshall ad eventuali combinazioni economiche italo-greche. Sembrami pertanto opportuno ottenere un tempestivo fiancheggiamento di Washington ai miei prossimi primi personali contatti ufficiali con questi ambienti americani che avrò dopo la presentazione delle credenziali. Stamane, durante il colloquio col generale Papagos e col cerimoniere Levidis mi è stato confermato ·che detta presentazione avrà luogo il giorno 27 corrente.

7

L'AMBASCIATORE A NANCHINO, FENOALTEA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1353/401. Nanchino, 16 dicembre 1947 (per. il 7 gennaio 1948).

Il telespresso ministeriale urgente n. 1726 dell'Il ottobre! contenente istruzioni circa la questione coloniale è qui pervenuto in data l o dicembre.

Alle considerazioni in esso svolte avevo comunque già ispirato il passo che, in relazione all'inizio dei lavori della Conferenza dei sostituti a Londra, ritenni opportuno di compiere al riguardo presso questo ministro degli esteri e sul quale riferii con telegramma n. 015 del 2 novembre2. Non ho mancato di compiere successivamente nuovi passi, intrattenendomi, in particolare, sia con il vice ministro amministrativo dr. Yeh, sia coi capi dei dipartimenti competenti e ho provveduto a consegnare il materiale inviatomi da cotesto ministero.

Trasmetto intanto qui di seguito il riassunto di telegramma di istruzioni inviato da questo ministro degli esteri all'ambasciatore di Cina a Londra sulla questione delle colonie italiane, di cui è stato possibile ottenere riservata notizia.

Il telegramma esordisce con l'affermazione che la Cina desidera vedere realizzate nell'organizzazione post-bellica quelle premesse che hanno ispirato la lotta delle potenze democratiche e che hanno trovato consacrazione sia nella Carta atlantica sia nello Statuto delle Nazioni Unite. Esse sostanzialmente si concretano nel riconoscimento del principio dell'autogoverno e del diritto dei popoli di vedere attuate le loro legittime aspirazioni nazionali. Per quanto riguarda i paesi non ancora indipendenti, la Cina ritiene che debbano essere messi in atto tutti i mezzi possibili perché essi possano, nel più breve tempo, raggiungere la necessaria maturità politica. Il primo problema che si pone a questo riguardo -prosegue il telegramma -è quello del futuro delle ex colonie italiane: problema che interessa l 'O.N.U. anche perché tali ex colonie si trovano sulla via che unisce l'Occidente all'Oriente.

Per quanto riguarda la Libia -prosegue il telegramma -la Cina è dell'avviso che essa abbia raggiunto quel grado di sviluppo che giustifica il riconoscimento immediato della sua piena indipendenza. Se tuttavia tale indipendenza non potesse essere accordata, la Cina non si opporrebbe ad una sua amministrazione in trusteeship, purché tale amministrazione fosse di breve durata e la data di scadenza preventivamente fissata: ciò che assicurerebbe lo sforzo maggiore da parte dell'amministrazione fiduciaria nel creare le condizioni materiali e morali necessarie al riconoscimento della piena indipendenza.

Per quanto riguarda l'Eritrea e la Somalia, la Cina si rende conto che esse non sono ancora in grado di amministrarsi da sé. Pertanto la Cina propone il trusteeship, essendo compito dell'amministrazione fiduciaria di compiere ogni sforzo per la valorizzazione del paese nell'interesse degli indigeni e per l'educazione e lo sviluppo delle masse.

Il telegramma conclude con l'affermazione che la Cina raccomanda ai sostituti dei ministri degli esteri che unico loro obiettivo sia quello del benessere delle popolazioni interessate, all'infuori di ogni altra consideraziope.

Da quanto precede, nonché dall'insieme dei passi compiuti e dai contatti qui avuti traggo le impressioni che riassumo qui di seguito.

a) Per le ben note ragioni ideologiche e di opinione pubblica, questo Governo non mancherà di raccomandare -come soluzione preferibile in linea di prin

cipio -la concessione dell'indipendenza alla Libia: ma non parmi allo stato attuale delle cose, avere l'intenzione di irrigidirsi su questo punto.

b) Questo Governo-affermata la sua posizione a favore del trusteeship (sia pure, per quanto concerne la Libia, come soluzione subordinata) -non ritiene per ora di pronunciarsi su chi debba essere la potenza amministratrice. Esso preferisce attendere che il problema si ponga in modo concreto e che le maggiori potenze si siano pronunciate su questo punto.

c) La nostra aspirazione ad ottenere l'amministrazione fiduciaria dei nostri antichi possedimenti è considerata da questo Governo con comprensione amichevole e -come anche mi fece intendere questo ministro degli esteri -senza alcuna preconcetta ostilità nei nostri confronti. E sebbene anche in una recente occasione (questione palestinese) la Cina abbia evitato di scontentare il mondo arabo, credo di potere escludere che questo Governo abbia preso, nei riguardi del problema delle nostre colonie, impegni contrastanti con le nostre aspirazioni.

d) Il ministro degli esteri, personalmente, accarezza l'idea di forme di trusteeship collettivo (anche in relazione al futuro assetto degli ex possedimenti del Giappone) senza tuttavia che ciò abbia finora dato luogo ad alcun progetto o manifestazione definita in tal senso. La maggioranza dei suoi collaboratori, con cui ho conferito (e in particolare il vice ministro e il direttore degli affari europei), non mi ha però nascosto essere scarsamente convinta della praticabilità di una tale formula, che solleverebbe fra l'altro delicati problemi di scelta e di esclusioni.

e) Comunque -come già detto -non si prevede qui che questo Governo sia chiamato a manifestare il suo atteggiamento in modo più preciso di quanto non lo abbia sinora fatto, o con specifico riferimento alla scelta della potenza fiduciaria, se non in un secondo tempo.

Mi propongo pertanto di mantenermi in contatto con questi ambienti responsabili onde cercare di influire in senso per quanto possibile a noi favorevole sulla ulteriore determinazione del loro atteggiamento, e di tenerne informato codesto ministero.

5 2 Sforza rispose, in pari data (T. s.n.d. 17811/158): «Mi compiaccio con V.E. per risultato raggiunto e la prego esprimere codesto Governo nostra riconoscenza per spirito comprensione ed amicizia dimostratoci in questa circostanza».

6 l Riferimento non rintracciato; vedi, per l'argomento, serie decima, vol. VI, D. 781.

7 l Vedi serie decima, vol. VI, D. 596.

7 2 /hid., D. 684.

8

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PERSONALE 17189/382. Mosca, 17 dicembre 1947, ore 12,15 (per. ore 8,30 del 18). Suo telegramma 158'.

8 I Vedi D. 5, nota 2.

Sue parole di apprezzamento mi sono giunte estremamente gradite e sono soprattutto lieto che le finalità morali e economiche dalla S.V. tenacemente perseguite siano state felicemente realizzate.

Aggiungo che in risposta scritta pervenutami ieri sera Gusev, confermandomi adesione Governo sovietico, ha sottolineato che esso ha il fine di consentire l'utilizzazione del materiale dei sottomarini per le necessità della economia italiana di pace ed è pure data in vista della assicurazione del Governo italiano di non considerarla né come un atto di revisione né come un precedente per la revisione del trattato di pace.

Non mancherò di ringraziare Governo sovietico in conformità sue istruzioni.

9

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

T. 17870/561. Roma, 17 dicembre 1947, ore 14,10.

Voglia trasmettere Bevin seguente mia risposta a suo gradito messaggio' occasione partenza truppe alleate:

«Best thanks your message on occasion departure Allied troops. Your wishes are our wishes since we know that only through path of freedom and democracy we may attain our rapid reconstruction of Europe and for this great task we are decided to closely collaborate with you».

10

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 17192/1106. Washington, 17 dicembre 1947, ore 21 (per. ore 8,30 del 18).

Fallimento conferenza Londra era largamente scontato in ambienti governativi parlamentari e da opinione pubblica. Mancano finora commenti ufficiali in attesa rapporto del Segretario di Stato alla radio annunciato per venerdì sera.

Prime impressioni personalità e giornali possono così riassumersi: l) Confermata impossibilità giungere pace col mezzo Consiglio quattro ministri, si renderà necessario trovare nuova procedura che potrebbe consistere, con avviamento per tradizionali vie diplomatiche, in convocazione conferenza generale di tutti i Paesi effettivamente belligeranti. 2) Fallimento conferenza Londra ha approfondito frattura tra i Paesi occidentali e la Russia con conseguenza inevitabile rafforzamento cooperazione tra democrazie e organizzazione unitarie tre zone Germania occidentale su piano politico ed economico nonostante persistenti resistenze francesi. 3) Governo americano considererebbe almeno per il momento esaurita possibilità accordo con U.R.S.S. su problemi pace. Politica estera americana si avvierebbe perciò fase maggiore realismo che, tenendo conto situazioni di fatto creatasi Paesi controllati da U.R.S.S., tenderebbe ad impedire ulteriori sviluppi espansionismo russo.

9 l Il testo del messaggio di Bevin era il seguente: «Now that in accordance with the Peace Treaty the last of the Allied Forces have been withdrawn from Italy, I desire to send to you my best wishes for the future of your country. I am convinced that the Italian peoples will seek its destiny along the paths of democracy and freedom and that the great task of European reconstruction to wich they have alike devoted themselves will bring the ltalian and Brìtish people closer together than ever in the past».

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L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 17195/993. Londra, 17 dicembre 1947, ore 21,50 (per. ore 8,30 del 18).

Mio telegramma 987'.

Questione riparazioni avendo portato Conferenza ad un punto morto essa si è sciolta con rinvio sine dice resta cioè soltanto aperta possibilità invero oggi molto incerta di nuova convocazione. Irrigidimento Marshall di fronte atteggiamento altrettanto intransigente di Molotov ha determinato schieramento senza riserva con gli Stati Uniti da parte delle altre due Potenze occidentali.

Per atteggiamento Gran Bretagna mi riferisco a quanto comunicavo con telegramma 9442: nonostante disposizioni con cui Bevin si accingeva ad affrontare conferenza, sviluppi della medesima hanno dovuto convincerlo della impossibilità di un'azione difforme da quella nordamericana.

Per quanto relativamente rapido, presente sviluppo situazione non giunge inatteso; comunque stampa odierna riproduce integralmente esaurienti dichiarazioni Bevin con cui si risponde accuse sovietiche e si muovono rimostranze all'U.R.S.S. Una prova della cura minuziosa con cui si vuole illuminare opinione pubblica è data da odierno Times quasi interamente dedicato all'avvenimento attraverso inserzioni che vanno da riassunto comunicato Tass a discorso Eden, significative corrispondenze dalla Germania.

Intero orientamento, che corrisponde alle vedute ufficiose elementi responsabili anglo-americani, è che più nessun ostacolo dovrebbe frapporsi all'accelerata attuazione piano Marshall.

11 l Vedi serie decima, vol. VI, D. 809. 2 Ibid, D. 760.

lO

Da persona vicina alla delegazione francese mi viene assicurato che fusione tre zone sarebbe primo passo decisivo al quale Parigi non aderirebbe peraltro senza avere ricevuto una contropartita.

Continuando supplenti loro lavori trattato pace con l'Austria, stampa lascia credere, come accenna del resto agenzia Tass, che nuovi sforzi per intesa saranno continuati su questo terreno.

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IL MINISTRO A VIENNA, COPPINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 17320/444. Vienna, 18 dicembre 1947, ore 16 (per. ore 23).

Stampa odierna pubblica informazione proveniente agenzia ufficiosa austriaca secondo la quale corrispondente altoatesino avrebbe inviato telegramma di protesta a presidente del Consiglio perché questi avrebbe espressamente rifiutato di tener conto della volontà della popolazione altoatesina nella preparazione del progetto per l'autonomia e questo su violazione dell'accordo De Gasperi-Gruber.

Suggerirei che da parte italiana ufficialmente si dichiarasse che tale informazione non corrisponde realtà in quanto consultazioni con rappresentanti partiti altoatesini circa autonomia sono state regolarmente esplicate. Tale scopo ricordare costoro che presidente dichiarò delegazione austriaca per opzione che, data ristrettezza tempo e necessità presentare progetto di legge Costituente, non sarebbe stato possibile continuare più ampie consultazioni pur mantenendosi sempre in contatto con rappresentanti partiti popolari alto-atesini I.

13

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 173311994. Londra, 18 dicembre 1947, ore 20,18 (per. ore 8 del 19).

Mio 9681.

Mi sono incontrato stamane con Gruber che aveva chiesto di vedermi. Mi ha

intrattenuto lungamente sulla questione autonomia Alto Adige nelle seguenti linee: -secondo informazioni pervenute da «circoli alto atesini» progetto autonomia non soddisfa elemento allogeno che lo considera in contrasto con accordi di Parigi;

-detti circoli hanno avanzato determinati suggerimenti circa modo in cui Governo austriaco dovrebbe a loro parere intervenire nella faccenda ma Governo ritiene che suo migliore contributo a una soluzione sia quello di appellarsi direttamente al Governo italiano (per parte mia mi sembra probabile che tale più mite consiglio di non ricorrere ai tramiti alleati sia stato dato a Gruber dagli inglesi);

-ciò premesso Governo austriaco, in vista anche felice risultato conversazioni su questione opzioni, è particolarmente ansioso che si raggiunga soluzione soddisfacente ed è convinto che ciò potrebbe essere ottenuto riprendendo nostra consultazione con minoranza di lingua tedesca;

-ciò presuppone però che non si propongano ora misure che «potrebbero provocare forte opposizione da parte sud-tirolesi», e Governo austriaco desidera pertanto chiedere a quello italiano «di continuare suoi sforzi per giungere a una intesa con minoranza allogena prima di presentare al Parlamento provvedimenti legislativi».

Ho risposto più o meno come mi ero espresso il 6 corrente con Leitmaier2, mettendo in chiaro che non mi ritenevo autorizzato discutere questione e che Londra non era comunque sede più propizia. Ho aggiunto a titolo affatto personale che situazione in Alto Adige mi risultava assai migliorata dopo accordi di Parigi nonostante azione disturbatrice di alcuni gruppi allogeni estremisti spesso privi comprensione e buona volontà. Poiché come ho accennato sopra è mia impressione che Governo britannico non sia all'oscuro della cosa, mi proporrei, nell'eventualità che Foreign Office prenda iniziativa di farmene parola, di confermare salvo diverse istruzioni dell'E.V. quanto abbiamo sinora mantenuto in merito alla inopportunità che una questione di carattere interno italiano sia fatta oggetto di interventi esterni.

12 l Fransoni trasmise questo documento ed il successivo D. 13 alla Presidenza del Consiglio con Telespr. 16/40248/c. del 23 dicembre 1947, aggiungendovi la seguente annotazione: «Alla luce di quanto precede questo ministero è d'avviso che sarebbe opportuno da parte italiana far giungere a Vienna qualche precisazione circa la nostra posizione al riguardo che venga a troncare sul nascere ogni eventuale speculazione politica austriaca in tema di autonomia regionale per l'Alto Adige e a sottolineare la nostra aderenza allo spirito e alla lettera dell'accordo Gruber-De Gasperi. Questo ministero si rimette a codesta on. Presidenza per il tenore di tali precisazioni».

13 l Vedi serie decima, vol. VI, D. 782.

14

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 17332/384. Mosca, 18 dicembre 1947 (per. il 19)'.

Pravda pubblica oggi lunga corrispondenza da Londra relativa fallimento sessione Consiglio ministri. In sostanza in essa russi accusano ancora più apertamente e chiaramente Marshall aver non solo provocato rottura dei negoziati di Londra ma di

14 l Manca l'indicazione delle ore di partenza e di arrivo.

non aver appositamente raccolto nessuna delle varie proposte conciliative fatte da Molotov appunto per arrivare alla rottura, aiutato in tale sua attitudine servilmente da inglesi e francesi; vengono anche elencate varie proposte sovietiche, vengono evidenziati sforzi Molotov per evitare rottura e atteggiamento Marshall diretto invece affrettare fine lavori. Infine viene sottolineato che proprio per azione delegazione americana sessione chiusasi senza neppure fissare data nuova riunione.

È molto difficile da Mosca poter dare sereno giudizio sull'andamento lavori sessione Londra e sulle effettive cause rottura. Però è opinione diffusa taluni circoli diplomatici che si tengono equidistanti fra sovietici da una parte e angloamericani dall'altra che effettivamente mentre Molotov, pur mantenendosi rigido e concedendo lentamente, tendeva continuare discussioni, sia stato Marshall a troncarle rapidamente se non per un precostituito disegno almeno nella convinzione che prolungamento sessione sarebbe stato inutile.

13 2 Ibidem.

15

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI

T. PER CORRIERE 17915. Roma, 18 dicembre 1947.

Suo 227'.

V.S. sa che idea collaborazione italo-ellenica nel quadro piano Marshall è stata sempre da noi apprezzata e tenuta presente. Per applicarla occorre, oltre naturalmente entrata in vigore piano stesso, che Governo opinione pubblica americana siano consenzienti e che in base a ciò si aggiusti il meccanismo dei finanziamenti previsti dal piano e tale nuova forma che uscirebbe dai binari stabiliti.

Perciò prendiamo contatto subito con competenti organi americani2 perché la questione sia posta allo studio fin da adesso e nostra attitudine, oltreché di V.S., nei riguardi codesti ambienti potrà profilarsi solo allorché reazione americana per lo meno di massima ci sia nota.

Riservomi quindi ulteriori comunicazioni3.

16

L'AMBASCIATORE AD ANKARA, PRUNAS, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 17899/0178. Ankara, 18 dicembre 1947 (per. il 30).

Questo presidente del Consiglio che ho visto ieri, ha voluto essere informato

2 Vedi D. 75.

1 Per la risposta vedi D. 41.

della situazione interna italiana e dei suoi ultimi sviluppi. Ho particolarmente insistito sul fatto, che la prospettiva della distanza mi pare ponga in maggiore e più spiccato rilievo, che i mutamenti nella struttura governativa aumentano, e cioé rafforzano le sue basi democratiche. Diminuiscono parallelamente di altrettanto i rischi di urto fra gli estremi.

Ha ascoltato con molta attenzione. Gli pare che, stando così le cose, il Governo De Gasperi sia, e sino alle elezioni, «in una botte di ferro». È molto lieto di constatarlo.

15 l Vedi D. 6.

17

L'AMBASCIATORE AD ANKARA, PRUNAS, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE l 7900/0 l 79. Ankara, 18 dicembre 1947 (per. il 30).

A proposito delle recenti dichiarazioni Truman sull'Italia, in occasione del ritiro delle truppe americane, questo ministro degli esteri mi ricorda che analoghe accuse sono state mosse al suo Governo, non dai turchi, che sono, in politica estera, unanimi, ma dagli orientali, a quelle mosse dalle sinistre al Governo italiano.

«L'intervento nordamericano in Turchia è -mi dice -strettamente inquadrato negli accordi di assistenza, che sono stati da noi liberamente negoziati e discussi col più scrupoloso rispetto della nostra autonomia e indipendenza. Mi pare che, per quello che vi riguarda, i limiti dell'interesse nordamericano siano segnati nel trattato di pace e nelle disposizioni dell'O.N.U.: interesse cioé legittimo.

I tre quarti dell'azione staliniana in Italia, come in Francia, sono del resto ha concluso -diretti in sostanza, non tanto contro De Gasperi o Sforza, ma contro Truman. È dunque chiaro perché attacchi di questo genere. vi sono mossi e perchè continueranno, con sempre crescente insistenza, ad esservi mossi». ·

E poiché il ragionamento mi pare non facesse una grinza, non ho avuto che a confemiarlo.

18

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1141/16053/4015. Parigi, 18 dicembre 1947 (per. il 23).

Il fallimento della Conferenza di Londra che, dopo alcune settimane di indecisione, si è bruscamente determinato sulla questione delle riparazioni, non credo abbia colto di sorpresa nessuno dei partecipanti alla riunione; certo non ha colto di sorpresa il Governo francese. Il pessimismo di Bidault era noto; egli me lo aveva manifestato senza mezzi termini prima della sua partenza per Londra, aggiungendo che questa volta la Francia non intendeva di compiere nessun sterile tentativo di mediazione.

La posizione della Francia nella Conferenza, come ho già riferito, era preventivamente fissata da fattori che direi fatali, superiori alla stessa volontà di Bidault

o di chiunque fosse stato al suo posto, da fattori cioè che si riconnettevano sia alla generale situazione internazionale sia anche a quella interna francese. La delegazione francese a Londra ha regolato quindi la sua condotta sui piani prestabiliti, non ha cavato fuori nessuna «linea francese» su nessuna questione -anche l'estremo tentativo del generale Cherrière per l'Austria sembra sia stato sepolto ed ha limitato modestamente il suo ruolo nell'ombra del gran protagonista americano, lasciando svolgere gli avvenimenti verso la loro fatale conclusione.

La definitiva costituzione di due campi avversi, la necessità di addivenire all'organizzazione delle due Germanie non colgono quindi il Governo francese impreparato e se vi sono, certo, serie preoccupazioni per la via in cui ineluttabilmente ci si sta mettendo, non vi sono d'altra parte perplessità e esitazioni sulla scelta e sul modo di agire. Da mesi -ne ho scritto fin dal settembre! -il Quai d'Orsay andava dicendo che, non facendosi illusioni sulla possibilità di un accordo sulla Germania, si andava lentamente preparando alla inevitabile rottura. Così di tanto in tanto riveniva fuori 'la notizia che la Francia nell'eventualità di un fallimento della Conferenza di Londra, avrebbe rotto gli indugi e scelto la sua via, accettando di collaborare cogli anglo-americani alla formazione della Germania occidentale. Simili notizie, frutto di indiscrezioni ora di Parigi ora di Londra ora di Washington, venivano ufficialmente smentite, ma erano poi in realtà più o meno cautamente confermate nei colloqui confidenziali al Quai d'Orsay.

Il lavorio di conversazioni e d'incontri che si è svolto durante l'autunno, e sul quale ho costantemente tenuto al corrente codesto Ministero, aveva già portato, prima a Londra, ad un allineamento fra francesi e anglo-americani sulla questione tedesca; allineamento per il momento soprattutto morale e di massima perché si era voluto, allora, evitare di arrivare a precisi accordi diplomatici onde impedire che i russi, che ne avrebbero certamente conosciuto l'esistenza, potessero accusare i loro interlocutori a Londra di aver preventivamente sabotato la conferenza.

Chiusasi la conferenza sembra quindi che non assisteremo ad un «cambiamento a vista», ad un immediato ufficiale inquadramento francese nella politica germanica degli anglo-americani, ma che si inizierà un'interessante fase di negoziati, di cui il primo e importante passo è già avvenuto con il colloquio dell'altro ieri tra Marshall e Bidault a Londra.

Bidault nelle dichiarazioni alla stampa che ha fatto a Londra subito dopo la fine della Conferenza, è stato oltremodo prudente e riservato; si è limitato a dire che l'inclusione della zona francese nella Bizona non era «impossibile». Evidente

18 ' Vedi serie decima, vol. VI, D. 463.

mente egli prima di addivenire ad un accordo che è ormai inevitabile, cercherà di aggiudicarsi i massimi possibili vantaggi. Già nella conferenza stampa di cui sopra ha accennato alle condizioni a cui la Francia connetterebbe la sua partecipazione alla Bizona: Sarre, sicurezza, organizzazione federativa della Germania, distacco politico della Renania, partecipazione francese al controllo e all'amministrazione della Ruhr.

Questi sono, come è facile rilevare, gli stessi problemi che la Francia ha presentato ogni volta che si è discusso a quattro sulla sorte della Germania e che evidentemente essa cercherà ora di rimettere sul tappeto nelle conversazioni a tre

o a due. Questi punti di vista francesi sono stati troppo sovente e troppo ampiamente esposti per presentare delle novità, ma altrettanto noti e ben definiti sono i correlativi punti di vista americani, nei cui confronti ora, eliminato l 'interlocutore sovietico, le tesi francesi si trovano faccia a faccia. Si tratterà di vedere in quale modo queste riusciranno ad armonizzarsi con quelli.

Ho cercato di conoscere in proposito l'opinione di questa Ambasciata d' America, opinione che credo utile riferire, tenendo presente che detta Ambasciata, non avendo avuto ancora notizia del colloquio londinese, esprime più che altro opinioni personali.

Per la Sarre, mi è stato detto, non esiste un problema e del resto in questi giorni l'annessione sta diventando cosa fatta. La Francia rinuncia ad attendere il benestare sovietico e valendosi dell'autorizzazione anglo-americana procede senz'altro alla realizzazione delle sue aspirazioni.

Per la sicurezza il problema è alquanto più complesso. La sicurezza è evidentemente una preoccupazione non solo francese ma anche americana, per quanto in America il problema sia visto differentemente. Il Governo americano ha fatto al tempo della Conferenza di Mosca una precisa proposta per un accordo di garanzia a quattro; questa proposta rimane ancora viva anche se uno degli eventuali partecipanti vi si è sottratto. La Francia quindi potrà trovare piena soddisfazione per le sue aspirazioni di sicurezza in un trattato di alleanza che leghi i tre paesi occidentali, diretto ad impedire qualsiasi ritorno offensivo della Germania. È una forma di sicurezza di cui la Francia non può sottostimare l'importanza, è la prima volta infatti che l'America prenderebbe simili impegni in Europa.

Quanto all'organizzazione federale della Germania, l'America vi è ora più che mai contraria, dopo che il giuoco russo di puntare sul nazionalismo tedesco si è a Londra chiaramente precisato. Un conglomerato di statarelli privi o quasi di legame, oltre a rappresentare un assurdo regresso storico, diventerebbe facile preda dell'attrazione nazionalistica che la Russia non mancherà di irradiare dalla sua zona. Il vero pericolo che sovrasta alla Francia è la ricostituzione di una Germania unitaria sotto l'egida sovietica, la minaccia che graverebbe sulle frontiere francesi non avrebbe precedenti nella storia. La Francia dovrà convincersi che il miglior modo di fronteggiarla è quello di accettare il punto di vista americano su una organizzazione vitale ed efficiente della Germania occidentale.

Circa la Ruhr e in generale la partecipazione francese alla futura Trizona, anche qui, si osserva da parte di questa ambasciata d'America, vi potranno essere delle difficoltà se i francesi fossero troppo esigenti. Si è inteso vagamente parlare di richieste francesi di partecipazione all'amministrazione e al controllo su basi di parità, di diritto di veto e simili. Tutto ciò è abbastanza assurdo. Bisogna tener presente che gli Stati Uniti stanno concludendo con l'Inghilterra un accordo per cui il 75% delle spese e delle responsabilità della Bizona peseranno su di loro; è evidente che il posto che potrà essere fatto alla Francia non potrà avere che una modesta importanza. Ciò anche prescindendo dal fatto che l'istallazione della Francia su basi di parità o quasi nella Trizona potrebbe causare gravi molestie agli americani se il Governo di Schuman dovesse domani cedere il posto non dico ad un governo comunista, ma anche ad un Governo del generale de Gaulle sulla cui intrattabilità gli americani hanno una vecchia esperienza.

Fin qui le considerazioni di questa ambasciata d'America; esse mi sembrano abbastanza sensate e verosimili e fanno pensare che le trattative che s'inizieranno non saranno delle più semplici né delle più piacevoli per il Governo francese. Dietro il compenso di un trattato di alleanza cogli Stati Uniti che sanzionerebbe in maniera vistosa la definitiva rinuncia a una qualsiasi politica di equilibrio, la Francia dovrebbe abbandonare gran parte di quelli che sono stati sinora, a torto o a ragione, i punti di vista classici della sua politica sulla Germania.

D'altra parte l'evoluzione politica che si è venuta compiendo in Francia e altresì l'atteggiamento che la Francia ha già tenuto in questioni analoghe-in cui pure i suoi punti di vista divergevano considerevolmente da quelli americani come per esempio sul livello della produzione dell'acciaio -fanno pensare che anche in questi più vasti e più definitivi accordi l'ultima parola resterà inevitabilmente agli americani. Il Governo francese cercherà, come ha fatto finora, di assicurarsi soprattutto qualche immediato e sostanziale vantaggio economico, abbandonando gradatamente -e più nascostamente possibile per non irritare un'opinione pubblica ancora nutrita di illusioni di grandezza -quelle sue vedute che si vanno dimostrando utopistiche e irrealizzabili, tanto che i colloqui si svolgano a quattro quanto che essi abbiano luogo a tre.

19

IL MINISTRO A BERNA, REALE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. I/5107/1718. Berna, 18 dicembre 1947 (per. il 23)

Mio telespresso n. 1/3803/1243 in data 11 settembre 19471. Dal12 al14 dicembre, si è tenuta a Gastaad una riunione del Comitato esecutivo dell'Unione parlamentare europea. Allo scopo di far conoscere i risultati di questa riu

nione, il segretario generale dell'Unione, conte Coudenhove-Kalergi, ha convocato a Berna, nel pomeriggio del 15 dicembre, una conferenza stampa, alla quale sono intervenuti, con giornalisti svizzeri, alcuni corrispondenti di agenzie e di giornali stranieri.

Il principale risultato della riunione di Gastaad è stato la convocazione di un'assemblea plenaria del Movimento pan-europeo, per l'8 settembre 1948, a Interlaken, con il nome di «Congresso parlamentare per la costituzione degli Stati Uniti di Europa». La data del Congresso è stata scelta perché coincide con il centenario dell'accettazione della Costituzione federale svizzera. Oggetto principale delle discussioni del Congresso sarà un progetto di costituzione degli Stati Uniti d'Europa. Il Comitato esecutivo ha approvato gli statuti dell'Unione elaborati dal deputato francese de Menthon ed ha affidato allo stesso Coudenhove-Kalergi il segretariato della Commissione di propaganda. R. W.G. Mac Kay, presidente del Gruppo parlamentare del partito laburista per la federazione europea, è stato nominato a sostituire alla vice-presidenza dell'Unione il vice presidente britannico King, che si è dimesso a seguito della sua nomina a segretario parlamentare per la ricostruzione.

Rispondendo ad alcune domande rivoltegli dai giornalisti presenti, il conte Coudenhove-Kalergi ha confermato che il Congresso di Interlaken non avrà carattere ufficiale, e che negli organi direttivi del Movimento paneuropeo è prevalso il concetto di invitare al Congresso solo i deputati di paesi i cui governi siano liberamente eletti e perciò ad esso non parteciperanno i rappresentanti dell'U.R.S.S. e di altri Stati.

Nella discussione, sono intervenuti i deputati italiani on. Russo-Perez e Patricalo. Il primo ha osservato che il movimento diretto alla costituzione degli Stati Uniti d'Europa si ispira al principio che soli possono appartenervi i Paesi che abbiano un regime democratico ed ha messo in particolare rilievo il fatto che l'Italia, alla quale è stato imposto un ingiusto trattato di pace, è oggi alla testa del movimento federalista europeo. Il secondo ha messo in luce l'opportunità di svolgere un'intensa propaganda fra le popolazioni affinché queste possano a loro volta agire efficacemente sui rispettivi parlamenti e governi.

A conclusione della riunione, il conte Coudenhove-Kalergi ha ricordato che altri movimenti ed altre iniziative tendono allo stesso scopo propostosi dall'Unione parlamentare europea, citando, a tale proposito, il piano Marshall, Benelux, il progetto di unione doganale fra l 'Italia e la Francia, il Movimento per il riarmo morale ed i vari movimenti federalisti europei, ed ha rilevato l'importanza di un messaggio di adesione inviato dal ministro italiano degli affari esteri, conte Sforza.

19 l Vedi serie decima, vol. VI, D. 450.

1

suo programma, il pessimismo si era accentuato e, come ebbi occasione di riferire a proposito delle ripercussioni in Svizzera della dichiarazione di Varsavia, si disse chiaramente che la nuova organizzazione comunista avrebbe dato il colpo di grazia alla Conferenza.

I primi giorni dei lavori di questa non potevano che confermare le previsioni, e se in qualche momento le notizie da Londra facevano intravedere qualche possibilità d'intesa su qualche argomento singolo, come quello della produzione dell'acciaio in Germania, nessuno si è fatto illusioni sulla possibilità che quei parziali riavvicinamenti potessero preludere ad un successo finale. Soprattutto dopo i violenti attacchi fatti da Molotov il 12 corrente, il fallimento prossimo era annunziato da tutti i corrispondenti da Londra, cosicché l'annunzio ufficiale del rinvio sine die non ha sorpreso nessuno e non ha neppure dato luogo a molti commenti. Questi, del resto, sono stati unanimi nel riconoscere che la Conferenza portava in se stessa i germi dell'insuccesso, perché da quando era stata indetta al momento in cui si è riunita, tutti gli avvenimenti sul piano mondiale non hanno fatto che approfondire ed allargare l'abisso che separa le due concezioni in contrasto e che si sono cristallizzate nelle due formule: piano Marshall e Kominform. Naturalmente, è unanime la condanna dei metodi di Molotov che, secondo quanto viene riferito dai corrispondenti londinesi, questa volta ha tenuto un contegno così ostinatamente aggressivo e provocatorio, da fare ammirare la pazienza colla quale i tre altri ministri degli esteri lo hanno sopportato senza rompere anche prima le trattative. A Molotov, oltre l'ostinato rifiuto circa le riparazioni, viene specialmente rimproverata l'insistenza colla quale ha preteso che fossero sentiti i rappresentanti del cosiddetto «Congresso del popolo tedesco», nei riguardi del quale, del resto, questa stampa aveva mostrato la massima diffidenza fino dal momento in cui ne era stata conosciuta la convocazione.

Circa le conseguenze che potrà avere il fallimento della Conferenza, si può notare che, in genere, tutti i giornali cercano di attenuarle, nel senso che, anche se la scissione del mondo in due parti è più evidente che mai, non se ne vuole dedurre che essa debba necessariamente cambiare la «guerra fredda» attuale in guerra senza aggettivi, ed a tal proposito si afferma da varie parti che ciò è impossibile perché nessuno può fare oggi la guerra. A queste considerazioni ottimiste fanno raffronto quelle pessimiste sulle difficoltà sempre crescenti che tale stato di cose, che allontana sempre più la vera pace, dovrà avere per tutta la situazione mondiale, rendendo sempre più difficile ogni forma di collaborazione in qualsiasi campo. Al tempo stesso, si contesta che l'atteggiamento di Mosca ha già contribuito fortemente, e con tutta probabilità contribuirà ancora di più, ad una più stretta collaborazione della Francia colle Potenze anglosassoni. Non si esclude affatto che fra breve si arrivi ad una fusione economica delle tre zone occidentali della Germania, anche se si presta in genere poca fede alle voci secondo le quali tale fusione preluderebbe ad una pace separata delle Potenze occidentali colla Germania occidentale. Sulla base delle informazioni di stampa non è ben chiaro, tuttavia, che cosa l'Inghilterra e l'America accorderebbero alla Francia per farla desistere dall'atteggiamento che ha finora tenuto nei riguardi della fusione delle tre zone e per dare eventualmente modo a Bidault di accettarla, senza troppo esporsi agli attacchi che da sinistra e da destra potrebbero venirgli per avere abbandonato il punto di vista sostenuto finora.

Una separazione ancora più netta che finora fra la Germania orientale e quella occidentale era stata prevista costantemente per il caso del fallimento della Conferenza, ed è data adesso per sicura, anche se non dovesse accadere quello che del resto non si esclude affatto, e cioè che i sovietici, intensificando la loro azione nella zona orientale, facessero proclamare dai loro satelliti tedeschi la «Repubblica della Germania orientale».

Dato l'interesse particolare che in Svizzera si porta a tutto quello che riguarda l'Austria, si esprime un particolare rincrescimento perché neppure nel campo del trattato di pace con essa, e sempre per l'ostinazione russa, si sia fatto il minimo progresso, anche se tutti i ponti non sono stati formalmente rotti. Comunque. si ripete essere ingiusto che la «prima vittima delle aggressioni naziste» debba ancora attendere per conoscere il suo destino, mentre i satelliti piò o meno zelanti del nazismo hanno già da tempo concluso le loro paci.

Circa l'avvenire dei rapporti dei «Quattro Grandi», da varie parti si esprimono dubbi sulla possibilità che il Consiglio dei quattro ministri degli esteri, istituito a Potsdam, possa sopravvivere a questo scacco. Si ricorda bensì che anche la Conferenza di Londra nell'autunno del 1945 si separò senza fissare la data per la prossima riunione, e che le trattative furono continuate per via diplomatica; ma nel caso attuale, si fa notare, le difficoltà per una ripresa sono molto maggiori, soprattutto perché l'America è attualmente più che altro impegnata a creare fatti nuovi nel campo della ricostruzione europea, compresa la Germania occidentale. mentre la Russia, dal canto suo, non resterà certamente inattiva; anzi tutto fa prevedere che, precisamente per gli insuccessi subiti recentemente in Francia ed in Italia, essa fra non molto inizierà nuove manovre e nuove azioni.

Col massimo scetticismo vengono accolte le voci giornalistiche circa la pos sibilità -e soprattutto le probabilità di successo -di una presa diretta di con tatto degli anglosassoni con Stalin.

21

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI. AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 17389/1001. Londra, 19 dicembre 1947, ore 21,30 (per. ore 9,30 del 2U)

Prendendo spunto da dettagliata rassegna fatta ieri ai Comuni da Bevin (che ha terminato con l'affermare essere preferibile discutere situazione internazionale dopo vacanze parlamentari poiché Governo britannico prima adottare «gravi deci. sioni per futuro» intende studiare problema in tutti i suoi aspetti), ho parlato lungamente con Sargent delle prospettive che si sono aperte col fallimento della conferenza ministri esteri.

Nel suo pensiero, che corrisponde del resto a quanto mi è stato detto ieri an che da Jebb e da Millar, la situazione si può riassumere nei seguenti termini: a prescindere dal disaccordo sulle particolari questioni tedesche che hanno offerto motivo occasionale per interruzione lavori, la base della presente incompatibilita della politica sovietica con quella degli Alleati occidentali sta nel fatto che Russia ritiene che attuazione piano Marshall potrà essere impedita da azione comunista nel continente e da opera ritardatrice contro unificazione economica della Germania. Tale constatazione non può che aumentare interesse britannico negli avvenimenti politici di Francia ed Italia (a tale proposito mi ha espresso compiacimento Governo britannico per allargamento basi nostro Governo) e determinazione smentire

U.R.S.S. coi fatti impostando su basi concrete piano Marshall inteso non esclusivamente come una somma di aiuti finanziari americani ma come pratica collaborazione Paesi europei sul terreno economico e quindi anche morale e politico.

Sargent non si nasconde che, pur senza giungere ad avvenimenti tragici, prossimi mesi saranno molto duri appunto per questa competizione tra Oriente ed Occidente destinata ora ad accentuarsi e nella quale Gran Bretagna condivide punto di vista americano (sia pure con «minori impazienze»). Sarà cioè necessario provare a fondo vantaggi regimi democratici che occorre instaurare al più presto nella Germania occidentale.

È opinione di Sargent che soltanto quando sarà convinta che non dispone dei mezzi per impedire ricostruzione europea sulle linee anzidette, Russia potrà mostrarsi disposta modificare propria politica in misura tale da consentire collaborazione su basi accettabili per i Paesi occidentali.

22

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

"i. 17390/1111. Washington, 19 dicembre 1947, ore 21,36 (per. ore 9,30 del 20).

Mio telegramma l 0931. Presidente Truman presentato oggi Congresso messaggio per programma ricostruzione europea. Ne riassumo i principali punti:

a) Programma mira a provvedere fondi per ricostruzione e non solo relief, ad assicurare che fondi e rifornimenti vengano usati modo più efficace, ad evitare pesi finanziari eccessivi per Europa pur restringendo più possibile costo per U.S.A., a non depauperare risorse nazionali U.S.A., ed a consentire saggia ed efficiente amministrazione, in armonia con altri impegni internazionali U.S.A.

b) Ammontare aiuti da parte U.S.A. per intero periodo quattro anni e tre mesi con inizio l 0 aprile p. v. valutato 17 miliardi complessivamente.

c) Chiesto specifico stanziamento per primo periodo 15 mesi in ragione 6 miliardi 800 milioni (risulta che tale ulteriore diminuzione dovuta revisione finale Bureau of Budget).

22 I Del 15 dicembre, con esso Tarchiani preannunciava l'imminente discorso di Tmman riassunto nel presente telegramma.

d) Oltre tali aiuti Truman, pur riconoscendo che maggior peso per aiuti spetta U.S.A., ha dichiarato attendersi che altri Paesi (menzionato specificatamente Canada) ed istituti internazionali quali Banca mondiale integrino aiuti americani.

e) Accordi bilaterali tra U.S.A. e Paesi partecipanti impegneranno questi ultimi a: l) promuovere produzione avendo di mira raggiungimento indipendenza da aiuti esterni; 2) adottare misure necessarie per stabilizzazione monetaria; 3) cooperare con altri Paesi per riduzione barriere doganali; 4) fare efficace uso risorse nazionali nel quadro programma comune ricostruzione europea; 5) stimolare produzione «carte specifiche materie prime facilitandone ottenimento da parte U.S.A. per proprie riserve quando siano in eccesso bisogni locali e commerciali»; 6) depositare conto speciale moneta locale ottenuta «per uso da farsi soltanto previo accordo tra i due Paesi»; 7) dar pubblicità aiuti e fornire informazioni circa loro uso e progressi compiuti.

f) Indicata preferenza per concessioni gratuite pur raccomandando anche prestiti a seconda possibilità ogni singolo Paese. g) Raccomandata vendita o temporaneo trasferimento navi surplus anche per evitare troppo pesanti esportazioni acciaio. h) Programma include anche Germania occidentale, per i cui bisogni essenziali però verranno proposti speciali stanziamenti. i) Incoraggiata al riguardo ripresa traffici tra Europa occidentale ed orientale perché vengano ricondotti normalità. l) Proposta speciale «administratiom> governativa non dipendente da Dipartimento di Stato con rappresentanti presso vari Paesi partecipanti.

23

IL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 17527/051. Atene, 19 dicembre 1947 (per. il 22).

Telegramma stampa 234 del 19 c.m.! e telespresso 2391/940 del 5 c.m.2.

Giornale populista Agropolis pubblica questa mattina un'intervista, di cui trasmetto a parte il testo, concessa dal ministro degli esteri Tsaldaris ad un giornalista italiano, Giorgio Tazartes, qui venuto sotto un'indiretta copertura di corrispondente Ansa. L'intervista, che, dedicata per maggior parte ai rapporti itala-greci, è presentata dal giornale come «eccezionale», mentre riprende principi già altre volte svolti contiene dichiarazioni del tutto nuove.

La risposta alla prima domanda del giornalista quale sia la linea direttiva politica estera ellenica nei confronti dell'Italia, è nello spirito ed in parte nella forma identica

23 I Non pubblicato. z Vedi serie decima. vol. VI, D. 781.

alle dichiarazioni fatte da Tsaldaris al corrispondente del New York Times. Si desidera cioè un graduale riavvicinamento amichevole che porti ad un rafforzamento dei rapporti tra i due Paesi, determinati dalla generale situazione europea e dalla posizione dell'Italia e della Grecia nel Mediterraneo.

Risposta concludesi con la convinzione che sviluppo rapporti itala-greci sarà approvato da tutti coloro che credono ideali O.N.U.. Si potrebbe ritenere che con tale accenno all'O.N.U. Tsaldaris abbia voluto maggiormente precisare di quanto non fosse nelle precitate dichiarazioni al giornale americano la forma della auspicata intesa itala-greca: collaborazione intesa al mantenimento dello status qua mediterraneo ed avente il carattere di intesa regionale nel quadro dell'O.N.U ..

Di particolare importanza sembrami dichiarazione ministro Tsaldaris, che trascrivo integralmente, in risposta alla domanda quale gesto da parte italiana avrebbe come risultato far dimenticare aggressione ed accelerare riavvicinamento tra due Paesi: «Ciò che contribuirà a tale fine è la fedele e sincera applicazione da parte dell'Italia delle clausole del trattato di pace». Sono note a V.E. le aspirazioni di buona parte di questa opinione pubblica che considera necessario da parte italiana un gesto di amicizia e di comprensione assolutamente al di fuori degli impegni derivanti all'Italia dal trattato di pace. Non manca anche chi ritiene esistere inoltre per nostro Paese degli obblighi, di natura piuttosto morale, dato che non sono stati riconosciuti dal trattato stesso. In particolare ricordo il credito reclamato dalla Grecia dei 60 milioni di dollari corrispondenti ad anticipo fatto dalla Banca di Grecia per spese occupazione.

Devesi pertanto riconoscere a dichiarazioni Tsaldaris, se pure corrispondano giusta valutazione reale situazione italiana, coraggio e sincera piena volontà formare cordiale atmosfera amicizia due Paesi.

Segnalo infine all'attenzione dell'E.V. seguente risposta ministro e quesito se Grecia fosse disposta assumere iniziativa riavvicinamento più stretto con Italia con scopo ultimo la conclusione di un Patto mediterraneo: «È tanto forte la nostra fede in tale idea che la Grecia sarebbe disposta a sviluppare qualsiasi iniziativa in tale direzione».

Per una richiesta poi del tutto inopportuna del corrispondente, nell'intervista è stata di nuovo sollevata l'idea della possibilità di un viaggio ad Atene dell'E.V. La vaghezza della risposta e l'incertezza sul quando e in che occasione la visita dovrebbe effettuarsi sembrano peraltro costituire conferma del fatto che il primo annuncio datone dal ministro Tsaldaris l'estate scorsa si riferisce piuttosto ad un proprio desiderio che a una promessa ricevuta.

24

IL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 2504. Atene, 19 dicembre 1947 (per. il 22).

Mi onoro riferire sui primissimi contatti. La presenza in Atene d'un ministro d'Italia per la prima volta dopo la guerra,

ebbe larga diffusione pubblicitaria con fotografie su tutti i principali giornali e nel giornale Luce riproducente l'arrivo all'aeroporto ed alla legazione.

L'indomani dell'arrivo, cioè il giorno 11 corrente, fui ricevuto dal capo del Cerimoniale sig. Bikelas. Subito mi disse che il re convalescente non aveva riprese le udienze e perciò la data di presentazione delle credenziali poteva presumersi fra Natale e Capodanno. Mi spiegò che attendeva come me l'ambasciatore di Cina, già in Atene da un paio di settimane. Il sig. Bikelas volle marcare in cortesia riaccompagnandomi giù per le scale sin proprio alla mia automobile.

Il giorno appresso 12 corrente fui ricevuto prima dal vice-presidente e ministro degli esteri Tsaldaris e subito dopo dal sottosegretario permanente al ministero degli esteri sig. Pipinelis e mi intrattenni in lungo e cordialissimo colloquio con entrambi.

Mi dissi latore da parte di V.E. di un messaggio che esprimeva la profonda comprensione di tutti gli italiani per le sofferenze ed i pericoli che traversa la Grecia ed aggiunsi, a mio commento, che questa comprensione era molto profonda perché accompagnata da un sincero sentimento d'involontaria responsabilità per l'atto folle di Mussolini.

Fu fortuna che io vedessi subito Tsaldaris ed il sottosegretario permanente perché potei tempestivamente spiegare loro come le notizie esagerate che venivano dali' Italia erano assurde ed infondate; nessun pericolo sussisteva e lo sciopero romano si sarebbe certamente risolto in un rafforzamento del Governo ed in un sempre maggiore superamento della «crisi della paura», unica vera consistenza di questi movimenti a carattere «politico-sociale» del dopo guerra. I fatti hanno potuto così ben valorizzare le mie previsioni.

Tanto al vice-presidente Tsaldaris quanto al sottosegretario permanente, parlando loro del parallelismo fra Italia e Grecia, che si sprigiona oggi dalla forza delle cose, ne deducevo la convenienza per i due popoli di collaborare sul terreno economico gettando le basi di un' «associazione d'interessi» che operasse nel senso di produrre, scambiare e guadagnare -in quanto «associazione» -indifferentemente sui due territori, fondando sull'unica base economicamente sana: la divisione del lavoro. Questo doveva essere il sistema per creare qualcosa che non fosse fugace, ma che rimanesse poi fra i due popoli quando, superata l 'attuale congiuntura, doveva permanere tra noi quella collaborazione reale e duratura che è vitale per la Grecia e l'Italia nel Mediterraneo; cioè sul mare su cui entrambi i popoli vivono e sperano di realizzare la vera pace la di cui premessa pregiudiziale nel Mediterraneo è l'unione dei due Paesi, come Svezia, Norvegia e Danimarca lo sono al nord. Con differenza che, mentre al nord i sentimenti basano sulla neve e sono conservati nel ghiaccio, qui a sud, sul mare caldo, dove si dibatte e sempre si dibatterà la politica mondiale, la nostra unione, spinta da ben altri pericoli, è cementata da ben altre convenienze.

Così parlando mi fu facile toccare l'argomento coloniale con quella passione che V.E. ben conosce e toccarlo nel senso a me caro della valorizzazione dell'Africa tutt'intiera e della rivendicazione in trusteeship dei territori da noi sempre amministrati nell'interesse dei locali che sono soprattutto italiani, ma anche greci; cioè razze che per prime devono dare l'esempio d'unione per l'avvento della civiltà nella collaborazione di tutti i popoli rivieraschi.

Se in questo senso -concludevo -la Grecia avesse potuto dire una parola per il giusto riconoscimento dell'Italia questo gesto avrebbe profondamente commosso il sentimento italiano specie in questo momento.

Aggiunsi che la Grecia stava perdendo un'ottima occasione di potere, su di un piano di grande dignità, spendere una parola in difesa dell'Italia, portandosi all'altezza dei grandi valori politici internazionali e tutto ciò nell'interesse comune inteso come da me spiegato. Anziché discendere a basse richieste di spugne, o di privilegi secondari, basati su servitù internazionali il di cui valore -sempre di-. scutibile -nelle fattispecie poteva, con un prezzo d'imperio o con qualche altro trucco economico-commerciale, essere messo nel nulla all'indomani della firma.

Tsaldaris mi rispose che appunto nello spirito in cui io parlavo lui aveva inteso appoggiare gli arabi concedendo ad essi il voto per la Palestina.

Dato il carattere di pura presentazione e cortesia che aveva la mia visita non credetti insistere e mi limitai a soggiungere che sarei tornato sull'argomento il quale era passione dell'anima mia di colono e profugo d'Africa.

Pipinelis, a cui tenni un simile linguaggio, mi ritorse invece la domanda chiedendomi a sua volta se sapevo cosa gli inglesi pensavano al soggetto.

Gli risposi per quanto mi risultava avevo l'impressione che gli inglesi, a V.E., recentemente a Londra, avevano data ampia assicurazione di sostenere l'Italia nella sua ammirevole e degna opera coloniale, ma che, naturalmente, Bevin si era trincerato dietro il fatto che, non gli inglesi, ma i «Quattro» dovevano decidere e proprio questo era il motivo per cui io insistevo per una amichevole parola della Grecia a nostro favore.

Il richiamo di V.E. contenuto nel telespresso n. 2077 dell' 11 correnteI, giunto col corriere del 17 corrente, rafforza quindi oggi il mio spontaneo desiderio di ritornare sull'argomento ciò che farò per prima cosa tanto con Tsaldaris che con Pipinelis non appena iniziata ufficialmente la mia missione con la presentazione delle credenziali che mi è stata confermata per il 27 corrente mese.

Intanto il personale della legazione continua un ottimo lavoro dietro le quinte per chiarire a questa opinione pubblica i reali interessi della Grecia in questa questione.

25

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 17462/1115. Washington, 20 dicembre 1947, ore 12 (per. ore 23).

Occasione passo disposto con telegramma n. 17812/81 al Dipartimento ci è

stato detto che argomento maggiormente sfruttato da alcune Potenze contro concessione autorizzazione di non affondare sommergibili era stata che nostra richiesta avrebbe in realtà mirato conservarli. A riguardo ci è stato fatto presente che qui riuscirebbe gradito che Governo italiano desse pronta perentoria smentita a tali insinuazioni manifestando Commissione navale intenzione intraprendere e compiere al più presto demolizione sommergibili possibilmente con precedenza su altre demolizioni previste da trattato. Ci è stato aggiunto che siffatta conferma nostre effettive disposizioni riuscirebbe qui tanto più gradita in quanto renderebbe più agevole collaborazione Governo americano in altre eventuali analoghe occorrenze.

24 l Non pubblicato.

25 l Del 16 dicembre, con esso Sforza comunicava a Londra, Parigi e Washington: «Anche Governo sovietico ha aderito nostra proposta relativa sommergibili. Pregola ringraziare codesto Governo per comprensione dimostrata in questa circostanza».

26

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 17469/1116. Washington, 20 dicembre 1947, ore 21,50 (per. ore 2 del 21). Mio telegramma n. 11101.

A proposito invito rivolto da Consiglio sicurezza a Governi Roma e Belgrado proporre candidato comune gradimento per la nomina governatore Trieste, competente funzionario Dipartimento di Stato ha riservatamente chiarito che qui non ci si fanno illusioni su riuscita siffatto esperimento e che in realtà trattasi espediente destinato agevolare prolungamento regime occupazione a garanzia stato attuale contro eventuali colpi di mano.

Ci è stato peraltro espresso avviso che, ad evitare fornire nuovi argomenti a Potenze slave dimostratesi ansiose instaurare Trieste regime governatoriale, converrebbe che Governo italiano dimostrasse bensì premura avviare conversazioni con Belgrado, ma si cautelasse però sin da ora discussioni preliminari con enunciazione più completa e meticolosa possibile dei requisiti cui candidato dovrebbe rispondere.

27

L'AMBASCIATORE A NANCHINO, FENOALTEA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1373/404. Nanchino, 20 dicembre 1947 (per. il 15 gennaio 1948).

Telespresso di quest'ambasciata n. 940/240 del 30 luglio '47'.

Si trasmette, per documentazione di cotesto Ministero, la Gazzetta Ufficiale del governo cinese n. 2987 recante il decreto n. 1908 del 22 novembre con il quale viene ordinata la pubblicazione dello scambio di note italo-cinesi dal 30 luglio. Si allega la traduzione italiana curata da quest'ufficio del decreto di cui si tratta, nonché delle note. Dalla traduzione letterale del testo cinese delle note compiuta dal dr. Bertolucci di quest'ambasciata -che anche si allega, risulta, tenuto conto delle particolarità della lingua cinese, la corrispondenza di esso all'originale in lingua inglese firmato a Roma (che del resto è il solo che fa fede).

Avvenuta la pubblicazione degli accordi sulla Gazzetta Ufficiale, il loro contenuto-cui questo Governo, come si ricorda, non aveva desiderato dare pubblicità al momento della firma -è stato riportato dai principali giornali, senza commenti.

Da confidenze fattemi da un autorevole personaggio di questo Ministero degli esteri non sarebbe mancato, in seno ai vari organi dello Stato che hanno esaminato le note, qualcuno che avrebbe trovato gli accordi troppo favorevoli nei nostri riguardi (è noto per esempio, per quanto riguarda in particolare Pechino, che la tendenza dell'opinione pubblica cinese è di approfittare di ogni possibile occasione per smantellare e distruggere ogni sopravvivenza del quartiere delle legazioni); ed anche qualcuno che, preoccupato non dei rapporti con l'Italia ma di quelli con il Giappone (segnalati a suo tempo come la ripresa dei traffici col Giappone sia stata aspramente combattuta in questo paese), avrebbe espresso l'avviso che nessun accordo neanche economico potesse farsi con Stati ex nemici se non dopo sei mesi almeno dall'entrata in vigore dei rispettivi trattati di pace. Si tratterebbe tuttavia, in ogni caso, di opinioni isolate non concretatesi in alcuna deliberazione.

Data la fonte delle mie informazioni, non posso escludere che tali confidenze mi siano state fatte per mettere in valore ai nostri occhi l'iniziativa di questo Ministero degli esteri che avrebbe dovuto superare qualche difficoltà nel concludere gli accordi con l'Italia. Tuttavia, dato lo stato d'animo di questa opinione pubblica più volte segnalato, si tratta di osservazioni e critiche pienamente verosimili: dalle quali del resto esula ogni specifica punta nei nostri riguardi.

Quanto all'esecuzione degli accordi, il compound di Pechino, il consolato generale di Shanghai e il consolato di Tientsin (ad Hankow il consolato fu distrutto, com'è noto, durante la guerra) sono in nostro possesso: anche la Casa d'Italia di Tientsin ci fu restituita -grazie ad interventi assai energici di questo Ministero degli esteri nei confronti della Municipalità che l'aveva occupata -e trovasi nella disponibilità del nostro console sul posto. Per quel che riguarda invece quella parte della Casa d'Italia di Shanghai che è occupata dalle autorità militari (i cui sconfinamenti costituiscono materia di quotidiano lavoro per tutte le rappresentanze straniere in questo paese) il consolato generale di Shanghai sta trattando direttamente sul posto, per ragioni di opportunità, onde ottenere lo spontaneo sgombero: riservandosi quest'ambasciata di provocare l'intervento di Nanchino -che questo Ministero degli esteri mi ha già assicurato -ove le trattative non approdino a un risultato concreto nelle prossime settimane.

Confermo, comunque, quanto contenuto nel mio telegramma n. 122 in data 8 agosto u.s.2.

26 l Del 19 dicembre, con il quale Tarchiani comunicava la decisione del Consiglio di sicurezza di dare corso alla proposta francese qui commentata.

27 l Non pubblicato, ma vedi serie decima, vol. VI, D. 182.

27 2 Non pubblicato.

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IL MINISTRO A VIENNA, COPPINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. SEGRETO 13785/1856. Vìenna, 20 dicembre 1947 (per. il 22).

Ho visto oggi questo ministro d'America, di ritorno da Londra. Erhard mi ha detto di essere pessimista sulla situazione generale, ed in particolare anche su quella dell'Austria. Egli prevede che le richieste che la Russia si è riservata di presentare a proposito della questione dei beni tedeschi in Austria saranno sempre esorbitanti e tali da non poter essere accettate né costituire base di accordo.

Erhard mi ha poi confidenzialmente chiesto il mio parere su di un un' eventuale divisione dell'Austria. Ho risposto che ritenevo tale progetto esiziale sotto ogni punto di vista, perché avrebbe portato il confine russo alla linea dell 'Ennes, mentre allo stato attuale delle cose esso poteva ancora considerarsi sulla frontiera ungherese; inoltre che ciò significava abbandonare alla Russia, nonostante le apparenze della maggiore superficie territoriale che sarebbe rimasta in mano alleata, praticamente i tre quarti dell'Austria, dato che la zona russa, Vienna inclusa, comprendeva circa il 55% della popolazione e la maggior parte delle industrie.

Per quanto poi si riferisce particolarmente all'Italia, ho fatto presente come in tale caso le principali linee di comunicazione col nostro Paese sarebbero rimaste in mano russa, il che avrebbe certamente consentito di aumentare la pressione anche sull'Italia.

Erhard mi ha detto di condividere pienamente il mio parere e di avere insistito in tal senso a Londra. Ha anzi chiamato immediatamente un funzionario dello State Department qui in missione pregandomi di ripetere a questi il mio punto di vista.

Dall'insieme del colloquio ho avuto la netta impressione che gli americani, prevedendo quasi impossibile arrivare ad una soluzione del problema austriaco pensino seriamente, nel quadro della spartizione della Germania, di giungere eventualmente anche a quella dell'Austria.

Ritengo di essere nel giusto nell'aver espresso questo avviso al ministro Erhard a titolo personale: un'eventuale spartizione dell'Austria avrebbe evidentemente ripercussioni notevoli per quanto riguarda l'Italia, soprattutto tenendo presente la situazione di Trieste. Ritengo altresì che data la diversa formazione politica dell'Austria nei confronti della Germania, la spartizione di questo Paese, lungi dall'essere una soluzione, rappresenterebbe in realtà un arretramento delle posizioni alleate, portando anzi ad un disgregamento di quella unità economica, industriale e commerciale austriaca che si è andata costituendo in questi ultimi tempi e che, a parer mio, neppure i sovietici avrebbero interesse a distruggere.

Queste eventuali ripercussioni mi inducono a prospettare l'opportunità di ottenere conferma di tale progetto. Che se questo fosse in realtà il pensiero prevalente a Washington e a Londra, sarebbe il caso di attirare la loro attenzione sulle conseguenze che esso potrebbe produrre anche nei nostri riguardi I.

28 I Il rapporto reca al margine il seguente appunto manoscritto di Sforza: «Né Eden, né Mallet sanno niente del progetto e lo trovano pericoloso».

29

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. 18014/676. Roma, 21 dicembre 1947, ore IO.

Presidente del Consiglio la prega voler esprimere al presidente Schuman espressione viva gratitudine sue felicitazioni per superamento recenti nostre difficoltà'.

Prega voler altresì manifestargli a nome suo personale e Governo italiano sentimenti di ammirazione per sua recente opera di governo intesa a garantire democrazia in Francia, opera che viene seguita in Italia con grande interesse. Egli concorda che analogie nostre singole situazioni rendono necessaria sempre maggiore collaborazione tra due Paesi. Superamento comuni difficoltà costituirà elemento fondamentale pace e libertà per i popoli di Europa.

30

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 17510/1003. Londra, 21 dicembre 1947, ore 13,10 (per. ore 20).

Mi risulta che 30 dicembre sostituti ministri esteri riprenderanno lavori su questione colonie in base anche prime relazioni ricevute che, da qualche confidenziale segnalazione, non sembrano favorevoli a nostre tesi. Tale impressione mi è stata riconfermata da lungo colloquio con sir Noel Charles che ho buone ragioni ritenere riflettesse punto di vista del Foreign Office riguardo al problema nostre colonie.

Pur ammettendo che nostre domande erano improntate a saggia moderazione nella forma, egli non poteva tuttavia nascondermi che loro valore era stato infirmato da tono nostra stampa e nostra propaganda da parte tutti i partiti che pareva contrastasse con spirito nuovo con cui chiedevamo trusteeship su antichi nostri possedimenti coloniali. Egli conosceva per diretta esperienza sincerità dell'adesione ai nuovi orientamenti della politica internazionale in rapporto all'Africa sia da parte V.E. che del presidente De Gasperi e altre personalità politiche italiane, ma opinione pubblica, atteggiamento italiani nelle colonie e in genere di alcuni funzionari risultavano tali da non dare sufficienti garanzie che la Nazione si potesse impegnare con leale persuasione ad amministrare delle colonie secondo vera finalità del trusteeship di fronte Nazioni Unite.

Mi disse inoltre sembragli che in Italia non ci si rendesse esatto conto di ciò che stava avvenendo nel mondo arabo e delle difficoltà in cui ci saremmo trovati in Africa settentrionale senza armi di fronte alla crescente forza della Lega araba, con cui le stesse Nazioni vincitrici e armate dovevano oggi fare i conti. C'era da parte italiana, a suo giudizio, una certa mancanza di oggettività nel considerare questo lato del problema che al Foreign Office sembrava il più grave. A questo proposito anzi egli mi accennò oscuramente a notizie avute circa nostri contatti diretti con gli arabi, che non gli parevano approdare a nulla di consistente.

Riassumendo, ho avuto impressione che Charles volesse farci comprendere come non ci dovessimo fare eccessive illusioni sull'esito delle nostre domande.

Beninteso io risposi vivacemente in armonia della linea di condotta già concordata non nascondendogli che soluzione problema coloniale italiano era di essenziale importanza nelle relazioni tra i nostri due Paesi.

Mi è parso tuttavia urgente informare V.E. circa disposizioni di spirito con cui da parte inglese ci si accinge a esaminare relazioni Commissione inchiesta. Ritengo che per quanto riguarda territori Africa settentrionale Gran Bretagna è dominata, oltre che dai suoi interessi nel Mediterraneo, dalla crescente pressione del mondo arabo che specie dopo ultimi avvenimenti di Palestina essa tenta di tenere tranquillo.

Atteggiamento britannico quale risulta da conversazione Charles non è detto sia quello definitivo e, nei confronti delle altre Potenze, non si può dire sarà fattore decisivo. Ma a mio avviso deve essere tenuto presente e vagliato in vista dell'azione da svolgere non soltanto nei riguardi della Gran Bretagna ma anche e soprattutto nei riguardi degli altri tre.

29 l Vedi D. 2.

31

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 17500/386. Mosca, 21 dicembre 1947, ore 15,51 (per. ore 20).

Telegramma di V.E. 1591.

Non ho avuto alcuna comunicazione al riguardo dal Governo sovietico. Delle varie ipotesi prospettate a Roma con E.V. e uffici Ministero in occasione mio viaggio costì per spiegare offerta sovietica trattative commerciali sembra verificarsi quella meno favorevole. Tuttavia, prima formulare giudizio sicuro su mossa sovietica mi pare occorra accertare anzitutto cosa vogliono esattamente sovietici quando chiedono un accordo su riparazioni in connessione con trattative commerciali e, in secondo luogo, se vogliono davvero tale connessione inderogabilmente.

31 I Vedi D. 3, nota l.

Sotto primo aspetto si tratta sapere se sovietici intendono avere forniture anticipate quali previste da art. 74, lettera c, trattato pace o se semplicemente intendono concordare fin da ora quantità e categorie merci da fornire in conto riparazioni a partire dalla scadenza convenuta in conformità ad art. 74, lettera a numeri l e 3. L'una e l'altra richiesta possono poi essere poste come condizione inderogabile o no; nel primo caso, data anche connessione conclusione trattato commercio e navigazione, mossa avrebbe evidente larga portata politica diretta chiarire maggiormente nostra posizione nei riguardi due blocchi; nel secondo avrebbe valore semplice sondaggio circa nostre intenzioni esecuzione trattato pace. Date tali possibili alternative, mi pare convenga anzitutto decidere se già comunicare vera e propria risposta oppure chiedere chiarimento almeno su primo punto se cioè si vogliono riparazioni anticipate oppure no. A prescindere da ciò e nel caso che si voglia senz'altro dare una risposta, essa dovrebbe, secondo me, tenere presente quelle varie ipotesi e soprattutto non trascurare che se si vogliono conservare rapporti almeno corretti con questo Governo non bisogna dare impressione voler eludere trattato pace e che tale impressione russi trarranno sempre da fatti e non da dichiarazioni. Ciò è tanto più necessario in quanto passo sovietico potrebbe domani evidentemente essere sfruttato a scopo polemico.

Ciò premesso, pare a me che ove ragioni politiche ed economiche impediscano scendere su terreno voluto da sovietici si potrebbe rispondere con accortezza e con buone ragioni, tentando scartare, perché estraneo e inattuale, tema delle riparazioni senza compromettere quello rapporti commerciali.

l) Anzitutto, avendo Governo sovietico dichiarato disposizione ricevere delegazione per trattative commerciali senza far cenno riparazioni questo ci offre appiglio rilevare che trattative sono già state aperte su ben diverso piano dei puri rapporti commerciali.

2) In secondo luogo, termini trattato per ciò che riguarda sole riparazioni economicamente collegabili ad un accordo commerciale, ossia riparazioni su produzione corrente, sono a nostro favore.

3) A norma art. 74 trattato pace non si può nemmeno determinare importo riparazioni produzione corrente senza previa liquidazione installazioni industriali belliche e beni italiani all'estero i quali negoziati sarebbero assolutamente estranei natura accordi commerciali.

4) La nostra situazione economica e finanziaria non ci consentirebbe anticipare pagamenti produzione corrente.

5) Ove si volesse semplicemente determinare fin da ora quantità e categoria merci da consegnare a partire 1949 codesto Ministero avrà elementi sufficienti per rispondere se vi siano o no serie ragioni tecniche in contrario e quali, tenendo presente che questo sarebbe probabilmente il punto più delicato al fine sondaggio sovietico nostre intenzioni.

6) Si potrebbe invocare il precedente delle trattative economiche con Jugoslavia svoltesi prescindendo da riparazioni.

Pur non nascondendomi delicatezza questione in rapporto a diffidenze sovietiche verso di noi più volte segnalate osservo che se sovietici davvero ponessero pagamento riparazioni anticipate come condizione inderogabile per scambi commerciali si attirerebbero in Italia sicura impopolarità. Ciò a mio avviso consente qualche speranza rettificare impostazione trattative evitando però sempre come già detto di assumere atteggiamenti che giustifichino sospetto di non voler adempiere trattato.

32

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. S.N.D. 18044/8321. Roma, 21 dicembre 1947, ore 17.

In lunga conversazione con nostro rappresentante Trieste2, consigliere politico americano quel Governo militare alleato ha dichiarato che suo governo ritiene che qualsiasi soluzione di compromesso circa persona governatore determinerebbe crisi gravissima. Secondo predetto consigliere fusione due zone si svolgerebbe rapidamente ad esclusivo vantaggio della Russia mentre carattere italiano zona angloamericana Territorio Libero si difenderebbe soltanto mediante rigorosa vigilanza armata verso -zona jugoslava. Conseguentemente Stati Uniti sarebbero giunti conclusione che anche amministrazione di un governatore imparziale potrebbe risultare disastrosa, ragion per cui codesto Governo sarebbe venuto nella decisione di astenersi dal presentare candidatura propria e di respingere qualsiasi candidatura altrui.

Sempre secondo predetto consigliere, Stati Uniti mettendosi su tale linea e seguiti da Inghilterra, considererebbero come obiettivo principale conservare loro truppe Trieste per lo meno fino prossima primavera quando situazione potrà essere riesaminata in relazione stato rapporti con Russia e risultati piano Marshall.

Poiché proprio in questi giorni Consiglio sicurezza ha deciso investire Governi italiano e jugoslavo scelta candidati di comune gradimento per nomina governatore, urgerebbe controllare se e fino a quale puqto opinioni manifestate da consigliere politico americano Minger corrispondano sentimenti e direttive Dipartimento di Stato. Ciò anche tenendo presente che sovente gli organi periferici si esprimono in termini particolarmente categorici che non sempre rispecchiano fedelmente il pensiero codesti ambienti responsabili.

Prego pertanto V. E. di voler fare urgenti sondaggi telegrafandomi3.

32 l Trasmesso anche a Londra (n. 566) con le istruzioni di «fare parola di quanto precede Foreign Office telegrafandomi». 2 Guidotti aveva riferito da Trieste, con T. s.n.d. per corriere 17428/035 del 19 dicembre, sulla conversazione qui riassunta. 3 Per la risposta vedi D. 33.

33

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 17596/1122. Washington, 22 dicembre 1947, ore 19,51 (per. ore 14,15 del 23).

Suo 832'.

Come già accennato con telegramma 11162 punto di vista Dipartimento di Stato su questione governatore Trieste è fondato su convinzione che nelle attuali condizioni salvaguardia quelle posizioni è subordinata permanenza truppe alleate. Dipartimento di Stato quindi è fermamente deciso opporsi qualsiasi nomina che non offra le più serie garanzie. Esso tuttavia non si rifiuta proseguire nella ricerca di un candidato soddisfacente e non respinge a priori candidature altrui. Governatore imparziale secondo Dipartimento di Stato non mancherebbe infatti ricorrere autorizzazione trattato di pace per richiedere ulteriore permanenza truppe.

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IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, GRAZZI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

RELAZIONE. Roma, 22 dicembre 1947

I lavori della Commissione mista italo-francese sono terminati. Ho l'onore di accludere il processo verbale relativo, firmato dai due presidenti.

Rileverà che il rapporto' è comune per le due delegazioni, ciò che aumenta il peso delle conclusioni cui si è pervenuti. Esse sono favorevoli alla immediata dichiarazione della unione economica -quindi non solo doganale -fra i due Paesi.

Il documento consta di nove capitoli. Il primo, richiamandosi alla dichiarazione italo-francese del 13 settembre che dava vita alla nostra Commissione2, spiega i compiti che le erano stati assegnati, e attraverso una analisi completa determina i caratteri che condurrebbero alla fusione delle due economie.

Il 2° ed il 3° capitolo concernono l'agricoltura e l'industria. In essi sono esaminati i principali settori e le principali voci della produzione dei due Paesi nei due campi, raffrontate negli anni, o nella media degli anni, normali o di massimo sviluppo; e le conseguenze dell'unione sono ipotizzate al 1952, più che per ade

33 t Vedi D. 32.

2 Vedi D. 26.

2 Vedi serie decima, vol. VI, D. 455.

guarsi all'epoca della eventuale piena realizzazione del piano Marshall, in quanto è lecito supporre che tale anno possa rappresentare il ritorno alla normalità, tenuto conto dei prevedibili sviluppi che, sia in Italia che in Francia, avranno assunto le produzioni dei due settori dopo la ricostruzione degli impianti e delle culture, e secondo il loro normale incremento in relazione anche al movimento demografico. Sono poste in rilievo complementarietà e concorrenze ed indicati i punti nei quali sono necessarie le intese dirette fra gruppi al fine di attutire gli urti.

Il 4° capitolo riguarda la materia dei trasporti (ferroviari, aerei, terrestri, marittimi), con riguardo alla situazione dei parchi, delle costruzioni, dei porti, della pesca. Le conclusioni sono del tutto favorevoli, anche per quanto riguarda le costruzioni navali e aeronautiche circa le quali, tra l'altro, appaiono i vantaggi della complementarità fra materie prime e mano d'opera.

Il capitolo 5° è dedicato al lavoro. Le conclusioni sono favorevoli, purché il pieno movimento delle persone venga raggiunto gradualmente e con determinate cautele, per non provocare perturbamenti nocivi, sia nel campo dell'occupazione che nel campo della sicurezza. Notisi che talune più importanti forme di collaborazione in materia di mano d'opera sono state esaminate a parte, nei rapporti dell'industria e dell'agricoltura, ogni volta che la complementarità fra capitale, o materie prime, e lavoro poneva in luce tali possibilità.

Il capitolo 6° tratta del commercio estero, esaminando prima lo svolgersi del commercio fra i due Paesi, poi quello del commercio dei due Paesi con i terzi. È questo il lato che dà adito alle maggiori speranze, perché è in tema di relazioni con l'estero che si appalesano possibili gli adeguamenti e gli smussamenti fra le concorrenze, ove si determini, ad esempio, una politica comune di acquisti, una ripartizione ragionevole dei mercati di sbocco, un insieme di intese nella razionalizzazione delle esportazioni.

Il capitolo 7° riguarda le questioni finanziarie. Esposto il parallelismo fra la situazione economico finanziaria dei due Paesi, e fra i mezzi che ambedue intendono impiegare per sanarle, il capitolo esamina le conseguenze di ordine valutario dell'Unione rilevando che, allo stato attuale di disordine di prezzi e di monete, è impossibile trarre delle previsioni plausibili, se prima non entrano in gioco determinati fattori e non si adottano determinate provvidenze. È questo il punto più debole della situazione, non perché l 'Unione perturbi lo stato delle cose in tale materia, ma perché quest'ultimo può perturbare il pieno raggiungimento dell'Unione stessa.

Ciò malgrado le conclusioni sono egualmente favorevoli, in quanto le misure che saranno da prendersi sono indipendenti dalla dichiarazione di Unione e dovranno o dovrebbero essere prese egualmente anche al di fuori di essa.

Il capitolo 8° tratta della materia doganale al fine di comparare le legislazioni attuali e contemperare la fusione della legislazione dei due Paesi in fatto di nomenclatura doganale, di tassazione daziaria e di tassazione indiretta. Dati gli impegni presi dalla Francia con vari Paesi nel quadro della I.T.O. e lo stadio assai più avanzato della legislazione tariffaria francese nei rispetti della nostra, è chiaro che l'adeguamento dovrà piuttosto prodursi adattando la nostra legislazione a quella francese che non creando una nuova legislazione comune.

Il capitolo 9°, infine, contiene le conclusioni finali e generali, quali emergono dalle conclusioni parziali dei singoli capitoli, e riassume l 'insieme dei lati dubbiosi e dei lati vantaggiosi del progetto, illustrando i motivi con i quali è da ritenere che i secondi superino i primi, e, soprattutto, additando i benefici ulteriori di cui l'Unione sarà apportatrice.

È da osservare quale scrupolosa cura abbiamo cercato di porre nel redigere il documento. Tutti i settori della vita economica dei due paesi sono stati esaminati e affrontati, per trame delle constatazioni e delle previsioni, compatibilmente con la estrema vastità del compito.

Se le previsioni sono sempre difficili a farsi, oggi possono dirsi difficilissime, tenuto conto della estrema mobilità e rapidità degli eventi, e della caotica situazione in cui si svolge la politica economica o finanziaria mondiale oltre che, in particolare, la situazione fluida tanto dell'Italia come della Francia.

Tuttavia una considerazione di base ci ha guidati, quella di dire la verità, o meglio, di dire quanto abbiamo creduto tale. Non abbiamo né mascherato né occultato. Quando ci siamo trovati di fronte ad ostacoli insormontabili, come ad esempio ci è avvenuto per la parità economica franco-lira, e per la determinazione dei prezzi su cui appoggiarla, lo abbiamo onestamente riconosciuto. Non abbiamo neppure posto in ombra le difficoltà. Abbiamo però cercato di additare con quali metodi e con quali accorgimenti esse potranno essere rimosse o quanto meno alleviate.

Abbiamo peraltro creduto utile, per non esporci a critiche di dettaglio, che, fondate avrebbero potuto servire di illazione per attaccare l'insieme, di non scendere a particolari eccessivi.

Il nostro metodo è consistito nel bilanciare nei singoli settori svantaggi e vantaggi, soppesati con eguale unità di misura e di valutazione, traendone delle conseguenze parziali e, se prese ad una ad una, forse neppure determinanti.

Per contro, la determinazione è scaturita dalla visione generale che può definirsi insieme tanto politica quanto economica. Là è lecito affermare -come abbiamo fatto -che i vantaggi complessivi superano gli svantaggi e che la somma aritmetica consiglia di far pendere l'uno piuttosto che non l'altro piatto della bilancia. Giacché il concetto fondamentale del nostro giudizio è il seguente: potersi prevedere un beneficio anche immediato mediante l'allargamento dei mercati, la riduzione dei costi, le intese dirette fra categorie, malgrado il processo inevitabile di assestamento che nei primi tempi darà luogo a disagi forse anche sensibili; ma il vero e grande beneficio è -oltre che di natura politica -conseguibile su larga scala solo se si mira ad un avvenire più lontano, allorché i fattori benefici avranno avuto tempo di giocare appieno, e quando al nostro nucleo altri agglomerati potranno forse avvicinarsi per una eventuale successiva fusione.

Adesso i due Governi dovranno prendere la loro decisione definitiva sulla base del favorevole avviso espresso dalla Commissione. Essi potrebbero procedere alla firma di un atto solenne, da sottoporre per l'approvazione ai rispettivi Parlamenti.

È questo il metodo che ci permettiamo di consigliare per dar modo all' atmosfera creatasi di non raffreddarsi e per consentire ai giudizi e alle discussioni di spostarsi dal chiuso ambiente dei funzionari a quello della stampa, delle categorie interessate, delle opinioni pubbliche. Nel frattempo fra le dichiarazioni dei Governi e l'approvazione dei Parlamenti potremmo moltiplicare i contatti fra categoria e categoria e continuare in quegli studi e rilievi di dati che si rendessero necessari.

Il nostro compito è quindi terminato.

Esso non consisteva nel procedere alla eventuale dichiarazione della Unione, bensì nello studiarne le possibilità, e nel consigliarla, o meno, ai rispettivi Governi. Mi si consenta di aggiungere che il compito della delegazione italiana non è stato agevole. All'inizio, la buona volontà francese poteva dirsi quasi inesistente, tanto che era da dubitare esistesse da quella parte la serietà ed onestà di intenti che animava invece la parte italiana. A lenti passi, per tappe progressive abbiamo conseguito di smuovere la controparte dalla primitiva posizione di inerzia e condurla a convenire nelle favorevoli conclusioni alle quali si è alla fine pervenuti.

Nel rendere conto a V.E. del mandato che Ella ha voluto affidarmi, lieto di avere tradotto in atto l'iniziativa da Lei segnata, debbo sottolineare l'opera preziosa di tutti coloro che hanno partecipato ai lavori. I direttori generali Anzilotti e Dell'Oglio (Commercio Estero), Santoro (Industria), Balbi (Finanze) i dottori Bardoscia (Industria) Festa Campanile (Agricoltura) Rivano (Statistica) Giancola (Esteri) sono stato dei negoziatori ottimi, i quali meritano un compiacimento Suo e delle rispettive Amministrazioni perché il lavoro è stato duro, di responsabilità e di grave peso.

Né posso dimenticare il personale minore della mia Direzione come pure quello di altri Ministeri che si è sobbarcato in lavori straordinari, di studio, di redazione e di copia al di fuori di qualsiasi turno o di orario normale, prestando la propria opera anche di notte.

Nota: «Si è convenuto con i francesi, affinché prendano contatto con i loro ministri ora assenti da Parigi, che il rapporto venga ufficialmente presentato ai Governi solo dopo il 5 gennaio. Per il momento esso è stato rimesso alle Loro Eccellenze i ministri in via provvisoria.

34 l Ed. in «Relazioni internazionali», a. XII (1948). n. IO, pp. 212-224.

35

L'INCARICATO D'AFFARI A BRUXELLES, VENTURINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 4271. Bruxelles, 22 dicembre 1947 (per. il 29).

Il rinvio sine die dei lavori della Conferenza di Londra, benché preveduto ed atteso, ha prodotto in questa opinione pubblica ed in queste sfere dirigenti notevole impressione. La stampa tiene da molti giorni l'avvenimento in «vedetta»; corrispondenze ed articoli si sbizzarriscono in supposizioni circa le prossime mosse anglo-americane e sovietiche.

Per quanto riguarda l'atteggiamento ufficiale del Belgio, è probabile che riprendendo e sviluppando la tesi contenuta nel promemoria a suo tempo presentato a Londra, Benelux sosterrà di avere ancora più motivi di prima di avere diritto ad essere ascoltato sul problema tedesco. Ed è facile affermare che durante la

permanenza del sig. Bidault a Bruxelles -circa la quale riferisco a parte! -il primo ministro Spaak avrà con lui parlato a lungo di ciò e del problema europeo in generale.

Anche qui ci si rende conto della urgente necessità di riorganizzare la Germania e che una soluzione, sia pure di compromesso, come la fusione delle zone occidentali di occupazione, è comunque preferibile al perdurare dell'attuale caotica situazione. Ho poi l'impressione che cominci a farsi strada -sia pure timidamente -il convincimento che non potendo più la Germania, spezzata in due com'è, rappresentare, almeno per lunghissimo tempo, un diretto pericolo per la pace del mondo, l'araba fenice della sicurezza non vada ricercata in una riduzione del suo potenziale economico -che fra l'altro si ripercuoterebbe negativamente sull'economia di Benelux per cui l'apporto della Germania è sempre stato importantissimo -ma invece nel lasciare ai tedeschi occidentali un ampio campo di libertà che permetta loro di riacquisire al più presto un soddisfacente livello di vita, tale da impedire il loro scivolamento verso l'Est.

Ma a parte la vischiosità di vecchie concezioni, retaggio di pigre tradizioni diplomatiche, a parte la rete di contrastanti interessi fra coloro che hanno in ultima analisi un solo vero comune interesse, salvare la civiltà occidentale, la forza degli avvenimenti fa lentamente germogliare l'idea, anche negli ambienti i più ottusi, che la soluzione del problema tedesco può essere trovata soltanto in un piano più vasto di unione europea.

Per una volta tanto sembrerebbe che la paura non sia cattiva consigliera: le violente lotte ideologiche ed economiche, la crisi morale e sociale, le notizie che giungono dalla Cina, dall'Indonesia, dall'India, dalla Palestina, dalla Grecia, da quell'Europa che si trova dietro la linea Stettino-Trieste hanno infatti colpito fortemente larghi strati della opinione pubblica i quali vedono ognora più allontanarsi la speranza di un migliore avvenire in cui, su basi di umana giustizia e di benintesa libertà, singoli e nazioni possano guardare al futuro senza sentirsi invadere da un pessimismo che toglie ogni luce alla vita che scorre.

È ormai un luogo comune che al posto dello spirito di tolleranza che sembrava avere trionfato agli inizi di questo secolo, sempre più si sta affermando il principio «chi non è come me è contro di me» e viene spontanea la domanda dinanzi a quanto sta accadendo un po' dovunque, sia pure sotto forme diverse, se quella che noi vorremmo rimanesse «la nostra civiltà» non sia destinata ineluttabilmente a finire davanti a più vigorose manifestazioni di «altre civiltà».

A questa e simili domande la risposta dell'europeo della strada è che «occorre fare qualcosa» per salvare quanto noi amiamo e che non è più il tempo di trastullarsi in bizantinismi quando si sente nell'aria che siamo alla vigilia della costituzione di una specie di Stati Uniti dell'Europa orientale, con una popolazione complessiva di circa l 00 milioni che si aggiungerà ai 200 milioni di russi.

Il fallimento della Conferenza di Londra, quanto accade in Francia ed in Italia, l'ulteriore irrigidimento sovietico e conseguentemente americano, sono le ultime manifestazioni della lotta fra due concezioni che si contendono il mondo, americanismo e comunismo, ognuna delle quali significa un opposto modo di vita,

di pensiero, di lavoro. Si tratta di vedere se vi è posto fra esse per una forma di convivenza sociale che maggiormente risponde al comune passato europeo.

Teoricamente il potenziale umano e l'attrezzatura economico-industriale dell'Europa occidentale, che -strana coincidenza -ha ripreso all'incirca gli stessi confini di quando si difendeva contro l'espansionismo islamico, sarebbero sufficienti per essere ottimisti. Anche allora i musulmani arrivarono alle porte di Vienna. Oggi peraltro il problema è notevolmente diverso e l'Europa occidentale deve tenere presente almeno tre altri fattori che se hanno il più spesso interessi contrastanti i quali direttamente o per reazione dovrebbero facilitare la sola possibilità di salvezza che le rimane, possono tuttavia giungere, per differenti motivi, ad avere anche interessi concomitanti per osteggiare la costituzione di un organismo economico-politico europeo troppo forte.

Questi tre fattori sono: l'U.R.S.S. con l'aggiunta dei Paesi entrati, per il momento almeno, nella sua diretta sfera di influenza, gli Stati Uniti d'America, l'Impero britannico.

Sarà possibile la nascita di una quarta grande «potenza», con sue particolari caratteristiche? Se sì, l'Europa occidentale rifiorirà e potrà riavere una sua importantissima missione, se no, i Paesi che la formano saranno destinati a declinare con ritmo sempre più veloce per essere poi o assorbiti da quel complesso che potrebbe chiamarsi Unione delle Repubbliche Sovietiche Europee o essere ridotti ad una modesta ed infelice marca di frontiera americana.

È sperabile che le forze morali di cui l'Europa ancora dispone riusciranno ad imporsi. Comunque è questa la sola via di salvezza e vale quindi la pena di tentare e di perseverare.

15 l Non rinvenuto.

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IL CAPO DELLA MISSIONE ITALIANA A TRIESTE, GUIDOTTI, AL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI

L. SEGRETA RISERVATA 541/164. Trieste, 22 dicembre 1947 (per. il 29).

Con il rapporto n. 266178 del 2 corrente' e con il telegramma per corriere n. 035 del 19 corrente2 ho esposto il punto di vista anglo-americano (e diciamo pure prevalentemente americano) alla nomina del governatore di Trieste, quale mi risulta da conversazioni confidenziali avute con i capi del Governo militare e in modo particolare con il consigliere politico del Departement of State, Joyce. Quest'ultimo, come lei forse ricorda, è per avventura un mio intimo amico personale; e per questa ragione parla con me, forse, con maggiore libertà di quanto non sarebbe da attendersi in condizioni normali.

Non avrei in realtà nulla da aggiungere a quanto ho riferito, e avevo il dovere di riferire. Senonché, pensando alle gravi cure e responsabilità che ricadran

36 l Non pubblicato 2 Vedi D. 32, nota 2.

no su di lei in questi giorni, in seguito al mandato affidato al Governo italiano e a quello jugoslavo dal Consiglio di sicurezza, vorrei aggiungere, se me lo permette e a titolo personale, qualche altra considerazione.

Il primo dei due rapporti citati è stato scritto prima, il secondo dopo il fallimento della Conferenza di Londra. In realtà il punto di vista è il medesimo; ma naturalmente esso acquista, dopo Londra, maggior consistenza e decisione.

Se le mie informazioni sono esatte -e se coincidono con quelle che V.E. avrà avuto da altre fonti prossime e lontane -la situazione è molto chiara. Gli americani sono risoluti a non accettare alcun candidato suggerito dall'altra parte, a non proporne alcuno proprio (se non in via del tutto formale) e a mantenere, essi e gli inglesi, le loro truppe a Trieste per un tempo indefinito.

La conseguenza è altrettanto chiara, e mi consenta di indicarla con la consueta franchezza; la trattativa italo-jugoslava sarebbe destinata a fallire.

Da questa premessa ella potrà trarre le sue conclusioni circa la linea di condotta italiana nelle imminenti conversazioni. A me sembra che, se la premessa è esatta (e questo non dovrebbe essere difficile da accertare) il nostro atteggiamento dovrebbe essere guidato da considerazioni, non di natura sostanziale, ma puramente formale, tattica e di metodo. In altre parole: non si tratta veramente di scegliere un governatore, ma di trovare il modo migliore per disimpegnarci da un mal passo che ci è stato imposto da altri e dal di fuori.

Il comunicato di Palazzo Chigi che leggo sui giornali sembra far fede di molta buona volontà da parte nostra nel metterei d'accordo con la Jugoslavia. E questa può essere un'eccellente mossa tattica; ma a condizione di tenere sempre presente la realtà che si nasconde dietro la facciata. Altrimenti potremmo correre il rischio di irritare, o di destare la diffidenza di amici potenti, senza per questo aver la minima possibilità di fare un passo in avanti verso l'accordo con la Jugoslavia.

Tralascio altre considerazioni di merito. Vorrei aggiungere soltanto che l'opinione pubblica italiana di Trieste mi sembra essere decisamente contraria alla nomina del governatore, che per essa, o per la maggior parte di essa, significa abbandono definitivo della città e rischio imminente di vederla assorbita dagli slavi. Mi risulta anche che la Giunta d'intesa dei partiti si propone di inviare un telegramma con il quale chiederà al ministro degli affari esteri di essere consultata prima che si addivenga a qualsiasi decisione.

Voglia scusarmi per questa lettera che può facilmente apparire dettata da presunzione o, peggio ancora, da partito preso; e credere invece che sono stato ispirato soltanto dal desiderio e dallo scrupolo di offrire a V.E. un quadro completo degli elementi di giudizio quali risultano da Trieste.

37

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 17649/1012. Londra, 23 dicembre 1947, ore 20,36 (per. ore 9,45 del 24).

È venuto oggi a trovarmi questo ambasciatore sovietico che, dopo avermi parlato in termini generali dei rapporti tra i nostri due Paesi e della necessità di giungere quanto prima a intese commerciali, ha portato conversazione su questione nostri territori d'Africa (Zarubin come è noto è rappresentante sovietico nel Comitato supplenti ministri esteri per questioni coloniali).

Mi ha subito chiesto se problema coloniale fosse stato discusso in occasione incontro di V.E. con Bevin' ed è sembrato rassicurato quando ho potuto confermargli che Bevin non avrebbe potuto, e noi ce ne rendevamo conto, discutere unilateralmente con noi questione che è di competenza collegiale dei Quattro.

Mi ha poi detto aver già preso conoscenza primi rapporti su Eritrea dei membri russi della Commissione inchiesta: a suo dire essi sono del tutto favorevoli alle nostre tesi e gli esperti sovietici, che hanno condotto per per proprio conto approfondita indagine, riconoscono che Eritrea è attualmente assai impoverita nei confronti dell'epoca dell'Amministrazione italiana.

Zarubin ha aggiunto che, nei sei mesi che ci separano da eventuali decisioni dei Supplenti, dovremmo «lottare» per le nostre rivendicazioni in Africa facendomi chiaramente comprendere che, nonostante difficoltà insite nel problema, avevamo in questo campo la Russia dalla nostra parte.

Mi ha infine espresso desiderio che ci tenessimo in contatto quando se ne presentasse opportunità.

38

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 11395/3618. Washington, 23 dicembre 1947'.

N ella sessione conclusasi il 19 corrente il Congresso americano ha finito con l'approvare entrambi i provvedimenti per l'esame dei quali era stato convocato dal presidente Truman il 17 novembre scorso: l'aiuto immediato per Austria, Francia e Italia e le misure anti-inflazionistiche. Come avevo segnalato col mio rapporto n. 10862/3458 del 4 corrente2, i repubblicani, pur avendo subìto, in definitiva, l'iniziativa dell'Amministrazione democratica, hanno tentato di dare ai provvedimenti proposti una propria impronta.

Nella determinazione dello stop-gap aid si sono limitati a ridume l'ammontare ed a destinare diciotto milioni alla Cina. Nei provvedimenti anti-inflazionistici hanno invece assunto un atteggiamento avverso ed hanno approvato solo tre delle misure proposte dal presidente Truman rigettando in sostanza il principio di

2 Non pubblicato.

una larga applicazione dei controlli economici e richiedendo che sia soprattutto stimolata la volontaria accettazione di alcune limitazioni da parte delle categorie interessate.

I repubblicani hanno cioè seguito quella via di mezzo che sembra sia quella preferita dal senatore Taft, ma troppo chiaramente hanno rivelato che la loro condotta era soprattutto dettata non già dalla tutela di interessi generali ma piuttosto dal perseguimento di fini elettorali. Come si è detto qui «hanno ballato la danza sacra di fronte all'altare dell'espediente politico»: per l'aiuto immediato all'Europa hanno infatti cambiato opinione ben quattro volte nel corso della sessione durata un mese (riduzioni e aumenti successivi; prima inclusione poi esclusione, infine di nuovo inclusione della Cina). Non solo ma si sono rivelati anche disuniti -nella votazione per il bill presentato dai repubblicani per combattere l'inflazione, ventisei di essi hanno votato contro -mentre i democratici hanno talvolta raggiunto una compattezza che non si verificava più dai primi anni del New Deal (mio rapporto n. 11298/3573 del 18 corrente)2.

Il presidente Truman ed i dirigenti democratici invece hanno ora costantemente cura di metter l'accento proprio sul carattere non partisan, e strettamente nazionale, della politica che pratica l'Amministrazione democratica. Ciò si rlleva anche nella scelta dei più diretti collaboratori del presidente: nell'attuale Gabinetto infatti sette su nove dei suoi componenti non si sono affermati attraverso una carriera politica ma sono uomini di riconosciuta competenza che si sono formati nelle carriere statali. La recente nomina di Donaldson, un alto funzionario delle Poste, a Postmaster-General, che è la più recente manifestazione di tale indirizzo del presidente, è qui considerata una mossa quasi rivoluzionaria in quanto rompe con la tradizione, instauratasi fin dal periodo coloniale con Benjamin Franklin, per cui il Postmaster-General è stato sempre il Chairman del partito al potere. Ed è evidente che la scelta di Donaldson -uno dei loro -non potrà non avere una favorevolissima ripercussione tra i 475 mila impiegati di questa Amministrazione delle poste.

Vedo che nella stampa italiana da più studiosi di politica estera si insiste nella considerazione che la dottrina Truman e il piano Marshall sarebbero soprattutto un fatto di politica interna americana e la piattaforma democratica per la prossima elezione presidenziale. Ciò non è esatto, ed è il risultato di una errata giustaposizione in quanto sia la dottrina Truman sia il piano Marshall rappresentano invece essenzialmente il logico e coerente sviluppo e la concreta realizzazione di una ben determinata e decisa politica estera americana intesa, com'è ovvio, a tutelare gli interessi politici ed economici degli Stati Uniti mediante la ricostruzione economica e quindi politica di un mondo amico e il conseguente indiretto arginamento dell'espansione di gruppi che si sono rivelati ed amano presentarsi come antagonisti di tali interessi. Vero è però che effettivamente l'attuale situazione internazionale e il programma di politica estera in atto finiranno con l'essere alla base della campagna elettorale democratica.

Finora si sono solo avute le prime avvisaglie, ma con la sessione del Congresso che si aprirà il 6 gennaio prossimo, inizierà la grande battaglia che avrà certamente riflessi decisivi nel campo interno ed internazionale.

37 l Vedi serie decima, vol. VI, DD. 660 e 667.

38 l Manca l'indicazione della data di arrivo.

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L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1177/16340/4100. Parigi, 24 dicembre 1947 (per. il 27).

Parlandomi della Conferenza di Londra Chauvel mi ha detto, riferendosi ad una nostra precedente conversazione, che le cose erano andate peggio di quanto egli si aspettasse. Non che egli avesse mai creduto che la Conferenza di Londra potesse finire con un accordo, ma aveva sperato, fin quasi all'ultimo, che almeno si mascherasse la rottura con un rinvio, come era stato fatto a Mosca: ora non c'era che constatare il fatto che non solo la Conferenza di Londra era finita in una rottura clamorosa, ma che era, con essa, perfino stata sepolta la Conferenza dei quattro ministri degli Esteri.

Bidault-mi ha detto -si era riservato, quando aveva visto che le cose andavano al peggio, di proporre che i quattro Governi continuassero a trattare per il normale tramite diplomatico: non era nemmeno sicuro -non aveva visti i verbali -se fosse arrivato a parlarne in Conferenza: riteneva di no, ma non ne era sicuro: sapeva che ne aveva accennato a Marshall, ma che si era incontrato con un netto rifiuto. Comunque anche questa modestissima proposta non aveva avuto nessun successo.

Gli ho chiesto se egli non ritenesse tuttavia che il rinvio ai supplenti del trattato di pace con l'Austria, e l'annuncio sovietico di nuove proposte sulla questione dei beni non fossero il segno di una volontà da parte dei russi di mantenere un filo, sia pure tenuissimo; mi ha detto che questa era l'impressione degli inglesi ma che egli non la condivideva. Al più si sarebbe trattato di una nuova piattaforma di propaganda: i russi, nulla faceva supporre fossero di umore di presentare delle proposte che gli americani avrebbero potuto prendere in considerazione: né gli americani erano d'umore di venire incontro, sia pure minimamente, al punto di vista russo.

Un paio di giorni prima, persona molto vicina a questa ambasciata di Inghilterra mi aveva detto che, ad opinione del Governo inglese, l 'ultima proposta russa (portare il livello di produzione tedesco al 70% del 1938, da questa percentuale prendere a favore della Russia le riparazioni sulla produzione corrente, scalate in un periodo di venti anni) costituiva un primo passo sulla via del compromesso: si sarebbe potuto discutere sia il livello a cui portare l 'industria tedesca, sia il % da prendere per le riparazioni, sia la dilazione delle riparazioni mettiamo in quarant'anni. Che l'Inghilterra sarebbe stata disposta a cercare, per questa via, almeno un principio di riavvicinamento fra le due tesi, ma non trovando nessun appoggio da parte francese, gli inglesi avevano dovuto lasciare cadere la cosa. Ho chiesto a Chauvel se questo fosse esatto: mi ha detto che effettivamente gli inglesi avevano proposto ai francesi di prendere insieme un'iniziativa per tentare un riavvicinamento fra le due tesi, ma che Bidault convinto dell'inutilità di cercare di riavvicinare due tesi opposte e di cacciarsi in tentativi di mediazione che hanno dato tante seccature nel passato ai francesi ha preferito di astenersi: non riteneva del resto che lo scopo russo fosse stato quello di fare un passo per un compromesso.

Rilevo, incidentalmente, che i circoli inglesi di Parigi sono molto seccati per l'atteggiamento passivo della Francia durante la Conferenza di Londra, atteggiamento che essi commentano dicendo che la Francia ha con ciò rinunciato a avere una parte nella politica tedesca.

Ho poi chiesto a Chauvel se riteneva possibile una conferenza a tre: mi ha detto che una conferenza del genere, sempre possibile, non era tuttavia nel programma in un avvenire prossimo. Pur ritenendo la rottura dei negoziati se non proprio definitiva, almeno per un periodo assai lungo, crede che gli americani non abbiano intenzione di fare, almeno per la Germania, dei gesti spectacular, come sarebbe una conferenza a tre: riteneva invece che si sarebbe cominciato senz'altro a trattare per via diplomatica fra le tre capitali, per risolvere una quantità di problemi connessi colla sistemazione della Germania occidentale. La conferenza a tre poteva uscire fuori solo per iniziativa dell'America: la Francia non si sarebbe rifiutata se richiesta, ma non avrebbe preso iniziative.

Richiesto circa gli oggetti delle conversazioni, mi ha detto, come mi aspettavo, la questione della Sarre, la questione della Ruhr, ed in generale la sistemazione politica ed amministrativa della Germania.

Quanto alla Sarre mi ha detto che essa non ha fatto un passo avanti: i russi si sono rifiutati di rispondere: gli americani e gli inglesi non hanno nulla in contrario all'annessione economica, ma non si sono ancora pronunciati ufficialmente.

Circa la questione della Ruhr mi ha ripetuta la solita tesi francese. Gli ho chiesto allora se non gli sembrava che gli accordi recentemente intervenuti fra gli inglesi ed americani avessero spostati i termini del problema.

Richiesto di chiarire il mio pensiero, gli ho detto che gli accordi, almeno quali erano stati pubblicati dalla stampa, davano, prima facie, l'impressione che la Bizona fosse diventata una specie di società per azioni in cui gli americani detenevano il 75% del capitale e gli inglesi il 25%: per cui gli inglesi potevano discutere un provvedimento con gli americani, cercare di convincerli ma non opporsi, gli americani avendo la maggioranza.

Chauvel mi ha detto che finora i francesi erano assai male informati circa la sostanza dell'accordo anglo-americano: ammetteva che, a prima vista, la mia impressione poteva essere esatta: che gli americani gliene avevano data un'interpretazione analoga alla mia: gli inglesi d'altra parte avevano osservato che le cose non stavano del tutto così (anche a me gli inglesi hanno detto la stessa cosa, ma non mi sembravano del tutto convinti).

Ho continuato osservandogli che, fin qui, i francesi avevano sostenuta la tesi di una amministrazione a tre, quattro o più della Ruhr, ma amministrazione in cui i partners avessero peso uguale: ossia, in parole povere, con diritto di veto. Dato l'accordo intervenuto con gli inglesi, per ottenere il quale gli americani avevano fatti degli importanti sacrifici finanziari, mentre era probabile che essi non avrebbero avuto nulla in contrario ad ammettere al controllo la Francia e anche qualche altro Stato, mi sarebbe sembrato strano che essi consentissero a rinunziare ad avere il 51% delle azioni, ossia il voto decisivo.

Chauvel mi ha risposto, un po' imbarazzato, che probabilmente era così: ma che comunque si sarebbe dovuto trattare.

Circa la costituzione di un governo della Germania occidentale mi ha detto che da parte americana tutto è pronto per metterlo fuori, a pochi giorni di preavviso. Circa l'opportunità di farlo, invece, i pareri erano discordi. Clay è d'opinione che convenga farlo e subito: con lui è la maggior parte degli americani di Germania e una parte del Dipartimento di Stato. Marshall invece, e con lui Bohlen, sono ancora esitanti: mi ha aggiunto però che la Germania essendo ancora considerata come zona di operazioni, e quindi alle dipendenze del War Department, l'opinione di Clay ha, in questo affare, maggiore peso che su altre questioni internazionali. Mi ha detto che anche in Inghilterra i pareri sono discordi: Bevin è contrario, Sargent invece vi è molto favorevole: è anzi, mi ha detto, stata questa una causa di suo continuo dissidio con Bevin, e ragione non ultima -a parte i limiti di età -del suo prossimo ritiro: dopo la partenza di Sargent, in questa come in altre questioni, Chauvel prevede una marcata accentuazione della politica inglese di equidistanza.

Richiesto circa la posizione francese, dopo avere premesso che, dopo tutto, anche di questo si dovrà trattare, mi ha detto che la Francia resta sulla tesi federalistica: ritiene cioè che la regola deve essere il potere ai Laender e l'eccezione il potere centrale: partendo da questo punto di vista i francesi ritengono che prima di affrontare il problema dell'amministrazione centrale della Germania occidentale, conveniva dare una maggiore completezza alla formazione dei Laender: una volta fatto questo si poteva esaminare il problema di un Governo centrale.

Alla mia richiesta se gli americani fossero unitari o federalisti, mi ha detto che essi erano federalisti. Avendogli fatto osservare che mi risultava piuttosto il contrario, Chauvel ha previsato che gli era sembrato che recentemente ci fosse una nuova evoluzione americana in senso federalista: che in realtà c'erano sempre state e c'erano ancora delle oscillazioni nella politica americana: che per esempio mentre gli americani e la stampa da loro controllata a Francoforte erano nettamente unitari, in Baviera facevano invece una politica marcatamente separatista.

Avendogli chiesto se, in tema di sicurezza, riteneva possibile che si riprendesse a tre il progetto Byrnes di un patto di garanzia, mi ha detto che non solo lo riteneva possibile, ma molto probabile ed anche a scadenza molto breve: solo che la sua formulazione sarebbe stata difficile dovendosi prevedere molte possibilità. A mia domanda di precisazione, mi ha detto che nelle condizioni attuali una aggressione tedesca non costituiva un pericolo molto grave, ma che bisognava prevedere anche la possibilità di una aggressione russa. «L'Italia sta a posto, mi ha detto, dopo la dichiarazione di Truman I: ma noi non abbiamo nulla a coprirci da una aggressione russa».

Circa la fusione della zona francese colla Bizona, mi ha ripetuto che la cosa è possibile, ma non immediata: che della cosa si deve trattare: che non ci si arriverà che gradualmente e nella misura in cui si arriverà alla soluzione delle altre questioni: che la questione era delicata sia per 'le necessità americane, sia per le diverse opinioni che in proposito regnavano in Francia. (Qui in Francia, noto incidentalmente, una grossa difficoltà viene fra l'altro dal gen. Koenig, il cui peso

39 I Vedi serie decima, vol. VI, D. 805.

nella situazione anche interna francese non è indifferente: sostiene la tesi che la Francia dovrebbe abbandonare solo una parte della zona e in cambio del riconoscimento di uno statuto speciale per la Renania: come si vede il bravo generale è ancora su delle idee piuttosto antiquate).

Circa le possibili intenzioni dei russi, Chauvel mi ha detto che essi presumibilmente non vogliono abbandonare niente, e non decidere niente. Ritiene che probabilmente Marshall ha ragione quando pensa che essi attendono ancora i risultati della «guerra fredda» in Francia ed in Italia: che probabilmente pensano anche che se l'America ha da fare in Francia ed in Italia si occuperà meno di quello che accade nella zona sovietica.

Gli ho chiesto cosa ne pensasse della minaccia fatta dalla stampa russa di Berlino di considerare Berlino come esclusivamente zona russa. Mi ha detto che di questo a Berlino se ne parla da un pezzo, che sono state già varie volte fissate delle date. Che comunque i francesi non hanno nessuna intenzione di abbandonare, di loro spontanea volontà, l'amministrazione a quattro: che gli inglesi non vi annettono una grande importanza, ma che gli americani hanno, a varie riprese, dichiarato che se i russi vogliono metterli fuori di Berlino, dovranno adoperare la forza, con tutte le conseguenze che ne derivano. Personalmente è piuttosto convinto che non accadrà niente: che tutto questo fa parte solo della guerra dei nervi: che attualmente i russi, come politica attiva, sembrano piuttosto orientati verso l'Europa danubiana e balcanica: che data la situazione tesa fra i due protagonisti evidentemente un incidente potrebbe scoppiare in Germania da un momento all'altro, ma che, secondo lui, la zona veramente pericolosa non è la Germania.

Trasmetto senza commento, per l'interesse che essa può avere, questa mia lunga conversazione con Chauvel: mi riservo di farle avere qualche mia considerazione sulla Conferenza di Londra, dopo che avrò avuto occasione di parlare anche con Couve e con Bidault.

40

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AGLI AMBASCIATORI A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, A PARIGI, QUARONI, E A WASHINGTON, TARCHIANI

T. S.N.D. 18212/c. Roma, 26 dicembre 1947, ore 21.

Stamane iniziatesi conversazioni itala-jugoslave per nomina governatore Trieste!. È apparso subito che Governo Belgrado annette alla questione massima importanza anche per suoi riflessi sui rapporti fra due Paesi. Detto Governo è evidentemente deciso mettere tutto in opera per ottenere nomina governatore al più presto possibile.

Conversazioni pertanto si annunciano oltremodo delicate ed occorre che codesto Governo si renda conto della posizione particolarmente difficile in cui ci troviamo. Mi richiamo al riguardo mio telegramma (per Washington) n. 584 del 27 settembre, (per Londra) n. 412 del 30 settembre, (per Parigi) n. 508 del 30 settembre2.

Prego S.V. voler tenersi in contatto con codesto Governo informandomi su sue probabili reazioni sia nel caso in cui conversazioni attuali dovessero comunque portare ad accordo tra Italia e Jugoslavia sia in caso contrario3.

40 l Queste conversazioni avvenivano su invito del segretario generale dell'O.N.U. in base alla decisione adottata nella seduta del 18 dicembre dal Consiglio di sicurezza. Mascia aveva comunicato da New York tale decisione con T. 17585/69 del 22 dicembre.

41

IL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 17814/055. Atene, 26 dicembre 1947 (per. il 29).

Telegramma di codesto Ministero n. 17915 del 18 dicembre 19471.

Ringrazio per la cortese assicurazione di prendere subito contatto coi competenti organi americani. I miei telegrammi appunto miravano a sottolineare l'urgenza del compito.

Il piano Marshall suggerisce alle Nazioni europee di non percorrere strade separate e venirsi incontro sui programmi concordati cercando nell'unione la forza. La brillante originalità del suggerimento di Marshall è di avere indicato il modo di trasformare -con l'aiuto americano -una situazione disperata in una più unica che rara opportunità per l'Europa di abbandonare le disunioni politiche per una fruttuosa collaborazione economica. Questa opportunità in questo settore è già da alcuni mesi aperta collo specifico programma americano di aiuti nella parte destinata alla ricostruzione della Grecia, programma che deve sperarsi necessariamente intensificato.

Nulla sarà tentato da questa Legazione ali 'infuori di tali binari, ma proprio perché AMAG in questo settore mediterraneo possiede poteri specifici grandissimi, ho ritenuto mio dovere, assumendo la missione affidatami, segnalare a codesto Ministero2 che AMAG è tutt'altro che intonata ai programmi dell' «European Recovery Program» e sin'ora qui ad Atene ci furono precluse tutte le occasioni, così che particolari, tempestive istruzioni da Washington, potrebbero riuscire utilissime allo scopo di sfruttare i miei nuovi primi contatti con questi ambienti americani. Tanto più che la collaborazione economica italo-greca su qualsiasi altra base è difficilissima.

40 2 Vedi serie decima, vol. VI, D. 533. 3 Per le risposte di Gallarati Scotti, Quaroni e Tarchiani vedi rispettivamente DD. 54, 56 e 44. 41 t Vedi D. 15. 2 Vedi D. 6.

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IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. Roma, 26 dicembre 1947.

Stamattina, come d'intesa, il ministro di Jugoslavia a Roma, signor Ivekovic, è venuto ad iniziare con me le conversazioni per la scelta di un nome che -secondo l'invito rivolto ai Governi di Roma e Belgrado dal Consiglio di Sicurezza -dovrebbe essere fatto di comune accordo per la carica di governatore di Trieste.

Il signor Ivekovic ha iniziato la conversazione facendo presente l'importanza dell'argomento che egli voleva trattare dato, egli ha detto, che la situazione attuale del Territorio Libero era da considerare insostenibile. Aggiungeva che probabilmente «qualche Potenza» non desiderava cambiamenti allo stato attuale delle cose, ma che viceversa il Governo di Belgrado riteneva ormai necessario addivenire alla sistemazione amministrativa del Territorio Libero. Egli riteneva che l'attuale trattativa, data la sua importanza e i riflessi in ogni campo delle relazioni italo-jugoslave, costituirà la pierre de touche dei rapporti fra i due Paesi. Ho risposto al ministro di Jugoslavia che eravamo nelle migliori disposizioni per trattare la questione nell'intendimento di poter creare nel Territorio Libero condizioni quanto più favorevoli agli abitanti del Territorio e, per tal via, facilitare anche buoni rapporti fra i due Paesi direttamente interessati.

Ho anche accennato al fatto che, essendo la situazione di Trieste la risultante di un non felice compromesso a suo tempo intervenuto tra gli Alleati, bisognava ora cercare di migliorare la situazione stessa e non peggiorarla· con la nomina di un governatore che risultasse persona non realmente capace ed equanime. Il ministro di Jugoslavia ha fortemente sottolineato che la soluzione del problema di Trieste era stata veramente poco felice e che, sia per il Territorio stesso, sia per i rapporti fra Italia e Jugoslavia, essa poteva creare sempre gravi preoccupazioni. Sosteneva pertanto la necessità di nominare un governatore il quale potesse riparare agli inconvenienti locali e per il cui tramite potessero essere anche presi opportuni accordi tra Roma e Belgrado nell'interesse sia del Territorio Libero che dei rapporti fra i due Paesi.

A questo punto il ministro di Jugoslavia mi ha sottoposto una lista di tre nomi che, su istruzioni del Governo di Belgrado, ci comunicava per la scelta di un candidato alla carica di governatore di Trieste e mi chiedeva se il Governo italiano era disposto a fermarsi su uno di essi o credeva di segnalare a sua volta altri nomi. Presa visione dei nominativi elencati ho fatto presente al ministro di Jugoslavia che non mi era nuovo il nome del senatore svedese signor Georg Branting, ma che sugli altri due nominativi, il cecoslovacco dr. Buhuslav Ecer e il norvegese Emil Stang, non possedevo alcuna notizia. Salvo ad esaminare attentamente i nominativi proposti, non ero d'altra parte in condizioni di dare sul momento l'indicazione di nostri nominativi senza superiori istruzioni. Affermavo in ogni modo che nell'interesse innanzitutto del Territorio Libero e poi anche dei due Governi di Roma e Belgrado, mi sembrava indispensabile ponderare attentamente la scelta del candidato e delle sue attitudini amministrative, politiche, ecc. necessarie per una carica di tale importanza, ed anche per i riflessi politici internazionali che ogni suo atto non mancherebbe di avere. Il ministro Ivekovic ne ha convenuto, ma ha insistito perché una nostra risposta gli pervenisse al più presto. Gli ho fatto osservare che in considerazione anche di questo periodo di feste, il termine indicato dal Consiglio di sicurezza poteva ritenersi molto ristretto.

Dall'insieme della conversazione ho tratto -e non ne sono rimasto sorpreso -la precisa impressione che è intenzione del Governo di Belgrado di eliminare quanto prima possibile le truppe alleate dal Territorio Libero. Mentre si parlava dei nomi da esaminare, gli ho chiesto se la circostanza che alcuni nomi non erano stati, «sembra», accettati dal Consiglio di sicurezza non dovesse consigliare ad astenerci dal prenderli in considerazione. Il ministro di Jugoslavia ha allora asserito che il Consiglio di sicurezza non aveva discusso alcun nome ma che, essendo sorta una questione di procedura non per altro risolta, tutti i nomi proposti, sia dagli Alleati che dalla Russia, erano stati respinti in blocco. Ha aggiunto che limitarsi a scegliere tra i nomi già presenti al Consiglio di sicurezza potrebbe facilitare il compito perché su di essi il Consiglio stesso dovrebbe già aver raccolto elementi di giudizio. Da quanto è a nostra conoscenza, viceversa, molti nomi sono stati sicuramente vagliati e scartati in conversazioni private, seppure non in sede di riunioni ufficiali.

Dopo quanto il ministro Ivekovic ha fatto presente fin dal primo momento mi sembrerebbe difficile poterei esimere dall'indicare qualche nominativo senza urtare la suscettibilità del Governo di Belgrado. Ritengo altresì, alla luce dei precedenti della materia, che, di fronte ad una designazione comune fatta da noi e da Belgrado, il Consiglio di sicurezza, avuto riguardo dell'opinione pubblica e tenuto conto anche del fatto che di esso fanno parte alcuni piccoli Stati, potrà difficilmente rifiutarla.

Siamo rimasti d'accordo che riprenderemo tra qualche giorno la conversazione oggi iniziata.

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IL CAPO DELLA MISSIONE ITALIANA A TRIESTE, GUIDOTTI, AL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI

L. RISERVATA 596/178. Trieste, 26 dicembre 1947 (per. il 27).

Mi riferisco alla mia ultima lettera n. 541/164 del 22 corrente'. L'annuncio del mandato del Consiglio di sicurezza per la nomina del gover

natore ha agitato violentemente le acque politiche locali. È questo un lato minimo del problema, non fosse altro perché destinato a rimanere senza reale influenza sulla sua soluzione. Tuttavia è anch'esso uno dei tanti elementi della situazione, e come tale sento il dovere di portarlo a sua conoscenza.

Non è difficile immaginare l'atteggiamento dell'estrema sinistra (partito comunista locale e Unione antifascista italo-slovena); è compatta per l'immediata nomina di un governatore «imparziale» e «di compromesso». Stampa, dimostrazioni, manifesti, tutti reclamano rumorosamente la stessa cosa.

In queste condizioni, visto che i due gruppi sono invariabilmente d'accordo per avere opinioni opposte, si potrebbe pensare che i partiti siano t)Jtti contrari al medesimo obiettivo. Non è completamente così a causa degli istriani. Questi hanno un loro organo rappresentativo, il C.L.N. dell'Istria; e sono inoltre presenti, e fanno sentire la loro voce, in tutti i partiti triestini. La loro unica preoccupazione è di alleviare le sofferenze dei loro fratelli nella Zona B -e pensano con ottimismo che la nomina di un governatore potrebbe in breve tempo restaurarvi la legalità e la giustizia. È un punto di vista naturale, legittimo e rispettabile, puramente emotivo, non politico; e, come ella sa, lo hanno manifestato pubblicamente in un indirizzo al Governo.

Questo indirizzo ha colto di sorpresa i partiti triestini i quali si sono trovati innanzi al difficile compito di conciliare la loro iniziale ostilità alla nomina del governatore con i sentimenti di solidarietà con gli istriani. Mentre in un primo tempo, come ho riferito con la mia lettera del 22 corrente, la Giunta d'intesa aveva deliberato di inviare semplicemente un telegramma al Governo chiedendo di essere consultata prima di ogni decisione, all'indomani dell'improvvisa iniziativa presa dal C.L.N. istriano, la situazione si è presentata più complessa; ed è stata riconosciuta la necessità, o di mettersi tutti d'accordo o di precisare le differenze d'opinione.

Una prima riunione tenutasi il 23 si è chiusa senza risultati positivi. È stato deciso perciò di tenerne una seconda, sabato prossimo, di redigere una o più risoluzioni a seconda che l'accordo manchi o sia realizzato, ed eventualmente di inviare una delegazione a Roma per esporre i rispettivi punti di vista «in altro luogo».

Anche tra gli stessi partiti l'accordo non è completo; perché mentre la destra, il Partito repubblicano di azione e la Democrazia cristiana sembrano temere la nomina di un governatore, o comunque voler mettere l'accento sulla necessità di scegliere una personalità che dia assoluta garanzia di energica tutela dei diritti italiani a Trieste, il Partito socialista sembra inclinare più degli altri verso la tesi istriana.

Per parte mia ho messo in rilievo la necessità assoluta di evitare ogni pubblicità e discordia, e di lasciare la massima libertà di azione al Governo in una trattativa così delicata. Mi sono invece astenuto dal commentare il progetto dell' ambasceria, che dovrebbe essere innocuo così come. è irrilevante, mentre dà un senso di generale soddisfazione a chi, essendo completamente all'oscuro di tutto il gioco delle forze internazionali che si svolge dietro la scena, desidera partecipare allo spettacolo.

43 l Vedi D. 36.

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L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 17784/1133. Washington, 27 dicembre 1947, ore 20,38 (per. ore 8,30 del 28).

Suo 18212/c.I. In base alle istruzioni V.E. è stato nuovamente interpellato competente funzionario del Dipartimento di Stato su questione governatore Trieste.

Al riguardo in aggiunta a quanto già riferito ci è stato riservatamente chiarito che punto di vista Dipartimento di Stato è che in presenti condizioni solo mantenimento vigente regime militare provvisorio e relativa linea demarcazione interna possa mantenere situazione Trieste. Anche nomina governatore imparziale energico potrebbe difficilmente evitare complicazioni cui darebbe occasione fusione due zone Territorio Libero.

Avendo fatto presenti nostre preoccupazioni ci è stato risposto che al Dipartimento di Stato si rendono conto nostro interesse migliorare rapporti con Jugoslavia ma si intende difficilmente come Governo italiano possa ricercare accordo su tale questione, finché Governo jugoslavo non dia sicuro affidamento aver rinunziato sue rivendicazioni e mentre premura dimostrata per nomina governatore sembra confermare intento Belgrado affrettare condizioni più favorevoli per sua ulteriore azione.

Ci si rende altresì conto della nostra delicata situazione e proprio in previsione di essa Dipartimento di Stato aveva dal 20 agosto scorso2 raccomandato che Governo italiano si cautelasse fin da conversazioni preliminari contro prevedibili pressioni jugoslave con enunciazione più completa e meticolosa possibile dei requisiti cui candidato dovrebbe rispondere.

Quanto a possibili reazioni nei riguardi esito conversazioni in corso, ci si è fatto intendere che nostra eventuale intesa con Jugoslavia su candidato governatore renderebbe indubbiamente molto difficile compito delegato americano Consiglio sicurezza evitare soluzioni che non diano attuali garanzie.

Mancato accordo, secondo opinione interlocutore, darebbe invece agio Governo americano tentare in seno al Consiglio sicurezza azione che esso avrebbe allo studio per eventuale revisione clausole trattato di pace relative Trieste, facendo valere loro inapplicabilità specie per la situazione creata da jugoslavi. Senza sperare risultati immediati nelle attuali condizioni, tale iniziativa potrebbe avere valore di precedente in ulteriori possibili sviluppi.

44 I Vedi D. 40. 2 Vedi D. 26.

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L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 3054/612. Mosca, 27 dicembre 1947 (per. il 12 gennaio 1948).

I commenti sovietici sulla interruzione delle trattative per la Germania hanno continuato sullo stesso tema: il tema delle responsabilità della rottura, rigettandolo naturalmente sugli americani e sui loro servitori inglesi e francesi.

Non si può negare che i sovietici abbiano in questa polemica alcune buone ragioni, che dipendono essenzialmente dalla maggior precisione dei loro progetti di fronte a quelli degli avversari. Sui quattro temi fondamentali dei dibattiti essi avevano assunto una linea ben precisa: unità sostanzialmente accentrata ed autoritaria della Germania, immutabilità delle frontiere orientali, riparazioni sulla produzione corrente, controllo internazionale della Ruhr. Di fronte a queste posizioni precise non vi era nel campo anglo-franco-americano quella unità di indirizzo, che i sovietici per ragioni di polemica sogliono attribuire ai loro contraddittori: Bidault era disposto a riconoscere subito le frontiere polacche, ed aveva sulla Ruhr idee non del tutto simili a quelle angloamericane; Bevin non sembrava tanto contrario quanto gli americani a qualsiasi forma di riparazioni sulla produzione corrente; tutti avevano, di fronte al progetto di unità della Germania, delle idee più o meno incerte e soprattutto difficili da concretare.

Fatto è che a un certo punto fu Marshall a proporre di andarsene a casa, quando Molotov era ancora nella fase di un lento stillicidio di discussioni dure accompagnate a minime concessioni; e poiché l'intenzione di Marshall di non sopportare troppe settimane di discussioni e di polemiche, era a tutti preventivamente nota, non manca di fondamento, almeno in superficie, l'accusa che i sovietici oggi muovono agli americani.

Per ciò che riguarda l'avvenire, i sovietici sono ermetici, e mentre si occupano molto di rilevare le vere o supposte intenzioni altrui, naturalmente nulla dicono delle proprie.

Il loro atteggiamento esteriore di fronte alle conseguenze della rottura delle trattative potrebbe essere espresso abbastanza bene da due accenni conclusivi del commento di Novoe Vremia: «La rottura della sessione di Londra-ha scritto Tempi Nuovi -è la rottura dei preparativi per una pace democratica della Germania», ed ha aggiunto: «l'avventurosa politica dell'imperialismo americano si rivolge in definitiva contro se stessa: le forze del campo democratico ricevono sempre maggiori rinforzi, anche in Germania, e crescono e si rafforzano sempre più. Esse non permetteranno di imporre ai popoli una pace imperialista». I sovietici, in altri termini, non intendono affatto nascondere la gravità del fallimento dei negoziati né si ritraggono di fronte alla eventualità che tale fallimento si rilevi definitivo, ma vogliono mostrarsi ugualmente tranquilli e sicuri di affrontare vantaggiosamente le conseguenze.

Ed infatti tutte le notizie che i sovietici hanno pubblicato fino ad oggi sulla Germania sono nel senso che in essa si prepara la nuova costituzione, si gettano le basi dello stato della Germania occidentale, e persino si prepara agli Stati Uniti il progetto per la ricostruzione edilizia di Francoforte sul Meno come nuova capitale. Si dà cioè la separazione non solo economica ma politica della Germania, implicante naturalmente anche la formazione della Trizona, come scontata, dimostrandosi sicuri che tutto ciò si risolverà a danno di chi avrà voluto la divisione dello Stato tedesco.

Si può dire che uguale sicurezza, od ostentazione di sicurezza, vi sia anche nel campo angloamericano? Di qui è difficile giudicare, ma non sembrerebbe, se sono esatte certe notizie di fonte angloamericana.

Intanto, è certo che Bevin ha smentito ogni piano preventivo di formazione di una Germania occidentale politicamente separata; mentre i generali Clay e Robertson, da Berlino, in questi giorni hanno nuovamente negato la intenzione di formare un nuovo Stato germanico dell'ovest.

Altre notizie di fonte inglese hanno accennato ad un supposto mutamento di politica americana, sia sulla Germania in generale, sia sulla Rhur in particolare. Sulla Germania non si penserebbe più ad uno stato e ad una pace separati: non si vorrebbe cioè lasciare che Molotov acquisti definitivamente la figura, troppo popolare fra i tedeschi, di campione dell'unità; e si temerebbe pure che a Francoforte sul Meno come capitale del separatismo i russi contraponessero Berlino come cittadella della unità, mettendo anche in difficoltà la stessa occupazione multipla della città, così precariamente stabilita entro la zona russa. Quanto alla Rhur riprenderebbe credito la tesi della internazionalizzazione, e della socializzazione, per soddisfare francesi ed inglesi insieme.

Non so quanto di vero vi sia in tutto questo, e cercherò di sentire al riguardo il generale Smith che è rientrato l'altro ieri da Londra, via Berlino; aggiungo che un giornale filosovietico di Berlino accennava giorni or sono, significativamente, al fatto che l'accordo per Berlino presupponeva la persistenza della situazione a suo tempo e correlativamente concordata per la Germania occidentale.

Quel che sembra certo, si è che i sovietici hanno saputo uscire da Londra con l'apparenza dei difensori dell'unità, e soprattutto nella situazione di chi aveva una tesi positiva e costruttiva da sostenere, ed è stato impedito di portare questa tesi ai suoi logici sviluppi. La posizione americana, così energicamente sostenuta, aveva per logico sbocco la separazione netta delle due Germanie: se, dopo Londra, i sovietici persistono nella loro tesi e gli americani tentennano sulla propria, sono i primi ad avere guadagnato qualche punto, non i secondi.

Accenno a questi dubbi per quel che possono valere le fonti di informazione da cui derivano, in attesa che i fatti, e le informazioni delle sedi più informate della mia sull'atteggiamento anglo-americano, chiariscano meglio la situazione.

Per intanto, Molotov potrebbe vantare un suo positivo contributo al salvataggio di quel che era salvabile della Conferenza di Londra, per ciò che riguarda l'Austria.

Se sono veri i resoconti di qui, fu Molotov che all'ultimo momento, quando ormai la conferenza stava per essere chiusa, riportò sul tappeto l'argomento dell'Austria, formulò in extremis la sua controproposta al progetto francese, e diede modo ai Quattro di riportare il tema avanti ai sostituti. La prossima riunione di Londra di fine gennaio costituisce l 'ultimo filo di connessione fra i due gruppi, l 'ultima speranza che da un accordo sull'Austria possa rinascere ancora una trattativa per la Germania.

Non è il caso di illudersi che le trattative rimaste in piedi siano di facile conclusione, ma pare certo che su questa strada il terreno è stato alquanto spianato in duplice modo:

a) sostanzialmente, i sovietici dovrebbero avere rinunciato alla loro pregiudiziale per un trattato sulla Germania, anteriore o almeno contemporaneo a quello sull'Austria. Se ciò non fosse, non avrebbero accettato do continuare solo sull' Austria le trattative. Se invece essi si riservassero di pretendere nuovamente la connessione dei due problemi dopo le riunioni dei sostituti e prima che il trattato austriaco tornasse ai quattro ministri, ciò facendo dovrebbero chiedere essi stessi di riaprire i negoziati per la Germania;

b) finalmente si è passati dalla discussione sui principi ad una discussione businesslike, secondo la impostazione francese: e la differenza per ciò che riguarda il petrolio, fra il 50% proposto dai francesi e il 66% consentito dai sovietici, non appare invalicabile.

Qui siamo, evidentemente, su un terreno in cui entrambe le parti, dopo tanto irrigidimento, hanno compreso che dovevano pur cedere: gli anglofrancoamericani, consentendo un largo permanente controllo economico dei sovietici su importanti settori della economia austriaca, hanno in sostanza finito per ammettere che l'influenza in Austria non poteva rimanere riservata esclusivamente a loro. Hanno ammesso cioè il principio di un condominio (che potrà essere domani anche un conflitto permanente) economico sull'Austria, da sostituirsi al condominio territoriale e politico della occupazione. D'altro lato i sovietici, accennando a svincolare il trattato dell'Austria da quello della Germania e consentendo a ridurre la entità delle loro pretese, hanno dimostrato di comprendere che la permanente occupazione avrebbe finito per risolversi più a loro svantaggio che a loro utilità. Mi risulta che Vyshinsky avrebbe detto esplicitamente al ministro d'Austria a Mosca: «Nessuno potrà dire, a questo punto, che sono i sovietici a porre pregiudiziali sulla conclusione della vostra pace».

Vi è dunque una qualche ragione di sperare per il trattato austriaco, e cioè pure una ragione per non disperare del tutto sul trattato germanico, perché un accordo sul primo non potrebbe non avere favorevoli ripercussioni psicologiche, ai fini di facilitare la ripresa delle trattative sul secondo.

Il corso delle cose non dipenderà tuttavia tanto dai dati stessi del problema austriaco, quanto dalla situazione generale. Ciò che fece fallire Londra non fu la situazione delle trattative sospese a Mosca, ma il mutamento della situazione nei sei mesi di intervallo. Ugualmente si deve dire di oggi.

Come ebbi occasione di accennare col mio telespresso in previsione della Conferenza di Londra!, ciò che faceva dubitare delle possibilità di vere e proprie rinunzie sovietiche era la situazione di maggiore forza, in cui pare che col passare del tempo, i sovietici si sentano sotto il triplice profilo delle intenzioni degli Stati Uniti, della propria ricostruzione interna e della situazione europea.

45 ' Non pubblicato, ma vedi serie decima, vol. VI, D. 759.

Ed infatti, i sovietici hanno duramente trattato, hanno fatto qualche piccola concessione, ma non hanno avanzato nessuna di quelle larghe proposte a sorpresa, che si speravano o si temevano, secondo le varie tendenze.

Oggi la lotta è più che mai concentrata all'Europa, ed i sovietici dubitano sempre più della possibilità degli americani di potervi tenere effettivamente le loro posizioni, e non hanno perduto affatto le loro speranze di estendere, attraverso la politica interna dei Paesi europei occidentali, la loro influenza. Francia, Italia e Grecia, rimangono e rimarranno per ora gli obiettivi immediati di questa penetrazione dall'interno, ed è dal corso degli avvenimento di questi Paesi che possono derivare conseguenze incalcolabili sulla situazione politica generale, e per riflesso anche sulle trattative di pace. Gli sviluppi della creazione del Governo di Markos in Grecia; le prossime elezioni italiane; la sorte della unità sindacale e del Governo Schuman in Francia, non possono quindi essere dimenticate, quando si ragiona delle mosse che si potranno svolgere al tavolo della Conferenza dei sostituti per l'Austria.

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L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 11532/3651. Washington, 27 dicembre 19471.

Ho trasmesso con il mio rapporto n. 11378/3601 del 19 dicembre2, il testo dell' «Outline of a European recovery program» che costituisce la base per lo studio che il Congresso americano dovrà effettuare nelle prossime settimane sul piano Marshall prima di passare ai dibattiti in seduta plenaria su tale argomento.

Come ho già telegraficamente segnalato a V.E., mi è stato confermato che è ancora in corso la definitiva messa a punto della ripartizione delle somme tra i vari Paesi e che i documenti relativi verranno presumibilmente presentati al Congresso nel prossimo mese all'inizio della nuova regolare sessione. Il Dipartimento tuttavia continua ad annettere una limitata importanza a tale nuova serie di documenti, ritenendo che la effettiva ripartizione della somma sarà lasciata in definitiva al giudizio dell' Administrator dopo il passaggio della legge, mentre le cifre che verranno sottoposte ora avranno un valore puramente indicativo e di documentazione.

Le preoccupazioni del Dipartimento di Stato riguardano piuttosto quelle delle proposte formulate nell' «Outline» che più possono essere soggette agli ondeggiamenti imprevedibili della politica interna e costituire per certi gruppi parlamentari un «espediente» di lotta politica per la campagna presidenziale.

46 l Manca l'indicazione della data di arrivo. 2 Non pubblicato.

Già, come ho avuto occasione di segnalare, le discussioni in Congresso per l'interim aid hanno dato modo di registrare, sia pure in sordina, alcune di tali manifestazioni e non vi è dubbio che soltanto la grande abilità parlamentare e l'autorità indiscussa di Vandenberg sono riuscite a vincere le riluttanze di alcuni settori del Congresso e a trascinare verso il voto finale i senatori e i congressmen più recalcitranti.

È facile prevedere che a Vandenberg spetterà nuovamente il gravissimo peso di pilotare il nuovo bill dell'E.R.P. in Congresso in un'atmosfera certo più tesa e «riscaldata» dagli interessi particolari degli esponenti più in vista dei due rami del Parlamento. Grave peso in quanto Vandenberg si troverà a dover scegliere l' «optimum» di una via di compromesso tra la sua consapevolezza delle necessità europee e degli interessi della politica estera americana in Europa e le pressioni che gli perverranno dal partito repubblicano che non potrà subire supinamente una proposta avanzata dal presidente e attraverso di lui da una Amministrazione emanante dal partito democratico.

Le avvisaglie di tali difficoltà si sono già avute nei commenti e nelle dichiarazioni fatte subito dopo la pubblicazione dell' «Outline» sopra menzionato. Come ebbi a segnalare nel novembre scorso, al momento della formulazione del programma presidenziale di politica economica all'estero e all'interno, non potendosi abolire il piano Marshall, che è ormai bene o male accettato quasi unanimamente come una ineluttabile esigenza e come un «calculated risk», si cercherà di attaccare il piano in alcuni dei suoi aspetti tecnici e cioè: sull'ammontare delle somme proposte, sulla durata degli impegni chiesti al Congresso, sul tipo di ente proposto per l'amministrazione degli aiuti.

Vandenberg si è per ora limitato a dichiarare c.he è «open minded» a qualsiasi suggerimento gli verrà formulato nel corso dell'esame che sarà compiuto dal Comitato per gli affari esteri del Senato, convocato allo scopo il 7 gennaio per la durata di tre settimane. Ed è certo che Vandenberg prima di decidere la linea da seguire chiamerà a testimoniare i più autorevoli esponenti di questi ambienti politici ed economici, tra gli altri Bemard Baruch e William Clayton.

Il senatore Taft, di cui sono note le offensive e le ritirate in sede di discussione dell' interim a id, ha invece già dichiarato che le sue obiezioni più forti sono per la durata degli impegni e per gli ammontari proposti, indubbiamente a suo avviso troppo elevati. E non vi è dubbio che nei prossimi mesi si assisterà ad un interessante velata schermaglia tra i due più illustri esponenti del partito repubblicano; il primo Vandenberg, più vicino all'Amministrazione e agli interessi politici generali, non avendo aspirazioni presidenziali, il secondo, Taft, assillato dalla costante preoccupazione di assumere il ruolo di paladino degli interessi del taxpayer americano e di costituirsi così una buona pedana per la sua candidatura a presidente.

Vari altri esponenti del partito repubblicano hanno espresso dubbi e perplessità: in particolare lo speaker della Camera, Martin, è stato notevolmente duro nella sua critica al piano proposto dal presidente, rilevando che esso non poteva costituire una seria base di studio per il Congresso e che piuttosto gli sforzi dei due rami del Parlamento avrebbero dovuto concentrarsi sull'esame delle proposte avanzate dal select Committee di Herter, certo molto più palatabili per il partito repubblicano che non quelle proposte dal Governo. E in realtà uno dei problemi che più sta attirando l'attenzione di questi circoli politici è quello dell'Ente da stabilirsi per l'amministrazione del piano. Dai miei successivi telegrammi in argomento, codesto Ministero avrà notato l'incertezza che ha caratterizzato l'esame di tale aspetto del piano Marshall. Dalla costituzione di una Administration dipendente dal Dipartimento di Stato, si è passati al compromesso di un ente teoricamente indipendente, ma soggetto alle direttive del Dipartimento per tutte le questioni attinenti alla politica estera e in pratica quindi strettamente legato al Dipartimento stesso. Proposte queste ben lungi dall'accontentare i repubblicani e dall'adeguarsi al programma Herter, volto piuttosto alla creazione di un ente businesslike il più distante possibile dall'Amministrazione ordinaria e, per le sue caratteristiche, più aderente alle necessità e alle possibilità dell'economia interna americana nei confronti del piano. (Possibilità che, si continua da molti ad insistere, saranno forzatamente limitate sia per ciò che riguarda gli approvvigionamenti alimentari e sia per quanto concerne acciaio, ferro e altri prodotti ancora estremamente scarsi su questo mercato).

A lato delle manifestazioni strettamente parlamentari, e alle critiche formulate finora, si è però assistito a un inizio di interessante attività favorevole al piano di certi importanti settori politici e alla mobilitazione dei «pressure groups» da parte del Governo. Accenno in particòlare alle dichiarazioni di esponenti dell' «America Federation of Labom, del «Congress of Industriai Organization», degli «Americans for Democratic Action», gruppi politici laburisti e progressisti, spesso in contrasto tra loro, ma in questo caso affermanti unanimamente la necessità di una rapida adozione del piano. Il Governo, per suo conto, criticato per non aver saputo dare, il giorno del messaggio del presidente, adeguata pubblicità alle sue proposte (quello stesso giorno i giornali americani erano anche notevolmente impegnati dal discorso di Marshall dopo la Conferenza di Londra), va intensificando ora la sua azione attraverso radio trasmissioni, discorsi di influenti personalità (tra le quali hanno già parlato gli ex-sottosegretari di Stato Clayton e Acheson), dichiarazioni di gruppi politici favorevoli.

Il più importante di questi, il «Committee for the Marshall Plan to aid European Recovery» (di cui fanno parte illustri esponenti della vita politica americana, tra cui gli ex-membri del Governo Patterson, Stimson, Crew) ha esposto un programma di azione basato su quattro punti: l'aiuto deve essere immediato, completo, fondato sul reciproco rispetto e tale da non comportare indebitamenti eccessivi per le Nazioni riceventi.

Trasmetto qui unito copia di tale programma oltre che i numerosi ritagli degli articoli apparsi su questa stampa prima e dopo il messaggio del presidente3. Quanto ho sopra riferito indica come i pareri siano tuttora divisi su molti dei problemi connessi con l'esecuzione del piano e come notevole sarà la battaglia parlamentare circa il piano stesso. Si assisterà, questa volta probabilmente in misura maggiore che non in passato, data l'importanza degli interessi in gioco, all'abituale serie di proposte e controproposte, al gioco di allineamenti parlamentari, violenti e minac

ciosi all'inizio e in seguito temperantesi per l'intervento persuasivo degli elementi più responsabili del Congresso, alla costante difesa del tax-payer, alla ripetizione del motivo già spesse volte addotto della insufficiente disponibilità dei prodotti negli Stati Uniti. Sopra tutto la discussione del piano costituirà l'arena della prima fase della lotta per la candidatura alle elezioni del 1948. È difficile prevedere quindi quali saranno le conseguenze di tutto ciò per il piano. Probabilmente il piano ci sarà più tardi di quanto previsto (e già, in previsione di ciò, comincio ad adoperarmi per il caso che si renda necessario un interim aid n. 2), per un ammontare minore di quanto richiesto, e con caratteristiche organizzative certo diverse da quelle della proposta presidenziale.

Poiché però l'Amministrazione democratica è vitalmente impegnata nel piano, è certo che essa adopererà ogni mezzo di pressione e di persuasione sul Congresso. Non mancherò di segnalare a codesto Ministero, in base ai costanti contatti che questa ambasciata tiene in argomento sia con il Dipartimento e sia con le altre rappresentanze diplomatiche in Washington interessate, se e quale azione converrà da parte nostra svolgere per accompagnare le varie iniziative che l'Amministrazione andrà svolgendo.

46 3 Non pubblicati.

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L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI

L. RISERVATISSIMA PERSONALE. Mosca, 27 dicembre 1947.

Preferisco esporre a lei alcune considerazioni, che avrebbero anche potuto formar materia di un telespresso o di un rapporto: ma, dati i loro riflessi di politica interna, ritengo opportuno abbiano una circolazione limitata secondo il suo prudente criterio.

Come ebbi già occasione di segnalare, il rimpasto governativo italiano è stato accolto qui, come in Italia dai comunisti, con aperta ostilità: ed era naturale. I saragattiani erano e restano per loro i traditori della causa dei lavoratori, ed i repubblicani, se prima erano considerati come innocui democratici, ora sono stati qualificati (da un giorno all'altro) dal Trud «borghesi reazionari».

Dal punto di vista, ad esempio, dei repubblicani, il rimpasto aveva due djchiarati scopi essenziali: l'uno, appoggiare la democrazia cristiana su una strada democratica, liberandola dal ricatto delle destre; l'altro, provocare una certa distensione nei riguardi dell'estrema sinistra, rassicurandola sulla presenza al Governo di forze democratiche sicuramente non disposte, né a consentire elezioni manovrate, né ad ammettere una politica liberticida nei riguardi dei partiti estremi. Non parlo del primo scopo, che ha importanza essenzialmente di politica interna: mi soffermo sul secondo, perché mi pare abbia riflessi di politica estera che ci interessano. Apparentemente, questo secondo fine è fallito, per i violenti attacchi dei socialcomunisti alla nuova formazione governativa ed ai nuovi entrati. Sostanzialmente mi pare-per quanto posso desumere dalle scarse informazioni di cui dispongo qui -che i comunisti, o perché più sicuri dopo il rimpasto, o, soprattutto, perché convinti dell'inutilità, almeno momentanea, dei mezzi violenti, si siano rimessi, sia pure provvisoriamente, sulla via legale, sollecitando le elezioni e contando su di esse per arrivare alla formazione di un governo da loro controllato. Questo, mi pare, è il senso dell'ultimo discorso di Togliatti alla Costituente, riportato dai giornali di qui del 23 dicembre.

Se questo è esatto, non è punto detto (ripeto) che tale fase di lotta legale sia definitiva; ma per intanto, essa orienterà non soltanto la politica dei comunisti italiani, ma anche quella del governo sovietico.

Di ciò mi pare si debba tenere conto per i nostri rapporti con l'U.R.S.S. nei prossimi mes1.

A questo proposito non può non avere colpito il voltafaccia dei sovietici nei riguardi della questione dei sottomarini: una piccola questione, ma per chi conosca la loro pertinacia e la loro preoccupazione del prestigio, l'avere convertito a distanza di pochi giorni un reciso no in un si costituì una indubbia sorpresa.

La ragione determinante fu a mio avviso, il timore di affrontare una eccessiva impopolarità in Italia; dopo che gli inglesi e i francesi mutarono parere, mutarono anche i russi, perché, questa volta, non ritennero di potere essere i soli a dire di no. L'episodio è secondario, ma significativo.

Tutto ciò va tenuto presente a mio avviso, ora che le trattative commerciali hanno posto sul terreno, per volontà sovietica, anche la questione delle riparazioni. Riflettendo su questa faccenda, non ritengo di poter a priori affermare che questa richiesta russa abbia soltanto lati negativi.

In linea generale, essa offre una possibilità di discutere apertamente questioni fondamentali di impostazione della politica itala-sovietica e facilita in tal modo almeno una maggiore chiarificazione, che, come le è noto, qui è impossibile ottenere coi sondaggi amichevoli. In linea particolare, bisogna attendere prima di ritenere che la mossa sovietica sia dettata unicamente dalla intenzione di imporci dei pesi e di farci sentire la durezza del trattato. Se così fosse, i sovietici commetterebbero un nuovo grave errore, che fino a prova contraria, non è lecito supporre.

Perciò appunto, le ipotesi su tale mossa diventano tre, non più due soltanto:

o vogliono le riparazioni anticipate, o semplicemente vogliono regolare ora le consegne future per assicurarsi che noi non eludiamo il trattato, o infine vogliono accompagnare le trattative con delle agevolazioni, che pure non derogando al trattato nella sostanza assicurino ai sovietici e per riflesso ai nostri comunisti la simpatia popolare, anche in vista delle elezioni.

Di qui la necessità di un preliminare chiarimento, prima di valutare la richiesta sovietica e di vedere se e come possa essere da noi considerata.

Senza dubbio, ogni richiesta sovietica di anticipazione delle riparazioni incontrerebbe la ostilità dei nordamericani, i quali traggono dallo stesso testo del trattato il diritto di non consentire atti di pagamento delle riparazioni che importino impiego dei mezzi da loro fomiti. Ma se l'onere complessivo delle riparazioni fosse in qualche modo ridotto, il discorso potrebbe essere diverso anche nei loro riguardi; e non bisogna dimenticare che nulla i sovietici possono chiederci senza offrirei le materie prime, il che offre il modo, anche, di garantire che non siano i dollari americani ad alimentare le forniture in conto riparazioni ai sovietici.

Tutto sommato, occorre quindi, a mio avviso, anzitutto chiarire ed attendere, prima di pronunciarsi; non illudersi ma non abbandonarsi a preventivi eccessivi pessimismi.

Vi è poi un problema minore, sul quale oggi il desiderio di non crearsi inutili impopolarità nella imminenza delle elezioni, potrebbe giocare: è il problema dei prigionieri (rectius: dispersi) compresi i due gruppi di cosiddetti criminali di guerra, e di diplomatici repubblicani.

Il trattato di pace è ormai in vigore e ci pone nella condizione di far valere un diritto, non più supplicare una concessione; d'altro lato, non credo che una propaganda antisovietica sul tema dei prigionieri farebbe piacere ai comunisti in questo momento. Finora siamo stati sempre disarmati; mi pare che, con la debita delicatezza, si potrebbe far leva su questa situazione per far finalmente un passo che tranquillizzi anche le nostre coscienze di fronte al destino dei nostri concittadini.

A questa valutazione della situazione ho ispirato un rapporto che sto completando precisamente sul tema dei prigionieri proponendo anche di accentrare la trattazione presso lo stesso organo che si occuperà del rimpatrio dei cittadini sovietici, e di avanzare nel medesimo tempo delle proposte concrete.

Attiro su tale mio rapporto che le giungerà col prossimo corriere!, la sua benevola attenzione.

Siamo al punto insomma in cui, ratificato il trattato, e data la imminenza delle elezioni, possiamo avere qualche piccola leva da manovrare; mi pare sia il caso di profittame.

Non saranno certo questi né altri fatti del genere che potranno profondamente mutare l'indirizzo della opinione pubblica italiana nei riguardi delle elezioni prossime; da questo punto di vista si può stare pienamente tranquilli. Ciò non toglie che, se in questo momento i sovietici hanno interesse a non urtare l'opinione pubblica italiana, noi profittiamo dell'occasione.

Le sarò grato se mi esporrà la opinione del ministro, e sua al riguardo, e mi auguro che quanto avverrà nel frattempo corrisponda alle nostre aspettative.

48

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. 18273/843. Roma, 28 dicembre 1947, ore 15.

È stato trasmesso a codesta ambasciata testo relazione con cui presidente de

47 I Non rinvenuto.

legazione italiana Commissione mista unione doganale italo-francese accompagna rapporto Commissione ai due Governi I .

Rapporto è ancora riservato sin quando Governo francese non lo abbia preso in esame cioè fino circa l O gennaio.

Voglia intanto V.S. fare opportunamente risaltare presso codesto Governo importanza evento quale contributo positivo e concreto due Governi a riassetto economico continente europeo.

È noto al Governo americano, per essere stato più volte detto a Parigi e a Washington da nostra delegazione Conferenza cooperazione, che Governo italiano ha considerato fin dal primo momento lavori per conclusione unione doganale italofrancese come primo passo verso formazione in Europa spazi economici più vasti e vitali in corrispondenza mutate esigenze vita popoli europei.

In attesa decisione due Governi, conclusioni unanimi Commissione favorevoli dichiarazione unione economica italo-francese costituiscono sviluppo notevole, che implica superamento tutto un complesso difficoltà reali e pregiudizi tradizionali, e bene augura ad assetto europeo che, come auspicato da segretario di Stato Marshall, offra per Europa massima possibilità tratte in se stessa mezzi sussistenza.

49

L'INCARICATO D'AFFARI A VIENNA, PIGNATTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 13915/1881. Vìenna, 28 dicembre 1947 (per. il 30).

L'agitazione che il Siidtiroler Volkspartei conduce in questi giorni a proposito del progetto di autonomia ha evidentemente trovato eco in questa opinione pubblica, tenuta al corrente da una parte della stampa delle varie manifestazioni, proteste e appelli che partono da Bolzano. Difficile sapere ancora fino a che punto l'opinione pubblica sia rimasta effettivamente colpita e commossa da tali notizie, che sono arrivate proprio pochi giorni dopo che la conclusione delle trattative per le opzioni aveva prodotto negli ambienti interessati -optanti e austriaci -una favorevole impressione pacificatrice, e quasi un senso di euforia, che mi è stato da più parti confermato.

Il problema delle opzioni era per gli austriaci un problema politico, tanto più sentito in quanto alla sua soluzione premeva una massa di persone, attraverso le quali vi era appunto la possibilità di compiere una determinata politica, anche da un punto di vista interno. La questione dell'autonomia alto-atesina si presenta invece-per l'opinione pubblica-piuttosto come una questione sentimentale, in cui influisce fino ad un certo punto uno spirito di parte contro l'Italia, ma a cui manca l'interesse diretto: anzi potrebbe addirittura determinarsi, entro una limitata misura, un interesse opposto, di cui in Tirolo si sono avuti alcuni larvati accenni,

da parte degli optanti, che temono di veder pregiudicati i benefici a cui finalmente erano giunti, se l'inasprirsi della questione dovesse determinare da parte italiana un irrigidimento nella soluzione che loro sta a cuore. Non si può tuttavia ignorare che tra le questioni -opzioni e autonomia -sussiste una certa interdipendenza: né si può escludere a priori che gli optanti, i quali oggi desiderano innanzitutto rientrare in Italia e quindi preferiscono non turbare le acque, non si dimostrino domani, una volta risistemati in Alto Adige, di idee e di sentimenti diversi.

È questo lato sentimentale che gli alto-atesini tentano evidentemente di sfruttare qui in Austria, cercando che dalla simpatia si passi all'azione, ossia nel campo politico.

I due punti su cui in questa stampa, ed in Parlamento (vedi telespresso n. 1379111858 del 20 dicembre corrente)! si è particolarmente insistito sono quelli della mancata consultazione e dei limiti territoriali: fondamento comune alle due accuse è che l'Italia non rispetterebbe gli impegni internazionali assunti con l'accordo De Gasperi-Gruber. Credo sia inutile ripetere in dettaglio le argomentazioni fornite a sostegno, in quanto esse si basano e riferiscono esclusivamente il punto di vista di Bolzano, e sono quindi certamente note costì. È appunto in considerazione di simile presentazione unilaterale dell'argomento, che questa rappresentanza si era permessa di suggerire (telegramma n. 444)2 di voler rettificare l'accusaripresa dall'agenzia telegrafica austriaca-che la decisione di sottoporre al Consiglio dei ministri il progetto di legge sull'autonomia fosse una violazione dell'accordo De Gasperi-Gruber, in quanto non si sarebbero verificate le consultazioni ivi previste con i gruppi alto-atesini; anche perché su tale presunta violazione si fonda una delle interrogazioni parlamentari predette. Senza aver l'aria di voler entrare in una polemica o di dare giustificazioni che non dobbiamo certo agli austriaci, un opportunb chiarimento, che confermasse quanto il presidente del Consiglio ebbe recentemente a dire in argomento alla delegazione austriaca a Roma, potrebbe forse dissipare errate impressioni, o almeno servire da messa a punto.

L'altro argomento, quello della delimitazione territoriale dell'autonomia, benché abbia anch'esso fatto oggetto di un'altra interpellanza, passa relativamente in se.condo piano, nei confronti del primo al quale è in fondo subordinato; ma pur ammettendo che esso abbia una secondaria importanza e non debba essere sopravvalutato per quanto concerne le relazioni fra l 'Italia e l'Austria, non si può tuttavia nascondere che la soluzione che verrà data anche a questo lato particolare dell'autonomia, in un modo più o meno conforme alle aspettative del Siidtiroler Volkspartei e dei suoi amici tirolesi, avrà le sue ripercussioni a Vienna.

Su questo tema è sintomatico l'articolo che il prof. Gschnitzer, deputato al Parlamento e rettore dell'Università di Innsbruck, ha pubblicato qualche tempo fa sulla Wiener Zeitung col titolo «Il secondo pilastro: l'Alto Adige autonomo»: ne trasmetto la traduzione con telespresso a parte n. 13909/1877 del 28 dicembre corrente3, ricordando che il predetto professore ha accompagnato, quale rappresen

49 I Non pubblicato.

2 Vedi D. 12.

3 Non rinvenuto.

tante del Volkspartei e degli ambienti tirolesi, la delegazione austriaca per le opzioni. Non si può dire che il titolo dell'articolo sia scortese o malevolo nei nostri riguardi, ma conoscendo lo spirito del suo autore è necessario porre attenzione al suo contenuto, soprattutto a quella parte in cui sostiene l'interdipendenza tra le due questioni, revisione delle opzioni e autonomia. Se tale interdipendenza non esiste da un punto di vista giuridico, non si può negare che essa si ponga tuttavia da quello politico; non certo nel senso a cui alludono, più o meno tendenziosamente, Gschnitzer e gli altri austriaci che la pensano come lui, ossia che l'autonomia sia il necessario completamento della revisione delle opzioni, e che questa seconda senza la prima rimarrebbe priva di contenuto; ma l'interdipendenza esiste in quanto le due questioni possono trovare più o meno facilmente una soluzione tecnica, qualora sia possibile eliminare quel senso di reciproca sfiducia che anima le due parti. Come per le opzioni era difficile arrivare all'accordo finché il Governo italiano non era convinto che le pretese austriache in materia potessero nascondere altri fini, così anche lo stesso Governo italiano sarà restio ad accogliere le richieste degli alto-atesini, finché una loro aperta dichiarazione di lealtà -e una conseguente condotta -non dia la sensazione che le concessioni ottenute nel campo dell'autonomia non verranno sfruttate contro l'Italia.

Così posta la questione, l'agitazione per l'autonomia, che cercherebbe di prendere piede sul terreno politico internazionale, casca, e cascano anche le accuse: non solo quelle, più facili a smentirsi, di aver violato i due punti dell'accordo De Gasperi-Gruber, ma anche quella di averne violato la sostanza, come vorrebbe far intendere la lettera di Gruber a Guggenberg, pubblicata sulle Dolomiten, secondo la quale noi avremmo promesso non solo che gli alto-atesini sarebbero stati consultati, ma che i loro desideri sarebbero stati accolti al l 00%. Da quanto consti dagli atti, dalle carte e dagli scambi e dopo gli accordi, queste affermazioni che sarebbero state fatte a suo tempo da Gruber non corrispondono alla realtà delle cose.

Finché tali accuse rimangono l'espressione privata di un gruppo di minoranza, è sufficiente che esse vengano, ove lo si ritenga opportuno, semplicemente smentite o rettificate. Se però il Governo austriaco dovesse lasciarsi trasportare, come è probabile, da quella simpatia cui accennavo in principio e determinarsi a qualche passo, le accuse potrebbero anche facilmente venire ritorte. L'Italia ha dimostrato, con la soluzione del problema delle opzioni, di mantenere fede ai propri impegni, con spirito di lealtà e con larghezza di vedute: con uguale disposizione essa ha affrontato ed è pronta a risolvere anche l 'autonomia, a cui però non si potrebbe dare tecnica esecuzione da una parte, se anche dall'altra non si dimostra di ispirarsi e di mantenersi allo spirito dell'accordo: questo implicava da un lato la rinuncia dell'Austria a qualsiasi rivendicazione territoriale, dall'altro la leale accettazione da parte degli alto-atesini del loro rapporto di sudditanza verso l'Italia, perché è evidente che non si potevano pretendere dal Governo italiano delle concessioni ad una minoranza che minaccia di servirsi dell'autonomia a fini irredentisti. La forma con cui si svolge la campagna in Alto Adige fa legittimamente dubitare che questa premessa venga a mancare; o ve l'Austria dovesse quindi appoggiarla, una simile azione potrebbe essere considerata come un 'ingerenza in affari interni e come un appoggio a tendenze annessionistiche: quindi una manifestazione contraria agli accordi ed al trattato di pace.

Di questo pericolo il Governo austriaco si rende conto ed una prova ne è la smentita data da questa agenzia stampa ufficiale alla notizia, ripresa dai giornali austriaci dal Yorkshire Post, che Gruber si sarebbe rivolto a Marshall per la questione dell'autonomia, e su cui riferisco con telegramma per corriere n. 0079 in data odierna l.

Allo stato attuale, e dal modo con cui la cosa viene qui presentata, si ha l'impressione che il Governo austriaco cerchi e prepari una qualche mossa per intervenire nella questione, pur senza correre il rischio di esporsi troppo; al riguardo non credo di essere lontano dal vero pensando che esso intenda approfittare del momento per ritardare o mercanteggiare quella dichiarazione che si è impegnato a fare al momento della promulgazione della legge italiana per la revisione delle opzioni, dichiarazione di cui oggi si comincia a valutare l'importanza, perché essa ha indubbiamente una portata assai più vasta. Essa è formulata in modo da porre la parola fine a tutto l'argomento Alto Adige, e quindi non ci si deve fare illusioni che essa sia facilmente pronunciata prima che anche l'autonomia sia stata promulgata. Al riguardo può insegnare l'articolo di Gschnitzer, e la teoria ivi esposta (che non è certo un'opinione personale dell'autore) che la revisione delle opzioni non ha senso se non completata dall'autonomia.

È forse quello della promessa dichiarazione il punto in cui vi potrebbe essere una presa di contatto fra il Governo italiano e quello austriaco sul problema dell'autonomia, presa di contatto che se effettuata in altra sede fornirebbe un gratuito pretesto al Ballhaus per entrare in argomento.

Si potrebbe al momento opportuno far presente agli austriaci che l'Italia si aspetta, come d'accordo, tale dichiarazione e che anzi la considera come prova che le pretese del Stidtiroler Volkspartei esulano dalla competenza di Vienna. Se l'Austria vi si rifiutasse o tergiversasse, si avrebbe buon gioco a mostrare da che parte si viene meno allo spirito degli impegni di Parigi; se invece la si ottenesse, credo sarebbe un grosso passo avanti verso la sistemazione definitiva ed una buona doccia fredda per gli alto atesini.

Questo il quadro della situazione, come mi sembra si possa giudicare da Vienna, ed al quale occorre pertanto adattare la corrispondente azione nei vari settori. Al riguardo, mi permetterei di sottoporre all'esame di codesto ministero alcuni punti:

l) affrettare l'emanazione del provvedimento legislativo per la revisione delle opzioni. Come già detto, l'accordo raggiunto in materia ha qui prodotto ottima impressione ed ha aperto molte speranze ad una certa fiducia: bisogna sfruttare il momento, perché in questo campo si potrà dimostrare, senza ulteriori concessioni, che l'Italia esegue lealmente gli impegni. Potremmo così avere dalla parte nostra buon numero degli optanti, soprattutto se si potrà dare qualche vago affidamento anche per quanto concerne la sistemazione dei relativi problemi economici; allora saranno forse gli optanti stessi i primi a cercare di calmare i loro amici dell'Alto Adige, per paura di non vedere compromesso, con un irrigidimento italiano, i risultati raggiunti;

2) dato che, per necessità di carattere legislativo, il problema dell'autonomia non può essere ulteriormente rinviato, affrettare una decisione anche su tale argomento. Se si avesse avuto più tempo a disposizione, non sarebbe forse stata cattiva politica addormentare per adesso la questione, preparare il terreno e l'atmosfera (vedi punto 3) e poi riprenderla al momento opportuno;

3) sviare l'attenzione degli ambienti austriaci più interessati, ossia di quelli tirolesi, dalla questione dell'autonomia; ciò non dovrebbe essere difficile, mandando avanti la preparazione e la conclusione di quegli accordi economici, pure previsti dall'accordo De Gasperi-Gruber, per un regime preferenziale di scambi fra Alto Adige e Tirolo. Così dimostreremmo ancora una volta la nostra buona disposizione a rendere operante il testo di Parigi, e, soprattutto, toccheremmo un punto a cui i tirolesi sono particolarmente sensibili. Si potrebbe creare un'atmosfera a noi favorevole, dove la prospettiva di una rinascita economica, con i conseguenti guadagni, farebbe se non proprio dimenticare, almeno passare in seconda linea il lato sentimentale dell'autonomia dei «fratelli sudtirolesi». Se in questo modo si riuscisse in un certo senso a spezzare quella comunità di idee tra Alto Adige e Tirolo, concentrando gli interessi di Innsbruck su problemi materiali divergenti, o per lo meno diversi, si sarebbe fatto un buon passo avanti. Ed è probabile che piuttosto che veder tramontare vantaggi concreti economici, il Tirolo smetterebbe di sentirsi così «sentimentale» e farebbe orecchie più sorde agli appelli e ai lamenti alto atesini.

A parte queste considerazioni attinenti più strettamente alla questione, non bisogna dimenticare che il momento politico attuale è favorevole all'Italia, in quanto l'attenzione mondiale, e quella dell'Austria, è oggi rivolta verso problemi di ben più vasta portata. Quello dell'autonomia alto-atesina è una piccola cosa, mentre questo Paese si trova di fronte a questioni talmente più gravi, che arrivano addirittura a metteme in gioco la stessa esistenza come Nazione sovrana e indipendente. E quindi oltretutto non si capisce perché dovrebbe correre il rischio di vedersi chiudere una delle pochissime porte che ancora gli restano aperte, per la semplice soddisfazione sentimentale di salvare dei «fratelli» da un'oppressione che non esiste e che nessuno ha l'intenzione di imporre loro.

Il momento quindi, sia localmente che in Austria e nel mondo in genere, sembra particolarmente propizio: si può approfittarne per dimostrare che l'Italia prosegue la sua via, sulla traccia degli impegni assunti, con liberalità e larghezza di vedute, ma senza debolezze.

48 l Vedi D. 34.

50

L'AMBASCIATORE A CITTÀ DEL MESSICO, PETRUCCI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 17829/78. Città del Messico, 29 dicembre 1947, ore 9,47 (per. ore 20).

Senato Messico ha approvato in seduta segreta un decreto che autorizza presidente Repubblica ad accedere «quando lo riterrò opportuno», al trattato di pace con l'Italia firmato a Parigi in data 10 febbraio 1947.

Non ho ricevuto ancora comunicazione ufficiale del decreto né della relazione fatta dalla Commissione affari esteri del Senato, che ho tuttavia avuto in via confidenziale. A mio avviso essa non aggiunge nulla di nuovo a quanto in proposito fu consacrato nella relazione del presidente al Congresso in data l 0 settembre scorso (mio telegram!lla 51 e telegramma per corriere 029)1 pur contenendo calorose espressioni di amicizia per l'Italia.

Riservomi riferire2.

51

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PERSONALE 17841/395. Mosca, 29 dicembre 1947, ore 23,15 (per. ore 8 del 30). Mio telegramma 3861.

A maggiore precisazione mio pensiero circa richiesta sovietica di collegare trattative economiche a riparazioni mi rendo perfettamente conto delle difficoltà economiche e politiche che si oppongono ad una anticipata discussione delle riparazioni stesse. Ciò tuttavia non mi pare in contrasto col suggerimento da me fatto nella prima parte del richiamato telegramma e cioè di non presentare risposta prima di aver richiesto ai sovietici che cosa effettivamente intendono con la loro domanda. Rispondere negativamente prima di tale chiarimento potrebbe oltre tutto dare occasione ai sovietici di proclamare che noi abbiamo per ragioni politiche male interpretato il loro pensiero senza ancora conoscerlo esattamente.

D'altro lato in occasione di tale chiarimento si potrebbero già esporre in forma amichevole e personale le ragioni che non consentono una anticipazione di pagamento tentando di convincerne i sovietici o quanto meno prolungando le trattative preliminari senza arrivare ad una loro definitiva interruzione che sarebbe politicamente poco desiderabile. Mi sembra che una tale richiesta di chiarimento fatta con ampia riserva di ogni libertà successiva di decisione non pregiudicherebbe per nulla qualsiasi definitiva linea di condotta e neppure impedirebbe una finale risposta negativa.

Occorre tener presente inoltre che sovietici non sembrano ora totalmente insensibili alle ripercussioni dei loro gesti sulla nostra opinione pubblica ed episodio recente sottomarini2 ne è una prova; cosicché non è da escludere del tutto che lororisposta sia meno sfavorevole di quanto logicamente possiamo attualmente

65 supporre. A mio avviso con tale preliminare procedura di cauto sondaggio si può avere ancora una speranza di riportare le trattative economiche nei loro propri confini o in ogni caso evitare conseguenze politiche sfavorevoli sui nostri rapporti coi sovietici che S.V. concorda meco nel voler non solo mantenere amichevoli ma anche migliorare il più possibile3.

50 l Non pubblicati, ma vedi serie decima, vol. VI, D. 306. 2 Vedi D. !03. 51 l Vedi D. 31. 2 Vedi DD. l, 5 e 8.

52

L'AMBASCIATORE AD ANKARA, PRUNAS, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 18024/0186. Ankara, 29 dicembre 1947 (per. il 7 gennaio 1948).

Il ministro degli esteri Sadak, nelle sue prime dichiarazioni di politica estera, di cui trasmetto a parte il testo, mi pare intenda in primo luogo non inasprire i suoi chiassosi vicini balcanici, in fregola di accordi di assistenza e di patti d'acciaio. Afferma egli in sostanza che le divergenze ideologiche non sono, per la Turchia, ragione di inimicizia e in particolare sottolinea: «Non siamo partigiani di una politica di blocco e non consideriamo conforme né agli interessi della pace mondiale, né ai nostri interessi particolari, la costituzione di aggruppamenti in contrasto. Vi è un solo blocco al quale siamo attaccati e con ogni nostra sincerità e convinzione ed è questo il blocco delle Nazioni Unite». Il ministro Sadak attribuisce il rafforzamento dei legami di ogni genere fra i Paesi balcanici, cui oggi assistiamo, alle esigenze di una politica ben più vasta e a ragioni di indole interna e si rifiuta comunque di interpretarli in termini aggressivi. Né accenna affatto agli Stati Uniti e all'assistenza che la Turchia ne riceve, né alla Gran Bretagna.

Il discorso è stato pronunciato subito dopo la conclusione dei patti fra Bulgaria e Jugoslavia, Ungheria e Romania e qualche giorno prima dell'annunziata costituzione del Governo Markos ed è certamente un discorso che si sforza di restare, nonostante i tempi e le circostanze, obiettivo e sereno. Non credo che il signor Sadak nutra tuttavia eccessive illusioni sull'effetto delle sue parole a Belgrado, a Sofia, ed a Mosca. Commentando con me le sue dichiarazioni, egli mi dice che, comunque, ha sopra tutto tenuto a tentare di sedare il fuoco, piuttosto che a aizzarlo, come altri fanno. Ed a proposito dell'asserita avversione dei turchi alla politica dei blocchi, ha aggiunto ciò che mi sembra indicativo: «come è possibile procedere da parte nostra sulla via delle intese, sino a quando la situazione greca resta quella che è?». Da quel ch'egli ha detto all'Assemblea e da quel che mi disse in particolare, mi par tutto sommato che il Sadak conduca, o vorrebbe, una politica estera, non direi meno rettilinea, ma certamente più complessa di quella del suo predecessore: una politica sopra tutto che possibilmente valga a ridurre al

minimo i rischi che la Turchia corre e cioè a limitare le reazioni turche ai soli casi di interessi nazionali effettivamente e direttamente lesi, pur conservando naturalmente in pieno l'appoggio e l'assistenza degli americani. Ciò che mi pare legittimo, ma forse un pò ingenuo e, comunque, molto malagevole compito.

51 3 Per la risposta vedi D. 97.

53

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1793511137. Washington, 30 dicembre 1947, ore 21,10 (per. ore 10,30 del 31).

Mio telegramma 1132'.

Dipartimento consegnato oggi testo finale accordo interim aid. Discussioni avvenute in questi giorni di cui mio telegramma citato hanno notevolmente modificato forma accordo mantenendo inalterata sostanza.

Accordo consta ora tre brevi articoli che rimandano a sezioni 4, 5, 6, 7 legge votata da Congresso e già trasmessa codesto ministero. Ad accordo è annesso allegato composto tre sezioni: la prima relativa a: a) deposito conto speciale con caratteristiche invariate e a calcolo tasso cambio; b) uso fondi conto speciale come già segnalato. Seconda sezione corrisponde testualmente art. 4 precedente bozza. Terza sezione concerne brevemente informazioni che Governo italiano dovrà fornire di tanto in tanto quando richiesto in merito andamento operazioni.

Nuova forma risulta molto semplificata e sembra accettabile. Mi astengo inviare per filo testo documento che viene telegrafato da Dipartimento a codesta ambasciata americana con autorizzazione a Dunn firmare senz'altro.

Dipartimento gradirebbe molto firma potesse avvenire non più tardi 2 gennaio. Necessità procedere subito imbarco prodotti rende consigliabile nostra sollecita adesione.

54

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 17932/1020. Londra, 30 dicembre 1947, ore 22 (per. ore 8 del 31).

Mio 1017'.

54 l Del 29 dicembre, preannunciava questo colloquio.

Ho intrattenuto lungamente Kirkpatrick circa conversazioni itala-jugoslave per nomina governatore Trieste come da istruzioni di cui a telegramma di VE. 18212/c.2.

Mi ha ripetuto in sostanza quanto ho già riferito con mio l O113 confermandomi inoltre che codesto ambasciatore britannico av~va già manifestato a VE. punto di vista di questo Governo nella questione. Tale punto di vista è da Kirkpatrick riassunto nei seguenti termini:

Quantunque nella strategia politica generale sia forse di secondaria importanza per la Gran Bretagna il fatto che democrazia occidentale si incontri con mondo sovietico qualche chilometro più ad ovest del desiderato, si vede con molta apprensione possibilità assorbimento del territorio di Trieste in tale mondo, e inglesi e americani non hanno alcuna intenzione considerare necessario un sollecito ritiro loro forze armate dalla zona, essendo presenza di esse migliore garanzia per evitare sopraffazioni jugoslave dato che tutti sanno quanto energica sarebbe reazione, specie americana, ad incidenti che coinvolgessero tali forze.

Ci si rende perfettamente conto che posizione nostro Governo nei confronti Jugoslavia e partiti interni rende necessario dimostrare massima buona fede nelle conversazioni per scelta candidato a governatore, ma si temono d'altra parte disastrosi effetti che avrebbe una affrettata nomina di persona, sia pure imparziale, che non fosse in grado dominare con massima energia difficilissima situazione di fatto. A parere del Foreign Office non ci sarebbe invece alcuno svantaggio in un eventuale prolungamento della situazione presente.

Attuali conversazioni potrebbero d'altra parte fornire opportunità sondare reali intenzioni della Jugoslavia, quali potrebbero apparire da sua reazione ad una nostra proposta di scegliere candidato che dia ogni garanzia di imparzialità, energia e capacità e che sia per noi accettabile anche politicamente.

Ho avuto in definitiva impressione che si sia qui sempre dell'avviso che rinvio nomina governatore sarebbe, nelle attuali circostanze, la migliore alternativa.

53 l Non pubblicato.

55

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AL CONSOLE GENERALE A GERUSALEMME, SILIMBANI

TELESPR. 11/40695. Roma, 30 dicembre 1947.

Telespresso di VS. del 3 corrente n. 2511/2821.

Questo Ministero ha preso atto di quanto riferito con il telespresso sopra citato ed approva il linguaggio tenuto da VS. nei suoi recenti colloqui con Samir pascià e con codesto ministro di Gran Bretagna al fine di ottenere il sollecito dissequestro dei beni italiani sequestrati in Transgiordania durante il periodo bellico.

3 Del 24 dicembre, non pubblicato. 55 t Vedi serie decima, vol. VI, D. 776.

Quanto all'osservazione fattale da Samir pascià che «l'Italia non ha ancora ufficialmente riconosciuto il nuovo Regno hashemita», essa appare infondata per il fatto che, sino al 5 giugno 1946, con il telegramma di cui si unisce copia2, il ministro degli affari esteri italiano aveva preso atto della comunicazione telegrafica in data 28 maggio stesso anno (di cui pure si unisce il testo)2, con la quale codesto ministro degli affari esteri aveva dato notizia della costituzione del nuovo Regno indipendente di Transgiordania. Successivamente, nel corso di conversazioni svoltesi per il tramite delle legazioni d'Italia e di Transgiordania al Cairo in vista dello stabilimento di regolari rapporti diplomatici tra i due Paesi (ciò che presupponeva l'avvenuto riconoscimento italiano del nuovo Stato indipendente), la legazione suddetta ha inviato a quel ministro la nota verbale n. 61111099 in data 27 marzo u.s. di cui si acclude la traduzione2.

Non si vede pertanto come codesto ministro degli affari esteri abbia potuto parlare della mancanza di un riconoscimento ufficiale del Regno di Transgiordania da parte dell'Italia. Le ragioni per le quali non è stato ancora accreditato un rappresentante diplomatico italiano ad Amman risultano del resto dalla lettera 24 giugno u.s. n. 199251123, indirizzata da questo Ministero alla S.V. nonché dalla precitata nota verbale in data 27 marzo u.s. della legazione di Transgiordania in Cairo a quella nostra legazione. Esse consistono, da un lato, nelle nostre esigenze amministrative che ci impediscono, per il momento, di aprire una legazione ad Amman e, dall'altro, nel fatto che non è stato ancora nominato un ministro d'Italia a Baghdad il quale verrà accreditato anche ad Amman secondo il desiderio espresso dallo stesso Governo transgiordano.

Ciò premesso, il Governo italiano non ha peraltro nulla in contrario ad aderire al desiderio espresso con V.S. da Samir pascià ed acclude pertanto una lettera del ministro Sforza4 indirizzata a codesto ministero degli affari esteri in cui si conferma il riconoscimento da parte italiana del Regno hashemita di Transgiordania, e si fa riserva di procedere, non appena possibile, all'accreditamento di un rappresentante diplomatico presso codesto Governo.

Nel rimettere tale lettera, la S.V. potrà aggiungere essere imminente la nomina di un nostro ministro a Baghdad che verrà accreditato anche in Transgiordania5.

54 2 Vedi D. 40.

56

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 17957/839. Parigi, 31 dicembre 1947, ore 13,55 (per. ore 24).

Suo 18212/c.l.

3 Vedi serie decima, vol. VI, D. 90.

4 ~on pubblicata.

5 Per la risposta vedi D. 367.

Couve mi ha detto Governo francese si rende conto difficoltà nomina governatore. È esatto che a iugoslavi interessi accordo per provocare ritiro truppe anglo-americane ma più che tutto importa trovare per Trieste un Trygve Lie (sono le sue testuali parole) che sotto veste imparzialità faccia giuoco degli slavi: qualora pari scelta cadesse su personalità di questo tipo mi ha detto che Potenze occidentali ed in primo luogo la Francia si rifiuterebbero di ratificare scelta fatta da Italia e Jugoslavia.

Mi ha chiesto se conversazioni in corso sono limitate a nomina governatore o se hanno in vista anche soluzioni questioni dell'anno scorso. Gli ho detto che ritenevo oggetto conversazioni fosse limitato nomina governatore. Couve ha continuato dicendomi che riteneva poco probabile realizzazione accordo. Egli interpretava richiesta consegna Orlando Marazza come manifestazione desiderio jugoslavo essere pretesto rottura con l'Italia. Era evidente che Governo italiano non poteva senza perdita forse irreparabile suo prestigio interno ed estero accedere a richiesta jugoslava: di questo Governo jugoslavo doveva essere al corrente tanto quanto qualsiasi altro: scelta quindi momento e personalità erano altamente significative.

Governo francese si sarebbe felicitato accordo italo-jugoslavo purché non realizzato a scapito difesa indipendenza Stato Libero ma non avrebbe fatto cadere su di noi responsabilità insuccesso trattative. Mi ha ringraziato mia assicurazione che avremmo continuato tenere Governo francese al corrente progresso negoziati.

55 2 Non pubblicato.

56 l Vedi D. 40.

57

IL MINISTRO A BUCAREST, SCAMMACCA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 17983-17980/165-166. Bucarest, 31 dicembre 1947, ore 15 (per. ore 19,15 del 1° gennaio 1948). Miei telegrammi 162-163 '·

Iersera Parlamento romeno in seduta straordinaria, dopo aver preso atto abdicazione del re, ha approvato proclama Governo e votato unanimità legge che abroga costituzione, istituisce Repubblica popolare romena affidandola all'attuale Camera dei deputati sino costituzione di una assemblea costituente (da eleggersi a una data da stabilirsi) che emanerà nuova costituzione in attesa della quale potere esecutivo sarà esercitato da Presidium di cinque membri. Si è disposto altresì entro tre giorni giuramento funzionari pubblici e forze armate. Nella stessa seduta è stato eletto Presidium cui componenti hanno prestato giuramento e assunto la carica. Governo ha presentato dimissioni ed è stato riconfermato. È stato ordinato che eserci

57 I Del 30 dicembre, con i quali Scammacca aveva dato notizia delle dichiarazioni rese alla stampa dal re Michele all'atto della sua abdicazione.

to presti giuramento entro oggi. Sono stati decretati a favore dell'esercito speciali miglioramenti di vitto trattamento economico equipaggiamento.

Per quanto prevista a breve scadenza subitanea abdicazione re di Romania proclamazione Repubblica popolare (che evidentemente era stata preparata in segreto da vari giorni) ha sorpreso ambienti diplomatici e intera popolazione. Questa si mantiene calma ma sentimento generale è di profondo dolore e costernazione. Minore impressione ha destato formula atto abdicazione cui testo è tale da legittimare riserve e dubbi di varia natura e persino ipotesi grave coercizione.

Da facsimile documento riprodotto dai giornali si è notato che esso è scritto interamente a macchina2.

58

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. S.N.D. 18368/c.l. Roma, 31 dicembre 1947, ore 16,30.

In base disposizioni art. 5 annesso VII trattato, governatore può trattenere truppe oltre termini i vi fissati soltanto qualora lo ritenga necessario nell'interesse del Territorio Libero. Ultimo periodo, lettera b), detto articolo precisa che per «interesse del T.L.» si deve intendere «mantenimento ordine pubblico interno». Se, come segnalazioni che pervengono da varie parti fanno intendere, scopo precipuo Jugoslavia è sgombero truppe, è evidente che gli elementi fanatizzati slavi staran tranquilli fin che governatore non sarà disarmato e agiranno solo quando egli non abbia più mezzi seri.

Già in prima presa di contatto questo ministro Jugoslavia ha presentato elenco candidati Belgrado e non vediamo come sarà possibile evitare presentare nostre liste se non vogliamo prestarci accusa ostacolare esecuzione trattato. Ammesso però che meta finale Jugoslavia sia quella sopraddetta, non possiamo e non dobbiamo escludere eventualità che Belgrado si decida accettare anche una candidatura nostra.

Poiché, in base alle recenti comunicazioni, possiamo arguire che codesto Governo è ormai convinto vitale importanza questione Trieste è necessario che esso consideri con la massima attenzione quanto sopra esposto e ne tragga le logiche conseguenze. La S.V. vorrà pertanto intrattenere nuovamente sull'argomento con la massima urgenza codesti organi responsabili telegrafando2.

2 Per la risposta di Tarchiani vedi D. 59, nota n. 2.

57 2 Vedi anche D. 66.

58 l Trasmesso anche a Gallarati Scotti e Quaroni, unitamente al D. 44 cui il presente telegramma risponde, con le istruzioni di tenere analogo linguaggio al Foreign Office e al Quai d'Orsay. Per le risposte da Londra e Parigi vedi rispettivamente DD. 64 e 74.

59

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AGLI AMBASCIATORI A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, A PARIGI, QUARONI, E A WASHINGTON, TARCHIANI

T. S.N.D. 18409/c. Roma, 31 dicembre 1947, ore 23.

Mio telegramma n. 18212/c.'.

A proposta Governo Belgrado che ha indicato come suoi candidati carica governatore Trieste il cecoslovacco Bohuslav Ecer, lo svedese Georg Branting ed il norvegese Emil Stang, è stato oggi risposto proponendo da parte nostra svizzeri generale Guisan e ministro Stucki. È stato messo in rilievo che appartenenza detti nostri candidati a Nazione tradizionalmente neutrale, loro spiccata personalità e loro riconosciuta attitudine ricoprire alti uffici potevano costituire garanzie richieste per l'alta carica.

Ministro Jugoslavia nel ricevere comunicazione si è riservato riferire proprio Governo. Si è rimasti d'intesa che indicazione candidati deve avere carattere riservato2.

60

IL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 18007/058. Atene, 31 dicembre 1947 (per. il 3 gennaio 1948).

Nelle conversazioni che, nonostante la mancata presentazione delle credenziali, ho subito sollecitato con questo sottosegretario permanente al Ministero degli affari esteri per gli argomenti di cui ai miei telecorrieri n. 056 (nomina del delegato per la Conferenza del lavoro) e n. 057 (istallazione di un cavo postelegrafonico fra Italia e Grecia)', ho profittato della favorevole occasione che mi offrivano questi soggetti per nuovamente accennare alla necessità ed alla convenienza

2 Con T. s.n.d. 7 /c. del l o gennaio 1948 Sforza aggiungeva: «Ho spiegato Mallet e Dunn che, se ho finito per proporre alla Jugoslavia i due candidati svizzeri, era anche perché limitare mia scelta ai cittadini dello Stato più neutrale e più plurinazionale d'Europa era aumentare le possibilità di successo. Ho tuttavia fatto loro sentire che anche il migliore dei governatori potrebbe diventare un pericolo se creasse un miglioramento della situazione che fosse solo fittizio. Italia compirà lealmente dovere impostale, ma responsabilità dell'avvenire non è sua». Tarchiani riscontrava i tre telegrammi comunicando, con T. s.n.d. 42/4 del 2 gennaio: «Si è provveduto portare a conoscenza Dipartimento di Stato quanto comunicato su questione governatore Trieste. Competente funzionario vivamente compiaciutosi per soluzione adottata da V.E., osservando che essa ci pone in situazione particolarmente chiara e solida». Per la risposta di Gallarati Scotti vedi D. 64 mente non risulta che Quaroni abbia risposto, egli comunque rese noto il pensiero francese sull'argomento con i DD. 56 e 74.

60 I In pari data, non pubblicati.

che Italia e Grecia procedessero unite per costituire la premessa pregiudiziale d'una vera pace mediterranea basata sulla soppressione dei nazionalismi economici e su di una più larga e veramente proficua collaborazione fra tutti i popoli rivieraschi ed ho quindi insistito sulla questione delle colonie di cui al mio rapporto n. 2504 del 19 dicembre corrente2.

In merito gli ho detto che mi rendevo conto che gli sarebbe stato difficile darmi una risposta immediata senza aver prima consultato il Governo e l'ho pregato di riflettere sulla possibilità che la Grecia avrebbe in tale occasione di commuovere il sentimento italiano profittando della delicata questione coloniale. Gli italiani, emotivi come i greci, avrebbero attribuito grande valore ad una parola spesa dalla Grecia a favore dell'Italia non nel senso di ferire il sentimento arabo, ma nel senso invece di appoggiare il diritto e desiderio italiano di ottenere il trusteeship esclusivamente nell'interesse delle popolazioni locali (anche italiane) per accompagnarle sino al raggiungimento della propria autonomia ed indipendenza.

Il sottosegretario permanente mi ascoltò con evidente attenzione e mi ripeté la promessa del suo appoggio e della sua comprensione.

Mi propongo tornare sull'argomento col capo della delegazione per la Conferenza del lavoro chiunque egli sia non appena sia stato nominato, cercando di convincerlo alla mia tesi prima ancora che egli parta per Roma.

59 l Vedi D. 40.

61

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 9/1. Mosca, ] 0 gennaio 1948, ore 21,50 (per. ore 24).

Telespresso VE. 2061 del 9 dicembre'.

Stamane ho parlato con Malik circa la possibile rinuncia del Governo sovietico alla consegna delle navi in conformità a trattato di pace o quanto meno a opportuna modificazione del titolo di tale consegna. Malik si è riservato di sottoporre questione a suo Governo e per intanto si è limitato a osservazioni di natura personale improntate però a netta opposizione a nostro suggerimento. Sostanzialmente egli ha rilevato che questione è regolata da trattato di pace e che a suo avviso non vede neanche come il problema possa essere posto. Gli ho replicato mettendo in evidenza le concessioni fatte dalle altre tre Potenze e la grande opportunità di un gesto simpatico che sarebbe stato valorizzato presso nostra opinione pubblica. Ma mi è parso non molto favorevolmente impressionato.

Certo se dovessi giudicare dalle reazioni personali di Malik dovrei dire che malgrado tutti i miei sforzi non dovremmo avere alcuna speranza di successo e ad uguale previsione porterebbe la considerazione dell'atteggiamento generale ne

61 l Non pubblicato.

gativo del Governo sovietico di fronte a qualsiasi richiesta di deroga alle condizioni del trattato. Tuttavia la decisione del Governo sovietico dipenderà essenzialmente dalla valutazione che esso fa oggi della necessità di soddisfare nostra opinione pubblica e nostro passo odierno potrà essere utile almeno quale sondaggio a questo fine pur essendo a mio avviso indebolito alquanto dalla troppo immediata successione a quello analogo per i sottomarini. Naturalmente V.E. può essere sicuro che continuerò a seguire la cosa con la massima attenzione2.

60 2 Vedi D. 24.

62

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. URGENTE PER CORRIERE 18411. Roma, l o gennaio 1948.

Nei primi giorni questo mese Governo francese avrà certamente avuto occasione prendere esame rapporto Commissione mista per unione doganale' ed esprimere giudizio circa convenienza additata da esperti di procedere a dichiarazione relativa. Altrettanto farà Governo italiano. Nel caso decisioni ambedue Governi siano come è da ritenere favorevoli, nostro Governo proporrebbe seguire seguente via:

Si potrebbe procedere a solenne firma Protocollo, cui testo dovrebbe venire previamente concordato, con cui

a) unione doganale verrebbe subito dichiarata estensibile di comune accordo ad altri paesi, e con impegno sottoporre protocollo stesso al più presto approvazione rispettivi Parlamenti prima renderlo esecutivo;

b) si darebbe peraltro subito vita a commissione mista incaricata determinare modalità relative nonché spazio tempo necessario perché unione sia perfetta.

A nostro avviso infatti il richiedere previamente ai Parlamenti autorizzazione a firmare Protocollo significherebbe, a parte opportunità per noi attendere elezioni, ritardo considerevole il quale consentirebbe ad oppositori di far raffreddare favorevole atmosfera creatasi forse senza neppure condurre a discussioni sufficientemente preparate.

È del resto superfluo accennare convenienza procedere per rapide tappe tanto dal punto di vista politico quanto per porsi avanguardia nuovo processo organizzativo economico europeo e forse mondiale, concordandosi su questo ultimo punto su quanto era stato accennato da delegazione francese.

Prego intrattenere su quanto precede signor Bidault comunicandogli -oltreché favorevole determin:;tzione di massima del Governo italiano -il metodo che noi proponiamo, pregandolo far conoscere se Governo francese concorda. Caso affermativo invierei a V.S. dopo deliberazione Consiglio ministri progetto Protocollo.

62 I Vedi D. 34, nota l.

Voglia anche comunicare Bidault che noi ci proporremmo dare al più presto massima diffusione processo verbale Commissione mista in modo consentire adeguata preparazione per ulteriore discussione parlamentare. Prego chiedere Governo francese se esso pensa che a pubblicazione possa procedersi subito oppure attendere che Protocollo sia eventualmente firmato2.

61 2 Per la risposta vedi D. 71.

63

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 3/3. Mosca, l 0 gennaio 19481.

Non mi pare dubbio che la situazione interna ed internazionale italiana continui ad essere seguita con estremo interesse a Mosca, anche dopo che, placata la campagna di scioperi in Francia, diminuita pure grandemente quella d'Italia, è venuto meno per ora in entrambi paesi l'aspetto più drammatico della accesa lotta politica che a molti era sembrata qui senz'altro l'inizio di una violenta scalata al potere.

Mi limito ora soltanto ad enumerare alcuni fatti nostri, di cui si è occupata largamente in questi giorni la stampa sovietica. Taluni di essi sembrano fatti slegati, non connessi, ma un rapporto fra le varie notizie, pur tuttavia, non mi pare che manchi del tutto.

Questi fatti sono: a) manifestazioni del partito comunista: dichiarazioni di Togliatti alla Costituente sulle elezioni, altre dichiarazioni sue a Milano in un convegno comunista, successive dichiarazioni di Longo; b) costituzione del fronte popolare democratico socialcomunista, con appendice di democratici del lavoro ed ex azionisti, nonché di organizzazioni sindacali e

democratiche varie; c) rapporto di Nenni sulla politica estera italiana; d) trattative it~lo-jugoslave sul governatorato di Trieste; e) conferenza stampa di Badnjevic (ufficio informazioni del Ministero esteri

jugoslavo) sui criminali di guerra Orlando, Marazza, ecc. Secondo questa stampa, Togliatti ha parlato a Roma per la legalità chiedendo che si affrettassero le elezioni, a Milano tuttavia ha qualificato «astratto e senza significato» il quesito se, dopo le elezioni, si sarebbe dovuto o no passare alla lotta illegale, a seconda dell'insuccesso o del successo. Anche se vinceremo alle elezioni, egli avrebbe detto in sostanza, non dovremo !imitarci ad una azione legale e parlamentare, perché vi sarebbero sempre dei forti gruppi reazionari da

63 l Manca l'indicazione della data di arrivo.

75 combattere; se poi perdessimo e ci buttassimo subito alla lotta illegale, questo potrebbe essere un atto di debolezza ed una imprudenza.

Longo più tardi avrebbe ribadito che il dilemma legalità o illegalità, posto dai conservatori ai comunisti, non avrebbe senso: l'azione di massa sarebbe sempre, secondo i comunisti, una azione legittima e necessaria per far valere i diritti popolari.

Da questo complesso di dichiarazioni, quali si presentano qui, appare che la valutazione sovietica del movimento comunista italiano è questa: i comunisti italiani tenteranno ora la lotta elettorale, ma non si lasceranno vincolare le mani sul puro terreno parlamentare. Essi si riservano di impiegare l'azione diretta delle masse, sia per appoggiare l'azione elettorale medesima, sia per integrarla e sostituirla quando occorre.

In tal senso va inteso secondo il punto di vista di qui l'atto di costituzione del nuovo fronte democratico: esso appare il tipico fronte democratico ristretto della democrazia progressiva, quello cioè che non comprende alcun partito che non sia marxista, e accanto ai marxisti non allinea altro che associazioni più o meno controllate dai marxisti, oppure uomini democratici isolati. Tipica fra le associazioni è quella dei capi dei comuni democratici, rispetto alla quale sono state riportate qui le parole di Scoccimarro, secondo le quali i capi dei comuni sarebbero anche le espressioni legittime delle tendenze politiche dei loro amministrati, e quindi la associazione loro avrebbe una grande forza e portata politica.

Le dichiarazioni di politica estera di Nenni sono riportate largamente su tre colonne dai principali giornali, ma non integralmente: non vi è cenno, nella parte pubblicata, di quella tesi della neutralità, che pure è stata recentemente bandita come la tesi ufficiale di politica estera del partito socialista nenniano. Non si comprende bene se essa sia stata soppressa nel riassunto delle dichiarazioni, o sia invece stata prudentemente taciuta e tacitamente abbandonata dal suo stesso autore.

Infine, per _ciò che riguarda Trieste si mette qui in rilievo un asserito contrasto fra il comunicato ufficiale dell'incontro fra l'ambasciatore Fransoni e il ministro jugoslavo, ed il comunicato del Popolo: il primo sembrerebbe far credere alla possibilità di un accordo, il Popolo avrebbe invece già pubblicato che un tale accordo sarebbe estremamente difficile, confermando così la scarsa volontà dei governanti democristiani di raggiungerlo effettivamente. Quanto ai criminali di guerra, si riportano con una certa ampiezza le dichiarazioni jugoslave, prospettandole naturalmente come del tutto legittime.

Tutto ciò ha un significato abbastanza chiaro: i sovietici continuano più che mai a diffidare del governo attuale, l'appoggio eh'essi danno alle rivendicazioni jugoslave è una ennesima manifestazione di questa diffidenza in quanto i sovietici ritengono finita, per ciò che riguarda l'Europa occidentale almeno, la fase dei fronti popolari all'interno e delle posizioni di equilibrio, di mediazione o di neutralità all'estero: più si irrigidisce la loro posizione a questo riguardo, più aumenta l'ostilità contro quei governi, che rappresentano nel pensiero dei sovietici la politica «america,na» o anche una più o meno accentuata politica di equilibrio.

Nello stesso tempo però il profondo interesse dei sovietici alle cose nostre coincide con la speranza di un mutamento a scadenza più o meno vicina della nostra politica interna e quindi della nostra politica estera. Si spera nelle elezioni e si spera nella pressione delle masse organizzate: si pensa che i comunisti italiani non vorranno abbandonare né l'uno né l'altro mezzo di lotta, e si ha fiducia che, con l'uno e con l'altro, le tendenze di sinistra finiranno, e non tanto tardi, col prevalere. In questi primi mesi, la fase elettorale avrà certo la prevalenza, e quindi non sarebbe da escludere un qualche tentativo dei sovietici di accattivarsi l'opinione pubblica italiana; in un secondo tempo, potrebbe invece rinvigorirsi l'azione sindacale, l'azione politica di sciopero, ecc. Togliatti ha negato sul piano dei rigorosi principii teorici questa successione rigorosa di tempi, ma empiricamente, secondo ogni probabilità, essa sarà imposta dalla necessità dei fatti.

L'Italia è tanto quanto la Francia e forse più, in questo momento, oggetto delle attenzioni di questo Governo e di questa opinione pubblica: credo valga la pena di tenere conto di questi riflessi sovietici della nostra attività politica.

62 2 Per la risposta vedi DD. 74 e 76.

64

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 25/2. Londra, 2 gennaio 1948, ore 21,35 (per. ore 8 del 3).

Telegrammi di V.E. n. 18368/c., 18409/c.l.

Competente funzionario del Foreign Office, nuovamente intrattenuto oggi sulla questione governatore Trieste, secondo istruzioni di cui ai telegrammi in riferimento, ha ripetuto anzitutto che c~ si rende qui perfettamente conto della nostra delicata posizione nelle conversazioni di Roma e della necessità in cui ci siamo trovati proporre nostri candidati a dimostrare nostra leale buona volontà nella ricerca di un accordo.

Ciò premesso egli ha ribadito punto di vista Foreign Office secondo il quale per motivi già riferiti inerenti situazione Trieste nomina governatore nel momento attuale è considerata indesiderabile anche nel caso si trattasse di personalità eminente e di provata imparzialità. A questo proposito, e in via del tutto confidenziale, è stato fatto comprendere che, nel caso si giungesse ad un accordo fra Italia e Jugoslavia, non si esclude che governo britannico d'accordo con Washington prenda posizione in sede di Consiglio di sicurezza contro approvazione nomina governatore esprimendo chiaramente ragioni che la sconsigliano in questo momento. Foreign Office ha interessato Ambasciata britannica Washington presentire Dipartimento di Stato circa azione comune in tal senso.

Esaminando poi problema Trieste nel futuro, e in relazione ad accenno fatto dal Dipartimento di Stato ad Ambasciata Washington2 circa eventuale azione per revisione clausole trattato di pace relative Trieste, predetto funzionario parlando a titolo strettamente personale non ha escluso che in prosieguo di tempo questione

64 I Vedi DD. 58 e 59. 2 Vedi D.44.

sia posta allo studio anche da parte britannica dato che Territorio Libero si rivela, e ancor più si rivelerà, «un assurdo politico, economico e strategico». Egli accennò ad un possibile orientamento verso idea spartizione Territorio Libero fra Italia e Jugoslavia.

Per quanto riguarda infine nomi candidati proposti da jugoslavi e da noi, ci si è espressi in senso negativo su Branting, Ecer e Stang. Guisan con tutta probabilità non accetterebbe (telespresso questa Ambasciata 1263 del 24 giugno}3 e Foreign Office ha espresso dubbi circa possibilità accettazione da parte Stucki (telespresso questa Ambasciata 1643 del 15 agosto)3.

Mi sono impegnato con Foreign Office mantenere contenuto conversazione di cui sopra assolutamente segreto.

65

IL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 7/5. Belgrado, 2 gennaio l 948 (per. il l 2).

Telespresso ministeriale 5/2990 dell' 11 dicembre u.s.l.

Dopo aver esaminato attentamente il rapporto del generale Gloria e le istruzioni di codesto Ministero, ho avuto una conversazione con questo vice ministro degli esteri, signor Velebit, col quale avevo sin dall'inizio trattato la questione.

Ho espresso al signor Velebit tutta la mia meraviglia e il disappunto del Governo italiano per l'andamento e l'esito dell'incontro Gloria-Zorkota, in contrasto con gli accordi che erano intercorsi tra me e il signor Velebit stesso.

In sostanza ho messo in rilievo che l'incontro Cappa-Pehacek2 era nato dalla mia conversazione col maresciallo Tito3, il quale mi aveva assicurato che avrebbe dato precise istruzioni ai comandanti delle sue truppe di rispettare quello che sarebbe stato l'accordo che si andava trattando fra le due parti; che invece l'accordo fu violato a distanza di pochi giorni dalla sua conclusione, che fu proprio il signor Velebit a riconoscere il nostro diritto alla restitutio in pristinum nella ipotesi positiva di violazione di frontiera da parte delle truppe jugoslave e infine che fu pure lui, dopo la risposta negativa di questo Ministero esteri circa le lamentate violazioni di frontiera, a proporre l'indagine in loco.

Ho conseguentemente lamentato che si sia fatto muovere da Roma il generale Gloria per sentirsi ripetere dal viceministro Zorkota la risposta che questo Ministero degli esteri, dopo due mesi circa dalle nostre lagnanze, aveva comùnicato a questa legazione. Ho sottolineato il comportamento del vice-ministro Zorkota

65 I Non pubblicato, ma vedi serie decima, vol. VI, D. 770.

2 lbid., DD. 515 e 538.

3 Ibid., D. 489.

durante l'incontro, tendente ad aggirare la questione principale ed unica per cui l'incontro era stato deciso, impostando questioni estranee. Ho messo in evidenza le sue strane e contraddittorie dichiarazioni che si riassumono prima nell'affermazione che le violazioni non sono avvenute, e poi nella subordinata, che indebolisce l'affermazione principale, che eventualmente si tratterebbe di errori: errori, però, voluti per asserite inadempienze italiane.

Ho fatto presente che il Governo italiano era tutt'altro che soddisfatto della conclusione dell'incontro Gloria-Zorkota e che, pertanto, confidava che il Governo jugoslavo ritornasse sulla questione nell'intento di raggiungere una soluzione soddisfacente.

La mia particolare fermezza, e la vivacità inconsueta nei miei colloqui con il signor Velebit, sempre improntati ad un tono amichevole e talvolta confidenziale, hanno smorzato la sua consueta dialettica, ed egli, nulla contestando in linea di fatto della mia esposizione, si è limitato a ripetere che le violazioni non sono avvenute e che comunque, dopo tanto tempo, sarebbe vana anche una indagine poiché le due parti non potrebbero che offrire prove unilaterali, e pertanto inconcludenti.

Ho reagito, osservando che le prove provengono sempre da ciascuna delle parti interessate, ma che, non pertanto, devono esaminarsi nella loro unità e serietà e che comunque, nella specie, il viceministro Zorkota non doveva sottrarsi, dato lo scopo specifico dell'incontro, all'esame del materiale probatorio in possesso del generale Gloria, e a recarsi occorrendo in loco, secondo gli accordi.

Constatato il comportamento quasi passivo del signor Velebit che opponeva alle mie argomentazioni dei silenzi che comprovavano il suo disagio, ho tenuto a fargli presente che, prima di qualsiasi altro passo, avevo creduto doveroso di far presente a lui, col quale avevo trattato la questione, la nostra insoddisfazione. Gli ho fatto anche intendere che se la questione non veniva risolta, avremmo potuto trovarci nella necessità di riesaminare tutti gli accordi provvisori che erano stati conclusi per regolare il buon vicinato nella zona di confine.

Anche i miei tentativi di riaprire una procedura per il riesame della questione sono caduti nel vuoto. Il signor Velebit si è limitato a dirmi di presentare una nota alla quale il Governo jugoslavo avrebbe risposto precisando il suo punto di vista sulla questione.

Da questo colloquio ho tratto la netta impressione che il signor Velebit sia venuto a trovarsi in disagio per le reazioni opposte, o dal suo stesso Ministero, o dallo Stato Maggiore dell'Esercito e forse più probabilmente dal Governo della Repubblica di Slovenia, da cui pare dipendono le truppe confinarie, al suo conseguente atteggiamento precedente che si era concretato nella proposta, da lui stesso avanzata, di risolvere con un esame di fatto una situazione, che, se vera secondo le nostre lagnanze, doveva condurre a darci soddisfazione.

Egli pertanto, mentre non ha voluto, e forse non lo poteva più, prendere iniziative, dato che ormai si trovano a Belgrado il ministro Simic e il viceministro Bebler, considera forse come la benvenuta una nostra nota al suo Governo che lo libererà di una questione diventata per lui spinosa a trattarsi.

A questo punto mi permetto esprimere la mia subordinata opinione che convenga presentare una nota verbale al Governo jugoslavo basata sui seguenti punti:

l) accenno all'origine dell'incontro Cappa-Pehacek, desiderato dal maresciallo Tito, che si era impegnato personalmente a fame rispettare i conseguenti accordi da tutte le sue truppe;

2) intese tra questa legazione e il signor Velebit a seguito della violazione di detti accordi;

3) comportamento e argomentazioni del viceministro Zorkota nell'incontro col generale Gloria, in contrasto con le intese di questa legazione con il signor Velebit, e sostanzialmente insoddisfacente;

4) necessità che il Governo jugoslavo dia soddisfazione al Governo italiano che non può acquietarsi dopo avere specificatamente denunciato le violazioni di confine.

Mentre la nota dovrebbe necessariamente essere ferma ed energica, mi pare che occorra lasciare intendere che è in discussione tutto il complesso degli accordi Cappa-Pehacek.

Correlativamente mi permetto esprimere l'opinione che se il Governo jugoslavo non darà soddisfazione alla nostra nota, non si potrà a meno, considerando violato l'accordo Cappa-Pehacek, di sospendere l'esecuzione degli accordi anche per la parte che riguarda passaggio delle popolazioni nella zona di confine, coltivazione campi ecc. di cui alla lettera c) degli accordi Cappa-Pehacek.

Credo che questa misura dovrà, sia pure a malincuore, essere presa, tanto più se essa era già stata prospettata come possibile nel telespresso di codesto Ministero 5/2611 del 20 novembre u.s., indirizzato alla Prefettura di Gorizia4.

Data la delicatezza della questione, che comporta la decisione di un atteggiamento fino alle ultime conseguenze, mi astengo dal presentare la nota fino a conferma di codesto Ministero.

Poiché tuttavia un comportamento reattivo deve essere il più possibilmente immediato, prego di v o l ermi telegrafare al più presto5.

Infine mi permetto suggerire che, qualora l'ipotesi della chiusura del transito della frontiera, profilata nel soprariportato telespresso indirizzato alla Prefettura di Gorizia, stesse per verificarsi per i motivi di cui al telespresso stesso, convenga rinviarla quale misura conseguente all'atteggiamento del Governo jugoslavo sulla più importante questione della violazione del confine provvisorio.

64 3 Non pubblicato.

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IL MINISTRO A BUCAREST, SCAMMACCA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. RISERVATISSIMO 7/l. Bucarest, 2 gennaio 1948 (per. il 12).

Col mio rapporto n. 1702/866 del 12 novembre 19471 e con telegramma per

corriere n. 040 del 23 dicembre u.s.2 avevo riferito a V.E. circa la situazione in cui la Corona era venuta a trovarsi nei confronti del Governo e della evoluzione politica, e circa la prevista prossima caduta del regime monarchico in Romania. Si riteneva generalmente che la crisi si sarebbe maturata per la fine di gennaio, e perciò gli eventi del 30 dicembre 1947 sono giunti improvvisi e si sono succeduti nella stessa giornata con una rapidità che ha sorpreso non solo il Paese, ma anche i circoli ufficiali e diplomatici. Soltanto il piccolo gruppo di iniziati che conducono le sorti di questo Paese ne erano edotti; e -come dirò appresso -lo stesso sovrano non si aspettava una così repentina conclusione.

Quali fattori e quali circostanze sono intervenuti e quali ne sono state, oltre quelle «effettuali» già note, le cause occasionali e determinanti?

Dal raffronto di varie notizie, e sulla scorta di diverse informazioni confidenziali, ritengo che i fatti si possano ricostruire con sufficiente esattezza -malgrado il rigoroso riserbo nel quale si è voluto tenerli -nel modo seguente.

Pochi giorni dopo il ritorno del re (21 dicembre), e assai verosimilmente il 24 dicembre, il presidente del Consiglio signor Groza si recò a Sinaia e con linguaggio al suo solito suadente e capzioso comunicò al re che il Governo non faceva più opposizione al progettato matrimonio, ma che questo per ragioni politiche avrebbe dovuto essere celebrato all'estero; soggiungeva che il sovrano, allontanandosi nuovamente dal Paese, non dovesse nutrire inquietudine qualora sopraggiungessero in sua assenza eventi impreveduti perché il Governo si impegnava a garantire che l'onore del re e il ricordo rispettoso del popolo verso la sua persona non sarebbero stati in alcun modo feriti o offuscati e che, inoltre, si sarebbe provveduto ad assicurargli un largo appannaggio.

Tali dichiarazioni che erano un chiaro invito ad abdicare furono intese ed accettate in tutta la loro portata, ma non sembrarono comportare la necessità di immediate risoluzioni; prova ne sia che il re fece sapere al «reggente» della Nunziatura che desiderava consultarlo nei prossimi giorni a proposito della celebrazione del matrimonio misto con una principessa cattolica e in particolare per quanto riguardava le questioni religiose relative alla sperata prole.

Il Governo si attendeva invece un rapido epilogo; e allora «per forzare i tempi» il signor Groza comunicò (il 29 dicembre) al maresciallo della Corte signor Negel che desiderava conferire al più pres!o col re per questioni gravi ed urgenti. Il re che trovavasi a Sinaia, dove contava trattenersi ancora tre giorni, ossia fino al 31 dicembre, per rientrare nella capitale in tempo per le cerimonie tradizionali di Capodanno, decise allora di tornare a Bucarest l'indomani (30 dicembre) nella mattinata insieme con la regina madre. Il colloquio fra il re Michele e il primo ministro (il quale si presentò nella villa reale della «Chaussée» in compagnia del sig. Gheorghiu Dej, segretario generale del Partito comunista romeno) ebbe luogo, alla presenza della regina madre, per espressa richiesta del signor Groza, alle ore

12 del 30 dicembre. Il signor Groza entrò subito in argomento dichiarando al sovrano che «la situazione internazionale» non consentiva l'ulteriore continuazione del regime monarchico, e che pertanto doveva pregare il re di abdicare.

A tale comunicazione il re obiettò che, trattandosi di decisione tanto grave e inattesa, egli desiderava gli si lasciasse il tempo sufficiente per riflettervi e per consultarsi con i suoi consiglieri intimi. Ma Groza gli rispose che nessuna dilazione poteva essergli consentita, o tutt'al più soltanto il termine di un'ora. Avendo il re fatto presente che, fra l'altro, la stessa stesura dell'atto di abdicazione comportava una congrua dilazione il sig. Groza rispose che non ve n'era la necessità e trasse di tasca l 'atto di abdicazione dattiloscritto, già redatto nella formula che è stata poi pubblicata (allegato l )3.

Il re lesse il documento e immediatamente rilevò che non poteva accettare i termini che gli si volevano imporre e chiese che gli fosse consentito di apportarvi le opportune modifiche.

Ma anche a questa richiesta il sig. Groza oppose un reciso rifiuto, asserendo che il testo non era suscettibile del minimo mutamento.

A questo punto il re, rivolgendosi con fermezza a Groza, gli chiese se il Governo avesse pensato alla sua incolumità personale: e a tali parole il presidente del Consiglio rispose che ciò era stato previsto ma che l'incolumità sarebbe stata garantita dal Governo solo nel caso in cui egli avesse firmato l'atto di abdicazione nella forma che gli veniva richiesta; non così in caso di rifiuto.

Anche se delle predette circostanze non si avesse avuto sentore, il contenuto stesso del documento, e la portata e le gravi implicazioni che esso comporta, stanno a dimostrare chiaramente che la volontà del re è stata forzata e che la formula da lui firmata non è stata concordata fra lui e il Governo, ma imposta da questo.

Delle preordinate pressioni è anche un indizio la pubblicazione avvenuta, non certo casualmente, proprio la mattina del 30 dicembre (e fin allora ritardata e tenuta segreta) del rapporto del signor Gheorghiu Dej alla Conferenza dei partiti comunisti dello scorso settembre a Varsavia, nel quale si «denuncia» l'opera svolta dal re Michele, nei cinque mesi che seguirono la formazione del Governo Groza ( 6 marzo 1945) per ostacolare il progresso della «democrazia popolare romena» e ciò in piena concordanza con le «forze reazionarie del Paese e dell'estero». È il linguaggio tipico degli «atti di accusa» ormai divenuti abituali nel giuoco politico di queste «democrazie» e giustifica il sospetto che si sia meditata l'eventualità di un vero e proprio processo politico contro il re.

Altre circostanze concorrono a completare il quadro della coercizione: l 'improvvisa nomina del noto capo comunista signor Bodnaras alla carica di ministro della guerra nei giorni immediatamente precedenti a quello dell'abdicazione (così riunendo nelle sue mani il controllo della polizia e delle forze armate); il cambio della guardia del Palazzo reale ordinato proprio la mattina del 30 dicembre, sostituendola con reparti fidati della Divisione Vladimirescu ben conosciuta per essere stata formata e istruita in Russia con elementi scelti fra i prigionieri romeni; lo

spiegamento di numerose forze intorno al Palazzo reale; il taglio operato nella stessa mattina del 30 di tutte le linee telefoniche del Palazzo reale allo scopo di isolarlo. Talché il re si trovò praticamente in stato di prigionia.

Sta di fatto che il testo dell'atto di abdicazione contiene la «constatazione che i profondi mutamenti di ordine politico, sociale ed economico sopravvenuti nella vita della Romania ( ...) hanno creato nuovi rapporti fra i fattori responsabili del Governo» tali che «l'istituto monarchico costituisce un serio impedimento nella via del progresso del Paese», per trame la conseguenza dell'abdicazione «di pieno accordo con i fattori responsabili del Paese» allo scopo di lasciare al popolo il diritto di scegliersi una nuova forma di regime.

Questa formula, che vuole apparire come un volontario e consapevole riconoscimento da parte del re della contraddizione della monarchia col nuovo ordine di cose e con gli interessi del Paese, e quasi come una investitura e un trapasso di poteri alla nuova forma repubblicana popolare deliberato e sancito dallo stesso sovrano, è stata ripresa e orchestrata nei proclami, nei discorsi ufficiali e nei commenti della stampa.

È un'abdicazione di pretto sapore orientale: non posso a meno di ricordare come essa abbia qualche strana somiglianza (se di simili eventi possono farsi raffronti e ricercare «precedenti») con quella che nel 1912 pose fine all'Impero cinese, instaurando la Repubblica con un decreto del «Figlio del Cielo».

Ma di quanto è avvenuto avremo forse presto la rivelazione, se è vera l'intenzione attribuita al re di spiegare la propria azione in un indirizzo al popolo romeno e all'opinione pubblica mondiale non appena sia in grado di farlo.

Dal momento dell'abdicazione gli eventi si sono succeduti con una rapidità straordinaria che ne rivela il premeditato disegno: proclama del Governo al popolo; convocazione straordinaria della Camera dei deputati; approvazione per acclamazione delle leggi speciali relative alla decadenza della monarchia; abrogazione della costituzione; proclamazione della Repubblica popolare; annunzio della prossima formazione di una Assemblea costituente; istituzione di un Alto presidio provvisorio di 5 membri per l'esercizio del «potere esecutivo»; elezione dei 5 membri del Presidio; loro giuramento; dimissioni del Governo e sua immediata conferma in carica; scambio di discorsi, di messaggi fra il Presidio e il Governo; ordini del giorno e decreti per il giuramento dell'esercito e dei corpi amministrativi; annunzio alla popolazione (vedi allegati) 4 .

Tutto questo fu fatto a tamburo battente, fra le 5 e le l O p.m. e senza grande preoccupazione della legalità e della esattezza dei termini legislativi. È dubbio infatti che la Camera avesse altro potere che quello di prendere atto dell'abdicazione: tutto il resto essendo materia istituzionale avrebbe potuto essere compito di una Assemblea costituente o, se mai, sottoposto a referendum; la stessa nomina del Presidio provvisorio è in diritto opinabile e, nella carenza di una nuova legge costituzionale dello Stato, non si comprende bene dove poggino tutti i nuovi poteri. Sulla stessa legalità della Camera vi sarebbe molto da dire: non solo perdura

la carenza dei mandati dei disciolti partiti di Maniu e Bratianu, ma nel convocare a domicilio (per telefono) i deputati, si omise a ragion veduta di avvertire i liberali di sinistra del sig. Bejan (ex partito di Tatarescu), talché, poco prima dell'inizio della seduta, si dovette constatare che mancava il quorum; poco male: vennero racimolati in fretta e furia quanti occorrevano di individui fidati per completare il numero legale e intruppati nell'aula in sostituzione dei deputati mancanti. Il voto fu fatto per acclamazione .senza appello nominale; le tribune erano stipate di «pubblico preordinato», e tutto andò per il meglio. (Tali notizie mi risultano in modo assolutamente certo).

L'atto di nascita del nuovo regime non è pertanto del tutto regolare.

La notizia dell'abdicazione, diffusa dalla radio e dalle edizioni straordinarie dei giornali nel tardo pomeriggio del 30 dicembre, gettò la costernazione in tutto il Paese. La capitale era deserta e solo le truppe e i carri armati, disposti per misure precauzionali, occupavano la strada. Il Governo tentò nella sera medesima del 30 e nei giorni successivi di organizzare manifestazioni e cortei, ma con ben scarso successo, e gli stessi organizzati non trovarono abbastanza fiato per esalare il loro entusiasmo.

Si è così avuto lo straordinario caso di tanti gravi atti e di tanti discorsi fatti per il popolo, a nome del popolo, dai rappresentanti del popolo e per il bene del popolo, nei quali il «popolo» è stato il grande assente e ha tenuto a manifestarlo nella sola forma in cui gli era consentito, e cioè appunto con la sua assenza.

Quali le premesse immediate dell'abdicazione e le cause determinanti della sua affrettata anticipazione? A mio avviso esse debbono essere riportate alla recente visita del maresciallo Tito, e quindi al «ritmo» più accelerato impresso dall'U.R.S.S. -subito dopo il fallimento della Conferenza di Londra-nella organizzazione politico-militare dei Paesi dell'Europa Orientale e, in particolare, di quelli danubiano-balcanici. Non ripeto, per brevità, le considerazioni e i commenti che ebbi l'onore di esporre a V.E. a proposito della firma del patto di amicizia e di mutua assistenza fra la Jugoslavia e la Romania. Al lume di tali considerazioni viene chiarito anche il vero senso delle parole usate dal sig. Groza nell'addurre «la situazione internazionale» come motivo dell'immediata abdicazione.

Si annunzia ora, infatti, all'indomani della caduta della monarèhia, la visita a Bucarest del sig. Dimitrov e la firma di un analogo patto con la Bulgaria. Le maglie della progettata «Confederazione balcanica» sotto l'egida di Tito e nel quadro di comuni intese militari, si stringono sempre più.

La nomina, che ho dianzi menzionata, del signor Bodnaras a ministro della guerra è in diretta connessione con tali eventi; e le dichiarazioni da lui fatte assumendo il nuovo incarico sono assai esplicite. È evidente che la monarchia romena non poteva ormai più essere sopportata in un simile assetto politico (nel quale la preminenza sarà affidata al maresciallo Tito) ed è stata perciò rapidamente liquidata. La sua caduta segna quindi un nuovo progresso della infeudazione sovietica di queste regioni e del non lontano avvento della Federazione balcanicas.

65 4 Non pubblicato. s Sforza ha annotato in margine: «Approvo; agisca subito; scriva nota. Provvedere anche secondo ultimo capoverso». Vedi D. 105. 66 I Vedi serie decima, vol. VI, D. 717.

66 2 Con esso Scammacca aveva comunicato la notizia del fidanzamento del re, dando atto della ostilità alle nozze da parte del Governo, intenzionato a giungere alla liquidazione dell'istituzione monarchica c timoroso, pertanto, dell'accrescimento di popolarità del sovrano.

66 3 Non pubblicato. Il testo è in «Relazioni internazionali», a. XII (1948), n. 2, p. 29.

66 4 Non pubblicati.

66 5 Il rapporto reca al margine il seguente appunto manoscritto di Sforza: «Questo rapporto è gravissimo pel re che pensò a sé, non alla monarchia».

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IL CAPO DELLA MISSIONE ITALIANA A TRIESTE, GUIDOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. SEGRETO 6/21. Trieste, 2 gennaio 19482.

La scelta e la nomina del governatore di Trieste possono essere esaminate da tanti differenti punti di vista: in se stesse, cioè per gli effetti che possono avere sulla sorte del Territorio Libero; oppure in relazione alla situazione politica generale, o a quella interna italiana, alla battaglia per il piano Marshall o alla questione greca. E così via. Ma un lato presenta per noi particolare interesse, e tanto più delicato in quanto la sua esatta valutazione si ripercuote direttamente sui termini stessi del problema, e un errore potrebbe riservarci le sorprese più spiacevoli: è quello che riguarda le conseguenze della nomina per i nostri futuri rapporti con la Jugoslavia.

Nell'esaminare questo lato del problema nuovo del postulato, ammesso dai più, ché sia nostro vitale interesse (e jugoslavo) tentare di stabilire rapporti di reciproca amicizia e fiducia con lo Stato vicino; e che per ottenere questo risultato valga la pena di fare dei sacrifici, anche ragguardevoli. Ora, che la nomina del governatore comporti per noi dei tali sacrifici è indubbio. Con essa si sanziona definitivamente il distacco di Trieste dalla madre patria; saremmo noi italiani, visto che un'infelice decisione procedurale del Consiglio di sicurezza, originata dalla stanchezza e dall'impotenza di risolvere il problema nella sua vera sede, ha rimesso a noi e agli jugoslavi il mandato e la responsabilità della designazione, a dare esecuzione con le nostre mani al trattato di pace in una delle sue parti più lesive del sentimento nazionale. Ma questa non è una ragione sufficiente per concludere che il sacrificio debba essere compiuto; è anzi una ragione di più per esaminare a fondo se abbia, o meno, qualche probabilità di dare i frutti che siamo in diritto di attendercene e che, soli, potrebbero giustificarlo.

La tesi jugoslava è nota. Non ho bisogno di conoscere quello che è stato detto a Roma e a Belgrado per intendere che il Governo jugoslavo fa dell'accordo sulla nomina del governatore la pietra basilare e la condizione sine qua non dei rapporti amichevoli fra i due Paesi. Ma anche questa non è una ragione valida perché facciamo nostra la sua tesi; sia perché gli jugoslavi potrebbero essere i primi a cadere, in buona fede, in errore: sia perché, sostenendola, potrebbero avere tutt'altri obiettivi in vista. Il problema dev'essere dunque esaminato in se stesso, indipendentemente dalle mire e pressioni altrui, da qualunque parte vengano, e unicamente dal punto di vista dell'interesse nazionale che coincide in questo caso, né potrebbe essere altrimenti, con la causa dei nostri buoni rapporti con la Jugoslavia e con l'interesse superiore della solidarietà europea.

67 I Dalle annotazioni in margine al documento risulta che Sforza lo trasmise a De Gasperi e che questi lo restituì dopo averlo letto. 2 Manca l'indicazione della data di arrivo.

Se si vuole dunque tentare questa analisi occorre in primo luogo accertare quali siano gli obiettivi jugoslavi nel richiedere con tanta insistenza la nomina di un governatore a Trieste. Giacché non è pensabile, né loro stessi lo affermano, che il loro scopo coincida con il nostro nell'accedere alla loro richiesta, cioè di stabilire relazioni di buon vicinato con noi; ché, se così fosse, ne avrebbero dato ben altri segni e si mostrerebbero pronti, come noi lo siamo, a raggiungere per altre vie lo stesso fine. Ora, chiunque sul luogo esamini obiettivamente la situazione, è portato a concludere che gli obiettivi jugoslavi (e russi) sono due: l) rimuovere la guarnigione alleata da Trieste; 2) slavizzare la città mediante la nota tattica di infiltrazione.

La constatazione è talmente ovvia che non ha bisogno di dimostrazioni. Il difficile sta nell'apprezzare se gli jugoslavi vogliano ad ogni costo raggiungere tutte e due gli scopi, oppure se, nell'interesse del primo, siano eventualmente disposti a sacrificare in tutto o in parte il secondo. È questa ultima analisi che ha importanza vitale per il nostro esame; perché il primo dei due scopi, essendo un episodio particolare nella battaglia generale per il successo del piano Marshall, potrebbe, a rigore di termini e a prescindere da ogni altra considerazione, essere conciliabile con il nostro scopo, che è quello di stabilire buone relazioni con la Jugoslavia. Il secondo, chiaramente, non lo è.

Ora, l'unico elemento serio di giudizio su questo punto così importante è, non la propaganda slava, ma quello che gli jugoslavi hanno fatto per il passato e quello che sarebbero tentati, o addirittura forzati dalle circostanze, a fare nell'avvenire, quando il governatore fosse stato nominato. Per la prima parte mi limito ad osservare che le case nei sobborghi di Trieste e in tutti i comuni della Zona, da occidente a oriente, da Aurisina a Muggia, sono letteralmente coperte di scritte, per lo più in caratteri fissi e indelebili che reclamano l'annessione di Trieste quale settima repubblica federativa jugoslava e protestano contro la «internazionalizzazione». Il servizio politico americano ne ha raccolto una documentazione fotografica che, sebbene incompleta, riempie due grossi volumi. È inutile dire che si tratta di slogans di propaganda già vecchia di molti mesi, che risale per la maggior parte all'epoca della Conferenza di Parigi. Ma quel che colpisce è il loro carattere completo, uniforme e perentorio; in altre parole, il fatto che la propaganda è stata dettata dali' alto e rispecchia innegabilmente il pensiero ufficiale di allora.

Ora questa stessa propaganda disvuole ciò che volle, rinnega le sue parole d'ordine e le invertisce, e reclama a gran voce la «indipendenza» e la «internazionalizzazione» di Trieste. Mi sembra che sarebbe un poco ingenuo credere senz'altro alla sincerità di una così spettacolosa e brusca conversione; e che sia invece prudente ammettere almeno la probabilità che lo slogan sia cambiato, ma che l'obiettivo, nel quale la politica jugoslava ha impegnato tanto del suo prestigio interno ed esterno, sia rimasto lo stesso.

Ammettiamo pure un momento che ci sia stato, non contrizione, ma realistico convincimento che sia opportuno e necessario rinunciare a slavizzare Trieste pur di strappare il ritiro delle truppe alleate. Resta da vedere se i due obiettivi siano veramente separabili; ed io non lo credo. In ultima analisi tutto verte sulla persona del governatore. Non soltanto sulla sua generica connotazione politica, se sia «occidentale» od «orientale», a destra o a sinistra, ma anche sulle sue qualità morali e fisiche, sulla fermezza del suo carattere e la solidità del suo sistema nervoso. Ora è evidente che in una materia così complessa entrano in gioco elementi subiettivi e imponderabili, che sfuggono ad ogni analisi politica. Ma in linea generale si può dire: a) che un governatore «di compromesso» significherebbe in breve e automaticamente, data la superiorità irresistibile della tattica totalitaria di fronte alla dispersione frammentaria dell'elemento italiano, vittoria slava a Trieste, cioè raggiungimento per altra via dell'obiettivo originario; b) che un governatore che fosse, o divenisse, risoluto a difendere con tutti i mezzi i diritti della maggioranza italiana entrerebbe in lotta violenta con la minoranza slava.

Ora queste due ipotesi, per quanto opposte, hanno due importanti elementi in comune. Il primo è che produrrebbero l'una e l'altra un contrasto asprissimo tra l'elemento italiano e quello slavo entro il Territorio Libero e che questo contrasto avrebbe inevitabili e disastrose conseguenze nei rapporti tra i due Paesi. Il secondo è che la nomina del governatore, di qualsiasi governatore, rimuovendo gli antagonisti maggiori, lascerebbe soli nella scena, alle prese fra di loro, italiani e jugoslavi; e non è difficile immaginare le frizioni quotidiane, le quotidiane ripercussioni polemiche sulla stampa dei due Paesi.

V.E. non penserà certamente che io, ragionando in tal guisa, abbia sposato le opinioni e le passioni degli ambienti irredentisti di Trieste; e del resto, ricevendo la delegazione dei partiti italiani, ella stessa avrà potuto constatare la divisione e la confusione del loro pensiero politico. Dirò anzi che soltanto nel dott. Bruno Pincherle, un socialista unitario sospetto ai nazionali appunto per la sua volontà di collaborazione con gli slavi, ho trovato una quasi completa rispondenza alle mie vedute. Anch'egli è del parere che la nomina del governatore getterebbe in gravi crisi i rapporti itala-jugoslavi.

A questo ragionamento si possono muovere due obiezioni principali. La prima è: come possiamo rifiutarci all'accordo con gli jugoslavi sulla designazione di un governatore, senza averne a soffrire la loro ostile reazione? La seconda è: quale alternativa si offre allo stato di cose attuale e deprecabile?

Alla prima rispondo che, se anche gli jugoslavi esercitano su di noi attualmente una forte pressione per indurci alla nomina, il loro disappunto, per le ragioni addotte più sopra, si rivolgerebbe più contro gli anglo-americani che contro noi. Ma, se si vuole evitare anche questo contraccolpo, non rimane che parlare chiaro a Washington e a Londra, esponendo l'imbarazzo nel quale proprio quei governi, nel dare il loro assenso alla ridicola proposta francese, ci hanno messi, e chiedendo ad essi di prendersi la responsabilità di respingere un'eventuale designazione itala-jugoslava.

Alla seconda obiezione la risposta è più facile, e soprattutto è più costruttiva. Se veramente gli jugoslavi mirano soltanto ad allontanare il contingente alleato, non ad assorbire Trieste (e si è visto che soltanto in questo caso potremmo accettare il sacrificio di questa città italiana), essi possono raggiungere questo scopo accordandosi con noi per una spartizione del Territorio, naturalmente non secondo le linee attuali, e nel quadro di una revisione della frontiera orientale.

È questo un problema estremamente complesso, che non è attuale, e che in ogni modo richiede ampia e separata trattazione. Per il momento mi limito a constatare che la spartizione sarebbe la migliore prova, e forse l'unica della quale potremmo fidarci, della sincerità delle intenzioni jugoslave. Gli alleati non potrebbero alla lunga opporsi ad un accordo diretto ed esplicito; e allora, soltanto allora, una volta Trieste restituita all'Italia, sarebbe possibile chiarificare i nostri rapporti con la Jugoslavia, dando prova della nostra buona volontà e accordando alla minoranza slava quei diritti che la costituzione italiana le riconoscerebbe e che, in queste nuove condizioni, potrebbero essere esercitati con minori attriti e minori rischi.

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L'INCARICATO D'AFFARI A L'AVANA, DE FERRARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 595/01. L 'Avana, 3 gennaio 1948 (per. il 16).

Questo ministro di Stato, nell'informarmi di essere venuto a conoscenza dichiarazione relativa trattato di pace italo-cubanoi di cui a telespresso ministeriale

n. 20/38549/34 del 6 dicembre u.s.2, mi ha detto aver profondamente apprezzato sentimenti in essa manifestati e in particolare piena comprensione che essi rivelano del significato anche ideale gesto compiuto da Cuba nei riguardi Italia.

In termini analoghi si è espresso presidente Repubblica dottor Grau San Martin in colloquio che ho avuto con lui occasione annuale ricevimento a Corpo diplomatico confermando eco favorevole che approvazione trattato pace da parte Assemblea costituente ha qui suscitato.

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L'AMBASCIATORE A NANCHINO, FENOALTEA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. RISERVATO l 0/1. Nanchino, 3 gennaio 1948 (per. 1'8 febbraio).

Ho inviato costì in questi giorni (telespresso n. 1393/419 del 26 dicembre)! il progetto di trattato di amicizia e stabilimento consegnatomi da questo governo. Stimo ora -anche se dovrò dilungarmi in dettagli -segnalare a V.E. alcune circostanze e considerazioni.

Come informai a suo tempo (vedi telespresso n. l 051/78 del 29 agosto)2, in

2 Non pubblicato. 69 l Non rinvenuto.

seguito ai sondaggi effettuati da quest'ambasciata, il direttore dell'Ufficio trattati di questo Ministero degli esteri promise di consegnarci uno o più progetti da ser vire come base di discussione: ciò accadeva alla fine di agosto. Passò poi qualche tempo, per l'assenza di tale funzionario e dello stesso ministro degli esteri, recati si a New York per l'Assemblea dell'O.N.U. e rientrati a Nalichino alla fine di ot tobre. In novembre, ebbi notizia che l'Ufficio trattati stava lavorando ad un pro. getto di trattato con l'Italia. Al principio di dicembre, avendo avuto occasione per altri motivi di conferire col vice ministro amministrativo, questi mi informava che il progetto era stato preparato, che esso si trovava sul tavolo del ministro degli esteri per l'approvazione e che egli prevedeva di potermelo consegnare entro po

chi giorni.

Un paio di settimane dopo, tuttavia (16 dicembre), il direttore dell'Ufficio

trattati convocava un funzionario di questa ambasciata; e -dopo avergli comuni

cato che egli aveva redatto, secondo le intese intercorse, un progetto di trattato; e

che, prevenendo il nostro desiderio, lo aveva redatto così da dar vita ad un tratta

to non di sola amicizia ma anche di stabilimento consolare, del tutto analogo ai

trattati fatti con le altre potenze e tale da essere di nostro pieno gradimento -lo

informava che, avendo sottoposto il progetto al ministro degli esteri, questi non

aveva ritenuto di dare il via alla presentazione; diceva candidamente che il mini

stro era apparso «not very keen about it», che lo stesso ministro gli aveva chiesto

che cosa già avessero fatto nei riguardi dell'Italia le altre maggiori potenze espri

mendo l'avviso che, dopo tutto, non vi fosse per la Cina motivo di affrettarsi a

fare un nuovo trattato con l'Italia se le altre potenze, firmatarie del trattato di pa

ce, non l'avevano ancora fatto; al che il direttore dei trattati gli avrebbe detto ri

cordare, fra l'altro, che il ministro Sforza, nel corso della sua recente visita a

Londra, vi avrebbe firmato vari protocolli ed accordi, senza però essere stato in

grado di offrire al ministro precisazioni al riguardo. Concludeva chiedendo al no

stro funzionario di fargli possibilmente conoscere quali nuovi trattati l'Italia aves

se stipulato dopo la guerra, di che tipo e con quali Stati, «onde poter ripresentare

il progetto al ministro con queste maggiori informazioni».

Si dice che sia del tutto normale, per chi conduca una trattativa in Cina, tro

varsi a ricominciare da capo quando si crede di essere alla conclusione: non c'era

quindi da drammatizzare. Ritenni, comunque, per accertare quanto di serio vi fos

se nelle difficoltà prospettateci, recarmi (18 dicembre) dal vice ministro ammini

strativo, elemento attivo ed influente in parecchie occasioni dimostratosi nostro

amico, e più direttamente impegnato nei nostri riguardi avendo con lui fatto i pri

mi approcci in vista di un eventuale trattato. Non gli nascosi di essere rimasto al

quanto sorpreso dal colloquio del direttore dell'Ufficio trattati col nostro funziona

rio; che mi pareva di ricordare che egli, in agosto, mi aveva parlato di assenso

già dato dal ministro alle conversazioni per il trattato e che ancora pochi giorni

addietro egli mi annunciava la imminente presentazione del progetto; e che, per

quanto vivo il nostro desiderio di fare un trattato con la Cina, esso aveva per pre

supposto la presunzione di un eguale desiderio e la certezza di un pari interesse

della Cina a fare un trattato con l 'Italia. Aggiunsi che se davvero la Cina dovesse trovarsi fra i primi paesi a fare con noi un nuovo trattato dopo quello di pace ciò non avrebbe fatto altro che aumentarne per noi il valore politico e sentimentale, e che con questo il governo cinese non avrebbe fatto che proseguire in una linea politica di amicizia cui noi siamo stati sensibili e che non vedevo motivo di abbandonare; che però in linea di fatto il governo cinese non era il primo a negoziare un trattato con noi dopo la guerra perché, tra gli altri, gli Stati Uniti già da parecchi mesi ci avevano consegnato un completo progetto di trattato, e in occasione della visita del nostro ministro degli esteri a Londra era stata pubblicamente annunziata la prossima stipulazione di un trattato di amicizia, commercio e navigazione; gli dissi che avevo un senso troppo vivo dell'autonomia della politica cinese per credere seriamente che la stipulazione del nostro trattato non potesse avvenire se non preceduta da trattati tra l 'Italia ed altri paesi; e che per questo non potevo risolvermi a chiedere a Roma quali altri trattati l'Italia avesse già fatto e a dare così la sensazione che la politica cinese nei nostri riguardi dipendesse da quella altrui. Infine precisai che la posizione della Cina era diversa da quella degli altri per una ragione sfuggita forse al ministro degli esteri: ed è che cogli altri Stati possono, a norma dell'articolo 44 del trattato di pace, rivivere i trattati prebellici, mentre non possono, per ragioni ovvie, rivivere i vecchi trattati con la Cina: così che occorrerebbe un nuovo trattato tra l'Italia e la Cina anche nell'ipotesi che nessun nuovo trattato l'Italia facesse con altri paesi.

Il vice ministro esordì dichiarandomi essere vivo desiderio del suo governo di stipulare un trattato con l'Italia («we are anxious to make it»); che nulla era cambiato nella politica cinese d'amicizia e simpatia verso l'Italia e nella decisione di fare questa politica indipendentemente da quella di qualsiasi altro paese.

Tuttavia, aggiunse, dicendo di parlarmi confidenzialmente, sono sorti in questi ultimi mesi problemi nuovi, situazioni nuove che inducono il ministro ad essere prudente e a non esporsi alle critiche che non gli vengono risparmiate in seno ai vari organi dello Stato. Mi parlò della proposta che per legare le mani al Ministero degli esteri sulla questione delle relazioni col Giappone, fu da taluno avanzata in sede di approvazione degli accordi con l'Italia del luglio: che cioè nessun accordo con paesi ex nemici si facesse se non sei mesi almeno dopo l'entrata in vigore del trattato di pace. Mi disse anche che per ragioni di opportunità e di prudenza politica il Ministero degli esteri aveva deciso di modificare la procedura normalmente seguita e di assicurarsi per ogni accordo l'adesione preventiva degli organi dello Stato (o almeno dei loro maggiori esponenti) il cui intervento è poi necessario in sede di ratifica. Mi fece intendere che era per coprirsi le spalle che il ministro degli esteri avrebbe gradito sapere che l 'Italia aveva già fatto dei trattati nuovi con altre potenze; che essendogli stato detto da lui e dal direttore dell'Ufficio trattati che numerosi protocolli erano stati firmati con la Gran Bretagna, gli uffici non furono poi in grado di documentare questa affermazione. In ogni modo, mentre prendeva appunto dell'elemento da me addotto che con gli altri paesi possono rivivere i vecchi trattati, caso che non può verificarsi con la Cina, mi assicurò che si sarebbe adoperato per vincere le esitazioni del ministro; non solo, ma che si sarebbe anche adoperato egli stesso personalmente nei prossimi giorni presso quelle personalità fuori del Ministero degli esteri la cui adesione appariva al ministro necessaria prima di imbarcarsi in UJ.l negoziato; e si riservò di darmi presto notizie in proposito.

Pochi giorni più tardi (23 dicembre), essendomi recato da lui per altri motivi, egli mi accolse dicendosi lieto di potermi consegnare il progetto di trattato con l'Italia, che di fatto mi consegnava esprimendomi il desiderio che al più presto il trattato potesse essere concluso.

Per due motivi ho ritenuto di narrare tali dettagli che di per sé non escono dalla cronaca.

In primo luogo perché ciò mi fornisce l'occasione di manifestare un'impressione che mi è già accaduto di esprimere in questi ultimi tempi in relazione a particolari questioni ma che è bene sia tenuta presente costì nella sua interezza: ed è che alcune circostanze di recente delineatesi inducono questo governo a seguire nei nostri riguardi una linea di condotta che direi non di minore simpatia, ma di maggiore cautela in confronto a otto o dieci mesi fa.

Come VE. ricorda, questo governo non ha mancato in un recente passato di dare prove della sua simpatia verso l 'Italia uscita dalla guerra prendendo talora delle iniziative, facendo in qualche occasione dei gesti senza attendere che altri li facesse. Fu una proposta della delegazione cinese a Parigi che contribuì a quella modificazione del preambolo del trattato di pace cui molto tenevamo. Fu questo governo uno dei primi a prendere, sia pure in forma generica, un atteggiamento a noi favorevole sulla questione della revisione. Gesti ed iniziative la cui portata non intendo certo sopravalutare, consapevole come sono che questo paese, se è uno dei «cinque grandi» non lo è che nominalmente; ma che -quale che sia il loro valore per noi -sono stati fatti per un disegno lungimirante nei nostri riguardi e, bisogna pur riconoscerlo, senza che noi fossimo in grado di dare alcuna immediata contropartita. Ora, dicevo, ho l'impressione che questo governo sia indotto a maggiore cautela da varie circostanze, che si riflettono su di noi anche se non riguardano noi. Le individuerei come segue:

a) il desiderio che muove questo governo da alcuni mesi -e che ho già illustrato in altre occasioni -di non fare apparire (fino a quando gli Stati Uniti non abbiano deciso la loro politica nei riguardi della Cina) la sua politica estera come immediatamente obbediente alle direttive americane: e di non crearsi senza necessità nei riguardi della Russia altre difficoltà più di quante già non ne abbia. Ritengo che questo elemento -che si trovò ad operare in maniera particolarmente viva nel periodo compreso fra la partenza del generale Wedemeyer dalla Cina (24 agosto) e la dichiarazione di Marshall (10 novembre) riaffermante l'interessamento americano nei confronti di Nanchino -abbia concorso a determinare l'astensione della Cina dal voto sulla revisione che apparve qui, prima ancora che come una questione italiana, come una iniziativa americana aspramente contrastata dalla Russia; e contribuisce a spiegare il fatto che questo governo, che si era pronunciato in tono favorevole alla revisione quando gli Stati Uniti non avevano ancora preso una analoga posizione, si sia astenuto quando gli Stati Uniti avevano fatto propria la tesi revisionistica.

b) La sensazione, sia pure errata, che fu data a questo governo (credo, da . qualche elemento dell'Ambasciata britannica qui: ma che non fu contraddetto dall'Ambasciata di Cina a Londra) di una persistente diffidenza o per lo meno caute

la britannica nei confronti dell'Italia. Accennai a suo tempo a tale circostanza. È una sensazione che, tutte le volte che posso farlo con dignità, cerco di rettificare; ma essa è così persistente presso i dirigenti di questo Ministero degli esteri che, perfino quando si parlò della nostra ammissione all'O.N.U., questo vice ministro, evidentemente poco informato al riguardo, pur assicurandomi il voto favorevole della Cina mi domandò in tono dubitativo: «Ma siete sicuri dell'Inghilterra?» E quando si parlò del viaggio di V.E. a Londra, mi disse esserne assai contento perché ciò avrebbe dissipato qualche ombra che ancora gli sembrava ci fosse nell'at. teggiamento inglese verso di noi. Ripeto e chiarisco, si tratta di elementi imponderabili e del riflesso, ancora in qualche modo sopravvivente, di un'impressione avuta dai cinesi parecchi mesi or sono e che oggi certo gli inglesi non darebbero più. Ma l'impressione è rimasta allo stato, direi, di componente psicologica; i cinesi, in questa fase dei loro rapporti con gli americani, e in ragione delle delusioni avute da essi, tengono a ménager gli inglesi; e ciò spiega fra l'altro perché, nel convincere il ministro degli esteri a varare il trattato con l'Italia, i suoi funzionari si siano preoccupati di dimostrargli che l'Italia ha già firmato dei protocolli preci

samente con la Gran Bretagna.

c) Infine, e qui si esce dalle impressioni per entrare in questioni che ben concretamente si pongono a questo paese, vi sono i riflessi del problema della futura pace con il Giappone. Problema che si è fatto acuto, come altra volta ho riferito (vedi rapporto n. 1112/295 del 12 settembre)3, proprio durante l'estate scorsa. L'opinione pubblica è ad esso, a giusto titolo, estremamente sensibile. E questo Ministero degli esteri pur consapevole come esso è, e come ha dimostrato

-c

di essere, che il caso dell'Italia è assai diverso da quello della Germania e del Giappone -è estremamente attento di fronte a tutto ciò che in un modo o nell'altro possa domani invocarsi come precedente a favore del Giappone. Così, ad esempio, pur essendo questo governo pienamente ed amichevolmente favorevole al nostro ingresso all'O.N.U., esso si mostrò assai perplesso quando parve che la questione dovesse decidersi prima che il nostro trattato di pace andasse in vigore: perché, sul piano strettamente giuridico, ammettere che l'Italia potesse entrare all'O.N.U. indipendentemente dalla ratifica sovietica al trattato di pace equivaleva ad ammettere che il Giappone potrebbe in futuro entrarvi prima che il rispettivo trattato di pace sia stato ratificato dalla Cina. Direi soprattutto che questo Ministero degli esteri, ed i suoi dirigenti personalmente, non vogliono correre il rischio -per quanto remoto -di sentirsi accusare di avere, con dei gesti a favore dell'Italia -che possono apparire gratuiti -indebolito le possibili posizioni di resistenza alla ripresa del Giappone: e che insomma lo stato dell'opinione pubblica impone loro nel trattare in genere le questioni relative a Stati ex nemici una cautela maggiore che otto o dieci mesi fa.

Per ricondurre quanto sopra alle debite proporzioni, aggiungerò e ripeterò che si tratta di elementi dai quali questo governo (che nella sua politica verso l'Italia volle finora non seguire ma precedere l'opinione media dei circoli politici del paese) è indotto, come già dissi, non ad una minore simpatia ma ad una maggiore

cautela. È un atteggiamento che molto probabilmente verrà meno quando la posizione degli Stati Uniti verso la Cina si sia definita: perché da ciò dipenderà tutto un nuovo ed univoco orientamento della politica estera di questo governo. Ma per lo meno fino a quel momento ritengo che, a differenza di quanto potevamo attenderci e si è verificato tempo addietro, questo governo se manterrà in generale una linea di condotta a noi favorevole eviterà di spingersi fino a prendere in tal senso delle iniziative.

Un secondo motivo -ed in verità più pertinente all'oggetto di questo rapporto -mi ha indotto a narrare a V.E. come si giunse alla consegna del progetto di trattato. Le esitazioni che si sono dovute vincere perché il progetto ci venisse consegnato, i motivi di varia indole che spiegano tali esitazioni, dimostrano che questo governo non ha da parte sua particolare fretta di concludere un trattato di amicizia e stabilimento con l 'Italia. Donde questa conclusione: che se noi riteniamo sia nostro interesse concludere un trattato di stabilimento presto onde poter riaprire i nostri consolati in questo paese, onde far uscire i nostri connazionali qui dalla posizione -assai incomoda nei confronti della legislazione cinese -di cittadini di un· non treaty power, dobbiamo renderei conto-che presentando a questo governo un controprogetto, esso potrebbe, sotto pretesto di studiarlo, rinviare la conclusione del trattato qualora insorgessero quelle esitazioni che questa volta è stato possibile vincere: che, in altre parole, se vogliamo impegnare questo governo a concludere il trattato ed a firmarlo, il solo modo sicuro di impegnarlo è di aderire al progetto che esso ci ha presentato. Desidero chiarire che in nessun modo esso mi è stato presentato come un progetto che si debba prendere o lasciare; sono certo (anche se il progetto è calcato su un paradigma seguito da questo governo in altri suoi trattati) che se noi presentassimo un controprogetto esso sarebbe qui esaminato con spirito amichevole. Ma il mio timore è non già che un nostro controprogetto possa essere respinto, ma che l'esame di esso da parte di questo governo e la necessità di avere le occorrenti approvazioni possano rimettere in forse la sollecita conclusione dell'accordo.

D'altro lato un elemento schiettamente politico mi induce a consigliare di affrettare i tempi. È ovvio che noi non potremmo restare indefinitamente privi di un accordo di stabilimento consolare, anche perché la mancanza di esso è fonte come detto -di inconvenienti per le collettività italiane e per i nostri traffici in Cina: ed è questo un elemento che di per sé giustifica ed impone il trattato, anche se esso non sia che un primo passo destinato ad essere più tardi integrato e completato da un trattato di commercio e navigazione. Ora, un trattato col governo di Nanchino non presta il fianco ad obiezioni serie di carattere politico, malgrado quella che è la nota situazione interna di questo paese, se fatto oggi: oggi cioè che le maggiori città della Cina (e fra l'altro quelle in cui risiedono le più numerose comunità italiane) sono sotto il suo controllo; oggi soprattutto che la sua legalità e la sua personalità internazionale come governo di tutta la Cina non è contestata, ed è anzi esplicitamente affermata e riconosciuta anche in un trattato con l'Unione Sovietica tuttora in vigore. Ma la situazione internazionale sul cui sfondo si svolge la guerra civile cinese, é tale che.occorre pure fare l'ipotesi che tale situazione muti. Potrebbero i comunisti cinesi, che finora hanno preferito isolare le grandi città piuttosto che conquistarle, cercare decisamente d'impadronirsene. Potrebbe una ripresa a fondo e su larga scala degli aiuti americani al governo di Nanchino indurre la Russia, onde aiutare i comunisti cinesi a mantenere le loro posizioni senza trovarsi essa legalmente dalla parte del torto, a riconoscere o a far riconoscere dai suoi satelliti un governo comunista della Cina del Nord. Sono queste per ora non delle previsioni ma delle ipotesi: ma ipotesi che è doveroso fare data la fluidità della situazione interna cinese ed il progressivo tendersi di quella internazionale. Ora è chiaro che, quando tali ipotesi fossero diventate realtà, la stipulazione di un trattato di amicizia col governo di Nanchino solleverebbe problemi politici delicati che essa oggi non solleva c che a noi assai conviene non dover affrontare, se possiamo evitarlo. Quale che sia cioè la linea di condotta che dovremmo seguire di fronte ai possibili sviluppi della situazione cinese, conviene farci trovare da essi con un trattato già stipulato c con una organizzazione consolare già stabilita. Per questo mi permetto suggerire a V.E. di voler disporre che l'esame del progetto di trattato da parte degli uffici competenti, c la formulazione del pensiero del Ministero al riguardo, avvengano con la maggiore possibile sollecitudine.

68 l Vedi serie decima, vol. VI, D. 118.

69 2 Non pubblicato.

69 3 Non pubblicato.

70

IL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 5/3. Belgrado, 3 gennaio 1948 (per. il 12).

Faccio seguito al mio telcsprcsso riservato n. 676/307 del 13 dicembre u.s.l. Ho intrattenuto questo vice ministro degli esteri, signor Vclcbit, sull'argomento in oggetto2.

Il signor Vclebit mi ha comunicato di avere interessato il Governo albanese circa la «Missione Palermo», ma di non avere avuto alcuna risposta. D'altra parte mi ha aggiunto che, per delicatezza, non può insistere oltre presso detto Governo.

Ho pregato il signor Velcbit di fare presente, alla prima occasione, al Governo albanese che noi abbiamo richiesto l 'interessamento del Governo jugoslavo unicamente quale intermediario fra due paesi che non hanno rapporti diretti, senza menomamcnte pensare che il Governo jugoslavo potesse esercitare una qualsiasi influenza politica sulle decisioni del libero c autonomo Governo albanese.

A tutt'oggi non ha avuto nessun esito neppure il passo fatto dal primo segretario di questa legazione presso la legazione albanese e di cui al mio telespresso sopraindicato.

Debbo aggiungere che questo ministro di Albania travasi a Tirana da alcune settimane per cui mi è stato impossibile tentare di riprendere contatto. (Sembra, se le informazioni avute sono esatte, che il ministro Jakova, che sarebbe cognato

70 I Non pubblicato. 2 L'oggetto del telespresso era: «Missione Palermo in Albania».

del presidente del Consiglio albanese, desti qualche diffidenza presso il suo Governo per i suoi sentimenti filoitaliani).

Ritornando sul colloquio col signor Velebit, debbo aggiungere che egli mi ha assicurato che questo Governo presterà ogni possibile aiuto per il rimpatrio degli italiani dall'Albania, mettendo a disposizione trasporti marittimi fino a Trieste. Nell'occasione mi ha detto che questo Governo aveva prospettato al Governo albanese la necessità di far rimpatriare gli italiani che lo avessero desiderato. Peraltro sembra che il Governo albanese non abbia ancora trasmesso elenchi di italiani da rimpatriare.

Dato l'attuale punto della situazione, mi permetto attirare l'attenzione di codesto Ministero sul fatto se convenga indugiare ulteriormente o meno nell'affidare la tutela degli interessi italiani in Albania alla Francia. Tanto più che questa decisione non sembra dovere definitivamente pregiudicare la «Missione Palermo». La rappresentanza francese a Tirana potrebbe infatti sollecitare in proposito il Governo albanese, col vantaggio almeno di ottenere una motivata risposta da parte di quel Governo.

Non mancherò di telegrafare ogni eventuale nuova notizia in merito a questo doloroso problema3.

71

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO

T. S.N.D. 116/4. Roma, 4 gennaio 1948, ore 16,30.

Suo 11.

Per quanto reazione Malik a passo compiuto da V.S. possa essere considerata poco comprensiva dal punto di vista del clima politico generale che noi cercheremo sempre più migliorare con codesto Paese, essa non mi sorprende.

Debbo ad ogni modo far presente che intendimento apertura verso Governo sovietico di cui al mio telespresso n. 2061 del 9 dicembre2, era in primo luogo e precipuamente quello di non dare adito ad errate interpretazioni (come è detto nel telespresso stesso) omettendo di fare presso codesto Governo passo che analogamente era stato fatto presso gli altri Paesi interessati alla questione.

Quanto precede per sua norma, mentre rimango comunque in attesa conoscere risposta che le sarà definitivamente data3.

2 Non pubblicato.

3 Per la risposta vedi D. 126.

70 3 Vedi DD. 77 e 304.

71 l Vedi D. 61.

72

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO

T. 117/2. Roma, 4 gennaio 1948, ore 15,30.

Seguito mio 85'. Ho appreso, da autorevole fonte comunista, che Governo albanese non consentirebbe invio Tirana missione Palermo.

Per mia norma, onde considerare altro eventuale seguito che possa esser dato alla questione che tanto ci interessa, prego accertare notizia e telegrafarmi appena possibile2.

73

IL MINISTRO A BUCAREST, SCAMMACCA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. URGENTE 88/6. Bucarest, 4 gennaio 1948, ore 20 (per. ore 10 del 5).

Mio telegramma n. l'.

Questo ministro degli affari esteri ha inviato oggi a questa legazione nota verbale in data ieri con la quale si limita a comunicare ufficialmente avvenuta abdicazione del re e proclamazione Repubblica popolare romena nonché nomina membri· presidio. Sarò grato a V.E. telegrafarmi se debbo limitarmi accusare ricevuta con riserva riferirne a codesto Ministero; ovvero semplicemente prendere atto; ovvero prendere atto anche a nome Governo italiano; e ogni altra eventuale istruzione per mia norma condotta2.

74

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 120-118/9-10. Parigi, 5 gennaio 1948, ore 20,55 (per. ore 7,30 del 6).

Suo 18368'.

2 Con T. 445/8 del 14 gennaio Fransoni autorizzava Scammacca ad accusare ricevuta della nota, anaìogamente alla linea di condotta adottata dai governi francese ed americano. 74 l Vedi D. 58.

Chauvel mi ha detto che Governo francese non (dico non) è stato avvicinato

o consultato da Governo americano in merito conversazioni italo-jugoslave.

Mi ha detto, a titolo personale, che pur comprendendo nostro desiderio interesse migliorare rapporti con Jugoslavia, è più che scettico circa possibilità arrivare a qualche cosa di concreto: varrebbe la pena di tentare se Jugoslavia fosse paese cui politica estera abbia anche solo fino ad un certo punto indipendenza: non vedeva come problema rapporti italo-jugoslavi potrebbe essere sottratto a insieme rapporti russo-americani: francesi ne avevano fatta esperienza in loro tentativi migliorare loro rapporti con Polonia Cecoslovacchia: riteneva anche che timori americani circa conseguenze nomina governatore fossero fondati pur essendo d'avviso che in questo momento questione Trieste non sembra, per gruppo slavo, essere in prima linea.

Ma premesso questo, mi ha detto che non vedeva come noi da parte nostra potessimo esimerci dal fare controproposte agli jugoslavi; essendo stati invitati da

O.N.U. metterei d'accordo direttamente non ci si poteva chiedere adesso prendere direttamente esclusivamente su di noi responsabilità rottura: gli sembrava che proponendo nome due persone che per loro precedenti potevamo contare avrebbero incontrato più decisa opposizione russa, avevamo fatto massimo che si poteva attendere da noi. Se poi realmente jugoslavi ci tenevano tanto a nomina governatore da accettare anche uno nostri candidati allora bisognava che americani pensassero loro a pretesti per mantenere attuale statu quo.

Naturalmente non (dico non) ho accennato per ora a francesi intenzione americana proporre nuove soluzioni per Triste.

Suo 18411 per corriere2.

Chauvel mi ha detto che a tutt'oggi ministro esteri non aveva letto rapporto

Commissione unione doganale e che questione, anche nelle sue linee generali, non era stata nemmeno toccata Consiglio ministri. Mi ha detto essere sua intenzione nei prossimi giorni far studiare Quai d'Orsay procedura avvenire per fare eventualmente proposte in merito a Bidault. Mi riservo vedere domani Alphand3.

72 l T. 16981/85 del 27 novembre 194 7, con il quale Sforza aveva richiesto informazioni circa l'esito dell'azione relativa alla prospettata missione Palermo. 2 Vedi D. 77.

73 l Del l 0 gennaio, con il quale Scammacca aveva riferito essere state richieste da quasi tutti i capi missione dei Paesi non legati all'U.R.S.S. direttive ai rispettivi governi circa la condotta a cui attenersi nei riguardi del nuovo regime romeno.

75

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. 147/7. Roma, 5 gennaio 1948, ore 22,30.

Questo Ministero da tempo cerca possibilità stabilire, nel quadro assistenza americana, sia speciale che generale collaborazione con Grecia che consenta Italia nell'interesse reciproco partecipare ricostruzione economica quel paese.

Questa collaborazione tenderebbe massima possibile valorizzazione risorse locali mediante inserimento tecnici ed attrezzature italiane nel programma lavori ricostruzione Grecia con vantaggio per due economie e massima utilizzazione assistenza americana.

74 2 Vedi D. 62. 3 Vedi D. 76.

Governo greco ha mostrato interesse per tale progetto. Senonché sue possibilità azione sono limitate da ampi poteri e rigido controllo che su fondi assistenza alla Grecia esercita amministrazione americana in quel paese. Detta amministrazione sembra intenda favorire esclusivamente interessi privati americani, e, per quanto ci conc~rne, ha persino ostacolato conclusione ordinari accordi compensazione italo-ellenici.

In vista anche possibilità che piano Marshall possa entrare in funzione in avvenire non lontano, con più ampio programma ricostruttivo ellenico, sembra opportuno VS. richiami attenzione codesto Governo su questione che, anche per suoi evidenti riflessi politici, merita essere seriamente approfondita.

Capacità della tecnica e lavoro italiano per costruzione strade, porti, aeroporti, ferrovie, edifici, costruzioni navali, bonifiche, solo per citare esempi possibile collaborazione, sono costì ben noti. D'altra parte generosa assistenza americana all'Italia rappresenta pur sempre minimo che Italia deve sforzarsi in ogni modo sviluppare, date crescenti proporzioni problema eccedenza mano d'opera cui deve far fronte e gravissima difficoltà inerente arresto sue esportazioni tipiche in naturali mercati sbocco.

Nostra missione Washington ebbe già occasione intrattenere Dipartimento Stato su possibilità utilizzare parte assistenza americana zone occupate per finanziare ripresa esportazioni ortofrutticole in Germania, ricevendo consensi ed assicurazioni interessamento.

Occorrerebbe ora codesto Governo si rendesse conto importanza che presenta possibilità collaborazione italo-ellenica senso sopra indicato, e desse istruzioni sua missione Atene esaminare pratiche manifestazioni. Per suo conto Governo greco darà istruzioni suoi rappresentanti prossima Conferenza mano d'opera Roma discutere argomento collaborazione con Governo italiano.

Prego voler riferire al più presto, per nostra norma di linguaggio, anche in vista eventuali scambi vedute sull'argomento con questa Ambasciata americana'.

76

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 172-183/15-16. Parigi, 6 gennaio 1948, ore 22,30 (per. ore 13 del 7)'.

Suo 18411 per corriere2.

Alphand mi ha detto che Governo francese pur ritenendo in linea generale opportuno pubblicare a suo tempo rapporto Commissione non crede possibile farlo subito.

Questione deve essere prima sottoposta e spiegata ministri interessati, commissioni parlamentari e principali gruppi economici finanziari francesi: Pubblicazione ed anche solo diffusione intempestiva documento suscettibile essere mal compreso e male interpretato potrebbe dar luogo a manifestazioni politiche e di stampa contrarie che renderebbero poi estremamente difficile azione ulteriore Ministero esteri. Prega quindi molto insistentemente Governo italiano astenersi per il momento, da parte sua, dare diffusione documento.

A maggior ragione ritiene impossibile procedere rapidamente firma protocollo, creazione ufficiale Commissione mista: esclude comunque possibilità fare qualsiasi dichiarazione, assumere qualsiasi impegno senza avere avuto prima autorizzazione parlamentare: che per potere portare questione non dico davanti Parlamento, ma anche solo davanti Commissione occorre certo periodo preparazione che non potrà essere brevissimo.

Riferisco più ampiamente per corriere3.

Alphand mi ha detto che in vista interesse dimostrato anche molto recentemente da americani per lavori nostra unione doganale Governo francese riterrebbe utile che ambasciatori Francia Italia a Washington facessero passo preferibilmente congiunto per presentare Governo americano rapporto Commissione mettendone in rilievo contenuto ed importanza.

Ho risposto ad Alphand che probabilmente ai fini impressionare favorevolmente Governo americano sarebbe stato più utile accompagnare presentazione documento con esposizione quello che due governi intendono fare nel prossimo futuro per dare almeno principio esecuzione unione.

Alphand mi ha detto che questo non sarebbe possibile attualmente poiché Governo francese non potrebbe fare comunicazione del genere senza avere prima consultato Parlamento e principali gruppi interessati, il che richiede tempo non indifferente, mentre ritiene che comunicazione a Washington dovrebbe essere fatta subito e comunque prima riunione Bruxelles del 27 corrente in cui due delegazioni dovrebbero presentare Comitato unione doganale europea rapporto4.

Gli ho detto che presumevo che Governo italiano sarebbe stato d'accordo, che avrei sollecitate sue istruzioni telegrafiche5.

75 1 Per la risposta vedi D. 92. 76 l La seconda parte del presente telegramma veniva spedita il 7 gennaio alle ore 12,25 e perveniva alle ore 19. 2 Vedi D. 62.

77

IL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 202/5. Belgrado, 7 gennaio 1948, ore l (per. ore 8,30 dell'B).

Telegramma di V.E. n. 21. Questo ministro Albania assente da alcune settimane. Conversazioni e carteggio tramite Governo jugoslavo per eventuale missione

4 Sullo stesso colloquio con Alphand vedi anche D. 85.

s Per la risposta vedi D. 83.

Palermo non hanno avuto effetto, come confermatomi da Velebit che ignora atteggiamento albanese. Questo Governo non ritiene potere insistere oltre a Tirana.

Segue rapporto2.

76 3 R. 35/196/85 del 7 gennaio, non pubblicato.

77 l Vedi D. 72.

78

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AGLI AMBASCIATORI A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, E A PARIGI, QUARONI

T. 208/3 (Londra) 10 (Parigi). Roma, 7 gennaio 1948, ore ll,20.

Con inizio dibattito Congresso piano assistenza Europa proposto da presidente Truman, piano Marshall può considerarsi entrato in fase conclusiva. Sembra giunto il momento per paesi partecipanti di riprendere contatto fra loro.

Intenzioni americane nei riguardi misura, forma e condizioni assistenza sono ormai state chiaramente formulate da Amministrazione, e andranno cristallizzandosi in via legislativa nel corso prossime settimane.

Parrebbe dunque che, senza attendere conclusioni dibattito, paesi partecipanti potrebbero utilmente procedere, sulla base dei nuovi elementi di fatto oggi in loro possesso, rivedere loro programmi, ritoccare progetti cooperazione europea, riesaminare impegni, dar mano organizzazione multilaterale già prevista Parigi e cui viene dato forte rilievo nel piano Truman. Contemporaneamente paesi partecipanti potrebbero scambiarsi idee su altri problemi direttamente connessi con ricostruzione europea, quale sviluppo relazioni economiche con Europa orientale, sviluppo riconosciuto da Truman come condizione essenziale per riabilitazione europea e additato come compito cui dedicare migliori sforzi.

Questi contatti sembrano tanto più urgenti in quanto non è da escludere che rappresentanza Comitato cooperazione venga nuovamente invitata recarsi Washington prima ancora decisione Congresso: in tal caso occorrerebbe aver preventivamente concordata linea condotta rispondente comuni esigenze.

Tuttavia, poiché questioni che vanno oggi affrontate importano decisioni gravi che investono intero complesso politica interna paesi partecipanti, Governo italiano ritiene che eventuale riconvocazione Comitato cooperazione andrebbe preceduta da accurata preparazione sotto forma di contatti fra governi responsabili per normale tramite diplomatico.

Nel comunicare quanto precede a codesto Governo voglia V.S. soggiungere che Governo italiano continua seguire piano Marshall con stesso spirito con il quale accolse invito partecipare Conferenza Parigi. Come allora esso vede in piano Marshall soprattutto punto di partenza per nuovo assetto europeo che, superati vecchi egoismi nazionalistici, costituisca con suoi più vasti spazi economici e sin

cera e fattiva volontà cooperazione popoli europei migliore garanzia benessere e pace. Tale suo atteggiamento Governo italiano ha dimostrato costantemente durante lavori Parigi e Washington e ovunque siasi già dato mano progetti pratici cooperazione, ed in particolare in occasione lavori Commissione italo-francese unione doganale.

Voglia inoltre V.S. per sua norma tener presente che mentre siamo stati e siamo lieti collaborare con Governi britannico e francese per interessi comuni, desideriamo evitare in questa particolare fase dei lavori Marshall di trovarci di fronte ad un piano di azione predisposto in nostra assenza nel quale nostri interessi e nostre vedute potrebbero non essere stati tenuti nel conto dovuto!.

77 2 Non rinvenuto.

79

L'AMBASCIATORE A LIMA, CICCONARDI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 42/13. Lima, 7 gennaio 19481.

Riferimento mio telespresso n. 2919/793 del 31 dicembre u.s.2.

Circa la dichiarazione sul piano Marshall testé pubblicata dal dott. Garda Sayàn, il ministro degli affari esteri mi ha dichiarato che, oltre all'Italia, egli ha pensato all'Inghilterra, dove alcune correnti dell'opinione pubblica sostengono la necessità di far luogo all'emigrazione di operai e contadini. In secondo luogo, il dott. Garda Sayàn pensa alla Germania ed infine all'Austria. Ma egli ha aggiunto che le maggiori simpatie del Governo e del popolo peruviano, per quanto si riferisce all'immigrazione clandestina in questo paese, sono per l'Italia. E mi ha detto pure che il Governo attribuisce grande importanza al punto di vista, al giudizio che il Governo italiano vorrà esprimere circa la sua dichiarazione; il dott. Garda Sayàn insiste sul fatto che essa non è stata dettata da spirito contrario all' esecuzione del piano Marshall. Al contrario egli mira a facilitarlo col rendere possibile e fattiva la collaborazione dell'America latina. E perché questa si realizzi occorre, come nel caso del Perù, fornire non solo mano d'opera rappresentata dall'eccesso della popolazione italiana, ma anche capitali e macchinari, a noi destinati in una misura corrispondente al quantitativo di emigranti da inviare nell'America latina.

Ho osservato al ministro che è possibile che vi siano paesi in questo emisfero pronti ad assorbire l'emigrazione italiana senza chiedere una parte degli aiuti del piano Marshall per lo sviluppo delle loro industrie e della loro agricoltura ed ho citato, a titolo di esempio, l'Argentina ed il Brasile. Egli mi ha risposto che non crede che neppure l'Argentina, nonostante la sua favorevole situazione economica, sarebbe in grado di accogliere la nostra emigrazione su grande scala. Ha aggiunto il dott. Garda che anche Argentina e Brasile avrebbero bisogno se non

79 l Manca l'indicazione della data di arrivo. 2 Non rinvenuto.

di capitali, di macchinari. Ed essi possono essere fomiti attualmente solamente dal Nord America. Ma sono già tutti impegnati per l'esecuzione del piano Marshall. Soltanto seguendo la linea tracciata dal Governo peruviano è possibile distrarre una parte di questi macchinari dall'Europa ai paesi dell'America latina senza pregiudicare l'attuazione degli aiuti americani, anzi facilitandola.

Il ministro degli affari esteri pemviano ha ricordato che quando l'America latina ha chiesto a Washington un secondo piano Marshall per i paesi di questo emisfero, la richiesta fu nettamente respinta per il motivo che la corresponsione di aiuti all'Europa riveste un carattere di urgenza di gran lunga superiore a quella dell'America latina. Perciò il Governo pemviano, nel formulare la sua dichiarazione, ha tenuto conto di questo precedente ed ha voluto suggerire il mezzo per giungere più facilmente e più sicuramente all'esecuzione del piano Marshall in favore dell'Europa.

Per quanto si riferisce al Perù, il ministro degli affari esteri mi ha detto che bisogna tener presente, in rapporto allo sviluppo industriale del paese, e quindi alla possibilità dell'assorbimento di centinaia di migliaia di operai italiani, la «Corporazion del [S]anta» che sarà in brevissimo tempo in grado di produrre energia elettrica ad un costo molto basso, al costo più basso di qualsiasi altro paese nel mondo. Ciò renderà possibile il sorgere di industrie di vario genere in tutte le vastissime zone circostanti.

E, per quanto si riferisce all'agricoltura, il dott. Garda Sayàn mi ha parlato di un progetto di irrigazione che sta già a punto in tutti i suoi dettagli, che potrà rendere possibile il risorgimento agricolo di estese regioni. Solamente sono necessari per parlo in esecuzione mano d'opera e capitali.

Se il nostro punto di vista fosse favorevole al progetto pemviano, il ministro degli affari esteri gradirebbe che esso fosse reso di pubblica ragione. Intanto, egli si pone a nostra disposizione per qualsiasi schiarimento potessimo desiderare per uno studio approfondito della dichiarazione pemviana sul piano Marshall. Il dott. Garda Sayàn ha aggiunto che egli stesso sta ancora studiando la questione con gli uffici competenti e probabilmente pubblicherà una seconda dichiarazione per l'esecuzione pratica dei principi esposti nella sua dichiarazione.

Il dott. Garda Sayàn ritiene, infine, che sarebbe ottima cosa se si facesse luogo a delle conversazioni dirette tra l'Italia ed il Perù, nei limiti del piano Marshall e della sua dichiarazione, per poter addivenire a degli accordi su singoli punti, che potrebbero essere poi sottoposti all'approvazione del Governo di Washington e dei governi degli altri paesi interessati.

78 l Per le risposte vedi DD. 100 e 91.

80

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 71/151. Mosca, 7 gennaio 1948 (per. il 14).

Accludo per informazione, ed attiro l'attenzione di codesto Ministero su un

articolo del maggior generale A. Galaktionov, comparso sul n. 52 di Novoe Vremia del 194 7, contenente un'ampia rassegna della stampa inglese sul problema africano sotto il titolo «Il futuro del continente nero»2.

Le conclusioni essenziali cui l'articolo giunge sono queste: l'Inghilterra, benché costretta ad una politica di ripiegamento in India, in Birmania, in Palestina, in Egitto, non rinuncia a difendere disperatamente le sue più vitali posizioni imperiali. Essa prevede che domani potranno essere in pericolo anche i punti-chiave di Gibilterra da una parte e di Suez dall'altra, aggiungendosi alla perdita della Palestina.

Di qui i progetti, espressi non solo da giornalisti e da uomini politici, ma anche da uomini responsabili del Foreign Office, di rinforzare le posizioni britanniche in Africa, facendo del continente nero una grande base militare ed una grande riserva economica di sfruttamento per la difesa dell'impero e per l'offesa atomica, se occorresse. A grandi linee, questo piano implicherebbe che la Nigeria dovrebbe sostituire eventualmente Gibilterra, e il Kenia sostituire Suez e la Palestina, mentre il Sud Africa dovrebbe assumere la funzione di arsenale di entrambe le posizioni.

Naturalmente tali punti essenziali sono accompagnati da rilievi critici sulla incapacità della Gran Bretagna di svolgere una politica coloniale diretta a promuovere il benessere delle popolazioni indigene, e quindi da una previsione di inevitabile fallimento di una tale politica, contraria alle aspirazioni delle popolazioni locali.

Oltre a ciò, l'articolo ci interessa più da vicino là dove mette in luce chiaramente la volontà dei britannici di stabilirsi saldamente in Libia, e denuncia la conversione di Bengasi e di Tobruk in basi militari inglesi, che sarebbe in corso fin da ora. «L'imperialismo britannico si prepara -dice Galaktionov -sfidando i trattati e gli accordi internazionali esistenti, ad appropriarsi illegalmente la Libia ed altri ex possedimenti italiani, a fine di convertirli, come già fu fatto con i territori sotto mandato, in sue colonie e in sue basi militari».

Questo articolo va messo in relazione con notizie comparse circa un mese fa su giornali italiani ed egiziani, relative ad un più o meno ipotetico piano angloamericano di sistemare l'Africa come grande base economica e militare dei due paesi, includendovi, si intende, le ex colonie italiane.

L'articolo e le notizie -le quali erano state a suo tempo riprodotte dai giornali sovietici -riflettono evidentemente la principale preoccupazione dei sovietici nei riguardi del destino delle nostre ex colonie: la preoccupazione che esse entrino a far parte degli elementi di potenza angloamericani ed antisovietici.

È questo un punto che può considerarsi sicuro: i sovietici, a meno che non avvenisse un sensazionale voltafaccia nella politica inglese verso gli Stati Uniti e di conseguenza verso l'Unione Sovietica, non intenderanno in nessun modo consentire a che le nostre colonie vadano, direttamente o indirettamente, agli inglesi.

Ferma tale esclusione, non rimarrebbe altra alternativa che una forma di indipendenza, o di aggregazione a preesistenti paesi africani (Egitto, Etiopià) oppure

il trusteeship all'Italia. È questa, ridotta ai suoi più semplici termini, l'alternativa che si pone ai sovietici.

Se essa dovesse essere risolta in conformità ai loro principi, ed alla politica generale che essi svolgono contro il colonialismo e per la indipendenza dei popoli indigeni, evidentemente l'alternativa dovrebbe risolversi contro di noi. Ma la soluzione non è così semplice, perché tutto dipende dalla fiducia dei sovietici circa la realtà effettiva che starebbe dietro ad una soluzione formale di indipendenza, o di aggregazione più o meno stretta dell'Eritrea, della Somalia e della Libia all'Etiopia e all'Egitto.

Se veramente i sovietici credono -ed io penso che essi credano -ad una concentrazione di sforzi britannici sull'Africa, con l'appoggio dell'America, essi debbono pure dubitare della capacità di nuovi fragili Stati, ed anche dell'Etiopia e dell'Egitto, di condurre una politica effettivamente libera dal peso invadente della Gran Bretagna. Non a caso, nel ricordato articolo si ricorda l'opinione inglese, secondo la quale nella nuova sistemazione imperiale dell'Africa non soltanto la Francia il Belgio e il Portogallo, ma anche l'Abissinia e la Liberia sarebbero i «naturali alleati» dell'Inghilterra.

D'altro canto, in questo momento, dopo l'atteggiamento dei sovietici nei riguardi della Palestina, l'anticomunismo dei paesi arabi si è accentuato, ed è difficile che i sovietici vogliano correre il grave rischio di mettere una Libia, cosiddetta indipendente, nell'orbita britannica solo per la speranza di riacquistare, con tale gesto, le assai dubbie simpatie degli arabi.

Tutto sommato, la soluzione italiana, intesa come soluzione provvisoria, potrebbe presentarsi oggi ai sovietici come la soluzione meno dannosa: naturalmente essa non implicherebbe affatto una rinuncia da parte loro al principio generale della difesa delle aspirazioni delle popolazioni alla indipendenza, e sarebbe con ogni probabilità accompagnata e seguita da pretese di garanzie e di controlli sul modo di esercizio del trusteeship: ma questo riguarderebbe l'ulteriore sviluppo degli avvenimenti.

L'orientamento della Polonia a nostro favore conferma indirettamente una tale supposizione.

lo non mancherò di tastare il terreno con la dovuta cautela, sia nei riguardi dei sovietici, sia negli ambienti diplomatici ad essi vicini; per intanto, è chiaro che il giudizio sugli interessi e moventi che possono guidare i sovietici riguardo alla questione è decisivo anche nei riguardi della tattica che ci conviene seguire. Più si è ottimisti nel credere ad una coincidenza, sia pur relativa e temporanea, degli interessi sovietici coi nostri, meno si deve premere per strappare un consenso che potrebbe essere domani considerato come una preziosa concessione e come tale fatto pesare rispetto ad altri rapporti, o in una valùtazione d'insieme delle nostre relazioni politiche con l'U.R.S.S. A suo tempo ho rilevato che possibilmente, la soluzione a noi favorevole dovrebbe giungere come imposta dalla forza delle cose e dalla composizione degli interessi in conflitto, più che giustificata dai nostri titoli di merito nell'opera colonizzatrice del passato. Credo si possa essere sempre di questo parere, e che l'illustrazione di quei nostri precedenti storici, sacrifici e meriti possa offrire soprattutto argomenti eccellenti di fronte alla pubblica opinione a chi si sia già deciso, per valutazione di interessi, a preferire la soluzione nostra come il minor male.

80 1 Ritrasmesso con Telespr. 0155/c. del IO febbraio alle ambasciate a Bruxelles, Londra, Parigi, Rio de Janeiro, Varsavia e Washington e alle legazioni ad Atene, Belgrado, Cairo, L'Aja, Ottawa, Pretoria e Praga.

80 2 Non pubblicato.

81

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 72/16. Mosca, 7 gennaio 1948 (per. il 17).

Dopo il mio telespresso n. 2/2 del l o gennaio corrente' ogni notizia relativa agli avvenimenti militari di Manciuria cessava bruscamente su questa stampa, segno evidente che le cose intorno a Mukden non andavano così bene come a un certo momento pareva e si sperava.

Ciò non ha impedito tuttavia a Stella Rossa di pubblicare il 6 gennaio un ampio bilancio militare e politico della situazione della guerra civile nel suo insieme, mettendo in evidenza i grandi successi militari ed il progresso politico della Armata popolare di liberazione dal giugno del 1946 in poi.

Ritengo opportuno unire tale ampio articolo, corredato di molti precisi dati sulle operazioni militari e di una cartina, a documentazione della visione che qui si ha degli avvenimenti cinesi, e per opportuno controllo attraverso le fonti più dirette di informazione'.

Lo stesso giorno tutti i principali giornali di Mosca hanno pubblicato con grande ampiezza ed evidenza il discorso pronunciato da Mao Tse Tung, presidente del partito comunista cinese, nel nord dello Shensi, il giorno di Natale, che contiene esso pure un bilancio politico-militare dei successi dell'Armata popolare di liberazione nell'ultimo periodo.

Il leader comunista afferma decisamente che la sconfitta del Kuomintang è ormai inevitabile, il popolo cinese lo ha capito e questo costituisce una delle ragioni della popolarità del movimento di liberazione. Dal punto di vista della tattica politica, egli condanna ogni estremismo di sinistra, quale quello erroneamente adottato dal partito comunista cinese nel periodo 1931-1934, e consiglia una politica diretta ad allearsi i ceti della piccola e media borghesia, ed anche gli imprenditori industriali e commerciali, intendendo con ciò tutti gli uomini d'affari possedenti medie e piccole imprese industriali e commerciali. Tale politica di largo fronte democratico, egli aggiunge tuttavia, deve rimanere sempre sotto la salda direzione del partito comunista.

Per ciò che riguarda in modo particolare gli avvenimenti di Manciuria, ritengo opportuno segnalare una conversazione avuta in questi giorni con Foo Ping Sheung, ambasciatore del Kuomintang e decano di questo Corpo diplomatico.

Foo mi ha annunciato, con grande soddisfazione, di avere avuto a fine d'anno notizie dirette dal suo Governo e dal Comando militare della Manciuria, nel senso che sia a Mukden, sia a Changchun le forze comuniste erano state non solo respinte, ma sconfitte, e che era in corso il loro inseguimento.

Nello stesso tempo Foo mi confessava di essere rimasto fino alla fine dell'anno nella più grave delle preoccupazioni per la piega che gli avvenimenti avevano preso fino a quel momento, e di avere ricevuto le più recenti notizie con un vero senso di sollievo.

'

L'euforia del momento ha poi spinto il nostro decano a svolgere alcune considerazioni e previsioni piuttosto ottimiste sulla situazione e sui suoi sviluppi. Secondo lui, i comunisti avrebbero avuto sul fronte della Manciuria 500.000 uomini, armati con materiale giapponese, ed appoggiati ed istruiti col concorso sovietico ad Harbin. Invece le truppe governative non avrebbero avuto che 250.000 uomini, senza una vera e propria superiorità di armamento, né avevano potute rinforzarle, perché l'azione comunista nelle regioni centrali, minacciando loro le spalle, aveva impedito di alleggerire altri fronti e di rinsaldare il fronte manciuriano.

Il fatto che, malgrado la inferiorità numerica, i governativi siano riusciti a rigettare ed a battere i comunisti in questa che sarebbe la loro sesta o settima minacciosa offensiva contro Mukden e Changchun, dimostrerebbe secondo il mio collega, non soltanto la superiorità di comando, ma anche la superiorità morale delle truppe del Kuomintang. Infatti l'ambasciatore Foo contesta risolutamente (né potrebbe fare altrimenti) che le truppe comuniste siano popolari e che abbiano un morale veramente saldo.

A suo avviso è vero il contrario: avverrebbero molti passaggi di popolazione dalla zona comunista alla zona governativa, non viceversa. La riforma agraria sarebbe poco popolare, perché in Cina non vi sarebbe una estesa grande proprietà e gli stessi affittuari, i quali per legge acquistano dopo pochi anni di possesso un diritto difficilmente violabile alla terra che lavorano, non sentirebbero la esigenza imperiosa di trasformare questo loro diritto in pieno dominio. I comunisti imporrebbero invece ovunque la coscrizione obbligatoria, la quale misura sarebbe assai più negativa ed impopolare di quanto possa essere bene accolta qualsiasi riforma. «In conclusione, mi ha aggiunto Foo, i comunisti non potranno reggere a lungo, e Chang Kai Shek mi ha personalmente assicurato che conterebbe entro un anno di risolvere la situazione in suo favore, liquidando praticamente la guerra civile».

Queste le parole di Foo, dettate evidentemente anzitutto dalla necessità della sua carica, che gli impedisce quantomeno di fare il disfattista, ed in secondo luogo dall'ottimismo naturale di chi, scampato un grosso pericolo, trae un lungo sospiro di sollievo ed è subito disposto a vedere più roseo il futuro.

Non ho qui gli elementi per controllare le varie versioni dei fatti in questo complicato conflitto di un mondo difficile a governare e difficile a intendere.

Osservo semplicemente che, per quanto riguarda il punto particolare degli aiuti sovietici ai comunisti cinesi attraverso Harbin, la Tass ha pubblicato ieri una smentita ufficiale. «L' Associated Press -dice letteralmente il breve comunicato -ha diffuso recentemente all'estero una dichiarazione di un certo generale cinese Sui Chi-min secondo la quale l'Unione Sovietica rifornirebbe i comunisti cinesi con consiglieri, nonché con forniture di armi e di equipaggiamento. La Tass è autorizzata a negare tale notizia come una stupida fabbricazione disseminata allo scopo di sviare l'opinione pubblica».

In linea più generale poi, sembra evidente che l'ottimismo ufficiale ed anche un po' facile del signor Foo non coincide con le notizie provenienti dalla Cina, sulla estensione e la profondità del movimento politico-militare comunista cinese. Che i comunisti siano stati respinti da Mukden è chiaro; ma che questo scacco militare implichi la dimostrazione della loro inferiorità morale, o autorizzi la previsione della loro sconfitta a non lunga scadenza, rimane largamente da dimostrare.

81 l Non pubblicato.

82

IL MINISTRO A VIENNA, COSMELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 243/2. Vienna, 8 gennaio 1948, ore 14 (per. ore 18,30).

Ricevuto da cancelliere federale e ministro degli affari esteri. Ho ripetuto ad entrambi parole e concetti espressimi da V.E. e entrambi mi hanno pregato di dirle che essi rispondono in tutto a vedute loro personali e Governo austriaco. Meta urgente e immediata politica austriaca è riacquistare piena sovranità. Austria è oggi l'avamposto del mondo occidentale ma suoi sguardi sono tradizionalmente e naturalmente volti verso Italia e Roma. Nulla ci può dividere e appena circostanze lo consentiranno intendono largamente approfondire rapporti economici e cultUrali. Per problema alto-atesino essi hanno assoluta fiducia che grande esperienza e saggezza presidente del Consiglio e V.E. sapranno trovare soluzione che lo svuoti di significato.

Per quanto riguarda più particolarmente questione autonomia, ministro degli affari esteri mi ha detto: a) esser d'accordo che si tratta di questione interna, complessa e legata con altri gravi problemi costituzionali e amministrativi interni italiani; b) che sede naturale e più opportuna trattazione e risoluzione è Roma in diretta comunicazione con interessati alto-atesini;

c) che dobbiamo tuttavia comprendere come Governo austriaco non possa malgrado tutto sottrarsi a pressioni da parte opinione pubblica e circoli interessati per profonde radici che problema alto-atesino ha sempre avuto in sentimentalità;

d) con queste premesse tra qualche giorno mi avrebbe ufficiosamente e amichevolmente prospettato alcune preoccupazioni e timori in relazione noto progetto autonomia. Di specifico ha solo menzionato incidentalmente che sarebbe forse opportuno non affrettare troppo i tempi per la sua approvazione preannunziata.

Tono generale dichiarazioni molto cordiale e sereno.

83

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. 223/14.

Roma, 8 gennaio 1948, ore 15,30.

Suo 161.

83 t Vedi D. 76.

D'accordo con proposta Alphand e ancor più col linguaggio di V.E. Tuttavia mi sembra indispensabile che stesso giorno in cui rapporto verrà comunicato Washington esso venga pubblicato sia in Francia che in Italia.

A parte infatti difficoltà continuare mantenere segreto occorre tener presente: l) che opinioni pubbliche devono orientarsi convenientemente al più presto; 2) che occasione conferenza Bruxelles rapporto dovrebbe essere consegnato

Stati partecipanti talché opinioni pubbliche tutti paesi ne sarebbero edotte salvo quelle interessati. Prego telegrafare se codesto Governo concorda.

84

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 257/16. Mosca, 8 gennaio 1948, ore 21,09 (per. ore 7 del 9).

Vice ministro Malik ha risposto oggi in modo dilatorio al mio passo circa Eritrea, adducendo che attualmente i sostituti dei ministri esteri studiano i punti di vista dei governi interessati tra i quali l'Italia e attendono i rapporti della Commissione d'inchiesta per formulare le loro raccomandazioni al Consiglio ministri esteri e che pertanto fino a che tali materiali non siano raccolti è difficile esprimere un punto di vista sulla sostanza della questione.

85

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 322/06. Parigi, 8 gennaio 1948 (per. il 10).

Alphand mi ha detto che, come mi era noto, Governo francese annetteva particolare interesse a che in un primo tempo almeno, Benelux aderisse Unione doganale franco-italiana. Mi ha detto che Lussemburgo è pronto a farlo; difficoltà maggiori vengono dali'Olanda e soprattutto dal Belgio: l'Inghilterra dietro le quinte sta agendo in senso contrario nelle due capitali. Governo francese non considera adesione Benelux come pregiudiziale unione franco-italiana, ma vorrebbe fare il possibile per spingere in quella direzione.

Gli ho risposto che, a quanto mi risultava, da noi si era parimenti d'avviso che con adesione Benelux unione doganale sarebbe diventata molto più completa ed efficiente in vari rami: quindi non solo non eravamo contrari, ma che eravamo felicissimi di questa possibile estensione.

Ha continuato dicendomi che ritiene il momento favorevole per una ripresa azione diplomatica in tal senso: voleva proporre Bidault incaricare rappresentanti francesi tre capitali consegnare copia rapporto spiegandolo e commentandolo invitando Benelux a studio analogo. Contemporaneamente e per controbilanciare azione inglese in senso contrario, avrebbe proposto svolgere una azione a Washington per indurre Governo americano esercitare anche lui azione persuasiva presso le tre capitali.

Non sapeva se Bidault avrebbe accettato suo piano: me ne voleva intanto informare: l) per correttezza, poiché dato il punto a cui ne sono nostre conversazioni sul piano economico bisogna che ci comunichiamo anche le nostre intenzioni; 2) per sapere se noi eravamo contrari a questa estensione; 3) per sapere se eventualmente avremmo consentito unirei ai francesi per svolgere congiuntamente azione diplomatica sia presso Benelux sia a Washington.

Gli ho risposto che dovevo supporre che Governo italiano si sarebbe volentieri deciso svolgere azione congiunta a quella francese, ma che comunque avrei sollecitato sue istruzioni in maniera che quando lui, Alphand, avrà le istruzioni di Bidault io sia in grado di dirgli se può contare o no sulla nostra collaborazione.

Pregherei farmi avere in proposito sue istruzioni per filo'·

86

IL MINISTRO A DUBLINO, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 492/0 l. Dublino, 8 gennaio 1948 (per. il 14).

Mi sono recato ieri da De Valera per porgergli gli auguri di capo d'anno e nella conversazione seguitane, ispirata alla maggiore cordialità, egli mi ha riconfermato la spontaneità dei sentimenti di amicizia del popolo irlandese verso quello italiano, e mi ha pregato di rendermene interprete verso il Governo della Repubblica.

Gli ho risposto ringraziandolo e facendogli presente quanto fosse ancora vivo in tutti gli italiani il sentimento di gratitudine verso l 'Irlanda per la generosa opera di assistenza da essa esplicata, e quanto vivo fosse l'apprezzamento del Governo italiano per l'appoggio costantemente datoci in tutte le conferenze internazionali nelle quali l'Irlanda era rappresentata.

Il signor De Valera si è poi compiaciuto per le notizie che, egli mi ha detto, da ogni parte gli pervengono circa i rapidi passi che l'Italia sta compiendo sulla via della sua ricostruzione economica e si è dimostrato convinto che, nel termine forse di solo

85 I Per la risposta vedi D. 98.

due anni, l'intera economia europea possa raggiungere una certa stabilizzazione. Egli ha naturalmente auspicato una più fiduciosa collaborazione internazionale e non ho mancato a questo punto di illustrargli, ispirandomi alle dichiarazioni ripetutamente fatte alla Camera e sulla stampa dal presidente del Consiglio e dal ministro Sforza, come tutta la politica estera italiana s'm diretta a questo fine, e gli ho citato ad esempio i recenti accordi commerciali conclusi con la Jugoslavia.

Poiché d'altra parte erano giunti anche qui echi contrastanti, a seconda delle fonti diverse, circa la natura dei rapporti esistenti tra l 'Italia e gli Stati Uniti, ho colto l'occasione per confermargli l'assenza di qualsiasi ingerenza americana negli affari interni italiani, e non avevo d'altra parte alcun bisogno di insistere sul disinteresse degli Stati Uniti nel potente contributo che essi recano alla ricostruzione italiana ed europea essendone, come è noto, il sig. De Valera egli stesso un profondo assertore e sostenitore.

Il primo ministro ha poi ancora questa volta, come già in precedenti occasioni, dimostrato vivo interesse al problema delle nostre colonie e si è chiesto ad un certo momento se sarà ancora concesso agli italiani di ritornare in Africa ove e qui De Valera ha ricordato l'immane lotta contro il deserto -essi hanno dimostrato così potenti qualità di lavoro, e tanta saggezza politica nell'opera di colonizzazione. Gli ho detto che l'Italia confidava nella restituzione delle sue antiche colonie in amministrazione fiduciaria, e gli ho ripetuto testualmente un concetto già altra volta espostogli, e sul quale egli aveva pienamente convenuto e cioè che, oltre ogni evidente concetto di giustizia verso il nostro paese, il ritorno alle terre d'Africa di un Italia democratica e dedita alle opere di pace, appariva anche la soluzione più saggia sotto il punto di vista dell'interesse internazionale, nel quadro dei conflitti che si agitano tra le potenze per il predominio del Mediterraneo. Dato l'interesse che De Valera ha dimostrato per questo problema ho promesso di inviargli su esso una ampia documentazione.

Circa i rapporti commerciali italo-irlandesi non ho mancato di esprimere al primo ministro il mio vivo compiacimento per il fiorente sviluppo raggiunto da essi in questi ultimi tempi, auspicando un ulteriore ampliamento e consolidamento dell'intercambio tra i due Paesi, sulle basi già gettate a Roma nel corso delle conversazioni avute recentemente colà dal vice presidente sig. Lenass l. Gli ho anche aggiunto, e prego informarne il Ministero del commercio estero, che sarebbe nostro vivo desiderio di poter raggiungere un accordo. per una collaborazione industriale tra i due Paesi.

Il sig. De Valera mi ha detto a questo punto che l'Irlanda si trovava forse sotto questo aspetto, con la sua industria nascente e priva di materie prime, in una situazione analoga a quella dell'Italia.

Gli ho risposto che si sarebbero ugualmente potute studiare le possibilità reciproche risultandomi che una tale collaborazione aveva già trovato un principio di applicazione attraverso la lavorazione in Italia di lana acquistata dall'Irlanda in clearing in Paesi compresi nell'area della sterlina. Si è convenuto così di riparlar

ne quando proposte concrete potranno essere formulate da parte nostra. Il sig. De Valera mi ha ad ogni modo ripetuto quanto in altra sede ho già riferito e cioè che l'Irlanda per la politica di restrizioni che attualmente persegue doveva escludere ogni prodotto considerato di lusso e che era invece attualmente interessata ai prodotti della industria siderurgica, ed in genere ai materiali da costruzione.

Il sig. De Valera mi ha infine egli stesso accennato alle elezioni generali che avranno luogo in Irlanda fra circa un mese, sull'esito delle quali mi ha detto di non poter far ancora alcuna previsione, soprattutto per l'incognita che rappresentavano le città e principalmente Dublino. Egli, dichiarandosi avverso ad ogni governo di coalizione, che considera impotente a fronteggiare situazioni difficili, specie come quelle che oggi si pongono al Paese, ha auspicato nell'interesse di questo, che possa ancora raggiungersi in Irlanda la costituzione di un governo omogeneo e con un programma ben definito.

Egli mi ha chiesto informazioni sulle prossime elezioni italiane formulando l 'augurio che esse possano segnare un nuovo e definitivo passo verso la nostra stabilizzazione economica e politica.

Ha terminato ringraziandomi per gli auguri che gli avevo porto anche a nome di V.E., e che mi ha pregato di ricambiare con ogni voto cordiale, ed ha auspicato per l'Italia il più prospero avvenire.

86 l Vedi serie decima, vol. VI, D. 774.

87

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI DI GRAN BRETAGNA, BEVIN

L. Roma, 8 gennaio 1948.

The Mixed Commission on Economie and Financial Relations, agreed upon in our meeting of last October, is about to assemble in London. Although, considering the seriousness of the problems which will have to be dealt with by the Commission, the time may not be the most favourable one, I feel sure that you will personally support the joint effort of the two Delegations for a common success.

I have closely followed the preparatory work of these negotiations; I am fully conversant with the British desiderata but I realise also that certain hesitations on our side surely do not arise from lack of goodwill.

I would therefore be greatly indebted to you, dear Mr. Bevin, if on your part the Commission could rely in its work on the benefit of your direct influential hacking, in as much as you will agree with me on the advisability to avoid any stiffening, on technical grounds, of the respective positions which, particularly in view of present politica! trends, would lessen the value of the fruitful work that we accomplished together.

I hope that with your all-embracing vision of British-Italian relations within the framework of the desired European cooperation, you will share my earnest desire to arrive at equitable understandings based on mutuai comprehension; and I am anxious to repeat to you also on this occasion how greatly an overall BritishItalian agreement is desired by my Country and by the whole Government of the Italian Republic, in the interest of the two Nations, and not in their particular interest alone'.

88

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T S.N.D. 282/11. Londra, 9 gennaio 1948, ore 14,20 (per. ore 20).

Ho avuto buona occasione riparlare lungamente e confidenzialmente con Charles della questione nostre colonie. Lavori dei Sostituti non sono ancora stati ripresi ma dagli ultimi giorni dicembre vi sono continue riunioni tra Foreign Office e altri Dipartimenti governativi per riesaminare posizioni e concordare atteggiamento britannico. Discussioni hanno riguardato per ora Africa settentrionale e passeranno prossimamente ad Eritrea e Somalia.

Dal tono del colloquio ho tratto impressione che Foreign Office sia giunto decisione compiere realistico inventario lati politici del problema nostre colonie abbandonando forse qualche posizione di partenza e qualche pregiudizio che sarebbe stato a priori a noi contrario; mentre documentazioni tecniche e stessi rapporti della Commissione inchiesta mi sembrano dover finire per avere unico scopo documentare, se necessario, atteggiamenti assunti esclusivamente su più alto livello considerazioni politiche. In questa occasione Charles non ha più messo in prima linea esigenze mondo arabo (mio l 003)' anzi ha accennato a titolo personale al dubbio che Lega araba possa nella sua estrema movibilità essere giuocata da chi vuole prendere posizione antagonistica all'Inghilterra e Stati Uniti nel Mediterraneo. Uguali prevenzioni ha mostrato verso tentativo sovietico muovere opinione pubblica italiana attraverso neo-nazionalismo estrema sinistra con promesse appoggio russo alla tesi restituzione colonie sia pure in forma assai generica. Mi disse sembrargli assurdo parlare di posizione di predominio inglese in opposizione ad aspirazioni italiane, quando oggi si tratta di ben altro, ossia di una difesa comune in cui bisogna tener conto di ciò che rappresenta Italia nel Mediterraneo come forza equilibratrice.

Assicurò che il problema delle colonie italiane era esaminato dal Foreign Office con ogni cura «da tutti punti di vista» e con reale simpatia, ma mi accennò all'imbarazzo in cui si trovano anche i nostri più sinceri amici di fronte nostra insistenza nel chiedere «troppo» e ad opportunità che quanto prima vi fossero indicazioni che dessero qui possibilità comprendere fin dove irrigidimento italiano fosse tale da non ammettere possibilità intese e formule compromesso.

Più volte ritornò sulla assicurazione che problema viene ora affrontato da Governo britannico su un piano in cui si vuole soprattutto tenere conto della posizione dei «quattro» maggiori interessati al Mediterraneo (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia) e alla luce degli sviluppi situazione internazionale che riportano appunto a detta area il centro di più immediato interesse. Ha anche sottolineato preminente importanza della presenza politica e militare degli Stati Uniti nel Mediterraneo e che pertanto atteggiamento americano potrà essere elemento determinante nelle decisioni finali per futuro assetto Africa settentrionale2.

87 1 Un'annotazione sul documento avverte: «D'accordo con il segretario particolare di Bevin, Roberti, inviata a mano allo stesso R. il 12 ore 18,30».

88 l Vedi D. 30.

89

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 292/24. Parigi, 9 gennaio 1948, ore 20,30 (per. ore 7,30 del 10).

Seguito 151.

Chauvel mi ha ripetuto che situazione qui non è matura quanto in Italia: ha aggiunto che lui stesso al principio era assai dubbioso circa utilità unione ed è soltanto seguendo lavori Commissione che ha cambiato idea.

Mi ha confermato che funzionari Quai d'Orsay ed altri ministeri stanno preparando programma ulteriore azione che debbono prima sottoporre approvazione Bidault (attualmente in congedo) dopo di che sarà sottoposto anche nostro esame.

È d'accordo con noi circa opportunità dichiarazione solenne da parte due Governi ed anche per pubblicazione documento: tutti e due gli atti faranno parte programma francese, ma necessitano per la Francia essere preceduti almeno certo periodo di preparazione di cui non è possibile fare a meno e che non è nemmeno possibile bruscare troppo senza rischiare compromettere scopo che noi vogliamo raggiungere. Programma francese comprende anche alcuni suggerimenti circa valorizzazione accompagnamento internazionale nostra iniziativa.

89 ' Vedi D. 76.

Circa pubblicazione mi ha ripetuto quanto dettomi da Alphand e di cui al mio telegramma 15 insistendo particolarmente su necessità assoluta per Francia evitare travisamenti che pubblicazione non sufficientemente preparata renderebbe inevitabili. Ha particolarmente insistito, per riguardo Francia, su necessità prendere previamente contatto con grandi interessi. Mi ha anche ripetuto che pubblicazione intempestiva in Italia potrebbe avere in Francia ripercussioni dannose.

Confermo V.E. quanto precedentemente riferito: azione preparazione psicologica in Francia comincia appena adesso. Governo francese non farà minimo passo prima di essere sicuro che questo non gli procurerà alcun fastidio nel campo parlamentare politico: esso ha paura per la sua esistenza ed ella conosce Francia troppo bene per non comprendere che nessuna forza al mondo potrà indurre Governo francese fare qualche cosa che gli possa provocare difficoltà parlamentari e mettere in pericolo sua esistenza.

Alle dichiarazioni ci si arriverà, ne sono certo, ma non è possibile fare camminare francesi più presto di quanto essi siano disposti fare. Qualsiasi nostro tentativo forzare loro la mano non solo è destinato ad insuccesso, ma rischia anche di compromettere buone disposizioni che con tanta fatica si è riusciti a creare in certi ambienti.

88 2 Per la risposta vedi D. 112.

90

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 285/25. Parigi, 9 gennaio 1948, ore 20,20 (per. ore 22).

Ho avuto stamane prima conversazione con Couve circa frontiera. Abbiamo discusso a lungo, ci siamo detti quantità cose sgradevoli, non abbiamo concluso nulla, torneremo a parlarne fra qualche giorno.

91

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 288/26-27. Parigi, 9 gennaio 1948, ore 21 (per. ore 7,30 del 10).

Suo 101.

Ho fatta a Chauvel comunicazione prescrittami: gli ho lasciato ad ogni buon fine promemoria scritto.

Quanto nostra idea opportunità convocazione Conferenza dei Sedici mi ha detto che essa coincideva con opinione francese (vedi del resto mio telegramma 17)2: egli la considerava quindi come una nostra adesione a possibile iniziativa francese in questo senso. Ho risposto che essa era più che una adesione: che cioè francesi avrebbero potuto contare su azione nostra per eventualmente guadagnare altre potenze ad idea convocazione Conferenza.

Circa scopi Conferenza mi ha detto che nostre idee coincidevano con quelle francesi: egli considerava come punto più importante e probabilmente di più difficile realizzazione creazione effettiva organizzazione europea piano Marshall: sebbene, ad impressione francese, in Inghilterra idea cooperazione europea avesse fatto qualche progresso, specialmente per quanto riguardava personalmente Bevin, riteneva trattarsi ancora cosa piuttosto difficile: quanto a studio relazioni economiche con Europa orientale comprendeva ragioni di propaganda che lo ispiravano e non aveva nessuna difficoltà prenderlo in considerazione: quanto alla sostanza, dato atteggiamento sempre più negativo Russia circa piano Marshall riteneva che far studiare questione in seno commissione piano Marshall avrebbe probabilmente distrutto poche chances che ancora esistono mantenere in vita tenuissima corrente traffici.

Quanto a contatti per via diplomatica avrebbe desiderato chiarire maggiormente nostro pensiero. Se si trattava cioè di un invito diretto alla Francia soltanto, o a tutti partecipanti piano Marshall: se si trattava soltanto della Francia poteva senz'altro dirmi che Francia sarebbe stata felicissima scambiare con noi qualsiasi idea informazione relativa questo gruppo di problemi. Se invece si trattava di scambio generale informazioni per via diplomatica allora la cosa meritava maggiore esame. Pur condividendo nostro pensiero circa opportunità Conferenza bisognava tenere presente che da parte americana si considerava rapporto dei Sedici come chiuso: occorreva quindi evitare sia riaprire sia dare anche solo impressione riaprire questioni oggetto rapporto il che avrebbe invece potuto dare buon gioco agli oppositori del piano nel congresso americano.

In attesa precisazione nostro pensiero su questi punti egli fissava intanto: l) che noi ritenevamo opportuna nuova prossima convocazione Conferenza dei Sedici; 2) che ritenevamo opportuno che Conferenza fosse preceduta da scambio idee per via diplomatica su quello che sarebbe stato opportuno trattare nella Conferenza. Quanto a nostro timore trovarci di fronte piano combinato franco-inglese, a quanto si può giudicare di qui esso non mi sembra molto fondato. Contatti franco-inglesi al riguardo mi sembrano piuttosto vaghi e idee non del tutto concordanti3.

91 2 Del 7 gennaio, non pubblicato. 3 Per la risposta vedi D. 99.

91 l Vedi D. 78.

92

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 389/04. Washington, 9 gennaio 1948 (per. il 15).

Telegramma di codesto Ministero del 5 gennaio u.s.l.

Non ho mancato di prendere subito contatto con il Dipartimento di Stato in merito alla importante questione prospettata da V.S. con il telegramma sopra citato e di esplorare sia con gli elementi direttivi del Dipartimento stesso e sia con gli uffici tecnici competenti, le possibilità di una partecipazione italiana ai lavoridi ricostruzione in Grecia.

Ho naturalmente fatto presenti le circostanze accennate nel telegramma surriferito circa le possibilità della tecnica e della mano d'opera italiane, l'importanza a tutti i fini dello stabilirsi di una più stretta collaborazione italo-greca, i vantaggi economici per i due Paesi interessati e gli ampli sviluppi che una simile collaborazione avrebbe potuto avere in vista anche dell'entrata in vigore del piano Marshall.

Ho riscontrato nel Dipartimento interesse al programma da me esposto e una chiara consapevolezza dei vantaggi che simile collaborazione comporterebbe. Il piano Marshall ha infatti creato nel Dipartimento una generale tendenza a favorire qualsiasi manifestazione di self-help da parte dei Paesi europei, sia perché ciò rientra negli obiettivi del piano e sia perché vi è la costante impressione che il Congresso giudichi con troppo scetticismo la capacità dei Paesi europei di «aiutarsi da sé» e a cooperare fattivamente insieme per la ripresa economica.

A lato però di tale favorevole generale accoglienza all'idea, non poche sono state le difficoltà prospettatemi. Premetto che non avevo mancato, nel corso delle conversazioni avute, di far cautamente e confidenzialmente rilevare un certo disappunto da parte nostra per l'atteggiamento alquanto esclusivista tenuto dall' Amministrazione americana in Grecia e le difficoltà alle volte riscontrate perfino per la conclusione di ordinari accordi di compensazione italo-ellenici. Il Dipartimento ha tenuto ad espormi in dettaglio le circostanze in cui svolgeva il programma degli aiuti alla Grecia, escludendo nel modo più categorico che vi fosse da parte americana l'intenzione di favorire soltanto ditte e imprese americane e di svolgere una politica di discriminazione a carico di altri interessi stranieri.

Il programma degli aiuti deciso dal Congresso nella sessione della primavera scorsa-ha dichiarato il Dipartimento -è, come tutti i programmi del genere, inferiore nei suoi aspetti finanziari alle effettive necessità. Per di più i preoccupanti sviluppi della guerriglia in Grecia hanno reso necessario impegnare per spese militari notevoli somme che altrimenti sarebbero state devolute a scopi civili di ricostruzione.

Dei 300 milioni votati dal Congresso una congrua parte era già stata stanzia

92 I Vedi D. 75.

ta per scopi militari fin dall'inizio del programma, altra parte notevole era stata impegnata dal finanziamento degli acquisti dei beni di consumo (grano, carbone ecc.). Era rimasta nel programma originario per la ricostruzione civile una somma di soltanto 48 milioni di dollari. A quel momento il Dipartimento, che stava trattando appunto gli accordi finanziari con la missione Lombardo, aveva studiato con interesse la richiesta formulata da quella missione, che sul programma degli aiuti alla Grecia si devolvesse qualche somma in dollari per acquisti da effettuare in Italia ed aveva inviato ad Atene una lista di prodotti che la missione italiana aveva sottoposto affinché l'Amministrazione Griswold tenesse presente tale possibilità. Era questa la miglior prova che il Dipartimento aveva costantemente cercato di favorire una partecipazione italiana, sia pure commisurata alle effettive possibilità nella ripresa economica greca. Purtroppo varie circostanze non hanno reso possibile il concretarsi finora di tale partecipazione. Innanzi tutto le limitazioni finanziarie. Il programma di 48 milioni per la ricostruzione «civile» aveva dovuto, per la pressione degli avvenimenti militari, ridursi a 35 milioni. In questi giorni ancora il programma era stato ridotto per gli stessi motivi a 25 milioni, tanto che si è venuta a creare una situazione precaria perfino per le ditte americane già impegnate in Grecia nei lavori di ricostruzione.

A proposito di tali ditte poi il Dipartimento ha fatto anche presente che all'inizio del programma il grosso dei lavori erano stati affidati a tre gruppi di ditte americane e in particolare per i lavori di ricostruzione di ferrovie, porti, strade ad un gruppo composto dei seguenti impresari: Johnson, Drake and Piper Inc. di New York; Guy Atkinson Inc. di San Francisco, Starr, Park and Freeman, Inc. di New York. Per la ricostruzione dei porti le imprese che erano state interessate erano Grove, Shepherd, Wilson and Kruge, Inc. di New York e J. Rich Steers, lnc. di New York. Per la fabbricazione dell'acciaio richiesto per la riattivazione di 14 ponti era stata incaricata la United Steel Corporation. Era stato necessario scegliere i «contractors» nelle ditte predette perché esse erano ditte americane conosciute, mentre se si fossero scelti «contractors» stranieri si sarebbero avute sfavorevoli reazioni da parte del Congresso e degli ambienti americani interessati e tale scelta avrebbe implicato lungaggini per la necessità di indagare accuratamente sulla consistenza e serietà delle ditte stesse. Ai «contractors» predetti l'Amministrazione degli aiuti alla Grecia aveva però fatto presente che esse erano libere di avvalersi di «sub-contractors» anche non americani, greci o stranieri. Non vi era però da stupirsi che i «contractors» di cui sopra avessero affidati i lavori a ditte minori americane o greche più facilmente da esse conosciute.

Questo valeva a spiegare l'impressione di un certo esclusivismo che la missione americana in Grecia avrebbe potuto originare. Comunque oggi, come sopra detto, le possibilità di un riesame della situazione trovavano automatica limitazione della mancanza di fondi che si è susseguentemente verificata e che è anzi motivo di serie preoccupazioni per il Dipartimento. Nulla vieta naturalmente che ditte italiane, per ogni eventualità avvenire, si pongano in contatto con i «contractors» predetti. Per il momento però non sembra purtroppo possibile concretare un programma del genere e delle proporzioni di quello che interesserebbe al Governo italiano, dato che ogni nuova iniziativa è da tempo bloccata dalla limitazione di fondi. (È da tenere anche presente -ad ogni buon fine -che vi è oggi disoccupazione in Grecia e sarebbe in ogni caso difficile concepire l'invio di mano d'opera che non sia altamente specializzata).

Quanto allo sviluppo delle correnti commerciali, il Dipartimento è consapevole che certe difficoltà possano essersi verificate. L'amministratore americano dell'Ufficio del commercio estero greco, ha istruzioni di esercitare la massima attenzione e severità perché vengano evitate importazioni non strettamente necessarie o comunque anti-economiche nel periodo attuale. Il suo motto è oggi: concedere licenze di importazioni per prodotti che siano «cheapest, quickest, best». (Le stesse ditte produttrici di automobili americane continuano a sperimentare notevoli difficoltà per esportare in Grecia).

Questo il quadro della situazione nell'attuale momento. Quadro indubbiamente ben poco favorevole a sviluppi del programma da noi proposto, che, tengo a ripetere, non ha mancato però di suscitare vivo interesse e favorevoli commenti da parte di chi ho qui avvicinato in merito.

Il Dipartimento, a tale riguardo, non esclude però che se sarà possibile varare in Congresso il piano Marshall nelle proporzioni da esso proposte, il nostro programma non possa a suo tempo essere preso in considerazione in modo soddisfacente. Anche in tale caso, in sostanza, il Dipartimento ricorre al piano Marshall come al toccasana e non vi è che da augurarsi che, per il concretarsi del programma in esame, dalle discussioni in Congresso derivino per l'economia greca stanziamenti in misura tale da rendere possibile una nostra effettiva cooperazione nel senso da noi desiderato.

Ultima considerazione che mi corre l'obbligo di segnalare a VS., è che da qualcuno mi è stato qui accennato che tale programma potrebbe eventualmente inquadrarsi in futuro nelle trattative per le riparazioni da noi dovute alla Grecia. E mi sembra che anche tale accenno debba essere esaminato con la dovuta cautela e circospezione.

93

IL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 42. Atene, 9 gennaio 1948 (per. il 12).

Faccio seguito al mio rapporto n. 2504 del 19 dicembre! e mi onoro informarla che fui ricevuto soltanto oggi da Sofulis che mi accolse con semplice ma sincera cordialità.

Gli dissi che avevo chiesto di visitarlo prima ancora dell'accreditamento ufficiale, perché tenevo in particolar modo di potergli fare di persona gli auguri di capodanno e più ancora potergli, con gli auguri, attestare il vivo e sincero sentimento di comprensione del popolo italiano per le attuali sofferenze della Grecia.

Al mio richiamo sull'atteggiamento della nostra stampa per l'eroica resistenza di Conitsa, egli rispose che era a conoscenza di questo atteggiamento perché segue attentamente -soprattutto in questi ultimi tempi -tutte le manifestazioni della stampa romana.

Per quello che riguardava il protrarsi della ribellione, al mio accenno alle misure di pacificazione così larghe da lui onestamente tentate, mi raccontò come varie commissioni delle sinistre gli si erano presentate, prima che assumesse il potere, per assicurarlo che sarebbero state deposte le armi qualora l'amnistia fosse stata concessa da un governo nel quale potessero avere fiducia (il suo). Ma purtroppo quando lui giunse al potere e l'amnistia venne concessa, i ribelli erano già troppo legati alla Russia ed ai Paesi confinanti del nord, dai quali ricevevano rifornimenti in armi e vettovagliamenti, per cui non potevano più sottrarsi agli ordini di Tito e dei russi che gli vietavano di deporre le armi.

Naturalmente egli con queste parole intendeva giustificare la sua insistenza ed il suo insuccesso nel congegnare l'amnistia.

Quando gli dissi che la tradizione venizelista, da lui personificata, era la più grande garanzia d'una leale politica d'amicizia italo-greca, tutto il volto gli si illuminò e mi confermò essere suo studio seguire le orme ed agire nello spirito del suo grande predecessore scomparso.

Insistei allora sulla larghezza del grande spirito mediterraneo di Venizelos al quale fu dovuto il fulmineo riallaccio dei legami greco-turchi dopo il conflitto per l'Asia Minore e mi dissi felice d 'iniziare sotto gli stessi auspici la mia missione per il ritorno fra noi di quella unione che è premessa d'ogni vera pace mediterranea e d'una fruttuosa e sincera collaborazione dei popoli rivieraschi.

Sofulis volle allora farmi rilevare come l 'unione dovesse essere tra i tre Paesi mediterranei più importanti: Italia, Turchia e Grecia.

Venuti naturalmente a parlare di V.E. Sofulis mi disse che si ricordava come lei in passato fosse stato poco favorevole alla Grecia ed a Venizelos e che per questo con una certa apprensione aveva visto V.E. diventare nuovamente ministro degli esteri e molto si rallegrava però d'avere con grande soddisfazione constatato ora che sin dalle prime dichiarazioni V.E. aveva invece dimostrato un vero spirito di simpatia e di amicizia per i greci.

Protestai dicendo essere io un sicuro testimonio dell'alto apprezzamento sempre avuto da V.E. per Venizelos e dell'amicizia di V.E. per i greci anche nei tempi remoti a cui egli evidentemente alludeva. Gli ricordai che V.E. tornava allora da ricoprire la carica di alto commissario a Costantinopoli ed aveva «ante-visto» chiara!fiente -come sempre -nell'allora Kemal Pascià, l'uomo che avrebbe salvata e fatta forte la vecchia Turchia sconfitta. Questo affermai essere l'origine dell'errata impressione.

Al mio accenno che soltanto un pazzo criminale come Mussolini aveva potuto per un momento offuscare l'antica amicizia italo-greca, fusa nelle lotte per il Risorgimento e per la nostra indipendenza, Sofulis qui rispose di ben comprendere come la politica di Mussolini non rappresentava affatto il sentimento del popolo italiano e disse che i greci hanno dimenticato il male eh'era loro stato fatto e che egli sperava che anche gli italiani dimenticheranno i brutti intercorsi di quel periodo.

Mi è sembrato allora giusto profittare della piega che aveva preso il discorso per dirgli che per quanto fosse mia intenzione non utilizzare in alcun modo questa mia prima visita per trattazione di affari o richieste d'ufficio, pur tuttavia mi permettesse di accennare ad una triste nota che avevo constatata arrivando e che sentivo avrebbe gravemente imbarazzato e vulnerato il mio lavoro in un'atmosfera di disagio morale.

Urge, gli dissi, guardare ormai al difficile avvenire e del passato ricordare solo quanto di glorioso e bello in esso esiste. Ma per far questo è assolutamente indispensabile che certi strascichi spariscano al più presto.

Esiste in Grecia una legge promulgata nel 1940 al momento della guerra. Con questa legge, osservai, gli italiani venivano esclusi dalla vita civile. Caso per caso ed in certi settori questa legge è stata oggi superata, ma comunque tuttora sussiste e sussistendo taglia moralmente nel vivo della coscienza italiana. Si arriva all'assurdo (questione dei beni) che anche gli italiani che il trattato di pace indiscutibilmente discrimina -e che discrimina (art. 80 par. c del trattato di pace) proprio perché gli stessi greci hanno discriminati -soffrono ancora del nome di «ex nemici»! Nome che dev'essere invece tra noi bandito per tutti e per sempre.

Sofulis subito mi rispose che avevo ragione. Volle confermata dal suo segretario l'esistenza della legge, ne chiese gli estremi e se li appuntò, quindi spiegò come esistono a volte delle leggi promulgate in stato di necessità alle quali poi nessuno più pensa. Lui stesso s'era scordato di questa legge ed avrebbe subito esaminata la questione.

Infine il presidente, mentre mi congedavo, rispondendo ai miei ringraziamenti ed alle mie rinnovate parole di fiducia, volle marcare che loro (il partito liberale) al Governo sono degli «ospiti» (sic!) perché non hanno la maggioranza al Parlamento e per questo fatto non possono disporre come vogliono ed invece possono essere rovesciati da un momento all'altro dal consociato partito più forte.

93 l Vedi D. 24.

94

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 333/31. Parigi, l O gennaio 1948, ore 14 (per. ore 16,46).

Daily Mai/ (edizione parigina) pubblica stamane notizia imminente convocazione da parte Francia Inghilterra piano Marshall per: l) promuovere cooperazione europea;

2) mostrare Congresso progressi fatti per ricostruzione europea; 3) rivedere lavoro fatto da comitati tecnici; 4) esaminare condizioni piano Marshall e necessità impostazione lavori comi

tato europeo come risposta al piano Molotov e azione economica sovietica nell'Europa orientale.

Alphand mi ha detto che notizia è falsa: Governo francese pubblicherà probabilmente oggi smentita: ritiene che indiscrezione sia venuta da parte inglese e la considera come pericolosa, soprattutto per quanto riguarda punto 2 in quanto constatazione lavoro fatto, o non fatto, potrebbe essere sfruttata da certi elementi Congresso americano come pretesto per domandare revisione cifre dati esposti relazione Sedici e servire quindi rinviare dibattito.

Mi ha detto che di vero c'è soltanto che profittando presenza Parigi Hall-Patch, direttore affari economici Foreign Office, gli ha esposto sue idee personali, che ci sono note, circa opportunità convocazione Conferenza. Parte inglese si è dichiarata d'accordo e si propone a sua volta far presente Governo inglese questa sua opinione ed averne approvazione principio. Mi ha detto anche di aver comunicato Hall-Patch, in base mie comunicazioni di ieri (miei telegrammi 26 e 27)' che Governo italiano è dello stesso avviso: di avere aggiunto che Governo francese, sebbene Italia non sia Potenza invitante, ritiene che, data sua importanza, essa dovrebbe essere consultata a parte prima di procedere invito: lo stesso Hall-Patch si è dichiarato perfettamente d'accordo anche su questo punto.

Alphand, che spera nel frattempo avere avuto istruzioni Bidault, conterebbe di recarsi lunedì Londra per continuare conversazioni: dato che a quanto mi risulta Grazzi dovrebbe anche lui essere a Londra per quella data, potrebbe essere utile che, almeno a titolo personale, prenda anche lui contatto sia con Alphand che con Hall-Patch: in questa maniera, di fatto per lo meno se non di diritto, avremmo anche noi nostra partecipazione in conversazioni preliminari2.

95

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

T. 301/10. Roma, l O gennaio 1948, ore 18.

Discorso radio diffuso da Attlee 4 corrente sembra voglia significare che Governo britannico intende consolidare, in vista approssimarsi entrata in funzione piano Marshall, posizione preminente nella politica economica Europa occidentale già assunta con Conferenza Parigi.

94 I Vedi D. 9!. 2 Per la risposta vedi D. 99.

Come le è noto, in occasione recenti conversazioni Washington, Campilli ebbe con Franks interessante scambio vedute al riguardo!.

Piano Marshall, secondo nostro modo di vedere, per rispondere veramente sue finalità deve rimanere impresa essenzialmente europea e tendere nuovo stabile assetto continente che trascenda limiti di tempo e condizioni transitorie inerenti assistenza americana.

Perché una simile azione possa riuscire efficace, occorre che Paesi interessati sappiano affrontare con piena consapevolezza i sacrifici ed i rischi ad essa inerenti, senza lasciarsi indurre da difficoltà del momento a rinchiudersi in posizioni di sterile egoismo. Ciò vale soprattutto per Inghilterra di cui Bevin deve ricordare quanto dissi nella mia risposta al suo discorso al pranzo di Carlton Terrace e cioè che pel bene di tutti e suo potrebbe assumere ruolo preminente per riabilitazione continente europeo. V.E. ricorderà che tanto Bevin quanto lo stesso Eden parvero consentire.

Voglia intrattenere codesto Governo riferendo2.

96

IL MINISTRO DEGLI ESTERI D'AUSTRIA, GRUBER, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, DE GASPERI

L. Vìenna, l O gennaio 1948.

A seguito dello scambio di lettere che ebbi l'onore di avere l'estate scorsa con l'E.V. a proposito di due problemi riguardanti l'Alto Adige l, vorrei anzitutto assicurarla che il Governo federale austriaco ha preso atto con grande soddisfazione dell'accordo raggiunto a Roma, attraverso intese orali, circa la redazione del progetto di legge italiano sulla questione degli optanti alto-atesini. Le assicurazioni cui in occasione di tale consultazione romana diedero espressione l'E.V., nonché la delegazione italiana, lasciano sperare anche una soddisfacente esecuzione della legge stessa da parte degli organi incaricati e quindi la soluzione definitiva di uno dei più difficili problemi del Sudtirolo.

Ora è al primo piano un altro importante problema, e, cioè, la questione dell'autonomia dell'Alto Adige.

All'art. 2 dell'accordo di Parigi del 5 settembre 1946 fu stabilito che alla popolazione della provincia di Bolzano e dei finitimi comuni bilingui della provincia di Trento, sarebbe stata concessa l'autonomia legislativa ed amministrativa. Lettera e senso di questa disposizione non possono essere interpretate altrimenti se non che alla popolazione del Sudtirolo, infatti in tutto l'accordo di Parigi si parla sol

95 I Vedi serie decima, vol. VI, D. 732.

2 Non risulta che Gallarati Scotti abbia risposto.

tanto di essa, sarebbe stata accordata nell'ambito dello Stato italiano una particolare posizione legislativa ed amministrativa; sulla questione di un'autonomia per il Trentino, l'Austria non aveva da pronunciarsi. Se già allora da parte italiana esisteva il progetto di un eventuale collegamento dell'Alto Adige autonomo con un Trentino autonomo, un simile piano doveva trovare la sua limitazione nel testè accennato principio dal quale scaturì anche l'assicurazione datami verbalmente dall'E.V. secondo la quale agli alto-atesini non sarebbe stata imposta contro la loro volontà un'autonomia comune con i trentini. Di questa sua assicurazione ho dato anche poco dopo comunicazione per lettera ai rappresentanti dei sudtirolesi.

Il Governo austriaco e la popolazione austriaca hanno preso anche nota a suo tempo con grande gioia del memorabile discorso che ella, signor presidente del Consiglio, tenne il 26 settembre 1946 davanti ali' Assemblea costituente italiana e nel quale espose che l'Italia intendeva non solo concedere alla popolazione di lingua tedesca dell'Alto Adige i diritti di minoranza, ma dare oltre a ciò al mondo un esempio di come si debba trattare una minoranza linguistica, e che l'Italia era sempre pronta ad entrare col Governo austriaco in conversazioni sulle questioni relative al problema alto-atesino.

Il pubblico austriaco ed il Governo federale austriaco hanno quindi appreso con vivo dispiacere che la consultazione degli alto-atesini, in base alla quale avrebbe dovuto essere redatto il progetto di legge italiano sullo statuto di autonomia ai sensi degli accordi di Parigi, non è avvenuto in maniera tale da poter soddisfare i sudtirolesi, e che soprattutto il contenuto del progetto-legge non corrisponde alle aspettative che, giusto quanto sopra esposto, a buon diritto si nutrivano.

Per quel che riguarda la consultazione degli alto-atesini, ebbero bensi luogo singole conversazioni tra membri della commissione incaricata della redazione del progetto e singoli sudtirolesi, ed a metà novembre dell'anno scorso il progettolegge governativo fu trasmesso alla direzione della Siidtiroler Volkspartei perché entro breve termine facesse conoscere per iscritto le sue contro-osservazioni; ma un esauriente scambio di idee verbali, quale dagli alto-atesini era auspicato ed a diritto poteva essere atteso, non ebbe più luogo. Anzi, il progetto, dopo apportatevi modificazioni di lieve entità sostanziale, fu trasmesso per la trattazione all' Assemblea nazionale costituente.

Per contro da un'espressione di V.E. nei confronti del ministro Schwarzenberg, vi è da desumere che ai rappresentanti del Sudtirolo sarà data occasione di far presentare al comitato dei diciotto della Costituente incaricato della trattazione parlamentare del progetto, i propri desideri circa modifiche di esso, e che sussiste la possibilità a che vengano fatte determinate concessioni.

Senza voler entrare nei dettagli del progetto, mi sia lecito far notare che già la costruzione del progetto di statuto, unione dell'Alto Adige col Trentino in una regione a due province e deferimento del peso decisivo dei diritti autonomi agli organi della regione, non corrisponde al senso dell'accordo di Parigi, che era appunto quello di assicurare al Sudtirolo una particolare situazione giuridica ed una speciale autonomia distaccata da altre parti della popolazione.

Onde, però, fare da parte sua tutto quanto possibile per mantenere ed ulteriormente incrementare la buona intesa con la vicina Repubblica italiana, il Governo federale austriaco ha consigliato agli alto-atesini di adattarsi alla costruzione esteriore dello statuto, cioè a dire alla comune regione Trentino-Sudtirolo, qualora vengano accolti quei desiderata minimi che gli alto-atesini presenteranno nei prossimi giorni a Roma ed apportare le relative modifiche nello statuto regionale.

Questi desiderata si riferiscono in particolare:

-al mantenimento del nome Tirolo nel linguaggio ufficiale;

-all'assegnazione alla provincia di Bolzano dei comuni mistilingui di Neumarkt (Egna) e Salurn (Salorno);

-alla garanzia contro la maggiorizzazione degli alto-atesini in questioni finanziane;

-al conferimento dei poteri legislativi nel campo scolastico (eccezion fatta per le scuole superiori);

-nel campo delle attribuzioni culturali, dell'agricoltura e delle foreste, e nel campo delle cooperative a favore della provincia;

-la parificazione delle due lingue nella vita pubblica della regione e della provincia e finalmente

-l'assegnazione dei poteri amministrativi anche per quanto riflette le materie trattate dalla legislazione statale al presidente della provincia, come del resto è previsto anche per il presidente della Val d'Aosta.

Premesso che la popolazione del Sudtirolo venga corrispondentemente accontentata, il Governo federale è assolutamente disposto ad astenersi da ulteriori passi ufficiali nella questione dell'autonomia, per aver riguardo in tal modo per certe eventuali sensibilità dell'opinione pubblica italiana.

La presente lettera dovrebbe quindi avere più che altro il carattere di una comunicazione privata del mio punto di vista. Mi sia permesso di accennare ancora una volta allo straordinario vantaggio per le relazioni tra l'Italia e l'Austria e forse anche al generale vantaggio politico dato dall'esempio di corrispondenti progressi in conversazioni bilaterali tra due Stati vicini.

La prego, però, signor presidente del Consiglio, di voler aver comprensione per il fatto che, con tutta la buona volontà di ripristinare strette ed amichevoli relazioni con l'Italia, un aperto appello della popolazione sudtirolese al Governo federale austriaco non potrebbe da quest'ultimo venire respinto. Una constatazione che da parte austriaca non si può considerare come adempiuto l'accordo di Parigi, potrebbe però avere deplorevoli conseguenze, sia dal punto di vista di politica generale che da quello dei particolari rapporti fra l'Italia e l'Austria. Sono perciò sicuro che i nostri sforzi diretti a portare il pubblico tirolese, per quanto rientra nella nostra facoltà di influenza, a riconoscere la struttura che tanto le sta a cuore, verranno interpretati come un notevole contributo da parte nostra per la pacificazwne.

Spero quindi con viva fiducia che anche da parte del Governo italiano si cercherà di fare di tutto onde determinare, per mezzo di una soluzione giovevole a tutte le parti, la necessaria tranquillità e soddisfazione nella popolazione colpita.

In considerazione del fatto che un soddisfacente statuto di autonomia costituisce per la popolazione del Sudtirolo una questione vitale, mi permetta di rivolgere a lei, signor presidente del Consiglio, a nome del Governo federale d'Austria ed ai sensi dell'accordo di Parigi, l'appello di voler far valere la sua influenza onde vengano soddisfatti i desiderata minimi dei sudtirolesi.

Il Governo federale austriaco è convinto che può essere trovata una giusta soluzione equilibrata tra le necessità statali dell'Italia e le richieste tirol esi basate sull'accordo parigino. Esso considererebbe una soddisfacente soluzione della questione dell'autonomia quale un notevole contributo alla chiarificazione della situazione generale in Alto Adige e vede come per l'innanzi in una pacificazione della popolazione sudtirolese, il miglior pegno per i rapporti di amichevole vicinato tra la Repubblica italiana ed austriaca da esso così vivamente auspicati.

96 l Vedi serie decima, vol. VI, DD. 97 e 191.

97

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO

T. S.N.D. 345/7. Roma, Il gennaio 1948, ore 16.

Suo 395'.

Questo Ministero, pur considerando argomenti esposti con suo 3862 ha ritenuto opportuno, dopo consultazione con ministri tecnici, inviare oggi ambasciata sovietica risposta a nota verbale del 15 dicembre che fu trasmessa V.S. in allegato telespresso 39691 del 19 dicembre3.

Con tale nota si è preso atto accoglimento da parte sovietica di addivenire a trattative per conclusione accordo commerciale e di pagamento sulla base nostre proposte. Si è inoltre aderito a proposta sovietica di negoziare conclusione vero e proprio trattato di commercio e navigazione. Circa tale trattato si è richiesto all'U.R.S.S. se essa abbia già approntato uno schema oppure se trattative possano prendere per base trattato 7 febbraio 1924.

In merito problema riparazioni si è fatto presente che trattative in proposito, abbinate a questioni commerciali, appesantirebbero eccessivamente negoziati per pronto ripristino correnti tradizionali scambio. Si è sottolineato che con Jugoslavia e Grecia sono stati conclusi accordi commerciali favorevoli per ambedue contraenti ali 'infuori del problema riparazioni. Si è, infine, precisato che Governo italiano è disposto trattare, con l'U.R.S.S., ogni argomento carattere economico purché non sia tale da creare imbarazzanti precedenti con altri Paesi aventi diritto riparazioni o implichi variazioni clausole trattato pace.

In base suesposte considerazioni si è dichiarato che Governo italiano non, dicasi non, ritiene opportuno includere problema riparazioni in programma auspicate trattative.

Segue testo nota4.

2 Vedi D. 31.

3 Non pubblicato, trasmetteva il D. 3.

4 Vedi Allegato. Per la risposta vedi D. 252.

ALLEGATO

IL MINISTERO DEGLI ESTERI ALL'AMBASCIATA DELL'UNIONE DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE A ROMA

NOTA VERBALE. Roma, 11 gennaio 1948.

Il Ministero degli affari esteri ha l'onore di accusare ricevuta della nota n. 454 dell'ambasciata dell'U.R.S.S. in data 15 dicembres, e, in relazione alla nota n. 34337/63 del 3 novembre6 , ha l'onore di comunicare quanto segue:

l) Il Governo italiano ha preso atto con soddisfazione del consenso manifestato dal Governo sovietico alle proposte da esso avanzate con la nota del 3 novembre relativamente al programma delle trattative concernenti la conclusione di un accordo relativo allo scambio di merci fra i due Paesi e conseguenti pagamenti. È stata presa buona nota che il Governo sovietico ha sottolineato di aver interesse in prima linea per i prodotti italiani nel campo della costruzione di macchinari, della meccanica, delle costruzioni navali ed elettrotecniche e per i prodotti del! 'industria italiana in genere. Si è preso atto altresì che ai fini della conclusione di un accordo, il Governo sovietico è disposto a prendere in favorevole considerazione le richieste, se pure con qualche eccezione, di merci e prodotti sovietici indicati dal Governo italiano nella sua nota del 3 novembre.

Il Governo italiano è d'avviso che, su queste basi, possano essere quanto prima possibile iniziate trattative per il raggiungimento di un accordo che regoli gli scambi fra i due Paesi, opportunamente armonizzando gli interessi reciproci che, per quanto riguarda l 'Italia, sono stati in linea generale delineati nella citata nota del 3 novembre.

2) L'ambasciata dell'U.R.S.S. con la sua nota del 15 dicembre ha comunicato altresì che il Governo sovietico, prendendo in considerazione le decisioni del trattato di pace circa le riparazioni, riterrebbe opportuno di includere nel programma delle prossime trattative l'argomento relativo alla conclusione di un accordo concernente detto problema.

Il Ministero degli affari esteri ritiene opportuno a tal riguardo far presente che, nelle attuali circostanze di grave, se pur transitorio, disagio dell'economia italiana, il Governo italiano si è in linea generale proposto di riprendere anzitutto gli scambi commerciali con i Paesi con i quali la guerra li aveva interrotti, al fine di ripristinare le correnti tradizionali del suo intercambio e in guisa da rafforzare l'economia italiana anche per porla in grado, a suo tempo, di assolvere meglio i propri impegni.

Il Ministero degli affari esteri, pur avendo bene presenti le disposizioni del trattato di pace e le clausole relative alle riparazioni, ha inspirato la sua azione alle considerazioni sopra accennate nelle trattative per la conclusione di accordi commerciali tanto con la Grecia quanto con la Jugoslavia.

Il Ministero degli affari esteri è d'altra parte convinto che i negoziati per la conclusione di un accordo commerciale verrebbero ad essere considerevolmente appesantiti ove questi si collegassero a trattative per la conclusione di un accordo concernente le riparazioni, tenuto conto appunto delle particolari clausole e modalità previste al riguardo dal trattato di pace.

Il Governo italiano ritiene quindi opportuno far presente che è pronto a trattare ogni argomento di carattere economico con il Governo sovietico che peraltro non sia di natura

97 s Vedi D. 3. 6 Non pubblicata, ma vedi serie decima, vol. VI, DD. 658 e 726.

a porlo in difficoltà sia creando dei precedenti che potrebbero metterlo in imbarazzo con altri Paesi aventi diritto a riparazioni, sia per argomenti che possano variare le clausole già esistenti del trattato di pace dali 'Italia sottoscritto.

In considerazione di quanto precede il Governo italiano riterrebbe per sua parte opportuno non includere nel programma delle auspicate prossime trattative l'argomento delle riparazioni per la conclusione di un accordo relativo a tale problema.

3) L'ambasciata dell'U.R.S.S. nella sua nota del 15 dicembre ha comunicato altresì che potrebbe formare oggetto di trattative, secondo l'opinione del Governo sovietico, anche il problema relativo alla conclusione di un trattato di commercio e di navigazione, quale base normale e per lo sviluppo delle relazioni commerciali nell'interesse dei due Paesi.

Il Ministero degli affari esteri è lieto di condividere l'opinione del Governo sovietico al riguardo. Poiché d'altra parte la conclusione di un trattato di commercio e di navigazione comporta un approfondito esame, soprattutto nel campo giuridico, il Ministero degli affari esteri ha l'onore di chiedere se il Governo sovietico abbia già approntato uno schema di trattato di commercio e navigazione da comunicare alle varie Amministrazioni italiane interessate allo scopo di affrettare le trattative relative che altrimenti potrebbero protrarsi più di quanto non sia desiderabile al fine di raggiungere l'accordo per gli scambi fra i due Paesi, oppure se, come sembra, potrebbe partirsi, come traccia, dal trattato di commercio e navigazione del 7 febbraio 19247.

97 l Vedi D. 51.

98

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. 366/231. Roma, 12 gennaio 1948, ore 17.

Suo 062.

Idea espressale da Alphand di esercitare congiuntamente un'azione diplomatica presso Governi Benelux per loro adesione unione doganale franco-italiana, non può trovarci certo dissenzienti. Abbiamo sempre considerato unione italo-francese come punto partenza per più ampi sviluppi ed in tal senso ci siamo sempre espressi anche con americani onde conveniamo anche con idee del passo da farsi presso Governo Washington.

Tuttavia, se pure azione prospettata può essere considerata come una conferma delle intenzioni Governo francese di procedere nella via della unione italofrancese, d'altra parte non ci sembra che essa potrebbe portare a risultati positivi presso Governi Benelux fin tanto che unione economica non sia entrata in fase di realizzazione fra Italia e Francia con la dichiarazione impegnativa. Altrettanto

98 t Indirizzato anche a Londra (n. di prot. 18) con preghiera di ritrasmettere a Grazzi il D. 85 e le seguenti istruzioni: «Prego ministro Grazzi riferire circa scambi idee che avrà con Alphand». Per la risposta da Londra vedi D. 120.

2 Vedi D. 85.

può dirsi per quanto riguarda gli incoraggiamenti americani che ci proporremmo di sollecitare per superare resistenze e perplessità conseguenti a supposta azione britannica.

Ci domandiamo quale efficace azione persuasiva possano esercitare conclusioni espresse nel rapporto finale da Commissione funzionari tecnici se non sorrette da manifestazioni governative italo-francesi che ne accolgano contenuto. Ci preoccupa in sostanza non solo la possibilità di un insuccesso di una azione nell'attuale fase presso i Governi del Benelux, ma anche e ancor più i dubbi che possano sorgere presso il Governo americano assai suscettibile su questo argomento, circa le reali fattive intenzioni italo-francesi di procedere decisamente nella via della unione economica tra i due Paesi.

In definitiva procediamo pure con i francesi -se tale è veramente il loro desiderio -nella prospettata azione, ma facciamo loro sentire che per renderla suscettibile di pratici effetti essa va al più presto rafforzata da un deciso movimento di sviluppo e di realizzazione concreta sul piano essenziale italo-francese.

Ho telegrafato a Grazzi a Londra quanto precede per norma in scambi di idee con Alphand.

97 7 Per la nota di risposta sovietica vedi D. 406.

99

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. 367/24. Roma, 12 gennaio 1948, ore 16, 15.

Suoi 26, 27 1 e 3 P.

Approvo suo linguaggio con Chauvel e Alphand.

A maggior chiarimento ella potrebbe precisare che:

a) Governo italiano ritiene inevitabile per Paesi partecipanti, parallelamente discussione Congresso ed ulteriori manifestazioni pensiero Amministrazione, riesaminare loro programmi, impegni e condizioni assistenza. A tale scopo presidente Conferenza potrebbe diramare schema in base al quale Paesi partecipanti potrebbero scambiarsi, tramite diplomatico o Segretariato generale, dati osservazioni e proposte;

b) Governo italiano continua annettere molta importanza organizzazione continuativa europea e ritiene giunto il momento affrontarne studio su piano concreto. Ciò non certo nel senso di cui all'articolo del Daily Mai/2, ma perché soltanto sicuro affidamento volontà e possibilità autocontrollo Paesi partecipanti potrà, secondo noi, far escludere da americani forme applicazione assistenza suscettibili arrecarci gravi difficoltà anche psicologiche. Per questo Paesi partecipanti dovrebbero scambiarsi subito suggerimenti e proposte indipendentemente da eventuale riconvocazione Conferenza dei Sedici, per la quale essi costituirebbero comunque indispensabile preparazione.

99 I Vedi D. 91. 2 Vedi D. 94.

Presenza Londra Grazzi ed Alphand offre, come osservato da V.S. possibilità procedere, su linee indicate, primo scambio di idee. Campilli per suo conto scrive nello stesso senso a Franks.

Telegrafato anche a Londra.

100

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 426/15. Londra, 12 gennaio 1948, ore 20,20 (per. ore 9 del 13).

Suo 3'.

Capo Dipartimento economico Foreign Office, Hall-Patch, ha detto oggi a Grazzi che in recenti conversazioni per piano Marshall a Parigi ove Lintott è rimasto si sarebbe constatato non essere ancora momento riunire conferenza Sedici proponendosi procedere frattanto lavori preparatori. Un progetto consisterebbe indire verso 20 corrente tre riunioni separate: una del Benelux a Bruxelles, una dei Paesi scandinavi nel Nord Europa, una mediterranea a Roma.

Tale progetto è però ancora studio preiniziale.

Hall-Patch ha aggiunto che fra un paio di giorni avrebbe riparlato della cosa.

Grazzi prega comunicare Parigi2.

101

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

TELESPR. SEGRETO URGENTE 139 SEGR. POL. Roma, 12 gennaio 1948.

Telespresso di questo Ministero n. 2147 del 30 dicembre 1947'.

Qui allegata trasmetto a V.E. copia di una comunicazione dell'ambasciata a Londra relativa all'oggetto indicato2. Tale comunicazione, mentre conferma l'importanza determinante che nella soluzione della questione coloniale è venuto ad assumere l'atteggiamento americano, come già segnalato da Parigi (vedi telespres

100 ' Vedi D. 78.

2 Con T. 435/22 del 13 gennaio Sforza rispondeva: «Vedute Hall-Patch coincidono con le nostre. Progetto contatti preliminari in raggruppamenti separati ci appare in linea di massima opportuno e logico. Pregola voleme seguire eventuale. sviluppo. Per nostro conto saremo molto lieti ospitare Roma gruppo mediterraneo».

101 ' Non rinvenuto, si tratta probabilmente della ritrasmissione di una comunicazione di Quaroni per la quale vedi serie decima, vol. VI, D. 784. 2 Vedi D. 88. L'oggetto del telespresso era: «Questione coloniale. Atteggiamento americano».

so sopracitato ), lascia per la prima volta, sia pure in forma molto prudente, intravedere la possibilità di sondaggi diretti in vista di una soluzione di compromesso del delicato e per noi importante problema.

Pur senza accennare ai dettagli della conversazione Charles-Gallarati Scotti,

V.E. vorrà, nell'eseguire le istruzioni che le ho inviato col telespresso sopracitato, fare stato, riservatamente, delle informazioni che ci sono pervenute circa l'esame che sembra si stia facendo a Londra del nostro problema coloniale in relazione all'equilibrio mediterraneo e suggerire che il Governo britannico venga incoraggiato a trovare con noi una soluzione di tale problema.

Specialmente in vista d eli' esposizione che dovremo prossimamente fare del nostro punto di vista relativo alla Libia, sarebbe oltremodo utile uno scambio di vedute confidenziale che potesse arrivare ad una soluzione di reciproca soddisfazione e tale da non lasciare strascichi di amarezze e rancori. Ciò appare del resto tanto più necessario in quanto come noto la questione coloniale è sempre stata, tra i maggiori problemi connessi col nostro trattato di pace, quello su cui vi erano fondati motivi di ritenere che avremmo avuto l'appoggio dell'U.R.S.S. e dei suoi satelliti. Ancora in epoca non lontana da parte sovietica si erano considerate con simpatia le nostre rivendicazioni. È peraltro dubbio che il Governo di Mosca mantenga tale atteggiamento dopo le ultime manifestazioni della politica estera e militare di codesto Governo relativamente al Mediterraneo e ali 'Italia le quali pertanto rischierebbero di ripercuotersi in senso sfavorevole ai nostri interessi africani, e per riflesso sulla nostra opinione pubblica, ove nella difesa di questi interessi ci mancasse l'appoggio americano, oltre a quello francese, anche per superare le preconcette resistenze e diffidenze britanniche.

La prego di riferire al più presto l'esito dei suoi passi3.

102

L'AMBASCIATA A LONDRA AL CONSIGLIO DEI SUPPLENTI DEI MINISTRI DEGLI ESTERI

MEMORANDUM. Londra, 12 gennaio 1948.

l) Il Governo italiano, che ha esposto preliminarmente il suo punto di vista sull'Eritrea con il Memorandum del 5 novembre 1947' e si riserva di far conoscere al momento opportuno il suo punto di vista circa la Libia, si riferisce all'impegno preso nella seduta del 19 novembre della Conferenza dei supplenti dei ministri degli esteri2 e precisa nel presente Memorandum il suo punto di vista

102 I Vedi serie decima, vol. VI, D. 694.

sulla Somalia. La Delegazione italiana è pronta a dare alla Conferenza stessa ogni ulteriore elemento di giudizio che sul problema della Somalia venga richiesto.

2) È stretto dovere del Governo italiano di mantenere nella questione della Somalia l'atteggiamento politico generale, esposto già alla Conferenza dei supplenti nella dichiarazione letta nella predetta seduta del 19 novembre scorso. Infatti i 60 anni di fruttifera e pacifica esperienza dell'amministrazione italiana in quei territori costituiscono oggi quel titolo che indica l 'Italia come la guida più desiderabile delle popolazioni della Somalia verso il loro pieno progresso civile e politico, nell'esclusivo spirito dei principi della Carta di San Francisco.

È stata l'Italia, che dal 1889, nell'esercizio della sua sovranità in Somalia, ha dato a quel territorio la sua prima struttura ed organizzazione civile ponendo le basi dell'evoluzione di quelle popolazioni somale e guidandole con umana comprensione nei loro contatti con la civiltà moderna. È giusto quindi che, nell'interesse delle popolazioni, venga ora affidato ali 'Italia il compito di continuare a guidarle verso superiori stadi di evoluzione politica.

3) Da questa tutela degli interessi delle popolazioni somale l'Italia ha preso le mosse 60 anni or sono. Si ricorda quindi che l'Italia aveva acquistato la Somalia per una doppia serie di titoli validi: internazionalmente, mediante accordi successivi col sultano di Zanzibar e con la Potenza confinante (e cioè la Gran Bretagna); all'interno, mediante convenzioni liberamente stipulate con i differenti capi somali, tra i quali si divideva il territorio. Tali titoli, di per sé legittimi, furono fatti valere dall'Italia internazionalmente mediante la procedura prevista dali' Atto di Berlino del 26 febbraio 1888 nell'interesse delle popolazioni africane e della pace mondiale.

Perciò si può dire che sin dal 1889 l'Italia considerò la Somalia da un punto di vista iniziale analogo a quello che oggi, in un grado superiore di evoluzione, ispira i più moderni concetti delle relazioni tra i territori africani ed i Paesi europei.

4) A tale situazione di partenza corrisponde nei fatti una situazione altrettanto chiara che si riassume brevemente così:

a) Abolizione della schiavitù. È noto come gli approdi («Benadim) tenuti dai sultani di Zanzibar in Somalia (Mogadiscio, Merca, Brava, Varsec) avevano una delle loro principalissime risorse nel traffico di schiavi, ed erano collegati verso l'interno della Somalia con una rete di minori stazioni adibite allo stesso traffico, di cui Lugh era una delle più lontane.

L'Italia distrusse in breve tempo il commercio degli schiavi verso l'estero, e risolse il problema della schiavitù anche nei suoi aspetti interni. La regione lungo il Uebi e lungo il Giuba e l'Altipiano del Baidoa tra i due fiumi era infatti coltivata mediante mano d'opera servile. La liberazione degli schiavi imponeva un rivolgimento sociale che avrebbe potuto essere grave per la rudimentale economia della Somalia. Un lungo, paziente lavoro di riassetto politico ed economico, che procedette di pari passo con l'estensione graduale dell'amministrazione italiana alle regioni interne della Somalia, ha portato al risultato della totale liberazione degli schiavi, organizzati più tardi in villaggi liberi uniti in gruppi riconosciuti dalle

stesse tribù somale e dall'amministrazione italiana. È giusto aggiungere che questo sostanziale risultato fu ottenuto evitando quelle reazioni violente, che pure non sarebbe stato fuor di luogo prevedere, e che si ebbero in altri Paesi africani.

b) Pacificazione e nuova struttura politica del Paese. Le genti somale erano in uno stato di continua e sanguinosa lotta armata. Le regioni interne erano tenute da tribù in tradizionale rivalità tra loro e che da tali secolari vendette prendevano motivo per razzie e devastazioni che avevano mantenuto il Paese in uno stato di miseria che pareva senza rimedio.

Da questa situazione, che era certamente una delle più difficili, il Governo italiano ha dovuto partire per raggiungere la pacificazione totale del Paese. Questo anche è stato fatto con opera graduale ed agendo in profondità, ricostituendo così, almeno come primo passo, la tradizionale struttura politica e sociale somala dell'ordinamento gentilizio; dando ai capi delle varie unità etniche, nominati secondo le norme consuetudinarie, la maggiore autorità possibile nell'ambito del nuovo civile ordinamento; ed abituando gradualmente le tribù alla pacifica convivenza. Una lunga serie di accordi fra le varie tribù, conclusisi col patrocinio italiano, ha gradualmente eliminato le cause degli antichi rancori ed ha regolato i particolari della nuova vita comune. Questo risultato, che è facile controllare paragonando le descrizioni di viaggiatori italiani e stranieri dello scorso secolo con la situazione di fatto esistente fino al 1940, rappresenta un contributo sostanziale dell'Italia alla pace ed al benessere delle genti somale.

c) Attrezzatura civile ed economica. Questa opera politica sarebbe stata impossibile se l 'Italia, mentre aboliva la schiavitù e pacificava il Paese, non avesse messo le genti di quel territorio in condizioni civili ed economiche talmente superiori da rendere accettabile e visibilmente proficuo il profondo rivolgimento che tali misure politiche creavano nel Paese. I particolari dei risultati ottenuti dall'Italia con la sua opera per l'attrezzatura civile della Somalia sono stati dati in altri documenti già presentati dal Governo italiano alla Conferenza. Qui si vuole soltanto insistere sul concetto che davvero ed in tutti i sensi, come è stato detto, «la Somalia è una creazione del lavoro italiano». E chiunque oggi guardi le dighe del Villaggio Duca degli Abruzzi e di Genale sul fiume Uebi, gli impianti idrovori sul fiume Giuba, gli impianti industriali delle saline di Hafun, le industrie agricole del Villaggio Duca degli Abruzzi e di Vittorio d'Africa, e gli iniziali impianti delle miniere di Magiahan non può che giudicare favorevolmente i prodigiosi risultati dell'opera dell'Italia che ha portato così ad un moderno livello di produzione agricola ed industriale quel territorio già deserto e quelle popolazioni già decimate da guerre e depredazioni.

Questa attrezzatura civile ed economica, che l'Italia ha dato alla Somalia, non rappresenta soltanto quel che si potrebbe chiamare una spesa di primo impianto, ma è il risultato benefico dell'esperienza italiana in difficilissime circostanze a vantaggio del Paese e delle sue genti, che solo attraverso questa creazione ex novo di nuove risorse e nuovi mezzi di produzione possono raggiungere un migliore e più umano avvenire.

d) Studi ed esplorazioni. L'Italia ha svolto tale sua azione in Somalia nello spirito più largo di simpatia verso le popolazioni somale. Nulla potrebbe meglio dimostrarlo che l'opera degli esploratori e degli scienziati italiani che hanno per decenni, e spesso con non pochi rischi, studiato il Paese e le sue genti. Basterà citare i nomi dei maggiori esploratori italiani, legati alla Somalia: Vittorio Bottego, che in un primo viaggio compié integralmente l'esplorazione del fiume Giuba e in un secondo viaggio studiò la zona da Brava a Lugh; Antonio Cecchi, che dopo la spedizione ai Laghi equatoriali tentò di raggiungere la zona del Uebi e Giuba, e così via per un lungo elenco di nomi sino al duca degli Abruzzi che per primo esplorò interamente il Uebi dalla sorgente sino al villaggio che ne porta il nome. Accanto agli esploratori, conviene citare anche gli scienziati italiani che per i primi con i loro lavori hanno studiato la storia della Somalia nei suoi rapporti con gli altri Paesi del bacino dell'Oceano Indiano; le tradizioni storiche delle tribù somale; il linguaggio dei somali, il diritto consuetudinario delle varie tribù della Somalia; l'antropologia e l'etnologia; oltre alla notevole letteratura nel campo sanitario e zootecnico. Le opere di Bricchetti Robecchi, Stefanini, Puccioni, Ferrandi, Camiglia e di molti altri provano quanto proficuo lavoro sia stato fatto dall'Italia nell'interesse delle popolazioni somale anche in questi elevati campi del sapere: talché può dirsi, senza falsa modestia, che la Somalia è stata rivelata alla scienza dali 'Italia.

5) La soluzione che l'Italia chiede per la Somalia non è contraria ad alcun specifico interesse altrui. Non occorre una particolare discussione della domanda, accennata da qualche parte, di una annessione della Somalia all'Etiopia. Tale domanda non ha alcuna base storica, perché la Somalia non ha mai avuto alcun legame con l'Etiopia e nemmeno è stata in contatto con lo Stato etiopico fino a recentissimi tempi quando il Negus Menelik II, conquistando nel 1885 l'antico stato musulmano dello Harar, spinse le sue colonne armate in direzione dell'Ogaden.

È stato anche accennato all'idea di costituire una «Grande Somalia» raggruppando in un unico organismo politico i Paesi abitati dai somali. Tale idea, che prima facie può sembrare generosa, è invece in contrasto con la realtà dei fatti. Anzitutto, dal punto di vista politico, essa richiederebbe una profonda trasformazione territoriale dell'Africa Orientale che coinvolgerebbe più Stati e che quindi verrebbe a superare la competenza della Conferenza attuale. A parte queste considerazioni, la realtà dei fatti è che i somali sono costituiti da vari organismi politici (tribù e confederazioni di tribù) che sono tra loro profondamente differenti sia come composizione etnica attuale che come costituzione economica. Le popolazioni di somali pastori della Somalia britannica, che per ovvie ragioni geografiche da un lato hanno sentito l'influenza del vicino Yemen e dall'altro hanno partecipato per secoli alla vita degli Stati musulmani africani dell 'Ifat, dell' Aussa ed infine del Harar, differiscono profondamente dalle popolazioni della zona tra Uebi e Giuba nella Somalia italiana, che sono state storicamente collegate non già con i Paesi del Mar Rosso, ma con gli altri Paesi del bacino dell'Oceano Indiano sino ai loro più recenti legami con il Sultanato di Zanzibar.

6) I somali sono giustamente grati all'Italia per l'opera da essa compiuta. È con coscienza sicura che l'Italia chiede oggi che le venga attribuito il mandato su quel territorio per guidarne le genti alle più elevate forme di ordinamento civile e politico.

101 3 Con L.p. in pari data Sforza aggiungeva: «È ovvio che, qualora ella avesse la sensazione che costì si desideri non essere tenuti da parte in eventuali scambi di vedute a due sull'argomento, potrebbe senz'altro dichiarare che non soltanto non avremmo alcuna difficoltà a conversazioni ufficiose a tre, ma che anzi le auspicheremmo».

102 2 lbid, D. 745.

103

L'AMBASCIATORE A CITTÀ DEL MESSICO, PETRUCCI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. RISERVATO 93/23. Città del Messico, 12 gennaio 1948 (per. il 26).

Faccio seguito al mio telegramma n. 78 del 28 dicembre u.s. l.

In tale giorno, non avendo potuto essere ricevuto da questo ministro degli affari esteri, sig. Jaime Torres Bodet, né dal sottosegretario di Stato sig. Tello, perché entrambi assenti da questa città, feci visita al direttore generale degli affari politici, sig. Vicente Sanchez Gavito, al quale feci presente l'interesse nostro ad avere subito copia della relazione fatta dalla Commissione degli affari esteri al Senato e al Parlamento in merito al trattato di pace con l'Italia, nonché copia del decreto con cui ambo i rami del Parlamento avevano autorizzato il presidente della Repubblica ad accedere al trattato di pace con l'Italia.

Il predetto funzionario mi fece presente che i documenti stessi non erano pervenuti al Ministero degli affari esteri e che occorrevano alcuni giorni prima di poteme venire in possesso. Mi promise che mi avrebbe telefonato non appena possibile.

Lo stesso giorno 28 dicembre riuscii tuttavia ad avere, da un mio amico senatore, copia della relazione e del decreto predetto, che qui uniti invio2.

Ho atteso invano che da parte di questo Ministero degli esteri mi venisse fatta una comunicazione al riguardo. Ho potuto vedere or sono due giorni il sig. Torres Bodet, al quale ho detto che speravo che egli mi avrebbe convocato per essere informato della decisione presa da questo Parlamento in merito al trattato di pace. Egli si è scusato di non averlo già fatto ed ha aggiunto che per il momento era molto occupato ma che mi fissava già un appuntamento per martedì 20 corrente.

Come ho già parzialmente riferito col mio telespresso n. 2917/536 dell'ottobre u.s.3, a mio avviso, i passi da me fatti e le spiegazioni fomite a vari deputati e senatori, alcuni dei quali in stretto contatto col presidente della Repubblica, hanno accentuato quel certo imbarazzo in questi circoli ufficiali nei riguardi dell'applicazione delle clausole del trattato di pace (art. 76 e seguenti), ragione per cui è stata scelta una via dilatoria, quella di dare facoltà al presidente della repubblica di accedere al trattato di pace «quando lo crederà opportuno».

Significative sono state le dichiarazioni orali fattemi dal senatore Carlos Serrano, intimo del presidente, suo agente in seno al Parlamento e al Senato (fino all'inizio dell'attuale sessione egli era presidente della Commissione permanente del Congresso, ed alla di lui abilità si deve l'avere Parlamento e Senato approvato a vapore il nuovo bilancio, su cui ho riferito con i miei telespressi n. 46/15 dell'8 gennaio e n. 81/22 del l O gennaio2l, dichiarazioni di affidamento sulle intenzioni

103 I Vedi D. 50.

2 Non pubblicati.

3 Non pubblicato.

del presidente stesso e di personale attaccamento all'Italia, quelle del senatore L6pez Sanchez, presidente della Commissione per gli affari esteri, e quelle infine del senatore Moctezuma, il più influente e distinto nella Camera Alta, che mi ha dichiarato: «Noi non seguiremo nei riguardi dell'Italia una linea di condotta che sia meno amichevole di quella seguita dagli Stati Uniti».

Queste dichiarazioni ed affidamenti hanno naturalmente un valore relativo, tenuto conto della mentalità e delle abitudini locali, per cui i fatti corrispondono molto raramente alle parole.

A questo Ministero degli affari esteri si sta ora certamente studiando la maniera di uscire dalla situazione creatasi fra le pretese a suo tempo avanzate col memorandum sottomesso dalla delegazione messicana alla Conferenza di Parigi il 27 agosto 1946, e lo sviluppo avvenuto poi nel campo internazionale, per cui alcune clausole stesse del trattato di pace sono state o superate o attenuate dall' atteggiamento assunto da alcune fra le quattro Grandi Potenze firmatarie, prima fra tutte la grande Repubblica americana del Nord, la cui influenza in questo continente in generale e nel Messico in particolare è sempre fortissima.

Così stando le cose, ho creduto di non farmi parte diligente per una più sollecita adesione del Messico al trattato di pace e conseguente soluzione delle questioni pendenti fra i due Paesi, ma di lasciare che si maturi anche presso questo Ministero degli esteri, che fino ad oggi è apparso piuttosto intransigente, quello stato d'animo favorevole all'Italia che esiste già certamente nei circoli più vicini al presidente della Repubblica, che è diffuso in questo mondo parlamentare ed in questa opinione pubblica. Si tratta di trovare una formula che salvando gli interessi messicani possa soddisfare anche quelli italiani, ossia una via di compromesso, che, a mio avviso, dovrà consistere, come ho già a suo tempo riferito, nell'assorbire i reclami del Messico in sicure prospettive di avviamento sempre più efficiente di correnti commerciali fra i due Paesi, di collaborazione nostra nella industrializzazione e nella colonizzazione di questo Paese; tutte prospettive già iniziate, ed alcune anzi (la recente conclusa compensazione per un valore di tre milioni e duecentomila dollari fra zucchero e rayon, di cui al mio rapporto n. 3381/696 del 30 dicembre u.s.3) già in atto.

Necessiterà ad ogni modo fin da ora prepararsi da parte nostra alle trattative che seguiranno certamente l'atto formale di adesione al trattato di pace che dovrà pur dare questo presidente della Repubblica in omaggio alla autorizzazione avuta da questo Congresso.

A tal proposito sarebbe opportuno: l) che si affrettasse l'invio a questa ambasciata delle controproposte per un trattato di commercio già da me più volte sollecitato, da ultimo con il mio telegramma n. 2 dell' 8 gennaio3; 2) che si sollecitasse l'invio di un rappresentante degli armatori italiani interessati alle navi a suo tempo sequestrate dal Messico, rappresentante che (in via privata ho saputo) sarebbe il prof. Lefebvre d'Ovidio; 3) che la ditta Ansaldo, la quale è la maggiore interessata a causa delle tre petroliere a suo tempo ordinate da questo Governo, pagate da esso, e poi sequestrate dal nostro Governo, invii un suo rappresentante autorizzato a trattare, tanto

più che sono qui sul posto i rappresentanti dell 'ltal Rayon e della Montecatini, interessate per crediti privati sorti a causa dell'acquisto da parte di questo Governo delle merci che erano a bordo dei piroscafi italiani sequestrati.

104

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

T. URGENTE 398/23. Roma, 13 gennaio 1948, ore 22.

Notizie sinora pervenute da Eritrea relativamente lavori Commissione inchiesta e riferentesi comportamento autorità britanniche sono per noi motivo amarezza che non gioverebbe ai buoni rapporti fra i due Paesi il celare. Atti palese parzialità come divieti manifestazioni italofile, incoraggiamento a quelle filo-negussite, mancata repressione atti terroristici e intimidatori si sono susseguiti in varie località durante lavori Commissione. Sembra ora essere la volta della Somalia (vedi telespresso n. 147 del 13)1 dove il fronte manifestazioni pro Italia taluni sporadici elementi così detti giovani somali, che risulterebbero provenienti da Somaliland, provocano incidenti e atti intimidatori che polizia non dà prova voler seriamente reprimere.

Non pensiamo attribuirne responsabilità a Governo britannico, ma è chiaro che elementi inglesi locali militari e coloniali, forse credendo servire così interessi loro Paese, non ispirano loro azione a imparzialità e correttezza cui sarebbe lecito attendere dopo molti affidamenti avuti. Ne derivano reazioni nostra stampa non del tutto ingiustificate e una situazione di reciproco scontento che sarebbe invece conveniente evitare anche in relazione quanto riferito da V.E. con telegramma 11 del 9 u.s.2 cui rispondo dettagliatamente a parte3.

Ne intrattenga Foreign Office4.

105

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO

T. S.N.D. 437/16. Roma, 13 gennaio 1948, ore 21,35.

Suo telespresso 7/5 del 2 corrente!.

2 Vedi D. 88.

3 Vedi D. 112.

4 Per la risposta vedi D. 109.

Data la delicatezza delle questioni attualmente aperte fra Roma e Belgrado e tenuto presente nostro desiderio di dare ancora ogni possibile dimostrazione di buon volere verso il vicino orientale, è preferibile astenerci -almeno per ora dal fare passi aventi carattere comminatorio. Risultato si ripercuoterebbe fatalmente su tutti i problemi in esame fra i due Paesi, mentre una volta incamminati per tale via si rischierebbe evidentemente di dover andare fino in fondo.

S.V. pertanto vorrà limitarsi a presentare circostanziata nota che, elencando tutte le ragioni di lamentele da parte nostra, serva a fare il punto della situazione. Nel concludere la nota, che dovrà essere ferma ma non dura, S.V. metterà in luce ancora una volta nostra buona volontà ispirandosi a quanto prospettato nei due ultimi capoversi del telespresso ministeriale n. 5/2990 dell' 11 dicembre u.s.2.

La S.V. vorrà mandarmi copia della nota inviata3 e riferire sollecitamente reazioni jugoslave. Allora potremo riesaminare la situazione anche alla luce degli ulteriori sviluppi delle altre questioni in sospeso e dei lavori di delimitazione confini che hanno ripreso in questi giorni.

104 l Non rinvenuto.

105 l Vedi D. 65.

106

IL MINISTRO A MONTEVIDEO, ERRERA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 121/19. Montevideo, 13 gennaio 1948 (per. il 26).

Ho avuto modo di intrattenermi lungamente col nuovo ministro degli affari esteri in merito ai problemi che maggiormente ci interessano.

Il dott. Castellanos mi ha formalmente assicurato che continuerà la politica di stretta simpatia e di appoggio al nostro Paese che è stata seguita dai suoi predecessori. In particolare mi ha precisato che il Governo uruguayano sosterrà qualsiasi proposta intesa ad ottenere l'ammissione dell'Italia all'O.N.U., nonché la revisione del trattato di pace. «L'elevazione ad ambasciata della nostra rappresentanza diplomatica a Roma -ha proseguito -costituisce l 'indice più chiaro delle nostre intenzioni di favorire con ogni mezzo a nostra disposizione il risorgimento della nuova Italia democratica».

3 Vedi D.l7l,Allegato.

105 2 Non pubblicato. Nei due capoversi finali del telespresso in questione, Fransoni aveva dato a Martino istruzioni di comunicare a Velebit, in un prossimo incontro, le ancora buone disposizioni del Governo italiano a condizione del contemporaneo ritiro delle truppe jugoslave dai luoghi ove esse avevano sconfinato dopo gli accordi Cappa-Pehacek. In caso di accordo, avrebbe dovuto essere fissato l'elenco delle questioni da risolvere.

107

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 543/43. Wàshington, 14 gennaio 1948, ore 8,14 (per: ore 10,30 del15).

Dipartimento di Stato ha testé avuta comunicazione da Quai d'Orsay nota richiesta italiana circa consegna Francia unità navali a titolo «restituzione» anziché cessione imposta da trattato.

Dipartimento mi informa che U.S.A. sono favorevoli nostra richiesta e mi assicura confidenzialmente che viene telegrafato oggi ambasciatore americano Parigi appoggiarla mentre anche questa ambasciata d'Inghilterra viene interessata intervenire alruopo presso Foreign Officel.

108

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'OSSERVATORE PRESSO L'O.N.U., MASCIA

T. 454/31. Roma, 14 gennaio 1948, ore 16,45.

Mio 22.

Ministro Jugoslavia ha comunicato verbalmente ieri sera rigetto suo Governo ultimi due candidati da noi proposti per carica governatore Trieste riconoscendo che, in tal modo, conversazioni dirette italo-jugoslave non hanno portato alcun risultato.

Prego la S.V. comunicare quanto precede Segretariato O.N.U. informando WashingtonJ.

109

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 518/26. Londra, 14 gennaio 1948, ore 21,35 (pe1: ore 8 del 15).

Secondo istruzioni V.E.l e come riferitole telefonicamente, ho ripetuto al Fo

2 Del!' Il gennaio, con esso Sforza incaricava Mascia di comunicare al Segretariato dell'O.N.U. le varie fasi degli scambi di opinioni con Belgrado circa i candidati alla nomina di governatore di Trieste, di cui ai DD. 40 e 59.

3 Con T. 574/4 del 15 gennaio Mascia assicurava di aver effetruato il passo prescrittogli.

reign Office vive rimostranze e deplorazione espresse a Ward da V.E. in relazione incidenti in Somalia, insistendo particolarmente su necessità che da parte autorità responsabili sia assicurata completa protezione interessi italiani e si evitasse che voluti disordini potessero limitare piena libertà espressione vari gruppi in quel territorio. Ho inoltre sottolineato opportunità di una comune rigorosa inchiesta per accertare responsabilità e provare all'opinione pubblica italiana che in una circostanza alla quale attribuivamo massima gravità avevamo incontrato sincera obiettività inglese.

Charles, con cui ho parlato in assenza di Bevin e di Sargent in attesa di poter riprendere l'argomento con quest'ultimo, ha tenuto a dichiararmi che Foreign Office era stato dolorosamente colpito dai deplorevoli fatti di Mogadiscio che attribuiva non certo a parzialità delle autorità del luogo ma alla intemperanza di animi accesi da dimostrazioni e dalla violenza di elementi irresponsabili. Mi ha quindi dato visione prima relazione ufficiale qui pervenuta dalla quale risulta, oltre alla versione degli incidenti quale è riportata dalle agenzie telegrafiche inglesi, che autorità militari Somalia hanno adottato seguenti misure: campo di evacuazione per italiani; coprifuoco; proibizione cortei e bandiere e gruppi più di cinque persone; arresto «istigatori» sia italiani che somali.

Mi ha mostrato infine un telegramma del Comando britannico al Cairo che chiede si assicuri Governo italiano che autorità militari britanniche hanno preso ogni necessaria misura per ristabilire ordine e prega in pari tempo «sia posto termine ai tendenziosi resoconti dati dalla stampa italiana agli incidenti».

l07 l Per il seguito vedi D. 130.

l08 l Ritrasmesso a Londra, Parigi e Belgrado con T. s.n.d. 455/c. in pari data.

109 l Vedi D. 104.

110

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO

T. S.N.D. 481/19. Roma, 14 gennaio 1948, ore 23.

Ricevuto ministro di Jugoslavia che parte stasera in breve visita Belgrado 1 .

Gli ho detto che malgrado esito negativo dei contatti pel governatore credevo dovevamo continuare a parlare e gli ho consigliato favorire un accordo per la pesca nel quale noi sapevamo dover offrire dei compensi2.

Poiché egli lamentava vari episodi provanti secondo lui cattiva volontà italiana gli ho citato la violazione delle promesse di Tito circa frontiera3 e gli ho rivelato che appunto per non inasprire una situazione che i nostri comunisti volevano avvelenare ho tenuto nascosto il fatto che mentre Belgrado ci offriva candidati per Trieste si pubblicava costà una legge croata dichiarante nel preambolo che

2 Vedi serie decima, vol. VI, DD. 768, 796 e 808.

3 Ibid., D. 489.

Trieste deve essere jugoslava. «Credo -gli dissi -che solo ministro che ama pace come me ed è indifferente insulti come me poteva resistere tentazione schiacciare con quel documento i suoi avversari».

Consigliai ministro ricordarsi a Belgrado che un buon rappresentante deve far capire le cose anche al proprio Governo ed egli aderì credo con sincerità.

110 l Vedi D. 42.

111

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

TELESPR. 554/07. Roma, 14 gennaio 1948.

Qui unito trasmetto a V.E. per suo opportuno orientamento copia di una comunicazione dell'ambasciata a Londra relativa ad un colloquio Charles-Gallarati Scottil, e copia di un te l espresso di istruzioni diretto sullo stesso argomento all'ambasciata a Washington2.

Sembra opportuno che, riprendendo col Quai d'Orsay l'esame della questione anche in relazione a precedenti conversazioni (suo telegramma 0179)3, ella si esprima costì nello stesso senso delle istruzioni dirette all'ambasciatore Tarchiani affinché i Governi francese e nordamericano cerchino congiuntamente di indurre il Foreign Office ad una più serena valutazione del problema e a riconoscere la necessità, nell'interesse generale della collaborazione europea, di dare soddisfazione alle legittime aspettative della pubblica opinione italiana e alle nostre reali necessità demografiche ed economiche. Il non venire incontro a tali aspettative creerebbe una nuova ragione di amarezza e rancore ed un facile motivo di propaganda ed avversione verso la Gran Bretagna e gli Alleati in genere, che avrebbe evidenti riflessi anche di ordine politico interno. Le ragioni addotte sinora dalla Gran Bretagna per ricusarsi ad una franca ed amichevole conversazione sull'argomento, se pure teoricamente inattaccabili in quanto discendono dal presupposto che la questione non è italo-inglese, ma interessa da un lato i Quattro e dall'altro l'Italia e altri Paesi ed organismi internazionali quali l'Egitto, l'Etiopia, la Lega araba ed eventualmente l'O.N.U., hanno perduto in pratica notevolmente il proprio valore dopo il fallimento della Conferenza di Londra e l 'evidente scarsa prospettiva di una possibilità di accordo fra i Quattro sulla questione coloniale. Le stesse preoccupazioni britanniche di favorire una soluzione araba ed etiopica di tale problema a danno dell'Italia dovrebbero apparire superate ove si tenga presente lo scarso affidamento che può farsi sulla riconoscenza dei Paesi arabi del Medio Oriente (vedi atteggiamento egiziano nonostante le concessioni consentite dall'Inghilterra

Ili I Vedi DD. 30 e 88.

2 Vedi D. 101.

3 Vedi serie decima, vol. VI, D. 784.

e dalla stessa Etiopia i cui rapporti con la Gran Bretagna sono andati continuamente peggiorando). Se volessimo metterei in gara con il Foreign Office nell'intento di accattivarci le simpatie dei popoli arabi, il compito ci sarebbe assai facile. Talune eminenti persone e taluni ambienti, scontando perduta la partita, cercano infatti di influire in tal senso sul Governo ed un simile indirizzo politico, che riconosca apertamente e propugni l'indipendenza per tutte le colonie, protettorati, ecc. e l'abolizione di qualsiasi vincolo fra di essi e le potenze coloniali, potrebbe essere da noi adottato con assai minori rischi di quelli che esso non comporterebbe per la ·stessa Inghilterra (e la Francia).

Riteniamo tuttavia che una soluzione conforme ai principi di solidarietà europea e concordata fra le Potenze su cui per la loro posizione geografica ricade la responsabilità del mantenimento della pace del Mediterraneo, sia la meglio indicata per la soluzione di tale questione nell'interesse comune. E a tale direttiva intendiamo per ora attenerci. Confidiamo che essa sia condivisa da codesto Governo e che esso vorrà assisterci nel darvi pratica applicazione4 .

112

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

L. 168 SEGR. POL. Roma, 14 gennaio 1948.

Le informazioni contenute nel suo telegramma del 9 gennaio 1 , se quanto dettole da Charles risponde al pensiero del Foreign Office, meritano la maggiore attenzione in quanto esse lascerebbero intravvedere per la prima volta la possibilità di contatti più consistenti di quelli sinora avuti da Cerulli e che ebbero semplice portata illustrativa. Sotto questo aspetto quindi converrebbe approfondire le reali intenzioni del Governo britannico e spingerlo su quella via alla ricerca, con noi, ed eventualmente d'accordo col Governo di Washington, di una soluzione concordata del problema coloniale.

Come le è noto l'atteggiamento del Foreign Office in merito a tale possibilità è sinora stato negativo con la motivazione, formalmente ineccepibile, che non si tratta di una questione italo-inglese soltanto, ma di una questione che interessa da un lato i Quattro e dali' altro il nostro ed altri Paesi.

Senonché l'evolversi della situazione generale e l'esperienza che deriva dalla recente Conferenza di Londra fanno apparire la possibilità di un accordo fra i Quattro sulla questione coloniale come assai remoto, e ciò dovrebbe poter indurre il Governo britannico a rivedere il proprio atteggiamento. Così pure le preoccupazioni derivanti dai rapporti fra l'Inghilterra, i Paesi arabi e l'Etiopia, non dovreb-

III 4 Per la risposta di Quaroni vedi D. 217. 112 I Vedi D. 88.

bero far troppo velo alla convenienza di evitare di provocare nuove amarezze e inevitabili rancori nell'opinione pubblica italiana che in tutti i suoi settori appare ed è veramente sensibile a questa questione. Non sembra infatti, dalle manifestazioni che si svolgono nel Medio Oriente e dalle difficoltà nei rapporti anglo-etiopici, che Londra possa fare sulla riconoscenza di quei Paesi più sicuro affidamento che non su di una collaborazione con l'Italia nella soluzione dei problemi mediterranei e africani di comune interesse. Che se poi si dovesse effettivamente tenere all'ipotetica amicizia di quei Paesi più che a quella con l'Italia, non sarebbe difficile a noi -in gara di accaparramento di simpatie -fare della surenchère e schierarci per l'indipendenza di tutte le colonie nostre ed altrui. Non saremmo noi a sostenere le più onerose spese di una tale politica.

Non le nascondo, e non dobbiamo nascondere all'amico Governo britannico, che vi sono talune correnti in Italia le quali, considerando la partita perduta per l'opposizione inglese, premono in questo senso. Riteniamo tuttavia che una soluzione conforme ai principi di solidarietà europea e concordata fra i Paesi sui quali ricade la responsabilità del mantenimento della pace e del progresso della civiltà nel Mediterraneo, sia la meglio indicata nel comune interesse, e a tale direttiva intendiamo ancora attenerci.

Dopo la visita in Somalia la Commissione d'inchiesta si recherà in Libia e anche in vista di ciò un sincero scambio di idee e una conoscenza dei reciproci propositi sarebbe estremamente utile onde averne possibilmente conto nella redazione della memoria che dovremo redigere in tale occasione.

Ella vorrà valersi delle suesposte argomentazioni nel proseguire e nell'approfondire le conversazioni con Charles e riferirrni poi quali possibilità vi siano per una più proficua presa di contatto2.

113

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AGLI AMBASCIATORI A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, E A PARIGI, QUARONI

T. 504/25 (Londra) 31 (Parigi). Roma, 15 gennaio 1948, ore 15.

Eccidio Mogadiscio stigmatizzato unanimemente questa stampa che evidenzia altresì messaggio De Gasperi a sindaco Mogadiscio e dichiarazioni Terracini a nome Costituente. Financo on. Calosso sempre entusiasta di quanto è britannico attribuisce in suo editorile responsabilità ad inettitudine casta militare britannica coloniale. Naturalmente Unità leggevi incapacità Palazzo Chigi tutelare interessi italiani.

112 2 Vedi D. 148.

114

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI. AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 567/28. Londra, 15 gennaio 1948, ore 20,20 (per. ore 4 del 16).

Telegramma ministeriale 552 del 13 dicembre!.

In seguito mio nuovo intervento circa stabilimento relazioni diplomatiche fra due Paesi, questo alto commissario Pakistan ha assicurato che riprenderà subito questione e mi comunicherà non appena possibile risposta suo ministro esteri il quale trovasi attualmente Lake Success per controversia Kashmir.

Personalmente alto commissario mi è apparso orientato verso soluzione analoga a quella prevista per India e ne ho tratto occasione per indicargli sin d'ora nome Assettati.

115

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA (I)

L. SEGRETA PERSONALE. Washington, 15 gennaio 1948.

Mi consenta di sottrarle con questa mia un po' del suo tempo, ma l'argomento è molto importante: la saldezza dei rapporti tra Italia e Stati Uniti e l'opportunità di renderli, per quanto possibile, sempre più efficienti.

In un telegramma del settembre scorso2, Quaroni accennò al mutamento di rotta filoamericana del Quai d'Orsay ed al proposito di Bidault di far diventare la Francia la «figlia prediletta degli Stati Uniti», cercando di soppiantarci nella posizione che ci eravamo gradatamente acquistata nelle simpatie americane. Le induzioni del nostro ambasciatore a Parigi erano indubbiamente esatte.

Del resto anche gli inglesi, secondo confidenze di amici dello State Department, frequentemente rilevano con gli americani un asserito trattamento di preferenza fatto a noi, lamentando pretese trascuranze nei loro confronti. Dello sforzo che gli inglesi stanno compiendo qui in tutti i campi per riacquistare l'antica influenza predominante, è un'eloquente riprova la notizia (non ancora ufficiale) dell'invio quale ambasciatore di Lord Mountbatten.

Quest'azione francese ed inglese è ben naturale e, normalmente, non dovremmo trame motivo di egoistiche apprensioni, ma solo, a nostra volta, il proposito

115 l [n Archivio Sforza, Strasburgo. 2 Vedi serie decima, vol. VI, D. 463.

di approfondire, cementare, mantenere cordialissimi i rapporti con gli Stati Uniti, garantendoli da qualsiasi offuscamento od incrinatura. Senonchè in queste ultime settimane, alcuni fatti, ciascuno dei quali, preso isolatamente, potrebbe essere di per sè trascurabile -oltre avere giustificazione dal punto di vista di nostri limitati interessi e dell'attuale nostra situazione specie interna-hanno cominciato a creare qualche reazione in alcuni ambienti governativi americani, provocando anche sorpresa in qualche settore di opinione pubblica. In particolare cito:

l) La posizione assunta dalla nostra delegazione al Congresso I.C.A.O. di Ginevra per l'aviazione civile, che sarebbe stata in assoluto contrasto con quella americana. L'assistente segretario di Stato Norton è qui tornato irritatissimo contro i nostri delegati, la cui attività avrebbe contribuito a porre in minoranza gli Stati Uniti, appoggiati questi fedelmente da Inghilterra e Francia («gli Alleati dell' America», come ha amaramente rilevato qualche nostro amico dello State Department). Norton ha espresso a questo Governo la sua più viva sorpresa, specie pel fatto che egli stesso si era impegnato a fondo per la nostra ammissione all'I.C.A.O., sostenendo che senza l'appoggio americano questa non avrebbe avuto luogo e deplorando che alla prima nostra partecipazione con diritto di voto ad un convegno di tale organizzazione, ci eravamo associati all'opposizione alle tesi americane, senza _neanche informare prima amichevolmente di nostri fondamentali interessi in con

trasto con quelli americani.

La sorpresa ed il risentimento di Norton furono qui un po' calmate dalle as

sicurazioni avute da Roma che tenevamo moltissimo a negoziare e concludere per

prima una convenzione aeronautica cogli Stati Uniti. Furono per contro rinfocola

te in pieno dalla notizia della conclusione dell'accordo bilaterale coll'Argentina,

basato su principi in netta contraddizione coi postulati americani. Da ciò la prote

sta rivoltami da Armour, presente N orto n, da me riassunta nel telegramma n. 18

del 6 corrente3.

2) Una certa sorpresa di questi ambienti governativi, dei circoli giornalistici

etc. -e specialmente del Dipartimento -per le reazioni «tiepide» e le preoccu

pazioni di nostri ambienti responsabili e di organi della stampa italiana non di

estrema sinistra, nei confronti della dichiarazione Truman sull'Italia del 13 dicem

bre4 , della gonfiata questione dei «Marines» e minori dettagli.

Per parte mia, mi sono attivamente adoperato e mi adopero a chiarire in ogni

modo negli ambienti da cui provengono questi rilievi, la nostra attuale delicatissi

ma situazione interna. Spiego loro instancabilmente come le manifestazioni varie

destinate alla nostra stampa tendano esclusivamente a chiarire nel senso migliore

alla opinione pubblica italiana le iniziative degli Stati Uniti nei riguardi del nostro

Paese e, quindi, come queste manifestazioni, puramente esteriori e formali, non

intacchino affatto i reali sentimenti di gratitudine del Governo e dei circoli diri

genti verso l 'interessamento di questo grande Paese amico. Gli è che gli Stati

Uniti, bruciando le tappe, stanno facendo in questo turbato periodo il loro affret

tato tirocinio di grandissima Potenza. Si aggiungano i clamori sensazionali che

115 3 Non pubblicato. 4 Vedi serie decima, vol. VI, D. 805.

hanno sempre caratterizzato la stampa americana. Ne deriva in questi ambienti di Governo e d'opinione pubblica una esagerata suscettibilità, forse maggiore di quella del nostro popolo, pur giustamente acuita dai dolorosi eventi degli ultimi anni; e facili delusioni ed improvvisi risentimenti. Queste attuali caratteristiche degli Stati Uniti sono purtroppo quello che sono, e non possono essere mutate, tanto più che le altre Potenze -Inghilterra e Francia in prima fila -sono qui pronte a contendersi il favore di questo Governo ed a trarre profitto da ogni oscillazione.

Con la mia lunga devozione ed uso di franchezza verso di lei, ho ritenuto necessario intrattenerla piuttosto diffusamente di questi episodi, ripeto di per sé stessi trascurabili ove, beninteso, si possa evitarne, per quanto fattibile, dei nuovi. Non dubito che a lei non mancherà l'occasione di mettere un po' di balsamo su queste pur lievi irritazioni dell'amor proprio americano.

Anche sotto questo aspetto penso che una sua visita qui, nei prossimi mesi, sarebbe molto vantaggiosa. In proposito mi è sembrato opportuno iniziare in questi giorni dei cauti sondaggi con lo S.D. per trame qualche formula non ufficiale -che sembrerebbe attualmente la più conveniente -in cui inserire dei suoi contatti con i dirigenti di questo Paese.

Le sarò molto grato per le direttive che ella ritenesse di darmi circa gli argomenti di questa mia5.

114 l Non pubblicato, ma vedi serie decima, vol. VI, D. 802.

116

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

T. S.N.D. 558/31'. Roma, 16 gennaio 1948, ore 10,45.

È oggetto di generale stupore il fatto che non sia stato permesso da Mogadiscio alcun telegramma privato alle famiglie che assediano Palazzo Chigi. Ciò può significare che le autorità militari britanniche in Somalia temono luce e che comunque non sono all'altezza situazione. È sempre più evidente che esse non possiedono né serenità né autorità sufficienti per inchiesta sull'orribile eccidio. Se si vuole rassicurare animi in Italia occorre che almeno un autorevole italiano, per esempio console Nairobi, faccia parte inchiesta.

VE. faccia subito sentire codesto Governo che noi teniamo anche e soprattutto a una inchiesta serena con sanzioni adeguate per garantire sempre maggiore sviluppo intimità itala-britannica.

115 s Tarchiani aggiunse a mano gli ultimi due capoversi. Per la risposta di Sforza vedi D. 209.

129. Con T. 758/65 del 19 gennaio Quaroni riferiva di essersi espresso al Quai d'Orsay secondo le istruzioni ricevute.

Codesto Governo dovrebbe seriamente pensare alle molte imprevedibili conseguenze di un nostro appello al Consiglio di sicurezza che da molte parti già mi si chiede.

Io non lo desidero per gravi ragioni fra cui quella che se non ho alcuna fiducia nelle screditate autorità locali ho fiducia nel Governo di Londra. Ma altri se non noi può mettere in moto i Quattro mentre noi preferiamo contare su rapide decisive sanzioni che onorerebbero Gran Bretagna2.

116 l Con T. s.n.d. 529/35 (Parigi) 21 (Washington) in pari data Sforza trasmetteva il presente telegramma con le seguenti istruzioni: «Dica costì della nostra dolorosa sorpresa e delle nostre preoccupazioni quanto è più opportuno. Circa le nostre preoccupazioni per possibili sviluppi intervento del Consiglio di sicurezza ella ne tocchi con la dovuta leggerezza». Per la risposta di Tarchiani vedi D.

117

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. Roma, 16 gennaio 1948, ore 12.

Ho intrattenuto l'ambasciatore d'Inghilterra sull'eccidio di Mogadiscio, dettagliatamente, secondo le istruzioni di VE. Gli ho dato poi lettura, dicendo che però commettevo una indiscrezione assumendone personalmente la responsabilità, del telegramma inviato a Gallarati Scotti 1• Mallet ha ascoltato la lettura, ed ha anche preso qualche appunto, col più vivo manifesto interessamento. Ha poi commentato dicendo che si rendeva perfettamente conto di quanto era espresso nel telegramma di cui rilevava senz'altro la larghezza di vedute (ultima parte) e, sostanzialmente, lo spirito di amicizia verso l 'Inghilterra che in esso era diffuso.

Mi ha comunicato che Londra avrebbe già stabilito di invitare il console italiano come osservatore nell'inchiesta che deve essere fatta a Mogadiscio. Gli ho detto che il console italiano «deve prendere parte all'inchiesta» e non essere lasciato più o meno da parte, e che ---come è giusto, indispensabile -l 'inchiesta deve essere severa, completa, approfondita e portare alle più complete ed immediate sanzioni.

Mallet si propone, mi ha assicurato, di telegrafare immediatamente a Londra.

Personalmente ha espresso la più viva simpatia per l'accaduto.

Passando ad altro argomento, mi ha comunicato che oggi nel pomeriggio farà pervenire al nostro Ministero la nota che il Foreign Office ha redatto in risposta alle accuse fatte da Belgrado all'Amministrazione alleata a Trieste. Ha detto che la nota è redatta in modo esauriente ed energico e prega che la nostra stampa le dia rilievo con qualche opportuno commento (anche a questo punto gli ho fatto rilevare quanto malaugurato sia l'incidente di Mogadiscio).

La nota in parola sarà pubblicata a Londra stasera alle 18 e può quindi essere pubblicata anche qui.

117 I Vedi D. 116.

PS. Parlando di Mogadiscio gli ho fatto presente quanto mi ha detto V.E. circa la parte che nel discorso di Napoli era riservava all'Inghilterra e che, per necessità di cose, deve ora subire qualche ritoccoz. Di questo Mallet si è mostrato molto dolente.

116 2 Per la risposta vedi D. 121.

118

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 605/40-41-42. Parigi, 16 gennaio 1948, ore 18,02 (per. ore 9,25 del 17).

Comunicando Governo francese che noi eravamo disposti accedere sua richiesta consegna immediata navi Eritrea e Tarvisio ho presentato nostra proposta (avvertendo che la comunicavo solo in via preliminare poiché ne volevo trattare con Bidault) e cioè Francia rinuncia sua parte flotta italiana e noi le diamo lo stesso quantitativo a titolo restituzione.

Come d'accordo ho detto che questa proposta veniva avanzata da noi allo scopo togliere a questione flotta speciale carattere odiosità che poteva ricadere su Francia dopo rinuncia inglese e americana: ossia come un atto molto amichevole verso Francia quale esso era infatti.

Trattando con Couve nota questione frontiera esauriti altri argomenti, gli ho fatto osservare che qualche minore rettifica a tracciato frontiera era stata accettata da Francia allo scopo diminuire tensione provocata fra i due Paesi da infelici rivendicazioni francesi: ora francesi sotto specioso pretesto si rimangiavano circa terzo concessioni fatteci e soprattutto si riprendevano unica località abitata della cui cessione si sarebbe potuto fare menzione: questa maniera di procedere avrebbe provocato forte reazione da parte di quegli ambienti, pochi ma influenti, che erano al corrente delle trattative. Trattandosi territorio loro attribuito da trattato, francesi sono padroni darcelo o non darcelo: se però dopo mia precisa segnalazione francesi si rifiutavano o rivedere loro decisione, o compensare territorio Libri con altro equivalente, noi dovevamo dedurne che essi si infischiavano ripercussioni loro modo procedere su opinione pubblica italiana e trarre necessarie conseguenze questa loro presa posizione.

In colloquio che dovrò avere in questi giorni con Bidault propongomi ripetere con necessaria grazia questo argomento che è in sostanza unico argomento che noi possiamo far valere in questo negoziato sui generis: e mi proponevo di aggiungere che nostre proposte in merito flotta (inclusa consegna immediata due navi) era stata da noi avanzata appunto in vista creare nuovi moventi psicologici rapporti italafrancesi: essa era stata fatta nella supposizione che Governo francese da parte sua

fosse animato da stesse intenzioni: di fronte suo atteggiamento questione frontiera era lecito nostro dubbio se parte francese fosse animata da stessi sentimenti: dovevo quindi considerare nostre proposte come «sospese» fino a che non fosse più chiaro atteggiamento francese.

A mia impressione amministrazione francese è venuta conclusione che noi teniamo tanto riavvicinamento franco-italiano, ivi compresa Unione doganale, che in materia esecuzione trattato pace essi possono permettersi tutte le piccinerie proprie a loro spirito: data non facile situazione Governo, come ho già riferito, è attualmente assai difficile ottenere da parte ambiente politico, effettivamente assai più comprensivo, continuità pressione che sarebbe necessaria per modificare atteggiamento amministrazione. Riterrei quindi opportuno approfittare questa occasione per mostrare ai francesi che, pur essendo pronti in tutto complesso rapporti italafrancesi mostrarci più intelligenti di loro, non siamo disposti a che riavvicinamento diventi soltanto monologo nostro.

Penso che questo nostro atteggiamento può avere suo effetto nel complesso benefico: ma si comprende come reazioni dell'altra parte possono essere previste solo entro certi limiti: se esso non ha effetto subito esso può richiedere da parte nostra un certo periodo riserbo. Prima di farlo desidererei quindi conoscere se ella concorda1•

117 2 Per il testo del discorso tenuto da Sforza a Napoli il 17 gennario cfr. «Relazioni internazionali», a. XII (1948), n. 4, pp. 56-58.

119

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 623/43. Parigi, 16 gennaio 1948, ore 18,55 (per. ore 9,25 del 17).

Alphand mi ha detto che, in vista del «consiglio» americano soprassedere convocazione Conferenza Sedici, due Governi hanno ritenuto utile iniziare in suo luogo consultazione degli altri Governi partecipanti. Istruzioni partono oggi codesto ambasciatore Francia domandare Governo italiano voler ricevere a questo scopo piccola delegazione franco-britannica essendo stato deciso cominciare consultazioni da Roma. Per parte francese delegazione sarà composta Marjolin e Serreules segretario generale Conferenza.

Scopo consultazione è: l) invitare Governi partecipanti fare pubblica dichiarazione di quello che essi hanno fatto in questi mesi per riordinare loro situazione economico-finanziaria e per promuovere loro piani produzione secondo linee più o meno concordate in sede Conferenza Parigi. Francia, mi ha detto a titolo di esempio, conta spiegare piano Mayer sia provvedimenti già adottati che provvedimenti in corso di studio e elencare quello che ha fatto per stimolare produzione agricola;

118 I Per la risposta vedi D. 137.

2) studiare con singoli Governi quello che essi sono disposti a fare individualmente e collettivamente per dare carattere organizzazione permanente a Comitato europeo piano Marshall; mi ha aggiunto che su questo punto pure avendo trovato inglesi meno negativi di quanto essi fossero qualche tempo addietro essi restano sempre in fondo restii: è questa una delle ragioni per cui ha insistito che consultazioni comincino da Roma sapendo che noi condividiamo pensiero francese sull'argomento e conta su nostro appoggio per esercitare opera persuasione su inglesi;

3) fare atto di tutto quello che sarà stato fatto sul piano concreto per collaborazione europea sul tipo accordo pagamenti Conferenza mano d'opera, Conferenza doganale europea e in particolare Unione doganale italo-francese'.

120

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 619/29. Londra, 16 gennaio 1948, ore 20,20 (per. ore 5 del 17).

Trasmetto seguente telegramma del ministro Grazzi: «Suo 18'. Essendo Alphand rimasto qui un solo giorno non abbiamo potuto in contrarci.

Soprattutto dopo quanto da lui esposto ad ambasciatore Parigi sembra opportuno che venga concordata prima nostra andata a Bruxelles linea condotta francoitaliana circa nostro progetto unione nel quadro Conferenza europea.

A me pare che anche per tener conto proposte Alphand circa passi da compiere presso Governi Benelux miglior cosa sarebbe consegnare Conferenza ed illustrare rapporto commissione mista ai fini eventuale loro futura adesione.

Ciò corrisponderebbe, del resto, a intendimenti recentemente manifestati tanto da americani quanto da franco-inglesi di documentare quello che è stato finora raggiunto nel campo pratica cooperazione europea. Altrimenti rischiamo che con azione più o meno diretta della Gran Bretagna e forse della stessa Francia nostro progetto venga insabbiato in interminabili studi doganali, specialmente dopo conversazioni in corso sui rapporti franco-inglesi fra Cripps e ministro francese Mayer.

Prego V.E. considerare opportunità inviare istruzioni ambasciatore Parigi concordare fin d'ora con quel Governo atteggiamento comune due delegazioni, in modo che io possa esserne edotto allorché passerò colà recarmi Bruxelles».

119 l Con T. 647/36 (Londra) 44 (Parigi) del 18 gennaio Fransoni rispondeva: «Concordiamo pienamente nel modo di procedere consultazioni per preparare lavori futura Conferenza. Accoglieremo perciò con piacere delegazione franco-britannica».

120 l Vedi D. 98, nota l.

121

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 618/35. Londra, 16 gennaio 1948, ore 20,20 (per. ore 4 del 17).

Mio 261.

Ho oggi intrattenuto lungamente Sargent sulle reazioni italiane ai fatti di Mogadiscio esponendogli considerazioni di cui al telegramma di V.E. 3 12 e mettendolo al corrente del contenuto telegramma 253.

Sargent ha mostrato rendersi pienamente conto della gravità dell'incidente e dei suoi possibili riflessi su nostre relazioni di cui mi ha riconfermato importanzaper la pace in questo momento, deplorando che autorità locali evidentemente sorprese non abbiano potuto prendere in tempo misure necessarie per evitare così dolorosi turbamenti dell'ordine. Mi ha però espresso rammarico che in opinione pubblica italiana e anche in sfere governative sia diffuso sospetto che da parte inglese non si voglia affrontare inchiesta sul grave incidente con schietto desiderio che luce intera sia fatta. A dimostrare il contrario egli mi ha subito annunziato che domanda V.E.4 da me trasmessa l'altro giorno a Sir Noel Charles circa partecipazione alla inchiesta del console italiano a Nairobi, era stata accettata e mi lesse telegrammi di istruzioni in proposito. Egli sperava che tale accettazione sarebbe stata debitamente valutata da Governo e opinione pubblica italiana come evidente segno della migliore buona volontà inglese.

Mi ha poi fatto comprendere che egli aveva accolto sin dall'inizio con molta preoccupazione decisione dell'invio Commissione quadripartita nelle nostre colonie prevedendo che suo arrivo non avrebbe mancato eccitare gli animi e intorbidare le acque a vantaggio di chi desidera profittare di simili situazioni per rendere più difficili in questo momento i nostri rapporti; mentre d'altra parte risultati del viaggio non avrebbero potuto che essere secondari per il fatto che decisioni sostanza sul futuro dei territori avrebbero potuto essere adottate solo su più alto livello e in ben altra prospettiva. E ancora più chiaramente che non lo avesse fatto Char1es mi ha ripetutO' che propaganda e agitazioni provocate da elementi irresponsabili non avevano alcun valore persuasivo e non miglioravano la nostra posizione nelle rivendicazioni nostri diritti in Africa.

122

IL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 617/12. Atene, 16 gennaio 1948, ore 20,30 (per. ore 3 del 17).

Seguito mio telegramma per corriere n. O11.

2 Vedi D. 116.

3 Vedi D. 113.

4 Vedi D. 116.

122 I Del 9 gennaio, con il quale Prina Ricotti aveva riferito circa la prossima missione a Roma del

ministro Argiropulos nel quadro della ricerca di intese per una collaborazione economica italo-greca.

Argiropulos dopo colloqui da lui oggi avuti con i due ministri economia e coordinamento Varvutis e Stephanopulos mi ha specificato che istruzioni ricevute sono durante suo breve soggiorno romano prendete rapidi contatti per appurare nostre intenzioni terreno collaborazione e coordinamento economico e quindi riferirà Atene scopo orientare susseguentemente invio delegazione greca per più ampie trattative nelle quali dovrebbero essere comprese riparazioni. Per quanto concerne queste ultime attiro attenzione su nuovo elemento intervenuto con recente passo 2.mericano di cui al mio telegramma n. 92.

Mi sono limitato intrattenere Argiropulos su orizzonti circoscritti industria e commercio ignorando completamente merito riparazioni che dissi riguardare direttamente trattato di pace3.

121 l Vedi D. 109.

123

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI

L. 44/01554/10. Roma, 16 gennaio 1948.

Rispondo alla sua del 21 dicembre u.s.I.

Lo sviluppo delle relazioni italo-ellenniche, sotto forma di un'attiva partecipazione italiana, nel quadro dell'assistenza americana, alla ricostruzione greca, può essere un obiettivo per noi estremamente desiderabile. È pertanto con vivo compiacimento che ho notato le buone disposizioni al riguardo del Governo greco, disposizioni che ella riconferma ancora con il suo telegramma del 9 corrente2, relativo alla prossima visita a Roma del ministro Argiropulos. In questo senso abbiamo da tempo cercato di interessare gli americani, facendo loro presenti i vantaggi che una simile collaborazione avrebbe recato ali 'andamento generale del processo ricostruttivo europeo.

In un lungo dispaccio che le viene riferito a parte la nostra ambasciata dà atto della comprensione degli americani per tali nostre vedute. Senonché, per il momento almeno -dicono gli americani -l'assistenza concessa dal Congresso alla Grecia non offre per spese di carattere civile margini sufficienti a sviluppare un programma del genere di quello da noi auspicato. Occorrerà pertanto attendere

3 Con T. 697/13 del 17 gennaio Prina Ricotti aggiungeva che Argiropulos era stato incaricato di toccare anche il tema delle riparazioni, nell'ipotesi che la Grecia potesse, mediante accordi bilaterali, ottenere un pagamento parziale prima del termine biennale stabilito dal trattato. Per la risposta vedi

D. 138.

123 I ~on rinvenuta, ma vedi D. 6. 2 Vedi D. 122, nota l.

che il Congresso approvi il piano Marshall e allora, entro i limiti dei fondi che verranno assegnati specificamente alla Grecia, la nostra proposta verrà favorevolmente considerata.

Nulla vieta intanto che l'argomento continui a fare oggetto di uno studio accurato da parte dei Governi italiano e greco.

Stiamo già predisponendo degli schemi concreti. I contatti che il signor Argiropulos si propone di avere a Roma3 riusciranno dunque molto utili, anche se dovranno avere per ora carattere preliminare.

Per quanto riguarda l'atteggiamento della missione americana in Grecia, sembra da attendersi a seguito del nostro passo maggior comprensione nei nostri riguardi.

122 2 Del 14 gennaio, riferiva circa il passo effettuato da Raukin e Griswold presso Tsaldaris a proposito della questione delle motonavi Saturnia e Vulcania, al fine di ottenere che il Governo greco desistesse da «assurde questioni prestigio» per ricercare invece «accordi immediati e realistici reciproco interesse due paesi mediterranei».

124

L'AMBASCIATORE A LIMA, CICCONARDI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 138/41. Lima, 16 gennaio 1948'.

Mio telespresso n. 42/13 del 7 gennaio corrente2.

Nel telespresso in margine indicato ho riferito circa due indicazioni fornitemi dal ministro degli affari esteri, dr. Garcia Sayàn, in rapporto alle località, cui potrebbe avviarsi una nostra immigrazione in massa in questo Paese.

La prima si riferisce all'immigrazione di tecnici ed operai nella valle del Santa; la seconda all'immigrazione di agricoltori e contadini nelle «Pampas de Majes». Sull'una e sull'altra il dr. Antonello Gerbi, capo dell'Ufficio Studi del «Bando de Crédito del Perù» mi ha fornito dei dati e degli elementi con l'accluso rapporto3.

Da tali dati si può desumere che la centrale idroelettrica del Rio Santa non potrà entrare in funzione prima del 1950-51. Poi ci sarebbe da impiantare gli stabilimenti industriali, nei quali verrebbero assunti i nostri tecnici ed i nostri operai.

Anche l'irrigazione di Majes è una cosa di là venire, probabilmente come la precedente dopo che il piano Marshall avrà potuto avere il suo completo sviluppo.

Nella proposta peruviana si nega la possibilità che lo sviluppo industriale del nostro Paese possa essere riportato al livello di prima della guerra. Non ho elementi per giudicare se ciò sia esatto, ma da molte parti mi si fa osservare che

124 t Manca l'indicazione della data di arrivo.

2 Vedi D. 79.

3 Non pubblicato.

con la sempre crescente disponibilità di materie prime e con la mancanza almeno per vari anni, della concorrenza tedesca e giapponese, non solo sarebbe possibile raggiungere quel livello con gli aiuti derivanti dal piano Marshall, ma anche di superarlo.

La cifra di l O o 15 milioni, indicata come eccesso di popolazione da fare emigrare, sembra esagerata. Finora, in pubblicazioni italiane e straniere si è sempre parlato di una cifra di disoccupati oscillante da un minimo di 2 milioni ad un massimo di 3. E se ne è conchiuso che una immigrazione di 5 milioni al massimo di unità sarebbe più che sufficiente per correggere l'eccesso di popolazione nella difficile situazione attuale.

123 3 Vedi D. 163.

125

IL MINISTRO A PRETORIA, JANNELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 62/8. Capetown, 16 gennaio 1948 (per. il 31).

Con il consueto cerimoniale ho presentato ieri le mie credenziali al governatore generale, G. Brand van Zyl, nella sua qualità di rappresentante nell'Unione del Sud Africa di S.M. re Giorgio VI.

Allego il testo delle allocuzioni pronunziate in tale occasione'.

La stampa -di cui trasmetto alcuni ritagli -ha salutato l'avvenimento in modo particolarmente caloroso e, a quanto mi dicono, inconsueto in simili casi, anche di Paesi in strette relazioni d'amicizia coll'Unione; ciò che è senza dubbio da mettere in relazione con la genuina soddisfazione provata da questa opinione pubblica, sia negli ambienti governativi che in quelli di opposizione, per la ripresa di rapporti del tutto normali con l'Italia, verso la quale la guerra non ha fortunatamente lasciato alcuno strascico di animosità ed ha anzi, unitamente ad altre più recenti e contingenti ragioni, contribuito ad aumentare l'interesse e la simpatia.

In relazione a questo diffuso sentimento, è anche da segnalare il fatto che la presentazione delle credenziali è stata eccezionalmente accelerata -malgrado gli impegni del governatore generale all'inizio dei lavori parlamentari e le condizioni del Dipartimento degli affari esteri, trasferitosi solo in questi giorni da Pretoria a Cape Town-per dare modo al rappresentante d'Italia di prender parte, nella sua piena qualità ufficiale, alle varie cerimonie in occasione della solenne inaugurazione della sessione legislativa.

La conversazione che ho avuto il 14 corrente con il primo ministro e ministro degli affari esteri, maresciallo Smuts, durante la prima visita non ufficiale

che gli ho fatto per consegnarli copia delle lettere credenziali, è stata molto cordiale.

Il maresciallo Smuts, al quale ho porto i saluti del ministro Sforza, ha ricordato con soddisfazione i recenti colloqui di Roma ed ha ripetuto che egli desidera il più pronto ritorno dell'Italia alla situazione internazionale che le spetta. Egli mi ha detto: «lo ho combattuto l'Italia quando ho dovuto; l'ho aiutata quando ho potuto; continuerò ad aiutarla nella misura in cui potrò». Dopo aver acc.ennato al fatto che la delegazione del Sud Africa si è trovata in qualche occasione anche sola a difendere l'Italia durante la Conferenza di Parigi per la pace, il presidente Smuts ha soggiunto: «Ci hanno allora criticato per il nostro atteggiamento. Ma adesso riconoscono che avevamo ragione. Avete visto infatti che non solo l'America ma anche la Gran Bretagna hanno mutato la loro politica verso l'Italia. Avete visto anche che si sono decisi a rinunziare all'affondamento dei sottomarini, che sarebbe stata un'insensata distruzione di ricchezza, quando l 'Italia ha tanto bisogno di acciaio per la sua ricostruzione». (Il maresciallo non è sembrato essere già a conoscenza della lettera di V.E. al ministro del Sud Africa, alla quale io non ho potuto d'altra parte accennare perché il telespresso n. 2118 segr. poi. del 28 dicembre u.s.2 mi è pervenuto solo oggi). Nel prosieguo della conversazione, il presidente Smuts si è mostrato molto preoccupato per la situazione attuale in Europa.

La politica russa è evidentemente a suo giudizio un ostacolo alla ricostruzione europea. E, d'altra parte, una divisione, che non può essere che una opposizione fra Occidente ed Oriente, anche se non dovesse portare ad un conflitto armato -è destinata, secondo lui, a causare non minori distruzioni morali e materiali di quelle che la guerra ha causate.

In conclusione, il presidente Smuts ha reiterato che l'Italia e la Grecia devono essere aiutate in tutti i modi per impedire che le loro condizioni di povertà economica siano causa di esasperazione politica, e l 'Italia, pur non potendo le più ormai esserle risparmiate le fatali conseguenze ch'essa ha dovuto subire per aver seguito Mussolini, dev'essere ristabilita nella sua passata posizione internazionale.

125 l Non pubblicato.

126

L'INCARICATO D'AFFARI A MOSCA, LA TERZA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 578/20. Mosca, 17 gennaio 1948, ore 11,20 (per. ore 7,20 del 18).

Telegramma di V.E. n. 4'. Malik ha inviato oggi nota dicendo che Governo sovietico non vede motivi per rinunziare quota flotta italiana ad esso spettante.

126 l Vedi D. 71.

Aggiunge che per nave-scuola già è stato risposto negativamente a codesto Ministero. (Con ultimo corriere ho infatti ricevuto da Roma copia nota sovietica relativa predetta nave scuola). Ove V.E. fosse del parere di insistere ancora, sarebbe forse preferibile che passo venisse fatto da ambasciatore Brosio al prossimo ritorno Mosca per darvi maggiore importanza. Sarebbe anche utile, in tal caso, fornire a S.E. Brosio altri elementi a sostegno nostra richiesta.

125 2 Non rinvenuto.

127

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 674/37. Londra, 17 gennaio 1948, ore 14,14 (per. ore 19,50).

Sargent, che ho intrattenuto su questione Trieste in relazione nostra comunicazione a Segretariato O.N.U. di cui a telegramma ministeriale 455/c.' mi ha confermato che esito negativo conversazioni Roma in seguito ultimo rifiuto jugoslavo nonostante nostre leali proposte corrisponde a quanto Governo britannico si augurava come migliore alternativa a scelta governatore parziale o debole.

Circa future intenzioni britanniche Sargent, con la premessa che il problema non è attuale, mi ha lasciato comprendere che una sistemazione del Territorio Libero diversa da quella stabilita dal trattato di pace è qui ritenuta alla lunga inevitabile, confermando in sostanza quanto ho riferito con mio telegramma2.

128

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 683-684/50-51. Parigi, 17 gennaio 1948, ore 17,35 (per. ore 21).

Alphand mi ha detto essere stato personalmente sorpreso atteggiamento americano contrario convocazione Conferenza Sedici anche perché accenni precedentemente fatti da americani a Bonnet gli avevano fatto invece ritenere che tale iniziativa sarebbe stata gradita americani.

Secondo Alphand, Lovett avrebbe detto Bonnet che indiscrezioni o distorsioni stampa avrebbero potuto creare in America impressione che scopo vero conferenza era quello formare blocco Stati europei per resistere insieme a «condizioni»

127 I Vedi D. 108, nota l. 2 Vedi D. 64.

americane e che anche solo impressione simile tendenza avrebbe avuto effetto disastroso su atteggiamento Congresso.

Lovett si è mostrato in genere molto pessimista dicendo che, a suo avviso, chances che piano Marshall sia accettato da Congresso non sono più del cinquanta per cento, per cui minimo passo falso da parte Stati europei può avere conseguenze assai gravi. Alphand mi ha aggiunto che pubblicazioni Daily Mai/ hanno avuto effetto disastroso su americani e si è mostrato particolarmente seccato che stesso giornale abbia attribuito iniziativa resistenza a Francia mentre in realtà tale iniziativa era inglese.

Mi ha aggiunto confidenzialmente che era stato detto Bonnet che maniera con cui a Camera francese Bidault aveva cercato falsare condizioni americane per uso aiuto interim aveva fatto su Governo Congresso pessima impressione.

A mia richiesta mi ha detto non condividere pessimismo Lovett: essere però di avviso che Congresso americano avrà mano molto pesante per tutto quello che concerne controllo cui dovranno sottoporsi Stati europei e che considera del tutto tramontata sua speranza iniziale fare accettare americani che controllo, specie per quello che riguarda alcuni paesi, fra cui Italia e Francia, sia esercitato non da americani direttamente, ma da Commissione europea.

Mio 24'.

Alphand mi ha detto che conformemente a quanto qui dettomi funzionari competenti avevano iniziato con rispettivi ministri esame rapporto Commissione unione doganale e problemi relativi; nel corso prossima settimana si riservava convocare detti funzionari a conferenza per conoscere reazioni singoli ministri: se situazione fosse risultata sufficientemente matura, avrebbe pregato Bidault che era in principio d'accordo, promuovere esame problema in Consiglio ministri. Dopo ciò si sarebbe dovuto passare secondo stadio ossia consultazioni con personalità più rappresentative delle due Camere, principali gruppi interessati ed inizio vasta campagna di stampa; dopo di che si sarebbe potuto passare terza fase ossia redazione protocollo da sottomettersi immediatamente all'esame del Parlamento.

A mia richiesta mi ha detto che -senza impegno -riteneva che tempo necessario per poter arrivare a protocollo era da lui stimato da due a quattro mesi.

Comunicandogli nostra adesione di massima a quanto concerne Benelux (suo telegramma 232) gli ho detto che, a nostro avviso, sarebbe stato difficile esercitare vera e propria opera persuasione su Benelux in base semplice studio: che nostra azione avrebbe potuto essere efficace solo quando avremmo potuto citare esempio atti concreti. Si è dichiarato d'accordo ripetendomi però impossibilità in cui si trovava fare marciare macchina francese a tempi più accelerati. Gli ho detto che mi rendevo conto di questo ma che ciò non toglieva che anche e soprattutto di fronte ad americani avevamo più che interesse necessità di fare presto. Ho insistito anche che opera propaganda discussione avrebbe dovuto essere fatta con certo parallelismo nei due paesi ed ho sollecitato opportunità rapida conclusione piano concreto di azione da svolgersi nei due paesi: come pure su opportunità sollecita pubblicazione rapporti. Mi ha promesso riparlarmene fra qualche giorno.

128 l Vedi D. 89. 2 Vedi D. 98.

129

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. RISERVATO 691-704/50-51. Washington, 17 gennaio 1948, ore 20,20 (per. ore 8 del 18). Suo 211.

Ho esposto ieri ed oggi al Dipartimento di Stato, conformemente sue istruzioni, nostra dolorosa sorpresa e nostre preoccupazioni per orribile eccidio Mogadiscio, sottolineando gravità senza precedenti massacro pacifica popolazione italiana sotto gli occhi autorità militari britanniche e quando giungeva sul posto Commissione sopralluogo dei Quattro.

Dipartimento, che sino a ieri aveva ricevuto in argomento solo un diffuso telegramma stampa di Dunn, si è posto in contatto con questa ambasciata inglese la quale ha comunicato avere avuto da Foreign Office assicurazione che ministro americano ad Addis Abeba veniva dettagliatamente informato da autorità britanniche. Dipartimento ha pertanto deciso chiedere dirette informazioni sull'eccidio e su misure adottate. Mi è stato detto che si condivide in pieno preoccupazione per evitare ricorso Consiglio sicurezza per sue temute conseguenze su rifiorenti rapporti italo-britannici.

Cauti sondaggi eseguiti presso Dipartimento di Stato, constatato riluttanza ad ammettere deliberata imprevidenza autorità militari britanniche in eccidio Mogadiscio e pertanto a contestarne serenità ed autorità per inchiesta. Occorrerà quindi attendere arrivo informazioni dirette richieste da Dipartimento in seguito nostri passi, onde vedere se si possa ottenere un eventuale maggiore intervento americano a Londra. Ove V.E. avesse notizie sicure su eventuali inframmettenze autorità inglesi particolari rilevanti su eccidio, sarò grato telegrafarmele per proseguire azione, informandone possibilmente anche Dunn. Al Dipartimento si considera con viva apprensione possibilità ricorso Consiglio sicurezza.

130

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 705/52. Washington, 17 gennaio 1948, ore 20,20 (per. ore 8 del 18).

Seguito telegramma 43'. Dipartimento ricevuto risposta da Quai d'Orsay del tutto negativa a passo

americano in appoggio nostra richiesta circa quota flotta a Francia, pur rilevando desiderio non tralasciare occasione per migliorare rapporti con Italia, dichiarato categoricamente non poter rinunziare ottenere tutte unità spettantile secondo termini trattato pace, trincerandosi anche dietro lettera protocollo navale.

129 l Vedi D. 116, nota l. 130 l Vedi D. 107.

131

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 708/53. Washington, 17 gennaio 1948, ore 18,20 (per. ore 9,20 del 18).

Dipartimento informa aver risposto in questi giorni a due note inviate nel novembre scorso da Governo jugoslavo ad anglo-americani rispettivamente per protestare in modo molto aspro contro contegno truppe alleate zona A Territorio Libero e chiedere partecipazione militare Jugoslavia amministrazione detta zona nonché per domandare soppressione nuovo partito repubblicano d'azione Venezia Giulia pro-Italia. Mi sono state lette note di risposta degli Stati Uniti (seconda delle quali consegnata ieri questa ambasciata Jugoslavia) le quali si limitano respingere seccamente proteste e richieste Belgrado; note saranno comunicate Consiglio sicurezza in conformità precedente stabilito da Jugoslavia in occasio_ne invio predette sue note.

Al Consiglio sicurezza è stata intanto consegnata una lunga nota di risposta inglese diramata anche alla stampa che contrappone a proteste jugoslave circostanziate accuse per soprusi e malgoverno amministrazione Tito in zona B Territorio Libero e sobillazioni a Trieste.

Al riguardo Dipartimento ha rilevato di avere invano consigliato agli inglesi di tagliare corto e di limitarsi in sostanza a «invitare gli jugoslavi a badare solo ai fatti propri», ciò per non offrire pretesti a Belgrado di continuare polemica diplomatica.

132

IL CONSOLE GENERALE A GERUSALEMME, SILIMBANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 701/9. Gerusalemme, 17 gennaio 1948, ore 20,28 (per. ore 7,20 del 18).

Console generale Francia ha proposto colleghi nazioni cristiane America, Belgio, Cecoslovacchia, Etiopia, Grecia, Italia, Polonia, Jugoslavia, Spagna rivolgere appello Comitato supremo arabo e Agenzia ebrea per concordare decisione cessare [ostilità] entro i limiti municipali città di Gerusalemme in considerazione suo carattere sacro.

Dovrebbe essere chiaramente precisato che tale appello costituisce iniziativa personale consoli cristiani ispirata sentimenti strettamente umanitari senza alcun significato politico e responsabilità da parte rispettivi Governi senza riferimento o pregiudizi esecuzione decisioni finali O.N.U.

Console Francia ha aggiunto riteneva Agenzia ebrea favorevole tale accordo, mentre Comitato supremo arabo piuttosto contrario e che contava sulla imparzialità, interesse comune e carattere umanitario appello per indurre parte araba maggior riflessione e possibile adesione.

Ho ritenuto opportuno rilevare (appoggiato America e Grecia) che sottoscrivere appello senza preparazione sufficiente accettata da una parte e non dall'altra significava offrire alla prima argomento polemica e porre la seconda luce sfavorevole.

La maggioranza provveduto incaricare delegazione consoli effettuare opportuno completo sondaggio presso singole parti e riferire intanto rispettivi Governi per conoscere opinione e ricevere direttive l.

133

IL MINISTRO A VIENNA, COSMELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 618/48. Vzenna, 17 gennaio 1948 (per. il 20).

Stante una indisposizione del presidente federale, signor Renner, soltanto oggi ho potuto presentare le lettere di accreditamento. Dato il ritardo, per cui il Ministero degli esteri si è ripetutamente scusato, facendo presente le cause di forza maggiore, sono stato tuttavia pregato di partecipare egualmente ad alcune cerimonie ufficiali svoltesi in questi giorni, e a parte naturalmente le visite a personalità del Governo e del Ministero degli esteri, che ho ciononostante regolarmente compiuto.

La cerimonia della presentazione si è svolta nelle forme consuete, con un cerimoniale pieno di dignità e inappuntabile: elementi della polizia schierati lungo il percorso, guardia d'onore all'ingresso del palazzo presidenziale.

Secondo la tradizione locale ho dovuto pronunciare un piccolo discorso, che come di regola avevo precedentemente presentato. Il presidente Renner mi ha risposto. Allego ad ogni buon fine i due testi, italiano delle parole da me pronunciate e tedesco di quelle di risposta del presidente l.

Il signor Renner, il quale era assistito dal ministro degli esteri signor Gruber e dal capo del Cerimoniale della Presidenza federale, mi ha successivamente intrattenuto con grande amabilità dicendomi che egli come tutti gli austriaci attribuiva un grande e simbolico valore alle buone relazioni con l'Italia. L'Austria ormai, che è e vuole restare nelle forme della sua vecchia civiltà, ha tutte le sue frontiere praticamente chiuse, né si può prevedere quando si apriranno, e non le

rimangono aperte che la frontiera italiana e svizzera: sono esse e soltanto esse che le consentono di comunicare con il mondo e la mantengono a contatto diretto con quella civiltà di cui è e si sente parte. È anche per questo che in Austria si segue con vigile attenzione quello che si fa in Italia. Egli e il suo Governo seguono anche con grande attenzione gli sforzi che si stanno facendo in Italia, in Francia e in Belgio per approfondire e allargare i reciproci rapporti commerciali: se si giungesse per questi Paesi a qualche forma di unione doganale, l'Austria, pur non potendo dire che essa intenda entrarci, certamente penserebbe di essere in qualche forma connessa e articolata con questo più vasto sistema economico.

Mi ha poi aggiunto che nessuna grave questione divideva l 'Italia e l'Austria, ma voleva essere con me franco e voleva pertanto accennare che nel suo pensiero la questione dell'Alto Adige, con tutti i problemi che vi si connettono non poteva né doveva mai essere un punto di divisione ma anzi nel modo più definito e preciso un ponte di unione fra i due Paesi. Quasi riecheggiando quanto mi aveva detto dieci giorni addietro il ministro Gruber, egli ha aggiunto che contava sopra la sensibilità e l'esperienza del presidente o n. De Gas peri, più del quale nessuno può avere migliore e diretta esperienza del problema alto-atesino e sulla esperienza internazionale di V.E. perché il voto e il pensiero da lui formulato sulla questione dell'Alto Adige, o del Sudtirolo che dir si voglia, possano presto diventare una realizzazione e un fatto compiuto.

Mi ha pregato infine di rendermi interprete presso il signor presidente della Repubblica dei suoi più amichevoli e cordiali voti e saluti.

La conversazione si è svolta in un tono di grande cordialità e le parole dettemi privatamente dal signor Renner, erano intonate alla più cortese amabilità e ad una calda convinzione.

Sono stato successivamente pregato di fare alcune dichiarazioni sotto forma di domanda e di risposta alla radio. Le domande hanno avuto per oggetto, oltre alle generiche frasi di cortesia, che si possono dire, dal lato politico, in tali circostanze: le relazioni commerciali e la possibilità di un loro intensificarsi, le relazioni culturali e la possibilità di un loro sviluppo, ed infine i problemi Alto Adige.

Ho pronunciato alla radio queste dichiarazioni che sono state trasmesse nel programma normale della radio austriaca.

132 l Con T. 746/1 del 20 gennaio Fransoni rispondeva: «Approvo suo atteggiamento e la autorizzo di massima, ove tutti d'accordo, aderire proposta».

133 l Non pubblicati.

134

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 717/54. Parigi, 18 gennaio 1948, ore 15,30 (per. ore 19,30).

Suo 41'.

Sono perfettamente d'accordo con considerazioni finali Grazzi. Del resto anche qui mi è stato detto nella forma più esplicita che eventuali negoziati con Benelux non (dico non) debbono interferire con corso da darsi unione doganale franco-italiana: si tratterebbe al massimo, in questa fase, cercare persuadere Benelux aderire idea commissione di studio che prendesse in esame problema.

Ad impressione che si può avere da Parigi presso ambienti specialmente belgi disposizioni Benelux sono tutt'altro che favorevoli e francesi stessi ne sono perfettamente consci: essi stanno perseguendo in questo affare politica tradizionale francese trovare qualche forma travestita Anschluss Belgio: hanno tentato di farlo dopo altra guerra con alleanza, adesso vorrebbero riuscirei con unione doganale.

A mio avviso questione non deve essere considerata da noi per il momento né seria né attuale: aderire o meno a proposta francese dovrebbe essere considerata solo sotto punto di vista:

l) dare ad americani impressione che noi e francesi lavoriamo attivamente in favore idea unione doganale più generale; 2) dare impressione ai francesi che noi non solo non ostacoliamo ma in linea di massima appoggiamo questa loro politica.

In questo come in molti altri problemi francesi e specialmente Quai d'Orsay vivono fuori della realtà. Fra unione doganale con Belgio, di difficile se non impossibile realizzazione (anche per tradizionale opposizione inglese) ma che rientra politica tradizionale francese e unione doganale con Italia che in questa politica tradizionale non rientra essi non esiterebbero dare preferenza alla prima. Da parte nostra si tratta soltanto di farli contenti e canzonati.

134 l Del 16 gennaio. Le considerazioni finali di Grazzi erano le seguenti: «Pur esplicando fin d'ora azione suggerita da Alphand sembra perciò che miglior sistema continui essere quello additato da Commissione mista ossia attraverso dichiarazione unione franco italiana e rapida sua applicazione spingere suddetti paesi ad aderirvi successivamente».

135

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

T. 680/381. Roma, 19 gennaio 1948, ore 14,30.

Con telegramma per corriere aereo a parte le invio testo2 di una comunicazione da farsi a Consiglio supplenti offrendo nostra collaborazione per pacificazione e amministrazione Somalia. V.E. vorrà dame un giorno prima conoscenza Foreign Office facendo osservare spirito amichevole cui si ispira tale preventiva informazione e ponendo bene in chiaro che nostra offerta non deve né può essere interpretata come mossa da sentimenti men che cordiali verso Gran Bretagna con cui anzi essa tende stabilire più intima collaborazione. Nostra richiesta è se mai

135 ' Con T. 745/56 (Parigi) 29 (Washington) del 20 gennaio Sforza ritrasmise questo telegramma aggiungendo le seguenti istruzioni: «Le invio per corriere testo comunicazione diretta al Consiglio dei supplenti. V.E. vorrà mettere di tutto al corrente codesto Governo, e, nei modi che riterrà più appropriati, richiederne appoggio perché nostra proposta venga accolta».

2 Vedi Allegato.

da considerarsi nel quadro conversazioni avute da nostro esperto già durante Conferenza Parigi nel corso delle quali è stato più volte accennato a possibilità su accennate collaborazioni in vista riordinamento amministrazione provvisoria in quei territori africani dove nostra posizione nei confronti Gran Bretagna era stata riconosciuta più facile (vedi anche telegramma 9543 di codesta ambasciata). Non è d'altra parte da escludersi, ed esistono anzi indizi positivi in tal senso, che i gravissimi incidenti Mogadiscio possano venir colti a pretesto da altri non solo per accusare quella B.M.A. di inefficienza, ma anche per richiedere amministrazione quadripartita territorio il che non potrebbe certo riuscire gradito costì. Nostra offerta mira quindi anche prevenire simili eventuali iniziative e ad avviarle verso soluzioni più conformi interessi italiani e britannici.

È infine anche da tener presente, dal punto di vista formale, che la nostra proposta è in ogni caso materia di competenza dei Quattro, e che, anche per riflessi politici interni, conviene responsabilità decisione rimanga ai quattro supplenti. Ciò non toglie tuttavia che rivolgiamo al Governo britannico un caldo appello perché ci venga incontro in questa offerta che, ripeto, è sostanzialmente una offerta di collaborazione italo-britannica, e tende anche a lenire profonda emozione che recenti incidenti hanno qui suscitato e che nuoce auspicato sviluppo rapporti fra due paesi.

ALLEGAT04

IL GOVERNO ITALIANO AL CONSIGLIO DEI SUPPLENTI DEI MINISTRI DEGLI ESTERI

Il Governo italiano ha l'onore di far seguito al memoriale da esso presentato al Consiglio dei supplenti il 12 gennaio c.a.s relativamente alla Somalia e in particolare di riferirsi a quella parte di esso nella quale è stata richiamata l'opera di pacifica sistemazione politica compiuta dalla amministrazione italiana in quel territorio e i cospicui risultati raggiunti in tal campo. I sanguinosi incidenti verificatisi l' 11 gennaio a Mogadiscio sono una terribile novità in Somalia ove niente di simile mai accadde durante il lungo periodo dell'amministrazione italiana che data dal 1889.

Il Governo italiano attende con fiducia lo svolgimento dell'inchiesta che stanno compiendo le autorità preposte all'amministrazione provvisoria di quel territorio.

Il Governo italiano ha il sincero desiderio che quel territorio legato da sessanta anni alla storia dell'Italia e dove esistono tanti solidali interessi degli italiani e dei somali ritorni rapidamente in uno stato di completa pacificazione non solo nell'interesse delle varie popolazioni colà dimoranti, ma nell'interesse superiore della pace generale.

A contribuire a questo fine, il Governo italiano, che per le ragioni già esposte nel suo memorandum sopra citato si trova ad essere il solo a disporre di una amministrazione con lunga e diretta esperienza del paese e delle popolazioni, la quale ha dato prova per sessant'anni di efficiente capacità di pacifico governo, è pronto a mettere a disposizione tale sua collaborazione.

4 Trasmesso a Londra con Telespr. 199 segr. poi. del 19 gennaio.

5 Vedi D. 102.

Questa collaborazione potrebbe svolgersi nel quadro del regime provvisorio stabilito dal Trattato del Lussemburgo e non verrebbe quindi a pregiudicare la soluzione definitiva della sorte del Territorio per la quale in ogni caso l 'Italia mantiene il punto di vista già espresso. Si tratterebbe in sostanza di istituire in Somalia un regime analogo a quello previsto dalla Convenzione dell' Aja per i territori occupati affidandone il reggimento civile alla amministrazione italiana nel quadro della delega che la Gran Bretagna ha ricevuto dalle Quattro potenze.

Il Governo italiano è a disposizione del Consiglio dei supplenti per tutte quelle delucidazioni che esso volesse richiedere al fine di esaminare dettagliatamente la proposta sopra enunciata.

135 3 Vedi serie decima, vol. VI, D. 766.

136

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. 696/26. Roma, 19 gennaio 1948, ore 17.

Trasmetto per aereo tre copie rapporto Commissione italo-francesei riservandomi inviare prossimi giorni secondo volume annessi in corso stampa. Giusta intese con Parigi pregola prendere accordi con Bonnet onde comunicare e spiegare insieme rapporto a Governo americano. Nell'illustrare rapporto oltre riferirsi argomenti e considerazioni di cui relazione trasmessa con telespresso 40307 del 24 dicembre2 faccia presente quanto appresso:

Da parte italiana Unione è considerata ineluttabile e come idea forza che presto o tardi si imporrà. Volontà di intesa dimostrata dalla delegazione italiana e da quella francese, rapidità ed intelligente efficacia con cui esse hanno lavorato e saprebbero continuare lavorare si sommano alle molteplici ragioni che indicano Unione italo-francese, come sola oggi possibile e quale idoneo nucleo centrale per naturale avviamento verso costellazioni economico-politiche più ampie.

Determinazione che due Governi dovranno prendere deve riguardarsi in funzione ricostruzione europea e benessere mondiale e con occhio che vada oltre immediato domani.

Deve tenersi presente che Italia e Francia, stremate da due guerre disastrose, si trovano da un lato soffocate da una concorrenza internazionale agguerritissima per ricchezza e modernità metodi produzione e per vastità imperi coloniali o di mercati di sbocco e dall'altra di fronte vecchi clienti impoveriti e rovinati che necessariamente circoscrivono loro acquisti alle sole merci pregiate o prodotte basso costo.

Italia e Francia hanno perciò particolare interesse ricostruzione e consolidamento proprie economie onde poter competere con adeguate forme sui mercati in

ternazionali e contribuire riorganizzazione e sviluppo economia generale europea evitando disgregazione vecchio continente sotto il peso miseria e anarchia.

Tuttavia malgrado queste premesse Commissione ha proceduto con scrupolosa cura studio e confronto tutti i settori della vita economica due paesi; ha onestamente riconosciuto vantaggi e difficoltà cercando anche additare metodi ed accorgimenti per rimuovere od alleviare queste ultime. Tra tali metodi sono preminenti accordi industriali allo scopo eliminare casi conflitto tra industrie concorrenti cercando soluzione verso una concorde maggiore espansione commerciale.

Fase ricostruzione economica che ambo i paesi stanno faticosamente attraversando sembra opportuna per conclusione accordi prima che nuove strutture economiche francesi e italiane si siano cristallizzate in forma magari troppo diversa.

La conclusione è però scaturita da una visione generale che può definirsi insieme politica ed economica.

Qui è lecito affermare che complessivamente vantaggi superano svantaggi; che in forza legge concentrazione la somma dei mezzi produzione due paesi darà un totale certamente superiore a quello risultante da una semplice addizione aritmetica; che tra due economie esiste infine, in rapporto loro struttura geopolitica, una complementarietà generale ed assoluta soprattutto nel campo capitali e mano d'opera.

Abbiamo infatti da un lato Francia con considerevole disponibilità capitali e con territorio vasto e fertile ma con produzione inadeguata proprio potenziale economico a causa sua scarsa popolazione; dall'altro Italia ricca mano d'opera scarsa di capitali con territorio ristretto ed ingrato ma con ricche possibilità nel campo lavorativo e tecnico. Esiste dunque tra due economie complementarietà generale e concreta che costituisce base sufficiente per Unione.

Non solo ma concetto complementarietà va modificandosi ed estendendosi nel tempo tanto da poter oggi significare anche integrazioni tipi diversi di industrie o di settori delle stesse industrie anche se concorrenti e nel caso concreto Italia-Francia troviamo possibilità indubbie complementarietà questo tipo.

Governo italiano e quello francese, intendono poi rassicurare nel modo più assoluto interessi privati nel senso che sarà dato loro tempo per adattarsi nuova situazione e nuovo spazio economico, i cui sbocchi sono più estesi ma nel quale concorrenza potrebbe essere in qualche caso più accesa.

Questo in sintesi nostro punto di vista nel quadro constatazioni e risultati cui è pervenuta Commissione mista e tenendo conto insegnamenti, recente tormentato periodo storico.

Con Unione italo-francese si ritiene da parte nostra poter contribuire in misura maggiore e su piano più elevato alla riorganizzazione economico-politica europea collaborando nel modo più efficace con Governo americano nella realizzazione tale obiettivo.

Governo italiano intravede lusinghiera possibilità poter favorire con tutte sue forze il formarsi di più stabili equilibri e così anche progressiva riduzione oneri a carico contribuente americano3.

136 l Vedi D. 34, nota l. 2 T. 40307/c. del 24 dicembre 1947, diretto alle ambasciate a Ankara, Bruxelles, Londra, Mosca, Parigi, Varsavia e Washington, con il quale si trasmetteva il D. 34.

136 3 Per la risposta vedi D. 144.

137

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. S.N.D. 732/55. Roma, 19 gennaio 1948, ore 22,30.

Suoi 40-41-421 incrociatisi con mio telespresso 178 in data 15 corrente2.

Trattazione questione navale è ormai troppo avanzata per poter eventualmente essere abbinata a quella delle rettifiche di confine. Occorre pertanto che S.V. continui ad adoperarsi nel senso delle direttive di cui al promemoria allegato al telespresso sopra richiamato.

Per quanto concerne le rettifiche di confine la S.V. vorrà intrattenere Bidault mettendo in rilievo presso di lui il favorevole effetto che un accordo su tale materia potrebbe avere sull'insieme dei rapporti fra i due paesi.

Voglia tenermi informato.

138

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI

T. 725!6. Roma, 19 gennaio 1948, ore 23.

Suoi 12 e 131.

Si è costì in questi ultimi tempi posto in rilievo troppo sovente argomento riparazioni sia in connessione con questione Saturnia e Vulcania sia con viaggio signor Argiropulos. Pur facendo dovuta parte a infelici dichiarazioni americane tuttavia è da ritenersi che vi sia stato a ciò qualche preciso spunto o incitamento offerto in ambienti governativi. Ciò rischia di creare notevole imbarazzo tanto al Governo italiano per la delicatezza dell'argomento, come noto a V.S., quanto al Governo ellenico ove si crei più o meno ad arte una aspettativa che rischia di rimaner delusa: e perciò in definitiva con nocumento dei rapporti italo-greci che desideriamo invece gradualmente ma sicuramente rinsaldare.

Qualsiasi regolamento o accordo per riparazioni fra noi e la Grecia, se fosse concluso oggi non potrebbe non costituire una anticipazione sugli obblighi del trattato e diverrebbe necessariamente di pubblica ragione, pregiudicando gravemente nostra posizione nei riguardi altri paesi aventi diritto riparazioni.

2 Non rinvenuto.

Pertanto problema riparazioni italiane alla Grecia è questione che va attentamente vagliata per tutti i suoi riflessi e inquadrata in un più vasto schema, che peraltro non appare attuale secondo ripercussioni avute da Washington: comunque suo approccio e suo esame non si avvantaggia di pubblici riferimenti o di sviluppi giornalistici. Questo è quanto ci proponiamo di dire al signor Argiropulos e credo convenga che V.S. ne faccia opportuno cenno a codesto Ministero esteri.

Sono note costì mie disposizioni in generale verso Grecia e perciò sono sicuro che si vorrà dare a questa precisazione suo vero significato2.

137 l Vedi D. 118.

138 l Vedi D. 122.

139

IL VICE DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, CATTANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. Roma, 19 gennaio 1948.

Le conversazioni italo-franco-britanniche che avranno inizio a Roma il 22 corrente hanno carattere essenzialmente politico.

Esse costituiscono quello scambio di idee, sul piano diplomatico, in relazione al da farsi da parte dei paesi partecipanti, mentre si vanno cristallizzando le intenzioni americane sull'assistenza da concedersi all'Europa, sulle sue forme, condizioni e limiti, che il Governo italiano aveva proposto con i suoi successivi passi a Londra ed a Parigi.

Gli argomenti proposti dai Governi britannico e francese per le conversazioni sono infatti i seguenti:

a) eventuale pubblicazione da parte di ognuno dei 16 partecipanti di una relazione sui progressi compiuti dalla chiusura della Conferenza di Parigi nei settori produttivo, edilizio, commerciale, ecc.;

b) eventuale pubblicazione da parte del Segretariato generale del Comitato di cooperazione di un rapporto in cui vengono indicati gli sviluppi realizzati nel campo della cooperazione europea;

c) esame dei provvedimenti preliminari da adottarsi in vista della creazione, al momento opportuno, della organizzazione continuativa dei paesi partecipanti prevista dal rapporto di Parigi. Eventuale formazione di un comitato di studio incaricato di esaminare la costituzione e le funzioni della futura organizzazione, e di anticipare, in parte almeno, le attività, seguendo e facilitando gli sforzi attuali e futuri dei paesi partecipanti in tema di cooperazione europea nel periodo transizionale;

d) esame del metodo con cui considerare su un piano tecnico i Commodities Reports formulati dal Governo americano.

Il primo ed il secondo punto hanno una portata per così dire propagandistica nei riguardi dell'opinione pubblica americana, che si pensa di documentare sulla serietà delle intenzioni dei paesi partecipanti in tema di sviluppo produttivo e di cooperazione inter-europea.

Il primo punto si fonda ovviamente su elementi tecnici, alcuni dei quali sono stati pubblicamente riassunti, per quanto ci concerne, nelle recenti dichiarazioni dei ministri Einaudi e Merzagora. Si tratta ora di stabilire i più opportuni criteri conformi in base ai quali ogni paese partecipante potrebbe redigere una relazione completa e coordinata sull'argomento.

Il secondo punto comprende due argomenti di particolare rilievo: i lavori della Commissione mista per lo studio dell'Unione doganale italo-francese, ed i lavori svoltisi, nell'ambito della Commissione Economica Europea, a Ginevra, in relazione ad alcuni progetti di cooperazione concordati a Parigi, quale il piano di sviluppo cooperativo delle risorse idroelettriche delle Alpi. Sono questi argomenti la cui impostazione sembra richieda considerazioni di carattere politico, oltre che tecnico.

Il terzo ed il quarto punto sono di natura quasi esclusivamente politica, l 'uno di carattere permanente, l'altro di carattere contingente.

L'organizzazione continuativa europea, prevista dal rapporto di Parigi, costituisce il punto centrale del piano Marshall, per quanto concerne l'Europa: essa esprimerà, attraverso i suoi poteri e le sue attribuzioni il grado di solidarietà che i paesi partecipanti in definitiva avranno realizzato, con sacrificio corrispondente delle loro prerogative sovrane. Vi sono al riguardo fra i paesi partecipanti punti di vista molto diversi: l'Italia, fin dal primo momento con le dichiarazioni di V.E., si è detta disposta ad andare molto in là nell'allontanarsi da sorpassati concetti di egoismi economici nazionali. La Gran Bretagna, non avendo ancora risolto il dilemma costituito dai suoi interessi imperiali e dai suoi legami europei, ha finora costantemente evaso qualunque precisazione in merito, facendo leva sulle riluttanze della Svizzera e dei Paesi scandinavi. Il Benelux ha mostrato interesse per questa idea, verso la quale sembra attratto più dalla convinzione che essa sia una precisa condizione posta dagli americani, che dalla sensazione che essa costituisca un logico e desiderabile sviluppo della vita europea. Assai vicini a noi sono stati invece i francesi, i quali -come informa l'ambasciatore Quaronii -hanno visto di buon grado la scelta di Roma come sede delle conversazioni, in quanto contano sull'Italia per rimuovere gli inglesi dai loro dubbi e dalle loro esitazioni.

Bisogna aggiungere che anche in Italia le opinioni sulla opportunità di attribuire forte rilievo all'organizzazione continuativa non sono concordi. A parte le ovvie pregiudiziali mosse da alcuni settori politici, vi è chi ritiene che l 'Italia si avvantaggerebbe maggiormente trattando direttamente con gli Stati Uniti, che dovendo passare per il tramite di una organizzazione dove potrebbe prevalere il peso di interessi contrastanti con quelli italiani.

La delegazione italiana a Parigi ha formulato uno schema di organizzazione continuativa, sul quale il delegato on. Campilli vorrà riferire direttamente all'E.V.

Sembra che prima del 22 tale schema debba, opportunamente aggiornato, essere sottoposto all'approvazione di V.E., che deciderà se chiedere su di esso il parere dei suoi colleghi di Gabinetto. Per quanto si tratti infatti di conversazioni preliminari, si dovrebbero decidere nelle conversazioni di Roma provvedimenti concreti di immediata attuazione, relativi ad un quadro organizzativo europeo già precisato nelle sue linee generali: è quindi in questa circostanza che le nostre idee in materia vanno definitivamente cristallizzate.

Si aggiunga che l'organizzazione continuativa potrebbe non essere legata nel tempo al piano Marshall, e che secondo opinioni espresse a Parigi, essa potrebbe invece tender ad un carattere permanente, in funzione di un permanente assetto europeo basato su duraturi concetti di solidarietà.

II quarto argomento pone il quesito se di fronte ai minori volumi di assistenza che I' Europa riceverà dali' America in confronto con quelli previsti a Parigi, convenga o meno procedere ora ad una revisione dei programmi individuali di ciascun paese. Quanto ha finora segnalato l'ambasciatore a Parigi tende a mostrare che i francesi non ritengono questo il momento opportuno: e che una iniziativa europea che rimettesse in certo modo in discussione il rapporto di Parigi potrebbe gravemente pregiudicare gli interessi comuni, mentre sono tuttora in corso le discussioni del piano al Congresso. Anche gli inglesi sembrano inclini a pensare nello stesso modo. Nulla vieta che ciascun partecipante proceda per proprio conto ad un raffronto fra i propri programmi, e i citati commodities reports, i quali costituiscono la giustificazione per settore tecnico con cui il Dipartimento di Stato ha accompagnato la presentazione al Congresso del piano di assistenza. Nulla vieta del pari che i paesi partecipanti si scambino richieste di informazioni in merito.

Quanto precede sembra portare alla conclusione che le conversazioni dovrebbero svolgersi nell'ambito del Ministero degli esteri. Ovviamente sarà indispensabile l'opera degli esperti e dei tecnici che hanno partecipato, per l'Italia, ai lavori di Parigi e Washington: ed in primo luogo quella dell'on. Campilli, il quale, secondo il subordinato parere di questa Direzione generale, dovrebbe presiedere la delegazione italiana. Le conversazioni si potrebbero svolgere presso questa Direzione generale, che è in grado di mettere a disposizione i locali ed il personale necessario per il loro svolgimento. Ciò permetterebbe di sottolineare il carattere di contatti diplomatici che le conversazioni indubbiamente hanno, e di consentire ai vari organi interessati del Ministero degli esteri di seguime il corso nel modo più efficiente e pratico.

138 2 Per la risposta vedi D. 157.

139 l Vedi D. 119.

140

IL CAPO DELL'UFFICIO DEL CONTENZIOSO DIPLOMATICO, PERASSI, AL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI

APPUNTO 7/2027. Roma, 19 gennaio 1948.

Con riferimento a quesito formulato in via breve si ha il pregio di osservare quanto segue:

l) il protocollo firmato a Parigi il l O febbraio 194 7 relativo alla creazione della Commissione navale delle Quattro Potenze, alla lettera b del n. 2 della prima parte dispone «Aucun des Gouvernements intéressés ne pourra ètre obligé à accepter l'un quelconque des bàtiments qui lui sont attribués en application de ce Pratocol, si ce Gouvernement estime qu'un tel bàtiment ne répond à ses besoins, mais dans ce cas les Quatre Puissances devront s'assurer qu'un tel bàtiment, exception faite pour les bàtiments auxiliares, sera détruit ou coulé par le Gouvernement italien, dans les neufmois qui suivront l'entrée en vigeur du Traité».

Da questa diposizione risulta che le navi italiane, spettanti alla Francia in esecuzione del trattato di Pace ed alle quali la Francia rinunciasse, dovrebbero essere distrutte od affondate dal Governo italiano sotto il controllo delle Quattro Potenze entro nove mesi dall'entrata in vigore del trattato di pace.

Dato il carattere tassativo di questa disposizione, non sembra possibile trasferire ad altro titolo alla Francia le navi in questione, che dovrebbero essere distrutte od affondate, a meno che la Francia ottenga il consenso delle altre tre Potenze.

2) La commissione navale delle Quattro Potenze prevista dal n. 3 della prima parte del protocollo di Parigi, è competente soltanto per prendere tutte le misure di dettaglio allo scopo di effettuare il trasferimento delle navi come previsto dal protocollo stesso. La Commissione non sarebbe, pertanto, per sé, competente ad apportare al contenuto del protocollo delle modifiche come sarebbe quella di approvare il trasferimento delle navi a titolo diverso da quello previsto. Ciò comporterebbe un nuovo accordo fra le Quattro Potenze in modifica dell'accordo consacrato nel protocollo del l O febbraio. I delegati delle Quattro Potenze alla Commissione navale potrebbero addivenirvi solo se fossero all'uopo autorizzati dai loro rispettivi Governi. In ogni caso, non sembra che una decisione in tal sensÒ potrebbe essere presa a maggioranza, anche perché vi è motivo di credere che la Commissione, nemmeno nell'esercizio delle sue attribuzioni ordinarie, prevedute dal Protocollo, decide a maggioranza.

In queste condizioni affinché la soluzione, che si sarebbe progettata, potesse attuarsi sarebbe necessario che la Francia promuovesse un accordo delle Potenze interessate. Si restituisce il telegramma dell'ambasciata di Parigi trasmesso in visionet.

141

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

L. RISERVATA PERSONALE. Washington, 19 gennaio 1948.

Le ho telegrafato qualche giorno fat circa la questione della convocazione

141 l T. 497/39 del 13 gennaio, non pubblicato.

del Comitato di cooperazione europea, facendole presente che il Dipartimento ci aveva lasciato intendere ritenere tale convocazione prematura e che analoghe comunicazioni mi risultavano essere state fatte a queste ambasciate di Inghilterra e di Francia. Tale ultima circostanza avevo potuto accertare da informazioni pervenutemi e soprattutto attraverso i contatti che abbiamo stabilito fra i funzionari delle varie ambasciate interessate all'E.R.P. D'altro canto avevo letto su questi giornali di attivi passi in corso tra il Quai d'Orsay e il Foreign Office, su una proposta Alphand di riconvocare il C.E.E.C., che non sembrava aver riscosso le approvazioni di questo Governo.

La conclusione di tale complessa vicenda diplomatica si è avuta, come ho già riferito, giovedì scorso, quando gli ambasciatori di Inghilterra e di Francia, in un passo congiunto, si sono recati da Lovett per fargli una comunicazione circa il rinvio della convocazione del C.E.E.C. Da parte mia non avevo alcuna indicazione di passi e conversazioni eventualmente in corso col nostro Governo, né informazioni ufficiali sul nostro punto di vista.

Qualche giorno dopo ho letto sul New York Times (accludo il ritaglio) che un «team of two specialists» un francese ed un inglese, si sarebbero recati nei vari paesi europei per «investigare» sugli sforzi che vengono compiuti da tali paesi per la ripresa delle loro economie, allo scopo di informarne il Governo americano.

Il passo dei due ambasciatori sopraccennato, una certa reticenza delle due ambasciate a divulgare i dettagli sui passi in corso in Europa in merito alla riconvocazione del C.E.E. C. e l'«ispezione» di cui alla notizia stampa di cui sopra, mi avevano notevolmente preoccupato, dato che mi sembrava che un consolidarsi, di fronte al Governo americano, del binomio anglo-francese, come solo depositario riconosciuto degli interessi dei Sedici, non potesse non portare alla lunga a conseguenze dannose per noi, sia nel campo diplomatico e sia in quello economico. Infatti, anche se si può ammettere che francesi e inglesi hanno avuto una preminenza nella costituzione del C.E.E.C., il contributo fattivo e concreto portato, sotto la sua guida, dalla delegazione italiana nel corso dei lavori di tale Comitato, è stato tale da darci oggi il diritto di allinearci su un piede di parità con francesi e inglesi, per ciò che riguarda i contatti col Governo americano per l'E.R.P.

Lei avrà notato certamente che riferendosi a tale contributo il Dipartimento di Stato -nel «country report» sull'Italia -ha parlato di «leading role» dell'Italia: anche agli «hearings» di fronte ai Comitati parlamentari, l'esempio costruttivo dell'Italia viene spesso menzionato dai rappresentanti di questa Amministrazione. Mi sembra quindi che su ciò noi dovremmo capitalizzare, tanto più che se, di fronte agli americani, ci accontenteremo di farci rappresentare ufficialmente da altri e non ci presenteremo invece a parità cogli altri, troveremo un giorno gli anglo-francesi a intervenire presso l'Amministrazione dell'E.R.P. anche per la distribuzione degli aiuti e la fissazione delle «allocations» ai vari paesi, compreso il nostro.

Questo era quanto avevo intenzione di scriver le. L'Ansa di oggi reca invece la notizia (che non poteva giungermi più gradita) che in Europa sono in corso molte iniziative a tre, che molti contatti si sono avuti anche con Roma sulla questione del C.E.E.C. e che infine i tre direttori generali degli affari economici stan

no esaminando a Londra i vari problemi connessi con tale comitato. Così che mentre cade una parte delle mie preoccupazioni, per quanto concerne la collaborazione degli anglo-francesi con noi in Europa (e non potevo non avere tale preoccupazione, dato che fino ad oggi non mi era pervenuta alcuna notizia al riguardo), permane invece il mio timore che qui a Washington, di fronte agli americani, la mancanza di informazioni ufficiali crei per l'ambasciata una situazione di minorità con le conseguenze che ho sopra illustrato.

Noi non saremo insomma in grado di svolgere a Washington un'opera che sia un fedele riflesso dell'intesa esistente in Europa tra noi, francesi ed inglesi, se l'ambasciata non si troverà costantemente aggiornata sulle iniziative in corso in Europa e dovrà supinamente lasciare ai francesi e agli inglesi il compito di rendeme edotto il Governo americano.

Ho ritenuto doveroso di farle presenti tali mie considerazioni perché penso che, per motivi politici ed economici, l'Italia è, insieme con Francia e Gran Bretagna, di tutti i Sedici, la terza maggiore interessata al piano Marshall (gli altri paesi o ne hanno minor bisogno o hanno minore calibratura) ed è pertanto essenziale che essa sia costantemente presente anche a Washington in ogni sviluppo connesso con i lavori del Comitato di cooperazione.

È pur vero che, come è avvenuto per l' interim a id, è forse vantaggioso che siano altri ad assumersi, nei confronti del Governo americano, l'ingrato compito di discutere o ripudiare le condizioni che si vorrebbero porre alla concessione degli aiuti. Ma vi è un giusto mezzo tra un eccesso di assenza e un eccesso di fissare via via (come è avvenuto per l 'interi m a id) a seconda dello sviluppo degli avvenimenti e in relazione a quello che si manifesterà essere il nostro interesse.

Le sarò grato se vorrà considerare questa mia lettera come dettata soltanto dal mio desiderio di poter collaborare di qui nel modo migliore e più attivo, adeguando la mia attività con il lavoro che viene svolto da parte nostra in Europa2.

140 l Vedi D. 118.

142

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 819/47. Londra, 20 gennaio 1948, ore 15,20 (per. ore 8 del 22).

Trasmetto seguente telegramma a firma Grazzi:

«Queste autorità confermano quanto detto da Alphand a Quaroni. Partono per Roma ove giungono giovedì mattina funzionario inglese Berthoud e francese Marjolin accompagnati da due segretari per prendere anzitutto contatto con Governo italia

no. Seguiranno visite Bema, Brusselle, Stoccolma allo scopo decidere prossima adunanza Working esaminare aumento produzione singoli Paesi, sviluppo cooperazione europea e progetto organizzazione permanente.

Circa questo ultimo Governo britannico è d'avviso convenga dar vita a speciale organismo tra nazioni europee con segretariato permanente e proprio ufficio, sperando su appoggio italiano circa tali idee.

Ministro francese Mayer ha parlato soprattutto svalutazione franco per assicurarsi appoggio britannico a Bretton Woods per applicazione sistema analogo quello italiano circa valuta esportazione. Da parte britannica vorrebbesi escludere sterlina da mercato libero francese per assicurare mantenimento parità ufficiale con dollaro. Mayer avrebbe inoltre insistito per allargare efficiente cooperazione europea nel quadro Marshall su base franco-britannica, pure alludendo anche ad una unione itala-francese che suo governo pensa potrebbe estendersi subito Benelux.

Da parte inglese pur non lesinando incoraggiamenti massima si sosterrebbe che miglior fonna cooperazione permane quella regionale e che soltanto dopo che gruppi singoli saranno formati sarà possibile studiare contatti reciproci.

Ciò corrisponderebbe tradizionale opposizione britannica in materia ma anche a quanto per ora almeno conviene a noi continuare a sostenere. Circa unione itala-francese autorità britanniche che mi sembrano rimanere scettiche hanno l'aria di non ostacolare».

141 2 Per la risposta vedi D. 205.

143

L'INCARICATO D'AFFARI A BRUXELLES, VENTURINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. RISERVATO 83] /7. Bruxelles, 20 gennaio 1948, ore 21 (per. ore 8,30 del 21).

Sabato mi era stato confidenzialmente riferito che la Francia aveva chiesto di «aderire a Benelux». Poiché notizia mi era stata data da un vicino collaboratore del primo ministro, ne ho fatto ieri cenno a segretario generale questo Ministero affari esteri il quale, pur non fornendomi alcuna precisazione ufficiale al riguardo, ha ammesso esser genericamente al corrente di un passo francese in tal senso.

Oggi in occasione mia prima visita a nuovo ambasciatore di Francia, questi mi ha detto che aveva ricevuto istruzioni chiedere Governo belga cosa pensasse circa inclusione del Benelux in un più vasto accordo conglobante anche Francia che aveva già portato a conclusione studi preliminari per unione economica con l'Italia.

Predetto diplomatico ha soggiunto che attendeva da Parigi rapporto finale commissione mista itala-francese onde comunicarlo Spaak il quale si è riservato dare risposta dopo essersi consultato con Governo olandese e lussemburghese.

144

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 840/56. Washington, 20 gennaio 1948, ore 21,15 (per. ore 11,30 del 21).

Suo telegramma 261.

Bonnet mi ha detto che, pur avendo avuto telegramma che lo informa diffusamente su conclusione conversazioni italo-francesi per unione doganale economica, non ha ancora ricevuto né preannunciato rapporto né istruzioni compiere noto passo.

Siamo rimasti d'accordo che non appena avremo entrambi necessari elementi ci recheremo insieme da segretario di Stato per illustrargli importanza conclusioni raggiunte. Siamo già d'accordo anche per dare massima diffusione su questa stampa a portata conversazioni italo-francesi, le quali dovrebbero avere ripercussioni su Congresso e opinione pubblica.

Bonnet mi ha da parte sua fornito informazioni analoghe quelle comunicate da Alphand a Quaroni (suo telegramma 31 )2. Né lui né io condividiamo previsioni pessimistiche fatte da Lovett, evidentemente preoccupato necessità evitare qualsiasi appiglio a turbamenti Congresso.

Negli uffici Dipartimento in realtà si mostra ragionevole fiducia che sia pure con mutamenti e una eventuale decurtazione piano Marshall sarà approvato. Si prevedono invece purtroppo ritardi su data prestabilita 31 marzo, ciò che potrebbe, come già segnalato, rendere necessario far ricorso nuovamente sistema aiuti interinali.

145

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 841/57. Washington, 20 gennaio 1948, ore 22 (per. ore 12,30 del 21).

Seguito telegramma 501.

Ricevuto oggi su eccidio Mogadiscio da Commissario americano Utter primo breve telegramma datato da Asmara, di cui mi è stata data confidenziale visione. Telegramma riferisce che in occasione arrivo Commissione inchiesta indigeni favorevoli Italia avevano tenuto due manifestazioni «non autorizzate», dopo di che Lega gioventù somala aveva organizzato sua manifestazione «autorizzata» peraltro turbata e dispersa da elementi filo-italiani. In atmosfera tensione prodottasi facino

2 Del 20 gennaio, con il quale veniva ritrasmesso il D. 128. 145 l Vedi D. 129.

rosi «Hooligans» assalito popolazione italiana assassinando 50 persone e ferendone 32, depredando e saccheggiando averi. Accennato a pretese misure protezione italiani telegramma assicura essere stata iniziata severa inchiesta e preannuncia invio dettagliato rapporto.

Ho da parte mia rilevato sia equivoca distinzione tra dimostrazioni filo-italiane non autorizzate e quella anti-italiana autorizzata sia carattere vessatorio cosiddette misure protezione a favore nostra popolazione, sottolineando particolarmente inerzia autorità di fronte eccidio senza precedenti, che in altre condizioni avrebbe indignato opinione pubblica di tutti Paesi civili. Ho peraltro dovuto nuovamente riscontrare esitazione e riluttanza ad intervenire decisamente a Londra e ciò sotto giustificazione necessità salvaguardare da possibili scosse relazioni itala-britanniche ed evitare eventuali dannose reazioni inglesi nei territori africani.

Ciò stante sarebbe molto utile un intervento di Dunn a rincalzo mia azione.

144 l Vedi D. 136.

146

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AL PRIMO SEGRETARIO GALLINA, A FRANCOFORTE

T. PER TELEFONO 688/6. Roma, 20 gennaio 1948, ore 23,30.

Suoi 074' e 0752.

Quest'ambasciata Stati Uniti ha rappresentato perplessità ambasciatore Murphy per coesistenza Francoforte sezione italiana collegamento e consolato generale Italia e per identificazione titolare entrambi tali organi nella persona V.E.

È stato risposto che questo Ministero, mentre riservasi inviare quanto prima funzionario consolare carriera per assumere direzione consolato generale Francoforte, augurasi poter trasferire a Berlino sezione collegamento accreditandola presso Commissione alleata e che ho al riguardo interessato, oltre che Washington anche Parigi, Londra e Mosca.

V.S. vorrà verbalmente confermare quanto precede a signor Offie (che di recente di passaggio a Roma ha avuto occasione interessarsi questione) aggiungendo che Governo italiano fa affidamento su appoggio nordamericano nel veder accolta tale richiesta che mira dare pratica sistemazione nostre rappresentanze in codesto Paese assicurando presenza di un console in ognuna delle tre zone occidentali e di una missione a Berlino analoga a quella di altri Paesi già in guerra con Germania.

146 I Del 23 dicembre 1947, con il quale Gallina aveva comunicato che il Comando superiore americano a Francoforte aveva stabilito la fusione delle due sezioni italiane di collegamento in una Sezione unica sotto la direzione dello stesso Gallina, e che tale sezione era considerata «come missione militare con ampie funzioni collegamento e coordinamento presso Comando superiore americano», mentre il futuro Consolato sarebbe stato accreditato presso il Governo militare.

2 Del 24 dicembre 1947, con il quale Gallina aveva riferito di aver eseguito le istruzioni di comunicare alle autorità alleate che, su autorizzazione americana, il proprio ufficio era stato trasformato in Consolato generale e che egli stesso ne aveva assunto provvisoriamente la direzione, mantenendo anche la direzione della missione militare.

147

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. 780/33. Roma, 20 gennaio 1948, ore 23.

Governi britannico e francese, in qualità Governi invitanti Conferenza Parigi, hanno proposto Governo italiano tenere Roma conversazioni italo-franco-britanniche per primo esame iniziative e provvedimenti da prendersi da Paesi partecipanti nelle nuove discussioni piano Marshall Congresso.

Conversazioni predette si inizieranno 22 corrente. Ordine dei lavori proposto da francesi ed inglesi comprende:

a) eventuale pubblica dichiarazione da parte ciascun partecipante sui progressi compiuti dal termine Conferenza Parigi in tema di produzione, esportazione, stabilizzazione monetaria, ecc.;

b) eventuale pubblicazione da parte del segretariato generale Comitato di cooperazione di rapporto addizionale sugli sviluppi realizzati partecipanti in tema di cooperazione europea;

c) eventuali provvedimenti preliminari da adottarsi in vista costituzione a suo tempo organizzazione continuativa europea prevista rapporto di Parigi; eventuale creazione gruppo studio incaricato esaminare costituzione e funzione organizzazione e -a quanto sembra -di facilitare sforzi presenti e futuri cooperazione europea antecedente creazione organizzazione;

d) un metodo da seguirsi nello studio tecnico dei Commodits Reports. Pregasi voler far conoscere pensiero codeste autorità su conversazioni di cui trattasi, che, secondo nostro suggerimento a Londra e a Washington, hanno carattere semplici contatti diplomatici, nonché su proposti argomenti discussione, in relazione corrispondenti ripercussioni su codesta opinione pubblica e Congresso l.

148

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

L. 315/119. Londra, 20 gennaio 1948.

La lettera di V.E. n. 168 Segr. poLI concorda perfettamente con quanto penso e credo sia la via migliore da seguire in questo momento nei rapporti col F oreign Office sull'avvenire delle nostre colonie.

148 l Vedi D. 111.

Il mio colloquio di ieri con Sir Noel Charles di cui al mio telegramma n. 452 mi riconferma nella mia impressione precedente di «possibilità di contatti più consistenti» sull'argomento.

Né ho avuto l'impressione che gli ultimi dolorosi avvenimenti di Mogadiscio, vivamente e sinceramente deplorati dal Foreign Office, abbiano frustrato questa possibilità. Anzi ho l'impressione che si cominci a comprendere la necessità di più franche spiegazioni e di reciproci sondaggi circa qualche soluzione concordata.

Nel colloquio di ieri, a cui Charles si era evidentemente preparato, essendo fin dal mattino avvertito sugli scopi della mia visita e cioè la questione di Mogadiscio egli, lamentando la violenza della stampa italiana in senso anti-britannico e ripetendomi i suoi lagni su alcuni elementi del «vecchio colonialismo imperialistico», mi lasciò intendere che «pur non essendo autorizzato a farmi dichiarazioni in proposito» il punto di vista inglese riguardo alle nostre colonie quale era stato concretato dal Foreign Office nei lavori preparatori (mio telegramma n. 11 )3 e che riteneva non dovesse mutarsi dopo gli avvenimenti di Mogadiscio, «poiché non è nel carattere inglese lasciarsi sviare da risentimenti e polemiche», era ben diverso da quello che il giornalismo e la propaganda italiana poteva fare supporre. Senza precisare di più; il tono del discorso pareva prospettare possibili soluzioni non ostili alle aspirazioni italiane. Né mancò di richiamarmi al nostro colloquio precedente circa eventuali reciproci sondaggi sopra il «minimo» delle nostre richieste, domandandomi se avessi avuto indicazioni in proposito da V.E. o se ritenessi che

V.E. ne potesse parlare direttamente all'ambasciatore Mallet. Risposi che per ora non sapevo nulla in proposito, ma che avrei cercato di avere dirette informazioni per l'avvenire.

Da tale colloquio mi sembrano essere emersi i seguenti punti: l) che ci si rende perfettamente conto al Foreign Office della nostra importanza e funzione nel Mediterraneo specie a seguito del fallimento della recente Conferenza di Londra; 2) che le intenzioni britanniche nei confronti delle nostre colonie non sono del tutto negative ma che la Gran Bretagna farebbe il possibile (in armonia ben inteso coi suoi interessi) per !asciarci in Africa, accordandoci in una maniera o in un'altra funzioni amministrative nelle nostre colonie; 3) vi è da parte britannica una grandissima prevenzione circa i sovietici che, acconsentendo apparentemente alle nostre aspirazioni coloniali, vorrebbero approfittare della nostra evidente debolezza per intervenire indirettamente contro gli Stati Uniti e la Gran Bretagna nel Mediterraneo. Per questa stessa ragione il Foreign Office comincerebbe a intravedere l'utilità di creare un fronte unico: Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Italia in Africa pur che potesse contare sulla nostra possibilità di tenere tale fronte con perfetta lealtà di intenti; 4) sotto questo stesso punto di vista il Foreign Office, mentre comprende i motivi e anzi la necessità della nostra azione di persuasione nel confronti degli

148 2 Del 19 gennaio, non pubblicato. 3 Vedi D. 88.

Stati Uniti e si rende conto essere giusto che si cerchi di far conoscere le nostre tesi agli altri Paesi interessati, non può vedere di buon occhio pressioni indirette attraverso governi che non hanno alcuna relazione con l'Africa, specie se nel sollecitare tali pressioni noi manteniamo un tono volutamente antibritannico.

Mi sembra, in sostanza, che la tesi che Charles e il Foreign Office intendono sostenere in questo momento in cui si definisce l'atteggiamento britannico, non sia del tutto contraria ai nostri interessi. Esistono tuttora diverse tendenze in altri settori governativi, ma vale la pena, a mio avviso, cercare di evitare da parte nostra di dare proprio a tali tendenze nuovi argomenti, con atteggiamenti di intransigenza, con irragionevoli polemiche o con richieste intempestive.

È mio parere dunque che la via che proporrei di seguire, e che mi sembra in armonia col pensiero espresso da V.E., nella lettera sopracitata, è che io prosegua in queste conversazioni, di cui la iniziativa non è mia e nelle quali non vorrei tradire eccessivo zelo, nella forma più amichevole e tale che esse possano essere in qualsiasi momento lasciate cadere o smentite o sconfessate. Esse potrebbero darmi il modo di scoprire qualche appiglio, sia pure in senso negativo, su cui fare presa, qualche elemento sicuro su cui appoggiare ulteriori approcci finché V.E. giudichi opportuno di parlarne direttamente all'ambasciatore Mallet. La mia non dovrebbe essere che una semplice esplorazione preliminare per la quale però mi sarebbe opportuno conoscere quel minimo che il Governo italiano potrebbe far accettare al Paese e ciò come base per cercare di ottenere molto di più a nostro favore.

È superfluo che io insista sulla evidente necessità di evitare qualsiasi menzione di quanto ho ritenuto di dover segnalare con la presente comunicazione, anche perché una indiscrezione mi chiuderebbe fatalmente la porta a ulteriori scambi di idee che sono basati essenzialmente sulla fiducia di reciproca riservatezza4.

147 l Per la risposta vedi D. 149.

149

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 912/61. Washington, 21 gennaio 1948, ore 20,06 (per. ore 9 del 22).

Riferimento telegramma ministeriale 331.

Dipartimento, e in particolare ambasciatore Douglas (che ha ora incarico discussione piano Marshall presso Congresso) vede favorevolmente conversazioni segnalate e carattere ad esse dato dietro nostro suggerimento. Visto con favore anche proposte argomenti discussione ed eventuali future dichiarazioni ciascun Paese partecipante circa progressi compiuti e pubblicazione rapporto addizionale. Unica preoccupazione espostami, in via personale, esulando questione da Governo americano, è che dei risultati raggiunti vengano tempestivamente fatti partecipi altri

149 l Vedi D. 147.

Paesi per non dare impressione particolare intesa a tre. Dipartimento è comunque lieto ogni eventuale risultato conversazioni che dia rilievo sforzi Paesi europei in concomitanza con E.R.P.

148 4 Per la risposta vedi D. 162.

150

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. URGENTISSIMO 941/63. Washington, 21 gennaio 1948, ore 21,10 (per. ore 15 del 22).

Mi riferisco al telegramma odierno di Mascia con riassunto nota jugoslava a Consiglio sicurezza circa governatore Trieste1 .

In conversazione confidenziale questo pomeriggio Dipartimento di Stato era pienamente d'accordo con me nel rilevare tono acre ed aggressivo di detta nota ed assurdità ed evidenti alterazioni verità che essa contiene. Così pure ha ammesso ovvia inesattezza affermazioni che, secondo nota, codesto ministero avrebbe fatto in colloqui con ministro jugoslavo a Roma circa preteso desiderio italiano evitare nomina a governatore cittadino di uno dei Paesi alleati già in guerra contro nazifascismo. A tale ultimo riguardo Dipartimento ha peraltro sottolineato opportunità e fatto presente proprio vivo desiderio di poter ricevere entro pomeriggio domani 22 urgentissima ed esplicita smentita codesto Ministero a tali pretese affermazioni evidentemente riportate da nota jugoslava a fini propagandistici e nel tentativo di creare atmosfera sfavorevole Italia al Consiglio di sicurezza che discuterà questione in seduta segreta venerdì 23 corrente.

Dipartimento ha aggiunto che ove smentita codesto Ministero non giungesse qui in tempo, americani ed altri nostri amici non potrebbero efficacemente controbattere evidente manovra jugoslava; per contro in caso diverso delegato americano Austin pronuncerebbe venerdì importante discorso a sostegno posizione italiana stroncando immediatamente inverosimili accuse jugoslave.

Sarei grato urgentissime istruzioni2.

151

L'OSSERVATORE PRESSO L'O.N.U., MASCIA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. URGENTE 911/6. New York, 21 gennaio 1948, ore 21,25 (per. ore 9 de/22).

Ho avuto copia nota jugoslava per governatore della città di Trieste distribuita soltanto membri Consiglio di sicurezza.

!50 ' Vedi D. 151. 2 Per la risposta vedi D. 154.

Nota-di carattere estremamente aggressivo-espone andamento trattative cercando dimostrare ritardo imputabile nostro ostruzionismo; informa che segretario generale, preposto trattative, avrebbe dichiarato «Governo italiano non attendevasi minimamente ricevere suggerimento (invito) Consiglio sicurezza» e successivamente «opinione Governo italiano secondo cui sarebbe necessario scegliere candidato tra cittadini Paese neutro ad esempio Svizzera, perché sarebbe difficile all'Italia accettare come candidato cittadino Paese con cui è stato in guerra». Nota continua dicendo che l'Italia verrebbe così ad escludere cittadini Nazioni Unite a vantaggio neutri che non avevano partecipato guerra anti-fascista ed avevano invece servito Asse; tale punto di vista porterebbe ad identificare Italia attuale con Italia fasc1sta. Governo jugoslavo inoltre convinto che Governo italiano rendevasi conto che candidature da esso proposte erano inaccettabili e tale atteggiamento rilevante mancanza desiderio raggiungere accordo. Governo jugoslavo infine rileva che negoziati sarebbero vani e non farebbero che ritardare nomina governatore urgente e necessaria agli interessi Territorio Libero e salvaguardia pace.

Trasmetto con corriere aereo odierno lunghissimo testo salvo che V.E. non ne disponga trasmissione telegrafica!.

152

IL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. URGENTISSIMO 888/15. Belgrado, 21 gennaio, 1948, ore 22,30 (per. ore 8 del 22).

Informo l 'E.V. che ho chiesto a questo vice ministro degli affari esteri Bebler l'esito dei miei passi riguardo problema degli italiani in Albania. Bebler mi ha comunicato che nei prossimi giorni questo Governo farebbe conoscere al Governo italiano la decisione del Governo albanese, in modo definitivo, di rimpatriare i nostri prigionieri.

Il primo scaglione, di circa 200, sarebbe pronto per il 31 gennaio ed altro scaglione, di circa 150, sarebbe pronto per il 7 febbraio. Questo Governo chiederà rimborso delle spese per nostri prigionieri fino alla frontiera italiana!.

152 1 Il 28 gennaio la legazione di Jugoslavia a Roma faceva infatti pervenire la seguente nota

(n. 45/48): «Sur l'intervention du Gouvemement de la République Fédérative populaire de Yougoslavie, le Gouvernement de la République Fédérative populaire d'Albanie s'est déclaré pret à rapatrier !es ressortissants italiens qui se trouvent en Albanie. La rapatriément se ferait par groupes. Le premier groupe comprendrait 200 et le deuxième 150 personnes circa. Sur la demande du Gouvernement albanais, le Gouvernement de la République Fédérative populaire de Yougoslavie est pret à assurer le transport par bateau de tous ces rapatriants, de l'Albanie jusqu'à un port italien, si le Gouvernement italien lui donne l'assurance qu'il payera le frais de ces transports». A questa nota il Ministero degli esteri italiano rispondeva il giorno successivo comunicando che il Governo italiano accettava di sostenere le spese relative al trasporto dei rimpatriandi.

Sarei grato di voler mantenere riserbo assoluto, pure quando notizia verrà comunicata dal Governo jugoslavo. Qualsiasi indiscrezione potrebbe compromettere il rimpatrio dall'Albania dei nostri prigionieri.

151 l Per la risposta vedi D. 154.

153

L'INCARICATO D'AFFARI A BRUXELLES, VENTURINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 202/92. Bruxelles, 21 gennaio 1948 (per. il 26).

La politica estera del Belgio anche durante il 1947 si è impersonata nel sig. Spaak, complessa figura di statista, di tribuno, di negoziatore, di capo-partito. Borghese per nascita e per educazione, Spaak, gettatosi giovanissimo nel socialismo, ne ha fatto la sua piattaforma ed il partito lo segue oggi fedelmente, m era vigliandosi però talvolta di dover battere imprevisti sentieri.

Se in politica interna e nel suo stesso partito il primo ministro ha dei rivali capaci di tenergli testa, in politica estera la sua azione è indisturbata e le sue decisioni, salvo che per i comunisti, sono vangelo; egli ha insomma tutte le possibilità per essere il ministro degli esteri inamovibile.

Le sue tendenze nel campo internazionale, e di conseguenza quelle del Belgio, sono note: completa adesione all'O.N.U.; stretti legami col mondo anglo-sassone; pieno appoggio al piano Marshall e, «last but non least», patrocinio di Benelux, considerata da Spaak come la sua creatura primogenita, nonché simpatia per qualsiasi maggiore unione economica conglobante altri paesi dell'Europa occidentale.

Per quanto riguarda l'organizzazione delle Nazioni Unite, il primo ministro, che vi ha ricoperto la carica di presidente del!' Assemblea, ne segue con la maggiore cura i lavori sia personalmente, in occasione dei suoi viaggi in America, che attraverso i suoi più fidi collaboratori quali ad esempio il sig. van Langenhove, ora presidente del Consiglio di sicurezza, e tutti i suoi sforzi sono diretti a rafforzarla. A più riprese negli ultimi mesi il sig. Spaak ha avuto occasione di elevarsi contro l'abuso da parte di certe Potenze del diritto di veto, invocando una regolamentazione che ne limiti l'uso a casi eccezionali e ben definiti; a modifica poi di certe sue passate dichiarazioni troppo favorevoli alla diplomazia aperta, egli ha riconosciuto recentemente come, pur dovendosi mantenere pubblici i dibattiti sulle principali questioni, fosse invece controproducente di metterne in piazza le fasi preparatorie le quali vanno preferibilmente trattate per i consueti canali diplomatici.

A differenza di quanto accadde dopo la guerra 1914-18, a seguito della quale la politica belga fu per lungo tempo allineata a quella della Francia, si è assistito stavolta ad un maggiore orientamento verso quella britannica. Ciò si spiega anche con la permanenza a Londra durante le ostilità di Spaak e del Governo belga in esilio, nonché con le naturali simpatie del socialismo belga per il partito laburista al potere.

Nel corso del 1947, e pur rimanendo intimi i legami con l'Inghilterra, si è verificato inoltre un rafforzamento dei rapporti di questo paese con gli Stati Uniti, ciò, sia in dipendenza delle aggravate preoccupazioni britanniche nel campo economico che in relazione al piano Marshall: l'appoggio belga nei riguardi di quest'ultimo è andato aumentando in funzione della crescente reazione sovietica.

Quanto a Benelux, lo Spaak ne è il più strenuo fautore a dispetto delle resistenze di talune categorie economiche lese, cui ha dovuto far fronte all'interno del paese. Tale organismo, realizzato malgrado che Belgio ed Olanda siano concorrenti in molti campi, ha indubbiamente servito al Belgio ed all'intera Europa occidentale per convincere gli americani, in occasione del piano Marshall, dello sforzo di buona volontà effettuato dal vecchio continente.

Gli stretti legami con l'Olanda sono rafforzati dalla questione indonesiana nella quale questo paese appoggia in pieno il punto di vista dei Paesi Bassi; ciò, tanto per le naturali simpatie esistenti tra le due Nazioni che per le preoccupazioni, qui destate, dal danno economico che deriverebbe a Benelux dalla perdita dell 'Indonesia e dalla possibilità, sia pure lontana, del sorgere di difficoltà consimili nel Congo. Com'è noto, il socialcristiano van Zeeland, uno degli uomini politici belgi più internazionalmente conosciuto, è stato scelto dagli olandesi come arbitro nella vertenza.

Durante il 194 7, i rapporti con la Francia sono stati improntati a profonda naturale simpatia, non disgiunta però da lieve diffidenza per l'aggravarsi delle sue agitazioni sociali e da un benigno compatimento per le sue difficoltà economiche. Spaak ebbe a dire recentemente che «se i comunisti riuscissero nel loro intento in Francia ed in Italia, la calma relativa della quale godiamo sarebbe spazzata via».

Verso la Germania, il Governo belga, pur condividendo con la Francia il risentimento per la duplice invasione subita in un quarto di secolo, ha un punto di vista che si avvicina alquanto a quello anglo-sassone. Esso auspica la creazione di un regime politico federale, salvaguardante però l 'unità economica del paese ed il controllo internazionale del bacino della Ruhr. In sostanza un sistema che, evitando il ripetersi di aggressioni, consenta però il ritorno nel circuito internazionale dell'economia tedesca, dalla quale dipende in larga misura la prosperità di Anversa e di molte imprese industriali e commerciali belghe.

Le recenti intese anglo-americane di Francoforte non sono state qui ritenute quali contrastanti con gli interessi belgi in quanto concernono precipuamente il campo economico; questo paese è invece estremamente sensibile al fatto che fondamentali decisioni politiche nei riguardi della Germania possano essere prese senza previamente consultarlo. Ciò perché esso si considera in diritto di essere ascoltato, sia per il contributo fornito alla lotta comune ed ali' occupazione della Germania, che per il fatto di essere il perno dell'organizzazione Benelux.

Con i paesi del blocco slavo, vi è stato un tentativo di avvicinamento e di mediazione col viaggio di Spaak a Praga nel marzo scorso, in occasione della firma di un accordo culturale; ma i successivi avvenimenti, ed in particolare la ricostituzione a Varsavia del Cominform, presentata a questo pubblico quale diretta contro i governi socialisti più che contro la reazione, sembra abbiano convinto il sig. Spaak che soltanto un'Europa occidentale forte ed unita potrà mantenere la pace e buoni rapporti, soprattutto economici, con i paesi che si trovano dietro la linea Stettino-Trieste.

Quanto ai rapporti italo-belgi, Spaak lasciò comprendere, fin dall'inizio delle trattative di pace, le sue favorevoli disposizioni verso il nostro paese; questo era dovuto, oltre che alle tradizionali simpatie per l'Italia, al desiderio del primo ministro di accrescere il proprio prestigio agendo all'O.N.U. e presso le Grandi Potenze in veste di patrocinatore, specie quando la nostra causa fosse conforme alle vedute anglo-sassoni.

Così si spiega come l'aiuto prestatoci dal Belgio sia stato pieno in occasione della questione di Trieste, delle modifiche territoriali al territorio metropolitano, delle indennità di guerra, ecc., mentre è apparso alquanto più reticente e timido nella questione coloniale nella tema di urtare gli interessi britannici.

Per quanto concerne le riparazioni, Spaak fece a suo tempo sapere che nulla il Belgio si proponeva di ottenere a tale titolo e che, in ogni caso, non si sarebbero mantenuti i sequestri sulle proprietà italiane nel Belgio, ma si sarebbero intavolate a tempo opportuno dirette trattative tra i due governi per quanto riguardava eventuali risarcimenti di danni. La situazione è invece meno favorevole per i beni dei connazionali al Congo, una notevole aliquota dei quali è tuttora sotto sequestro, allo scopo di conservare l'unica moneta di scambio di cui il Belgio dispone fino al definitivo regolamento dei conti.

Da un punto di vista più generale, Spaak vede in noi l'avamposto della civiltà occidentale, segue con simpatia il risollevamento del nostro paese e sarebbe lieto di vedere realizzata l'Unione doganale italo-francese sull'esempio di Benelux. Inoltre questo Governo non è stato insensibile al notevole apporto di mano d'opera italiana che gli ha consentito di vincere la fondamentale battaglia del carbone.

Queste le grandi linee dei rapporti italo-belgi, accanto alle quali certe grette resistente opposte da talune amministrazioni statali alla levata di determinati sequestri appaiono trascurabili. Aggiungo che la formazione del nuovo Gabinetto De Gasperi, con la partecipazione dei socialisti moderati, è stata accolta con simpatia da questo Governo il quale, com'è noto, è composto per metà di cattolici e per metà di socialisti.

Riassumendo, la politica estera belga nel 1947, svoltasi secondo le direttive sopra riferite, è stata di massima una fase di vigilante preparazione in attesa del cristallizzarsi di determinate forze; non si sono verificati avvenimenti eccezionalmente salienti, ma si è procurato, attraverso un quotidiano lavoro di lima, di agevolare l'evoluzione estera ed interna del paese per adeguarlo alle nuove situazioni e farlo aderire per quanto possibile agli indirizzi preconizzati oltre oceano dagli Stati Uniti ed in Europa da coloro i quali, mediante l'applicazione del piano Marshall e la realizzazione di complessi economici plurinazionali, mirano ad una pacifica rinascita del vecchio continente.

Il Belgio si è definitivamente convinto, attraverso l'esperienza di due guerre, di non poter rimanere neutrale né svolgere, in caso di invasione dall'Oriente, che una modesta azione di rallentamento e perciò, oltre a spostare le proprie basi strategiche verso il Congo, ravvisa la sua salvezza in un rafforzamento dell'O.N.U. ed in una politica estera con le Grandi Potenze e con gli Stati vincitori che gli eviti di ritrovarsi, come nel 1939, in una posizione di insostenibile equilibrio tra due potenti blocchi.

Il primo ministro belga punta vieppiù chiaramente sulla ricostituzione di una Europa a tinta socialista moderata, in accordo con le forze cattoliche progressiste, e basata su di una o più unioni doganali. Tale tentativo di ricostituzione si appoggia oggi sul bisogno di reciproco aiuto che gli Stati europei provano per risollevarsi materialmente e moralmente dalle rovine della guerra e per costituire, con i resti del passato splendore, un complesso capace di far fronte ai problemi attuali sia nel campo interno che estero, cercando di livellare il benessere degli Stati al punto più alto attraverso l'eliminazione progressiva delle barriere che li separano.

154

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. S.N.D. 878/36. Roma, 22 gennaio 1948, ore 21,30.

Suo telegramma 63 e telegramma Mascia n. 61.

Affermazione della nota jugoslava secondo la quale il segretario generale avrebbe dichiarato che «sarebbe difficile all'Italia accettare come candidato cittadini di paese con cui è stata in guerra», è non solo falsa ma stupidamente assurda.

A preciso quesito del ministro di Jugoslavia che desiderava conoscere ragioni per cui Italia rifiutava candidati Belgrado segretario generale rispondeva anzi che Governo italiano non (dico non) esprimeva alcun apprezzamento circa dette candidature, ma che riteneva candidati nostri più adatti per loro appartenenza Stato plurinazionale e tradizionalmente neutrale e per loro spiccata personalità (miei telegrammi 31 dicembre n. 18409/c.2 e 5 gennaio n. 128/c.3).

Poiché asserzione contenuta in nota jugoslava al Consiglio di sicurezza era già stata fatta da portavoce Ministero esteri Belgrado in conferenza stampa 8 gennaio, questo Ministero in data 10 gennaio ha già diramato alla stampa romana una precisazione in cui asserzione stessa è stata definita «non (dico non) solo falsa, ma assurda», il che è anche dimostrato dal fatto che come ultimo candidato proposi il sud-africano Egeland che lo stesso Vyshinsky aveva pubblicamente lodato come imparzialissimo.

Aggiungo che sono stato così sorpreso delle menzognere affermazioni di Belgrado che avantieri ho scritto a titolo privato al ministro jugoslavo a Roma partito giorni fa per Belgrado proponendogli, poiché lo stimo un galantuomo, di smentire

2 Vedi D. 59.

3 Con tale telegramma Fransoni aveva comunicato a Londra, Parigi e Washington: «Governo jugoslavo ha rifiutato due candidati da noi proposti il 31 dicembre u.s. ed ha avanzato due nuovi candidati: Maurice Dejan, ambasciatore francese a Praga, e Azcarate, ex ambasciatore di Spagna a Londra. In colloquio svoltosi stamane abbiamo fatto presente che, esaminate tali candidature, ci sembravano però meglio indicati nominativi seguenti: svizzero Pau\ Ruegger già ministro a Roma e ora a Londra e sudafricano Egeland».

informazioni che danneggiano anche la sua missione. VE. darà anche tale notizia ma raccomando il segreto in proposito come sul fatto che con tipico sistema totalitario non è il ministro che dà qui le notizie false alla nostra stampa comunista ma un suo funzionario più potente di lui4 .

154 l Vedi DD. 150 e 151.

155

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

T. S.N.D. 879/55. Roma, 22 gennaio 1948, ore 22.

Ebbi oggi cordiale franca conversazione con Mallet. Credo egli abbia sentito che ero solo mosso dal più profondo desiderio di intimità italo-britannica quando gli ho mostrato stupefazione per certi primi comunicati inglesi, per censura verso Italia come se colpa dei massacri fosse nostra e su certi apprezzamenti inglesi circa eccessi nostra stampa. Quando si pensi che per trovare un massacro sì atroce bisogna tornare alla Pechino del 1900 contegno stampa italiana mi è parso irreprensibile colla sola eccezione del subitaneo finto patriottismo dei comunisti. Gli ho ricordato frase tante volte ripetutami da Balfour e cioè che agenti periferici britannici sono i peggiori nemici del Foreign Office. Mallet avendomi osservato che taluni italiani di Mogadiscio erano fascisti gli ho spiegato che coloro erano brava ingenua gente divenuta forse fascista udendo tanti ufficiali britannici ammirare Mussolini. Gli ho detto che il doloroso incidente avvenuto a tre mesi dalle elezioni poteva aiutare oppure danneggiare la causa comune della civiltà occidentale e che a ciò dovevasi pensare a Londra se sanno quanto teniamo amicizia inglese. Per tale amicizia io pregavo dire franco mio pensiero.

Prego VE. fare altrettanto.

156

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. 886/69. Roma, 22 gennaio 1948, ore 24.

Ricevendo oggi i delegati francesi e inglesi accompagnati dai due ambascia

!54 4 Con T. s.n.d. l 022/66 del 23 gennaio Tarchiani rispose che il Dipartimento di Stato aveva accolto con soddisfazione la smentita italiana ed aveva dato assicurazioni sulla posizione che avrebbe assunto in proposito la delegazione americana al Consiglio di sicurezza.

tori ho detto loro fra l'altro: «Renderete servizio Europa se raccomanderete fatti non formule. Ricordatevi che Stati Uniti cominciano essere stanchi di frasi. Se io ho parlato sovente dell'Unione italo-francese è stato per mostrare Washington un fatto. Ma non credasi in Francia che stimiamo unione più utile a noi che ad essa».

157

IL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 1040/03. Atene, 22 gennaio 1948 (per. il 24).

Riferimento telegramma di V.E. n. 61 e mio telegramma n. 152.

Ho richiamato oggi attenzione Tsaldaris sbaglio anticipare discussione problema riparazioni specie con richiesta Saturnia e Vulcania sviluppandogli ottimi argomenti contenuti nel succitato telegramma di V.E.

Tsaldaris premise che un passo americano giorni or sono (mio telegramma 9)3 aveva mirato appunto farlo desistere da tale richiesta ma che egli aveva dichiarato agli americani di non poter recedere dalla richiesta che proprio stamane gli risultava essere stata avanzata anche dagli jugoslavi che -secondo Tsaldaris -doveva per loro essere respinto perché essi sono in carenza verso noi per esecuzione trattato.

M i disse essere suo assoluto intendimento favorire in ogni modo l'Italia ed ogni forma di collaborazione italo-greca pronto anche a recedere sino ad una gestione abbinata delle due navi con partecipazione -se necessario -anche degli americani e persino si disse disposto a semplicemente rinviare esame della richiesta greca di sei o più mesi ovvero rinviare esame ad una data suborditata al verificarsi d'un fatto internazionale quale ad esempio la prossima riunione Assemblea

O.N.U. quando in settembre -secondo Tsaldaris -Russia e satelliti usciranno dall'O.N.U. ed Italia dovrà prendere un atteggiamento specifico.

Naturalmente quanto precede mi fu da Tsaldaris largamente condito con le solite storie e cioè che Saturnia e Vulcania erano una questione di suo prestigio personale nonché di giusta soddisfazione del suo popolo che pur di vedere la propria bandiera su almeno una delle navi avrebbe ceduto sentimentalmente su ogni altra questione sostanziale ecc.

157 l Vedi D. 138. 2 Del 21 gennaio, con il quale Ricotti aveva assicurato di non aver mai fornito «incitamento

o spunto» alla intempestiva richiesta greca di discussione anticipata delle riparazioni, sottolineando come la propria azione fosse valsa a limitare la portata del passo americano (vedi D. 122, nota 2). Il governo greco aveva infatti deciso di inviare a Roma Argiropulos, al quale Ricotti aveva ribadito l'inopportunità della richiesta greca, e non il ministro della marina mercantile come da suggerimento statunitense.

3 Vedi D. 122, nota 2.

Mia impressione personale è che Tsaldaris, pur mostrandosi sinceramente comprensivo e assolutamente volenteroso, non cede sul fondo della questione ed anzi proponendo rinvio esame di sei o più mesi, mira ottenere sin d'ora un larvato riconoscimento della discussione e la fissazione d'un termine che il trattato all'art. 74 omette di precisare.

Ritengo egli comprenda benissimo come qualsiasi anticipata discussione del problema delle riparazioni degeneri automaticamente in un delicatissimo problema politico e che perciò, con la scusa delle riparazioni, tutto il suo vero giuoco sia proprio quello di forzare noi a comprometterci in qualunque modo su questo terreno.

Non ritenendo opportuno portare il discorso in questo senso, mi limitai a concludere che trattasi oggi di fare nascere e riannodare con la Grecia utili rapporti industriali e commerciali molto difficili a realizzare e che mischiare in questo lavoro in questo momento problema riparazioni significava sbarrare qualsiasi iniziativa del genere.

Quanto ad inconvenienti pubblicitari Tsaldaris schermivasi dicendo questi erano dovuti ai Ministeri tecnici ovvero al passaggio delle copie di documenti tra lui e Sofulis ed anzi mi assicurò che anche per altre fughe verificatesi aveva ordinato che nessuna copia uscisse più dal suo Gabinetto.

158

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1005/62. Londra, 23 gennaio 1948, ore 20,55 (per. ore 7 del 24).

Ho assistito ieri giovedì 22 discorso di Bevin Camera Comuni. Parlamento in ogni settore ha dimostrato generale profondo consenso, quando parlando della formazione di una «unione occidentale» basata sulla Francia e paesi appartenenti Benelux disse che sperava si sarebbero potuti associare in seguito «altri storici membri della civiltà europea includendo la nuova Italia, in questa grande concezione», corse per tutti i banchi del Labour Party e dell'opposizione un uguale caldo plauso consenso. Già alla vigilia del discorso, in un incontro occasionale Bevin mi aveva, in forma generica, espresso quanto disse poi chiaramente nel discorso ossia che partecipazione Italia riorganizzazione europea non era meno importante che quella dei paesi coi quali, solo per ragioni geografiche, egli pensava trattare subito l'accordo. Bevin inoltre mi aveva detto di volermi parlare più a lungo dopo il discorso. Incontro avrà luogo al Foreign Office domattina sabato 24 alle ore 12 e riferirò immediatamente circa l'esito del colloquio che evidentemente si riallaccia alle sue dichiarazioni alla Camera dei Comuni I.

158 I Vedi D. 168.

159

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1021-1052/67-69. Washington, 23 gennaio 1948, ore 21,37 (per. ore 17 del 24).

Forte discorso Bevin e sua iniziativa per Unione Europea occidentale destano profonda ripercussione in questa opinione pubblica e ricevono più favorevoli commenti questi circoli dirigenti. Circostanza che decisa presa posizione inglese sopraggiunga subito dopo decisione segretario Stato far pubblicare -nella festività sovietica della commemorazione di Lenin -raccolta documenti diplomatici su rapporti tra Germania nazista e U.R.S.S. dal 1939 al 19411, è qui considerata ormai aperta ammissione necessità ricorrere ad ogni mezzo pacifico per persuadere U.R.S.S. inanità propria attuale politica.

Dipartimento di Stato ha diramato oggi breve comunicato circa caloroso appoggio Stati Uniti ad iniziativa Bevin espressamente connessa con sforzi per stabilire «pace solida». Contemporaneamente stampa pone in speciale rilievo ripercussioni in Francia ed Italia sottolineando breve dichiarazione di V.E.2.

Riassumo conversazioni al Dipartimento di Stato dove oggi si esprimeva unanimamente viva soddisfazione per dichiarazioni Bevin:

l) si ammetteva che ministro affari esteri inglese aveva tenuto informare Washington e Parigi suoi propositi, maturati in seguito fallimento Conferenza Londra così come piano Mashall aveva tratto origine da delusioni precedente convegno Mosca.

2) Si mostrava sicurezza piena adesione Parigi, associata anche a passi con Benelux. Fatto che iniziativa, diversamente da quella a due per piano Marshall, fosse inglese, veniva attribuita a necessità per Bevin di assicurare a importante svolta previo appoggio Parlamento e opinione pubblica inglese.

3) È stato espresso voto che Italia come del resto anticipato da parole V.E., dia sua partecipazione che la inserirebbe definitivamente nella grande politica, offrendole anche nuove possibilità per spingere vantaggiosa soluzione varie questioni.

4) Si riteneva agevole adesione Portogallo mentre si escludeva possibilità di un inserimento Spagna sotto attuale regime Franco troppo identico in suo carattere totalitario regimi anti-democratici orientali.

5) Si ammetteva che adesione altri paesi, e specialmente quelli scandinavi, potrà essere lento.

Interlocutori americani esprimevano infine opinione che iniziativa Bevin eserciterà favorevole ripercussione su dibattiti Congresso per approvazione piano Marshall mentre prevedevano anche ottimo effetto prossime comunicazioni nostre e francesi (da me discretamente accennate senza entrare in dettagli) circa unione economica due paesi3.

Ritelegraferò.

159 l Si riferisce al volume Nazi-Soviet Relations 1939-1941, Documentsfrom the Archives of German Foreign Ojjìce, Washington, Government Printing Office, 1948. 2 Ed. in «Relazioni internazionali», a. XII (1948), n. 5, p. 72.

160

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1058/80. Parigi, 23 gennaio 1948, ore 22,55 (per. ore 15 del 24).

Chauvel mi ha detto che discorso Bevin andava considerato piuttosto come dichiarazione principio che come preannuncio programma azione concreta almeno per quello che concerne parte economica. Esso è stato salutato con favore da parte francese in quanto esso significa che Inghilterra, fino ad ora reticente unioni doganali cooperazione europee, si dichiara adesso in loro favore: ma sarebbe anticipazione non giustificata volerne dedurre che Inghilterra è già pronta fin da ora partecipare in larga misura questa unione doganale europea anche solo limitatamente alcuni paesi: quello che si può prevedere in prossimo futuro è al massimo intensificazione lavori Commissione mista economica franco-britannica ed estensione sistema ad altri paesi.

Quello che ha sorpreso francesi è stato tono generale discorso e soprattutto violenta presa di posizione anti-russa, tanto in contrasto con atteggiamento più conciliante assunto negli ultimi mesi da Inghilterra. Estensione patti politici a Benelux ed eventualmente ad altri paesi e spinta a maggiore cooperazione sul campo economico era questione che avrebbe benissimo potuto essere fatta sul piano diplomatico; quello che non appariva necessario era volere conglobare tutto ciò in un grande discorso e marcare suo carattere coalizione antirussa collegando il tutto con violentissima dichiarazione contro politica sovietica e comunismo; non che questo non quadrasse con convinzione e con politica francese ma perché dirlo pubblicamente?

A mia richiesta mi ha detto che Governo francese era stato informato in linea generale del discorso, ma che tono era stato per lui sorpresa. Sempre a mia richiesta mi ha detto non trattarsi improvvisazione Bevin, discorso era stato discusso ed approvato da Gabinetto e doveva quindi considerarsi come espressione politica britannica.

!59 3 Vedi D. 187.

161

IL CAPO DELLA DELEGAZIONE ECONOMICA, GRAZZI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 0011. Londra, 2 3 gennaio 1948.

Se ho ben compreso il discorso di ieri del signor Bevin, osservo, per quanto riguarda il solo lato di esso che ha contenuto politico-economico, che l'Inghilterra diviene da oggi una potenza continentale, anzi la potenza che dirigerà l'economia di almeno metà dell'Europa. Ciò qualunque sia l'interpretazione pratica delle sue parole, e benchè l'offerta fatta alla Francia, al Benelux, ed ai loro possedimenti possa avere un diverso contenuto a seconda della estensione che la Gran Bretagna intenderà darle, e a seconda della più o meno larga propensione degli interessati ad accoglierla.

Non si può evidentemente trattare di unione doganale nel senso classico, poichè questa comporterebbe la rinuncia inglese al sistema interimperiale: si può, forse, trattare di inserimento di detti paesi nell'area finanziaria della sterlina; ma il risultato oltrechè essere povero per così ricche premesse, urterebbe probabilmente da parte della Francia nel timore di una meno efficiente applicazione del piano Marshall: si può quindi trattare di un sistema preferenziale speciale, per quanto questo possa apparire difficilmente compatibile coi principi dell'l.T.O.: e in fine si può trattare di un efficace incremento dell 'intercambio, più o meno inserito nel piano Marshall, il quale -non bisogna dimenticare -finirà necessariamente, se applicato, coli' imprimere determinate variazioni nelle produzioni e nelle correnti di scambio europei.

Incidentalmente osservo che ci siamo fin d'ora accorti nelle nostre trattative che alla Francia viene già concesso un posto negli scambi britannici più largo che non a noi e a tutto nostro detrimento.

Se però è assai difficile fare subito previsioni circa la forma pratica che l'offerta del signor Bevin comporterà, è lecito, ciò malgrado, trame sino da adesso talune deduzioni e porsi talune domande.

La prima deduzione è che la Gran Bretagna, se si sarebbe opposta all'inserimento del Benelux nell'unione itala-francese ritenendolo diretto contro di lei, non ha difficoltà all'avvicinamento Benelux-Francia, se essa Inghilterra ne assume la direzione. La seconda è che, qualunque sia l'estensione pratica dell'offerta, l'asse politico-economico europeo si sposta, sempre maggiormente, dal Mediterraneo al mare del Nord e che di tanto diminuisce il peso italiano di quanto o rimarremo isolati o saremo trascinati a rimorchio.

Le prime domande che sorgono, ristrette nella loro più semplice essenza, sono alla loro volta due. Che cosa avviene in queste condizioni dell'unione italofrancese? Che cosa farà l'Italia, invitata da Bevi n ad aggregarsi, sia pure come ultima ruota del carro, al sistema?

Senza pretendere di antivedere la risposta a questa ultima domanda, che implica una decisione grave che il Governo italiano potrà prendere, in una come

nell'altra direzione, sembra, anche per rispondere alla prima, che il buon senso dovrebbe consigliare agli stessi francesi di accelerare al massimo la dichiarazione dell'unione doganale con noi (ove essi siano rimasti, come credo, liberi di fronte alla Gran Bretagna di farlo) di maniera da presentarsi, essi ed eventualmente l'Italia, di fronte al futuro blocco col peso ben maggiore che deriverebbe alle due economie, e non alle sole economie, dalla loro reciproca fusione.

Comunque questi quesiti, ed altri che essi comportano in conseguenza, si presenteranno molto probabilmente sul terreno pratico a Bruxelles, alla riunione del Gruppo per l'unione doganale europea del 2 febbraio.

E quindi per me necessario conoscere tempestivamente -o a Parigi ove mi tratterrò fino al 30 gennaio o a Bruxelles ove giungerò il 31 -quale sia almeno in linea di massima il pensiero del Governo italiano in materia.

In particolare, è opportuno decidere se debbasi dar la sensazione alla conferenza che l 'Italia è favorevole in principio alle proposte del signor Bevin circa il blocco della «Western Europe», facendo o meno eventualmente allusione all'inserimento in esso dell'Italia; e se debbasi insistere, tanto malgrado il piano Bevin quanto e soprattutto a causa di esso, nell'opportunità di far precedere la più ristretta intesa regionale franco-italiana a quella più larga, benché regionale anche essa, quale quella presentata dal governo inglese2.

161 l Manca l'indicazione del numero di protocollo e della data di arrivo perché il documento è stato rcperito nelle carte dell'ambasciata a Londra, dove il ministro Grazzi si trovava per negoziati economici.

162

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

L. 054 SEGR. POL. Roma, 23 gennaio 1948.

Rispondo alla tua lettera 3151119 del 20 gennaio'. Mi corre innanzi tutto l'obbligo di attirare la tua attenzione sulla spontanea, unanime e direi significativa reazione di tutta l'opinione pubblica italiana ai fatti di Mogadiscio. Nel frattempo avrai ricevuto i giornali e avrai potuto rendertene esattamente conto. Posso assicurarti che il Governo ha se mai cercato di intervenire, nei limiti del possibile, per contenerla ed evitare eccessi. Ciò prova che si è nel vero quando si asserisce che la questione africana è il punto dolente dei rapporti italo-inlgesi e che non si potrà costruire una effettiva ed efficiente amicizia italo-britannica se non sarà risolta tale questione e sino a quando l'opinione pubblica italiana non avrà acquisito la sensazione che il suo desiderio di collaborare con gli inglesi, che è sincero, incontra dall'altra parte la stessa sincerità e la stessa buona volontà. L'eccidio di Mogadiscio non ha fatto che mettere crudelmente a nudo questa situazione che sarebbe errore grave nascondere: le sue conseguenze saranno storicamente importanti se quegli avvenimenti, pur nella loro tragicità, avranno provato a tutti la necessità di una migliore comprensione delle esigenze del popolo italiano e l 'urgenza di un chiarimento definitivo tra Italia e Gran Bretagna al riguardo. Solo a questa condizione quei 51 martiri potranno unire e non separare i due paesi.

162 l Vedi D. 148.

A questo scopo è necessario che da parte britannica si esca ormai dai vaghi accenni che non possono più soddisfare: da molto tempo abbiamo sollecitato delle conversazioni sia pure confidenziali: più recentemente con la mia lettera n. 168 del 14 corrente2 e nel telegramma n. 473 ho nuovamente insistito su questo punto.

Rilevo dalla tua lettera che proponi di sospendere la consegna della Nota ai Supplenti. Non ho difficoltà a tale momentanea sospensiva se nel frattempo si potranno avviare tali conversazioni e se attraverso di esse si potrà arrivare agli stessi risultati. Il soddisfacimento di quella nostra richiesta, circa la Somalia, costituirebbe un notevole primo passo per uscire dalle difficoltà attuali e riportare l'opinione pubblica italiana in un clima di distensione. Naturalmente però noi vediamo le conversazioni non ristrette alla sola questione della Somalia: esse dovrebbero avere per oggetto l'insieme del problema dei territori italiani in Africa. Noi prendiamo come punto di partenza le assicurazioni che nei contatti ufficiosi degli ultimi due anni ci sono state ripetutamente date: la non oppisizione britannica ad una amministrazione fiduciaria italiana in Somalia e Tripolitana. Per quanto si riferisce all'Eritrea e alla Cirenaica non è esatto quanto dice Charles circa un nostro atteggiamento poco «helpful», in quanto abbiamo avanzato successivi suggerimenti e varie possibilità di soluzioni concordate.

È del pari inesatto che nel sollecitare l 'appoggio di Washington e di Parigi da parte nostra si tenga un «tono volutamente antibritannico»; è invece vero il contrario, e cioè che sempre prospettiamo la necessità di arrivare ad una soluzione favorevole del problema nel quadro delle relazioni italo-britanniche e per rendere possibile una solida intesa fra i due Paesi, eliminando l'unica grossa questione politica che li separa e che non è ristretta nell'ambito delle cancellerie, ma ha profonde radici nell'opinione pubblica italiana e si riflette sulla politica interna del paese: d'onde l'importanza dell'atteggiamento positivo o negativo della Gran Bretagna in questo campo.

E ciò ha la sua evidente grande importanza. Mi richiamo qui anche al discorso di Bevin. L'Italia è pronta a tutte le intese, anche a quelle militari. Di voler collaborare ad una unificazione dell'Europa occidentale ha dato prova spingendosi molto innanzi col propugnare la necessità di strette intese economiche e di unioni doganali di cui dà l'esempio; essa crede che questa sia la via giusta su cui ci si deve incamminare in quanto intese economiche di tale natura sono la base necessaria e indispensabile di quelle politiche. Miriamo a togliere di mezzo ogni causa di dissenso che possa rendere difficile questa unificazione dell'Europa e a creare ovunque condizioni di solidarietà e collaborazione fra le nazioni europee, sul continente, come in Africa. Che l'Inghilterra non renda vani questi nostri sforzi, che la sua politica africana non favorisca il sorgere di nazionalismi di destra e di sinistra e le manovre di quanti vorrebbero sottrarre il nostro paese al mondo occidentale, dal che nascerebbe rovina per noi, ma anche per gli altri, questo è ciò che chiediamo. Parla con Bevin con assoluta franchezza come i tempi e l'importanza della posta in gioco impongono di fare4.

162 2VediD.lll.

3 Vedi D. 142.

4 Per la risposta vedi D. 185.

161 2 Per la risposta vedi D. 192.

163

IL VICE DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, CATTANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. Roma, 23 gennaio 1948.

Nei colloqui avuti con me e con il ministro Berio, il signor Argiropulos ha tenuto a chiarire il carattere della sua missione a Roma che è di natura esplorativa: il Governo greco, in seguito agli sviluppi della situazione dei rapporti fra i due paesi ed in relazione agli incoraggiamenti avuti in varie occasioni sia dagli americani che negli occasionati contatti con rappresentanti italiani, ha ritenuto che fosse giunto il momento di avere uno scambio di idee che, nello spirito della «gradualità», e al fine dell'incremento delle relazioni italo-greche, fosse un valido contributo al raffermarsi di quei vincoli e di quegli interessi comuni italo-greci che gli avvenimenti passati e futuri impongono ai due paesi.

Il Governo greco non si nascondeva le complesse difficoltà che ostacolano un regolamento dei vari problemi da esaminare ma confida che da parte nostra si possa trovare di comune accordo la via di superarle.

Il signor Argiropulos ha esposto a titolo indicativo le varie direzioni nelle quali uno studio avrebbe potuto essere compiuto:

a) si era parlato in passato di gesti simbolici da parte dell'Italia: uno di essi avrebbe potuto essere l'offerta di ricostruzione da parte nostra di qualche vi llaggio greco distrutto; ciò senza devolvere somme apprezzabili, avrebbe sollevato favorevole impressione in Grecia. Un altro di tali gesti poteva essere il rilievo da parte nostra del circolante ritirato dai greci nel Dodecanneso: si tratta del controvalore di circa 5/600 mila dollari che i greci avrebbero potuto introdurre clandestinamente in Italia e di cui invece chiedevano correttamente il rilievo da parte nostra per l'acquisto in Italia di merci utili per la Grecia;

b) riparazioni: il Governo greco desiderava conoscere se il Governo italiano avrebbe consentito di studiare sin d'ora in quali settori convenienti al!' economia dei due paesi le riparazioni avrebbero potuto essere anticipate, avuto riguardo alle tragiche condizioni della Grecia. Ha chiarito che la fornitura di produzione corrente non sembrava ai greci conveniente perché oltre a creare una euforia momentanea nel mercato greco avrebbe squilibrato il livello normale degli scambi fra i due paesi. Essi pensavano più utile la collaborazione italiana per la creazione di particolari attrezzature in cui l'Italia è preminente e la cui collaborazione sarebbe stata fruttuosa anche dopo le riparazioni. Egli ha indicato i seguenti settori:

l) lavori di complessi idroelettrici (uno in Grecia continentale e uno nel Dodecanneso), per i quali sono stati fatti degli studi preliminari; 2) ricerca e sfruttamento delle risorse minerarie;

3) studio della flora e fauna sottomarina dei mari greci con successiva piccola attrezzatura peschereccia.

In questi settori l'Italia avrebbe potuto inviare delle missioni di studio dei suoi tecnici di riconosciuto valore con l 'intesa di procedere poi a studi fatti alla costruzione delle necessarie attrezzature;

c) sempre nel campo delle riparazioni sorge la questione del Saturnia e Vulcania per i quali, a parte le personali preferenze del signor Tsaldaris che si ispirano a considerazioni di prestigio non condiviso dall'opinione del Governo greco e dagli americani, si riteneva che i greci avrebbero volentieri accettato in luogo dei due piroscafi la costruzione di piccole navi per il cabotaggio;

d) un'altra importante direzione in cui studiare lo sviluppo dei rapporti italogreci, è quella dei prossimi accordi commerciali. Il signor Argiropulos ha insistito per far rilevare che in questo campo, un deciso passo avrebbe dovuto essere compiuto sia per la tecnica degli scambi che attualmente non li soddisfa, sia per il volume in relazione soprattutto al problema del tabacco che è fondamentale per l'economia della Grecia: è questa una questione sulla quale anche il ministro Guidotti ha sempre insistito e che si è finora urtata contro le difficoltà da noi opposte. È indubbio che ove noi decidessimo di fare al tabacco greco un posto preminente nei nostri rifornimenti, il problema degli scambi con la Grecia ne sarebbe profondamente rafforzato.

Sempre nel campo degli scambi e nel quadro di un suo allargamento, il signor Argiropulos ha insistito sul valore anche morale di nostre importanti forniture di grano da semina.

Questi sono i vari settori toccati dal signor Argiropulos. Mentre per la parte relativa ai gesti simbolici e agli scambi è stato risposto che un più approfondito esame avrebbe potuito essere utilmente fatto in opportuna occasione, per il problema delle riparazioni e delle navi, tanto io quanto il ministro Berio abbiamo ampiamente esposto al signor Argiropulos le difficoltà che si frappongono a qualunque preciso impegno italiano che vada al di là di quelle che sono le clausole del trattato non tanto come conseguenza di una rigidezza italiana nei confronti della Grecia, quanto per i riflessi inevitabili che qualunque sostanziale concessione in questo campo avrebbe provocato sia in campo politico che economico nei nostri rapporti con gli altri aventi diritto a riparazioni. Si è fatto tuttavia comprendere al signor Argiropulos che i settori da lui indicati nel campo idroelettrico minerario e della pesca ci interessavano. Il signor Argiropulos ha precisato che non si trattava di prendere impegni ora, ma di sondare le disposizioni generali del Governo italiano. Ho risposto che si sarebbe forse potuto esaminare l'invio di missioni di studio nei tre settori senza riferimento alle riparazioni. Egli ha replicato che, se poi ci si fosse limitati al puro studio, la Grecia non avrebbe avuto interesse potendo essa facilmente avere analogo contributo di tecnici da parte americana.

Avendo il signor Argiropulos fatto cenno agli incoraggiamenti americani, ho ritenuto opportuno mettere al corrente l 'ambasciatore Dunn dello scambio di idee in corso con i greci.

L'ambasciatore americano, in seguito ha chiarito il suo punto di vista come segue:

a) il Governo americano è interessato egualmente alla ricostruzione economica dei due paesi e vede con estremo favore questi scambi di idee che vivamente incoraggia (per non dire che ha provocato);

b) tali contatti dovrebbero essere attivamente proseguiti sul piano tecnico in tutti i settori indicati ma senza aggravare la posizione economica dell'Italia e attenersi al trattato;

c) incrementare gli scambi fra i due paesi al massimo anche come mezzo tecnico ai fini di cui al paragrafo b);

d) consiglia di studiare attentamente con i greci i settori di possibile collaborazione nel quadro degli aiuti del piano Marshall. È questo un argomento estremamente interessante e che noi non abbiamo trattato con il signor Argiropulos, dopo le utlime comunicazioni di Washington l e dopo le segnalazioni del ministro Ricotti di procedere con cautela in questo settore, date le reazioni greche, adombrate nel senso che in taluni ambienti si sarebbe insinuato che gli italiani dopo aver tentato inutilmente di imporsi in Grecia con i tedeschi tentavano ora di imporvisi con l'aiuto degli americani. Ma se il consiglio dell'ambasciatore Dunn verrà ripetuto dal Dipartimento al signor Argiropulos nei suoi contatti a Washington, il terreno della collaborazione italo-greca potrebbe essere di estremo interesse per noi in questo campo.

Dall'esame della esplorazione compiuta e in base alle istruzioni di carattere generale, date da V.E., semprerebbe opportuno nella fase conclusiva dei contatti con il sig. Argiropulos, orientare l'atteggiamento italiano nelle seguenti linee:

a) si è disposti ad esaminare in un secondo momento e superate le difficoltà di bilancio, il compimento dei gesti «simbolici». Per quello relativo alla ricostruzione di opere in villaggi greci potrebbe essere utilmente esplorata una realizzazione di collaborazione di tecnici e mano d'opera italiana;

b) riparazioni: ferme restando nelle attuali condizioni politiche ed economiche dell'Italia tutte le riserve basate sul trattato di pace quanto ai tempi, non ci rifiutiamo di esplorare su un piano tecnico e in un secondo momento da determinarsi di comune accordo, l'invio di missioni di studio per i settori idroelettrico e minerario. Per quanto riguarda la pesca ripetere le condizioni già enunciate al signor Argiropulos circa la nostra esigenza di porre il problema dello sfruttamento su una base di compartecipazione italiana;

c) la fornitura di navi di piccolo cabotaggio potrà essere studiata nel quadro degli accordi commerciali;

d) si è disposti a studiare con ogni più favorevole disposizione l'ampliamento degli accordi commerciali e di esaminare in modo particolare il problema del tabacco;

e) riterremmo conveniente per il consolidamento dei rapporti economici fra i due paesi predisporre degli studi d'accordo con i greci dei settori nei quali la collaborazione italo-greca potrebbe essere realizzata con vantaggio per le due economie nel quadro dei futuri aiuti americani secondo il piano Marshall2.

163 I Vedi D. 92.

2 Il documento reca la seguente annotazione: «Il ministro ha approvato ed ha dato istruzione di fare al signor Argiropulos le comunicazioni di cui sopra». Del contenuto di queste conversazioni fu informato Prina Ricotti con Telespr. segreto 03 I84 del 30 gennaio.

164

IL MINISTRO A HELSINKI, RONCALLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. RISERVATO 76/28. Helsinki, 23 gennaio 1948 (per. il 13 febbraio).

Il momento attuale, suscettibile di situazioni impreviste, mi suggerisce di non tardare a tracciare un quadro, se pur ridotto, della posizione della Finlandia nei riguardi della vicina orientale.

Questa posizione va, a mio parere, inquadrata in alune pregiudiziali: geografica, per cui la Finlandia, nella sua piccolezza, non potrà mai essere soggetto, ma soltanto oggetto, se pur non trascurabile, di politica internazionale; storica, per cui questo piccolo paese non rinuncerà mai a gravitare verso occidente e gli Stati scandinavi, mentre l'U.R.S.S. non rinuncerà mai a riconquistare la Finlandia, se non territorialmente, almeno politicamente ed ideologicamente, facendone un' entità sul tipo dell 'Ucraina e della Bielorussia (occorre ricordare il «ritorneremo» di Kuusinen del 1918); altra pregiudiziale, la volontà tenace, o meglio testarda, di tutti i finlandesi, senza esclusione di colore politico, di lavorare per uno scopo soltanto: quello di riconquistare la prosperità del 1939, a qualunque costo.

Questa pregiudiziale potrebbe considerarsi, nel momento attuale, prevalente, almeno da un punto di vista contingente, nel senso che, non avendo l'orientamento scandinavo funzionato al momento buono (l Omila volontari svedesi, e poche centinaia fra norvegesi e danesi nel 1939-40), su nessun aiuto diretto esterno la Finlandia sa di poter contare e perciò non può permettersi alcun atteggiamento comunque suscettibile di intralciare il suo lavoro. Questa è la ragione per cui l 'unico accenno che io abbia potuto raccogliere negli ambienti ufficiali, che curano meticolosamente di non lasciarsi sfuggire alcuna espressione che possa urtare la grande vicina, è la preoccupazione che il mancato accordo fra i Grandi possa comunque portare guai alla Finlandia, intralciando il suo faticoso e tenace lavoro di ricostruzione.

Non si deve dimenticare che la Finlandia deve pagare all'U.R.S.S., in forza del trattato di pace, 300 milioni di dollari in otto anni, di cui tre già trascorsi (erano sei in origine, portati poi per decisione personale di Stalin ad otto); pagamento non in valuta, che sarebbe stato facile alla Finlandia di procurarsi sui mercati occidentali, ma in prestazione d'opere. A queste prestazioni da parte della Commissione russa si oppongono gravissime penalità, fino al 60% dell'intero valore, per infrazioni, ritardi, carenze, anche di minima entità. Ecco perchè il lavoro del finlandese deve essere tanto tenace («forsennato», mi ha detto il collega francese) per coprire appunto la produzione obbligata in esecuzione del trattato di pace, e raggiungere un soprappiù di produzione per l'esportazione libera e per le necessità interne.

Quanto alla prima pregiudiziale, quella geografica, essa ha parecchi nomi: Porkkala, la penisoletta a 17 chilometri a sud-ovest di Helsinki, che i russi, per trattato, hanno in affitto per 50 anni, per la costruzione di una base navale: da questa si può non soltanto tagliar fuori la capitale in pochi minuti, ma si può, come sta succedendo in questi giorni, forse come monito per il futuro, con un prete

sto tecnico strozzare il traffico marittimo finlandese, che è costretto ad un'ampia deviazione in mare aperto, intransitabile per parecchi mesi a causa dei ghiacci; altro nome è Viborg, capoluogo della Carelia perduta; un altro ancora è Reval (Tallinn), la base estone di fronte a Porkkala.

Entro questi presupposti si possono fare varie considerazioni di carattere più contingente.

Non è da pensare che l'ultima parola in fatto di valori morali e nazionali sia proprio stata detta: di questi valori morali non si può negare che i finlandesi ne posseggano, e ci tengono. Prima di tutto un grande senso di dignità e di correttezza in ogni campo, e particolarmente nell'eseguire gli impegni comunque assunti. È vero che dopo una duplice guerra disastrosa anche il celebrato carattere finlandese si è velato di notevoli ombre, ma comunque le clausole del trattato di pace vanno eseguite e si stanno eseguendo.

Questo è l'elemento che spiega in maggiore misura l'atteggiamento dell'U.R.S.S. verso la Finlandia. Se poi, con un lavoro maggiore, questa riesce a produrre anche per sé, è affar suo. L'U.R.S.S. non ha alcun interesse ad arrestare in qualsiasi modo tale attività. Questa appare una ragione del trattamento che a prima vista indubbiamente colpisce, che Mosca fa ad Helsinki, così diverso da quello riservato a Budapest, Bucarest, Sofia, ecc. Forse sarebbe più esatto dire del trattamento che Mosca ha fatto sinora ad Helsinki, perché, come ho riferito nei giorni scorsi, qualche cosa appare cambiata o sulla via di cambiare fra i due paesi.

Oltre al fatto delle annualità che rimangono da percepire, non si può escludere che, da parte russa, contribuiscono ali'atteggiamento verso la Finlandia anche un certo rispetto, tanto per la Finlandia per sé stessa, combattente in due guerre sfortunate, quanto per la Finlandia appoggiata tradizionalmente al gruppo scandinavo. Rispetto anche per un paese che osserva i termini del trattato di pace, rendendosi conto di essere stato onorevolmente battuto, senza per questo rinunciare alla sua dignità. Non è da escludersi, da parte russa, anche un certo calcolo: Mosca ha abbastanza carne al fuoco per non aggiungerne altra. Tutto insomma, escluse ragioni di simpatia. Ognuna deJie due parti sa, e ognuna sa che l'altra sa, che esse non si ameranno mai. Perciò nessuna delle due cerca di guadagnarsi le simpatie dell'altra, né di promuovere un avvicinamento, né una comprensione che riconosce impossibili. Da una parte e dall'altra si cerca di mantenere un equilibrio, che, per quanto instabile, si rileva la migliore soluzione perché ognuna delle due possa provvedere ai casi suoi. Equilibrio che porta ad evitare qualsiasi benché minima provocazione o colpo di spillo. Si potrebbe ben dire che questa gente procede sulla faticosa via della ricostruzione a forza di restrizioni mentali. A questo proposito cito un fatto recente. Il capo di una associazione finno-americana rientrando negli Stati Uniti dalla Finlandia, in un discorso ebbe a parlare della «spada di Damocle» incombente sulla Finlandia, dalla quale solo Dio e gli Stati Uniti possono salvarla. Queste espressioni non sono affatto riuscite gradite qui, dove lo stesso corrispondente dell'«Associated Press» non ha voluto diramarle per la pubblicazione. Questa è la ragione per cui, nella stampa di ogni tendenza tanto spesso si leggono deplorazioni delle «esagerazioni» degli «allarmi» della stampa svedese nei riguardi della grande vicina orientale: esagerazioni ed allarmi che si attribuiscono ai circoli finlandesi fuorusciti. È incontestabile che né i russi trattano i finlandesi come vinti, né questi i russi come vincitori e impositori di una dura pace.

I finlandesi si considerano in diritto di vivere la loro vita, certamente dura e difficile, e di seguire, anche nel campo politico interno, le loro tendenze individualistiche, quando queste non si oppongono all'esecuzione onorevole del trattato di pace. E qui cominciano i guai.

Come ho riferito, le elezioni amministrative, terminate nel dicembre scorso, hanno fatto perdere ai comunisti il 20% dei seggi a vantaggio del partito socialdemocratico (socialista) e di altri aggruppamenti di centro sinistra. Se questo fatto dovesse ripetersi nelle elezioni politiche della prossima primavera (per primavera finlandese deve intendersi giugno, ed anche più tardi) ciò potrebbe costituire qualche cosa di più di un colpo di spillo, e piuttosto uno smacco per la vicina orientale. Il Governo sovietico potrebbe cominciare ad allarmarsi sul serio ed a cercare, a mezzo dei partiti locali di estrema sinistra e per altra via, di influire sulle elezioni per la formazione di un Governo comunista. L'altra via sarebbe appunto il nuovo ministro dei Soviet, generale Savonenkov, di cui ho riferito a suo tempo. Indubbiamente la sua nomina va al di là di un cambiamento di persona. Egli è stato ufficialmente vice presidente, ma di fatto presidente della Commissione di controllo, dato che il generale Zdanov risiedeva a Berlino. Egli potrebbe, in caso di necessità, da rappresentante diplomatico, riprendere la sua veste di controllore. Non manca anzi chi, per la sola presenza di Savonenkov, considera già inevitabile l'avvento di un Governo comunista. Si parla di 20 mila civili sovietici entrati in questi ultimi tempi nel paese per un più diretto controllo durante il periodo preelettorale.

Come ho detto, secondo la stampa locale il maggiore allarme si sarebbe avuto in Svezia, dove la stampa ed i circoli finlandesi si considerano ormai sicuri che il «sipario di ferro» verrà tirato anche sulla Finlandia nella prossima primavera. Il conservatore Uusi Suomi osserva a questo proposito che meno si parla di politica finlandese interna ed estera, e meno speculazioni si fanno intorno ad essa, meglio è. L'allarme e le conclusioni precipitate della stampa svedese non possono riuscire graditi qui. Il giornale non vede ragioni per cui la politica finlandese debba suscitare ora maggiore attenzione di un mese fa.

Anche senza sopravalutare i fatti ed i commenti, qualche cosa è cambiato e la euforia predominante alla fine del 194 7 ha subito una scossa. Ora si parla della adesione della Finlandia al «Cominform». A suo tempo tale adesione non è stata richiesta. Ora invece la richiesta stessa è attesa da un momento all'altro, e nessuno si fa illusioni sulla possibilità di opporre un rifiuto. Si parla anche nella stampa della possibilità di un accordo militare tra Finlandia e U.R.S.S.

A tale proposito si è aperta una polemica fra un giornale di estrema destra, Kauppalehti ed il comunista Vaapa Sana. Il primo sostiene la necessità della neutralità più assoluta e dichiara che la quasi totalità del popolo finlandese è del parere che tutto il possibile debba essere fatto per evitare un'altra guerra. Il secondo sostiene invece che la Finlandia costituisce sempre la via normale di un attacco contro l'U.R.S.S. e che una minaccia non può venire alla Finlandia che dall'imperialismo occidentale. Di qui la necessità di precisare fin d'ora l'atteggiamento del paese verso il suo più sicuro protettore.

Della conclusione di un patto militare finno-sovietico si è parlato più o meno apertamente dall'epoca dell'armistizio ma la questione non è stata mai abbordata dal Parlamento. Data la situazione militare della Finlandia, la questione per se stessa non rivestirebbe eccessiva importanza, non essendovi per il paese altra alternativa, qualora il patto fosse proposto dali 'U.R.S.S. Dove invece si vede un danno grave è nel fatto che il patto stesso verrebbe a privare la Finlandia del vantaggio dei crediti esteri di cui essa ha bisogno per poter mantenere il corso della produzione in modo da soddisfare, oltre agli obblighi del trattato di pace, anche le necessità nazionali. Di questo stesso patto, ma nel quadro di un più vasto trattato di amicizia con l'U.R.S.S., ha parlato anche il ministro dell'interno Leino a suo tempo, e precisamente al ritorno dal viaggio da lui compiuto a Mosca a capo di una delegazione in occasione del 30° anniversario della rivoluzione russa.

Qualora si considerino, nel loro insieme, gli elementi da me accennati, non sarebbe da escludere a priori che i finlandesi, pur di arrivare al loro presupposto di riguadagnare le posizioni del 1939 ad ogni costo, accettino anche un Governo comunista, un patto militare e di amicizia con l'U.R.S.S. e l'adesione al Cominform come mali necessari e come passaggi obbligati e temporanei verso una situazione migliore.

165

IL MINISTRO A L' AJA, BOMBIERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1025/9. L'Aja, 24 gennaio 1948, ore l (per. ore 23).

Ad accezione dei giornali comunisti tutta la stampa olandese dà massimo risalto al discorso del ministro Bevin che è giudicato svolta fondamentale del nuovo orientamento politico dell'Europa occidentale e le cui conclusioni detta stampa riconosce essere la fatale conseguenza del fallimento Conferenza di Londra, della costituzione Cominform, dei recenti avvenimenti in Grecia ed Romania e della nuova rete alleanze Europa orientale.

In particolare modo si mette in evidenza fatto che dichiarazioni Bevin significano ultima fase del processo di evoluzione dell'Inghilterra e la sua intenzione di farle assumere ormai carattere decisamente continentale. Come significa la definitiva consacrazione ufficiale dell'esistenza di due grandi blocchi antagonisti. A malincuore qualche organo laburista si compiace constatare assicurazione Bevin che l'Inghilterra nulla intende fare di ostile contro Russia.

Vivissima impressione ha poi causato notizia anche se non del tutto inattesa del passo franco-inglese inteso ad ottenere che Olanda, Belgio, Lussemburgo stringano con Francia e Inghilterra patti bilaterali secondo lo spirito trattato Dunkerque: proposta questa che è giudicata anch'essa la fatale conseguenza dell'evoluta situazione politica internazionale ultimi mesi, ma che mentalità olandese tradizionalmente ostile ad ogni politica di alleanza subisce a malincuore.

Ambienti politici riconoscono inevitabile adesione Olanda e Benelux a tale proposta; stesso ministro degli affari esteri, pur dichiarandomi che il Governo non aveva ancora iniziato esame dell'invito franco-inglese, mi ha lasciato comprendere che non potevano esservi dubbi circa decisione.

Opinione pubblica tuttavia, pur rendendosi conto che l'attuale situazione non consente altre alternative, mostrasi seriamente preoccupata per le conseguenze che potrebbe avere costituzione «ufficiale» di un blocco occidentale e partecipazione ad esso dell'Olanda. Per quanto infatti ultimi sviluppi avvenimenti internazionali abbiano notevolmente influenzato politica governativa ed orientamento interno paese (mi richiamo a quanto riferito pagine 7-8 relazione annuale mio telespresso 6 corrente ll/101). Non è ancora interamente superata contrarietà che Olanda ha sempre trovato per schierarsi decisamente in uno dei due campi, contrarietà che meno di un anno fa aveva fatto cadere offerte Bidault patti bilaterali e progetto alleanza militare con Belgio.

Nessuno tuttavia qui si illude che Olanda possa rimanere fuori della progettata rete patti regionali continentali né si illude nel significato che ciò potrà avere: solo qualche foglio di sinistra e di centro sinistra mostra di credere che la cosa avrà prevalentemente sviluppo nel campo economico.

166

IL MINISTRO A VIENNA, COSMELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1069114. Vienna, 24 gennaio 1948, ore 13 (per. ore 19,38).

In previsione prossima entrata in vigore legge optanti sembra sia tutto pronto per dar corso nota dichiarazione di cui a ultima parte verbale 22 novembre scorso. Circa prima parte medesima si è in dubbio se si fosse d'accordo o meno con delegazione italiana di darvi pubblicità ma sarebbero in corso sondaggi costì!.

Sembra Governo austriaco gradirebbe potervi dare qualche pubblicità, per mostrare opinione interna suo interessamento e concessione ottenuta.

Sono stato ufficiosamente interpellato su come Governo italiano intendeva dare diffusione provvedimento in modo da facilitare a interessati conoscenza possibilità loro ora offerte di riacquistare cittadinanza italiana. Ho risposto a titolo privato che non credevo si potesse adottare procedura diversa da quella prevista nostre leggi, e che, come in altri casi per leggi interessanti residenti all'estero, Italia faceva in via interna amministrativa speciali segnalazioni uffici diplomatici e consolari.

Mi è apparso chiaro che tale domanda è in relazione soprattutto a preoccupazione che disposizioni nostre leggi non giungano a conoscenza optanti/residenti in Germania, e mi risulta da ottima fonte che sono stati fatti ultimamente sondaggi presso americani perché facilitassero, specie in Baviera, esecuzione accordo. Ma concordando in definitiva Dipartimento di Stato su inopportunità che, pur applicandosi lealmente accordo, non venisse particolarmente incoraggiato ritorno in Italia, si è venuti in determinazione che autorità militari americane consentiranno soltanto raccolta e registrazione, esclusa ogni forma di propaganda e di pressione.

Da parte mia ho fatto in opportuno luogo presente che, pur volendosi da parte italiana eseguire lealmente accordo, non vi era nessun interesse generale a favorire particolarmente un rimpatrio che assumerebbe carattere politico, non sarebbe privo di conseguenze in avvenire e comporterebbe anche problemi finanziari sociali di sistemazione assai complessi.

Da buona fonte apprendo che qualche elemento austriaco avrebbe perfino avanzato proposta di finanziare ritorno e stabilimento optanti in quadro piano Marshall. Idea è stata fatta completamente cadere. In questo organi responsabili americani, pur essendo assai appariscente vivo interesse a questione optanti, mi sembra prevalere concetto di una leale applicazione ma senza speculazioni e esagerazioni. Così sarebbe stato fatto intendere anche al Governo austriaco.

165 l Non pubblicato.

166 l La dichiarazione fu emanata dal Governo austriaco il 31 gennaio 1948, nei termini previsti (vedi serie decima, vol. VI, D. 762).

167

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. 965/c.I. Roma, 24 gennaio 1948, ore 15,20.

Parlando con Dunn del discorso Bevin l'ho trovato concorde che, ad evitare equivoche interpretazioni, sarebbe bene accentuare che la più sicura base di una unione europea è accentuare unioni economiche. Ricordandogli mia iniziativa per Unione doganale italo-francese e miei successivi sforzi gli ho detto che un forte consiglio americano a Parigi in tal senso sarebbe prezioso. Dunn mi ha detto raccomanderebbe caldamente ciò.

V.S. può aggiungere che se l'idea va più a rilento Parigi che qui è per tema turbare degli interessi privati. Ma gli interessi di due paesi e del piano Marshall valgono più di qualche privato interesse.

167 l Il primo capoverso veniva trasmesso anche alle ambasciate a Londra e Parigi.

168

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. l 081165-66. Londra, 24 gennaio 1948, ore 21,06 (per. ore 7 del 25).

Bevin ha iniziato colloquio di stamane esprimendo suo desiderio assicurare, mio tramite, Governo italiano sua ferma convinzione opportunità e necessità Italia partecipi in parità assoluta con altri paesi formazione e funzionamento futura «Unione Occidentale». Data però complessità pratica attuazione progetto stesso egli riteneva dover procedere per gradi e per questo e questo soltanto Governo italiano non era stato ancora interpellato direttamente in proposito. Bevin intendeva costituire un primo nucleo con Francia e paesi Benelux per poi, inquadrato anche problema Germania, estendere nuova collaborazione occidentale all'Italia ed al Mediterraneo.

Comunicatomi quanto sopra che del resto ribadisce quanto già dichiarato nel suo discorso alla Camera del 22 corrente, Bevin è passato alla questione dei fatti di Mogadiscio. Dopo aver affermato suo vivo rincrescimento per quanto avvenuto egli ha dichiarato che Governo britannico intendeva condurre una esauriente e rigorosa inchiesta in modo da fare luce completa su quanto avvenuto; era costretto però fin da ora a deplorare l'atteggiamento stampa ed opinione pubblica italiana che senza attendere di conoscere realtà dei fatti mostrava già di attribuirne l'intera responsabilità all'amministrazione britannica; egli non poteva ammettere tale giudizio preconcetto e lo riteneva inopportuno nel quadro generale di una desiderabile sempre più stretta amicizia fra i nostri due paesi. Bevin mi ha quindi rimesso il sunto di una nota che ambasciatore Mallet consegnerà a V.E.l ed in cui viene in sostanza confermato quanto già da me comunicato a codesto Ministero con telegrammi 36 e 532.

Ho allora dichiarato che per quanto riguardava la futura «Unione Occidentale» era già nota a Bevin la profonda convinzionenutrita da V.E. sulla sua massima utilità e che egli avrebbe trovato nell'Italia una piena e leale collaborazione sempreché naturalmente essa vi partecipasse su di un piede di assoluta parità con gli altri paesi interessati.

Per quanto riguardava il risentimento creato dagli avvenimenti di Mogadiscio facevo presente che tristissimo episodio andava esaminato in più vasto quadro di responsabilità che non quelle circoscritte e locali. Esso si riallacciava a quello stato di inquietudine, di incertezza, di naturale irritazione degli animi in cui l'opinione pubblica italiana e residenti nelle colonie erano posti dal non vedere fino oggi prospettata da parte britannica alcuna soluzione favorevole o rassicurante circa il problema della offerta nostra collaborazione in Africa, offerta pienamente leale. L'impenetrabilità delle intenzioni inglesi a questo riguardo favoriva in modo in

168 I Vedi D. 181, Allegato. 2 Del 17 e 21 gennaio, non pubblicati.

dubbio l'azione della Russia sovietica in senso antibritannico. Chiedevo a Bevin di considerare l'opportunità di una chiarificazione intera su questo punto, una franca e leale presa di posizione che togliesse il Governo italiano da uno stato di penosa incertezza che si rifletteva nel malessere che dominava ormai l'animo di tutti gli italiani sull'avvenire delle nostre colonie. Inoltre poiché incrociandomi l'altro giorno alla camera dei Comuni dopo aver pronunciato il suo discorso egli mi aveva detto «bisogna che l'Italia sia forte», io gli chiedevo come toltoci l'esercito, la marina ed in parte le nostre frontiere naturali, l'Italia potesse essere almeno moralmente forte se le fossero negate certe indispensabili soddisfazioni cui ha diritto e cui è legata la sua stessa dignità, quale è la nostra futura sistemazione nelle colonie in Africa.

Nessun Governo nel nostro paese, concludevo infine, sarebbe mai riuscito a far comprendere al popolo italiano l'accettazione di entrare a fare parte dell'Unione Occidentale, in uno stato di inferiorità, ove i problemi fondamentali della sua stessa esistenza e parificazione non fossero risolti.

Bevin mi parve compreso di quanto gli avevo espresso con precisa e tranquilla fermezza.

Rimase per alcuni momenti silenzioso e pensieroso quindi mi disse «è un problema grave» e mi assicurò che molte cose stavano maturando nel suo pensiero in questi giorni e che egli mi avrebbe prossimamente di nuovo chiesto di venire a parlare con lui su questo argomento.

Dopo un breve accenno di Bevi n all'Alto Adige, «questione che sta molto a cuore del popolo britannico e che se risolta felicemente avrebbe avuto ripercussioni assai favorevoli su questa opinione pubblica a nostro favore», si è concluso il colloquio.

Devo notare che da questo incontro, a cui Bevin da parte sua ha tenuto ad imprimere un tono nettamente cordiale, non è risultato in sostanza alcunché di cui non fossimo già a conoscenza. Resta a vedere se le mie franche parole qui sopra riassunte e le assicurazioni generali datemi potranno tradursi in fatti più concreti in prossimi colloqui.

169

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1085/85. Parigi, 24 gennaio 1948, ore 21,50 (per. ore 7 del 25).

Bidault mi ha detto che progetti Bevin (dato che realmente esistano, sono due testuali parole) non (ripeto non) ritarderanno né comunque influiranno se non in senso positivo progettata Unione doganale italo-francese.

Mi ha confermato che mercoledì prossimo avrebbe portato la cosa in discussione al Consiglio dei ministri, che il Governo francese era d'accordo sul principio, si trattava di decidere sulle modalità e tempo.

Con qualche riluttanza obiettando difficoltà preannunziare decisioni Consiglio mi ha detto che «personalmente» era favorevole a procedura da noi proposta ed era piuttosto d'avviso convenisse mettere opinione pubblica di fronte a fatto compiuto che perdere tempo a lavorarla.

Gli ho confermato che noi eravamo pronti andare tanto lontano e tanto presto quanto Governo francese riterrà possibile farlo. Gli ho sviluppato considerazioni fatte a Serreules e che mi sembravano consigliare di agire rapidamente. Si è dichiarato d'accordo.

170

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

L. 061 SEGR. POL. Roma, 24 gennaio 1948.

Mi riferisco ai telegrammi nn. 291 e 342 e al telespresso n. 198 del 19 corrente3 e le allego una lettera di Gallarati Scotti e la mia risposta4. Bisogna insistere costì nello stesso senso. È ciò anche in relazione al discorso di Bevin. È chiaro che l'Italia non potrebbe collaborare con convinzione e fiducia alla creazione e alla formazione di una associazione europea quale vagheggiata dagli inglesi se dopo le tante umiliazioni e mutilazioni sofferte non venisse almeno risolta con sua soddisfazione questa questione che ogni giorno appassiona l'opinione pubblica e che è di grande interesse anche in relazione alle prossime elezioni. Se collaborazione ha da esservi, e se il Governo deve definitivamente incamminarsi per questa strada, che non è per noi senza rischi, esso deve essere messo in grado di dimostrarne al paese l 'utilità ed i vantaggi, e intanto deve venir tolta di mezzo revisione a parte -l'unica questione che il trattato di pace ha lasciato aperta e che quindi anche nel quadro del trattato può trovare una soluzione per noi favorevole. Il non tener conto di questa elementare esigenza, il continuare a dar prova di sfiducia o sospetto, e di preferire alla nostra leale amicizia quella ipotetica di qualche staterello orientale o africano, potrebbe condurre a dolorose sorprese.

Ne parli costì con assoluta franchezza e faccia intendere che, prima delle elezioni, è necessaria una dichiarazione ufficiale americana che rompa il silenzio e rassic:uri il popolo italiano su questo punto.

170 I Vedi D. 135, nota l.

2 Del 21 gennaio, con il quale Fransoni pregava Tarchiani di attendere ulteriori istruzioni prima di effettuare il passo di cui al T. 29.

3 Non rinvenuto.

4 Vedi DD. 148 e 162.

171

Il MINISTRO A BELGRADO, MARTINO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 132/77. Belgrado, 24 gennaio 1948 (per. il 23 febbraio).

In ottemperanza alle istruzioni contenute nel telegramma di V.E. del 13 corrente!, ho provveduto a presentare la nota relativa ala questione delle violazioni della linea provvisoria di demarcazione da parte delle truppe jugoslave.

Ho redatto tale nota, attenendomi alle surriferite istruzioni di V.E., come pure a quanto disposto da codesto Ministero col te l espresso n. 5/2990 dell' 11 dicembre

u.s:2.

Nel trasmettere, qui acclusa, una copia della nota in questione, mi riservo di far conoscere la risposta di questo Governo e le eventuali reazioni da essa suscitate3.

ALLEGATO

LA LEGAZIONE A BELGRADO AL MINISTERO DEGLI ESTERI DI JUGOSLAVIA

NOTA VERBALE 133. Belgrado, 22 gennaio 1948.

La légation d'Italie, d'après les intructions reçues par son Gouvemement, a l'honneur de porter à la connaissance du Gouvernement de la République Fédérative Populaire de Yougoslavie ce qui suit.

Quelque jour après ·1'entrée en vigueur du traité de paix, notamment le 20 septembre 1947, une entrevue fu accordée au ministre d'Italie à Belgrade par le maréchal de Yougoslavie.

Au cours de cette entrevue, des franchissements de la ligne de démarcation furent réciproquement lamentés. Cependant dans le désir commun d'éviter toute friction entre les deux pays, l'on décida que deux personnalités, l'une yougoslave et l'autre italienne, se rencontreraient afin de parvenir à un accord dans cette matière. Dans la meme occasion le maréchal Tito assura qu'il aurait donné au commandant de ses troupes de frontière l'ordre de respecter rigoureusement l'accord qui aurait été ainsi conclu.

À la suite de cette décision commune, le général yougoslave Rade Pehacek et le général italien Ernesto Cappa se sont rencontrés à Udine le 22 et 26 septembre 19474. Un accord fut ainsi stipulé par !es deux généraux sur !es points suivants: l) préservation du status qua sans aucun préjudice pour la délimitation définitive de la frontière;

171 t Vedi D. 105. z Non pubblicato, ma vedi D. 105, nota 2. 3 Vedi D. 171. 4 Vedi serie decima, vol. VI, DD. 515 e 538.

2) engagement'de donner aux forces armées réspectives l'ordre de ne pas accomplir des actes hostiles; 3) mesures à prendre en faveur des populations de frontière et de leurs nécessités de vie, en autorisant leur entrée controllée sur les territoires respectifs.

Toutefois, une première violation de la ligne de démarcation était faite par les troupes yougoslaves dans les jours mèmes où les pourparlers Cappa-Pehacek avaient lieu (notamment le 26 septembre ); dans l es jours immédiatement suivants aux mème accords elles accomplirent toute une série de nouvelles violations, dont les premières eurent lieu le 30 semptembre, le 2 et le 6 octobre, sans parler de celles qui furent éventées à temps.

Ayant reçu les informations nécessaires, le 6 octobre demier la légation signala au ministre Mato Jaksic du Ministère des affaires étrangères de la République Fédérative Populaire de Yougoslavie les premiers franchissements de frontière en violation manifeste de l'accord Cappa-Pehacek et deux jours plus tard une démarche analogue fut faite près du ministre-adjoint des affaires étrangères, M. Vladimir Velebit.

Un nouvelle démarche était encore faite le 20 octobre près du ministre Jaksic par le chargé d'affaires d'Italie qui confirma immédiatement par écrit sa communication et qui remit le 30 octobre un Mémorandum à M. Latinovic sur le mème sujet.

Finalement le 3 novembre demier M. Velebit communiqua verbalement au ministre d'Italie que, d'après les communications reçues par le Ministère de l'intérieur de Yougoslavie, aucune violation de frontière n'avait eu lieu.

Aux objections du ministre d'Italie, M. Velebit proposa une constatation sur piace des violations denoncées, tout en admettant que si l'accord Cappa-Pehacek résultait violé, le status quo aurait dù ètre rétabli tel qu'il existait au temps de la conclusion de l'accord.

Cette proposition était acceptée par le Gouvemement italien et dans une conversation du ministre d'Italie avec M. Velebit, le 20 novembre, on s'accorda de faire rencontrer le 27 novembre suivant le général Mario Gloria, répresentant italien, avec M. Petar Zorkota, répresentant yougoslave, pour la constatation des violations lamentées par le Gouvemement italien.

Au cours de la mème conversation, M. Velebit manifesta aussi le désir qu'une autre prise de contact italo-yougoslave eut lieu entre des répresentants expressement nommés, pour résoudre des questions d'autre nature, notamment celles concemant les interèts des populations des respectifs territoires de frontière.

Quatre jours plus tard et précisement le 24 novembre, le ministre d'Italie confirma la date e le but de l'entrevue Gloria-Zorkota par la lettre dont à la copie ci-jointe.

A la suite de ces ententes, le 26 novembre M. Zorkota et M. le général Gloria se rencontraient à Aidussina. Mais M. Zorkota au lieu de procéder -selon les accords pris entre le ministre d'Italie et le ministre adjoint des affaires étrangères de Yougoslavie -à la constatation sur piace des violations de frontière, se boma a nier que des violations de frontière eussent eu lieu.

En effet M. Zorkota tàche de porter la discussion sur des questions entièrement étrangères au seui objet fixé à l'entrevue et que le général Gloria n'était guère chargé de traiter et exprima mème des opinions personnelles pour justifier les franchissements de la ligne de démarcation.

En conclusion M. Zorkota, se boma à répéter ainsi, 24 jours plus tard, la mème contestation générique soulévée le 3 novembre par M. Velebit au ministre d'Italie, négligeant entièrement le fait que la phase des affirmations et des contestations était dépassée et que l'entrevue proposée du coté yougoslave avait le but concret et exclusif d'établir la situation de fait.

La légation d'Italie se voit obligée, par consequent, d'attirer, au nom de son Gouvernement, l'attention du Gouvemement de la République Fédérative Populaire de Yougoslavie sur la situation délicate et inacceptable qui vient de se créer ainsi à ca~se des altérations unilatéralement apportées à la ligne de démarcation par les troupes yougoslaves, aussi bi·en que de la conduite tout à fait négative du répresentant yougoslave à l'entrevue d'Aidussina. Avec le meme étonnement on a enregistré le fait que le Gouvemement yougoslave n'ait pas rémarqué qu'une telle attitude pourrait donner l'impression d'une déviation de l'esprit et de la volonté qui animèrent les entrevues et l'accord Cappa-Pehacek et qui tendaient à cette clarification et à cette entente que les deux cotés avaient formellement déclaré de vouloir poursuivre dans la délicate question dont il s'agit.

Le Gouvemement italien, en déclarant son insatisfaction pour la situation ainsi crée, refuse toute-fois de penser que le Gouvemement yougoslave puisse vouloir préjuger l'existance des accords Cappa-Pehacek, ou abandonner l'intention manifestée à plusieurs reprises -et entièrement partagée par le Gouvemement italien -de réaliser toute entente possible afin d'établir des rélations de bon voisinage entre les deux pays. Par consequent le Gouvemement italien confie que le Gouvemement yougoslave voudra bien prendre toutes les mésures nécessaires afin de rétablir lo status quo qui existait à la frontière au moment des accords Cappa-Pehacek.

Dans ce cas le Gouvemement italien, pour démontrer son appréciation de la bonne volonté ainsi manifestée par le Gouvemement yougoslave et dans le but d'établir des accords positifs et fructueux de bon voisinage, serait disposé à accéder à la proposition formulée le 3 novembre demier par le ministre-adjoint des affaires étrangères, M. Velebit. On pourrait ainsi établir des contacts entre un répresentant du Ministère de l'intérieur de la République de Slovénie et un répresentant italien afin de résoudre toute difficulté que les autorités respectives des deux pays auraient l'occasion de relever dans l'interet des populations de frontière respectives.

Le Gouvemement italien souhaite que cet effort de respecter et meme de développer l'accord Cappa-Pehacek soit apprécié par le Gouvemement yugoslave dans le meme esprit de collaboration et de conèiliation qui l'a inspiré.

La légation d'Italie saisit l'occasion pour assurer le Ministère des affaires étrangères de sa haute considération

172

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1099/86. Parigi, 25 gennaio 1948, ore 14,10 (per. ore 19,35).

Suo 965/c.I.

Nel corso conversazione ieri Bidault mi ha espresso circa discorso Bevin pensiero che corrisponde esattamente al suo. Egli trova che esso mette troppo accento su accordi politici che nelle circostanze attuali hanno poca importanza anche perché corrispondono a stato di fatto già esistente ed è invece troppo poco

. . .

prec1so su p1ano economico. Secondo Bidault, sul piano economico, discorso Bevin può avere certa importanza se esso significa che realmente Inghilterra non solo non ostacola ma

172 I Vedi D. 167.

spinge unione economica Europa occidentale con cui Inghilterra potrebbe avere rapporti da definire; molto meno ne avrebbe se Inghilterra intende che accordo debba farsi con sua partecipazione diretta e nella misura possibilità sua partecipazione. Bidault ritiene comunque che ci troviamo di fronte idee appena abbozzate e che passeranno alcuni mesi prima che si possa passare anche solo a prima fase studio concreto possibilità.

173

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. 1173/49. Roma, 25 gennaio 1948, ore 23,30.

In conversazioni con delegazione Governi britannico e francese Governo italiano dichiaratosi disposto: l) formulare dichiarazione ufficiale su progressi realizzati nei diversi settori; 2) far pubblicare da segretario generale Comitato cooperazione rapporto su progressi realizzati in tema di cooperazione europea;

3) partecipare speciale Comitato incaricato formulare proposte concrete per schema accordo multilaterale fra paesi partecipanti e funzioni e struttura futura organizzazione continuativa europea.

Per quanto concerne dichiarazione, ci proponiamo redigere una riassuntiva per stampa ed una dettagliata per Dipartimento di Stato in cui vari provvedimenti recentemente adottati specialmente in materia creditizia e valutaria verranno corredati da approfonditi commenti.

Circa lavori Comitato speciale, che, secondo anglo-francesi dovrebbe riunirsi 15 febbraio, contiamo presentare nostro schema per accordo ed organizzazione che tende porre su basi più pratiche possibile cooperazione fra paesi partecipanti.

Ci saranno naturalmente molto utili eventuali suggerimenti codesto Governo, che, tramite questa ambasciata, abbiamo informato risultanze conversazioni e terremo informato circa formulazione documenti predetti

Prolungarsi discussione Congresso, e probabilità divenuta ormai quasi certezza che piano Marshall non potrà entrare in funzione per il l 0 aprile pongono problema secondo interim-aid. AI riguardo sono state prese predisposizioni per formulazione richiesta corredata dettagliati elementi giustificativi. Si intende adottare criterio che secondo interim-aid costituisca vero e proprio anticipo su piano Marshall, fabbisogni relativi venendo calcolati in termini di programmi ricostruttivi e non più su base relief

Voglia V.S. continuare tenere presente necessità, ormai inevitabile, riaprire quanto prima negoziati in questo senso con codesto Governo, segnalando ogni utile elemento per indirizzare preparazione richiesta!.

173 I Per la risposta vedi D. 199.

174

IL MINISTRO A PRETORIA, JANNELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 1557/04. Capetown, 25 gennaio 1948 (per. il 5 febbraio).

Il presidente Smuts -che in questi giorni, allo scopo presumibilmente di spuntare alcune armi polemiche dell'opposizione in vista della prossima campagna elettorale, ha proceduto ad un rimpasto del suo Gabinetto (mio telespresso n. 130/25 in data 24 gennaio)' imperniato sull'abbandono del Ministero delle finanze da parte del suo principale collaboratore signor Hofmeyr, che resta peraltro vice primo ministro dell'Istruzione -mi ha di nuovo ricevuto il 24 corrente.

Gli ho consegnato il testo del discorso pronunziato dall'ambasciatore Gallarati Scotti nel novembre scorso dinanzi ai sostituti dei ministri degli esteri sulla questione dei territori italiani in Africa (telespresso di V.E. n. 38797 /c. del l O dicembre 1947)2 nonché copia dell'articolo di V.E. sulla Voce repubblicana a proposito delle relazioni italo-americane (telespresso n. 8/2377 del 20 dicembre u.s.)3.

Ha mostrato il più vivo interesse per i due documenti.

A proposito del discorso Bevin e della progettata Unione dell'Europa occidentale, di cui quel giorno era stata diffusa qui la notizia, mi ha ripetuto la sua convinzione sulla necessità che di un piano di tal genere faccia parte essenziale l'Italia «che è la madre patria della nostra civiltà». Mi ha chiesto informazioni sulla situazione politica interna del nostro paese e sugli attuali movimenti sociali.

Uguale interesse e preoccupazione sono dimostrati da questa stampa nella quale prevale il concetto che si può contare sulla piena collaborazione italiana nel piano Bevin se l'Italia riesce a sormontare le presenti difficoltà interne; ma che non si deve sottovalutare il peso dell'influenza comunista nel nostro paese.

Ieri, il presidente Smuts, in un suo discorso, ha pubblicamente espresso la sua opinione sul piano Bevin in questi concetti: «Le grandi e le piccole nazioni devono unirsi. Se le varie nazioni non si rendono conto ch'esse debbono riconoscersi non solo in sé stesse ma anche nell'intera famiglia umana, il mondo è perduto». «Molta gente nel mondo si domanda: dove andiamo? La razza umana si avvia al suo letto di morte; oppure c'è la possibilità di una rinascita -di un nuovo sviluppo per l'umanità?». «Tutto dipende dal vedere se avremo una nuova Europa o se siamo giunti al bivio; dipende dalle decisioni che prenderemo per creare un nuovo, migliore e più prospero mondo. Il sig. Bevin vuole che le Nazioni del mondo si uniscano. Nessuna nazione sarebbe esclusa. Se il suo proposito si realizzasse, ciò condurrebbe ad una grande evoluzione a beneficio dell'umanità».

174 ' Del 25 e non del 24, non pubblicato.

2 Non pubblicato, ma vedi serie decima, vol. VI, D. 745.

3 Non pubblicato.

175

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI,

ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

T. 1016/68. Roma, 26 gennaio 1948, ore 15,45.

Ambasciata Parigi segnala che, secondo informazioni pervenute al Quai d'Orsay, si va intensificando in Tripolitania azione quelle autorità inglesi per favorire soluzione problema libico nel senso indipendenza tutto paese. Il Senusso verrebbe a questo scopo prossimamente inviato a Tripoli e ha già fatto pubblicamente sapere che è disposto mettersi a capo movimento per indipendenza Libia unita. Con recente provvedimento inoltre B.M.A. Tripoli ha assunto iniziativa prossime elezioni municipali per le quali Consiglio comunale quella città, abitata quasi per metà da italiani verrebbe composto da dieci consiglieri arabi, due italiani e uno per ogni altra comunità. Come tutto ciò si concili con noti affidamenti circa Tripolitania e come ciò possa facilitare stessa azione britannica per consentire realizzazione tali affidamenti non riusciamo davvero a comprendere. Ne faccia stato nelle sue prossime conversazioni costì l.

176

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1129/69. Londra, 26 gennaio 1948, ore 17,17 (per. ore 8 del 27).

Trasmetto seguente telegramma a firma Grazzi:

«Mio telegramma corriere 0011.

Dopo opportuni accordi con ambasciatore e a seguito sua conversazione con Bevin ho avuto scambio vedute con Foreign Office, Tesoreria e Banca d'Inghilterra. Ho avuto impressione che proposte economiche signor Bevin ancora non hanno trovato effettivo contenuto pratico.

Idea di massima sembra per adesso essere quella vivificare piano Marshall per intera produzione e aumento scambi reciproci.

Pur riservando naturalmente ogni decisione da parte Governo italiano, ho creduto utile assicurare che simili piani non possono non riscuotere nostra piena simpatia. Ho stimato opportuno però sottolineare necessità anche politica italiana rimanere su normali termini con paesi Est Europa specie Jugoslavia e spingere avanti intese con Francia. Ho anche detto che per ragioni interne sarebbe utile che Governo italiano ricevesse qualche richiesta o offerta più consistente da parte Governo inglese che non semplici accenni contenuti nel discorso.

Ho incontrato dovunque assicurazioni di simpatia comprensione di massima».

176 l Vedi D. 161.

175 l Per la risposta vedi D. 196.

177

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 115/1179/328. Parigi, 26 gennaio 1948 (per. il 28).

Credo opportuno aggiungere qualche dettaglio circa il mio colloquio con Bidault, sull'oggetto su cui ho già riferito col mio telegramma n. 861.

Premetto che ho trovato Bidault completamente a terra: si è !agnato che erano tre notti che il Consiglio dei ministri sedeva fino alle 4 del mattino e non aveva praticamente chiuso occhio.

Alla mia richiesta di cosa pensasse del discorso Bevin mi ha risposto: «Lei vuole spingermi a dire del male, a criticare l'azione del mio grande amico Bevin».

«Questa sua risposta è per me sufficiente» gli ho detto.

Allora mi ha spiegato, in mezzo ad infinite reticenze, che, secondo lui, il discorso aveva avuto il difetto di presentare, in concreto, solo un piano politico, del quale non c'era bisogno effettivo, e di essere invece troppo vago sul terreno economico: «è da domandarsi se c'è realmente un piano Bevin».

Mi ha detto che non era concepibile un sistema politico de Il 'Europa occidentale -che di questo poi si trattava -!asciandone fuori l'Italia. «Bevin ha il vantaggio di poter parlare davanti ad un parlamento -ha detto -io non ho che una ménagerie: se riesco a domarla, conto fare un discorso del quale l'Italia sarà soddisfatta: "il faut faire à l'Italie une porte moins étroite que jusqu'à présent": non è la parola giusta, ma lei mi ha capito».

Gli ho detto, premettendo che parlavo a titolo personale, che non credevo che l'aspetto puramente politico del sistema ci interessasse molto. Prevedevo fra l'altro la difficoltà della connessione dei trattati coll'O.N.U .. «E poi l'Italia disarmata dal trattato non può contrarre alleanze militari -mi ha interrotto -: già conosco l'argomento: è questo che il conte Sforza intende per parità?».

Gli ho detto che non avevo da lei chiarimenti sul suo pensiero: ma non credevo che lei intendesse questo: mi sembrava del resto che, a parte qualche sfumatura, si poteva capire che noi desideravamo non essere messi di fronte ad accordi già combinati, la nostra azione limitandosi a dire sì o no, ma che desideravamo anche partecipare allo stadio formativo degli eventuali accordi2.

«Ma non siete stati contenti della situazione che vi è stata data nella Conferenza dei Sedici: vi era stata promessa la parità e la avete avuta: perché volete che ve la si ritiri adesso», mi ha osservato.

Gli ho detto che non potevo rispondergli di no: c'era però chi poteva rilevare anche lì una sfumatura che, in certi casi, poteva diventare anche spiacevole, la differenza fra potenze invitanti e potenze non invitate. Comunque gli ho detto che per il momento la cosa che principalmente mi interessava era di sapere da lui se

177 t Vedi D. 172. 2 Per la risposta di Sforza vedi D. 215.

un eventuale piano economico inglese avrebbe potuto ritardare l'unione doganale i tal o-francese.

«Ritardare in nessun caso» mi ha detto col suo tono più enfatico.

Gli ho sviluppato la tesi che ella conosce: il mio scetticismo circa la possibilità di arrivare veramente ad un fronte unico, le particolari difficoltà della Francia e dell'Italia e la mia convinzione che il giorno in cui sarebbe stato necessario negoziare con gli Stati Uniti praticamente ci saremmo trovati soli.

«È possibile, mi ha detto, ma voi avete su di noi un vantaggio, avete degli elettori».

«Il giorno in cui Italia e Francia saranno unite in una unione doganale, l'azione degli elettori italiani funzionerà anche in favore della Francia», gli ho risposto.

Abbiamo continuato a discutere sulla questione dei controlli: mi ha detto, sulle varie tesi in confronto, praticamente lo stesso che mi aveva detto Serreules.

«Tengo ad assicurarla però -mi ha detto -che il Governo francese è pronto "à crever" piuttosto che accettare delle condizioni incompatibili colla dignità della Francia».

«Non ne dubito» ho risposto, naturalmente con molte riserve mentali.

Bidault ha poi cominciato a parlare degli americani con molta amarezza: era inconcepibile che due uomini come Schuman e De Gasperi dopo che essi avevano, colle loro forze sole, tirato fuori il paese da situazioni gravissime, ed essere stati dagli americani aiutati solo dopo e col contagocce, si trovino oggi nella condizione di sentirsi dire dagli americani quello che debbono fare e come lo debbono fare.

Tornando poi al piano Bevin mi ha detto che non aveva la minima idea di quello che gli inglesi avevano in mente di fare, non sapeva nemmeno se avessero delle idee, meno che appena abbozzate, in proposito. Il piano di collaborazione economica cominciava male assai, una stupida opposizione di prestigio e di ripicca alla svalutazione del franco che la Francia riteneva indispensabile per la sua salvezza. Anche se ci sono delle intenzioni serie non prevedeva si possa passare alla fase prima, ossia mettere allo studio qualche cosa, prima di qualche mese. «Abbiamo quindi tutto il tempo di portare avanti il nostro progetto di unione doganale».

Si è poi dilungato a spiegarmi come il Governo francese ha ormai superato all'interno il periodo critico ed è sicuro di fronteggiare ogni pericolo da sinistra: confida.-a che fosse lo stesso per l'Italia: ma noi avevamo il grosso vantaggio di non avere un de Gaulle. Mi ha poi spiegato la grande funzione che avrebbe potuto avere nel mondo, nel campo economico e nel campo politico, un blocco di 90 milioni di italiani e francesi, cattolici, democratici: che questa era stata sempre la sua idea, che era deciso a gettarsi a tutt'uomo per compiere il primo importante passo, la dichiarazione di unione doganale: che questa sarebbe stata una svolta decisiva nella storia dei rapporti dei nostri due paesi. Considerazioni tutte a cui mi sono calorosamente associato.

Nel complesso lo ho trovato molto depresso e assai montato sia nei riguardi degli inglesi che degli americani.

178

IL MINISTRO A L' AJA, BOMBIERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 1144/11. L'Aja, 27 gennaio 1948, ore 3,50 (per. ore 11).

Per opportuna notizia di V.E. riferisco che questo ambasciatore del Belgio, Nemry, mi ha confidato oggi che, di sua iniziativa, egli sta cercando di persuadere sia ministro Olanda responsabile sia propri amici a Bruxelles della opportunità di subordinare adesione collettiva Benelux progetto franco-inglese dei patti Europa occidentale alla partecipazione dell'Italia; e questo sia perché considera tale partecipazione una assai maggiore garanzia per la sicurezza collettiva sia perché essa verrebbe a rafforzare posizioni medie potenze di fronte atteggiamento preoccupante e dispotico delle grandi.

Secondo Nemry tale idea dovrebbe essere affacciata durante Conferenza dei tre ministri degli affari esteri che avrà luogo 29 corrente Lussemburgo.

Nemry non si considera amico di Spaak; egli gode tuttavia qui di notevole prestigio quale uno dei principali artefici del Benelux.

179

IL MINISTRO A DAMASCO, L. CORTESE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1150/1. Damasco, 27 gennaio 1948, ore 14 (per. ore 16,15).

Conformità promessa datami l'indomani annunzio istituzione legazione Siria presso il Vaticano, presidente del Consiglio ministri Siria mi ha personalmente comunicato iersera decisione Siria istituire legazione Siria presso Repubblica italiana.

180

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1175174. Londra, 27 gennaio 1948, ore 20,48 (per. ore 8 del 28).

Trasmetto seguente telegramma a firma Grazzi.

«Questa sera firmeremo accordo. Intesa raggiunta, dopo periodo tensione che ha rischiato non farci concludere, è oltremodo soddisfacente e rappresenta specie per parte finanziaria quello che ritenevamo Roma nostro massimo programma. Trasmetto telegramma a parte! dettagli settore commerciale e finanziario.

Rilevo che sostanziali miglioramenti scambi sono stati ottenuti malgrado si sia conseguito respingere imposizione cross-rate rinviandone discussione quando esecuzione programma interscambi potrà provare se tale rapporto sarà fondato su realtà economica.

Risultati conseguiti malgrado crisi franco sono dovuti anche a favorevole comprensione politica ed utile impiego da parte nostra del discorso Bevin.

Prego comunicare cortesemente ministri Tesoro e Commercio estero.

Se stampa darà adeguato rilievo prego astenersi alludere successo cross-rate per evidenti motivi prestigio britannico. Mentre delegazione rientra Roma sarò Parigi giorno 29 per conversazioni Unione doganale e Bruxelles sera 31 per Conferenza».

181

COLLOQUIO DEL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, CON L'AMBASCIATORE DI GRAN BRETAGNA A ROMA, MALLET

APPUNTO. Roma, 2 7 gennaio 1948.

Mallet è venuto e mi ha dato l'accluso pro-memoria dopo di che mi ha letto un molto più lungo telegramma dove si esprimeva una certa sorpresa che «altissime personalità» avessero espresso una così sicura certezza che vi fossero delle responsabilità delle autorità locali a Mogadiscio.

Mallet, interrompendo la lettura, mi osservò che l'autorità ero io; al che io risposi sorridendo che l'avevo ben capito ma che gli confessavo che continuavo ad avere quella certezza. Ma finita la lettura del telegramma in cui si lamentavano nuovamente gli «eccessi» della stampa italiana, Mallet fu assai sollevato quando gli dissi: «Per carità non perdiamo tempo noi due a esaminare ora chi può aver avuto più ragione o più torto; una Commissione d'inchiesta è stata nominata e nessuno sarà più lieto di me se potrò inchinarmi con la coscienza tranquilla al suo verdetto. Quel che noi ora dobbiamo fare è di vedere il problema in modo sintetico; finché voi mi parlerete di italiani fascisti nelle nostre ex colonie o mi domanderete come reggeremmo i mandati senza eserciti e senza denari io vi dico che voi studiate la parte invece del tutto. Io che vi parlo credo che non siamo più nell'era delle colonie, credo che le colonie sono finite, ma, credo anche che bisogna pigliare i popoli come sono e ricordarci che i sentimenti sono fatti. Voi sape

180 I T. 1222/75 del 28 gennaio, non pubblicato.

te quanto sarei lieto di collaborare con Bevin per una creazione europea che dia all'Italia il posto che le spetta; voi sapete che non potete fare questa costruzione senza l'Italia; che anzi l'Italia è forse il perno poiché è la più vicina al Medio Oriente. Noi siamo pronti a ogni intesa con voi per compagnie italo-britanniche, italo-americane, ecc. Il problema del denaro italiano non è quindi in causa. Quello che conta è di sapere se voi volete di più l 'unione europea o degli episodici successi coloniali. Io dissi a Londra a Bevin che avrei visto volentieri l'unione occidentale sotto leadership britannica, ma per questa dovrete abituarvi a tener tutto presente e a non fare solamente i coloniali. Se voi espellete gli italiani da l'Africa espellerete al tempo stesso i francesi. Credete che questi possono essere i primi effetti della vostra leadership?».

Lo pregai di compiere un dovere e di far sentire a Londra che il problema non doveva essere impostato in modo coloniale. Egli mi rispose che capiva il mio punto di vista e che lo avrebbe esposto, ma che certo gioverebbe all'Italia di poter dare al mondo l'impressione che si andava verso un po' più di ordine.

Io: «... alludete voi alle elezioni? Sappiate dunque che il sistema proporzionale ha questo di buono: che dei landslides come in Inghilterra sono impossibili da noi. Alla peggio avremo un Parlamento come l'attuale Assemblea; ma certamente lo avremo migliore. Pensate a quello che eravamo nel '43: tutti avevamo tradito, tutti erano fuggiti. Pareva la fine dell'Italia. Eppure l'Italia si è rimessa in piedi. Dite a Londra che siano sicuri dell'Italia e faranno il più bell'affare possibile per l 'unione europea».

Mi parve assai convinto e mi promise di parlare a Londra in questo senso.

ALLEGATO

L'AMBASCIATA DI GRAN BRETAGNA A ROMA AL MINISTERO DEGLI ESTERI

PROMEMORIA. Roma, 2 7 gennaio 1948.

His Majesty's Govemment greatly deplore that these disturbances should have occurred, and feel deep sympathy with the families of the Italians who were killed.

Thay are, however, distressed that it should have been immediately assumed by al! Italians that the British authorities on the spot were to blame. They cannot admit this for a moment. On the contrary, on the information at their disposal, the disturbances arose for reasons which do not reflect upon the British administration.

His Majesty's Govemment have taken steps to ensure a full and impartial enquiry. They have issued special instructions that Count della Chiesa, the Italian Consul at Nairobi, should be given every facility when he proceeds to Mogadishu to attend the Court of Enquiry. They are also ensuring that the fullest measure of assistance and cooperation should be given to the Italian Red Cross. As regards telegraph facilities, they belive that the delays which undoubtedly occurred in the first few days were due not to censorship but to physical congestion of the very limited cab le facilities available, but this has now been put right and private telegrams are being sent in large numbers.

182

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL CONSOLE GENERALE A GERUSALEMME, SILIMBANI

TELESPR. 02730. Roma~ 27 gennaio 1948.

Questo Ministero ha seguito e segue con interesse quanto la S.V. viene diligentemente riferendo in merito alla situazione palestinese specie in relazione alla nuova sistemazione che il territorio dovrà avere, secondo le decisioni dell'O.N.U., alla scadenza del mandato britannico.

Come le è noto a tali decisioni l 'Italia, non essendo tuttora membro delle Nazioni Unite, non ha partecipato e pertanto -considerazione questa da porsi in rilievo sia nei confronti degli ebrei sia soprattutto nei confronti degli arabi -non abbiamo alcuna parte di responsabilità nelle misure adottate né in quelle che deriveranno dalla applicazione del piano di spartizione. Ciò non implica tuttavia che il nostro paese non abbia ad interessarsi dell'applicazione di tale piano, e ciò per la necessità stessa di tutelare i nostri interessi che, come è ben noto alla S.V., sono costì vari e molteplici e di rilevante importanza.

2. -Per quanto si riferisce alla città di Gerusalemme, che secondo il piano su accennato godrà di un regime speciale, è evidente che dobbiamo, come paese cattolico e mediterraneo avente costì tradizionali interessi d'ordine politico e religioso, cercare di mantenere posizione di assoluta parità con quella che dovesse venire eventualmente fatta a paesi che si trovino nella nostra stessa situazione. In conseguenza vorrà la S.V. segnalare tutte quelle informazioni che potessero riuscire utili o interessanti a tale fine e nel contempo prendere parte effettiva e attiva a tutte quelle eventuali consultazioni che dovessero aver luogo presso codesto Corpo consolare in relazione ala situazione attuale e futura della città. 3. -Inoltre, per quanto si riferisce al futuro Stato ebraico è da tener presente, benché nessuna decisione sia stata sinora adottata in proposito, che noi procederemo al riconoscimento di detto Stato quando vi procederanno gli altri Paesi membri dell'O.N.U.; e pertanto la S.V. vorrà sin da ora mantenere con i rappresentanti dell'Agenzia ebraica amichevoli contatti onde facilitare, a momento venuto, la conclusione di quegli accordi di indole economica e culturale che ci proponiamo di concludere col nuovo Stato.

Di particolare interesse per noi è la questione dei profughi ebrei in Italia. Circa 20 mila ebrei si trovano attualmente nei campi I.R.O. in Italia e numerosi altri, assistiti da associazioni varie, vivono liberamente nel nostro paese. Continue infiltrazioni attraverso i confini austriaci, nonostante la più attenta sorveglianza, ne aumentano ulteriormente il numero. Imbarchi clandestini per la Palestina hanno luogo a intermittenza ciò che crea a volte notevoli difficoltà nei rapporti con la Gran Bretagna.

È nostro interesse che, non appena possibile, tali profughi possano rapidamente defluire verso codesto paese. Poiché è probabile che, anche quando sarà regolata da organi ebraici, l'immigrazione costì avverrà con criteri di gradualità, occorre sin da ora, attraverso opportune intese cui la S.V. vorrà accudire, fare in modo che una certa priorità sia accordata a coloro che si trovano in Italia. Ci ri<;ulta che l'Agenzia ebraica sta trattando accordi con le nostre compagnie di navigazione per assicurare non appena possibile il deflusso verso la Palestina, attraverso il porto di Venezia, degli immigranti provenienti dal Nord e Centro Europa. Nulla abbiamo da osservare in proposito e vediamo anzi con favore, anche per evidenti motivi di carattere economico, tale iniziativa. Ciò comporterà anche la concessione da parte dello Stato italiano di facilitazioni (visti collettivi -campi di transito ecc.) che siamo disposti ad accordare; è tuttavia necessario precisare sin da ora che con priorità si dovrà procedere alla smobilitazione dei campi attuali e alla emigrazione dei profughi in essi ospitati.

4. -La S.V. vorrà inoltre procedere ad un dettagliato esame dei nostri interessi, sia attuali che futuri (avendo riguardo alle possibilità di un loro ulteriore sviluppo) in codesto paese e fornire a questo Ministero un quadro completo di essi nonché concrete proposte per assicurarne la tutela nelle nuove condizioni politiche e statutarie della Palestina. 5. -Infine, per quanto riguarda la parte araba del paese sarà interessante seguime l'organizzazione e in special modo gli orientamenti politico-territoriali. Anche sotto questo aspetto, per l'eventualità che dovessero concretarsi i progetti di unione con la Transgiordania, raccomando alla S.V. di continuare a curare i rapporti con quel sovrano favorendo la possibilità di ampia partecipazione italiana alla valorizzazione economica di quel paese. Nel caso invece che dovessero prevalere diversi orientamenti sarà compito di codesta rappresentanza di stabilire sino da ora utili e amichevoli contatti con le correnti che saranno in futuro predominanti nella costituzione dello Stato arabo palestinese.
183

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL CONSOLE DELLA CHIESA, A MOGADISCIO (I)

L. 067 SEGR. POL. Roma, 27 gennaio 1948.

Il Governo inglese si è offerto di facilitare l'invio in Somalia di un delegato della Croce Rossa per i compiti propri di tale istituzione e ha accennato esso stesso a Zanotti Bianco che pertanto viene costì. Penso potrà alleviarla della parte assistenza e consentirle di dedicarsi con meno grane di altro genere a quelle, pur notevoli, di carattere più propriamente politico. Ella potrà cedere a Zanotti Bianco l'amministrazione dei 20 milioni a proposito dei quali ci sembra capire, dal suo telegramma n. 152, che essi non basterebbero, perché dice che a parte il fatto che tale somma non è giunta ancora, essa viene distribuita «sussidiariamente» ai fondi fomiti dalla B.M.A. Che Zanotti Bianco faccia sapere se per scopi di immediata assistenza, ne occorrono altri.

2. Spero che lei troverà modo di farci avere qualche rapporto anche sulla situazione locale, sui lavori della Commissione quadripartita, sui reali sentimenti

183 l Della Chiesa era titolare del consolato a Nairobi. 2 Del 24 gennaio, non pubblicato.

dei somali ecc., e ciò anche indipendentemente dalla questione dell'eccidio e dell'inchiesta. Quale è la consistenza della cosiddetta «Somali Youth League».

3. Noi avevamo preparato una Nota per i Supplenti di cui le allego copia per suo orientamento3. L'ambasciata a Londra non si è sentita di presentarla e ha chiesto almeno una sospensiva che le è stata accordata purché nel frattempo cerchi di indurre il Governo britannico a venire con noi finalmente a franche spiegazioni su tutta la questione coloniale, e ad accettare per quanto riguarda la Somalia, quello che proponevamo nella Nota. Se può cerchi di prospettare costì una soluzione del genere. Faccia capire a quei narrow minded della B.M.A. che rischiano di rovinare le relazioni italo-britanniche (l'opinione pubblica italiana si sollevò unanime dall'estrema sinistra all'estrema destra) coi loro metodi, e che solo cambiando radicalmente di visuale e di sistema si può riparare al mal fatto e far in modo che il sacrificio di quei 52 martiri possa unire e non separare i due paesi: si è ancora in tempo.

Invii qualche notizia a mezzo di persone di fiducia che ritornano, o di nostri piroscafi.

184

IL VICE DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, CATTANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. Roma, 27 gennaio 1948.

l) Si ha l'onore di accludere qui unito il verbale riassuntivo delle conversazioni che hanno avuto luogo a Roma dal 22 al 24 corrente fra l'on. Campilli, in rappresentanza del Governo italiano, e la delegazione inviata dai Governi britannico e francese!.

2) In dette conversazioni il Governo italiano si è dichiarato disposto: a) a formulare, analogamente a quanto faranno i Governi britannico e francese, entro il prossimo febbraio, due dichiarazioni sui progressi compiuti nel secondo semestre del 1947 nei vari settori della vita economica (agricoltura ed alimentazione, energia, siderurgia, trasporti, stabilizzazione monetaria, bilancia dei pagamenti ecc.): l'una breve e riassuntiva, destinata all'opinione pubblica, l'altra, dettagliata, destinata soprattutto ai tecnici del Dipartimento di Stato: l'una e l'altra intese a dimostrare la nostra effettiva volontà di self-help. b) A far pubblicare dal segretario generale del Comitato di cooperazione di Parigi, entro il 15 febbraio, sulla base degli elementi che egli raccoglierà, un rap

184 I Non pubblicato. Tale verbale, i cui punti salienti sono esposti nel presente appunto, fu inviato alle ambasciate ad Ankara, Bruxelles, Londra, Parigi e Washington, e alle legazioni ad Atene, Bema, Copenaghen, Dublino, L'Aja, Lisbona, Lussemburgo, Osio, Stoccolma e Vienna.

porto sui progressi realizzati dai sedici paesi nel campo della Cooperazione intereuropea (mano d'opera, unioni doganali, accordi di compensazione, sviluppo comune di risorse idro-elettriche, ecc.); ed a fornire, per il tramite del segretario generale della Conferenza della mano d'opera al predetto segretario generale del

C.C.E.E. le risultanze della Conferenza stessa, nonché, direttamente, notizia di ogni eventuale nuovo progetto di cooperazione iniziato da noi.

c) A partecipare, entro il 15 febbraio, con un proprio rappresentante qualificato, ad uno speciale Comitato, incaricato di:

I. formulare lo schema dell'Accordo multilaterale con il quale, al momento opportuno, i paesi partecipanti dovranno -come previsto nel rapporto di Parigi -riconfermare solennemente e vicendevolmente gli impegni -di natura esclusivamente economica -già assunti in linea di principio da ciascuno di essi collettivamente o individualmente a Parigi in relazione al programma di recovery: (livello di produzione e di consumo, misure di stabilizzazione monetaria, liberalizzazione degli scambi, ecc.).

II. formulare proposte concrete sulle attribuzioni e sulla struttura dell'organizzazione continuativa europea che -come del pari previsto a Parigi -dovrà, una volta approvato dal Congresso degli Stati Uniti il Piano di assistenza, seguire e facilitare lo svolgimento del programma di recovery: organizzazione la cui fisionomia fu lasciata nel rapporto di Parigi, per un complesso di circostanze, alquanto imprecisata.

III. Anticipare, per così dire, sulle attribuzioni dell'organizzazione continuativa, fungendo, contemporaneamente alle mansioni di cui ai numeri I e II, come centro coordinatore delle varie attività di cooperazione intra-europea.

d) A far eseguire dai presidenti e dai relatori dei vari Comitati tecnici del Comitato di cooperazione di Parigi un raffronto circa le cifre concordate a Parigi, e quelle indicate dali' Amministrazione come giustificazione della somma di cui è stato chiesto al Congresso lo stanziamento per il Piano di assistenza: e ad inviare, se richiesto, un esperto a disposizione dei presidenti dei Comitati tecnici per l'agricoltura, l'energia ed i trasporti marittimi.

3) I punti a) e b) di cui al numero 2) hanno, come già si ebbe occasione di rilevare, valore essenzialmente propagandistico. Le dichiarazioni individuali ed il rapporto collettivo sui progressi realizzati dalla Conferenza di Parigi sono intesi a rispondere indirettamente a coloro che negli Stati Uniti criticano attualmente i paesi europei per la loro sedicente passiva attesa del voto del Congresso, ed a dare ali' Amministrazione utili elementi di difesa dell 'E.R.P. di fronte ali' opposizione.

Per quanto ci riguarda, il secondo semestre del '47 ha visto tutta una serie di provvedimenti intesi a fronteggiare il deteriorarsi della situazione monetaria e valutaria: provvedimenti che, in se stessi, costituiscono una prova evidente del buon volere del Governo italiano in tema di self-help. Senonché, data la brevità del periodo considerato, e date circostanze estranee alla nostra volontà, il quadro dei risultati ottenuti, per essere giustamente valutato, deve essere accompagnato da una dettagliata e franca esposizione dei fattori che condizionano la portata dei nostri sforzi. Mentre pertanto, insieme con gli altri paesi partecipanti ci si propone di pubblicare, in un breve comunicato, uno schema coordinato e sommario degli sforzi fatti in ogni singolo settore, ci si propone altresì di formulare in un documento particolareggiato quella che in definitiva può dirsi una analisi critica della nostra recente politica economica e finanziaria. Sembra che tale documento, il quale è già in corso di preparazione presso la segreteria generale del C.l.R., debba, appena formulato, fare oggetto, anche per l'eventuale carattere impegnativo che esso potrebbe assumere, di attento esame da parte del Consiglio dei ministri.

Circa il rapporto del segretario generale del C.C.E.E. sui progressi della Cooperazione europea, sono stati presi accordi con il ministro Tacoli, per quanto riguarda le risultanze della Conferenza della mano d'opera. Sull'unione doganale italo-francese il signor Serreules, segretario generale del C.C.E.E. prenderà contatto con l'ambasciatore Quaroni. Il testo del rapporto verrà del resto sottomesso, per le osservazioni, a tutti i paesi partecipanti prima della sua pubblicazione.

Non sembra il caso di tornare a sottolineare in questa circostanza la scarsa fiducia che si può provare nelle pratiche possibilità della Commissione Economica Europea di Ginevra (organo delle Nazioni Unite) per i progetti di cooperazione che le sono stati affidati dalla Conferenza di Parigi (fra cui il noto progetto italiano per lo sviluppo cooperativo delle risorse idroelettriche del massiccio alpino). La nostra particolare situazione a Ginevra potrà infatti andarsi gradatamente chiarendo, in linea di fatto se non di diritto: la nostra collaborazione potrà divenire praticamente paritetica, malgrado la nostra non appartenenza alle Nazioni Unite; e d'altra parte, l'inefficienza dimostrata finora dalla C.E.E. è in funzione di note circostanze di politica generale, sulle quali sembra superfluo insistere in questa sede. Starà all'organizzazione europea «Marshall» di dimostrare, una volta creata, tale capacità ed efficienza da potere a buon diritto avocare a sé la supervisione di tutti quei programmi di pratica cooperazione europea che investono .gli interessi specifici dei paesi che ne fanno parte. Del resto gli americani, cui il rapporto è destinato, non hanno finora mostrato di volersi disinteressare delle Nazioni Unite e dei suoi vari organi, ai quali fa espresso riferimento il Piano di assistenza presentato al Congresso. Ci si propone pertanto di lasciare che il segretario generale del C.C.E.E. si documenti come meglio crede sui lavori svoltisi negli ultimi mesi a Ginevra, e ne riferisca a sua discrezione nel rapporto, salve le nostre eventuali osservazioni quando tale rapporto ci sarà stato presentato.

4) ll punto c) di cui al numero 2) rappresenta invece un complesso di decisioni di considerevole e sostanziale importanza da prendersi nell'immediato futuro.

Un accordo multilaterale fra un complesso di paesi, in base al quale ciascuno di essi viene ad assumere l'impegno formale di adottare o di mantenere determinate direttive nei vari settori della sua politica economica costituisce una novità internazionale che merita di essere attentamente studiata.

Il delegato italiano ha espresso l'opinione che quanto maggiore sarà la misura di autocontrollo che i paesi partecipanti sapranno imporsi, tanto minore potrà essere la misura in cui gli americani, in una forma o nell'altra, porranno il loro controllo come condizione dell'assistenza.

Questo essendo il nostro indirizzo, occorre ora approfondire la portata di ciascuno degli impegni da noi assunti in linea di principio a Parigi, commisurarli al volume di assistenza che ci si può attualmente attendere verrà di fatto concesso, ed esaminare in che forma potrà estrinsecarsi il controllo che ciascun partecipante sarà in diritto, in forza dell'accordo, di esercitare sulla politica econbmica di tutti gli altri.

Ammesso infatti il principio che il mantenimento di tali impegni da parte di ciascuno è condizione per la realizzazione del programma, e quindi interesse vitale di tutti, verranno a ridursi considerevolmente i limiti entro i quali ogni paese potrà liberamente disporre: per esempio, in materia d tasso di cambio. Ogni paese dovrà rispondere non più soltanto ad enti internazionali, o allo stesso Governo degli Stati Uniti, ma ad altri paesi europei, i quali potranno avere, in una eventuale controversia, un preciso e divergente interesse, ed un peso assai più efficace.

L'accordo multilaterale è il fondamento dell'organizzazione continuativa europea della quale dovrà essere per così dire la carta costituzionale. I vincoli che i paesi partecipanti stabiliranno fra loro con l'accordo giuocheranno tramite l'organizzazione continuativa, ed avranno forza maggiore o minore a seconda dei poteri di cui l'organizzazione stessa sarà investita.

Si pongono quindi due quesiti fondamentali: quale dovrà essere la struttura dell'organizzazione, con o senza una larga delegazione di poteri da parte dell' Assemblea dei delegati al presidente? Quali saranno le sue attribuzioni, di coordinamento o di controllo: ed includeranno tali attribuzioni il potere di raccomandare allocations di prodotti di scarsa disponibilità, e di eseguire acquisti collettivi su terzi mercati; e di fungere da tramite fra gli Stati Uniti, e per essi l'organizzazione che negli Stati Uniti applicherà il Piano di assistenza, ed i paesi europei? Avrà l'organizzazione poteri anche per quanto concerne l'uso cui destinare in ciascun paese la moneta locale risultante dall'assistenza?

Il delegato italiano si è dichiarato personalmente in favore di un tipo di organizzazione con larga delegazione di poteri, e quindi con un forte concentramento di autorità esecutiva nel presidente, e con attribuzioni effettive in tema di controllo, di acquisti collettivi ecc. Il criterio è anche qui quello di porre gli Stati Uniti di fronte al fatto compiuto di un sistema di autodisciplina europea che scoraggi quelle correnti americane oggi convinte della necessità di interferire, in relazione all'assistenza, più o meno direttamente negli affari interni dei paesi europei.

Sia per lo schema di Accordo multilaterale che per quello dell'organizzazione continuativa, questa Direzione generale si propone, salvo contrarie disposizioni dell'E.V., di predisporre un progetto, il quale possa essere preso come base di discussioni in un prossimo Consiglio dei ministri: progetto che tenga conto dei criteri espressi dal delegato italiano, contemperandoli con le eventuali esigenze di alcuni particolari aspetti della nostra situazione.

5) Per quanto concerne la composizione del Comitato speciale che -se gli altri paesi partecipanti saranno d'accordo-si riunirà il 15 febbraio, e dove dovremo confrontare le nostre idee sia sull'accordo che sull'organizzazione con quelle degli altri, per addivenire a delle proposte conclusive, il delegato italiano si è dichiarato in favore di una rappresentanza ristretta a non più di cinque o sei dei paesi partecipanti: e ciò in favore di una azione più sollecita ed efficiente. Il delegato italiano ha inoltre espresso il parere che Parigi fosse la sede per noi più conveniente per tale Comitato.

Occorre ora designare il rappresentante italiano, essendo inteso che comunque l'Italia farà parte del Comitato. Si prevede che il Comitato siederà per due o tre mesi, e -come detto sopra -funzionerà anche da centro interinale delle attività di cooperazione dei paesi partecipanti. Le particolari circostanze in cui si svolgeranno i suoi lavori, e cioè da un lato il progredire della discussione al Congresso, e dall'altro gli eventuali sviluppi dell'iniziativa recente di Bevin, accentuano l'aspetto politico delle funzioni che dovranno essere esercitate in seno a tale Comitato, pur rimanendo il fondamento dei suoi lavori economico-giuridico.

6) Per quanto infine concerne il raffronto fra le cifre di Parigi e quelle del Piano di assistenza, trattasi allo stadio attuale di un lavoro puramente preliminare. Ciò malgrado il delegato italiano ha sottolineato l'importanza che presentavano per noi i settori dell'agricoltura, dell'energia, e dei trasporti marittimi, settori per i quali saremo probabilmente richiesti di inviare nostri esperti.

La questione prelude ad un'altra ben più grave: e cioè l'esame critico della ripartizione fra i paesi partecipanti dell'assistenza proposta dall'Amministrazione, e l'incidenza di tale dato di fatto sui programmi formulati a suo tempo a Parigi, e basati, come è noto, su ipotesi teoriche. È questo probabilmente un lavoro che non verrà compiuto se non quando le decisioni del Congresso non saranno conosciute.

Quanto precede indica l'immediato ordine dei lavori in relazione agli attuali sviluppi del piano Marshall.

Con altro appunto2 questa Direzione generale si onora di richiamare l'attenzione dell'E.V. sulle esigenze determinate dalla possibilità che il piano Marshall non entri in vigore al l o di aprile 1948, e che pertanto si renda indispensabile un secondo interim-aid, nonché sulla necessità, ai fini del mantenimento degli impegni presenti e futuri, ed in generale dell'esecuzione del piano di recovery per quanto concerne l'Italia, di un apposito organismo che assicuri, in modo efficiente e duraturo, il coordinamento in Italia in materia di politica economica.

183 3 Vedi D. 135, Allegato.

185

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, Al MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 133/1330/363. Parigi, 27 gennaio 1948 (per. il 31).

Come ella ha già potuto vedere dai miei telegrammi e rapporti, da parte francese si mostra di dare un'importanza relativa al piano Bevin.

A mia grande sorpresa ho trovato che i francesi danno poca importanza al sistema dei patti politici e militari di alleanza, alla creazione di questo blocco Francia-Inghilterra-Benelux, futuro nucleo di un'organizzazione politica da estendersi a

tutta l'Europa occidentale. È un bel progresso, se si pensa quanto i patti a catena hanno ossessionato la politica francese fra le due guerre.

Il pensiero ufficiale francese può essere espresso in questa forma: esiste già uno stato di fatto, fra i tre paesi: trasformarlo in un testo scritto è questione di mezz'ora: era inutile fame una cosa pubblica: fame una cosa pubblica significa dare a questo insieme di patti una funzione apertamente anti-russa, che è innegabile, ma che non era necessario gridare su tutti i tetti, e che può complicare la sua esecuzione. Probabilmente il pensiero intimo dei francesi è espresso dal Combat che ha scritto «C'est une alliance militaire entre des pays qui ont cessé d'ètre des puissances militaires».

Sul piano economico, il pensiero francese -espresso attraverso molte reticenze -essi non vogliono darsi l'aria di buttare a terra un'iniziativa inglese -è che esso significa poco di concreto.

Può avere una certa importanza se esso significa che l'Inghilterra cessa di ostacolare le unioni doganali fra i quindici -il che per i francesi avrebbe molta importanza nel caso del Benelux -ma anzi si mette a favorirle, lasciando ad un secondo tempo lo studio della forma e della misura di una connessione della Gran Bretagna con questa Europa. Ne ha molto di meno se gli inglesi intendono che l 'unione economica europea si debba realizzare sono nella misura in cui l 'Inghilterra può od è disposta ad aderirvi. Molti pensano che sotto il piano Bevin si nasconda l'idea di voler fare una Europa socialista, e che questo nuovo piano ad indirizzo politico definito, finisca per turbare ancora più le acque già disturbate dal conflitto di differenti ideologie.

In un piano più basso -laddove si sente meno la responsabilità delle proprie parole -non si esita a dire che si tratta soltanto di «un discorso».

Evidentemente le opinioni francesi risentono della violenta prise de bee con gli inglesi per la questione della svalutazione del franco: quindi sono non del tutto imparziali: ho poi avuta l 'impressione che, sul piano economico, i francesi sanno pochissimo, seppure sanno qualcosa, delle vere intenzioni inglesi: cercano di indovinare, come noi.

Nonostante questo i francesi marceranno: gli inglesi hanno precisato che si deve trattare di un'organizzazione dell'Europa il cui fulcro sarà l'alleanza francobritannica: di fronte ad una combinazione che così grandemente solletica il prestige francese, è assurdo pensare che i francesi si decidano tirarsi indietro.

Ma ci sono altre ragioni più sostanziali.

La prima è piuttosto nel campo della politica interna, ma ha il suo peso. Quando si parla di Governo inglese, non si può dimenticare il suo colore politico: è quindi indubbio che il piano Bevin, almeno in quanto esista, ha un colore socialista. Ed è del resto logico. Se l'Europa occidentale dovesse diventare comunista essa guarderebbe a Mosca: se dovesse diventare capitalista, l 'Inghilterra, essendo socialista, guarderebbe a Washington: l 'unica Europa che guarderebbe di preferenza a Londra sarebbe una Europa laborista: è innegabile che oggi, più che mai, il partito, inteso come impostazione ideologica dell'economia e della vita supera i limiti nazionali. Il piano Mayer ha una sua impostazione integralmente !iberista, se esso viene lasciato libero di svilupparsi, esso significa, a scadenza più

o meno breve l'abbandono del dirigisme, in quanto esso non è solo dettato dalle necessità ma risponde ad un preciso indirizzo politico. È logico quindi che i socialisti favoriscano il prevalere delle concezioni inglesi, e l'M.R.P., in questo campo, non è molto lontano dal socialismo: si tratta quindi di un lato del problema a cui si deve dare il suo peso.

La maniera come si svolgono i dibattiti al Congresso americano, le due direttive verso cui esso si va orientando: diminuzione nella quantità e nel tempo dell'aiuto americano e precisazione dei controlli, ha seriamente spaventato i francesi: al pessimismo di qualche tempo addietro sulla ripresa inglese è successo un relativo ottimismo: essi quindi salutano con entusiasmo ogni possibilità che si apre di vedere se e in quanto la collaborazione coll'Inghilterra e col Commonwealth può sostituire il piano Marshall, per quel meno che esso rappresenterà sulle aspettative e sui bisogni, e se e quanto questa collaborazione può allentare la stretta americana, e quindi aumentare le oggi scarse possibilità di negoziare.

Per ultimo la speranza francese di trovare negli inglesi, ed appoggiando la politica inglese, un appoggio nella difesa delle loro tesi sulla Germania: su questo punto riferirò più a lungo in altra sede; qui basta osservare che si tratta di una questione che sebbene, in sé, basata sull'irreale involve il prestigio francese all'interno e, in buona parte, la situazione personale di Bidault.

Queste, all'incirca, le principali ragioni per cui, nonostante il presente risentimento, nonostante la scarsa fiducia sulla realtà dei progetti inglesi, i francesi seguiranno, in tutto questo, la politica inglese.

A mia impressione, il piano Bevin, è una nuova presentazione di una idea che gli inglesi perseguono con tenacia, attraverso tutte le difficoltà e tutti gli scacchi, fin dal primo inizio del piano Marshall: essere cioè loro gli intermediari fra l'Europa e l'America: è insomma una nuova edizione del fronte unico: la sola differenza, ma importante, sta nel fatto che, questa volta, per arrivare al fronte unico, l 'Inghilterra sembra essere disposta non solo a chiedere, ma anche a fare qualche cosa essa stessa. Si tratta ora di vedere se l'Inghilterra è veramente disposta a fare qualche cosa, e soprattutto cosa, in concreto, essa può fare.

Vorrei ora permettermi di fare qualche considerazione, in quanto è possibile, oggi, vedere le cose da Parigi, sui nostri rapporti col piano Bevin. In quanto esso è enunciazione di principi superiori, che sono anche nostri è evidente che noi non potevamo fare altro che rispondere, ed entusiasticamente, con una adesione, pure di principio.

Ella ha però posto come condizione, o quasi, alla nostra collaborazione, la parità. Ne comprendo perfettamente il significato sul piano della politica interna e generale; all'atto pratico e per mia norma di condotta, la pregherei di volermi meglio spiegare il suo pensiero, poiché parità, come democrazia, possono avere differenti significati.

Il piano Bevin, in quanto piano politico, ed esso è soprattutto piano politico, oggi, si presenta come una rete di alleanze, su vari piani. In un primo piano l'alleanza Francia -Inghilterra, chiave di volta del sistema: in un secondo piano, i tre membri del Benelux, primi invitati: in un terzo piano i paesi che dovrebbero essere invitati ad aderire a questo nucleo centrale e cioè Stati scandinavi, Portogallo, Italia. Se si deve intendere quindi strettamente l'idea di parità, ciò significherebbe che noi domandiamo di far parte, colla Francia e coll'Inghilterra, del nucleo centrale.

Ora mi permetto di osservare che questo è un optimum difficilmente raggiungibile. C'è in primo luogo uno stato di fatto: francesi e inglesi sono abituati, da ormai trent'anni, più che a consultarsi, a lavorare insieme: c'è una rete di rapporti personali, di conoscenze, di amicizie, che si regge attraverso tutte le baruffe, nella quale non possiamo pensare di inserirei. Anche ammettendo che ci si concedesse questa parità di diritto, non saremmo sullo stesso piede: ci si potrebbe arrivare solo dopo decenni di collaborazione intima. Ma anche ammessa questa differenza, che non essendo scritta in nessun documento diplomatico sfugge al controllo, mi sembra impossibile ottenere, adesso e ancora per qualche anno almeno, anche la sola parità di diritto. Per quanto cammino possiamo avere fatto sulla via della normalizzazione restiamo sempre, per una sfumatura psicologica, degli ex nemici. Il concetto base, almeno a Parigi, anche se mai espresso, è questo: il riconoscimento dell'Italia come grande potenza, giuridicamente pari alle altre, era il compenso che le era stato dato, per avere partecipato accanto a Francia ed Inghilterra, nella guerra 1914-18: questa posizione l'abbiamo gettata via facendo questa guerra dall'altra parte, è bene che non se ne parli più. Non so se questa impostazione sia così precisa a Londra: a Parigi lo è indubbiamente: forse un giorno la si potrà superare, ma questo giorno non è certo vicino.

Se noi quindi per parità organizzativa -uso la sua espressione perché è estremamente comprensiva -intendiamo che il programma di azione sia nel campo politico, sia nel campo economico, sia il frutto di una prima discussione a tre, Francia, Inghilterra ed Italia, da sottoporsi dopo all'esame degli altri, questo è qualche cosa che non ci sarà concessa. Può essere, come è accaduto nel caso della conferenza del piano Marshall che grazie al prestigio personale di cui può godere il nostro delegato, si arrivi in pratica, a conferenza riunita, a qualche cosa di non molto distante: ma il principio, specialmente i francesi, non lo ammetteranno per un pezzo. Noi possiamo aspirare ad essere messi su piede di parità col Belgio e coll'Olanda-oggi non lo siamo-; in un secondo tempo potremo aspirare ad essere cosultati per primi, dopo gli accordi a due, a diventare cioé, nel secondo piano, una specie di primi inter pares: ma questo, per parecchi anni, è il massimo della parità a cui possiamo aspirare.

Come ella ha visto, nei miei primi contatti qui, e sempre premettendo che parlavo a titolo strettamente personale, mi sono limitato a far rilevare alcune difficoltà di principio che ci rendevano difficile aderire ad una rete di alleanza; l 'ho fatto perché, a prima vista, mi sono permesso di interpretare il suo pensiero nel senso che questa affermazione di parità era una forma elegante, sia dal punto di vista interno che esterno, per dire che noi intendiamo stare a vedere come le cose si sviluppano.

Le confesso subito che sono arrivato a questa interpretazione, anche perché, di fronte a quello che continuo a chiamare il piano Bevin, aspettare che ci si venga a cercare, mi sembra la politica che meglio ci conviene.

Dalla primavera scorsa, quando si è cominciato a parlare del piano Marshall, ad oggi, la nostra situazione è molto cambiata. Allora quando non si sapeva ancora se la Russia o qualcuno dei suoi satelliti avrebbe partecipato, era, entro certi limiti, necessario, che noi ci facessimo avanti a chiedere di essere chiamati perché era perfettamente concepibile una conferenza di cui o non avessimo fatto parte o avessimo fatto parte, dietro la porta. Oggi la situazione è cambiata: quando si parla di Europa occidentale, si parla di un territorio talmente ristretto, che se si lascia fuori l'Italia, non so cosa resti: sono personalmente convinto che nonostante tutte le residue ripugnanze non è molto lontano il giorno in cui sarà inevitabile chiamare anche la Spagna di Franco: figuriamoci quindi noi. Possiamo quindi aspettare tranquillamente che ci si venga a cercare; credo poi anche che questa sia la politica che più ci conviene: se noi ci agitiamo adesso per entrare in questa combinazione, gli altri metteranno delle condizioni al nostro intervento: oggi non esiste più quella della ratifica del trattato, ma ne possono uscire fuori delle altre. Se invece noi abbiamo la forza di nervi necessaria per aspettare, possiamo invece mettere noi certe condizioni alla nostra adesione: è quindi la strada più rapida e più efficace per arrivare alla parità, purché ci rendiamo conto dei limiti possibili della parità.

Questa posizione di adesione di principio, ma di attesa in realtà, mi permetterei anche di raccomandarla perché il piano Bevin è ancora tanto nebuloso che, prima di lanciarcisi dentro, converrebbe vedere in che direzione esso si sviluppa.

Sul piano politico, il solo preciso per il momento, è evidente che il piano Bevin è una coalizione anti-russa: la sua inserzione in un discorso il cui tono non poteva essere più chiaro non permette dubbi al riguardo. È vero che i trattati di alleanza saranno diretti contro la Germania, ma che si tratti di un falso scopo non è che troppo evidente. A parte il fatto che non credo che questo quadri con le direttive di politica estera, almeno apparenti, del Governo italiano, va rilevato si tratta di una coalizione militare fra paesi che, tutti insieme, non potrebbero forse, oggi, resistere una settimana ad una offensiva russa. Le cose potrebbero cambiare solo se, in qualche forma, sia pure passando anche essa attraverso la Germania, a questa sacra lega europea si aggiungesse anche l'America: converrebbe per lo meno aspettare che questo fosse chiaro: oggi come oggi tutto il vantaggio che potremmo ritrarre da questa nostra adesione sarebbe quello di essere chiamati, in terzo o quarto piano, a prender parte a delle conversazioni piuttosto pirandelliane di Stati Maggiori europei: tentare la Russia, e i suoi satelliti, va bene ma per qualcosa di concreto; per un pugno di nuvole non so.

Non so se l'invito ad aderire ci verrà presto o tardi: non sarei sorpreso che esso arrivasse abbastanza rapidamente, subito dopo l'adesione dei paesi del Benelux: la nostra prima risposta è facile: come possiamo aderire a un patto d'alleanza concepito nel quadro dell'O.N.U. noi che non ne facciamo parte e non ne faremo parte nel prossimo futuro? Come possiamo prendere parte ad un trattato militare noi che da un trattato di pace siamo stati disarmati? Premetto che non credo che noi riusciremo, in questa sede, a risolvere né l'una né l'altra delle questioni: si tratterà però di fare qualche considerevole passo avanti che sarà misurato sull'interesse che potranno avere gli altri a farci entrare nella combinazione e sul nostro di entrarci.

Ancora maggiore opportunità di stare a vedere mi sembra ravvisare sul piano economico. Ad un certo momento, quando si verrà al concreto, il concetto del fronte unico in qualche modo scapperà fuori: ed è possibile, anzi probabile, che esso incontrerà le stesse reazioni americane che la mancata conferenza dei Sedici. Ora è questo un terreno su cui, come le ho già riferito, mi sembra bisogni avanzare con estrema cautela.

Non che io sia contrario al fronte unico: anzi, sarebbe il mio sogno, ma dubito della sua possibilità. Per parlare più chiaramente, prima di mettersi su questa strada bisognerebbe essere sicuri che l 'Inghilterra sia in grado, non solo di resistere lei, ma anche, insieme alle risorse dei Dominions (bisognerebbe anche essere sicuri che questi oltre ad averle, sono pronti a metterle a nostra disposizione) di darci un aiuto che sia sufficiente, almeno in certa misura, a sostituire il mancato aiuto americano. Il risultato della missione Grazzi a Londra dovrebbe cominciare ad illuminarci su quello che l'Inghilterra può darci: per il resto aspettiamo che l'Inghilterra metta un po' sulla tavola le sue carte economiche, prima di deciderci: altrimenti rischiamo di ingaggiarci allegramente in una politica di fronte unico, sollevare le reazioni americane, e poi accorgerci che il fronte unico non è possibile e trovarci allora a negoziare con gli americani in condizioni anche peggiori di quelle che sono prevedibili adesso.

Il mio timore è che l'Inghilterra, e la Francia al suo seguito, si stiano imbarcando in una politica di vasi di ferro: non sono affatto sicuro che l'Inghilterra sia un vaso di ferro, meno ancora la Francia, ma non ho dubbio sul fatto che noi siamo null 'altro che un povero vaso di coccio: abbiamo già provato, e da poco, quali sono le conseguenze di fare una politica di vaso di ferro essendo invece di coccio.

Comunque trattandosi di questione importante e della quale non si mancherà di parlare nel prossimo avvenire, vorrei pregarla di farmi conoscere il suo pensiero, in modo che possa regolarmi nei miei contatti con questo Governo.

184 2 Non rinvenuto.

186

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

L. 422/156. Londra, 27 gennaio 1948 (per. il 31).

Ho ricevuto la lettera di V.E. n. 0541 e mi sono compiaciuto di notare che nel mio colloquio con Bevin di cui al mio telegramma del 24 corrente2, la sostanza e il tono delle mie risposte corrispondevano alle direttive e al pensiero che mi risultavano dalla lettera stessa, ricevuta il giorno dopo le mie conversazioni con questo ministro degli esteri. Ritengo però opportuno dare a V.E. alcuni schiarìmenti maggiori circa le mie impressioni sul colloquio stesso, accenni e dettagli che potrebbero servire anche per interpretare le susseguenti notizie che trasmetterò telegraficamente e che troppo spesso per la necessaria brevità mancano dell'indispensabile sfondo e della prospettiva di una visione d'insieme.

186 l Vedi D. 162. z Vedi D. 168.

Mi pare anzitutto di dover constatare che in Bevin il pensiero che l'Italia dovesse partecipare il prima linea alla organizzazione dell'Unione occidentale fosse davvero cordiale e sincero. L'aver nominato l'Italia sola tra le nazioni la cui collaborazione era desiderata in prima linea dopo la costituzione del primo gruppo (del nocciolo nordico-occidentale per così dire), la premura con cui cercò di spiegarmi fin dalla vigilia, in un incontro occasionate, le difficoltà di un eccessivo allargamento oltre le basi del trattato di Dunkerque, l'aver desiderato di parlarmene subito dopo il discorso in modo più ampio e ufficiale, trepido quasi che da parte nostra l'idea lanciata a nostra insaputa potesse generare un qualsiasi malinteso, mi hanno dato il senso preciso che egli tenesse nel massimo conto il peso della nostra adesione, ma che veramente l'Unione occidentale fosse in lui idea piuttosto vaga ancora, lanciata senza eccessiva preparazione come strumento polemico nella nuova posizione che l'Inghilterra prendeva nella sua politica estera e della cui estensione egli stesso fosse dubbioso. Bevin mi ha ripetuto più volte che «bisognava cominciare dal poco e sicuro, muovere molto cautamente un passo dopo l'altro» provare come funzionerebbe una organizzazione ristretta, contenuta anche geograficamente. Egli temeva che un piano a troppo larga base avrebbe subito corso il pericolo che già aveva fatto fallire tante nobili iniziative della stessa natura. Ciò che insomma a mio parere contava nel discorso Bevin era la svolta storica della politica internazionale inglese per cui affermava di voler entrare in pieno nella politica continentale. Ma lo strumento (la Unione occidentale) non era finora che una indicazione di metodo, un germe volutamente modesto, un esperimento che avrebbe dovuto prendere forza e radici secondo le circostanze.

Che tuttavia ci fosse nelle assicurazioni di Bevin una riserva mentale, nei nostri riguardi, non lo devo nascondere per dovere, benché essa non mi risulti da alcuna parola o sia pure vago accenno di Bevin, ma dallo stato d'animo di certe sfere politiche e del Foreign Office particolarmente, come pure da conversazioni private con eminenti personalità di questo paese. Una domanda è oggi su tutte le bocche (e perciò suppongo nel recondito pensiero di chi dirige la politica estera britannica): quale Italia emergerà dalle elezioni del 18 aprile 1948? La convinzione generale è che questa data sia davvero una data storica non solo per gli italiani ma per tutti gli europei in quanto segnerà il momento decisivo della posizione che il nostro paese intenderà prendere nella compagine del mondo e più particolarmente nella riorganizzazione del mondo occidentale. È impossibile giudicare oggi, da parte inglese, quale sarà il verdetto della volontà del popolo italiano, ma ciò che qui appare evidente è che tale espressione dei nostri voti deciderà anche in modo definitivo se l'Italia vuole o non vuole partecipare alla ricostruzione della civiltà di Occidente col mondo anglo-sassone e la Francia, o noo sarà sopraffatta invece dalle forze che la vogliono far riassorbire nel piano di Mosca. Il Governo britannico può confidare nella forza ricostruttiva del popolo italiano, nella buona volontà, nel valore morale e politico dell'attuale Governo, ma non si nasconde che tale Governo, tra poco più di due mesi, dovrà affrontare il giudizio popolare e che solo da quel momento, se il giudizio, come tutti ardentemente sperano, gli sarà favorevole, potrà avere la piena autorità e la forza per affrontare una collaborazione europea a largo respiro e a larga base.

Queste, press'a poco, sono anche le considerazioni che rappresentano lo sfondo un po' vago nell'atteggiamento dello stesso Bevin circa la nostra questione coloniale. So che la mia proposta con cui chiedevo una chiarificazione in proposito è stata bene intesa e bene interpretata al Foreign Office e che essa è stata anzi trovata pienamente ragionevole. So anche che Bevin sta esaminando la possibilità di discutere tra qualche tempo con altri interessati (e mi pare si accenni particolartnente agli Stati Uniti) una formula di intesa. Dubito però che tali chiarificazioni possano prendere forma concreta prima del 18 aprile prossimo, dato che Inghilterra e Stati Uniti, sempre più vicini nelle loro vedute, sono oggi ugualmente preoccupati e interessati per il nuovo assetto del Mediterraneo, specialmente dal punto di vista strategico, e che ancora non sanno fin dove l'Italia di domani potrà essere una sicura collaboratrice o una più o meno larvata amica di altre potenze, debole di fronte a interessi di un opposto imperialismo avanzante alla conquista del Mediterraneo e ostile alle potenze occidentali. Notizie sempre più insistenti confermano che gli Stati Uniti stanno prendendo Tripoli come base aerea per le loro forze sia pure con la condizione che ciò è in via temporanea e condizionata. Ma in verità ritengo che, poiché di basi aeree e navali mediterranee gli Stati Uniti hanno assoluto bisogno e non per un limitato periodo di tempo, il destino della nostra colonia è intimamente collegato alle possibilità di trovare un accordo con gli americani stessi su questo punto essenziale. Per questo appunto Inghilterra e Stati Uniti vogliono trovarsi di faccia ad una Italia ben concreta e determinata, con cui trattare.

Quando Bevin mi disse «bisogna che l'Italia sia forte» io ebbi buon gioco per ribattere nel senso del mio telegramma, ma in verità avevo perfettamente capito che egli intendeva parlare di una Italia capace di resistere alle oscillazioni tra i due mondi opposti, alla minaccia di guerra civile all'interno, alle suggestioni dell'Oriente che la potevano distaccare dalla civiltà occidentale. Anche un'altra parola oscura mi disse di sfuggita Bevin: che il problema di Tripoli si presentava «particolarmente difficile a risolversi», con che egli forse mi lasciava intravedere che altre difficoltà potevano essere più facilmente superate, ma soprattutto, poiché i giornali parlavano con insistenza in quei giorni delle nuove basi americane, mi parve egli accennasse a questa situazione nuova e complicata per cui il problema non era più esclusivamente inglese.

Questi brevi commenti al mio colloquio con Bevin, ho creduto bene di sottoporre a V.E. in tutta franchezza perché ella sappia trame gli elementi utili alle nostre aspirazioni e alla difesa dei nostri diritti.

Le mie impressioni personali sono che per i prossimi mesi sarà difficile strappare sia all'Inghilterra, sia agli Stati Uniti, una positiva indicazione sulle loro intenzioni a nostro riguardo, anche perché esse stesse non sanno esattamente quali pieghe possano prendere gli avvenimenti. Mi sembra inoltre che sia sbagliato il pensare che la difficoltà unica da superare sia la cattiva volontà dell'Inghilterra, poiché essa è ormai legata a filo doppio agli Stati Uniti e il nostro sforzo di chiarificazione e persuasione (importante, forse decisivo in questo momento) va portato su tutte tre le potenze: Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia con una direttiva e spirito unico.

187

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1223/75. Washington, 28 gennaio 1948, ore 19,29 (per. ore 10 del 29).

Mio telegramma 721.

Eseguito oggi con Bonnet passo presso State Department per illustrare significato e valore rapporto Commissione mista su piano unione economica italo-francese. Partenza Bonnet da Washington per qualche giorno non permetteva ulteriore ritardo. Abbiamo consegnato sottosegretario Lovett, assistito capo affari europei Hicherson, due copie francesi rapporto con breve rispettiva accompagnatoria. Mia copia corredata anche da riassunto esplicativo in inglese, sulla base relazione allegata telespresso di codesto ministero 40307 del 24 gennaio2. Bonnet ha accennato contenuto tecnico documento. Ho particolarmente insistito su valore morale e politico sia rispetto ricostruzione europea, come nostro contributo facilitazione applicazione piano Marshall. Ho fatto notare importanza buon esempio i tal o-francese anche come argomento State Department di fronte Congresso. Ho aggiunto che condizione sine qua non successo nostri sforzi è cooperazione americana.

Lovett ha dichiarato rendersi conto importanza passo congiunto e alto significato studi e propositi italo-francesi. Governo americano vede con grandissima simpatia iniziativa e farà studiare dai tecnici con vivo interesse risultati raggiunti. Bonnet ed io abbiamo fatto quindi notare che la unione allo studio potrebbe essere più promettente e più completa con l'adesione da parte del Benelux come primo passo verso più vaste cooperazioni.

Lovett domanda se ci siano conversazioni in corso in quel senso. Rispondiamo che dalla Conferenza di Parigi in poi devono esserci stati approcci confidenziali. Hicherson domanda se l 'Inghilterra è informata andamento e risultati lavori Roma. È questo evidentemente un punto cui Dipartimento annette notevole importanza. Rispondiamo credere di sì. Aggiungo da parte mia che intesa economica italo-francese rientra nel discorso programma Bevin. Facciamo quindi osservare che, anche a proposito Inghilterra e Benelux, cooperazione americana è fondamentale. Lovett conviene e conclude assicurando massimo interessamento americano3.

2 Vedi D. 136, nota 2.

3 Il presente telegramma fu ritrasmesso con T. 1196/86 (Parigi) 19 (Bruxelles) del 30 gennaio con le seguenti istruzioni per Quaroni: «In relazione alla richiesta fatta a Tarchiani ed a Bonnet se Inghilterra è stata informata, prego V.S. voler intrattenere Quai d'Orsay su opportunità di fare analogo comune passo a Londra per illustrare significato rapporto Commissione mista italo-francese nonché portata ed importanza Unione doganale per la progressiva collaborazione economica in Europa». Il 5 febbraio Tarchiani (T. 1596/100) aggiunse di aver ricevuto da Lovett la conferma ufficiale della «calda simpatia del Governo degli Stati Uniti e l'auspicio di un continuato successo».

187 l Del 26 gennaio, con il quale Tarchiani chiedeva informazioni circa l'invio della documentazione preannunciata con il D. 136.

188

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALLE AMBASCIATE A BRUXELLES E PARIGI E ALLE LEGAZIONI ALL'AlA E LUSSEMBURGO

T. 1116/c. Roma, 28 gennaio 1948, ore 23,30.

(Solo per Parigi) Suo 0251.

Ho telegrafato Bruxelles Aja Lussemburgo quanto segue:

(Per tutti) Governo francese ha fatto compiere passo presso codesto Governo per informarlo risultato favorevole conclusioni Commissione studio unione doganale itala-francese e invitarlo a esaminare possibilità di mettere allo studio eventuale adesione Benelux progetto unione doganale itala-francese.

Onde far rilevare codesto Governo vivo interesse che Italia annette a progressivo allargamento intese regionali collaborazione economica europea, voglia V.S. compiere passo analogo a quello fatto da Governo francese, riferendo.

Per norma di V.S. aggiungo che per quanto in attuali circostanze consideriamo ancora prematura fase promossa da Governo francese, ci associamo ben volentieri azione da esso svolta per coerenza con nostro atteggiamento di pionieri assunto fin da principio sul piano generale delle unioni doganali in Europa.

(Solo per Parigi) Comunichi subito Grazzi.

189

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 139/13311364. Parigi, 28 gennaio 19481.

Ho informato telegraficamente delle assicurazioni solenni che mi sono state date, da parte francese, circa la progettata Unione doganale, nel senso che le possibili iniziative che si stanno delineando non intralceranno il suo sviluppo. Ritengo anche che i miei interlocutori siano stati onesti e sinceri nel darmi queste assicurazioni: non è però superfluo che io faccia da parte mia qualche riserva.

I sospetti nostri si sono appuntati principalmente contro l'estensione dell'Unione doganale al Benelux: come ho già detto, personalmente, non sono preoccupato in quella direzione. I francesi perseguono verso i Paesi Bassi una vecchia politica: l'unione col Belgio è stata per oltre un secolo una delle loro fissazioni. Questo dirizzone del pensiero politico francese avrebbe potuto costituire un ostacolo alla nostra unione doganale, qualora noi ci fossimo opposti all'estensione al Benelux: ma dal momento che noi abbiamo fatto capire che, in principio e salvo a

189 l Manca l'indicazione della data di arrivo.

studiarla, non vi siamo contrari non solo ma siamo anche pronti ad aiutare, le due politiche francesi non sono più in contraddizione.

Non mi sento viceversa altrettanto sicuro nei riguardi dell'iniziativa inglese, perché non so se realmente gli inglesi sono favorevoli all'Unione doganale europea, ed in particolare all'Unione doganale italo-francese. A parte la politica tradizionale inglese contraria ad ogni organizzazione del Continente, esiste oggi un nuovo elemento: l'indirizzo socialista della sua politica. Parlando dell'economia italiana credo che converrebbe adoperare più che l'espressione liberale quella di anarchica, ma, con buona pace degli anarchici, è indiscutibile che sul terreno economico, l'anarchia è molto più vicina al liberismo che non all'economia diretta. La Francia sta volgendo anch'essa verso una economia liberista, poiché questo, e non altro, è il senso delle riforme Mayer, quale che sia il giudizio che si può dare sul loro merito intrinseco: l'Unione doganale franco-italiana sarebbe quindi una unione economica e doganale fatta sotto l'egida delle idee liberali, e data l 'influenza indiscutibile che essa avrebbe su tutta l'economia e anche la politica europea, essa sarebbe un colpo alle idee socialiste britanniche e potrebbe avere anche delle ripercussioni nella stessa Inghilterra.

Si tratta solo di una mia supposizione: ma ne abbiamo già avute le prime avvisaglie nella questione del franco.

Il piano Bevin, il giorno che esso divenga veramente un piano, potrebbe consistere in un invito a studiare -forse anche su qualche progetto concreto -la pianificazione dell'economia europea, prospettando magari, nel quadro della pianificazione una connessione dell'economia britannica difficilmente raggiungibile sotto forma di unione doganale pura e semplice. Ad un progetto di questo genere sarebbe difficile anche per noi dire senz'altro di no: bisognerebbe, se esso non ci conviene, sotterrarlo attraverso una serie di commissioni di studio: ma esso imporrebbe anche una revisione dei concetti base della nostra unione doganale: dovremmo fermarci. Non so cosa faremmo noi, certo i francese si fermerebbero, anche perché non fermarsi significherebbe, per l'opposizione dei socialisti francesi, una crisi di Governo.

Se realmente gli inglesi hanno dei piani, e delle apprensioni di questo genere, dobbiamo prevedere in Francia una fotte misura di opposizione socialista al nostro progetto di unione. Abbiamo già l'opposizione di Monnet (non alla unione doganale in sé, ma alla maniera con cui essa è concepita: egli avrebbe voluto che si cominciasse con un piano per l'Italia e studiare poi la combinazione dei due piani) che rappresenta in sostanza la chiave di volta del socialismo francese: l'opposizione potrebbe facilmente spostarsi sul piano politico (mi sembra già di sentirne le prime avvisaglie).

In altre parole, pur non dubitando né delle parole, né delle intenzioni di Bidault, se c'è un piano Bevin, e se questo piano Bevin uscirà fuori dal vago, io temo che esso eserciterà una azione ritardatrice sulla Unione doganale italo-francese: e questo, aggiungo, non cambierebbe anche se, per quell'epoca, saremo già arrivati alla dichiarazione comune che abbiamo in vista.

Tutte queste sono difficoltà, unite a quelle di carattere interno su cui le ho già riferito, che mi fanno pensare che non sarà possibile marciare con quella rapi

dità che ella desidera: sono tuttavia convinto che tutte queste difficoltà, con tempo, pazienza e buona volontà possono essere superate. Volevo ora attirare la sua attenzione su alcuni aspetti, che vorrei chiamare italiani, del problema.

Credo di avere compreso il suo pensiero nel senso che ella intende l'Unione doganale italo-francese come un primo passo verso una unione più vasta europea, e questa, infine, come l'unico mezzo di porre la parola fine alla pazzia collettiva che da mezzo secolo in qua sta portando il nostro Continente alla autodistruzione completa: siccome queste sono anche le mie idee, ella ha avuto ed ha la mia collaborazione, non solo disciplinata, ma anche convinta. Ma dato che l'Unione italo-francese è possibile e almeno relativamente vicina, mentre l'unione europea è purtroppo molto più difficile e lontana essa è destinata per qualche tempo almeno a restare solo e principalmente un fattore italo-francese.

Anche sul piano italo-francese questa unione è desiderabile: abbiamo visto quale sia stato, per i due paesi, il risultato di cinquant'anni di ostilità: la saggezza domanderebbe di cambiare strada: l 'unione doganale, rivoluzionando la base dei rapporti fra i due paesi è l'espressione più radicale di questa nuova strada: poiché è evidente che coli 'Unione doganale i due paesi diventano solidali, anche nel campo politico.

Ritenendo, a lunga scadenza, non solo utile, ma necessaria questa politica, l'entusiasmo con cui larghi settori dell'opinione pubblica italiana hanno risposto alla sua iniziativa, non può che rallegrami. Ma, mi domando, non ci aspettiamo noi da questa unione doganale dei risultati immediati difficilmente realizzabili?

Non è del settore strettamente economico che parlo: lì i vantaggi e gli svantaggi sono più o meno previsti e scontati: parlo piuttosto del settore politico.

Mentre che si trattava d eli 'Unione doganale noi abbiamo avuto vari affari con la Francia, frontiere, beni, Tunisia, banca commerciale, per non parlare che dei maggiori: francamente debbo dire che il fatto che noi stavamo sulla strada dell'Unione doganale non ha cambiato in nulla l'atteggiamento francese: niente più, almeno, di quanto il tempo e lo svolgersi degli avvenimenti avrebbe potuto, da sé, cambiarlo. Non solo, ma quando abbiamo cominciato a parlare di accordi economici prima e di unione doganale dopo, una delle pregiudizi ali francesi, dettaci anche molto chiaramente è stata: va bene, dispostissimi a studiare le questioni nel loro merito, ma tutto questo non ha niente a che fare con il trattato di pace: e tutte le volte che si è presentata una occasione di domandare qualche cosa, appunto in considerazione di questa atmosfera di unione doganale, la reazione francese è stata immediata: sono due problemi differenti: uno riguarda il passato, l'altro riguarda l'avvenire.

Ma anche per quello che riguarda l'avvenire, sul piano politico, avversari e fautori dell'unione doganale si inquadrano in Francia nel problema più generale della organizzazione dell'Europa occidentale: quelli che ritengono che essa si può fare solo intorno all'Inghilterra vedono la funzione della Francia, come seconda dell'Inghilterra: essi considerano l'Unione doganale italo-francese come una cosa che può distrurbare l'asse Parigi-Londra e a cui si potrà pensare solo dopo che si sono risolti i problemi con l'Inghilterra: vi sono invece favorevoli quelli che ritengono possibile l'organizzazione dell'Europa intorno alla Francia, l'Italia essendone il brillante secondo. Così il più favorevole di tutti vi è de Gaulle, il più contrario Leon Blum. Ma i favorevoli vedono l'unione doganale come inquadramento dell'Italia nella politica francese, l 'Italia riconoscendo il leadership francese e l'Italia accettando, in linea di massima, di accordarsi, nelle principali questioni europee e mondiali, al punto di vista francese.

Ora non so se l'opinione pubblica italiana, l'amministrazione e lo stesso Governo italiano vedono le cose proprio così. Nel settore economico si sente dire, facciamo questa unione, saremo noi che mangeremo i francesi e non essi noi: non vorrei escludere che anche nel campo politico un po' di questo stato d'animo ci sia: ora io temo che noi ci facciamo un po' di illusioni sulla famosa intelligenza italiana, che esiste sì, ma che non può al l 00% sostituire la preparazione, la maggiore solidità altrui.

Sono d'accordo, tutto questo è suscettibile di essere modificato: col tempo, colla pazienza, coli' abitudine si arriverà anche a cambiare i cervelli, sia francesi che italiani: ma oggi essi non sono ancora cambiati. Nell'ultima conversazione che ho avuto con lei sull'argomento, ella mi sintetizzò il problema in una formula: «Bisogna riconoscere la superiorità francese per togliere loro ogni pretesto di volercela imporre». Non ne saprei trovare un'altra che meglio possa sintetizzare la necessaria impostazione dei nostri rapporti con la Francia, nel quadro dell'unio-• ne doganale, se vogliamo col tempo, ma con molto tempo; arrivare ad una comunità vera di lavoro e di interesse. In altre parole la Francia sarebbe conquistabile, a lunga scadenza ed entro certi limiti, da noi, a condizione che noi avvolgessimo tutti i nostri rapporti con lei di un elegante ma costante fumo d'incenso salente da Roma a Parigi. Ma per arrivare a questo risultato ci vorrebbe una coscienza politica collettiva, un'azione collettiva di cui, temo, noi non siamo capaci. Invece il problema vero dei rapporti italo-francesi -e non accenna a cambiare -resta nel fatto che i francesi, per amarci bisogna che ci proteggano, mentre noi siamo disposti ad ammettere la superiorità di tutti, ma non quella dei francesi.

Non vorrei, in altre parole, che noi ci aspettassimo, una volta arrivati alla dichiarazione di Unione doganale, di vedere senz'altro un capovolgimento nei rapporti italo-francesi: essi resteranno quello che sono: li troveremo, come adesso, duri e piccini quando si tratta di interessi loro: troveremmo che nella politica generale essi penseranno che noi ci siamo legati a loro e non loro a noi: che li vedremo domandarci, in tono abbastanza perentorio, di seguire la loro politica in questo od in quello: che in tutte le organizzazioni internazionali in cui non siamo rappresentati e che sono molte, alle nostre domande di appoggiare la nostra candidatura ci sentiremo rispondere: ma cosa ne avete bisogno, i vostri interessi li potete far valere per il nostro tramite.

La politica dell'unione doganale è una politica estremamente intelligente, una politica di lontano avvenire, ma che nel presente e nell'immediato avvenire, eccetto che nel campo economico, nel quale non mi azzardo a pronunciarmi poco o nulla ci darà.

Ritengo mio dovere di far presente tutto questo perché è tutto un aspetto del problema al quale dobbiamo essere preparati. Se non ci siamo sufficientemente preparati, vorrei quasi dire rassegnati, la prima conseguenza dell'Unione doganale sarà di rendere i nostri rapporti con la Francia più delicati, invece che più solidi: e il risultato, se noi contiamo di incassare subito dei benefici, e questi benefici non vengono, potrebbe anche essere quello di peggiorare i rapporti invece che mi

gliorarli. Facendoci i promotori di una Unione doganale con la Francia, e attraverso questa di una più vasta unione doganale, noi assumiamo in un certo senso la funzione di profeti: e nemo profeta in patria. Non vorrei che mi si dovesse rimproverare un giorno di non averlo avvertito in tempo.

188 l Non pubblicato.

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L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 920/349. Washington, 28 gennaio 1948 (per. il 12 febbraio).

Dopo il fallimento della recente Conferenza dei quattro ministri degli esteri l'attenzione di questi circoli dirigenti, della stampa e dell'opinione pubblica americana si è andata sempre più concentrando sul problema tedesco.

L'ormai decisa unione economico-amministrativa delle zone della Germania occupate dagli americani e dagli inglesi costituisce, con l'enunciazione della «dottrina Truman» e l'offerta del piano Marshall, la terza decisiva iniziativa di politica estera. Determinata da ragioni di carattere vario, finanziarie, economiche, politiche, tale unione comporta il definitivo abbandono delle direttive inizialmente seguite dagli Alleati in Germania, che avevano dato il colpo di grazia ad uno dei fattori più importanti dell'economia europea e trasformato la Germania occidentale in <<Una colonia penale sotto il Comando di un Governo militare».

La decisone angloamericana è stata, come è noto, coronata l' 8 gennaio u.s. dalla presentazione ai tedeschi del nuovo Statuto per la completa unificazione delle zone di occupazione. E malgrado che s'insista nel mettere in rilievo -anche per sopire i timori e le note particolari suscettibilità francesi -che con la creazione della Bizona e la partecipazione tedesca alla direzione unitaria di essa non si è dato vita ad un nuovo Stato ma si sono unificate due zone, e che comunque l'autorità di occupazione mantiene il pieno ed assoluto controllo, d'altra parte s'indulge al sentimento nazionalistico dei tedeschi dicendo loro che con tale misura non solo non si vuole in pratica attuare una separazione della Germania ma non si intende nemmeno minimamente pregiudicare la futura certa istituzione di un Governo centrale e unitario tedesco, ch'è ormai negli scopi dichiarati di tre delle quattro Potenze che occupano la Germania. In effetti il fatto che già ora sia stato concesso al nuovo organismo centrale tedesco e alla Banca centrale in progetto poteri superiori, in materia economica finanziaria e di approvvigionamenti, a quelli dei singoli Stati, sta a dimostrare chiaramente l'idea -oggi ancora, anacronisticamente, caldeggiata dai francesi -di fare della Germania una federazione di minori Stati del tutto autonomi e sovrani deve essere ormai considerata come definitivamente abbandonata. E in cambio di una sistemazione della Sarre in conformità alle proprie rivendicazioni, la Francia sembra si appresti non solo a rassegnarsi ai progetti anglo-americani, ma anche a darvi il proprio contributo con la probabile adesione della zona francese alla Bizona.

Se tutti sono ormai qui d'accordo -repubblicani e democratici, Taft e Wallace, politici e militari, uomini d'affari e letterati -sulla necessità di abbandonare la politica negativa condotta in Germania fino ad ora e di iniziarne una positiva che miri, nell'interesse europeo e mondiale, a ricostruire al più presto una Germania unita ed economicamente sana anche se controllata giorno per giorno onde impedire un suo eventuale ritorno aggressivo, divise sono invece le opinioni circa i principii cui dovrebbe ispirarsi tale politica costruttiva.

Vi è contrasto di opinioni al riguardo in seno allo stesso Dipartimento di Stato ed i maggiori campioni di due opposte tendenze sono oggi John Foster Dulles, il consigliere di politica estera repubblicano, e il gen. Clay, attuale governatore militare americano in Germania. Dulles infatti, pur riconoscendo come una necessità ormai inderogabile quella di rafforzare la Germania occidentale onde farne anche un polo di attrazione per la Germania orientale sotto occupazione sovietica, vorrebbe che ciò fosse fatto ispirandosi alla concezione unitaria europea, che è alla base del piano Marshall, e tenendo quindi soprattutto presenti gli interessi dei Paesi europei confinanti con la Germania, mentre il gen. Clay ed i suoi principali consiglieri (Murphy, J. Anthony Parnuch,

F.L. Devereux ed E.H. Litchfield) sono del parere che, nella situazione in cui si è giunti, occorra soprattutto andare incontro agli interessi nazionali della Germania.

Il dissidio tra Dulles e Clay dura ormai dalla Conferenza dei ministri della scorsa primavera a Mosca: Dulles sosteneva che la politica europea degli Stati Uniti doveva basarsi sulla Francia, Clay sulla Germania. Dulles è del parere che il timore di un ritorno aggressivo della Germania è ancora così forte in Europa che non sarà possibile ottenere la cooperazione delle altre Nazioni europee senza dar loro l'assicurazione che la Germania non avrà più il controllo dell'industria pesante della zona Ruhr-Westfalia. Clay invece oppone che la produzione non aumenterà mai se la Ruhr sarà tolta ai tedeschi e che l'occupazione e il controllo inter-alleati debbono costituire per tutti la migliore garanzia contro un ritorno aggressivo della Germania.

Anche nella sua recente deposizione davanti alla Commissione senatoriale per le relazioni internazionali J. Foster Dulles ha asserito che il Governo militare americano in Germania amministra la sua zona secondo principi nazionalistici senza tener conto degli interessi dei Paesi Bassi, del Belgio e della Francia (avrebbe dirottato ad esempio sui porti tedeschi del Nord anche parte del traffico che prima si effettuava attraverso i porti di Rotterdam e Anversa). E in un suo discorso ad un banchetto della «Foreign Policy Association» a New York il 17 corrente egli ha affermato:

«In Germania noi abbiamo un'occasione unica di leadership. Là noi stessi siamo un governo europeo occidentale. Noi possiamo esercitare un'influenza decisiva nell'area della Ruhr, che è il naturale cuore economico dell'Europa. Se ci deve essere unità economica in Europa, quello è il luogo dove bisogna cominciare e dove noi possiamo cominciare. Finora, però, mi spiace doverlo dire, le condizioni germaniche illustrano abbondantemente come ciò non sia stato fatto». E sembra che questo suo discorso sia stato previamente approvato dal sen. Vandenberg e dal governatore Dewey, di cui Dulles, com'è noto, è il consigliere in materia di politica estera.

Questa divergenza di opinioni essendo tuttora in atto è stato qui dato, in questi giorni, particolare rilievo ad un piano tedesco per l'internazionalizzazione della Ruhr che è ora allo studio dei governi interessati e che potrebbe essere la base per una soluzione compromissoria. Il piano sarebbe riuscito -secondo quanto si dice qui -particolarmente gradito ai francesi ed autore ne sarebbe Konrad Mommsen, nipote del grande storico ed ora ufficiale di collegamento tra il Consiglio degli Stati della zona degli Stati Uniti e il Governo militare americano. Il piano è stato presentato nei suoi dettagli al gruppo di azione politica di Heidelberg e stampato poi nella rivista Wandlung di quella stessa città. Secondo tale piano le industrie della Ruhr diverrebbero proprietà congiunta di tutti gli Stati europei occidentali compresa la Germania e il trasferimento di proprietà al consorzio europeo costituirebbe anche pagamento delle riparazioni tedesche ai singoli paesi aventi diritto. La Germania provvederebbe ad indennizzare i proprietari privati tedeschi, eccettuati i criminali di guerra, e con i beni tedeschi all' estero dovrebbero essere compensati i proprietari stranieri. Una compagnia internazionale sovrintenderebbe a tutte le industrie che opererebbero singolarmente ma nel quadro di un piano di produzione generale: i profitti andrebbero in parte a beneficio degli operai e dei dirigenti d'azienda ed il resto sarebbe devoluto a scopi sociali e culturali europei.

In questo momento tre particolari aspetti del problema tedesco attirano l'attenzione di questa stampa e dell'opinione pubblica americana: l) la riorganizzazione economica-amministrativa della Bizona; 2) la crisi alimentare; 3) l'attività comunista.

l) Riorganizzazione economico-amministrativa. Si è dato grande rilievo alla presentazione -avvenuta 1'8 gennaio corrente -del nuovo Statuto che dovrebbe regolare la vita economica e politica della Bizona: si è sottolineato che tale Statuto è stato «proposto» e non «imposto» agli attuali dirigenti tedeschi e, ci si compiace della favorevole accoglienza che esso sembra abbia avuto.

Com'è noto la nuova organizzazione E.B.A. (Economie Bizonal Administration) proposta dalle autorità di occupazione prevede un'unica amministrazione anglo-americana coadiuvata da un'amministrazione tedesca articolata in due Camere, una Corte suprema di nove membri, un Gabinetto con sei ministri, ed una Banca Centrale. Delle due Camere, l 'una il Consiglio economico sarebbe portato a l 04 componenti eletti col sistema della proporzionale e con la partecipazione di tutti i partiti; l'altra, il Consiglio degli Stati (una specie di Senato) sarebbe invece su base bipartita, (social-democratici e democratici-cristiani) con esclusione di rappresentanti dei partiti minori, e con due rappresentanti per ciascuno degli otto Stati: di questi la Baviera avrebbe due democratici-cristiani e lo Schlewing-Holstein due social-democratici, mentre gli altri Stati avrebbero un rappresentante per ciascuno dei due partiti. L'esecutivo si comporrebbe di sei membri e il presidente, dovrebbe essere approvato dal Senato. Esso curerebbe l'economia, la finanza, i trasporti, l'alimentazione e l'agricoltura ed i servizi sociali. Il commercio estero rimarrà completamente in mano alleata attraverso la «Joint Export-Import Agency» e la «Foreign Exchange Agency».

L'esecutivo sembra sarà soprattutto responsabilità dei democratici-cristiani: i social-democratici l'appoggerebbero senza però condividerne le responsabilità di governo.

I tedeschi avrebbero solo richiesto di dare al Consiglio degli Stati un potere di veto che potrebbe essere sopravanzato da una votazione a maggioranza assoluta dei presenti nel Consiglio economico e di sottoporre la nomina dell'intero Gabinetto, e non solo del presidente, all'approvazione del Consiglio degli Stati. Gli uomini politici tedeschi mostrano naturalmente di accettare questo nuovo passo avanti con molte riserve e Kurt Schumacher ha tenuto a dichiarare che in realtà tutto il potere rimane ancora in mano alleata.

I sovietici in sede di Consiglio di controllo alleato, il 20 corrente, hanno chiesto lo scioglimento della nuova organizzazione in fieri che -secondo loro -dividerebbe la Germania, violerebbe l'accordo di Postdam e l'accordo quadripartito per il controllo della Germania, ma gli anglo-americani negano la consistenza di tali rilievi russi e sono decisi a procedere molto celermente.

Il gen. Clay ha nominato uno speciale Comitato composto di tre membri (tre dei suoi più intimi collaboratori: J. Anthony Parnuch, un avvocato di New York e suo ascoltatissimo consigliere, F.L. Devereux, e E.H. Litchfield che è uno specialista in materia costituzionale ed amministrativa e che sembra sia il principale autore dello Statuto per il nuovo regime in Germania) che dovrà concretare nei prossimi giorni le misure per realizzare tale nuova organizzazione.

Ieri intanto è stato reso noto che, a partire dal prossimo l 0 luglio, la responsabilità dell'amministrazione della zona occupata dagli americani in Germania passerà dall'Esercito al Dipartimento di Stato. Le Forze armate continueranno, naturalmente, ad avere la responsabilità dell'occupazione militare vera e propria. Il personale degli uffici in Germania è già in gran parte civile e lo sarà quasi completamente il l o luglio. Come probabile capo di detta amministrazione civile si fanno per ora i nomi di Harry H. Woodring, ex-ministro della Guerra che è ora in viaggio di informazione in Europa e del gen. W. Bedell-Smith attuale ambasciatore a Mosca.

2) Crisi alimentare. Ci si preoccupa molto qui per la crisi alimentare tedesca che sembra debba aggravarsi particolarmente nel prossimo aprile a causa del rallentamento delle importazioni e dell'esaurimento delle scorte locali. Poiché si ritiene che la colpa maggiore di tale crisi debba essere addossata agli agricoltori tedeschi che non hanno consegnato le prestabilite quote di prodotti, si è deciso ora di utilizzare anche le truppe anglo-americane che sono in Germania per il reperimento dei prodotti alimentari occultati.

Si fa rilevare che il piano delle importazioni dall'estero è stato concretato dopo aver preso conoscenza dei dati sul raccolto tedesco presentato dai tedeschi stessi e che erano verosimilmente basati su previsioni certo inferiori alla realtà.

Nel 1947 sono state importate nella Bizona 4.334.352 tonnellate metriche di prodotti alimentari assicurando così l 000 calorie a persona al giorno e circa il 60% della razione media, ufficiale, giornaliera.

Gli agricoltori tedeschi avrebbero dovuto fornire circa 667 calorie al giorno e i contingenti di ammasso furono stabiliti su tale base, ma questi versamenti non sono stati fatti e nelle settimane passate la razione «normale» che è ufficialmente di 1500 calorie giornaliere è scesa dal 20 al 33%.

3) Attività comunista. È stato pubblicato il testo di un cosiddetto «protocollo M» -che accludo in copia' -dal qual risulta che i comunisti in Germania si preparerebbero a sabotare i rifornimenti alimentari ed i trasporti al fine di rallentare la ricostruzione tedesca e ostacolare così l'esecuzione del piano Marshall. Secondo detto Protocollo «la terra del socialismo, l'Unione Sovietica, può e vuole appoggiare la battaglia contro le Potenze capitalistiche e monopolistiche con ogni mezzo a sua disposizione». L'organizzazione di molti scioperi sarebbe prevista a partire dal principio del prossimo marzo. Gli inglesi che hanno divulgato per primi il documento insistono nel confermarne l'assoluta autenticità mentre i sovietici dicono di considerarlo una delle solite manipolazioni anti-proletarie del mondo capitalistico.

Invio -in allegato' -alcuni dei principali commenti della stampa americana sull'argomento in oggetto.

191

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1218-1219/34-35. Mosca, 29 gennaio 1948, ore 1,35 (per. ore 9).

Redazione Pravda pubblica oggi il seguente breve comunicato in cui, dicendo di voler rispondere a domande di numerosi lettori, prende posizione rispetto notizia circolante circa prossima conclusione federazione danubiana inclusiva Polonia Cecoslovacchia e Grecia. Predetto comunicato prende spunto da nota conferenza stampa Dimitrov 21 corrente per dichiarare di averla pubblicata integralmente per debito di informazione giornalistica ma che ciò non significa consenso sùl suo contenuto. Al contrario redazione Pravda è del parere che oggi non occorre una federazione né una unione doganale tra tali paesi ma semplicemente la mobilitazione e organizzazione delle loro forze democratiche interne nello spirito della dichiarazione di Varsavia.

Parrebbe, in sostanza, che a mezzo della forma indiretta di una dichiarazione giornalistica i sovietici abbiano avuto l'intenzione non tanto di dare una smentita alla dichiarazione di Dimitrov, la quale, dal testo qui pubblicato, sembra piuttosto cauta e generica, quanto porre un argine alle voci da me sopra accennate in merito alla Federazione preannunziata. Va anche notato che la detta smentita riguarda non già una federazione o unione doganale balcanica limitata, comprendente la Jugoslavia, la Bulgaria, la Romania e l'Albania, quanto quella più ampia danubiano-balcanica. Il motivo di tale atteggiamento sembrerebbe sia da un lato quello del desiderio di non creare. speranze premature e delusioni successive, nonché

190 I Non pubblicato.

quello di non voler apparire quali fautori di un blocco orientale unico cercando di rigettare almeno formalmente sulle Potenze occidentali la responsabilità della frattura definitiva dall'Europa.

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IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. 1155/83. Roma, 29 gennaio 1948, ore 19,30.

Prego comunicare Grazzi quanto segue:

Suo 001'. Proposte Bevin per «Western Europe» che sembrano per ora ancora in fase di studio e di maturazione prevalentemente su piano politico, non potranno come S.V. rileva, non avere poi evoluzione e contenuto anche economico. Idee Bevin trovano pertanto eco di vivissimo interesse da parte nostra mentre d'altra parte attendiamo di vedeme sviluppi concreti possibili sorvegliandone evoluzione anche nel campo economico e della cooperazione europea nel piano E.R.P., nel quale quadro atmosfera da lei riscontrata nelle rec~nti trattative italabritanniche (per le quali la felicito) è significativo elemento.

Pertanto anche in occasione riunione gruppo unione doganale europea Bruxelles converrà continuare seguire linea condotta sinora tracciataci di cui anche al mio telegramma 1116/c. di ieri2.

193

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 1255/36. Mosca, 29 gennaio 1948, ore 21,40 (per. ore 23).

Mio 1'.

Ho riesaminato nota questione navi dopo risposta negativa Malik e in rapporto colloquio con V.E. In conformità avviso di V.E. mi parrebbe non esservi altro mezzo per riprendere conversazioni che cercare compensazione con navi inglesi in possesso sovieti. Inglesi cioè dovrebbero rinunciare riottenere da sovieti loro navi e in compenso U.R.S.S. dovrebbe rinunziare quota parte nostra flotta ad essa spettante. Frasi pronunciate recentemente da Churchill dimostrerebbero che in In

2 Vedi D. 188.

ghilterra non si sarebbe alieni accogliere una nostra proposta in tal senso. Non è da escludere che inglesi anche se accedessero predetta proposta ci chiedano qualche compenso per far ciò, compenso che va da noi opportunamente valutato. Mi sembra quindi che prima sentire Mosca sia forse preferibile tastare terreno Londra. Resto comunque in attesa istruzioni VE.

192 l Vedi D. 161.

193 l Vedi D. 61.

194

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PER CORRIERE 1555/014. Washington, 29 gennaio 1948 (per. il 5 febbraio).

Mio telegramma odierno l.

Apprendo in via riservata al Dipartimento di Stato che -oltre le due proteste per la riapertura dell'aeroporto di Tripoli e per le visite di squadre americane in acque italiane (di cui al mio telegramma odierno) -è pervenuta a questo Governo un'altra protesta dell'U.R.S.S. per asserite violazioni del trattato di pace italiano. Quest'ultima trae spunto da una notizia pubblicata tempo fa dal giornale romano La Repubblica, secondo la quale l'esercito americano, ritirandosi dall'Italia ai termini dell'art. 73 del trattato, avrebbe lasciato alle nostre forze armate quantitativi di materiale bellico tra cui trecento tanks.

Nel commentare questi passi sovietici, il Dipartimento di Stato li definiva mosse defatigatorie che ottenevano l'unico risultato di aumentare la diffidenza ed i contrasti, e ciò proprio negli stessi giorni in cui si erano potuti registrare indizi di qualche tendenza russa più conciliativa nelle questioni del trattato austriaco e dell' «autorità atomica internazionale». Inoltre, una intervista data il 25 corrente all'Associated Press dal nuovo ambasciatore dell'U.R.S.S. a Washington, Panyushkin, invocava, quale mezzo per una distensione dei rapporti politici, uno sviluppo delle relazioni commerciali tra i due paesi. (Riferisco al riguardo con mio telespresso odierno2.

Si rilevava, inoltre, dagli interlocutori americani che il trattato di pace con l'Italia doveva in questi giorni accentrare l 'interessamento sovietico, giacché era qui giunta notizia di altri due passi di protesta eseguiti dall'U.R.S.S. a Roma, concernenti le cosiddette organizzazioni fasciste ed i cosiddetti criminali di guerra.

Dati i noti metodi pragmatici della diplomazia del Kremlino -che non vuole indulgere in passi non aventi fini generali ben determinati -verrebbe peraltro fatto di domandarsi se questo insieme di proteste per asserite violazioni del trattato non intenda in realtà dimostrare un più specifico interessamento dell'U.R.S.S.

alle cose italiane -forse in relazione sia alle attività del Cominform ed al nostro periodo pre-elettorale e sia alla generale situazione mediterranea, Mosca potrebbe quindi prefiggersi di saggiare dalle reazioni del Dipartimento la consistenza dell'interesse degli Stati Uniti nei nostri riguardi e di far presente che essa non intende estraniarsi dalle questioni italiane. Ciò che, in questi tempi turbati, potrebbe anche assumere una. importanza.

Sarei pertanto grato a V.E. di voler far tenere dettagliatamente informata questa ambasciata di ogni recente notizia di rilievo relativa ai nostri rapporti con l'U.R.S.S.3.

194 l T. 1273/81 con il quale Tarchiani aveva comunicato l'intenzione statunitense di respingere le due note di protesta dell'U.R.S.S. circa l'asserita violazione del trattato di pace italiano. 2 Non pubblicato.

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L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 1286/38. Mosca, 30 gennaio 1948, ore 15,40 (per. ore 18).

In colloqui avuti a Roma con ministro Zoppi ed ammiraglio Maugeri si è parlato fra l'altro della difficoltà giuridica sollevata dalla Francia circa soddisfazione nostra richiesta mutare titolo cessione quota flotta italiana. Francesi dubitano che a ten:nini art.2 paragrafo B protocollo navale sia necessario consenso quattro potenze su tale mutamento titolo. Prima chiedere chiarimenti qui desidererei sapere esattamente che pensa codesto Ministero. A me pare che art. 2 paragrafo B non impedisca ad una delle quattro potenze ritirare navi ad altro titolo ma solo la obblighi nel caso che non le ritiri e pretendeme distruzione od affondamento. Poiché anche un cauto sondaggio qui fatto potrebbe pregiudicare tale interpretazione me ne astengo per il momento in attesa istruzioni V.E.

196

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 1319/81. Londra, 30 gennaio 1948, ore 17,19 (per. ore 7 del 31).

Ho intrattenuto Sargent su quanto segnalatomi con telegramma di V.E. 681. Egli si riservò darmi notizie in merito appena assunte informazioni. Nulla se ne sapeva ancora al Foreign Office. Approfittai argomento per continuare con lui colloquio avuto con Bevin2 circa problema generale colonie mettendo in luce nostre ragwm.

196 I VediD.l75.

2 Vedi D. 168.

Quanto a chiarificazioni da me richieste a Bevin egli mi disse che punto di vista britannico non era ancora fissato in alcun modo e non riteneva si sarebbe giunti presto a conclusioni definitive. Desiderava però subito smentire voci e notizie tendenti ad esasperare opinione pubblica italiana e a far credere che Inghilterra sia a priori contraria aspirazioni nostre. Inghilterra sta esaminando problema coloniale con spirito di comprensione e simpatia nostro riguardo non inferiore quello di altre potenze interessate. Non poteva tuttavia nasconderei le difficoltà cui aveva accennato Bevin e la necessità che noi stessi le esaminassimo con spirito oggettivo e nel quadro più largo di una partecipazione italiana alla ricostruzione del mondo occidentale su nuove basi rispondenti alle dichiarazioni e al pensiero di V.E. Specie per quanto riguarda Tripolitania era necessario trovare una formula che tenesse in debito conto nostri diritti esigenze di lavoro e di espansione, esigenze strategiche militari «di interesse comune» nel Mediterraneo ed esigenze del mondo arabo di cui dubitava valutassimo nella giusta misura la recente evoluzione.

Riterrei utile per mia norma in nuovi colloqui avere più precise indicazioni anche circa effettiva consistenza affidamenti avuti per Somalia e Tripolitania secondo riferimenti di cui nella lettera di V.E. 0543 e nel telegramma 68, nonché notizia eventuali analoghi affidamenti confidenziali che fossero stati dati da parte americana4.

194 3 Per la risposta vedi D. 229.

197

L'INCARICATO D'AFFARI A BRUXELLES, VENTURINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1326/16. Bruxelles, 30 gennaio 1948, ore 18,40 (per. ore 7,30 del 31).

Mio telegramma 1116/c.l.

Non ho potuto compiere passo ufficiale indicatomi presso Spaak2, dato che egli nonché più alti funzionari questo Ministero esteri trovasi a Lussemburgo per nota riunione principali ministri Benelux. Essi saranno di ritorno soltanto lunedì prossimo.

Peraltro ho già informato questo Ministero affari esteri che Italia si associa a proposta francese e stamane ho messo al corrente ambasciatore di Francia delle istruzioni ricevute da V.E.

A sua volta questo mi ha detto di aver già ricevuto risposta Governo belga e che essa è del seguente tenore: nel quadro dell'applicazione piano Marshall, Conferenza di Parigi per cooperazione economica aveva deciso di indire riunione gruppo studi per unione doganale. Come è noto, tale riunione ha avuto luogo a Bruxelles nello scorso novembre; a conclusione suoi lavori è stato deciso all'unanimità accordo su opportunità che partecipanti presentino singole relazioni da discutere in seconda riunione gruppo studi indetta per fine mese gennaio e che avrà

4 Vedi D. 227.

197 t Vedi D. 188.

2 Con T. 1324117 in pari data Venturini comunicava che Spaak era stato telefonicamente informato della decisione del Governo italiano di associarsi alle proposte francesi.

inizio due febbraio. Governo belga, ha pertanto risposto che si riserva eventualmente di mettere allo studio proposta francese alla luce dei risultati raggiunti da imminente conferenza gruppo studi.

Informerò di quanto precede ministro Grazzi che giungerà domani Bruxelles.

196 3 Vedi D. 162.

198

IL MINISTRO A LUSSEMBURGO, FORMENTINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1323/13. Lussemburgo, 30 gennaio 1948, ore 19,45 (per. ore 7,30 del 31).

Mi sono espresso con questo ministro degli affari esteri nel senso delle istruzioni di cui al telegramma di V.E. n. 1116/c.'.

Bech ha preso atto mostrandosene soddisfatto. Di quanto gli ho comunicato mi ha detto che ne avrebbe parlato a Spaak e Van Boetzelaer. Egli mi ha aggiunto che al vostro desiderio era già stato risposto con nota comune dei tre Governi di tono favorevole ma prudente per non alimentare eccessive speranze su possibilità di rapide conclusioni quando i lavori interni dello stesso Benelux incappavano ancora contro grosse difficoltà da sormontare.

Mi ha voluto anche dire che lavori commissioni attuale conferenza procedono soddisfacentemente ma che notevoli ostacoli si sono già incontrati specialmente per il livellamento delle tasse ed imposte, che incidono per miliardi sui bilanci dei rispettivi paesi, tanto che discussioni di tali problemi dovrà essere rinviata ad ulteriori riunioni.

Circa blocco occidentale Bech mi ha detto che probabilmente Benelux non (dico non) darà in questi giorni risposta definitiva ma probabilmente verrà data assicurazione, con nota comune che proposte saranno attentamente studiate.

199

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. RISERVATO 1337/82. Washington, 30 gennaio 1948, ore 21,56 (per. ore 11,15 del 31).

Suo 49'. Ho già segnalato con mio telecorriere n. 012 del 23 gennaio2 passi svolti per

2 Con tale telegramma Tarchiani informava su di una conversazione confidenziale avuta con Wood circa l'eventualità di un secondo interim aid nel caso di un ritardo dell'applicazione del piano Marshall. Nel segnalare l'incertezza della situazione Tarchiani richiedeva comunque l'invio della documentazione necessaria nel caso si fosse verificata tale eventualità.

secondo interim aid. Da quella data ad oggi risultami che uffici Dipartimento hanno allo studio questione dal punto di vista tecnico mentre nulla ancora è stato deciso circa opportunità politica portarla al Congresso. Dipartimento sembra infatti volere nei prossimi giorni svolgere vive pressioni su Comitati parlamentari per accelerare lavori piano Marshall sperando evitare richiesta secondo interim. Comunque anche su piano tecnico comincia a manifestarsi qualche dubbio su necessità nuovo interim per Italia per breve periodo fino entrata vigore piano Marshall. Contribuiscono a ciò alcune comunicazioni codesta ambasciata americana che in vista soprattutto migliorata situazione nostre giacenze valutarie, e diminuzione approvvigionamenti grano dopo aprile, esprimerebbero opinione non essere immediatamente necessario nuovo interim aid. Risultami in via del tutto confidenziale che telegramma in tal senso è giunto stamane Dipartimento il quale ha riscontrato però in esso alcune imprecisazioni (è stato vagamente accennato ad un certo deficit non coperto di 70 milioni dollari). Dipartimento ripromettesi chiedere delucidazioni in merito codesta ambasciata.

Per porre questione all'attenzione questi uffici almeno per ora su piano tecnico riterrei opportuno ed urgente invio dati richiesti con mio telecorriere sopracitato ed ogni possibile informazione su giacenze valutarie e gettiti esportazioni ed andamenti relativi, come già richiesto anche con mio telecorriere 019 del 19 gennaio3.

Poiché vicende discussioni Congresso potranno sconsigliare richiedere interim aid sulla base programmi ricostruttivi riterrei opportuno si contemplino due alternative su l'una o su l'altra a seconda tendenze Congresso.

Mi permetto raccomandare massima oculatezza elaborazione dati stante immancabili controlli.

198 1 \edi D. 188.

199 1 \edi D. 173.

200

IL MINISTRO AD OTTAWA, FECIA DI COSSATO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. URGENTE 1388/4. Ottawa, 31 gennaio 1948, ore 11,44 (per. ore 22).

Prego farmi pervenire cortese urgenza istruzioni richieste con nota 7823/1257 del 15 dicembre scorso punti l, 3, e 71. Circa stipulazione trattato di amicizia navigazione commercio è stato nuovamente chiesto schema accordo in quanto si è disposti da parte canadese includere clausola Nazione più favorita totalità merci.

201

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. 1237/52. Roma, 31 gennaio 1948, ore 15,30.

Questa ambasciata americana ha domandato conoscere nostri fabbisogni e relativa differenza deficitaria in dollari primo semestre '48, dovendo corrispondere analoga richiesta pervenutale da Dipartimento di Stato, in relazione eventuale secondo interim aid.

Richiesta avendo carattere massima urgenza, segreteria C.I.R. fornito ambasciata titolo indicativo e riservando ogni rettifica, seguenti cifre: Fabbisogni: per importazioni C.I.F. in dollari 500 milioni; per uscite invisibili 25 milioni, totale 525. Risorse: per esportazioni e entrate invisibili 120; prestito Eximbank 40, scrips 15, beni bloccati l O. Saldo prevedibile interim aid 130. Totale risorse 315. Differenza deficitaria

199 3 Con tale telegramma Tarchiani, pur segnalando la preferenza statunitense ad una rapida adozione del piano Marshall, informava altresì sui lavori degli uffici tecnici circa il secondo interimaid e sollecitava l'invio della documentazione necessaria per facilitare i contatti con tali uffici.

200 l Non rinvenuta.

202

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO

T. 1252/c.l. Roma, 31 gennaio 1948, ore 16,30.

Pregola fare a codesto Governo comunicazione verbale seguente: «Governo italiano, che solo da notizia stampa ha avuto conoscenza di un passo sovietico a Washington concernente l'Italia, rileva che nel disporre tale passo Governo sovietico sembra non avere tenuto presente:

2 Per la risposta vedi D. 214.

l) che le visite di navi americane si svolgono nei porti italiani, come in altri porti del Mediterraneo, previa richiesta per normali tramiti diplomatici e secondo le norme d'uso, allo Stato sovrano e con l'autorizzazione di quest'ultimo al quale spetta in ogni caso giudicare, nella sua esclusiva competenza, se e quando vi sia motivo di elevare rilievi o proteste;

2) che noi ci regoleremmo con eguale cordialità verso visite di navi di qualunque altro paese2.

20 l l Non pubblicata.

202 l Trasmesso per conoscenza alle ambasciate a Londra, Parigi e Washington.

203

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1396/109. Parigi, 31 gennaio 1948, ore 20,45 (per. ore 4 del 1° febbraio).

Chauvel mi ha dato comunicazione risposta Benelux a invito franco-inglese: tre Stati si dichiarano in principio d'accordo, osservando però in sostanza che non si deve trattare estensione pura e semplice patti Dunkerque ma di accordi da negoziare nel quadro Nazioni Unite tenuto conto esigenze singolo Stato e nuove circostanze.

Aggiungono che nel quadro negoziati dovrà tenersi conto anche punto vista tre paesi su questione tedesca quale espresso memorandum che dovrà essere esaminato corso prossima riunione franco anglo-americana.

Chauvel mi ha aggiunto che atteggiamento tre paesi, che accettano principio ma intendono vedere in concreto di cosa si tratta, quadra più con concezione francese che con quella inglese: a Francia poi è particolarmente gradito allacciamento questione con affari tedeschi.

204

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL MINISTRO A VIENNA, COSMELLI

T. 12174/23. Roma, 31 gennaio 1948, ore 22.

Suo 0031. Progetto autonomia regione Trentina-Alto Adige è stato approvato dalla Costituente e testo le verrà trasmesso per corriere. Rappresentanti Volkspartei hanno

204 I Del 28 gennaio, con il quale Cosmelli aveva richiesto informazioni circa lo stadio attuale della questione dell'autonomia della regione e delle relative conversazioni, considerato anche l'interesse da parte inglese, americana e francese.

dichiarato in documento scritto diretto a presidente Commissione per le autonomie della Costituente on. Perassi, che sono pienamente soddisfatti e che accordo itala-austriaco Parigi per quanto riguarda questione autonomia «può considerarsi tradotto in realtà»2.

202 2 Per la risposta di Brasi o vedi DD. 208 e 226. Con T. segreto personale 1427/88 del l o febbraio, Tarchiani comunicò che il passo italiano era stato favorevolmente commentato al Dipartimento di Stato che si accingeva a presentare la sua risposta alla nota di protesta sovietica.

205

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

L. Roma, 31 gennaio 1948.

Ho pienamente apprezzato la sua lettera del 19 gennaio! per lo spirito che l'ha ispirata di porre in essere la migliore collaborazione da costì per la valorizzazione nei confronti dell'Amministrazione americana della nostra politica e dei nostri interessi, in particolare per quanto concerne lo sviluppo dei piani europei dell'E.R.P. Ella avrà ormai sott'occhio i telegrammi scambiati tra il Ministero e le ambasciate di Parigi e Londra circa l'iniziativa franco-britannica di riconvocazione del C.E.E.C., che le sono stati inoltrati per via aerea, così come con tale mezzo le è stato rimesso il processo verbale delle conversazioni che hanno avuto luogo a Roma con i francesi e gli inglesi2. Di ogni ulteriore sviluppo ella sarà ampiamente informato.

Dallo scambio di idee dei giorni scorsi è apparsa anzitutto l'opportunità di: a) formulare una dichiarazione dettagliata di ogni singolo paese sui progressi compiuti nel secondo semestre del '47 nei vari settori della vita economica intesa a dimostrare la nostra effettiva volontà di aiutarci coi nostri mezzi; b) far pubblicare dal Segretariato generale del C.E.E.C. un rapporto sui progressi realizzati dai sedici paesi nel campo della cooperazione inter-europea; c) formare entro il 15 febbraio un Comitato di lavoro, del quale farà certo parte un rappresentante italiano, per lo studio degli schemi di accordo multilaterale fra i paesi partecipanti e di organizzazione continuativa europe,a. Come ella avrà osservato, non perdiamo di vista il nostro interesse di mettere in giusto rilievo la posizione del nostro paese tanto nel quadro dei paesi partecipanti all'E.R.P. quanto nei confronti dei franco-inglesi. Con la documentazione inviatale ed altra che le viene inviata relativamente allo studio che viene sinora da noi fatto sui punti sopra accennati ed altri pure toccati nelle conversazioni dei giorni scorsi ella potrà seguire lo sviluppo degli orientamenti nostri e altrui sui problemi principali dell'E.R.P. e formulare ogni sua osservazione e proposta al riguardo.

205 I Vedi D. 141.

2 Vedi D. 184, nota l.

204 2 Per il testo della lettera vedi D. 248, Allegato I.

206

L'AMBASCIATORE A VARSAVIA, DONINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 0621/145. Varsavia, 31 gennaio 1948 (per. il 19 febbraio).

Il discorso pronunciato da Bevin il 22 corrente alla Camera dei Comuni relativo al progetto di un'unione occidentale europea, oltre che a determinare, com'era prevedibile, una vivace reazione da parte di questa stampa, ha provocato una messa a punto ufficiale del Governo polacco fatta per mezzo del suo portavoce, ministro plenipotenziario Grosz, nel corso di una conferenza stampa tenuta al Ministero degli esteri, il 25 corrente, ai giornalisti stranieri.

Dopo avere contestato che il discorso abbia un'importanza decisiva, il ministro Grosz ha aggiunto che esso serve soltanto a meglio chiarire taluni aspetti della politica britannica dinanzi ai quali la Polonia ha già manifestato da tempo il suo punto di vista.

«L'atteggiamento del Governo polacco di fronte a tutti i tentativi di dividere il mondo in blocchi è noto: il Governo polacco considera tali divisioni come pericolose per la pace. La nostra politica tende invece a stringere i legami di un'intesa internazionale con tutti gli Stati desiderosi di collaborare sulla base di un rispetto reciproco della loro sovranità. Il piano dell'unione occidentale esposto dal ministro Bevin non serve la causa della pace dell'Europa, né del suo sviluppo e della sua indipendenza. Esso servirebbe solo a permettere la rinascita della Germania occidentale. L'opinione pubblica polacca segue attentamente le manovre che si fanno intorno al progettato blocco occidentale ed è fermamente convinta che le forze della pace, che hanno già sconfitto il fascismo, impediranno di realizzare ogni tentativo di restaurare l'Europa di Monaco».

Il portavoce ufficiale ha quindi aggiunto che il Governo polacco respingeva le insinuazioni fatte dal ministro degli esteri britannico circa gli affari interni della Polonia e circa le decisioni da esso prese nei confronti del piano Marshall; insinuazioni che «tradiscono soltanto una certa irritazione per il fatto che la Polonia, grazie allo sforzo del suo stesso popolo, sta ricostruendosi da sé, senza sottomettersi a dei piani contrari alla sua sovranità e al suo interesse».

Negli stessi termini, approssimativamente, è stato confermato il punto di vista del Governo polacco nelle dichiarazioni fatte dal primo ministro Cyrankiewicz e dal vice presidente del Consiglio Gomòlka alla conferenza stampa tenuta ieri, dopo il loro ritorno da Mosca. Essi hanno ripetuto che mentre la proposta di Bevin, come il piano Marshall e la dottrina di Truman, si basano sulla concezione di due blocchi contrapposti e costituiscono pertanto una minaccia per la pace, la politica di alleanza fra i paesi dell'Europa orientale intende invece creare un sistema quanto più largo possibile di collaborazione internazionale, aperto a tutti gli Stati.

La stampa ha mostrato da parte sua la tendenza a minimizzare la portata del discorso, dedicandogli tuttavia numerosi commenti in tono vivacemente polemico. Il Glos Ludu (organo del partito dei lavoratori) afferma che esso è un tentativo di Bevin per risollevare il prestigio dell'Inghilterra-dopo che questa ha abdicato alla sua indipendenza di fronte alla potenza americana -facendola apparire come il nucleo di un nuovo sistema politico. Ma in realtà Bevin avrebbe ancora una volta servito gli interessi dell'America, offrendo le già compiuta la costituzione di quel blocco occidentale europeo che è, come ha dichiarato recentemente Dulles al Congresso americano, parte integrante del piano Marshall.

Con evidente compiacimento la stampa ha messo inoltre in rilievo che pochi giorni dopo che l'invito di Bevin era stato rivolto anche all'Italia, il Congresso di Roma del partito socialista italiano ha assunto una posizione apertamente contraria alla partecipazione dell'Italia all'Unione progettata.

207

IL MINISTRO A SOFIA, GUARNASCHELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 244/137. Sofia, 31 gennaio 1948 (per. il 10 febbraio).

Mio rapporto n. 107/69 del 14 gennaio corrente!.

La ruota della vita politica interna bulgara continua a girare rapidamente e inesorabilmente verso quel totalitarismo politico che, preannunciato dalla dichiarazione del Consiglio nazionale del fronte patriottico dello scorso ottobre (mio rapporto n. 2355/1295 del 27 ottobre)! e precisato nel più recente programma dell' «Organizzazi_one politica e sociale unica del Fronte patriottico» (miei rapporti del 14 gennaio indicato in riferimento e n. 193/135 del 23 gennaio)!, avrà il suo crisma formale nel II Congresso del Fronte della patria che avrà luogo a Sofia nei prossimi giorni (2-3 febbraio p.v.).

Secondo quanto ufficialmente si afferma tale «organizzazione politica e sociale unica» non significa, almeno per un primo periodo, la creazione di un «partito unico»; anzi «la creazione di un partito unico nell'attuale momento sarebbe non solo prematura ma anche dannosa per gli scopi a cui si mira»; così ha asserito il vice presidente del Consiglio Traicio Kostov in una riunione precongressuale della la Sezione del Fronte patriottico di Sofia. Al partito unico -ha continuato Traicio Kostov -certo si dovrà giungere, ma esso non dovrà essere formato «per ordine dall'alto», bensì mediante lo spontaneo avvicinamento degli attuali diversi partiti del Fronte patriottico, avvicinamento che sarà favorito dal lavoro comune che i partiti stessi svolgeranno nella nuova organizzazione.

Ed è appunto per dare una parvenza di spontaneità all'adesione dei vari partiti all'organizzazione che finirà di condurre alla loro soppressione, che sono continuate le approvazioni a tale linea politica nei Congressi e riunioni dei singoli partiti del Fronte.

Dopo i Congressi del partito agrario governativo (vedi mio rapporto n. 34/29 del 3 gennaio)2 e di quello «Zveno» (vedi mio rapporto del 14 gennaio suindica

207 l Non pubblicato. l Non rinvenuto.

to) si è avuta più recentemente (25 gennaio) una riunione del Consiglio superiore del partito radicale. Al termine della riunione si è votata una risoluzione, con la quale si approva pienamente «l'apprezzamento della situazione internazionale fatta dai partiti comunisti in Polonia e nella storica dichiarazione del Fronte patriottico del 26 ottobre u.s.», nonché la politica estera del Fronte patriottico «ispirata dal capo e maestro del popolo bulgaro, Gheorghi Dimitrov»; si saluta «il nuovo Governo democratico ellenico con & capo il gen. Markos» e si conclude dando «il proprio appoggio senza riserve» alle soluzioni prospettate per l'esecuzione dei nuovi compiti del popolo bulgaro e plaudendo al prossimo Congresso del Fronte patriottico. È stato quindi eletto il nuovo comitato esecutivo di cui è stato confermato segretario Slavcio Stoilov; tra i membri del comitato sorio il dott. Pencio Kosturkov (ex vice presidente della GAN), An. Petrov (membro del Presidium della GAN) ecc.; il vecchio leader del partito, Stoian Kosturkov, è stato proclamato segretario onorario.

Più interessanti sono state le riunioni degli organi dirigenti del partito socialdemocratico bulgaro (governativo), che -come riferisco più ampiamente a parte -hanno portato alla decisione di porre in esame, insieme agli organi del partito comunista, la fusione dei due partiti in un unico partito operaio.

I partiti del resto non saranno i soli a partecipare al lavoro di realizzazione dell'unità politica del popolo bulgaro: la nuova organizzazione dovrà infatti condurre al Fronte patriottico -come ha asserito Traicio Kostov -«anche quelle masse considerevoli che sinora sono rimaste fuori dai singoli partiti». L'identificazione tra Fronte patriottico e popolo bulgaro sarà allora completa. «Il programma del Fronte patriottico è programma della nostra Patria. A noi è necessaria un'unità di acciaio» proclama, pieno di zelo, lo zvenaro lsgref

Intanto è continuata la grancassa per la preparazione del II Congresso del Fronte patriottico. I giornali vi hanno dedicato intere pagine. In tutto il paese si sono tenute numerose riunioni precongressuali; che alcuni giorni fa l'organo del Fronte Otecestven Front affermava essere state precisamente 4757, con la partecipazione effettiva di 1.200 mila cittadini di ambo i sessi.

È stata inoltre annunciata la partecipazione al prossimo Congresso di delegazioni straniere: sono stati già comunicati i nomi di quelle jugoslava, cecoslovacca, ungherese, polacca, romena, albanese, francese, nonché di una «delegazione della zona sovietica della Germania».

Saranno presenti ai lavori del Congresso corrispondenti dei principali giornali e agenzie, di cui molte americane. Per la stampa italiana, viene qui pubblicato che l' Unità invia il proprio corrispondente Cesari.

Le epurazioni dell'amministrazione statale continuano con un ritmo ora più rapido ora più lento, generalmente nella forma di licenziamento per riduzione di quadri o per riorganizzazione dell'apparato statale. Gli epurati comunque divengono in genere dei disoccupati, poiché non è facile trovare un lavoro adeguato a chi è stato allontanato in questo momento dall'amministrazione anche se non esplicitamente per un motivo politico. È vero che il Governo ha dichiarato, per bocca del ministro del lavoro e della previdenza sociale, Zdravko Mitovski, che ogni impiegato statale licenziato per riduzione di quadri o per norganizzazione dell' apparato statale (quindi con l'esclusione di quelli -invero pochi -licenziati per esplicito provvedimento epurati v o) avrà un lavoro che dovrà essergli assegnato da una Commissione nominata all'uopo; ma tale promessa contiene anche una minaccia, poiché -ha detto lo stesso ministro -chi non accetta la nomina al lavoro indicato dalla Commissione (lavoro che potrebbe essere assai diverso da quello precedentemente svolto e costringere l'ex-impiegato a trasferimenti nelle località più lontane e disagiate, verrà privato dai sussidi e cancellato dalle liste; e, poiché d'altra parte il lavoro è obbligatorio, ciò significherebbe, per chi rifiutasse la sistemazione offertagli, una sorte ancora peggiore: il lavoro forzato nelle brigate appositamente create per i «fannulloni».

208

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1428/41. Mosca, JO febbraio 1948, ore 2,18 (per. ore 8,30 del 2).

Ad ogni buon fine informo V.E. che solo quest'oggi, domenica, alle ore 15 mi è giunto il telegramma di V.E. n. 1252/c.I contenente l'istruzione di fare a questo Governo comunicazione verbale relativamente alla nota questione delle navi americane. Già avevo chiesto udienza a Vishynsky, quando dalla B.B.C. è stata diramata questa sera la notizia secondo la quale io avrei addirittura già presentato su tale argomento una nota al Governo sovietico. Come V.E. sa, qui non è possibile ottenere una immediata udienza; il mio passo, quindi, non poteva ancora essere stato compiuto. Faccio notare che ora esso sarà notevolmente svalutato, tanto più se, come sembra probabile, i sovietici trarranno profitto dall'indiscrezione per ritardare la mia udienza. Quanto precede segnalo a V.E. anche perché possa eventualmente accertare -se lo ritiene opportuno -in qual modo si sia verificata l'indiscrezione.

209

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

L. 259 SEGR. POL. Roma, l o febbraio 1948.

Con lettera a parte! rispondo a quanto ella mi ha accennato circa la Conferenza dei Sedici e circa le questioni aeronautiche.

209 l Vedi D. 234.

Reputo qui opportuno diffondermi più dettagliatamente in merito alle considerazioni più propriamente politiche contenute nella sua lettera del 15 gennaio2.

Sulla serietà e sincerità dei nostri propositi di mantenere saldi, e di consolidare sempre più, i nostri legami di amicizia con gli Stati Uniti non credo possa essere sollevato alcun dubbio. Tutta l'opera da noi svolta in relazione ai lavori dei Sedici, come è stato anche costì espressamente riconosciuto, ha rappresentato e rappresenta tuttora un efficace fiancheggiamento dei programmi americani in relazione alla attuazione del piano Marshall: le tesi sostenute dalla nostra delegazione rispondono del resto anche al nostro profondo convincimento della necessità di superare gli egoismi nazionali e di avviare tutti i paesi europei a forme di collaborazione e di interdipendenza economica che sole possono a poco a poco favorire la loro unificazione politica e scongiurare i pericoli di futuri conflitti. Con l 'Unione doganale italo-francese abbiamo dato un esempio che risponde anche alle vedute americane e che confidiamo possa essere seguito in un prossimo futuro da altre analoghe e più vaste combinazioni economiche.

Abbiamo di recente concluso l'accordo di amicizia, stabilimento, ecc. con gli Stati Uniti, che sarà prossimamente firmato, e stiamo ora esaminando il propostoci draft di convenzione consolare. Le questioni minori dipendenti dal lungo periodo di occupazione (stralci di uffici, licenze di militari, cimiteri, ecc.) sono state risolte con soddisfazione. Come lei bene ha osservato vi sono talvolta taluni aspetti formali anche nelle questioni sostanzialmente di limitato interesse, su cui ci occorre insistere anche per evidenti riflessi d'ordine interno ed internazionale: l'ambasciatore Dunn ha del resto sempre perfettamente compreso tutto ciò, e sempre si è trovata la formula migliore e nello spirito più cordiale e amichevole. Su questa via -che siamo sicuri continuerà a riscuotere l'approvazione di codesto governo -noi proseguiremo. Ella può dare costì le più ampie assicurazioni al riguardo.

Mi corre però l'obbligo di osservare che se non è affatto il caso di «tepidezza» nei nostri rapporti con l'America, una tal quale disillusione ha pervaso il popolo italiano per l'atteggiamento politicamente diffidente, indifferente o addirittura negativo che talune cancellerie mantengono nei confronti del nostro paese, anche dopo la ratifica del trattato di pace, per la quale ella sa quali resistenze si siano dovute superare e che ci era stato prospettato come il punto di partenza di una epoca nuova nei rapporti internazionali dell'Italia. Sicché si va diffondendo in Italia uno stato d'animo, tanto più pericoloso in questa vigilia elettorale, di scetticismo e di sfiducia verso l'effettivo interesse che le maggiori Potenze hanno al risollevamento politico dell'Italia, e a riconoscerle e ad attribuirle quella funzione che essa ritiene di dovere e potere internazionalmente svolgere.

Dalle questioni minori, se pure d'importanza locale notevole, come quella della nostra ammissione a Tangeri, a quelle maggiori della nostra posizione tra i Sedici, del problema tedesco, e quello coloniale, che gli incidenti di Mogadiscio

hanno vivacemente acutizzato, le quali tutte possono dare la misura del rilievo e delle funzioni che si intendono riconoscere all'Italia in Europa, nel Mediterraneo e in Africa, è una serie di atteggiamenti che non sono certo fatti per incoraggiare, ma piuttosto per deprimere l'opinione pubblica italiana.

Ella sa bene che il popolo italiano anche se ha bisogno di aiuti, non vive di solo pane ed è un popolo sentimentale e politico.

Anche la poco felice forma usata da Bevin nel riferirsi all'Italia nel suo recente discorso, non è di natura tale da incoraggiare ad inoltrarci a cuor leggero verso piani che mentre ci espongono -disarmati e in prima linea come siamo -a gravi rischi, non comportino una completa rivalutazione morale, giuridica e politica del nostro paese nel concerto delle nazioni europee.

Risulterebbe assai difficile al Governo -in tali condizioni e specie in periodo elettorale -creare nel paese l'atmosfera favorevole a definitivi orientamenti politici, anche se costì auspicati, mentre la mancata soddisfazione delle legittime aspirazioni italiane offre a destra e a sinistra sin troppo facili argomenti per influire sullo stato d'animo del paese e per combattere -con motivi cui le masse sono estremamente sensibili -i partiti al Governo.

È questione molto seria sulla quale attiro tutta la sua attenzione e di cui è necessario parlare costì con tutta franchezza. La situazione politica interna dell'Italia è notevolmente influenzata dalla sua posizione internazionale, e in questo campo il «problema» italiano deve essere ormai impostato e risolto, con larghezza di vedute, nel suo complesso. Ogni ulteriore indugio può essere assai nocivo.

Qualche parola a parte merita il suo accenno alla questione dei «marines». È incontestabile il diritto di ogni paese di imbarcare dei fucilieri sulle proprie navi da guerra; l'operazione fu del resto compiuta fuori dalle acque territoriali italiane e quindi con rispetto assoluto della nostra sovranità: la stampa governativa mise tutto ciò in evidenza e io stesso feci dichiarazioni pubbliche in tal senso. La cosa sarebbe passata del tutto inosservata -trattandosi anche di poche centmaia di persone -se le agenzie americane non ne avessero fatto gran rumore presentandola in modo ~el tutto sproporzionato alla sua effettiva intrinseca consistenza, e offrendo alla stampa filo-sovietica l'occasione, che essa colse a volo, per reagire e attaccare l'America e il Governo italiano. Anche il lungo permanere delle navi nei porti italiani, il chiasso che ne fanno le agenzie americane, e le polemiche che continuamente ne derivano, potrebbero alla lunga avere effetto psicologicamente controproducente: questa possibilità è stata tenuta presente dall'U.R.S.S. e la protesta di cui danno notizia i telegrammi di oggi parte evidentemente da tale valutazione. Come avrà notato le estreme sinistre diventano più e più patriottarde al fine evidente di guadagnare quelle correnti di sinistra che già militavano nel fascismo e nel nazionalismo. È una manovra che potrebbe avere qualche successo.

Le ripeto quindi che il momento sembra ormai venuto di dare un risolutivo colpo di timone all'indirizzo che si è sinora seguito nei confronti dell'Italia nelle questioni politiche di suo fondamentale interesse, in modo da dare al popolo italiano la sicura fiducia che in Europa occidentale esso troverà il soddisfacimento delle sue legittime aspirazioni.

208 l Vedi D. 202.

209 2 Vedi D. 115.

210

IL MINISTRO A L' AJA, BOMBIERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1461113. L'Aja, 2 febbraio 1948, ore 1,55 (per. ore 8 del 3).

Telegramma di V.E. 29 gennaio 1118/c.I.

Poiché tutti i principali esponenti di questo Ministero degli affari esteri trovansi Lussemburgo per Conferenza Benelux, soltanto oggi ho potuto sollecitare risposta ministro Boetzelaer alla nota con cui, associandoci passo precedentemente fatto da questa ambasciata di Francia, rivolgevamo invito Benelux aderire riunione esperti italo-francesi per studiare relative unioni doganali.

Ministro degli affari esteri mi ha dichiarato che inviti francese ed italiano erano stati particolarmente apprezzati da Governo olandese che condivide completamente punto di vista necessità stretta cooperazione economica Europa occidentale; tali inviti erano stati attentamente esaminati nella Conferenza Benelux Lussemburgo ed era stato convenuto attendere risultati Conferenza economica internazionale di Bruxelles riunita oggi (in cui si dovrà esaminare progetto unione doganale generale) prima di prendere una decisione circa proposta di iniziare studi non impegnativi a mezzo Commissione mista di esperti.

Non credo che si possa ottenere da Benelux in generale, e da Olanda in particolare, chiara presa di posizione prima qualche tempo. Possibilità adesione Benelux ad Unione doganale italo-francese era stata già più volte oggetto di speciali conversazioni vari ministri e funzionari olandesi ed avevo sempre riportato impressione che qui -senza scartare a priori idea di un tale progetto -lo si considerasse per il momento «non attuabile» e del tutto prematuro.

Come già ripetutamente ho segnalato, opinione pubblica olandese è tutt'altro unanime nel giudicare convenienza della stessa unione Benelux (cose che anche oggi questo ministro degli affari esteri non ha mancato di farmi osservare) ed è logico che prima fare un ulteriore passo sulla via delle unioni doganali (e specialmente un passo di portata assai più vasta e che potrebbe avere su economia locale ripercussioni assai più profonde di quelle che si paventa abbia costituzione Benelux) si voglia attendere risultati concreti di questa prima e più ristretta unione.

Per opportuna notizia di codesto Ministero segnalo infine che passo fatto al riguardo da quest'ambasciata di Francia (passo compiuto circa dieci giorni fa e di cui non avevo avuto alcuna comunicazione) fu formulato sotto forma di invito da parte esclusivamente del Governo francese ai Governi Benelux di iniziare studi analoghi e sullo stesso piano di quelli fatti sinora dagli esperti italiani e francesi, studi «ai quali l'Italia potrebbe essere associata».

Inoltre è risultato da una conversazione confidenziale del consigliere di detta ambasciata che nota francese conteneva anche eventuale partecipazione della Francia e Benelux.

210 l Riferimento errato. Vedi D. 188.

211

L'INCARICATO D'AFFARI A BRUXELLES, VENTURINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1448/19. Bruxelles, 2 febbraio 1948, ore 20,10 (per. ore 8 del 3).

Conferenza gruppo studi Unione doganale europea ha iniziato esame rapporto esperti per unificazione generale doganale.

Domani a richiesta inglese saranno esaminati eventuali ulteriori suggerimenti al riguardo. Inoltre delegazioni italiana e francese faranno dichiarazione comune circa risultati studi compiuti per loro unione doganale che potrebbe servire base per altri paesi che volessero unirsi ad una intesa del genere n eli 'interesse collaborazione t~uropea.

212

IL MINISTRO A L' AJA, BOMBIERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1447114. L'Aja, 2 febbraio 1948, ore 21,42 (per. ore 8 del 3).

Mio telegramma 24 gennaio n. 91.

Questo ministro esteri mi ha confermato che Conferenza Benelux Lussemburgo aveva preso in esame progetto Bevin per unione occidentale; che i tre governi si rendevano conto che tale progetto avrebbe finito con l'avere un carattere ben diverso da quello che, secondo testo ufficiale, si poteva attribuire al trattato Dunkerque e con l'avere un contenuto più politico (e forse anche militare) che economico; tuttavia tre governi erano in linea di massima disposti prendere proposte inglesi beninteso sempre nel quadro patti regionali previsti interpretazione

O.N.U.

Barone Boetzelaser mi ha poi fatto comprendere che governi Benelux avrebbero approfittato di tale occasione per chiedere che fossero prima ben chiariti e fissati principi fondamentali del problema ricostruzione della Germania e suo inserimento nell'economia Europa occidentale, problema che per Benelux è di assoluta vitale importanza.

213

L'INCARICATO D'AFFARI A BRUXELLES, VENTURINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1499/22. Bruxelles, 3 febbraio 1948, ore 20,15 (per. ore 8 del 4).

Conferenza ha continuato esame rapporto tecnico e studierà domani proposte

212 I Vedi D. 165.

avanzate al riguardo da Benelux, Gran Bretagna, Francia e Italia. In particolare ministro Grazzi ha proposto che mentre gruppo studi continui esaminare nomenclatura e tariffe comuni, Conferenza raccomandi rapida conclusione intese regionali che in secondo momento potrebbero fondersi e automaticamente inserirsi l'una l'altra se studi tecnici avranno raggiunto sufficienti risultati.

Ministro Drouin ha letto dichiarazione esplicativa comune italo-francese su unione franco-italiana ascoltata massimo interesse. Rapporto Commissione mista è stato distribuito paesi intervenuti e commentato dal ministro Grazzi. Delegato britannico ha lungamente espresso ammirazione per rapporto ed assicurato che Governo inglese segue con molta simpatia accordo italo-francese di cui grandemente apprezza valore ai fini ricostruzione europea. Zone tedesche sono' state invitate inviare osservatori a Conferenza.

214

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1491/91. Washington, 3 febbraio 1948, ore 20,36 (per. ore 8 del 4).

Suo 521. Ho presentato a Dipartimento Stato dati di cui al citato telegramma. Dipartimento confermando quanto già da me segnalato con mio 822, ha dichiarato che: l) problema opportunità o meno proporre secondo interim aid era per ora allo studio da parte organi tecnici.

2) Nessuna decisione era stata presa da segretario Stato per presentazione ufficiale questione a Congresso, intendendo egli attendere qualche tempo ancora ulteriori sviluppi discussioni parlamentari E.R.P. Qualche contatto avrebbe però avuto luogo presto con esponenti Camera e Senato per saggiare loro reazioni e comunque Dipartimento stava svolgendo attivissime pressioni per acceleramento approvazione legge E.R.P.

3) Problema si poneva non solo per Italia ma anche per Francia (per cui situazione valutaria Dipartimento ha lasciato intendere particolare preoccupazione) Austria e forse pure altri paesi non compresi attuale programma interim e doveva essere, se del caso, presentato globalmente al Congresso.

4) In vista studi in corso sarebbe stata vivamente apprezzata ogni ulteriore illustrazione cifre presentate (in particolare è stata ripetuta richiesta di cui mio 863 e chiesta composizione dettagliata 500 milioni importazioni).

214 I Vedi D. 201.

2 Vedi D. !99.

3 Del 31 gennaio, con il quale Tarchiani aveva segnalato la richiesta del Dipartimento di Stato di essere documentato sulla situazione deli'economia italiana.

5) Questa ambasciata sarebbe stata tenuta tempestivamente al corrente orientamento questo Governo in merito nuovi aiuti interim.

In una ulteriore conversazione confidenziale si è poi appreso che codesta ambasciata americana avrebbe valutato fabbisogno importazioni a circa 440 milioni, valutando invece a somma maggiore di 315 milioni nostre risorse in particolare scrips.

Non si è mancato illustrare preliminarmente, in attesa informazioni preannunciate, attuali nostre difficoltà cercando spiegare temporanee disponibilità dollari e carbone.

215

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

TELESPR. 03621/58. Roma, 3 febbraio 1948 (per. il 7).

Suo telespresso 115/1179/328 del 26 gennaio!.

In relazione a quanto accennatole da Bidault" in merito alla interpretazione da darsi alla «parità» da me indicata come condizione necessaria per una partecipazione dell'Italia ad accordi plurimi per l'organizzazione dell'Europa, concordo con la risposta da lei data allo stesso Bidault nel senso cioè che il nostro paese non potrebbe essere escluso dalla eventuale fase preparatoria di eventuali accordi di tale natura.

Il che non esclude, anzi evidentemente implica, che in quella sede verrebbe con tutta franchezza esposta la nostra situazione in ogni suo aspetto.

216

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 510/185. Londra, 3 febbraio 1948 (per. il 7).

Nei miei rapporti con funzionari del Foreign Office in questi ultimi giorni non ho mancato di mettere nella dovuta luce le responsabilità e le incomprensioni che da parte delle autorità britanniche hanno condotto ai dolorosi fatti di Mogadiscio e che potrebbero anche avere tragiche conseguenze in Tripolitania, se non si dovesse sentire a tempo il dovere di difendere la libertà di espressione e di tutelare la vita e i beni dei nostri connazionali.

Ritengo però utile, a fine di una visione oggettiva del grave problema coloniale, esporre alcuni dei punti di vista di questo Ministero degli esteri circa le nostre colonie, dei quali dobbiamo e dovremo pur tener conto dato che con l'Inghilterra saremo presto o tardi costretti a discutere i suoi argomenti sul terreno delle nostre buone ragioni.

L'accendersi e il rafforzarsi di nazionalismi fra le popolazioni indigene dei territori coloniali, compresi quelli italiani, è fenomeno che evidentemente preoccupa anche il Foreign Office, specie quando si manifesta in regioni la cui evoluzione politica o economica non è tale da consentire che i nazionalismi stessi possano avere pieno riconoscimento in forme di autonomia o indipendenza.

Parlando particolarmente della Somalia, un funzionario dell'ufficio competente del Foreign Office ammetteva che, durante la guerra, i Comandi militari britannici si erano appoggiati, incoraggiando li, ai movimenti locali ostili all'Italia e tendenti all'indipendenza del paese. A suo dire però tale azione inglese aveva un risultato assai modesto; la Lega dei giovani somali prendeva piede solo in un secondo tempo e il suo massimo sviluppo avveniva nel 1946 a seguito della proposta, avanzata a Parigi da Bevin nel maggio, di riunire in una unica entità le Somalie e l'Ogaden. Le classi somale più evolute vedevano in tale progetto un primo passo verso nuove forme di organizzazione politica e di autogoverno e, analogamente a quanto è avvenuto nell'immediato dopoguerra in diverse zone dell'Impero coloniale britannico, il movimento nazionalista finiva per prendere la mano e disturbare gli stessi inglesi.

Tali osservazioni mi erano ripetute per quanto riguarda la Tripolitania specialmente da parte di Sir Orme Sargent nel colloquio di cui al mio telegramma n.

811. Ero andato da lui per fargli presente che certe notizie, date già in parte dalla stampa, circa provvedimenti, misure ed appoggi da parte britannica a favore delle organizzazioni e tendenze anti-italiane (esempio: maltesi in Eritrea, elezioni comunali in Tripolitania, ecc.) non potevano che esacerbare gli animi e ricondurre fatalmente a manifestazioni e controdimostrazioni, risentimenti e controrisentimenti, eccitando vieppiù lo stato passionale e dando pretesti a movimenti di opinione pubblica in senso contrario all'Inghilterra, ciò che non era certo nelle intenzioni e nell'interesse del Governo italiano di fomentare in questo momento.

Gli domandai come si potesse ragionevolmente calmare lo spirito pubblico in Italia quando da parte inglese, con atti della natura di quelli sopracitati, si dava l'impressione che da ogni parte in Somalia, in Eritrea, in Cirenaica e in Tripolitania si preparavano insormontabili barriere alle più modeste aspirazioni italiane, per cui si aveva da parte nostra la sensazione dello stringersi di un cerchio di ferro che ci separasse da quanto avremmo potuto sperare dalla comprensione delle autorità britanniche, comprensione utile in un certo senso più a loro che a noi stessi poiché la tranquillità nel Mediterraneo era in gran parte dipendente dalla soluzione del nostro problema coloniale. Non gli nascondevo una certa apprensione per alcune espressioni di Bevin nel nostro colloquio circa la difficoltà di risolvere il problema dell'Africa settentrionale, specie per quanto riguardava la Tripo

216 I Vedi D. 196.

litania. Sargent, che aveva dimostrato di essere perfettamente al corrente del mio colloquio col ministro degli affari esteri2, mi rispose allora, quasi continuando e chiarendo il discorso di Bevin. Ammise anzitutto alcuni punti di vista che gli avevo esposto e mi pregò di smentire intenzioni meno benevole per l 'Italia da parte del Foreign Office, ma ci tenne a mettere in chiaro alcuni punti in controbattuta con le mie osservazioni. ·

Anzitutto mi disse sembrargli che da parte italiana nel trattare la questione coloniale ci fosse una certa contraddizione immanente e non risolta che avrebbe potuto diventare sempre più pericolosa e creare equivoci e disillusioni per il popolo italiano in avvenire. Le stesse manifestazioni seguite ai fatti di Mogadiscio, la polemica giornalistica, l'ostilità ancora violenta contro l'Inghilterra da una parte della stampa, la propaganda condotta nelle colonie quale risultava dalle notizie giunte al Foreign Office, tutto dimostrava che l'opinione pubblica italiana reclamava con insistenza una rivendicazione di diritto acquisito, una restituzione pura e semplice delle colonie nelle stesse condizioni in cui l 'Italia le aveva tenute prima della nostra entrata in guerra e con strane dimenticanze di ciò che era avvenuto e del mondo nuovo di fronte a cui ci trovavamo tutti, Inghilterra compresa. A suo parere, i nostri uomini di Governo, i documenti ufficiali, parlavano è vero di trusteeship, di cooperazione e collaborazione societaria europea ecc. ma in fondo erano semplici parole: ciò a cui l'Italia tendeva era altra cosa, era né più né meno che un ritorno alle posizioni coloniali dell'anteguerra come l'avevano intese i nazionalisti e i fascisti stessi. E questo dualismo non era limitato alle sfere del sentimento popolare in opposizione a quella più larga visione di uomini di governo di cui Sargent riconosceva la visione politica lungimirante e la perfetta buona volontà di realizzare, ma era rintracciabile anche entro le sfere dirigenti dei Ministeri, degli ambienti colonialisti, dei funzionari ancora imbevuti di imperialismo e di nazionalismo semplicistico. Questo era evidentemente, secondo lui, un pericolo in quanto una simile mentalità non si poneva neppure la difficoltà di risolvere alcuni problemi e fomentava con leggerezza illusioni cercando di ignorare la realtà. Poiché, si domandava Sargent, che cosa sarebbe successo se per un supposto caso fossero state restituite all'Italia le sue ex colonie, lasciando a noi soli tutte le responsabilità senza qualsiasi collaborazione né militare né economico-finanziaria delle nazioni anglo-sassoni? Eppure questa era una domanda seria che noi avremmo dovuto porci, prevenendo sorprese ingrate e mortificanti. Specialmente per quanto riguardava la Tripolitania gli sembrava che noi non volessimo guardare in faccia la realtà e ignorassimo i nuovi fattori che complicavano la soluzione. Non era possibile infatti immaginare una formula di trusteeship per la Tripolitania senza che da parte nostra non si dovessero tenere presenti le esigenze di carattere militare-strategico accentuate dalle necessità degli Stati Uniti di avere sicure basi aeree a vantaggio di tutto l'Occidente e di noi italiani per i primi; e senza che fosse ben valutata la forza del mondo arabo dato che questa Lega araba esiste come entità e preme ormai in ogni senso sulle rive del Mediterraneo, mentre una lotta contro di essa -la Palestina insegni -sarebbe pericolosissima per tutti.

Le conclusioni di queste premesse erano -Sargent non ne faceva mistero -che la soluzione del nostro problema coloniale non si potesse isolare da una soluzione più generale e su più vasto piano (ma per noi, a suo parere, più sicura) in cui noi potessimo entrare «come parte integrale e essenziale» nella compagine oggi appena abbozzata da Bevin del mondo occidentale, partecipando anche a tutti i vantaggi di un organismo più vasto, dei benefici meno ristretti per la nostra mano d'opera, della collaborazione con tutto il mondo coloniale africano.

Con questo non è çhe io non veda il pericolo di troppo rosee ma evanescenti promesse pur di tenerci tranquilli, né che mi lasci suggestionare da miraggi nel deserto, senza basi e senza consistenza; ma mi sembra utile di aver potuto intravedere il pensiero del Foreign Office in questo momento, pensiero però che, anche a parere dell'ambasciatore Massigli, è ancora fluttuante e indeciso né accenna a fissarsi. Tuttavia ho saputo da persona che collabora da vicino con lui, che Bevin è assai pensoso di questo problema nostro a cui si è dedicato con particolare interesse in questa ultima settimana e che in proposito egli è in contatto con gli Stati Uniti, che, a detta del mio informatore, consideravano dapprima il problema coloniale in modo empirico e influenzato anche da considerazioni elettorali e di amichevoli sentimenti verso l 'Italia, ma oggi lo vedono soprattutto in funzione del futuro dell'Africa, in un quadro politico e strategico più generale, avvicinandosi quindi al punto di vista dal quale partono gli inglesi, coi quali finiranno «per necessità» a agire d'intesa.

Mi consta anche che Bevin ha intenzione di continuare con me in nuovi colloqui la trattazione dell'argomento. È per questo cpe mi sembra di particolare importanza avere dati precisi sulla consistenza di quegli affidamenti di cui alla lettera di V.E. n. 0543 e nel telegramma n. 684.

215 l Vedi D. 177.

216 2 Vedi DD. 168 e 186.

217

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 16111470/407. Parigi, 3 febbraio 1948 (per. il 7).

Ho fatto a Bidault un passo nel senso indicato nel suo dispaccio n. 554/07 del 14 gennaio u.s l.

Bidault mi ha ripetuto le note tesi francesi: mi ha detto che si rendeva perfettamente conto della «tentazione» che poteva presentare per noi il gettarci dalla parte degli arabi: con quel suo genere di franchezza mi ha detto che era questa

4 Vedi D. 175. Per la risposta vedi D. 247.

217 I Vedi D. Ili.

una delle ragioni per cui la Francia insisteva per vederci ridiventare una Potenza coloniale: mi ha detto di averlo fatto presente varie volte a Londra e anche a Washington, ma con scarso successo.

Sostanzialmente a Londra gli era stato risposto di non essere affatto preoccupati di questa possibilità: il colpo dato al nostro prestigio nel mondo arabo era stato troppo forte e non contavamo più niente: i contatti da noi presi con elementi arabi, sia per le persone che avevamo scelto come intermediari sia per le basi di trattative che avevamo proposte -gli inglesi gli avevano affermato di esserne al corrente nei minimi dettagli -erano stati sufficienti a persuadere gli inglesi che non avevano niente a temere in quella direzione. Incidentalmente Bidault ha cercato di sapere da me che razza di contatti avessimo preso: gli ho risposto di non saperne niente, il che era del resto esatto. Per quello che concerne gli americani, mi ha detto, la loro risposta avrebbe potuto riassumersi così: che ci provino, ci penseremo noi a farli pentire presto e radicalmente.

Mentre mi assicurava che l'appoggio francese, in tutto questo affare, non ci sarebbe mai venuto meno (ho approfittato dell'occasione per ringraziarlo dell'atteggiamento tenuto dai delegati francesi), mi ha detto, molto velatamente, che noi dovevamo renderei conto che oggi il problema delle nostre colonie è soprattutto militare e che avremmo potuto ottenere qualche miglioramento nell'atteggiamento inglese e soprattutto americano, solo mostrando di essere pronti, in concreto, ad inserirei nel sistema militare anglo-americano. La maniera involuta con cui Bidault mi ha esposto tutto questo mi ha permesso di non dargli una risposta precisa sull'argomento.

Detto questo vorrei permettermi qualche commento sulle conversazioni che Gallarati ha avuto sia con Noel Charles2 che con Bevin3.

In primo luogo vorrei dirle, come del resto già le ho detto in altri miei rapporti, che su due punti, sostanzialmente, Noel Charles ha ragione. Noi non ci rendiamo sufficientemente conto di quello che rappresenta oggi questo mondo arabo in fermento. Qui a Parigi ho la possibilità di essere in contatto sia con elementi nazionalisti arabi, sia con vari ufficiali, amministratori, uomini d'affari provenienti dalle colonie dell'Africa del Nord: ho potuto cioè sentire da una parte l' esaltazione, il fanatismo, dall'altra le enormi difficoltà di ogni giorno, difficoltà tali da far nascere il dubbio, nei francesi più intelligenti, sulle possibilità di restare in Africa. Che gli inglesi giuochino la carta araba, perché serve a loro, non c'è il minimo dubbio: ma non c'è meno dubbio che noi non ci rendiamo conto dell'ira di Dio che ci cadrà sulle spalle il giorno che riavessimo la Libia: il meno che si può dire è che ci vorrebbe una nuova riconquista, ci vorrebbero dieci Graziani e tutto questo in una atmosfera internazionale poco disposta a tollerare metodi del genere.

Queste difficoltà, già gravi, per tutti, sarebbero infinitamente più gravi per noi data la concezione nostra della colonia che è per lo meno antiquata. E qui mi

217 2 Vedi DD. 30 e 88. 3 Vedi D. 168.

riferisco alla seconda osservazione di Charles. Al pari di lui non dubito delle idee personali del presidente del Consiglio e sue: ma mancherei al mio dovere se non le dicessi francamente che l'osservatore imparziale che legga i nostri memorandum -non parliamo della campagna della nostra stampa -non può non venire alla conclusione che noi non abbiamo capito niente della immensa rivoluzione che si sta svolgendo in tutto il mondo di colore. È fin troppo chiaro che noi, sotto forma di mandato possiamo rimandare in Africa i nostri bravi governatori, forse anche in uniforme, con i loro commissari distrettuali -non so esattamente come noi li chiamassimo -aggiungendovi, tanto per l'etichetta, qualche vaga commissione di notabili destinata soprattutto a mettere in iscena, sul posto od in Italia, delle pittoresche manifestazioni di devozione all'Italia. Noi continuiamo imperterriti a parlare di emigrazione italiana in Africa, di colonizzazione o che so io, e non sembriamo renderei conto che, facendo questo, noi ci mettiamo di fronte agli arabi nella stessa situazione degli ebrei, e di fronte agli inglesi ed agli americani domandiamo loro di autorizzarci a creare, in mezzo al Mediterraneo, una nuova Palestina. È tutto un mondo di sogni che potrà anche essere utile ai fini della politica interna italiana, ma che ai fini internazionali è semplicemente disastroso.

L'organizzazione coloniale inglese può, per qualche tempo ancora ed in qualche punto, adattarsi alle nuove esigenze: cosa domandano loro? delle basi militari, navali od aeree, e la protezione di qualche grosso interesse economico che, per la sua importanza stessa, lega, anche se non del tutto onestamente, al carro inglese, od americano, larghi settori della vita politica di quei paesi. L'organizzazione francese, molto più burocratica, molto più esigente anche nel dominio del medio e del piccolo affare, già prova maggiori difficoltà ad adattarsi, ma, per lo meno, non domanda più adesso che il contadino arabo si ritiri dalle sue terre per lasciare il posto al colono francese. La nostra, basata principalmente, nel Nord Africa almeno, sulla colonizzazione demografica, non può farlo.

Ammettendo quindi anche -non credo che sia del tutto il caso ancora che gli inglesi ne siano già venuti a modificare le loro tesi in materia di nostre colonie, bisogna che noi chiariamo a noi stessi i limiti di quello che, nella situazione attuale, possiamo chiedere agli inglesi. C'è un limite nec plus ultra: noi non possiamo domandare agli inglesi di ritornare nelle nostre colonie a condizioni differenti o migliori di quelle in cui ci resterebbero essi stessi. Prendiamo il caso della Libia: gli inglesi hanno deciso di fare della Cirenaica un principato sotto Said ldriss: può essere che pensino a lui per tutta la Libia, o che pensino a qualcun'altro per la Tripolitania. Cosa farebbero gli inglesi se ci restassero: gli metterebbero accanto, come residente, un inglese, scelto fra quelli che hanno una buona conoscenza degli arabi; possibilmente qualcuno che abbia già, da tempo, allacciato col Senusso legami di amicizia: poi gli darebbero, collo stesso criterio di scelta, una persona incaricata di riorganizzare il suo esercito, qualche discreto adviser in qualche dipartimento amministrativo: si farebbero dare delle concessioni di miniere, se ce ne sono, di sfruttamento agricolo, di strade, di ferrovie, interessando largamente i notabili -non il popolo -arabi a queste imprese: dopo qualche anno lo dichiarerebbero indipendente, concluderebbero con lui un trattato di alleanza e magari eleverebbero ad ambasciata la loro rappresentanza diplomatica a Cufra. Una volta che noi avessimo accettato una formula di questo genere, ed avessimo mostrato di essere realmente convinti della necessità di questo stato di cose, si potrebbe, col tempo e la pazienza, convincere gli inglesi ad accettare che il residente, l'istruttore, gli advisers, i concessionari, fossero almeno in parte italiani e non inglesi. È inutile mettersi a indovinare come tutto questo potrebbe, in concreto, essere trasportato sul terreno Eritrea o Somalia. C'è un punto di cui sono assolutamente certo, ed è che fino a che noi non metteremo la questione in termini concreti di questo genere, non ci sono conversazioni possibili fra noi e gli inglesi, e noi e gli americani. A torto o a ragione -secondo me più a ragione che a torto -essi sono convinti che solo un sistema di questo tipo può andare: che tentarne un altro, il nostro, non porterebbe, nella regione, che confusione ed anarchia: di qui la conclusione -gradita a molti inglesi per ragioni evidenti «meglio che ci restiamo noi, che mandarci questi pasticcioni».

Il secondo punto, importantissimo, è quello delle basi militari, o per essere più esatti, della importanza che le nostre colonie sono venute assumendo nel sistema militare anglo-americano. Dal '43 ad oggi abbiamo avuto una definita evoluzione del pensiero militare britannico: allora si ricordavano soltanto del trampolino magnifico che le nostre colonie avrebbero potuto essere per inferire gravi colpi all'impero britannico: il motto era allora: niente nuovi rischi coll'Italia; oggi -ed è in questo senso che la situazione è mutata -esse sono soltanto un elemento importante in un sistema difensivo (o offensivo) diretto contro la Russia: il fattore Italia, in sé e per sé, è scomparso. Per cui se l'Italia stessa consentisse ad inquadrarsi in questo sistema si potrebbe anche prendere in considerazione l'eventualità di restituirle, in certa forma, le sue colonie.

L'America si prepara alla guerra con la Russia: mi sembra che ormai questo sia evidente: è ozioso discutere qui se si tratti di preparazione difensiva od offensiva. E mi sembra anche evidente che in questa preparazione alla guerra gli Stati Maggiori americano ed inglese procedono di perfetto accordo: il Governo inglese può permettersi dei giri di valzer: gli elementi permanenti non si prestano al giuoco, sanno benissimo dove si va a finire. In un primo tempo, a quanto mi consta, le funzioni erano divise: una difesa interna, principalmente inglese, centrata sulla linea Gibilterra, Malta, Cipro, con punti di appoggio in Libia ed in Transgiordania: una difesa esterna, prevalentemente americana, basata sulla Liberia e sulla Arabia Saudita. Il recente accordo sulle basi aeree della Tripolitania mi fa supporre che la primitiva difesa interna inglese stia diventando anglo-americana: probabilmente col tempo diventerà sempre più americana e meno inglese. In questo sistema anglo-americano, di recente, è venuta ad inserirsi anche la Francia: ci sono state e ci sono conversazioni molto dettagliate e molto spinte fra gli Stati Maggiori: le conseguenze di questo sono state presto visibili: gli americani hanno rinunciato ai loro diritti speciali a Port l.;iautey per esempio (a che scopo dei diritti speciali quando ci sono dei diritti generali) e la loro politica verso l'impero coloniale francese è molto cambiata (vedi ad esempio Marocco ed Indocina). Ora il problema è questo: vogliamo inserirei anche noi? Se sì, tutta l'impostazione del nostro problema coloniale cambia: di formule se ne possono trovare mille: basi agli inglesi e agli americani, e mandato amministrativo a noi: basi miste, e magari basi solo italiane ma standardizzate sulle necessità anglo-americane: si tratterà più che altro di considerazioni di opportunità politica e di fiducia nei nostri riguardi.

Se si esamina sotto questa luce la conversazione Gallarati-Noel Charles è chiaro che cosa egli vuole dire quando dice «tener conto della posizione dei quattro maggiori interessati al Mediterraneo alla luce degli sviluppi della situazione internazionale che riportano a detta area il centro di più immediato interesse». In un primo sondaggio non si può certo dire di più: i francesi sono stati più espliciti: c'è perfino da domandarsi se essi non abbiano parlato così chiaro d'accordo con Londra.

Mi rendo conto che per noi si tratta di decisioni di non poca entità. Per rispetto al problema coloniale il problema mi sembra possa essere riassunto così. La situazione non è per noi così nera come essa poteva sembrare un anno fa: la rottura fra Russia e America, le necessità americane di preparazione alla guerra hanno spostato alcuni termini del problema, potenzialmente, a nostro favore.

Oggi noi possiamo sperare di riavere in tutto o in parte, e sotto certe limitazioni, le nostre colonie, ma a due condizioni: l) che noi abbandoniamo i nostri vecchi concetti in materia coloniale e acconsentiamo a ritomarci in termini «inglesi»; 2) che noi acconsentiamo ad inserirei saldamente nel sistema militare angloamencano.

Se noi non accettiamo queste due condizioni non c'è nulla da fare: possiamo fare tutti gli appelli che vogliamo all'amicizia italo-inglese, agli interessi della razza bianca in Africa, alla stabilità del regime in Italia, tutto questo non servirà a niente: potrà servire solo un giorno, se arriviamo ad un accordo, a mascherare il suo vero fondo: se non crediamo di poterlo fare è meglio allora prendere senz'altro la decisione di gettarci completamente dalla parte degli arabi.

Aggiungo subito che, anche se noi fossimo decisi a metterei per la strada dell'inserimento, non è ancora oggi il momento di concludere. Oggi noi non diamo sufficienti garanzie di sicurezza: l 'incognita delle elezioni, della situazione generale politica ed economica dell'Italia pesa troppo sulla nostra situazione internazionale: forse meno in Francia dove una certa analogia delle situazioni rende meno pessimisti sul nostro avvenire. Non credo che oggi gli inglesi si azzarderebbero a delle conversazioni così delicate, come una intesa stretta di Stati Maggiori, con una Italia di cui non si sa se domani in seguito ad elezioni o ad altri avvenimenti non potrebbe trovarsi dall'altra parte. Si potrà avere soltanto qualche discreto sondaggio da riprendersi all'indomani delle elezioni. Si potrebbe invece parlare, anche subito, delle condizioni a cui noi potremmo riprendere le nostre colonie: elemento anche questo preliminare ma indispensabile per potere poi, eventualmente, passare all'argomento numero due.

Ma per tutto questo, credo, non abbiamo molto tempo da perdere: da qui a giugno, epoca in cui, ricevuti i rapporti, i Supplenti possono riprendere il loro lavoro, ci separano solo quattro mesi. E se noi abbiamo l'intenzione di metterei per questa strada, bisogna che per giugno le conversazioni private fra noi gli inglesi e gli americani siano già a termine: solo in questo caso sarà possibile impostare tutta la questione su basi nuove: se permettiamo che la discussione fra i Supplenti riprenda sulle basi antiche, molte delle nostre speranze debbono essere considerate come tramontate.

216 3 Vedi D. 162.

218

IL MINISTRO A DAMASCO, L. CORTESE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 226/381. Damasco, 3 febbraio 1948 (per. il 9).

Ho avuto un lungo colloquio con Gemil Mardam Bey, presidente del Consiglio, e l'ho trovato insolitamente preoccupato. Mi ha detto che l'aveva colpito l'accentuato pessimismo che aveva riscontrato negli ambienti britannici a proposito della situazione mondiale.

A queste preoccupazioni di carattere generale si aggiungono quelle relative alla situazione del Medio Oriente. L'ambizione siriana di conquistare il primo posto nel mondo arabo per divenire un giorno la pietra fondamentale della sua unificazione ha condotto questo paese in una situazione difficile. Le classi dirigenti hanno soffiato sul nazionalismo intransigente e xenofobo ed ora sono costrette a seguirlo nelle sue escandescenze per non perderne il controllo. L'episodio dell'Iraq ha aggravato la situazione in quanto ha mostrato che effettivamente tutto questo mondo arabo attraversa un periodo di pericolosa eccitazione e che non è possibile scendere al disotto del suo diapason se si vuole conservare l'ambizione di dirigerlo.

A questa preoccupazione si deve indubbiamente in gran parte anche l'atteggiamento siriano nella questione del recente divorzio finanziario dalla Francia e dal Libano. Divorzio, d'altro canto, il quale non manca anch'esso di suscitare qualche preoccupazione nei riguardi del futuro assestamento della nuova moneta siriana e del modo con cui sarà possibile procurarsi la divisa necessaria alle aumentate importazioni dovute ai piani di industrializzazione e di incremento dell'agricoltura.

Il momento mi è parso propizio per insinuare la proposta di un clearing con l 'Italia. Da parte nostra ci sarebbe la possibilità di procurarci grano, olio, tabacco e lana e da parte loro merci lavorate di ogni genere. Mardam ha accolto la proposta con favore e mi riservo di ritornare sull'argomento non appena avrò da lui risposta precisa.

Circa l'affare palestinese, ha detto che alcuni elementi sopravvenuti erano causa di un moderato ottimismo: a) una maggiore considerazione degli Stati Uniti per la reazione araba, rivelatasi più energica del previsto; b) un raffreddamento del filoebraismo anglosassone dovuto all'accertamento della infiltrazione comunista fra gli ebrei di Palestina, destinata a creare una «quinta colonna» sulle sponde del Mediterraneo orientale; c) la convinzione che verso la fine dell'anno, ad elezione presidenziale avvenuta, diminuirà negli Stati Uniti il peso elettorale della massa ebraica e della potente orchestra di accompagnamento costituita dalla radio, dal cinema, dalla stampa e dalle banche ebraiche.

Queste sue osservazioni lasciano intravedere che, per quanto gli arabi siano più che mai decisi a combattere, non deve ritenersi del tutto escluso che, dopo aver dimostrato di essere militarmente capaci di sottoporre la Palestina ad una logorante guerriglia, possano essere disposti anche a una transazione a buone condizioni in un momento favorevole.

Ma la prova militare tutto lascia credere che ci sarà. A questo proposito è significativo che una persona di fiducia del Governo mi abbia chiesto di rivolgere a codesto Ministero la richiesta di armi leggere di ogni genere, specificando prezzi modalità e data di consegna. Trasmetto la sua richiesta a titolo di informazione e a conferma della decisione araba di iniziare presto azioni di guerra in Palestina, per quanto io abbia tenuto a mettere in chiaro che l'attuale situazione dell'Italia non le consente, per ragioni di vario genere, di accedere a tali richieste.

218 l Ritrasmesso con Telespr. 07506/c. del 6 marzo alle ambasciate ad Ankara, Londra, Mosca, Parigi e Washington, alle legazioni a"Beirut, Gedda ed Il Cairo, al consolato a Gerusalemme ed alla rappresentanza a Trieste.

219

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, DE GASPERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI D'AUSTRIA, GRUBER

L. Roma, 4 febbraio 1948.

Rispondo in ritardo alla sua cortese lettera del l O gennaio scorso I, relativa all'autonomia dell'Alto Adige, perché, come ebbi occasione di far presente al ministro Schwarzenberg, preferivo attendere le conclusioni alle quali fosse pervenuta la commissione parlamentare per gli statuti regionali dopo aver sentito nuovamente i rappresentanti dei cittadini di lingua tedesca.

Sono lieto, pertanto, di farlo oggi, essendo in grado di poterle comunicare che le consultazioni coi rappresentanti delle popolazioni locali hanno avuto per esito la definitiva elaborazione di uno statuto per l'autonomia della regione «Trentino Alto Adige» (approvato dall' Assèmblea costituente), nel quale sono

219 I Vedi D. 96.

stati pressoché interamente accolti i desiderata espressi da V.E. nella lettera cui rispondo. Così che il presidente ed il segretario generale del S.T.V. lasciando Roma hanno voluto indirizzarmi una cortese lettera nella quale, fra l'altro, scrivono:

«In particolare, esprimo tutta la mia soddisfazione e quella del gruppo che rappresento per la comprensione dimostrata nell'esame delle nostre osservazioni e per l'accoglimento di gran parte delle nostre principali richieste, sì che possiamo constatare con vivo compiacimento che l'accordo De Gasperi-Gruber intervenuto a Parigi nel settembre 1946, per quanto riguarda il problema fondamentale dell'autonomia, è ormai tradotto in realtà».

Tutto ciò mi esime dall'insistere sulle ragioni che sono a base del convincimento personale mio nonché di quello del Governo italiano e dell'Assemblea costituente, che l'autonomia concessa all'Alto Adige non solo è conforme all'accordo di Parigi ma, sotto certi aspetti, più ampia di quella nello stesso prevista.

Ma quello che importa è che siffatta concessione, appagando i desideri di quelle popolazioni, assicuri, nell'interesse della regione e del paese, la leale e fattiva collaborazione dei vari gruppi linguistici colà residenti. E questo gioverà senza dubbio, com'è nel desiderio di V.E. e del Governo italiano, agli auspicati rapporti di amichevole vicinato fra le due repubbliche e, in tempi così travagliati, servirà di utile esempio a quelle Nazioni nelle quali si agita il delicato problema delle minoranze.

220

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, ALLE AMBASCIATE A LONDRA, MOSCA, PARIGI E WASHINGTON

TELESPR. ]6/03772/c. Roma, 4 febbraio 1948.

Si trasmette, in allegato, copia di uno schematico appunto sull'argomento in oggetto redatto, prevalentemente, sulla base di elementi tratti dal carteggio in possesso del Ministero.

Si interessa vivamente la cortesia delle rappresentanze in indirizzo per tutte quelle rettifiche e tutte quelle integrazioni che ritenessero opportuno apportarvi come per ogni commento od osservazione che ritenessero utile formulare ai fini di un quanto più possibile completo orientamento del Ministero in merito al problema di cui trattasi'.

ALLEGATO

L'ATTEGGIAMENTO DEI QUATTRO DI FRONTE AL PROBLEMA DELL'ASSETTO DELLA GERMANIA

FRANCIA

Dei Quattro, la Francia è quella che sembra avere le idee più chiare sull'assetto germanico meglio confacente ai propri interessi. Queste idee si riallacciano, infatti, ad una tradizione classica della politica estera francese che risale a Richelieu: frontiera sul Reno, «Lega renana» e «libertà germaniche», cioè particolarismo tradotto, quanto più possibile, in termini di annullamento del processo unitario germanico.

La Francia, oggi come ieri, vuole una Germania tanto economicamente debole e politicamente divisa da essere militarmente impotente così da non costituire mai più un pericolo per la propria sicurezza.

Obiettivi questi, s'intende, estremi e che già appaiono agli stessi francesi irraggiungibili integralmente. Peraltro, anche se gli sviluppi più recenti della situazione mondiale hanno indotto il Quai d'Orsay ad allinearsi gradualmente (sia pure con platoniche proteste ed accorti mercanteggiamenti) sulla politica angloamericana per la Germania che è venuta evolvendosi nel corso del 1947, le autorità militari nella zona d'occupazione francese (Koenig) continuano a perseguire una politica separatistica di cui sono ovvi gli anacronismi e le incongruenze data l'eterogeneità della zona: costituita al nord da due tronconi di Renania e di Palatinato artificialmente riuniti in un unico Stato, mentre il Baden e il Wiittenberg sono rimasti amputati delle rispettive capitali, Karlsruhe e Stoccarda, in zona americana.

Assetto territoriale della Germania

Le tesi della Francia circa l'assetto territoriale della Germania riflettono questa impostazione centrifuga che è alla base della tradizionale politica francese sopra accennata: e questo vale sia per i confini occidentali che per i confini orientali. Al riguardo è da rilevarsi che a Londra Bidault ha sottolineato la priorità che il problema dei confini tedeschi dovrebbe avere su ogni altro problema della pace con la Germania.

Confini orientali. I francesi hanno dato affidamenti alla Polonia circa la propria adesione alla frontiera Oder-Nissa. Se a Mosca i francesi hanno avuto l'aria di essersene dimenticati ciò è stato solo per far deflettere i russi dalla loro opposizione all'annessione della Sarre. Accorgimento quindi puramente tattico perché i francesi non appaiono affatto contrari alla nuova frontiera polacca.

Sarre. L'incorporazione, se non politica per lo meno economica, della Sarre, tale da fare della Sarre una specie di «territorio dell'Impero», di «dominio» economicamente ancorato alla Francia, è un fatto compiuto. Gran Bretagna e Stati Uniti sono acquisiti al rattachement salvo qualche conguaglio. Non così l'U.R.S.S. che non intende impegnarsi per la Sarre finché non sia deciso il destino della Ruhr.

Renania. La Francia sostiene la tesi del distacco politico della Renania dal resto della Germania e la sua costituzione in Stato o Stati autonomi. I difensori più tenaci di tali tesi sono naturalmente i militari. Secondo una recente segnalazione da Parigi il gen. Koenig insisterebbe sulla necessità di mercanteggiare l'adesione della Francia alla Bizona in cambio del riconoscimento di uno statuto speciale per la Renania.

Ruhr. La Francia è per il distacco e per l'internazionalizzazione della Ruhr. Anche se oggi non sembra insistere più sul distacco della Ruhr, divenuta parte integrante della Bizona, la Francia è sempre per il controllo quadripartito e comunque per la propria partecipazione all'attuale controllo a due. La tesi del controllo quadripartito della Ruhr è il principale punto di contatto fra Francia ed U.R.S.S. in tema di pace con la Germania. Anche di recente Leon Blum in una serie di articoli sul Populaire ha fatto dell'internazionalizzazione della Ruhr la base di un suo progetto per uscire dal punto morto di Londra associandola, peraltro, alla proposta di un regime analogo per la Slesia.

Assetto politico della Germania

La Francia è nettamente contraria ad un forte governo centrale e desidera la massima decentralizzazione del potere: è per il più estremo federalismo con netta prevalenza dei Uinder sul governo centrale. La Francia è ferma su queste idee come ha dimostrato l'atteggiamento francese contro il «quasi governo» della Bizona creato in seguito all'accordo Clay-Robertson ai primi di gennaio contro il quale i francesi hanno, sia pur platonicamente, mosso la critica che «a Mosca le tre delegazioni occidentali erano rimaste d'accordo nel riconoscere che un governo centrale germanico avrebbe avuto solo quei poteri che gli sarebbero stati riconosciuti dai Uindem.

Assetto economico della Germania

Contraria all'unità politica della Germania, la Francia non è, in linea di principio, contraria all'unità economica purché la Sarre ne resti esclusa. Ma è assolutamente contraria ad una ripresa economica della Germania che assuma un ritmo tale da raggiungere e da superare la propria ripresa.

Acciaio. È alla luce di tale preoccupazione, presentata, naturalmente, sotto specie della sicurezza, che va valutata l'opposizione francese all'accordo anglo-americano dell'agosto scorso per l'elevazione del livello della produzione industriale dal plafond di Potsdam di 5.800.000 tonnellate di acciaio a 11.500.000 tonnellate. Opposizione che rifletteva soprattutto le mire della siderurgia francese di cercare di spostare dalla Ruhr nella Lorena la giunzione tra minerale di ferro francese e carbone tedesco, così da fare della Francia il centro della siderurgia europea.

Carbone. Ma con l 'accordo concluso a Berlino (settembre 1947) per la ripartizione del carbone tedesco, la Francia si è assicurata forniture di carbone (e soprattutto di coke metallurgico) in base ad una scala mobile che dovrebbe funzionare come un meccanismo automatico di ancoraggio della produzione tedesca dell'acciaio a quella francese e che dovrebbe rappresentare la migliore garanzia contro ogni ritorno offensivo della Germania («Sicurezza attraverso carbone»).

Riparazioni. La Francia sembra infatti più interessata a mantenere basso il livello industriale tedesco che non ad ottenere riparazioni sul maggior volume di produzione ~orrente. La posizione della Francia appare qui inversa di quella sovietica: pur di ottenere un maggior volume di riparazioni Molotov aveva lasciato intendere poco prima della chiusura della Conferenza di Londra che era disposto a trattare per le riparazioni sulla base del 10% di una produzione tedesca annuale equivalente al 70% del 1938.

Così Bidault ha commentato il 20 dicembre tale proposta innanzi all'Assemblea nazionale: «1938 est une année de préparation militaire fébrile qui ne peut ètre prise comme base de réference. Nous avons toujours précédemment convenu d'adopter la base de 1936 et nous ne pouvons, ancore une fois, sacrifier la sécurité à n'importe quelle autre considération, fùt-elle aussi importante que celle des réparations».

Di fronte a tutti i problemi relativi all'assetto della Germania la Francia appare pertanto sempre ipnotizzata dalla questione della sicurezza che ne condiziona tutta la politica estera, anche se oggi si cominci a configurare tale sicurezza in funzione di una eventuale Germania unita sotto l'egida sovietica, il che altera l'impostazione tradizionale data fino ad oggi a questo problema e rende la Francia progressivamente più ricettiva a progetti anglo-americani che in altre circostanze sarebbero stati per i francesi inaccettabili. Due forze contribuiscono a spingere la Francia in tale direzione: l'impellente bisogno che ha del piano Marshall ed il miraggio del patto di garanzia a quattro, o a tre, fatto «miroitem da Byrnes.

U.R.S.S.

Anche la Russia, come la Francia, ha idee molto chiare sull'assetto da darsi alla Germania. Dopo averla amputata dei territori che più l'interessavano, la Russia giuoca ora la carta dell'integrità, dell'indipendenza e dell'unità nazionale tedesca.

Nell'auspicare un rapido processo di cicatrizzazione del corpo tedesco ricostituito ad unità, i russi tradiscono l'impazienza di veder presto tornare al Reno il confine strategico del mondo anglosassone ora attestato sull'Elba, per poter poi, successivamente al ritiro delle truppe d'occupazione, permeare la Germania del proprio tipo di «democrazia progressiva».

Ma si dovrebbe ritenere che la Russia sia interessata a vedere ricostruita la Germania (ed a vederla ricostruita a propria immagine e somiglianza cioè con un massimo di pianificazione collettivistica) più per poterla sottoporre ad uno sfruttamento economico, sotto specie di riparazioni sulla produzione corrente, che non per fame una piazza d'armi od un baluardo, sia pure passivo, contro l'Occidente.

Si dovrebbe, infatti, ragionevolmente escludere che la Russia pensi ad una Germania militarmente forte perché questa non potrebbe un giorno non rivoltarle contro per riconquistare i territori perduti: Prussia Orientale, Pomerania e Slesia.

Assetto territoriale della Germania

Confini orientali. La Russia si è assicurata un terzo della Prussia Orientale (incluse Memel e Ki:inisberg) ed ha garantito alla Polonia il confine sulla linea Oder-Nissa. Per questa linea la Russia non può non essere intrattabile qualunque sia il valore formale delle riserve angloamericane circa la formula non impegnativa («amministrazione») impiegata a Potsdam per riconoscere alla Polonia l'attuale possesso dei territori ad est della linea stessa. «Le frontiere polacche sono state definitivamente fissate a Potsdam», ha detto Molotov a Londra.

Sarre-Renania. Per converso, circa i territori occidentali di cui da parte francese si sostiene il distacco, la Russia non può non sostenere la tesi unitaria non foss'altro che per fini propagandistici in Germania.

Ruhr. Per la Ruhr la tesi russa è stata sempre e rimane quella del controllo quadripartito ed è qui soprattutto che l'U.R.S.S. si trova agli antipodi con gli americani, che sono irriducibili nel voler esclusi i russi da ogni voce in capitolo sull'amministrazione di questo vasto bacino carbonifero e complesso industriale che rappresenta il cuore economico della Germania.

Il motivo lo ha detto Byrnes in un suo discorso il 5 novembre: «Non possiamo consentire ai russi di partecipare all'amministrazione della Ruhr perché si è rivelato impossibile amministrare nulla congiuntamente con loro in Germania in Austria nei Balcani in Corea. Non sarebbe certo possibile amministrare congiuntamente le industrie tedesche quando una tale amministrazione esigesse decisioni giornaliere di problemi di produzione e di rapporti di lavoro. Ci sarebbero continui disaccordi e costanti frizioni».

Ora i russi sono ben consapevoli del fatto che chi è padrone della Ruhr è padrone della Germania e che nel problema della Ruhr si fondono e si confondono tutti gli altri problemi: delle riparazioni, della sicurezza, del livello industriale ecc., problemi di cui sarebbe vano cercare una soluzione facendo astrazione dalla Ruhr. È impossibile pensare che i russi accettino di rimanere esclusi dalla Ruhr e, senza un accordo per la Ruhr, sembra difficile sperare nel raggiungimento di una qualsiasi soluzione di compromesso anglo-americano-sovietico per la Germania. Le altre questioni, sia politiche che economiche, appaiono al confronto secondarie.

Assetto politico della Germania

La Russia, come si è detto, si è dichiarata unitaria e favorevole ad una costituzione del tipo di quella di Weimar e per bocca di Molotov ha avanzato a Mosca l'idea di un referendum sul tipo di futuro Stato tedesco, ben sapendo che i tedeschi sono in fondo unitari. A Londra Molotov ha posto l'esigenza della «formazione di un governo democratico per l'intera Germania» come indilazionabile e come premessa indispensabile per la redazione del trattato («Prima di redigere il trattato occorre mettere in piedi chi lo firmi e chi lo eseguisca») e comunque come premessa indispensabile per realizzare l'unità economica auspicata dagli anglo-americani.

Naturalmente «governo democratico» significa per i sovietici un governo che assicuri fondamentali riforme di struttura economica e sociale (riforma agraria e socializzazione dell'industria). È in questo senso che essi hanno interpretato ed applicato nella propria zona il trinomio «denazificazione -demilitarizzazione -democratizzazione» associando, in un'unica condanna politica ed economica, «junkers» ed industriali come i principali fautori della reazione e delle guerre imperialiste germaniche.

Assetto economico della Germania

L'U.R.S.S. non è affatto contraria all'unità economica della Germania purché tale unità sia assicurata dall'effettiva istituzione di dipartimenti economici centrali germanici e siano previamente fissate le modalità per il pagamento delle riparazioni.

Riparazioni. Come assicurarsi riparazioni adeguate costituisce, infatti, la principale preoccupazione economica russa in Germania. L'U.R.S.S. esige lO miliardi di dollari di riparazioni da attingere in venti anni sia con la cessione di impianti industriali che sulla produzione corrente, tipo di prelievo, quest'ultimo, che già avviene su vasta scala nella zona sovietica d'occupazione ma nei confronti del quale gli anglo-americani si sono pronunciati negativamente, fin tanto almeno che la Germania non raggiunga un adeguato livello industriale.

Livello sulla cui misura -come si è detto -la Russia sembra preoccuparsi molto meno della Francia e che l'U.R.S.S. è disposta a veder ascendere fino al 70% della produzione del 1938 purché il 10% sia dedicato alle riparazioni.

STATI UNITI

Le idee degli Stati Uniti sul futuro assetto della Germania, dopo alcune impostazioni iniziali rivelatesi nel loro astrattismo errate (quali la «ruralizzazione» del vendicativo piano Porgenthau), sono venute subendo una lenta chiarificazione ed una progressiva evoluzione mano a mano che ci si è allontanati a Washington dalla mentalità dell' «unconditional surrenden> ed il pericolo del risorgere dell'aggressività tedesca è apparso meno immanente di quello della preponderanza sovietica in Europa.

La svolta è stata segnata durante l'estate scorsa (accordo Clay-Robertson, nuove direttive di Washington a Clay2) con la decisione della ricostruzione dell'industria tedesca e con l'affermarsi sempre più dell'esigenza, in funzione europea, della ripresa della vita economica della Germania.

Ora l'insistenza americana sulla priorità della restaurazione dell'unità economica sulla restaurazione dell'unità politica della Germania è forse da ascriversi all'opportunità tattica di ritorcere contro la Russia le accuse di violazione delle decisioni di Potsdam (dato che a Potsdam fu appunto deciso che «during the period of occupation Germany shall be treated as a single economie unity» mentre l'U.R.S.S. si è rifiutata e si rifiuta perfino di ammettere il libero transito delle merci e delle persone da e per la propria zona di occupazione), ma è certo diretta a conservare le mani libere nella Bizona al fine di giungere al più presto all'autosufficienza della Germania occidentale (attraverso la realizzazione di una economia equilibrata basata su un nuovo livello industriale e su una ripresa degli scambi con l'estero) che faccia della Germania un elemento di stabilità economica europea.

E questo non solo perché gli americani sono in fondo convinti che la risurrezione economica della Germania occidentale non potrà non conferire alla rinata economia tedesca una forza di attrazione sul corpo separato della Germania orientale, ma anche perché essi ritengono che il piano Marshall sarebbe per loro troppo oneroso o addirittura irrealizzabile senza la ricostruzione della Germania.

La loro politica è pertanto quella di «potenziare» la Germania, non tanto ai fini dell'accerchiamento dell'U.R.S.S. come i russi pretendono, quanto al fine d'impedire la comunistizzazione dell'Europa rimettendo in piedi, ad un tempo, Germania ed Europa occidentale.

Assetto territoriale della Germania

Rientra pertanto nei piani americani la tutela de li 'integrità territoriale della Germania sia sui confini orientali che sui confini occidentali. Così si espresse a Londra Marshall in tema di confini: «We must take the broader view and seek to establish a frontier which reduces irredentist sentiment to a minimum and promises to be lasting. We must bear in mind that much of the territory now under Polish administration has long been German and contains agricultural resources of vita! importance for the German and European economy».

Confini orientali. Fin da Mosca Marshall aveva sollevato il problema dei confini polacchi ma, probabilmente, più che per ottenere il ritorno alla Germania della Prussia orientale e della Pomerania, per tentare di affermare un interesse economico europeo alla Slesia e fame, diremo così, l'equivalente diplomatico della Ruhr, cioè moneta di scambio o più probabilmente pretesto per una «fin de non recevoim a insistenze sovietiche per la partecipazione al controllo della Ruhr.

Sarre. Gli Stati Uniti come la Gran Bretagna sono acquisiti, come si è detto, al rattachement alla Francia.

Renania. Come la Gran Bretagna anche gli Stati Uniti sono contrari al separatismo renano. Ritengono di aver sufficientemente garantito la Francia con la profferta del patto di garanzia quarantennale di Bymes.

Ruhr. Per la Ruhr gli Stati Uniti sembrano decisi a conservare, anche nei confronti degli inglesi, la pressoché esclusiva tutela di quel bacino, comprata a così caro prezzo dalla Gran Bretagna per avere in mano, come si esprimono i francesi, «il rubinetto dell'acciaio» europeo. Comunque assolutamente decisi a non avere nella Ruhr fra i piedi la Russia attraverso un controllo quadripartito. Non ostili, peraltro, ad una internazionalizzazione della Ruhr sia pure in senso molto lato. A Chicago il 18 novembre Marshall, prima di partire per Londra, ha affermato al riguardo: «Gli Stati Uniti credono che debbono essere stabilite garanzie per assicurare che le risorse della Ruhr, specialmente carbone e acciaio, non siano lasciate sotto il controllo esclusivo del Governo germanico ma siano usate a beneficio della intera comunità europea».

Assetto politico della Germania

Gli americani, originariamente federalistici, avrebbero subito una evoluzione in senso unitario per quanto questa evoluzione possa rispondere, soprattutto, ad esigenze propagandistiche come sembrerebbe confermare la circostanza che la stampa da loro controllata è nettamente unitaria a Francoforte ma marcatamente separatista in Baviera.

Certo è che gli americani sembrano considerare tutt'altro che urgente la creazione di un governo centrale germanico giudicando, come i francesi e a differenza dei russi, opportuno di andare con i piedi di piombo nel gettare le fondamenta del futuro diritto pubblico tedesco.

Assetto economico della Germania

Comunque a Londra Marshall ha subordinato l'unità politica all'unità economica della Germania fissandone le seguenti cinque condizioni (tratte dal suo discorso alla radio del 19 dicembre):

l) l'eliminazione delle barriere artificialmente create tra le varie zone, onde permettere il libero movimento delle persone, delle idee e delle merci attraverso tutto il territorio della Germania;

2) l 'abbandono da parte delle Potenze occupanti della proprietà dei beni tedeschi di cui esse si sono impadronite a titolo di riparazioni, senza previo accordo delle quattro Potenze;

3) una riforma monetaria comprendente l'emissione di una nuova solida valuta in tutta la Germania;

4) una determinazione definitiva degli oneri economici che la Germania sarà chiamata a sopportare in avvenire, cioè le spese di occupazione, il rimborso delle somme anticipate dalle Potenze occupanti e le riparazioni;

5) un piano generale di esportazioni e di importazioni per tutta la Germania. Quando questi provvedimenti fondamentali -ha concluso Marshall -saranno stati posti in atto dalle Potenze occupanti, allora potrà essere istituito, con le debite garanzie, un governo provvisorio per tutta la Germania. Dato che è ben difficile pensare che i russi possano aderire a tali condizioni se non prima cointeressati alla Ruhr, è più che probabile che la priorità dell'unità economica sull 'unità politica della Germania avanzata dagli americani a Londra sia stato essenzialmente un pretesto per far fallire la Conferenza al fine di poter continuare a coltivare a lungo indisturbati il proprio giardino. Il problema dell'unità economica germanica si ridurrebbe, in effetti, per gli americani al problema dell'unità politico-economica della Germania occidentale al quale si sono dedicati, superando gli ostacoli frapposti dall'accordo di Potsdam, dalle riluttanze inglesi e soprattutto dalle riluttanze francesi, con la precisa volontà di creare della Bizona, e se possibile della Trizona, una entità economica viva e vitale quale parte integrante di una più vasta unità europea occidentale.

Riparazioni. Nel loro tentativo di rimettere al più presto in piedi la Germania occidentale gli americani ~ono pertanto assolutamente contrari alle pretese russe e francesi di riparazioni sulla produzione corrente, non volendo essi fame le spese fin tanto che aiutino con i propri dollari la ricostruzione della Germania. Ricostruzione che, per quanto tale da richiedere un massimo di pianificazione, gli americani concepiscono su linee non certo marxiste, così da tutelare quanto è più possibile i principi dell'iniziativa individuale, della proprietà privata e dell'economia di mercato che costituiscono il fondamentale credo politico ed economico nord-americano.

GRAN BRETAGNA

La Gran Bretagna è stata sempre molto vaga e generica sul problema della pace con la Germania, tanto da indurre a ritenere che dei Quattro essa sia quella che ha le idee meno chiare sull'assetto da darsi alla Germania. Essa è apparsa, infatti, oscillare fra i progetti punitivi dell'immediato dopoguerra ed il ritorno alle proprie tradizionali teorie dell'equilibrio continentale che esigono, come noto, secondo i più classici schemi, una Germania politicamente ed economicamente in piedi. Non tanto in piedi però da tornare a rappresentare un avversario militare e un concorrente commerciale temibili. Oggi la Gran Bretagna sembra tuttavia acquisita alla tesi americana della ricostruzione economica della Germania, sia pure con adeguate garanzie di controlli ed entro limiti che ne impediscano ritorni offensivi sia nel campo militare che in quello economico.

Nel settore economico dopo aver tentato di monopolizzare a proprio vantaggio la Ruhr gli inglesi ne hanno aperto le porte agli americani quando si sono resi conto di essere impari al compito di alimentare i minatori e di mettere in efficienza le miniere. Così, dopo aver tentato una politica di socializzazione gli inglesi hanno rinunciato ad ogni laburismo di esportazione ed hanno acceduto alla tesi statunitense della gestione tedesca delle miniere sotto direzione americana in cambio della riduzione del loro contributo alle spese della Bizona.

La principale preoccupazione della Gran Bretagna sembra, infatti, essere quella di sollevare il contribuente britannico da eccessivi oneri e di assicurarsi la priorità sulle riparazioni del rimborso delle spese di occupazione finora incontrate.

Anche nei problemi dell'assetto territoriale e politico gli inglesi hanno finito coll'assumere una posizione che coincide pressappoco con la posizione americana.

Dove essi sembrano più compromessi degli Stati Uniti è nei confronti dei confini orientali in seguito alle assicurazioni date per iscritto nel 1944 da Cadogan al Governo polacco di Londra di recente rivelate a Varsavia e che gli inglesi hanno tentato di svalutare dichiarandole anteriori a Potsdam.

Circa la Ruhr l'Inghilterra, per bocca di Bevin, si è dichiarata non contraria al controllo quadripartito, ma lo ha condizionato alla possibilità di estendere tale controllo a quattro a tutte le industrie tedesche sia nelle zone occidentali che in quella orientale. Ma in questo come in altri settori la politica britannica appare al rimorchio di quella americana.

220 l Per le risposte vedi DD. 398, 522, 260 e 306.

220 2 Vedi serie decima, vol. VI, D. 212.

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IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL MINISTRO A L' AJA, BOMBIERI

APPUNTO. Roma, 4 febbraio 1948 (per. il 6).

È venuto a vederrni il ministro d'Olanda. Voleva avere informazioni su vane questioni (Alto Adige, stato attuale della questione coloniale e altre minori) e sulle nostre reazioni al progetto Bevin. Circa quest'ultimo punto gli ho detto che non essendo noi stati ancora invitati, non avevamo da prendere posizione ufficiale in merito; che tuttavia si tratta di questione assai complessa per la quale non potevamo attualmente avere che un solo atteggiamento: aspettare e vedere. Ho aggiunto che molti e importanti sono i problemi attualmente sul tappeto che interessano vitalmente l'Italia la quale difficilmente potrebbe imbarcarsi in progetti così definitivi e impegnativi senza vedere risolti con pr"Opria soddisfazione tali problemi: ho accennato in particolare a quello coloniale e a quello della Germania il quale ultimo interessa in pari tempo anche il Benelux. A questo proposito gli ho detto che le nostre concezioni sulla questione tedesca non sono molto distanti da quelle del Benelux, e lo ho incoraggiato a mantenersi in contatto con noi sull 'argomento.

Ritornando al progetto Bevin ho ribadito il nostro punto di vista secondo cui le intese economiche e le unioni doganali costituiscono la base più solida per ulteriori sviluppi ed intese politiche tra i paesi europei.

222

IL MINISTRO A VIENNA, COSMELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1591/19. Vìenna, 5 febbraio 1948, ore 1,30 (per. ore 7,30).

Ministro degli affari esteri mi ha pregato ripetere a V.E., e per suo cortese tramite particolarmente a presidente De Gasperi, espressione soddisfazione Governo austriaco per soluzione data a questione autonomia, punto centrale sistemazione alto-atesini. Ritiene venga così sgombrato terreno per sviluppo rapporti sempre più amichevoli e intensi tra i due paesi. A questo proposito è sicuro che anche in ulteriore applicazione legge autonomia e legge opzione Governo italiano continuerà ispirarsi criteri larghi e diplomaticamente compresi.

Ha aggiunto che appunto in vista rafforzare così favorevole ripercussione nostri recenti provvedimenti presso questa opinione pubblica e per sottolineare in modo anche più sensibile mutamento situazione e nuovo orientamento, egli rivolge viva preghiera V.E. voler esaminare possibilità dare pratica esecuzione al più presto (meglio se scadenza pochi giorni) ad accordo tecnico per comunicazioni ferroviarie tra Tirolo occidentale e orientale attraverso Valle Pusteria. Egli si riprometteva da tale accordo le più favorevoli immediate reazioni psicologiche tanto più politicamente importanti se quasi coincidenti con altre misure annunciate così da completare quadro e integrare e rafforzare utilmente atmosfera distensione.

Per quest'ultima questione gli ho detto constarmi organi tecnici già concordato testo e ritardo dovuto discussione in corso per articolo 7, che peraltro concerne questione prevalentemente formale circa durata e denunzia convenzione, per cui da parte austriaca avevo avuto impressione si fosse presentato e insistito su testo detto articolo non troppo felicemente redatto. Mi risultava anche che nostro Ministero affari esteri aveva in questi ultimi giorni insistito presso Presidenza e Ferrovie per definizione questione. Ministro Gruber mi ha detto ignorare dettagli questione e non attribuirvi speciale valore. Teneva solo che in pratica facilitazioni traffico ferroviario previste da accordi andassero in vigore e mi chiedeva se non era possibile, in relazione quanto aveva detto precedentemente, venisse data immediata esecuzione norme accordo accantonando discussione circa articolo 7, che non è di merito. Gli ho risposto poi preannunziando prossimo invio costì nuovo progetto accordo circa facilitazioni traffico frontiera anche previsto Parigi e in sostituzione attuale regolamento provvisorio intervenuto a suo tempo con autorità militari francesi occupazione. Su altri punti riferisco corriere I.

223

L'INCARICATO D'AFFARI A BRUXELLES, VENTURINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1572/27. Bruxelles, 5 febbraio 1948, ore 15 (per. ore 20).

Trasmetto seguente telegramma a firma Grazzi:

«Delegazione francese aveva istruzioni raggiungere intesa con Benelux diretta creazione commissione speciale per lo studio unione doganale e dogane della quale Italia avrebbe dovuto far parte.

Mentre a seguito discorso Bevin Governo inglese, modificando sua antica posizione, si era dichiarato non contrario, opposizione è venuta da Benelux che non ammette in alcun modo direzione Francia e non intende partecipare ad intesa cui Gran Bretagna non faccia parte in eguale misura; al che questa non è preparata almeno per il momento. Così per non perdere quanto acquisito in merito Unione doganale italo-francese circa la quale appoggio britannico era assicurato, nostra delegazione ha sostenuto allargamento proposta sussidiaria presentata dai francesi di creare comitato economico destinato studiare conseguenze eventuali diminuzioni tariffe su determinate merci; allargamento geografico includendo altri paesi oltre che Francia, Italia, Gran Bretagna e Benelux, non che qualitativo in quanto studio è ammesso per principali merci importazione ed esportazione interessanti commercio estero di ciascun paese.

Sto cercando indurre Conferenza prescegliere Roma quale sede detto comitato che dovrebbe installarsi verso la fine corrente mese. Mia nomina a relatore generale Conferenza ci darà d'altronde modo forzare mano circa opportunità perfezionare al più presto unione italo-francese».

222 l Vedi D. 240.

224

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1565-1566/46-47. Mosca, 5 febbraio 1948, ore 15,54 (per. ore 17,30).

Stampa sovietica pubblica oggi ampio riassunto nostro trattato amicizia commercio navigazione con U.S.A. mettendo in rilievo larga possibilità che esso accorderebbe, senza contropartita effettiva, a cittadini e società nord-americane in Italia. Giornale moscovita si fa pure eco di taluni commenti del Momento e del Tempo, secondo i quali il trattato sarebbe diretto ad impedire radicali modificazioni politiche in Italia ed avrebbe una funzione anticomunista. Infine è riportato in sunto il commento critico dell'Unità con la conclusione che il popolo italiano non sottoscriverebbe il trattato.

Tutte queste critiche sono ispirate come al solito ai principi qui imperanti che tendono facilmente a scambiare indipendenza economica con tendenze autarchiche e trovano anticipata risposta nella offerta da noi fatta a questo Governo di negoziare trattato su analoghe basi. Tuttavia per mia maggiore informazione e precisazione di risposte pregherei V.E. non appena possibile volermi inviare per corriere testo trattato e se lo ritiene opportuno per via telegrafica quei chiarimenti che ritenesse utili sui suoi rapporti con trattato precedente e sui principi che hanno ispirato le innovazioni. Attiro inoltre attenzione E.V. su clausola qui pubblicata secondo cui nostre unioni doganali con terzi paesi dovrebbero avere benestare Stati Uniti la quale, presentando un interesse attuale, penso meriterebbe un cenno di interpretazione'.

225

IL MINISTRO AD OSLO, RULLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1580/10. Osio, 5 febbraio 1948, ore 16,15 (per. ore 22,30).

Sviluppo situazione Europa occidentale, specie dopo ultimo discorso Bevin, sta avendo in questi giorni conseguenze abbastanza vaste in Norvegia. Partito socialista (che come è noto è al governo) ha approvato ieri all'unanimità ordine del giorno piena adesione al piano Marshall e cordiale saluto di collaborazione alle sedici potenze che lo hanno accettato.

224 I Con T. 1733/14 del 12 febbraio Fransoni assicurava circa l'invio della documentazione richiesta ed autorizzava Brosio a precisare che «nostra eventuale partecipazione unioni doganali non (dico non) è subordinata benestare Stati Uniti. Art. 24 prevede soltanto reciproche consultazioni: risulta inequivocabilmente da processi verbali che non trattasi consenso ma scambio di vedute».

Ministro esteri pronuncerà sabato prossimo alla Camera ampio discorso nello stesso senso pur naturalmente con maggiore circospezione. Stesso ministro mi ha detto che, mentre dalla riunione dei tre presidenti del Consiglio scandinavi che avrà luogo a Stoccplma fine settimana egli non prevede possa venire fuori nulla di nuovo, nella riunione invece dei ministri esteri che si terrà il 23 corrente ·a Oslo egli prevede potrà trovare forma concreta la costituzione di una commissione di studio per l 'unione doganale scandinava. Ha aggiunto che Governo inglese ha fatto sapere ad Oslo che paesi scandinavi non furono nominati nel discorso Bevin allo scopo di non creare imbarazzi con la Russia ma che Gran Bretagna conta su loro più ampia collaborazione.

Questo ambasciatore Russia è partito ieri per Mosca ad referendum.

226

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1593/49. Mosca, 5 febbraio 1948, ore 22,42 (per. ore 8 del 6).

Mi riferisco al mio telegramma n. 411.

Adducendo indisposizione, Vyshinsky martedì mi ha pregato di rivolgermi al vice ministro Zorin il quale, scusandosi per l'arrivo della delegazione rumena, soltanto per oggi mi ha fissato un colloquio. Sono di nuovo realmente ammalati Malik e Gusev. Anzitutto ho detto a Zorin che il passo che ero incaricato di fare avrebbe dovuto aver luogo fin da domenica; il ritardo però non era dovuto a mia colpa; gli ho fatto in seguito la dichiarazione di cui al telegramma n. 1252/c.z dell'E.V. Fra t'altro ho precisato che il passo fatto a Washington dal Governo sovietico era pervenuto a cognizione del Governo italiano solamente attraverso stampa, benché lo stesso addossasse agli Stati Uniti l'asserita violazione del trattato di pace compiuta mediante il soggiorno delle navi americane nei nostri porti il che implicava o il nostro concorso in questa pretesa violazione o la violazione della nostra sovranità.

Ho aggiunto che primo e geloso difensore della nostra sovranità ed indipendenza era il Governo italiano e che non risultava essere avvenuta alcuna violazione né del trattato né della nostra sovranità nella visita di navi straniere ai nostri porti consentita liberamente da noi secondo gli usi internazionali. A tale mia dichiarazione Zorin ha risposto mostrandosi alquanto sorpreso per esserci rivolti al suo Governo di fronte ad una nota sovietica esclusivamente indirizzata agli Stati Uniti ed aggiungendo che U.R.S.S. non aveva fatto una questione di sovranità italiana ma di violazione del trattato di pace, concludendo che la detta violazione sussisteva per aver le navi statunitensi soggiornato nei nostri porti con a bordo reparti di fucilieri.

226 I Vedi D. 208. 2 Vedi D. 202.

A questo punto ho fatto rilevare che, come non disconoscevo l'interesse ed il diritto dell'U.R.S.S. a preoccuparsi del rispetto del trattato di pace con l'Italia, così non ritenevo potersi contestare il nostro diritto ed il nostro interesse ad interferire in discussioni nelle quali si assumeva la violazione del detto trattato con la nostra diretta partecipazione.

Per quanto riguarda il merito della questione ho dichiarato che il trattato prevedeva solamente il ritiro delle forze alleate di occupazione ma non vietava e nemmeno si occupava delle visite consuetudinarie di navi ai porti, fatti che secondo la costante pratica di tutti i paesi del mondo anche al tempo dell'anteguerra mai erano stati considerati come atti di occupazione o similari.

Zorin allora ha tentato di replicare col fare osservare, con artificiosità evidente, che, a suo giudizio, la situazione postbellica era differente da quella prebellica, poiché il trattato, a suo dire, faceva espresso divieto di tali atti di soggiorno delle navi nei porti dei paesi ex nemici anche se gli stessi erano considerati normali e leciti dalla norma ordinaria del diritto internazionale e col soggiungere poi che, ad ogni modo, questo rilievo era suo personale, e che avrebbe riferito al suo Governo circa il mio passo. Ho risposto a mia volta che anche io avrei riferito le sue risposte pur facendo rilevare che non vedevo nel trattato assolutamente nulla circa i divieti a cui egli accennava. La discussione si è svolta in tono tranquillo e le risposte di Zorin sono state moderate e cortesi.

227

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

L. 0121 SEGR. POL.l. Roma, 5 febbraio 1948.

Giacché ho un'ora libera davanti a me, voglio darti le mie impressioni meglio che coi quotidiani telegrammi -prima sullo svolgimento del problema africano e poi -e forse più ancora -sulle prospettive generali dei rapporti italo-britannici.

Quanto ti ha detto Sargent2 non appare, come inizio, molto soddisfacente poiché sembra voler differire quella chiara spiegazione fra Italia e Inghilterra che da tempo desideriamo. Da parte nostra abbiamo sempre guardato a questo chiarimento nel quadro assai più vasto dell'insieme dei rapporti politici anglo-italiani, pur rendendoci conto delle rispettive posizioni ed esigenze mediterranee. La necessità di addivenire a una spiegazione è stata resa ora urgente dagli incidenti in Somalia circa i quali deve essere ben chiaro che non siamo stati noi ad «esasperare» l'opinione pubblica, ma sono i fatti che da tempo si svolgono e il comportamento delle varie B.M.A., gli uni e l'altro intesi a predisporre in loco una situazione nega

227 l Trasmessa in pari data a Tarchiani e Quaroni. Vedi D. 228. 2 Vedi D. 196.

tiva nei nostri confronti come risulta da un'ampia e continuata documentazione che anche la tua ambasciata ha ricevuto e riceve. Non v'è da stupirsi che da tale documentazione, che il paese conosce, si tragga qui l'impressione che l'atteggiamento inglese sia completamente negativo: non si potrebbe infatti altrimenti spiegare come mai le amministrazioni militari dei quattro territori in Africa seguano concordemente una identica linea, identica perfino negli errori più grossolani. I pochi raddrizzamenti morali ottenuti li ha decisi Bevin dopo i suoi colloqui meco.

Ma se è esatto che il Governo britannico non ha ancora deciso un atteggiamento definitivo sulla questione africana, ciò dovrebbe costituire un elemento favorevole a che le conversazioni si abbiano ora, proprio ora, come ti dirò più in là.

Quanto alla evoluzione del mondo arabo non è esatto che in Italia non se ne tenga il dovuto conto, tanto è vero che un punto fermo della nostra politica sin dall'inizio dei contatti per la pace fu la ripetuta richiesta che per la questione della Libia potessimo condurre delle conversazioni a tre, insieme con gli inglesi e con gli arabi.

Circa lo stato cui erano giunte le conversazioni ufficiose, tu puoi facilmente verificare dai documenti esistenti all'ambasciata che per la Tripolitania vi fu una dichiarazione confidenziale di Sargent a Carandini e per la Somalia di Scott Fox a Cerulli; entrambe sono state ripetute, sia pure sempre in via confidenziale, dallo stesso Charles3. Ciò era allora parso un buon auspicio; anzi la tua conversazione con Charles (telegramma del 9 gennaio)4 pareva intonata anche più favorevolmente. Ci auguriamo quindi che appunto allo scopo di sgombrare dal campo dei rapporti italo-britannici questo che rimane il principale ostacolo sia possibile esaminare insieme presto (nella momentanea sospensione del ricorso ai Quattro per la Somalia) la questione africana in conversazioni confidenziali che potrebbero aver luogo sia costì che a Roma.

Il 27 gennaio5 mi hai scritto che a Londra si è ansiosi di vedere «quale Italia emergerà dalle elezioni del 18 aprile». Ciò è più che naturale. Ma quello che non è naturale è che essi non capiscano che è follia guardare le elezioni italiane dalla finestra, quasi che il risultato di esse non fosse per loro, per la loro sicurezza, per la pace del mondo, un elemento tanto vitale quanto per l'Italia. Alle elezioni del 18 aprile noi non difenderemo solo la democrazia italiana, ma difenderemo il laburismo britannico e la pace della Commonwealth, difenderemo la sicurezza e la pace dell'America, difenderemo la Francia da un tracollo delle forze democratiche non totalitarie.

Ora la realtà è che la nostra situazione politica interna è influenzata e come mai accadde finora -dalla sua posizione internazionale. Perché io che ti scrivo sono costantemente l'oggetto delle più basse e ridicole calunnie dei comunisti italiani? Perché essi ubbidiscono a dei precisi ordini del Cominform, perché un indebolimento della politica estera italiana sarebbe una loro vittoria non solo su Roma ma su Londra e Washington.

4 Vedi D. 88.

5 Vedi D. 186.

I popoli, tutti i popoli, hanno la memoria labile. Io personalmente non dimentico né dimenticherò mai con quale comprensiva lealtà Bevin mi aiutò a Londra a creare basi sicure per una permanente amicizia anglo-italiana che è forse il più profondo dei miei desideri. Ma l'oggi, per le masse, conta più dello ieri. E l'oggi è la vigilia delle elezioni nelle quali si deciderà forse il fato dell'Europa occidentale, visto che noi ne siamo divenuti la marca di confine orientale.

E si sceglie questo momento per far capire agli italiani -attraverso comunicati ufficiosi inglesi -quanto essi mancarono di tatto a farsi uccidere da quei somali controllati dalla B.M.A.! Le scuse date in quei testi sono state pitoyables; ci si sente la mancanza di cervello che caratterizza i generali di tutti i paesi. Dì a Bevin, fagli sapere che io credo di sentire in tutti questi problemi proprio come lui, e che sento che abbiamo insieme contro noi due le opacità mentali dei miliari. Digli che ho sul mio scrittoio lettere di contadini italiani che hanno rischiato la vita per salvare, sotto il fascismo, prigionieri inglesi, e che mi domandano: «Noi dobbiamo scrivere loro perché dicano in pubblico ciò che pensano degli ufficiali inglesi che a Mogadiscio fecero il contrario dei poveri contadini dell'Appennino?». Io stesso ho risposto loro che non facciano pubblicità, che abbiano fiducia nel Governo inglese. Ma se ti dico questo è perché tu sappia che l'orribile tragedia ha turbato il popolo italiano tutt'intero.

Spiega intorno a te che questo popolo anche quando ha bisogno di aiuti non diviene mai materialistico; ma rimane assetato di giustizia e di comprensione morale.

So bene che un cinico può dire che il mio è uno stendere la mano per chiedere dei favori. Dio sa quanto questa apparenza mi pesa!

Ma è dover mio dir chiaro a Londra ed a Washington che De Gasperi e io ci battiamo sicuri di vincere; fa' leggere queste frasi di De Gas peri a un gruppo di consiglieri comunali; tutti capiranno da qual fede e volontà sono ispirate. Ma tocca anche agli altri a trovare come aiutarci sia a Mo~adiscio, sia per le colonie; e presto! La nostra causa è la causa dei nostri amici. E facile per essi trovare delle formule sub conditione nel caso che siamo battuti. Come non pensano che qualsiasi passo falso britannico contro di noi sarà sfruttato dalla Russia che ci offrirà il suo appoggio? (Un telegramma del 3 febbraio6 dell'incaricato di affari a Praga finisce così: «Il ministro mi ha detto che la Cecoslovacchia non ha alcun interesse circa le nostre colonie ma mi ha lasciato capire che il parere di questo Governo, legato a quello dell'U.R.S.S., sarà tanto più certamente favorevole alla nostra tesi quanto più netto sarà il contrario irrigidimento dell'Inghilterra». Che il rappresentante britannico a Praga ne chieda pure al nostro).

L'Unità di ieri nella sua materialistica bestialità insinuava in un articolo contro di me che io avevo avuto rapporti con l'Intelligence Service durante la mia lotta in America contro il fascismo. L'insinuazione era idiota. Ma oggi, proprio oggi, caro Tommasino, tu senti che io ti ho parlato non solo da italiano divenuto sentinella della civiltà cristiana, ma anche, quasi, da fedele e devoto tutelatore di alti interessi britannici che delle miopie britanniche compromettono.

Che mi importa che paia quasi un ricatto ciò che sto per dirti? È mio dovere di coscienza dirtelo: <<Un'attitudine così superior, così falsamente puritana come quella che sento a Mogadiscio, può voler dire la elezione di parecchi deputati comunisti più dell'inevitabile».

Lo vogliono o non lo vogliono capire che è degno delle esitazioni del 1914 e del 1938 dirsi: «Guarderemo come andranno le elezioni italiane del 18 aprile»? Queste sono attitudini suicide. Non è più tempo di wait and see. È tempo di agire, di agire in ogni campo: di non ripetere anche qui il fatale too little and too late.

Fa' loro sentire, ti scongiuro, che non si facciano orgogliose illusioni: che siamo ali of us in the same boa t. Ho solo l 'aria di pensare all'Italia; in verità penso con uguale interesse a tutti i popoli cristiani, tutti minacciati dallo stesso pericolo.

227 3 Vedi serie decima, vol. VI, D. 571.

227 6 T. 1489/15, non pubblicato.

228

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANII

L. 0122 SEGR. POL. Roma, 5 febbraio 1948.

Le comunico a titolo privatissimo una mia lettera all'ambasciatore a Londra2. Essa è per lei solo ma giudicherà lei se e come usare costì un analogo linguaggio. Anche costì ci sono cose che potrebbero, con intelligente egoismo, esser fatte prima del 18 aprile.

Su queste cose che potrebbero, che dovrebbero farsi, mi rimetto a lei e allo State Department. Ne toccai, solo come idea vaga, coll'antico War Secretary Woodring, qui di passaggio, amico di Truman. Egli sorrise e approvò quando gli dissi ridendo: «Ma voi dovete farvi perdonare tutti gli alimenti che ci avete dato, ci occorre un fatto politico; l 'interesse è comune».

Mi telegrafi che ha ricevuto questa e poi me ne scriva3.

229

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. 1481/71. Roma, 6 febbraio 1948, ore 12,30.

Suo 0141.

2 Vedi D. 227.

3 Il primo capoverso di questa lettera era stato trasmesso a Quaroni con L. O123 segr. poi. in pari data. Per la risposta di Tarchiani vedi D. 268. 229 l Vedi D. 194.

Sino a questo momento non sono qui pervenute proteste sovietiche né in merito organizzazioni fasciste, né in merito questione criminali guerra. È per altro indubbio crescente interesse sovietico per cose italiane in vista prossime elezioni e chiaro indizio ne è atteggiamento nostra stampa comunista. In proposito le ho scritto dettagliatamente con mie lettere n. 259 e 0122 rispettivamente del l o e del5 u.s.2.

È da attendersi che, approssimandosi data elezioni, sovietici cerchino mettere in rilievo tutto quanto presso elettore italiano può nuocere agli Alleati occidentali. Attitudine britannici dopo fatti Mogadiscio e in questione coloniale si presta purtroppo egregiamente a tale manovra ed ermetico silenzio Stati Uniti su tali questioni ha reso perplessi taluni settori nostra opinione pubblica. Non mi stupirei che nelle prossime settimane sovietici assumessero su questione riparazioni, colonie e altre di nostro interesse iniziative intese impressionare masse italiane. Come le ho scritto occorre immaginazione creativa anche da parte degli Stati Uniti per controbilanciare mosse sovietiche.

Mi pare necessario che oltre risollevamento materiale di cui saremo sempre riconoscenti occorre qualche fatto che venga concretamente incontro esigenze morali e politiche nostro paese che attende veder accolte sue legittime aspirazioni. Questo nostro non è un chiedere indiscretamente nel nostro interesse ma far sentire che la nostra battaglia del 18 aprile è battaglia comune per tutte le democrazie.

228 l In Archivio Sforza, Strasburgo.

230

L'INCARICATO D'AFFARI A BRUXELLES, VENTURINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1614/29. Bruxelles, 6 febbraio 1948, ore 13,33 (per. ore 16,20).

Conferenza ha esaminato direttive predisposte da ministro Grazzi per rapporto finale che dovrà essere approntato per prossima sessione Conferenza. Inoltre ha convenuto che riunioni Comitato preparatorio economico abbiano luogo Roma 25 corrente mese.

Parteciperanno tale Comitato, oltre Italia, Francia Gran Bretagna Danimarca Svizzera Grecia e Benelux.

231

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1626/95. Londra, 6 febbraio 1948, ore 20,15 (per. ore 3 del 7).

Segretario generale Consiglio ministri esteri mi confermava stamane che Pae

si che hanno chiesto esporre verbalmente loro opinione su futuro nostre colonie, saranno sentiti dai Supplenti entro Pasqua.

Conferenza aggiornerà poi lavori per riunirsi nuovamente in giugno e discutere rapporti Commissione investigazione. In tale occasione Italia, Egitto, Etiopia saranno invitati presentare anche oralmente loro osservazioni su detti rapporti copia dei quali ci sarà data non appena redatti in forma definitiva. Dovremmo ricevere quello su Eritrea verso fine presente mese.

Per quanto riguarda Cirenaica e Tripolitania, sta a noi giudicare se ci convenga far pervenire a Lancaster House un memorandum in occasione arrivo Commissione investigazione in detti territori, analogamente a quanto abbiamo fatto per Eritrea e Somalia, oppure attendere di aver visione del rapporto della Commissione stessa.

229 2 Vedi DD. 209 e 228.

232

L'INCARICATO D'AFFARI A BRUXELLES, VENTURINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1628/32. Bruxelles, 6 febbraio 1948, ore 20,38 (per. ore 6 del 7).

Mio telegramma n. 30'.

Trasmetto seguente telegramma a firma Grazzi: «Linee generali da me predisposte per rapporto approvate da conferenza. Approvata anche tesi da noi sostenuta che occorre spingere avanti unioni regionali che potranno successivamente fondersi attraverso risultati tecnici conferenza stessa.

Così ogni pericolo annacquare nostra rapida intesa con Francia stato scartato pur lasciando aperta ogni utile via per allargamento cooperazione. Delegazione britannica mi ha sempre efficacemente sostenuto. Dato d'altronde eccellenti relazioni con Francia e anche con Benelux nostra delegazione ha potuto svolgere utile azione sia nell'interesse generale che nostro particolare».

233

IL MINISTRO A BUCAREST, SCAMMACCA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 1836/010. Bucarest, 6 febbraio 1948'.

Mio telegramma per corriere n. 033 del 5 dicembre 19472 e telegramma

n. 33 del 5 corrente3.

2 Vedi serie decima, vol. VI, D. 779.

3 Con esso Scammacca aveva dato notizia della pubblicazione del testo del trattato russo-rumeno, anticipando l'opinione del Governo rumeno che la decisione sovietica fosse stata affrettata dall'intenzione di rispondere alla recente firma del trattato italo-americano.

La conclusione di un trattato di amicizia, collaborazione e mutua assistenza fra l'U.R.S.S. e la Romania era certo in programma ma avrebbe dovuto avere luogo più tardi, e seguire e coronare in ordine di tempo il completamento della nota catena di analoghi patti per tutti i Paesi della fascia orientale d'Europa.

L'avvenimento conclusosi a Mosca il 4 corrente non costituisce pertanto, di per se stesso, un fatto nuovo né mi pare che aggiunga nuovi elementi al quadro della politica che l'U.R.S.S. persegue. L'unica sorpresa è stata il repentino anticipo della firma deciso improvvisamente da Mosca, secondo le opinioni qui prevalenti, a scopo dimostrativo, dopo l'annunzio della conclusione del trattato di amicizia, navigazione e commercio fra gli Stati Uniti e il nostro Paese.

Né il sig. Groza né la sig.ra Pauker si aspettavano infatti di essere convocati d'urgenza a Mosca in questo momento: ne è una riprova il fatto che essi hanno dovuto rinviare non solo tutto il programma già stabilito in politica interna per la formazione del Partito Unico e per i lavori parlamentari, ma anche la già preordinata visita a Praga per la firma del patto di mutua assistenza con la Cecoslovacchia. L'episodio sta a dimostrare ad abundantiam quanto gli Stati di questa regione siano diventati oggetto e pedine passive della politica della loro «grande protettrice», chiamati di volta in volta, a seconda della convenienza del giuoco politico di essa, a sottoscrivere quel che a Mosca piaccia, impegnando la propria sorte senza possibilità di discutere.

Il testo del documento, quale è stato pubblicato da questa stampa (vedi traduzione allegata)4 presenta in confronto con i precedenti recenti trattati conclusi dalla Romania con la Jugoslavia, la Bulgaria, e l'Ungheria una differenza che, formalmente, può dirsi restrittiva in quanto stabilisce (art. l e art. 2) il casus foederis nella ipotesi di una aggressione «da parte della Germania o di qualsiasi altro Stato che si unisse alla Germania direttamente od in qualsiasi altra forma». Nei tre altri patti citati, invece, il casus foederis sorge nell'ipotesi in cui la Germania o un terzo stato aggredissero una delle parti contraenti.

Tale formulazione -concepita più strettamente in funzione di una ripresa aggressiva della Germania -sta forse a indicare una certa cautela da parte della Russia di evitare in questo trattato, nel quale essa è più direttamente impegnata, quella potenziale intenzione contro gli Stati anglosassoni che è invece palese negli analoghi precedenti accordi stipulati fra i Paesi danubiano-balcanici.

Non rilevo, naturalmente, l'altra differenza contenuta nell'art. 5 (che non trova riscontro negli altri accordi simili) laddove le due parti contraenti si impegnano reciprocamente al rispetto della indipendenza, della sovranità e del principio di non ingerenza negli affari interni. Per quanto concerne la Romania non vi è alcun dubbio che tale impegno sarà rigorosamente osservato.

232 l In pari data, non pubblicato

233 l Manca l'indicazione della data di arrivo.

233 4 Non pubblicata. Il testo è in «Relazioni internazionali», a. XII (1948), n. 7, p. 97.

234

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

L. 311254. Roma, 6 febbraio 1948.

Mi riferisco a quella parte della sua lettera del 15 gennaio u.s.I relativa alla Conferenza dell'I.C.A.O. a Ginevra sugli accordi multilaterali del novembre scorso.

Secondo quanto mi è stato riferito, il punto di vista della delegazione italiana sugli accordi multilaterali risultava da un documento che la nostra delegazione presentò ufficialmente alla Conferenza fin dai primi giorni della riunione ginevrina e le proposte in esso contenute non avrebbero dato luogo, allora, ad alcuna opposizione o rilievo da parte della delegazione americana, presieduta da N orton. Per ciò che concerne in particolare la V Libertà, la delegazione italiana suggeriva una clausola di limitazione per i tratti eserciti da imprese nazionali, in considerazione della necessità di difendere, entro certi limiti, l'aviazione nazionale della concorrenza di altri Paesi.

Mi è stato aggiunto che la mozione che determinò la fine della Conferenza fu presentata dal Messico ed appoggiata dal Portogallo, Egitto e Grecia: la delegazione italiana giustifica la linea di condotta in tale circostanza, con la preoccupazione di prospettare una formula che potesse conciliare le due tendenze estreme e ciò risulterebbe anche dalle dichiarazioni del capo della delegazione italiana, prof. Ambrosini, inserite a verbale.

Comunque, sia che trattisi di malinteso o di una non perfetta armonizzazione dell'azione della delegazione italiana, tutta la questione è ora ampiamente e felicemente superata dalla firma dell'accordo con l'America, di cui ai comunicati pubblicati dalla stampa dei due Paesi, nonché dal contenuto del telespresso segreto in data 19 gennaio2 •

Per quanto concerne l'Argentina, premesso che, a tutt'oggi, l'accordo aereo con tale Paese non è stato ancora concluso, la questione sarà superata d'accordo con questa ambasciata d'America.

235

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 1215/462. Washington, 6 febbraio 19481.

Hanno avuto termine ieri le discussioni presso il Comitato degli affari esteri

2 Non pubblicato.

del Senato sull'E.R.P.: detto Comitato si riunisce ora in seduta segreta per alcune settimane, sia per vagliare le varie dichiarazioni fatte innanzi ad esso dai numerosissimi esponenti di questi ambienti politici e finanziari e sia per preparare il progetto di legge che dovrà essere portato alla discussione in seduta plenaria. Mi sembra quindi opportuno, al termine degli hearings predetti, fare brevemente il punto della situazione in Congresso delle proposte per il piano Marshall.

Uno dei principali punti di attrito tra Amministrazione e Congresso, e cioè il tipo di ente da istituire per la esecuzione dell'E.R.P., sembra esser ormai definitivamente rimosso con un accordo di compromesso raggiunto sulla base delle proposte formulate dalla Brookings Institution e da me segnalate a codesto Ministero col mio telespresso n. 1007/384 del 30 gennaio u.s.2. In sostanza su tale particolare questione si è registrata in fondo una blanda vittoria dell'Amministrazione, in quanto con tale progetto è stata riconosciuta, sia pure in forma più larvata, l'autorità e la funzione del Dipartimento di Stato nell'amministrazione dell'E.R.P.

L'altro punto di attrito estremamente importante su cui avevo, fin dalle mie prime segnalazioni in argomento attirato l'attenzione di codesto Ministero, e cioè la questione dell'ammontare da stanziare per i primi quindici mesi, non sembra invece risolto e continua a tenere vivissima l'attenzione di questi circoli dirigenti. Occorre tenere al riguardo presente che si è qui ormai entrati in piena lotta per la campagna presidenziale e che gli schieramenti politici vanno definendosi in misura sempre crescente. L'E.R.P. deve necessariamente fare in qualche modo le spese dei contrasti tra repubblicani e democratici e la questione dell'ammontare costituisce un argomento troppo succulento, perché i repubblicani non ne facciano oggetto dei loro continui attacchi contro l'Amministrazione democratica. In questo i repubblicani hanno avuto buon giuoco del fatto che -come segnalato con mio telespresso n. 1006/383 del 30 gennaio u.s.2 -il Bureau of Budget, nell'elaborare il bilancio generale del Tesoro per il prossimo anno fiscale, ha posto al passivo per l'E.R.P. soltanto la somma di 4 miliardi e 500 milioni di dollari, invece dei 6 miliardi e 800 milioni previsti dalla richiesta di stanziamenti relativa. Dai contatti avuti in argomento da questa ambasciata col Dipartimento di Stato sembra accertato che si tratta soprattutto di una grossa svista del Bureau of Budget, il quale, desideroso di limitare il più possibile le spese che figurano iscritte in bilancio, ha ecceduto nel limitare l 'iscrizione di quelle relative all 'E.R.P. Il Dipartimento ha ammesso che si tratta di un incidente quasi inspiegabile ed estremamente dannoso per la già tanto difficile navigazione dell'E.R.P. in Congresso. E non vi è dubbio che il Dipartimento ha seguito i vari commenti formulati dal partito repubblicano in argomento con estrema attenzione e malcelato disappunto. Da parte dell' Amministrazione si è corso allora ai ripari con giustificazioni di vario genere che ho già segnalato a codesto Ministero col mio citato telespresso. Per di più l'Amministrazione ha subito diramato una tavola esplicativa che trasmetto qui unita in allegato3 nella quale si vuol dimostrare che, se anche non sarà necessario un ef

235 2 Non rinvenuto. 3 Non pubblicato.

fettivo esborso superiore ai 4 miliardi e mezzo, occorre fin d'ora ottenere stanziamenti per la molto maggiore somma originariamente richiesta.

Per di più il Segretario di Stato, nelle sue conferenze stampa e in vari discorsi tenuti negli ultimi giorni, ha continuato a insistere e premere pubblicamente per far rilevare che lo stanziamento dei 6 miliardi e 800 milioni è una condizione sine qua non per mettere il programma E.R.P. in condizione di raggiungere gli scopi per cui esso è stato proposto. Dai ritagli stampa che accludo3 qui uniti codesto Ministero rileverà gli spunti polemici più interessanti di tale contrasto tra Amministrazione e Congresso e le dichiarazioni fatte in argomento da Marshall.

A parte quanto è stato pubblicato in merito da questa stampa, questa ambasciata ha accertato che è attualmente in corso un'attivissima serie di contatti tra Amministrazione e Congresso, attraverso il senatore Vandenberg, che può oggi veramente definirsi l'arbitro della situazione e che sta adoperandosi con le due parti in contesa, per persuadere da un lato il gruppo dei repubblicani più recalcitranti a diminuire le loro richieste di decurtazioni e dali' altro il Dipartimento di Stato ad accettare una qualche diminuzione o una qualche formula che tale diminuzione giustifichi. Qualcuno mi diceva ieri, in argomento, che si tratta ormai di un vero e proprio face saving game tra Amministrazione e partito repubblicano. È certo però che Io stesso Vandenberg comincia ad ammettere che una decurtazione (forse anche di un miliardo) sui 6 miliardi e 800 milioni, può considerarsi ragionevole. D'altro canto il Dipartimento di Stato ha anche assoldato l'appoggio della Banca Internazionale che in un rapporto elaborato dai propri tecnici, e non ancora reso pubblico, ha dimostrato che le richieste dell'Amministrazione corrispondono alle reali necessità dell'E.R.P. (Mi riservo di trasmettere tale rapporto al più presto possibile).

In tale complesso giuoco Vandenberg ha tentato varie alternative, quali ad esempio quella di fare accettare all'Amministrazione il punto di vista che, al contrario di quanto proposto finora, il secondo anno dell'E.R.P. richiederà una somma maggiore di quella ventilata, mentre potrebbe diminuirsi quella richiesta per il primo anno, in cui la scarsezza di certi prodotti e l'attività appena agli inizi dell'Administrator e del suo Ente, non consentiranno esborsi nella misura richiesta. Altro tentativo con cui si cerca di creare terreno di compromesso, sarebbe quello di far riconoscere come giustificata la richiesta effettuata per i primi quindici mesi, provvedendo però stanziamenti solo per una parte lasciando al nuovo Congresso -all'inizio del prossimo anno-il compito di approvare il rimanente.

Si tratta insomma, come V.S. noterà, di un giuoco di interessi che esula ormai totalmente dalle possibilità di azione dei Paesi partecipanti, tanto più che non sarebbe da escludersi che, nella complessa serie dei do ut des il Congresso finisca perfino di trascurare Io studio dettagliato dei country reports, limitandosi invece all'esame della questione della somma globale.

Vandenberg ancora ieri ha dichiarato che egli è fiducioso che per il primo aprile il Congresso avrà approvato l'authorization bill, il che consentirebbe alI'E.R.P. di entrare in funzione, avvalendosi della nota clausola dell'anticipo di 500 milioni della «Reconstruction Finance Corporation». Tale ottimistica dichiarazione di Vandenberg non è ancora condivisa da tutti. Dai contatti avuti da questa ambasciata anche sul particolare problema del tempo che occorrerà ancora per l'esame della legge in Congresso, si è riscontrata quasi unanimamente la seguente reazione: Vandenberg riuscirà a fare approvare entro la data prefissa il progetto, solo se entro una settimana o dieci giorni egli riuscirà anche a trovare il terreno di compromesso tra senatori repubblicani e Amministrazione sull'ammontare della somma da stanziare. Ne conseguirà così un accordo tacito in Parlamento che diminuirà le asprezze della discussione plenaria e che trascinerà la Camera dei rappresentanti a seguire nella stessa scia il Senato.

Come ho sempre riferito a codesto Ministero, sarebbe però estremamente incauto fare previsioni troppo precise sull'andamento delle discussioni in Congresso che presentano sempre delle sorprese e che possono trascinarsi al di là di quanto calcolato. È d'altra parte per noi estremamente importante il poter formulare tali previsioni in vista del noto problema del secondo interim-aid. Ritengo che qualcosa di più preciso potrà accertarsi entro le prossime due settimane, anche perché entro tale termine il Segretario di Stato, che viene già premuto sia da noi sia dagli altri Paesi beneficiari dell'attuale interim-aid, dovrà decidere se presentare anche su tale problema un nuovo progetto di legge con tutti i rischi del sovrapporsi delle due iniziative.

Mi riservo pertanto di informare nuovamente in proposito codesto Ministero, non appena mi sarà stato possibile ottenere maggiori elementi di giudizio in merito.

234 l Vedi D. 115.

235 l Manca l'indicazione della data di arrivo.

236

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1679/122. Parigi, 7 jèbbraio 1948, ore 15,40 (per. ore 19,30).

Conversazioni fra Confederazione industria italiana e patronato francese conclusasi ieri con adozione ordine del giorno favorevole unione doganale ed economica fra due Paesi. È stata decisa creazione Comitato permanente ristretto incaricato proseguire lavori iniziati Parigi.

Conversazioni si sono svolte in atmosfera sempre crescente interesse, comprensione reciproca e cordialità: nel complesso risultati questo primo incontro sono stati molto superiori mie aspettative che erano già tutt'altro che negative. Ordine del giorno sarà presentato e commentato personalmente ai due presidenti del Consiglio rispettivamente da Villiers e da Costa. Due presidenti si ripromettono in questa occasione esprimere voto che prossime trattative commerciali che debbono tenersi Roma procedano vasto allargamento possibilità scambi fra i due Paesi.

Ritengo che con questa riunione sia stato compiuto importante passo avanti verso realizzazione unione doganale. Ho raccomandato ai nostri adesso di non lasciare dormire le cose e pregherei fare loro a Roma stessa raccomandazione.

237

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AGLI AMBASCIATORI A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, A PARIGI, QUARONI, E A WASHINGTON, TARCHIANI

T. 1543/c.'. Roma, 7 febbraio 1948, ore 17.

A quanto risulta, a prossime conversazioni anglo-franco-americane sulla Germania parteciperebbe anche delegazione Benelux e verrebbe discusso memorandum tra Paesi concernente -sembra -inserimento economia Germania occidentale nel quadro cooperazione europea.

Voglia V.S. accertare e riferire. Voglia altresì V.S., ove del caso, far presente costì che:

a) a Parigi sedici Paesi partecipanti riconobbero che per qualunque provvedimento relativo struttura agricoltura ed industria Germania occidentale, sua politica esportazioni, importazioni e trasporti sarebbesi dovuto tenere conto particolarmente riflessi su Paesi vicini Germania ed altri Paesi che si trovano in situazione analoga. Ciò risulta da annesso B rapporto generale Parigi;

b) mercato tedesco è insostituibile per economia italiana sia come fonte importazione materie prime essenziali che come sbocco nostre esportazioni tipiche;

c) economia italiana dipende, non meno certo economia qualunque altro Paese europeo, da ristabilimento economico tedesco, agli effetti equilibrio bilancia pagamenti in dollari.

Riterremmo pertanto nello stesso interesse comune che nostre esigenze non fossero tenute in disparte o pregiudicate in eventuali misure su indirizzo economico germanico che dovessero concordarsi Londra2.

237 'Diretto anche all'ambasciata a Bruxelles ed alle legazioni a L'Aia e Lussemburgo. 2 Per le risposte di Gallarati Scotti e di Tarchiani vedi rispettivamente DD. 262 e 249. Con il

T. 18641136 dell'Il febbraio Quaroni comunicò quanto dettogli da Chauvel sull'ancora non decisa partecipazione del Benelux alla Conferenza di Londra e sull'esclusione delle questioni economiche relative alla Germania dagli argomenti da discutere nel corso della conferenza stessa. Quaroni chiudeva il telegramma con il seguente commento: «Nonostante assicurazioni Chauvel non, ripeto non, ritengo che Francia veda di buon occhio nostro intervento trattazione questioni tedesche; potrà essere obbligata mantenere sua opposizione in forma molto discreta ma certo non prenderà iniziative in nostro favore; decisione a noi favorevole può venire soltanto da parte americana».

238

IL MINISTRO A BUDAPEST, BENZONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 1834/009. Budapest, 7 febbraio 1948.

Secondo notizie ancora non confermate ufficialmente, ma di fonte attendibile, un patto di alleanza tra U.R.S.S. e Ungheria sarà prossimamente firmato a Mosca.

La delegazione ungherese sarà presieduta dal sig. Dinnyés, presidente del Consiglio. Si può presumere sin d'ora che il testo del patto non si discosterà da quello del patto rumeno-sovietico testè stipulato.

239

IL CAPO DEL SERVIZIO ECONOMICO TRATTATI, BERlO, AL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO

TELESPR. 45/04060/c. Roma, 7 febbraio 1948.

Con telegramma per corriere! a parte sono state inviate le definitive istruzioni circa gli argomenti in oggetto. Per sua opportuna conoscenza, si allega copia del parere del Contenzioso diplomatico cui tale istruzioni si riferiscono.

ALLEGATO

L'UFFICIO DEL CONTENZIOSO DIPLOMATICO AL SERVIZIO ECONOMICO TRATTATI

APPUNTO 7/2030.

Con riferimento ad appunto di codesto Servizio n. 00303/24 del 5 gennaio 19482, relativo agli effetti delle leggi jugoslave sulla nazionalizzazione nei confronti dei beni italiani situati nei territori ceduti si osserva quanto segue:

l) Provvedimenti di nazionalizzazione adottati prima del! 'entrata in vigore del trattato di pace.

Debbono considerarsi illegittimi gli eventuali provvedimenti di nazionalizzazione adottati nei territori ceduti prima dell'entrata in vigore del trattato di pace. Esorbita infatti dai poteri dell'occupante l'adozione di provvedimenti che, come quello della nazionalizzazione, possono incidere profondamente sulla struttura economica del territorio occupato.

239 t T. per corriere 1233 del 31 gennaio, non pubblicato. 2 Non pubblicato.

2) Provvedimenti di nazionalizzazione adottati dopo l'entrata in vigore del trattato di pace.

Circa questi provvedimenti occorre distinguere le diverse categorie di beni prese in considerazione nell'allegato XIV del trattato di pace e cioè:

a) beni di cittadini italiani residenti in modo permanente nei territori ceduti (Ali. XIV, art. 9, primo comma). A questi beni non si applica l'art. 79 del trattato (Allegato XIV, art. 9, terzo comma). Infatti essi «saranno rispettati nella misura di quelli dei cittadini dello Stato successore». Ne consegue che i provvedimenti di nazionalizzazione saranno applicabili a questa categoria di beni se e nella misura in cui saranno applicabili nei confronti dei beni dei cittadini dello Stato successore. Il Governo italiano potrà pertanto intervenire e muovere proteste solo nel caso che nei confronti di beni di cittadini italiani permanentemente residenti nei territori ceduti, sia applicato un trattamento più sfavorevole di quello applicato ai beni dei cittadini jugoslavi;

b) beni degli altri cittadini e persone giuridiche italiane situati nei territori ceduti

(Ali. XIV, art. 9 secondo comma). Anche a questi beni non si applica l'art. 79 del trattato (Ali. XIV, art. 9, terzo comma). Inoltre essi «non saranno sottoposti che a quelle disposizioni legislative che potranno essere eventualmente applicate in modo generale ai beni delle persone fisiche e morali di nazionalità straniera». Come è noto, secondo principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti, lo Stato territoriale non può annullare o menomare i diritti di proprietà dei cittadini di un altro Stato senza la corresponsione di un adeguato indennizzo. Tentativi di espropriazione di beni di cittadini stranieri senza la corresponsione di un congruo indennizzo hanno costantemente sollevato proteste da parte dello Stato di appartenenza degli espropriati. Nella specie pertanto il Governo jugoslavo non potrà procedere a nazionalizzazione di beni stranieri senza corrispondere indennizzi che siano ritenuti soddisfacenti dagli espropriati e dai Governi dei rispettivi Stati cui questi appartengono. Per queste categorie di beni conviene pertanto che il Goverrto italiano agisca nel medesimo piano sul quale, secondo le notizie pervenute, stanno agendo i Governi di altri Stati ed in perfetta uguaglianza giuridica con questi;

c) beni delle persone jìsiche optanti per la cittadinanza italiana e che stabiliranno la loro residenza in Italia (Ali. XIV, art. 10). Gli optanti che stabiliranno la loro residenza in Italia «saranno autorizzati a portare seco i loro beni immobili ed a trasferire i fondi che possiedono ... inoltre essi saranno autorizzati a vendere i loro beni immobili e mobili alle stesse condizioni dei cittadini dello Stato successore». Le condizioni del trasferimento di questi beni formeranno oggetto di accordi fra l'Italia e lo Stato successore. Ne consegue che a questi beni non saranno applicabili né le disposizioni dell'art. 79 del trattato né i provvedimenti di nazionalizzazione. Le une e le altre disposizioni renderebbero infatti inefficaci ed in operanti le norme dell'art. l O dell'Allegato XIV del trattato di pace. Deve tuttavia rilevarsi che qualora nei confronti dei propri cittadini lo Stato successore disponesse restrizioni di qualsiasi natura circa l'alienazione dei beni, queste restrizioni colpirebbero anche i beni degli optanti italiani: ciò in conseguenza della sopra rilevata equiparazione al trattamento dei nazionali per quanto riguarda la vendita dei beni;

d) beni delle Società italiane che potranno trasferire la loro sede sociale in Italia (Ali. XIV, art. 12). I beni delle Società costituite in conformità dell'ordinamento giuridico italiano e che, a norma dell'art. 12 dell'Allegato XIV del trattato, potranno trasferire la loro sede sociale in Italia, riceveranno lo stesso trattamento dei beni delle persone fisiche optanti per la cittadinanza italiana e che stabiliranno la loro residenza in Italia (cfr. ante lett. c).

240

IL MINISTRO A VIENNA, COSMELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1439/126. Vienna, 8 febbraio 1948 (per. il 18).

Come da questo ufficio venne da prima preannunciato e poi confermato, non appena emanata a Roma la legge sulle opzioni, ne è stato dato qui l'annuncio ufficiale e insieme pubblicata la nota dichiarazione del ministro degli esteri Gruber, concordata a Roma, giusta il noto verbale del 22 novembre u.s.t.

La pubblicazione ha avuto luogo sotto forma di intervista concessa dal signor Gruber ad un corrispondente della Agenzia ufficiale austriaca2 e il testo tedesco segue molto da vicino e fedelmente il testo originale italiano, salvo forse di un punto, dove all'ultima linea, il «biasimata» è stato tradotto con una parola lievemente meno forte.

L'aver fatto coincidere la pubblicazione della legge sulle opzioni con la definizione della questione della autonomia, è stata politicamente feconda ed ha messo in anche maggiore evidenza la volontà italiana di lealmente applicare gli impegni assunti in tutta la loro estensione e in tutto il loro spirito.

Tanto più grande quindi e sincera la soddisfazione di questa opinione pubblica, quanto spontanea e vera la espressione di soddisfazione e di riconoscimento di questo Governo, di cui si è reso interprete il ministro Gruber, il quale, occorre tenerlo presente, si è e si trova tuttora personalmente impegnato alla esecuzione dell'accordo che prende nome da lui e dal nostro presidente De Gasperi. Ed è senza dubbio incoraggiato e ispirato dal nostro esempio che ha rivolto a V.E. la preghiera (vedi mio telegramma n. 19 del 5 corrente )3 di dare rapida e anticipata esecuzione al noto accordo sul traffico ferroviario per la Pusteria, senza attendere la definizione dell'art. 7 del medesimo e ciò per rafforzare la ripercussione favorevole dell'insieme presso questa opinione pubblica.

Per gli altri residui accordi previsti a Parigi, e di cui ora il Governo austriaco si attende, e, come del resto legittimo, ne sollecita anzi la concretizzazione, riferisco con separato rapporto4.

Tuttavia, anche tenendo presente che alcuni degli accordi ancora da concordare rivestono assai notevole importanza pratica e presentano punti di non facile applicazione, è certo che con la definizione della questione delle opzioni e della autonomia, il problema dell'Alto Adige è stato avviato alla sua sistemazione, sgombrandosi così la via del maggiore ostacolo per una vera cordialità di rapporti fra i due Paesi. Per quanto tutti in Austria siano persuasi della ineluttabile fatalità che obbliga l'Austria ad appoggiarsi all'Italia, la esistenza infatti della minoranza tedesca in Alto Adige, in quanto non venga almeno garantita alla stessa l'esercizio

2 Vedi D. 166, nota l.

3 Vedi D. 222.

4 Vedi D. 241.

di certi determinati diritti, sarebbe un permanente ostacolo psicologico che paralizzerebbe sempre qualsiasi volontà del Governo austriaco e qualsiasi logica persuasione di questa opinione pubblica: è significativo che per dare il senso che il problema alto-atesino ha per l'Austria, si faccia spesso qui menzione di ciò che è il problema di Trieste per l 'Italia.

Dipenderà pertanto dalla nostra futura politica e dal funzionamento degli istituti autonomi ora concessi, se la opinione pubblica austriaca si adatterà con sufficiente, spontanea adesione alla stabilizzazione del confine italiano al Brennero. E ciò non per svalutare il significato e il valore della dichiarazione fatta dal ministro Gruber in occasione della legge sulle opzioni né per gettare un dubbio sulla sincerità della soddisfazione austriaca di questi giorni, ma semplicemente per dare a tutto il problema la sua giusta prospettiva e tenerne presente il permanente peso che esso sempre eserciterà sulla situazione generale dei rapporti itala-austriaci.

Anche in questo momento, quando maggiore era la soddisfazione per la sistemazione raggiunta, non era infatti questa soddisfazione priva di una qualche vena di rimpianto: era percettibile una tacita o appena espressa riserva mentale, che condizionava e in un certo senso definiva la qualità della propria soddisfazione: i risultati raggiunti sono soddisfacenti «nelle presenti circostanze»; è quanto di meglio si poteva sperare nel quadro di sistemazione territoriale avvenuto a Parigi.

A questo stato d'animo austriaco, fa riscontro una incondizionata soddisfazione da parte alleata e una simpatica risonanza internazionale; qui in loco ho ricevuto da ogni parte complimenti e felicitazioni per il Governo italiano che ha saputo dare in questo torbido momento della vita europea un esempio così nobile e intelligente di alta comprensione e di liberalità. E se questa risonanza è un'altra posta attiva a vantaggio della politica da noi seguita, non si può neppure non considerare che parte anch'essa dal presupposto che il problema sia risolto una volta per sempre. Ma come oggi l'opinione internazionale si distende e si rallegra, così certamente domani si inalbererebbe e protesterebbe di nuovo al primo ~~gno di qualche difficoltà, prossima o remota, in sede esecutiva. Del resto sarà lo stesso Governo austriaco a continuare a vigilare e controllare.

E che esso non intenda rinunciare in nessun modo a questa specie di diritto preminente che presume essergli e in parte gli è accordato dall'accordo di Parigi, basta a mostrarlo il tono e il contenuto della lettera diretta dal ministro Gruber al presidente De Gasperi, di cui codesto Ministero mi ha dato cortese comunicazione con dispaccio n. 16/2322/c. del 23 gennaio u.s.S, nonché il testo proposto dal Governo austriaco per l'articolo 7 dell'accordo sul traffico ferroviario S. CandidoBrennero.

Sono cose del resto ed elementi già noti a codesto Ministero, che giova forse oggi rievocare per norma di complessivo comune orientamento, anche in vista della risposta che dovrà essere data al ministro Gruber6 e del periodo per così dire amministrativo in sede esecutiva e applicativa che ora si apre dell'accordo a Parigi.

240 l Vedi serie decima, vol. VI, D. 762.

240 5 Non pubblicato, ma vedi D. 96. 6 La lettera di risposta di De Gasperi del 4 febbraio (D. 219) non era ancora pervenuta a Cosmelli.

241

IL MINISTRO A VIENNA, COSMELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1471/138. Vienna, 8 febbraio 1948 (per. il 12).

Con riferimento ad altro mio rapporto n. 1439/126 in pari datai riguardante più specitìcatamente le opzioni e l'autonomia dell'Alto Adige, e come già accennato nel medesimo, ho l'onore di inviare qui accluso, nel testo originale tedesco e in traduzione, una nota verbale n. Z. 110.7 57 P o l. 1948 del Ministero federale degli affari esteri in data 30 gennaio pervenutami ieri, con la quale il Governo austriaco rammenta gli ulteriori impegni previsti dall'accordo Gruber-De Gasperi che rimangono ancora scoperti dopo la risoluzione della questione delle opzioni e della autonomia2.

Codesto ministero mi ha già cortesemente comunicato con dispaccio n. 2526/c. del 24 gennaio u.s.3 il testo del progetto di accordo pervenuto da codesta legazione d'Austria relativo al traffico stradale facilitato che dovrebbe essere istituito attraverso la Pusteria tra San Candido e Brennero, come pure rilevo che sono stati interpellati i vari ministeri tecnici competenti perché esaminino tale progetto e facciano conoscere al più presto il loro punto di vista. Non sarà certo sfuggito costì come in questo testo riappaia identico quell'art. 7, già contenuto nell'accordo per il traffico ferroviario San Candido-Brennero e di cui, come ho riferito telegraficamente con mio telegramma n. 19 del 5 corrente4, il ministro Gruber, nel chiedere l'anticipata e pratica applicazione, sul traffico ferroviario dell'accordo consente all'accantonamento, lasciando impregiudicata la questione di principio in quell'articolo trattata.

A complemento di quanto già riferito, aggiungo che in tale confronto dissi al ministro Gruber e ai funzionari tecnici del Ministero degli esteri che si occupano della questione che la redazione proposta dalla amministrazione austriaca non era sembrata troppo felice, denotando una preoccupazione che non aveva ragione di essere e che anzi, nel modo come si manifestava, produceva una impressione non favorevole.

Questi hanno convenuto che la questione non era essenziale, pur esprimendo chiaramente la preoccupazione di far constare, negli accordi di esecuzione, il carattere permanente della validità dell'impegno assunto a Parigi. Osservai che a mio avviso, anche dal lato strettamente giuridico, era una capziosità e che il semplice riferimento, nel preambolo degli accordi di esecuzione, al precedente accordo di Parigi da cui derivano, era più che sufficiente dal lato legale a coprire questa preoccupazione, d'altra parte completamente ingiustificata. Evidentemente l'accordo Gruber-De Gasperi così come è redatto e per di più incorporato nel

2 Vedi Allegato.

3 Non pubblicato.

4 Vedi D. 222.

trattato di pace, non è soggetto a termine di denunzia giuridica; vi potrà essere semmai una scadenza e una revisione in sede politica e storica: sorte generica di ogni trattato. Ma è una ipotesi non attuale, che non può essere discussa né presa in considerazione.

Come V.E. rileverà, nella nota verbale allegata vengono trattati tre punti: a) accordo sul traffico preferenziale per persone e merci di cui alla lettera d) del paragrafo 3) dell'annesso IV del trattato di pace (accordo De Gasperi-Gruber). È il cosiddetto traffico di frontiera che nel caso previsto in tale articolo comprende non la limitata zona di immediata adiacenza alla frontiera come è usuale in questo genere di accordo ma due intere regioni; b) accordo per il reciproco riconoscimento dei gradi e titoli accademici. È l'accordo previsto nella lettera b) del paragrafo 3 dell'annesso IV sopra citato; c) questione giuridica assai sottile di interpretazione sul valore del termine di un anno previsto dall'accordo di Parigi per la conclusione degli accordi esecutivi. Si chiede in sostanza una conferma che tale termine non è un termine preclusivo né di decadenza di diritto. Se codesto Ministero è d'accordo, penserei di rispondere, magari con una semplice comunicazione verbale, dicendo che per noi il problema neppure si pone, e che d'altra parte tutto quello che sta avvenendo mostra che nessun significato è stato mai attribuito al termine indicato nell'accordo di Parigi. Come si rileva dalla nota verbale austriaca, e come è confermata da una allocuzione illustrativa della situazione tenuta alla radio di Vienna la sera del 7 corrente dal direttore degli affari politici al Ministero degli esteri ministro Leitmaier, si trovano qui in gestazione dei progetti per gli accordi di cui alle lettere a) e b), e che essi saranno quanto prima a noi presentati per esame e discussione. L'accordo per il riconoscimento dei gradi e titoli di studio ha una portata e un contenuto tecnico a parte; assai più importante, per la complessità dei problemi economici, di sicurezza e anche politici che pone è l'accordo per il cosiddetto traffico di frontiera. Sarebbe stato forse preferibile da un punto di vista tattico e politico, e mi sembra intendere che anche codesto Ministero è di tale avviso, che fossimo stati noi a predisporre tempestivamente un progetto di accordo in proposito, non solo per la grande importanza che per noi esso riveste, ma per la considerazione che è sempre più conveniente discutere sopra un proprio progetto che su un progetto di iniziativa dell'altro contraente. Non so se le nostre autorità abbiano predisposto qualche testo nella materia e se sarebbe eventualmente possibile di precorrere la iniziativa austriaca e presentare al più presto un nostro progetto. Dalla nota austriaca non appare chiaro se il progetto sul traffico di frontiera in gestazione comprenda, come è probabile, anche il regolamento del passaggio delle persone tra le due zone, che sarebbe poi il regime definitivo da sostituire all' attuale provvisorio stabilito dal cosiddetto accordo Innocenti-Comando francese di occupazione, di cui anche al mio telegramma per corriere del 22 gennaio u.s.s. Prospetto se non sia il caso di considerare nel regolamento del traffico di frontiera di cui al paragrafo 3 lettera d) dell'accordo De Gasperi-Gruber due sot

tospecie di traffici: il primo, piccolo traffico di frontiera propriamente detto, esteso a tutta la frontiera itala-austriaca, come è usuale tra paesi confinanti; un secondo, traffico di frontiera più vasto, che è poi quello a cui evidentemente si riferisce l'accordo di Parigi, traffico, si potrebbe dire interregionale, tra due zone adiacenti, separate dal confine politico.

Con il mio telegramma, sopra citato, avevo promesso di tornare sulla questione del traffico delle persone; confesso che sono ancora purtroppo nella impossibilità di farlo, perché il console generale Biondelli è ammalato e non ci siamo potuti così vedere. D'altra parte la questione presenta tale particolarità di dettagli e di situazioni che non è agevole concretizzare delle idee e delle proposte, dato anche il carattere definitivo del regolamento che ora si dovrebbe andare a concludere, senza essersi resi conto perfettamente di tutte le particolarità di funzionamento. Né infine d'altra parte sembra che la revisione dell'accordo Innocenti-Autorità francesi si presenti ormai urgente in quanto che è più semplice, al punto in. cui sono ora le cose, pensare alla conclusione dell'accordo definitivo previsto a Parigi e che sostituirà l'attuale regime provvisorio.

Mi riservo pertanto di riferire in proposito appena avrò avuto la possibilità di rendermi conto di quella che, ad avviso di questo ufficio e del consolato generale in Innsbmck, possa essere la soluzione più conveniente per noi.

ALLEGATO

NOTA VERBALE Z. 110.757 POL. 1948. Vienna, 30 gennaio 1948.

Wie erinnerlich, sieht das Pariser Abkommen in Art. 3 vor, dass die italienische Regierung sich verpflichtet, in Konsu1tation mit der osterreichischen Regierung und innerhalb eines Jahres von der Unterzeichnung des "gegenwartigen Vertrages" die in der Folge aufgezah1ten Schritte zu untemehmen:

a) die Optionen zu revidieren; b) e in Abkommen tiber di e gegenseitige Anerkennung der akademischen Grade und Titel erzielen;

c) ein Abkommen tiber den freien Durchgangsverkehr von Passagieren und Gtitern zwischen Nordtiro1 und Osttiro1 mit der Bahn und auf der Strasse zu schliessen;

d) besondere Abkommen zu treffen, diedazu dienen, einen erweiterten Grenzverkehr und den ortlichen Austausch von gewissen Mengen charakteristischer Produkte und Gtiter zwischen Oesterreich und Italien zu erleichtem.

Dem Punkt a) ist bereits durch die soeben erfolgte Annahme des in Konsultation mit Oesterreich zustandegekommenen Optantengesetzes entsprochen. Ebenso ist dem Punkt c) insoferne entsprochen, als ein oster.-italienisches Abkommen tiber den Eisenbahndurchgangsverkehr bereits paragraphiert wurde und ein solches tiber den Strassendurchgangsverkehr Nordtirol-Osttirol in Verhandlung steht.

Zu Punkt b) und d) sind bisher noch keine Verhandlungen eingeleitet worden.

Die osterreichische Regierung beehrt sich mitzuteilen, dass bei den zustandigen osterreichischen Stellen der Entwurf zu einem Vertrag ftir einen bevorzugten Personen-und Gtiterverkehr zwischen Nordtirol und Stidtirol in Ausarbeitung steht und der Italienischen Regierung binnen kurzem iibermittelt werden wird. Ebenso befindet sich ein Entwurf zu einem Abkommen iiber die gegenseitige Anerkennung der akademischen Grade und Titel im Studium.

Das Bundeskanzleramt, Auswartige Angelegenheiten, beehrt sich zur Behebung etwaiger Zweifel darauf hinzuweisen, dass die im Pariser Abkommen genannte Frist von einen Jahr, innerhalb welchem die italienische Regierung die dort vorgesehenen Vertragsverhandlungen einleiten solite, selbstredend nicht als Verfallsfrist betrachtet wird, sodass der Jahrestag des Inkrafttretens des italienischen Friedensvertrages, d.i. der l 0.11.1948, keinesfalls eine Praklusivfrist fur die Einleitung von Verhandlungen in Sinne der noch offenen Punkte des Artikels 3 des Pariser Abkommens darstellen kann. Die osterreichische Bundesregierung ist vielmehr jederzeit und ohne Bindung an irgend einen Termin bereit, mit der italienischen Regierung in Besprechungen iiber die im Pariser Abkommen aufgestellten, noch offenen Punkte einzutreten und darf der Erwartung Ausdruck geben, dass auch die italienische Regierung diese Ansicht teilt und die Fristen keinesfalls als Verfallstermine ansieht.

Das Bundeskanzleramt, Auswartige Angelegenheiten, bittet die Italienische Gesandtschaft um eine gefallige Bestatigung im Gegenstande und beniitzt die Gelegenheit, um die Italienische Gesandtschaft erneut seiner ausgezeichneten Hochachtung zu versichern.

TRADUZIONE

Come è noto, l'accordo di Parigi, prevede all'articolo 3 che il Governo italiano si impegna a prendere, d'intesa col Governo austriaco, e nel termine di un anno dalla firma del «presente trattato» le misure qui sotto enumerate:

a) rivedere le opzioni;

b) predisporre un accordo per il reciproco riconoscimento dei titoli e gradi accademici;

c) concludere un accordo per il libero transito di passeggeri e di merci fra il Tirolo settentrionale e il Tirolo orientale, sia per ferrovia che per strada;

d) stabilire speciali intese allo scopo di agevolare un più largo traffico di frontiera così come lo scambio locale di determinate quantità di prodotti e merci caratteristiche fra l'Italia e l'Austria.

A quanto previsto dal punto a) è stato provveduto con la recente approvazione della legge sugli optanti, redatta previa intesa col Governo austriaco. Analogamente, si è provveduto a quanto previsto nel punto c) nel senso che un accordo itala-austriaco per il traffico ferroviario è stato già parafato, mentre sono in corso le trattative per la conclusione di altro accordo analogo per il traffico stradale fra il Tirolo settentrionale e quello orientale.

Per quanto concerne i punti b) e d) non sono ancora state iniziate trattative.

Il Governo austriaco ha l'onore di comunicare che presso gli uffici austriaci competenti è in corso di elaborazione il progetto di trattato per l'agevolazione del traffico delle persone e delle merci fra il Tirolo settentrionale e meridionale progetto che verrà quanto prima portato a conoscenza del Governo italiano. Analogamente è allo studio il progetto di un accordo per il reciproco riconoscimento di gradi e titoli accademici.

La Cancelleria federale, Dipartimento degli affari esteri, ha l'onore di attirare l'attenzione, ad evitare eventuali dubbi, sulla circostanza che il termine di un anno citato negli accordi di Parigi, entro il quale il Governo italiano avrebbe dovuto avviare le trattative

previste per la conclusione di tali accordi, ovviamente non è da considerarsi come un termine di decadenza-così che la data del 10 febbraio 1948, data dell'entrata in vigore del trattato di pace dell'Italia6 -in nessun caso può rappresentare un termine di decadenza per l'inizio di trattative nel senso previsto dai punti rimasti ancora in sospeso dell'articolo 3 degli accordi di Parigi. Il Gov~rno federale austriaco è quindi pronto, in ogni momento, e senza considerarsi legato ad alcun termine, ad iniziare conversazioni con il Governo italiano, circa i punti stabiliti dall'accordo di Parigi e rimasti ancora in sospeso; e si permette di fare affidamento sul fatto che anche il Governo italiano condivida questo punto di vista, e non considera quel termine, in alcun caso, come termine di decadenza.

La Cancelleria federale, Dipartimento degli affari esteri, prega la legazione d'Italia per una cortese conferma sull'argomento e coglie questa occasione per rinnovare l'espressione della sua alta considerazione.

241 l Vedi D. 240.

241 5 Trattasi del T. per corriere 135!/002 da Vienna, non pubblicato.

241 6 Nota in calce al documento: «No, è un anno dalla firma del trattato di pace».

242

IL MINISTRO A L'AJA, BOMBIERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1760/17. L'Aja, 9 febbraio 1948, ore 21,23 (per. ore 8,30 del 10).

Direttore affari economici di questo Ministero affari esteri mi ha confermato che anche Governo olandese -d'accordo altri Governi Benelux-stima che formulazione trattato Dunkerque, che tiene soltanto conto eventualità aggressione tedesca, non risponda ormai più attuale situazione politica internazionale e che si starebbe pertanto orientando verso un unico trattato mutua assistenza sul tipo patto panamericano 1947 (si rinunzierebbe quindi all'idea di una rinnovazione patti bilaterali suggerita dalla stampa olandese e di cui al mio telegramma per corriere 7 corrente 051). Questo Governo intenderebbe inoltre insistere affinché tale trattato si mantenga entro i limiti dei patti regionali, carta S. Francisco e avvenga sotto egida dell'O.N.U. affinché si dia all'Unione occidentale carattere prevalentemente economico.

Tali idee sono ancora qui abbastanza vaghe giacché per concretarle si attende progetto britannico che per quanto preannunziato già da vari giorni non è ancora pervenuto all' Aja.

Comunque Governi Benelux sono decisi ad evitare ogni impegno in questo campo fino a quando non siano state decise linee fondamentali del futuro regime politico ed economico della Germania. Ed a tale riguardo mi è stato fatto comprendere che all'Aja si nutrirebbe ora qualche maggiore speranza, potendo già contare sulle favorevoli disposizioni dell'Inghilterra e della Francia, ad ammettere rappresentanti Benelux alle discussioni prossima conferenza Londra (tale questione dovrebbe essere risolta nella prima seduta conferenza 19 corrente).

Suddetto funzionario mi ha inoltre detto che Benelux aveva interpellato Governo britannico circa inviti partecipare politica generale Unione doganale italo francese, proposta francese accedere Benelux.

A parte ogni altra considerazione si vorrebbe qui in ogni modo evitare lasciare fuori Inghilterra da un progetto di intese economiche comprendenti maggior parte Europa occidentale. Per quanto politica inglese non abbia ancora adottato un deciso orientamento, qui si spera che finiscano col prevalere considerazioni su necessità solidarietà economico europea e che Inghilterra decida partecipare ad unione doganale occidentale.

242 l Non pubblicato.

243

L'INCARICATO D'AFFARI A BRUXELLES, VENTURINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 412. Bruxelles, 9 febbraio 1948 (per. il 17).

Il ministro Grazzi avrà già informato V.E. sui retroscena e sui risultati della seconda sessione del Comitato di studi per l'unione doganale europea.

La mossa francese di offrire a Benelux di iniziare uno studio per esaminare vantaggi ed inconvenienti di una unione doganale ed economica fra Francia e Benelux alla quale l 'Italia avrebbe dovuto essere associata, aveva fatto nascere il timore che il movimento verso l'unione italo-francese potesse subire una fase di arresto che certo non risponde ai nostri interessi.

L'iniziativa italiana di associarsi al passo francese nonché l'opera chiarificatrice svolta dal ministro Grazzi in questa settimana di permanenza a Bruxelles hanno servito a dissipare il pericolo che venisse in tal modo dilazionata la realizzazione del piano che a noi sta a cuore e ritengo di essere vicino al vero affermando che l'alquanto precipitata mossa fosse dovuta più che altro al desiderio molto francese -di precedere il discorso Bevin e il passo con cui è stato offerto ai tre governi formati Benelux di concludere un trattato di alleanza con Inghilterra e Francia, allo scopo di creare una prima solida base ali 'unione occidentale.

Comunque il rapido evolvere degli avvenimenti ha fatto cadere nel dimenticatoio l'iniziativa francese anche perché Benelux ha dato la netta sensazione di non essere maturo per aderire ad una più larga unione fintanto che la situazione generale non sia chiarificata e innanzi tutto che non si siano visti i frutti pratici degli studi fra la Francia e l 'Italia. Solo allora sia il Belgio che l 'Olanda saranno forse disposti a considerare l'eventualità di un'unione doganale ed economica con quella italo-francese. D'altra parte, come è noto, vi è un'antica riluttanza belga, ora ripresa da Benelux, di imbarcarsi, senza una partecipazione riequilibratrice britannica, in accordi per i quali Parigi possa divenire troppo predominante.

Certo si è che in queste ultime settimane Bruxelles è stata bombardata di offerte, proposte, visite che, se vellicano l 'amor proprio di questa gente, la rende nel contempo molto cauta chè, abituata ad un largo ma modesto piede di casa, incontra qualche difficoltà ad inserirsi nel grande girone internazionale. Si nota infatti una certa riluttanza a seguire quella figura di primissimo piano che è il signor Spaak nella sua politica di largo respiro in quanto la stessa classe dirigente è rimasta in parte ancorata a vecchie abitudini, a vecchie tradizioni di neutralità malgrado che i fatti abbiano dimostrato quanto esse fossero fallaci e non abbiano risparmiato al Belgio, all'Olanda, al Lussemburgo le dure sofferenze della guerra dell'occupazione e della liberazione.

Altro fenomeno che vale la pena di sottolineare è che in questo operoso triangolo europeo si assiste ad un sia pure amichevole antagonismo franco-inglese. Se l'accordo fra Francia ed Inghilterra è condizione indispensabile per la costituzione di un solido edificio occidentale, è peraltro indubbio che Londra e Parigi nutrono concezioni diverse e sotto non pochi aspetti contrastanti circa la forma da dare a tale edificio sia per quanto concerne il lato economico che la soluzione del problema tedesco.

In altre parole tutti sono concordi sulle necessità di creare al più presto una unione occidentale, ma non poche sono le divergenze circa gli aspetti che essa deve assumere. Da un lato gli inglesi non possono facilmente dimenticare il loro lungo passato insulare né trascurare i loro legami politici e soprattutto economici con il Commonwealth, dall'altro la Francia non vuole abdicare alla sua altrettanto lunga ambizione di <~ouer le premier ròle» nel concerto europeo.

Ora per quanto gli scopi politici siano un denominatore comune a tutti, è necessario per ognuno dei contraenti di cementare, o sostanzialmente o apparentemente, i suoi piani con delle intese economiche possibilmente di larga portata e a tale riguardo osservo che da qui sembrerebbe che all'Italia convenga di accelerare a qualsiasi costo la realizzazione dell'unione italo-francese, dato che oltre ad essere la sola iniziativa europea (a parte Benelux) che potrebbe essere rapidamente attuata, essa darà ai due paesi congiunti una potenza di gran lunga superiore alla somma aritmetica delle rispettive forze, perme.ttendo quindi di assumere su tutti i problemi un atteggiamento comune che più facilmente potrebbe far accogliere tesi a noi care o favorevoli, faciliterà l'eventuale ulteriore adesione di Benelux e, in mutate condizioni, della Spagna e permetterà comunque con minori timori francesi la soluzione di quel problema tedesco mancando la quale non è possibile concepire una vera Europa occidentale.

Se invece così non fosse ed a parte le indubbie difficoltà di giungere ad una unione economica più vasta, il perno di qualsiasi altro sistema sarà Londra invece che Parigi. Noi correremo allora il rischio di vedere sempre più spostato sul Reno e sui porti che servono il suo hinterland l'asse economico dell'Europa occidentale -il che sotto certi aspetti è fatale -di cui l 'Italia ne sarebbe anche esteticamente un poco l'appendice. Al contrario qualora Parigi riuscisse, attraverso una salda unione con Roma ad assumere il leadership europeo, è pensabile che pure non trascurando i suoi tradizionali legami con l'Inghilterra, essa sarebbe portata dalla concatenazione degli interessi a maggiormente valorizzare il Mediterraneo con evidenti vantaggi per tutti i paesi e territori che in esso si bagnano.

Da Bruxelles le impressioni conclusive nell'affastellarsi di iniziative tutte tendenti allo stesso scopo, quello di salvare il comune patrimonio di tradizioni, di idee, di modo di vita, fanno pertanto apparire che sul piano politico e militare a noi può convenire che l'Unione occidentale conglobi il maggiore numero possibile di paesi, ma sul piano economico e subordinatamente politico ci conviene che prima di ogni ulteriore allargamento si giunga alla più stretta unione, oserei quasi dire fusione, fra l'Italia e la Francia.

244

IL MINISTRO A L' AJA, BOMBIERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1810/18. L'Aja, 10febbraio 1948, ore 21 (per. ore 8 del/'11).

Ho rimesso a questo Ministero degli affari esteri ed opportunamente illustrato la nota contenente le considerazioni esposte telegramma V.E. 1543/c.'. Mi è stato assicurato che rappresentanti Olanda ne terranno conto «compatibilmente con le possibilità».

Come già riferito con mio telegramma 172, questione se delegazione Benelux parteciperà discussione conferenza Londra o sarà soltanto chiamata esporre proprio punto di vista verrà decisa nella prima seduta conferenza. Sembra che governi inglese e francese si siano già dichiarati in principio favorevoli a tale partecipazione. Tuttavia anche in questo caso è da prevedere che Benelux avrà scarso peso su decisioni.

Questione inserimento Germania occidentale nel quadro cooperazione economica europea fa parte programma olandese e rientra nel piano generale organizzato da questo Governo per cercare che produzione e mercati tedeschi siano messi in condizione contribuire ricostruzione economica paesi vicini. Discussione o meno di tali questioni dipenderà da intenzioni americane e inglesi e da possibilità che lavori conferenza offriranno alla delegazione Benelux.

A tale riguardo non mi è stata nascosta viva preoccupazione provocata in questo ambiente da recente dichiarazione segretario di Stato Marshall circa riduzione livello industriale tedesco.

245

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1807/54. Mosca, 10 febbraio 1948, ore 22,41 (per. ore 8 de/1'11).

Circa pubblicazione da parte Stati Uniti d'America documenti su relazioni tedesco-sovietiche durante periodo 1939-411 trasmetto punti essenziali lungo comunicazione di risposta dall'Ufficio Informazioni sovietico pubblicata da tutti i giornali odierni:

l) respinge insinuazione che so vieti avrebbero a suo tempo rifiutato partecipare preparazione pubblicazione materiali archivio catturati in Germania;

2 Vedi D. 242.

2) accusa azione americana di unilateralità avendo omesso pubblicazione documenti riferentisi periodo Monaco; 3) riduce scopo tale pubblicazione a desiderio calunniare e diffamare

U.R.S.S. indebolendone influenza internazionale e ciò anche allo scopo politico interno per combattere alla vigilia elezioni presidenziali elementi progressivi americani desiderosi migliorare relazioni con U.R.S.S.;

4) preannunzia pubblicazione documenti segreti su relazioni fra Germania hitleriana e Governi anglo-franco-americano caduti in mano sovietica e che erano stati da predetti Governi nascosti ad opinione pubblica.

5) Dopo tale preambolo passa a cronistoria relazioni fra Alleati e Germania in periodo 1924-1939 concludendo che aggressione hitleriana divenne possibile: l) perché potenze occidentali e specialmente S. U.A. contribuirono risorgimento potenza economica militare Germania; 2) perché rifiuto circoli dirigenti anglofrancesi ad organizzazione sicurezza collettiva patrocinata dall'U.R.S.S., disgregò fronte unico Nazioni amanti pace contro aggressione facilitando così guerra aggressione Germania.

Comunicazione Ufficio Informazioni continuerà prossimi giorni2. Per il momento non sono stati addotti argomenti per confutare tesi che accordo tedesco-sovietico 1939 abbia determinato scatenamento seconda guerra mondiale.

244 l Vedi D. 237.

245 l Vedi D. 159, nota l.

246

IL MINISTRO A SOFIA, GUARNASCHELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 1992/09. Sofia, 10 febbraio 1948 (per. il 14).

Seguito telegramma per corriere n. 06 del 7 corrente!.

Questo direttore generale degli affari politici, ministro Petzev, mi ha confermato che è attualmente in discussione il testo del trattato di amicizia, collaborazione e mutua assistenza da stipularsi fra la Bulgaria e la Cecoslovacchia.

Egli mi ha fatto capire che la discussione verte soprattutto sulla clausola che impegnerà alla mutua assistenza nei riguardi di un eventuale aggressore. Tale aggressore, secondo il Governo di Praga, si identifica con la Germania o con uno Stato ad essa associato; mentre da parte bulgara sembra si intenda prevedere la possibilità di aggressioni da parte dei terzi Stati in genere. Comunque -mi ha detto il ministro Petzev -si giungerà ad una formula d'accordo.

Questa discussione è il riflesso delle due tendenze che, nei trattati del genere finora conclusi, si sono manifestate: da parte degli Stati che hanno risentito diret

246 ' Con tale telegramma Guarnaschelli preannunciava la conclusione di un trattato tra Bulgaria e Cecoslovacchia.

tamente la minaccia tedesca, ci si limita a prevedere il caso dell'aggressione da parte della Germania o di un suo Stato associato. Da parte bulgara, albanese e jugoslava si tende invece piuttosto a generalizzare, contemplando anche la possibilità di una aggressione dal sud (Grecia e Turchia) e dall'ovest (Italia). Da questa diversa posizione nascono le differenti dizioni usate nei trattati.

A tale riguardo può essere interessante rilevare che nel più recente trattato del genere, quello russo-romeno, che è il primo che l'U.R.S.S. conclude con uno degli Stati ex-satelliti della Germania, è stata adottata la formula secondo la quale la mutua assistenza giuocherà nel caso di aggressione della Germania o di qualsiasi altro Stato ad esse comunque associato.

Questa formula permette di mantenere la Germania come principale ipotetico aggressore, anche se in realtà la Germania di oggi, divisa e prostrata, è impiegata come falso scopo, atto a velare il reale obiettivo cui si mira.

245 2 Vedi D. 255.

247

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

TELESPR. 0164 SEGR. POL. Roma, l O febbraio 1948.

Rapporto di V.E. n. 510/185 del 3 febbraio I.

Il rapporto sopracitato -incrociatosi con la mia lettera n. O121 del 5 febbraio2 -merita qualche commento che mi affretto a farle pervenire perché l'E.V. ne abbia norma negli ulteriori contatti costà sull'argomento.

Non è esatto che nelle sfere dirigenti, anche burocratiche, italiane non ci si renda conto dell'importanza che hanno assunto i movimenti nazionalisti arabi e che n eli' esaminare il problema dell'Africa settentrionale non si tenga da parte nostra sufficientemente conto di tale importante elemento. È possibile che l'ansioso interesse con cui tutto il paese segue la questione, così come il risentimento per gli agenti britannici che hanno sorretto tali movimenti (i quali altrimenti si sarebbero diffusi nelle nostre ex colonie assai limitatamente) abbiano dato costì tale erronea impressione; ma la realtà è differente e se ne avrà la prova quando saremo chiamati ad esporre il nostro punto di vista sulla Tripolitania. Non è nemmeno esatto che da parte nostra non si tenga conto degli interessi strategici altrui. Basterà a tale proposito riandare alle proposte contenute nei nostri memorandum presentati sin dalla Conferenza di Parigi, nei quali era offerto il nostro disinteresse per esempio per il Porto di Tobruk e per la Marmarica, e basterà anche riprendere le offerte da noi fatte direttamente alla Gran Bretagna (telespresso del 30 settembre 194 7)3 di tener conto dei suoi eventuali interessi strategici in Eritrea.

247 I Vedi D. 216.

2 Vedi D. 227.

3 Vedi serie decima, vol. VI, D. 540.

Nell'un caso e nell'altro ci è stato opposto il più assoluto silenzio e quindi non è giusto dirci ora che non siamo disposti a «tenere presenti le esigenze di carattere militare-strategico» anglosassoni.

Comunque, sia per l'una che per l'altra delle suaccennate questioni, sembra a noi che il perdurare e il possibile accentuarsi dei malintesi sia derivato e derivi soprattutto dall'ermetico atteggiamento che si è tenuto nei nostri riguardi su tale delicata questione, forse erroneamente considerando che ad essa non fosse, come invece è, sensibile l'opinione pubblica italiana di tutti i partiti. Noi siamo convinti che, parlandoci, tali malintesi ed equivoci si disperderebbero e che non sarebbe difficile trovare una formula che soddisfi. Già i primi contatti di V.E. hanno permesso alcune constatazioni in merito alle quali le ho risposto. Si continui dunque a parlare della questione, ad esaminarla, ad approfondirla insieme. Non chiediamo di meglio e siamo convinti che sarà nell'interesse e per il bene di tutti.

248

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, ALLE AMBASCIATE A LONDRA, PARIGI E WASHINGTON E ALLA LEGAZIONE A VIENNA

TELESPR. 16/04457 /c. Roma, l O febbraio 1948.

Te1espresso di questo Ministero n. 16/40256/c. del 24 dicembre u.s.l.

Come noto l'Assemblea costituente nella seduta del 29 gennaio u.s. ha approvato lo statuto speciale che fissa le norme costituzionali dirette a regolare il regime autonomo concesso alla regione «Trentino-Alto Adige».

In attesa di poter inviare alla S.V. il testo dello statuto stesso, d'imminente pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, si trasmette in allegato, per documentazione di codesta rappresentanza, copia delle lettere inviate dal presidente e dal segretario del «Suedtiroler Volkspartei» e dal segretario del «Sozial Demokratische Partei Suedtirols» all'On. Perassi, presidente della «Sottocommissione parlamentare per gli Statuti speciali» colla quale erano state riprese da parte dei predetti esponenti dei gruppi etnici alto-atesini le conversazioni già in precedenza tenute in tema di autonomia in Alto Adige2.

Con tali lettere si è tenuto ad esprimere la soddisfazione dei sopra menzionati raggruppamenti politici alto-atesini per la soluzione data al problema dell'autonomia della regione e a riconoscere in modo esplicito «con vivo compiacimento che l'accordo De Gasperi-Gruber intervenuto a Parigi nel settembre 1946, per quanto riguarda il problema dell'autonomia è ormai tradotto in realtà».

248 t Con esso Fransoni aveva trasmesso lo schema finale dello statuto speciale ed informato che lo stesso era stato sottoposto all'Assemblea costituente per l'approvazione. 2 Vedi Allegati I e II.

Successivamente e prima di lasciare Roma, il presidente del S.V.P. con lettera del 31 gennaio, che pure si unisce in copia3, nell'inviare al presidente del Consiglio copia della lettera 28 gennaio diretta al presidente della Commissione parlamentare, ha tenuto ad assieurare che la concessione dell'autonomia dell'Alto Adige non solo non rappresenterà un pericolo per l'unità dello Stato italiano ma costituirà «il mezzo più efficace per accattivarsi il cuore della nostra popolazione e per arrivare presto ad una feconda collaborazione pacifica fra i gruppi di lingua e costumi diversi nella nostra provincia».

Anche il ministro d'Austria a Roma ha tenuto ad esprimere, con la lettera qui pure unita in copia4, la propria gratitudine per la comprensione mostrata dal Governo italiano nell'occasione.

Aderendo al desiderio espresso dalla Presidenza del consiglio si pregano le rappresentanze in indirizzo di voler opportunamente mettere in valore tali manifestazioni di riconoscimento, sia da parte austriaca che alto-atesina, per la liberale aderenza italiana alla lettera ed allo spirito dell'accordo De Gasperi-Gruber concluso a Parigi il 5 settembre 1946.

Si gradirà conoscere, a suo tempo, quale occasione sia stata colta per tale opera di valorizzazione dello statuto regionale Trentino-Alto Adige e dello spirito conciliativo con il quale il Governo ed Assemblea costituente hanno affrontato e risolto così delicato problema costituzionale in vista della più completa chiarificazione dei rapporti itala-austriaci e nel quadro di una intima collaborazione nell'Europa occidentale.

Si prega, inoltre, di voler inviare tutti i ritagli stampa degli articoli e delle corrispondenze che abbiano trattato della soluzione data dall'Italia al problema in questione.

ALLEGATO I

IL PRESIDENTE DEL SODTIROLER VOLKSPARTEI, AMONN, ALL'ONOREVOLE PERASSI

L. S.N. Roma, 2 8 gennaio 1948.

Nella qualità di presidente del Siidtiroler Volkspartei ringrazio, anche a nome del gruppo di lingua tedesca, dell'amabilità colla quale ella ed i componenti della on. Commissione hanno voluto ascoltare le osservazioni da noi esposte in merito allo schema di statuto per l'ordinamento autonomo della regione Trentino-Alto Adige, predisposto dalla Commissione presidenziale.

In particolare, esprimo tutta la mia soddisfazione e quella del gruppo che rappresento per la comprensione dimostrata nell'esame delle nostre osservazioni e per l'accoglimento di gran parte delle nostre principali richieste, sì che possiamo constatare con vivo compiacimento che l'accordo De Gasperi-Gruber intervenuto a Parigi nel settembre 1946, per quanto riguarda il problema fondamentale dell'autonomia, è ormai tradotto in realtà.

248 3 Vedi Allegato III. 4 Vedi Allegato N.

Confidiamo che nell'applicazione dello statuto si verrà a creare tra i gruppi linguistici della nostra provincia quell'atmosfera di reciproca fiducia e comprensione tanto necessaria ai fini di una feconda collaborazione per lo sviluppo della regione, nell'interesse generale del Paese.

ALLEGATO Il

IL SEGRETARIO DEL SOZIALDEMOKRATISCHE PARTEI SÙDTIROL, FOGLIETTI, ALL'ONOREVOLE PERASSI

L. S.N. Roma, 28 gennaio 1948.

All'atto della chiusura dei lavori della Commissione per il coordinamento degli statuti, è mio grato dovere esprimerle anche a nome del mio partito, il più vivo ringraziamento per la sua obiettività e per la comprensione dimostrata nel risolvere la questione dell'autonomia altoatesina.

Sono certo che con l'autonomia testé approvata dalla Commissione da lei presieduta con tanta e rara competenza, la popolazione sudtirolese inizierà a sentirsi finalmente portata verso la Repubblica italiana con sinceri intendimenti di cittadini, liberi da qualsiasi preoccupazione per la salvaguardia dei loro diritti etnici.

La prego, illustrissimo on. presidente, di estendere il mio ringraziamento anche agli onorevoli deputati componenti la Commissione che, nella elaborazione dello statuto «Trentina-Alto Adige», hanno saputo tradurre in formulazioni statutarie gli ideali democratici cui si ispira la Costituzione della Repubblica italiana.

ALLEGATO III

IL PRESIDENTE DEL SÙDTIROLER VOLKSPARTEI, AMONN, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, DE GASPERI

L. S.N. Roma, 31 gennaio 1948.

Prima di partire da Roma desidero esprimerle la mia personale gratitudine e quella del gruppo che rappresento per l'autorevole interessamento spiegato da V.E. affinché ancor prima della chiusura dei lavori della Costituente venisse votato lo statuto della nostra autonomia con tutte quelle modifiche apportate dalla sottocommissione per gli statuti regionali in accoglimento di gran parte delle aspirazioni della nostra popolazione e particolarmente del suo personale intervento nella discussione della Costituente nella tornata del 29 andante e delle calde parole ivi pronunziate dalla E.V. in appoggio dell'autonomia.

Nessuno, più e meglio di V.E., trentina, può comprendere come il desiderio di un regime autonomo, radicato da secoli nell'animo della nostra gente, non sia una minaccia all'unità dello Stato ma anzi il mezzo più efficace per accattivarsi il cuore della nostra popolazione e per arrivare presto ad una feconda collaborazione pacifica tra i gruppi di lingua e costumi diversi viventi nella nostra provincia.

La nostra soddisfazione trova, peraltro, conferma nella lettera indirizzata il 28 andante ali' o n. Perassi quale rappresentante della Costituente e che ritengo doveroso di rimettere anche a V.E. quale presidente del Consiglio dei ministri.

Voglia gradire, Eccellenza, l'espressione della mia profonda stima e quella dei componenti il gruppo che ho l'onore di rappresentare. ALLEGATO IV

IL MINISTRO D'AUSTRIA A ROMA, SCHWARZENBERG, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, DE GASPERI

L. S.N. Roma, 30 gennaio 1948.

Ieri l'Assemblea costituente ha approvato lo statuto di autonomia per la regione Trento-Alto Adige. In tale occasione ella ha pronunciato parole altamente elevate rispondenti a concetti di saggia previsione politica.

Sotto l'impressione di tali parole tengo ad esprimerle la mia personale soddisfazione per l'opera di pacificazione e di unione realizzata e mi associo pienamente al suo concetto che un'autonomia deve essere dinamica e non statica.

Non dimenticherò che ella mi ha consentito di prendere personalmente parte al divenire di un'opera che mi auguro possa risultare benefica per generazioni e costituire il punto di partenza per una sempre maggiore prosperità di una delle più belle province d'Italia, cui ella stessa ha voluto conservare la denominazione tirolese.

Un intero popolo anche al di là del confine gliene serberà gratitudine.

Nell'esprimere il fervido voto che la sua provvida attività di governo abbia sempre ad essere accompagnata da analogo successo pacificatore, la prego di voler accogliere, Eccellenza, i sensi della mia più alta considerazione.

249

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1858/119. Washington, li febbraio 1948, ore 12,34 (per. ore 7,20 del 12).

Suo 1543/c.l.

In conversazioni avute questi giorni Dipartimento Stato non ho mancato far ben presente considerazioni svolte V.E. in suo telegramma sottolineando necessità per fini comuni che nostri interessi ed esigenze nostra economia non siano in alcun modo pregiudicate in prossime trattative Londra circa Germania occidentale.

Secondo informazioni finora avute, conversazioni di Londra avrebbero quale unico scopo continuazione negoziati coi francesi in vista fusione zone occupazione Germania occidentale. Per quanto concerne Benelux anglo-americani vorrebbe

249 I Vedi D. 237.

ro in qualche modo ovviare note critiche e disagio detti tre Paesi ex alleati di guerra per non essere stati ammessi da C.F.M. in Conferenza per trattato pace tedesco. In relazione anche nota iniziativa Bevin per unione occidentale si cercherebbe dare una certa soddisfazione a Benelux ammettendolo a qualche consultazione per ascoltare punti di vista su futura organizzazione Germania.

Mi è stato escluso che tali consultazioni concemino inserimento economia tra zone occupazione Germania nel quadro E.R.P., che Dipartimento dichiarò di conoscere di competenza tutti Paesi partecipanti piano Marshall che vi hanno speciale interesse tra cui quelli italiani sono qui ben noti ed apprezzati. Mi riprometto parlare comunque della questione giovedì con sottosegretario per affari economici Thorp.

Intanto Dipartimento ha consigliato confidenzialmente che nostra ambasciata Londra si tenga molto in contatto con signor Reber vice direttore affari politici europei il quale parte oggi da Washington per partecipare prossima riunione supplenti per trattato austriaco. Reber ha però anche incarico seguire con inglesi e francesi questione organizzazione Germania occidentale.

250

L'INCARICATO D'AFFARI A BRUXELLES, VENTURINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1862/36. Bruxelles, li febbraio 1948, ore 19,58 (per. ore 8,30 del 12).

Suo 1543/c.'.

In assenza segretario generale Ministero degli affari esteri, il quale travasi congedo. ho visto stamane direttore generale affari politici. Sig. Loridan mi ha detto che Benelux non aveva ancora ricevuto invito ufficiale partecipare prossime conversazioni sulla Germania e ritiene che esso sarebbe pervenuto soltanto dopo che anglo-franco-americani si saranno messi d'accordo circa precisa portata partecipazione Benelux a conversazioni il che -a suo dire -non potrà forse avvenire se non dopo che i tre si saranno riuniti. Direttore generale affari politici mi ha anche detto che è assai probabile che a Londra verrà discusso tempo stesso economia Germania occidentale nel quadro cooperazione europea ed allora non ho mancato di far presente i punti a), b) e c) del telegramma in riferimento, circa giustezza dei quali egli ha pienamente convenuto.

Dal colloquio ho riportato impressione che Benelux ...2 sua ammissione «su piede parità» a discussione problema tedesco con conclusione noto trattato di alleanza a cinque.

250 I Vedi D. 237. 2 Parole mancanti.

251

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1863/134-135. Parigi, 11 febbraio 1948, ore 22,30 (per. ore 7,30 del 12).

Mio 1141.

Bidau1t mi ha indirizzato lettera per comunicarmi che sabato scorso ha riferito Consiglio dei ministri circa Unione doganale franco-italiana e che tutti i ministri si sono pronunciati in senso molto favorevole.

Chauvel mi ha poi chiarito che Consiglio ministri ha approvato principio ma non ha preso nessuna decisione circa procedura. Bidault intende parlare Unione doganale nel discorso che pronuncerà Parlamento prossimo venerdì ma non in maniera da aprire dibattito su argomento.

Bidault resta nell'ordine di idee della dichiarazione da sottoporsi ad approvazione Parlamento: non ha ancora deciso circa forma dichiarazione se cioè sia preferibile prima dichiarazione concordata dai due Governi e procedere a firma solenne da parte due Governi dopo approvazione parlamentare o se meglio procedere a firma prima. Ha ancora dei dubbi circa convenienza attendere maggiore precisazione punto di vista Benelux prima dichiarazione itala-francese o se non sia meglio forzare loro la mano con nostra dichiarazione.

Gli ho fatto osservare che attendere decisione Benelux significava rimandare considerevolmente ogni decisione poiché a quanto ci risultava Benelux aveva già durante conferenza Bruxelles dato risposta praticamente negativa. Mi ha risposto che impressione delegazione francese non era stata affatto così negativa e comunque possibili pressioni inglesi avrebbero potuto portare Benelux a concezione più positiva.

Mi ha anche aggiunto che Bidault riteneva comunque opportuno far precedere dichiarazione da conveniente preparazione ambiente parlamentare: schieramento ministeriale è sufficiente garantire necessari voti maggioranza perché dichiarazione fosse accettata da Parlamento, ma egli avrebbe desiderato avere approvazione anche altri partiti, eccezione fatta naturalmente comunista, soprattutto allo scopo di evitare che in sede discussione e per semplice piacere fare opposizione Governo si avessero note troppo discordanti. Mi ha comunque ripetutamente assicurato intenzioni Governo francese fare presto. A mia richiesta precisare cosa intendesse per presto è rimasto sulle generali: si è limitato chiedermi se ritenevo che per ratifica parlamentare ritenevo necessario, da parte nostra, convocazione nuovo Parlamento dopo elezioni oppure se essa avrebbe potuto essere ratificata anche da attuale Costituente; al che ho risposto di non saperlo.

Mi ha anche accennato leggermente che mancata rettifica trattato liberazione beni mostrava che da noi procedura era molto lunga. Tutto questo per dimostrare che non era solo da Francia che dipendeva fare presto.

Mia impressione desunta anche da altre fonti è che da parte francese ci siano forti esitazioni impegnarsi atto tale importanza verso Italia vigilia elezioni nei riguardi delle quali, soprattutto per informazioni da Londra e Washington, francesi diventano ogni giorno meno ottimisti2.

251 1 Del l o febbraio, con il quale Quaroni riferiva che Bidault durante la riunione del Consiglio dei ministri aveva potuto solo accennare al problema dell'Unione doganale ma assicurava che la questione sarebbe stata discussa nella riunione della settimana successiva.

252

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 1855-1856/55-56. Mosca, 11 febbraio 1948, ore 22,31 (per. ore 7,20 del 12).

Oggi ho illustrato a Zorin le ragioni per le quali Governo italiano ritiene opportuno svolgere trattative economiche fra i due Paesi indipendentemente dal problema delle riparazioni! ed ho insistito specialmente su ragioni economiche interne e su precedente jugoslavo. Ho cercato di chiarire se richiesta sovietica implicasse o non una vera condizione per prosecuzione trattative ed ho insistito su reciproca convenienza economica e politica di proseguirle sul puro terreno degli scambi commerciali. Si è dichiarato come al solito non bene informato riservandosi di prospettare mie considerazioni a suo Governo e comunicandomi che questione trovasi attualmente allo studio presso Ministero commercio estero.

Prendendo occasione dalla comunicazione a questo Governo delle difficili condizioni economiche della Eritrea, in conformità telespresso codesto Ministero

n. 130 del 12 gennaio2, ho cercato di sondare Zorin circa gli intendimenti del suo Governo riguardo problema nostre ex colonie. Gli ho detto che naturalmente seguivamo con estrema attenzione ed interesse lavoro Commissione inchiesta nonché atteggiamento sovietico e che dalle informazioni avute circa orientamento delegati sovietici nonché da dichiarazioni Zarubin ed altri nonché da pubblicazioni stampa sovietica avevano tratto l'impressione che Governo sovietico dimostrasse grande interesse e comprensione per tesi nostro Governo. Mi ha risposto di non potermi dire nulla di definitivo essendo in corso inchiesta la quale avrebbe potuto recare nuovi elementi e modificare situazione ma poteva tuttavia dichiararmi che mia impressione circa attenta considerazione e comprensione Governo sovietico

252 t Vedi D. 97.

2 Non rinvenuto.

per tesi italiana non, dico non, era sbagliata. Ne ho approfittato per delineare in via del tutto personale il problema politico quale mi pare si presenti illustrando come a mio avviso la soluzione italiana fosse imposta dalle circostanze come la sola che garantisse effettiva esecuzione mandato secondo lettera e spirito carta Nazioni Unite.

Parole ed atteggiamento Zorin confermano che sovietici vogliono per ora mostrarsi favorevoli a nostra soluzione restando da vedere se tale posizione sia definitiva o puramente tattica e provvisoria3.

251 2 Con T. 1823/1223 del 13 febbraio Sforza comunicò che solo il nuovo Parlamento avrebbe potuto ratificare, che i dubbi circa le nostre elezioni erano ridicoli e che comunque «un Governo amico dovrebbe essere lieto di offrirei elementi di successo giacché si tratta di una lotta che interessa Francia quanto noi». Vedi anche D. 269.

253

IL VICE DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, CATTANI, AL MINISTRO AD OTTAWA, FECIA DI COSSATO

T. PER CORRIERE 1684. Roma, 11 febbraio 1948.

Suo 4'.

Rapporto delle S.V. n. 782311257 in data 15 dicembre u.s.2 ha fatto oggetto attento esame da parte competenti Uffici di questo ministero. In merito al punto l (beni italiani bloccati) è già stato risposto con telespresso 45/03168/5 del 30 gen

• 2

naw u.s..

Circa nota garanzia prestito 50 milioni dollari (punto 7) si è tuttora in attesa ricevere parere sollecitato dai ministeri del Tesoro e Commercio estero. Si fa riserva di ulteriori comunicazioni, entro breve.

Per quanto riguarda la formale conclusione di un trattato commercio (punto 3) come la S.V. fa presente occorrerà di attendere l'adesione dell'Italia all'I.T.O., pur cercando nell'attesa di assicurarsi per le merci che maggiormente interessano le riduzioni tariffarie previste dalle clausole della N.p.f.

Trasmettesi pertanto in piego a parte testo recante accordo stipulato con Stati Uniti che la S.V. potrebbe rispondere alla richiesta canadese di uno schema di base per la stipulazione di un trattato di stabilimento, commercio, navigazione ed amicizia con codesto Paese.

In vista peraltro delle differenze di ordine vario che distinguono gli Stati Uniti dal Canada, questo ministero ritiene opportuno di sottoporre ad un esame più approfondito, d'intesa con le altre amministrazioni interessate, la formulazione di uno schema di trattato che più propriamente si adatti alle esigenze delle relazioni italo-canadesi.

Si fa riserva di trasmettere a codesta legazione, appena possibile, il relativo progetto.

253 I Vedi D. 200. 2 Non rinvenuto.

252 3 Vedi D. 267.

254

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, GRAZZI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. Roma, 11 febbraio 1948.

l) Conferenza di Bruxelles per l'Unione Doganale Europea. Essa nacque, come è noto, dalla Conferenza dei Sedici di Parigi, la quale stabilì che un Comitato di studio formato dai Paesi partecipanti, oltre un certo numero di osservatori, dovesse adunarsi per vedere se e come fosse possibile procedere ad una unione doganale più vasta possibile fra gli Stati europei. Quella testé svoltasi è la seconda sessione; una terza dovrà essere tenuta il 18 marzo p.v., per esaminare il rapporto generale da presentare al Comitato dei Sedici, rapporto del quale mi si è incaricato, su proposta britannica. Il che permetterà, è ovvio, di indirizzare secondo le nostre tesi i principali punti circa le possibilità e i metodi di tale cooperazione europea.

Per il momento, la conferenza ha deciso di procedere alla redazione di una nomenclatura doganale comune a tutti gli Stati per creare la base delle successive unificazioni delle tariffe e delle eventuali loro diminuzioni o soppressioni. Due nostri funzionari dovranno essere distaccati a Bruxelles per contribuire, entro i prossimi tre mesi, alla redazione di tale lavoro.

Il compito assegnato in origine alla conferenza era certamente ambizioso e tale da non permetterle di raggiungere risultati di insieme, se non assai minori di quanto non fossero gli scopi prefissi. Per altro il piano Marshall ha indubbiamente il vantaggio di avere dato impulso ad uno spirito di cooperazione europea, che sorprende per la rapidità e la molteplicità delle forme con cui essa cerca di darsi una consistenza; ed è da ritenere che anche dall'assemblea di Bruxelles un qualche cosa sarà per uscire, che costituirà comunque un passo avanti verso quegli scopi finali la cui estensione non è dato adesso prevedere.

2) Relazione della conferenza con l 'Unione Doganale itala-francese e col Benelux. Già nella scorsa sessione si era pervenuti ad indurre i francesi a parlare con favore del nostro progetto di unione doganale. Nella sessione attuale si è riusciti a far conservare il principio che le unioni regionali, in genere, e quella francese in ispecie, sono la forma più sicura per addivenire ad una cooperazione europea più vasta, in quanto esse tengono conto di particolari convenienze geografiche e politiche, ed in questo possono eventualmente essere fuse in un secondo tempo mediante quegli accorgimenti tecnici che la conferenza è incaricata di predisporre. Inoltre si è conseguito che la delegazione inglese, a nome del suo Governo, esprimesse il più vivo incoraggiamento affinché l'unione italo-francese andasse in porto.

Perciò gli obiettivi immediati che ci eravamo proposti sono stati raggiunti. Di più si è scartato un pericolo. VE. ricorderà come i francesi avessero precipitatamente compiuto un passo presso il Benelux al fine di indurre questo ultimo ad unirsi alla Francia e successivamente all'Italia. Ora si poteva ritenere che di fronte agli ostacoli temuti dal Governo francese nei riguardi della propria opinione pubblica, questo ultimo avesse tentato in tal modo di annegare una intesa diretta, e perciò appunto di più rapida possibilità di applicazione, in una intesa più vasta, la quale per difficoltà intrinseche e per opposizioni esterne potesse venir tanto prolungata nel tempo quanto ostacolata nelle sue possibilità.

Anche questo pericolo, circa la cui effettiva consistenza non è facile pronunciarsi, è stato comunque scartato. Esso sembrava d'altronde tanto più plausibile in quanto corrispondeva alle idee recentemente espresse dal signor Bevin, di modo che il già noto atteggiamento negativo inglese a qualsiasi intesa continentale del Benelux poteva essere o eliminato o, come è apparso, addolcito.

L'opposizione alla richiesta francese è venuta dal Benelux stesso, il quale non ammette un avvicinamento così sostanziale con la sola Francia, e forse neppure con il binomio Francia-Italia, perché teme di veder passare la direzione continentale in mano del Governo di Parigi. Perciò un atteggiamento affermativo del Benelux non è e non sarà possibile sino a quando tale direzione non passi nelle mani inglesi, divenendo cioè anche Londra parte di una siffatta combinazione. Cosa questa alla quale, malgrado il nuovo atteggiamento del Governo britannico, I' Inghilterra non è affatto disposta -per lo meno nella forma classica di una unione doganale non potendo essa sacrificare il regime preferenziale concesso ai Dominions, e sul quale si appoggia l'unità dell'Impero britannico. Altre forme, invece, la collaborazione britannica potrà assumere, che fin'oggi non si sono manifestate.

3) Atteggiamento britannico. Su questo punto debbo attirare la particolare attenzione. Il discorso Bevin non ha ancora trovato, come ho segnalato da Londra', e come ha autorevolmente fatto presente l'ambasciatore a Parigi2; il suo ubi consistem economico; ma non v'è dubbio che nell'atteggiamento britannico qualche cosa è cambiato. Se è difficile prevedere fino a quale punto potrà arrivare l'incoraggiamento britannico ad una unione europea, pare peraltro che si debba d'ora innanzi contare su un sempre maggiore interessamento inglese e su una sempre più marcata direzione britannica nell'avvenire di questa parte di Europa.

Seppure con molta distanza, debbo aggiungere un altro rilievo. Durante tutta la conferenza, e specialmente nelle questioni di principio, la delegazione britannica mi ha ostentatamente marcato il suo appoggio ed il suo incoraggiamento; il che ha permesso, oltreché di imprimere alla conferenza determinati atteggiamenti favorevoli alle nostre tesi, di avvantaggiarci nei riguardi delle altre delegazioni, poste di fronte ad un avvicinamento italo-britannico che ha di tanto più sorpreso in quanto, come era noto a tutti, avevamo a Londra resistito alle pressioni della sterlina e conseguito un benestare sia pure dato a malincuore a quel medesimo sistema monetario che gli inglesi hanno invece amaramente rimproverato ai francesi. Sir Edward Hall Patch mi aveva promesso a Londra che avrebbe inviato opportune istruzioni alla sua delegazione di tenersi in contatto con me, la promessa è stata più che mantenuta.

La conferenza ha infine deciso di studiare, per mezzo di un apposito Comitato economico, le incidenze che una modificazione daziaria su determinate voci importerebbe sulla economia dei vari paesi, dimostrando così di voler affrontare il problema delle unioni sotto un aspetto di reale portata pratica. Un Comitato pre

254 I Vedi D. 161. 2 Vedi D. 185.

paratorio si riunirà il 25 febbraio. Senza chiedere per mancanza di tempo istruzioni a V.E., ma ritenendo di interpretarne il pensiero, ho creduto di dover approfittare della favorevole atmosfera creatasi intorno alla delegazione italiana per chiedere ed ottenere che la riunione abbia luogo a Roma.

4) Estensione delle Unioni Europee. Se si ammette che dalla politica del signor Bevin o del piano Marshall sorga una più o meno vasta collaborazione europea in tema di unioni economiche e di avvicinamenti sostanziali tra le varie economie europee, e se si ammette, come appare ormai lecito ritenere, che la dichiarazione dell'unione doganale italo-francese sia ormai cosa imminente, dobbiamo porci la domanda se favorire o osteggiare, per quanto è in nostro potere, l'estensione di tale unione al Benelux, e forse alle zone di occupazione tedesca.

Mi si può obiettare che tali previsioni sono per lo meno premature. Ma poiché è nella linea direttiva di V.E. -quale io ho costantemente seguita -di affermare la volontà italiana per una più vasta e profonda cooperazione europea, é normale che i suoi negoziatori abbiano esatto conto di quanto di effettivo debba essere contenuto nella loro azione, a base delle affermazioni che essi saranno per fare in tal senso in questa o in quella occasione.

Non è qui il caso di studiare gli effetti strettamente economici di tali piani, per quanto sia bene che le amministrazioni interessate comincino a farvi mente locale. È più che altro su una considerazione generale che mi preme attirare la cortese attenzione di V.E. E cioè che mentre l'unione italo-francese eventualmente estensibile alla Spagna riporterebbe nel Mediterraneo un peso se non determinante per lo meno sostanziale della vita europea, una unione con i paesi nordici, sotto direzione inglese, segnando la sconfitta di Genova e di Marsiglia a tutto profitto di Anversa e di Rotterdam egregiamente servite dal Reno e dalle più ricche reti fluviali d'Europa, oltreché dalle miniere dei bacini della Saar, della Rhur e del Belgio, sposterebbe in maniera forse irreparabile verso il mare del Nord il centro della vita dell'Europa occidentale.

Sono questi problemi così gravi, che a malapena consentono di venir sfiorati dal presente appunto. Ma ritengo mio dovere presentarli a V.E., così come è mio debito segnalarle l'andamento, a noi stessi favorevole, della riunione di Bruxelles nel quadro dei tentativi, sia pure per ora embrionali, di nuovi orientamenti europei.

255

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1875/59. Mosca, 12 febbraio 1948, ore 12,30 (per. ore 14,10).

Mio 541. Oggi tutti i giornali pubblicano continuazione comunicato Ufficio Informazio

ne sovietico in risposta a documento americano su trattato germano-sovietico 1939. Lunga pubblicazione che occupa anche oggi una intera pagina non contiene rivelazione documenti veramente nuovi e sensazionali ma piuttosto la ripetizione e sviluppo della interpretazione sovietica della politica di cedimento anglo-francese verso Hitler che condusse accordo Monaco. Tale politica è interpretata come tentativo di isolare Russia da Europa e come tacita autorizzazione a Hitler di deviare sua aggressione verso Unione Sovietica. I soli documenti nuovi consistono in appunti del Ministero esteri germanico e dell'ambasciatore di Germania a Londra Dirksen circa conversazioni intervenute fra Hitler, Halifax e Handerson in tempi successivi e implicanti tacito consenso inglese ad Anschluss e smembramento Cecoslovacchia, nonché circa conversazioni Dirksen a Londra da cui questi trasse convinzione consenso inglese ad allontanare U.R.S.S. da decisione delle sorti dell'Europa. Tutta tale relazione è completata da richiamo di atti diplomatici e di brani discorsi Stalin e da un complessivo giudizio della politica anglo-francese come politica di non aggressione con la Germania e di isolamento U.R.S.S. e tradimento politica sicurezza collettiva e pace europea. Relazione proseguirà prossimi giorni2.

255 l Vedi D. 245.

256

IL MINISTRO A LUSSEMBURGO, FORMENTINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1901/23. Lussemburgo, 12 febbraio 1948, ore 17,49 (per. ore 7,30 del 13).

Telegramma di V.E. n. 1116/c.I e mio telegramma n. 132.

Ho veduto questo ministro degli affari esteri che ha riassunto oggi sue funzioni. Egli mi ha consegnato risposta al passo da me effettuato. Riassumo tale nota che trasmetterò per corriere: Governi Benelux sono persuasi che allargamento mercato interno per formazione unioni doganali è favorevole sviluppo economia dei paesi europei ed al miglioramento livello vita loro popolazioni. Per queste ragioni Benelux si è associato, durante riunione comitato di cooperazione economica europea Parigi, Governi che vi erano rappresentati per costituire gruppo studio incaricato esaminare possibilità realizzare unione doganale europea o, almeno, più unioni doganali regionali. Se durante attuale riunione Bruxelles non sarà possibile realizzare unione doganale generale, Governi Benelux stimano che paesi vicini e quelli legati da tradizionali ed importanti relazioni commerciali esaminino possibilità realizzare fra loro unioni doganali regionali. In tale eventualità Governi Benelux sarebbero felici continuare con Governo italiano e con tutti i Governi desiderosi associarsi stesso gruppo di studio, gli studi svolti nel quadro del gruppo di studio europeo.

256 r Vedi D. 188. 2 Vedi D. 198.

Nel consegnarmi nota Bech, confermandomi che recente conferenza Benelux non aveva potuto sormontare ostacoli più importanti, ha aggiunto che era timoroso di mettere tante questioni così vaste allo studio nel medesimo tempo. Concludeva però che era utile farlo anche per dare a Stati Uniti la sensazione che Europa sta organizzandosi. Ciò avrebbe anche facilitato approvazione Marshall.

255 2 Vedi D. 270.

257

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1919/125. Washington, 12 febbraio 1948, ore 20,50 (per. ore 7,30 del 13).

Mio telegramma 1201.

In colloqui odierno Thorp mi ha confermato che Governo americano vede ora favorevolmente convocazione C.E.E.C. a Parigi, soprattutto se riunione servirà dimostrare progressi compiuti nel quadro cooperazione europea e porrà basi per creazione organi europei relativi esecuzione piano. Questo Governo ritiene infatti che progetto legge per ERP verrà ultimato da Commissione affari esteri Senato entro fine prossima settimana. C.E.E.C. potrà pertanto lavorare su prima base concreta costituita da tale progetto che non dovrebbe subire fondamentali mutamenti in successivi lavori Comitato Camera.

Ho intrattenuto Thorp anche su problema secondo interim aid attirando sua attenzione necessità nuove concessioni per il caso di ritardo lavori Congresso. Thorp mi ha confermato che Amministrazione va compiendo ogni sforzo per ottenere acceleramento lavori, pur preparandosi, se del caso, affrontare problema secondo interim aida seconda l'andamento tali lavori. Ho illustrato Thorp nostra situazione prossimi mesi allo scopo renderlo pienamente consapevole nostri problemi. Thorp mi ha confermato suo più vigile interessamento.

258

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

TELESPR. 0172. Roma, 12 febbraio 1948.

Suo rapporto n. 161/1470/407 del 3 febbraio!.

In relazione alle considerazioni esposte da VE. col rapporto sopracitato e a seguito di precedenti comunicazioni, si ha il pregio di trasmettere qui unito un rapporto dell'ambasciata a Londra n. 510/l85 del 3 febbraio e il telespresso di risposta di questo Ministero n. 0164 Seg. Poi. del IO febbraio u.s.2.

Come le è noto, dalle precedenti comunicazioni, alcune delle quali incrociate col suo rapporto sopra riferito, l'obbiettivo cui tendiamo nel momento attuale è quello di poter arrivare a conversazioni sull'argomento, in quanto siamo persuasi che attraverso di esse sarebbe più agevole chiarire i differenti aspetti della questione, e i rispettivi punti di vista, e giungere a soluzioni soddisfacenti. Ci rendiamo perfettamente conto della situazione di fatto ormai creatasi in Africa e valutiamo questo elemento al suo giusto valore, e nel corso delle auspicate conversazioni siamo disposti ad esaminare anche quelle eventuali possibilità di soluzione accennate dall'E.V.

Tutto quanto il Governo francese potrà fare a Londra e a Washington per favorire tali conversazioni e per togliere di mezzo questa questione che rende ancora pesanti i rapporti con la Gran Bretagna e che si riflette sulla nostra posizione internazionale non potrà che giovare a tutti.

257 l Dell'Il febbraio, con il quale Tarchiani comunicava di aver confidenzialmente appreso che l'Amministrazione statunitense era favorevole alla convocazione della C.E.E.C. a Parigi.

258 l Vedi D. 217.

259

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL MINISTRO A L'AJA, BOMBIERI

L. ll/04657/l 11. Roma, 12 febbraio 1948.

Avrai visto dal mio appunto2 (circa conversazione con De Bylandt) allegato al telespresso n. 11/04351/c. del 9 febbraio 1948, e approvato dal ministro, quale è, allo stato attuale, il nostro atteggiamento in merito al cosiddetto piano Bevin. Anche indipendentemente dalla questione elettorale, che rende impossibile alla vigilia del 18 aprile e prima di conoscere il responso delle urne, prendere un definitivo atteggiamento in materia così delicata, è chiaro che l'attitudine degli <<accidentali» su varie e per noi molto importanti questioni, non è tale da incoraggiarci. Se dovremo entrare in una combinazione del genere, il paese dovrà avere la netta sensazione che si sarà dato alla politica verso l 'Italia un reciso colpo di timone e un nuovo indirizzo che tenga conto della necessità di soddisfare le nostre esigenze. Se invece continuano a considerarci quantité négligeable non ci resta che aspettare sino a quando si accorgeranno di essersi sbagliati.

Mi pare di capire, dalle varie informazioni sino ad ora pervenute, che la Benelux non è, neppure essa, molto entusiasta dal progetto così come è stato sinora accennato, e vi si lascia stentatamente trascinare. Ho poi presente il tuo telegram

2 Vedi D. 221.

ma n. 113 e quanto ti disse Nemry. Lascio a te di vedere se non sia possibile arrivare, sul terreno pratico e quindi senza alcuna intesa formale, a mantenere contatti con la Benelux su tutto il complesso di questi problemi: da ciò la mia allusione, nella conversazione con Bylandt, alla questione tedesca che può aprire la via a tali contatti. Ho anche presente il nostro telegramma n. 1543/c.4: vi è materia per discorrere. Come idee tue personali ne puoi, creandone la favorevole occasione, parlare costì e riferirmi le eventuali tue impressioni.

258 2 Vedi DD. 216 e 247.

259 l Minuta autografa.

260

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 230/2194/616. Parigi, 12 febbraio 1948 (per. il 14).

Telespresso codesto Ministero n. 16/03772/c. del 4 corrente'.

Si ringrazia per l'appunto sull' «atteggiamento dei Quattro di fronte al problema tedesco» inviato col telespresso in riferimento. Sintesi del genere, sui principali problemi di politica generale di fronte ai quali i più grandi Stati assumono atteggiamenti diversi, se compilate al centro con la cura e la chiarezza con cui è stata redatta quella in riferimento, appaiono di notevole utilità anche per l'orientamento delle rappresentanze all'estero.

Per quanto concerne l'esposizione del punto di vista francese, pur considerando esatta, per il periodo immediatamente successivo alla liberazione, l'impostazione datagli nell'appunto quale problema della sicurezza verso Oriente, va tuttavia maggiormente sottolineato che si è andato attenuando il carattere rivendicativo politico e territoriale dell'atteggiamento francese: il ritiro di de Gaulle, la propaganda condotta dai socialisti e particolarmente da Blum, lo schieramento francese nel campo anglo-americano in seguito al piano Marshall, l'acuirsi del contrasto russoamericano che ha tolto ai francesi ogni velleità di mediazione, hanno costretto la diplomazia francese a rendere più attuale e meno rigida la sua politica nei confronti della Germania. La preoccupazione per i ritorni offensivi tedeschi è stata spostata dal piano politico al piano economico e si è definitivamente fissata nell'equivalenza sicurezza-carbone-acciaio, cioè sulfa priorità della ricostruzione francese rispetto a quella tedesca.

Tale evoluzione, se forse non ancora è arrivata ad influenzare i responsabili dell'amministrazione militare delle zone di occupazione (benché sia in corso una riforma di tale amministrazione che potrebbe ispirarsene) ha tuttavia modificato o reso più vago l'atteggiamento francese sulle singole questioni in cui si articola il problema tedesco.

4 Vedi D. 237.

Sull'assetto della Germania viene conservata la tesi federalista sul piano politico, ma il principio dell'unità economica, ammesso dai francesi alla Conferenza di Parigi nel luglio 1946 «a titolo provvisorio» fa ormai definitivamente parte del punto di vista ufficiale.

La Renania non è più considerata un territorio da distaccare dal Reich e da costituire in Stato o Stati autonomi. Se questa pretesa era contenuta nel memorandum presentato al Consiglio dei ministri degli affari esteri il 25 aprile 1946, troppa acqua è passata da allora sotto i ponti perché i francesi possano ragionevolmente pensare a difendere una rivendicazione tanto in contrasto con il programma degli Alleati occidentali.

Per la Ruhr, abbandonata la condizione del distacco politico, viene invece conservata la tesi dell'intemazionalizzazione. E questo per tre motivi: per generiche ragioni di sicurezza, per ragioni economiche e nel tentativo di raccogliere intomo al complesso industriale reno-vestfalico l'interesse diretto di paesi limitrofi sui quali la Francia tende ad esercitare la sua influenza. Va tenuto presente che sia nel memorandum del 25 aprile 1946, sia a Mosca, i francesi chiesero che il controllo internazionale venisse esteso «a tutti i paesi interessati», quindi a Benelux e forse, per l'avvenire, i francesi pensano anche all'Italia. Il Monde, recentemente, ha accennato alla possibilità di innestare il controllo e lo sfruttamento plurilaterale del bacino reno-vestfalico in una eventuale unione doganale dell'Europa occidentale.

Occorre fare qualche riserva sull'identità di vedute russa e francese sulla Ruhr. Anche questo è esatto per la prima fase dell'azione diplomatica francese nei confronti della Germania: a Mosca Bidault, in un ultimo tentativo di politica di equidistanza, cercò di accattivarsi i russi, per ottenere il loro accordo sulla Sarre, chiamandoli a partecipare al controllo della Ruhr; ma già a Londra Bidault non ha fatto nulla per provocare la complicità sovietica. E ciò non tanto perché I' occasione non se ne è offerta, ma perché essendosi accorti che la mediazione ne payait pas i francesi non hanno ormai alcun interesse a sbandierare punti di vista che possono coincidere con quelli sovietici. Del resto la situazione generale ha evoluto in maniera tale che così facendo essi possono al massimo indispettire gli americani, senza nessun vantaggio concreto. Da Mosca in poi, secondo i francesi intemazionalizzazione della Ruhr vuoi dire praticamente partecipazione al controllo di tutti gli Stati interessati, esclusa la Russia. Solo così i francesi possono sperare di far valere il loro punto di vista. E va notato che la tesi dell'intemazionalizzazione senza l'U.R.S.S. può accordarsi più facilmente di quanto non si creda al punto di vista americano. Per quanto qui risulta e prescindendo dalle possibili decisioni provvisorie in attesa del trattato di pace, a Washington, oltre una tendenza decisamente unitaria che, nel regolamento definitivo della questione tedesca non vorrebbe «tra i piedi» non solo i russi ma nemmeno i francesi, ne esisterebbe una più elastica che comporterebbe la possibilità di intemazionalizzare la Ruhr e anche di dare alla Germania un assetto federalistico. Questa tendenza che, a quanto qui si è detto, farebbe capo a Foster Dulles, offrirebbe ai francesi qualche chance di innestare le loro pretese nel programma americano e li spinge quindi a sostenere decisamente il loro punto di vista sia sul federalismo che sulla Ruhr.

Non appare del tutto esatto che i francesi siano definitivamente impegnati nei confronti dei russi o dei polacchi ali 'intangibilità delle frontiere orientali della Germania. La realtà dovrebbe essere piuttosto questa: nel '44 a Mosca, de Gaulle, in occasione della firma del patto franco-russo, dette dei generici affidamenti in questo senso. De Gaulle che aveva -e ha -il pallino della «potenza francese» vedeva il problema franco-tedesco su un piano storico-militare piuttosto che politico. Per ragioni di simmetria con la frontiera occidentale è verosimilissimo che abbia promesso ai russi per lo meno la sua acquiescenza, in cambio dell'appoggio sovietico al regolamento in favore della Francia della questione del Reno.

Più tardi Bidault, in sede di Consiglio dei ministri degli esteri, pretese sempre che la questione dei confini fosse risolta prima di prendere in esame l'assetto della Germania, e ciò appunto allo scopo di far funzionare la simmetria prima che venissero prese decisioni tali da compromettere le possibilità di distacco dei territori che la Francia tendeva a separare dalla Germania. I russi hanno fatto finta di non capire (da ultimo a Londra) e d'altra parte gli americani hanno fatto invece chiaramente capire ai francesi che non è alla loro furberia ma alla buona grazia degli Stati Uniti che essi dovevano rimettersi per ottenere qualcosa. Così il lungimirante piano de Gaulle-Bidault ha fatto cilecca ed è stato definitivamente sepolto.

Essendosi in tal modo modificate le condizioni dell'azione diplomatica francese non si vede, ora, che interesse avrebbero i francesi a non essere contrari alla nuova frontiera polacca. È vero che il distacco di quei territori diminuisce la pericolosità della Germania. Ma, così come stanno le cose oggi, il pericolo -anche per la Francia -non è costituito dagli abitanti del territorio tedesco, ma da quella Potenza che controllerà la maggior parte di quel territorio e saprà attrarre a sé il resto. Se la Polonia fosse veramente un terzo Stato, anche quella mutilazione farebbe il vantaggio dei francesi. Essendo invece militarmente un tutt'uno con la Russia ed essendo ormai la Francia schierata ad occidente, a che scopo consolidare i vantaggi che i sovietici si vogliono definitivamente assicurare? Piuttosto i francesi, che si sentono deboli e sono logici, dubitano fortemente che si possa riuscire, a meno di una guerra, a far «risputare» ai russi la parte di Germania che si sono annessi attraverso la Polonia. E pur senza prender più l'iniziativa di appoggiare i russi, e rimanendo assai nel vago coi polacchi, sono piuttosto scettici sulla possibilità che il cavillo sulla lettera de Il' accordo di Potsdam riesca a far tornare nella torta tedesca i territori in corso di slavizzazione.

Infine, per quanto concerne le riparazioni i francesi, come è stato già riferito, chiedono il prelievo sulla produzione corrente e qui -incidentalmente -sono in contrasto, ma apparentemente d'accordo coi russi. Tuttavia è anche esatto che la proposta Molotov del l 0% di produzione corrente da prelevare da una attrezzatura industriale uguale al 70% del 1938, se veniva incontro ai francesi sul modo di prelevare le riparazioni li danneggiava con un eccessivo aumento del livello industriale e poteva quindi portare con sé una diminuzione delle forniture di carbone. Consci di questo rischio, i francesi a Londra hanno taciuto. Questo, tuttavia, non autorizza ad ammettere che essi abbiano rinunziato a far valere il loro punto di vista in altre condizioni o in altra sede, tanto più che la rapida soluzione del problema delle riparazioni è auspicato in Francia, et pour cause, forse più della realizzazione delle pretese di carattere politico ad effetto remoto.

In conclusione, da un punto di vista politico e anche alla luce dei chiarimenti surriferiti, sembra si possa maggiormente accentuare il rilievo con cui si conclude l'appunto in riferimento circa l'influenza dei rapporti russo-americani e del piano Marshall sull'atteggiamento francese nei confronti della Germania. E non sarebbe forse prematuro fare stato fin da adesso della graduale -anche se non confessata -rinuncia da parte del Governo francese a quella tradizionale ma anacronistica politica di indebolimento al massimo della Germania sulla quale, subito dopo la liberazione, i francesi e soprattutto de Gaulle apparivano ipnotizzati.

259 3 Vedi D. 178.

260 l Vedi D. 220.

261

IL MINISTRO A LUSSEMBURGO, FORMENTINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1917/24. Lussemburgo, 13 febbraio 1948, ore 9,35 (per. ore 12,05).

Telegramma di V.E. n. 1543/c.' e mio telegramma n. 222.

Questo ministro degli affari esteri mi ha detto che Governi Benelux avevano chiesto, dato grande interesse che per loro riveste problema Germania, di prendere parte a conversazioni franco-anglo-americane Londra ma che nessun memorandum era stato ancora preparato. Fino ad ora non avevano ricevuto risposta. Mi è parso piuttosto dubbioso circa possibilità integrale accettazione loro richieste. Sua opinione era che solo in sede preparazione ordine del giorno sarebbe stata decisa misura nella quale rappresentanti Governi Benelux sarebbero stati ammessi conversazioni. Probabilmente sarebbero stati chiamati alla fine della riunione. In tale eventualità egli non sarebbe andato personalmente ma avrebbe inviato attuale delegato lussemburghese Berlino.

Bech mi ha aggiunto, come sua opinione personale, che anglo-americani nutrivano probabilmente qualche timore che rappresentanti Olanda Belgio e Lussemburgo sostenessero delegato francese e non mi ha nascosto che effettivamente fra tesi Benelux e tesi francese esistevano molti punti di contatto.

Ho creduto comunque fargli presente, valendomi degli elementi di cui al telegramma surriferito, come rientrasse nel comune interesse che non fossero pregiudicate esigenze italiane.

Egli si è mostrato favorevole e mi ha promesso che avrebbe tenuto conto del nostro punto di vista.

261 I Vedi D. 237. 2 Del IO febbraio, non pubblicato.

262

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 19451104. Londra, 13 febbraio 1948, ore 15,38 (per. ore 20).

Suo 1543/c.I.

Non si esclude al Foreign Office che paesi Benelux, che hanno fatto osservazioni circa conseguenze centralizzazione poteri nel Consiglio economico Bizona, siano chiamati esporre proprio punto di vista conferenza anglo-franco-americana per Germania occidentale che inizierà qui i suoi lavori 19 corrente e che all'ordine del giorno ha anche contributo Benelux alla elaborazione della politica per le tre zone.

Circa Germania e piano Marshall, sempre secondo F oreign Office, si è finora soltanto provveduto ad inserire nell'agenda della conferenza, a richiesta Stati Uniti, questione partecipazione Germania a piano ricostruzione europea, e trattasi comunque problema destinato ad essere portato nel quadro Sedici paesi E.R.P.

Mi riservo riprendere la questione che ho finora trattato in via preliminare.

263

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 1956/105. Londra, 13 febbraio 1948, ore 15,22 (per. ore 23,45).

Bevin (a cui avevo dato visione traduzione contenuto lettera 0121 indirizzatami da V.E. il 5 corrente!) mi ha fatto dire confidenzialmente ieri sera che scriverà direttamente a V.E. per assicurarla come concordi con V.E. nell'attribuire all'attuale situazione politica italiana significato ed importanza non limitati all'ambito del nostro paese e come questo Governo desideri con migliore buona volontà coadiuvare Governo italiano nella sua opera di consolidamento politico dell'Italia. A quanto mi è stato fatto capire, Bevin desidera sottolineare in detta lettera che tra non molto Italia avrà sicura prova di quanto sia erroneo pensare che Governo britannico consideri problemi italiani (ivi compreso quello delle colonie) con spirito meno che amichevole.

Si ripromette inoltre riprendere con me, fra qualche giorno, argomento colonie2 in relazione al quale ha dato istruzioni a Charles recarsi posdomani in missione del tutto confidenziale a Parigi per chiarirne alcuni aspetti. Ciò naturalmente non deve essere divulgato.

263 l Vedi D. 227 2 Vedi D. 301.

Nel quadro generale che ho ritenuto doveroso descrivere a V.E. con la mia lettera personale 218 del l O corrente3, non ritengo ci si debba attendere immediati risultati tangibili dalle su accennate nuove aperture, che però, mentre confermano che Bevin segue con particolare attenzione problema africano e intende fame oggetto ulteriori conversazioni, mi convincono sempre più della opportunità di trattare problema stesso sul piano più elevato della collaborazione mediterranea ed occidentale.

262 l Vedi D. 237.

264

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1964/106. Londra, 13 febbraio 1948, ore 20,05 (per. ore 9 del 14).

Mio 281.

Alto commissario Pakistan nel comunicarmi che suo Governo è d'accordo e desidera vivamente sollecito stabilimento relazioni diplomatiche, mi ha chiesto se avremo obiezioni a che:

l) il rango delle due rappresentanze fosse quello di legazione;

2) il rappresentante pakistano a Roma fosse accreditato presso altri Stati «amici dell'Italia»;

3) date difficoltà finanziarie e di personale, Governo Pakistan inviasse in un primo tempo a Roma un incaricato di affari.

Rispostogli che non ritenevo vi fossero obiezioni da parte di V.E. e sollecitata definizione questione, alto commissario mi ha assicurato mi darà fra breve risposta ufficiale suo Governo.

Rinnoverò allora formalmente richiesta gradimento per Assettati.

265

IL MINISTRO A L' AJA, BOMBIERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 1966/21. L'Afa, 13 febbraio 1948, ore 20,10 (per. ore 9 del 14).

In relazione a quanto riferii ultimo capoverso mio telegramma 5 corrente 171,

264 IVediD.ll4. 265 I Vedi D. 242.

questo ambasciatore di Francia mi ha oggi confermato che anche secondo sue informazioni Governi Benelux non prenderanno in esame invito francese ed italiano partecipare studio unione doganale italo-francese se non saranno sicuri che anche Inghilterra è disposta aderire tale unione o almeno se non avranno avuto consenso inglese a partecipazione Benelux.

263 3 Non rinvenuta.

266

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, ALL'INCARICATO D'AFFARI A MADRID, VANNI D'ARCHIRAFI

T. S.N.D. 1841/8. Roma, 14 febbraio 1948, ore 0,30.

Consigliere questa ambasciata di Spagna avendo fatto presente desiderio codesto Governo partecipare non appena possibile lavori piano Marshall, e avendo altresì accennato manifestarsi tendenza favorevole in tal senso presso alcuni Governi interessati, sono state chieste precisazioni Londra Washington Parigi. È risultato che: Governo americano si rimette in sostanza decisione sedici paesi; Governo francese, per quanto convinto fatalità simile sviluppo, non può prendere iniziative pur adoperandosi preparare terreno graduale mutamento fronte; Governo britannico ritiene difficile per ora riesaminare sua politica in vista opinione prevalente partito laburista.

Voglia V.S. seguire attentamente eventuale evoluzione posizione Spagna nei riguardi piano ripresa economica europea: piano nel quale, soprattutto in considerazione sviluppi regionali iniziative cooperazione inter-europea, utilità partecipazione Spagna potrebbe divenire necessità tale da far superare note considerazioni carattere politico. In tale evoluzione, della quale anche noi vediamo fatalità, non desideriamo essere assenti. Quanto precede per semplice orientamento di V.S.

Voglia anche V.S. riferire su studi e programmi che codesto Governo per suo conto stesse formulando in relazione sua possibile inserzione piano Marshalll.

267

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. URGENTISSIMO 2029/621. Mosca, 14 jèbbraio 1948, ore 2,20 (per. ore 7).

Stasera Zorin chiamatomi per comunicarmi ufficialmente con nota, che in

vierò per corriere, che in relazione questione da me trattata 11 febbraio2 riguardante situazione ex colonie italiane era stato incaricato portare a conoscenza del Governo italiano quanto segue:

«Governo sovietico nel maggio 1946 propose al Consiglio ministri esteri trasmettere tutte ex colonie italiane in Africa, ossia Libia, Eritrea e Somalia italiana sotto tutela italiana per un ragionevole termine fisso. Tuttavia, tale proposta in quel momento non ebbe appoggio da parte altri ministri esteri, ed in tal modo questa questione non ricevette soluzione nel trattato pace con Italia. Governo sovietico ritiene necessario portare a conoscenza Governo italiano che punto vista Governo sovietico sopra esposto a proposito sorte ex colonie italiane rimane in vigore».

Ho espresso con parole di circostanza apprezzamento Governo italiano per tale amichevole atteggiamento riservandomi riferire immediatamente V.E.3. Segue rapporto4.

266 l Per la risposta vedi D. 291.

267 l Con T. 1899/c. del 15 febbraio Zoppi ritrasmise questo telegramma a Londra, Parigi e Washington.

268

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PERSONALE 2043/130-131. Wash ington, 14 febbraio 1948, ore 2 4 (per. ore 13,30 del 15).

Sue lettere 061, 01221 e precedente carteggio.

Con azione quotidiana e tenace si va facendo tutto quanto è possibile per cercare di indurre questi ambienti responsabili Dipartimento di Stato a maggiore ed immediata considerazione nostro problema africano.

Azione è necessariamente lenta mentre è poi ostacolata:

l) da persistente stato fluido costituito da elementi politica generale indicati in mio telegramma 872 dell'8 ottobre u.s.2 che richiamo;

2) da rafforzati vincoli solidarietà con Inghilterra (iniziativa Bevin per Unione occidentale), intimi rapporti tra autorità militari e largo uso americano basi britanniche Libia: ciò che renda molto attuali considerazioni in proposito di Chauvel a nostro ambasciatore Parigi di cui suo telespresso 2147 del 30 dicembre3;

3) da convinzione qui radicata della necessità anche per correttezza interna

3 Per la risposta vedi D. 271.

4 Vedi D. 275.

268 I Vedi DD. 170 e 228.

2 Non pubblicato, ma vedi serie decima, vol. VI, D. 574.

3 Vedi D. 101, nota l.

zionale di attendere rapporto finale Commissione investigazione prima di procedere non dico decisioni od impegni ma anche qualche manifestazione per nostra opinione pubblica. Procuro comunque avvalermi modo migliore accenni possibili iniziative preelettorali sovietiche di cui potrebbe essere preannunzio mossa russa a Londra ieri per consultazione immediata Stati interessati problema coloniale.

In relazione specialmente sua lettera 061, segnalo a V.E. ad ogni buon fine seguenti impressioni comunicate, in via strettamente personale e segreta, da alcuni elementi sicuramente amici nostro Paese, che sembrano abbastanza al corrente stato d'animo ambienti Londra:

l) circoli responsabili inglesi per necessità politica mediterranea ed europea (Unione occidentale) sarebbero in realtà persuasi ineluttabilità fare in questione africane concessioni graduali al Governo italiano dopo elezioni vittoriose.

In sostanza inglesi per tattica negoziato conterebbero cedere lentamente ed il meno possibile: comincerebbero probabilmente consentire nostro trusteeship su una sola ex colonia Africa orientale, aggiungendo successivamente, di fronte nostre persistenti risolute intransigenze seconda di dette colonie e quindi Tripolitania (o viceversa).

Ciò a titolo compromesso per nostra rinuncia Cirenaica che Londra tiene essenzialmente conservare ed intera, e di cui potrebbe forse nella più estrema ipotesi indursi !asciarci frazione solo se convinta alla prova dei fatti che necessità accordo con noi lo rendesse assolutamente indispensabile. Difficoltà periferiche e centrali agevolerebbero tattica per scoraggiare e indurre accontentarci di meno.

2) Stesse fonti ritengono che, col trascorrere prossimi mesi e con elezioni favorevoli situazione nostra questione africana dovrà migliorare a Londra, tanto più che ove i Quattro trovassero difficoltà a concordare soluzione, inglesi potrebbero avere maggiore interesse ad accordo a noi più favorevole. Giacché pur rimanendo amministratori territori, Assemblea O.N.U. potrà costituire alea anche per loro, mentre problemi politica generale li presseranno maggiormente.

Permettomi comunque sottoporre V.E. eventuale convenienza dare inizio subito nostra ampia azione diplomatica per questione africana in tutti Stati America latina ed altri amici membri O.N.U. Beninteso evitando coloritura antagonistica Inghilterra ma con carattere premonitorio per il 'Caso competenza O.N.U. Manovra, oltre avere sue buone ripercussioni anche a Washington, potrebbe agevolare negoziato Londra rendendola consapevole che noi puntiamo anche fin d'ora su soluzione O.N.U., inducendola forse maggiore correttezza. Ai fini periodo preelettorale azione potrebbe comunque conseguire un certo numero dichiarazioni favorevoli degli Stati predetti susseguentisi a brevi intervalli.

Continuo intanto adoperarmi qui attivamente non trascurando alcuna via e le scriverò dettagliatamente appena possibile4.

267 2 Vedi D. 252.

268 4 Vedi D. 285.

269

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. 1905/129. Roma, 15 febbraio 1948, ore 15,30.

Suoi 134-51.

Approvo suo linguaggio.

Nostro punto di vista rimane quello già espresso cioè:

l) firma di un protocollo da convenire fra i due Governi, di cui a parte le è stato trasmesso nostro progetto. Ciò eserciterà ottima pressione su Benelux e sarà assai bene accetto America;

2) entrata in vigore del protocollo dopo approvazione dei due Parlamenti; 3) frattanto, allo scopo di guadagnare tempo, procedere costituzione commissione mista per studio applicazione alla quale dovrebbero aver larga parte rappresentanti categorie interessate.

270

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2051/63. Mosca, 15 febbraio 1948, ore 20,25 (per. ore 7,30 del 16).

Oggi tutti i principali giornali pubblicano terza parte comunicato Ufficio Informazioni sovietico risposta documenti pubblicati Washington su relazioni sovietico-naziste periodo 1939-19411. Comunicato asserisce che Inghilterra e Francia e U.S.A. continuarono durante primavera estate 1939 politica provocatoria istigare Germania contro U.R.S.S. Trattative moscovite 1939 erano per gli anglo-francesi soltanto una mossa nel loro doppio giuoco mirante ad accordo con Germania allo scopo avviare aggressione tedesca verso Oriente contro U.R.S.S. Anglo-francesi cercavano imporre U.R.S.S. degli obblighi in virtù dei quali U.R.S.S. avrebbe dovuto assumersi tutto peso sacrificio per respingere eventuale aggressione hitleriana, mentre Inghilterra e Francia non si assumevano alcun impegno verso U.R.S.S. e respinsero persino proposta sovietica dar garanzia Stati baltici in caso aggressione. Contemporaneamente inglesi conducevano dietro le quinte trattative con Germania per spartizione sfere d'influenza su scala mondiale. Ecco perché U.R.S.S. vistasi costretta concludere con Germania patto di non aggressione che le garantiva pace per un certo termine e permettevale meglio preparare proprie forze. Re

270 l Vedi DD. 245 e 255.

spingere proposte germaniche avrebbe dato ai fomentatori della guerra possibilità coinvolgere immediatamente U.R.S.S. in conflitto armato contro Germania in condizioni sfavorevoli per U.R.S.S. ed in ambiente di completo isolamento.

In sostanza si tratta ancora di polemica su fatti noti che di vere rivelazioni. Solo elementi nuovi brani rapporto ambasciatore Dirksen ove si dice che pur trattando con sovietici anglo francesi vogliono salvare possibilità accordo Germania ma non si parla di voler lasciare a Germania possibilità aggredire U.R.S.s.z.

269 l Vedi D. 251.

271

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO

T. 1910/16. Roma, 16 febbraio 1948, ore 15.

Suo 621.

Esprima a codesto Governo vivo apprezzamento Governo italiano per comunicazione fattale e informi Zorin che quanto prima saranno rese note nostre concrete proposte a Consiglio supplenti per amministrazione fiduciaria Libia. Esse sono ispirate al dovere ed interesse della più intima collaborazione con mondo arabo e confidiamo riscuoteranno approvazione Governo sovietico cui provvederemo dame preventiva comunicazione.

272

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. S.N.D. 1911/94. Roma, 16 febbraio 1984, ore 17.

Seguito telegramma 1899/c. e suo 130-1311.

Oggi diamo notizia con un comunicato del sunto della nota sovietica relativa colonie; non potremmo per evidenti motivi anche interni dilazionare tale comunicato. Decisione sovietica è evidentemente da porsi in relazione, come del resto avevo previsto nel mio telegramma n. 712, con campagna elettorale; ciò non pertanto essa sarà accolta con soddisfazione dal paese. Ad evitare sfavorevoli com

2 Vedi D. 229.

menti per quanto riguarda atteggiamento anglosassoni il comunicato conclude con un breve accenno secondo cui «si attende prossima presa di posizione americana sull'importante questione».

È essenziale che ciò avvenga al più presto3.

270 2 Vedi D. 278.

271 l Vedi D. 267.

272 l Vedi DD. 267, nota l e 268.

273

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A VARSAVIA, DONINI, AL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO, E ALL'INCARICATO D'AFFARI A PRAGA, FRANCO

T. 1916/c. Roma, 16 febbraio 1948, ore 17.

Con nota scritta diretta nostro ambasciatore Mosca in data 15 u.s.I Governo sovietico ha comunicato che suo punto di vista relativo questione nostre ex-colonie, già esposto nel 1946 al Consiglio dei ministri affari esteri, non (dico non) è da allora mutato e che permane favorevole a che colonie siano poste «sotto tutela italiana per un ragionevole termine fisso».

In relazione assicurazioni precedentemente datele pregola rappresentare a codesto Governo opportunità sua analoga dichiarazione che sarebbe qui vivamente apprezzata2.

274

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO!. Roma, 16 febbraio 1948.

È venuto a vedermi il consigliere dell'ambasciata di Francia De Courcel. Voleva essere informato sugli ultimi sviluppi della questione coloniale e raccomandare fornissimo elementi a nostro favore per la Libia al rappresentante francese nella Commissione d'inchiesta.

V.E. [Vedi D. 284]». 273 1 Vedi D. 267.

2 Per le risposte vedi DD. 330, 304 e 312. 274 l Trasmesso con Telespr. 0222/c. dell9 febbraio alle ambasciate a Parigi, Washington e Londra.

L'ho messo al corrente della situazione in Libia quale a noi risulta, e degli sforzi che stiamo facendo in questo periodo per indurre la Gran Bretagna a conversazioni costruttive e gli Stati Uniti ad uscire dal loro ermetismo. Mi ha detto che il suo Governo è perfettamente in linea con noi su tale questione. Ho suggerito che il Quai d'Orsay ci appoggi a Washington anche in relazione alle prossime elezioni.

272 3 Con T. s.n.d. 2090/134 dello stesso 16 febbraio Tarchiani comunicava:«Ufficio stampa Dipartimento oggi diramato a giornalisti, che interrogavano genericamente su questione colonie, che "Governo americano considera con open mind' problema nostri territori africani mentre si svolge procedura prevista trattato pace. Vedrò Armour presso il quale insisterò nel modo più vivo nel senso istruzioni

275

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 377/76. Mosca, 16 febbraio 1948 (per. il 28).

Come ho comunicato con i miei telegrammi n. 56 dell' 11 febbraio e n. 62 del 14 febbraio', quattro giorni or sono in un lungo colloquio, toccai ampiamente con il vice-ministro Zorin tre argomenti importanti, ossia: trattative commerciali prigionieri di guerra -colonie.

Su quest'ultimo punto presi lo spunto dalla segnalazione delle tristi condizioni economiche in cui versa l'Eritrea per effetto dell'attuale amministrazione britannica, in conformità al telespresso di codesto Ministero n. 39975 del 20 dicembre 19472. Rilevai tuttavia che ritenevo la situazione perfettamente nota al Governo sovietico, ed anzi aggiungevo che dalle informazioni pervenuteci circa il lavoro della Commissione d'inchiesta, da talune dichiarazioni dell'ambasciatore Zarubin, e dalla stessa stampa sovietica avevo tratto l'impressione che il Governo sovietico avesse adottato verso la tesi di un mandato all'Italia su quelle nostre excolonie un atteggiamento di comprensione e di simpatia.

Mi rispose Zorin che non poteva ancora dirmi nulla di definitivo, anche perché la posizione sovietica avrebbe potuto essere influenzata dagli accertamenti in corso, ma fin d'allora poteva assicurarmi che la mia impressione circa l'atteggiamento di benevola comprensione dell'Unione Sovietica verso le nostre aspirazioni non era errata.

Data l'abituale riserva dei sovietici, una tale dichiarazione appariva già una notevole presa di posizione favorevole, concordante del resto con le notizie già pervenute da altre fonti, anche sull'atteggiamento della Polonia e della Cecoslovacchia. Presi quindi lo spunto dall'atmosfera propizia per insistere sugli argomenti politici essenziali che a mio avviso giustificavano, di fronte ai sovietici, la inevitabilità di una soluzione italiana. Misi in luce che, ridotte alla loro più semplice espressione, le alternative della questione si riducevano a tre: o un mandato alla Gran Bretagna, che i sovietici, a quanto mi risultava, indubbiamente non volevano; o una forma di più o meno spuria indipendenza, politicamente equivalente

275 1 Vedi DD. 252 e 267. 2 Non rinvenuto.

a un mandato a favore dell'Egitto o della Lega araba in Libia, e dell'Etiopia in Eritrea o Somalia; o, infine, un mandato all'Italia. Il punto decisivo nell'interesse generale e nell'interesse della Russia sovietica stava nello stabilire quale delle due ultime soluzioni avrebbe meglio garantito l'effettiva attuazione del mandato secondo la lettera e lo spirito della Carta delle Nazioni Unite, ossia un'amministrazione di quei paesi conforme all'interesse dei popoli indigeni e nello stesso tempo libera da predominanti influenze dell'uno o dell'altro gruppo di grandi Potenze. Si trattava di vedere cioè, quale paese non solo volesse ma potesse, per la sua autorità e il suo prestigio, esercitare degnamente il mandato; così posta la questione, essa si risolveva da sé perché né il mandato ai paesi arabi o etiopici, né una presunta e fittizia indipendenza avrebbe mai potuto dare quelle garanzie di autonomia oltrechè di retta amministrazione, che solo uno Stato civile e importante poteva dare.

Zorin conchiuse il colloquio assicurandomi che avrebbe trasmesso al suo Governo sia le mie comunicazioni sia le mie considerazioni.

Ieri sera egli mi mandò a chiamare d'urgenza per leggermi il testo della nota di cui ho già dato notizia esatta per telegramma, e che ora unisco all'attuale rapporto3.

Quali sono le ragioni, quali le conseguenze d eli' attuale presa di posizioni sovietiche?

Che i sovietici ci fossero favorevoli e volessero dimostrarlo, era chiaro ormai per molti segni; rimaneva il dubbio, se essi lo sarebbero stati fino in fondo. La loro dichiarazione odierna, impegnandoli pubblicamente, rende loro assai difficile ritornare su una posizione già assunta nel 1946 ed oggi solennemente ribadita.

Tanto più difficile, se si considera che la politica sovietica è, come fu più volte osservato, piuttosto compassata e sistematica, ed aliena dalle brusche svolte, quando non siano in gioco interessi vitali dell'Unione.

Concorrono evidentemente a determinare la condotta sovietica ragioni di sostanza e ragioni di circostanza.

Sul fondo della questione, è chiaro che i sovietici non vogliono gli inglesi, anche e specialmente perché sono convinti che essi agiscano in perfetto accordo con gli americani, e vorrebbero inserire le ex-colonie italiane in quel sistema strategico ed economico africano, che dovrebbe diventare la loro principale base di appoggio e di partenza per un eventuale conflitto. Queste idee i sovietici prendono assai sul serio, e le hanno ampiamente svolte, come ho avuto occasione di riferire (mio telespresso n. 15 del 7 gennaio 1948)4. Oggi poi, l'accordo per l'aeroporto della Mellaha li ha realmente colpiti, come una riconferma dello stretto accordo anglo-americano nella utilizzazione delle basi africane.

Ad una pretesa indipendenza sotto il Senusso, o sotto un altro governo arabo, e peggio che mai alla indipendenza eritrea, essi non credono assolutamente; mentre per ciò che riguarda un mandato ali' Egitto, alla Lega araba od alla Etiopia (suddiviso regionalmente) essi evidentemente non se ne fidano, perché non riten

275 3 Vedi D. 267. 4 Vedi D. 80.

gono che tali paesi siano sufficientemente sviluppati ed autonomi politicamente, da garantire un minimo di effettiva imparzialità ed autonomia nell'esercizio del mandato. Dietro di loro essi vedono ricomparire, presto o tardi, la Gran Bretagna.

Tali garanzie, più o meno, può dare l 'Italia; e specialmente (qui entra in gioco la ragione di circostanza) una Italia governata da un governo democratico secondo la nozione sovietica, o quantomeno da un governo talmente controllato all'interno da una forte minoranza di sinistra, da non potersi mettere liberamente a disposizione degli anglo-americani.

Questi ultimi rilievi, evidentemente, mettono in luce la connessione, che salta agli occhi, fra l'attuale atto, così ufficiale e improvviso, e la campagna elettorale italiana. A suo tempo non avevo mancato di segnalare, appunto in relazione alle elezioni prossime che, secondo ogni probabilità, i sovietici non potevano in questo momento permettersi degli atti ostili verso di noi, ed avrebbero piuttosto cercato di impressionare favorevolmente la nostra opinione pubblica. Indubbiamente questo non li indurrà a compiere atti contrari ai loro interessi, ma li induce a collocare abilmente nel tempo gli atti che a quegli interessi ritengono conformi. Questo gesto relativo alle colonie, in questo momento e in questa forma, si spiega anche così.

«Onnai -mi ha aggiunto Zorin a commento della nota di cui mi aveva dato lettura -la decisione non dipende più da noi».

In altri termini i sovietici vogliono rigettare sugli anglo-americani la responsabilità di una eventuale opposizione; una volta tanto, non vogliono prestarsi a fare la parte di chi dice, nei nostri riguardi, sempre di no.

Naturalmente, ciò potrebbe generare il dubbio, se l'attuale orientamento sovietico persisterebbe, nel caso che le elezioni italiane avessero un esito assai contrario ai loro desideri, e se essi non profitterebbero allora volentieri di un rifiuto o di una esitazione della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. A questa domanda è logico rispondere negativamente, pensando alle ragioni di sostanza che determinano anzitutto la scelta sovietica, e che non dipendono tanto dal Governo italiano, quanto dalla stessa situazione geografica, importanza e dignità del nostro paese.

Avendo essi rovesciato la responsabilità della soluzione sui loro avversari, è dalla larghezza di visione di questi ultimi che dipende ora la sorte delle nostre colonie.

Ricevendo la comunicazione di Zorin, naturalmente gli ha risposto prendendone atto con soddisfazione e dichiarandogli che il Governo ed il popolo sarebbero stati certamente riconoscenti al Governo sovietico dell'appoggio dato su una questione che sta a cuore indistintamente a tutti gli italiani.

Ho voluto tuttavia, sia pure nella forma più indiretta e più discreta possibile, sottolineare che intendevo il gesto del Governo sovietico come un gesto impegnativo e indipendente da qualsiasi vicenda interna del nostro paese.

Gli ho perciò dichiarato che l'Italia, «qualunque governo fosse stato al potere» avrebbe certamente esercitato il mandato, ove lo ottenesse, in conformità alla lettera ed allo spirito della carta delle Nazioni Unite. Ed ho voluto anche domandargli in via di chiarimento se questa presa di posizione sovietica doveva intendersi come definitiva.

Egli mi ha risposto che della parola del Governo sovietico non si poteva dubitare. Gli ho replicato che non ne dubitavo affatto e che la mia richiesta aveva solo il carattere di uno scrupolo, per così dire, professionale, per poter riferire al mio Governo la piena portata della dichiarazione fattami, della quale prendevo atto.

In tal modo ho voluto sottolineare che intendevo la comunicazione come un impegno definitivo assunto di fronte al nostro paese ed estraneo alle sue interne vicende; pur mantenendo il colloquio nella atmosfera più amichevole.

Credo utile aggiungere, a sempre maggiore documentazione del crescente interesse che qui si dimostra nei riguardi della politica estera ed interna italiana (e quindi a indiretta conferma di alcune delle osservazioni sopraffatte) che ormai non passa giorno, si può dire, senza che qualche aspetto di questa nostra politica sia messo in luce dalla stampa sovietica.

I temi di politica estera che sono stati maggiormente toccati in questa prima quindicina di febbraio sono tre: a) le visite delle navi americane ai nostri porti; b) il trattato di amicizia commercio e navigazione italo-americano; c) la costituzione della base aerea di Mellaha e la mancata protesta italiana.

Sul primo punto, dopo il mio passo presso questo Governo, si è messa in luce la notizia dell'invito fatto dal Governo italiano allo State Department, di rallentare le visite di navi per non irritare l'opinione pubblica italiana; si è poi pubblicata la smentita del nostro Governo, e in entrambe le occasioni si è trovato il modo di criticarlo, prima perché il suo passo sarebbe stato tardivo, poi perché non avrebbe avuto il coraggio di farlo.

Del trattato si è data la interpretazione pessimistica adottata dalla nostra stampa di sinistra, pretendendo che esso asservisca la nostra economia ali' America; e quanto alla base della Mellaha, si è rilevato che il Governo italiano avrebbe dovuto essere il più interessato a protestare, perché essa comprometterebbe lo status qua e la futura definitiva sorte delle nostre ex-colonie.

Praticamente, non è escluso che proprio questo affare della Mellaha abbia avuto per la ragione dei contrari un effetto a noi favorevole convincendo definitivamente i sovietici della intenzione angloamericana di ipotecare quei territori nei propri interessi, ed inducendoli a contrapporre loro la tesi italiana.

Quanto alla politica interna, l'interesse si concentra ormai per ora sulle elezioni prossime. Anche qui, dapprima si sono diffuse notizie sulla volontà del Governo De Gasperi (si intende, per obbedire agli Stati Uniti) di rinviare le elezioni sine die. Poi, di fronte alla evidenza dei fatti, si segue ora attentamente la campagna elettorale: si è data notizia del manifesto governativo, si parla di un accordo anticipato fra democratici cristiani e saragattiani-repubblicani per un futuro governo di coalizione, si riproducono e si commentano i discorsi elettorali di Togliatti e di Nenni, ecc.

Accanto a ciò, non manca ogni tanto un commento di insieme di questo o di quel giornale sulla situazione interna italiana, ove, per quel che riguarda le elezioni, la tendenza è di prospettare la lotta come un conflitto a fondo fra due soli blocchi, il democratico e il reazionario, escludendo a priori qualsiasi significato ed importanza ai partiti minori, siano essi più a sinistra o più a destra della Democrazia Cristiana.

Nell'anno in corso vi saranno in Europa tre elezioni politiche importanti: le italiane, le cecoslovacche, le finlandesi, ed una quarta anche più importante negli Stati Uniti.

Fra le elezioni europee, benché quelle cecoslovacche siano esse pure di notevole interesse, il primo posto non solo nel tempo, ma anche nel grado di importanza è dato qui a quelle italiane: non perché i sovietici contino effettivamente sulla vittoria del blocco di sinistra, ma perché esse costituiscono secondo essi una tappa di uno sviluppo politico che essi sperano a loro favorevole in un più o meno breve volgere di tempo.

Ciò spiega in parte, come già dissi, la loro linea di condotta verso di noi, anche per quel che riflette le colonie.

276

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A RIO DE JANEIRO, MARTINI

T. 1959/19. Roma, 17 febbraio 1948, ore 15,1 O.

Governo sovietico, come già fatto qualche tempo fa Governo francese, ha ieri ufficialmente comunicato a nostra ambasciata Mosca che esso rimane favorevole a che amministrazione fiduciaria nostre ex-colonie sia affidata all'Italia'. Poiché codesto Governo si è in passato espresso nello stesso senso ci sarebbe assai utile, in relazione trattazione generale questione e anche attualmente a fini interni, che esso ripetesse oggi tale sua favorevole disposizione in forma ufficiale a V.E. o, a mezzo proprio ambasciatore in Roma, a questo Ministero. A tale dichiarazione verrebbe dato qui opportuno rilievo.

Pregola adoperarsi in conseguenza2.

277

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. SEGRETO 1979-1980/99-100. Roma, 17 febbraio 1948, ore 20,30.

Ho portato a conoscenza questa ambasciata d'America contenuto nota sovietica e mio telegramma n. 94'. Ho insistito, in appoggio sua azione, perché codesto Governo si renda conto necessità prendere posizione anche ai fini politica interna italiana.

2 Per la risposta vedi D. 402.

In relazione contenuto suoi 130-131 e 1342, tenga presente, nelle conversazioni costì sull'argomento:

l) che riuscirebbe difficile rendere qui popolare ogni progetto organizzazione Europa occidentale se Gran Bretagna continuerà mantenere attuale atteggiamento negativo circa questioni africane e se Stati Uniti nulla faranno per mutarlo;

2) che per interessi anglo-sassoni di cui al punto 2 suo telegramma potrebbero sempre escogitarsi formule soddisfacenti; 3) che questione «correttezza» non si pone dal momento che due Stati (Francia e Russia) hanno già espresso loro favore per nostre aspirazioni;

4) è probabile che altri Stati orientali, che ci avevano dichiarato uniformare loro atteggiamento a quello sovietico, si esprimano nei prossimi giorni nello stesso senso, ciò che favorirà propaganda estreme sinistre.

Mi riservo svolgere in Sudamerica azione da lei suggerita che peraltro non potrebbe avere risultati rapidi quali noi, per ragioni già espostele, riteniamo necessari.

Per bilanciare iniziativa sovietica e ripercussioni che essa suscita qui nei confronti atteggiamento anglo-sassone potrebbe anche valere attuazione nostra proposta di cui al telespresso n. 199 del 19 gennaio3 e successivo telegramma per corriere n. 1587 del 9 febbraio4. Sganciata da motivi che l'avevano originariamente determinata (incidenti Mogadiscio) essa potrebbe riuscire più accettabile agli inglesi e avrebbe il vantaggio di dare una concreta soddisfazione al nostro paese pur lasciando formalmente impregiudicata questione di principio. Tanto più che, come noto, proposta amministrazione fiduciaria italiana aveva nel passato incontrato a Londra minor resistenza per Somalia che non per altre colonie prefasciste. Abbia presente anche queste circostanze nel suo colloquio con Armours.

276 l Vedi D. 267.

277 l Vedi D. 272.

278

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2137/65. Mosca, 17 febbraio 1948, ore 21 (per. ore 8 del 18).

Oggi ultimo comunicato Ufficio informazioni sovietico in risposta documenti

3 Vedi D. 135, nota 4.

4 Con tale telegramma diretto a Parigi (56) e Washington (34) Fransoni aveva comunicato:

«Come le è noto progettata nota ai supplenti contenente offerta collaborazione nostra amministrazione per ricondurre normalità situazione Somalia è stata momentaneamente sospesa, a richiesta ambasciata Londra, nell'attesa vedere se è possibile giungere a conversazioni dirette con Governo britannico. Nelle more decisione pregola sondare confidenzialmente al riguardo opinione codesto Governo anche per conoscere come esso considererebbe tale nostra proposta».

5 Gli ultimi tre capoversi del presente telegramma furono ritrasmessi a Londra (T. 2048/106

del 19 febbraio) con le seguenti istruzioni: «Tanto comunico anche a V.E., in vista suo colloquio con

Bevin e anche in relazione dichiarazione di ieri del portavoce del Foreign Office la quale, pur ribaden

do nota riserva Cirenaica, appare rigida per quanto si riferisce altri tre territori». Per la risposta di Tar

chiani vedi D. 285.

americani'. Nella sua prima parte esso contiene una ampia giustificazione della guerra finlandese e della occupazione Stati baltici e Bucovina-Moldavia come atti difensivi necessari per prepararsi ad inevitabile aggressione hitleriana. Tali atti sono equiparati a occupazione Egitto e Marocco durante guerra da inglesi e americani concludendosi che solo nemici democrazia o pazzi possono qualificare gli uni e gli altri quali aggressioni.

Al contrario si mette in rilievo che Francia ed Inghilterra erano decise ad intervenire contro U.R.S.S. in aiuto Finlandia anche con attacco verso Baku e ciò pur essendo già in guerra contro Hitler. Passando poi ad occuparsi attacco nazista a U.R.S.S. comunicato sottolinea dichiarazioni Truman e atteggiamento circoli anglo-americani favorevoli a reciproco esaurimento nazisti e sovietici ammettendo tuttavia che Churchill e Roosevelt non seguirono tali direttive. Cercando giustificare trattative di Molotov a Berlino e progetti spartizione Iran Turchia ecc. comunicato li qualifica sondaggi intenzioni nemiche dichiarando che Molotov era ben deciso a nulla concludere e rivendicando diritto tali sondaggi non resi noti semplicemente perché allora sovietici non avevano alcun alleato. In via di replica polemica si aggiunge invece che durante guerra comune ossia negli anni 1941-19421943 inglesi e americani svolsero sondaggi di pace con Hitler a mezzo di Lord Beaverbrook junior a Lisbona e di Allen Dulles in Svizzera senza dame notizia sovietici. Infine per contrapporre a tale scorrettezza anglo-americana lealtà sovietici è ricordato anticipo otto giorni offensiva sovietica gennaio 1943 su preghiera Churchill a Stalin per alleggerire fronte francese messo in pericolo da offensiva Ruprecht. Si conchiude che accuse americane non sono che pettegolezzi e calunnie di fronte ai quali parlano e parleranno fatti. Quali documenti nuovi alcuni brani di rapporti diplomatici germanici su sondaggi Beaverbrook e Dulles.

277 2 Vedi D. 268 e D. 272, nota 3.

279

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 2130-2131/156-157. Parigi, 17 febbraio 1948, ore 21,46 (per. ore 7, 30 del 18). Mio telegramma 142'.

Alphand mi ha detto che ultima idea Bevin sarebbe convocare 8 marzo Comitato lavoro di cui al punto tre suo 11902 riservandosi convocare per seconda quindicina marzo Conferenza Sedici qualora Comitato lo ritenga utile o necessario.

Ad impressione Alphand inglesi sono contrari convocazione: richiesto ragioni mi ha detto «utero di Bevim>. Ha poi spiegato che inglesi dicono «noi volevamo riunire Conferenza: americani ci hanno detto di no, adesso ci dicono riunite Con

ferenza: non è dignitoso per noi fare e disfare dietro semplice cenno americano». Da parte francese è stato invece fatto osservare che americani si erano opposti riunione Conferenza ritenendo che in questo momento essa avrebbe potuto avere influenza sfavorevole discussioni Senato riservandosi far sapere quando circostanze fossero opportune; d'altra parte si trattava cercare aiutare Amministrazione americana suoi difficili negoziati con Congresso: negoziati che coinvolgevano nostri gravi interessi; questa sola considerazione doveva essere sufficiente far passare in seconda linea ogni reazione amor proprio. Riteneva essere molto difficile fare oggi previsioni circa atteggiamento inglese in merito convocazione Conferenza perché Bevin cambia idea ogni cinque minuti.

Quanto a sostanza mi ha detto essersi convinto che discorso Bevin è stato discorso tanto più ardente deciso in quanto mascherava ferma volontà non fare niente nel campo economico, che atteggiamento inglese era come nell'estate scorsa contrario a creazione Commissione europea, contrario a ogni forma vera cooperazione europea. Egli riteneva che allo scopo far passare controlli americani attraverso Commissione europea sua creazione veniva ormai troppo tardi: piano Amministrazione era stato praticamente rigettato da Commissione Senato e non c'era possibilità ritornare indietro: controllo sarebbe stato esercitato direttamente da americani: ciò nonostante Commissione europea doveva secondo lui esser creata come primo passo verso unione economica europea come organo effettivo collaborazione: ma che ci saremmo trovati a lottare contro opposizione aperta o subdola inglese non meno di quanto era avvenuto in precedenza. Francia era disposta a farlo e sperava di potere contare come nel passato su collaborazione italiana. Gli ho detto che noi eravamo stati sempre in questo ordine idee e avremmo continuato lavorare in tal senso.

Mentre ritengo che tali siano effettivamente convinzioni Alphand, sul piano pratico poi delegazione francese continuerà, come nel passato, tenere atteggiamento opposizione molto blanda di fronte posizione inglese poiché Governo francese per ragioni politica generale non si deciderà mai prendere apertamente e decisamente di punta gli inglesi. Siccome per le stesse ragioni faremo lo stesso anche noi se effettivamente atteggiamento inglese è quello che Al p han d dice (e io temo abbia ragione) è molto difficile che si arrivi a creazione Commissione europea che abbia qualche valore effettivo.

278 l Vedi DD. 246, 255 e 270. 279 l Non pubblicato. 2 Non rinvenuto.

280

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 2131/1581. Parigi, 17 febbraio 1948, ore 21,45 (per. ore 7,30 del 18).

Alphand mi ha dato comunicazione progetto protocollo che è stato telegrafato oggi Drouin con incarico trattame costà.

Trattasi come V.S. può vedere tappa intermedia fra accordo definitivo e rapporto commissione. Alphand mi ha personalmente spiegato come di fronte desiderio Bidault procedere per tappe ha creduto opportuno proporre questa prima dichiarazione che pur non essendo ancora atto definitivo rappresenta comunque passo importante.

A mia richiesta mi ha spiegato che consultazioni con paesi firmatari accordo generai~ tariffe doganali è resa obbligatoria da disposizioni precise accordo di cui noi non siamo ancora firmatari a quanto mi è stato detto qui, ma che impegna Francia che ne è invece firmataria: trattasi però semplice formalità.

Mi ha detto che una volta avuto accordo italiano circa forma protocollo si discuterà questione procedura: mi ha fatto intendere che quando ci sia accordo sul testo da parte francese si è pronti procedere firma anche subito.

Protocollo I.T.O. proposto non è altrettanto impegnativo né decisivo quanto progetto inviatomi Grazzi: esso costituisce comunque considerevole passo innanzi e salvo eventuali piccole modificazioni forma che potranno essere suggerite Roma sono d'avviso convenga accettarlo senz'altro.

Ho per mio conto, in base suo telegramma 129 e sua lettera2 iniziato sondaggi qui per convincere Governo francese opportunità procedere firma protocollo definitivo prima nostre elezioni con riserva ratifica da parte Parlamento italiano dopo, appunto come espressione fiducia stabilita regime Italia e come contributo sia pure modesto da parte francese successo stesse elezioni. In linea di massima argomento ha incontrato qui reazioni abbastanza comprensive per cui accettazione rapida attuale proposta francese ritengo potrebbe facilitare miei ulteriori passi. Respingere attuale progetto perché non sufficientemente comprensivo o impegnativo potrebbe, ai fini pratici, ottenere effetto contrario a quello desiderato.

280 l Il documento reca lo stesso numero di protocollo generale del precedente poiché venne spedito insieme al T. 157.

281

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

L. Roma, 17 febbraio 1948.

Ho la tua personale del l 02. Inutile ti dica che vedo perfettamente gli ostacoli creati da una mentalità che -a ragione, dal suo punto di vista -crede aver fatto per noi più assai di altri.

Ben sintetizzando il «ragionamento» inglese tu lo chiudi colla loro domanda: «Poiché a noi si chiede di più, perché per gli altri si dimentica di più?». Per carità, noi non dobbiamo mai arrivare a un limite di rottura: sarebbe follia.

2 Non rinvenuta.

Ma in una conversazione confidenziale con Bevin tu ben puoi dirgli perché in Italia si sente ora come si sente. E lo puoi dire mettendo tutto in una nut s shell: perché gli inglesi furono ricevuti in Italia con delirio, con ammirazione, con speranza; ma poi ci rimasero; e il delirio e anche l'ammirazione passarono. Io che ti scrivo udii a Bari, fine '43, un generale inglese dire a un altro, parlando degli aviatori italiani che supplicavano di essere mandati, essi, a volare nel Nord perché più sicuri di distruggere obiettivi militari e non innocenti case: "I do not want those bloody ltalians turning into heroes".

A me la frase non fece alcun effetto, perché conosco i generali di tutti i paesi. Uno eccezionale, il povero gen. MacFarlane, che aveva cominciato a capire, che non si opponeva all'inevitabile, fu distrutto da Churchill. Fu così indignato di quella folle politica che da tory che era diventò laburista. Ma tutto questo non è pel Foreign Office; però Bevin capirebbe. In ogni modo bisogna guardare avanti e non indietro.

Ho risposto a una lunga e esitante lettera di Ivor Thomas con l'acclusa3; non bisogna niente trascurare che possa in qualsiasi modo, facilitare la tua difficile missione.

Le righe sottolineate in rosso contengono un suggerimento che potrebbe forse essere sfruttato; si tratta di far qualcosa prima del 18 aprile, nell'interesse generale.

280 2 Vedi D. 269.

281 l In Archivio Sforza, Strasburgo.

282

IL MINISTRO A BUDAPEST, BENZONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 615/118. Budapest, 17 febbraio 1948 (per. il 23).

L'Agenzia telegrafica ungherese ha diramato, in data 14 febbraio, il seguente comunicato:

«La sera del venerdì, il presidente della Repubblica Tildy Zoltàn, accompagnato dalla consorte, è partito per Mosca su invito del Governo sovietico. Lo accompagna il ministro Erno Mihàlyfi, capo dell'Ufficio presidenziale.

Contemporaneamente è partita per Mosca, con a capo Lajos Dinnyés, anche una delegazione del Governo ungherese per concludere un patto di amicizia, di collaborazione e di mutua assistenza ungaro-sovietico. La delegazione è composta dai vice presidenti del Consiglio Arpàd Szakasits e Màtyàs Ràkosi, dal ministro degli esteri Erik Molnar, dal ministro della difesa Péter Veres e dal presidente nazionale del partito piccoli proprietari Stefano Dobi, nonché da esperti.

Il presidente della Repubblica e la delegazione del Governo sono stati solennemente salutati alla Stazione Ovest».

In precedenza nessuna notizia era apparsa su questa stampa circa la firma di un patto di amicizia e mutua assistenza con l'Unione Sovietica né circa il viaggio a Mosca del presidente della Repubblica.

La partenza della delegazione era stata notificata ai capi-missione, con preghiera di presenziarvi, solo alla vigilia; quella del capo dello Stato venne comunicata solo con poche ore di anticipo.

Malgrado il silenzio ufficiale, il patto di mutua assistenza con l'U.R.S.S. era previsto --ad una data più o meno prossima -in questi circoli politici. Il suo annuncio ha coinciso con le manifestazioni organizzate per solennizzare il terzo anniversario della liberazione di Budapest da parte delle truppe sovietiche ed a giudicare dall'assenteismo e dalla palese indifferenza in cui le manifestazioni stesse si sono svolte non sembra che il fatto nuovo sia valso a scuotere in senso più amichevole verso l'U.R.S.S. questa pubblica opinione.

Come già segnalato con telegramma per corriere n. 009 in data 7 febbraio 1948' il prossimo patto sarà ricalcato su quello russo-rumeno; la presenza nella delegazione ungherese, in qualità di esperti, delle più alte autorità militari ungheresi fanno presumere che si toccherà a Mosca il problema della ricostituzione e del riarmo di questo esercito.

Con separato rapporto riferisco sui commenti di stampa2.

281 3 Non rinvenuta.

283

L'INCARICATO D'AFFARI A PRAGA, FRANCO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2192-2193/28-29. Praga, 18 febbraio 1948, ore 11,50 (per. ore 7,30 del 19).

Dissidio tra comunisti e anticomunisti nel quadro lotta elettorale ha raggiunto fase drammatica allorché leader comunista presidente del Consiglio è stato affrontato iersera da maggioranza Consiglio dei ministri ed a proposito organizzazione forze di polizia. Ministro comunista Interno è accusato asservire tali forze suo partito, e Gottwald rifiutando accedere richieste maggioranza intese ottenere spiegazioni circa continua esclusione polizia elementi non constatati comunisti ha interrotto seduta.

Partito comunista ha pubblicato oggi vistoso comunicato accusando partiti non comunisti costituire blocco per giungere precedentemente elezioni creazione Governo reazionario. Annunciando aver preso misure idonee difendere interessi del popolo comunicato segnale grande importanza congressi operai indetto 22 corrente e agricoltori 29 corrente.

282 I Vedi D. 238. 2 Non pubblicato.

Da Gottwald sarebbesi subito sottoposta la situazione all'esame del presidente della Repubblica rinviandone la discussione venerdì prossimo al Consiglio dei ministri. Riservomi riferire ulteriormente e richiamo i miei rapporti n. 202 e 204 del l 7 corrente' .

La prima impressione circa le cause ed il virtuale sviluppo della crisi indicherebbe nervosismo e coscienza debolezza comunista in previsione delle elezioni di fronte alla resistenza degli avversari politici.

284

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALLE RAPPRESENTANZE DIPLOMATICHE IN AMERICA LATINA'

T. 2016/c. Roma, 18 febbraio 1948, ore 18,30.

Ci sarebbe in questo momento particolarmente utile che codesto Governo, il quale non essendo firmatario nostro trattato pace non ha titolo per interloquire nella fase attuale questione coloniale, trovasse modo dichiarare che, qualora detta questione venisse portata all'O.N.U., esso sarebbe favorevole amministrazione fiduciaria italiana ex colonie.

Dichiarazione potrebbe avere forma comunicazione a lei diretta e ad essa verrebbe dato qui particolare rilievo. La prego adoperarsi in tal senso e riferire2.

285

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 2199/139-140. Washington, 18 febbraio 1948, ore 20,40 (per. ore 7,40 del 19).

Telegrammi V.E. 99 e 100'.

Ho avuto oggi colloquio ora e mezza con Armour e gli ho illustrato, drammatizzando ove conveniva, tutti argomenti telegrammi e lettere V.E. sia questione colonie sia posizione generale Italia rispetto democrazie occidentali e comuni interessi specie data nostra particolare sensibilità preelettorale.

mala, Montevideo e Panama.

2 Con T. 3810/83 del 22 marzo, Arpesani riferiva di aver ottenuto assicurazioni dal ministro degli esteri che l'Argentina avrebbe appoggiato l'amministrazione fiduciaria dell'Italia sulle sue ex colonie dando immediate istruzioni alla sua delegazione all'O.N.U. Per le risposte degli ambasciatori Petrucci, Cicconardi, Fornari, dei ministri Ferrante, Cassinis, Secco Suardo, Perrone e dell'incaricato d'affari ad interim Giardini vedi rispettivamente DD. 339, 437, 346, 294, 481, 355, 345 e 336.

Proposito colonie detto crudamente che per grosso massa elettorale eranvi da un lato della bilancia 51 morti Mogadiscio e dall'altro gesto simpatia sovietico nostre rivendicazioni. Occorreva assolutamente fare qualcosa per eliminare questo disastroso binomio. Ho spiegato difficile posizione Governo di fronte opinione pubblica anche nelle questioni di Tangeri, dei Sedici, delle conversazioni interalleate per Germania.

Per Tangeri Armour ha riconosciuto necessità agire al più presto per spingere inglesi e francesi ad evitare che all'ultima ora sovietici non mostrino essere loro a decidere nostra riammissione ed averne merito. Per i Sedici e la Conferenza riguardante la Germania occidentale assicurazioni d'interessamento per evitare nostre impressioni inferiorità e di ingiusto trattamento. Armour ha mostrato grande interesse per l'atteggiamento di V.E. favorevole intesa europea auspicata da Bevin in condizioni di parità e di reciproca piena fiducia.

A proposito delle colonie e nota russa ha insistito opinione che Stati Uniti non possono fare dichiarazione unilaterale prima conclusioni della Commissione d'inchiesta. Gli ho ripetuto tutti argomenti dimostranti come Stati Uniti debbano oramai considerarsi liberi esprimere loro parere.

Armour a questo punto ha dichiarato che Governo italiano può, sulla base atteggiamento finora tenuto da Washington, affermare che America manterrà la posizione più amichevole per noi rispetto al problema delle nostre colonie, ma che deve attendere risultato inchiesta ordinata dai Quattro prima di emettere giudizio definitivo.

Ho osservato ad Armour che questo non copriva affatto esigenze situazione presente estremamente incresciosa, né rimediava deprimenti effetti atteggiamento negativo di Londra in momento in cui è necessario tirare somme ed agire con prontezza ed efficacia. Ed ho pertanto ripetutamente fatto presente necessità che Governo americano svolga ogni possibile azione per indurre inglesi a fare con spirito aperta comprensione una dichiarazione che sia soddisfacente nostra opinione pubblica e tale da controbilanciare effetti atteggiamento sovietico. Il che avrebbe agevolato ulteriori favorevoli dichiarazioni americane.

Armour ha dimostrato di apprezzare pienamente tale necessità e mi ha promesso che lo State Department tratterà la cosa a fondo con Londra per convincerla agire nel senso da noi desiderato, pur rendendosi conto delle difficoltà anche britanniche di fare dichiarazioni a priori, mentre è in corso una procedura concordata. Ho insistito nel dimostrare che si tratta ora ben più di tempestività che di correttezza formale.

Mi ha domandato se nostro ambasciatore a Londra agiva stesso senso. Ho risposto di sì aggiungendo che suo difficile compito sarebbe stato agevolato da ferma e delicata azione americana presso Foreign Office.

Armour rimasto sorpreso frase nostro comunicato concernente eventuale dichiarazione Stati Uniti. Gli ho spiegato necessità e significato amichevole tale frase come quella riguardante Inghilterra.

Mi ha assicurato Governo americano ha profondamente a cuore esito nostre elezioni. Farà perciò tutto quanto possibile per eliminare inconvenienti e incongruenze giustamente rilevate e deplorate da V.E. in relazioni con grandi democrazie. Tratterà subito tutto il problema con gli upper leve/s.

283 l Non rinvenuti

284 l Ad eccezione dell'ambasciata a Rio de Janeiro e delle legazioni a Ciudad Trujillo, Guate

285 l Vedi D. 277.

286

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2196/118. Londra, 18 febbraio 1948, ore 20,45 (per. ore 7,30 del 19).

Telegramma ministeria1e 1543/c. e mio 1041.

Sottosegretario Kirkpatrick mi ha confermato stamane che prossime conversazioni a tre sulla Germania saranno assorbite inizialmente dal desiderio anglo-americano superare e chiarire atteggiamento francese nei riguardi struttura amministrativa tedesca, considerandosi praticamente improduttiva tesi della Francia che, pur riconoscendo necessità risanamento economico Germania nel quadro e nell'interesse Europa occidentale, vorr~bbe opporsi al proposto accentramento dei poteri economici.

Gli ho ricordato allora che quando si discutono aspetti economici del problema tedesco non è possibile ignorare punto di vista dell'Italia in armonia anche con quanto è stato riconosciuto alla Conferenza di Parigi circa preminenti interessi dei paesi confinanti con Germania occidentale. Mi ha risposto che esigenze italiane, come quella delle altre Nazioni in analoga situazione, sono sempre tenute presenti in ogni stadio del problema e che, una volta definite questioni prettamente zonali e strutturali, limiti e modalità per il reinserimento della Germania nella economia europea avrebbero potuto essere decisi solo attraverso piano Marshall con diretta partecipazione quindi dell'Italia.

Da questi ed altri colloqui ho l'impressione che anche da parte inglese non si sarebbe comunque favorevoli ad ammettere l'Italia ad una partecipazione diretta alla trattazione del problema tedesco nell'ambito più ristretto delle prossime conversazwm.

287

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO

T. 2034/19. Roma, 18 febbraio 1948, ore 23.

Suo 661.

Notizia già data da due giornali comunisti era già stata smentita come ridicola invenzione ma poiché stampa sovietica la riprende ho fatto diramare seguente comunicazione:

«Poiché la stampa sovietica riproduce le invenzioni apparse giorni fa su un paio di giornali di Roma circa un preteso accordo militare segreto fra l 'Italia e gli U.S.A.. il Ministero degli affari esteri conferma la smentita già data a tale voce e dichiara che essa non ha neppure il più lontano fondamento».

286 l Vedi DD. 237 e 262.

287 1 Del 18 febbraio, con il quale Brosio aveva riferito sulle notizie diffuse dalla stampa sovietica circa un preteso accordo militare segreto tra Italia e U.S.A.

288

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, ALLE RAPPRESENTANZE DIPLOMATICHE IN AMERICA LATINA'

TELESPR. 5325/c.2. Roma, 18 febbraio 1948.

A seguito delle istruzioni telegrafiche precedentemente impartite riassumo come segue, per opportuna documentazione e norma, la posizione di massima assunta dal Governo italiano nel riguardi del trattato di pace nonché le fasi e gli aspetti di maggiore rilievo dell'azione svolta nello scorso anno per promuoveme la revisione:

L'atteggiamento del Governo italiano circa il trattato di pace è stato ufficialmente manifestato con le dichiarazioni formulate dal plenipotenziario italiano al momento della firma nonché i discorsi pronunciati in seno all'Assemblea costituente dal presidente del Consiglio e dal ministro degli affari esteri in occasione della ratifica del trattato da parte dell'Assemblea stessa. Tali manifestazioni sono in stretto nesso con tutta l'azione svolta dal Governo italiano dalla firma dell'armistizio in poi e con la situazione che nonostante tale azione, venne successivamente a determinarsi. I documenti suaccennati hanno tenuto a mettere nel dovuto rilievo:

l) che il trattato di pace impostaci contiene clausole dannose non soltanto al progresso della nuova Italia democratica, ma anche alla pacifica ricostruzione mondiale:

2) che l'Italia si è decisa ad accettare il documento, su cui non aveva avuto alcuna possibilità di negoziare, unicamente per contribuire, con i più gravi sacrifici, al ristabilimento della pace;

3) che tuttavia essa attendeva dagli altri firmatari del trattato la progressiva eliminazione delle clausole pregiudizievoli.

Fin dalla firma dell'armistizio gli Stati Uniti e i Governi sudamericani sotto la spinta della rispettiva opinione pubblica, manifestarono la loro volontà che l'Italia fosse sollevata dalla situazione di paese vinto. È superfluo richiamare in questa sede i singoli documenti ufficiali esistenti al riguardo: nel loro insieme essi

T. 16910/c. del 26 novembre '47 e T. 17138 del 2 dicembre '47 [non pubblicati]».

esprimono comunque un chiaro atteggiamento ripetutamente manifestatosi in diverse forme (dichiarazioni di vario genere; messaggi e comunicazioni al Governo italiano; proposte presentate alle varie conferenze della pace ecc.).

Tale atteggiamento dei paesi americani costituisce la risultante di un complesso di numerosi fattori che possono tuttavia raggrupparsi in due categorie fondamentali:

-l'aspirazione di tutti i governi americani di veder rafforzata la pace mondiale sulla base di una giusta ed armonica convivenza di tutte le Nazioni libere; -i tradizionali rapporti di amicizia che uniscono i popoli americani all'Italia.

Il trattato di pace imposto ali' Italia non potrà manifestare tali esigenze e gli stessi Governi che ne furono firmatari originari, in primo luogo gli Stati Uniti, tennero a manifestare con documenti ufficiali e solenni il loro proposito di promuovere la revisione appena possibile (messaggi del presidente Truman e del generale Marshall ecc.)

Sul terreno strettamente diplomatico il movimento americano a favore dell'Italia si è svolto attraverso due vie: -non adesione al trattato e conclusione di pace separata (Cuba, Panama, Honduras); -presentazione di mozioni alla recente assemblea dell'O.N.U. per la revisione del trattato (Argentina ed altri Stati, Equatore, Honduras);

-la proposta argentina, cui aderirono il Paraguay, il Panama, S. Domingo, la Bolivia, il Guatemala, l 'Uruguay e il Costarica suggeriva che l'Assemblea dell'O.N.U. rivolgesse agli Stati firmatari del trattato di pace la «raccomandazione di dare all'Italia modo di presentare nuove osservazioni e suggerimenti diretti a mitigare gli obblighi impostile dal trattato». La proposta stessa alla quale aderirono successivamente anche l'Equatore e l'Honduras (le cui mozioni erano press'a poco analoghe) venne effettivamente presentata alla Segreteria dell'O.N.U. nel settembre scorso. La sua iscrizione nell'o.d.g. della Sessione fu discussa in seno al «Comitato Generale» e poi in seno ali' Assemblea generale. La delegazione nordamericana svolse attiva opera in favore dell'iscrizione e quasi tutti i paesi americani la sostennero, compreso il Brasile che in un primo momento aveva formulato delle obbiezioni. Non vi aderirono invece il Cile e il Perù che per ragioni di politica generale sostennero la tesi che l'O.N.U. non ha facoltà di occuparsi della revisione dei trattati. Taluni paesi dell'Europa occidentale e principalmente la Gran Bretagna e la Francia, si astennero. I paesi dell'Europa orientale si opposero. Le rispettive votazioni riuscirono favorevoli all'iscrizione all'o.d.g. (il risultato nell'Assemblea fu: 22 voti a favore, 8 contrari, 19 astenuti).

Nel novembre scorso doveva svolgersi in seno al Comitato n. l delrAssemblea generale la discussione in merito. Ma la delegazione argentina, anche per suggerimento di altre delegazioni e soprattutto di quella britannica, ritenne opportuno di ritirare la mozione col pretesto dichiarato della mancanza di tempo ma al fine reale di evitare che si accentuasse la tensione esistente e che l'esito della votazione fosse negativo, il che avrebbe reso impossibile la ripresentazione della mozione in una fase più propizia. Si ebbe infatti l'impressione che ove si fosse insistito per una decisione immediata, i paesi che inizialmente si erano astenuti avrebbero votato contro l'accoglimento della mozione. La delegazione nordamericana condivise l'opinione della delegazione argentina.

Successivamente il Governo degli Stati Uniti, quello argentino e vari altri Governi americani hanno tenuto a dare esplicita assicurazione che il ritiro della mozione, determinato da ragioni di opportunità momentanea non implica in alcun modo un abbandono dell'atteggiamento finora mantenuto sulla questione. I Governi suddetti hanno altresì confermato che si riservano di sollevare la questione stessa alla prima occasione opportuna. Tale riserva fu del resto esplicitamente espressa in seno al Comitato n. l dell'Assemblea dal delegato nordamericano che ebbe testualmente a dichiarare:

«The United States feel that the Italian Peace Treaty contains many unsatisfactory features which should be revised. However, in view of the short time it has been in effect, and in view of the fact that the Assembly is nearing the completion of its work, we acquiesce in the withdrawal of this item noting that this action is without prejudice to renewing it at the next Session of the Generai Assembly».

Da parte nostra fin dal primo momento si accolse l'iniziativa in esame con ovvio favore in quanto essa corrispondeva all'atteggiamento ufficialmente assunto dal Governo italiano e ne costituiva una prima realizzazione nel campo internazionale. Tuttavia si ritenne opportuno lasciare che i Governi amici che patrocinavano l'iniziativa svolgessero la loro opera spontaneamente, pur affiancando e talvolta incoraggiando tale opera.

Circa il contenuto della «raccomandazione» che l'O.N.U. avrebbe dovuto rivolgere ai paesi firmatari del trattato di pace si comunicò al Governo nordamericano per il tramite dell'ambasciata in Washington essere importante per il Governo italiano «poter ottenere un'affermazione di massima favorevole alla revisione, che aprisse la via a concreti sviluppi anche se, per contingenti difficoltà questi non avessero potuto avere luogo immediatamente» (telegramma del conte Sforza all'ambasciata in Washington in data 24 settembre 1947)3: Tale concetto venne ribadito il giorno successivo con la lettera n. 20/30123/3534 che pur evitando di affrontare particolari questioni che nel momento attuale urterebbero determinate suscettibilità ne lasci aperta la possibilità avvenire e non abbia quindi carattere e portata meramente platonica.

Pertanto l'azione del Governo italiano ha mirato fondamentalmente ad ottenere che la «raccomandazione» dell'O.N.U. avesse un carattere generale, ma contenesse spunti tali da permettere in una seconda fase negoziati su determinati problemi concreti.

Nel suo ultimo rapporto complessivo l'ambasciata in Washington ha rilevato che la questione, malgrado il ritiro della mozione della ultima sessione dell' Assemblea, «rimane in sostanza impostata dinanzi alle Nazioni Unite ed all'opinione pubblica mondiale». L'ambasciata stessa ha inoltre riferito che il Dipartimento di

288 3 Vedi serie decima, vol. VI, D. 512. 4 lbid, D. 524.

Stato si riserva di far conoscere appena possibile le specifiche possibilità e le modalità più opportune per la ripresentazione della questione. L'ambasciata ha infine comunicato che il Dipartimento di Stato ha fatto presente l'opportunità che «l'iniziativa venga affidata alla delegazione di un Governo che riscuota larghe simpatie negli ambienti delle Nazioni Unite e che la formula relativa venga preparata con maggiore cura».

Le linee direttive adottate dal Governo italiano contemporaneamente alla ratifica del trattato di pace hanno avuto comunque nella recente sessione dell'O.N.U. una prima sanzione morale. Il problema della revisione del trattato di pace, come hanno constatato sia l'ambasciata in Washington sia l'osservatore presso l'O.N.U., è stato e rimane posto sul tappeto diplomatico oltre che dinanzi all'opinione pubblica mondiale. Inoltre l'iniziativa ha permesso di costatare che l'Italia può fare affidamento oltre che sull'efficace appoggio degli Stati Uniti, anche sull'attivo interessamento degli altri paesi americani. Si è costatato altresì che tale fattore, ove venga opportunamente sviluppato, può indurre a un più favorevole atteggiamento anche taluni paesi europei, il che in definitiva determina una situazione suscettibile di risultati assai apprezzabili.

Le effettive possibilità ora esistenti potranno essere studiate nel quadro dell'evoluzione in corso nella situazione internazionale, dato che la presente fase politica potrebbe consentire ulteriori sviluppi dei risultati parziali finora ottenuti. Nella nuova fase l'azione dei paesi amici dovrà essere convenientemente coordinata e diretta verso determinati fini e che per le loro caratteristiche siano i più adatti ad evitare reazioni sfavorevoli degli altri paesi e soprattutto di quelli che non hanno finora manifestato una decisa presa di posizione.

Mi riservo di ritornare sull'argomento non appena in possesso dei necessari ulteriori elementi di giudizio.

Per la successiva corrispondenza che dovrà intercorrere al riguardo sarà opportuno, onde agevolare l'attività dei competenti uffici, che l'argomento stesso e la questione del nostro ingresso all'O.N.U. facciano oggetto di separate comunicazwm.

288 l Diretto anche all'ambasciata a Washington ed all'Ufficio dell'osservatore italiano presso le Nazioni Unite. 2 Il documento recava i seguenti riferimenti: «T. 791 del 24 novembre '47; T. 265 del 24 novembre '47; T. 16798/c. del 24 novembre '47 [per i quali vedi serie decima, vol. VI, DD. 755 e 754];

289

IL MINISTRO A DAMASCO, L. CORTESE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 338/53. Damasco, 18 febbraio 1948 (per. il 26).

Ho avuto occasione in questi ultimi tempi di aver varie conversazioni con uomini politici siriani, tra le quali le più importanti con il presidente del Consiglio, Gemil Mardam, prima che partisse per il Cairo per partecipare alle riunioni della Lega araba, e con il ministro dell'interno, Muhsen Barazi, il quale è appena ritornato dal suo viaggio a Riad ed al Cairo. Come è noto, Muhsen Barazi si era recato in Arabia Saudita ed in Egitto latore di messaggi del presidente Kuatly a lbn Saud e a re Faruq tendenti a promuovere un più stretto coordinamento della politica estera dei paesi arabi, specie per quanto concerne la conclusione di accordi con potenze estere (vedi rapporto n. 188/33 del 28 gennaio)'.

Ho intrattenuto il presidente del Consiglio specialmente sui lavori all'ordine del giorno della Lega araba ed il ministro dell'interno sull'esito del suo viaggio.

Ho chiesto a Gemil Mardam qualche chiarimento sui lavori che si sarebbero svolti nel corso della sessione del Consiglio della Lega araba riunitosi al Cairo 1'8 febbraio u.s., e, in particolare, se il Consiglio sarebbe stato investito della questione dei patti regionali promossi dalla Gran Bretagna.

Egli si è mostrato riservato, facendo presente che sarebbero stati posti all'ordine del giorno solo quei problemi sui quali si fosse verificata un'intesa preventiva nel corso dei contatti preliminari tra i vari delegati. Ha ammesso tuttavia che l 'unificazione della politica estera degli Stati membri della Lega era un problema che, a suo parere, avrebbe, dovuto essere coraggiosamente affrontato e risolto. «Attualmente -egli ha detto -esiste come non mai una sincronizzazione di aspirazioni e di intenti tra gli Stati arabi, che non si deve lasciare disperdere».

La Lega dovrà decidere con piena indipendenza di giudizio se ed in quale forma gli Stati arabi potranno legarsi con trattati a potenze estere. Esiste a tale riguardo una proposta irachena secondo la quale ogni progetto di accordo dovrebbe essere preventivamente sottoposto alla ratifica della Lega.

Passando a discorrere delle evoluzioni della politica britannica, ho chiesto che cosa c'era di vero nelle voci raccolte in giro, secondo cui la Gran Bretagna, di fronte all'insuccesso dei patti regionali, tenderebbe a negoziare un accordo, e magari un trattato, di alleanza difensivo con la Lega araba in quanto organismo regionale riunente un certo numero di Stati ed a riesumare il vecchio progetto del riconoscimento da parte del Foreign Office della Lega araba quale soggetto di diritto internazionale distinto dai suoi componenti.

Gemil mi ha risposto evasivamente dicendo che attualmente la Lega, non avendo personalità giuridica, non può concludere essa stessa accordi con potenze estere.

Circa il riconoscimento della Lega come entità internazionale distinta, esistono per ora punti di vista divergenti tra gli Stati arabi (come è noto il Libano è nettamente contrario). Non è escluso tuttavia che negoziazioni collettive possano essere iniziate tra la Gran Bretagna e gli Stati arabi per il tramite della Lega. Comunque la condizione indispensabile per la ripresa delle trattative è quella di una soluzione favorevole della questione palestinese.

Circa tale questione egli mi ha ripetuto i vecchi slogans, sulla necessità per gli arabi di proseguire la lotta fino alla vittoria ecc. Avendogli fatto notare che il Governo americano aveva recentemente insistito sul suo vecchio punto di vista favorevole alla procedura decisa dall'O.N.U. relativa alla spartizione della Palestina, Gemil Mardam mi ha fatto osservare che nel seno stesso del Governo americano esistono opinioni discordi. Ad esempio il Dipartimento della guerra, preoccupato per i rifornimenti di petroli dal Medio Oriente, messi in pericolo dal piano di

spartizione, farebbe pressioni per una revisione dell'atteggiamento assunto dagli Stati Uniti. Eguali pressioni verrebbero svolte anche dalla compagnie petrolifere Arameo, Standard Oil New Jersey e dalla Socony Vacuum. Secondo queste, la spartizione non solo metterebbe in pericolo i rifornimenti di petrolio del Medio Oriente, ma comprometterebbe anche il successo del piano Marshall, interrompendo la distribuzione del petrolio in Europa in un'epoca in cui gli Stati Uniti potranno esportare in Europa solo i petroli del Medio Oriente, a causa del loro consumo interno sempre crescente.

Avendogli fatto osservare che, secondo quanto risultava dalla stampa americana, l'opinione pubblica era nella grande maggioranza favorevole alla spartizione sia in conseguenza della propaganda ebraica e sia del fatto che, se la spartizione non fosse attuata, l'O.N.U. perderebbe tutto il suo prestigio, esattamente come la Società delle Nazioni aveva perduto il suo in seguito al suo fallimento nella questione mancese ed in quella etiopica, egli mi ha chiesto se per il Governo americano, in caso di guerra, avrebbe avuto maggiore importanza l'appoggio di una organizzazione delle Nazioni Unite, secondo lui già agonizzante, oppure una relativa tranquillità nel Medio Oriente e, magari, l'appoggio del mondo arabo.

Al termine della conversazione Gemi! Mardam mi ha confermato l'intenzione della Siria, e con essa di tutti i paesi arabi, di seguire una politica solidale indipendente dalle potenze estere. «Tale politica -egli ha continuato -costituisce l'unica garanzia perché i paesi di questo settore non siano coinvolti inconsciamente ed involontariamente in pericolose avventure e perché i loro interessi possano essere in ogni eventualità e comunque tutelati specialmente nel caso, non improbabile, in cui imprevedibili avvenimenti offuschino ancora maggiormente l'orizzonte politico internazionale».

Il ministro dell'interno Muhsen Barazi si è mostrato particolarmente soddisfatto della sua missione nell'Arabia Saudita ed in Egitto e non senza compiacimento mi ha chiesto se avessi notato come i capisaldi della politica siriana avessero fatto sentire la loro influenza nella politica che attualmente stanno adottando i vari paesi arabi del Medio Oriente. Ho ammesso che sin dal mio arrivo in Siria mi ero reso conto come Damasco stesse sempre maggiormente diventando la vera capitale politica del Medio Oriente e come tale circostanza fosse giustificata dalla sua tradizione, dalla sua posizione geografica e, soprattutto, dal fatto che la politica siriana era in funzione assai più degli interessi del mondo arabo che di quelli siriani in particolare. Gli ho chiesto a mia volta di specificarmi in quale modo la Siria abbia influito sui recenti avvenimenti, quali il ripudio da parte dell'Iraq del trattato firmato pochi giorni prima dai rappresentanti iracheni con l'Inghilterra ed il rinvio delle trattative anglo-transgiordaniche ed anglo-saudiane. Avvenimenti, questi, che hanno provocato il fallimento, almeno momentaneo, dei piani inglesi relativi ad una riorganizzazione politica dei paesi di questo settore.

Barazi è d'opinione che attualmente-per quanto concerne l'attività politica nei paesi del Medio Oriente -due concezioni politiche sono in giuoco. Quella inglese, ora spalleggiata dall'America, tendente a formare una «Lega musulmana» estendentesi dalla Turchia al Pakistan, in funzione anti-sovietica, e di cui il trattato anglo-iracheno avrebbe dovuto costituire il primo anello; quella araba, di cui la Siria si va facendo promotrice, tendente a che i paesi arabi, ed eventualmente tutti i paesi musulmani, riuniscano i loro sforzi per costituire una unità neutrale ed indipendente diretta a tutelare i loro particolari interessi indipendentemente da quelli delle grandi Potenze.

«Le nazioni arabe, nell'ambito della politica internazionale, egli ha detto, devono marcare la loro individualità rifuggendo dall'aderire ad uno dei due blocchi, anglosassone o sovietico, e tendendo invece a formare un terzo blocco, intorno a cui si riunirebbe fatalmente "la grande maggioranza dei membri dell'Assemblea generale dell'O.N.U. Non è escluso-ha aggiunto Barazi-che tale blocco non possa prima o poi avvicinarsi, o magari allinearsi, al fianco di uno dei due blocchi contrapposti, ma ciò potrà essere effettuato solo allorché i supremi interessi delle Nazioni arabe o musulmane lo consiglino, e nel modo che maggiormente si adeguerà ai loro particolari interessi, e non secondo una formula aprioristica ed automatica quale quella auspicata dalla Gran Bretagna».

Avendogli chiesto il suo parere sul modo col quale la Gran Bretagna aveva inteso realizzare il suo noto piano di accordi regionali con i paesi arabi e quali fossero i suoi obiettivi, egli ha detto di ritenere che il Governo di Londra non rinunzia ad essere l'elemento direttivo di una riorganizzazione politica di questo settore, che si rende ora più che mai necessaria per compensare l'indebolimento causato dal ritiro delle sue truppe dall'Iraq, dalla Transgiordania e dalla Palestina. I vari trattati di alleanza che essa intende concludere separatamente con i paesi musulmani, a cominciare con quelli retti dalla dinastia hascemita, avrebbero dovuto contemplare una applicazione automatica, in caso di guerra, delle clausole di assistenza reciproca, la entrata in funzione di un consiglio comune di difesa e, come ovvia conseguenza, il diritto di ingresso delle truppe anglosassoni nel territorio dei singoli Stati. Non v'è chi non veda come tali clausole, tacite o espresse, avrebbero frustrato qualsiasi aspirazione di indipendenza degli Stati arabi. Le loro reciproche relazioni non sarebbero state dirette, ma avrebbero dovuto passare attraverso il tramite del Governo di Londra. Nel caso, poi, che gli accordi fossero stati estesi ad una più vasta organizzazione di Stati musulmani, la direzione politi~ ca del mondo arabo sarebbe passata dai paesi arabi alla Turchia o al Pakistan, sui quali gli anglosassoni avrebbero sentito di poter fare maggiore affidamento.

Avendogli infine chiesto come si sarebbe inquadrato il noto progetto della Grande Siria, patrocinato dall'Inghilterra, con il nuovo piano della lega musulmana, egli mi ha detto sembrargli che l'Inghilterra abbia, per il momento, rinunziato alla sua attuazione. Voci diffuse, peraltro non controllate, riportano che recentemente Bevin avrebbe lasciato intravedere al presidente del Consiglio transgiordanico, Taufik Pascià Abu el Ruda, la possibilità di sostituire un giorno la «Grande Siria» con una «Grande Transgiordania», alla quale sarebbe stata annessa la parte araba della Palestina. Secondo lui questa idea di una «Grande Transgiordania» era ancora più «fantastica» di una «Grande Siria» a causa della netta posizione già presa, in merito a tale eventualità, dal Comitato supremo arabo, posizione che sarebbe pienamente condivisa da qualsiasi governo che dovesse costituirsi in Palestina.

Non la «Grande Transgiordania», ha concluso, ma la «Grande Siria» si costituirà un giorno, ma non sotto forma monarchica, bensì sotto forma repubblicana. «La Grande Siria è una fatalità storica perché rappresenta una realtà geografica e politica>>.

Ritornando all'obiettivo della sua missione a Riad, egli mi ha lasciato intendere che il recente atteggiamento dell'Arabia Saudita nei riguardi delle trattative con l'Inghilterra era stato provocato dai suggerimenti del presidente della Repubblica siriana, dei quali egli si è reso interprete. Come è noto, il 5 febbraio l'emiro Faisal, ministro degli affari esteri saudita, ha fatto conoscere a Bevin che era costretto a rinviare la sua visita a Londra «per ragioni di salute».

«Senza dubbio, Barazi ha aggiunto, l'atteggiamento iracheno e saudita ha influenzato pure quello della delegazione transgiordanica che si trovava a Londra». L'S febbraio u.s. essa infatti sospendeva le conversazioni intavolate con il Governo inglese, assicurando tuttavia che esse sarebbero state riprese ad Amman dopo che il Governo transgiordanico ed il re Abdallah fossero stati messi al corrente della situazione.

Ho voluto riferire per esteso le conversazioni avute con il presidente del Consiglio e con il ministro dell'interno non solo per l'interesse degli argomenti trattati, ma anche perché essi sono i due uomini più influenti della scena politica non solo siriana, ma del Medio Oriente.

L'impressione che ho potuto ricavare da tali colloqui è che il Governo siriano desidera sfruttare al massimo una congiuntura favorevole, in cui si è venuta a trovare principalmente in seguito alla breccia apertasi nel noto progetto britannico dei patti regionali.

I vantaggi che esso si ripromette sono: un aumento di prestigio nel mondo arabo, del quale la Siria si atteggia sempre di più ad elemento direttivo; maggiori possibili garanzie nel caso in cui tali paesi siano costretti, nel loro stesso interesse, a gravitare nell'orbita delle Potenze occidentali; e, «last not least», una soluzione favorevole, sia pure di compromesso, nella questione palestinese.

289 l Non pubblicato.

290

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 22301162. Parigi, 19 febbraio 1948, ore 13 (per. ore 17,55).

Suo 1899/c.l.

Ho dato a Chauvel dettagli circa comunicazione Governo sovietico. Gli ho poi svolto considerazioni di cui sua lettera 1232. Mi ha detto che interesse francese aiutarci non solo in questione coloniale ma in genere per nostra situazione intema è troppo evidente perché fosse necessario sottolinearlo. Avrebbe senz'altro proposto a Bidault (che debbo vedere nei prossimi giorni) dare istruzioni ambasciatori francesi Londra, Washington fare due Governi almeno accenno in senso da noi desiderato.

290 l Non pubblicato: contiene la ritrasmissione a Londra, Parigi e Washington del D. 267. 2 Vedi D. 227.

Avendogli accennato a conversazioni Gallarati-Sargent mi ha detto che quest'ultimo ne aveva informato Massigli. Ha volu_to farmi comprendere che Governo francese da parte sua, aveva da tempo incoraggiato inglesi essere un pò più espliciti con noi. Mi ha ripetuto suo consiglio parlare chiaramente ed in concreto anche a Washington dato che peso decisivo per questione coloniale veniva sempre più spostandosi verso Washington.

A mia richiesta mi ha detto non avere alcun dato circa intenzioni americane; al punto da dubitare se pensiero americano in proposito sia già realmente precisato. Unico elemento concreto che egli aveva era condotta delegati americani commissione inchiesta cui atteggiamento era stato senza dubbio quello di appoggiare punto di vista britannico.

Sempre a sua impressione mossa sovietica avrebbe potuto portare a reazioni a noi favorevoli a Washington a condizione che da· parte nostra non si calchi troppo la mano. Pur deplorandolo, meno ottimista era invece per reazioni Londra: sua impressione era che inglesi fossero piuttosto pessimisti in merito risultato nostre elezioni, sostanzialmente molto indifferenti, e poco disposti fare qualche cosa di concreto per aiutarci.

291

L'INCARICATO D'AFFARI A MADRID, VANNI D'ARCHIRAFI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2234/ll. Madrid, 19 febbraio 1948, ore 14,50 (per. ore 18,15).

Telegramma ministeriale 8'.

Atteggiamento Spagna nei confronti piano Marshall è caratterizzato da vivissimo interesse parteciparvi anzitutto per rompere boicottaggio politico, poi per ragioni ordine. Evoluzioni nei confronti piano stesso potranno però verificarsi più che da parte della Spagna -la quale, oltre che affermare suo vivo interesse, non può avere in proposito che scarsa possibilità iniziativa -da parte principali Potenze interessate.

Incaricato d'affari Nord America ha recentemente comunicato a questo ministro degli affari esteri noto punto di vista Washington che si rimette in sostanza decisioni sedici paesi, aggiungendo che ritorno Governo spagnolo ad un maggior liberalismo politico ed economico, così come avrebbe facilitato decisione paesi stessi in favore Spagna, costituiva base necessaria per normalizzazione relazioni diplomatiche. Conseguentemente questo Governo avrebbe effettuato sondaggi presso Governi interessati piano Marshall onde conoscere loro atteggiamento.

291 I Vedi D. 266.

Circa valore politico inclusione Spagna è indubbio che nostra eventuale presa posizione suo favore in vista fatalità evoluzione, oltre a rispondere a necessità cooperazione europea, ci eviterebbe perdite terreno nel momento in cui Francia riappare attivissima in questo settore e faciliterebbe soluzione importanti questioni tuttora in sospeso (marina mercantile).

Circa valore economico vanno invece fatte molte riserve. Non risulta questo Governo abbia finora elaborato né studi né programmi; sua politica economica ispirata autarchia e nazionalismo finora intransigenti non sembra adatta cooperazione in ambito unioni economiche regionali; infine condizioni economiche paese e suo scarso potenziale industriale ed agricolo farebbero di esso peso morto almeno fino a quando aiuti da ricevere non saranno divenuti produttivi. Segue rapporto2.

292

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. S.N.D. 2069/105. Roma, 20 febbraio 1948, ore 12.

Suo 139-140'.

Ho parlato con Dunn2 nello stesso senso che lei con Armour. A titolo di esempio di desiderabili gesti che colpirebbero la nostra opinione gli ho accennato messaggio annunziante decisione di riaprire subito quota pei tre anni di guerra fascista. Come argomento mi sono riferito alla generosa decisione Roosevelt esentante gli italiani viventi negli Stati Uniti dalla qualifica di «stranieri nemici».

Lei potrà testimoniare quale profondo effetto la decisione produsse allora costì e come non vi fu un italiano che neppur segretamente parteggiò per la guerra fascista. Se la colpa di quella orribile guerra non fu fatta pesare sugli italiani viventi costì perché farla pesare sugli altrettanto innocenti italiani che vivevano in Italia?

Ella potrà ricordare costì che uno degli argomenti della propaganda anti-americana è quello dell'emigrazione. Ma anche un gesto circa colonie analogo al sovietico dovrebbe essere considerato necessario. Dunn telegrafava subito desideroso di cooperare.

291 2 Non rinvenuto. 292 I Vedi D. 285. 2 Il colloquio con Dunn si svolse la mattina del 19 febbraio: risulta da un biglietto di Dunn a Sforza in pari data.

293

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2285171. Mosca, 20 febbraio 1948, ore 14,16 (per. ore 14 del 21).

In aggiunta mio 691 preciso che trattato ungaro-sovietico, pur essendo letteralmente identico trattato romeno-sovietico, in ogni altra parte, contiene lieve modifica articolo 2 ossia la garanzia di aiuto è assicurata non solo in caso di operazioni militari con Germania o con altro Stato che si unisca ora alla Germania in politica aggressione, ma anche in caso di operazioni militari con ogni altro Stato che partecipò in passato unitamente alla Germania ad atti di aggressione in Europa. Tale aggiunta potrebbe letteralmente riferirsi a Romania Bulgaria Italia ed anche Austria in quanto parte della Germania hitleriana. Membri delegazione ungherese mi dicono che essa avrebbe di mira specialmente Austria.

294

IL MINISTRO AD ASSUNZIONE, FERRANTE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2303!11. Assunzione, 20 febbraio 1948, ore 14,50 (per. ore 22).

Con riferimento al telespresso n. 20161, informo l'E.V. che questo ministro degli affari esteri mi ha stamane detto che avrebbe immediatamente inviato telegrafiche istruzioni al suo ambasciatore a Washington, il quale è delegato paraguaiano all'O.N.U., perché dichiari che Governo del Paraguay è del parere che questione ex colonie italiane venga portata all'O.N.U. e che, visto che è rinviata sine die, predette colonie vengano poste sotto nostra amministrazione fiduciaria.

Ho ringraziato questo ministro affari esteri della nuova tangibile prova di amicizia, informandolo che portavo a conoscenza dell'E.V. tale sua dichiarazione.

294 t Vedi D. 284.

293 1 Del 19 febbraio, con il quale Brosio comunicava la firma del trattato di amicizia, collaborazione e assistenza ungaro-sovietico, avvenuta il giorno prima.

295

IL PRIMO SEGRETARIO GALLINA AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2325/32. Francoforte, 20 febbraio 1948, ore 22,32 (per. ore II del 21).

Riferimento telegrammi filo 6' e 262 codesto Ministero.

In merito contenuto primo capoverso telegramma 6 comunicasi che sono intervenuti due fatti nuovi a modificare situazione:

quartiere generale Comando superiore americano in Europa si trasferirà nei prossimi mesi (termine previsto 30 giugno) Heidelberg; governo militare zona americana passerà verso l o luglio alle dipendenze dello State Departement mentre finora dipendeva dal Ministero guerra.

In conseguenza -secondo quanto comunica capo missioni estere, ambasciatore Biddle -missioni militari collegamento presso Comando superiore Francoforte si trasformeranno e saranno riconosciute come consolati e in certi casi senza alcuna modificazione composizione personale che per vari casi è già degli Esteri. Nel periodo del trapasso (e cioè da oggi fino a giugno) potranno coesistere due rappresentanze.

Per assicurare unità indirizzo e per facilitare adeguamento funzioni è considerato vantaggioso che titolari futuri consolati possano essere attuali capi missioni militari.

In casi eccezionali missioni militari passeranno a consolati soltanto funzioni proprie di questi e manterranno, anche dopo 30 giugno, funzioni militari-diplomatiche e ciò se tra paese interessato ed autorità americane si convenga su tale opportunità.

Per quanto si riferisce trasferimento Berlino sezione italiana e suo accreditamento presso Commissione alleata controllo, ho conferito ripetutamente con Offie (Divisione politica). Nostra proposta è stata inserita fine gennaio nella «Agenda» della stessa e (secondo quanto confermato anche autorità francesi) dovrebbe venire trattata seduta odierna. È sicuro appoggio rappresentanti Potenze occidentali. Non si fanno previsioni su attitudine russa.

296

L'INCARICATO D'AFFARI A PRAGA, FRANCO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2309/34. Praga, 20 febbraio 1948, ore 22,40 (per. ore 7 del 21).

Mi riferisco al mio telegramma 29'.

295 I Vedi D. 146.

2 Del 19 febbraio, con il quale Zoppi aveva chiesto di essere informato circa la possibilità di accreditamento a Berlino del!'organo italiano di collegamento presso la Commissione alleata e circa l'eventuale esame della nostra domanda da parte della Commissione stessa.

Pur senza raggiungere la soluzione della crisi le consultazioni del presidente della Repubblica sono proseguite ieri ed oggi. I ministri nazional-socialisti , tre democratici popolari e democratici slovacchi hanno aderito prendendo parte all'annunziato odierno Consiglio dei ministri in mancanza della soluzione per la nota questione dell'organizzazione delle forze di polizia. Inutilmente i socialdemocratici tentavano di conciliare le opposte tendenze ed in serata i ministri dei predetti tre partiti hanno rassegnato le dimissioni.

La stampa comunista odierna recava le dichiarazioni del social-democratico fusionista Fierlinger e del comunista Zapotocky affermanti che rende necessaria la creazione di un Parlamento di lavoratori la rottura del fronte nazionale. La stampa anti-comunista denunciava le intenzioni dell'estrema sinistra di ricorrere alla violenza per risolvere la crisi.

Ulteriori sviluppi della situazione si attendono dal congresso degli operai di domenica prossima deprecato da tutti gli altri partiti e voluto solo dai comunisti.

Si vuole vedere una certa connessione con l'attuale crisi la presenza a Praga dell'ex ambasciatore sovietico di questa sede, giunto ieri in forma ufficiale, vice ministro degli esteri dell'U.R.S.S., Zorin.

296 l Vedi D. 283.

297

IL MINISTRO A L' AJA, BOMBIERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 2548/07. L 'Aja, 20 febbraio 1948 (per. il 26).

Ambasciatore di Francia ed incaricato d'affari d'Inghilterra hanno rimesso ieri a questo ministro degli affari esteri testo del progetto anglo-francese per l' organizzazione dell'Europa occidentale. Barone v an Boetzelaer ha a sua volta consegnato ai due suddetti rappresentanti un memorandum contenente il punto di vista concordato tra i tre Governi del Benelux circa lo stesso argomento.

Conferendo al riguardo sia con questo ministro degli esteri che con il segretario generale, mi è stato confermato che qui si riteneva il patto di Dunkerque completamente superato, nella lettera e nello spirito, dalla nuova situazione internazionale; Governi Benelux sarebbero invece d'avviso che se si deve fare un patto che praticamente finirà con l'avere il carattere di una vera e propria alleanza difensiva, tale patto debba esplicitamente tener conto dell'eventualità di una aggressione da qualunque parte essa provenga e non soltanto di una per ora assai problematica aggressione tedesca. Tale punto di vista sarebbe stato perciò esposto nel memorandum rimesso all'ambasciatore di Francia ed all'incaricato d'affari di Inghilterra; in detto memorandum vi è poi, tra l'altro, anche uno specifico richiamo al Trattato panamericano di mutua assistenza firmato l'anno scorso a Petropolis (vedi mio telegramma 9 corrente)'.

Mi è stato fatto inoltre comprendere che l 'idea di un trattato simile a quello di Petropolis, che prevede l'obbligo dell'assistenza militare politica ed economica al paese vittima di una aggressione, è considerato qui con maggiore favore, perché esso sarebbe più conforme allo spirito della Carta di San Francisco, potrebbe essere quindi concluso sotto gli auspici dell'O.N.U. e assicurerebbe in tal modo una protezione assai maggiore di quanto non possa dare la sola alleanza con l'Inghilterra e la Francia.

In altre parole qui si vorrebbe in qualche modo legare anche l'America ed assicurarsi che in caso di aggressione si potrà automaticamente contare sull'immediato intervento delle forze statunitensi, le uniche che possano rappresentare una efficace difesa di fronte ali' eventualità di un attacco del blocco orientale.

297 l Vedi D. 242.

298

IL MINISTRO AD OTTAWA, FECIA DI COSSATO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. RlSERVATO PER CORRIERE 2842/04. Ottawa, 20 febbraio 1948 (per. il 3 marzo).

Ho l'onore di riferirmi al mio rapporto 7823/1257 in data 15 dicembre u.s.' nonché al telegramma per corriere aereo di codesto ministero n. 16842.

Nel corso della conversazione con il direttore generale degli affari economici di questo Ministero degli affari esteri questi, a proposito nella nota garanzia per il prestito di 50 milioni di dollari, ha fatto presente quanto segue:

sebbene vi siano a priori poche probabilità di accoglimento, una richiesta ufficiale da parte del Governo italiano tramite la legazione d'Italia ad Ottawa, è la condizione sine qua non perché la questione venga esaminata dalle competenti autorità governative canadesi.

Il funzionario in parola ha chiarito il suo pensiero dicendo che dal punto di vista strettamente finanziario ed economico la cosa ha attualmente scarse probabilità di accoglimento, ma tuttavia, dal punto di vista politico, è interesse del Canada di aiutare l'Italia in questo momento e pertanto la cosa dovrebbe essere esaminata prevalentemente sotto l'aspetto politico.

Pertanto, sono a pregare V.S. di voler comunicare quanto precede, in via confidenziale, ai ministri del tesoro e del commercio estero, affinché la cosa venga esaminata sotto ogni aspetto.

Nella ipotesi che V.E. ritenesse, d'accordo con i predetti ministri, conveniente di avanzare questa domanda ufficiale, sono a pregarla di farmi avere per telegrafo, nel più breve tempo possibile, istruzioni per presentare ufficialmente a questo ministero la domanda ufficiale per la nota garanzia.

298 I Non pubblicato. 2 Vedi D. 253.

299

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, GRAZZI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. Roma, 20 febbraio 1948.

Il signor Drouin mi ha rimesso il progetto di Protocollo per l'unione doganale, di cui l'ambasciatore Quaroni nel suo telegramma n. 1581 ha osservato «che esso era meno impegnativo di quello proposto da Grazzi», ma che «il respingere il progetto francese perché non sufficientemente comprensivo o impegnativo potrebbe ai fini pratici ottenere un effetto contrario a quello da noi desiderato».

Le principali differenze tra il progetto mio e quello di Alphand, approvato dal signor Bidault, erano le seguenti:

l) quello francese prevedeva una consultazione preventiva con i paesi firmatari dell'Atto di Ginevra, per riceverne osservazioni e proposte. A tal riguardo, visti gli impegni precisi che la Francia ha preso alla conferenza del 30 ottobre 194 7, nonché gli impegni che noi stessi prenderemo probabilmente all'Avana, non c'è nulla da opporre;

2) contrariamente a quello italiano esso faceva risalire unicamente alla conferenza dei Sedici l'idea dell'unione doganale. I reiterati richiami relativi mi sembra possano pur soddisfacendo l'opinione pubblica americana condurre a delle difficoltà di ordine interno nei due paesi;

3) infine esso rimetteva all'approvazione dei Parlamenti non solo il programma che una Commissione mista dovrebbe stabilire per la futura unione doganale, ma anche la dichiarazione di volontà relativa dei due Governi. Di più, il progetto era redatto nella maniera più secca possibile ed escludeva quello che a me pare invece utile affermare; cioè la futura eventuale estensione ad altri paesi della nostra unione, fermo rimanendo però che il blocco italo-francese sia il nucleo al quale gli altri paesi dovrebbero aggregarsi.

Lati favorevoli del progetto francese erano la dichiarazione di volontà dei due Governi e la continuazione dei lavori relativi all'unione prima ancora dell'approvazione parlamentare.

Nella mia lunga conversazione con il signor Drouin non ho voluto (il che non sarebbe stato neppure opportuno) eliminare il riferimento alla Conferenza dei Sedici, ma ho ottenuto un allargamento della formulazione tale da dimostrare che l'unione doganale sarebbe stata o sarebbe possibile e conveniente anche al di fuori di essa. Inoltre ho avuto la sensazione che la semplice presentazione al Parlamento francese della dichiarazione di unione, senza un programma di esecuzione, rischierebbe di aumentare anziché diminuire le opposizioni dei parlamentari francesi: talché avendo potuto stabilire che il programma da redigersi da parte della Commissione mista sia solo un programma di massima, mi è sembrato poter accogliere questa, che era del resto una richiesta pregiudiziale da parte della Francia.

299 t Vedi D. 280.

Accludo (Ali. A) il progetto francese, nonché (All. B) il progetto da me modificato, che il signor Drouin ha accolto, salvo l'approvazione di VE. e del signor Bidault, approvazione quest'ultima che egli ritiene molto più facile conseguire se confortato dall'autorevole consenso di VE. e del Goveriw italiano.

In sostanza la prassi che il Protocollo stabilirebbe è la seguente: l) dichiarazione solenne della volontà formale dei due Governi della decisione presa di costituire l 'unione doganale franco italiana mediante il Protocollo da sottoscriversi al più presto; 2) immediata costituzione della Commissione mista che stabilirà nel più breve termine, suppongo tre o quattro mesi, l'accordo che definisca il piano e il programma di realizzazione; 3) presentazione al Parlamento di tale programma ai fini dell'approvazione legislativa. In tal modo l'unione doganale viene ad essere giuridicamente costituita dal giorno della firma del Protocollo; i lavori preparatori affrettati al massimo; prevista per dopo l'approvazione parlamentare la costituzione di un organismo comune itala-francese per l'applicazione pratica. Mi permetto consigliare a VE. l 'accettazione di un tale testo, visto che esso costituisce un molto sensibile miglioramento di quel testo che pur l'ambasciatore a Parigi consigliava di non respingere. Nel caso di una decisione affermativa di VE. e della conseguente approvazione del Governo francese resterebbe a stabilire la modalità della firma: se cioè tra V.E. e questo ambasciatore di Francia, tra l'ambasciatore a Parigi e il signor Bidault oppure tra VE. e il signor Bidault stesso in un incontro eventualmente da concordare; il che darebbe, mi sembra, all'atto una maggiore e più giusta solennità. Prego VE. di farmi conoscere le sue decisioni.

ALLEGATO A

PROGETTO FRANCESE. 20 febbraio 1946.

PROJET DE PROTOCOLE FRANCO-ITALIEN RELATIF À LA CONSTITUTION D'UNE UNION DOUANIÈRE

Les Gouvemements français ed italien s'inspirant des travaux du Comité de Coopération Economique Européen réuni à Paris aux mois d'aoiìt et de septembre 1947, ont, per une déclaration en date du 13 septembre 194 7, marqué leur volonté d'étudier !es données à partir desquelles une uni o n douanière pourrait è tre conclue entre la France et l 'Italie. Les deux Gouvemements ont constitué, à cet effet, une commission mixte chargée de cette étude.

La Commission a établi un rapport qui porte la date du 22 décembre 194 7. Ses conclusions sont favorables à la constitution d'une union douanière, qui devrait ètre réalisée par étapes, griìce à l'aménagement de périodes de transition nécessaires pour ne pas léser les intérèts légitimes des deux pays.

Le Gouvemement français et le Gouvemement italien décident d'adopter !es conclusions du rapport de la Commission mixte ed déclarent, en conséquence, leur volonté de constituer une union douanière franco-italienne.

Les conditions d'application de cette union devant ètre en harmonie avec les dispositions de l'accord général sur les tarifs douaniers et le commerce, les deux Gouvemements entreront en consultation avec les parties signataires de cet accord.

Ils institueront, en outre, une Commission mixte chargée de déterminer, dans le plus bref délai, les termes d'un accord provisoire qui, après avoir été soumis à leur Parlements dans les formes constitutionnelles prévues dans chacun des deux Pays, définira le pian et le programme de réalisation de l'union douanière, compte tenu des recommandations contenues dans le rapport du 22 décembre 1947.

ALLEGATO B

PROGETTO CONCORDATO. 20 febbraio 1948.

PROJET DE PROTOCOLE FRANCO-ITALIEN RELATIF À LA CONSTITUTION D'UNE UNION DOUANIÈRE

Le Gouvernement français et le Gouvernement italien, désireux de hàter la reconstruction des économies de la France et de l'Italie, et d'assurer la solidité et la stabilité de ces économies; considérant qu'ils coopéreront ainsi à la réorganisation et au développement de l'économies européenne et du commerce mondial; s'inspirant des travaux du Comité de Coopération Economique Européen réuni à Paris aux mois d'aoùt et de septembre 1947; ont, par une déclaration en date du 13 septembre 1947, marqué leur volonté d'étudier les données à partir desquelles une Union Douanière pourrait ètre conclue entre la France ed l'Italie; ils ont, à cet effet, confié à une Commission composée de délégués français et de délégués italiens la tàche de poursuivre cette étude.

La Commission, après un examen attentif de toutes les données du problème a établi un rapport en date du 22 décembre 194 7; ses conclusions sont favorables à la constitution d'une Union Douanière, qui devrait ètre réalisée par étapes, gràce à l'aménagement de périodes de transition, nécessaires pour ne pas léser les intérèts des deux Pays.

Le Gouvemement français et le Gouvernement italien décident d'adopter les conclusions du rapport de la Commission et déclarent, en conséquence, leur volonté formelle de constituer une union douanière franco-italienne.

Ils estiment, en effet, que cette Union permettra de développer les marchés de consommation, d'accroìtre la spécialisation des productions, de diminuer !es prix de revient et de atteindre au plein emploi de la main-d'oeuvre; ils considèrent d'ailleurs que la reconstruction européenne sera puissament aidée par les mesures qu'ils adoptent, ed déclarent, dans l'intérèt de cette reconstruction, qu'ils sont favorables, afin d'assurer la coopération d'un plus grand nombre de forces économiques, à une extension à d'autres pays de l'Union Douanière franco-italienne.

Les conditions d'application des Unions Douanières devant ètre en harmonie avec les dispositions de l'Accord général sur les tarifs douaniers et le commerce, les deux Gouvernements entreront en consultation avec les Parties signataires de cet accord et leur procureront concernant l 'union, tous les renseignements qui leur permettront d'adresser toutes recommandations et tous rapports utiles aux Gouvemement français et italien.

Les deux Gouvemements décident d 'instituer une Commission mixte qui devra déterminer, dans le plus bref délai, les termes d'un accord qui définira le pian et le programme de réalisation de l'Union Douanière, compte tenu des recommandations contenues dans le rapport du 22 décembre 1947.

Les termes de cet accord seront soumis à l'approbation de l'un et de l'autre Parlements dans les formes constitutionnelles en vigueur dans chacun des deux Pays.

300

L'INCARICATO D'AFFARI A PRAGA, FRANCO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2371/37. Praga, 21 febbraio 1948, ore 11,50 (per. ore 8,30 del 22).

Frattanto che si attende di conoscere l'esito del Congresso degli operai che è stato indetto per domani dal quale la crisi potrebbe trovare una soluzione con un diverso sviluppo il presidente della Repubblica si è tuttavia riservato di accettare le dimissioni di dodici ministri social-nazionali, popolari e democratici-slovacchi.

Quattordici ministri (social-democratici, comunisti e 2 indipendenti Esteri e Guerra) permangono in carica. I ministri social-democratici hanno messo i loro portafogli a disposizione del partito e condannano sia le dimissioni dei colleghi di Gabinetto sia la minaccia fatta a loro dai comunisti e il ricorso di questi all'organizzazione degli operai che sono stati convocati a Congresso per domani. Pubblico comizio comunista di stamane il presidente Gottwald ha accusato i dimissionari di essere asserviti a stranieri reazionari contrari alla repubblica e alla alleanza con l'U.R.S.S. affermando la decisione presa di non abbandonarli nelle mani delle forze di polizia incitando il popolo a «lottare con ogni mezzo contro la reazione».

Gottwald ha fatto cenno alla possibilità di un rimaneggiamento ministeriale nell'ambito di un fronte nazionale asserendo tuttavia essere inaccettabile il reincarico di alcuni ministri dimissionari. La tendenza comunista per un compromesso parrebbe dovuta anche ali 'atteggiamento del presidente che avrebbe categoricamente rifiutato una soluzione di parte.

Benes ha raggiunto in serata vicinanze residenza campagna Osijek per sottrarsi alle manifestazioni della giornata di domani ed alle richieste di udienza da parte delle delegazioni dei partiti.

301

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 2369-2370/122-123. Londra, 21 febbraio 7948, ore 13,32 (per. ore 23,30).

Telegramma ministeriale 1899/c.I.

Avevo fin dal 16 corrente attirato attenzione di Bevin su dichiarazione di Zorin facendogli presente inevitabili profonde ripercussioni che essa era destinata ad

avere su nostra opinione pubblica e augurandomi che essa potesse influire favorevolmente su orientamenti e decisioni nostro riguardo. Ieri ne ho riparlato lungamente con Sargent. Mi è parso che mossa sovietica non avesse, almeno apparentemente, mutato atteggiamento e linea di condotta britannica, ma piuttosto irrigidito su posizioni di attesa dirigenti politica estera rendendoli più cauti in eventuali affidamenti e notizie su conversazioni in corso. Sargent non mi ha nascosto che dopo dichiarazione di Zorin sarebbe ormai inutile da parte britannica contendere con Russia sul terreno delle promesse generiche a pura finalità propagandistica. Una qualsiasi proposta britannica sia pure dettata dal migliore spirito di comprensione suonerebbe in questo momento tropo lontana dalle illusioni che può far sorgere un affidamento a pura finalità polemica, che alla Russia non costa nulla e che non tiene conto della realtà né dei complessi interessi che sono in gioco alla base del problema. Non sto a dire quanto io mi sia adoperato per far comprendere come tale scetticismo fosse errato e pericoloso e quale ripercussione avrebbe avuto su opinione pubblica italiana antagonismo che poteva sorgere tra atteggiamento Russia protettrice nostri interessi e apparente contrarietà britannica. Sargent mi rispose che si rifiutava di credere che opinione pubblica italiana non fosse in grado di giudicare colla giusta prospettiva i veri motivi della mossa sovietica che, d'altronde, non rappresenta una novità non facendo che confermare un atteggiamento già conosciuto e scontato e che in sostanza ci offre ciò che tutti sanno non dipendere dalla sola Russia il concederci.

D'altronde nell'attuale ristretto ambito della Conferenza dei Supplenti non era nell'intenzione del Foreign Office prendere posizioni polemiche contro le offerte russe che (anche nella migliore delle ipotesi) andavano discusse dai quattro ministri e eventualmente deferite poi alle Nazioni Unite e che perciò non potevano avere alcuna pratica realizzazione immediata, mentre da parte inglese si intendeva rimanere fermi nella procedura in corso a cui giuridicamente e moralmente gli stessi sovietici si erano impegnati, e discutere in sede competente il problema delle nostre colonie in Africa. Ciò non escludeva in alcun modo che, come mi era stato comunicato dallo stesso Bevin, Foreign Office si rendesse perfettamente conto di quanto Governo e popolo italiano fossero interessati alla questione che l'Inghilterra sta studiando tenendo presente anche il punto di vista italiano.

Non ritengo ad ogni modo che, agli effetti esteriori, si sia modificata situazione che ho descritta a VE. nella mia lettera personale 218 del 10 corrente2 senza pregiudizio di quello che potrà essere l'atteggiamento del Governo britannico al momento in cui la questione dovrà essere decisa in modo definitivo.

Le impressioni che ho riportate sopra mi vengono confermate da un'altra circostanza: anziché scrivere direttamente a VE. come mi aveva fatto annunciare (mio 105)3, Bevin ha indirizzato a me una lettera (che porta la data del 16 corrente ma mi è stata in realtà spedita solo il 18) nella quale si riferisce alla lettera di VE.4 di cui gli avevo dato visione e, in riassunto:

3 Vedi D. 262.

4 Vedi D. 227.

-concorda con VE. nel desiderare completa chiarificazione fra i due paesi in tutti i problemi per essi vitali, ciò che ha cercato ottenere da quando ha assunto sua carica e che non è solo desiderio sentimentale ma assoluta necessità nell'interesse reciproco e della pace del mondo;

-respinge accuse inefficienza e parzialità amministrazione militare in Africa che, se pur non perfetta, agisce onestamente e in piena osservanza Convenzione Aja; prima di giudicare sulle colpe nei fatti di Mogadiscio bisogna attendere risultati inchiesta;

-non comprende motivi pregiudizio opinione pubblica italiana contro gli inglesi; in occasione visita VE. ha fatto del suo meglio per eliminare difficoltà esistenti e, tenuto conto propria situazione economica e finanziaria, Gran Bretagna è giunta al massimo sforzo per sviluppo commercio tra i due paesi; e questo è soltanto un principio. Se certi interessi italiani persistono nel mal interpretare moventi britannici, dovrebbe essere il Governo italiano a mettere le cose in chiaro;

-inglesi si sono sempre resi conto, nella loro politica in Africa, di quanto il Governo italiano sia profondamente interessato alla questione, e questa è stata studiata dal punto di vista italiano come da quello degli altri paesi che ritengono esservi interessati e ricordando impegni assunti durante la guerra;

-«We do not talk so much as some» ma ciò non significa che non ci si preoccupi seriamente ricercare «proper solution»; si è tuttavia «honour bound» espletare procedura stabilita dalle quattro Potenze nessuna delle quali risulta desideri rinunciarvi;

-sarà tenuto presente qualsiasi suggerimento del conte Sforza e ci si rende perfettamente conto importanza prossime elezioni in Italia in relazione anche alle quali si è costretti giungere conclusione che sospetti italiani per azione britannica in Nord Africa siano istigati da «persone che sappiamo non possono essere considerati nostri amici in Italia e fuori»;

-ritornando questione Mogadiscio, ricorda che, quantunque inglesi abbiano subito accettato nostra domanda inviare osservatore all'inchiesta, nessun membro del Governo italiano ha ammesso pubblicamente che Governo britannico non manca di senso di giustizia o ha risposto alle calunnie contro di esso;

-è ben presente il difficile compito di De Gasperi; si è già dimostrato che Governo britannico ha la massima fede nei suoi amici e se vi è un qualche modo nel quale egli, Bevin, possa ora essere di aiuto prega di farlo sapere;

-nel chiedere di trasmettere a VE. e al presidente del Consiglio migliori auguri di successo, aggiunge sperare che quanto Gran Bretagna potrà fare non sia giudicato «too little or coming too late» e chiede non si dubiti che azioni inglesi sono ispirate da quella concezione della comunità di spirito e di interessi tra democrazie occidentali da lui delineata nel discorso del 22 gennaio, esprimendo auguri che sia possibile quanto prima ali 'Italia divenire strettamente associata con Gran Bretagna e altri paesi in tale grande impresa.

301 l Vedi D. 267, nota l.

301 2 Non rinvenuta.

302

IL PRIMO SEGRETARIO GALLINA AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2388/37. Francoforte, 21 febbraio 1948, ore 21,15 (per. ore 8,30 del 22).

Seguito telegramma 321.

Durante seduta ieri Commissione alleata controllo Berlino, Koenig -presidente di turno -ha messo in discussione anche nostra proposta. Clay e Robertson si sono dimostrati subito favorevoli. Sokolowsky si è pure dichiarato disposto ad accettarla, a condizione però che venissero accreditate anche missioni militari Ungheria Romania e Bulgaria. Robertson e Clay hanno replicato che finora Commissione alleata ha ammesso soltanto missioni di paesi e Dominions che hanno preso parte attiva, con grandi unità operanti, alla guerra contro la Germania, ciò che non hanno fatto Bulgaria, Romania e Ungheria. Se perciò si volevano prendere in considerazione questi paesi, derogando dal principio finora seguito, si dovevano esaminare anche le domande già da tempo avanzate da altri e cioè Egitto, Svezia, Iran, Turchia, Svizzera e Vaticano.

Nessuna decisione è stata raggiunta, salvo quella di passare argomento allo studio del direttorato politico che dovrà riferire alla Commissione alleata di controllo in una delle future sedute.

Nelle conversazioni avute oggi ho raccolto impressione che per ottenere una decisione rapida su nostra proposta sia necessaria impostazione che costringa a fame trattazione separata da quella altri nove paesi.

Titolo su cui basare tale richiesta è costituito da nostra cobelligeranza e da unità esercito marina e aviazione e formazioni combattenti partigiane (riconosciute anche esse da Alleati) con cui Italia ha partecipato attivamente guerra contro Germama.

Da punto di vista tattico si ritiene in questi ambienti che gioverebbe che da parte nostra fossero fatti passi Mosca per ottenere che venga preventivamente riconosciuto da Kremlino valore motivi sopraccennati.

303

IL MINISTRO A BUCAREST, SCAMMACCA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 2742/013. Bucarest, 21 febbraio 1948 (per. il 1° marzo).

Mio telegramma per corriere n. 033 del 5 dicembre 19471.

303 l Vedi serie decima, vol. VI. D. 779.

La dichiarazione comune della questione sulla Germania, adottata dai ministri degli affari esteri di Polonia, Cecoslovacchia e Jugoslavia nella riunione di Praga conclusasi il 19 corrente, è in stretto legame col sistema politico che l'U.R.S.S. ha costruito in tutta la fascia orientale europea mediante la nota catena dei patti di amicizia collaborazione e mutua assistenza, e ne precisa nello stesso tempo il carattere e la funzione. Non è certo casuale il fatto che la dichiarazione di Praga si ponga ali' indomani della conclusione del trattato romeno-sovietico e del trattato magiaro-sovietico.

Con tali ultimi patti (come Molotov stesso ha dichiarato il 19 febbraio) «l 'Unione Sovietica ha ora trattati di amicizia e di mutua assistenza con tutti gli Stati della frontiera occidentale, dal Mar Nero al Mar Baltico. In ciò il popolo sovietico vede un importante successo della politica estera di Stalin, la quale persegue il rafforzamento dell'amicizia con gli Stati limitrofi e il consolidamento della pace generale». E ciò spiega anche l'improvvisa decisione di affrettare la conclusione dei due ultimi trattati.

È parimenti notevole e caratteristica la circostanza che nei patti bilaterali fra i vari stati «satelliti» ricorre sempre, nelle clausole operanti del casus foederis, la ipotesi di un risveglio dell'aggressività tedesca non solo in se stessa ma anche con l'appoggio di altri Stati; ed è chiaro che solo quest'ultima circostanza potrebbe dare concreto valore ad un ritorno offensivo tedesco che, in se stesso, non è attualmente concepibile. Se ne deduce pertanto che l'obiettivo reale dei patti e la struttura di essi è in funzione di potenziale arma contro gli ex alleati e le Potenze occidentali in generale.

Altra considerazione, a mio avviso, non meno notevole, ed anzi importantissima, è quella della voluta elasticità dei testi di tal uni dei più recenti trattati (ad esempio quello russo-romeno e jugoslavo-romeno) nella definizione del carattere di un eventuale ritorno del «pericolo tedesco». Non si precisa infatti nei testi l 'ipotesi di una «aggressione» o di un «attacco», o comunque di un atto positivo e concreto di offesa, ma si parla invece di «rinnovamento della politica aggressiva della Germania», dizione quanto mai incerta e comunque suscettibile di interpretazioni «soggettive». A rigor di termini, qualunque fatto o atto politico o amministrativo che fosse compiuto nell'ambito tedesco del controllo anglo-americano potrebbe prestarsi in tal modo ad essere presentato da Mosca o dai suoi satelliti come potenzialmente aggressivo: e la dichiarazione di Praga ne enumera la casistica. Talchè essa potrebbe quasi essere considerata come una interpretazione o definizione après la lettre (di evidente ispirazione russa) delle clausole del pactum foederis degli anzidetti trattati di mutua assistenza.

Siamo dunque in presenza di una contromanovra sovietica di complessa portata: a) per intralciare la politica degli ex Alleati nella Germania occidentale e premunirsi contro eventuali progetti di costituzione di una entità statale della Germania deli' ovest; b) per porre una più concreta minaccia ali' est, anche in funzione indiretta, contro un'eventuale Unione della Europa occidentale (discorso di Bevin); c) per consolidare e precostituire comunque le proprie posizioni diplomatiche e militari in tutte le evenienze, non escluse -beninteso -quelle a puro scopo dimostrativo nelle ipotesi di tentativi di compromessi e di tattici temporeggiamenti.

302 l Vedi D. 295.

304

L'INCARICATO D'AFFARI A BELGRADO, TASSONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 326/153. Belgrado, 21 febbraio 1948 (per. il 28).

Ritengo opportuno segnalare due argomenti, di cui il signor Brilej mi ha intrattenuto durante una recente conversazione. Le sue considerazioni meritano una certa attenzione, data anche la posizione del Brilej.

Come già più volte segnalato (vedi anche telespresso: «Vicende del Ministero degli esteri jugoslavo»-n. 447/196 del 30 ottobre u.s.l), non è mai possibile capire esattamente chi abbia potere deliberativo e libertà di decisione in questo Ministero degli esteri. Evidentemente, tutto è rimesso a decisioni collegiali, per cui, dopo avere a lungo cercato un funzionario che si dichiari almeno parzialmente competente in argomento, il colloquio non è che monologo; il funzionario ascolta, ascolta senza impazienza, senza contraddire, senza esprimere opinioni.

Per una buona parte dei problemi riguardanti "il nostro paese sembra competente la l o divisione regionale. Si tratterebbe all'incirca dei nostri «Affari Politici» e di uffici così chiamati, perché suddivisi «per territorio» e non «per materia» come le altre sezioni del Ministero.

Dopo una lunghissima assenza (fu nella delegazione jugoslava all'ONU ed in Palestina con la Commissione d'inchiesta; diresse poi la Direzione delle Organizzazioni Internazionali) il signor Brilej ha ripreso in mano la l o direzione regionale che sembra concernere tutti i paesi mediterranei, ma avere una supremazia sugli altri uffici «regionali». Il Brilej è, quindi, secondo le apparenze e le informazioni, una specie di direttore generale degli affari politici. In un ministero, nel quale anche la Segreteria generale non è che una direzione come le altre, il Brilej può considerarsi il primo funzionario politico dopo i vice ministri Bebler e Velebit. Brilej proviene, come ormai tutti i funzionari degli Esteri qui, dal partito, è considerato un influente «comunista idealista», è giovane, vivo ed intelligente.

Ho ritenuto opportuno soffermarmi sulla personalità del Brilej sia perché, dopo il suo recente ritorno, i capi missione stranieri hanno ora frequenti contatti con lui (specialmente dopo che il vice ministro Velebit si è più direttamente dedicato alle questioni economiche) sia perché non avrebbe altrimenti alcun interesse quanto mi ha detto Brilej sul nostro problema coloniale.

Con il Brilej aveva precedentemente parlato delle nostre colonie il ministro Martino, notando molto interesse ed attenzione, rispondendo opportunamente ad alcune sue domande più «dirette» di quanto usino normalmente questi funzionari, riportando l'impressione che il suo interlocutore volesse e non volesse dire qualcosa di più.

Si vede che nel mio recente colloquio, per le ragioni che dirò, la cosa era

più «matura». Dopo avergli a lungo parlato dei fatti di Cittanova, nell'accomiatarmi gli riparlai genericamente del problema. Brilej mi chiese varie notizie in argomento, esitò alquanto e poi mi domandò quale sarebbe stato il definitivo atteggiamento dei vari paesi in materia. Glielo illustrai opportunamente, evitando argomenti e precisazioni che potessero stuzzicare a nostro danno lo spirito di contraddizione antioccidentale. Dopo di che Brilej, sempre in piedi, vicino alla porta, mi disse che il Governo jugoslavo, e lui personalmente, avevano dedicato molta attenzione al problema coloniale italiano, che il suo Governo stava per avviarsi alle sue conclusioni in argomento, ma che naturalmente su di esse avrebbe molto influito, molto pesato lo stato delle relazioni italo-jugoslave. Dopo avermi ripetuto più volte questa frase, ha evitato di darmi maggiori spiegazioni, ma si è messo a parlare della necessità che l'Italia dia prova di buona volontà, ecc. Tenendo d'occhio quanto egli aveva voluto ex professo dirmi sulle colonie, gli ho rifatto la breve storia delle nuove relazioni diplomatiche italo-jugoslave, facendogli osservare che «l'esperimento della nostra buona volontà» era la formula usata per sollecitare la firma dell'accordo commerciale, dopo la quale, a detta del Governo jugoslavo, si sarebbe potuto negoziare su tutto mentre ora la formula veniva cautamente od esplicitamente ripresentata ogni volta che ci si domandava qualcosa. Ho detto a Brilej che, a stare ciascuno nel proprio angolo in attesa di una nuova prova di buona volontà dell'altro, non si combinava molto, ma che anche noi avevamo ben ragione di attenderci uguali prove di buona volontà.

Fu a questo punto che, dinanzi alla mia enumerazione di nostre richieste neanche messe in discussione, Brilèj venne a dire che per la questione della pesca si era pronti, ora, a negoziare e che istruzioni relative erano state date al ministro Ivekovic (miei telegrammi n. 33 e n. 39)2.

La diretta dichiarazione del signor Brilej, antecedente all'arrivo del telegramma di V.E. n. 1916/c.J era probabilmente connessa all'esempio dell'U.R.S.S. ed alla conferma del punto di vista russo, a noi favorevole in materia di colonie. L'accenno all'influenza dello stato delle relazioni italo-jugoslave sulla risposta coloniale mi è sembrato lì per lì un monito, ma, alla luce della nota russa, può forse essere interpretato come un tentativo di «valorizzare» la già decisa adeguazione jugoslava al punto di vista sovietico.

Per non accrescere il valore della cosa, ritengo opportuno attendere l'arrivo imminente -del ministro Martino, perché egli possa fare una riprova delle intenzioni jugoslave, facendo ex nova presso Bebler o Brilej stesso il passo prescritto dal telegramma ministeriale n. 1916/c.

Aggiungo, in argomento colonie, che la stampa jugoslava ha dato soltanto il 19 corrente notizia della dichiarazione sovietica, ma l'ha data con molto rilievo (esempio di un titolo di giornale: «Il Governo sovietico persiste nella sua opinione che le ex colonie italiane siano date ali 'Italia in amministrazione fiduciaria»).

304 2 Rispettivamente del 18 e del 23 febbraio, non pubblicati. 3 Vedi D. 273.

Nella stessa conversazione avevo ringraziato il suddetto funzionario per il rimpatrio, annunciato, del secondo gruppo di italiani dall'Albania. Qualunque ne siano i moventi, l'interessamento jugoslavo è stato positivo ed utilissimo al riguardo. Per cui avrei ritardata la comunicazione prescrittami col telespresso ministeriale n. 03044/43 del 29 gennaio4 se non avessi temuto che la «presentazione» della notizia da fonte albanese avrebbe potuto complicare qui le cose.

Com'è noto, falliti i tentativi d 'intesa con questa legazione albanese e di fronte alle dichiarazioni del Governo jugoslavo che non riteneva di potere oltre insistere a Tirana nelle note questioni (nostro telespresso n. 5/3 del 3 gennaio )S, questa stessa legazione ebbe ad esprimere parere favorevole all'offerta della tutela degli interessi italiani in Albania alla Francia. Invece, sempre nel mistero, questo Governo aveva, nonostante le sue comunicazioni negative, premuto sul Governo albanese ottenendo un parziale rimpatrio d'italiani. Essendo difficile convincere questo Governo che eravamo ricorsi alla Francia soltanto come estremo rimedio, la notizia della tutela affidata alla Francia stessa, non era destinata ad essere qui molto gradita.

Il signor Brilej ha infatti manifestato un visibile disappunto, pur avendogli io spiegato opportunamente la cosa alla luce delle suddette considerazioni, né l'assicurazione che -a tutela francese stabilita in Albania -la Jugoslavia avrebbe potuto tutelare gli interessi albanesi in Italia, sembrò essergli di sufficiente contrappeso. Brilej mi disse comunque che, naturalmente, il Governo jugoslavo «non aveva nulla in contrario» a che la Francia assumesse la tutela italiana in Albania, ma che il Governo albanese era indipendente e che spettava ad esso prendere determinazioni al riguardo.

Questo mi fa supporre che negli ultimi tempi il Governo jugoslavo avesse deciso di occuparsi più attivamente dei nostri interessi in Albania o per evitare laggiù l'insediamento di una nostra missione o per avere ancora qualche miglior presa sul Governo albanese, facendo da collegamento con un Governo estero o per farci realmente cosa gradita ed avere argomenti di scambio con noi.

Poiché tutto questo avviene nel delicato momento, in cui sono pendenti, forse, altri rimpatri dall'Albania e poiché non è da escludere un qualche «consigliO>> jugoslavo (o ve fossero vere le sopraesposte ipotesi) a Tirana sulla risposta da dare alla legazione di Francia, ho ritenuto necessario non scoraggiare Brilej ed abbiamo ancora a lungo parlato degli italiani d'Albania. Dalle sue parole mi è parso capire che sia in corso un'azione jugoslava presso il Governo albanese per il rimpatrio di altri italiani, ma che a Tirana stessa vi siano resistenze.

Non avendo ancora risposta all'ultimo capoverso del mio telegramma n. 316, non ero in grado di discutere sulle categorie degli italiani rimpatriati col primo gruppo, ma feci osservare a Brilej che, essendo esso formato di famiglie con moltissimi figli (così appariva dai nudi elenchi), vi era da ritenere si trattasse dei

s Vedi D. 70.

6 Del 16 febbraio, nel cui ultimo capoverso Tassoni aveva richiesto informazioni circa i crite

ri adottati dalle autorità albanesi nella scelta dei rimpatriandi.

contadini dei nostri ex villaggi agricoli d'Albania (pregherei in vi armi conferma) più che di tecnici. Ora, aggiunsi, noi abbiamo più volte proposto al Governo albanese di assicurargli, in condizioni di libertà, la collaborazione di tecnici italiani, ma speravamo ritornassero in Italia tutti coloro che lo desiderano e per questo contavamo sull'interessamento jugoslavo in occasione di eventuali nuovi ed auspicati rimpatri. Poiché Brilej usava ancora sempre la terminologia di «prigionieri di guerra», chiarii le cose ed ebbi l 'impressione che si trattasse di una dizione desiderata dal Governo albanese, forse per far apparire minima la cifra degli italiani attualmente coatti in Albania a paragone del maggiore numero di militari, sbandati, ecc., che lasciarono l'Albania verso la fine della guerra.

Occorre quindi seguire con attenzione, a mio subordinato avviso, le reazioni più o meno «indipendenti» di Tirana alla comunicazione francese. Tale comunicazione potrebbe rallentare, ma potrebbe anche affrettare, nel complesso gioco politico jugoslavo, il rimpatrio degli italiani7.

304 l Non pubblicato.

304 4 Non rinvenuto.

305

L'INCARICATO D'AFFARI A BELGRADO, TASSONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. RISERVATO 329/156. Belgrado, 21 febbraio 1948 (per. il 28).

A seguito del mio telegramma odierno n. 3 81 mi onoro allegare copia della nota verbale in data 18 febbraio, con la quale questo Ministero degli affari esteri risponde alla documentata nota di questa legazione (vedi telespresso legazione n. 132/77 del 24 gennaio)2 che affrontava l'intera questione degli sconfinamenti.

Come si vede la nota è negativa, perché in sostanza contesta che sconfinamenti jugoslavi siano avvenuti dopo gli incontri Cappa-Pehacek.

Mentre prego inviarmi ogni utile dato ci permetta eventualmente di smentire i così recenti «sconfinamenti» a noi imputati da parte jugoslava, mi permetto constatare che ci si trova oggi in un vicolo chiuso. Abbiamo ad ogni sconfinamento insistito, in autunno, per il ritiro delle truppe jugoslave e ciò non è avvenuto.

Da parte jugoslava, pur negandosi che sconfinamenti siano avvenuti dopo la data del 26 settembre, non sembra essere gradita un 'indagine sul terreno. Tutto viene costantemente rimandato alla procedura di delimitazione definitiva del confine itala-jugoslavo.

In queste condizioni, prego inviare a questa legazione ogni utile istruzione in argomento per un rinnovato intervento o per una posizione di attesa.

ALLEGATO

IL MINISTERO DEGLI ESTERI DI JUGOSLAVIA ALLA LEGAZIONE A BELGRADO

NOTA VERBALE 42297. Belgrado, 18 febbraio 1948.

Se référant à la note de la Légation d'Italie n. 133 en date du 22 janvier demier, le Ministère des Affaires Etrangères a l'honneur de communiquer à la Légation ce qui suit:

Par sa note n. 423231 en date du 19 novembre 194 73, le Ministère des Affaires Etrangères a communiqué à la Légation d'Italie la nomination par le Gouvemement de la République Fédérative Populaire de Yougoslavie de ses représentants dans la Commission devant traiter !es questions survenues par suite de certains malentendus et incidents sur la frontière provvisoire italo-yougoslave.

Le désir du Gouvemement italien, à savoir que !es questions en rapport avec la ligne frontière provisoire et !es autres questions «civiles» soient traitées séparément, n'ayant été communiqué au Ministère des Affaires Etrangères que le 25 novembre 1947, c'est-à-dire deux jours seulement avant la date fixée pour la réunion des délégués yougoslaves et italiens et au moment où !es délégués yougoslaves se trouvaient déjà en route, le Ministère n'a pas été en mesure de faire parvenir à ces demier de nouvelles instructions.

C'est bien ce fait qui fut à la base du malentendu survenu entre !es délégués de Yougoslavie et ceux d'Italie lors de leur rencontre à Ajdovscina le 27 novembre 1947, le délégué italien ayant eu 1es instructions de ne discuter que des questions en rapport avec la frontière provisoire, et c'est ainsi que la rencontre prit fin sans résultats.

Se référant aux nombreuses interventions du Gouvemment italien relatives aux prétendus déplacements de la frontière provisoire italo-yougoslave par !es unités de l'Armée yougoslave, le Gouvemement de la Répub1ique Fédérative Populaire de Yougoslavie, sur la base des renseignements recueillis, déclare une fois de plus que 1es unités yougoslave ont observé dans le passé et observent toujours le sta tu quo du 26 septembre 194 7 et que !es cas dont il est question dans !es documents de la Légation d'Italie ou bien ont eu lieu avant le 26 septembre ou bien ils sont le résultat des informations inexactes des organes frontaliers italiens, informations concemant surtout !es endroits où, au moment de l'occupation de la frontière provisoire par !es unités yougoslaves, !es troupes italiennes, sur de nombreux points cités dans !es notes de la Légation, faisaient défaut.

Cependant, d'après !es rapports des organes frontaliers yougoslaves, !es unités italiennes de frontière ont a trois reprises, à savoir !es 22 et 24 janvier et le 2 février de l'année courante, tenté de déplacer la frontière provisoire sur la secteur de Jamlje (Jamiano).

Le Gouvemement de la République Fédérative Populaire de Yougoslavie considère en conséquence que la prolongation de la discussion à ce sujet ne représenterait aucune utilité, d'autant plus que la délimitation définitive qui est en cours mettra bientòt fin à tous !es malentendus résultant de la délimitation provisoire.

Le Ministère des Affaires Etrangères saisit cette occasion pour renouveler à la Légation d'ltalie l'assurance de sa haute considération.

304 7 Vedi D. 384. 305 I Non pubblicato. Riassumeva il contenuto della nota jugoslava del 22 gennaio 1948 (vedi D. 171, Allegato). 2 Vedi D. 171.

305 3 Non pubblicata.

306

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1772/647. Washington, 22 febbraio 1948 (per. il 4 marzo).

Dispaccio ministeriale n. 16/03772/c. del 4 corrente!.

Con il mio rapporto n. 920/349 del 28 gennaio scorso2 ho già riferito sui più recenti sviluppi della politica americana in Germania. In relazione quindi ali' appunto inviato sulla questione, con il dispaccio in riferimento, desidererei ora far presente solo quanto segue:

l) Assetto territoriale. La questione dei confini tra Germania e Polonia è qui considerata ~e non solo ai fini tattici ~del tutto aperta: il presidente Truman, che, com'è noto, partecipò al Convegno di Potsdam, vi si sente, in un certo senso, personalmente impegnato.

Già a Yalta infatti, nel febbraio 1945, i Tre, d'accordo, avevano esplicitamente deciso, che «the fina! delimitation of the Western frontier of Poland should thereafter await the Peace Conference» (Sezione VI della dichiarazione di Yalta).

A Potsdam il presidente Truman protestò perché, nel frattempo, senza presentire gli altri alleati interessati, i sovietici avevano ceduto in amministrazione alla Polonia alcuni dei territori occupati della Germania orientale. Tale cessione, sostenne allora il presidente Truman, non solo era contraria all'accordo di Yalta ma avrebbe reso molto più difficile la sistemazione di altri problemi come, ad esempio, quello delle riparazioni. A questa protesta Stalin avrebbe allora risposto (secondo quanto ha reso ora noto Byrnes nel suo libro Speaking frankly) che «nessuna frontiera era stata effettivamente ceduta alla Conferenza della Crimea; si era solo stabilito di fare delle concessioni territoriali alla Polonia» e avrebbe concluso dicendo testualmente: «La questione della frontiera occidentale (della Polonia) è aperta e l'Unione Sovietica non ha impegni (su tale problema)». Truman avrebbe allora chiesto: «Non avete impegni?» E Stalin avrebbe risposto «No».

In conseguenza anche nel rapporto sulla Conferenza di Potsdam (luglio 1945), vi è sì il riconoscimento dell'avvenuta cessione in amministrazione al Governo polacco dei territori fino all'Oder-Neisse, ma vi è chiaramente ribadito che «The three heads of Government reaffirm their opinion that the fina! delimitation · of the Western frontier of Poland should await the peace settlement».

Da allora la situazione non ha subito altre modifiche e, così stando le cose, mi sembra sia da ritenere che, se anche gli Stati Uniti scenderanno a patti su tale questione, ciò sarà per una partita ben più grossa che non sia il controllo, con o senza Unione Sovietica, della Ruhr.

2) Assetto politico. Gli americani, malgrado il lungo cammino da essi percor

306 I Vedi D. 220. 2 Vedi D. 190.

so in senso unitario dall'epoca dell'entrata in vigore della loro Costituzione, sono e rimangono dei convinti federalisti; sono quindi naturalmente più favorevoli a veder riprodotti anche in altri paesi quegli ordinamenti nei quali essi hanno una fede particolare. Nello stesso Giappone hanno attuato una larga decentralizzazione ed è quindi prevedibile che anche in Germania -compatibilmente con le esigenze locali e internazionali -vorranno favorire l'istituzione di un Governo a tipo federale.

3) Assetto economico. Gli americani convinti ormai che la ricostruzione economica germanica è una delle premesse essenziali per la ricostruzione economica europea e per l'arginamento dell'espansionismo sovietico in Europa, sono decisi a subordinare a questo tutti gli altri problemi.

Il sottocomitato per la Germania della Camera dei rappresentanti nel suo rapporto in data 6 corrente -che accludo in copia3 -ha espresso la sua ferma convinzione «che non vi potrà essere né prosperità né sicurezza in una economia mondiale che alimenta il popolo tedesco ma che non riesce ad utilizzare il contributo costruttivo che esso è capace di dare alla società mondiale».

307

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 2423/125. Londra, 23 febbraio 1948, ore 20,25 (per. ore 7,30 del 24).

Ho parlato con ambasciatore Massigli quale membro Consiglio Supplenti in proposito passo russo e sue conseguenze.

Gli ho esposto soprattutto situazione complessa derivante per l'Italia e speranza che Francia, cointeressata e favorevole a soluzione coloniale secondo nostre aspirazioni, prendesse posizione nelle sedute del Consiglio ove si dibatterà questione, cercando convincere Inghilterra a non assumere atteggiamento puramente negativo di fronte offerta sovietica dando alla Russia nuovi elementi per turbare opinione pubblica italiana allontanandola da collaborazione occidentale. Massigli mi sembrò comprendere perfettamente situazione e concordare mio punto di vista, }asciandomi comprendere avrebbe fatto presente suo Governo opportunità che Francia prendesse posizione mediatrice, cercando rendere meno rigide alcune posizioni dell'Inghilterra nostro riguardo. Egli negò tuttavia, per sua diretta esperienza che Gran Bretagna avesse preso deliberazioni aprioristicamente ostili in rapporto ad Eritrea e Somalia, lasciandomi intravedere a questo proposi

to inopportunità che campagna giornalistica anti-inglese poggiasse su presupposti di soluzioni a noi contrarie per esclusiva volontà inglese, come da parte russa si tende fare credere.

Per quanto riguarda Libia egli mi ha chiaramente espresso difficoltà quali apparivano a Foreign Office derivanti soprattutto dalle difficoltà di separare Cirenaica da Tripolitania. Riteneva però che si sarebbe potuto trovare una formula comprensiva anche nostri interessi (strettamente connessi a quelli francesi) pur riconoscendo che problema libico non era risolvibile immediatamente ma avrebbe dovuto essere considerato in un piano più vasto di compartecipazione dell'Italia, su basi di parità, a piano integrale di riorganizzazione e di difesa dell'Europa occidentale. Quanto a Francia essa aveva interesse vivissimo che Italia ritornasse in Tripolitania a comune difesa contro pressione mondo arabo, ma non nascondeva altro interesse di cui doveva essere tenuto conto ossia che Potenze anglo-sassoni e soprattutto Stati Uniti vi avessero forti posizioni strategiche di difesa militare.

Mi pare che Massigli parlasse con piena sincerità e chiarezza. Promise tenersi in stretto contatto con me mentre avrebbe seguito da vicino lo svolgersi della situazione a Lancaster House.

306 3 Non pubblicato.

308

IL MINISTRO A L'AIA, BOMBIERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2426/23. L 'Aja, 23 febbraio 1948, ore 20,55 (per. ore 7,30 del 24.)

Mio telegramma n. 181.

Questo Ministero esteri mi ha oggi confermato che secondo ultime notizie partecipazione Benelux a Conferenza Londra per problema tedesco sembra ormai deciso. Non si sa bene invece ancora quale sarà estensione tale partecipazione; da parte olandese tuttavia si fa comprendere che si sarebbe soddisfatti anche se a Benelux non fosse riconosciuta posizione assoluta parità con tre grandi alleati.

Mio interlocutore ha aggiunto che tutto lascia supporre che prossima conferenza Londra avrà soprattutto carattere esplorativo e che decisioni definitive su principali questioni problema tedesco saranno probabilmente rinviate a Conferenza che si spererebbe poter indire tra qualche mese con partecipazione russa.

Ho approfittato occasione per ritornare su diretto grande interesse che mercato tedesco aveva per economia italiana e mi è stato confermato che progetti olandesi sul futuro assetto economico Germania, tendenti inserire Germania occidentale in economia europea, collimavano sostanzialmente con nostro punto di vista.

308 I Vedi D. 244.

309

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2431/178. Parigi, 23 febbraio 1948, ore 22,30 (per. ore 7,30 del 24).

Mio 175'.

Bidault mi ha confermato che, di massima, è d'accordo con progetto GrazziDrouin: si potrà trattare al più di modificare qualche frase. Voleva però prima sottoporlo suoi colleghi e sentire anche se essi ritenevano necessario sottoporre anche questo protocollo ad approvazione Parlamento. Personalmente riteneva che trattandosi solo di manifestazione d'intenzione questa approvazione non era necessaria, presidente Consiglio era d'accordo con lui ma bisognava sentire anche altri ministri. Per secondo protocollo riteneva invece indispensabile approvazione Parlamento.

310

L'INCARICATO D'AFFARI A PRAGA, FRANCO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2444/39. Praga, 23 febbraio 1948, ore 23,30 (per. ore 8,30 del 24).

Il Congresso dei Comitati operai ha votato ieri una risoluzione con la quale domanda la repressione dei «complotti reazionari», l'esclusione dal Governo e dal Parlamento dei «sabotatori e sediziosi» e l'adozione di leggi atte a garantire i «diritti del popolo e la demolizione del capitalismo». L'esistenza di complotti, come ho riferito periodicamente è stata già altre volte invocata ma non è stata mai provata convincentemente (tra l'altro vedasi rapporto n. 1191 del 13 dicembre 1947 e precedenti)'·

Gli attacchi dei comunisti sembrano essere diretti particolarmente contro il partito nazionalsocialista il cui capo vice presidente del consiglio Zenkl, dimissionario, fu già l'esponente della resistenza contro i tedeschi. Al detto partito appartiene anche il ministro della Giustizia dimissionario Drtina il quale è inviso per le azioni del suo Dicastero contro i membri del partito comunista (vedasi rapporto del 24 gennaio scorso n. 116)2.

È stata oggi nel pomeriggio rapidamente dispersa dalle forze di polizia una dimostrazione nazionalsocialista e la sede del detto partito è stata perquisita e piantonata.

310 l Non pubblicati. 2 Non rinvenuto.

Teoricamente la definizione della crisi dipende ancora dal presidente Benes ma non appare probabile che lo stesso possa indicare una soluzione diversa da quella che viene imposta da Gottwald il quale è ormai padrone di tutte le leve di comando. Già fin da ieri sono stati rapidamente istituiti dal partito comunista dei Comitati di azione i quali sorvegliano i centri innumeri di ogni provincia.

Sembra, come ho riferito con mio n. 373, che i comunisti non vogliano irrigidirsi nelle loro pretese riservandosi però di dare l'approvazione preventiva alla nomina dei membri del nuovo Governo.

Anche secondo l'opinione dei vari ambienti compresi i colleghi stranieri, con i quali ho intensificato i contatti, sembra ormai che l'azione comunista sia decisa e che le forze degli altri partiti siano paralizzate.

Si ritiene anche che la decisione delle dimissioni dei noti ministri non sia stata tempestiva, che abbia trovato impreparato il presidente della Repubblica spianando così la via agli avversari. I ministri dimissionari avrebbero contato sulla solidarietà effettiva dei social-democratici i quali, invece, mantengono un atteggiamento ambiguo e subiscono l'influenza di Fierlinger il quale mal si rassegna allo scacco subito al Congresso di Brno. A determinare un fatalistico senso di rassegnazione contribuiscono le notizie incontrollate di arresti sensazionali.

Analoga situazione in Slovacchia viene segnalata dal console d'Italia a Bratislava dove gli incaricati del Governo popolare del partito democratico sono stati dimessi di autorità dal Comitato comunista. Trasmetto con telegramma n. 384 un comunicato diramato stasera dalla Cancelleria del presidente della Repubblica.

309 l Non pubblicato.

311

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 2424/1261. Londra, 23 febbraio 1948 (per. ore 7,30 del 24)2.

Gallman, che è praticamente il rappresentante degli U.S.A. al Consiglio dei Supplenti nella frequente assenza dell'ambasciatore Douglas, mi assicurava oggi che Dipartimento di Stato e a suo dire anche Foreign Office erano rimasti assai inquieti e perplessi dopo la dichiarazione Zorin valutando in pieno. gravità e conseguenze del gesto che aveva unico significato propagandistico preelettorale su masse italiane e scopriva intenzione di dividere e turbare relazioni tra Nazioni occidentali specialmente tra Italia e Inghilterra. Mi disse che immediatamente si era iniziato uno scambio di vedute tra Washington e Londra al fine di concretare una linea di condotta.

4 Non pubblicato. 311 I Ritrasmesso con T. 2326 del 26 febbraio a Parigi (per corriere) e Washington (121). 2 Manca l'indicazione dell'ora di partenza.

Sua impressione era che tanto Washington quanto Londra fossero ugualmente persuase che nei rapporti nostri qualche cosa si dovesse fare tenendo conto dell'opinione pubblica italiana e in vista della importanza che Stati Uniti e Inghilterra annettono a risultato elezioni. Dagli accenni di Gallman messi in relazione con quanto da me già appreso nel colloquio con Sargent3 mi è parso comprendere che intenzione Stati Uniti è di non giuocare questo qualche cosa in immediata concorrenza con mossa russa.

310 3 Vedi D. 300.

312

L'INCARICATO D'AFFARI A PRAGA, FRANCO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 2741/012. Praga, 23 febbraio 1948 (per. il 1° marzo).

Con riferimento al telegramma ministeriale n. 1916/c. del 16 corrente! mi onoro assicurare di aver presentato il 19 corrente a questo Ministero degli affari esteri un promemoria nel senso prescritto.

Il ministro Hajdu con il quale ho parlato oggi mi ha detto che le assicurazioni verbali già date a questa legazione dal sottosegretario Clementis, e da altri funzionari circa l'atteggiamento favorevole alla tesi italiana da parte del Governo cecoslovacco per l'avvenire delle colonie italiane in Africa rimangono immutate. Hajdu ha sottolineato che il Governo italiano può tanto più contare sull'appoggio cecoslovacco, ora che quello dell'U.R.S.S. si è già pronunciato.

Il predetto ha aggiunto, a titolo personale, che prima di manifestare esplicitamente e per iscritto la propria decisione il Governo cecoslovacco attenderà tuttavia di conoscere al riguardo il pensiero del Governo di Belgrado.

313

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, GRAZZI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO 5849/575. Roma, 23 febbraio 1948.

L'onorevole Vanoni, testé rientrato dalla sua missione all'Avana, si è intrattenuto con il sottoscritto sui lavori della seconda Conferenza preparatoria dell'I.T.O., sull'azione svolta dalla delegazione da lui presieduta, e sui riflessi che le tendenze prevalse alla Conferenza presentano per le particolari esigenze italiane.

312 t Vedi D. 273.

Con altro appunto' si riassumono gli elementi principali della sua esposizione, che integra l 'ampia documentazione trasmessa al ministero della nostra delegazione.

In particolare l'onorevole Vanoni ha sottolineato l'opportunità per noi di mantenere nei riguardi delle rappresentanze in Italia dei paesi partecipanti ai lavori della lana, un cauto riserbo circa la nostra adesione o meno ai due atti con i quali l'attuale seconda Conferenza avrà termine. L'uno di questi sarà l'«Atto finale»: con tale atto i firmatari constateranno che la Conferenza ha approvato il testo del progetto della Carta del commercio internazionale. La constatazione avrà carattere puramente formale, essendo inteso che l'accettazione della Carta, con effetto impegnativo per ciascun firmatario, avrà luogo successivamente, quando i relativi parlamentari avranno autorizzato la firma e la ratifica della Carta stessa.

Il secondo atto è un accordo per la costituzione di una «Commissione interinaie» che siederà tra la fine della Conferenza preparatoria, prevista per la metà di marzo p.v., e l'inizio della prima Conferenza dell'I.T.O., previste per la seconda metà dell'anno venturo. Faranno parte della Commissione tutti gli Stati che avranno firmato detto accordo.

Motivo del riserbo che ci converrebbe mantenere, è l'incertezza in cui ci troviamo sulla possibilità di entrare a far parte sia del Consiglio esecutivo della futura prima Conferenza, sia della Commissione interinale. Data la procedura adottata per l'elezione a detti consigli, l'Italia si trova a competere con molti altri paesi ad uno dei tre soli posti ai quali sarebbe eleggibile: né gli Stati Uniti, a quanto ha detto il signor Clayton, sono stati finora in grado di assicurarci il loro appoggw.

D'altronde le esigenze, che per un'economia dalle caratteristiche singolari come la nostra occorre tutelare nel quadro di un vasto complesso di contrastanti interessi come quello dell'I.T.O., così come il conto che sembra debba essere tenuto dali'effettiva importanza deli'economia italiana, consigliano di adoperarci perché, soprattutto a Washington, le nostre aspirazioni possano trovare un appoggio efficace.

311 3 Vedi D. 301.

314

L'AMBASCIATORE DI GRAN BRETAGNA A ROMA, MALLET, AL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI

L. 67/41/48. Roma, 23 febbraio 1948 (per. il 26).

I write to thank you for your letter of the 11th February' with which you were so good as to send me copies of the declarations in which the leaders of the German speaking parties in the Alto Adige expressed their satisfaction with the

314 l L. personale 3/51, non pubblicata.

Autonomy Statute for the Trentino-Alto Adige which has recently been approved by the Constituent Assembly.

As you know Mr. Bevin has always taken a keen interest in this problem and it is a source of personal pleasure to him (as I informed Signor De Gasperi in a letter of the 7th February2), that an agreement has been reached which satisfies the wishes of both the German and ltalian speaking communities in fulfilment of the agreement between Italy and Austria of September 6th, 1946.

313 l Non rinvenuto.

315

L'INCARICATO D'AFFARI A BELGRADO, TASSONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 328/155. Belgrado, 23 febbraio 1948 (per. il 4 marzo).

Come più volte segnalato (vedi da ultimo telespresso legazione n. 48/25 del 12 gennaio)!, il Governo jugoslavo mette particolare cura nel documentare il suo rispetto dell'italianità linguistica degli abitanti dei territori recentemente passati alla Jugoslavia. Dichiarazioni del genere vennero anche fatte nell'ultima conferenza stampa di questo Ministero degli affari esteri (mio telegramma n. 302 e mio telespresso n. 212/122 del 16 corrente3. Tenendo conto del carattere spiccatamente federalistico della Jugoslavia e della scarsa importanza che hanno in un regime comunista, e quindi universalistico, le questioni etniche, è da ritenere che effettivamente, per quanto riguarda la lingua, non ci debbano essere nel prossimo futuro tentativi di sradicamento. Naturalmente occorre aggiungere due considerazioni:

l) che la lingua non è tutto e che vi sono costumi, tradizioni e concezioni della minoranza italiana che stanno nel profondo, sotto la superficie puramente glottologica, che urtano con attuali ideologie dello Stato jugoslavo e che verranno inevitabilmente colpite;

2) che una parte degli argomenti avanzati da parte jugoslava per dimostrare sollecitudine per il rispetto della cultura e della lingua italiana, dimostra anche che ci si serve della lingua italiana, perché italiani, abbondantemente italiani sono gli abitanti di quei territori e perché in quella lingua soltanto si possono tenere conferenze e letture e spettacoli di propaganda.

Alla luce di queste considerazioni conviene giudicare le periodiche notizie su quanto il Governo jugoslavo fa per la minoranza italiana nel campo intellettuale.

In questi giorni dalla locale stampa si apprende, ad esempio, che la vita culturale a Pola, dopo la sua annessione alla Jugoslavia, è in continuo aumento e che soltanto adesso Pola ha la possibilità di sviluppare la propria cultura nazionale.

315 I Non rinvenuto.

2 T. 2033/30 del 14 febbraio, non pubblicato.

3 Non rinvenuto.

Il nuovo «Circolo italiano di cultura» di Pola riunisce tutti gli «italiani progressisti», cura il loro sviluppo culturale e custodisce le tradizioni della locale cultura italiana: così affermava recentemente il Barba. Il Comitato popolare cittadino di Pola avrebbe assicurato al Circolo stesso il contributo di l milione e 500 mila dinari per la nuova sede che avrà, oltre ad una sala di lettura ed una biblioteca, anche una grande sala per le riunioni e gli spettacoli. È prossima l'apertura di un'altra sala di lettura, organizzata dall'Unione italiana per Fiume e Istria, con libri, pubblicazioni e stampa italiana. È da notare che «libri, pubblicazioni e stampa italiana» sembrano essere in maggioranza pubblicazioni jugoslave, edite in lingua italiana, o le scarse pubblicazioni d'Italia qui ammesse.

La sala di lettura dell'U.I.F.I. fornirà inoltre tutte le informazioni circa l'acquisto delle edizioni stampate, a cura dell'Unione stessa, allo scopo di sviluppare l'attività culturale ed artistica degli italiani.

Circoli di cultura italiana verranno costituiti al più presto in tutti i luoghi dove non sono stati ancora inaugurati. Così a Degnano sono in corso i lavori di riparazione dei locali, nei quali avrà sede il circolo di cultura che già possiede un coro con 50 elementi, premiato recentemente a Rovino in occasione del raduno dei cori italiani in Istria.

A Galesane esistono già dei gruppi artistici dilettanti, di cui uno è composto di «pionieri» (giovani al di sotto dei 14 anni). Questi gruppi stanno preparando la rappresentazione del dramma «Il molino di Pola», nel quale è descritta «l'eroica lotta dei lavoratori di Pola in difesa del macchinario davanti al molino di via Dignano».

A Parenzo, il 12 febbraio, è stato solennemente inaugurato il «Circolo italiano di cultura» intitolato a «Bruno Valentino», antifascista italiano ucciso dai fascisti. Tale circolo, oltre alla solita sala di lettura, ha una biblioteca con settecento volumi. Esso ha anche una sezione per il gioco degli scacchi (particolarmente diffuso in Jugoslavia ed oggi molto conosciuto anche per la passione scacchistica del maresciallo Tito) ed una teatrale con un coro di 45 elementi.

La sede del circolo sarà rinnovata mediante lavori volontari, mentre nell'arredamento dei locali sono stati investiti seicentomila dinari.

Come si vede, è tutta una complessa politica di penetrazione che riunisce, nella tutela e nell'uso della lingua italiana, intenti di proselitismo e assestamento ideologico.

314 2 Non rinvenuta.

316

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2462/181. Parigi, 24 febbraio 1948, ore 14,48 (per. ore 16,40).

Informazioni che ha avuto Quai d'Orsay da ambasciata Francia Praga sono che Zorin questa notte ha imposto soluzione comunista sotto gravissime minacce; francesi considerano situazione seria e probabilità ritiro Benes.

Quai d'Orsay ritiene che avvenimenti cecoslovacchi avranno importanti ripercussioni Conferenza Londra.

317

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, ALL'AMBASCIATORE A CITTÀ DEL MESSICO, PETRUCCI

T. PER CORRIERE 2221. Roma, 24 febbraio 1948.

Nel prendere atto quanto comunicato con suo telegramma n. 23' pregola seguire questione e far conoscere appena possibile ogni notizia in merito atteggiamento codesto Governo riguardo questioni pendenti in connessione con trattato di pace, specificando in particolare elementi eventuale formula conciliativa cui fatto cenno.

Circa punti rilevati da codesta ambasciata comunicasi:

l) controproposte circa progetto accordo commerciale sono state inviate 31 genna10 scorso;

2) questo ministero informato Confederazione armatori e ditta Ansaldo.

318

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

T. S.N.D. 2225/110. Roma, 24 febbraio 1948, ore 15.

Suo 123'.

Mentre mi riservo rispondere Bevin2 per degli interessi superiori a quelli dell 'Italia stessa prego V. E. fargli sapere che qui vi fu forte azione governativa a difesa Governo britannico e fu la mia quando sostenni presso tutti direttori di giornali che bisognava distinguere lealtà di Londra da eccessi ed errori di incompetenti agenti periferici. Mia azione fu resa nulla dal fatto che a Londra non si imitò i migliori elementi britannici Mogadiscio che espressero Zanotti Bianco loro indignazione e disprezzo per degli improvvisati ufficiali inglesi responsabili dell'eccidio. Anche Zanotti nel suo rapporto ha per mio consiglio scagionato Londra. Chiedendo solo riconoscimento della verità dopo di che tutto diverrebbe semplicissimo desidero vivamente che Zanotti, noto ovunque per sua anglofilia, venga subito Londra e sia ascoltato.

Occorre evitare un pericoloso equivoco di cui i nemici della Inghilterra si servono. Risponda subito circa partenza Zanotti della cui cristallina sincerità nessuno dubiterebbe costP.

2 Vedi D. 328.

3 Vedi D. 422.

38J

317 l Riferimento errato. Trattasi del Telespr. 93/23 del 12 gennaio per il quale vedi D. 103.

318 l Vedi D. 301.

319

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. PER CORRIERE 2240. Roma, 24 febbraio 1948.

Suo telegramma 043 e mio 1421.

Accludole testo protocollo concordato Grazzi-Drouin sulla base anche di quanto suggerito precedentemente da V.E. Come ella vede, esso consacra la formale volontà due Governi costituire Unione doganale ma, contemporaneamente, istituire una Commissione mista incaricata preparare accordo definitivo il quale contenga programma di esecuzione da sottoporre Parlamenti per ratifica.

Tale programma, per quanto succinto possa essere, non può essere predisposto in qualche giorno, anche per non esporlo a fondate critiche parlamentari. Esso necessita del resto collaborazione categorie interessate nonché esperti varie Amministrazioni italiane e francesi.

Non appare quindi possibile seguire proposta di cui suo telegramma 043, per quanto conveniente essa sarebbe, poiché molto probabilmente non si potrebbe predisporre accordo definitivo prima delle nostre elezioni.

Tuttavia scopo che ci proponiamo potrebbe essere egualmente conseguito se firma protocollo già concordato, il quale è del resto l'atto che consacra la volontà dei due Governi, avesse luogo con particolare solennità ad esempio fra Bidault e me.

Voglia perciò suggerire (e per mia parte ne intratterrò questo ambasciatore di Francia2) che firma avvenga fra due ministri. Sembrami che incontro potrebbe avvenire a mezza strada, ad esempio Torino: il che avrebbe oltre tutto un significato particolarmente simbolico.

320

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 24851127. Londra, 24 febbraio 1948, ore 20,25 (per. ore 8,30 del 25).

Lavori di ieri dei Supplenti per colonie hanno risentito effetti della nota presa di posizione da parte sovietica. Infatti mentre sembrava ormai accettabile da tutti, per motivi pratici, che «paesi interessati» venissero subito ammessi esporre loro punto di vista (vedasi mio 95)1, è ora solo il delegato sovietico che insiste sulla opportunità di tale immediata consultazione.

Americano, inglese e francese sostengono invece che i paesi in questione non potranno esprimere una obiettiva opinione prima di conoscere dal rapporto della

2 Vedi D. 326.

Commissione d'inchiesta quali siano i desideri delle popolazioni locali e le attuali condizioni dei territori.

Charles nell'esprimere tale parere alla Conferenza ha profittato per fare diretto riferimento alla dichiarazione Zorin dicendo che da recenti manifestazioni si potrebbe pensare che Governo sovietico non intendeva attribuire importanza ai risultati dell'inchiesta degli esperti.

Proposta di rimandare consultazione paesi interessati mi è spiegata da parte inglese come dovuta a desiderio evitare che satelliti sovietici cerchino trasformare attuali lavori Supplenti in nuova piattaforma propaganda politica.

Zaroubin per parte sua mi ha lasciato intravedere che insisterà a lungo su suo punto di vista in questa questione procedurale.

319 l Non pubblicati.

320 l Vedi D. 231.

321

L'INCARICATO D'AFFARI A PRAGA, FRANCO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2486/40. Praga, 24 febbraio 1948, ore 21,15 (per. ore 8,30 del 25).

Attività «Comitati d'azione» delle cui istituzioni ho precedentemente riferito è stata inaugurata solennemente ieri dal presidente della Confederazione generale lavoro deputato comunista Zapotocky il quale ha dichiarato: «il popolo mi ha affidato ricostituzione e completamento fronte nazionale con persone nuove degne fiducia del popolo». Autonominandosi presidente «Comitato centrale azione del Fronte nazionale» Zapotocky ha chiuso il suo dire con invito a eliminare inutili discussioni «perché popolo e Patria sono in pericolo». Nella stessa occasione Gottwald ha confermato suo punto di vista che Benes debba accettare dimissioni noti ministri dopo di che sarà possibile riformare Governo anche con «membri opposizione appartenenti ai partiti dei ministri dimissionari». Oggi Ministero dell'interno ha diramato un comunicato annunziando scoperta preparativi colpo di Stato armato da parte social-nazionale. Stesso Ministero dell'interno informa inoltre aver chiesto levata immunità parlamentare ex vice presidente e capo partito democratico slovacco Ursiny implicato noto complotto slovacco autunno scorso. Altro comunicato ufficiale informa che presidente della Repubblica farà attese dichiarazioni domani sera.

322

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 941/319. Londra, 24 febbraio 1948'.

Secondo quanto ho già riferito coi miei telegrammi2, dopo la nota sovietica

322 l Manca l'indicazione della data di arrivo. 2 Vedi DD. 301, 307, 311 e 320.

al Governo italiano ho ritenuto opportuno di rimanere in contatto coi quattro Supplenti dei ministri degli esteri sedenti a Lancaster House per avere tutti gli elementi di giudizio e una veduta d'insieme sulle ripercussioni del gesto russo e per trarre qualche possibile indicazione del diverso modo con cui ciascuno dei Quattro si poneva di fronte ai problemi che ne sorgevano.

Se, come è probabile, il gesto russo aveva oltre allo scopo di rinforzare la posizione dei comunisti in Italia prima delle elezioni quello di creare nuove difficoltà tra gli anglo-americani e il Governo italiano, bisogna riconoscere che, per quanto concerne la Gran Bretagna, sembra esservi in parte riuscito. Il passo russo ha trovato infatti l'atmosfera favorevole per l'U.R.S.S. creata dai fatti di Mogadiscio e dalle susseguenti polemiche di stampa; ed è probabile che i russi abbiano pensato che con il loro gesto avrebbero oltre tutto messo il Governo italiano nella alternativa imbarazzante di lasciare cadere l'offerta di fronte agli anglo-americani con la prospettiva e lo scrupolo di passare per rinunciatario o di rilevarla per cercare di ottenere a Londra e a Washington un gesto concorrente suscitando così, soprattutto negli inglesi, il sospetto che l 'iniziativa russa fosse stata provocata da noi e concordata per servircene qui e a Washington a scopo di chantage.

Il tono della lettera di Bevin e l'atteggiamento di Sargent3 mi autorizzano a pensare che da parte britannica vi sia stato un simile sospetto. Non posso infatti tacere, benché la notizia mi giunga per via confidenziale, che nella prima stesura la lettera di Bevin conteneva due o tre periodi che davano buoni affidamenti nel senso indicatomi da Charles4 quando le nostre conversazioni parevano promettere una chiarificazione; periodi che con sorpresa di chi aveva veduto la minuta erano poi scomparsi proprio in quei due giorni che intercorrevano tra il 16 u.s. (giorno in cui è dettata la lettera che al Foreign Office mi era stata annunziata sul punto di essermi spedita e in cui giungeva al Foreign Office notizia della nota di Zorin) e il 18 in cui mi fu recapitata. Anche il colloquio con Sargent mi diede l 'impressione di un irrigidimento. Né mi fu più parlato da allora del promesso colloquio con Bevin che avrebbe dovuto svolgersi precisamente sull'argomento delle colonie. Lo stesso sir Noel Charles, venuto da me prima della partenza per le conversazioni anglo-francesi di Parigi pieno di buone speranze per una proposta Bevin a nostro favore e di cui, secondo quanto mi disse, Bevin si proponeva di intrattenermi al suo ritorno, mi ha lasciato capire che tutto è stato rimandato per alcune difficoltà imprecisate, e mi sembra ormai alquanto chiuso e imbarazzato nei suoi rapporti con me. Ciò di cui però non mi ha fatto mistero è della sgradevole impressione che in tutte le sfere del Foreign Office e militari hanno prodotto le nostre polemiche anti-inglesi.

Ora vediamo la situazione di fatto e gli impliciti suggerimenti che possono derivare da una visione oggettiva e spoglia di sentimentalismi della realtà: l) dalla mossa russa nulla possiamo attenderci dal lato positivo, poco da quello negativo polemico. Ieri abbiamo veduto Stati Uniti, Inghilterra e Francia

322 3 Vedi D. 301. 4 Vedi D. 88.

nel primo incontro a Lancaster House opporsi sopra un fronte unico ad una preliminare proposta russa affinché i governi interessati fossero ascoltati prima che la Commissione di investigazione ora in Africa avesse ultimato i suoi lavori e mandato le sue conclusioni.

Le tre Nazioni occidentali si sono così ormai concordate sulle posizioni già da me preannunziate: fin tanto che non sarà pubblicato il rapporto della Commissione di inchiesta esse rifiuteranno di discutere sopra qualsiasi altra base. Esse non intendono seguire l'U.R.S.S. sul terreno dei gesti a scopo di propaganda elettorale. Proprio ieri sir Noel Charles rispondendo a Zarubin, ha lasciato intravedere ciò che a voce mi avevano detto lui medesimo e Sargent. Da parte delle tre Nazioni schierate su un fronte unico si insisterà sulla procedura stabilita in accordo con la Russia stessa, anche se «recenti avvenimenti mostrano chiaramente che l'U.R.S.S. non attribuisce più la stessa importanza ai lavori della Commissione» (mio telegramma 127)5. Scuotere da questa posizione Inghilterra, Francia e Stati Uniti mi pare difficile. E che cosa dunque ci potrebbe dare oggi la Russia in questo netto contrasto in cui la stessa Francia che ci è decisamente favorevole si schiera con Stati Uniti e Inghilterra? Quindi anche dal punto di vista polemico e persuasivo poco ci potrebbe valere la nota di Zorin la quale, pur essendo tenuta in considerazione e dando preoccupazioni, come mi ha riferito Gallman, ha scarsa presa a Londra.

2) Lo stesso dico per quanto si potrebbe immaginare di ottenere attraverso la campagna giornalistica a base di polemica anti-britannica quale si è andata sviluppando in Italia negli ultimi tempi e che non vorrei si conchiudesse a nostro sfavore minacciando di chiederci in una impasse in cui qualsiasi discussione con gli inglesi in qualsiasi settore rischiasse di diventare assai difficile.

Quando parlo di «limiti di rottura» ho in mente qualche cosa molto diverso da ciò che l'espressione non spiegata potrebbe fare supporre. Io intendo il pericolo di arrivare a quei limiti in cui l 'Inghilterra di fronte alla impossibilità di intendersi e di comprendersi tra le due Nazioni, di fronte ad una opinione pubblica italiana ritornata intrattabilmente ostile come durante il periodo fascista (e qui si comincia a temerlo); di fronte a gravi agitazioni nelle nostre colonie; non volendo a nessun costo ricreare una situazione come quella di Palestina (è ciò che si continua a ripetermi) finisca per stancarsi e trovare che l 'unica via d'uscita è di deferire alle Nazioni Unite le sue responsabilità, ritirandosi dietro il paravento della legalità societaria, abbandonandoci a una procedura interminabile (il nostro problema si sprofonderebbe perciò nel tempo), cosa che d'altronde anche Zarubin ha lasciato intravedere non sarebbe a nostro favore.

3) Se vogliamo dunque tenere aperta la porta per una nuova valorizzazione della cooperazione itala-britannica così bene inaugurata quattro mesi fa col viaggio di V.E. a Londra e che successivi avvenimenti costringono a mettere temporaneamente in secondo piano nell'attenzione pubblica, è necessario evitare di dare all'opinione pubblica italiana l 'impressione che ci si attenda dal Governo britannico

322 s Vedi D. 320.

una sollecita presa di posizione a noi favorevole nella questione delle colonie, mitigando anche le espressioni circa la B.M.A. poiché è perfettamente inutile immaginare oggi una aperta sconfessione da parte del Governo britannico o del Foreign Office dell'operato dei militari nelle colonie. Converrà invece cercare nelle risultanze della inchiesta sui fatti di Mogadiscio tutto quello che possa servirei di base per reclamare delle misure veramente efficaci per la protezione -nel senso più vasto della parola -degli interessi dei nostri concittadini in Somalia e altrove e su questo se sarà possibile basare una nostra azione immediata.

4) La nostra posizione attuale non è tale da escludere del tutto che da parte britannica, in armonia con gli Stati Uniti e la Francia si stia contemplando la necessità di un riconoscimento in qualche forma dei nostri interessi in Africa.

Dalle mie conversazioni con Massigli, con Gallman, con Charles e con altri collaboratori di Bevin, già da me riferite, ho tratto la impressione che sarebbe grave errore e responsabilità agire come se questa eventualità non esistesse, ma è per me molto dubbio che pressioni dirette o indirette, interventi di Nazioni estranee quali le sud-americane (mia lettera 119 del 20 gennaio)6, dimostrazioni popolari ecc. possano ormai persuadere in questo senso e fruttare una qualsiasi soluzione. Non saprei perciò consigliare che una intelligente, sagace, temperata azione persuasiva a Washington a Parigi a Londra senza illuderci di poter ottenere nulla di spectacular ma l'indispensabile per calmare l'opinione pubblica nostra e per continuare senza spezzature pericolose, nella linea di pensiero e di azione segnata nel novembre scorso da V.E., politica però che non potrà diventare pienamente efficace né dare i suoi frutti che nel clima più sereno e fattivo di dopo il 18 aprile.

323

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

L. SEGRETA PERSONALE 294/3034/799. Parigi, 24 febbraio 1948.

Ho avuta oggi una lunga ed amichevole conversazione con Bidault. Gli ho fatto il quadro della politica russa in Italia, di quello che aveva fatto (colonie) e di quello che poteva fare (Trieste): gli ho svolto le argomentazioni di cui alla sua lettera n. 1231. Noi ne avevamo parlato e ne parlavamo agli inglesi ed agli americani, ma tenevamo a parlarne con particolare confidenza a lui, sia perché le ripercussioni delle elezioni italiane interessavano in primo luogo la Francia, sia perché per l'analogia delle situazioni interne dei due paesi essa poteva più facilmente comprenderci.

323 I Vedi D. 227.

Gli americani -e gliene eravamo grati -ci aiutavano con invii di viveri e di materie prime: ma bisognava persuaderli che un popolo come l'italiano non vive di solo pane, e che, in momenti critici come l'attuale, qualche elemento morale avrebbe potuto essere di effetto assai importante.

Mi ha detto che era perfettamente d'accordo e che era disposto, in quanto era in suo potere, di aiutarci «ma in concreto, cosa può fare la Francia?».

Gli ho detto che, in primo luogo, la Francia avrebbe potuto darci una manifestazione di fiducia, procedendo alla firma del protocollo per l'Unione doganale (quello definitivo) prima delle elezioni. Non rischiava niente perché se le elezioni andavano male per il Governo essa poteva non ratificare: invece questa prova di fiducia poteva avere in Italia il suo effetto morale.

Questo non mi sembra impossibile, mi ha detto.

Gli ho poi parlato della questione coloniale nei suoi riflessi interni dopo la presa di posizione dei russi. A sua richiesta gli ho dette le relazioni americane segnalate da Tarchiani e gli ho anche accennato qualche cosa sulle conversazioni Gallarati-Sargent.

Mi ha detto che su questa questione delle colonie non riusciva a farsi delle idee chiare. Da una parte l'atteggiamento delle amministrazioni britanniche, come segnalato dalla «Commissione itinerante» davano a pensare che nulla ci fosse di cambiato nelle intenzioni britanniche anzi. A Londra viceversa sembrava ci fosse qualche esitazione, un po' più in nostro favore. Dall'America non si riusciva a capire niente. Mi sembrava di potere riassumere la situazione in questa forma: se le elezioni in Italia erano sfavorevoli per il Governo, le nostre colonie erano irrimediabilmente perdute. Se sono favorevoli forse qualche cosa potrebbe cambiare, a Washington però, piuttosto che a Londra. Per quanto le elezioni potessero essere favorevoli al Governo esse non potevano essere trionfali: molto probabilmente esse avrebbero dato uno schieramento politico non molto differente dall'attuale, con gli stessi problemi: quanto era necessario quindi perché gli inglesi continuassero a dire almeno allo stesso titolo a cui si poteva dirlo per la Francia che la situazione interna italiana non era sufficientemente salda. Avrebbe comunque tentato, essendo ciò del tutto conforme alla politica francese, di ottenere, con gli argomenti elettorali che gli avevo fatti presenti una precisazione più favorevole a noi dell'atteggiamento inglese ed americano; ma preferiva dirmi francamente che non ci contava molto.

Molto interessato è stato al mio accenno a possibili sorprese sulla questione di Trieste. Chiesto del mio parere gli ho detto che la sorpresa avrebbe potuto prendere questa forma: di fronte all'impossibilità di mettersi d'accordo sulla persona del governatore e di fare funzionare il Territorio Libero, la Jugoslavia propone all'Italia una soluzione diretta sotto la forma di una divisione del Territorio Libero: la zona A con Trieste all'Italia, la zona B alla Jugoslavia.

«Ma crede lei che gli americani accetterebbero una simile proposta», mi ha chiesto.

«Non so, ma non ha importanza ai fini elettorali: anzi questo permetterebbe di presentare la cosa nella forma che la Russia ci dà Trieste e l'America ce la nega», ho risposto.

Premettendo che parlavo a titolo personale, gli ho detto che si sarebbe potuto molto facilmente rovesciare il colpo elettorale. Gli alleati occidentali avrebbero potuto dichiarare, pubblicamente, che in vista dell'impossibilità di mettersi d'accordo sulla nomina del governatore essi ritenevano che lo Stato Libero debba essere restituito all'Italia. A questo russi e jugoslavi avrebbero probabilmente risposto di no: comunque quale che fosse la risposta ed il risultato l'iniziativa, e l'influenza sulle elezioni, sarebbe stata a favore degli occidentali e non dei russi. Se questa mia idea gli piaceva, sarebbe stato eccellente che la Francia se ne facesse la promotrice a Londra ed a Washington.

Mi ha chiesto se noi ne avessimo già parlato a Washington: gli ho detto di no poiché si trattava di una mia idea personale.

Evidentemente la mia idea non è dispiaciuta a Bidault perché ha cominciato a discutere con me del pro e del contro, e tornando sempre a ripetere che evidentemente, dal punto di vista elettorale, il colpo poteva portare. Finalmente mi ha detto che ci avrebbe pensato su e che fra qualche giorno mi avrebbe data una risposta se riteneva cioè possibile che la Francia, diplomaticamente o pubblicamente, prendesse una posizione di questo genere.

Le aggiungo, per sua informazione, che due giorni addietro ho avuta un'altra lunga conversazione con il presidente del Consiglio: mi ha chiesto molto a lungo della situazione interna italiana, delle possibilità elettorali dei vari partiti. Sono tornato con lui sull'argomento delle possibili influenze internazionali sulle nostre elezioni, rifacendogli l'esposizione della politica russa: gli ho parlato a fondo dell 'Unione doganale e della questione coloniale: più leggermente ho toccato con lui la questione di Trieste, tanto quanto era necessario perché il giorno che Bidault gliene parlasse lui fosse al corrente del mio punto di vista. Mi è stato a sentire con molta attenzione e simpatia per le nostre cose: quando gli ho detto che oggi ne avrei parlato a Bidault mi ha detto che lo avrebbe spinto in senso a noi favorevole, sempre che ce ne fosse bisogno, appena gliene avrebbe riferito.

Data la delicatezza del progetto ho preferito, contro il mio solito, servirmi della forma della lettera personale e non del rapporto2.

322 6 Vedi D. 148.

324

IL MINISTRO A SOFIA, GUARNASCHELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 444/264. Sofia, 24 febbraio 1948 (per. !'8 marzo).

La recente dichiarazione pubblicata a chiusura della Conferenza sulla Germania, tenutasi a Praga fra i ministri degli affari esteri della Polonia, Cecoslovacchia e Jugoslavia, lumeggia a mio avviso in modo evidente il senso e la portata, seppure già intuitivi, degli accordi recentemente conclusi dall'U.R.S.S. con la Romania e con l'Ungheria, accordi che completano la serie di trattati di mutua assistenza fra l'Unione Sovietica da un lato e gli Stati alle sue frontiere occidentali dall'altro.

Nell'art. 2 dell'accordo russo-romeno -come di quello russo-ungherese si ipotizza un atto aggressivo da parte della Germania «o di qualsivoglia altro Stato che direttamente o sotto qualsiasi altra forma fosse associato alla Germania»; nella quale ipotesi giuoca il casus foederis. Era già abbastanza chiaro che con questa dizione si voleva avere riguardo all'eventualità che, malgrado l'attuale situazione di dipendenza e di prostrazione della Germania occupata, malgrado la sua spartizione in quattro tronconi, il territorio tedesco potesse essere usato dagli anglo-americani come trampolino di lancio per un atto qualificato come aggressivo; e questo solo fatto avrebbe, nelle intenzioni sovietiche, comportato l'applicazione del trattato.

Ciò è messo ancora più in piena luce dal recente comunicato di Praga, che contiene, fra l'altro, un solenne avvertimento di non trasformare la Germania «in focolaio di confusione e strumento di nuova aggressione».

Dal concetto più generico di «associazione» a quello più specifico di «strumento» il passo è breve.

In realtà l'allineamento si mostra diretto, in modo sempre più evidente, contro gli anglo-americani installati in Germania. La Germania, servita inizialmente come falso scopo (vedi mio telecorriere n. 09 in data 10 febbraio u.s.)I, presa originariamente come pretesto per giustificare la rete di accordi di mutua assistenza, va svanendo man mano di fronte alla realtà della lotta dei due blocchi, delineantesi ogni giorno di più nettamente. Da soggetto attivo, «associato», diviene soggetto passivo, «strumento».

Quanto poteva così esservi ancora di incerto e nebuloso nella dizione degli accordi recentemente conclusi dall'U.R.S.S. con Romania ed Ungheria è chiarito con la Dichiarazione di Praga. L'U.R.S.S. intende rafforzare il proprio schieramento diplomatico contro gli anglo-americani e la loro politica nella Bizona; dare un avvertimento alla Francia, che quale occupante una delle zone tedesche potrebbe anche venire considerata quale aggressore potenziale; premere indirettamente sugli Stati del Benelux, spingendoli a riflettere a quali eventuali complicazioni potrebbe portare una loro adesione al blocco occidentale di Bevin, blocco che trova nella Ruhr tedesca una delle sue maggiori officine di guerra.

323 2 Per la risposta vedi D. 391.

325

L'INCARICATO D'AFFARI A PRAGA, FRANCO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2520/45. Praga, 25 febbraio 1948, ore 21 (per. ore 2 del 26).

Conformemente a quanto avvenimenti ultime 48 ore lasciavano prevedere presidente Benes ha approvato oggi lista nuovo Governo composto sotto presiden

za Gottwald con dodici comunisti, quattro social-democratici, due socialnazionalisti, due democratici popolari, due di piccolo partito slovacco e due indipendenti (Masaryk Esteri e Svoboda Guerra).

Annunciando costituzione nuovo Governo Gottwald ha ringraziato presidente Benes per aver rispettato, malgrado molte difficoltà, volontà popolo e dichiarato sconfitta reazione.

324 l Vedi D. 246.

326

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. 23171152. Roma, 25 febbraio 1948, ore 22,30.

Mio telegramma corriere 2240'.

In relazione a proposta contenuta detto telegramma che cioè firma protocollo italo-francese per Unione doganale, che oggi codesto Consiglio ministri dovrebbe approvare, avesse luogo tra Bidault e me incontrandosi a metà strada (Torino) informola che questo ambasciatore Francia accogliendo suggerimento relativo si è impegnato appoggiare proposta stessa telegraficamente a suo Governo2.

327

IL MINISTRO A DUBLINO, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 2844/07. Dublino. 25 febbraio 1948 (per. il 3 marzo).

Ho fatto ieri visita ufficiale al nuovo ministro degli esteri, che avevo già incontrato precedentemente, ed ho potuto avere così da lui le prime impressioni su quello che sarà il programma del nuovo Governo in materia di politica estera.

Egli mi ha confermato l 'unicità di vedute del Gabinetto, richiamandosi in tal modo alle dichiarazioni già fatte dal primo ministro nel suo discorso alla radio già da me riferito, e mi ha subito dichiarato che l 'Irlanda non solo continuerà a dare il suo pieno appoggio al successo del piano Marshall ma che considera gli aiuti americani essenziali alla salvezza dell'Europa.

A parte ciò che concerne la politica con l'Inghilterra-motivo fondamentale naturalmente, non solo della politica estera ed economica irlandese ma, ancora

326 I Vedi D. 319. 2 Con T. 26071192 del 27 febbraio Quaroni comunicava il consenso di Bidault per l'incontro a Torino.

oggi, delle sue stesse vicende interne, questione sulla quale il sig. MacBride, quali che possano essere le sue vedute personali, non potrà che confermarsi alle direttive generali del suo Governo, intese ad una sempre maggiore collaborazione con la grande Nazione vicina -il nuovo ministro degli esteri è parso in disposizioni specialmente favorevoli verso i paesi dell'Europa latina, e non occorre infatti dimenticare che egli ha vissuto in Francia fino all'età di dodici anni ed ancora oggi parla inglese con un caratteristico accento francese. Lo stesso MacBride mi ha chiesto notizie dello stato dei rapporti commerciali con l'Italia. Gli ho detto quanto fosse lusinghiero lo sviluppo delle relazioni economiche tra i due paesi verificatisi negli ultimi due anni e non gli ho nascosto la mia preoccupazione che la politica già iniziata dal precedente Governo e che il nuovo ha già annunziato di voler continuare di drastiche riduzioni alle importazioni dall'estero, nonché l'ampiezza di taluni accordi commerciali conclusi lo scorso anno, potessero incidere troppo fortemente sulle esportazioni italiane in Irlanda. Il signor MacBride mi ha a questo punto accennato alle vacillanti condizioni economiche dei vari paesi europei e mi ha aggiunto che, a suo avviso, la migliore e più saggia politica per l 'Irlanda sarebbe oltre ai necessari provvedimenti restrittivi, quella di far gravitare la propria economia su diversi settori. Da parte mia gli ho aggiunto che era mio costante sforzo quello di prevedere una maggiore corrente di scambio dall'Irlanda verso l 'Italia allo scopo di diminuire, per quanto possibile, il forte sbilancio oggi esistente nel commercio tra i nostri due paesi.

Un accenno è stato fatto alle relazioni culturali italo-irlandesi ed egli mi ha promesso il più ampio appoggio per un loro incremento.

Tornando a parlare di questioni generali ed avendo io accennato all'O.N.U. ho trovato il sig. MacBride molto perplesso, il che mi fa pensare -come è stato poi confermato dalle dichiarazioni fatte al riguardo dallo stesso signor Costello -che questo Governo mantiene, e, forse con ancora maggiore decisione, quello che mi era già parso l'atteggiamento di de Valera (vedi mio telespresso 311 del 2 gennaio 1947)1 e cioé che ove la questione dell'ammissione dell'Irlanda alla organizzazione delle Nazioni Unite dovesse ancora essere esposta ad altri rifiuti potrebbe giungere addirittura al ritiro della domanda a suo tempo presentata da questo paese.

Mi riservo di riparlare più lungamente al sig. MacBride di altre questioni attuali, quali l 'Unione occidentale ed il progetto di Unione doganale secondo il punto di vista italiano, quando egli si sarà del tutto messo al corrente degli affari del suo dicastero.

Non ho mancato intanto -come farò domani con primo ministro che vedrò in circostanza privata-di cogliere l'occasione per illustrare al sig. MacBride il momento politico italiano, parlargli delle prossime elezioni, della tregua elettorale concordata recentemente dai vari partiti italiani; egli ha tenuto da ultimo a dirmi, e nell'esprimermi i suoi auguri per l'avvenire del nostro paese, che sarà lieto di vedermi ogni volta che le esigenze del mio lavoro me lo facessero ritenere necessario.

327 l Non pubblicato.

328

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI DI GRAN BRETAGNA, BEVIN

L. PERSONALE. Roma, 25 febbraio 1948.

Ambassador Scotti has se n t me your letter date d F ebruary 16th'·

Since you are so good as to welcome any suggestion of mine -especially in view of our generai election of Aprii 18th -I will write you with a frankness which is dictated to me by the importance I give to the development of Britishltalian relations.

Let me begin with a personal remark.

Action on the part of the ltalian Government in relation with the Mogadiscio massacre. Contrary to what is believed in London, there has been at least one member of the Cabinet -myself-who tried everything in order to make it felt here that the British Government had nothing to do with the excesses and errors of January 11th. I spoke with ali the editors of ltalian newspapers ( except the Communist ones), I explained to them that it was their duty and our interest not to identify the British Government with a handful of unintelligent or incompetent officers. It may not be my fault if certain unfortunate decisions gave here an apposite impression.

This brings me to

The Mogadiscio incident. Serious and cruel as it is, it is for me only an episode in comparison with the importance of the British-Italian relations. But since it has a tremendous psychological importance especially in view of our generai election and Communist propaganda, I would lack sincerity if I were not telling you ali I feel.

By now you will have for certain seen what Ambassador Mallet has reported after his conversation with the President of the Italian Red Cross, Zanotti Bianco. This man's seriousness, his menta! balance and friendly feelings towards the English people are indeed too well known for questioning his word. Unfortunately the situation down there was different from what the British Govemment in good faith believed. On my part -as said above -I have endeavoured from the first instant to make clear what I had perceived, and which coincides with the report of the President of the Red Cross, that neither the British Government not the English could be charged for what happened; responsible being only the local agents who betrayed the confidence which the British Govemment had placed on them. Only these last days it has come to my knowledge -and I would have certainly emphasized the fact if the news had got in time to us -that an English officer had been wounded while he was gallantly trying to save some Italians. It is ominous that the-B.M.A. not only prevented these circumstances from getting known, but, on the contrary, immediately sent away from Somaliland this officer

328 I Vedi D. 301.

whose name is stili unknown to us. Less optimistic than myself, a British personality I recently met here, has expressed the fear that Italian public opinion will forget all this only «in a few years». The Italian people are particularly emotional and this explains the intensity of the reactions created by the massacre and the accompanying circumstances. For the same reason however they are also a people sensitive to any friendly gesture, and I am convinced that they would forget most rapidly if a gesture would come.

In my opinion, Sargent was too pessimistic when he said to Scotti, during a recent conversation', that any British proposal, even if inspired by the deepest spirit of comprehension, would appear, in this moment, too far from the illusions which the Russian statement may have created in the Italian people. The Italians are intelligent enough to realize that due to the fact that their former colonies are in British hands, nothing can be done if not in agreement with Great Britain: this is why we have been endeavouring, so long, to reach a point of agreement with the British Govemment.

Is this «entente» desired by the British Govemment as much as we do? My impression is that you do. That is why my duty is to state to you that there is only one question which needs to be clarified in order to reverse the situation, the question of

Our ex colonies. The establishment of a sincere collaboration between England and Italy -a collaboration felt and backed by our people -lies entirely upon a decent solution of this question; the alternative is a rift brought about by recrimination and rancour. But it is to be feared that until this question is settled, Anglo-Italian relations, notwithstanding our best efforts and good will, are always risking to lack the necessary steadiness.

In my opinion the best way to reach a satisfactory solution and the only way to reach it soon, in order to avoid any further hindering effects on the Anglo-Italian relations, is to discuss friendly the matter, not to remain silent.

I believe this to be a reasonable formula and I really cannot understand why the British Govemment should refuse to admit it. In your letter you refer to the «procedure under way». I am fully aware of the importance of this consideration. I feel however that conversations in view of a satisfactory arrangement could coexist with the proceedings under way, so as to prevent the said proceedings from taking a course in contrast with a possible conciliatory solution, equally desirable from both side.

In the same time this would help to bring about an attitude more favourable to Italy on the part of the British representative in the Inquiry Commission and the various B.M.A.

I have evidence in this respect (I have the evidence now on my desk) that the B.M.A. of Tripoli have prepared a printed memorandum to be circulated to members of the Four Powers Commission purposely casting the worst possible light upon the whole work of Italy in Tripolitania, since 1911-forgetting that Churchill himself when he went there in 1943 expressed his admiration for our achievements.

These are activities in contrast with the assurances of «good will» which the British Govemment have expressed in a friendly spirit on various occasion; what a strange situation ours would be if, notwitbstanding and against our common desires, tbe conclusions of tbe Inquiry Commission sbould render ineffectual tbose good intentions! Tbat is wby we sbould begin, if some more convenient result is to be attained, by making it clear wbat are our common aims, and tben to work in a spirit of mutuai understanding in order to bring tbem about.

British action versus Soviet action. We are now confronted witb tbe tbeatrical Soviet statement about our colonies.

I am convinced tbat Italian public opinion would easily realize wbicb of two steps would be more serious: one, tbe Soviet statement, destined -for tbe time being at least -to remain platonic; anotber of a different nature and more limited perbaps, but more immediately practical, on tbe part of tbe Britisb Government. Wbicb could tbis step be? Rigbt after tbe Mogadiscio incidents we bad in mind to ask tbe Deputies to examine tbe possibility of associating our civil servants t o tbe Englisb o n es in Italian Somaliland, convinced as w e w ere, tbat bigbly experienced as tbey are in tbe affairs of tbat area and of tbose people, tbey could bave offered an ali over contribution to tbe pacification of tbat country.

I considered tbis proposal as one of substantial ltalo-Britisb collaboration, and it was moreover destined to anticipate Soviet initiatives of tbe kind wbicb came about and otber wbicb may still occur. Tbe doubt bowever arose into my mind, tbat sucb a proposal to tbe Deputies, in spite of tbe intention wbicb bad inspired it, could be misunderstood in London and tberefore. I did not follow it up. Nevertbeless we could now make it ours. Somaliland, of ali former Italian colonies, is tbe one for wbicb -I believe -tbe resumption of some form of ltalian administration -of course under trusteesbip -encounters least opposition eitber on tbe part of tbe Powers or on tbe part of tbe Iocal population. Wby not -pending final decisions -cali in Italian officials for collaboration, witbout infringing tbe question of principle? Tbis collaboration, wbicb would substantiate in sending bandpicked and bigbly capable individuals, could be envisioned in tbe framework of the provisional regime established by the Peace Treaty. A regime of tbe kind envisaged by tbe Hague Convention for occupied territories, sbould be applied to Italian Somaliland, entrusting witb tbe civil administration under Britisb military control, witbin tbe powers -wbicb by no means would be tbus infringed -Great Britain received from tbe Four Powers. Italy would know bow to adequately appreciate a gesture of tbis nature, wbicb on tbe otber hand would not encounter tbe opposition of tbe otber Tbree Powers: tbey even could eventually be previously beard and I do not believe tbey would object. As a matter of fact tbe Soviet Union and France would be bound to tbeir previous statements wbicb are indeed mucb wider tban tbis pian, and tbe United States would certainly consider witb satisfaction a «modus vivendi» wbicb Great Britain and Italy would bave in full agreement come to.

You do feel, I am certain, dear Mr. Bevin, tbat if, of course, I speak and react as a loyal Italian, I do feel even more for our Western civilization, for peace. I do tremble tbat wbat may bappen tomorrow in Prague in spite of tbe presence of an bonest man like Benes, may bappen over bere some day. And, if it bappens bere, tbe fault will also be yours, because tbere are no more tigbt compartments in Europe; we are, in tbe Continent, like a bouse of cards and if tbe ltalian card falls, tbe Frencb one will fall, and so on.

Please, do not stop a moment to a frequent British objection, wich is «But why do the Italians want to go back to Africa, with no money, with no army?».

Do not give me away; personally I would sooner prefer a gigantic reconstruction in our South and in Sicily than to spend a penny on Africa. But you know too well that certain traditions are a force one cannot ignore; we cannot go «counter-current»; but I assure you that we are ready, nay, we are anxious to create a new form of life on the territories where we will go back to. We would be happy to contribute to create there British Italian companies, British Italian trusts, and so on: so much can be done in that field. Any suggestion of yours would be welcome and precious.

But let me repeat again: the case is tragic: I do not ask you to help us; I pray you to defend yourselves. Every week lost now on old diplomatic considerations may make history -very bad history -for a generation.

Excuse my bad English; after all, you know it since our cordial London conversations.

PS.: I enclose a copy of the letter the President of our Red Cross, Bianco, sent to his old friend Scotti immediately after his arrivai in Rome, back from Mogadiscio. lt leaves no doubts about the situation there; Bianco is ready to fly to London for a secret trip. I had a confidential conversation with him, I am sure you would feel, after half an hour, as if you had been there yourself2.

ALLEGATO

IL PRESIDENTE DELLA CROCE ROSSA ITALIANA, ZANOTTI BIANCO, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

L.3.

Ho lasciato Mogadiscio dopo due settimane in cui ho cercato con la massima obiettività di rendermi conto delle cause e delle conseguenze del massacro e del saccheggio dei beni di molti membri della comunità italiana, e voglio subito metterti al corrente delle conclusioni a cui sono giunto.

La situazione -per lo stato di apprensione e di terrore di molti nostri connazionali i quali affermano che girano ancora indisturbati molti dei mestatori indigeni della Migiurtina e del Somaliland calati in città in occasione della dimostrazione della Lega dei giovani somali (S.Y.L.) e per lo stesso atteggiamento dei capi della gendarmeria che continuano ad avvertire notabili italiani, forse per affrettarne l'esodo, che la loro vita è in pericolo mostrando così di non avere in mano le forze della polizia-è tutt'ora grave.

Un piccolo incidente, mi affermava l 'altra sera il console Della Chiesa che da circa un mese ha dato, senza risparmiarsi, tutta la sua opera piena di equilibrio per distendere gli animi, potrebbe avere, in questa atmosfera arroventata ripercussioni gravissime e forse indurre l'Amministrazione inglese, come gli disse il generale Cummings, a far evacuare la città!

Tutto ciò non è nell'interesse dell'Inghilterra come dell'Italia e degli stessi indigeni; occorre quindi che le trattative tra Londra e Roma procedano su una base di assoluta lealtà.

Ormai la Commissione dei Quattro -per influire sulle cui decisioni furono promosse le dimostrazioni e le controdimostrazioni indigene che diedero occasione alle violenze dell'Il gennaio -ha finito in Somalia i suoi lavori: in attesa della definitiva sistemazione della colonia si deve cercare di ripristinare quei rapporti di civile convivenza che sono nell'interesse di tutti.

Se l'Inghilterra ritiene di dover avvicinare a sé l'Italia per la soluzione concorde di molti problemi mediterranei ed europei, bisogna bene che non avversi i normali diritti delle nostre comunità ovunque esse si trovino e che sia disposta a rendere effettiva la sicurezza delle vite e possibile l'attività economica degli italiani nella Somalia.

Avvenimenti del!' Il gennaio. Gli avvenimenti dell'Il gennaio sono il risultato di una situazione di guerra silenziosa ma decisa che, profittando dell'evoluzione delle aspirazioni politiche dei somali, comune a gran parte delle genti di razza nera dopo la guerra, ha preso inizio da parte britannica nei primi mesi del '46 quanto il maggiore Smith ha cercato di innestare sull'attività della Lega dei giovani somali la sua propaganda ed attività antiitaliana e da quando i migliori e più benvoluti ufficiali inglesi (col. Ridley, magg. Thomas, cap. Brandbume) hanno abbandonato la Somalia preconizzando tempi gravi e penosi per la colonia, situazione che si è rivelata nei fenomeni gravissimi denunciati dalle deposizioni alla Commissione d'inchiesta di cui mi sono state inviate copie. E cioè:

a) molti uccisi e feriti sono vittime delle armi da fuoco degli ascari della gendarmeria quasi tutti affiliati alla S.Y.L.: invano hanno cercato nel trasporto delle vittime di celare le tracce dei colpi di fucile e di pistola con tagli o sfregi fatti da armi bianche (deposizione dei medici; cfr. la deposizione di molti testimoni sull'appoggio dato dalle Autorità della

B.M.A. alle manifestazioni della S.Y.L.); b) gli ufficiali britannici della gendarmeria sono stati inefficaci nel trattenere le loro truppe quando non le hanno appoggiate con la loro azione (uccisione Gustavo Martelli, deposizione Ascia Giama; incendio stamperia vescovile, deposizione quattro orfane; deposizione Domenico Curia, Carmine Sabatini ed Orlandini-Martelli). Se alcuni ufficiali inglesi si sono adoperati con slancio per salvare italiani dall'eccidio, molti di essi hanno mostrato di fronte ai massacri una indifferenza che dà l 'impressione di un generale orientamento (deposizione Cilurzc•, Casoli, Saviglia ved. Ciuffi, T., Marchetti, M. Perugini, O. Mastri, Alicandri, Degli Eredi, Paffaloni, Lido Emilio, F. Manera); c) la B.M.A. non sembra ignorasse le intenzioni della S.Y.L. per la giornata dell'Il gennaio; imprudenti parole del col. Thome, vice capo della gendarmeria, sono state riportate da più testi: e una gravissima deposizione di Venanzio Salvatore, che ha temuto di deporre alla Commissione, rivela la sua approvazione dell'eccidio. È stata la B.M.A. a far

arrivare a Mogadiscio torbidi elementi che potevano soltanto peggiorare la situazione (varie deposizioni fra cui quella di Scaglietti alla Commissione d 'inchiesta dei Quattro);

d) alcuni camions che trasportavano da Mogadiscio verso altri centri della Somalia il grosso della refurtiva furono visti scortati da militari inglesi (deposizione Corrado Capaccioli ed altre).

Provvedimenti della B.MA. La B.M.A., preoccupata delle ripercussioni suscitate all'estero dagli eccidi e spaventata dalla situazione che poteva diventare pericolosa per gli inglesi stessi, se non dominata subito, si affrettò a far venire a Mogadiscio una piccola nave da guerra ed alcuni aerei militari.

Inoltre ha provveduto: a sciogliere la prima compagnia di ascari della Gendarmeria (del Forte Cecchi) maggiore responsabile dell'eccidio. Il Somalia Courier (3 febbraio) ha dato notizia di un certo numero di indigeni e gendarmi (6) arrestati e condannati per saccheggi, non per omicidi, dopo i fatti dell' 11 gennaio e senza specificare la gravità delle colpe loro attribuite e l'entità della pena; a far venire seicento soldati bianchi per il servizio di polizia; essi hanno già cominciato a mostrarsi in pattuglie per Mogadiscio, ma non sappiamo se saranno utilizzati anche in altri centri della Somalia dove sarebbe opportuno la loro presenza (Genale, Merca); a promuovere ed allontanare il magg. Smith, sostituendolo con il magg. Saville, attualmente al villaggio Duca degli Abruzzi; a creare -proposta presentata da me e dal console Della Chiesa al generale Anderson e da lui approvata -un Comitato di sette notabili italiani che funzionerà da organo consultivo dell'Amministrazione britannica, per tutti gli affari riguardanti la comunità italiana: tale comitato dovrà radunarsi regolarmente.

Infine la B.M.A. ha deciso di pagare i viveri inviati dal Municipio ai vari centri di raccolta degli italiani sinistrati c di costituire un fondo per aiutare gli italiani più bisognosi -quando sarà esaurito il fondo inviato dal Governo italiano -e, pare, anche un fondo per aiutare la ripresa delle attività professionali.

Invio rappresentante Governo italiano. Questi provvedimenti sono indubbiamente un primo passo per la distensione degli spiriti: ma altri provvedimenti più importanti dovranno essere presi in seguito ad accordi tra Roma e Londra: per cui è urgente l'invio a Mogadiscio, ora che il console Della Chiesa e la Commissione dei Quattro abbandonano la Somalia, di un rappresentante del Governo italiano che possa corrispondere direttamente e liberamente con esso.

Abrogazione legislazione di guerra. Per ridare normalità di vita alla Somalia occorre innanzi tutto abrogare la legislazione di guerra. In seguito al trattato di pace firmato con l'Italia, le Autorità britanniche d'occupazione, assicurarono che la legislazione vigente all'atto delle firme dello stesso trattato di pace sarebbe stata conservata. Ciò è infatti avvenuto, ma per legislazione vigente all'atto della firma del trattato di pace, dette Autorità intesero non quella italiana vigente da anni nel territorio, bensì quella di guerra da esse istituita dal 1941. Infatti sono ancora in vigore i proclami 1/'41 che riguarda la giurisdizione militare; 2/' 41 che riguarda i diritti di guerra; 5/' 41 sulle proprietà nemiche; 7 /'41 sulle corti penali presiedute da ufficiali; 9/' 41 sulla immigrazione; 18/' 41 che restringe la libertà delle compere e vendite degli immobili; 14/'42 sulla pace, ecc. Sarebbe quindi necessario che queste disposizioni incompatibili con il trattato di pace stesso e con la diversa posizione giuridica che i cittadini italiani hanno assunto in questo territorio, venissero abrogate.

Riforma Gendarmeria. Molto importante è ridare prestigio alla Gendarmeria, imporle una fisionomia civile, ed impedire che essa rappresenti, come lo è attualmente, a causa dell'assorbimento voluto di molti elementi della S.Y.L., una milizia di parte, in contrasto non solo con le comunità straniere, ma con molta parte della popolazione somala che non ha aderito alla S.Y.L.

La Gendarmeria ha ancora una struttura prettamente militare tanto che il suo comandante è anche comandante della Sub-Area ed alcuni reparti provvedono alla sicurezza delle frontiere. La maggior parte degli ufficiali provengono dall'esercito senza alcuna competenza specifica dei compiti ad essa demandati.

Per rinforzare il carattere civile della polizia converrebbe immettervi altri ispettori civili oltre i tre o quattro che già vi sono e che hanno mostrato una ottima comprensione del loro lavoro e carattere di buon volere ed umanità.

Inutile insistere sulla necessità di un maggiore numero di bianchi. Si verifica ora l'assurdo che in una stazione di polizia vi è un solo ufficiale bianco mentre tutti gli altri elementi, sottufficiali compresi, sono indigeni, mal pagati ed estremamente venali.

Questioni economiche. Requisizioni. Passando alle questioni economiche che sono di vitale importanza per la normalizzazione della colonia, metto in prima linea i pagamenti e le liquidazioni delle molte requisizioni fatte in questi sette anni da parte delle autorità britanniche. Requisizioni di macchinario, talora mandato in Kenya, di impianti, di imprese non ancora pagate. Cito tra gli esempi più evidenti l 'impresa Gallotti, che ha avuto paralizzate le sue varie attività di imbarchi, sbarchi e navigazione costiera a Mogadiscio, Merca e Chisimaio, ad Abula e Bendar Cassim. Essa si è vista requisire le sue imprese gestite dali' Amministrazione militare, la quale rappresenta un grave ostacolo alla ripresa del regolare commercio marittimo; requisire galleggianti a Mogadiscio, a Merca e a Chisimaio che non le sono stati restituiti; asportare e consumare materiali dei suoi impianti. Solo il fitto del fabbricato del cantiere di Mogadiscio le è stato corrisposto in scellini 240 al mese. Si può immaginare quale sia lo stato di detta impresa dopo sette anni di questa situazione arbitraria.

Altrettanto si può dire dell'impianto delle Saline somale e della Società Comina (emanazione della Montecatini). Anche a queste ditte furono sottratti impianti e macchinari senza alcuna liquidazione. Non è necessario di dimostrare quanto questa situazione pesi sull'economia di tutta la Somalia.

Imposizioni di tariffe. Ad esercizi pubblici sono state imposte tariffe deliberate dalle Autorità britanniche senza tener conto dei costi. Così alla ditta De Vincenzi, fornitrice per Mogadiscio di energia elettrica, acqua distillata e ghiaccio, sono stati imposti prezzi assai inferiori a quelli delle colonie britanniche vicine e, per lungo tempo, di pura perdita.

La situazione è diventata ancor più grave con l'aumento dei dazi doganali sull'importazione dei carburanti e per le difficoltà generali in cui lavora tutta l 'industria attualmente in Somalia (mancanza di pezzi di ricambio, difficile approvvigionamento, mancanza di crediti, mancanza di permessi di esportazione, prodotti sussidiari).

Esportazione ed importazione. Valuta. Per ciò che riguarda le importazioni e le esportazioni, l'Amministrazione britannica della Somalia adottò la stessa parola d'ordine impartita a tutti gli altri paesi dell'area cìella sterlina: «nulla esce senza la corrispettiva entrata di valute» ed «all'estero si acquista il meno possibile».

Solo per tre mesi (marzo-giugno 1947) il rilascio di valuta per le importazioni dall'Italia non ebbe alcun limite. Ma ciò fu dovuto solamente ali' errata interpretazione di certe disposizioni e la Banca d'Inghilterra intervenne immediatamente a riportare la situazione alle sue primitive condizioni. Sempre per un altro errore di interpretazione o di applicazione delle disposizioni, vi fu una certa libertà di esportazione verso l'Italia nel periodo settembre-dicembre 194 7. Ai primi di gennaio 1948, i regolamenti sulla valuta sono stati di nuovo applicati in tutta la loro gravità.

Fatte rarissime eccezioni, non si permette più l'entrata di merci italiane nel territorio senza che sia stata preventivamente ottenuta la regolare licenza di importazione e la corrispondente valuta. Ma si deve prendere nota che la valuta non viene rilasciata che in casi eccezionalissimi e quindi praticamente l 'importazione è proibita nella generalità dei casi.

Non si permette l'esportazione di merci in Italia se non in seguito a presentazione di una lettera di credito che garantisce il versamento di valuta corrispondente in favore del territorio.

Il Governo italiano, nonostante sia a conoscenza delle particolari necessità degli agricoltori e dei commercianti della Somalia, è praticamente impossibilitato ad usare valuta pregiata per acquisti in Somalia. L'insieme della situazione richiede pertanto una serie di provvedimenti che pongano riparo alle gravi conseguenze. Mesi or sono si era parlato di un accordo per scambi di compensazione tra l'Italia e la Somalia, ma ancora nulla è stato concluso. La Somalia potrebbe ora essere inclusa negli accordi economici tra l 'Italia e la Gran Bretagna. Secondo quanto mi ha affermato la Camera di commercio, per gli scambi tra l'Italia e la Somalia, una quota di dieci milioni di scellini sarebbe più che sufficiente. Ma come provvedimenti contingente, l' Amministrazione britannica della Somalia potrebbe essere invitata a valutare il particolare aspetto degli scambi tra l'Italia e la Somalia con una certa benevolenza ed alla luce delle circostanze suesposte.

Praticamente i provvedimenti urgenti che l'Amministrazione britannica della Somalia potrebbe adottare dovrebbero mirare: a permettere l'ingresso in Somalia di merci dall'Italia e per le quali l'Italia non chiede corrispettivo di valute; a permettere l'uscita dalla Somalia verso l'Italia di merci che rappresentano capitali di persone che rientrano in Italia in seguito a rimpatrio; a largheggiare circa l'esportazione verso l 'Italia di merci per le quali l 'Italia stessa non può sempre disporre di valuta e che d'altra parte non possono essere esportate verso altri paesi. Ci si riferisce al particolare caso delle banane costituenti una delle colture che possono essere praticate dai concessionari italiani con un ragionevole profitto. Tale larghezza, che potrebbe essere giustificata anche come una forma di aiuto all'agricoltura, permetterebbe la rimessa a coltura di buona parte del terreno che giace tuttora incolto a seguito della guerra; a permettere l'esportazione in Italia senza valuta di quelle merci giacenti da lungo tempo in Somalia, non richieste sul mercato locale, soggette ad un continuo deterioramento ed a svalutazione e neppure richieste in altri paesi dell'area sterlina. Tali merci potrebbero essere invece assorbite con una certa facilità dal mercato italiano a causa della sua necessità.

Crediti -Banche. Per la ripresa del movimento commerciale è indispensabile il credito che solo le banche possono garantire, dati gli esosi interessi dei prestiti privati. Infatti il commercio della Somalia cominciò a decadere da quando le tre banche italiane (d'Italia, di Roma, di Napoli) ricevettero nel 1942 l'ordine di cessare ogni loro attività. La Barklay's Bank, autorizzata ad operare in Somalia, si mostrò contraria ad ogni disposizione creditizia. Solo nel 1947 in seguito alle pressioni della Camera di Commercio dichiarò che richieste di anticipazioni sarebbero state prese in considerazione caso per caso. Fu in seguito chiarito che queste anticipazioni sarebbero state concesse su garanzie reali ed in proporzioni tali che, praticamente, nessuna anticipazione fu mai fatta.

Il Ministero dell'Africa italiana aveva in progetto la costituzione di un ente di credito con capitale locale, ma lo sospese quando, tra il Governo italiano ed il Comando del Medio Oriente, venne decisa la riapertura di due delle tre banche (Banca d'Italia e Banco di Roma).

Questa notizia, comunicata nell'ottobre 1947, non ha avuto alcuna attuazione. Indubbiamente vi saranno difficoltà valutarie per tale apertura. Il Banco di Roma, a tale riguardo, trovasi forse in una posizione migliore della Banca d'Italia, per le succursali che esso ha già in altri paesi dell'area della sterlina ed anche perché, nell'eventualità di una assegnazione della Somalia ad altri paesi che non siano l'Italia, esso sarebbe forse il più attrezzato per mantenere la sua attività nel territorio.

Non è da trascurarsi il fatto che i depositi di risparmio affluirebbero alle banche italiane da ogni ceto della popolazione. Tali depositi, che potrebbero essere previsti in non

meno di due milioni di scellini, coopererebbero certamente a risolvere il problema della

disponibilità di valuta. Nella cifra predetta, è stato previsto anche l'afflusso di scellini

che le banche potrebbero facilmente acquistare sul mercato locale mediante pagamento in

lire in Italia al cambio fissato per la valuta esportazione.

La Camera di commercio e tutte le imprese agrario-industriali si augurano che la

commissione, attualmente in Eritrea per lo studio di questi problemi, arrivi al più presto

a delle conclusioni pratiche e si spera che il Governo britannico non frapponga ostacoli

alla riapertura degli istituti bancari indispensabili alla ripresa della vita economica della

Somalia.

Conclusione. Ma tutte queste proposte indispensabili per la normalizzazione della co

lonia non otterranno i risultati che ognuno di noi si augura, se nell'amministrazione della

Somalia non interverrà un cambiamento di personale, in modo da ridare fiducia al pubbli

co sulla efficienza e l'equità dell'amministrazione stessa.

Mi pare impossibile che in seguito ai risultati della Commissione d'inchiesta il col.

Thorne ed i suoi immediati collaboratori non vengano allontanati. I giudizi più gravi che

circolano contro di lui sono di inglesi. Però è da dimostrarsi come mai simili persone

avrebbero potuto mettere radici ed imporsi se l'Amministrazione stessa non fosse partecipe

della loro mentalità.

Per ciò che si riferisce ai rapporti fra italiani e somali, gli italiani non hanno alcun

diritto di richiedere al Governo inglese uno speciale atteggiamento nei confronti della

S.Y.L., ma le richieste degli italiani come quelle degli altri gruppi etnici in Somalia assu

mono una veste di piena legalità allorquando essi richiedono che la Lega dei giovani so

mali non venga elevata al rango di un ente che non solo ha la possibilità di intervenire

nell'amministrazione, ma di sovrapporsi ad essa.

Non è stata infatti la Lega che ha trasmesso per mezzo del cap. Bolton una nota agli

arabi concentrati a 7 km dalla città, nota contenente le condizioni con le quali la Lega dei

giovani somali avrebbe permesso il ritorno alle loro case? È questa atmosfera di illegali

smo e di arbitrio che va stroncata rimovendo gli ufficiali di amministrazione che si sono

già gravemente compromessi.

Per me che ho sofferto dei riflessi di amoralità, di inettitudine, di improvvisazione e di faziosità del fascismo specie nella pubblica amministrazione, queste obbiettive constatazioni sulla situazione somala mi hanno riportato alle stesse sgradevoli sensazioni, dandomi la impressione che una tale mentalità da noi così strenuamente combattuta, sussista tuttora e si identifichi nella attuale amministrazione della Somalia, ove, evidentemente per difetto · di uomini capaci, probi e tecnicamente preparati, si tollerano sistemi che non solo danneggiano i nostri interessi, ma soprattutto infirmano il prestigio e la tradizione coloniale del

Governo britannico.

Tanto il console Della Chiesa che io personalmente siamo dei vecchi provati amici ed

estimatori dell'Inghilterra. Ma queste giornate di Mogadiscio hanno messo a dura prova

questa nostra simpatia, tali e tante sono state le prove di mancanza di obbiettività, di sere

nità e di ossequio alla giustizia da parte dell'Amministrazione della Somalia.

Da quando il Governo italiano ha assunto pubblicamente la difesa dei diritti dei suoi

coloni, la questione della Somalia ha assunto per noi anche un aspetto di politica interna.

Se le giuste rivendicazioni dei coloni non verranno accettate, se l'Inghilterra non dimo

strerà di voler realmente risolvere questa crisi modificando l'atmosfera che si è venuta

creando in questi ultimi anni, la disfatta del nostro Governo in questo campo potrebbe

avere non poco peso sulle sue stesse sorti, con conseguenze, nei rapporti internazionali,

che a tutti è dato di afferrare.

328 2 Per la consegna della lettera vedi D. 364. 3 Manca l'indicazione della data di partenza. Copia del memoriale veniva inviata da Zanotti Bianco a Zoppi con L. PG/536 del 23 febbraio.

329

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, ALL'AMBASCIATORE A LIMA, CICCONARDI

TELESPR. 44/6208/c.l. Roma, 25 febbraio 1948 (per. il 27).

Con riferimento al telespresso n. 42/13 del 7 gennaio di codesta ambasciata2 (di cui si acclude copia per gli indirizzi ai quali la presente viene inviata per conoscenza), si osserva quanto segue:

la proposta peruviana tende a dare un contenuto concreto al malcontento determinatosi nei paesi dell'America Latina per la priorità attribuita dal Governo americano alla ripresa economica europea con il «piano Marshall». Questo malcontento è stato espresso in varie forme ed occasioni, sin da quando l'E.R.P. ha cominciato a prendere consistenza prima a Parigi e poi a Washington.

Pertanto sembra che la proposta vada esaminata innanzi tutto nel suo aspetto generale.

Le osservazioni del cancelliere peruviano sulla insufficienza del «piano Marshall» a risolvere il problema europeo sono così fondate, che i primi paesi a rilevarlo sono stati i sedici partecipanti al C.C.E.E. Il problema europeo presenta infatti degli aspetti contingenti, che si riassumono nelle distruzioni e nel disperimento di ricchezze e di energie umane causato dalla guerra; e degli aspetti che potrebbero definirsi permanenti e cioè lo squilibrio divenuto costante della bilancia dei pagamenti europea verso gli Stati Uniti, e l'eccedenza (assoluta), crescente, della popolazione dei sedici paesi sulle possibilità di assorbimento presenti e future delle relative aree nazionali. Il piano Marshall tende ad eliminare gli aspetti contingenti del problema europeo ed a ricondurre l'Europa occidentale (appartatasi volontariamente dal piano l'Europa orientale), allo stato quo ante, forse con un lieve progresso in taluni settori. Tale «cura» nell'idea concorde degli americani e degli europei non consiste soltanto in iniezioni di dollari: ma dovrà essere una combinazione scientifica di assistenza dal di fuori e di sforzi individuali e collettivi dei paesi interessati, espressa in un piano europeo-americano, per l'esecuzione del quale si prevede la creazione di un'apposita burocrazia americana ed europea.

Nei suoi aspetti permanenti il problema europeo non può essere risolto che in funzione di miglioramenti sostanziali sull'assetto economico mondiale. L'Europa, per vivere senza assistenza, dovrà esportare: merci, servizi e lavoro. Dove? Qui è la radice del problema: apertura di nuovi sbocchi, o riapertura di sbocchi da lungo tempo chiusi all'espansione europea in conseguenza di quegli stessi atteggiamenti egoistico nazionalistici che si chiede oggi ai paesi europei di saper superare nei loro reciproci rapporti. L'Europa deve poter esportare per: a) ottenere, fuori degli Stati Uniti, contro le sue esportazioni, tutti i prodotti di cui ha bisogno, e

che siano ottenibili altrove che non sul mercato statunitense; b) guadagnare, su mercati altri che non quello statunitense, i dollari necessari a colmare il suo deficit costante con gli Stati Uniti, e c) alleggerire, attraverso l'emigrazione, la sua costante pressione demografica. Il punto c) e il punto b) sono ovviamente connessi, nel senso che l'emigrazione agisce sia come fattore di alleggerimento della pressione demografica che come fonte di guadagno di valuta.

Da quanto precede risulta evidente che il piano Marshall, così come è stato calcolato a Parigi, e tanto più come risulterà per volume effettivo di assistenza, fissato dal Congresso, non è comprensivo degli ulteriori sviluppi, quali emigrazione su larga scala, corrente di investimenti esteri in Europa, collaborazione Europa Stati Uniti nell'apertura di nuovi continenti, sviluppi che sono invece complementi indispensabili per il raggiungimento di un vero e duraturo equilibrio europeo.

Ovviamente i paesi dell'America Latina che, tutti, chi più chi meno, stanno anche loro attraversando una «crisi del dollaro», si preoccupano della preferenza assistenziale accordata all'Europa; ed anche del fatto che, per certi prodotti, di cui essi hanno bisogno per continuare lo sviluppo industriale iniziato durante il periodo di abbondanza determinato dalla guerra, il mercato americano, dove tali prodotti sono oggi scarsi, sarà, attraverso un severo sistema di licenze di esportazione, assai difficilmente accessibile agli importatori latino-americani.

Gli americani hanno ripetutamente risposto a tali preoccupazioni ricordando che il piano di assistenza all'Europa prevede la spesa di vari miliardi di dollari su mercati altri che non quello statunitense. D'altra parte, osservano gli americani, ricostruita la capacità produttiva europea, l'Europa potrà concorrere essa al soddisfacimento del fabbisogno dei paesi sudamericani. In altri termini gli americani mostrano di essersi ormai resi pienamente conto della interdipendenza del problema europeo e del problema sudamericano, e si dispongono ad affrontarne la soluzione secondo un concetto che sembra pienamente logico.

Resta l'aspetto particolare della proposta peruviana. Questo in sostanza consiste nell'accertamento -preliminare ad ogni eventuale seguito -delle effettive possibilità di assorbimento del Perù di considerevoli correnti migratorie italiane che non possiamo che vedere con favore. Ove queste possibilità esistano, sembra che a noi convenga fare ogni sforzo per avvalercene: non, si ripete, sacrificando mezzi assistenziali che ci sono comunque indispensabili, ma affrontando la questione come un problema particolare, per il quale potrebbe non essere esclusa una assistenza particolare degli Stati Uniti, sia pure a titolo di anticipo su quanto le economie italiana e peruviana potranno essere in grado di sostenere da sole per l'inizio e lo sviluppo di un vasto programma di migrazione fra i due paesi.

Invece una diminuzione dell'assistenza americana, sotto forma di deviazione verso il Perù, di macchinari e di impianti forniti dall'assistenza americana in corrispondenza di correnti migratorie verso detto paese, oltre che in contrasto con atteggiamenti americani che è nostro interesse invece di incoraggiare, apporterebbe un grave colpo al delicato e complesso processo ricostruttivo europeo (ed in particolare a quello italiano), e come tale non sembra possa essere presa in considerazione.

Voglia V.E., avvalendosi con opportuna cautela delle osservazioni anzidette, e tenendo fra l'altro presente che un piano per lo sviluppo della cooperazione italiana con l'America Latina richiederebbe non solo grandiosi finanziamenti, ma anche l'effettivo compimento del programma di ricostruzione della nostra marina mercantile, attualmente inadeguato anche alla scarsa emigrazione in corso, accertare quali siano in pratica gli intendimenti di codesto Governo.

329 1 Il presente telegramma era indirizzato per conoscenza alle ambasciate a Buenos Aires, Londra, Messico, Parigi, Rio de Janeiro e Washington. 2 Vedi D. 79.

330

L'AMBASCIATORE A VARSAVIA, DONINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 0954/182. Varsavia, 25 febbraio 1948'.

Telegramma ministeriale n. 1916/c. del 16 corrente2. Mio telegramma n. 16 del 19 corrente3.

Il sig. Jakòb Berman, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, mi ha dichiarato quest'oggi che il Governo polacco ha raggiunto una decisione in merito alla questione delle nostre ex colonie e che renderà presto ufficialmente noto il suo punto di vista favorevole alla tesi italiana. Il Governo polacco ritiene cioè che tutte le ex colonie italiane in Africa (Libia, Eritrea e Somalia italiana) debbano essere trasmesse dall'O.N.U. in amministrazione fiduciaria all'Italia per un periodo da determinare.

Queste assicurazioni sono state date per il momento a titolo personale. È probabile che la posizione del Governo polacco venga precisata in una nota ufficiale, analoga a quella consegnata dal Governo sovietico in data 15 corrente al nostro ambasciatore a Mosca4.

Come avevo ancora avuto occasione di segnalare in data 23 gennaio u.s.s, questo Governo si proponeva dapprima di prendere posizione in modo pubblico soltanto dopo il ritorno dall'Africa della Commissione d'inchiesta e l'esame del relativo rapporto. Con alcune oscillazioni, il punto di vista polacco ci era stato sempre favorevole, sin dall'inizio della discussione alla Conferenza dei Supplenti. Il modo come questa stampa aveva presentato e commentato la recente dichiarazione sovietica lasciava già presagire che anche il Governo polacco non avrebbe tardato a prendere posizione.

330 I Manca l'indicazione della data di arrivo.

2 Vedi D. 273.

3 Non pubblicato.

4 Vedi DD. 267 e 272.

o Non rinvenuto.

Non mancherò di comunicare per telegramma gli ulteriori sviluppi derivanti da tali assicurazioni6.

331

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

L. RISERVATA PERSONALE!. Londra, 25 febbraio 1948.

Credo che sarebbe di grande utilità un nostro colloquio. A quattr'occhi ci troveremmo subito d'accordo. Quando lo crederai chiamami. Fino al 5 marzo ho impegni, ma subito dopo potrei fare una brevissima corsa a Roma per intenderei su tutto. Vi sono cose imponderabili anche quanto a possibilità favorevoli che non si possono fissare ne sfiorare in un rapporto ma che impongono una certa attenzione. Leggi tra le righe del mio rapporto. Io lavoro disperatamente per farmi intendere, ma basta che non si sbatta l'uscio con tanto rumore che la mia voce sia soffocata. È vero che Bevin ha dismesso l'idea di chiamarmi a colloquio: però ti dirò che viene a pranzo da me venerdì2 «in famiglia» e che ho qualche speranza di parlargli allora di quanto ci sta a cuore. Ma non di B.M.A. È cosa che ormai lo irrita (e suppongo anche Mallet) poiché, come dice Casati, puoi accusare qualcuno di un delitto senza offenderlo, ma non puoi dirgli che ha le unghie sporche senza che ti salti al collo.

Massigli mi disse che la richiesta di rettifica tra Somalia inglese e italiana era di buon segno per noi. Lo stesso mi lasciò intendere Charles e mi lasciò intendere anche di più circa le rientrate proposte di Bevin a Parigi. Non sarei serio se li credessi degli «affidamenti» ma perché giuocare una «possibilità» in una disputa sgradevole e sterile?

Tieni poi presente, ma per te solo, che qui sono convinti e hanno le prove (a me non l'han detto e non lo diranno mai, ma la mia informazione è sicura) che noi abbiamo fatto correr denaro nelle colonie contro di loro. Sono cose che non mi scandalizzano e che essi fanno per i primi e hanno fatto per i primi su larga scala; ma la colpa è di farle male e di farsi trovare con le mani nel sacco. Per questo l'antipatia che noi gettiamo loro sul viso contro la B.M.A., loro se l'accumulano dentro contro certe opere di nostri ex ...

Ho visto l'altro giorno nel tuo bellissimo articolo sul Corriere della sera un tuo invito agli italiani di considerare in modo più alto e vitale il problema coloniale. lo aspiro solo di esserti collaboratore in questa soluzione, in questa direttiva che è la sola che ci può condurre a buon fine. Senti quanto fraternamente ti sono vicino in queste ore di battaglia. Se vinciamo l 'Italia in pochi anni avrà ancora una grande posizione e missione da compiere nel mondo.

331 I Autografa. 2 Il 27 febbraio.

330 6 Vedi D. 460.

332

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

L. PERSONALE. Washington, 25 febbraio 1948.

Con gli ultimi telegrammi sulla nostra questione africana! le ho accennato, con assoluta franchezza, ai molti e gravi ostacoli che si frappongono qui attualmente al raggiungimento dell'obiettivo. Purtroppo, quella delle nostre colonie è una questione che investe in pieno i rapporti anglo-americani, cui, nelle presenti pericolose incertezze della situazione politica europea, Washington tende a dare una importanza preminente. Il Governo inglese, da parte sua, in questi ultimi mesi, sembra essere venuto, molto più che per il passato, largamente incontro ai desideri americani nei problemi che realmente contano adesso per gli Stati Uniti: fronte unico diplomatico nei riguardi dell'espansionismo sovietico, estesa collaborazione politico-militare anche in Mediterraneo. Così pure le relazioni, sempre ottime in questi anni tra i militari delle due Potenze anglo-sassoni, si sono fatte più strette ed intime: qui si è sicuri di poter sempre usare, quali basi, tutti i porti e territori sotto bandiera britannica. Al riguardo, debbo rilevare che alcuni ambienti militari americani sono rimasti sorpresi dell'atteggiamento di molti organi della nostra opinione pubblica non di estrema sinistra nella questione della dichiarazione di Truman del dicembre scorso, della pennanenza delle truppe americane e dei Marines.

La loro mentalità lineare e militaresca sembra averne tratto la conclusione che gli amici sicuri degli Stati Uniti in Italia sarebbero in numero molto minore di quanto essi ritenevano, date le discussioni e le polemiche provocate dalle anzidette iniziative qui realizzate nell'esclusivo desiderio di dare una prova sicura delle amichevoli intenzioni americane verso il nostro paese e di far presente a Mosca che gli Stati Uniti intendevano contrastarne con ogni mezzo gli eventuali piani sulla Penisola. È ovvio quindi che tali ambienti possono vedere con una certa preoccupazione un nostro subentrare sulle sponde africane del Mediterraneo ai compiacenti e sicuri loro amici inglesi perché potrebbe rendere precario l'uso delle attuali basi. Non già che i dirigenti americani abbiano intenzioni espansionistiche od imperialistiche sulla Libia, ma nel giuoco sempre più serrato tra Washington e Mosca, questi ambienti militari vedono ogni problema sotto la esclusiva luce dell'interesse strategico immediato. È quindi da prevedere che essi richiederanno le garanzie più concrete prima di approvare eventuali iniziative di questo Governo a nostro favore. E l'approvazione degli ambienti militari conta qui attualmente moltissimo, date le gravi incertezze dell'ora. È da ritenere quindi, purtroppo, che i semplici affidamenti verbali non siano ritenuti sufficienti per i militari, mentre poi, anche per essi, è preponderante la considerazione che l'impegno sia preso da un Governo uscito vittorioso dalle elezioni e quindi stabile.

Questo per quanto riguarda i militari, la cui attuale influenza sul Governo è ora forse superiore a quella esercitata durante l'ultima guerra.

Ma anche al Dipartimento di Stato non vi è ancora unanimità di giudizi sulla soluzione del problema africano. Vi sono almeno tre correnti principali: una che vuole procedere in stretto accordo con Londra, e non contrastarne i progetti; la seconda che si preoccupa soprattutto delle reazioni arabe (l'influenza di questa e dei militari si è fatta valere nel titubante atteggiamento degli Stati Uniti circa la Palestina); la terza ci è invece favorevole ma deve tenere conto delle altre due. Aggiunga, a queste divergenze sostanziali, le difficoltà formali (lavori della Commissione d'inchiesta, ecc.) ed avrà un quadro di parte degli ostacoli che inceppano la nostra azione. Vi è infatti anche da tener conto delle pregiudiziali teoriche anticolonialistiche ed indipendentistiche di larga parte dell'opinione pubblica che, tra l'altro, non sente affatto il nostro problema africano come urgente. Del resto anche il Dipartimento, pur mostrando di apprezzare le nostre urgentissime necessità del decisivo periodo in corso, e dibattendosi esso stesso nelle difficoltà accennate, sembra persuaso che il problema ricadrà fatalmente sul grembo dell' Assemblea generale dell'O.N.U.

La comunicazione fattaci dal Governo sovietico indicherebbe in sostanza che l'U.R.S.S. non acconsentirà ad una speciale situazione inglese in Cirenaica, dalla quale Londra non demorderà -anche, ove messa alle strette, cedesse gradualmente sul resto -preferendo anche essa l'alea e le more dell'O.N.U. allo sgombero totale e prossimo dei nostri territori africani.

Continuo comunque ad adoperarmi in ogni modo ed oltre all'azione ufficiale mi sono deciso a cercare qualche legittimo aiuto, tra quegli elementi che meglio possono intendere la gravità del problema, valutare i pericoli, esercitare una benefica influenza sulle personalità motrici della politica americana e più particolarmente sul presidente e sul generale Marshall.

Lei sa che io ho sempre avuto come canone fisso del mio lavoro qui di evitare anche di mai apparire come fomentatore di discordia fra Inghilterra e Stati Uniti. Ho quindi sempre prospettato il problema -in colloqui diplomatici o in amichevoli conversazioni -non come un egoistico interesse italiano in contrasto con quelli inglesi o americani, ma come un interesse comune da trattare in modo che ne scaturisca un comune beneficio.

Mi sforzo di far rilevare che mentre l'America lavora a sollevare l'Italia, accordandole i mezzi per riprendersi ed affrancarsi economicamente, fa anche un notevole sforzo per assicurarle -ove dipenda da essa -soddisfazioni politiche; la Francia -nonostante il cumulo di antiche e nuove difficoltà -mostra buona volontà e comprensione nell'esame dei comuni problemi; occorre che anche l'Inghilterra dia bando ai sospetti e rinunzi a considerarci come in quarantena, pur sapendo di ferire così l'amor proprio italiano, elemento essenziale, insopprimibile, di ogni orientamento e di ogni nostra azione politica. Data la nostra decisiva battaglia elettorale, egualmente miope ed errato è l'atteggiamento britannico di attesa dei risultati del 18 aprile per prendere decisioni che possano migliorare e rendere attive e feconde le relazioni tra i due paesi, in accordo con le più chiare e !ungimiranti intenzioni e realizzazioni americane.

Con tutti gli argomenti e tutte le eloquenti esemplificazioni delle sue comunicazioni, ho illustrato questi punti a persone di piena fiducia e di spiccata autorità e capacità, e ne ho ottenuto la promessa che avrebbero intrattenuto a fondo sull'argomento il senatore Vandenberg, il sindaco di New York O' Dwyer, il giornalista Lippmann per cominciare, allargando via via l'azione in quello che anche essi stimano un segnalato servigio per il supremo interesse della civiltà democratica nel mondo (come ella sa è qui indispensabile evitare il lobbyng).

Non occorre che le indichi il perché della triade sunnominata. Ognuno ha un campo d'influenza e può produrre notevoli effetti. Tutti e tre sono accessibili alle idee disinteressate di valore universale e di evidente necessità e portata pratica. Tutti e tre seguono con viva ansia -e non soltanto per le conseguenze italiane -le vicende della nostra campagna elettorale. E si preoccupano anche assai, specialmente O'Dwyer-responsabile del partito democratico in New York-delle ripercussioni che una deficiente politica americana verso l 'Italia può avere sui risultati delle elezioni presidenziali del 2 novembre, negli Stati chiave, in cui gli oriundi italiani hanno un non trascurabile peso, specie nella confusa situazione che si delinea con l'accanita lotta di tre partiti, i risentimenti degli ebrei, i malumori razziali nel Sud, ecc.

Ragioni di politica estera e di politica interna concorrono ad interessare le suddette ed altre personalità, ed a far loro premere sull'amministrazione nel senso da noi desiderato. È un tentativo, e non posso garantirne gli effetti. Lo seguirò da vicino e cercherò di stimolarne, svilupparne, accelerarne l'efficacia.

Non tralascio d'interessare anche i soliti rappresentanti degli italo-americani, nonostante che, per varie esperienze, abbia constatato che l'azione loro, all'infuori del periodo immediatamente pre-elettorale (cioè, in pratica, agosto, settembre, ottobre prossimi) non ha sufficiente vigore persuasivo sulla Casa Bianca e su questi circoli dirigenti. L'opera delle alte personalità dei partiti -che interpretino i desideri dei votanti di origine italiana -è molto più decisa ed efficace.

Naturalmente, come già detto, guardando la situazione con occhio realistico, dobbiamo riconoscere che i legami anglo-americani sono ora di primaria importanza nelle direttive politiche e nella tattica quotidiana degli Stati Uniti. Se va bene, con tutto il nostro sforzo, potremo difficilmente ottenere più di una amichevole e continuata pressione di Washington su Londra.

Continuerò a tenerla informata con ogni accuratezza2.

332 l Vedi DD. 268 e 285.

333

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A NANCHINO, FENOALTEA

T. 2334/9. Roma, 26 febbraio 1948, ore 17, 15.

Suo rapporto 10/11 e telespresso 1393/4192.

333 I Vedi D. 69. 2 Non rinvenuto.

Progetto trattato stabilimento incontra in massima nostra approvazione e trasmetto per corriere alcune proposte aggiuntive. Per sua conoscenza oltre trattato analogo con Stati Uniti già firmato, stiamo negoziando in questi giorni altro con Francia e prossimamente inizieremo negoziati con Gran Bretagna come concordato durante mia visita Londra.

332 2 Per la risposta vedi D. 397.

334

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

T. 2338/c.I. Roma, 26 febbraio 1948, ore 16.

Suo 1282. Argomenti in discussione Conferenza tripartita Germania confermano fondatezza nostro interessamento.

Anche se, come noto, rapporto Parigi ci ha riconosciuto nei riguardi problema economico tedesco virtuale parità con Benelux non è attuazione tale parità motivo principale nostre preoccupazioni che muovono invece da considerazioni di ordine pratico e sostanziale.

Non sarà mai abbastanza ripetuto agli inglesi americani e francesi che Germania è per noi, particolarmente in quanto insostituibile mercato approvvigionamento e sbocco, problema di vita dal quale non possiamo prescindere per ristabilimento nostra economia su basi solide e durature. Anche se Conferenza dovesse, come sembra, costituire soltanto scambio preliminare di idee, temiamo possibilità orientamenti dai quali problema risulti impostato astraendo da nostre fondamentali molteplici esigenze. Di queste alcune hanno riflessi immediati: così fra le varie difficoltà che incontriamo n eli'ottenere restituzione, ai sensi del trattato di pace, dei beni esportati in Germania, si sono opposte necessità economia tedesca: abbiamo già fatto presente che non possiamo accettare simili sacrifici a favore Germania da cui nostra economia ha già così duramente sofferto. Conferenza Londra potrebbe accentuare tale tendenza a noi sfavorevole.

Ci interessa inoltre di conoscere se ed in quale misura problema economia tedesca dovrà essere discusso anche in sede riunione paesi partecipanti Comitato cooperazione: messo infatti in relazione con cooperazione europea e con aiuti americani, non sembra esso possa essere sottratto nuovo e approfondito dibattito generale. Né, data importanza nostri interessi in giuoco, ci riuscirebbe gradito trovarci ancora una volta di fronte progetto del quale non fossimo stati nemmeno tenuti al corrente.

2 Del 24 febbraio, con il quale Gallarati Scotti comunicava l'ordine del giorno sulla Confe

renza !ripartita sulla Germania.

334 l Inviato anche alle ambasciate a Parigi e Washington con le seguenti istruzioni per Quaroni: «Nel far presente quanto segue codesto Governo voglia V.E., ove lo ritenga del caso, far altresì comprendere come gradiremmo che, nello spirito reciproca collaborazione economica stabilitosi fra due paesi, venissero date istruzioni delegato francese Conferenza immedesimarsi nostri interessi e teneme conto nella formulazione eventuali orientamenti o decisioni».

335

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 25981154. Washington, 26 febbraio 1948, ore 20 (per. ore 10 del 27).

Avvenimenti Cecoslovacchia per quanto scontati fin dall'estate scorsa in questi circoli dirigenti hanno destato molta sensazione specie in questa opinione pubblica che vede con viva preoccupazione nuova conferma espansionismo sovietico.

Governo americano, ritenendo necessario non lasciar passare sotto silenzio crisi Praga, ha preso nota iniziativa a Londra e Parigi per dichiarazione congiunta che resti segnale nel libro del dare e avere dei rapporti tra U.R.S.S. e Potenze occidentali.

Aspetto più significativo è dato da piena adesione Francia ad iniziativa di Washington. Parigi, oltre riaffermare suo ruolo continentale, ne trae evidente consolidamento nella scala delle amicizie americane l.

336

L'INCARICATO D'AFFARI A.I. A LA PAZ, GIARDINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 3020/01. La Paz, 26 febbraio 1948 (per. il 6 marzo).

Comunicazione telegrafica a firma del ministro in data 18 c.m. l.

Il telegramma in riferimento mi è pervenuto il 19 corrente, giorno in cui si è qui verificata la crisi totale del Gabinetto con conseguenti dimissioni di tutti i ministri.

Ciò mi ha posto nella materiale impossibilità di svolgere l'azione indicatami; ciò nonostante non ho mancato di fare gli opportuni sondaggi a questo Ministero degli affari esteri e di intrattenere lungamente sull'argomento lo stesso sottosegretario, che personalmente mi è parso favorevole.

Occorre tuttavia attendere la soluzione della crisi e la designazione del nuovo titolare della Cancelleria prima di poter avere una risposta definitiva. Comunque riservomi riferire.

336 I Vedi D. 284.

335 l Sforza rispose con il T. 24141128 del 27 febbraio: «VE. può spiegare costì che mio assoluto silenzio sulla orribile avventura di Praga mi è stato dettato anche dal mio antico affetto personale per Benes di cui conosco quanto pericolosa la posizione». Tarchiani assicurò (T. segreto 2782/163 del l o marzo) di essersi espresso in tal senso con Arrnour aggiungendo: «Egli mi ha espresso suo apprezzamento, ha poi rilevato con soddisfazione dichiarazioni discorso presidente del Consiglio ad Ancona. Tale discorso ha avuto qui ampio rilievo da parte della stampa ed ha destato migliore impressione in questi ambienti politici e in opinione pubblica».

337

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 302/3164/855. Parigi, 26 febbraio 1948 (per. il 28).

Mi riferisco al dispaccio ministeriale n. 172 del 12 corrente!.

Ho parlato della questione coloniale, quale si è delineata dopo la nota sovietica, sia con Bidault che con Chauvel: qui -dove la sensibilità a tutto quello che è elettorale è maggiore -l'importanza del gesto sovietico è stata compresa; la volontà di aiutare c'è, indiscutibilmente e anche perché collima con il proprio interesse, più difficile è vedere il come.

Premetto che i francesi, teoricamente contenti di vedere che la Russia si schiera dalla loro, sono d'avviso che questo gesto russo ci fa assai più male che bene. Mette in una posizione imbarazzata la Francia la quale, pur restando d'accordo con la Russia nel fondo, ha gravi difficoltà a fare fronte comune con i russi contro gli anglosassoni: ma mette, secondo i francesi, in difficoltà anche noi. Chauvel mi ha detto esplicitamente, che a Londra si sospetta che tutto questo affare Zorin sia stato provocato ad arte da noi per mettere gli anglosassoni con le spalle al muro. Avendogli osservato che se mai si sarebbe dovuto parlare di intese fra comunisti italiani e russi ma non fra Governi italiano e russo, mi ha detto che questa era stata l'obiezione da lui fatta ad un alto funzionario britannico (probabilmente Charles) e che questi gli aveva risposto che i contatti fra il Ministero degli esteri italiano ed il partito comunista, «quando si trattava di doppio giuoco» erano molto più complessi e seguiti di quanto non farebbe supporre l 'apparente anticomunismo del Ministero stesso. Chauvel si è affrettato a dirmi -e lo credo sincero -che lui, come francese, che si era trovato mille volte in situazioni analoghe alla nostra, si rendeva conto benissimo della nostra sincerità e del nostro imbarazzo, ma che gli inglesi e forse anche gli americani, non la vedevano così.

Ma a parte questo sospetto di doppio giuoco, resta il fatto che i russi prendano posizione per noi, spinge gli americani a sostenere la tesi contraria.

Nel complesso, dicono i francesi -e non del tutto a torto -in questo affare i russi non possono far niente: le colonie italiane non sono in mano loro, la decisione è in mano agli inglesi che le tengono e agli americani che solo possono influire sugli inglesi. I francesi stessi non si fanno, credo, molte illusioni sulle loro possibilità.

Ora si tratta di vedere in che modo domandiamo ai francesi di aiutarci. Dico questo perché mi sembra di vedere una certa differenza fra il dispaccio ministeriale n. 172 e la lettera n. 1232.

Secondo questa lettera i miei colleghi di Londra e di Washington ed io avremmo dovuto adoperarci per cercare di ottenere una dichiarazione pubblica più favorevole alle nostre tesi sulle colonie prima delle nostre elezioni per influenzare

337 I Vedi D. 258. 2 Vedi D. 228, nota 3.

su di esse. Posso forse ottenere dai francesi una vaga promessa che lo facciano ma certamente non ne faranno nulla, perché sanno benissimo che non si può attenerlo. Per una ragione formale: fare una dichiarazione adesso significa -e questo Bidault me lo ha detto chiaramente -riconoscere come nulla la Commissione d'inchiesta itinerante: ora questo può fare comodo ai russi, ma non fa certo comodo né agli americani né agli inglesi: se ne potrebbe, caso mai, parlare dopo ricevuto e discusso il rapporto, ossia dopo le nostre elezioni. Per una ragione sostanziale: la sorte delle nostre colonie è connessa con tutto il sistema di difesa e di offesa -anglo-americano, né gli uni né gli altri si decideranno a prendere impegni di sorta prima di sapere quale Governo italiano uscirà fuori dalle elezioni e, ammesso che le elezioni siano favorevoli, quale direzione esso prenderà in politica interna come in politica estera.

Dato questo, ammessa anche tutta la buona volontà francese di aiutare, ottenere anche solo un mezzo impegno anglo-americano, pubblico, in favore delle nostre tesi sulle colonie prima delle elezioni è assolutamente fuori di questione: nessuno riuscirà a convincere inglesi ed americani che tutto quello che, specialmente gli ultimi, hanno fatto e stanno facendo per aiutare l'Italia ed il suo Governo non serva niente, in tema di elezioni, e che solo può servire una decisione favorevole per le nostre colonie.

Invece secondo il dispaccio n. 172 sembrerebbe che dovrei limitarmi a chiedere alla Francia di aiutare e favorire nostre conversazioni dirette con l'Inghilterra e eventualmente con l'America. Se è questo, posso dire senz'altro che il Governo francese è disposto a fare tutto quello che noi vogliamo. Ma anche qui bisognerebbe intenderei: poiché se debbo giudicare secondo i valori tradizionali le conversazioni Gallarati-Sargent, dovrei dire che nelle «conversazioni» ci siamo già ed m p1eno.

Cosa ci dice Sargent: che con riserva della comprensione del Governo «tutto dimostra che l'opinione pubblica italiana reclama una restituzione pura e semplice delle colonie nelle stesse condizioni in cui le avevamo tenute prima della guerra». Che noi non ci rendiamo conto di quello che accadrebbe se ci restituissero tutte le nostre colonie: che è necessario tenere presente la necessità degli Stati Uniti di avere sicure basi aeree a vantaggio di tutto l 'Occidente e di noi italiani per i primi. Argomenti questi cui non si può negare un certo peso, anche se essi servono agli inglesi egregiamente per tirare acqua al loro mulino.

Ma premesso questo che è quanto dire: levatevi dalla testa di poter riavere le colonie, viene la proposta che chiamerei costruttiva. La soluzione del nostro problema «coloniale» non si può isolare da un più vasto piano in cui noi dovremmo potere, come parte integrale ed essenziale, partecipare ad una cooperazione per tutto il mondo coloniale africano. Ossia in altre parole: noi inglesi intendiamo arrivare ad una collaborazione fra le potenze coloniali europee per quanto riguarda l'Africa, e probabilmente anche l'Asia anteriore: sebbene tecnicamente l 'Italia non sia più una potenza coloniale, perché non abbiamo intenzione di restituirle le colonie -o riteniamo di non poterlo fare -noi siamo disposti a farla entrare in questa combinazione come se essa lo fosse.

Questa proposta non è nuova: a quanto mi consta, è almeno dall'agosto del 1946 che gli inglesi ce la fanno sotto tutte le forme e per tutti i tramiti: noi a queste proposte rispondiamo, con eguale monotonia, ridateci le colonie. Ora se noi vogliamo queste conversazioni, mi sembra evidente che bisogna accettare di mettersi tentatively sul terreno inglese. Ciò non significa affatto abbandonare, significa solo vedere. Noi possiamo benissimo dire agli inglesi: il nostro punto di vista lo conoscete, è qualche cosa di concreto, di preciso: in cambio voi ci offrite una nostra partecipazione ad una ipotetica cooperazione coloniale: ci sembra molto vago ma vediamo, e soprattutto, in primo luogo, vediamo cosa ci proponete non per le colonie francesi, belghe o portoghesi, ma per le vostre di cui potete disporre. Se voi ci fate delle proposte concrete, interessanti, vedremo, le studieremo: ma non potete domandarci di contentarci di vaghe parole, di piani che sono appena abbozzati, e che forse non lo sono nemmeno. Se gli inglesi sono assolutamente in mala fede, è appunto agendo così che li possiamo mettere nell'imbarazzo: se non lo sono del tutto, attraverso queste conversazioni si potrà forse arrivare ad evolvere qualche soluzione realistica, possibilistica, che ci dia anche qualche soddisfazione di prestigio. E una volta messici per questa strada sarà più facile per i francesi, e per gli americani, se lo vogliono, di aiutarci ad ottenere qualche cosa di più concreto per noi.

Mi si risponderà: in questa maniera noi abbandoniamo una «posizione»; conosco la nostra passione per le posizioni giuridiche: tutta la nostra politica coloniale fra le due guerre è stata basata su delle impostazioni giuridiche: tutta la nostra politica nei riguardi del trattato di pace è stata egualmente basata su posizioni giuridiche: il risultato è stato eccellente. Ma qui di posizione giuridica non ce n'è che una che valga: ed è la rinuncia da noi fatta in sede di trattato di pace: possiamo girarci intorno quanto si vuole, ma essa è là, da noi firmata e ratificata. Se ci diverte, o se riteniamo di doverlo fare per le necessità di una opinione pubblica, che niente però è stato fatto per illuminare, poco ho da obiettare. Dal lato pratico però questo non solo non serve a niente, ma è controproducente. Oggi farebbe evidentemente un certo comodo agli anglo-americani di avere il nostro assenso alla sistemazione che intendono dare alle nostre colonie: per avere questo assenso sono evidentemente disposti a pagare un certo prezzo: sappiamo o dovremmo ormai sapere che quello che noi vogliamo -restituzione delle colonie -è impossibile: si tratta di vedere fin dove si può arrivare sia nella forma che nella sostanza. Col mio rapporto 4073 ho esposto il massimo a cui, credo, si può arrivare: può essere che mi sbagli, ma questo bisogna vederlo trattando, e per trattare bisogna mettersi sulla strada che ci indicano gli inglesi, e che non ci preclude di ritornare sulle posizioni di principio, il giorno in cui sia, per ragioni interne italiane, necessario di farlo.

Non ci facciamo illusioni sull'O.N.U.: di assicurazioni di appoggio ne avremo a bizzeffe, all'atto pratico, all'atto della votazione ci accorgeremo che l'O.N.U. non è il sogno che tanti italiani se ne sono fatti all'epoca romantica della guerra, ma una realtà molto cinica.

Gli inglesi ci invitano a trattare, su di una base, vaga sì, ma che evidentemente permette di parlare: gli americani probabilmente pensano la stessa cosa, an

che se, forse, trattandosi di roba d'altri, sono disposti ad essere un po' più generosi. La Russia non conta niente, in questo; la questione delle colonie italiane sarà risolta senza di lei, così come la situazione in Cecoslovacchia è risolta senza gli americani: i francesi ci vorrebbero lasciare in Africa, anche per le ragioni che dice il mio amico Abd er Rahman Azam, ma poveretti non possono fare altro che aiutare.

L'alternativa che per noi si presenta è questa: o accettare le conversazioni sul terreno che ci offrono gli inglesi e cercare di trame il massimo possibile, tenendo presente che, soprattutto per quello che riguarda la forma, questo massimo è molto, ma molto al di sotto di quello che noi pensiamo. O continuare a tentare di portare le conversazioni sul terreno che vogliamo noi, col risultato che un bel giorno Francia, Inghilterra e Stati Uniti si metteranno d'accordo e noi non ci resterà che soffrire e accettare come abbiamo fatto per tante altre cose. Con la differenza, in peggio, che quando poi si sarà creata, in qualche forma, questa collaborazione americano-anglo-francese e forse qualche altra, economica politica e militare, noi cominceremo a piangere per essere ammessi a fame parte, mentre trattando adesso ci entreremmo de plain pied.

Mi permetto di ricordare, visto che scrivo da Parigi, un precedente: quante volte i francesi ci hanno proposto di trattare direttamente con loro della questione delle frontiere: era una porcheria, d'accordo, ma essi avevano il coltello per il manico, come gli inglesi per le colonie: non abbiamo voluto trattare, abbiamo sperato nei russi, negli americani, nei partiti francesi o che so io: risultato: abbiamo avuta indiscutibilmente una frontiera peggiore di quello che avremmo avuto trattando, e l'unica soddisfazione che ce n'è rimasta è quella di poter dire che abbiamo subito un Diktat. Per le colonie siamo ancora a tempo ad uscire da una strada che ci porta a questo e forse peggio.

337 3 Vedi D. 216.

338

L'INCARICATO D'AFFARI A PRAGA, FRANCO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 329/218. Praga, 26 febbraio 1948 (per. il ] 0 marzo).

Con il discorso tenuto alla radio nel pomeriggio di ieri dal presidente del Consiglio Gottwald si è chiusa la settimana della crisi cecoslovacca. Gottwald che fin dali' autunno scorso aveva promesso il 51% dei suffragi per il suo partito nelle prossime elezioni, ha mantenuto la parola con molte settimane di anticipo e può affermare che la reazione è stata battuta. Non ha dimenticato di ringraziare il presidente Benes che ha saputo rispettare la volontà del popolo, anche quando ciò riusciva a lui molto difficile, e i ringraziamenti a Benes erano dovuti, senza escludere l 'ironia.

Parlare di cause della crisi sarebbe ozioso poiché l'unica causa, che è la ferma volontà comunista di impadronirsi di tutto il potere, non è contingente né originale. Si può parlare di pretesti e di questi la crisi cecoslovacca è irta. Sorprende soltanto la pretesa che essi siano presi per buoni.

Essi sono quello dei «complotti», e l'accusa genericamente fatta a tutti i non marxisti di essere asserviti allo straniero e di macchinare contro l 'alleanza con la Russia. Dei «complotti» questa legazione ha ripetutamente riferito e si deve constatare che prove convincenti della loro reale esistenza non sono mai state fomite. In ogni denuncia di «complotto» si son sempre fatte oscure e quanto mai imprecise allusioni all'ingerenza di potenze straniere, non mai indicate ma sempre identificabili con l'America o l'Inghilterra. Le inchieste relative figuravano sempre «in corso» e soprattutto «molto segrete» appunto in causa della complicità con consolati o legazioni straniere. L'ultimo di cui si parla sarebbe la continuazione di quello slovacco dell'autunno scorso, con la partecipazione dei benderovci (dipendenti dalle organizzazioni segrete del generale polacco Anders ). Questo viene ora complicato e messo in relazione con il cosiddetto «gruppo di Londra» di cui sarebbe capo il noto generale Prchala, già comandante del corpo cecoslovacco in occidente (vedi rapporto della legazione n. 146/60 del 17 gennaio 1946)1.

I dodici ministri, quattro per ciascuno dei tre partiti, democratico popolare, socialnazionale e democratico slovacco, i quali il 20 u.s. hanno dato le dimissioni, hanno facilitato la riuscita dell'impresa comunista e sono probabilmente andati più in là delle speranze di Gottwald. Si può ritenere che essi siano stati traditi dai colleghi socialdemocratici, ma la condotta di Lausman, sostituitosi nel novembre scorso, dopo il congresso di Brno, sotto l'insegna dell'antifusionismo al fusionista Fierlinger, non era mai apparsa rettilinea, ed il tradimento, se c'è stato, non avrebbe dovuto essere una sorpresa per dei politici accorti. Fierlinger non aveva mai smesso la sua attività e più volte nelle ultime settimane si era sentito riparlare di alleanze elettorali tra comunisti e socialdemocratici. La dimissione dei dodici ha probabilmente colto di sorpresa il presidente della Repubblica il quale si è trovato di fronte, nelle sue menomate condizioni fisiche e morali, ad un problema estremamente arduo, angoscioso, senza vie di uscita che non fossero la rassegnazione o il supremo sacrificio.

Ora si pronostica per Benes la sorte di Hacha, il presidente che ha sostituito Benes stesso dopo che questi aveva date le dimissioni al tempo di Monaco. I seguaci del nuovo governo gli tributano elogi per la sua opera saggia e pacificatrice e gli avversari gli lanciano l'anatema rimproverandogli di aver tradito i suoi migliori amici come i ministri Zenkl, Ripka, Prochazka e gli altri non comunisti che gli furono fedeli collaboratori nel governo di Londra.

Gli antefatti immediati della crisi consistono nell'asservimento della polizia al partito comunista, nell'applicazione della riforma agraria fatta dal comunista Duris senza la collaborazione degli altri partiti al governo ed anzi, come è stato detto, in aperta violazione delle leggi; nell'inasprimento e nell'estensione a casi non previsti dei decreti di nazionalizzazione che, per volontà del Fronte nazionale, non avrebbero dovuto essere modificati prima delle prossime elezioni. Queste erano sfide che il partito più forte lanciava da mesi, nel nome del popolo, alla democrazia popolare ed erano avvertimenti che l'opinione pubblica registrava, ma attri

buendoli soltanto al desiderio comunista di crearsi una sempre più favorevole piattaforma elettorale. Per cieco ottimismo e per innata tendenza alla rassegnazione, nessuno dei partiti cosiddetti reazionari reagiva, ed anzi gli stessi socialnazionali, oggi dichiarati nemici del popolo e della patria, non hanno mancato di appoggiare con il loro voto nell'Assemblea costituente e nel Governo le iniziative del più forte.

L'approssimarsi della data delle elezioni avrebbe dovuto, rebus sic stantibus, preoccupare effettivamente i comunisti i quali, salvo sempre l'incognita socialdemocratica, avrebbero dovuto ritenersi, sulla carta, battuti. Ma essi non potevano non essere tranquilli sulle possibilità di manovrare gli elettori in qualunque momento, padroni come sono ormai da lungo tempo dei ministeri-chiave, come della polizia e delle organizzazioni operaie. Gli osservatori potevano ritenere che il partito comunista attendesse soltanto il «segnale dall'esterno» per far scattare l'apparecchio della vittoria elettorale. L'opposizione locale si è così sostituita al «segnale dall'esterno» ed ha messo i comunisti nella, direi, necessità di servirsi subito della loro forza. L'opposizione ha sottovalutato la perfezione dell'organismo comunista ed ha follemente creduto di poter trascinare nelle dimissioni tutto il governo.

Se questa illusione c'è stata, essa dev'essere stata cullata anche dalla apparente democrazia in cui la Cecoslovacchia ha vissuto fino a ieri. Ma coraggiose voci che abbastanza frequentemente potevano farsi sentire in pubbliche adunate, in Parlamento, nello stesso Consiglio dei ministri e per mezzo della stampa, non hanno mai trovato la loro eco in pratiche attività ed hanno soltanto servito a giustificare un insensato ottimismo ed a far giudicare disfattisti e paurosi i pochi che avrebbero voluto intraprendere un'azione.

Poiché, ad esempio, era diffusa opinione che l'U.R.S.S. non fosse ancora immediatamente interessata alla sovietizzazione di questo paese e che gli stessi comunisti di qui non dimenticassero mai di essere innanzi tutto dei cecoslovacchi, si sentiva spesso invocare il «realismo» della Russia come un argomento in favore della intangibilità delle libertà democratiche in Cecoslovacchia. Ma ben pochi pensavano che il «realismo» dell'U.R.S.S. potesse anche manifestarsi, come si è manifestato, nell'impadronirsi di tutto il potere alla prima occasione propizia. Oggi si comprende quanto fossero serie le enunciazioni del ministro dell'informazione, Kopecky, sul genere di questa: l'anticomunismo è alto tradimento.

Sulla partecipazione diretta dell'U.R.S.S. nello svolgimento della crisi cecoslovacca si son fatte e si fanno molte speculazioni. Tutte le dichiarazioni fatte in questa settimana da Gottwald e dai suoi compagni di fede sono state fatte in nome del popolo cecoslovacco e della sua incontenibile volontà di amicizia con l'U.R.S.S., ostacolata dalla reazione interna ed estera; le risoluzioni votate per acclamazione dalla folla ribadiscono questi concetti.

L'arrivo a Praga come deus ex machina dell'ex ambasciatore e ora vice ministro degli esteri sovietico, Zorin, è apparsa a tutti come la soppressione di ogni dubbio: il commento del redattore diplomatico della Pravda, con le fatidiche parole che condannano i ministri dimissionari come «agenti agli ordini dello straniero» con i quali «alcun compromesso non può e non deve essere tollerato», ha finito di chiarire le idee.

Anche l'antagonismo degli Stati Uniti ha avuto in modo affatto platonico la sua parte molto effimera e, devo dire, non utile né brillante. L'ambasciatore Steinhardt, rientrato da un'assenza di molte settimane, è giunto all'aeroporto due ore dopo di Zorin e ha fatto una dichiarazione, sottolineando che teneva a vederla pubblicata, del seguente tenore: «non ho perso tutte le speranze che la Cecoslovacchia tomi sulle sue decisioni e partecipi al piano Marshall». Mosca ne ha approfittato per trovarvi una provocazione e questa ambasciata degli Stati Uniti spiega che le dichiarazioni sono conformi allo spirito del piano Marshall che è aperto a tutti. Ma nondimeno non sembra, finora, che il momento sia stato scelto bene.

La composizione del nuovo governo annunciata iersera ha, come è noto, l'apparente privilegio della costituzionalità e di aver conservato, con leggere modifiche, la compagine del Fronte nazionale. Ma è quasi superfluo osservare che la legalità è stata apertamente violata e che il nuovo governo non è altro che l'istituzione di una dittatura di partito.

I comunisti si sono attribuiti, oltre ai ministeri che detenevano precedentemente, due supplementari vicepresidenze del Consiglio con lo slovacco Siroky e il ceco Zapotocky, che rimane presidente dell'U.R.O., nonché il Ministero della giustizia con il ceco Cepicka, quello del Commercio estero con il ceco Gregor e quello del Commercio interno con il ceco Krajcir. Inoltre il nuovo alleato socialdemocratico Lausman è il terzo vicepresidente. I criptocomunisti (socialdemocratici) Fierlinger e Erban hanno il Ministero dell'industria e quello della Previdenza sociale e la socialdemocratica Jankovcova il Ministero dell'alimentazione. Ai nazionalsocialisti Neumann e Slechta ed ai democratici popolari Plojar e Petr (tutti e quattro questi ultimi già espulsi dai rispettivi partiti) vanno i Ministeri delle poste, della Tecnica, della Sanità pubblica e del Lavoro. Allo slovacco Srobar del partito slovacco della libertà (che ha riportato nelle ultime elezioni l'uno percento dei suffragi) è attribuito il Ministero dell'unificazione che ha il compito di assicurare «il collegamento» tra cechi e slovacchi; ed un altro slovacco, del partito democratico, Sevcik, è sottosegretario, con il generale Svoboda come ministro, alla Difesa nazionale.

Intanto la stampa non comunista è già stata comunistizzata o soppressa; in tutte le pubbliche amministrazioni, compresa quella degli esteri, è in corso una epurazione massiccia e centinaia di funzionari sono già stati destituiti.

Con foglio a parte trasmetto l'intera composizione del nuovo Governo.

Si ritiene che Benes non parlerà più al popolo, contrariamente a quanto si andava annunciando ogni giorno fin da domenica scorsa, e si suppone che difficilmente il nuovo governo si presenterà all'Assemblea costituente (i cui lavori sono stati rinviati sine die) prima che ad essa non venga apportata qualche modificazione. Per le elezioni che avrebbero dovuto tenersi entro maggio, si fanno ora nuovi pronostici e si arriva fino a supporre che possano venire aggiornate. Dell'atteggiamento generale del paese in questa occasione il giudizio che si può dare fin d'ora non è lusinghiero per le virtù civiche dei cechi e degli slovacchi. Da ogni parte giungono notizie di ribellioni degli animi, di indignazione contro la violenza comunista, di appelli alle testimonianze straniere. Da mille voci si sente parlare di fughe o di tentativi di fuga e qualche scrittore ha approfittato fin delle ultime ore di libertà di stampa per pubblicare ardenti parole. Ma da nessuna parte del paese giunge notizia di un tentativo di resistenza con la forza contro la forza. Unica eccezione, tanto più ammirevole quanto più donchisciottesca e rara, è costituita da un tentativo di rivolta organizzato all'ultimo momento, nel pomeriggio di ieri, dagli studenti universitari di Praga. Unitisi in massa imponente (si parla di l O o 20 mila) senza piano prestabilito e senza altra arma che la loro giovanile baldanza, essi si sono avviati per tre diverse strade al Castello dove speravano di essere uditi da Benes. Ma le forze di polizia e gli organi civili dei «Comitati d'azione» hanno avuto facilmente ragione di loro e facendo uso delle armi li hanno dispersi in poche ore.

È troppo presto, sebbene in verità non sembri difficile, per far previsioni sul programma che svolgerà il nuovo governo. L'unica incognita potrebbe essere nella persona del ministro degli esteri che continua ad essere Masaryk, e nei malumori che sono da attendersi da parte degli slovacchi i quali nel governo attuale non guadagnano alcuna posizione.

Dall'esempio di questa nazione che nei trent'anni della sua vita ha dovuto sacrificare per due volte la propria indipendenza alla volontà di una minoranza del popolo legata ad interessi stranieri, è però lecito di trarre fin d'ora argomento di riflessione per altri paesi nei quali il comunismo sia forte. La puntualità con la quale il potere è stato conquistato dovunque è stato possibile non lascia dubbio sull'intenzione comunista di fare altrettanto dovunque sarà possibile. E i lutti, le tragedie che qui già oggi si annunciano, e più minacciano di moltiplicarsi, devono essere un ammonimento per i popoli nel nome dei quali vengono freddamente preparati.

Questo è un altro paese in cui la stragrande maggioranza anticomunista, rimasta soggiogata, vede da oggi in poi in una guerra l'unica speranza di liberazione.

338 l Non pubblicato.

339

L'AMBASCIATORE A CITTÀ DEL MESSICO, PETRUCCI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. URGENTE 2651/12. Città del Messico, 27 febbraio 1948, ore 9,07 (per. ore 11,15 del 28).

Suo telegramma senza numero in data 16 corrente l.

Ho parlato con questo ministro degli affari esteri il quale mi ha detto in linea di massima che il Messico, conformemente alla posizione già presa a San Francisco, adoprasi favorevolmente ad un mandato collettivo sulle ex colonie italiane. Che se questo mandato collettivo non fosse accettato dall'O.N.U. allora il Messico è in linea di massima favorevole ad una amministrazione fiduciaria dell'Italia. Avendogli io chiesto se poteva fare di questa sua dichiarazione oggetto di una comunicazione ufficiale, mi ha detto che si riservava di darmi una risposta.

339 I Riferimento errato. Trattasi del T. 2016/c. del 18 febbraio, per il quale vedi D. 284.

340

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 26301193. Parigi, 27 febbraio 1948, ore 23 (pa ore 8 del 28).

Bidault mi ha detto! che Consiglio dei ministri ha approvato progetto dichiarazione; si sta ora solo, su domanda uno dei ministri, studiando se sia più o meno opportuno fare piccole modificazioni di forma ad una frase. Mi ha assicurato trattarsi questione di nessuna importanza e che bisogna ormai considerare la cosa come fatta.

Mi ha ripetuto ferma intenzione sua e Governo francese passare al più presto fase realizzazione. Teneva sottolinearmi che Governo francese pur essendo convinto che Unione doganale italo-francese doveva essere primo passo per unione più vasta, in primo luogo con Benelux, tutto questo non (dico non) costituiva condizione per principio unione e suo progresso. Condivideva suo pensiero che migliore maniera far propaganda per Unione doganale era costituita da esempio che ci accingevamo a dare.

Riferendosi a suo discorso Associazione stampa 25 corrente (mio telespresso 798 del 26 corrente )2 mi ha detto che avvenimenti Cecoslovacchia avrebbero dovuto convincere anche più riluttanti necessità unione sia nel campo politica interna che su quello internazionale: si doleva di non trovare in Inghilterra comprensione altro che verbale per queste idee, ma che questo non avrebbe avuto influenza su decisioni Governo francese. Per quanto riguardava Francia in generale era rimasto gradevolmente sorpreso da facilità con cui idea Unione doganale era accolta dappertutto il che gli permetteva sperare che nella sua realizzazione effettiva si sarebbero incontrate minori difficoltà di quanto si temeva.

341

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 26241194. Parigi, 27 febbraio 1948, ore 17 (per. ore 23).

Parlandomi crisi cecoslovacca Bidault mi ha detto avere data sua adesione dichiarazione dei tre pur sapendo che essa non serviva a nulla. Per Francia visto che non ha né divisioni né bomba atomica era del resto unica cosa che essa potesse fare.

340 l Vedi D. 326, nota 2. 2 Non pubblicato.

Mi ha detto che riteneva che crisi cecoslovacca avrebbe eliminate ultime difficoltà che potevano incontrarsi in America per piano Marshall. Da parte sua egli stava preparando lettera personale a Marshall in cui gli esprimeva pensiero che, data situazione attuale, piano Marshall poteva già non essere più sufficiente arrestare eventuale avanzata sovietica.

Occorreva qualche cosa di più. In vista barriera di ferro sovietica occorreva opporre barriera di ferro americana: era quindi necessaria presa di posizione precisa americana per quanto concerne Stati Europa occidentale e misure le quali non lasciassero ai russi minimamente dubbi su conseguenza qualsiasi loro tentativo sia esterno sia su linee interne nei nostri paesi.

Chiestogli cosa intendesse in concreto mi ha detto che per parte sua era pronto andare tanto lontano quanto americani lo desiderassero. Era giunto momento non preoccuparsi più, in quello che si faceva, delle eventuali ripercussioni politica interna: esempio Cecoslovacchia se ancora necessario mostrava quali erano le conseguenze a cui si arrivava con desiderio evitare di rompere con estrema sinistra.

A mia richiesta mi ha detto ritenere opinione americana abbastanza matura per qualche provvedimento preciso, dichiarazione unilaterale patti alleanza e magari disposizioni carattere militare, ma che bisognava approfittare attuale congiuntura psicologica favorevole.

Mi ha detto che dato sviluppo relazioni italo-francesi aveva ritenuto doveroso mettermi al corrente sue intenzioni. Raccomandava però massima discrezione Governo italiano su quanto mi comunicava.

342

L'INCARICATO D'AFFARI A PRAGA, FRANCO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2640/48. Praga, 27febbraio 1948, ore 22 (per. ore 8 del 28).

Nell'eventualità che questo nuovo Governo chieda il riconoscimento o inviti ad atti i quali implichino tale riconoscimento, gradirei avere urgenti istruzioni. Gradirei anche istruzioni nel caso in cui questo Governo protestasse ufficialmente contro l'atteggiamento della stampa straniera'.

Il presidente Benes, secondo le ultime notizie, ha raccolto stamane il giuramento dei nuovi ministri. Gottwald lo ha ringraziato per aver facilitato sostanzialmente il corso degli avvenimenti ascoltando la voce indignata del popolo che domandava che i sabotatori ed i reazionari fossero allontanati dal Governo.

Egli ha respinto con spavalderia alcuni giudizi provenienti dai centri responsabili di Monaco. Benes ha poi detto che l'accettazione della soluzione presente era stata per lui molto difficile ma che ove non l'avesse accettata si sarebbe aper

to per la nazione un caos generale. Ha finito con l'augurarsi che i nuovi metodi che si sono instaurati possano risultare buoni per tutti. La notizia della partenza del presidente della Repubblica di cui al mio telegramma n. 472 mi risulta da sicura fonte ma non è stata ancora diramata.

342 l Per la risposta vedi D. 351.

343

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2629/197. Parigi, 27 febbraio 1948, ore 23 (per. ore 8 del 28).

Alphand tornato adesso da Londra mi informa che è stato deciso convocare per 15 marzo Parigi Conferenza dei Sedici.

Conferenza dovrà decidere su rapporto opera compiuta in questi mesi per ricostruzione Europa e costituire Comitato lavoro incaricato mettere a punto costituzione Comitato europeo nonché adattamento sistema previsto rapporto anno scorso con programma americano. Durata lavori Comitato è prevista per un mese: 15 aprile dovrebbe riunirsi nuovamente Parigi Conferenza Sedici per esaminare rapporto lavori Comitato.

Alphand mi ha detto che francesi avrebbero desiderato riunione più sollecita ma che hanno incontrato viva resistenza inglese.

Bevin intende partecipare personalmente riunione 15 marzo: il che implica presenza Bidult e quegli altri ministri degli esteri che vorranno intervenire di persona.

Da parte francese si è cercato evitare presenza Bevin ritenendo non opportuno dare a prossima Conferenza aspetto così solenne ma evidentemente non gli si poteva dire senz'altro di no data sua qualità presidente conferenza.

A mia richiesta se contatti Londra gli avessero data impressione che inglesi vengono a conferenza con idee più costruttive che nel passato ha risposto negativamente.

Mi ha detto supporre che l'invito ufficiale a Governo italiano dovrebbe arrivare costà da un momento all'altro.

344

IL MINISTRO A SOFIA, GUARNASCHELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 2788/023. Sofia, 27 febbraio 1948 (per. il 2 marzo).

Nella conversazione che ieri ho avuto con questo ministro degli esteri Vasil

420 Kolarov, questi mi ha detto che è prevedibile che anche la Bulgaria concluderà quanto prima un trattato di amicizia, collaborazione e mutua assistenza con l'Unione Sovietica, sulla base di quello recentemente concluso tra l'U.R.S.S. e la Romama.

Inoltre Kolarov mi ha confermato che non tarderà ad effettuarsi la stipulazione di trattati del genere anche con l'Ungheria, la Cecoslovacchia e la Polonia, per quanto le date non siano ancora fissate (miei telegrammi per corriere nn. 06 del 7 febbraio' e 09 del l O febbraio2).

342 2 Del 27 febbraio, non pubblicato.

345

IL MINISTRO A QUITO, PERRONE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 3118/02. Quito, 27 febbraio 1948 (per. il 9 marzo).

Telegramma ministeriale n. 2016/c. del 18 c.m.'.

Ho subito intrattenuto questo ministro degli affari esteri nel senso indicatomi nel telegramma sopraindicato, ed il dottor Parra Velasco mi ha detto che avrebbe attentamente studiata la questione di cui non conosceva ancora tutti gli elementi.

In via preliminare egli mi ha fatto osservare che il linea di massima era tendenza dell'Equatore, come di ogni Stato americano, di abolire ogni regime coloniale concedendo a tutte le colonie europee la completa indipendenza. Ho subito obiettato che le antiche colonie italiane dell'epoca pre-fascista non avevano ancora raggiunto quel grado di sviluppo e di maturità politica che consentisse loro di reggersi in modo autonomo, e che la richiesta di trusteeship italiano aveva appunto lo scopo di aiutarle a raggiungere progressivamente la completa indipendenza, abituandole a poco a poco ad una sempre maggiore autonomia, come del resto lo prova la istituzione dei Parlamenti libici accordata alla Tripolitania ed alla Cirenaica dalla Italia democratica poco prima che i fascisti si impadronissero del Governo con la forza. Il ministro mi ha allora replicato che, se dali' esame dell'O.N.U. apparisse la impossibilità per il momento di accordare senz'altro la completa autonomia ai territori in questione e quindi la necessità di un trusteeship, l'Italia può sempre contare sul completo appoggio dell'Equatore per il raggiungimento delle sue aspirazioni.

Si è ad ogni modo riservato di inviarmi una risposta scritta non appena possibile2.

2 Vedi D. 246.

2 Vedi D. 439.

344 l Non pubblicato.

345 l Vedi D. 284.

346

L'AMBASCIATORE A SANTIAGO, FORNARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 3441/02. Santiago, 27 febbraio 1948 (per. il 15 marzo).

Questo ministro degli affari esteri mi ha ricevuto ieri -non appena, cioè, rientrato dalla villeggiatura -per la consueta visita protocollare di presentazione della copia delle lettere credenziali.

Del colloquio, improntato alla massima reciproca cordialità, mi sembra possano presentare un qualche interesse i seguenti punti:

l) Il dr. Vergara Donoso, a proposito dell'azione a suo tempo svolta anche qui per una pace giusta, ha tenuto a spiegare nuovamente le ragioni per le quali all'O.N.U. la delegazione cilena ha dovuto prendere posizione contro la proposta argentina di revisione!. In poche parole -secondo le dichiarazioni fattemi -il Cile sarebbe sostanzialmente d'accordo perché si faccia il possibile per venire incontro alla tesi italiana, si aiuti il risorgimento del nostro Paese, si modifichino quelle clausole del trattato ingiuste e inapplicabili; ma, per le note questioni di principio già costà illustrate, non vuol sentir parlare di «revisione» e soprattutto non vuole che la questione «revisione» possa essere portata all'O.N.U.

2) Mi sono valso delle sostanziali disposizioni favorevoli affermatemi dal cancelliere, per illustrargli il problema delle nostre colonie e suggerirgli di trovare il modo di manifestare fin d'ora che, qualora esso fosse portato all'O.N.U., il Cile si dichiarerebbe favorevole alla nostra amministrazione fiduciaria (telegramma di

V.E. n. 2016/c.z e mio telegramma n. 93). Mi ha assicurato di esser pronto a studiare con favore tale possibilità. Gli ho, allora, fatto pervenire, lo stesso giorno, un memorandum illustrativo. Mi riservo seguire la cosa con particolare impegno e riferime ulteriormente a V.E.

3) Ho illustrato al cancelliere la situazione interna e internazionale dell'Italia. Egli si è particolarmente interessato e mi ha ripetutamente interrogato sulle possibilità comuniste. Ho risposto che le prossime elezioni avrebbero certamente mostrato essere il popolo italiano alieno dagli estremismi e dalle velleità dittatoriali tanto di destra quanto di sinistra, purchè anche dall'estero si dimostrasse la maggior comprensione verso le necessità materiali e morali dell'Italia e il maggior interesse effettivo per la sua ricostruzione. A proposito del comunismo, il ministro degli esteri ha voluto sottolineare come tanto in Italia quanto in Cile dopo un periodo di collaborazione nel Governo, ci si sia dovuti accorgere non essere purtroppo possibile una collaborazione del genere, almeno nelle attuali circostanze.

4) A proposito della crisi cecoslovacca -argomento che con il viaggio nel

346 I Vedi serie decima, vol. VI, D. 504.

2 Vedi D. 284.

3 Del 19 febbraio, con il quale Fornari aveva dichiarato il suo proposito di intrattenersi personalmente sulla questione con il ministro degli esteri cileno, riservandosi di parlame poi anche col presidente della Repubblica.

l'Antartide del presidente tiene attualmente il primo posto nell'interesse di questa opinione pubblica -il cancelliere ha ricordato che quando il Cile, rompendo le relazioni diplomatiche con l'U.R.S.S. e con la Jugoslavia, usò lo stesso trattamento anche alla Cecoslovacchia, la cosa fu oggetto di non poche critiche anche nei circoli governativi. «Ora i fatti ci hanno dato ragione -ha concluso -anche la rappresentanza cecoslovacca era già o sarebbe presto diventata una "longa manus" della politica sovietica in questo Paese».

5) Il dr. Vergara Donoso mi ha pregato infine di trasmettere a V.E. i suoi saluti anche personali, ricordando con parole particolarmente deferenti e lusinghiere l'incontro avuto qui con lei -quando egli era soltanto un alto funzionario della Cancelleria -durante la sua missione del 1946.

347

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

L. 306/3168/859. Parigi, 27 febbraio 1948.

Faccio seguito alla mia lettera del 24 corrente n. 294/303417991.

Bidault mi ha detto di avere pensato lungamente a quello che gli avevo esposto nel nostro precedente colloquio e di essere convinto che noi avevamo ragione nelle nostre apprensioni. Egli ed il Governo francese erano quindi decisi ad agire. Si stava ora tormentando il cervello per trovare la maniera di farlo «au mieux, au plus vite et avec le meilleur résultab>.

Mi ha detto ancora che, sebbene la cosa gli stesse particolarmente a cuore, gli sembrava assai difficile di potere avere qualche cosa di concreto per le colonie, anche per la nota considerazione formale del pronunciarsi prima del rapporto della Commissione d'inchiesta: riteneva invece possibile di fare qualche cosa per Trieste e sarebbe stato tanto più contento di farlo in quanto vedeva in questo un mezzo di togliersi da dosso, di fronte all'Italia ed alla Francia stessa, la qualifica di padre della linea francese e dello Stato Libero. Mi ha detto che mi avrebbe tenuto al corrente di quello che avrebbe ritenuto possibile di fare.

Lo ho ringraziato ripetendogli che, a scopi elettorali, sarebbe stato necessario che l'iniziativa fosse chiara e rapida. Non occorre che le dica che, pur ritenendo, in linea generale, che Bidault sia, teoricamente, desideroso di aiutare, all'atto pratico bisogna avere un sano scetticismo circa le estrinsecazioni di questo suo desiderio. La Francia sta subendo un processo mentale di smontamento che assume un ritmo accelerato: questo processo di smontamento ha la sua influenza benefica in tante cose dirette itala-francesi, come l'Unione doganale: ma rende i francesi assai esitanti a prendere delle iniziative a portata internazionale. Più che cercare dei successi i francesi cercano di evitare di avere degli insuccessi2.

347 I Vedi D. 323. 2 Per la risposta vedi D. 391.

348

IL MINISTRO A BUDAPEST, BENZONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 742/147. Budapest, 27 febbraio 1948 (per. il 3 marzo).

Si trasmette, qui unito, per opportuna conoscenza e documentazione:

l. Il testo del patto di amicizia, collaborazione e mutua assistenza ungaro-sovietico firmato a Mosca il 18 febbraio u.s.l;

2. La cronaca della visita a Mosca del presidente Tildy e della delegazione governativa ungherese compilata sulla base dei resoconti pubblicati dalla stampa ungherese.

Nella cronaca stessa sono stati riportati i passi più salienti dei discorsi ufficiali pronunciati a Mosca e delle dichiarazioni fatte dai principali membri della delegazione governativa ungherese dopo il loro ritorno a Budapest.

Da parte ungherese è stato più volte posto in rilievo il debito di gratitudine che l'Ungheria ha verso l'Unione Sovietica per la sua liberazione dal «secolare giogo germanico», per la comprensione dimostratale e per l'assistenza ricevuta per il superamento delle difficoltà economiche, nonché il fermo proposito di collaborare con la stessa in avvenire nella maniera più amichevole.

A proposito del patto di alleanza concluso a Mosca i delegati ungheresi hanno osservato che esso, mentre garantisce la libertà e la indipendenza del popolo ungherese, rappresenta un esempio di pacifica e fraterna collaborazione tra i popoli amanti della libertà e un mezzo di difesa contro le forze imperialiste, e serve di conseguenza la causa della pace e dell'umano progresso.

Il carattere difensivo del patto è stato particolarmente accentuato dal presidente del Consiglio Dinnyés, il quale ha dichiarato che esso, insieme ai patti conclusi con altri paesi vicini (Jugoslavia e Rumania), proteggerà l'Ungheria contro il pericolo di divenire ancora una volta vittima o complice di interessi imperialistici stranieri. A questo riguardo Dinnyés ha precisato che non molto tempo fa sussisteva ancora il pericolo che circoli imperialistici stranieri, con l'aiuto delle forze reazionarie interne, trasformassero l 'Ungheria in un trampolino contro l 'Unione Sovietica e le altre democrazie popolari.

È stato poi sottolineato che per la prima volta nella storia l'Ungheria, seguendo la strada indicata da Petofi e da Kossuth, ha avuto la possibilità di associarsi ad una grande potenza, che l'assisterà nella salvaguardia della sua pace ed indipendenza «per considerazioni altruistiche e senza secondi fini», e potrà altresì uscire con ciò dallo stato di isolamento politico in cui si trovava precedentemente.

Il ministro degli esteri Molnàr ha dichiarato ad una conferenza stampa che il patto non contiene clausole segrete ed ha richiamato l'attenzione sul fatto che il Governo ungherese ha trattato con quello sovietico su un piano di assoluta parità.

I delegati ungheresi hanno anche rilevato che la firma del patto di alleanza

con l 'Unione Sovietica è stata possibile grazie al rinnovamento democratico verificatosi in Ungheria dopo la guerra e che il Governo e il popolo ungherese faranno di tutto per dimostrarsi degni della fiducia loro «anticipata» dal Governo e dal popolo sovietico. In particolare Rakosi ha detto che il patto è da considerarsi il risultato della lotta coerente condotta dalla democrazia contro le forze reazionarie e che nel corso delle trattative di Mosca i delegati ungheresi hanno potuto constatare che lo sviluppo della democrazia ungherese viene commisurato in base alle realizzazioni e allo sviluppo del partito comunista ungherese.

Infine in occasione delle dichiarazioni che il presidente Tildy e i membri della delegazione ungherese hanno fatto dopo il loro ritorno a Budapest, è stato annunziato il prossimo avverarsi di un risultato tangibile delle conversazioni di Mosca, che sta particolarmente a cuore a questa popolazione, ossia la soluzione definitiva della questione dei prigionieri di guerra, i quali, a partire dal l o aprile e prima del termine della stagione autunnale, rimpatrieranno nella loro totalità (si tratterebbe di circa l 00 mila persone). Inoltre le dichiarazioni del presidente del partito dei piccoli proprietari farebbero ritenere che la conclusione del patto di Mosca possa ripercuotersi favorevolmente sulla situazione delle minoranze ungheresi in Cecoslovacchia.

Mentre la stampa locale ha pubblicato testualmente i discorsi pronunciati a Mosca nelle varie occasioni, da Tildy e da Dinnyés, il solo discorso tenuto in forma ufficiale da uomini di Stato sovietici risulterebbe quello pronunciato da Molotov dopo la firma del patto.

Molotov ha sottolineato che il patto ungaro-sovietico dovrà servire all'avvicinamento duraturo tra i due popoli sulla base del reciproco rispetto della loro indipendenza e sovranità nazionale e costituirà nello stesso tempo un nuovo, importante strumento del consolidamento della pace e della sicurezza in Europa. Molotov ha inoltre rilevato che il patto è stato concluso per difendersi contro il ripetersi di un'aggressione da parte della Germania o di qualsiasi altro Stato che si associasse ad essa in una politica aggressiva ed ha sottolineato che è in armonia con gli obiettivi e i principi dell'O.N.U.

Il ministro degli esteri sovietico ha poi fatto rilevare che dopo la conclusione del patto di amicizia e mutua assistenza con l'Ungheria l'Unione Sovietica viene ad avere dei patti del genere con tutti gli Stati lungo i suoi confini occidentali dal Baltico fino al Mar Nero ed ha riconfermato che la politica estera di Stalin è diretta al rafforzamento dell'amicizia con tutti i paesi vicini e in genere al consolidamento deÌla pace.

Sui commenti della stampa ungherese relativi alla conclusione del patto ungaro-sovletico si è già riferito con il rapporto n. 6321126 del 17 febbraio t.

348 l Non pubblicato.

349

IL MINISTRO A STOCCOLMA, MIGONE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2700118. Stoccolma, 28 febbraio 1948, ore 17,45 (per. ore 8,30 del 29).

A parte comunicato ufficiale diramato dalla stampa ho trovato in questi ambienti molta riservatezza circa incontro di Osio. Viceversa da autorevole fonte norvegese e nord-americana mi risulta che, già prima della riunione, ministri degli affari esteri scandinavi si erano accordati per completa adesione al piano Marshall. Da parte della Norvegia si sarebbe anzi svolta opera di persuasione sugli svedesi per evitare irrigidimento che, sia pure con riserve mentali, primo discorso credo poteva aver fatto supporre.

È stato intenzionalmente evitato qualsiasi cenno che potesse compromettere Finlandia dacché situazione risulta colà da qualche tempo notevolmente appesantita. Pertanto notizia pubblicata oggi dalla stampa circa accordi militari russo-finlandesi, pur non sorprendendo, impressiona e preoccupa; ed attenzione già concentrata sugli avvenimenti Cecoslovacchia torna ora a concentrarsi su Helsinki.

350

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 2705-2706/198-199. Parigi, 28 febbraio 1948, ore 20,20 (per. ore ll,30 del 29). Mio 196'.

Chauvel mi ha precisato che per fissare data incontro Torino Bidault ha bisogno conoscere data esatta riunione con ministri Benelux per cui sono attualmente in corso conversazioni. Originariamente aveva pensato a data verso 15 marzo ma ora data stessa sembra prenotata per riunione Conferenza Sedici.

Governo francese ha comunque preso nota suo desiderio espresso attraverso codesto ambasciatore di Francia che incontro abbia luogo a qualche distanza da data elezioni per permettere a Governo italiano fame uso piano interno. Suppone che in pratica esso potrà avere luogo o subito prima o subito dopo Conferenza Sedici.

Chauvel mi ha detto che Governo francese, che è convinto essere nel suo interesse aiutare in quanto è possibile Governo italiano in vista prossime elezioni, ha dato istruzioni suo ambasciatore Washington sondare disposizioni possibilità America in merito questione coloniale. Lo ha fatto a Washington e non a Londra ritenendo che a Washington si sia più sensibili che non a Londra problema elettorale italiano. Esso ritiene inoltre che elemento decisivo questione si sia definitivamente spostato da Londra a Washington: agendo direttamente a Londra non si sarebbe ottenuto nulla e sarebbe stato comunque necessario poi convincere Washington: se invece si riesce a persuadere Washington Londra sarà obbligata segmre.

A titolo personale mi ha raccomandato cercare lo stesso anche noi.

350 t Del 27 febbraio, con il quale Quaroni comunicava che il viaggio di Bidault a Torino era stato approvato dal presidente del Consiglio.

351

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO A PRAGA, TACOLI

T. 2454/28. Roma, 28 febbraio 1948, ore 22.

Telegramma di codesta legazione n. 48'.

Passi eventuali nel senso prospettato da lei appaiono inverosimili. Ad ogni modo ella riferirà. Per quanto concerne l'atteggiamento della stampa, voglia fare eventualmente osservare che la stampa italiana è libera come lo è in ogni paese effettivamente democratico2.

352

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2708/201. Parigi, 28 febbraio 1948, ore 22,40 (per. ore 7,30 del 29).

Suo 2338'.

Ho parlato in proposito con Chauvel. Egli mi ha ripetuto che a quanto si può attualmente giudicare non è da ritenere che Conferenza Londra vada più in là di esame questioni generali di struttura: fra l'altro dovrà anche essere studiato come dovrà essere praticamente organizzata partecipazione Germania a cooperazione europea piano Marshall. Ritiene quindi in linea di principio che nostre preoccupazioni potrebbero riferirsi soltanto ad eventuali conferenze che dovranno far seguito ad attuale e che comunque avranno luogo dopo prossima riunione Sedici in cui avremo ogni possibilità far valere nostri punti di vista.

Quanto a rappresentanza, in certo senso, nostri interessi da parte delegato francese mi ha detto che avrebbe dovuto riferime a Bidault e mi avrebbe dato risposta: riteneva in pratica che ciò sarebbe diventato attuale solo per conferenze ulteriori.

A mia impressione, e non solo da oggi, francesi non hanno in realtà che poco entusiasmo farsi patrocinatori nostra entrata in questioni tedesche. Essi hanno sostenuto ingresso Benelux (che a quanto egli mi ha detto è stato ammesso in piena parità per tutte le questioni eccetto quelle che si riferiscono direttamente a problemi occupazione) perché a torto od a ragione ritenevano avere in loro degli alleati contro tesi americane: essi ritengono invece che appunto in vista nostri interessi economici noi siamo piuttosto favorevoli tesi americana dimenticare in

2 Per la replica di Tacoli vedi D. 358. 352 l Vedi D. 334.

gran parte passato e considerare Germania né più né meno che come importante membro Europa occidentale: che non siamo eccessivamente sensibili note tesi disarmo, sicurezza, federalismo ecc. e che quindi nostra accessione non costituisce elemento favorevole posizioni francesi2.

351 l Vedi D. 342.

353

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 461/93. Mosca, 28 febbraio 1948 (per. i/12 marzo).

L'evolversi della situazione internazionale nel senso di una sempre più rigida cristallizzazione e demarcazione, specialmente in Europa, delle due sfere d'influenza, non poteva mancare di ravvivare la pur sempre profonda attenzione dispensata dall'Unione Sovietica a quell'angolo della «sua zona», il quale, per varie ragioni, decisamente non soddisfa la sempre più intransigente ed impaziente politica moscovita. Mi riferisco alla Finlandia.

L'ultimo scorcio del 1947 ed i primi mesi del 1948 sono stati, com'è noto, prevalentemente dedicati dal Kremlino alla «messa a punto» della fascia protettrice occidentale e meridionale delle frontiere sovietiche, mediante il complesso, ma armonico, sistema di accordi tra l'U.R.S.S. ed i suoi satelliti balcano-danubiani, e di questi tra loro.

Ora, anche in vista delle non lontane elezioni finlandesi, evidentemente occorre «ritoccare» il lato nord della fascia di sicurezza, che sino a questo momento, non appare così malleabile come quella occidentale e meridionale.

La nascita del «Benelux», la tentazione degli Stati scandinavi di ripetere tra loro tale esperimento politico-doganale, la fase di tormentata incubazione nella quale è entrata «i 'Unione deli'Europa occidentale» dopo il discorso di Bevin e per realizzare la quale inglesi, americani e francesi certo non si risparmiano, il continuo discorrere che .,i fa della «guerra artica» ecc., non consentono evidentemente all'Unione Sovietica di tollerare più a lungo quella sia pur lieve incertezza che caratterizza la situazione politica della sua vicina del nord.

Nella piccola Finlandia esiste, come è noto, una direzione di governo decisamente a sinistra che cerca di rimorchiare il resto del governo, un Parlamento ed una opinione pubblica decisamente più a destra.

L'eternarsi del processo contro i depositari di armi, il risultato delle recenti elezioni municipali, gli attacchi delle destre alla politica governativa, la recente decisione del Sejm a favore dell'entrata della Finlandia nella Banca internazionale per la ricostruzione e nel Fondo internazionale monetario, il continuo opporsi del Parlamento finlandese alla realizzazione delle radicali riforme comuniste (nazionalizzazione delle industrie e delle banche, riforma agraria, statizzazione del

commercio estero ecc.), «l 'ingratitudine» dimostrata dalla Finlandia dopo l' accordo economico del dicembre 1947 tra U.R.S.S. e Finlandia che prevede, fra l'altro, una notevole fornitura di grano sovietico, e l'aria di ostilità contro l'U.R.S.S. che è incontestabilmente diffusa in Finlandia, sono ragioni più che sufficienti per irritare questo Governo ed indurlo a tagliar corto con la acrobatica politica di «equidistanza dei due blocchi», che diventa sempre più difficile in Europa, specie per un paese confinante con l 'U.R.S.S. e, per di più, situato a breve distanza da Leningrado.

Com'è noto, la ragione di questa relativa indulgenza dell'U.R.S.S. verso la Finlandia veniva universalmente ricercata nell'interesse che aveva Mosca a che la Finlandia continuasse ad avere legami economici con «l'Occidente», inclusa l'America, e potere così più facilmente pagare le sue riparazioni alle quali questo paese attribuisce grande importanza. Ora che tale pagamento è a buon punto, pare che le considerazioni politiche, di carattere generale, determinatesi, come dicevo, dall'evolversi della situazione internazionale, debbano prendere il sopravvento su quelle economiche e contingenti.

È prevedibile pertanto, ed a breve scadenza, un alquanto brusco giro di vite, di cui le prime avvisaglie già si possono notare.

Il richiamo del ministro sovietico a Helsinki, Abramov, e la sua sostituzione con il generale Savonenkov, già vice capo della Commissione alleata di controllo in Finlandia, persona rude e sbrigativa, costituisce già per sé un segno premonitore. Il ministro dell'interno finlandese Leino, sua moglie ed il segretario del partito comunista finlandese, Pessis, ed altri influenti comunisti finlandesi, hanno fatto in questi ultimi tempi frequenti viaggi a Mosca.

Si mettono in risalto, in un recente articolo della Pravda, i notevoli successi ottenuti dal governo Pekkala nel campo economico, nonostante il crescente ostruzionismo delle destre e dei monopolisti: ma, si afferma, il livello di vita degli operai, nonostante la migliorata situazione economica, è di molto inferiore a quello prebellico; e ciò è dovuto alla mancata realizzazione delle riforme sociali economiche, sempre promesse dal governo e poi sempre «bocciate» dal Parlamento.

Si commenta amaramente l'atteggiamento del partito socialdemocratico che, invece di formare un blocco con i «partiti del popolo» si allea clandestinamente, specie in periodo elettorale, con i partiti della reazione; si deplora la reazione verificatasi, fra i circoli capitalistici e anti-progressisti, in seguito al rifiuto della Finlandia di aderire al piano Marshall: si parla di messaggi segreti inviati dal Dipartimento di Stato al Congresso, proponenti aiuti alla Finlandia nonostante il rifiuto di questa di «sottomettersi alla politica del dollaro»: si biasima la facilità con la quale banchieri, uomini d'affari e mestatori nord americani riescono ad entrare in Finlandia ed a svolgervi la loro attività reazionaria, ecc.

Abbiamo, come si vede, l'abituale sviluppo di argomenti che precede, di solito, una più rigida presa di posizione dell'Unione Sovietica in una determinata questione e verso un determinato Paese.

Quale possa essere la linea d'azione che Mosca adotterà per «allineare» i recalcitranti finlandesi è difficile prevedere con esattezza.

Pure l'esperienza ricavata dal costante ripetersi del sistema dei «fronti popolari», delle successive scoperte dei complotti antidemocratici organizzati dagli altri partiti, delle manifestazioni popolari fortemente organizzate e della finale riunione del potere in mani comuniste, può forse aiutarci a prevedere quello che potrà essere lo sviluppo della azione politica sovietica in Finlandia nei prossimi mesi.

Indicare più esattamente il modo e il tempo di tali sviluppi non è possibile. Non si deve disconoscere, d'altro lato, che il carattere del popolo finnico, assai più rigido e meno disposto al compromesso di altri dell'Europa centrale, renderà forse meno agevole e meno rapido il suo allineamento. Ciò non toglie che questo è prevedibile, secondo qui è dato vedere, in un futuro relativamente prossimo, tanto più dopo i recenti avvenimenti cecoslovacchi.

P.S. Al momento di chiudere il presente rapporto giunge notizia della lettera di Stalin a Paasikivi, con la quale si propone alla Finlandia la conclusione di uno dei tipici trattati di amicizia collaborazione e mutua assistenza, che l'U.R.S.S. ha recentemente concluso con i suoi vicini'·

L'azione sovietica comincia pertanto a manifestarsi per linee esterne, proponendo un patto che la Finlandia non potrà logicamente rifiutare. Dalle prime notizie pare che i partiti finlandesi abbiano del resto già manifestato il loro consenso al progetto e che le trattative si inizieranno ben presto.

Una volta legata la Finlandia anche formalmente alla politica sovietica, resta a vedere se e quale libertà le verrà lasciata all'interno. Il precedente cecoslovacco e la personalità del generale Savonenkov, farebbero prevedere prossimi sviluppi anche nella vita politica interna della Finlandia.

352 2 Per la risposta vedi D. 376.

354

IL MINISTRO A VIENNA, COSMELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 2153/232. Vienna, 28 febbraio 1948 (per. il 3 marzo).

Prima di raggiungere questa sede, gli uffici competenti di codesto Ministero nel prospettarmi la situazione dei rapporti commerciali itala-austriaci mi indicavano come direttiva di massima che, pur desiderandosi da parte italiana un allargamento e approfondimento delle relazioni economiche tra i due paesi, finché durava la situazione attuale di incertezza sotto il regime di occupazione militare e senza un trattato di pace, da parte italiana si riteneva che non fosse opportuno procedere alla conclusione di un nuovo vero e proprio accordo commerciale.

Fino dai primi contatti avuti qui con personalità responsabili del Governo austriaco, queste, e cito ad esempio il cancelliere federale, il ministro degli esteri, il ministro del commercio e, sia pure in forma più generica, Io stesso presidente della Confederazione sig. Renner, hanno portato direttamente il discorso sui nostri rapporti commerciali esprimendo il desiderio di allargarli e approfondirli e che

353 I Vedi DD. 520, 534 e 539.

quasi a coronamento dei rasserenati rapporti politici tra i due paesi fosse desiderabile procedere prossimamente a delle conversazioni ufficiali in proposito. Eguale discorso mi venne fatto dagli organi tecnici competenti del Ministero degli esteri.

A tutti ho risposto che, pur essendosi a Roma animati dal medesimo interesse e dalle medesime intenzioni circa le relazioni commerciali tra l'Austria e l 'Italia, appariva più desiderabile e più conveniente, finché durava la presente situazione austriaca, non abbordare una revisione generale dei rapporti commerciali tra i due paesi, data anche la così grave e quasi insormontabile difficoltà offerta dal rapporto di cambio tra scellino e lira. Convenendo in linea generica con tale nostro punto di vista, mi venne tuttavia fatto presente il desiderio che conversazioni avessero egualmente luogo per aggiornare in un certo senso almeno l'accordo attualmente vigente. Il ministro del commercio sig. Heinl mi precisò addirittura la data in cui sarebbe stato desiderabile per lui stesso e per l'amministrazione austriaca di iniziare queste conversazioni: mi disse ai primi di aprile. Ebbi anzi la sensazione che lo stesso ministro fosse desideroso di venire personalmente a Roma. Ora il ministro Heinl, come è stato separatamente riferito, ha lasciato il suo posto ed è stato sostituito. Conto nella settimana ventura di vedere il nuovo ministro del commercio dr. Kolb e sonderò in proposito il suo atteggiamento e le sue intenzioni.

Nel frattempo questo addetto commerciale dr. Egidi, al quale del resto erano già da tempo note le intenzioni dell'amministrazione austriaca e col quale ho lungamente discusso i vari aspetti e i vari problemi dell'interscambio italo-austriaco, quale si presenta attualmente, ha predisposto, d'intesa con me, l'accluso dettagliato rapporto sulle relazioni economiche itala-austriache e la revisione dell'accordo commerciale attualmente in vigore. Allego ad ogni buon fine copia di tale relazione! che costituisce, in forma riassuntiva, un'utile e indispensabile messa a punto della situazione, con la presentazione e l'analisi dei vari aspetti del problema.

Salvo l'accertamento delle intenzioni del nuovo ministro del commercio, come sopra ho accennato, dopo riflessione ed esame sul posto di questo problema, esprimo il parere che, pur essendo prematuro e non conveniente, anzi forse impossibile, procedere a trattative per un nuovo vero e proprio accordo commerciale, sia invece conveniente aggiornare quello attualmente esistente, dato che l'economia austriaca si va innegabilmente riprendendo, che l'interscambio italo-austriaco per i primi 10 mesi del '47 è salito a oltre 7 miliardi di lire, che l'Austria bene o male ci fornisce merci di alto valore economico come metalli e legno, e che non si vede perché non si debbano eliminare in quanto è possibile gli inconvenienti a cui ha dato luogo l'accordo in vigore e non si debba fare tutto il possibile per migliorare questo e integrarlo, appunto per renderlo strumento sempre più efficiente e adatto a facilitare gli scambi.

A ciò si aggiunge che il subordinare nuove trattative alla conclusione del trattato di pace con l'Austria e alla cessazione che si dovrebbe presumere conseguente del regime di occupazione, ipotesi che nel mese di dicembre sembravano

354 t Non pubblicata.

ancora realizzabili, ma che oggi lo sono divenute sempre meno, significherebbe prolungare indefinitamente gli inconvenienti che oggi si sono andati verificando nell'interscambio itala-austriaco e che sono in parte dovuti a vere e proprie deficienze o meglio lacune dell'accordo attualmente in essere; né stupisce d'altra parte che, soprattutto, lacune esistano, ove si consideri che l'accordo vigente risale a quasi due anni addietro, rispecchiava la situazione di allora e che questa situazione per fatale evolversi di eventi è oggi profondamente mutata.

L'addetto commerciale dr. Egidi prospetta nel suo rapporto quali potrebbero essere alcune delle integrazioni da apportare all'accordo attuale. Naturalmente il programma si può eventualmente anche allargare, soprattutto se si considera la necessità assai sentita di un qualche, sia pure parziale, accordo per il cosiddetto trasferimento finanziario, per il quale d'altra parte ho pure la netta impressione di una difficoltà insormontabile, data la politica monetaria seguita ora dalla Banca nazionale d'Austria e che, tutte le informazioni mi confermano, non dovrebbe seguire, almeno ancora e per un tempo indeterminato, una direttiva fondamentalmente diversa.

Su questo punto dell'accordo finanziario, sia pure nella forma limitata e ridotta, a cui si accenna nel rapporto del dr. Egidi, ho pregato il medesimo di approfondire ancora il problema e mi riservo io stesso di sentire il parere di persone tecniche competenti.

Come V.E. rileverà vi sono molti punti del quadro, che devono essere ancora ulteriormente precisati. Tuttavia sarò grato se codesto Ministero vorrà mettere allo studio, anche sulla base della relazione Egidi, questo problema e, dopo aver inteso le altre amministrazioni competenti, vorrà, in via sia pure indicativa e preliminare, darmi una direttiva di massima e se la formula da me sopra accennata del semplice «aggiornamento» dell'accordo vigente appaia costì accettabile.

Da parte mia mi riservo in particolare di tornare su quei punti che, come ho sopra accennato, debbono essere meglio aggiornati o approfonditi: più specificatamente, le intenzioni del nuovo ministro del commercio nonché le possibilità tecniche di un accordo, sia pure parziale, di pagamenti finanziari.

355

IL MINISTRO A CARACAS, SECCO SUARDO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2761121. Caracas, 29 febbraio 1948, ore 10,30 (per. ore 20 del 1° marzo).

Suo telegramma 2016/c.I.

Interpellato nuovo cancelliere dichiaratosi personalmente favorevole nostra tesi e impegnato portare questioni Consiglio dei ministri 26 corrente .che rinviò decisione dopo informazioni da richiedere delegato Venezuela Nazioni Unite.

355 I Vedi D. 284.

Mentre insisto indirettamente ottenere desiderata dichiarazione segnalo opportunità agire su delegati Nazioni Unite cui rapporto eventualmente favorevole potrebbe essere decisivo.

356

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2730/138. Londra, 29 febbraio 1948, ore 12,55 (per. ore 17).

Bevin con cui ho avuto lungo colloquio mi è sembrato realizzare appieno riflessi anche nei confronti italiani della situazione in Cecoslovacchia. Senza giungere ad alcuna precisazione mi ha lasciato intendere che sta esaminando con senso di maggior urgenza che non sino ad ora nostri problemi, in consultazione anche con Stati Uniti e Francia.

Anche partito conservatore, in un discorso pronunciato ieri da Eden a Leanington, ha manifestato necessità urgente incoraggiamento all'Italia, senza la quale Unione Occidentale non potrebbe essere completa.

357

L'AMBASCIATORE A NANCHINO, FENOALTEA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 200/71. Nanchino, 29 febbraio 1948 (per. il 16 marzo).

Segnalavo nei miei precedenti rapporti! il progressivo deterioramento della situazione -militare economica e psicologica -della Cina nazionalista. Il peggioramento si è accentuato nelle ultime settimane; che per Nanchino sono state le più nere dalla ripresa della guerra civile. Vari fattori han concorso a determinarlo. Le vicende delle operazioni in Manciuria, e in particolare la caduta di Anshang (a sud est di Mukden) fanno apparire la posizione di Mukden come intenibile; d'altra parte le guarnigioni governative di Changchung e Kiering sono completamente isolate, e l'estremo sforzo che il governo va facendo per tenere quell'l% che gli resta della Manciuria è giudicato dagli osservatori stranieri con aperto scetticismo. Quanto alla Cina centrale il governo sembra riuscito a ricacciare verso il nord una parte delle truppe comuniste, non però ad annientarle: così che ora la pressione di esse si fa sentire sullo Shantung.

Ad accentuare drammaticamente il peggioramento della situazione vennero poi voci e notizie di stampa secondo le quali tutti i cittadini britannici avrebbero avuto istruzioni di evacuare dalla Cina al nord dello Yang Tse e ad est della linea Sian-Hankow. L'ambasciata britannica rettificava precisando che essa si era limitata a «consentire» ai consoli della Cina del nord di suggerire ai cittadini britannici «la cui presenza non fosse essenziale» «nelle zone minacciate da scarsità alimentari», di «consider withdrawal while communications permit». Ma malgrado la rettifica l'impressione di allarme è restata. Né valsero a mitigarla alcune dichiarazioni fatte alla stampa dall'ambasciatore americano Stuart: il quale smentendo la voce secondo cui gli americani si accingerebbero ad evacuare Tsingtao e dichiarando che, se la situazione è grave (serious), non è però il caso neppur di pensare ad evacuazioni specie per quanto riguarda le grandi città, aggiungeva però che gli americani hanno i loro piani di evacuazione pronti e li tengono aggiornati.

Ma ciò che ha fatto qui il più grave e deprimente effetto sono state le dichiarazioni che a Washington hanno accompagnato la presentazione del bill presidenziale per gli aiuti alla Cina (del quale ad ogni buon fine allego il testo )2. È accaduto così che nel momento stesso in cui gli americani si decidevano a concedere alla Cina gli aiuti lungamente attesi, nella misura di 570 milioni di dollari (di cui 51 O per importazioni essenziali e 60 per finanziare progetti di ricostruzione), il modo con cui la decisione veniva presentata ha totalmente neutralizzato quelli che potevano esserne gli effetti politici e psicologici. L'euforia che il preannuncio della decisione americana aveva qui destato era già stata dissipata dalla dichiarazione ufficiosa di Washington che l'aiuto sarebbe stato solo economico e non militare. In realtà il prestito anche se non direttamente destinato a scopi militari consentirà alla Cina di destinare le sue risorse di valuta estera, che avrebbe dovuto impiegare per importazioni essenziali, all'acquisto di armi e munizioni (e, ritienesi, aerei) a prezzi di surplus: ma il chiarimento americano ha dissipato qui l'illusione che Washington volesse mettere gli aiuti alla Cina sullo stesso piano degli aiuti alla Turchia e alla Grecia. Veniva anche qui avvertito il tono estremamente freddo e non impegnativo del messaggio presidenziale al Congresso (che anche allego )2, assai diverso da quello che accompagnò la proposta di aiuti ali 'Europa. Infine, le dichiarazioni di Marshall (di cui anche allego il testo quale risulta qui da una corrispondenza stampa)2, rese più autorevoli dalla sua personale esperienza sulla questione cinese, nelle quali egli da un lato confermava la gravità della situazione di Nanchino, dall'altro -per giustificare il Dipartimento di Stato dalle accuse di scarso vigore nella sua politica in Cina -pubblicamente flagellava quel governo che gli americani si accingono ad aiutare accusandolo di impopolarità, corruzione ed inefficienza, e nel corso delle quali ripeteva che «there is no evidence of support for the communist forces from outside of China», mostrava una volta di più la riluttanza dell'amministrazione americana ad impegnarsi a fondo nei confronti di Nanchino. Si ebbe qui insomma l'impressione che la decisione sugli aiuti alla Cina era stata presa a malincuore per far tacere gli oppositori repubblicani -e, si può aggiungere da qualche sintomo già da me segnalato (vedi telespresso

n. 162/56 del 18 febbraio u.s.)3, per comprare l'acquiescenza di Nanchino ai progetti americani relativi al Giappone -ma con la palese anticipata ammissione della loro inefficacia.

Il disorientamento creato qui da quanto si scriveva e diceva a Washington veniva poi aggravato da un messaggio che questo ambasciatore degli Stati Uniti profittando della sua speciale posizione di uomo che è nato in Cina e vi ha speso la sua vita come missionario ed educatore e ha estesi contatti con ambienti intellettuali di ogni colore politico -rivolgeva, rompendo ogni tradizione diplomatica, direttamente al popolo cinese: non accennando al governo se non per dire che ne devono essere eliminati gli elementi corrotti che ne fanno parte. Nel suo messaggio (ne allego il testo per comodità di lettura)2 Stuart afferma il desiderio americano di vedere stabilito in Cina «a genuinely modernized and democratic government»; ripete che gli americani vogliono aiutare in Cina il «common people» e che quello che al «common people» occorre è pace e attività produttive <mnder a government that cares for their welfare»; che si tratta di proteggere il «common people» egualmente «from the extreme reactionary or selfish elements and from the extreme radicals with their brutally destructive revolutionary tactics»: espressioni nelle quali ognuno vide identificati rispettivamente i gruppi del Kuomintang al potere ed i comunisti. Solo pochi giorni prima il capo dell'Ufficio informazioni del governo aveva deplorato l'uso e l'abuso della parola «reazionari» da parte degli stranieri che si occupano di politica cinese. L'irritazione di questi ambienti governativi per il messaggio dell'inviato americano fu profonda. Mi risulta che furono date istruzioni all'ambasciatore di Cina a Washington per accertare se il messaggio costituiva un'iniziativa personale di Stuart o era stato fatto su istruzioni (e la risposta sarebbe stata essersi trattato bensì di iniziativa personale ma che riscuoteva l'approvazione del Dipartimento di Stato). Stuart cercava poi di attenuare le sfavorevoli impressioni destate dal suo messaggio dichiarando che esso «non era rivolto contro il governo» ma era inteso «ad aiutare il governo nella sua opera di riforma». Ciononostante un comunicato dell'ufficio informazioni del governo di Nanchino deplorava che l'ambasciatore degli Stati Uniti avesse «permitted himself» di esagerare le critiche che negli ambienti intellettuali si rivolgono al governo e dato così «la falsa impressione» che gli intellettuali cinesi siano contro il loro governo.

Per giustificare e spiegare il suo messaggio l'ambasciatore Stuart concedeva poi (il 21) un'intervista nel corso della quale avrebbe detto ritenere che la migliore soluzione per il problema cinese sia una ripresa di negoziati fra il governo e i comunisti. All'indomani delle dichiarazioni di Marshall sulla gravità della situazione di Nanchino e in un momento in cui le operazioni militari in Manciuria volgono nettamente male per i nazionalisti la dichiarazione attribuita a Stuart sembrò essere una aperta e ufficiale conferma che gli americani non hanno più alcuna illusione che Nanchino possa vincere la guerra civile; e poco meno che un invito alla resa rivolto a quel governo che ancora poco tempo fa si proclamava in grado di «liquidare in pochi mesi la ribellione comunista». L'effetto della dichia

357 ~ Non rinvenuto.

razione attribuita a Stuart negli ambienti politici e diplomatici della capitale fu enorme. L'ambasciatore doveva ancora una volta rettificare, smentendo aver fatto la dichiarazione attribuitagli, e aver solo inteso esprimere la speranza che il popolo cinese sappia unirsi per mettere fine alla guerra civile: aggiungendo che egli riponeva le più alte speranze nel governo per i cui capi aveva alta ammirazione. Ma due giorni dopo in una lettera al giornalista che lo aveva intervistato l'ambasciatore Stuart doveva dare atto che la frase attribuitagli, sull'opportunità di una ripresa delle conversazioni fra governo e comunisti, era stata effettivamente da lui pronunziata: anche se ad essa era poi stata data una interpretazione ed un rilievo che non erano nelle sue intenzioni.

Il pessimismo mostrato a Washington nel momento stesso in cui si proponevano gli aiuti alla Cina, le molteplici dichiarazioni dell'ambasciatore Stuart creavano qui per alcuni giorni l'impressione di un imminente collasso. Le voci più varie circolavano: che Chang Kai-Shek, che da vari giorni si era appartato nella sua residenza di montagna a Kuling, avesse ufficialmente chiesto ai comunisti di intavolare conversazioni; e che i comunisti avessero presentato una serie di richieste che andavano dalla maggioranza nel governo al totale controllo delle forze armate. A Shanghai si spargeva la voce che il Generalissimo fosse stato assassinato. Una notizia giornalistica attribuiva a Mosca un'offerta di mediazione nella guerra civile cinese: notizia immediatamente smentita e dall'ambasciata sovietica e dal governo di N anchino; ma che per il solo fatto di aver circolato sta a indicare il peggioramento verificatosi per il governo rispetto all'epoca della mediazione americana. Ad avvalorare le voci di un più attivo e diretto interessamento russo alla Cina interveniva in quei giorni (25) la notizia -confermata, questa -che Mosca aveva deciso di nominare un ambasciatore a Nanchino, in sostituzione dell'ambasciatore Petrov da otto mesi assente dalla Cina, scegliendolo nella persona del generale Roschin, finora addetto militare presso questa ambasciata sovietica.

La crisi psicologica-che in verità era l'effetto delle dichiarazioni americane più che di sensazionali fatti militari cinesi -e la ridda di voci si attenuavano nei giorni successivi. Chang Kai-Shek rientrato nella capitale faceva smentire di avere autorizzato una ripresa di conversazioni con i comunisti, e annunziava la decisione di continuare a difendere ad ogni costo la Manciuria inviandovi nuovi rinforzi. Ma anche vedendo le cose nella loro prospettiva, in un paese dove la vastità degli spazi allunga i tempi delle vicende militari e politiche, l'opinione generale -come dicevo in principio -è che solo un miracolo potrà consentire al governo di Nanchino di conservare i suoi caposaldi in Manciuria; e che la perdita di Mukden renderà critiche le posizioni di Tientsin e di Pechino.

Quanto alle possibilità di un accordo fra le due parti in lotta esse sono giudicate assai remote. Non c'è dubbio che contatti indiretti attraverso emissari più o meno autorizzati si sono sempre mantenuti: ma i comunisti sanno che il protrarsi stesso della guerra civile, indipendentemente dal fatto che essi abbiano avuto in questi ultimi tempi l'iniziativa delle operazioni, giova ad essi; e che essi non hanno interesse a dare a Nanchino la possibilità di restaurare il proprio sistema delle comunicazioni, la propria economia, il proprio esercito, né a far trovare agli americani una Cina pacificata.

Nessuno sa che cosa il nuovo ambasciatore sovietico -se effettivamente verrà -recherà nella sua valigia. Non è certo impossibile che egli porti davvero proposte di «mediazione»: che prospetti a Nanchino la possibilità di comprare la pace nella Cina proprio con la rinuncia alla Manciuria e qualche concessione nel Sinkiang. Una operazione non dissimile fu fatta tre anni fa e fruttò all'Unione Sovietica il definitivo assorbimento della Mongolia Esterna. Ma siamo qui nel campo delle speculazioni. Del resto anche per i russi il protrarsi e perciò stesso l'aggravarsi dell'attuale situazione in Cina è quanto di meglio essi possono desiderare. .

Restano gli americani. Scrivevo molti mesi fa che i dati della situazione cinese rendono la sua soluzione difficilissima, forse impossibile per gli americani. I fiumi di inchiostro che si sono scritti in America a tal riguardo da allora in poi confermano questa estrema difficoltà: non starò a ripeterne le cause. In più, necessità di politica interna -a quanto da qui si può giudicare -hanno costretto il Dipartimento di Stato a mettere in piazza le difficoltà che gli americani incontrano nell'affrontare la questione cinese e soprattutto la scarsa fiducia di poterla risolvere a loro vantaggio. Le critiche di Marshall, i messaggi di Stuart, hanno bensì l'effetto negativo di ulteriormente indebolire il prestigio del governo al potere: ma non quello positivo di suscitare concretamente forze politiche nuove.

Gli americani qui, oltre a parlar male del Kuomintang, non nascondono ormai in private conversazioni di considerare lo stesso Chang Kai-Shek logoro, invecchiato e ostinato (ostinato a non cedere ai consigli dei generali americani in materia di strategia e ai consigli del Dipartimento di Stato in materia di riforme politiche e sociali): ma si rendono conto che la scomparsa di Chang in una situazione ormai così grave sarebbe un salto nel buio e rischierebbe di fare andare in frantumi quello che esiste di organizzazione statale nella Cina nazionalista, facendo risorgere fenomeni di warlordismo che offrirebbero ai comunisti una resistenza ancor minore di quella che essi trovano oggi. Né da parte loro, ripeto, pur criticando il Kuomintang hanno individuato e chiaramente indicato forze politiche nuove cui dare senza riserve il loro appoggio e che siano insieme anticomuniste e sufficientemente popolari, oltre che militarmente efficienti, per alleggerire, agli americani, il loro compito. L'assenza di tali forze (ed è la differenza fra la Cina e l'Europa occidentale) fa sì che la questione cinese sia per gli americani non una questione di dollari e neppure soltanto una questione di rifornimenti militari materiali (anni munizioni ed aeroplani americani dalla guerra in poi -quasi sempre in forma di cessione di surplus -non sono mancati al governo di Nanchino: ma essi non sono valsi ad impedire i progressi militari dei comunisti e spesso, come mi è accaduto di riferire, sono andati anzi ad arricchire il loro bottino) ma una questione di esposizione militare diretta: quale che debba essere poi la forma di tale esposizione, o l'invio delle loro truppe in Cina o l'assunzione diretta e visibile del comando delle truppe governative cinesi da parte di ufficiali americani o l'indicazione di zone di interesse militare per gli americani in territorio cinese con l'aperta affermazione di volerei rimanere. Non so se a Washington si contemplino seriamente queste ipotesi: che fra l'altro implicherebbero una profonda e radicale revisione del tradizionale atteggiamento americano rispetto ai problemi del mondo asiatico, e obbligherebbero gli americani a fronteggiare non soltanto il comunismo ma il nazionalismo asiatico. Ed è perché una decisione americana in tal senso spinta fino alle necessarie conseguenze di una politica consapevolmente colonialistica (che implica poi fra l'altro il tenere i propri soldati permanentemente in territori lontani, l'infischiarsi di essere popolari nei paesi in cui si vuole rimanere, la rinuncia a pretendere di moralizzare le forze politiche locali che possono essere utili) mi sembra -a giudicare da qui -assai remota; ed è perché d'altra parte la soluzione alternativa che Marshall e Stuart vorrebbero -l'emergere in Cina di forze politiche di centro -mi sembra assai improbabile data la polarizzazione agli estremi sempre più chiaramente assunta qui dalla lotta politica, che sono portato a ritenere che la situazione cinese -malgrado gli aiuti già decisi e gli altri che possano esserlo -continuerà ad evolversi in senso contrario agli interessi degli americani; e che tutto quello che essi possono e potranno fare in questo paese sarà un'azione ritardatrice in condizioni di esposizione politica e di costo finanziario crescenti.

357 l Non pubblicati.

357 2 Non si pubblica.

358

IL MINISTRO A PRAGA, TACOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2773/51. Praga, 1° marzo 1948, ore 11 (per. ore 7,30 del 2).

Il presente telegramma è rimborsato dal sottoscritto, e riscontra quello ministeriale n. 28'.

La verosimiglianza dell'ipotesi che ho prospettata col mio telegramma n. 482 si fondava sui seguenti argomenti: con l'evitare, come prima, giuramento dei ministri era possibile che il presidente per non riceverlo dimissionasse, così poteva ritenersi credibile che egli dimissionasse dopo aver accettato il giuramento per evitare il «caos generale». Quest'ultima eventualità, secondo anche quanto ritengono i più autorevoli colleghi e le allusioni dello stesso Masaryk, è sempre possibile e potrebbe dipendere dalla libertà di azione limitata che è ora consentita al presidente.

Dato il tono delle dichiarazioni fatte da Benes (mi richiamo al mio telegramma n. 48) le dimissioni potevano e potrebbero ancora avvenire in una forma tale da togliere ai procedimenti seguiti ogni apparenza di legalità; la qual cosa riaprirebbe la questione del riconoscimento già affacciata dal portavoce del Foreign Office e potrebbe soprattutto provocare da parte del Governo cecoslovacco inviti a cerimonie che implichino il riconoscimento.

358 I Vedi D. 351. 2 Vedi D. 342.

È vero che l'ulteriore sviluppo della situazione dopo il 27 febbraio va diminuendo la probabilità dell'ipotesi prospettata, ma specialmente quando ne telegrafavo essa non sembrava da doversi scartare in via assoluta e mi consigliava di premunirmi, per mia norma di condotta, in ogni caso delle istruzioni di V.E.

359

L'AMBASCIATORE A BRUXELLES, DIANA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2767/56. Bruxelles, 1° marzo 1948, ore 20,25 (per. ore 2,45 del 2).

Primo ministro Spaak mi ha confermato che una conferenza a cinque per stipulazione di un patto tra potenze Europa occidentale avrà luogo entro questa settimana e che egli spera patto possa essere firmato prima della fine di questo mese, e probabilmente a Bruxelles. Ha aggiunto che l'accordo politico dovrà essere completato da accordi di carattere economico e finanziario ai quali egli è d'avviso debbano partecipare le altre potenze interessate alla riorganizzazione dell'Europa e fra esse naturalmente l'Italia, senza la partecipazione della quale non è possibile addivenire alla ricostruzione dell'Europa occidentale.

Ministro mi ha chiesto con interesse notizie circa la situazione in Italia osservando che il risultato delle prossime elezioni avrà importanza primordiale non solo per l'Italia ma per l'avvenire di tutta l'Europa occidentale.

360

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2785/162. Washington, 1° marzo 1948, ore 20,33 (per. ore 10,50 del 2).

Seguito telegramma V.E. 2338/c. e mio 1391.

Direttore generale affari politici europei mi ha oggi assicurato che Dipartimento stava eseguendo pressanti passi presso Foreign Office onde indurlo accogliere consultazione del Governo italiano da parte conferenza tripartita Londra su questioni Germania occidentale.

Nel riservarsi informarmi su esito definitivo tale iniziativa americana, che egli si augurava vivamente potesse essere favorevole, mi ha confermato che per contro era stato seccamente respinto passo eseguito qui da rappresentanti polacco, cecoslovacco e jugoslavo in relazione predetta conferenza.

360 I Vedi DD. 334 e 285.

361

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AGLI AMBASCIATORI A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, E A PARIGI, QUARONI

T. 24901115 (Londra) 167 (Parigi). Roma, 1° marzo 1948, ore 22.

Queste ambasciate britannica e francese hanno presentato 28 corrente invito ufficiale riunione Comitato cooperazione indetta per 15 marzo p.v. Parigi.

Aderendo amichevoli sollecitazioni rivoltemi ho deciso partecipare personalmente riunione predetta. Mi accompagnerà on. Campilli, che, in qualità delegato italiano per Cooperazione economica europea, curerà nostra partecipazione lavori originati da riunione stessa. Arriverò Parigi 14 sera.

362

IL MINISTRO A HELSINKI, RONCALLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

]0

TELESPR. 206/99. Helsinki, marzo 1948 (per. il 13).

Ho limitato per ovvie ragioni le mie comunicazioni telegrafiche al minimo indispensabile, riferendomi ai miei rapporti sull'argomento, che qui mi permetto di riassumere, la posizione di questo piccolo paese, stretto fra le sue tendenze storicamente ed ideologicamente rivolte verso occidente e l 'incombente vicinanza dell'U.R.S.S.

Da tale posizione deriva che nella questione di un eventuale accordo coll'U.R.S.S. la Finlandia ha una parte secondaria, in quanto essa non costituisce che una piccola pedina nel quadro generale della politica sovietica. Il giorno in cui l'U.R.S.S. ritenesse opportuno, per qualsiasi ragione, proporre l'accordo stesso, alla Finlandia non rimarrebbe che accettarlo come il male minore.

Ora, secondo l'espressione di un collega, «l'ora della Finlandia è scoccata». Ed è scoccata con anticipo sul previsto, in quanto ancor pochi giorni prima, il Governo nulla sapeva dell'iniziativa sovietica. Questo mi risulta da fonte governativa.

Come ho riferito, il primo a rilevare la necessità di un patto d'amicizia coll'U.R.S.S. è stato il ministro deli'Interno, Leino, comunista, in occasione di un discorso elettorale tenuto ai primi dello scorso dicembre, al suo ritorno da Mosca quale membro della delegazione recatasi colà pel decimo anniversario della rivoluzione russa. Seguì un altro viaggio dello stesso ministro a Mosca con la moglie (la nota Kuusinen) e il segretario del partito comunista, alla fine dello scorso anno.

Ma il primo elemento che ha fatto prevedere una nuova fase delle relazioni finno-sovietiche, è stato la sostituzione del ministro deli'U.R.S.S. Abramov, col

generale Savonenkov, ex vice-presidente della Commissione di controllo, sostituzione che diede luogo qui ad una diffusa corrente di pessimismo. Col suo arrivo si è iniziata la polemica fra la stampa comunista, favorevole ad un patto d'amicizia con l'U.R.S.S., e la stampa delle altre tendenze, favorevole invece ad un avvicinamento sempre maggiore ai paesi scandinavi, e ad una assoluta neutralità.

Dal cambiamento del titolare della rappresentanza diplomatica sovietica, alla lettera di Stalin a Paasikivi, non vi è stato che un fatto, che avrebbe potuto far pensare alla possibilità di qualche mossa da queste parti. E cioè il discorso di Molotov, in occasione del patto ungaro-sovietico, in cui egli ha osservato che l'U.R.S.S. aveva garantito con tale patto le sue frontiere dal Mar Nero al Baltico. Dato che le frontiere dell'U.R.S.S. arrivano all'Artico, mi è stato osservato qui che si sarebbe potuto supporre dalle parole di Molotov, che l'U.R.S.S. intendesse a suo tempo riempire quel vuoto.

Come pure ho osservato in uno dei precedenti rapporti, della eventualità d 'un patto finno-sovietico si era parlato fin dall'epoca dell'armistizio, per una di quelle situazioni che non consentono alternative non fosse altro per il fatto geografico, e che suggeriscono di applicare a Finlandia e U.R.S.S., astrazione fatta dal rapporto di proporzione, l 'espressione a suo tempo applicata a Italia ed Austria-Ungheria: «o alleate o nemiche».

Su questo punto anzi mi risulta che lo stesso presidente Paasikivi riteneva che le frontiere finlandesi dovessero essere difese contro qualsiasi attacco, da qualunque parte venisse. E il ministro degli esteri, Enckell, non era per parte sua in massima contrario ad un patto, ritenendo che soltanto con questo si potesse garantire il totale ritiro delle truppe russe dal paese dopo un eventuale conflitto, mentre senza un accordo, in caso di guerra, le truppe russe sarebbero in ogni modo entrate; volente o nolente, la Finlandia, nel suo territorio, senza alcuna garanzia per il loro ritiro.

All'infuori di questi concetti, genericamente espressi, l'argomento non venne ripreso dali' opinione pubblica se non nel gennaio scorso, con la polemica di stampa da me segnalata.

Ecco perché, la proposta sovietica ha suscitato indubbiamente sgradevole sorpresa e, da principio, panico e disorientamento in seguito calmati. Si sentiva parlare da tempo di un patto finno-sovietico, ma non si credeva alla sua imminenza, tanto più che da parte finlandese si era con ogni cura evitato di dare alla grande vicina motivo o pretesto per un acceleramento dei tempi. Né si riteneva che le insistenze del partito comunista locale, benché il più forte in parlamento, potessero da sole avere dato il via ad una iniziativa sovietica. Ciò tanto più trattandosi di un Parlamento che ha ancora pochi mesi di vita.

Le informazioni raccolte mi consentono di confermare che non sono da prevedersi almeno in un prossimo avvenire serie ripercussioni nel campo interno, non ritenendosi la situazione ancora matura per profonde modificazioni nella struttura del paese. Queste potrebbero piuttosto verificarsi dopo le elezioni politiche, che saranno prevedibilmente guidate da mano competente. Mi riservo in ogni modo di ritornare su questo argomento.

Con rapporto a parte trasmetto i commenti della stampa, in genere moderati ed obiettivi, con logica tendenza pessimistica da parte di quella che fin d'ora aveva sostenuto la necessità di una neutralità assoluta, e naturalmente soddisfatta da parte di quella di estrema sinistra.

L'interesse suscitato all'estero dalla proposta sovietica si dovrebbe giudicare dall'afflusso di giornalisti, specialmente americani ed inglesi qui giunti anche per via aerea, in una misura che ricorda, a quanto mi si dice, quella del 1939.

363

IL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 392/175. Belgrado, 2 marzo 1948 (per. il 12).

A seguito del telegramma ministeriale n. 51 del 23 febbraio u.s. l, ho provveduto a chiedere precisazioni a questo Governo sugli asseriti tentativi di sconfinamento da parte italiana del 22 e 24 gennaio e 2 febbraio sul settore di Lamiano. Allego relativa copia della nota verbaJe2.

Circa il preteso tentato sconfinamento del 22 gennaio è evidente l'intento del Governo jugoslavo di far passare per un tentativo di sconfinamento italiano quello che è stato un tentativo di sconfinamento jugoslavo, quale risulta dal telespresso di codesto Ministero n. 5/3250 in data 29 gennaio u.s.3.

Sulla nota del Governo jugoslavo trasmessa con telespresso di questa legazione n. 329/156 del 21 febbraio u.s.4 mi onoro rilevare, oltre a quanto contenuto in detto telespresso, il tentativo jugoslavo di falsare i precedenti che hanno condotto all'accordo per l'incontro Gloria-Zorkota.

La nota jugoslava dice che il desiderio del Governo italiano di regolare separatamente le questioni di frontiera (sconfinamenti) e quelle «civili» sarebbe stato comunicato da questa legazione soltanto il 25 novembre u.s. e cioè due giorni prima deli'incontro Gloria-Zorkota.

Con questa affermazione si vorrebbe lasciare intendere che fino a quel giorno la questione fosse in dubbio e che il Governo italiano fosse in debito di una risposta.

Invece come risulta dal contesto della nota di questa legazione in data 22 gennaio, inviata in copia a codesto Ministero (vedi mio telespresso n. 132/77 del 24 gennaio )5, le conversazioni intercorse con questo Ministero hanno avuto per oggetto soltanto il «punto» degli sconfinamenti jugoslavi. E poiché il 18 novembre questo Ministero esteri con una insidiosa nota aveva comunicato di nominare i signori Zorkota Petar e Kutin Frane quali delegati nella Commissione per il regolamento dei «litigi di frontiera», Commissione di cui non si era parlato in pre

363 I Non pubblicato, ma vedi D. 482, Allegato.

2 Vedi D. 305, Allegato.

3 Non rinvenuto.

4 Vedi D. 305.

s Vedi D. 171.

cedenza, il 20 novembre in un colloquio col ministro aggiunto Velebit6 mi affrettai a riportare il problema nei giusti termini, restando con lui d'accordo che l'incontro Gloria-Zorkota (a seguito del chiarimento, il signor Velebit rinunciò al signor Kutin) aveva soltanto lo scopo di constatare in loco le lamentate violazioni di confine. Come pure restammo d'accordo che per il regolamento delle altre questioni di cui soltanto in quel colloquio il signor Velebit mi parlò, avrei chiesto istruzioni a codesto Ministero.

La mia lettera del 24 novembre indirizzata al signor Velebit, non contiene che la conferma scritta di quelle intese (e retrospettivamente dimostra la utilità di una tale precisazione). Onde è del tutto evidente la pretestuosità della tesi jugoslava di non aver avuto il tempo sufficiente per dare precise istruzioni al signor Zorkota, prendendo a base la data di ricezione di quella lettera, anziché quella del 20 novembre in cui fu concordato con signor Velebit la data e lo scopo dell'incontro.

Mentre mi riservo di precisare in eventuale successiva nota a questo Governo tale pretestuoso e cavilloso argomento, resto in attesa delle istruzioni che cotesto Ministero crederà darmi sulla questione in oggetto.

364

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

L. RISERVATA PERSONALE!. Londra, 2 marzo 1948.

Tomo ora da una visita a Bevin a cui ho consegnato personalmente la tua lettera2 e la relazione di Zanotti Bianco. Quanto alla lettera, avendola scorsa, mi ha detto che riteneva di poterti rispondere in via affatto confidenziale a Parigi dove si rallegrava di pensare che ti avrebbe incontrato il 15 marzo. Ritengo che questo sia il meglio poiché questo scambio di lettere non conclude nulla mentre una conversazione diretta piò chiarificare molte cose. Ciò che mi pare gli premesse però soprattutto era che nessuna indiscrezione stampa potesse lasciar supporre una conversazione sul tema della colonie, tema su cui mi ha esposto qualche suo punto di vista personale, ma che per decisioni prese in sede di Gabinetto non è in suo potere discutere per ora (leggi prima delle elezioni). Ogni indiscrezione perciò renderebbe impossibile anche tale conversazione, che ritengo tuttavia utilissima e sicuramente chiarificatrice.

Quanto alla relazione Zanotti Bianco che ho accompagnato della mia viva simpatia e considerazione per il carattere e la nobiltà d'animo dell'uomo, egli mi

ha detto che l'esaminerà con la maggiore attenzione. E non è persona che promette a parole. Io l 'ho letta con appassionato interesse e adesione allo spirito che l'anima e credo fermamente che è su quella linea che dobbiamo pretendere delle concrete riparazioni. Quanto a ripercussione sull'opinione pubblica io l'ho già fatta vedere a alcuni giornalisti che ne rimasero impressionati. Tutto sarà fatto per valorizzarla al massimo. Si noti solo che ogni giorno sono annunciati fatti cruenti in Palestina, in Egitto in cui centinaia di inglesi lasciano la vita e migliaia di famiglie in ansia; ma che tali fatti non sono per nulla commentati dai giornali da un punto di vista sentimentale. Non un nome delle vittime, non una parola di compianto per le famiglie.

Sempre più ritengo indispensabile nostro incontro. Io sono invitato da Bevin a una colazione di «affiatamento» tra ambasciatori occidentali, il giorno 8. Non potrei partire che il 9 o il l O. E allora non converrebbe da tutti punti di vista una mia corsa a Parigi? Attendo ordini.

363 6 Vedi serie decima, vol. VI, D. 751. 364 t Autografa. Con T. s.n.d. 2825/140 del 2 marzo Gallarati Scotti aveva anticipato i punti principali di questa lettera. 2 Vedi D. 328.

365

IL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. SEGRETO 2859/41. Atene, 3 marzo 1948, ore 10,35 (per. ore 14,30).

Mio telegramma 381.

Ministro degli affari esteri mi ha questa mattina invitato riprendere colloqui interrotti 28 febbraio u.s. Tsaldaris iniziava conversazione insistendo opportunità gettare basi trattative accordo generale rapporti italo-greci. Mi era facile controbattere servendo mi di una notizia apparsa proprio stamane sulla stampa (di cui riferisco a parte) che era impossibile conservare segretezza su conversazioni di tale natura.

Tsaldaris riferendosi a trattati già in vigore tra Italia e Grecia dei quali gradiremmo ripristino ai sensi articolo 44 trattato di pace, mi ha espresso sua delusione nel non constatare da parte nostra desiderio vedere ristabilito anche trattato di amicizia 19282.

Gli ho fatto presente che non spettava a noi, dopo quanto era avvenuto tra i due paesi, di fare tale proposta, tanto più che trattato cui validità terminava 1938 non rientra tra quelli decaduti a causa guerra e contemplati articolo 44. Aggiungevo che del resto intenzione italiana perseguire politica amicizia con Grecia era evidente nei fatti3.

365 I Del 28 febbraio, con il quale Prina Ricotti aveva riferito circa una conversazione con Tsal

daris sui temi dei beni italiani in Grecia, delle riparazioni e più in generale dei rapporti italo-greci.

2 Per le trattative e la conclusione di tale trattato vedi serie settima, voli. VI e VII.

3 Per la risposta vedi D. 3 7 5.

366

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 28791141. Londra, 3 marzo 1948, ore 13,46 (per. ore 23,45).

Telegramma di V.E. n. 2338/c.' e precedenti.

Dopo conversazione avuta al riguardo con Foreign Office ritengo poter riassumere come segue punto di vista britannico circa portata attuale conferenza Germania e sue ripercussioni su prossima conferenza Sedici. Vi sono due ordini di problemi distinti:

l) Il problema amministrazione Bizona e preparazione futura costituzione Germania (Germania occidentale se atteggiamento U.R.S.S. non muta radicalmente). In questo campo rientrano discussioni con Francia circa struttura federale Germania, proprietà e controllo internazionale della Ruhr ecc.

Questi problemi riguardano esclusivamente Potenze occupanti le quali detengono attualmente sovranità su territori occupati esercitata da loro organi militari e civili. Mi è stato detto chiaramente che Governo britannico non intende discutere simili problemi in conferenze internazionali che susciterebbero pubblicità e polemiche interminabili senza approdare alcun risultato pratico. Relativa segretezza che circonda attuali conversazioni Londra è appunto dovuta soprattutto desiderio evitare pubblicità e polemiche opinione pubblica. Ritengo che inglesi e americani siano d'accordo su questo punto.

2) Problema inserimento Germania nella Unione Europa occidentale. Dal punto di vista economico questo sarà oggetto discussione prossima Conferenza Parigi alla quale parteciperanno anche rappresentanti Governo Bizona assistiti probabilmente da esperti tedeschi.

Si ritiene tuttavia che tali discussioni saranno piuttosto teoriche dato basso livello attuale produzione Germania occidentale e difficoltà problemi, soprattutto alimentazione popolazione, connessi con ripresa produzione. Partecipazione Benelux attuali conversazioni Londra è (mi è parso di capire) soprattutto soddisfazione formale che si è voluta dare ai tre governi accettando loro parere su certe questioni che li interessano da vicino. Come ho detto sopra, questioni veramente importanti concernenti Germania verranno discusse e se possibili risolte esclusivamente da Potenze occupanti che sole hanno responsabilità e esperienza necessaria: dopo distacco Saar problemi zona occupazione francese diventano relativamente trascurabili in paragone quelli che inglesi americani devono affrontare quotidianamente.

A parte soddisfazione formale al Benelux direi che inglesi considerano praticamente altrettanto utile consultare noi ed altri Stati europei direttamente interessati questione Germania: mi è stato detto infatti che se vi erano nell'agenda delle conversazioni in corso altri punti che ci interessavano particolarmente avremmo potuto domandare al Foreign Office di essere tenuti al corrente delle conversazio

366 I Vedi D. 334.

ni in proposito che ~mi è stato ripetuto ~sono circondate da una certa segretezza non come difesa contro altri Stati Europa occidentale direttamente interessati ma contro polemiche opinione pubblica. Prego quindi telegrafarmi con precisione di dettagli eventuali punti sui quali ci interessa essere tenuti al corrente tenendo presente riserve fattemi esplicitamente circa intenzione Potenze occupanti procedere da sole e in privato effettiva sistemazione Germania.

367

IL CONSOLE GENERALE A GERUSALEMME, SILIMBANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2896/23. Gerusalemme, 3 marzo 1948, ore 14,30 (per. ore 6,30 del 4).

Riferendomi telespresso ministeriale n. 11140695 in data 30 dicembre u.s. 1 oggetto stabilimento relazioni ufficiali Transgiordania onorami informare avere rimesso personalmente lettera S.E. il ministro Sforza al primo ministro Transgiordania Tewfik Pascià Abu'l-huda alla presenza ministro degli affari esteri Fawzi Pascià Alsulki illustrandola con opportune considerazioni contenuto telespresso cui rispondo.

Primo ministro e ministro esteri mi hanno pregato presentare S.E. il ministro Sforza loro deferente apprezzamento e ringraziamento. Avendo raccomandato fine colloquio premura esame questione beni italiani sequestrati, predetti hanno espresso desiderio che io conservi qualche tempo ancora incarico rappresentanza interessi italiani presso il Governo Transgiordania scopo trattare rapida restituzione beni suddetti.

Trasmetto prossimo corriere risposta ministro esteri Transgiordania mediante la quale viene riconosciuto stabilimento relazioni ufficiali tra l'Italia e Transgiordania.

Prego volermi scusare ritardo dovuto ad assenza ministri predetti ...2 Londra Cairo.

368

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 877/212. Parigi, 3 marzo 1948, ore 15,26 (per. ore 19,30).

Corrispondenza particolare Figaro ha attribuito seguenti dichiarazioni portaparola Palazzo Chigi:

«Questione nostra adesione Unione Occidentale è per noi molto delicata.

367 I Vedi D. 55. 2 Gruppo mancante.

Rappresentiamo posizione chiave per questo sistema. Ma abbiamo importante blocco socialcomunista. Comunismo ha fatto tali progressi in Italia che con la miglior volontà del mondo dobbiamo rinunciare pel momento ad Unione Occidentale. Reazioni nazioni occidentali sono sempre lente mentre quelle dell'Est sono rapide e pericolose».

Dichiarazioni più o meno analoghe attribuite portaparola predetto e sottolineanti attuali difficoltà partecipazione Italia ad accordi occidentali sono state pubblicate anche da Monde ed Epoque.

Dichiarazioni hanno suscitato sorpresa e qualche apprensione in questi ambienti politici e giornalistici l.

369

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2899/214. Parigi, 3 marzo 1948, ore 20,40 (per. ore 6,30 del 4).

A quanto mi è stato detto al Quai d'Orsay Francia partecipa riunione Cinque Bruxelles senza troppo entusiasmo e dubita assai che essa possa condurre a sostanziale e importante decisione.

Francesi caldeggiano formula di alleanza simile quella adottata dalla Russia coi suoi satelliti e cioè diretta oltre che contro Germania contro ogni altra eventuale aggressione: Governo inglese rimarrebbe invece deciso patrocinare forme accordo sulla falsariga trattato Dunkerque e cioè con alleanze dirette solo contro Germania. Francesi ritengono tale formula di scarsissima utilità pratica nella presente situazione europea che esige forme molto più concrete di collaborazione. Essi hanno impressione che inglesi sostenendo formula Dunkerque mirino unicamente dare qualche platonica soddisfazione agli americani ai fini dell'organizzazione dell'Europa occidentale. Ma intendono sottrarsi sostanziale a compromettente impegno. Francesi temono che, malgrado Benelux in particolare Spaak siano caldi sostenitori formula alleanza più ampia diretta contro qualsiasi aggressore, non si riesca a Bruxelles a fare deflettere inglesi da predetta loro posizione.

370

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 2898/215. Parigi, 3 marzo 1948, ore 20,40 (per. ore 6,30 del 4).

Personale per il ministro.

368 I Per la risposta vedi D. 374

Mia lettera 799 del 24 scorsoi. Mi risulta che Quai d'Orsay ha convocato oggi incaricato d'affari americano per questione Trieste.

D'altra parte, avendo avuto occasione di accennarne con lui in una recente conversazione, ho avuto impressione che questione abbia in lui suscitato massimo interesse.

371

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 334/3544/936. Parigi, 3 marzo 19481.

Fra qualche giorno ella firmerà, spero, con Bidault il primo documento impegnativo dell'Unione doganale franco-italiana: è un bel successo della nostra costanza, della nostra pazienza: poiché anche se i francesi vogliono dire oggi che l 'iniziativa è partita da loro, se non li avessimo noi tirati per i capelli non saremmo mai arrivati a concludere nulla.

Ma non vorrei che l'indiscutibile successo nostro ci facesse perdere di vista il fatto che con la firma dell'accordo di Torino, l'Unione doganale italo-francese resta ancora da fare. Di un comune accordo fra i due Governi, e per le ragioni che ci sono note, si è creduto di dare alla firma di questo Protocollo una solennità che è, in certo senso, fuor di rapporto con la sua importanza intrinseca. In sé -e non ci dimentichiamo che è un impegno fra due popoli a mentalità giuridica latina -esso non è che un piccolo passo avanti in rapporto al protocollo già firmato l'anno scorso: dalla decisione di studiare, siamo passati alla dichiarazione di intenzione: siamo ancora ben lontani dalla realizzazione.

Nei vecchi tempi della diplomazia tradizionale, un patto politico era la risultante di un lungo lavoro di preparazione, durante il quale si era trovata una formula per risolvere le questioni più acute e per questo i vecchi patti, generalmente, duravano. La nuova diplomazia usa invece fare i patti prima, nella speranza di creare così uno choc psicologico, una nuova atmosfera nell'ambito della quale sia più facile risolvere le questioni: generalmente non si può dire che questo sistema abbia dato buona prova. Ora per la prima volta noi adoperiamo questo nuovo sistema in un patto complesso, quale è la creazione di una unione doganale.

Nel caso in questione il sistema potrebbe anche essere buono: piuttosto che mettere in piedi un enorme referendum per portare tutte le categorie eventualmente interessate a pronunciarsi sull'Unione doganale, cercare di spingerle, con una specie di ultimatum, a cercare piuttosto il come che il se, può anche far guada

371 l Manca l'indicazione della data di arrivo.

gnare molto tempo. C'è poi nell'aria qualche cosa di nuovo che facilita iniziative ardite di questo genere. Tutto questo è esatto: e tengo a dirle che io non sono affatto pessimista sulla possibilità di arrivare ad una unione doganale con la Francia. Quello che temo e che vorrei evitare, segnalandone a tempo il pericolo, è che noi, dopo l'accordo di Torino si consideri la cosa come già fatta, e che la si abbandoni a se stessa. Invece essa comincia appena: e dopo gli accordi di Torino, se noi vogliamo che essa non resti lettera morta, occorre occuparsene, occorre che il Governo italiano e lei personalmente, continuino ad occuparsene, più di prima.

Noi abbiamo acchiappati i francesi in circostanze in cui era assai difficile per loro dire di no, e li abbiamo, mi scusi l'espressione, violentati alla firma. Molte necessità di effetto ci hanno aiutato: opportunità di mostrare agli americani che si faceva qualche cosa, opportunità di impressionare il Benelux, gli inglesi e per ultimo, opportunità elettorale italiana: ma tutte queste opportunità d'effetto in Francia almeno, hanno giuocato più che la convinzione della necessità di questa unione. Che cadano queste necessità di effetto e il tutto può considerevolmente sgonfiarsi.

Vedo pericoli esterni delinearsi: il discorso di Spaak sembra accennare a differenti idee del Benelux in merito ad estensione della progettata unione. Circolano voci che Bevin conterebbe proporre a Parigi una unione doganale europea generale: se le intenzioni di Spaak e soprattutto di Bevin fossero oneste, poco male, saremmo stati i precursori di una idea ingigantitasi per istrada: ma potrebbero essere solo delle lustre. Ciò domanda una certa vigilanza, una grande souplesse da parte nostra: ma il pericolo esterno può essere evitato.

Più grave è secondo me, il pericolo interno, in Francia.

Il progetto da noi proposto si differenzia da quello francese nel senso che prevede, subito, una commissione che deve studiare, e proporre, le prime misure di realizzazione. Si parla di aggiungervi «altri elementi» ma in sostanza si tratta, mi sembra, soprattutto di una commissione di funzionari. Non mi sorprende che da parte francese si sia, di buona voglia, accolta la nostra proposta: è la idea fissa di Drouin, da tempo, che tutto questo deve essere fatto da una commissione di funzionari; ed è la sua preoccupazione costante che la cosa possa sfuggire di mano dei funzionari. Ora mi permetta di dirle con tutta franchezza, che attraverso una commissione di funzionari l'unione doganale italo-francese non si farà.

Io non so esattamente quali siano i rapporti in Italia fra i funzionari ed i grandi interessi: può essere che in Italia i funzionari abbiano autorità e prestigio sufficienti per portare i grandi interessi ad accettare e ad adattarsi a quello che essi hanno deciso: in Francia non è così: e sarà sempre meno così poiché la Francia si è messa, volente o nolente, sulla via della rinuncia al «dirigismo». I grandi interessi francesi non sono disposti ad accettare e ad adattarsi a quello che avranno deciso i funzionari, sono, in principio, inclini a contrastare tutto quello che i funzionari l'anno. Questa è la realtà francese, realtà che non piace a Drouin e C., che essi faranno tutto per evitare: se noi ci prestiamo al giuoco, noi siluriamo l'Unione doganale.

Se noi vogliamo arrivare all'Unione doganale, e non solo alla firma dell'accordo per l 'Unione doganale bisogna che la costituenda commissione, fin dal suo principio, associ ed associ strettamente ai suoi lavori i grandi interessi: è possibile

che funzionari francesi facciano delle resistenze: tanto meglio se saremo noi ad insistere -possiamo farlo basandoci su insindacabili esigenze nostre interne grandi interessi francesi non ne saranno che meglio disposti verso di noi, e quindi verso l'Unione doganale.

Se noi faremo proseguire i lavori da una commissione composta anche solo prevalentemente di funzionari, arriveremo probabilmente a fare un bellissimo rapporto con bellissime conclusioni, ma i grandi interessi francesi lo faranno bocciare in Parlamento: è possibile anche che non lo facciano nemmeno arrivare ad essere bocciato in Parlamento. Ed una volta bocciata la cosa in Parlamento non se ne parlerà più per un pezzo.

La prego di credermi: se non ci fosse stata la riunione delle due Confederazioni dell'Industria, se questa riunione non fosse stata tenuta all'infuori di ogni ingerenza di funzionari, e se questa riunione non avesse suscitata una eco, in generale favorevole, non saremmo arrivati alla firma dell'accordo. È per questa strada che bisogna continuare se si vuole arrivare all'Unione doganale e se ci si vuole arrivare presto. E non ce n'è un'altra. Bisogna accompagnare e aiutare gli accordi diretti fra i grandi interessi e non bisogna forzarli.

Non sono sicuro che questa mia opinione sia condivisa da tutti in Italia: ed è appunto per questo che ritengo mio dovere di esprimerla una volta di più con tutta chiarezza. Se noi ci mettiamo per la strada che consiglio, ci sarà magari qualche difficoltà iniziale di più da superare, ma, sulla mia responsabilità, le assicuro che all'Unione doganale con la Francia ci arriveremo: se si vuole scegliere l'altra strada, quella della prevalenza dei funzionari, bisogna che si scelga anche la responsabilità di aver fatto fallire l'Unione.

370 l Vedi D. 323.

372

IL MINISTRO A BUDAPEST, BENZONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 771/158. Budapest, 3 marzo 1948 (per. il 26).

Circa gli avvenimenti cecoslovacchi questa stampa ha dato non inattesa prova di conformismo riportandoli nella versione monca e tendenziosa di Praga. Salvo l'organo comunista essa si astiene per ora dal commentarli.

Per quanto il loro significato e portata non possano che essere evidenti l'opinione di questi ambienti politici non estremisti ne trae qualche motivo di conforto; si pensa cioè che se un paese come la Cecoslovacchia, ufficialmente vittorioso, di lunga e solida tradizione democratica, immune della presenza militare sovietica, dotato di una borghesia attiva, progressiva nonché politicamente esperta, presieduto, infine, da un nome come Benes, ha dovuto capitolare di fronte alle imposizioni della minoranza comunista ciò mette in sufficiente risalto retrospettivo la recente evoluzione politica dell'Ungheria, sfatando l'accusa che l'opinione occidentale in genere e la locale rappresentanza americana ha -a varie riprese mosso ai suoi uomini politici di mancare di quella «moral toughness» che avrebbe potuto distornare il corso degli eventi.

Si pensa altresì che col nuovo regime cecoslovacco sarà più facile intendersi circa il trattamento e il destino delle minoranze ungheresi.

373

IL CONSOLE A BASILEA, DE MICHELIS, ALLA LEGAZIONE A BERNA

R. 2723. Basilea, 3 marzo 19481.

Negli ultimi giorni ho avuto diverse conversazioni con persone di varie nazionalità, provenienti dalla Germania e ritengo opportuno dare qui di seguito un breve resoconto delle opinioni che mi sono state espresse e che, nelle grandi linee, coincidevano tra loro.

Il fallimento della Conferenza di Londra dello scorso dicembre ha segnato una pietra miliare nella storia dell'occupazione della Germania. Da allora la tragedia tedesca è entrata in una nuova fase, poiché, con l'irrigidimento sulle rispettive posizioni e con l'inasprimento dei profondi contrasti già esistenti, non si pensa in Germania che si possa più raggiungere un modus vivendi tra le Potenze di lingua inglese e la Russia sovietica. Di conseguenza la «guerra fredda» scoppiata tra i due gruppi dovrà fatalmente seguire il suo corso. In essa, che viene chiamata anche la "lotta dei dollari contro le divisioni", il piano Marshall rappresenta un'arma importantissima, destinato com'è a salvaguardare dalla fame i paesi europei indigenti, compresa la Germania. I tedeschi però pensano che l 'indebitamento economico conseguente all'applicazione del piano Marshall comporterà in definitiva un proporzionale asservimento politico dei paesi aiutati.

Si riconosce tuttavia nel contempo che il piano Marshall, che stanzia milioni di dollari per i paesi bisognosi senza pretendere un utile immediato, rappresenta un interessante esperimento in grande stile per impedire una nuova guerra combattuta.

Da questo punto di vista si ritiene logico che gli Stati Uniti, i quali mettono a disposizione di una Germania a terra somme tanto elevate per sostentarla, vogliano essere sicuri che i contributi siano impiegati secondo le loro prescrizioni e non vadano in zone dove potrebbero avere conseguenze contrarie al previsto. Da ciò deriva l'aspirazione a veder realizzato il consolidamento organizzativo delle zone occidentali, inclusa la zona di occupazione francese.

Su questo consolidamento organizzativo s'impernia in un certo senso il problema vitale della Germania d'oggi: gli individui ai quali è affidato nelle zone oc

cidentali il compito di dirigere il popolo tedesco, debbono far fronte a delle decisioni di enorme importanza per il futuro di questo popolo. In altri termini, se costoro non vogliono lasciar morir di fame i 40 milioni di uomini affidati loro, debbono creare una organizzazione conforme alle richieste americane, che dia la garanzia che i finanziamenti esteri siano impiegati secondo gli accordi. Ma nel medesimo tempo, con le misure da adottare, non dovrebbero precludere la via verso la fusione di tutte le zone di occupazione.

Da quanto precede risulta l'esigenza di dover tener conto delle necessità economiche nella nuova organizzazione delle zone occidentali attualmente in corso ed insieme evitare quelle forme che potrebbero portare alla creazione di uno Stato occidentale tedesco, con l'esclusione definitiva della zona orientale.

Siccome però le zone occidentali, per poter vivere, sono costrette a sottostare ali' aiuto straniero, non resta loro altro che attuare l'organizzazione ordinata dalle Potenze anglo-americane, organizzazione che è in piena contraddizione con il pensiero federalista.

Proprio da parte delle Potenze vincitrici occidentali veniva continuamente avanzata la proposta di adottare la forma federalistica, per impedire il ritorno di una dittatura di tipo nazista. E pertanto, le costituzioni delle varie regioni tedesche della zona occidentale sono fortemente inspirate al pensiero federalistico. L'unione delle singole regioni in una confederazione deve però essere accantonata e considerata esclusivamente come fine ultimo da raggiungersi, mentre le regioni dovrebbero intanto decidere delle loro sorti mediante legislazione, amministrazione e giurisdizione conformi alle norme che via via si danno. In tal modo si eviterebbe quella centralizzazione del potere che tanto giovò a Hitler per attuare i suoi p1am.

L'applicazione totale del piano Marshall alle zone tedesche occidentali, invece, mira ad impedire la riorganizzazione della Germania, su basi federalistiche, in quanto impone la ricerca di soluzioni che pongono, proprio nei riguardi economici, vincoli più saldi che per il passato all'autonomia regionale tedesca.

In Germania si ritiene che, da questo punto di vista, il piano Marshall comporti gravi pericoli. In primo luogo, per quanto si riferisce alle relazioni delle zone occidentali con quella orientale, i cui destini economici e politici, secondo la concezione economica e statale sovietica, hanno seguìto vie completamente diverse.

Ma questi non sono i soli ostacoli: non si è ancora riusciti a stabilire in qual modo la zona occupata dai francesi possa essere incorporata nel quadro statale germanico occidentale. La Francia ha qui mire determinate, e il suo programma si ispira soprattutto alla preoccupazione di garantirsi contro attacchi futuri.

I tedeschi temono che questi preconcetti impediscano alla Francia di vedere quanto utile sarebbe che venisse incorporata nel territorio della Germania occidentale anche quella regione tedesca che è affidata alla occupazione francese, regione che non potrebbe isolarsi dal rimanente, se non con la certezza di giungere al deperimento totale.

Pur senza perdere di vista le grandi difficoltà che vi ostana, i tedeschi non hanno ancora perduto completamente la speranza di veder risolto il loro problema territoriale. Essi sperano, insomma, che lo spettro della bomba atomica e delle altre armi ultramoderne finisca per spingere gli uomini di Stato dell'Oriente e dell'Occidente su quella che viene in Germania reputata la via della saggezza: la riorganizzazione unitaria del territorio tedesco, per il bene dell'Europa centrale e per la rinascita di tutta l'Europa.

373 l Manca l'indicazione della data di arrivo.

374

IL CAPO DELL'UFFICIO STAMPA ESTERA, BOUNOUS, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. 2645/172. Roma, 4 marzo 1948, ore 16.

Suo 212'.

Trascrivo esatte dichiarazioni fatte Palazzo Chigi giorno 2: «Di fronte insistenti voci relative adesione Italia blocco occidentale viene precisato che nei confronti Italia proposta Bevin non si è concretata in alcun fatto positivo e che Governo italiano non ha comunque ricevuto alcun invito. Quando anche convocazione rappresentanti Paesi occidentali dovesse tradursi in una proposta concreta, questa non potrebbe evidentemente ignorare questioni che interessano Italia e sua posizione internazionale; infine nessuna decisione potrebbe venir adottata Governi interessati se non dopo consultazione rispettivi Parlamenti».

Null'altro.

375

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI

T. 2652/22. Roma, 4 marzo 1948, ore 21.

Suo 41'.

Approvo considerazioni fatte da V.S. a Tsaldaris. Trattasi di un accordo fatto da Governo fascista e che lo stesso violò. Meglio negoziarne altro al che siamo naturalmente disposti come già fatto con Stati Uniti e come faremo prossimamente con Gran Bretagna e altri paesi. Quando codesto Governo lo desideri potremo trasmetterne schema2.

2 Per la risposta vedi D. 428.

374 l Vedi D. 368

375 l Vedi D. 365.

376

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. PER CORRIERE 2655. Roma, 4 marzo 1948.

Ultimo paragrafo suo telegramma n. 2011 mi induce prospettarle opportunità che, alla prima occasione offertale per tornare a rappresentare Quai d'Orsay nostra legittima aspettativa partecipare a regolamento assetto Germania, V.E. trovi modo chiarire nostra posizione nel senso che non siamo affatto insensibili a problemi tedeschi inerenti a disarmo e sicurezza. Ciò anche se, fino ad ora e per motivi tattici che le sono noti, abbiamo invocato, per patrocinare nostra partecipazione, soprattutto interessi ordine economico che in questo momento ci appaiono del resto prevalenti.

È infatti evidente che siamo ormai anche noi interessati a non vedere risorgere un pericolo germanico e che per conseguenza nostre tesi relative questioni disarmo e sicurezza non potrebbero discostarsi molto da quelle francesi. Rientrano fra queste, oltre a quelle che si riferiscono al campo più particolarmente militare e industriale, anche quelle di natura più spiccatamente politica e che si possono riassumere nel maggiore o minor grado federalismo o centralismo da riconoscersi al nuovo Reich.

Anche per queste ultime, pur riconoscendo che in definitiva decisione finale sfugge alle nostre possibilità di determinazione (come del resto anche a quelle francesi), saremo disposti studiare linea condotta che non ci ponga in contrasto con la Francia.

Dal punto di vista italiano soluzione da darsi a problema Germania può in massima considerarsi sotto seguenti aspetti:

l) necessità salvaguardare nostri interessi economici per l'importanza che mercato tedesco presenta per noi e per la nostra stessa ricostruzione. Il che è del resto già stato ampiamente illustrato a codesta ambasciata;

2) necessità garantire nostra sicurezza. A questo proposito siamo disposti dare nostro appoggio a proposte ragionevoli tali cioè da assicurare il mantenimento della Germania in condizioni militari e politiche che le impediscano ripresa politica di espansione e di aggressione, e che al tempo stesso non risultino anacronistiche o irrealizzabili o controproducenti;

3) necessità tener conto funzione equilibrio che Germania può tuttavia svolgere in Europa di fronte pressione slava. Questa esigenza è forse attualmente più sentita qui che costì per evidente diversa nostra situazione geografica, pur tuttavia sua importanza, anche dal punto di vista generale europeo, non potrà essere sottovalutata in Francia come in ogni altro paese occidentale.

Questione, così posta, potrebbe offrire possibilità utile esame, almeno di massima, con codesto Governo sul complesso problema.

376 l Vedi D. 352.

377

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 2952/182. Washington, 4 marzo 1948, ore 23 (per. ore 7,30 del 5).

Seguito mio telegramma 1401.

In conversazioni con Armour, con direttore affari politici europei e con altri alti funzionari Dipartimento ho continuato a battere sul problema africano e su necessità che Washington intensifichi suo interessamento a Londra per indurla assumere atteggiamenti confacenti necessità dell'ora.

Questo mio collega di Francia mi dice di avere ieri, su istruzioni di Parigi, compiuto passo nello stesso senso presso Lovett per attirare sua attenzione su detto problema, invitando Dipartimento ad accrescere pressione su Foreign Office, in particolare considerazione nostra situazione pre-elettorale cui Potenze occidentali debbono dedicare massimo interesse.

Tanto Armour che Lovett hanno dato affidamenti.

Bonnet mi ha confidato di aver trovato Lovett estremamente preoccupato conseguenze crisi cecoslovacca ed azione russa in Finlandia ed ancor più di eventuali mutamenti nella situazione italiana.

378

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. SEGRETO 2980/188. Washington, 4 marzo 1948, ore 21,43 (per. ore 14,35 del 5). Mio 691.

Attiro attenzione su dichiarazioni fatte ieri in conferenza stampa da sottosegretario Stato Lovett circa Unione occidentale e di cui a dispacci agenzie.

Oggi al Dipartimento si esprimeva cauto ma sostanziale ottimismo circa esito positivo Conferenza Bruxelles stante intense ripercussioni eventi cecoslovacchi e finlandesi ed anche preoccupazione per situazione italiana.

Dirigenti Dipartimento stanno studiando aspetti specie formali dei futuri rapporti tra Stati Uniti ed Unione occidentale. Evidentemente dopo contatti tra Londra e Washington circa discorso Bevin 22 gennaio ed incoraggiamenti pubblici e diplomatici ad iniziativa per Unione, questo Governo farà ogni possibile sforzo

per dare, compatibilmente con norme costituzionali americane, proprio sostanziale appoggio a decisioni positive Conferenza.

Non è certo circostanza accidentale che vari Stati partecipanti convegno Bruxelles esprimono proprie preferenze per patto unione analogo se non ricalcato su accordo panamericano mutua assistenza approvato da Conferenza Rio (vedasi parte finale telespresso 2270 del 3 settembre u.s.)2. Infatti tale circostanza potrà facilitare consenso Congresso ed opinione pubblica ai possibili, seppur probabilmente graduali, impegni da assumersi da Stati Uniti.

377 l Vedi D. 285. 378 l Vedi D. 159.

379

IL MINISTRO A DAMASCO, L. CORTESE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 432/71. Damasco, 4 marzo 19481.

Ho avuto un lungo colloquio con il presidente della Repubblica, Sciukri Kouatly.

Ha cominciato dicendomi di essere assai soddisfatto del!'andamento delle cose della Siria e della Lega Araba. Dal principio dell'anno, il loro sogno va prendendo corpo. La primitiva reazione popolazione all'invasione della Palestina va man mano ampliandosi nel risveglio dell'arabismo. Ne sono tappe significative, oltre il rafforzamento militare, l'insurrezione del!'Iraq contro la firma del trattato «ineguale» con la Gran Bretagna, l'affermazione della indipendenza monetaria siriana dal franco francese e le due significative decisioni prese dalla Lega araba, che a suo dire, smentiscono l'esistenza di rivalità e divisioni: il rifiuto alla firma di concessioni petroliere prima di un'avvenuta soluzione soddisfacente per la Palestina e il divieto a ogni membro della Lega araba di firmare qualunque accordo con una Potenza straniera che non sia approvato da tutti gli altri membri. È una nuova potenza che sorge e si afferma: la Lega araba. Sarà essa che personificherà nel prossimo secolo l 'irresistibile moto di indipendenza e di ascensione dell'arabismo.

Opporsi è vano. Anche la Gran Bretagna che ha bisogno di riorganizzare il Medio Oriente per sostituire nuove garanzie alle vecchie posizioni che è costretta ad abbandonare, visibilmente annaspa di tentativo in tentativo e di tanto in tanto deve rivedere la sua politica e cambiare strada. Se anche dovesse parzialmente riuscire nel suo intento, si tratterà di uno stadio provvisorio.

La Francia è stata cacciata dalla Siria, sia pure con aiuto inglese. Chi avrebbe potuto crederlo possibile or è qualche anno? La sfera del tempo corre veloce. L'America, che giudica e pesa popoli e forze politiche con l'astratto criterio di statistiche economiche e militari e che era sbarcata con impetuosa fiducia

379 I Manca l'indicazione della data di arrivo.

nell'almyghty dollar, è sorpresa dalla violenza della reazione araba e dubita di dover anche essa cambiar strada. Intanto nella sua marcia per i petroli incontra ostacoli imprevisti e non è affatto escluso che sia costretta a rivedere la stessa politica palestinese. È assai dubbio che voglia portare i russi nel Mediterraneo o, comunque, sotto una qualsiasi forma, voglia impegolarsi anch'essa nella repressione di una rivolta che non avrebbe mai fine.

L'era del colonialismo vecchio stile dei secoli scorsi è definitivamente chiusa e i prossimi decenni vedranno la liquidazione di quanto ne rimane. Invano i profittatori di quel colonialismo si abbarbicano ai brandelli che oggi ancora sussistono. Il nazionalismo in rivolta trionferà su tutto, come trionfò un secolo fa in Europa contro il vecchio imperialismo che credeva di poter ancora dominare popoli di antica civiltà.

A questo proposito è doloroso vedere l'Italia volersi allineare coi vecchi dominatori, quella Italia che dopo la guerra ha ripreso le nobili tradizioni del Risorgimento. Gli arabi riconoscono che l'opera di colonizzazione italiana è stata mirabile e che, al contrario delle altre, ha assai più dato che preso, ma ritengono egualmente inammissibile che ciò possa comunque giustificare la negazione della indipendenza di popoli ricchi di secoli di storia.

In questo suo risveglio il popolo arabo è perfettamente conscio della sua posizione arretrata di fronte alle necessità dei tempi, che è frutto di secolare dominio straniero, ed è pronto ai necessari sacrifici per rimettersi al passo. Ma l 'Italia non era anch'essa arretrata relativamente ad altri popoli d'Europa agli albori del suo risorgimento? Così come l'Italia ha superato nell'ultimo secolo questo stadio di temporanea inferiorità, perché non dovrebbero superarlo anche i popoli arabi? Quel che occorre è slancio, tempo, applicazione e una guida fidata che abbia già percorso lo stesso cammino.

Una guida che instradi nella costituzione dello stato moderno, nello sviluppo della cultura, nell'attrezzatura economica e nella tecnica dei tempi, i dominatori di oggi, il popolo arabo non può sceglierli a guida perché ne diffida e d'altra parte dai russi è separato da diversità di tradizioni storiche e dalla inconciliabilità del fondamento civile e religioso dato alla sua vita dall'islamismo.

L'Italia, da cui nulla divide i popoli arabi, verso cui non hanno diffidenza e a cui di preferenza potrebbero rivolgersi, si allontana da loro per l'illusorio richiamo di un recente colonialismo, del quale si fanno balenare ai suoi occhi poveri brandelli. Perché andarsi a ricacciare tra gli estremi sostenitori di un ordine che crolla per un residuo di Libia di povera consistenza economica e di scarso significato geografico, a cui la Francia ha già rosicchiato il Fezzan e la Gran Bretagna ha staccato la Cirenaica? Una Libia, che sicuramente bisognerebbe riconquistare come dopo l'altra guerra, contro una guerriglia araba tenace, che, a differenza di allora, avrebbe dietro di sé tutto un mondo esasperato ed esaltato da recenti successi? E riconquistarla per montarvi una guardia perenne a difesa del poco di proprio e del molto altrui, rimettendovi ogni libertà di azione politica? Non a caso la Francia rivuole l'Italia in Libia.

Un'altra via invece si schiude per l'Italia che le permetterebbe d'inserirsi, la prima, nella corrente nuova dei tempi e fondare, sulla tomba del vecchio colonialismo, il nuovo espansionismo del secolo XX. Ora che ne ha ancora la possibilità, se l'Italia compisse il nobile gesto della proclamazione della indipendenza di tutti i popoli mediterranei, conquisterebbe la definitiva fiducia del mondo arabo e fonderebbe l'espansionismo mediterraneo nuovo stile, divenendo la guida necessaria, la collaboratrice sicura nella grande opera di modemizzazione e sviluppo di questo popolo che è un blocco solo dal Marocco all'Oceano indiano e che va fatalmente verso i suoi nuovi destini. La cultura dell'Italia, i suoi commerci, la sua tecnica, perfino la sua immigrazione, si vedrebbero schiudere un campo vastissimo nel bacino del Mediterraneo, anche in regioni dove diversamente non penetrebbero mai.

Ho voluto riportare fedelmente la tesi araba sulla questione libica espostami dal vecchio uomo di stato, non accennando alle mie numerose -del resto ben note -obiezioni per non interrompeme il filo.

Il presidente è un uomo potente in Siria, che ha l'ambizione di divenire potente in tutto il mondo arabo. Fra un paio di mesi, prima della scadenza del termine del suo mandato, è prevista l'approvazione, da parte del Parlamento, della revisione dell'attuale costituzione, con che verrà consentita una sua rielezione e, quel che conta assai di più, l'elezione avverrà per plebiscito popolare diretto invece che per votazione parlamentare, come per la costituzione attuale. Unico fra tutti i capi degli stati arabi, egli potrà allora vantare il crisma della volontà popolare, da cui moltissimo spera.

La sua parola ha una straordinaria decisione ed è interprete dello stato d'animo e del pensiero di tutta la sua razza. Certo nelle sue parole c'è del romanticismo, v'è della esaltazione, dovuta all'atmosfera eccitata da guerra santa, e v'è qua e là anche della presunzione, spesso ingenua.

Ma che vi sia anche dell'energia in risveglio è cosa indubbia. Quanta ne sia la carica e fin dove essa possa portare, è ancora incerto, ma che sia in moto è evidente. Un perspicace giornalista americano nato nel Maghreb, corrispondente di Time e Life, mi diceva che già molti pensano in America che sia urgente porre una diga a questo moto per dirigerlo e per evitare che trabocchi. Chè se in un primo tempo questo moto minaccia gli ebrei, in un secondo tempo, ritrovando sé stesso nella prova, potrebbe minacciare tutti gli occidentali, mentre, come è fatale, poco alla volta alla fase nazionalistica e xenofoba seguirebbe la fase sociale, che si rivolgerebbe contro i propri feudatari locali, con che esso potrebbe allora facilmente venire assorbito dalla più grande ondata asiatica settentrionale.

378 2 Non pubblicato.

380

IL MINISTRO A PRAGA, TACOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 383/244. Praga, 4 marzo 1948 (per. l'll marzo).

Questa legazione ha tenuto al corrente V.E. delle varie fasi della crisi cecoslovacca con numerosi telegrammi, con un primo rapporto del 26 febbraio n.

329/2181 e con una serie di riassunti stampa allegati al telespresso n. 352/235 del

27 febbraio2.

Tuttavia mi pare possa esserle utile una succinta cronistoria degli avvenimenti.

La crisi, che già era copertamente in atto da lunghissimo tempo, si è aperta il 20 febbraio 1948 con le dimissioni dei ministri social-nazionali, democraticislovacchi e popolari. Si è chiusa il 27 febbraio con il giuramento dei nuovi ministri nelle mani del presidente della Repubblica.

Essa è durata dunque una settimana o anche meno, se si considera che il presidente Benes aveva data la sua adesione alle proposte di Gottwald, circa l'accettazione delle dimissioni dei ministri non comunisti e la costituzione del nuovo governo, fin da mercoledì 25 febbraio.

Alcuni immediati antefatti debbono essere ricordati.

Da tempo il ministro dell'interno, il comunista Nosek, andava effettuando una graduale ma continua sostituzione di elementi della polizia non ligi al partito comunista. In una recente seduta del Consiglio dei ministri era stata accolta a maggioranza la proposta social-nazionale di non procedere ad ulteriori sostituzioni. Ciò nonostante, il ministro Nosek aveva continuato ad eliminare gli elementi a lui sgraditi sostituendo, con ulteriore provvedimento, gli ultimi otto alti funzionari non comunisti. Nella seduta del Consiglio dei ministri di mercoledì 18 febbraio i ministri social-nazionali avevano domandato spiegazioni su questo modo di procedere, ma il presidente del Consiglio, Gottwald, pretestando anche l'assenza del ministro ~osek, senza dare alcuna spiegazione, aveva bruscamente tolta la seduta convocandone altra straordinaria per il venerdì successivo. Si sentiva che le parti erano venute ai ferri corti, perché i comunisti non sarebbero certo ritornati sui provvedimenti che assicuravano l'assoluta obbedienza della polizia ai loro voleri e i social-nazionali, per quanto tardivamente, valutavano qual grave pericolo rappresentasse una polizia divenuta docile istrumento degli avversari. Intese dovevano esser corse fra social-nazionali, democratici-slovacchi e popolari e correva insistente la voce che i social-democratici avessero assicurato di far causa comune con i colleghi non comunisti ove questi avessero dovuto arrivare alle dimissioni.

1119 febbraio, alle ore 15, arrivava inaspettatamente all'aeroporto di Praga Zorin, già ambasciatore sovietico in Cecoslovacchia e attualmente vice ministro degli esteri dell'U.R.S.S.

1112 febbraio la presidenza dei Sindacati rivoluzionari cecoslovacchi (U.R.O.), convocava, per il 22 febbraio, oltre 8 mila delegati del Consigli di fabbrica di tutta la Cecoslovacchia, in Praga, nel padiglione della fiera denominato per l'occasione: sede del «Parlamento dei lavoratori». Oltre 120 mila agricoltori venivano convocati pure a Praga per sabato 28 e domenica 29 febbraio.

Ed ora la cronaca della settimana della crisi.

Venerdì 20 febbraio. Al mattino, prima di recarsi alla seduta del Consiglio dei ministri, i ministri social-nazionali chiedono, per iscritto, a Gottwald se questa

380 l Vedi D. 338. 2 Non pubblicato.

volta avrebbero ricevute le richieste spiegazioni sui procedimenti presi dal ministro Nosek per la trasformazione della polizia in dispregio della deliberazione presa dal Consiglio dei ministri in argomento. Gottwald si limita ad invitare i ministri richiedenti a partecipare alla seduta dove avrebbero ascoltato una relazione del ministro della difesa e una del ministro dell'interno che si sapevano riguardare, l 'una e l'altra, nuovi pretesi complotti di «reazionari». Non dà altre assicurazioni. I ministri social-nazionali, considerando la risposta insoddisfacente, si recano dal presidente Benes per rassegnare le dimissioni, seguiti dai colleghi democratici-slovacchi e popolari. I ministri social-democratici, in relazione alle assicurazioni date, dichiarano di mettere a disposizione della direzione del partito i loro seggi per il caso in cui la crisi non si risolvesse tenendo conto delle varie forze politiche del paese, cioè col mantenere al governo rappresentanti di tutti i partiti del Fronte nazionale nelle proporzioni precedentemente osservate.

I ministri dimissionari sono dodici. Il Governo era composto di ventisei membri: di cui due indipendenti, dodici tra social-nazionali, democratici-slovacchi e popolari, tre social-democratici e nove comunisti.

Nella tarda mattina il presidente del Consiglio, Gottwald, si reca da Benes e propone di integrare il Governo sostituendo i dimissionari con nuovi elementi di fiducia del suo partito. Il presidente della Repubblica risponde che, per il momento, non accetta le dimissioni dei dodici ministri.

A questo punto si manifesta la volontà dei ministri comunisti di non lasciare il Governo e di non consentire che vi rientrino i ministri che ne sono usciti: subito interviene il partito che, con azione rapida, organica, esattissima, applica il suo programma e si sostituisce in tutti i poteri dello Stato.

La stessa sera di venerdì 20 febbraio la direzione del partito comunista pubblica un decreto di «mobilitazione immediata di tutte le forze operaie per sostenere il Governo Gottwald che resta incrollabilmente al suo posto». Nel comunicato è precisato che «il Governo è deciso a difendere fino in fondo la causa della democrazia popolare e adotterà a tal uopo tutte le misure atte ad assicurare la sicurezza, la calma e l'ordine nel paese. Dichiara sovversivi i tre partiti i cui ministri hanno dimissionato.

Ancora nella stessa sera, Gottwald indice, per la mattina seguente alle l O, un comizio di popolo sulla Piazza della «Città Vecchia» per informare il pubblico «della situazione politica e della soluzione della crisi».

Sabato 21 febbraio. Gottwald spiega, a suo modo, al comizio radunato sulla piazza della «Città Vecchia» le cause della crisi e dichiara che la soluzione non può trovarsi che nella sostituzione degli elementi dimissionari «Con altri veramente democratici e progressisti che godono la fiducia di tutte le frazioni del popolo lavoratore». E aggiunge che «il popolo cecoslovacco saprà imporre la sua volontà». Modificando poi il motto di Masaryk: «la verità trionferà» esclama: «la nostra verità trionferà».

Subito dopo il discorso di Gottwald, viene proposto ai manifestanti (alcune migliaia di persone) un ordine del giorno che viene votato per acclamazione.

Con esso «si richiede con la maggiore energia al presidente della Repubblica d'accettare le dimissioni dei ministri traditori e di incaricare Gottwald di integrare il Gabinetto con elementi non reazionari».

Si annuncia pure che l'attuazione delle rivendicazioni popolari saranno richieste con «altre manifestazioni più insistenti». L'atto legittimo, anche se non avveduto, delle dimissioni è già diventato tentativo di sabotaggio, attacco della reazione, tradimento.

La moltitudine dei lavoratori riceve l'ordine di tornare alle officine e di restarvi in stato di allarme, in attesa della soluzione della crisi il cui annuncio sarà dato per radio.

Alle ore 11 della stessa mattinata di sabato, Gottwald si reca dal presidente Benes a conferire.

Più tardi una numerosa delegazione di operai, che avevano partecipato al comizio, va anch'essa dal presidente della Repubblica per dargli notizia dell'ordine del giorno votato. Ben es riafferma alla delegazione (di cui soltanto una piccola rappresentanza è ammessa alla udienza) la sua fede in un regime democratico e parlamentare, dichiara che la sola soluzione democratica e giusta è quella di un governo di coalizione che tenga conto delle forze dei diversi partiti, esorta tutti alla concordia nazionale.

La sera stessa il ministro social-democratico Majer, non ancora dimissionario, è impedito di parlare alla radio. Anche all'arcivescovo Beran non si permette di rivolgersi al popolo per radio.

Domenica 22 febbraio. È il giorno del predisposto congresso dei Consigli di fabbrica. Entra in lizza il presidente dell'U.R.O. (nostra C.G.L.) l'on. Zapotocky. Subito è chiaro il fine politico-rivoluzionario del congresso.

Anche là, al «Parlamento dei lavoratori», Gottwald ripete le sue richieste per la soluzione della crisi: «Noi domandiamo che le dimissioni dei ministri dei tre partiti siano accettate. Gli agenti della reazione interna non devono tornare al Governo e se qualcuno crede che queste sono soltanto delle parole si inganna terribilmente. Questa è la sola soluzione possibile».

Nello stesso tempo Gottwald dà l'ordine di costituire immediatamente, dappertutto, dei «Comitati d'azione» del vero Fronte nazionale della città e della campagna.

Intanto il quadro cittadino si anima. Ma quando si dice quadro cittadino, si intende quasi esclusivamente la piazza di San Venceslao e un tratto della via Prikope. I poliziotti appaiono numerosi.

Lunedì 23 febbraio. Zapotocky viene dichiarato presidente del «Comitato d'azione centrale» che è il massimo organo esecutivo rivoluzionario il cui scopo precipuo è quello di epurare i partiti politici.

Le sedi del partito nazional-socialista, di quello democratico-popolare e di quello social-democratico sono guardate da agenti di polizia che sorvegliano pure tutti gli edifici pubblici.

A questo punto entra in scena un nuovo elemento che costituisce una sorpresa per tutti, sia per il pubblico che per gli uomini politici. Per le strade, negli edifici che si presidiano o si perquisiscono, negli uffici pubblici ove si allontana parte del personale, appare una nuova forza: la «Milizia operaia». Su di essa il segreto più assoluto è stato serbato: infatti si è di sovente parlato di armi sottratte dai sindacati e distribuite ad operai, ma ciascuno è sorpreso nel vedere una forza operaia militarmente inquadrata ed addestrata. A circa l O mila uomini pare debba farsi ammontare, secondo i calcoli più attendibili, la Milizia Operaia che partecipa agli avvenimenti della settimana. La maggior parte dei miliziani proviene dalle fabbriche della provincia, gli altri da quelle di Praga. Tutti sono stati scelti dal partito fra i gregari più fidi e risoluti dei diversi centri: solo una frazione sembra provenire dalle antiche milizie aziendali. Penetrati in città alla spicciolata e senza alcun distintivo, essi si trovano già a Praga fin dai primi giorni della crisi, ma nulla è trapelato dalle loro funzioni.

I miliziani entrano in funzione in abiti borghesi, con bracciali rossi e armi nuove fiammanti a fianco della S.N.B. (polizia) od anche isolatamente. La loro opera, ritenute le circostanze, è limitata. Ma l'effetto del loro intervento, preventivo se non attivo, è notevolissimo. La milizia sfila davanti a Gottwald e la radio ne dà notizia. Così tutti sanno della presenza in città di una massa di comunisti armati, pronti a prestare man forte al governo Gottwald. Nel pubblico, che ben conosce come la S.N.B. sia cieco strumento dei comunisti e che è stato avvisato per radio della presenza al comizio del 21 febbraio del ministro della difesa, l'impressione è enorme.

Martedì 24 febbraio. Il presidente Benes, dopo una conversazione di due ore con Gottwald, invia alla direzione del partito comunista una lettera in cui, dopo aver ripetuto la sua confessione di fede democratica, dichiara di non poter agire in contrasto con i suoi principi. Esorta pertanto a rinnovare la collaborazione tra tutti i partiti nell'interesse superiore dello Stato.

All'agenzia ufficiale C.T.K. non viene consentita la divulgazione della lettera presidenziale fino al pomeriggio del 25, e cioè finché non è pronta la risposta della direzione del partito comunista con la quale viene poi pubblicata. Intanto la polizia occupa tipografia e redazione dell'organo social-nazionalista Svobodne Slavo. La sede del partito social-nazionalista viene perquisita e chiusa. Anche la sede del partito democratico-popolare viene occupata dagli agenti della forza pubblica. La sede del partito social-democratico viene piantonata. Tutti i funzionari del partito ne vengono espulsi ad eccezione del presidente Lausman. Si racconta che Fierlinger, capo dell'ala fusionista ed ex presidente del partito, rimasto in minoranza al recente congresso di Brno, si sarebbe allora recato da Lausman, presidente in carica e suo antagonista e, gettandogli le braccia al collo, l'avrebbe scongiurato di non compromettere l'unità del partito e di far causa comune coi comunisti.

Mercoledì 25 febbraio. Il partito comunista risponde alla lettera di Benes dichiarando di non potere entrare in trattative con le direzioni dei tre partiti nell'interesse dell'unità e della concordia del popolo. Accusa i tre partiti di complotto contro lo Stato. Ribadisce energicamente le richieste del popolo lavoratore per la soluzione della crisi.

Lo stesso giorno la stampa pubblica un comunicato sottoscritto da Lausman e da Fierlinger annunciante la decisione del partito social-democratico, rinsaldatosi nella sua unità, di collaborare all'attuazione del programma comunista. È un colpo di scena che ha notevoli conseguenze almeno formali. L'improvvisa mossa dei social-democratici che gli altri partiti chiamano «tradimento», dà al blocco comunista-social-democratico dodici ministri in carica contro i dodici dimissionari e i due indipendenti che non si sono ancora pronunciati.

Nel pomeriggio del mercoledì, Gottwald rende noto al popolo, convocato in piazza San Venceslao, di essersi recato nella mattinata da Benes e di avergli rinnovata la richiesta di accettare le dimissioni dei dodici ministri reazionari e di avergli sottoposta contemporaneamente una lista di persone da nominare in sostituzione dei dimissionari. «Il presidente della Repubblica -dichiara Gottwald alla folla -ha accettato le mie richieste».

Nello stesso pomeriggio alcune colonne di studenti provenienti da varie parti della città, si dirigono al Castello per dimostrare a favore del presidente della Repubblica che credono intento a resistere alla imposizione comunista. Si tratta di qualche migliaio di studenti questa dimostrazione è e rimarrà l'unico gesto delle forze anti-comuniste. Ma ordini perentori sono impartiti perché i dimostranti non giungano fino al Castello. Polizia e milizia operaia li respingono infatti col calcio dei fucili. Alcuni pochi colpi sono sparati nella maggior via di accesso al Castello: si crede vi siano due studenti morti e sei feriti.

L'ultima, la sola fiammata si spegne. La crisi è virtualmente risolta.

Venerdì 27 febbraio. Il nuovo Governo Gottwald presta giuramento nelle mani di Benes. Il presidente del Consiglio coglie l'occasione per porre in rilievo: «il merito del capo dello Stato nell'aver dato ascolto alla voce del popolo e contribuito tanto validamente alla radicale soluzione della crisi».

Nella sua risposta, Benes, rileva che la decisione gli è riuscita molto difficile e che l'ha adottata per evitare le gravi conseguenze di un «caos generale». Conclude con le seguenti parole che sembrano un commiato: «Ella intende condurre l'Amministrazione del paese per una nuova via e seguire una nuova forma di democrazia. Vorrei potere augurare a lei ed al paese che tale via sia felice per tutti».

La crisi è anche formalmente risolta. Il potere è interamente nelle mani dei comunisti.

381

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

L. SEGRETA PERSONALE. Washington, 4 marzo 1948.

Con vari dei miei telegrammi e lettere le ho riferito molto sinteticamente circa l'azione svolta quotidianamente presso il Dipartimento di Stato e questi circoli responsabili affinché si dia il massimo di soddisfazioni morali e materiali all'Italia in queste settimane decisive.

Qui mostrano attualmente di rendersi conto della gravità della situazione e ne sono molto preoccupati. I dirigenti del Dipartimento assicurano di voler compiere il massimo sforzo per cercare di venire incontro alle aspirazioni italiane ed alle nostre pressioni. Essi sono al riguardo in stretto contatto con il Foreign Office ed il Quai d'Orsay. Purtroppo queste conversazioni a due od a tre, a seconda dei vari problemi, fra americani, inglesi e francesi, non procedono sempre con la rapidità che noi vorremmo, né, pel momento, è possibile avere precise assicurazioni che le iniziative che qui si discutono potranno ottenere l'auspicata sollecita effettuazione. D'altronde, ella ben conosce i metodi e le prassi americane e le continue oscillazioni in alto e, ahimè, in basso, dei termometri del Dipartimento.

Date le attuali aspettative ed irrequietezze della nostra opinione pubblica, ritengo comunque di doverle anticipare qualche elemento essenziale dei progetti che qui attualmente vengono discussi e che, secondo confidenze fattemi, si spera di varare:

l) Trieste. Dunn ha qui riferito telegraficamente le conversazioni avute con lei, appoggiando fortemente i suoi suggerimenti. Qui si è d'accordo sull'opportunità di precorrere mosse altrui e si penserebbe di andare anche oltre e di pubblicare una dichiarazione nella quale si affermerebbe che tutto il Territorio Libero quindi anche la Zona jugoslava -deve secondo giustizia ritornare all'Italia. Gli inglesi sarebbero concordi e si penserebbe di dare maggior peso al documento in gestazione, sollecitando l'adesione francese. Seguo l'andamento di queste conversazioni da presso, e spingo per quanto posso a che si compia questo gesto di amicizia.

Salvo sue istruzioni diverse, mi asterrò dal telegrafarle in argomento onde garantire meglio il segreto ed il carattere di «sorpresa» dell'iniziativa.

2) Ripresa al Consiglio di Sicurezza della questione della nostra ammissione al! 'O.N.U. Il Dipartimento di Stato sta studiando il progetto di riprendere entro il corrente mese, in forma la più possibile clamorosa, la questione della nostra ammissione all'O.N.U. Ne ho informato il nostro osservatore affinché inizi anch'egli qualche approccio presso le delegazioni amiche, in modo da fiancheggiare ed agevolare l'iniziativa che sarebbe presa dagli Stati Uniti. L'U.R.S.S. questa volta dovrebbe essere più imbarazzata nei suoi dinieghi dalla preoccupazione di guastare la piazza in Italia. Ma debbo rilevare che qui dubitano molto che l'U.R.S.S., nonostante i suoi ovvi interessi pre-elettorali, possa rovesciare la sua nota posizione contraria ad ammissioni isolate. In questa eventualità, da ritenersi effettivamente assai probabile, si avrebbe soltanto una quarta riedizione delle discussioni sterili dell'autunno scorso. Tuttavia, anche ove tale fosse il corso degli eventi, il ritorno della questione della nostra ammissione alle Nazioni Unite potrebbe essere questa volta congruamente utilizzata per la nostra opinione pubblica. Mi rendo naturalmente conto che vi è anche il rovescio della medaglia di una conferma della delusione per il nostro mancato ingresso a Lake Success. A me sembrerebbe tuttavia che i profitti potrebbero superare gli svantaggi qualora la nostra campagna elettorale assumesse nelle ultime settimane quel tono deciso o come qui si dice clear cut che potrebbe giovare ai partiti democratici, a chiarificazione dei cervelli ancora annebbiati e delle molte anime timorose, o, per così dire, «indipendenti».

Comunque, qualora ella ritenesse preferibile non risollevare tale questione la pregherei di mandarmi un breve cenno telegrafico; nell'altra ipotesi, l'iniziativa sarebbe degli americani e noi potremmo anche ufficialmente esservi estranei.

3) Questione africana. Secondo alcune confidenze odierne di amici del Dipartimento, americani e francesi avrebbero già agito sul Foreign Office. Questi consigli amichevoli, congiunti alle nostre pressioni dirette ed alle preoccupazioni pure dirette degli inglesi per il 18 aprile, avrebbero -sembra-ottenuto qualche successo. Almeno nel senso di indurre alcuni circoli inglesi (non so se tutti) ad accelerare «mentalmente» i tempi del lungo negoziato a tre tappe, da essi stessi divisato: richiamo al riguardo i miei telegrammi del 14 febbraio!. Resta però la questione della Cirenaica, sulla quale, come del resto confermato costà pubblicamente dal Lord Cancelliere Jowitt, gli inglesi restano rigidamente intransigenti. Peraltro, può anche darsi che non sia assolutamente impossibile giungere a qualche compromesso per le zone litoranee cirenaiche sulle quali si imperniava del resto la nostra colonizzazione. Da qui mi mancano troppi elementi per giudicare se sia possibile concentrarsi attualmente su tale unica questione, lasciando da parte, come già avviate alla loro logica soluzione, quelle relative alle altre tre colonie.

Non sono neanche in grado di giudicare se ci convenga qui spingere per ottenere una dichiarazione americana limitata alle tre colonie che Londra fosse disposta a restituire a trusteeship italiano. Attualmente il Dipartimento rimane contrario ad una dichiarazione limitata siffatta: e ciò -oltre che per motivi formali (attesa dei rapporti della Commissione, ecc.) già precedentemente espostile e per le intime connessioni con gli inglesi (ciò che renderebbe necessario un consenso e forse una partecipazione di Londra) -per il ragionamento sostanziale della inopportunità di subire la surenchère propagandistica di Mosca data la esclusione della Cirenaica. Si aggiunge che una tale dichiarazione, ove anche si riuscisse a strapparla, e la circostanza della Cirenaica, potrebbe non dare l'effetto voluto sulla nostra opinione pubblica mentre potrebbe compromettere un esito favorevole dei futuri negoziati dei Quattro scoprendo prematuramente le batterie, indebolendo in certo senso la nostra posizione di principio e contribuendo probabilmente a rinviare tutto il problema all'Assemblea dell'O.N.U.

D'altra parte il Dipartimento è convinto che, in relazione al corso degli eventi europei, la questione con tutta probabilità finirà comunque lo stesso all'O.N.U., l'U.R.S.S. non avendo interesse, qualora le sue speranze fossero deluse dall'esito delle nostre elezioni, ad una soluzione rapida ed in certo senso favorevole. Mentre poi, nell'altra ipotesi, l'esito sarebbe lo stesso ad opera degli altri.

La prego quindi di voler pesare il pro e il contro, alla luce anche dello stato delle cose con Londra, ed in caso positivo impartirmi le opportune istruzioni telegrafiche affinché io possa provare ad insistere. Anche in tal caso, non posso affatto garantire che le pressioni diano qui il risultato pratico su prospettato, sicché sarebbe necessario intervenire con ogni peso su Dunn affinché appoggi vigorosamente il tentativo.

Risulta del resto che il Quai d'Orsay, più libero nelle sue mosse sul problema africano, ha esposto al Dipartimento il proprio intendimento di pubblicare nei prossimi giorni una sua dichiarazione riaffermando la propria posizione favorevole ab antiquo al trusteeship singolo italiano su tutte le colonie. La dichiarazione rileverebbe anche la soddisfazione francese per la rinunzia russa alle proprie previe aspirazioni su alcune delle ex colonie.

Il Dipartimento avrebbe da parte sua approvato senz'altro l'intenzione francese.

Pur rendendomi conto dell'importanza forse non assoluta della dichiarazione russa, mi pare impossibile che la nostra opinione pubblica non ne veda chiaramente i fini e le limitazioni.

4) Quota flotta attribuita al/ 'U.R.S.S. Si va profilando una certa tendenza al Dipartimento per togliere all'U.R.S.S. il vantaggio di un suo eventuale «gesto» di rinunzia ad alcune delle nostre navi ad essa attribuite. Questi elementi a noi amici vanno sostenendo l'opportunità di lasciare alla Russia le navi cedutele da Inghilterra e Stati Uniti durante la guerra a titolo di lend-lease, purchè Mosca rinunci alla sua intera quota di navi italiane che, sotto gli auspici degli americani e degli inglesi, rimarrebbe all'Italia alle note condizioni.

Non è possibile prevedere con certezza se tale corrente del Dipartimento prevarrà; lo ritengo anzi molto dubbio. Ignoro, poi, se l'U.R.S.S. possa avere effettivamente intenzioni del genere. Comunque spingo qui, per quanto possibile, nel senso a noi favorevole.

Secondo confidenze del Dipartimento, anche la Francia si accingerebbe a rinunziare a qualcuna delle navi attribuitele.

5) Programma francese di gesti di amicizia. Il Dipartimento incoraggia in ogni modo Quai d'Orsay a dar rapido seguito al programma dei cosiddetti «cinque punti» nei riguardi dell'Italia. Mi è stato assicurato da parte americana che l'attuazione di questi gesti di amicizia francese sarebbe imminente.

6) Aiuti americani all'Italia e piano Marshall. Risulta, da confidenze, che al Dipartimento si sta esaminando seriamente la opportunità di una inequivocabile dichiarazione americana (forse da parte di Truman) che illumini il popolo italiano sulla cessazione di ogni aiuto diretto o del piano Marshall qualora esso si pronunciasse il 18 aprile contro i sistemi democratici occidentali ed a favore di quei partiti che gli Stati Uniti considerano loro decisi avversari. Tale dichiarazione minerebbe a troncare nettamente le note speculazioni del fronte dell'opposizione ed a mettere crudamente di fronte alle realtà gli elementi inclini a coltivare ilJusioni. Trattasi naturalmente di argomento molto delicato cui non possiamo che rimanere estranei.

Come ella vede, il Dipartimento ed il Governo sembrano pienamente impegnati in questi momenti nelle questioni italiane. Faccio del mio meglio per confermarli nei loro intendimenti e perché si raggiungano al più presto i risultati pratici possibili. Avrei preferito informarla a cose quasi fatte ma, dato lo stringere dei tempi, ho corso volentieri il rischio di descriverle lo stato delle cose al momento attuale tralasciando i molti dettagli. Non posso però fare a meno di elevare molte riserve tra i propositi ed i fatti concreti.

Le sarò grato, caro conte, per tutti i consigli e le istruzioni che ella ritenesse di farmi avere.

Qualora, per brevità di tempo, le fosse necessario servirsi del telegrafo, ella potrebbe, per la necessaria riservatezza, far riferimento ai vari punti suindicati anche senza citare la lettera e senza entrare troppo nei vari argomenti2.

381 1 Vedi D. 268.

382

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 2989-2990/81-82. Mosca, 5 marzo 1948, ore 13,30 (per. ore 17).

Isvestia pubblica stamane commento su ex colonie italiane mettendo in rilievo dichiarazioni sovietiche favorevoli mandato Italia e contegno dilatorio Gran Bretagna Stati Uniti d'America le quali rifiutano sentire pareri altri Stati prima della chiusura lavori Commissione inchiesta e inoltre propongono sospensione lavori Sostituti fino a l o maggio.

Isvetia mette in rapporto tale proposta a data elezioni italiane e afferma che potenze occidentali non vogliono sollevare malcontento elettori italiani rilevando fin da ora progetto ripartizione ex colonie fra Gran Bretagna e Stati Uniti d'America. Successivamente tuttavia ricordando solite voci di pretesi accordi militari segreti italo-americani per fare di nostre ex colonie basi Stati Uniti Isvestia lascia intendere che mandato ci potrebbe anche essere affidato condizionatamente a tali impegni militari segreti se elezioni fossero favorevoli ad attuale Governo. Rispetto ad entrambe la ipotesi Isvestia conclude che esse sono contrarie alla volontà ed agli interessi del popolo italiano cui U.R.S.S. intende affidare mandato perché conta che esso ne adempia tutte le condizioni secondo carta Nazioni Unite.

Debbo aggiungere per notizia che in questi giorni ambasciatore Smith esprimendomi riservata opinione personale circa sorte nostre ex colonie, mi affermava che se dipendesse da lui attenderebbe esito nostre elezioni prima di definire posizione Stati Uniti al riguardo.

383

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 2985/221. Parigi, 5 marzo 1948, ore 13,45 (per. ore 17).

Mio 2141.

Secondo informazioni datemi dal Quai d'Orsay delegazione francese Bruxelles ha avuto impressione che inglesi tengano estremamente a mostrare America loro buona volontà di collaborazione occidentale e che quindi, pur seguitando a caldeggiare forma alleanza tipo Dunkerque, vogliano arrivare ad ogni costo firmare un accordo. Inglesi potrebbero perciò mostrarsi Bruxelles meno intransigenti di quanto Quai d'Orsay da principio temeva e vi sarebbe motivo di sperare che pressioni franco-belghe per arrivare ad alleanza diretta contro ogni eventualità aggressore possa avere qualche prospettiva di successo.

Quai d'Orsay il quale non nascondeva soddisfazione per tale eventualità, ritenendo dopo avvenimenti Cecoslovacchia necessario trattato di alleanza di contenuto più sostanziale che non quello di Dunkerque, ha accennato a possibilità che trattato venga firmato 13 corr. a Parigi.

381 2 Sforza rispose con il T. 2978/166 dell'Il marzo: «Sua lettera del 4 marzo. Sta bene. Continui incoraggiare nel senso prospettato» e successivamente con il D. 424.

383 l Vedi D. 369.

384

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO

T. 2669/62. Roma, 5 marzo 1948, ore 14,45.

La informo per sua opportuna norma e conoscenza che il Governo albanese non (dico non) ha accolto la richiesta del Governo francese per l'assunzione colà della tutela dei nostri interessi.

Anche la questione relativa alla tutela degli interessi albanesi in Italia resta pertanto sospesa. Segue telespressoi.

385

IL MINISTRO A L' AJA, BOMBIERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3006/32. L 'Aja, 5 marzo 1948, ore 14,50 (per. ore 4 del 6).

Barone Boetzelaer mi ha detto che progetto unione occidentale si va concretizzando ma che difficilmente potrà avere attuazione immediata, per quanto recen

384 I Non rinvenuto. Per il seguito della questione vedi D. 549.

ti avvenimenti Cecoslovacchia abbiano rinforzato generale convincimento sua necessità ed urgenza; che da parte americana non era stata fatta alcuna dichiarazione ufficiale che Governo U.S.A. era disposto garantire sua assistenza in caso aggressione, garanzia questa che Olanda considererebbe necessaria perché unione fossa veramente efficace, ma che risultava trovare ancora restie larghe sfere opinione pubblica Stati Uniti.

386

L'AMBASCIATORE A BRUXELLES, DIANA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3001/61. Bruxelles, 5 marzo 1948, ore 15,50 (per. ore 20,50).

Mio telegramma 58'.

Nel corso prima riunione conferenza a cinque iniziatasi ieri Bruxelles, paesi Benelux hanno presentato progetto accordo cui esame ha rilevato notevole concordanza punti di vista tutti intervenuti. Scopo permettere delegazione britannica e francese esame più approfondito testo, riunione è stata rinviata questo pomeriggio.

Oggi dovrebbe arrivare primo delegato inglese Jebb. Per la parte politica progetto Benelux consisterebbe in accordo generale durata anni cinquanta implicante tra l'altro mutua assistenza, regolamento pacifico conflitti nonché ricorsi Corte internazionale l'Aja.

Ritiensi che accordi possano essere elaborati rapidamente e che conferenza terminerà lavori domenica; seguirebbe quindi incontro ministri affari esteri per messa a punto finale testi e loro firma che pare avrà luogo immediatamente prima

o subito dopo conferenza Sedici Parigi.

387

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO AL CAIRO, FRACASSI

T. 2708/44. Roma, 5 marzo 1948, ore 23,45.

In relazione polemiche nostra stampa circa accordo italo-egiziano l O settembre 1946' e accuse fatteci aver consentito pagamento «riparazioni» a Governo che

387 1 Vedi serie decima, vol. IV, DD. 289, 310, 322, 360 e 412.

non ne aveva titolo in base trattato di pace, è stato qui ripetutamente chiarito non trattarsi di riparazioni, ma semplicemente di risarcimenti per danni subiti da Egitto nel corso guerra e per liberare beni di italiani che erano stati costì sequestrati in conseguenza di tali danni. Scopo non dare esca nuove polemiche specie in attuale momento elettorale converrebbe che il comunicato da emanarsi costì in seguito accordi Fagioli non (dico non) usasse parola riparazioni (che sarebbe effettivamente errata) ma ci si attenesse a formula suaccennata).

Pregola interessarsi in tal senso e ispirarsi a tale concetto anche in sua dichiarazione stampa2.

386 1 Del 3 marzo, non pubblicato.

388

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO

T. RISERVATISSIMO 2709/63. Roma, 6 marzo 1948, ore 0,45.

Lavori Commissione mista italo-jugoslava delimitazione confini sono giunti a punto morto. Divergenza riguarda modalità tracciamento linea base su carte al 25.000, cioè trasposizione dell'annesso l C del trattato di pace (vedi allegati al tel espresso ministeriale 114091 del 27 febbraio u.s.I). Altra divergenza di minore rilievo concerne poteri dei capi delle sottodelegazioni.

Al termine ultima seduta Commissione 28 febbraio u.s., venne messo a verbale quanto segue:

l. capi due delegazioni constatano congiuntamente non essere stato possibile raggiungere accordo circa proposta per procedura delimitazione avanzata dalle due parti;

2. -capo delegazione jugoslava dichiara informerà proprio Governo; 3. -capo delegazione italiana dichiara che in base pieni poteri attribuiti dai rispettivi Governi ai capi delegazione, questi dovrebbero determinare modalità per adire organi arbitrali previsti da trattato, ed in particolare fissare giorno ed ora in cui scade periodo tempo utile per presentare termini divergenze a Collegio quattro ambasciatori. Colonnello De Renzi prega colonnello Verhovec di comunicargli il suo apprezzamento in merito. 4. -capo delegazione jugoslava dichiara nuovamente in risposta suddetta richiesta che informerà Governo jugoslavo delle divergenze congiuntamente constatate.

Si fa riserva inviare per corriere documentato rapporto capo delegazione italiana2.

388 I Non pubblicato. 2 Non pubblicato.

387 2 Per la risposta vedi D. 41 O.

389

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3046/155. Londra, 6 marzo 1948, ore 19,16 (per. ore l del 7).

Secondo quanto mi è stato detto al Foreign Office risultato conversazioni Bruxelles tuttora in corso sarà quasi certamente accordo multilaterale cooperazione economica politica militare. Esso presenterà due punti particolarmente degni di rilievo:

l) accenno futuro ritorno Germania nell'ambito cooperazione europea subordinatamente determinate condizioni; 2) impegno mutua assistenza contro aggressione da qualsiasi parte essa venga.

Così mentre patto Dunkerque era espressamente rivolto contro possibilità nuova aggressione tedesca, nuovo accordo terrebbe conto situazione creatasi recentemente in Europa dove pericolo immediato è rappresentato da atteggiamento Unione Sovietica.

Accordo conterrà clausola per successiva adesione altre potenze: per quanto riguarda Italia-mi è stato confermato -questa dovrebbe in ogni modo avere luogo dopo le elezioni.

Mi è stato detto che Stati Benelux hanno fatto vive pressioni perché potenze occupanti studino sul serio possibilità aumentare produzione Germania mediante aiuti E.R.P., sottolineando loro immediato interesse ripresa economia tedesca in particolare per quanto riguarda traffici che sono tuttora concentrati Brema e Amburgo.

390

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. 2752/178. Roma, 6 marzo 1948, ore 22.

Informi Quai d'Orsay che sta bene incontro Torino per giorni 20 e 21. Questo incaricato d'affari francese ha accennato proposta suo Governo che in tale occasione siano firmati anche altri accordi minori quale convenzione stabilimento da pochi giorni propostaci e che stiamo esaminando, nonché noto scambio lettere per riapertura consolati.

Mi sembra che firma di altri accordi diminuirebbe valore dichiarazione per Unione doganale che è per se stessa fatto di grande importanza e portata storica e che converrebbe quindi accentuare ciò. Ma non escludo possibilità firmare Torino accordo commerciale che amplia notevolmente scambi fra due paesi in vista attesa Unione doganale, mentre lettere circa consolati, che sono pronte, potrebbero venir firmate qui non appena ambasciatore francese rientrerà Roma.

Pregola intrattenere in tal senso Quai d'Orsay e riferire.

391

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

L. 3/86. Roma, 6 marzo 1948.

Ella ha fatto benissimo a gettar l'idea per Trieste di cui alla sue lettere personali del 24 e 27 febbraio'. Tanto più ha fatto bene che io stesso avevo accennato già la stessa idea a Dunn, non come impegno ma come atto dimostrativo. Dopo la sua lettera, qualche giorno dopo, ne ho fatto cenno anche all'incaricato di Francia.

Dunn mi promise di telegrafare subito circa i suggerimenti che gli diedi: di un d'essi (riaprir a nostro favore la quota emigrazione 1940-43) ho già udito qualche cenno da laggiù; non ancora della mia proposta circa Trieste.

392

IL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 424/192. Belgrado, 6 marzo 1948 (per. il 9).

Da informazioni confidenzialmente ottenute presso questa ambasciata degli Stati Uniti, sembra che la questione della delimitazione definitiva della frontiera orientale debba quanto prima formare oggetto di esame da parte dei quattro ambasciatori, ai sensi del paragrafo 3 dell'art. 5 del trattato.

Secondo quanto ha avuto modo di conoscere, in via amichevole, uno dei miei collaboratori, risulta infatti che negli scorsi giorni l'ambasciatore dell'U.R.S.S. a Roma avrebbe presentato una nota ai suoi colleghi americano e britannico (alla data di tale comunicazione l'ambasciatore di Francia non risultava ancora incluso nel passo russo) per informarli dell'intendimento del suo Governo di prendere in esame lo stato delle trattative dirette itala-jugoslave per la delimitazione definitiva della frontiera.

391 I Vedi DD. 323 e 347.

Com'è ben noto, il paragrafo 2 dell'art. 5 del trattato di pace prevede che i lavori della Commissione itala-jugoslava per la delimitazione definitiva debbano essere terminati entro un periodo massimo di sei mesi dall'entrata in vigore del trattato stesso e cioè entro il 15 corrente. Il Governo russo, considerando ormai trascorso tale periodo senza che un accordo diretto sia stato raggiunto fra le parti, desidera dunque rimettere alla Commissione dei quattro ambasciatori l'intera questione per giungere ad una soluzione in tale sede.

Questa ambasciata degli Stati Uniti ha pertanto ricevuto dall'ambasciata a Roma la richiesta di voler raccogliere anche qui ogni possibile informazione sulle vicende delle trattative dirette itala-jugoslave, allo scopo di integrare la documentazione che essa sta apprestando, in vista della riunione della Commissione dei quattro ambasciatori.

A tal scopo, questa ambasciata degli Stati Uniti ha chiesto, in via amichevole, di poter avere, per propria riservata documentazione, copia della nota da me rimessa a questo Governo sui noti sconfinamenti jugoslavi (trasmessa a codesto Ministero con il mio telespresso n. 132/77 del 24 gennaio c.a. l).

In vista di quanto precede e dei particolari rapporti di collaborazione esistenti fra i due paesi, ho ritenuto di accogliere senza ritardo tale richiesta, facendo tuttavia presente, per iscritto, a questo ambasciatore americano che, in mancanza di istruzioni del mio Governo, il testo della nota gli veniva rimesso esclusivamente a titolo personale e confidenziale.

Il funzionario di questa legazione, che ha consegnato tale documento, ha ribadito, ad ogni buon fine, questo concetto, ottenendo assicurazione formale che il documento stesso non verrebbe usato ufficialmente, senza prima aver chiesto ed ottenuto l'autorizzazione del nostro Governo.

Con l 'occasione, è stato fatto presente a questa ambasciata americana che questa legazione sarebbe stata lieta di fornirle la documentazione in suo possesso sugli sconfinamenti jugoslavi, ma che tuttavia tale documentazione era sicuramente disponibile, con ben maggiore compiutezza di dati, presso codesto Ministero, col quale codesta ambasciata degli Stati Uniti è probabilmente in stretto contatto sull'argomento.

Il passo di codesto ambasciatore sovietico, che segnalo ad ogni buon fine ed a scopo di eventuale controllo, ritenendolo già sostanzialmente noto a codesto Ministero, riveste particolare e palese importanza, in quanto sposta l'intera questione della delimitazione definitiva della frontiera dal piano dei rapporti itala-jugoslavi al più vasto e complesso campo dei rapporti fra i Quattro Grandi, o, meglio, fra i due blocchi.

Il fatto sarebbe tanto più significativo perché era noto il desiderio jugoslavo, manifestato anche dal maresciallo Tito, di risolvere il problema della frontiera comune direttamente, evitando di ricorrere ai quattro ambasciatori.

Onde esso può prestarsi almeno a due interpretazioni, a seconda che l'iniziativa stessa venga considerata «extra» o «contra» la volontà del Governo jugoslavo oppure che sia stata con questo concordata.

Nel primo caso la Russia, dimostrando la sua suprema direttiva nella politica estera dei paesi ad essa associati, sarebbe desiderosa di giungere alla rapida conclusione di un problema che potrebbe creare attriti fra l'Italia e la Jugoslavia, difficilmente superabili.

In sostanza in questo periodo di assestamento del blocco slavo o filoslavo la Russia tenderebbe ad eliminare tutti i motivi di frizione che, non mirando sostanzialmente né a un consolidamento, né tanto meno a una espansione della potenza e della ideologia sovietica, potrebbero inutilmente esporla a nuovi possibili urti col mondo occidentale. Ai confini del blocco orientale esiste già il problema greco, che indubbiamente si sta protraendo al di là di quello che nei due campi in contrasto si sperasse e si prevedesse. Non sarebbe quindi opportuno creare un nuovo problema italo-jugoslavo, basato unicamente sulla contestazione di poche migliaia di metri quadrati, anche in previsione di nuove possibilità di attrito.

Senonché questa interpretazione, che sembra essere sostanzialmente quella di questa ambasciata americana, urta contro alcune considerazioni di carattere generale o potrebbe invece lasciar posto ad un'altra supposizione di più immediato e concreto interesse jugoslavo.

Anzitutto è da domandarsi se la Russia, dato l'atteggiamento e i risultati pressoché negativi finora raggiunti in seno ai consessi in cui si è trovata con gli anglo-americani, possa pensare di raggiungere facilmente e rapidamente una soluzione. Non è infatti pensabile che essa voglia a priori e senza gravi motivi sacrificare molto delle pretese jugoslave, e che d'altra parte intenda fare un atto di sopraffazione nei confronti del Governo jugoslavo, che -fra tutti quelli balcanici -è stato fino ad oggi il più «ricettizio» della ideologia e della politica sovietica.

L'iniziativa russa potrebbe invece coincidere con nuovi e diversi propositi del Governo jugoslavo, che potrebbe non avere più l'interesse di un tempo a risolvere il problema e che vedrebbe nella rimessione della questione ai quattro ambasciatori il rinvio sine die di una soluzione per esso, in oggi, non più urgente.

Durante il mio recente soggiorno a Roma raccolsi presso codesto Ministero l'impressione che i rappresentanti jugoslavi in seno alla Commissione per la delimitazione dei confini cercassero di tirare le cose in lungo, in contrasto con la sollecitudine che questo Governo aveva dimostrato all'inizio.

La spiegazione di questo nuovo atteggiamento, e della conseguente iniziativa dilatoria, anziché risolutoria, russa potrebbe trovare spiegazione nel fatto che con la catena dei recenti sconfinamenti jugoslavi sarebbero stati raggiunti i migliori confini possibili e che quindi il Governo jugoslavo tenda a farli consolidare dal tempo, in attesa di più vasti e importanti problemi da porre o da risolvere fra i nostri due paesi.

Mi rendo conto che tra le due interpretazioni dell'iniziativa russa, che ho avuto l'onore di esporre, esiste un netto contrasto nella impostazione politica e nelle proporzioni: ma era doveroso da parte mia ipotizzarle entrambe perché codesto Ministero possa valutarle al lume di tutti gli elementi in suo possesso2.

392 l Vedi D. 171.

392 2 Per la risposta vedi D. 425.

393

IL MINISTRO A STOCCOLMA, MIGONE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 361/114. Stoccolma, 6 marzo 1948 (per. il 12).

La crisi finlandese, nelle sue ripercussioni in questo paese, domina di gran lunga quella cecoslovacca. Quest'ultima suonava ancora per gli svedesi come un avvertimento; mentre gli avvenimenti di Finlandia sono qui sentiti dal popolo come una grave mmaccia.

La prima reazione degli uomini di governo è stata quella di rinchiudersi in un ermetico riserbo. Il mio recente arrivo non mi consente certo di contare su delle indiscrezioni di amici ma nessuno dei numerosi colleghi che ho incontrato in questi giorni aveva ottenuto una qualche soddisfazione alle richieste di informazioni rivolte a questo Ministero degli affari esteri. Viceversa inusitatamente esplicite, direi quasi spregiudicate, sono state le manifestazioni della stampa. Basti, a titolo d'esempio, l'iniziativa di qualche giornale di chiedere, sotto pena di boicotto, l'esclusione dei giornalisti comunisti -come obbedienti agli ordini di una potenza straniera -dalle conferenze stampa tenute periodicamente dal presidente del Consiglio. Siffatta pretesa ha provocato la sospensione delle conferenze stesse, salvo convocazione della stampa ogni volta che avvenimenti straordinari dovessero giustificarla.

VE. è certo ampiamente informata dalla legazione in Helsinki sugli sviluppi della situazione finlandese. A me non resta pertanto che riferire sotto il duplice aspetto delle sue ripercussioni sulla politica svedese in genere e sulle relazioni tra Svezia e Finlandia in ispecie.

l. Si presume qui che l'offerta di un trattato da parte sovietica significhi per la Finlandia la cessione di importanti basi navali e terrestri. Poiché le coste dei paesi baltici e la frontiera di Leningrado fino a Wiborg sarebbero, a quanto mi risulta da buona fonte, largamente e potentemente fortificate, le nuove basi concernerebbero direttamente le coste e la frontiera terrestre colla Svezia e con la Norvegia. Per ovvì motivi, di cui principale quello della relativa debolezza militare di questi due paesi, lo Stato Maggiore svedese ritiene che il carattere di queste basi sarebbe spiccatamente offensivo. Uno sguardo alla carta geografica convince immediatamente della loro pericolosità, quali che esse siano per essere: da tener presente l'esistenza di una recente strada carrozzabile che va dai famigerati centri di produzione dell'acciaio alla frontiera nord occidentale della Finlandia. Non è da stupire se in queste circostanze il generale Jung non abbia nascosto un marcato pessimismo; ed è lecita la supposizione che i suoi ultimi colloqui con il ministro della guerra, politicamente responsabile, non si siano limitati a questioni di ordinaria amministrazione, come vorrebbe far credere un comunicato ufficiale in questo senso.

2. Lo svolgersi, proprio in questi giorni, della Settimana finlandese a Stoccolma ha offerto l'occasione di incontri fra personalità politiche dei due paesi e questo segretario generale del Ministero degli affari esteri, già influente ministro a Helsinki, ha compiuto un viaggio nella capitale finlandese attribuendolo a motivi di ordine familiare. In altre parole, intercorrono scambi di vedute di cui ho avuto conferma, che peraltro, come insegna l'esperienza del passato, non potranno offrire risultati che vadano al di là di ragionevoli incoraggiamenti ed assistenza di carattere morale.

Come ho detto sopra, si pensa qui che il trattato offerto da Mosca dovrebbe contemplare prevalentemente delle clausole militari, per dure che esse possano risultare. Il Governo sovietico non intenderebbe sovietizzare la Finlandia la cui situazione interna sarebbe riconosciuta molto dissimile da quella rumena, ungherese e cecoslovacca. Quivi i russi hanno trovato crisi e discordie di cui i partiti comunisti indigeni relativamente numerosi e bene organizzati hanno potuto approfittare: in Finlandia, invece, anche di fronte alla disfatta, relativa concordia degli animi, plasmati di ardente e comprovato patriottismo ed un partito comunista screditato dai diversi Kuusinen, che a mala pena riuscirebbe a sopravvivere alle imminenti elezioni.

La stampa dà proprio oggi rilievo alle resistenze di vari partiti, imbarazzanti per il presidente Paasikivi, i quali vorrebbero persino impedire che abbiano luogo dei negoziati. Quali che siano queste resistenze che si prospettano ali' orizzonte, esse sembrano, da qui, destinate ad un rapido tramonto. Il popolo finlandese, si dice, dovrà assoggettarsi alle imposizioni di carattere militare, la cui accettazione, quanto più pronta tanto più potrà ritardare l'adozione di limitazioni drastiche ad altre forme di libertà, più direttamente sentite dagli individui. Si tenderà da parte finlandese di spiegare ai russi che una minaccia tedesca -si parla infatti di un trattato difensivo contro una potenziale aggressione germanica -non potrà mai raggiungere l'Unione Sovietica, che controlla i paesi baltici, attraverso la Finlandia. Si farà valere il fatto che l'esercito finlandese, ridotto a non più di 40 mila uomini disarmati, non può essere di alcun sensibile ausilio ali' esercito rosso; ma non questi argomenti varranno a smuovere o modificare i piani del Cremlino. E, caduta la Finlandia, si continua, sarà presto il turno della Svezia.

3. -La presa di posizione ufficiale è tuttora, per la Svezia, la neutralità ad oltranza di modello elvetico. Senonché, giustamente osservava proprio il ministro di Svizzera, questa neutralità svedese è stata contaminata durante la guerra, a favore dell'uno e dell'altro dei contendenti. È compromessa nell'avvenire per l'adesione alle Nazioni Unite. La distinzione ribadita dal presidente del Consiglio, tra piano Marshall di ricostruzione economica e blocco politico occidentale non è valsa nemmeno, a cagione della sua cavillosità, a cancellare la penosa impressione lasciata soprattutto in America dalle famigerate dichiarazioni di Undén. In realtà è voce quasi unanime che soltanto il timore di una guerra, e di una guerra contro la Russia, impedisce alla Svezia di proclamarsi incondizionatamente per le potenze occidentali. 4. -Quali le deduzioni possibili da questo stato d'incertezza? Saranno sufficienti l'eloquenza dei fatti, le esortazioni americane e l'esempio della Norvegia a risvegliare gli svedesi dall'incantevole sogno di una pace perenne? Potrà l'empirismo politico di questa gente sopravvivere alla pressione crescente di una già troppo pesante atmosfera?

Se mi è consentito esprimere un pensiero, che, non essendo basato su alcun elemento positivo, non può rappresentare un'opinione, si pensa in !svezia che l'evoluzione della situazione finlandese poteva soltanto essere ritardata dalla speranza delle cose desiderate: tale essa era da prevedersi e da considerarsi delineata fin dall'epoca degli incontri di Yalta. Ma in fondo si crede che, se si volgesse verso la Svezia, o, secondo la formula corrente, chiedesse l'amicizia della Svezia, l'Unione Sovietica si troverebbe di fronte ad un diverso e più grave problema. Per alta che sia l'opinione che può avere del suo paese e del suo vicino, non un solo svedese può pensare seriamente ad una difesa ad oltranza della penisola scandinava contro un'aggressione dall'Est. Egli è, invece, a mio avviso, abbastanza convinto che né la Gran Bretagna, né gli Stati Uniti potrebbero tollerare che si mirasse anche soltanto all'integrità politica ed economica del suo paese. Egli crede, in parole più crude, che, nella mente degli anglo-americani, gli estremi del casus belli siano ben delineati; e se la guerra non risulterà assolutamente inevitabile, vi sono motivi per la Svezia di un certo ottimismo.

A questo punto vien fatto di chiederci se appunto perché la Svezia si trova ai margini della tolleranza delle potenze occidentali, queste non finiranno per esigere ch'essa esca dall'equivoco e si schieri irrevocabilmente a favore del blocco occidentale. Da qui il circolo vizioso in cui la Svezia continuerà a dibattersi finché esso non abbia assunto le forme di un vero e proprio dilemma.

394

IL PROCURATORE GENERALE DELLA CORTE DI CASSAZIONE, PILOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. S.N. Rio de Janeiro, 6 marzo 19481.

Compio il dovere di informare l'E.V. sullo stato attuale del negoziato relativo alla questione dei beni. l) Nel primo colloquio col ministro Femandes, che è avvenuto in presenza di

S.E. l'ambasciatore Martini, i punti più salienti messi in rilievo dal ministro furono due:

a) il Brasile, per indennizzarsi dei danni sofferti a causa della guerra, è costretto rivalersi sui beni ancora bloccati, essendo stato escluso finora dalle riparazioni verso la Germania; ciò facendo, esso si uniforma ad un indirizzo preconizzato dagli Stati Uniti e dall'Inghilterra in materia, nonostante l'odiosità di questa forma di indennizzo che colpisce i privati e non lo Stato;

b) nessuno può dubitare delle buone intenzioni di esso Fernandes verso l 'Italia, attesoché egli riuscì, come avvocato, a salvare la società Pirelli, e a tutelare gli interessi di altre società italiane, azione nella quale avrebbe portato oltre alla sua esperienza di professionista, il calore delle sue simpatie per le cose italiane; simpatie che talora non sono state convenientemente apprezzate, come nel caso della Banca Commerciale, per conto della quale ebbe ad intentare di propria iniziativa, profittando del fatto che egli era in possesso di una procura, un giudizio con cui riuscì ad ottenere il pagamento di 42 mila sterline al cambio più favorevole ammesso dalle varie leggi di guerra che all'epoca fissavano i cambi.

394 I Manca l'indicazione della data di arrivo.

2) Nel secondo colloquio, avvenuto, come i seguenti, soltanto fra il ministro Femandes e me, egli impostò la questione della responsabilità dell'Italia per tutti i danni di guerra, senza distinzione tra quelli prodotti dalla Germania e quelli causati dali 'Italia, e ciò in base alla teoria, che conducendo l 'Italia la guerra sottomarina nel Mediterraneo, lasciava alle forze tedesche la possibilità di agire, con tutto il loro peso, nell'Atlantico. Naturalmente, risposi a questa teoria che noi interpretiamo il trattato di pace nel senso che esso autorizza il Brasile a rivalersi sui beni italiani, per i soli danni direttamente prodotti ad esso dalle forze italiane. Aggiunsi che eravamo pronti a sollevare la questione dell'interpretazione del trattato nella forma all'uopo in esso prevista (ricorso ai quattro ambasciatori) e ritenevamo che seppure non avrebbero questi deciso, essi avrebbero però suggerito ai due Governi interessati di sottoporre la questione ad un arbitrato.

La tesi in questione è stata poi abbandonata, come risulta dal seguito di questa mia lettera.

Venuti poi a parlare dei danni che da parte nostra possono essere stati direttamente cagionati, ho avvertito, con la discrezione del caso, che la nostra Marina possiede la documentazione relativa all'azione che i sottomarini italiani operanti nell'Atlantico, vi hanno svolto: la cosa ha molto interessato il ministro. Ad esso ho anche detto che, a mio parere, due ufficiali di marina di buona fede, in possesso della citata documentazione nonché dei verbali delle inchieste che il Governo brasiliano ha fatto redigere per ogni affondamento, si troverebbero in grado, senza difficoltà, di stabilire la precisa parte di responsabilità che possa incombere all'Italia nella guerra sottomarina. Non mancai di aggiungere che la proposta presentatagli tempo addietro dal nostro ambasciatore nel senso di rimettere la questione dei danni da noi dovuti all'esame di una piccola commissione mista, mi pareva molto sensata.

A questo punto, l'interesse sollevato dalla mia dichiarazione gli consigliò di sviare il discorso su un altro argomento, non senza avermi vagamente accennato, prima, a vanterie della nostra radio durante la guerra in materia di affondamenti.

Tale argomento si riferiva al fondo dollari dello Stato italiano, concentrato nel Brasile, nel 1940, dali 'Istituto dei Cambi, nella fiducia che questo non sarebbe entrato in guerra, fondo che il ministro mi disse di credere destinato alle spese della propaganda fascista.

La conclusione della lunga conversazione di questo secondo colloquio, fu, per parte di Femandes, che io avrei dovuto fargli un memorandum con proposte concrete, suggerimento che accettai, considerando che una base scritta sarebbe stata a un certo momento inevitabile, anche per il fatto che durante questo periodo il ministro degli esteri è disponibile a Rio solamente per tre giorni alla settimana.

3) Nel terzo colloquio, ho dunque presentato il memorandum che ho impostato astraendomi dalla gretta questione giuridica per innalzarmi, secondo le istruzioni datemi da V.E. a considerazioni relative al futuro delle relazioni tra i due paesi, in tutti i campi, compreso quello culturale ed economico, e facendo di queste preoccupazioni la parte essenziale del documento.

Tuttavia perché esso avesse una conclusione adatta a condurre ad una soluzione, osservavo che la grande sproporzione esistente tra il numero dei sottomarini tedeschi e quelli italiani nell'Atlantico, riduceva a tal punto la nostra responsabilità nei riguardi dei danni subiti dal Brasile per effetto della guerra sottomarina, da giustificare un indennizzo da parte nostra al Governo brasiliano contenuto soltanto nei limiti di una frazione del nostro deposito in dollari, prima accennato.

Risulta infatti dai nostri documenti, cosa d'altronde nota al Governo brasiliano come appare dai giornali dell'epoca, che il solo affondamento imputabile con sicurezza alle nostre forze, fu quello di una nave il valore della quale è approssimativamente uguale al terzo del deposito su citato, che ammonta a circa cinque milioni di dollari.

Nel ritirare il memorandum che io gli presentavo, Fernandes ha riaperto la discussione amichevole su tutta la questione: e poiché egli in quel giorno appariva di una particolare affettuosità verso di me, mi diffusi a sviluppargli il nostro punto di vista e ritenni poi opportuno, perché trattatasi di un particolare a sapore politico, di chiarirgli irrefutabilmente il carattere non politico del deposito su richiamato in dollari e la sua ben definita destinazione a necessità normali della rappresentanza diplomatica; precisando che i fatti risultavano ben chiariti da una lettera scritta, prima della dichiarazione di guerra, dall'ambasciatore Sola, lettera diretta al ministro di Svizzera del tempo, incaricato di proteggere gli interessi italiani in Brasile, e il cui testo sarebbe stato grottesco se non avesse esposta la pura verità. Fernandes, che mi parve soddisfatto su questo particolare punto, nel conchiudere la conversazione mi disse che avrebbe fatto studiare il memoriale dagli uffici e sintetizzò la situazione dichiarando, nel tono più amichevole, che le nostre trattative per la definizione dell'annosa questione cominciavano da quel momento.

4) Passarono di poi parecchi giorni senza che si avesse alcuna reazione; cosicché, visto il ritardo frapposto dagli uffici nel rispondere al memorandum, mi rivolsi a persona amica, dalla quale ottenni la cortesia di farsi interprete presso di lui dell'opportunità di accelerare i tempi.

Sempre in questo ordine· di idee, mi intrattenni personalmente col segretario generale dell'Itamaraty, ambasciatore Accioly, il quale tenne ad usarmi anche personali cortesie col farmi dono di un suo trattato di diritto internazionale pubblico, assai favorevolmente noto in tutta l'America del Sud ed a Parigi, dove egli l'aveva fatto stampare in questi ultimi anni.

5) Ricevuta la risposta, mi trovai a dover constatare che essa rimetteva in discussione tutti gli argomenti già noti e via via presentati e ribattuti nelle conversazioni molteplici già avute dall'ambasciatore Martini con Fernandes ed anche nel colloquio svoltosi tra lo stesso Fernandes e il ministro Merzagora, salvo beninteso l'argomento della solidarietà fra Italia e Germania, e quindi della nostra responsabilità per il totale dei danni.

D'altro canto il memorandum brasiliano contrapponeva alla mia proposta di indennizzo, basata su una frazione del nostro fondo dollari, un indennizzo calcolato su una frazione dei danni generali subiti dal Brasile, frazione che condurrebbe all'appropriazione da parte brasiliana di tutti, o quasi, i beni italiani ancora bloccati, con l'eccezione tuttavia di restituirei sette delle undici navi a suo tempo acquistate dal Brasile e successivamente incorporate nel patrimonio nazionale.

6) Poiché il memorandum brasiliano è lunghissimo, mi premurai di richiedere udienza a Femandes per avvertirlo che ero costretto a rispondere punto per punto e con argomenti circostanziati, con la conseguenza che tale risposta avrebbe richiesto un congruo tempo; e profittai dell'occasione per dolermi che si fossero riesumati i vecchi argomenti già superati nelle nostre conversazioni ed in quelle che avevano preceduto la mia missione.

Tale colloquio, nonostante il complicarsi della situazione, fu ancora più affettuoso dei precedenti, poiché in esso Femandes si dilungò in termini assolutamente aperti ed a noi favorevoli, su temi di politica generale di nostro attuale interesse. Avendolo riportato all'argomento di mia competenza per nuovamente rammaricarmi dello sviluppo dato dagli uffici ad argomentazioni che ci trascinavano fuori dal campo di vitale interesse di una soluzione destinata a riaprire i contatti tra i due paesi, in ogni settore, egli osservò che io dovevo star tranquillo, poiché la conclusione doveva indubbiamente riuscire favorevole, pur se io gli avessi dato conveniente replica su tutti i punti del memorandum.

7) La replica è stata da me predisposta in modo da riuscire esauriente, nei limiti delle informazioni che ho potuto riunire e che i competenti servizi di Roma hanno potuto favorirmi in così breve tempo; e tale, da potere, a mio parere, essere non soltanto definitiva per questo negoziato, ma per qualunque eventuale ulteriore sviluppo che la questione dovesse avere. È questa anzi stata la principale preoccupazione per la quale ho insistito, senza tener conto del tempo, in una redazione così ampia.

Terminando così il riassunto, a tutt'oggi dello stato delle conversazioni, informo V.E. che, nel presentare il nostro memorandum, ormai quasi terminato, è mio proposito di dichiarare al ministro Fernandes che esso è l'ultimo documento del genere che da parte mia gli sarà trasmesso e la mia prima offerta di indennità, costituita come prima accennato da una frazione del nostro fondo dollari a Rio, rimane pienamente giustificata dai fatti. Se VE. diversamente ritenesse dovessi fare, la prego di farmi pervenire opportune istruzioni2.

Mi riservo poi naturalmente di farle giungere, al momento finale, una più ampia relazione di tutto il negoziato3.

395

L'AMBASCIATORE A BRUXELLES, DIANA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3069/63. Bruxelles, 7 marzo 1948, ore 13,18 (per. ore 17).

Mio telegramma n. 621.

Conferenza Bruxelles ha ieri ripreso suoi lavori con partecipazione di Jebb e Chauvel, giunti qui venerdì pomeriggio. Ambasciatori Inghilterra e Francia nonché presidente Conferenza Van Langenhove hanno fatto alla stampa dichiarazioni ispirate ad ottimismo e si prevede che fra un paio di giorni testi accordo dovrebbero essere pronti.

Circola anche voce, in questi ambienti diplomatici e giornalistici, che proposta per partecipazione Unione occidentale sarebbero fatte all'Italia ancor prima della riunione di Parigi e che Bevin avrebbe già conferito al riguardo con l'ambasciatore Gallarati 2.

394 2 Con T. 3366/31 del 19 marzo Fransoni comunicava che il Ministero aveva ritenuto opportuno mettere al corrente dello stato delle trattative il Governo americano per un suo eventuale interessamento. 3 Vedi D. 495. 395 I Del 5 marzo, non pubblicato.

396

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N .D. 3100/239. Parigi, 8 marzo 1948, ore 19,50 (per. ore 7,30 del 9).

Suo 1461.

In seguito ripetuti colloqui al Quai d'Orsay attuali offerte rettifiche sarebbero seguenti: Colle/unga: invariata. Clavières: al di là della rettifica già concessa la nuova frontiera seguirebbe l'andamento delle piste per sci. Moncenisio: rettifica a nostro favore alla punta nord-ovest del saliente per includere alcune case rimaste al di fuori; si vorrebbe invece spostare tracciato nord-est del saliente (prospiciente zona «Paradiso») da fondo valle a linea cresta. Olivetta: concessione di una linea che partendo dal Monte Balma sulla vecchia frontiera prosegue per Colle Lunga, Cima di Trono con un arco fino a circa quota 416 della Serra dell'Arpetta.

Ho insistito perché almeno per Clavières venga concessa tutta zona tra strada e vecchio confine e per Moncenisio sia mantenuta linea di cresta nel tracciato nord-est del saliente.

Avevo precedentemente richiesto che nuova linea offerta a nord di Olivetta venisse continuata verso est includendo zona Rio Audin fino a Fontana Povera, ma Quai d'Orsay mi ha detto non essere riuscito a superare opposizione dei militari anche perché vi sono in detta zona piccoli centri abitati che hanno votato per la Francia nel plebiscito.

Quai d'Orsay si è riservato darmi definitiva risposta alle mie ultime richieste per Clavières e Moncenisio dopo essersi opportunamente consultato, !asciandomi però impressione che risposta potrebbe essere favorevole2.

396 I Del 22 febbraio, non pubblicato. 2 Per la risposta vedi D. 413.

395 2 Vedi D. 356.

397

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

L. 0323 SEGR. POL. Roma, 8 marzo 1948.

Ho ricevuto la sua lettera del 25 febbraio', nel frattempo ella avrà preso conoscenza delle varie comunicazioni pervenute da Parigi e da cui risulta che anche il Quai d'Orsay è in contatto col Dipartimento di Stato perché sia fatto fare qual~ che progresso alla questione africana. Approvo la sua azione e resto in attesa di conoscerne gli sviluppi e i risultati.

Nel frattempo riterrei conveniente, ove possibile, sondare per conoscere quali garanzie sarebbero da parte nostra desiderate e a quali specifici interessi di ordine strategico ci si riferisca in relazione al destino di quei territori. Taluni e anche vaste parti di essi, ad esempio, non presentano particolare interesse dal punto di vista militare, mentre per altre parti si potrebbero sempre far giocare gli articoli dello statuto dell'O.N.U. relativi alle zone di interesse strategico. In ogni caso, anche per orientare la nostra azione converrebbe sapessimo una buona volta quali idee si hanno in proposito costì e a Londra per esaminare se e come esse possano conciliarsi con i nostri interessi e questi in quelle eventualmente inserirsi.

398

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1239/415. Londra, 8 marzo 1948 (per. il 13).

Telespresso ministeriale n. 16/03772/c. del 4 febbraio u.s.'.

La succinta esposizione dell'atteggiamento britannico di fronte al problema tedesco, contenuta nell'interessante appunto inviatomi col telespresso in riferimento, merita qualche complementare commento data la molteplicità degli elementi che determinano l'atteggiamento stesso.

Al termine delle ostilità il Governo britannico si è trovato sulle spalle il compito immediato di amministrare direttamente oltre 22 milioni di tedeschi, in una regione prevalentemente industriale, la cui ripresa economica era resa particolarmente difficile dalle distruzioni della guerra e dalla separazione dai mercati naturali di approvvigionamento alimentare e di smercio di prodotti. Le direttive iniziali hanno quindi dovuto ispirarsi più alle immediate necessità che non a principi politici a lunga scadenza.

397 I Vedi D. 332. 398 I Vedi D. 220.

Nel frattempo a un governo conservatore succedeva in Gran Bretagna un governo laburista che, specie all'inizio del suo ufficio, non poteva rinunciare a pensare in termini socialisti anche nei problemi della riorganizzazione tedesca. Era quindi naturale che, accingendosi a nazionalizzare l'industria del carbone in Gran Bretagna, gli inglesi pensassero ad adottare analoghi provvedimenti nella Ruhr.

Sempre nel campo delle premesse generali, è da notare, come a suo tempo riferito, che la mancanza di una definita politica britannica nei confronti della Germania nell'immediato dopoguerra, corrispondeva alla indeterminatezza di tutta la politica estera britannica in tal periodo. L'indebolimento relativo della Gran Bretagna nei confronti degli Stati Uniti e della Russia; la distruzione di molti elementi dell'equilibrio europeo modificato anche dalla nuova posizione della Russia in Europa, ammessa per necessità di guerra e sanzionata quasi contro la volontà inglese da Teheran in poi; la preoccupazione inglese di evitare azioni che potessero dar pretesto a risentimenti sovietici; il timore che lo «slogan» delle truppe d'occupazione americane (we want to go home) trovasse rispondenza in un neoisolazionismo degli Stati Uniti; tutto ciò impediva che la Gran Bretagna potesse subito sostituire alle non più praticabili linee tradizionali di una politica estera di potenza una nuova direttrice per rinnovare l'influenza britannica nel continente secondo un piano a lunga scadenza.

Così, nel 1945 e per buona parte del 1946, alla politica americana non certo decisa del periodo Byrnes, corrispondeva una politica inglese empirica e di emergenza e, nei confronti della Germania, la Gran Bretagna si limitava ad amministrare (e probabilmente ad amministrare molto male) nel circolo vizioso del disavanzo economico e delle carestie della zona britannica.

Tale fase iniziale è stata però superata per forza di cose. In un piano immediato, la imperiosa necessità di evitare il completo collasso della Germania occidentale, con i conseguenti pesi per l'economia europea e britannica, ha portato agli accordi anglo-americani per la fusione zonale e quindi alla temporanea rinuncia dei piani puramente inglesi e socialisti per la nazionalizzazione delle industrie principali della zona britannica; in prospettiva più ampia, la caduta dylle illusioni sulle possibilità di cooperare pacificamente con l'Unione Sovietica in Europa, e particolarmente in Germania, ha condotto a una rivalutazione della posizione economica e politica dell'ex nemico, considerato ora come parte integrante della economia dell'Europa occidentale e del piano Marshall e come punto di appoggio per il futuro equilibrio continentale.

Questa fatale evoluzione dell'atteggiamento britannico nei confronti della Germania non si può spiegare con la formula troppo semplicistica di un passivo agganciamento della Gran Bretagna alla politica americana: tale agganciamento è bensì evidente in alcune rinuncie inglesi (influenza nella Ruhr ecc.) ma appare piuttosto il prezzo pagato dalla Gran Bretagna per la garanzia dell'attivo intervento americano negli affari tedeschi, da essa stessa sollecitato. È infine da aggiungere che il Governo laburista britannico, oltre ad essere convinto come quello americano che la risurrezione economica della Germania occidentale finirà per esercìtare una attrazione sul corpo separato della Germania orientale, crede anche di avere a disposizione una forza politica che, alla lunga, potrebbe avere altrettanto potere di attrazione e cioè un socialismo, inteso quale antidoto del comunismo, capace di coalizzare più stabilmente che non gli stessi aiuti americani le forze politiche europee e quindi anche tedesche.

Con le premesse sulle quali ho ritenuto opportuno dilungarmi più sopra, ritengo che, nel dettaglio, l'atteggiamento britannico nel problema tedesco potrebbe riassumersi come segue:

l) Confini orientali: nell'attuale stato di cose, si hanno ben poche speranze di poter modificare nuovamente i confini polacchi, ma la questione è stata mantenuta sempre aperta nelle discussioni con i russi e, sia pure forse solo a titolo di scambio, Bevin proponeva a Mosca n eli' aprile 194 7 che l'Alta Slesia restasse alla Polonia ma che la zona agricola all'est di Stettino fosse restituita alla Germania.

2) Saar: il rattachement alla Francia è stato accettato come inevitabile, ma senza alcun entusiasmo.

3) Renania: la Gran Bretagna non ha mai accettato di considerarne il distacco dalla economia tedesca, e a Mosca nell'aprile 194 7 è stata decisamente contraria all'esame di un regime speciale.

4) Ruhr: se avesse potuto, il Governo inglese avrebbe basato la sua azione politica ed economica in Germania sulla grande forza che gli proveniva dall'esclusivo controllo della Ruhr. Ceduta la massima parte della sua influenza agli Stati Uniti sotto la pressione dei pesi finanziari che ne derivano, la Gran Bretagna è decisamente contraria a una possibile influenza sovietica e Bevin ha più di una volta dichiarato che accetterebbe di pensare a un controllo quadripartito solo se tale controllo fosse esteso a tutte le attività produttive tedesche anche nella zona sovietica. Anche la vera e propria internazionalizzazione della Ruhr non incontra favore, e si preferirebbe mantenere un controllo anglo-americano esclusivo, salvo dare ai paesi confinanti sia garanzie politiche contro una eventuale rinascita della potenzialità bellica tedesca, sia assicurazioni circa l'equa distribuzione dei prodotti della Ruhr. È anche certo che non si accetterebbe qui il trasferimento dalla Germania alla Francia del centro della produzione siderurgica europea e le interferenze e riserve francesi circa i piani di produzione sono sopportate con evidente fastidio.

5) Assetto politico della Germania: la base sulla quale anche gli americani discutono del futuro assetto politico della Germania deriva più dal noto piano britannico (Supplementary principles to govern the treatment of Germany) che dai primitivi progetti americani per una unione di Stati dotati di maggiore autonomia. Il federalismo piuttosto attenuato del progetto inglese non è incompatibile con le recenti decisioni per un accentramento dei poteri economici e col principio delle unità economica tedesca.

6) Assetto economico della Germania e riparazioni: si è visto nelle premesse come la Gran Bretagna sia ormai orientata verso un potenziamento economico della Germania. Fu Bevin che prese l'iniziativa di proporre, il 17 marzo 1947 a Mosca, immediate discussioni per un aumento del livello della produzione industriale tedesca e, nei lavori di Londra dei ministri degli esteri nel novembre scorso, le proposte inglesi sui principi economici da adottare nei riguardi della Germania vennero accettate come base di discussione anche dagli americani.

Tali proposte si possono riassumere nel modo seguente: l'economia tedesca dovrà essere aiutata a riprendersi in modo da consentire, nell'ordine, che la Germania possa: a) pagare le sue importazioni senza aiuto esterno; b) rimborsare i costi di occupazione; c) dare il suo contributo alla ricostruzione europea.

Per ottenere ciò, il progetto britannico proponeva l'abolizione delle barriere zonali, una equa divisione fra tutte le potenze occupanti dei pesi finanziari da sostenere e sostenuti per l'amministrazione della Germania; un piano generale di importazione ed esportazione; l'astensione dal prelievo di produzione tedesca in conto riparazioni sino a quando la bilancia commerciale e dei pagamenti tedesca potrà essere in equilibrio e saranno state rimborsate le spese d'occupazione, e infine, una riforma monetaria.

Falhto il tentativo di accordo sul problema tedesco in generale, la politica economica inglese in Germania si può forse sintetizzare nel desiderio di rimettere in piedi la Germania occidentale, il cui potenziale industriale è riconosciuto indispensabile nel quadro dell'E.R.P., accollando agli Stati Uniti la maggior parte delle spese di avviamento.

399

L'AMBASCIATORE A SANTIAGO, FORNARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 596/105. Santiago, 8 marzo 1948 (per. il 24).

Telespresso ministeriale in data 18 febbraio u.s., n. 5325/c.l.

Ho letto con particolare interesse l 'utilissimo riassunto compilato da codesto ministero per illustrare sinteticamente la posizione di massima assunta dal Governo italiano nei riguardi del trattato di pace nonché le fasi e gli aspetti di maggior rilievo dell'azione svolta nello scorso anno per promuoveme la revisione.

Reputo superfluo tornare a esporre le ragioni di principio per le quali il Cile ritenne dover prendere posizione contro la nota iniziativa argentina all'Assemblea dell'O.N.U. per la revisione del trattato, ragioni già esaurientemente illustrate a codesto ministero da questa ambasciata (vedasi, tra l 'altro, il rapporto in data 29 luglio u.s., n. 1293/3582) e nuovamente ripetutemi da questo ministro degli affari esteri in occasione della mia prima visita (mio telegramma per corriere n. 02 del 27 febbraio c.a.3).

2 Vedi serie decima, vol. VI, D. 233.

3 Vedi D. 346.

In sostanza, il Cile, pur nutrendo i più favorevoli intendimenti nei riguardi del nostro paese ed essendo quindi disposto a svolgere quell'interessamento che possa essere ritenuto utile per la ricostruzione italiana e anche per il miglioramento della nostra situazione internazionale quale fu determinata dal trattato di pace, non potrà mai associarsi ad alcuna azione che possa pregiudicare il suo atteggiamento contrario al principio della «revisione» e alla competenza dell'O.N.U. in materia.

Pertanto, ove per future iniziative del genere si voglia contare sull'appoggio del Cile, occorrerà evitare qualunque formulazione che possa dar l'impressione di intaccare la tesi -sempre sostenuta da questo Governo fin dai lavori preparatori per la costituzione dell'O.N.U. e della Conferenza di S. Francisco -dell'incompetenza degli organi dell'O.N.U. sulla materia di cui trattasi. Occorrerà, soprattutto, evitare venga usata la parola «revisione» o altra simile.

399 l Vedi D. 288.

400

IL MINISTRO A PRAGA, TACOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 388/249. Praga, 8 marzo 19481.

Mi permetto di richiamare il mio precedente rapporto n. 383/244 in data 4 marzo2.

Nessuno mette in dubbio che il rivolgimento avvenuto in questo paese negli ultimi giorni di febbraio sia stato, nella sostanza, un colpo di forza, nonostante le sottili argomentazioni che si possano fare sul rispetto apparente di certe linee costituzionali. Analogamente, prima che si verificasse, nessuno avrebbe dovuto mettere seriamente in dubbio che il colpo di forza poteva avvenire ad ogni momento.

È dunque accaduto quello che era ritenuto possibile ed anche probabile.

Come mi permisi di dire a V.E., al momento in cui stavo per intraprendere il mio viaggio di ritorno qui, sarebbe interessante di stabilire perché il partito comunista si sia lanciato ali 'impresa alla fine di febbraio.

A così pochi giorni di distanza non è facile dare giudizi definitivi su questo punto e forse non lo sarà per molto tempo ancora. Ma fin d'ora si può dire che la ragione non è da ricercare nelle dimissioni dei dodici ministri non comunisti. Tali dimissioni hanno formato soltanto l'occasione, il preteso, che del resto fu provocato dagli illegittimi procedimenti dei ministri comunisti. Ora, il provocare il pretesto non era certo la parte più difficile del ben consegnato piano sovversivo e se i ministri non comunisti non si fossero dimessi, altro motivo per dare il via al moto sarebbe stato facilmente trovato. La scelta del tempo trova più convincente spiegazione in diverse ragioni di natura interna ed estera.

400 I Manca l'indicazione della data di arrivo. 2 Vedi D. 380.

All'interno, il partito comunista temeva le prossime elezioni. La situazione economica generale era fortemente peggiorata negli ultimi sei mesi e il malcontento, anche se non grave, era diffuso. Il tanto sbandierato piano biennale Gottwald, piattaforma elettorale dei comunisti, si dimostrava di difficile applicazione e le mete ne apparivano ormai irraggiungibili. Gli aiuti americani erano cessati, i crediti delle potenze occidentali ridotti praticamente a zero. Il forzato orientamento degli scambi commerciali verso l'est e il sud-est importavano mutamenti nelle attrezzature e nei tipi della produzione così gravi da togliere molte illusioni a chi aveva creduto che si potessero facilmente sostituire i mercati di sbocco e le fonti delle materie prime. L'aumento formidabile delle imposizioni fiscali aveva ridotta la capacità d'acquisto della popolazione e intisichiva la produzione. La terribile siccità dell'estate scorsa aveva provocato restrizioni nel tesseramento dei generi alimentari e fortissimi aumenti dei prezzi per gli stessi prodotti alla borsa nera. I negozi erano ogni giorno meno provvisti: la corona, sul mercato libero, aveva perduto il 66% del suo valore negli ultimi sei mesi.

Molti erano coloro che ascrivevano tutto o gran parte del disagio economico a colpa del Governo, il quale, se non era di esclusiva marca comunista, andava però gradualmente applicando, sia pur tra contrasti, molte direttive economiche e sociali di parte comunista.

D'altra parte e di pari passo con lo scontento della popolazione, andava aumentando la resistenza degli altri partiti politici. Questi avevano ormai osato più d'una volta di opporsi all'iniziativa comunista e nel Governo, nel Fronte nazionale, nell'Assemblea costituente, il partito relativamente più forte si era trovato isolato e aveva temuto il formarsi di una coalizione più potente di lui. In tali condizioni elezioni libere non potevano fornire il mezzo per impadronirsi del potere. Il 37% dei voti riportato dai comunisti nel maggio 1946 per l'elezione della Costituente non sarebbe stato certamente superato nella convocazione elettorale fissata per il prossimo maggio per l'elezione del Parlamento: con ogni probabilità quella percentuale non sarebbe stata raggiunta.

I comunisti dunque non potevano sperare di andar soli al Governo o di avervi la maggioranza assoluta se non ... cambiando l'aria.

Dall'estero, la Russia vicina e formidabile, da tempo non nascondeva il suo malcontento per il contegno cecoslovacco, mentre la lontana America aveva preso a negare i dollari o li faceva intravedere come premio d'una libertà d'azione nelle relazioni internazionali che appariva impossibile.

Ma la Russia non aveva tardato a imporre la sua volontà. Nel luglio 1947 essa aveva obbligato la Cecoslovacchia a rinunciare clamorosamente all'adesione data pochissimi giorni prima per la Conferenza del piano Marshall. L'imposizione, anche nella forma, era stata volutamente umiliante per il piccolo paese. Da allora Praga si era studiata di non irritare la grande protettrice e, con ogni cautela, era andata alla ricerca delle sue intenzioni ogni qualvolta dovesse compiere qualche atto internazionale. Perché, assai spesso, l'Unione Sovietica si asteneva dal dare istruzioni o indirizzi, anche se sollecitati e pretendeva che il satellite comprendesse da sé il dover suo.

Così la Cecoslovacchia era riuscita con grande sollievo ad evitare di sostituire la Polonia al Consiglio di sicurezza dell'O.N.U., una posizione attraente per il suo prestigio, ma estremamente compromettente. Nonostante tutto questo non erano mancati gli atteggiamenti che avevano ancora spiaciuto ali' esigente alleata.

Il trattato con la Bulgaria non era stato ancora concluso. Fra tutto il gran discorrere che si era fatto circa la costituzione di una federazione balcanica comprendente l'Ungheria, la Cecoslovacchia non aveva mancato di lasciare intendere che essa non desiderava parteciparvi e che questa Federazione non avrebbe dovuto estendersi ad altri paesi slavi. La Conferenza dei tre ministri degli esteri (polacco, jugoslavo, cecoslovacco) che Mosca aveva voluto avvenisse a Praga, nei primi giorni del febbraio, si chiudeva con una dichiarazione che più non suonava come un minaccioso avvertimento e quasi come una sfida contro le deliberazioni che si stavano prendendo a Londra per l'organizzazione delle zone occupate in Germania: infatti il testo portato dal ministro polacco era stato addolcito ed attenuato, e non solo nella forma, ad opera del collega cecoslovacco.

In generale e nonostante che il suo procedere fosse diventato molto guardingo, la Cecoslovacchia manteneva una certa libertà di atteggiamento nelle relazioni internazionali, sia pure che essa si riducesse a poco più delle forme, conservava con le potenze occidentali molti più rapporti culturali e commerciali che non qualsiasi altro satellite della Russia e, con le stesse democrazie d eli' occidente, viveva per così dire di rendita, sfruttando le antiche simpatie ed amicizie e la fama di popolo profondamente democratico.

Questo stato di cose perdurava e avrebbe perdurato fintanto che al governo il partito comunista cecoslovacco avesse trovato il freno degli altri partiti e finché la popolazione avesse conservato quel tanto di libertà che le consentisse di guardare (almeno guardare!) verso l'occidente per appagare i suoi bisogni spirituali e materiali e i suoi gusti democratici.

La Russia pertanto desiderava di ingranare la Cecoslovacchia nel convegno dei suoi satelliti più fermamente e più stabilmente.

Se queste sono le principali ragioni di natura interna ed esterna che hanno fatto scoppiare il colpo di stato proprio nel febbraio 1948, non è da escludere che la volontà sovietica sia stata quella prevalente. Non è da escludere cioè, che i propositi dei comunisti cecoslovacchi abbiano trovato a Mosca, non soltanto facile appoggio ma anche incitamento e sollecitazione, Già era noto che Zorin, l'attuale vice-ministro degli esteri sovietico, durante la sua ambasceria a Praga, aveva lamentato certe aperte resistenze di Benes ai suoi «consigli», e aveva preso qualche atteggiamento di minaccia. Pare anche che di recente il Cominform avesse aspramente criticata la mancanza di mordente della azione di Gottwald e compagni.

E del resto, se non si è mai potuto parlare di politica interna cecoslovacca indipendentemente dalla politica internazionale, da molto tempo ormai la politica interna cecoslovacca non è che una delle faccie della politica estera russa. Come la Russia avrebbe potuto tollerare uno scacco comunista alle prossime elezioni?

I partiti non comunisti non avevano certo un grande campo d'azione. A mio modo di vedere, essi non hanno compreso che l 'unica manovra possibile a loro era quella di lavorare sott'acqua. Essi cioè non potevano che: l) sfruttare l'unica ragione che faceva segnare il passo alla Russia e che consisteva nel lasciare che la Cecoslovacchia, ogni giorno più costretta a lavorare per lei, si approvvigionasse dall'Occidente di quelle materie prime che non poteva ottenere dall'Oriente; 2) evitare ogni impressione di volere isolare il partito comunista; 3) prepararsi alle elezioni ormai prossime sfruttando con la massima cautela e senza chiasso il malcontento generale.

Molto probabilmente anche tutto questo non avrebbe servito a nulla e l'inevitabile sarebbe accaduto poco prima delle elezioni o si sarebbe imposto un rinvio delle elezioni per sospingere il processo di sgretolamento d'un regime di relativa libertà. Ma almeno si sarebbero costretti gli avversari al gesto violento senza la più lontana possibilità di scuse. E contro il gesto violento si poteva resistere, sia pure per soccombere con gloria ... se vi era cuore. Invece la tattica usata dai partiti non comunisti non poteva che accelerare la catastrofe. Non rispondeva certo ad una politica avveduta l'assumere certi atteggiamenti di indipendenza e di opposizione o tardivi o su questioni secondarie, il proclamare la certezza della propria vittoria alle elezioni e trascurare ogni preparazione, ogni organizzazione per una resistenza effettiva e pratica. Così si è arrivati, con una ingenuità che sembra inconcepibile, a credere che le dimissioni di dodici ministri avrebbero messo in serio imbarazzo gli avversari: la guerra che era già in atto e che non conosceva esclusione di colpi, veniva considerata come un episodio parlamentare!

Ma, dopo gli avvenimenti dei passati giorni, ben altri interrogativi e ben altre considerazioni potrebbero farsi che non investono soltanto la Cecoslovacchia.

L'improvviso rivolgimento che incatena questo paese nella grande macchina sovietica, trova forse la sua assorbente spiegazione in una ragione strategica? Corre insistente la voce che la Russia abbia voluto eseguire, prima della primavera, un piano militare che comprenderebbe il tranquillo possesso d'una posizione di somma importanza quale la Cecoslovacchia e insieme d'un'altra posizione pure interessante per guardarsi il fianco: la Finlandia.

Due punti principali dunque che chiamano alla riflessione: le intenzioni della Russia e la situazione interna di alcuni paesi dell'Occidente.

Sul primo punto mi permetterò di richiamare quanto già scrivevo il 4 settembre '47 con mio rapporto n. 1403/7953 che ebbe la fortuna di trovare così autorevoli consensi. E solo aggiungerò che pare già che l'U.R.S.S. abbia perduto ogni timidezza e abbandonata ogni cautela, cosicché è da ritenersi che, mentre nell'esecuzione dei suoi primi piani, essa si sarebbe arrestata di fronte ad un pericolo immediato di guerra, oggi, formidabilmente armata sulla terra e nell'aria, non s'arresterebbe più per quel pericolo. È forse già avvenuto, nella opinione pubblica sovietica, lo stesso mutamento che si riscontrò in quella tedesca tra il colpo della Renania e quello di Danzica. L'uomo della strada continua a credere per molto tempo di compiere atti necessari alla difesa!

Sul secondo punto dirò che l'espansione per via interna sarà naturalmente sempre la più comoda e la preferita. Le democrazie cadono in un errore mortale se pensano che soltanto con le parole e con i voti e tutt'al più con i fattori economici si possa resistere ai colpi

di forza. Le maggioranze che non vogliono soccombere alle minoranze audaci e violente debbono restaurare l'autorità dello Stato che legittimamente dirigono, negli stretti limiti della legalità, ma senza debolezze e senza ritardi.

Antidemocratica è l'aggressione: è dovere democratico difendere la libertà. Ma la libertà non è una divinità che si difende da sola!

400 3 Vedi serie decima, vol. VI, D. 418.

401

IL MINISTRO AD OSLO, RULLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3162/20. Osio, 9 marzo 1948, ore 17,40 (per. ore 6 del/'11).

Mi è stato oggi confermato da questo ministro degli esteri la sua presenza a Parigi per il 15 corrente, dopo la Conferenza preliminare scandinava a Copenaghen.

Il ministro si augura di incontrare ed avere scambi di vedute con l'E.V Questo ministro degli esteri ha soggiunto che nelle ultime riunioni di Osio i suoi colleghi svedesi e danesi si sono mostrati nettamente contrari al loro impegno sulla base del piano Bevin. Per suo conto il ministro ha detto che, malgrado l'opposizione di qualche collega di Gabinetto e di alcune correnti in seno ai partiti, egli era ormai convinto che a Norvegia ed a vicini scandinavi non rimanga altra strada che avvii decisamente verso confacente sempre più stretta collaborazione con l'Occidente pure politica oltre che economica. Ciò non pertanto problema per essi è e rimane però quello di conoscere in quale situazione si troverebbero, in caso di conflitto, sul piano strategico. Qualora fosse esatto (come da una parte della stampa anglo-americana è stato affermato) che la Scandinavia sarebbe data per perduta fin dall'inizio di un tale conflitto, la posizione dialettica e morale della sua tesi sarebbe certamente diminuita.

Questo ministro degli esteri si propone quindi di porre il problema, in tutta franchezza, a Bevin a Parigi e farlo contemporaneamente presentare a Marshall dal suo ambasciatore negli U.S.A.

Mi è sembrato chiaro, pur non avendomene parlato, che ministro pensi in tal modo tastare il terreno per un eventuale patto garanzia o di mutua assistenza.

Il ministro, il quale si è molto interessato in vista delle prossime elezioni alla situazione italiana, mi ha detto che era convinto che la Francia e l'Inghilterra tra breve inviteranno l'Italia a partecipare alle conversazioni politiche che si stanno svolgendo nel momento attuale col Benelux e che l'Italia quasi certamente sarà invitata prima dei paesi scandinavi l.

401 I Per la risposta vedi D. 423.

402

L'AMBASCIATORE A RIO DE JANEIRO, MARTINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3164/30. Rio de Janeiro, 9 marzo 1948, ore 20,35 (per. ore 8 del 10).

Miei telegrammi 22 del 21 febbraio e 010 del 25 corrente'.

Ho veduto Femandes 2 corrente e, a conferma delle assicurazioni verbali che egli mi ha fomite in risposta passi da me fatti, ricevo oggi comunicazione scritta che questo Ministero, coerente all'atteggiamento assunto dalla legazione brasiliana alla Conferenza di Parigi, ha dato istruzioni alla propria ambasciata a Londra in relazione alla questione antiche colonie italiane nel senso di manifestare ai supplenti dei ministri affari esteri di Gran Bretagna, Stati Uniti America, Francia e Russia che, rispettati i compromessi del Governo britannico coi senussi di Cirenaica, il Governo brasiliano è di avviso che suddette colonie devono essere poste sotto il regime di tutela previsto nella Carta Nazioni Unite e confidate ad amministrazione Governo italiano.

Stesso ministro mi ha autorizzato a dichiarare che suo Governo non ha obiezioni a che divulghisi tale punto di vista. Invio per corriere aereo una copia lettera portante «in nome del ministro» firma segretario generale Ildebrando Accioly.

403

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 3145/245. Parigi, 9 marzo 1948, ore 20,58 (per. ore 1,30 del 10).

Mio 240'.

Fouques-Duparc mi ha detto che, a impressione francese, americani:

l) non (ripeto non) ritengono sia possibile fare qualche cosa per questione colonie prima nostre elezioni per lo meno nella misura in cui questo sarebbe necessario per controbilanciare azione russa;

2) sembrano ben disposti considerare qualche cosa per Trieste; 3) vorrebbero fare qualche cosa per nostra ammissione O.N.U. in maniera obbligare russi ripetere loro atteggiamento negativo. Richiesto mio parere circa punto terzo ho detto che evidentemente tutto serve ma che però di fronte larghi strati opinione pubblica italiana effetto O.N.U. non potrebbe nemmeno lontanamente paragonarsi a quello che potrebbero avere punti l e 2.

402 l Con essi Martini aveva comunicato di avere interessato, in assenza del ministro e del segretario generale, il direttore della Divisione politica alla questione e di aver richiesto un colloquio con il ministro Femandes, per i primi di marzo.

403 l Con il T. 31 O11240 dell' 8 marzo Quaroni dava notizia di un colloquio tra Caffecy e Bidault su questioni relative all'Italia.

404

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3152/86. Mosca, 9 marzo 1948, ore 21,50 (per. ore 24).

Precisa nota sovietica a tre potenze occidentali per rinnovare protesta circa riunione Londra è qui integralmente e vistosamente pubblicata.

Essa corrisponde a vive preoccupazioni e aspri commenti della stampa sovietica in questi giorni su tale argomento e sostanzialmente li riassume. Essa vi corrisponde anche in quanto collega la riunione di Londra col progetto di blocco occidentale inclusivo di una Germania occidentale militarmente forte ed economicamente capitalistica. Secondo l'interpretazione che qui le si dà anzitutto la nota costituirebbe smentita a voci circa disposizione sovietica a sollecitare nuova riunione su Germania. Viceversa essa conterebbe sostanzialmente la constatazione della liquidazione del Consiglio di controllo e del Consiglio dei quattro ministri, liquidazione che viene attribuita ad intento e responsabilità anglo-americane.

Infine mentre formalmente essa si limita a disconoscere legalità deliberazioni Londra sostanzialmente essa include pure un monito circa possibili contromisure nella zona sovietica di occupazione. Su questo punto prevale la tesi che sovietici si asterranno da compiere a loro volta atti sanzionanti ufficialmente fallimento progetti unità Germania ma la eventualità di una qualche iniziativa è ritenuta probabile.

405

L'AMBASCIATA A LONDRA AL CONSIGLIO DEI SUPPLENTI DEI MINISTRI DEGLI ESTERI

Londra, 9 marzo 1948.

Il Governo italiano, che ha già espresso alla Conferenza il suo punto di vista sulle questioni dell'Eritrea e della Somalia con le note del 5 novembre 1947 e del 12 gennaio 19482, desidera ora, in occasione dell'inizio dei lavori della Commissione di indagine a Tripoli, esporre le sue vedute sul problema della Libia.

l. Il Governo italiano considera in questa nota integralmente il problema della Libia e cioè l 'insieme della Tripolitania, Cirenaica e Fezzan; ed intende così

405 I Il testo della nota fu trasmesso telefonicamente a Gallarati Scotti il 6 marzo. 2 Vedi serie decima, vol. VI, D. 694 e, in questo volume, il D. 102.

affermare esplicitamente che l'unità di questi territori, consolidatasi per un sì lungo periodo di anni, è conforme agli interessi delle popolazioni. Qualunque soluzione possa essere consigliata dalle circostanze attuali del problema libico resta sempre, a parere del Governo italiano, da considerare l'esigenza fondamentale dell'unità della Libia, già giustamente riaffermata da varie personalità politiche locali, e che sembra comunque necessario assicurare nel campo di una libera cooperazione economica e politica nei territori della Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, collegati dalle vicende storiche passate come parti di una unità superiore.

2. -Il problema della Libia, nei limiti geografici e politici su accennati, è visto dal Governo italiano, anzitutto, in rapporto con le tradizionali e secolari relazioni di amicizia con i paesi arabi. Il Governo italiano considera con particolare simpatia il movimento di moderna rinascita degli Stati arabi del Vicino Oriente e si augura che venga ancora più ripresa, consolidata e sviluppata quella amichevole collaborazione dei paesi arabi con gli altri paesi mediterranei, che fu una gloriosa funzione degli arabi nella storia della civiltà mondiale. Per l'Italia, quindi, che dà a tale amicizia con gli Stati dell'Oriente Vicino un valore fondamentale, il problema della Libia deve essere non già una ragione di antagonismo ma anzi una possibilità di intensificata collaborazione, nella salvaguardia dei reciproci interessi e nella tutela del comune unico interesse di solidarietà delle popolazioni arabe ed italiane della Libia. 3. -Il Governo italiano, si rende conto del desiderio di una larga parte delle popolazioni della Libia di organizzare il paese politicamente in forma autonoma. L'Italia accetta tale punto di vista e dichiara che la Libia può ormai avere, subito, un regime politico conforme al suo sviluppo attuale con le più ampie garanzie di libertà per tutti i gruppi etnici costituenti la popolazione nel territorio. Tale regime politico di libertà deve essere, nell'opinione del Governo italiano, organizzato secondo quelli che potranno essere i desideri degli abitanti stessi della Libia; e perciò l'Italia, nel mantenere la sua richiesta che le venga affidato dalle Nazioni Unite il compito di guidare la Libia -nella forma della Amministrazione fiduciaria -ai suoi nuovi superiori destini, si dichiara qui pronta a concordare, per quanto le concerne, con le stesse popolazioni della Libia l'ordinamento politico che si vorrà dare a quel territorio perché sia anche localmente garantito sin d'ora che le clausole della Carta che le Nazioni Unite fisseranno per il trusteeship richiesto dall'Italia siano del tutto corrispondenti alla volontà degli abitanti della Libia.

Ma, al di là di questo regime politico che l 'Italia vuole concordare con le popolazioni del territorio, il Governo italiano tiene a dichiarare apertamente alla Conferenza che esso si impegna sin da ora ad accettare e gestire il trusteeship che ha domandato per la Libia, al solo scopo di preparare tutte le condizioni necessarie perché la Libia diventi, appena possibile e con le garanzie delle Nazioni Unite, uno Stato pienamente indipendente e prenda, nell'armonica collaborazione di tutti gli elementi che costituiscono la sua popolazione, il posto che augurabilmente le converrà nella comunità degli Stati.

4. A quali considerazioni generali sul problema converrà aggiungere alcuni chiarimenti specifici sulle questioni particolari che si pongono circa i territori libici per l'esame della Conferenza.

L'Italia conosce la dichiarazione fatta nella prima fase della guerra dal segretario di Stato per gli affari esteri britannico al Parlamento, circa la Cirenaica, in favore della Confraternita religiosa dei senussi. Tale dichiarazione, fatta nelle circostanze su accennate, è indicativa dell'atteggiamento britannico nella questione; ma ovviamente non vincola né menomamente esclude che, secondo quanto è già stato deliberato, la Conferenza, ed intanto la Commissione di indagine, debbano considerare in ogni suo particolare politico ed economico la questione della Cirenaica, studiandone le convenienti soluzioni.

Il Governo italiano, per suo conto, ha conservato a lungo rapporti di amicizia con la Confraternita dei senussi, rapporti che furono successivamente fissati d'accordo nella Convenzione di Regima nel 1920, con la quale lo Stato italiano riconosceva l'amministrazione autonoma della Confraternita in un largo territorio del Sud cirenaico.

Poiché l'Italia si è dichiarata pronta a concordare con le popolazioni locali il regime politico che esse preferiscono durante il trusteeship, come è stato detto sopra, il Governo italiano non ha alcuna obbiezione a quello che risulterà essere il vero desiderio delle popolazioni della Cirenaica senza esclusione di alcun gruppo etnico e nulla avrà da eccepire alla funzione che effettivamente gli abitanti della Cirenaica vorranno riservare nella struttura politica del loro paese a qualsiasi organizzazione religiosa o politica.

In ogni caso il Governo italiano deve insistere sulla importanza degli interessi comuni dell'Italia e della Cirenaica, la cui tutela è del resto condizione essenziale della ripresa dello sviluppo di quel territorio, che, a vantaggio di tutti, può dalla ripresa di una fiduciosa collaborazione con l'Italia e con gli italiani esser ricondotto ad un livello di produzione agricola e quindi ad una prosperità economica e civile degna delle sue antiche tradizioni storiche.

5. -Il Governo italiano ha esaminato alcune richieste di rettifiche di frontiera che sono state accennate da parte dell'Egitto verso la Cirenaica. Tale questione non può non essere qui considerata che nel suo duplice aspetto: in relazione ai rapporti di amicizia tra l'Italia e l'Egitto, e, d'altra parte, nei confronti degli interessi storici, religiosi ed economici delle popolazioni della Cirenaica. E la soluzione, nell'opinione del Governo italiano, dovrà essere tale da assicurare la pacifica collaborazione delle popolazioni interessate dalle due parti della frontiera, e quindi andrà meglio risolta d'accordo tra gli interessati, dopo che la Cirenaica avrà avuto il suo definitivo assetto politico. 6. -La questione della Tripolitania è valutata dal Governo italiano in relazione ai criteri generali che sono stati esposti sopra e cioè alla opportunità che la Tripolitania, attraverso un regime politico da concordare liberamente con le stesse popolazioni, sia aiutata dall'Italia a raggiungere l'indipendenza. La presenza di un forte gruppo di popolazione italiana in Tripolitania dà un particolare valore a questi concetti generali, perché costituisce la prova pratica della pacifica collaborazio

ne, nell'interesse superiore del benessere di quel territorio, di tutti i gruppi etnici che lo abitano ed apportano alla vita economica il contributo del loro lavoro.

La solidarietà d'interessi tra gli arabi e gli italiani di Tripolitania non ha bisogno di essere dimostrata; e negli uni e negli altri, anche nelle circostanze e nelle situazioni più difficili di questi ultimi anni, non sono mai venuti meno né la pratica volontà di cooperare intanto a mantenere almeno il paese al livello di sviluppo raggiunto né la reciproca espressione dei più generosi ed aperti ideali di collaborazione per l'avvenire.

7. -La questione del Fezzan va considerata, secondo il punto di vista del Governo italiano, in connessione con quella Tripolitania, con la quale il Fezzan ha da secoli una storia comune. Perciò la situazione di questo territorio, nell'opinione dell'Italia, va valutata in relazione ai desideri della popolazione ed alla necessità di non scindere una unità politica, etnica ed economica, ormai consolidata da secoli. Questi criteri dovranno guidare a suo tempo la eventuale soluzione della questione, nella quale comunque vanno sentite e valutate anche alcune vitali necessità della Tripolitania stessa cui non si saprebbe derogare senza danno. 8. -In questo spirito di larga collaborazione e con questo impegnativo programma l'Italia riconferma alla Conferenza la richiesta che le venga assegnato da parte delle Nazioni Unite il compito di preparare la Libia all'indipendenza.
406

L'AMBASCIATA DELL'UNIONE DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE A ROMA AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

NOTA VERBALE 91. Roma, 9 marzo 1948.

L'ambasciata dell'Unione delle Repubbliche Sovietiche Socialiste presenta i suoi complimenti al Ministero degli affari esteri d'Italia e in relazione alla nota del Ministero dell' ll gennaio u.s.l comunica quanto segue:

Il Governo sovietico, andando incontro più di una volta ai desideri che sono stati espressi da parte del Governo italiano di iniziare trattative economiche coll'Unione Sovietica, ha già acconsentito di ricevere a Mosca la delegazione italiana per svolgere trattative e concludere accordi circa problemi di carattere economico e commerciale. Il Governo sovietico prende nota della comunicazione del Governo italiano contenuta nella suddetta nota del!' 11 gennaio u.s. relativa al desiderio che siano iniziate al più presto possibile trattative per raggiungere un ac

406 è Vedi D. 97, Allegato.

cordo circa lo scambio di merci tra l 'Unione delle Repubbliche Sovietiche Socialiste e l'Italia, in base alle proposte esposte nella nota del Governo italiano del 3 novembre 19472 e nella risposta del Governo sovietico del 15 dicembre 19473.

Per quanto riguarda il punto di vista del Governo italiano circa le trattative relative al problema delle riparazioni, il Governo sovietico non vede ragioni per ritardare la discussione in merito al problema indicato e ritiene che contemporaneamente con le trattative per la conclusione dell'accordo relativo allo scambio di merci ed ai pagamenti, nonché agli accordi circa il commercio e la navigazione, si debba discutere anche il problema delle consegne da parte dell'Italia all'Unione sovietica di merci in conto riparazioni. A questo riguardo il Governo sovietico parte dalla considerazione che il raggiungimento di un accordo circa il problema delle riparazioni non si trova in contraddizione alcuna con quei compiti di sviluppo e di rafforzamento dell'economia italiana, che si prefigge il Governo italiano, come è stato indicato nella nota italiana dell'Il gennaio u.s.

In relazione a quanto precede, il Governo sovietico crede necessario rilevare le dichiarazioni del primo ministro signor De Gasperi e del ministro degli affari esteri signor Sforza seconda le quali il Governo sovietico avrebbe richiesto che l 'Italia iniziasse il pagamento delle riparazioni in anticipo sul termine fissato nel trattato di pace. In realtà le cose stanno diversamente.

Il Governo sovietico, avanzando la proposta di trattative intorno alle riparazioni, ritiene che in queste trattative ambedue le parti rimarranno nel quadro delle decisioni del trattato di pace, sia per quanto riguarda il carattere delle forniture, come per quel che concerne i termini fissati dal trattato di pace. In tal modo, le forniture, fissate dal trattato stesso, in conto riparazioni, debbono essere effettuate entro i termini fissati dali' art. 7 4 del trattato di pace, e non anticipatamente a questi termini. Il Governo sovietico fa qui presente che l'accordo, circa le dimensioni delle forniture delle merci della produzione corrente dell'industria italiana in conto riparazioni, darà la possibilità di stabilire anticipatamente un piano circa le corrispondenti risorse produttive, ciò che garantirà ed agevolerà l'effettuazione degli obblighi dell'Italia relativi alle riparazioni.

Il Governo sovietico, nello stesso tempo, crede necessario di aggiungere, che nel caso che sia raggiunto l'accordo circa il problema delle riparazioni, il Governo italiano può non avere dei dubbi sul fatto che tutti gli altri problemi relativi alle relazioni economiche e commerciali fra l'Unione delle Repubbliche Sovietiche Socialiste e l'Italia verranno risolti, in quanto questo possa dipendere dall'Unione Sovietica, tenendo in considerazione i reciproci interessi.

Per quello che riguarda la domanda del Governo italiano circo lo schema del trattato relativo al commercio ed alla navigazione, il Governo sovietico intende mettere a base di questo accordo il principio del maggior profitto per ambedue i paesi per quanto concerne tutti i problemi del commercio e della navigazione4.

3 Vedi D. 3.

4 Per la risposta italiana vedi D. 467.

406 2 Non pubblicata, ma vedi serie decima, vol. VI, DD. 658 e 726.

407

L'AMBASCIATORE A SANTIAGO, FORNARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3207112. Santiago, 10 marzo 1948, ore 9,05 (per. ore 8,30 del/'11).

Dopo aver preparato terreno con ministro degli affari esteri (mio telegramma per corriere 02)' e con direttore generale affari politici ho stamane, in occasione presentazione credenziali, intrattenuto personalmente presidente della Repubblica questione colonie; egli mi ha autorizzato comunicare V.E. suo desiderio cooperare in tutte le maniere azione svolta dal Governo italiano per ricostruire anche moralmente Paese e per tenerlo lontano da estremismi pericolosi dai quali anche Cile deve difendersi. A tal fine si è dichiarato disposto -qualora questioni colonie venissero portate all'O.N.U. appoggiare eventuale proposta partecipazione Italia amministrazione fiduciaria, naturalmente nei limiti consentiti da modeste possibilità internazionali del Cile. Mi ha chiesto se oltre al Cile avessimo interessato anche altri Paesi raccomandando di farlo: gli ho risposto che avevo ragione di ritenere che fosse già fatto.

Non ho mancato esprimere presidente nostri più calorosi ringraziamenti. Riservomi tornare su argomento con ministro degli affari esteri per esaminare forma in cui potrà darsi pubblicità ad amichevoli dichiarazioni presidente2.

408

L'AMBASCIATORE A NANCHINO, FENOALTEA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3177/12. Nanchino, 10 marzo 1948, ore 12,20 (per. ore 19,30).

Suo 10'. Richiamandomi miei rapporti su situazione Cina insisto su assoluta opportunità non procrastinare stipulazione:

l) per assicurare connazionali specie Nord Cina in ogni eventualità derivante da aggravarsi situazione militare locale protezione consoli su stesso piano altre potenze;

2) per ottenere tempestiva sollecita registrazione proprietà e emissione regolari titoli che legislazione cinese subordina esistenza trattato;

3) per evitare trovarsi di fronte alternativa o stipulare con Governo ulteriormente indebolito o restare senza trattato con grave pregiudizio connazionali e nostra attività qui.

2 Vedi D. 421.

D'altra parte, se nuovi fatti militari più decisi aiuti americani intervenissero migliorare situazione in favore Nanchino interesse questo Governo a stipulazione sarebbe minore di quel che esso mostra attribuirgli in questo momento. Prego pertanto farmi avere nostre proposte con ogni possibile urgenza2.

407 l Vedi D. 346.

408 l Del 5 marzo, non pubblicato.

409

IL MINISTRO A STOCCOLMA, MIGONE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3188/23. Stoccolma, IO marzo I948, ore I5,50 (per. ore I9,30).

Scambi d'idee hanno avuto luogo tra questo Stato Maggiore e quelli norvegese e danese, rispettivamente in relazione crisi Finlandia.

Pur non in grado riferire dettagli, mi risulta da ottima fonte che ambienti militari svedesi intendono favorire riarmo norvegese e danese neli'opinione che quando questi eserciti avessero raggiunto livello di preparazione svedese si disporrebbe di una forza sufficiente per creare blocco nordico che potrebbe permettere una certa libertà di azione anche politica.

Senza uscire da limiti tecnici qui scrupolosamente rispettati, stessi ambienti mostrano ritenere che in tali condizioni azione ritardatrice in caso di aggressione russa sarebbe possibile. Sarebbe anche attenuata dipendenza da iniziativa politica potenze occidentali.

410

IL MINISTRO AL CAIRO, FRACASSI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3182/48. Il Cairo, IO marzo I948, ore I7,I5 (per. ore I9,30).

In relazione precisazioni contenute in telegramma di V.E. n. 44' segnalo che questa stampa fin dal 6 corrente ha riportato con rilievo comunicato di codesto Ministero con cui si fa presente che accordi intervenuti fra l'Italia e Egitto riguardano indennità piano economico guerra e non riparazioni e che loro principale scopo è dissequestro beni italiani Egitto.

Ho subito fatto riprendere e commentare questi concetti e fin dal 7 corrente grandi organi di informazione vi hanno dato ampi rilievi. Analoghe considerazioni ho fatto in mie dichiarazioni odierne alla stampa dopo scambio di lettere. In via confidenziale ho attirato attenzione ministro e sottosegretario esteri su opportunità di porre l'accento dissequestro beni degli italiani quale principale risultato degli accordi stessi.

410 ' Vedi D. 387.

408 2 Per la risposta vedi D. 414.

411

IL MINISTRO A PRAGA, TACOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3201/60. Praga, 10 marzo 1948, ore 21,05 (per. ore 4,50 del/'11).

La morte del ministro Masaryk avvenuta questa mattina ha causato il più profondo cordoglio e la più grande impressione in ogni ambiente di questa capitale. Il comunicato ufficiale emesso al riguardo, che è stato fatto precedere, alla radio, da una trasmissione di carattere scientifico circa le malattie mentali dei personaggi celebri, annunzia che il ministro Masaryk si è gettato dalla finestra della sua residenza nelle prime ore di questa mattina. Il suo segretario particolare nel confermarmi che Masaryk ieri si recò da Benes per presentargli le credenziali dell'ambasciatore polacco a Shuaimovo Usti mi disse di averlo veduto a tarda ora iersera perfettamente normale in apparenza. Durante la visita che gli ho fatta una settimana fa lo avevo trovato depresso e preoccupato di assicurarsi la comprensione e la stima degli antichi amici. Come avvenne per incidente analogo occorso qualche giorno fa all'ex ministro della giustizia Drtina il quale cadde anche dalla finestra e rimase ferito gravemente, corrono delle voci incontrollabili di accidente provocato. Altre voci popolari tendono ad avvicinare questo avvenimento luttuoso con gli attentati che ad opera dei comunisti, come risultò da una inchiesta giudiziaria, furono fatti nello scorso settembre contro la vita di Masaryk, Drtina, Zenkl, mediante l'invio di macchine infernali.

412

L'AMBASCIATORE A BRUXELLES, DIANA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 3305/015. Bruxelles, IO marzo 1948 (per. il 12).

Conferenza dei Cinque ha nominato comitato di giuristi per la redazione degli articoli del patto. Per questioni di politica economica è stato convenuto che Stati contraenti dovranno seguire direttive analoghe, e non divergenti come è spesso avvenuto finora, ed è stato affidato al Comitato giuridico il compito di concordare forma e poteri che dovrà avere l'organo di consultazione e di coordinamento diretto ad assicurare l'esecuzione dell'accordo di massima suddetto.

Da una conversazione avuta ieri con segretario generale di questo ministero degli affari esteri ho potuto rilevare come vi siano state in generale divergenze fra le proposte britanniche che comportavano formule generiche e suscettibili di interpretazione estensiva e controproposte degli Stati del Benelux che hanno richiesto invece clausole precise ed impegni concreti sia pure di portata più limitata. Molta esitazione ad esempio ha incontrato proposta britannica di comprendere nel patto anche i possedimenti coloniali. Segretario Generale ha in proposito osservato essere evidente che risorse coloniali formino parte integrante dell'economia dei singoli Stati, ma che impegno di mutua assistenza anche per i territori coloniali sparsi in ogni parte del mondo avrebbe potuto condurre molto lontano e sembrava uscire dallo spirito del patto che era stato ideato e negoziato come un patto «regionale». Segretario generale ha insistito su questo aggettivo, lasciando intendere come almeno da parte belga si sia propensi a limitare estensione del patto ai cinque Stati che stanno attualmente negoziando, ossia all'Europa occidentale propriamente detta, ed escludendo quindi la possibilità di adesione più o meno automatica ad altri Stati.

Presidente della delegazione belga Van Langenhove ha smentito recisamente notizia pubblicata da un'agenzia straniera, secondo cui i cinque paesi della Conferenza avrebbero avuto in mente di domandare la garanzia dell'assistenza militare da parte degli Stati Uniti.

Tutti i giornali pubblicano stamane largo riassunto dell'articolo della Voce Repubblicana relativo all'importanza della adesione italiana per la vitalità di un accordo nell'Europa occidentale e alla necessità di regolare molte questioni in sospeso prima che una simile adesione possa verificarsi.

Si spera che lavori della Conferenza possano essere ultimati entro questa settimana, di modo che testo definitivo possa essere esaminato di persona dai cinque ministri degli esteri in occasione del loro prossimo incontro a Parigi, e firma del patto avere quindi luogo subito dopo a Bruxelles.

413

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. S.N.D. 2822/193. Roma, li marzo 1948, ore 12,35.

Riferimento al telegramma di codesta ambasciata n. 2391.

Le rettifiche offerte, pur essendo di portata molto modesta, tuttavia rappresentano, qualora venissero estese come V.E. propone, ed in attesa di meglio, una soddisfacente soluzione almeno per quanto concerne le popolazioni dei due Comuni interessati e l'attività della centrale elettrica del Moncenisio. Esse sarebbero tali da incontrare presso l'opinione pubblica una buona accoglienza, nel caso in cui venissero presentate come amichevole gesto del Governo francese, senza sottacere peraltro che fra i due Governi da tempo erano in corso conversazioni sulla questione dei nuovi confini. In questo caso, nel discorso che Bidault si propone di tenere a Torino potrebbe essere inclusa una dichiarazione in tal senso. Mi rimetto a V.E. perché accenni costì quanto detto sopra, insistendo naturalmente per le già richieste estensioni.

413 l Vedi D. 396.

414

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A NANCHINO, FENOALTEA

T. 2931/13. Roma, Il marzo 1948, ore 16.

Suo 121.

Mi rendo conto considerazioni di VE., tuttavia non sembrami esse possano indurre ad accettazione pura e semplice proposte altrui senza che ci sia consentito formulare nostre osservazioni e cercare ottenere miglioramenti che giudichiamo necessan.

A guadagno di tempo, le invio per aereo rilievi questo Ministero perché VE. possa subito accennarne costà.

415

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 3267/258. Parigi, 11 marzo 1948, ore 22 (per. ore 7,30 del 12).

Parlandomi sue conversazioni con americani Bidault mi ha detto che continua fare tutto suo possibile per ottenere qualche cosa di favorevole a noi. Mi ha detto che sperava fra un paio di giorni di potermi dire qualcosa di più preciso.

A mia richiesta mi ha specificato che atteggiamento generale americano per questione nostre colonie non è del tutto sfavorevole: essi però non ritengono poter fare dichiarazione realmente impegnativa prima redazione rapporto Commissione inchiesta mentre dichiarazione vaga non costituirebbe risposta effettiva a presa di posizione russa.

A sua precisa impressione questione nostre colonie è per americani strettamente connessa a considerazioni militari strategiche per cui essi desiderano attendere risultato nostre elezioni e precisazione nostra politica per la quale essi sembrano avere forti dubbi anche in caso elezioni favorevoli Governo.

Bidault mi ha aggiunto che non ha voluto troppo spingere questo punto perché riteneva avrebbe potuto portare a proposito porre a noi questione senz'altro partecipazione blocco politico militare occidentale, il che, come egli comprendeva perfettamente, era specie in questo momento assai imbarazzante per noi.

Molto più favorevoli americani si mostravano per questione Trieste. Mi ha ripetuto che anche per questo punto egli desiderava fare il più possibile ed al più presto anche perché sentiva come di fronte ad opinione pubblica italiana Francia portava responsabilità per attuale sistemazione.

Mi ha ripetuto essere sicuro che qualche cosa importante sarebbe stato fatto in tempo perché noi ne potessimo approfittare in vista elezioni.

414 l Vedi D. 408.

416

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PER CORRIERE 3547/037. Washington, ll marzo 1948 (per. il 17).

Gli ultimi avvenimenti internazionali (suicidio di Masaryk, stipulazione ormai sicura dell'alleanza militare tra i cinque Stati fondatori dell'alleanza occidentale), e la conseguente aumentata tensione tra Occidente ed Oriente hanno ampia e profonda ripercussione su questi circoli dirigenti e sull'opinione pubblica. Mentre viene registrato con viva soddisfazione il deciso atteggiamento del Governo francese (dichiarazioni di Bidault al Parlamento, provvedimenti militari) che segna qui un nuovo attivo della Francia ed aumenta per essa le simpatie e la considerazione degli Stati Uniti, si intensificano e aggravano i timori per la situazione italiana e per eventuali esiti insoddisfacenti delle nostre elezioni del 18 aprile.

Negli ambienti politici, specie nei corridoi del Congresso, vi è grande nervosismo e si invocano da parte di vari elementi più agitati una più rigida presa di posizione degli S.U. di fronte all'espansionismo sovietico ed alle tattiche del Cominform internazionale ed una revisione, anche radicale, delle tradizionali dottrine americane avverse ad interventi negli affari di altri Stati ed alla conclusione di alleanze. Cominciano a sorgere dubbi sulla efficacia del «Marshall Plan» a costituire di per sé un generale rimedio alla situazione europea qualora non integrato da altre misure politiche e militari. Questi dubbi, ovviamente, giovano agli oppositori, specie repubblicani, del piano Marshall, l'Amministrazione e gli influenti parlamentari sostenitori dell'E.R.P. sono corsi ai ripari ed hanno lanciato la parola d'ordine che il piano deve essere assolutamente approvato prima del 18 aprile, in modo da poter esercitare una benefica influenza sulla situazione italiana.

Mai come in questi giorni si è qui tanto parlato di possibilità di guerra e di eventuali gravi crisi in connessione colle nostre elezioni. Anche persone di temperamento molto calmo si lasciano influenzare da questa psicosi: così il senatore Taft diceva oggi confidenzialmente ad un amico di ritenere probabile un conflitto entro i prossimi mesi.

Circolano voci di possibili provvedimenti precauzionali di carattere militare. Di effettivo finora vi è solo una riunione dei «Joint Chiefs of Staff» alla base navale di Key West in Florida, con l'intervento di dieci alte personalità militari e colla partecipazione del segretario della difesa, Forrestal, partito in aereo da Washington: scopo dichiarato della riunione sarebbe la ripartizione dei compiti e delle rispettive responsabilità tra esercito, marina ed aviazione, com'è noto unificati da pochi mesi in un superdicastero.

Vi sono comunque vari segni di una precisa intenzione del Governo e dei circoli dirigenti di accelerare i tempi di un riarmo che si preannuncia imponente.

Questa atmosfera di nervosa tensione, alimentata dall'enorme rilievo dato dai giornali alla situazione mondiale e specie europea, prevaleva anche nella conferenza stampa tenuta ieri, l O corrente, dal Segretario di Stato. In risposta ad un giornalista che gli chiedeva di esprimere il suo punto di vista sulla situazione internazionale in relazione agli avvenimenti in Cecoslovacchia ed alle possibili conseguenze di un eventuale successo all'estrema sinistra nelle elezioni italiane, Marshall ha fatto alcune dichiarazioni importanti anche perché, con procedimento non abituale, egli ha acconsentito, dopo averle rivedute, alla citazione testuale delle sue risposte.

Riporto integralmente il testo stenografico di esse: «Credo che ella abbia esattamente descritto la situazione nella sua domanda, che cioè vi sono grandi timori per quanto concerne le conseguenze degli eventi che ella ha citato.Vi è anche una reazione molto forte nei confronti di queste conseguenze ed una considerevole eccitazione da parte di un gran numero di persone in questo paese. La situazione è molto, molto seria. È da lamentare che l'eccit~zione abbia raggiunto un grado sì elevato». Successivamente, in risposta ad altre domande, Marshall ha chiarito che nel parlare di «situazione seria», egli intendeva riferirsi sia agli avvenimenti all'estero, sia alla reazione suscitata negli Stati Uniti. Oggi, in un discorso pronunciato alla Cattedrale di Washington alla presenza del presidente Truman, il Segretario di Stato è ritornato sull'argomento ed ha rinnovato il suo appello alla calma e ad una obiettiva valutazione della situazione internazionale. Dal canto suo, il presidente Truman, nel corso di una conferenza stampa tenuta oggi, ha dichiarato che i recenti avvenimenti hanno scosso la sua fiducia nella pace ma che egli espera tuttora che in definitiva questa possa essere stabilita. Il presidente è stato interrogato poi specificatamente circa una dichiarazione fatta ieri da Marshall nella sua conferenza stampa a proposito dell'opportunità di un allargamento del Governo cinese. Gli interroganti volevano chiarire se tale frase alludesse ad una inclusione in detto Governo di rappresentanti dei comunisti cinesi. Il Dipartimento di Stato lo aveva già smentito in ripetute affermazioni che il Segretario di Stato aveva voluto soltanto indicare il suo favore all'entrata nel Governo di Nanchino di un maggior numero di elementi libera/. Il presidente, a sua volta, ha smentito con veemenza la suddetta erronea interpretazione, ripetendo poi con enfasi il suo diniego ed aggiungendo: «We do not want a communist Govemment in China or anywhere else if we can halt it». Si mette in rilievo in questi ambienti politici e giornalistici che le gravi parole di Truman e di Marshall sono un esatto termometro dello stato di viva preoccupazione predominante nel paese e che l'atmosfera psicologica è qui attualmente turbata certo più di quanto lo fosse nelle settimane precedenti Pearl Harbour. L'appello di Marshall alla calma mira, da una parte, ad infrenare le pressioni degli elementi più agitati, di cui più sopra, sulla Casa Bianca, sul Dipartimento di Stato e sul Congresso per azioni precipitate. Dall'altra parte, le sue ammissioni sulla gravità della situazione e suoi accenni al regno di terrore in Cecoslovacchia,

congiunti alle dichiarazioni di Truman, alla riunione dei capi militari ed ai generali discorsi circa una guerra non lontana tendono ad ammonire l'U.R.S.S. o per lo meno a dare ai dirigenti del Cremlino la sensazione che gli Stati Uniti non intenderebbero assistere passivamente ad ulteriori mosse espansionistiche.

Comincia, infatti, a consolidarsi qui l'impressione che Mosca, pur continuando a non volere una nuova guerra mondiale, possa lasciarsi indurre ad iniziative o sviluppi poi irreparabili dalla supervalutazione della propaganda elettorale di Wallace e dall'erroneo ragionamento che l'attenzione di questo Governo e del popolo americano sia, in quest'anno di elezioni presidenziali, accentrato unicamente sulla lotta dei partiti per la conquista del potere.

Intanto il Dipartimento di Stato sembra convincersi della necessità di agire, finchè in tempo, in appoggio dei paesi amici, anziché dover poi limitarsi a deprecazioni ed elogi tipo funebre dopo eventi irreparabili. Ciò vale per quanto concerne la posizione americana nei riguardi dell'Unione occidentale e vi sono motivi di sperare valga per il nostro attuale periodo decisivo, nonostante le note recriminazioni ed i confronti con altri paesi che appaiono più solleciti per la loro diversa situazione.

417

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

L. 5/4136. Roma, Il marzo 1948.

Ti allego copia di un promemoria consegnato a S.E. il ministro in merito a varie questioni di carattere politico che potrebbero essere oggetto di conversazioni in occasione dell'imminente incontro di Parigi.

Circa il punto c (confini), le rettifiche di cui al tuo telegramma 239 1 , possibilmente completate, sembrano costituire il massimo ottenibile nelle attuali circostanze e probabilmente anche in un prossimo futuro. In tali condizioni la «modestia» delle rettifiche non può essere presentata come un «accordo» (sarebbe controproducente sulla nostra opinione pubblica), bensì come un gesto di comprensione ed amicizia da parte della Francia. A ciò si potrebbe prestare l'incontro di Torino e l'atmosfera che lo circonda. Sarebbe così anche superato l'assillo che sempre ci preoccupò circa questa questione. Ciò nonostante una dichiarazione dovrebbe essere formulara in termini equilibrati, che accennino, vagamente, alle conversazioni intercorse tra i due Governi in materia: è un po' la quadratura del circolo, ne convengo, ma credo che una formula si possa escogitare se i francesi entrano in questo ordine di idee.

417 I Vedi D. 396.

ALLEGATO

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. Roma, 11 marzo 1948.

Questioni di carattere politico che potrebbero essere toccate in occasione del prossimo incontro di Parigi.

I. Con la Francia. a) In materia coloniale l'appoggio della Francia ci è stato più volte assicurato. Non resta pertanto che incoraggiare Bidault a perseverare in tale favorevole atteggiamento sia in relazione alla questione generale sia in relazione a quelle soluzioni di compromesso che dovessero apparire in seguito consigliabili. b) Circa il problema tedesco converrebbe dare ai francesi la sensazione che potremo facilmente trovare un comune terreno d'intesa (i dettagli potrebbero venire esaminati fra il Quai d'Orsay e Quaroni), in modo da indurre Bidault ad appoggiare la nostra richiesta di partecipare alla elaborazione della pace con la Germania. c) Questioni di confine. Le ultime offerte francesi son ben lontane dalle nostre richieste e aspettative. Esse, specialmente se venissero accolte le controproposte di Quaroni, offrono tuttavia qualche notevole vantaggio ai comuni di Clavière e di Olivetta San Michele dove sarebbero indubbiamente apprezzate. D'altra parte l'evoluzione nei rapporti i tal o-francesi, l'atmosfera creata dai progetti di unione doganale, di cooperazione occidentale, dalla campagna elettorale, ecc., sembrano rendere più facile l'attuazione di tali modeste rettifiche di frontiera attraverso un gesto unilaterale francese piuttosto che a mezzo di un accordo bilaterale al quale, per le note ragioni, si renderebbe difficile apporre la nostra firma. Pertanto si potrebbe cercare di ottenere che tali rettifiche venissero annunciate da Bidault nel suo discorso di Torino nel quale dovrebbe tuttavia risultare che esse sono state provocate anche da quanto a suo tempo rappresentato dal Governo italiano, onde non lasciare passare del tutto sotto silenzio il lavoro e gli sforzi da noi compiuti da un anno a questa parte. I termini della dichiarazione, ove da parte francese si aderisse a tale proposta, potrebbero essere concordati fra Quaroni e il Quai d'Orsay. d) Flotta. Converrà dimostrare il nostro apprezzamento per le proposte presentate dall'ambasciatore di Francia a Roma. Per la Marina esse importano evidentemente un anticipo nella data di consegna e creano un precedente per gli juogoslavi e per l'U.R.S.S. Se da parte francese si potesse fare un ulteriore gesto e rinunciare a qualche unità, le ripercussioni dell'una e dell'altra decisione francese sarebbero di grande portata. Ove decidesse in tal senso, Bidault potrebbe dame l 'annuncio nel discorso di Torino. e) Amnistia. Abbiamo proposto al Governo francese un provvedimento di clemenza

per i numerosi condannati italiani per reato di «collaborazionismo». Sarebbe molto utile che V.E. ne facesse cenno a Bidault.

II. Con la Gran Bretagna.

Il problema aperto è sempre quello coloniale a proposito del quale Bevin ha dato affidamento a Gallarati Scotti di intrattenere V.E. a Parigi.

III. Questioni comuni alla Francia e alla Gran Bretagna. a) Trieste. Vi è la proposta accennata da Quaroni per una dichiarazione favorevole al

l'Italia circa la sorte del Territorio Libero. Essa avrebbe Io scopo, per ora, di neutralizzare eventuali iniziative jugoslave nello stesso senso e costituirebbe una manifestazione politica che in Italia avrebbe enorme ripercussione.

b) Patto occidentale. Premesso che nessuna decisione può prendersi prima delle elezioni, gli Occidentali devono aver presente che in Italia rimarrà pur sempre una forte minoranza di oppositori a tale patto per ragioni ideologiche e politiche (estreme sinistre) e un'altra minoranza (destra) che, pur non essendovi contraria per principio, non ammetterebbe una nostra inserzione in tale sistema sin che l'Italia sarà tenuta nella presente posizione di inferiorità giuridica e politica. Ciò renderà indubbiamente difficile qualsiasi azione di qualsiasi Governo diretta a tale fine. La posizione geografica dell'Italia e le sue attuali scarse possibilità militari di difesa, l'impressione diffusa in Italia a torto o a ragione che i maggiori sacrifici territoriali sopportati sono dovuti o alle pretese delle potenze occidentali (Tenda e Briga e Moncenisio -colonie) nei suoi confronti, o alla scarsa capacità e volontà di quelle stesse potenze nell'opporsi alle pretese altrui (Venezia Giulia -Trieste), la scarsa considerazione che da parte di queste potenze si è sino ad ora data all'Italia e ai suoi interessi continentali (Germania) e mediterranei (africani), fanno sì che un eventuale inserimento del paese in un patto occidentale non appare cosa così automatica e facile come nel caso della Francia o del Benelux. Esso dovrebbe essere preceduto da un completo esame della situazione dell'Italia, delle sue necessità e delle sue giuste ragioni.

418

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 376/4118/1058. Parigi, 11 marzo 1948 (per. il 17).

Mio telegramma n. 238 dell'8 corrente 1•

Il comunicato emanato a conclusione della conferenza anglo-franco-americana svoltasi, con la partecipazione di Benelux, dal 23 febbraio al 6 marzo a India House, è stato messo qui in particolare evidenza e interpretato come il riconoscimento da parte di americani ed inglesi della giustezza di due tesi fondamentali del punto di vista francese sul problema tedesco: l'intemazionalizzazione del bacino della Ruhr e l'organizzazione federalistica della Germania.

Il Quai d'Orsay si mostra particolarmente soddisfatto dei risultati raggiunti e tutta la stampa non comunista -evidentemente dietro sua ispirazione -ha parlato di «Successo diplomatico».

Dei due principi concordemente enunciati a Londra, quello dell' intemazionalizzazione della Ruhr aveva trovato nel passato gli inglesi assai mal disposti e gli americani -per lo meno i militari -piuttosto reticenti. Dopo l'insuccesso delle riunioni a quattro sembrava anzi che la gara filotedesca inauguratasi tra russi ed americani dovesse irrigidire questi ultimi in un atteggiamento apertamente unitario, per agevolare sempre più la riorganizzazione economica della Germania occidentale.

A Londra, invece, i britannici si sono !asciarti condurre dagli americani e gli americani hanno voluto rassicurare i francesi ammettendo che, purché la Germania abbia quanto occorre al suo relèvement, una partecipazione della Francia all'utilizzazione delle risorse della Ruhr è possibile. Sicché il problema franco-tedesco trova un principio di soluzione nel quadro della riorganizzazione economica dell'Europa occidentale e Douglas, delegato americano alla Conferenza ma già responsabile dell'E.R.P., ha potuto affermare che in quindici giorni di negoziato è stato possibile fare più progressi di quanti non erano stati fatti in tre anni di riunioni quattropartite.

Tuttavia, il principio su cui si è fatto l'accordo appare enunciato in maniera assai vaga e non dovrebbe meravigliare se la sua realizzazione incontrerà ostacoli tali da condurre a soluzioni di dettaglio in contraddizione con lo stesso principio. Ad aprile i delegati, dopo aver concordato con i loro governi tali soluzioni, cercheranno di nuovo di contemperarle: ed è incerto se le specifiche pretese della Francia troveranno la stessa benevola accoglienza che sotto la pressione degli avvenimenti internazionali gli americani hanno stavolta voluto riservare al punto di vista del Quai d'Orsay.

Organizzazione internazionale della Ruhr vuol dire controllo internazionale: ma il controllo sarà sulla produzione con proprietà e gestione internazionale o soltanto sulla ripartizione delle risorse minerarie ed industriali del bacino renovestfalico?

Il comunicato, che si invia in allegato per documentazione, parla di «accesso soddisfacente al carbone, al coke, e all'acciaio della Ruhr nell'interesse di larghe frazioni della comunità europea, Germania compresa»; ciò che, nonostante l'incertezza che il Quai d'Orsay crede di poter desumere dalla formula concordata, fa intendere invece assai chiaramente che si tratta di controllo sulla «ripartizione» e non impegna gli americani ad affidare nonchè il possesso, nemmeno la gestione delle miniere a dirigenti non tedeschi. Non solo, ma si è voluto esplicitamente riservare alla Germania occidentale una congrua parte della produzione della Ruhr.

Il piano iniziale dei francesi, da de Galle a Blum, era un altro: per internazionalizzazione essi intendevano un indebolimento fondamentale e definitivo della Germania. Così come è stato concluso, l'accordo implica, per lo meno per ora, soltanto un indennizzo a. favore anche dei francesi per quel che si farà a vantaggio dei tedeschi e la promessa -da realizzare in sede di organizzazione della sicurezza e per altre vie -di fermarli a tempo se volessero rialzare troppo la testa.

Certo se si tiene presente che un anno fa gli inglesi pretendevano di tenersi per sé, fino alla cessazione dell'occupazione, tutta la Ruhr, l'intervento americano è servito a far fare un passo avanti alla tesi francese. Ma il vantaggio è venuto incidentalmente, non per l'abilità di Bidault o per la perizia dei suoi agenti, ma in virtù delle esigenze del piano Marshall, della impotenza degli inglesi e forse dei fatti di Praga. Non bisogna infatti dimenticare che la contropartita della concessione americana è l'ammissione da parte dei francesi che la Germania occidentale si avvantaggerà del piano Marshall. Il problema franco-tedesco che i francesi speravano di risolvere nel gioco a quattro in maniera definitiva, si diluisce nel più vasto quadro degli interessi occidentali con tutte le conseguenze di schieramento e con la rinuncia ad avanzare pretese che siano in contrasto con la visione d'insieme che gli americani hanno dell'Europa occidentale.

In questo senso non è facile dire se gli americani abbiano più concesso o più preteso. Certo hanno fatto qualcosa per permettere ai francesi di salvare la faccia, soprattutto allo scopo di tenerli nella rete con buona grazia e senza che guizzino troppo. I francesi, dal canto loro, salvata la faccia, debbono aver ammesso che di questi tempi si sta meglio nella rete piuttosto che allo scoperto e, riducendo le loro richieste, hanno l'aria di averle fatte accogliere dai loro alleati.

Sembra che a Londra gli americani non si siano data una pena particolare per ottenrre la fusione delle tre zone. Il comunicato si limita ad annunciare che ai tre Governi sarà raccomandato di associare strettamente la Bizona e la zona francese al programma di ricostruzione europeo, su per giù quello che è stato raccomandato per Benelux. È che la zona francese, interrotto il gioco a quattro, ha perso di significato per gli americani. La considerino i francesi, come fa de Gaulle, un gage o, come fanno i militari che la occupano, un'area per esercitare quel po' di prestigio che è rimasto alla Francia, Washington non attribuisce che un'importanza puramente tecnica ad un'eventuale fusione. Organizzato l'insieme, prima o poi saranno i francesi stessi ad associare di fatto la loro zona al complesso economico della Germania occidentale.

Quanto alla partecipazione della Germania al piano Marshall -che sembra assicurata per una cifra maggiore di quella accordata ai francesi stessi -nulla è stato deciso sul modo con cui essa verrà rappresentata in sede di Comitato europeo. È probabile che responsabili di tale rappresentanza saranno ancora i capi militari, secondo il desiderio dei francesi, ma esperti tedeschi saranno chiamati ad esprimere il loro punto di vista. Sarà comunque la prossima Conferenza dei Sedici a decidere come tale rappresentanza debba venir assicurata.

Per quanto concerne l'altro principio su cui è stato raggiunto un accordo di massima che corrisponderebbe al punto di vista francese, il regime federale, c'è da fare un discorso analogo a quello fatto per l'internazionalizzazione della Ruhr. Si tratta anche qui di affermazioni di massima alle quali si può far dire quello che si vuole ma non certo esattamente quello che qui si sperava. Per federalismo i francesi intendevano qualcosa di diverso da una generica organizzazione federale. Essi pensavano alle Allemagnes del trattato di Westphalia, per lo meno allorché ne enunciarono la pretesa nei primi promemoria: tanti Stati che si federassero economicamente senza l'organizzazione centrale di uno Stato moderno. Il comunicato dice che una forma federale di governo combinata con una autorità centrale sufficiente è la più adatta per permettere il ristabilimento finale della unità tedesca. Tra il federalismo auspicato dai francesi e la formula su cui è stato raggiunto l'accordo, c'è, come si vede, assai più di una sfumatura.

In conclusione, parlare di successo della diplomazia francese nel senso in cui ne ha scritto la stampa è alquanto esagerato. Piuttosto va messo in evidenza che i francesi, come ormai da tempo si prevedeva, hanno saputo adattarsi alle nuove condizioni in cui sono costretti a svolgere la loro azione diplomatica. La Francia, pur conservando le stesse etichette di un tempo, va realisticamente armonizzando le sue rivendicazioni nei confronti della Germania agli interessi di tutto l'Occidente europeo. Gli americani, dal canto loro, avendo assunta in proprio la responsabilità economica e forse militare di tutto il settore isolabile dall'influenza russa, scelgono e impongono ormai i limiti entro i quali debbono essere contenute le preoccupazioni e le pretese di tutti i paesi geograficamente ubicati in questo settore, Francia compresa.

418 l Con esso Quaroni dava notizia della soddisfazione dei francesi per l'esito della riunione a Londra sulla Germania e comunicava i punti fermi raggiunti.

419

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 2438/908. Washington, 11 marzo 1948'.

Mio rapporto n. 2253/816 del 4 corrente2 e mio telegramma 1883.

Come ho segnalato con il telegramma ed il rapporto in riferimento, l'iniziativa di Bevin per la sollecita creazione di un'Unione europea occidentale non solo ha avuto la più favorevole accoglienza in questi circoli dirigenti e nell'opinione pubblica, ma ha anche dato inizio ad un ampio dibattito -sulla stampa, nelle riunioni politiche, nei circoli bancari e industriali, nelle Università e nelle organizzazioni dei lavoratori -circa l'opportunità e, secondo i più, la necessità e l'urgenza che gli Stati Uniti intervengano concretamente, e non solo con gli aiuti economici, a sostegno di tale Unione.

Gli accordi «a catena» conclusi ormai fra tutti gli Stati satelliti dell'U.R.S.S., la nuova politica d'occupazione attuata dagli anglo-americani in Germania, i recenti eventi in Cecoslovacchia e in Finlandia, i timori non lievi per il risultato delle prossime elezioni elettorali in Italia e la convocazione della Conferenza di Bruxelles fra Gran Bretagna, Francia e Benelux per la formulazione del progetto iniziale di organizzazione dell'Unione dell'Europa occidentale, hanno poi contribuito ad accelerare qui i tempi ed ora da più parti si giunge ad affermare senza veli, che gli Stati Uniti dovrebbero assumersi in relazione alla formazione di detta Unione europea, anche impegni militari.

Data l'ampiezza e l'importanza assunta da tale dibattito, i più rappresentativi tra questi uomini politici hanno ritenuto opportuno pronunciarsi sull'argomento e già Bemard Baruch, Foster Dulles, Dewey, Stassen, Taft, Vandenberg e molti altri si sono dichiarati favorevoli, in termini sostanzialmente identici.

Il sottosegretario Lovett ha fatto la dichiarazione riferita con il rapporto sopracitato e l'ex presidente Hoover ha esplicitamente affermato la necessità della stipulazione di un patto di difesa regionale nel quadro del cap. VIII dello Statuto delle Nazioni Unite (mio telespresso n. 1771/646 del 22 febbraio scorso)2.

419 I Manca l'indicazione della data di arrivo.

2 Non pubblicato.

3 Vedi D. 378.

Lo stesso presidente Truman, richiesto, durante una recente conferenza stampa a Key West, circa la possibilità di una prossima alleanza militare tra gli Stati Uniti ed i paesi dell'Europa occidentale, non ha affatto escluso tale possibilità e, pur rifiutandosi di fare delle esplicite dichiarazioni al riguardo, ha lasciato comprendere che la questione è già allo studio dei competenti organi governativi amencam.

Nel quadro di questa tendenza favorevole ad un impegnativo appoggio degli Stati Uniti alle nazioni dell'Europa occidentale vanno anche considerati gli emendamenti proposti in Senato -in sede di discussione del piano Marshall -dal senatore repubblicano Joseph H. Bali e dal senatore democratico William Fubright. Questi, con l'emendamento che ha poi ritirato, voleva si richiedesse esplicitamente un'unione politica dell'Europa occidentale ed il sen. Bali ha proposto che il Congresso inviti il presidente ed il Segretario di Stato a negoziare «immediately with whatever membres of the United Nations will join them in an agreement establishing a supreme council without the veto power, and to which the members nations would pledge their armed forces and resources, which could act to stop aggression or subversion threatening the peace, freedom, and indipendence of any people». Va anche rilevato infine a tal riguardo il rapporto, presentato da un sottocomitato dell' «Herter Committee on Foreign Ai d» alla Camera dei rappresentanti, in cui tra l'altro si afferma che la ricostruzione economica dell'Europa è subordinata alla «sicurezza politica e militare» dell'Europa occidentale.

Si può quindi ritenere che sia stato ormai qui raggiunto il quasi generale consenso sull'opportunità di impegnarsi decisamente in favore ed a sostegno della progettata Unione europea occidentale. Ma, naturalmente, diverse sono le opinioni sui mezzi ed i modi più idonei per concretare tale direttiva di politica internazionale: il problema, bisogna riconoscerlo, non è facile; è anzi particolarmente complesso per i suoi inevitabili riflessi nel campo interno e internazionale. Nella determinazione dei mezzi e dei modi di eventuale esecuzione non si potrà qui prescindere dai principi e dalle esigenze della Costituzione degli Stati Uniti; e, in un anno di elezioni presidenziali, si vorrrà tenere anche nel massimo conto le possibili reazioni della massa elettorale che ancora oggi, non sembra sia disposta ad accettare a cuor leggero impegni troppo perentori e specifici d'ordine militare. D'altra parte giustamente ci si preoccupa anche delle eventuali ripercussioni di ordine internazionale: occorre che l'attuazione della direttiva in esame non nuocia ma anzi giovi alla Organizzazione delle Nazioni Unite, e, più che a precipitare, serva se mai, a consolidare, sia pure su di una posizione di equilibrio instabile, l'attuale tesa situazione internazionale, lasciando ancora aperta la porta per una collaborazione onesta con il mondo sovietico. Perciò le soluzioni finora proposte sono le più varie. Ci si è subito reso conto però della attuale inadeguatezza della formula di Dunkerque suggerita da Bevin. Quel trattato di Gran Bretagna e Francia infatti fu stipulato in un momento in cui il Governo laburista si illudeva ancora di poter, da solo, funzionare -a mezzo dell'accordo anglo-sovietico -da «ponte» tra i due mondi in contrasto; quando erano ancora grandi le speranze di poter giungere ad un accordo per il trattato di pace con la Germania, quando la «dottrina Truman» non era stata ancora enunciata, quando il «piano Marshall» non era stato ancora nemmeno concepito e quando, infine, la politica anglo-ameri

cana nei confronti della Germania era essenzialmente distruttiva, mentre oggi è, decisamente, a tendenza ricostruttiva. D'altra parte bisogna tener presente anche il fatto che, nella stipulazione di accordi del genere, l'U.R.S.S. ha già compiuto notevoli passi avanti.

Il trattato di Dunkerque, com'è noto, prevede solo costanti consultazioni nelle relazioni economiche tra i due paesi firmatari e consultazioni ed azione d'insieme contro ogni aggressione o minaccia della Germania. Ma già nel trattato tra

U.R.S.S. e Cecoslovacchia, firmato ancora durante la guerra nel dicembre 1943, si parla di mutua assistenza non solo contro l'aggressione della Germania ma anche nelle ostilità «contro ogni altro Stato che si unisca alla Germania, direttamente o in ogni altra forma». La stessa formula è ripetuta nel recente trattato tra U.R.S.S. e Romania e in quello tra Cecoslovacchia e Polonia: in quello, dello scorso gennaio, tra Romania e Bulgaria i due paesi sono giunti a garantirsi mutua assistenza contro ... i guerrafondai! Si condivide quindi qui l'opinione espressa a Bruxelles dai rappresentanti del Benelux che la formula di Dunkerque sia ormai superata (vedi telespresso n. 8211302 del 23 gennaio scorso)4.

Il sen. Vandenberg, nell'opporsi in Senato all'emendamento surriferito del sen. Bali (che sarebbe, tra l'altro -secondo Vandenberg -incostituzionale in quanto potrebbe impegnare gli Stati Uniti in una guerra senza il suo effettivo consenso) ha elencato tre possibili metodi per dare un solido appoggio all'Unione europea occidentale:

l) rafforzare l'organizzazione delle Nazioni Unite eliminando il potere di veto nel Consiglio di sicurezza per tutte le decisioni ad eccezione di quella di ricorrere ali 'uso delle armi;

2) patto di difesa regionale sul tipo di quello inter-americano firmato a Rio de Janeiro nello scorso settembre; 3) patto di mutua difesa contro l'aggressione simile a quello quarantennale propostro da Bymes all'U.R.S.S. contro la Germania.

Ma tra le varie proposte fin qui prospettate quella che sembra raccogliere maggiori favori e che, molto probabilmente, finirà con l'essere realizzata è quella che gli Stati Uniti si leghino all'Europa in un patto di difesa regionale, analogo a quello inter-americano, nel quadro delle disposizioni del cap. VIII dello Statuto delle Nazioni Unite.

Come ho riferito con i miei rapporti 7921/2278 del 3 settembre scorso e 11092/3480 del 9 dicembre scorso5 il trattato inter-americano di Rio abbraccia un'area che include l'intero Nord e Sud America dall'Antartico all'Alaska e alla Groenlandia, con larghe zone degli oceani Pacifico e Atlantico. Contiene dichiarazioni di idee e di obiettivi comuni, provvede per la pacifica soluzione delle controversie tra i firmatari prima di far ricorso all'O.N.U., definisce un attacco contro ogni Stato americano come «attacco contro tutti gli Stati americani», prevede la consultazione e l'autodifesa degli Stati interessati nel periodo in cui il Consiglio

419 4 Non pubblicato. s Non pubblicati.

di sicurezza, in caso di minaccia o aggressione, predispone le misure per il mantenimento o il ristabilimento della pace, e riconosce il diritto dell'O.N.U. ad essere costantemente informato, a norma degli art. 51 e 54 dello Statuto, sulle azioni decise in esecuzione dal trattato in parola. Inoltre stabilisce che le misure decise dagli organi di consultazione sono obbligatorie per tutti gli Stati firmatari, quando sono prese a maggioranza di due terzi, salvo che «no State shall be required to use armed force without its consent».

Un trattato del genere tra i paesi dell'Europa occidentale con l'adesione degli Stati Uniti sembrerebbe quindi la via più agevole per sopire -dato il precedente inter-americano -le eventuali opposizioni interne, rimanere nel quadro dell'O.N.U. e non costruire apertamente un nuovo attacco diretto all'U.R.S.S.

A giustificare la regionalità di un tale trattato soccorrono l'ormai affermato concetto della comunità atlantica e l'attuale diretta responsabilità degli Stati Uniti in Germania, oltre che, beninteso, la «dottrina Trumann» e il «piano Marshall».

Circa l'applicabilità degli art. 51, 52 e 54 dello Statuto delle Nazioni Unite ritengo utile segnalare a codesto Ministero, per suo orientamento e documentazione, alcune delle opinioni più significative qui manifestate.

In aggiunta al trattato inter-americano furono votate a Rio, il 2 settembre 1947, alcune risoluzioni. Di queste la XIV rende un particolare tributo al senatore Vandenberg «per i servizi resi nel Comitato degli accordi regionali della Conferenza di San Francisco nell'ottenere l'approvazione della proposta degli Stati Uniti, che poi più tardi divenne l'art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, in virtù del quale è stato possibile concludere il primo trattato che sviluppa il principio dell'autodifesa collettiva».

Beniamin V. Choen, che è stato consigliere del Dipartimento di Stato e come esperto partecipò ai lavori di Dumbarton Oaks, quando cominciarono a profilarsi le intenzioni sovietiche di voler usare indiscriminatamente del proprio potere di veto per bloccare l'azione del Consiglio di sicurezza, espresse il seguente avviso: quando una nazione entra a far parte dell'organizzazione delle Nazioni Unite, nel sottoscriveme lo Statuto si obbliga all'osservanza di certi propositi e di certi principi dentro e fuori delle Nazioni Unite. Uno di questi obblighi è quello di prendere «concrete misure collettive» per il mantenimento della pace; obbligo che è poi rafforzato dal disposto dell'art. 51 dello Statuto che specificamente protegge il «diritto innato di autotutela individuale o collettiva». Il veto quindi posto dall'U.R.S.S. o da qualsiasi altra potenza ferma l'azione nell'ambito delle Nazioni Unite ma non libera affatto i singoli membri dal perseguimento dei propositi e principi cui si sono obbligati entrando a far parte dell'O.N.U.: essi in tal caso sono infatti tenuti a dare loro applicazione al di fuori dell'O.N.U.

Questa tesi è stata accettata in pieno da Bymes che l 'ha ripresa nel suo libro Speaking frankly applicandola concretamente al caso pratico della possibile stipulazione del trattato di pace con la Germania senza l'accordo dell'U.R.S.S. Ma se tutti sono d'accordo sul diritto che hanno gli Stati membri a svolgere tale azione al di fuori dell'O.N.U. non pochi mettono in dubbio che ciò costituisca anche un obbligo degli Stati stessi. Questi ultimi infatti sostengono che il veto è parte dello Statuto delle Nazioni Unite ed una volta ch'esso sia stato posto, viene a cessare, per i membri dell'O.N.U., ogni obbligo di osservare i principi sanciti dallo Statuto. Infine anche Hamilton Fish Armstrong (che ha collaborato con il Dipartimento di Stato dal 1942 a tutto il 1945 nella redazione dei piani per il dopoguerra e che è stato uno degli esperti americani alla Conferenza di San Francisco) nel settembre scorso riprese tale tesi e la elaborò in quello che è stato definito il «piano Armstrong» e che egli stesso così enuncia: il presidente ed il segretario di Stato dovrebbero proporre «that a group of United Nazions members enter into a brief supplementary agreement -a sort of protocol, or "optional clause" open to all binding themselves to carry out the Charter obligation to resist armed attack. This agreement would be worded so as to come into operation: l) if two-thirds of the signatories decided that collective action was called for under the Charter; 2) if the Security Council failed to act».

Questo piano ha riscosso, a suo tempo, molti consensi ed anche il sen. Vandenberg si dichiarò allora favorevole; ora però, nella recente discussione al Senato succitata, ha affermato che «è ancora molto controverso fino a qual punto possa essere praticamente sviluppato il "piano Armstrong" e che esso deve essere oggetto di un più attento e profondo esame».

Queste le principali opinioni fin qui manifestate in materia e ho voluto riferirle a V.E. perchè mi sembrano abbastanza indicative di quello che potrà essere il corso futuro della presa di posizione di questo Governo sia in relazione all'O.N.U. sia, più particolarmente, nei confronti della progettata Unione dell'Europa occidentale.

420

IL MINISTRO A PRETORIA, JANNELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. RISERVATISSIMO 446/83. Capetown, 11 marzo 19481.

È stata mia precipua cura, fin dall'inizio della mia missione, di seguire da questo osservatorio africano, conformemente alle istruzioni ricevute dal V.E., le vicende relative alle antiche colonie italiane; di reiterare ed illustrare, in questi ambienti ufficiali, la legittima aspirazione dell'Italia a vedere affidata a se stessa l'amministrazione fiduciaria di tutti quei territori, nessuno escluso; e di formarmi una chiara idea e possibilmente ottenere esplicite dichiarazioni sull'attitudine che il Governo sud-africano si propone di assumere dinanzi alla Conferenza dei sostituti dei ministri degli esteri, quando esso sarà chiamato ad esprimere il suo avviso sulla sorte definitiva di quelle regioni.

Qui di seguito riassumo, per sommi capi, a V.E. il contenuto di conversazioni avute in proposito. Quanto riferisco a V.E. è la combinazione, in ordine logico, di elementi di informazione tratti dai vari colloqui col presidente del Consiglio e ministro degli affari esteri, maresciallo Smuts, col segretario di Stato per gli affari

esteri signor Forsyth, col signor Pohl, sostituto del precedente le cui funzioni possono essere paragonate a quelle del nostro segretario, e coi sigg. Jooste e Jordan, le çui cariche corrispondono approssimativamente a quelle del nostro direttore generale e vice direttore generale degli affari politici. Il sig. Jordan, malgrado sia un funzionario relativamente giovane, è stato membro importante della delegazione sud-africana alla Conferenza di Parigi del 1946 e, credo, praticamente, l'estensore dei documenti ufficiali sud-africani per quanto riguarda la politica coloniale ed ha dimostrato viva comprensione per l 'Italia.

l. Nel ripetere il punto di vista italiano relativamente all'amministrazione fiduciaria di tutte le antiche colonie, anche per disperdere dubbi che potessero essere sorti in seguito alla comunicazione fatta a Smuts l'anno scorso, a sua richiesta, della nostra preferenza per la Somalia rispetto all'Eritrea in caso che, delle due, solo una delle vecchie nostre colonie dell'Africa Orientale dovesse essere a noi affidata2, ho espresso, a titolo personale, il parere che la questione della sorte dei territori italiani in Africa, così come era stata impostata nel 1946, specialmente dalla Gran Bretagna, e come continuava ad esser trattata, specialmente dalla Gran Bretagna, mi sembrava in contraddizione con l'evoluzione subita dalla situazione internazionale nel frattempo, con lo stesso mutamento subito dall'atteggiamento britannico nei riguardi dell'Italia in tutti gli altri campi, con tutta la nuova tendenza che si è manifestata, in seguito al piano Marshall e fino al recentissimo discorso di Bevin, per uno stretto accordo, se non addirittura federazione, fra .tutti gli Stati dell'Europa occidentale. In sostanza -questo è il nocciolo della mia argomentazione -si auspica e si favorisce la formazione di una Unione dell'Europa occidentale e l'opinione è unanime che in tale unione debba aver parte importante l'Italia. Non è incongruo e contraddittorio continuare allo stesso tempo a considerare l 'Italia come nemica e sostenere che essa debba essere estromessa dalla maggior parte, se non da tutti i territori che essa legittimamente aveva acquisito e colonizzato in Africa? Non solo, ma il signor Bevin ha logicamente ed efficacemente sostenuto che il continente africano dovrebbe costituire parte essenziale del piano di Unione dell'Europa occidentale a formare, con la valorizzazione e sfruttamento delle sue enormi risorse ancora allo stato potenziale, la base economica su cui tutta la struttura della futura unione dovrebbe poggiare per uno sviluppo sicuro e per un'esistenza autonoma.

Ora, per colonizzare il continente africano e trame le ricchezze necessarie all'Europa occidentale, occorrono non solo capitali, ma anche tecnici e lavoro specializzato e intelligente e non solo le braccia degli indigeni. L'Italia è il solo paese dell'Europa occidentale che potrà fornire questa mano d'opera specializzata ed è certo questo un compito che, per il genio particolare, e le sue tradizioni, meglio si presta alle caratteristiche del suo popolo. Ma non è, d'altra parte, assurdo chiamare l'Italia a questa collaborazione in Africa e nello stesso tempo estrometterla da territori africani che in questi ultimi cinquanta anni si sono giovati appunto dell'opera di colonizzazione e valorizzazione economica dell'Italia?

2. Tutti i miei interlocutori si sono non solo dichiarati d'accordo con le mie considerazioni, ma hanno esplicitamente detto che i miei argomenti e le mie illazioni non differivano da quelli che hanno mosso e muovono il Governo sud-africano a favorire, in parte, il ritorno dell'Italia nelle sue antiche colonie. Un ritorno, sic et simpliciter, in tutte le antiche colonie, allo stato di cose, è, secondo i miei interlocutori, imprevedibile, perchè il problema è complicato e ostacolato da diversi motivi; dalla procedura internazionalmente fissata e sulla quale sarebbe ormai impossibile tornare indietro, questa procedura prevede l'inchiesta di una Commissione internazionale, i risultati della quale bisognerà attendere per poter decidere; le conclusioni della Commissione saranno probabilmente non unanimi, e la questione sarà pertanto ulteriormente portata dinanzi alle Nazioni Unite, nella quale istanza di nuovo, inevitabilmente si riprodurranno, e per le stesse ragioni, i contrasti fra i diversi gruppi di potenze; inoltre vi erano gli impegni presi dall'Inghilterra durante la guerra e dichiarazioni programmatiche degli Stati Uniti in materia coloniale che aumenteranno ancor più le complicazioni del problema, perché alcune potenze non sembrava fossero propense a trusteeship individuali per le colonie e una trusteeship collettiva sarebbe d'altra parte sgradita ad altre. Ho osservato ai miei interlocutori che questi argomenti non facevano appunto che rafforzare la tesi di un 'amministrazione italiana delle colonie, poichè una volta che la Russia si era pronunziata a favore di essa e la Francia essendovi notoriamente favorevole, gli Stati Uniti certo non deliberatamente ostili e con ogni probabilità pronti ad associarsi al parere della Gran Bretagna, che pur recentemente, dopo la dichiarazione russa, aveva voluto ricordare ancora una volta il suo «impegno con i Senussi per la Cirenaica». Ciò aveva dovuto, ne ero sicuro, dolorosamente colpire l'opinione pubblica italiana, la quale non poteva vedervi che una deliberata intenzione ostile, non essendo possibile persuaderla d'altra parte della genuinità e serietà dell'argomento «Senussi». Quello invece di cui un'opinione pubblica assai realista come l 'italiana si rendeva conto erano le necessità strategiche inglesi nel Mediterraneo. Parlare di necessità strategiche contro l'Italia potrebbe certo sembrare paradossale, specialmente in clima di Nazioni Unite e di Unione occidentale, ma l'Italia si rendeva conto che -a prescindere dall'attuale situazione internazionale -alcune posizioni strategiche nel Mediterraneo potessero avere un particolare interesse per le comunicazioni imperiali inglesi. E per questo, il Governo italiano aveva più di una volta fatto conoscere a Londra e anche a Washington che nessuna abbiezione sarebbe sollevata all'eventuale distacco dalla Cirenaica di tutta la Marmarica con l'importante porto naturale di Tobruk, e anche dell'oasi di Giarabub, che del resto è l 'unica località nella quale si possa decentemente sostenere che il Senussi abbia mai avuto qualche seguito. Avrebbero così salvate, e le necessità strategiche britanniche e l'impegno morale con il Senussi. Questo mio accenno ha suscitato molto interesse, e mi è stato dato così di constatare che il Governo sud-africano non aveva avuto mai notizia della cosa, neanche attraverso informazioni da Londra. Mi è stato replicatamente chiesto se l'Italia era effettivamente sempre disposta a rinunziare a Tobruk, e quale era la parte della Cirenaica cui essa teneva. Ho risposto che l'Italia era stata purtroppo messa, dal trattato di pace, nell'impossibilità giuridica di «negoziare» checchessia riguardo alle sue antiche colonie, ma io ero certo in grado di confermare che il mio Governo e l'opinione pubblica italiana avrebbero accettato senza protesta la rinunzia a Tobruk, con tutta la Marmarica la parte della Cirenaica che interessa l'Italia essendo quella ad occidente del Golfo di Bomba, cioè il Gebel, che era stato colonizzato prima della guerra da più di trentamila italiani a prezzo di ingenti capitali e di duro lavoro.

3. -Quando io, incidentalmente, ho osservato che mi rendevo ben conto della difficoltà che il Governo sud-africano poteva incontrare a contrastare le direttive di Londra in materia o solo a dipartirsi da esse, il segretario di Stato per gli affari esteri, il sig. Forsyth, mi ha risposto piuttosto vivacemente, che questa non era la difficoltà e che il Sud-Africa poteva avere in materia coloniale opinioni e punti di vista diversi da quelli inglesi e li avrebbe sostenuti anche in opposizione all'Inghilterra, quando l'avesse ritenuto necessario. Ma uno spiraglio anche più largo sulla questione coloniale italiana il segretario di Stato per gli affari esteri ha aperto quando mi ha aggiunto, pur affermando che parlava a titolo personale e che non avrebbe desiderato che le sue parole fossero citate, che l'elemento più importante per la soluzione della questione stessa sarebbe stato il risultato delle elezioni italiane nel prossimo aprile. Ho fatto osservare al sig. Forsyth che, in vista di ciò, sembravano tanto più strane le dichiarazioni del Foreign Office circa l'irriducibile intenzione inglese di non consentire, a nessun costo, il ritorno dell'Italia in Cirenaica, perchè esse erano certo destinate a confermare e rafforzare nella massa degli elettori italiani precisamente quegli effetti che le dichiarazioni di Mosca, sulla volontà russa di appoggiare il ritorno sia pure provvisorio dell'Italia in tutte le sue antiche colonie, si proponevano di suscitare. Il sig. Forsyth non aveva ufficialmente conoscenza delle pretese dichiarazioni del Foreign Office, che pure tutta la stampa ha qui riportato: comunque, le antiche colonie italiane sono attualmente amministrate dall'Inghilterra e non dalla Russia. Questa quindi poteva fare le dichiarazioni che voleva e le faceva anzi certo perché sapeva appunto che non implicavano alcuna responsabilità, ma gli italiani dovrebbero certo rendersi conto che la formazione di un Governo dipendente, o legato in qualsiasi modo, politicamente o ideologicamente, alla Russia con le prossime elezioni, precluderebbe il ritorno italiano non solo in qualcuna ma in tutte le antiche colonie dove la Russia non potrebbe riportarvi l'Italia che con una guerra vittoriosa. Ecco perchè, secondo il sig. Forsyth, le elezioni di aprile costituiscono per il momento l'elemento principale nella questione della sorte delle nostre antiche colonie. 4. -A conclusione del mio rapporto, credo di poter riassumere la situazione, per quanto riguarda il Sud-Africa, rispetto alla sorte delle antiche colonie italiane in Africa, nei seguenti termini:

a) Il Governo sud-africano è restio a pronunciarsi in modo esplicito sulla questione fino a quando i risultati delle elezioni italiane non abbiano chiaramente stabilito se l'Italia intende seguire o meno una politica «occidentale».

Per rinviare una sua netta presa di posizione, il Governo sud-africano ha trovato conveniente appoggiarsi su una argomentazione di carattere meramente logico: esso sostiene che non si può chiedere agli interessati di pronunziarsi su una questione, quando si è nominata una Commissione che deve indagare e presentare le sue conclusioni sulla base delle quali appunto gli interessati possono e debbono manifestare il loro avviso.

La recente proposta russa a Londra perchè gli Stati interessati presentassero subito le loro deduzioni ha vivamente irritato il Governo sud-africano, e anche la proposta di compromesso di rinviare la presentazione a maggio non lo ha soddisfatto. Esso desidera un più largo margine di tempo per poter studiare le conclusioni della Commissione d'inchiesta e ... i risultati delle elezioni italiane.

b) Ammesso che queste ultime siano favorevoli all'attuale Governo italiano, che gode del rispetto e della fiducia del Governo e dell'opinione pubblica sud-africana, e posto che l'Italia scelga di seguire una politica estera decisamente «occidentale», si può contare sul cordiale appoggio sud-africano per un trusteeship individuale all'Italia sull'Eritrea, la Tripolitania, quasi certamente anche la Somalia, e forse anche su una efficace mediazione a Londra per un'eventuale retrocessione all'Italia di parte della Cirenaica.

c) Per quanto riguarda un trusteeship collettivo delle Nazioni Unite, compresa l'Italia, sulle antiche colonie, anche se questo fosse realizzabile, dati i contrasti fra le potenze, il Sud-Africa vi si opporrebbe, sia per le note sue difficoltà in materia con l'O.N.U. per la questione dell'Africa ex tedesca del Sud-Africa, sia perchè ciò significherebbe la ingerenza russa in Africa, che l'Unione desidera a tutti i costi allontanare3.

420 l Manca l'indicazione della data di arrivo.

420 2 Vedi serie decima, vol. VI, DD. 332, 476 e 680.

421

L'AMBASCIATORE A SANTIAGO, FORNARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3228114-15. Santiago, 12 marzo 1948, ore 15 (per. ore 2 3).

Mio telegramma 121.

Ho veduto stamane ministro affari esteri. Nulla in contrario da parte presidente della Repubblica e sua, si dia costà notizia alla stampa, ove ciò possa essere ritenuto utile, delle dichiarazioni fattemi dal presidente. Notizia potrebbe essere data nei seguenti termini concordati corso conversazioni:

«Presidente Repubblica Cile nel ricevere ambasciatore Fornari per presentazione lettere credenziali gli ha espresso suoi fervidi voti per avvenire nostro paese aggiungendo che Cile sarebbe stato sempre lieto cooperare nelle maniere consentitegli dalle sue possibilità al risorgimento materiale e morale Italia. Parlando poi avvenire territori Africa appartenenti Italia anche prima fascismo S.E. Gonzales Videla ha aggiunto che, ove questione venisse portata O.N.U., Cile vedrebbe con favore affidata all'Italia amministrazione fiduciaria».

421 l Vedi D. 407.

420 3 Per la risposta vedi D. 518.

422

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 3357/172. Londra, 12 marzo 1948, ore 20,30 (per. ore 7,30 de/13).

Mio 1461.

Non ho avuto difficoltà ottenere che Zanotti Bianco possa esporre a chi di ragione conclusioni alle quali è giunto dopo suo viaggio in Somalia.

Lo ho accompagnato da Charles con cui ha lungamente conferito e ieri sera abbiamo assieme esposto al ministro delle colonie, alla presenza del lord cancelliere e del sottosegretario agli esteri Mayhew, la situazione creatasi in Somalia in conseguenza della politica della B.M.A. e che ha culminato con fatti di Mogadiscio, argomento sul quale Zanotti è stato seriamente interrogato con massima amichevole comprensione.

Ci incontreremo non appena possibile con Sargent e con rappresentanti del War Office.

Dai colloqui e dalle altre informazioni avute ritengo che Governo britannico e Bevin particolarmente siano ormai consci necessità eliminare al più presto dal campo delle relazioni italo-britanniche fattore negativo dei fatti di Mogadiscio.

Relazione Corte inchiesta non è tuttora pervenuta al Foreign Office e Bevin si ripromette esaminarla personalmente non appena gli sarà data.

Ritengo ad ogni modo sia giunto il momento di concretare quali debbano essere le nostre proposte ufficiali per liquidazione incidenti Mogadiscio nell'ambito italo-britannico. Non credo che, dato anche atteggiamento degli Stati Uniti in proposito, sia il caso riprendere in via ufficiale, coi Quattro o con la sola Gran Bretagna, la richiesta di affidare a noi sin d'ora amministrazione civile Somalia, o che si possa comunque partire dai fatti di Mogadiscio per ottenere completa e pubblica revisione dell'atteggiamento britannico circa futuro nostre colonie, revisione che, come riferirò a voce a V.E. a Parigi, già sembra in corso da un diverso punto di partenza.

Rimane aperta, a mio parere, via realistica di liquidare tragico episodio in ambito più ristretto ma tale che possa facilitare distensione animi in Somalia e migliorare situazione italiani colà stabiliti, e cioè chiedere:

l) rinnovamento personale britannico in Somalia con conseguente radicale mutamento direttive e spirito quella Amministrazione;

2) adeguate riparazioni materiali a favore danneggiati e famiglie delle vittime.

Qualora V.E. concordi sulla opportunità procedere in questo senso, mi adopererei per farla comprendere anche qui, in attesa di poter discutere a nome del Governo sulle basi che codesto Ministero riterrà precisarmi2.

422 I Del 3 marzo, con il quale Gallarati Scotti aveva informato che una visita a titolo privato di Zanotti Bianco sarebbe stata ben accetta al Foreign Office. 2 Per la risposta vedi D. 450.

423

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO AD OSLO, RULLI

T. 3097/12. Roma, 12 marzo 1948, ore 21.

Suo 20'.

Sarò lieto avere occasione incontrare Parigi codesto ministro affari esteri. Comprendiamo preoccupazioni sue e dei suoi colleghi scandinavi. Sarà pertanto utile che V. S. continui seguire costà questione e riferire.

424

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

L. 44 7 SEGR. POL. Roma, 12 marzo 1948.

Bene quanto mi comunica con la sua del 4 marzo'. Occorre perseverare. Rispondo intanto ai suoi quesiti:

l) Anche a Parigi si sta lavorando in questo senso e così pure a Londra. Sta bene quanto ella mi scrive circa l'opportunità di evitare comunicazioni telegrafiche di carattere interlocutorio sull'argomento.

2) la questione, attualmente, non è qui molto sentita. D'altra parte è da ponderare bene se per avventura il risollevarla non possa portare ora a conseguenze diverse da quelle che si vorrebbero raggiungere. Comunque lasciamo che si giudichi costì per il meglio.

3) Mi rendo conto delle difficoltà provocate dalla lentezza della evoluzione mentale della potenza più interessata. Condivido anche il suo parere che sarebbe controproducente una dichiarazione che esplicitamente o implicitamente escludesse uno dei territori. Tuttavia qualcosa ritengo necessario sia fatto, almeno una dichiarazione esplicita nel senso che gli interessi dell'Italia saranno rispettati e che il paese può avere piena fiducia nelle leali intenzioni degli Alleati a questo riguardo.

4) Conviene assecondare la «tendenza» del Dipartimento di Stato in merito alla quota spettante all'U.R.S.S. Sarebbe poi un atto di vera saggezza se la Francia rinunciasse a sua volta a qualche unità tra quelle spettantile: ogni suggerimento in questo senso da parte del Dipartimento al Quai d'Orsay sarebbe utilissimo.

424 l Vedi D. 381.

5) Credo che lei deve fare sentire che un messaggio di carattere minaccioso potrebbe aver effetto contrario al previsto. Forse la formula più accettabile e utile consisterebbe nell'esprimere la fiducia che l'Italia restasse «leale compartecipe del piano Marshall con tutti i vantaggi che ciò comporta»2.

Ancora un'osservazione: l'emigrazione negli S.U. è un tasto molto sensibile; se qualcosa può essere fatto nel senso già indicato, non potrà che avere ottimo effetto.

423 l Vedi D. 401.

425

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO

TELESPR. SEGRETO 5/4144. Roma, 12 marzo 1948.

Telespresso di codesta legazione 424/192 del 6 corrente'·

La notizia del passo effettuato da questo ambasciatore dell'U.R.S.S. presso gli ambasciatori degli Stati Uniti d'America, Gran Bretagna e Francia era effettivamente a conoscenza di questo Ministero. Non risulta che l'ambasciatore sovietico abbia rimesso una nota; egli si è limitato ad interessare i colleghi a compiere un'azione di comune accordo in relazione alle divergenze insorte nel corso dei lavori della Commissione mista itala-jugoslava per la delimitazione definitiva dei nuovi confini. Il passo non ha avuto alcun seguito, dato il riserbo con cui è stato accolto, e non è stato sinora rinnovato.

Circa i motivi che lo hanno originato, la seconda ipotesi avanzata dalla S.V. sembra la più fondata, ad opinione anche del capo della delegazione italiana.

Questo Ministero, d'accordo con quello della Difesa, ritiene che, dopo la proposta avanzata dal col. De Renzi al termine della seduta del 28 febbraio u.s. (vedi telegramma ministeriale 63 del 6 corrente )2 ed in considerazione della risposta evasiva o comunque non impegnativa del capo della delegazione jugoslava, che in sostanza rimette la questione all'esame del Governo di Belgrado, convenga mantenere almeno per un breve periodo di tempo una posizione di àttesa.

Per opportuna, riservata conoscenza ed orientamento della S.V. si trasmette in allegato un appunto in cui sono riassunti per sommi capi i termini delle divergenze, di cui questa ambasciata degli Stati Uniti, di Gran Bretagna e di Francia sono al corrente3.

2 Vedi D. 388.

3 Non pubblicato.

424 2 Le osservazioni su questo punto, non previste nella bozza di lettera predisposta dalla segreteria, sono un'aggiunta autografa di Sforza.

425 l Vedi D. 392.

426

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI, GRAZZI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. Roma, 12 marzo 1948.

Come V.E. ricorda, il Consiglio dei ministri prescelse per la nota di risposta inviata l' 11 gennaio u. s.' al Governo sovietico, la dizione che escludeva qualsiasi possibilità da parte nostra di parlare di riparazioni, ammettendo invece che la delegazione da inviare a Mosca parlasse di scambi ordinari nonché del trattato di

. . .

commercio e navtgaztone.

Ora l'ambasciata sovietica, con la nota acclusa2, insiste al riguardo: anzi, polemizzando con recenti affermazioni del nostro Governo, afferma che essa a nome del Governo sovietico non ha mai richiesto, come si è detto da parte nostra, un. pagamento anticipato delle riparazioni, ma soltanto che si predisponga subito il piano delle commesse da consegnare dopo il biennio.

È chiaro che se cominciamo a discutere oggi il piano per le commesse di lunga lena, e più ancora se le poniamo in cantiere fin da adesso per consegnarle allo scadere del biennio, sostanzialmente pagheremmo di fatto in anticipo rispetto a consegne che venissero effettuate se l 'inizio delle convenzioni o dei lavori avesse avuto luogo allo scadere del biennio.

In altre parole, distrarremmo forze produttive dell'economia italiana proprio in quei due anni che il trattato di pace ci ha lasciati come respiro per consentirci di spingere avanti la nostra ricostruzione.

Di fronte alla replica sovietica si aprono tre vie:

l) respingere ancora una volta la richiesta, illustrando i concetti sopra esposti, ma insistendo per l'invio al più presto a Mosca della delegazione per l'accordo normale e per quello di commercio e navigazione (al cui riguardo la risposta sovietica è assai vaga per quello che concerne le precisazioni costruttive che noi avevamo chieste);

2) accogliere la richiesta, !imitandola alla sola programmazione delle riparazioni. Ma ammesso che ciò fosse possibile ne verrebbe la conseguenza che la delegazione finirebbe con l'impegnarsi per lo meno sull'inizio dei lavori di determinate commesse. Il che mentre costituirebbe un pericoloso precedente nei riguardi della Grecia, della Jugoslavia, ecc. creerebbe nei rispetti degli aiuti americani una situazione per lo meno non facile;

3) venire incontro ai Soviet per quanto possibile (e forse anche per quanto ci conviene) spiegando i motivi per i quali non potremmo parlare di riparazioni connesse a produzione corrente, ma offrendo di parlare su quelle immediate ( ces

426 l Vedi D. 97, Allegato. 2 Vedi D. 406.

sione dei beni italiani nei Balcani, cessione di parte degli impianti non convertibili) salva la valutazione da fare o da sanzionare da parte dei quattro ambasciatori a Roma.

Resto in attesa di cortesi istruzioni3.

427

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 390/4313/1094. Parigi, 12 marzo 19481.

A questo Ministero degli esteri si ha l'impressione che il rapporto della Commissione d'inchiesta in Eritrea e in Somalia non ci sia in complesso affatto sfavorevole. Tale rapporto d'altronde è noto soltanto per sommi capi. Ma se ne sa abbastanza per avere un'impressione netta: favorevole. Anzi più favorevole in Somalia che non in Eritrea, e proprio perché i gravi dolorosi incidenti di Mogadiscio hanno giocato, in ultima analisi, a nostro profitto. Ora il fatto che dalla lettura del rapporto possa venir fuori la conclusione che un ritorno d eli'Italia sia se non la soluzione ideale, la soluzione meno cattiva, costituisce, si dice e con ragione, un fatto di molta importanza. Importava soprattutto che le conclusioni della Commissione non fossero negative nei nostri confronti. Le decisioni, si sa, avranno luogo in altra sede. Ma che il terreno dei negoziati futuri sia sgombro da un tale ostacolo rappresenta certamente un vantaggio positivo.

Rimane ancora la Libia, per la quale è prematuro fare pronostici. Tanto più che tutta l'organizzazione delle locali Autorità britanniche non dà alcun segno di aver modificato l'organizzazione propagandistica da tempo predisposta per conseguire un determinato scopo. Né è lecito pensare che il Governo centrale, dato pure che lo voglia, riesca a modificare ormai un indirizzo o un andazzo ben definito come quello che in effetti si può osservare. Occorrerà comunque, per dei fatti nuovi, attendere il risultato delle nostre elezioni.

A prescindere per ora dalla Libia, la questione generale che viene a porsi si pensa al Quai -è quella di tutto l'assetto dei possedimenti europei in Africa. Questione che, almeno per ora, non è posta di proposito tra le cancellerie, ma che tuttavia è insita nella natura delle cose. Mentre l 'Europa occidentale, non senza fatica, tenta di organizzarsi e mentre, come si è visto testé nelle riunioni di Londra e di Brussclle, incomincia a delinearsi il principio di un lavoro costruttivo, non è pensabile che da tale assetto in fìeri l'Africa rimanga fuori. Del resto, appunto perchè si tratta di necessità insite nella natura delle cose, qualche cosa di

positivo è stato già fatto e si sta facendo, anche se non formalmente, inquadrato in un programma a lungo respiro secondo linee disegnate in anticipo: l'opera che ne verrà fuori non sarà che più viva e vitale.

Or sono circa due anni ha avuto così inizio, sul piano tecnico, una serie di accordi tra possedimenti francesi e britannici contigui. Si trattava ad esempio di accordarsi sul modo migliore di combattere la malattia del sonno, di provvedere al vettovagliamento di popolazioni bisognose, e così via. Era questo un primo passo, cui recentemente ne è seguito un secondo, più importante: la conclusione di accordi economici. Quando infatti ci si accorda per fare, ad esempio, il tracciato ferroviario economicamente più razionale prescindendo dalle frontiere politiche, quando lo stesso avviene per l'utilizzazione dei porti, quando, come nella Costa d'Avorio, la produzione del legname, già più che raddoppiata in confronto con l'anteguerra (70 mila tonnellate contro 30 mila) può essere ulteriormente accresciuta, a favore e col concorso della mano d'opera tratta dalla contigua colonia inglese, si entra in un campo ben altrimenti promettente che non sia l'enunciazione di principi astratti di collaborazione. Detti accordi economici, per ora limitati a Francia e Inghilterra, prevedono l'accessione del Belgio, del Sud-Africa e del Portogallo che intanto sono tenuti informati; anche l'adesione dell'Italia in tale sistema è prevista da parte francese. Più in là forse anche della Spagna.

Alla nostra presenza in Africa e soprattutto in Libia i francesi ~così si dice al Quai --tengono molto, non soltanto per le ovvie ragioni egoistiche, d'altronde perfettamente legittime, e non soltanto perché ciò è nella logica deli'Unione doganale di imminente proclamazione, e neanche soltanto perché ritengono che, nell'interesse della pace e della civiltà, all'Italia debba essere conservata la possibilità di svolgere una «missione» nel mondo. C'è un'altra ragione ancora, o per meglio dire c'è un'inquadratura diversa di tutto il problema. Naturalmente, e qui apro una parentesi, più si spazia nella grande politica e più le opinioni sono riferibili ai singoli funzionari piuttosto che al Ministero nel suo complesso. Ma anche queste opinioni sono significative. Chiudo la parentesi. Il pensiero nuovo che ho avuto occasione di rilevare è che, a una distanza di tempo non precisamente determinabile ma non lontana, diciamo dieci anni, il vecchio sistema coloniale europeo avrà cessato di esistere e sarà sostituito da qualche altra cosa che potrà far capo ali' Europa in quanto tale, di cui dovrà costituire una specie di riserva. Concetto certamente non nuovo in sé ma, credo, nuovo per il Quai: il che importava notare. Ora, in questo quadro, la presenza dell'Italia in Africa rappresenta una necessità, in quanto, in sostanza, la forma dell'impronta data dalla colonizzazione italiana alle popolazioni indigene è quella che maggiormente si avvicina alla colonizzazione francese. È quindi anche necessario ~pensano sempre i francesi ~ che in Africa si mantenga un nucleo, in ogni territorio già italiano, di coloni italiani, un dieci per cento almeno, quanto basta per assicurare il legame con l'Europa. Que5.ta impronta, di qualità, fa sì che, in definitiva, una minoranza numerica può assolvere il suo compito di progressivo elevamento civile della popolazione tutta e avviarla alla tanto irresistibile «indipendenza». Il risultato, in caso di riuscita, è una creazione nuova. Avviene così che l 'algerino che si reca in Egitto non può fare a meno di provare un senso di superiorità nei confronti della popolazione locale.

A questo punto viene naturale di pensare quale possa essere l'atteggiamento americano nei confronti di questi progetti. Quello che si può dire al riguardo -e l'ho già segnalato altre volte-è che l'atteggiamento degli americani, quanto mai semplicistico e miracolistico un paio di anni or sono con la poco originale panacea del! 'indipendenza, resi edotti dagli avvenimenti del!' India, del!' Indonesia, del Medio Oriente -per non parlare dei recentissimi incidenti della Costa dell'Oro che sono abbastanza gravi: anche lì avrebbero lavorato i comunisti -nonché preoccupati dal problema della sicurezza militare, hanno fatto un notevole passo avanti nella comprensione di quesiti che non si presentano più sotto la forma semplicistica dei tradizionali carichi di tè buttati a mare. S'intende per i dirigenti responsabili, perché l'opinione pubblica non si è ancora scaltrita molto in argomento.

Da quanto sopra si possono trarre alcune conclusioni: anche da parte francese -e negli ambienti tradizionalmente più conservatori -non so fino a qual punto, in seguito ai recenti avvenimenti internazionali, si sta facendo strada l'opinione che il vecchio sistema coloniale sia ormai superato. Nel nuovo sistema che dovrà sorgere, un posto vuole essere riservato anche a noi. E in questo si può osservare un parallelismo generico di atteggiamento tra le aperture alquanto vaghe che potrebbero esserci fatte da parte inglese e gli affidamenti che in questo campo non ci sono mai mancati dalla Francia.

Tale parallelismo potrebbe far supporre che un certo collegamento sia stato stabilito fra i due punti di vista di Parigi e di Londra. Comunque, allo stato attuale delle cose, ogni nostra azione a Londra non può non avere la sua ripercussione a Parigi. È bensì vero che la chiave della situazione per quanto riguarda le nostre ex colonie si trova a Londra, ma non per questo si possono trascurare le legittime suscettibilità di Parigi. Codesto Ministero conosce quali siano le mie idee circa la questione coloniale e a quali condizioni io stesso ho espresso l'avviso che, pur di raggiungere un risultato concreto, valesse la pena di indisporre i francesi. Ora, come ho già segnalato con mio telegramma per corriere n. 071 del!' Il corrente2, un certo malessere è stato creato dalle notizie pervenute al Quai d'Orsay in merito al contenuto del radio-messaggio rivolto agli italiani di Libia in questi giorni dall'on. Brusasca. Se le notizie relative all'istituzione di un Parlamento sovrano e alla compatibilità del trusteeship italiano con la politica della Lega araba risultassero confermate, l 'impressione sfavorevole nei confronti del nostro atteggiamento sarebbe più profonda di quanto si possa ritenere da noi; troverebbero conferma cioè quelle tendenze ormai inveterate che fanno di noi i maestri del doppio giuoco.

È soprattutto, ritengo, una questione di forma: tempestivamente informato, avrei potuto o potrei impedire o limitare queste reazioni sfavorevoli. Intanto vi è, per quanto in tono minore, una battuta d'arresto. Come ho già segnalato, le istruzioni del Quai dirette al rappresentante francese nella Commissione d'inchiesta sono tenute in sospeso: ci è stato detto, e questo è evidentemente un avvertimento.

426 3 Non è stata rinvenuta una risposta a questo appunto, tuttavia esso fu utilizzato per l'elaborazione della nota italiana del20 marzo (D. 467) che contiene le considerazioni esposte al punto 3) di esso.

427 l Manca !"indicazione della data di arrivo.

427 2 Non pubblicato. Per il testo del radio-messaggio di Brusasca vedi «Relazioni internazionali», a. XII ( 1948), n. Il, p. 251.

428

IL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 644/207. Atene, 12 marzo 1948 (per. il 13).

Il telegramma di V.E. n. 221 non poteva giungere più a proposito. Era necessario venire in qualche modo moralmente incontro alla Grecia.

Citerò un esempio eloquente. Giorni or sono, confidenzialmente mi lamentavo con questo incaricato d'affari d'America Rankin perché notavo da qualche settimana una certa atmosfera pesante nelle sfere ufficiali e di stampa verso l'Italia. Rankin m 'interruppe dicendo: «Surely because nothing happens». L'improvvisa pronta esclamazione sembrami una notevole dimostrazione di come sia giunto a proposito il telegramma di V.E.

A Tsaldaris diedi la comunicazione scritta sabato 6 corrente. In essa marcai l'offerta d'un accordo come quello che avevamo testé negoziato con l'America. Il parallelo soddisfaceva evidentemente la sua vanità nazionale ed egli si mostrò visibilmente contento. A voce gli dissi che il vecchio trattato fatto e violato dai fascisti era da sotterrare e che nella nota verbale ne avevo di proposito evitato ogni accenno perché oggi si pensa e si parla su di un piano di pace mediterranea basata sulla collaborazione internazionale che non deve essere nemmeno ombrata dal triste ricordo di passati nazionalismi carichi di sopraffazione e di odio.

Insistei che in questo spirito ed in questo nuovo quadro, dovevamo d'ora innanzi considerare e risolvere tutte le questioni pendenti fra i due paesi. Tsaldaris che, ripeto, si mostrava molto soddisfatto, m'incaricò di ringraziare

V.E. e dirle che contava incontrarla a Parigi per la conferenza dell'E.R.P.

Il viaggio a Parigi è stato progettato dopo l'offerta de Il' accordo. Infatti la Grecia aveva già deciso di farsi rappresentare a Parigi dall'ambasciatore Raphael mantenendosi così nel quadro d'assenteismo affermato nella famosa intervista dell'anno scorso a Ginevra in cui Tsaldaris respingeva il piano Marshall (mio rapporto n. 206/79 del 29 gennaio u.s.)2. Venerdì sera, Tsaldaris saputo dell'accordo dal re, a cui l'avevo potuto occasionalmente confidare, decise di andare lui stesso a Parigi per incontrarvi V.E. e l'indomani infatti subito me lo comunicò. Il rilievo è di qualche interesse perchè chiarisce lo scopo unico del viaggio.

Sostanzialmente Tsaldaris mi supponeva già in possesso dello schema che subito mi richieste. Promisi di sollecitarlo e darglielo al più presto.

Mi domandò poi cosa fare pei giornali. Gli suggerii di lasciare l'iniziativa al Governo italiano tenendo conto di come ogni cosa oggi si complicava in un periodo elettorale simile a quello che stiamo attraversando.

Questi, schematizzati, i primi approcci ed il primo impulso di vivissima soddisfazione personale di Tsaldaris. Temo però l'effetto delle reazioni di questi ambienti perché ho il vago sospetto che Tsaldaris, in un primo momento evidente

428 l Vedi D. 375. 2 Non pubblicato.

mente deciso di parlare con V.E. a Parigi con la serietà che merita la questione, possa invece giungere a Parigi orientato diversamente.

Questo timore esprimo soltanto per mettere in guardia V.E. essendo che il modo di manifestarsi di questo Governo è sempre al di là di ogni logica aspettativa. Mi hanno soprattutto impressionato le due successive note di evidente ispirazione ufficiale apparse sulla stampa (te l espresso n. 625/192 de li' 11 marzo 1948)3 dopo il mio colloquio. Nella prima si parla del mio colloquio concludendolo con un triste ed eterno accenno alle «riparazioni»! una vera mania! Col secondo, in una forma anche più velenosa, si trascrivono i titoli del nostro trattato con l'America, concludendoli con le parole: «Il Governo greco non è alieno dal desiderio di creare dei buoni rapporti fra i due paesi mediterranei; però attende dali 'Italia post bellica un gesto pratico di riparazione dei danni causati alla Grecia dal fascismo».

Questo maniaco ritorno alle «riparazioni» m'impressiona perché Tsaldaris ormai sa bene che esse rappresentano il «cencio rosso» in una corrida e quindi un calcolo psicologico molto sbagliato per un accordo. Partito dal troppo grande (Patto mediterraneo) Tsaldaris insiste sul troppo piccolo (riparazioni); il sistema è così evidentemente sbagliato che mi rende perplesso. Perplesso per la classica esperienza che ho fatto di Pipinelis quando si trattò della legge sugli optanti di Rodi. Legge nella quale si scrive contro l'Italia quello che era inutile di scrivere e perciò proprio soltanto per il gusto di scriverlo.

L'irrigidimento e la testardaggine furono allora tali che ad un certo momento presi un lapis ed un pezzo di carta e gli dissi: «Siccome io vi voglio aiutare e voglio che tutto marci per il bene dei due Stati, dettatemi voi stesso come spiegare le cose a Roma, visto che io non riesco a capirvi».

Erano parole sante. L'intervista data ora da Pipinelis a Cogniard della «France Presse»: «È invocando il cattolicesimo che gli italiani s'impiantarono nel Dodecanneso perciò da quella regione dobbiamo estirpare il cattolicesimo in pari tempo della italianità», è stata da lui smentita, ma la legge resta lì a confermare l 'intervista comunque smentita.

Spiegata così questa legge per gli optanti, cosa mai si può pensare di più inopportuno, pazienza contro noi, ma contro il Vaticano in questo momento e mentre Capsalis a mio mezzo a Roma ricerca dal Vaticano quell'aiuto che sa la loro «Chiesa nazionale» non può dare alla Grecia.

Insomma Tsaldaris è un corfiota, un uomo di cuore, che lavora col cuore ed anche quando chiede e vuole in un ordine d'idee sbagliato ovvero confuso, sempre dà prova di volersi arrampicare su eccellenti intenzioni.

Pipinelis invece potrebbe essere un tedesco, duro, freddo, diffidente, con un cervello ultranazionalista e quindi anti italiano. Domina Tsaldaris ed il Ministero degli esteri dove Pipinelis col fido Contumas (direttore generale degli affari politici) formano il nucleo del supernazionalismo della politica greca interna ed internazionale.

Il risultato pratico, ad esempio, è che mentre la Grecia attraversa questo terribile uragano, tutto il Governo va a baloccarsi a Rodi e -peggio -Tsaldaris perde l'occasione di sciogliere lui o meglio far sciogliere al re da Rodi «liberata»

un inno alla pace mediterranea, sulla unione coi turchi, con gli italiani, con gli arabi, magari sfogando qui i più ditirambici superlativi per l'ellenismo concretizzato però come il più saldo anello di una catena mediterranea.

Perdere una così magnifica occasione e proprio a Rodi mentre il Benelux si fonde con Dunquerque, gli Stati scandinavi si riuniscono per l 'E.R.P., l 'Italia firma con la Francia l'unione doganale e persino de Gaulle stende la mano alla Germania, è incredibile! Ma Tsaldaris non dice nulla e soltanto inneggia all'ellenismo come astrazione inutile perché teme Pipinelis ed il supernazionalismo del Ministero degli esteri.

Per persuadersi conviene qui ricordare le manifestazioni di questa mentalità non solo verso di noi ma verso i turchi. L'anno scorso il re ricevette un giornalista turco e lo colmò di eccellenti parole per l'unione dei due popoli. Dopo poco una trentina di turchi furono presi e cacciati da Rodi con tale prepotenza da far quasi nascere un incidente fra i due Stati, ed oggi il Vima (il giornale liberale!) scrive che i greci devono tornare in Asia Minore! Perché i greci sono tanti a casa loro ed i turchi pochi sul territorio! e -dico io-... Ataturk è morto!

Questo è il modo di sragionare che, secondo me, supera l'immaginazione. E questa mentalità veramente pericolosa, va ricollegata alla protesta che giorni or sono Tsaldaris ispirava sulla stampa quando sulla sola supposizione che l'Italia volesse assumersi l'iniziativa di conversazioni mediterranee per l'E.R.P., reagiva scrivendo che la Grecia «vittoriosa»! non aveva bisogno d'intermediari (mio rapporto n. 206/79 del 29 gennaio u.s.).

n grave difetto della situazione in questo paese più che la guerra dei briganti, più della tragica situazione dell'economia, è il Governo non certo all'altezza delle difficoltà in cui la Grecia si dibatte. Anzi più queste crescono più quello s'imballa e s'irrigidisce e perde l'aderenza con la realtà della vita.

In questo paese socialmente parlando manca il tessuto connettivo. Esistono soltanto due classi sociali: ricchi e poveri. Quattro milioni di contadini ed uno di operai poveri da una parte, il resto spostati (rifugiati d'Asia Minore) ed un pugno di signori molto ricchi, sproporzionatamente arricchiti, coi «noli» e coi traffici internazionali. Persone estremamentè raffinate, intelligenti ed individualiste all'ennesima potenza. Queste spaziano ad Atene estranee alla vera vita di dolore del paese e si confondono e si mischiano e peggio ancora emergono dalla «società» mondana. ln «società» qui non si fanno che incontrare ministri, ex ministri, futuri ministri e tutti ballano, si divertono, cenano e discutono di politica con le signore. Manca come dicevo il tessuto connettivo della sana borghesia di lavoro, comprensiva dei gravi compiti che nel!' «era atomica» spettano a chi sa e possiede verso chi non sa e vive ignorante nella miseria.

Nei paesi dove la borghesia non capisce questo compito e si chiude nella paura solo di perdere i propri soldi, i bolscevichi hanno fatalmente ragione. Nel nostro paese la borghesia sana frutta la magnifica «équipe» di uomini liberi, intelligenti, fattivi, ma soprattutto onesti, che conducono oggi l'Italia al suo miracoloso risorgere per «vincere la guerra» nella ultima e più dura battaglia che si combatte con le nostre elezioni.

La situazione qui è per questo verso e per questo solo verso, molto pericolosa. Mi sono convinto, vivendo più da vicino con questa gente, che il paese non è «anti-comunista» come a prim'occhio appare; ma è «anti-slavo» ciò che è ben diverso e molto pericoloso a lungo andare senza un Governo che aderisca all'ambiente. La gente è scontenta, non ha fiducia, nessuna fiducia negli <<Uomini di Atene», forse per questo divenne così fortemente monarchica peggiorando la situazione generale perché con la monarchia rinsaldò nella corte l'autorità dell'estremismo di destra, il più pericoloso come rimedio della situazione. Già l'aggravarsi delle cose di per sé con la paura spinge questa stortura a destra. Il giovane Andrea Stratos, uno dei deputati più battaglieri del gruppo marchesini, spiegandomi l'ideologia del suo partito mi diceva: «Centro sinistra, ma per il momento, per il bene della patria, estrema destra!».

Se i comunisti avessero potuto presentarsi in forme da dare sicurezza alla «razza» le cose sarebbero andate ben diversamente per loro in Grecia. Ma era destino che questo non potessero fare e perciò la guerra dei briganti oggi rimane guerra di briganti, ma il materiale umano che questa guerra respinge nel paese (rifugiati) è materiale estremamente infiammabile e, se male amministrato, può dare formidabili sorprese anche per i riflessi che il fronte interno ha sull'esercito m campo.

Per provare come il Governo è qui in Atene estraneo anche alla vita sana di questa stessa grande città, dirò che in tutti gli ambienti intellettuali, artistici e specie giornalistici (senza parlare del popolo) ho ricevuto attestati di amicizia e cordialità veramente inaspettati. Vlahos, direttore del Kathimerini (quotidiano a 60 mila esemplari di tiratura) mi ha voluto conoscere e mi ha offerto spontaneamente il giornale per una campagna a fondo pro Italia subito dopo le elezioni. Invece nelle sfere ufficiali e specie nelle sfere mondane trovo ancora delle persone che vogliono conservare il triste ricordo della «Cena di Grazzi» (ultimatum del 28 ottobre 1940), e con la stessa bocca poi mi domandano: «Perchè avete ammazzato così malamente Mussolini?».

Da questa mentalità esce od è legata la più parte degli attuali ministri populisti c di questi riflessi Tsaldaris, anche suo malgrado, deve essere l'espressione.

Aggiungo a chiusura di aver visto proprio ora Pipinelis in un lungo cordialissimo colloquio e di avere riportata la sicura impressione che egli è spaventatissimo che Tsaldaris veda V.E. È questa la più bella riprova di quanto mi sono sforzato di segnalare in questo rapporto.

428 3 Non rinvenuto.

429

IL MINISTRO AD OSLO, RULLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 508/152. Osio, 12 marzo 1948 (per. il 26).

L'interessamento dei norvegesi alla politica estera ha avuto negli ultimi anni tre fasi successive di sviluppo, che potrebbero essere così sintetizzate: l) ignoranza e disinteresse quasi generale; 2) interessamento progressivo alla situazione internazionale, in funzione esclusiva del problemi connessi con la protezione del paese da pericoli esterni; 3) politica estera concepita non soltanto sotto l 'aspetto delle relazioni con l'estero, ma anche e, forse, soprattutto, in funzione della salvaguardia della propria organizzazione sociale contro i tentativi di sconvolgerla.

Ancora qualche tempo fa non si sarebbe potuto prevedere che si sarebbe giunti rapidamente a questa terza fase. In questo paese, dove nulla è drammatico e tutto è borghese, anche il comunismo si presentava coperto di panni borghesi. Diretto da gente abbastanza moderata nel linguaggio e nelle azioni, formalmente rispettoso delle istituzioni vigenti, agnostico in materia istituzionale e ossequiente al sovrano, il partito comunista, anche per il ridotto numero dei suoi iscritti, non era mai stato preso troppo sul serio dalla grande maggioranza dell'opinione pubblica. Gli stessi suoi organi di stampa, pochi, poveri nella veste tipografica e, per di più, mal redatti, davano una sensazione di ristrettezza e quindi indirettamente di onestà e di indipendenza che contribuivano ad allontanare le diffidenze ed anche ad attirargli qualche generica simpatia.

Data questa atmosfera, è comprensibile che tutti i partiti prendessero fino a ieri un atteggiamento di noncuranza nei confronti del comunismo, come per avversario troppo piccolo. Sola eccezione, il partito socialista, rifiutandosi in un primo tempo di fondersi con quello comunista e marcando poi un sempre maggior distacco da esso, si affannava a presentare lo spettro comunista come un pericolo per l'aggregato sociale norvegese. Questa campagna si svolgeva, però, fra l'indifferenza quasi totale dell'opinione pubblica che la considerava soprattutto come una manovra per assicurarsi adesioni nell'ambiente dei lavoratori, a scapito del suo rivale.

Gli sviluppi della situazione internazionale non avevano fin qui inciso gran che sull'atteggiamento dei norvegesi nei confronti dei comunisti. Costretta a scegliere fra Oriente e Occidente, la Norvegia ha fatto tranquillamente i suoi calcoli, ha visto che interessi e sentimenti collimavano ed ha preso la sua strada. Ma, come ho detto, questa sua determinazione era dettata esclusivamente dalla necessità di rimanere in buoni rapporti con i paesi anglosassoni e dalla paura della Russia, in quanto potenza militare confinante. Elemento sussidiario, i vincoli tradizionali con l'Occidente.

Il fattore ideologico ha fatto invece la sua apparizione -e con peso decisivo -soltanto in occasione della crisi cecoslovacca. Il modo come essa si è svolta e la fine di Masaryk che ha mostrato in forma brutale tutta la portata della tragedia, hanno prodotto un'impressione superiore ad ogni aspettativa ed una reazione violenta della grande maggioranza della popolazione. Ad aggravare questi sentimenti ha contribuito lo stesso partito comunista che dovendo, per ovvi motivi di coerenza, solidarizzare con i comunisti cecoslovacchi, ha ecceduto in questa direttiva, esaltando il carattere democratico del colpo di stato di Praga e organizzando meeting~ e manifestazioni di giubilo fra i suoi aderenti.

Dinanzi a questi avvenimenti e a una situazione internazionale sempre più torbida, l'uomo della strada si dice oggi in Norvegia: «Premesso che non è più possibile rimanere al di fuori delle divergenze internazionali, essere contro la Russia è pericoloso perché essa è alle frontiere ed ha un forte esercito che può in poche ore occupare il paese, mentre che gli anglosassoni sono più lenti e più lontani. Ma, in definitiva, vuoi dire giocare su un tableau sicuro in caso di guerra. Accordarsi con la Russia significa condannarsi con le proprie mani ad essere un giorno o l'altro praghizzati. Che la guerra scoppi o no, delle due soluzioni è da preferire la prima, dato che la seconda avrebbe le stesse conseguenze agli effetti interni e comporterebbe, per di più, di trovarsi dal lato dei perditori ove si giungesse a un conflitto armato. Che comunismo e Russia siano la stessa cosa è ora ampiamente dimostrato anche in Norvegia e, quindi, il comunismo rappresenta oggi il principale nemico del paese. Nemico tanto più pericoloso in quanto, mentre che un'azione dall'esterno non sembra prevedibile perché rappresenterebbe, nell'attuale stadio delle relazioni internazionali, il quasi sicuro inizio di una guerra mondiale, una democratizzazione del paese fatta dall'interno al momento opportuno, non troverebbe probabilmente che deplorazioni e solidarietà più o meno accademiche da parte delle potenze occidentali».

Questo il ragionamento della gran massa dei norvegesi. Il generalizzarsi dell'anticomunismo in forma attiva, che tanta parte ha nelle direttive di politica interna del governo, ha senza dubbio rafforzato notevolmente la sua posizione. Ma sebbene sia prevedibile che la solidarietà della maggior parte del popolo Io spinga ad un'intransigenza sempre maggiore, sono convinto che esso conterrà la sua lotta in una linea strettamente costituzionale e democratica, rispondente alla conformazione psicologica dei norvegesi. Ciò, naturalmente, ove non siano gli stessi comunisti a commettere errori tali da spingerlo, volente o nolente, all'adozione di misure drastiche.

430

IL MINISTRO A L' AJA, BOMBIERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3386/34. L'Aja, 13 marzo 1948, ore ll,30 (per. ore 20).

Commentando Conferenza unione occidentale Bruxelles questa stampa ha fatto allusioni, secondo notizie di fonte belga, a voci in seno alla conferenza stessa circa una «candidatura» italiana, dando alla notizia anche notevole rilievo tipografico, come nell'importante organo liberale A/gemeen Handeleblad di Amsterdam. Tuttavia ho trovato ministro esteri Boetzelaer e segretario generale Lovink molto riservati su questo argomento e ne ho tratto l 'impressione che da parte olandese -pur non essendo in principio contrari-l'idea di una partecipazione italiana è considerata ancora non attuale ritenendosi necessario attendere chiarificazione situazione politica italiana. Si pensa che partecipazione italiana nelle attuali condizioni indebolirebbe anziché rafforzarla la nascente unione.

431

IL MINISTRO A STOCCOLMA, MIGONE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3388/25. Stoccolma, 13 marzo 1948, ore 16,20 (per. ore 21).

Secondo quanto mi ha detto questo segretario generale Ministero affari esteri incontro Copenaghen dei ministri affari esteri dei tre paesi scandinavi è destinato soltanto aggiornare intese di Osio (mio telegramma 18 del 28 febbraio u.s. )l per linea di condotta concomitante da tenere a Parigi. Si sarebbe cioè decisi a dare piena adesione ad una forma di collaborazione economica europea ma si sarebbe nettamente contrari ad assumere qualsiasi impegno che possa esser interpretato di adesione ad un blocco politico militare dell'Europa occidentale, né ci si attendono pressioni o quanto meno obiezioni da parte anglo-americana.

Per quanto previsto e mi sia stato smentito, sembra verosimile che, alla luce degli avvenimenti di Finlandia, possibilità di collaborazione scandinava anche all'infuori piano Marshall venga per lo meno esplorata.

432

IL MINISTRO A PRAGA, TACOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 3410/65. Praga, 13 marzo 1948, ore 23,50 (per. ore 4 del 14).

Diffondesi sempre più in ogni ambiente e non solamente in quelli diplomatici

o tra le persone colpite dall 'instaurazione del nuovo regime la tendenza a riconoscere negli ultimi avvenimenti un aumentato pericolo di guerra. Si ritiene che la Russia abbia raggiunto una preparazione bellica notevole anche nel campo del! 'aria e che il suo piano contempli un'azione al nord ed al sud d'Europa. Negli ambienti comunisti si intensifica la preparazione psicologica basandola sulla necessità di tenersi pronti alla difesa da un prossimo attacco delle potenze capitaliste mentre il Governo si preoccupa di assicurare la produzione dell'industria pesante limitando perfino l'epurazione per preparare degli elementi interessati nella detta industria e nel contempo trascura le industrie leggere. Ritengo doveroso ricordare, tra le voci più diffuse, quella relativa alla preparazione ed al richiamo di alcune classi che avverrebbe in diversi distretti gradualmente e con motivazioni diverse: i richiamati dovrebbero alla spicciolata essere avviati in Jugoslavia come lavoratori.

Le voci dei detti richiami trovano riscontro nella smentita che questo Governo, a mezzo di una radio straniera, vi avrebbe fatto dare mentre non risulta che la notizia stessa fosse stata prima diffusa. Le forze di polizia sono state sensibilmente aumentate.

Continua segretissima l'epurazione de !l'esercito e sembra che essa colpisca numerosi ufficiali tra i quali si segnalano anche frequenti suicidi per politica.

Il concorso dell'afflitta popolazione alla visita ed ai funerali della salma di Masaryk ha assunto enorme proporzione, superiore alle previsioni ed ha acquistato carattere in questi giorni di popolo che per altro rimane affatto inerte.

431 l Vedi D. 349.

433

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. S.N.l. Parigi, 13 marzo 1948.

Delle tre questioni all'ordine del giorno della Conferenza dei Sedici, l'approvazione del rapporto Serreules e l'ammissione della Germania occidentale, vanno considerate come puramente formali. La questione importante è la creazione del Comitato di lavoro, o, per essere più esatti, le direttive generali che dovrebbero essere date al Comitato di lavoro, per la elaborazione dei suoi due progetti: «organizzazione permanente» e il «contratto multilaterale».

Secondo quanto mi è stato detto qui, Douglas, nelle recenti conversazioni di Londra, ha detto ad Alphand che gli americani desiderano che questa «organizzazione permanente» costituisca il nocciolo dell'Europa occidentale e che sia prevista non solo per il periodo della durata del piano Marshall ma anche per dopo.

Alla creazione di una organizzazione permanente, noi e, più teoricamente, i francesi, eravamo favorevoli fin dall'estate scorsa. Vi eravamo favorevoli vedendovi un embrione da cui avrebbe potuto svilupparsi, col tempo, una unione economica dell'Europa occidentale: vi eravamo favorevoli, su un piano più realistico, come ad un mezzo che avrebbe potuto essere incaricato dei controlli, inevitabilmente, connessi col piano Marshall. Vantaggio di forma, in quanto sarebbe stato più digeribile, per ognuno di noi, essere controllato da un ente di cui facessimo parte: vantaggio di sostanza perchè questa organizzazione avrebbe potuto svolgere una importante funzione esplicativa presso gli americani.

L'anno scorso non è stato possibile farne niente, per l'ostruzionismo aperto o larvato degli inglesi, che ha paralizzato l'azione di quelli che avendone capito l'importanza e la necessità la volevano. Il non averlo fatto l'anno scorso è grave: se essa fosse uscita dalla Conferenza di Parigi, già bene articolata, il Congresso americano sarebbe stato obbligato a tenerne conto, come di una realtà esistente, così come esso è obbligato a tener conto dell'esistenza dei singoli Stati. Creandola oggi, quando il pensiero americano è già, in buona parte, cristallizzato, ed ha preso forma di progetto di legge, essa dovrà per forza adattarsi, a priori, a quello che sono e che saranno le esigenze americane.

A quanto mi è stato detto, sono già in formazione due progetti di organizzazione permanente, uno francese ed uno inglese. Secondo il progetto francese essa dovrebbe constare di due organi:

l) Il Comitato di cooperazione (Parlamento) di cui dovrebbero far parte, potenzialmente, i ministri degli esteri dei sedici Stati, in quanto essi si occupino personalmente del piano Marshall, in forma permanente i primi e secondi delegati: esso dovrebbe riunirsi nella sua sede (presumibilmente Parigi) piuttosto fre

433 t Il documento reca a margine la seguente annotazione: «Consegnato direttamente dall'ambasciatore al ministro Sforza, senza protocollo».

quentemente, in ogni caso quando ce ne sia bisogno, per prendere tutte le decisioni di principio.

2) Come potere esecutivo, un direttore generale esecutivo, assistito da un certo numero di delegati aggiunti: nel suo complesso un gruppo di 25 o 30 persone al massimo, nominate dal Comitato e ad esso responsabili: alle sue dipendenze un segretario.

I compiti del Comitato di cooperazione dovrebbero essere: l) fare ogni anno il programma dei bisogni europei, analogamente a quanto è stato fatto lo scorso anno a Parigi; 2) controllare l'esecuzione, da parte dei singoli Stati, degli impegni assunti con il contratto multilaterale; 3) tenere i rapporti con la organizzazione

E.R.P. americana; 4) dirigere, in generale, la cooperazione europea. Le decisioni del Comitato di cooperazione dovranno essere prese all'unanimità. Il progetto francese si è largamente inspirato all'organizzazione dell'Unesco. Secondo il progetto inglese, invece, si dovrebbe avere il solo Comitato di

cooperazione, che dovrebbe sedere in permanenza: i singoli Stati potendo, a loro scelta, esservi rappresentati dai ministri degli esteri, dai primi delegati o da delegati aggiunti. Esso avrebbe alle sue dipendenze un Segretariato con a capo un segretario generale.

l compiti della Commissione gli stessi che nel progetto francese.

Sia gli inglesi che i francesi vogliono marcare che il Comitato di cooperazione non è un supergoverno; la sua funzione è consigliare e riferire. Specialmente per quanto riguarda il controllo de li'esecuzione degli impegni, il principio base è che ogni governo si controlli da sé; esso dovrebbe inviare periodicamente, o quando richiesto, un rapporto sullo stato di adempimento degli impegni assunti. In parole povere, una accademia di coordinazione.

Per quanto riguarda il contratto multilaterale esso deve concretare gli impegni che i Sedici hanno assunti con il rapporto di Parigi, più gli impegni contenuti nel bill americano. Ogni singolo Stato dovrebbe poi firmare con gli Stati Uniti un accordo bilaterale, che, si suppone sarà sulla falsa riga degli accordi che Francia ed Italia hanno firmato per l'interim aid. Secondo i francesi si tratta soltanto di formulare i principi già espressi e dar loro forma di articoli di trattato; esso dovrà poi essere discusso con gli americani. Si tratterebbe quindi più che altro di un lavoro di redazione.

Come ella vede l'attuale Conferenza dei Sedici si annuncia non meno pirandelliana di quella del!' anno scorso.

Il suo lavoro probabilmente in corso di esecuzione, e certamente in fase esecutiva dovrà essere, e forse radicalmente, riveduto dagli americani.

In quanto organizzazione europea, essendo questione più di spirito che di forma, è difficile criticarlo. Evidentemente, oggi, di più non si potrebbe fare, all'unanimità: ma se lo spirito di cooperazione europea ci fosse realmente, coniugata a quella organizzazione politica e militare che si va delineando con il Benelux e che è probabilmente destinata ad estendersi a gran parte se non a tutti i Sedici, essa potrebbe anche costituire un buon punto di partenza.

Il suo lato debole mi sembra invece essere per quello che riguarda la sua funzione di canale obbligato del controllo americano. Dal punto di vista nostro essa è evidentemente un optimum: controllarsi da sé -il che equivale al diritto di fare il comodo proprio ~è evidentemente il sogno di tutti gli Stati europei. Ma non credo affatto che queste siano le idee americane. Per quello che ho potuto seguire il dibattito al Congresso americano, e per quello che ho inteso qui, mi sembra che gli americani siano molto seriamente decisi nel pretendere che gli Stati europei tengano fede ai loro impegni, specie su due punti: stabilizzazione monetaria e finanziaria e sviluppo di certe produzioni.

Può essere che essi siano disposti, almeno al principio, a !asciarcelo fare coi lumi nostri, ma non credo che essi siano disposti a permetterei di non eseguirli. Teoricamente essi ci minacciano con una sanzione gravissima, la sospensione dell 'aiuto: ma è una sanzione tanto grave da essere inoperante: essi sanno benissimo che se sospendono gli aiuti, specialmente Francia ed Italia vanno a gambe all'aria: e siccome non possono permettersi il lusso di veder! e andare a gambe ali' aria, se noi non facciamo quello che ci si richiede, prenderanno in mano le cose loro.

La situazione è, per Francia ed Italia specialmente, assai delicata; non dubito personalmente che sia il Governo francese che quello italiano, siano onestamente decisi a rispettare i loro impegni: ma possono farlo? La stabilizzazione monetaria può essere mandata per aria ad ogni momento da una intempestiva ed organizzata richiesta di aumento di salari; il più bel programma di produzione può essere mandato per aria da una serie di scioperi.

Se quindi il Comitato di cooperazione avesse dei veri poteri di controllo, avesse una vera autorità propria sui sedici governi, allora si potrebbe, con una certa base, insistere presso gli americani, perché essi accettino di far passare ogni controllo attraverso l'organizzazione permanente: così come lo si propone, è una pura illusione il pensare di poterei arrivare.

Su quello che realmente vogliono gli americani mi pare che le idee nostre non siano molto chiare. Sappiamo, più o meno, che Douglas, Caffery e Dull sarebbero, come il Dipartimento di Stato, favorevoli ad esercitare il controllo attraverso l'organizzazione permanente; ma certo non attraverso una organizzazione così evanescente come quella che propongono inglesi e francesi. Sembrerebbe invece che il Congresso e il Senato, siano piuttosto propensi ad un controllo esercitato direttamente da loro sui singoli Stati e sul loro insieme dove esso è necessario: e mi sembra che non sia il caso di dimenticare che l'amministrazione del piano Marshall essendo passata dali' Amministrazione al Congresso, il punto di vista de li' Amministrazione in quanto a noi favorevole non dovrebbe essere preso troppo come assoluto.

L'organizzazione permanente sembrerebbe quindi, così come essa è prevista, rispondere piuttosto al punto di vista del Congresso che a quello dell' Amministrazione: evidentemente una organizzazione così evanescente non può dare nessun fastidio ai controllori americani ma essa manca completamente allo scopo che noi volevamo almeno tentare di raggiungere: evitare cioè il controllo diretto amencano.

Se questo ci interessa, e mi sembra che dovrebbe interessarci, il nostro sforzo dovrebbe tendere a rendere il Comitato europeo permanente, un organo avente una autorità effettiva, un potere effettivo di controllo e di decisione. Anche se ci dovessimo riuscire, non dobbiamo nasconderei che può non essere facile fare accettare agli americani questo diaframma fra loro e i singoli Stati: ma l'unica chance di riuscire è quella di presentare loro qualche cosa di efficiente: meglio ancora ci potremmo riuscire se riuscissimo a presentare loro un organismo che costituisse un vero passo avanti verso questa unità europea a cui essi sembrano realmente tenere.

Non mi nascono che il compito nostro è difficilissimo: nonostante tutte le belle parole non credo alla volontà effettiva inglese di cooperazione: può essere che essi stiano facendo passi avanti, ma non colla velocità che sarebbe necessaria. E se gli inglesi saranno poco cooperativi, poco c'è da contare sull'appoggio francese: nel loro ufficio Bidault, Alphand, sono dei leoni: ma davanti a Bevin o a sir Oliver Franks diventano dei cagnolini scodinzolanti. In fondo gli inglesi continuano a ritenere, a torto o a ragione, che poco hanno da temere dal controllo americano diretto: mentre una volta accettato volontariamente il principio di un controllo europeo sarebbe loro difficile di sottrarvisi: lo stesso ragionamento fanno molti dei sedici altri che Francia ed Italia, i due paesi più sconquassati politicamente se non economicamente.

In conclusione, anche questa Conferenza dei Sedici, come la precedente, finirà per essere una espressione platonica dei desiderata, delle speranze, dei sogni dei paesi europei, ed anche questa, come la precedente, vedrà le sue decisioni radicalmente modificate dalla rude realtà americana: bisognerebbe almeno cercare di evitare che tutto ciò finisse in un colpo troppo grosso al prestigio individuale e collettivo dei sedici Governi.

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IL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 496. Belgrado, 13 marzo 1948 (per. il 16).

Dopo aver seguito giorno per giorno i primi otto mesi di relazioni dirette fra l'Italia e la Jugoslavia, parmi opportuno tentare riassuntivamente il punto della presente situazione. Impresa non certamente facile per la mutevolezza di condotta, anche nei gravi problemi, che può sempre attendersi dalla natura degli slavi, da un regime di democrazia progressiva a struttura totalitaria, da un Governo che non può condurre una politica estera propria se non inquadrandola nella politica generale di cui è guida la Russia. Per quanto possa infatti supporsi una certa autonomia di azione di questo Governo nei problemi di sua più stretta pertinenza, non vi è dubbio che tale autonomia trova un limite nell'interesse più generale della politica russa e della ideologia comunista in fase di espansione, le cui direttive o la cui correzione vengono dettate indubbiamente da Mosca, e di cui si è creato il centro motore nel Cominform.

Su questa prospettiva non è sempre facile delineare i contorni e le proporzioni dei primi piani della politica estera jugoslava. La domanda che ci si deve sempre rivolgere è la seguente: il tale o tal'altro atteggiamento del Governo jugoslavo corrisponde ad un suo interesse immediato

o rientra nel più grande quadro di una politica generale del blocco orientale, e quindi di suo interesse più mediato? Quale sarà perciò la sua persistenza? È un atteggiamento di fedeltà e a servizio della ideologia o attiene ad una politica realistica nell'interesse del paese, a difesa cioé di quella imprescrittibile condotta politica di un paese che sfuoca l'alone dell'ideologia o supera la contingenza di un regime? È una constatazione che in questo quadro di piani sovrapposti o intrecciantisi si rilevano inevitabili contrasti, quali, ad esempio, la sconfessione di Dimitroff da parte della Pravda, certe resistenze neli'Albania e forse i successivi «consigli» o imposizioni, la deficienza di mezzi e di prodotti della Bulgaria e gli accordi commerciali raggiunti o tentati dalla Jugoslavia con l'Italia e l'Inghilterra, paesi «capitalisti» e fuori del blocco orientale, per cui lo zucchero jugoslavo è offerto ali 'Italia e negato alla Bulgaria che ne è priva.

Al di sopra delle formule e della propaganda occorre quindi tener d'occhio i reali interessi della Jugoslavia che potranno in definitiva determinare la politica di oggi e di domani nei confronti dell'Italia. A mio sommesso quanto convinto avviso, si commetterebbe perciò un gravissimo errore nel considerare «bloccata» la situazione, inevitabile un urto violento tra «gruppo» slavo e «gruppo» americano e perciò inutile un tentativo di politica costruttiva e di pace, quanto insperabile un futuro spostamento di posizioni.

È comunque certo «criminoso» rassegnarsi all'idea della guerra (anche se è dovere dei politici e dei militari il prevederla e il predisporre le misure difensive opportune), mentre occorre operare con la coscienza di aver fatto il possibile e l'impossibile per evitarla. La recente esperienza ci ha dimostrato, come ormai pare acquisito, che nonostante l'Asse Roma-Berlino, il patto d'acciaio e altre diavolerie del genere, l'Italia è entrata in guerra non tanto per volontà di Mussolini, che era il solo a volerla (e talvolta a disvolerla), quanto per il fatale schianto della Francia che illuse per un momento che la guerra stesse per finire.

Mi onoro scrivere queste cose, perché, pur avendo gli occhi aperti, né illudendomi su taluni fatti e atteggiamenti abbastanza chiari, desidero assicurare che compirò ogni sforzo per segnare tutti quei punti che possono dare la speranza di una politica costruttiva e non di anticipata rassegnazione.

Mi rendo conto quanto le lotte ideologiche portino quasi fatalmente agli urti violenti: so come per gli uomini non sia il peggiore di tutti i mali la guerra, ma bensì la perdita della libertà, sicché laddove la libertà è persa si desideri la guerra per riconquistarla: non si può non essere scossi dal rapido propagandarsi di una ideologia (quale forse dopo il Cristianesimo non ve ne è stata un'altra di così estesa diffusione) di così pericolosa assimilazione nelle masse di tutto il mondo né dal fatto che una grande potenza abbia, come nessun'altra ha mai avuto, armi di penetrazione, almeno fino a un certo momento, pacifiche, per affermare la sua potenza in gran parte della terra.

D'altra parte non può scartarsi l'ipotesi che la Russia non possa o non voglia oggi e forse nel prossimo futuro affrontare il rischio di un urto violento, favorendo sì le forze che in ciascun paese le sono utili, ma non appoggiandole poi apertamente e concretamente nella lotta come fino ad oggi è avvenuto in Grecia.

Premessi questi cenni panoramici, quale è oggi in concreto l'atteggiamento del Governo jugoslavo nei confronti dell'Italia? Quali prospettive per l'avvenire?

Non esito a dire che durante il corso di questi otto mesi la situazione è migliorata.

Migliorata perché alla politica «ideologica» e intransigente di un Kardelj va gradualmente succedendo una politica «realistica» dei dirigenti politici che sono a contatto con le difficoltà quotidiane e che hanno il compito e il dovere di segnare dei punti concreti senza dei quali non sarebbe possibile raggiungere i programmi propostisi.

Per la Jugoslavia oggi l'Italia rappresenta: l) la possibilità di realizzare il piano quinquennale, attraverso la esecuzione dell'Accordo commerciale .(non va dimenticato il recente insuccesso nelle trattative per un accordo commerciale con l'Inghilterra); 2) il debitore di «riparazioni», che aiuteranno l'economia jugoslava e che quindi non bisogna urtare. Ora è indubitato che dagli iniziali miei colloqui con Simic, dai primi mesi di combattuta e spesso debilitante attesa, oggi sia stato segnato qualche punto attivo e che le possibilità di trattative siano aumentate. E, osservando ciò, prescindo da quegli atteggiamenti che, contingentemente, possono essere dettati, nel grande quadro della politica del Cominform, dal contributo jugoslavo alla propaganda elettorale per le prossime elezioni italiane, quale il recente moderato discorso di questo ministro aggiunto Bebler. Sta di fatto che dopo la finna dell'accordo commerciale che ha effettivamente costituito il punto di partenza per l'inizio di più concreti rapporti, e che si è rivelato anche un atto di interesse per l'industria italiana che sollecita ora il collocamento delle proprie merci su questo mercato, la Jugoslavia ha aderito alla proposta di amnistiare i detenuti italiani, si è adoperata per il rimpatrio degli italiani dall'Albania, ha aderito a trattare l'accordo per il trasferimento dei beni degli optanti, ha proceduto alla restituzione di una parte dei pescherecci catturati, ha proposto una convenzione aerea, e, infine, ha impostato il problema della pesca, ed è in sostanza un po' più corrente anche nei rapporti diretti con questa legazione. Ma un altro punto è stato raggiunto, che mi pare di significativa importanza, e indubbiamente dovuto all'atteggiamento assunto da V.E. sul problema dei criminali di guerra. Nel mio ultimo e recente colloquio con il ministro aggiunto signor Velebit, colloquio sul quale riferisco sotto, questi, facendomi alcune richieste e prospettandomi l 'atteggiamento jugoslavo nei confronti de li'Italia, mi ha fatto notare che per la prima volta (ed era vero) non mi parlava dei criminali di guerra. Era questa infatti la spada di Damocle che pesava su ogni mia conversazione a Belgrado: e ancora ricordo l'amaramente scherzosa frase di Simic: «Dateci i criminali e vi daremo i nostri pesci»!. Alla recente osservazione di Velebit fa riscontro la circo

434 I Vedi serie decima, vol. VI, D. 808.

stanza che la stampa di qui da qualche tempo ha cessato la campagna per la consegna dei criminali di guerra.

Se ripenso le mille volte che ho ripetuto qui che bisognava guardare al futuro e non indugiarsi sulle colpe e sulle vendette del passato e che per la Jugoslavia c'erano problemi da trattare con l'Italia più concreti e più fruttuosi, mi vien fatto di completare una frase di V.E. che «una menzogna ripetuta mille volte diventa una verità» con un'altra: che «un argomento ripetuto mille volte finisce per avallare una tesi».

Riferisco ora sull'ultimo mio lungo colloquio col signor Velebit del 10 marzo.

Ho chiesto al signor Velebit molte cose: l'inizio delle trattative per il trasferimento dei beni degli optanti; l 'inizio di una conferenza per il problema della compagnia Sava-Danubio; l'autorizzazione ad una zona di sorvolo per facilitare il decollo e l'atterraggio degli aerei nell'aerodromo di Gorizia; l'inizio di trattative per una convenzione per la fornitura della energia elettrica al Territorio Libero di Trieste, in base al trattato di pace; l 'inizio di una conferenza per regolare i traffici ferroviari, limitando l'ordine del giorno a suo tempo proposto dalle Ferrovie jugoslave. Mentre rinvio ai telespressi e ai telegrammi per corriere nei quali ho riferito su ogni singola questione (mio telecorriere n. O17 del 12 corrente, miei telespressi odierni n. 475/208, n. 477/209 e n. 484/215)2 riassumo qui quanto dettomi in linea generale dal signor Velebit, al quale ho anche chiesto l'atteggiamento del Governo jugoslavo sul problema delle nostre colonie.

Il signor Velebit, che ha ascoltato con attenzione le mie richieste, mi ha in sostanza detto questo.

Che egli con me si era abituato a parlare amichevolmente e che, non tagliato alla diplomazia, mi parlava anche molto sinceramente: ma che nella semplicità delle sue parole dovevo tener presente che egli mi esprimeva la opinione del suo Governo. Dopo avermi accennato che non mi parlava dei criminali di guerra, mi ha detto che, specialmente sul piano economico, c'erano molte cose da trattare insieme. Ma mentre egli non dubitava della intenzione del Governo italiano di eseguire il trattato di pace, non notava altrettanta buona volontà nel dare inizio a questa esecuzione. Mi ha fatto notare che mentre da parte jugoslava si vuole eseguire il trattato, essendone una riprova le assicurazioni date per le opzioni e l'accettazione della nostra proposta di trattare per il trasferimento dei beni, da parte nostra si invocarono quelle norme del trattato di pace che ci interessavano, ma si evitava di affrontare le questioni che interessano invece la Jugoslavia. Più specialmente egli ha preso lo spunto dalla mia comunicazione che il Governo italiano accettava la proposta delle Ferrovie jugoslave di trattare sulla prima parte dell'ordine del giorno, e di rinviare la trattazione della seconda parte, che riguardava questioni derivanti dal trattato di pace e interessanti la Jugoslavia.

Ora, secondo Velebit, l'atteggiamento del Governo jugoslavo dipenderà dall'atteggiamento di quello italiano. Così negli altri problemi, come in quello delle

colonie. In sostanza, su quest'ultimo problema, e certamente anche in dipendenza del!' atteggiamento russo, è probabile che la Jugoslavia non abbia questioni di principio o particolari per non favorire una soluzione «italiana», nonostante la personale opinione espressami precedentemente dallo stesso Velebit (vedi mio telespresso n. 503/217 del 10 novembre u.s.)3 ma intende «utilizzare» la sua decisione favorevole all'Italia.

Questo, riassumendo, è stato il discorso aperto e cordiale del signor Velebit.

Mi permetto ora, subordinatamente, il suggerimento di cogliere l'occasione, sia pure con le dovute cautele, di questa buona disposizione, per quanto interessata, del Governo jugoslavo. A mio modesto avviso, quale che sarà per essere il prossimo schieramento politico e perciò il prossimo Governo italiano, la Jugoslavia ha un fondamentale interesse a mantenere almeno relativamente buoni rapporti con l'Italia.

Siamo già riusciti a raggiungere, come auspicavo fin dal dicembre (vedi telecorriere n. 034)4 a disgiungere i problemi economici da quelli politici; a far impostare il problema della pesca contro contropartite di natura economica. A questo proposito è opportuno rilevare che a corrispettivo della pesca, di interesse italiano, e non «dovuto» dalla Jugoslavia, questa chiede, quale contropartita, sia pure grave ed inaccettabile, prestazioni cui l'Italia sarebbe purtroppo obbligata senza corrispettivo alcuno, per il trattato di pace. È del pari evidente che noi non possiamo avanzare richieste in base al trattato di pace senza accogliere nei limiti del possibile le richieste jugoslave in base allo stesso trattato.

Il problema, come lo vedo, mi permetta dirlo, da buon «genovese», è di contrattare bene, tempestivamente, non essere condotti in vicoli chiusi o posizioni bloccate, esaminare se convenga una schermaglia da Orazi e Curiazi, o «lavorare» su un gruppo di questioni onde avere più atouts da giocare. Tali e tante sono le «cautele» a nostro favore rispetto ali' obbligo del complesso delle riparazioni imposteci dal trattato di pace, come ho avuto l'onore di ricordare precedentemente ( telespresso n. 1851106 del 4 febbraio u. s. )3, che non sarebbe buona politica dare l'impressione di cattiva volontà nell'affrontare gradualmente le questioni, quando poi per la loro soluzione potremo trovare argomenti così sostanzialmente efficaci da dover far meditare lo stesso Governo jugoslavo.

I piccoli debitori sono condannati a pagare al cento per cento: i grossi riescono a pagar poco e il creditore ha spesso la sensazione di aver fatto un buon affare. Soprattutto quando il debitore riesce a dare la sensazione che alla sua buona volontà di pagare corrisponde una concreta e incolpevole parziale insolvenza.

Eppoi il debitore, nelle sue difficoltà, ha questo privilegio: di poter desiderare la morte del creditore, mentre la sua vita è oggetto di particolare attenzione da parte di quest'ultimo. Onde, tra due paesi, l'interesse economico non può non influire anche sul miglioramento dei rapporti politici 5 .

434 J Non pubblicato.

4 Vedi serie decima, vol. VI, D. 808.

5 Per la risposta vedi D. 505.

434 2 Non pubblicati.

435

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 3435/92. Mosca, 14 marzo 1948, ore 21,20 (per. ore 0,30 del 15).

Stampa sovietica pubblica comunicato Tass relativo alle trattative commerciali con l'Italia contenente la sostanza della nota sovietica 9 marzo! a codesto Ministero, nota fino ad ora a me non pervenuta. Evidentemente prendendo lo spunto da polemica sollevata in Italia da dichiarazione on. Reale Governo sovietico chiarisce di propria iniziativa sua precedente richiesta precisando che non pretende in sostanza anticipatamente riparazioni ma determinazione preventiva del piano riparazioni su produzione corrente da eseguirsi nel termine previsto dal trattato di pace. Dal punto di vista puramente logico tale risposta non confuta nostra obiezione di cui al telegramma n. 7 codesto Ministero2 relativa ai precedenti jugoslavi e greci nonché ad appesantimento nostre trattative. Tuttavia Governo sovietico mentre da un lato offre appoggio alla campagna comunista italiana dall'altro tocca aspetti politici essenziali della questione manifestando suo principale intendimento che è di accertarsi mediante fatti concreti nostra reale disposizione far fronte impegni riparazioni traendone le conseguenti illazioni politiche. Ciò tenendo presente, è mia impressione che specie dopo attuale pubblica presa di posizione questo Governo difficilmente rinunzierà ormai ad abbinare due questioni. Non è pure a mio avviso da trascurare la impostazione sovietica del trattato di commercio e navigazione su clausola nazione più favorita che tende a conseguire le stesse possibilità aperte a U.S.A. da analogo recente trattato. È tenendo presente questo obiettivo di portata politica generale, cui accennavo anche con miei telegrammi 386 e 3953 del dicembre scorso, che secondo me nostro atteggiamento dovrebbe essere studiato4.

436

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, A PARIGI (I)

L. SEGRETA PERSONALE. Washington, 14 marzo 19482.

Approfitto d eli'occasione della partenza del latore per Parigi, per riferirle, in tutta fretta ed in breve sintesi, su di un irritato e diffidente stato d'animo, creatosi

2 Vedi D. 97.

3 Vedi DD. 31 c 51.

4 Per la risposta italiana alla nota del 9 marzo vedi D. 467.

2 Questa lettera fu ricevuta da Sforza a Parigi il 15 marzo.

nuovamente al Dipartimento negli ultimissimi tre giorni riguardo l'Italia e le nostre questioni. La cosa sarebbe già di per se stessa preoccupante, date le note precedenti delusioni e sospetti, che qui avevano preso sostanza nel dicembre-gennaio scorsi a proposito delle ripercussioni in Italia delle questioni della partenza degli ultimi contingenti americani, della dichiarazione Truman, Marines, etc. Lo è di più in queste ultime settimane del nostro periodo pre-elettorale, perché rischia di stabilizzare al «basso assoluto» il termometro degli umori al Dipartimento. Nel quadro della generale atmosfera di nervosismo quasi isterico, e di timori di gravi complicazioni imminenti (descrittole nel telegramma per corriere dell'l l di cui allego copia per il caso non le fosse pervenuto a Roma3), fino a venerdì scorso 12 corrente vi era qui la massima buona volontà di porre in essere al più presto alcuni dei numeri del programma delineato nella mia del 4 marzo4. Venerdì si svolgevano per tutta la giornata continue riunioni di dirigenti, che dovevano approvare definitivamente i noti progetti per la dichiarazione sul ritorno ali 'Italia dell'intero Territorio Libero di Trieste, nonché per la ripresa dell'azione americana al Consiglio di sicurezza circa l'ammissione dell'Italia all'O.N.U. Si attendevano per la sera stessa le decisioni positive.

Senonché in serata giunsero qui telegrammi che gettarono una doccia freddissima. Essi diedero l'impressione di un agnostico atteggiamento italiano nei confronti dell'ormai realizzata Unione occidentale a cinque ed ingenerarono dubbi circa nostri propositi di continuare a barcamenarci tra Oriente ed Occidente. Ne furono rinfocolati i sospetti, appena sopiti, che i nostri partiti democratici potessero indulgere a compromessi con l'estrema sinistra e fors'anche desiderarli, o comunque volessero lasciarsi cullare in miraggi di sviluppi esclusivamente ordinati e pacifici della nostra situazione immediatamente precedente e susseguente il 18 aprile.

Tralascio in questa mia i sospetti suindicati che possono investire la fiducia americana nei reali propositi dell'intero Governo. Mi limito per brevità alla parte estera.

Come ella avrà appreso od intuito nelle sue ultime conversazioni con Dunn, Washington ha, specie negli scorsi giorni, premuto continuamente su Londra e su Parigi --in particolare su Bevin -affinché fosse subito assicurato all'Italia il suo posto da eguale nella Unione occidentale. Né, sembra, era mancata qualche difficoltà che peraltro il Dipartimento giudicava di aver superato. Dovrebbe ritenersi che qui -rendendosi conto, sia pure a malincuore, della difficoltà di una aperta ed immediata adesione ne il'attuale lotta elettorale -sarebbero stati paghi di esplicite manifestazioni di chiari propositi positivi riguardo detta Unione. Dopo gli approcci di cui era stato incaricato Dunn (non ho potuto ancora conoscere il testo integrale delle istruzioni inviategliS, ma solo una parte del relativo telegramma), si contava che Bevin e Bidault ne avrebbero direttamente parlato a lei in occasione della riunione di Parigi. Senonché i primi echi che sembrano giunti da Roma sono stati qui interpretati in senso scoraggiante ed agnostico.

436 ' Vedi D. 416. 4 Vedi D. 381. 5 In Foreign Relations ofthe United States, 1948, vol. III, Western Europe, Washington, Uni

ted States Govemment Printing Office, 1974, p. 45.

Ritengo mio dovere informarla esattamente di quanto precede, giacché nell'attuale rapporto di forze dell'Europa occidentale, noi possiamo mantenere degli atouts positivi rispetto agli Stati Uniti e, quindi, attraverso l'influenza di essi, su Londra e Parigi, soltanto se riusciamo a mantenere e consolidare definitivamente la fiducia nei nostri propositi di ferma e sicura solidarietà; la fiducia ripeto, e pertanto l 'amicizia, di Washington gradualmente acquistate con molto sforzo in questi anni. Venendo meno tale fiducia -e debbo, con vivo rammarico, manifestarle la mia fondata apprensione sull'attuale stato di animo di questi dirigenti, che è scosso -noi rischieremo di non contare più come soggetto pari, e forse anche in certo senso superiore agli altri, ma solo come oggetto da mantenere in linea attraverso il giuoco del rubinetto degli aiuti materiali. È infatti da tener sempre presente che, fintanto che I'Inghilterra nicchiava e la Francia aveva la mania dei ponti, la carta italiana poteva essere per gli Stati Uniti essenziale. Ma da quando Londra e Parigi hanno apertamente definito la loro posizione e gareggiano nell'assicurarsi il favore del!' America, la carta italiana ritorna ad avere il suo solo peso specifico, che è quello che ben sappiamo, e che è soggetto a continue revisioni comparative.

So bene che non le mancherà il modo, nei suoi rapporti personali a Parigi, di dissipare e chiarire gli eventuali malintesi e di far rinvigorire e rinnovare la fiducia nella nostra politica e nell'azione del Governo, che è indispensabile per vedere di avviare alle soluzioni desiderate i nostri problemi sul tappeto. Questi, vedendo la situazione da qui, hanno i loro addentellati con I'ingranaggio creato in Europa occidentale6.

435 l Vedi D. 406.

436 l In Archivio Sforza, Strasburgo.

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L'AMBASCIATORE A LIMA, CICCONARDI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3479/13-14. Lima, 15 marzo 1948, ore l 0,41 (per. ore 9,30 del 16).

Riferimento telegramma di V.E. n. 2016/c.I ed a seguito del mio telegramma numero 82.

In attesa che nuovo ministro degli affari esteri generale De Revoredo, che ha assunto solo recentemente carica, possa essere posto al corrente affari suo dicastero, ho conferito con segretario generale circa questione amministrazione fiduciaria italiana ex colonie.

Dalla conversazione sono risultati seguenti punti:

l) disposizioni generiche incontrano nostri desideri nel migliore modo possibile;

2 Del 28 febbraio, con il quale Cicconardi aveva comunicato che, essendosi verificata una crisi di Gabinetto, si riservava di conferire appena possibile sulla questione con il nuovo titolare del Ministero degli esteri peruviano, il generale De Revoredo.

2) reazioni altri Stati latino-americani con i quali questo Governo sta in consultazione non si sono finora manifestate in forma definitiva. Continua fase esame studi nostre richieste secondo informazioni finora pervenute a questo Ministero degli affari esteri;

3) Governo peruviano proclama formula per cui esprimerebbesi nettamente favorevole concessione all'Italia amministrazione fiduciaria o pur esprimendosi favorevolmente aggiungerebbe augurio desiderio che flessibilità formula O.N.U. permetta al Governo italiano, assumendo amministrazione fiduciaria, tener conto interessi altre potenze purché legittimi e giustificati.

Ho replicato il Governo italiano chiede ora soltanto conoscere opinione del Governo peruviano ove questione fosse portata davanti O.N.U. Ho aggiunto che naturalmente sarebbe più connesso che essa fosse assolutamente favorevole senza limitazioni sia pure espresse in forma vaga e generica.

Su tale punto pregherei inviarmi istruzioni per mia norma. Mercoledì vedrò generale De Revoredo.

436 6 Per la risposta D. 457.

437 l Vedi D. 284.

438

IL MINISTRO A BUCAREST, SCAMMACCA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 3697/016. Bucarest, 15 marzo 1948 (per. il 20).

Gli avvenimenti di Praga e quelli che si delineano già in Finlandia hanno suscitato qui come altrove grande impressione e notevole allarme.

Nel Governo, nella stampa, nei circoli comunisti si esalta la nuova vittoria democratica, ed il trionfo della volontà del popolo cecoslovacco contro le congiure e le mene guerrafondaie dell'imperialismo occidentale, come un nuovo apporto alla salvaguardia della pace e alla stabilità e sicurezza dei nuovi regimi istituiti nell'Europa orientale. Ma dietro tali consueti schemi dialettici e propagandistici si cela tuttavia una grande inquietudine: e si considera non senza preoccupazione, se pur con ostentata iattanza, il netto irrigidimento sopravvenuto nel contegno e nell'azione politica d eli' America e dell'Inghilterra e in genere in tutti i paesi dell'Europa occidentale, come contraccolpo degli ultimi eventi. Non si mette ormai più in dubbio che la pazienza dei predetti paesi contro il subdolo giuoco dell'espansionismo sovietico abbia toccato il termine estremo, e che America, Inghilterra e democrazie occidentali «facciano ormai sul serio» e abbiano finalmente trovato nel pericolo comune un potente fattore di coesione per la difesa ed eventualmente anche per l'offesa.

La rapida conclusione delle intese promosse dali 'Inghilterra con la Francia, il Belgio, l'Olanda ed il Lussemburgo anche nel campo militare, la presa di posizione degli Stati scandinavi, il nuovo assetto amministrativo unitario della Germania occidentale, il progresso notevole nella organizzazione del piano Marshall e nelle trattative per l'Unione doganale franco-italiana ne sono altrettanti segni manifesti e ammonitori.

Ma vorrei quasi dire che, più che le reazioni dei Governi, abbia qui fatto impressione l'immensa reazione morale e popolare che la consumazione del destino della Cecoslovacchia ha sollevato nell'opinione pubblica di tutti i paesi del mondo.

Qui si chiedono pertanto se sia ormai più possibile tirare la corda senza il pericolo di una conflagrazione la quale non appare ormai più come un'ipotesi lontana e improbabile e desta inquiete preoccupazioni, soprattutto in questo paese ave il regime comunista, imposto con la violenza e l'inganno, è di freschissima data, non ha alcuna base nel consenso del popolo e si regge unicamente sulla protezione della Russia e sulla organizzazione poliziesca.

Come è ovvio, la popolazione trae, pel contrario, dai possibili eventi nuove speranze ed auspica una guerra come l'unico mezzo di liberazione.

L'allarme, per non dire il timore, dei dirigenti comunisti è temperato tuttavia dalla speranza, della quale non fanno alcun mistero, che Francia e Italia possano presto essere conquistate al sistema delle democrazie progressive.

Tale aspettativa è palese, in articoli e in discorsi di uomini politici, specie nella imminenza delle elezioni italiane, per le quali si sconta una vittoria delle sinistre o quanto meno una forte affermazione elettorale di esse.

E tale opinione, che rispecchia certo quella dei circoli estranei e più alti di quelli del comunismo romeno, va tenuta attentamente presente ed anche meditata.

439

IL MINISTRO A QUITO, PERRONE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 3798/03. Quito, 15 marzo 1948 (per. il 22).

Faccio seguito al mio telegramma per corriere n. 02 del 27 febbraio u.s.r.

Poiché la risposta scritta di questo Ministero degli affari esteri tardava a venire, mi sono nuovamente intrattenuto con il dottor Parra Velasco circa l'attitudine che avrebbe assunto il rappresentante equatoriano alla Assemblea dell'O.N.U. qualora quest'ultima dovesse prendere in esame la questione della definitiva sorte delle ex colonie italiane.

Il ministro degli affari esteri, dopo avermi prodigate le solite enfatiche affermazioni di viva amicizia del suo paese verso l'Italia e del suo sincero desiderio di venir incontro alle nostre necessità ed alle nostre giuste aspirazioni, mi ha sostanzialmente confermato che l'Equatore per ragioni di principio fondamentali ed a cui non può in nessun modo derogare è assolutamente contrario al sistema coloniale. E quindi, ha aggiunto, anche al sistema dell'amministrazione fiduciaria del trusteeship che secondo lui consiste in un semplice cambiamento di nome senza alcuna modifica nella sostanza delle cose.

L'equatore pertanto favorirà in ogni circostanza la completa autonomia di tutti quei territori che sono (o sono stati) sottoposti al regime coloniale, in qualsiasi regione del mondo essi si trovino.

Tale punto di vista si applica naturalmente anche alle ex colonie italiane. E soltanto se l'O.N.U. (a seguito di una minuta ed esauriente inchiesta) dovesse riconoscere che esse non sono attualmente in grado di governarsi da sole, l'Equatore darebbe la preferenza all'Italia su qualsiasi altro Stato che eventualmente aspiri alla loro amministrazione fiduciaria.

Tale benevola disposizione nei nostri riguardi non si applicherebbe peraltro alla Libia per l'amministrazione della quale l'Equatore darebbe invece preferenza ad uno Stato arabo nel caso che uno di essi abbia a richiederne l'amministrazione fiduciaria.

Se ho ben compreso le verbose ma confuse argomentazioni del dottore Parra Velasco questi avrebbe concepita la peregrina idea di ottenere l'appoggio degli Stati arabi in seno all'O.N.U. a favore dei problemi che interessano l'Equatore (che egli non mi ha specificato ma che è facile indovinare) garantendo quale contropartita la collaborazione equatoriana in sostegno di tutte le tesi sostenute dagli arabi.

Per quanto riguarda la Libia gli ho subito fatto rilevare che non si tratta di un territorio esclusivamente arabo, giacché in esso abitano anche italiani, berberi (i quali vi risiedono da tempi antichissimi) ed ebrei, i quali tutti non avrebbero certo da lodarsi di una eventuale amministrazione esclusivamente araba.

Egli mi ha replicato, per quanto riguardava l'elemento ebraico «che esso non aveva che da provvedere ai casi propri» e che per il rimanente restava confermata la necessità di una minuta inchiesta in proposito da parte dell'O.N.U., in mancanza della quale era evidente che l 'Equatore non poteva prendere alcun 1mpegno.

Mi è apparso indubbio che il teorico improvvisatore ed impulsivo signor Parra Velasco, il quale si astiene metodicamente dall'esaminare di persona le comunicazioni ufficiali delle rappresentanze qui accreditate: l) non ha sinora esaminato la numerosa documentazione sulle nostre ex colonie fornita dalla legazione scrivente, né è probabile lo faccia in un prossimo avvenire; 2) nutre personalmente sentimenti antisemiti che qui sono abbastanza diffusi; 3) si illude di eseguire una grande politica e di poter ottenere qualche risultato concreto degli Stati arabi (eventualmente anche ostacolando il punto di vista dagli Stati Uniti, che egli detesta, nello spinoso problema palestinese) mentre è invece evidente la scarsa influenza che quegli statarelli possono avere nella politica internazionale specie quando si tratta di problemi latino-americani.

Concludendo non credo di andare errato affermando che mentre all'epoca del dottor Trujillo l'Italia poteva sempre contare sul sincero e disinteressato appoggio dell'Equatore, con il francofilo nuovo ministro degli esteri tale appoggio è molto meno sicuro ed incondizionato.

È però incoraggiante il sapere che questo Governo non ha lunga vita, dovendo cessare le sue funzioni al più tardi nel mese di agosto prossimo, a meno che, beninteso, non sia spazzato via anche prima da una di quelle improvvise rivoluzioni che qui in Equatore sono sempre possibili.

439 l Vedi D. 345.

440

COLLOQUIO DEL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, CON IL MINISTRO DEGLI ESTERI DI FRANCIA, BIDAULT

VERBALE. Parigi, 15 marzo 1948.

Il conte Sforza si felicita di avere ben presto l'occasione di incontrare Bidault a Torino per firmare l 'accordo dell'Unione doganale. Lo ringrazia di avere subito accolto il suo suggerimento. Ha voluto scegliere precisamente Torino perché poteva essere un centro di interesse, soprattutto industriale, da cui qualche opposizione all'Unione avrebbe potuto sorgere. Le prime ripercussioni lo confermavano nella giustezza del suo suggerimento: aveva prove da ogni parte dell'interesse che Torino e il Piemonte portano a questo incontro.

Bidault. Il suo ambasciatore a Roma gli aveva comunicato alcuni suggerimenti del conte Sforza: riteneva che parlare a Torino delle rettifiche di frontiera avrebbe diminuito l 'importanza dell'incontro. Le riparazioni al danno fatto erano in misura troppo piccola perché valesse la pena di parlarne.

Sforza. Faccia quello che crede meglio: non è poi del tutto convinto del suo argomento: per poco che sia, poteva valere la pena di accennarle.

Bidault. Gli farà avere lo schema del suo discorso se avrà il tempo di prepararlo: purtroppo ha davanti a sé una settimana estremamente occupata: spera che ne sarà contento: conta di essere in grado di dire qualche cosa di preciso su Trieste, nello spirito che egli sa.

Sforza. Sarebbe opportuno in vista della parte che in apparenza vi aveva avuto la Francia.

Bidault. Sapevamo di fare un'ingiustizia: ma in un momento in cui si sperava ancora di avere la pace e la collaborazione e si è creduto di potere con questo fare qualche cosa: ora le circostanze hanno mostrato l'errore e bisogna riparare: ci sono delle esitazioni ancora da altre parti perché si teme che questo possa avere come conseguenza qualche colpo di mano jugoslavo su Trieste.

Sforza. Non lo crede. Gli jugoslavi sono stati stupidi di non approfittare della situazione assai imbarazzante in cui noi siamo stati messi per la questione del governatore: se fossero stati più intelligenti avrebbero potuto acconsentire alla nomina di un governatore: simulare la pace, portare all'evacuazione e poi con un incidente creato fare un colpo di mano.

Bidault. Avrebbe voluto parlare anche delle colonie ma purtroppo il discorso fatto alla radio dal signor Brusasca 1 Io ha messo in gravissimo imbarazzo. Non che la Francia cambi dalla posizione che essa ha assunto per la prima: ma essa tiene ad avere come vicina in Africa l'Italia e non il Senusso o la Lega araba: la Francia desidera che l'Italia ritorni in Africa in forma perenne, veder l'Italia ritornarci per poco tempo per liquidare questa, potrà essere una soddisfazione per il prestigio italiano ma non è la politica della Francia. Il discorso Brusasca ha avuto

una grande ripercussione nel mondo arabo e può dare dei fastidi ai francesi dell'Africa del Nord. Ripete che questo non cambia la posizione francese ma mette la Francia stessa in grande imbarazzo.

Sforza. Noi abbiamo avuto la necessità di tener presente l'opinione pubblica americana e mondiale: e poi veramente è stata così grande la ripercussione del discorso, nel mondo arabo? Egli ha la sensazione che il movimento arabo sia un poco esagerato e che sia una fiamma destinata ad attenuarsi.

Bidault. Ha avuto rapporti da Damasco, Baghdad e il Cairo. L'infelice idea americana per la Palestina, le sue conseguenze su cui specula la Russia, tutto questo gli fa ritenere che il movimento arabo sia una cosa seria, sia a base religiosa e che una nuova crisi potrebbe facilmente determinare la cacciata dell'Europa: sono posizioni vitali per la Francia a cui essa non può rinunciare.

Sforza. Lo comprende. Chiede se ha avuto occasione di parlare recentemente della questione coloniale con gli inglesi e americani: non ha bene l'impressione che ci sia da parte inglese qualche evoluzione.

Bidault. La questione delle colonie italiane è da considerare soltanto una questione di relais fra Gibilterra e Mediterraneo occidentale. Lo stesso problema si pone per gli americani. Ma una volta risolto questo problema una formula si potrà sempre trovare.

Sforza. La stampa parla di sorprese che si attendono dal discorso Bevin.

Bidault. Bevin gli ha dato una traccia del suo discorso: se non fa delle improvvisazioni non c'è niente di sensazionale. Come il suo, è un. discorso sulle basi già note: mi è sembrato invece molto reticente nella questione economica.

Sforza. L'Inghilterra non si decide a scegliere tra l'impero e l'Europa. Mi è stato riferito che in Inghilterra c'è sempre più gente che accarezza l'idea di diventare per la prima volta una grande potenza europea.

Bidault. È vero, ma l'Inghilterra non può affrontare le reazioni dei Dominions, di vedere allontanarsi l'Australia. Sforza. E il Canada: parla dell'importanza politica per l'Inghilterra dell'elemento francese al Canada.

440 l Vedi D. 427, nota l.

441

IL MINISTRO A HELSINKI, RONCALLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 240/117. Helsinki, 15 marzo 1948 (per. il 27).

Confido che la mia parsimonia telegrafica sulla proposta sovietica non sarà apparsa a codesto Ministero eccessiva. Ho ritenuto mio compito tracciame, in un primo tempo, e nella misura consentita dal mio recente arrivo qui, le premesse. E, in seguito, comunicarne gli elementi risultanti dalle mie informazioni ed osservazioni, all'infuori di quanto segnalato da stampa e radio. Non sarebbe stato infatti né sarebbe tuttora materialmente possibile confermare o smentire tutte le notizie provenienti da questa capitale, a base più o meno sensazionale. ·

La risposta finlandese è stata consegnata a questo ministro dell'U.R.S.S. il l O corrente ed è stata resa pubblica solo dopo essere giunta a conoscenza del destinatario, e cioè il 13 corrente. N e trasmetto il testo qui allegato per documentazioneI.

Nella sua brevità non si può negarle chiarezza e dignità, nell'espressione del pensiero della maggioranza dei partiti politici che, pur riconoscendo l'opportunità di trattative, hanno manifestato il desiderio di non contrarre impegni che possano compromettere la volontà ed il bisogno di pace del paese.

Lo stesso 13 corrente Savonenkov ha consegnato a Paasikivi la risposta sovietica con la quale il Governo dell'U.R.S.S. informa di essere pronto ad iniziare le conversazioni il 22 corrente. La delegazione finlandese partirà perciò per Mosca il 20 marzo.

Gli esperti che accompagneranno la delegazione non sono ancora stati nominati. Si fanno i nomi del ministro Idman, ex ministro degli esteri, quale esperto giuridico e del gen. Heinrichs, che già partecipò alle trattative del 1944, quale esperto militare. Il dott. Suontausta, il cui nome è stato fatto quale esperto giuridico, è stato nominato segretario della delegazione. Le direttive per le trattative di Mosca si stanno discutendo, da parte della Commissione parlamentare degli esteri, alla presenza dei membri della delegazione stessa e dei generali Sivho, comandante delle forze armate, e Heinrichs. Fino ad oggi non sarebbero state prese decisioni definitive al riguardo. Le discussioni si svolgono nel più assoluto segreto, tanto che neppure i gruppi parlamentari ed i loro capi ne sono informati.

Il Governo si è creduto in dovere di dare qualche spiegazione al paese sugli avvenimenti in corso. E lo ha fatto per bocca del presidente del consiglio, Pekkala, il quale ha pronunciato un discorso alla radio il 13 corrente. Pekkala ha in tale discorso esposto i vari aspetti della proposta sovietica. Egli ha dapprima rilevato che la prima guerra mondiale fu seguita da una certa distensione e da un certo ottimismo, basati sul programma pacificatore della Società delle Nazioni, mentre la situazione sorta dopo la seconda guerra presenta numerose questioni spinose che l'O.N.U. non ha saputo risolvere, e seri motivi di conflitto, che lasciano poche illusioni d'una pace permanente.

Pekkala ha poi osservato che la protezione della pace è il primo interesse dei paesi che per la guerra hanno subito gravi sacrifici e che per la loro posizione geografica o per altre ragioni sono esposti al pericolo d'aggressioni dirette o indirette in caso di un'altra guerra. Ed ha enumerato i patti conclusi, durante e dopo la seconda guerra mondiale, dall'U.R.S.S., allo scopo di prevenire una nuova aggressione germanica. Particolarmente l 'Unione Sovietica, ha continuato Pekkala, ha concluso patti di amicizia e di mutua assistenza con la Gran Bretagna, la Francia, la Cecoslovacchia, la Yugoslavia, la Polonia, la Cina, la Mongolia, la Romania, l'Ungheria. Di tutti gli Stati limitrofi che furono in guerra coll'U.R.S.S. soltanto la Finlandia non ha ancora concluso un accordo analogo. Questo argomento, che fu effettivamente sollevato fin dali' epoca de !l'armistizio, viene ora iscritto all'ordine del giorno con la proposta di Stalin.

Poiché la costituzione finlandese stabilisce che nessun accordo con una potenza straniera può essere concluso senza il consenso del Parlamento, se si tratti di questioni che rientrano nella sua competenza, il Presidente della Repubblica ha preso contatto coi gruppi parlamentari ed ha in seguito deciso di inviare una delegazione a Mosca per le conversazioni proposte dal Governo sovietico.

È assolutamente irragionevole, ha aggiunto Pekkala, sollevare in relazione a questa proposta delle questioni che le sono del tutto estranee. In forza del trattato di pace, le forze militari finlandesi sono state limitate e non possono servire che alla difesa del paese. Nei patti che possono servire di modello a quello finno-sovietico, è espressamente dichiarato che le loro disposizioni sono basate sui principi dell'O.N.U. che implicano il rispetto della sovranità nazionale delle parti contraenti e vietano a queste qualsiasi intervento nei rispettivi affari interni.

Nell'attuale situazione internazionale un patto finno-sovietico, adattato alle condizioni speciali della Finlandia, non potrebbe portare alcun mutamento né alla sua politica estera, né a quella interna.

Il presidente del consiglio ha concluso il suo discorso rimproverando a certi ambienti finlandesi una completa mancanza di senso di responsabilità, mostrata col diffondere e dare credito a voci ingiustificate provocanti agitazioni dannose agli interessi del paese; e assicurando che il Governo cerca di risolvere con calma le questioni di politica estera con piena conoscenza di causa ed in conformità della costituzione.

Altre dichiarazioni sull'argomento ha fatto il ministro degli affari sociali in un'intervista concessa alla stampa del partito agrario, che è stato quello che ha mantenuto l'atteggiamento più sfavorevole alla proposta sovietica.

Il ministro Heljas ha fra l 'altro riconosciuto che il patto ha sollevato molto interesse e anche molta inquietudine nell'opinione pubblica. Egli ha ammesso pure che l'atteggiamento dei gruppi parlamentari ha interpretato fedelmente il pensiero del popolo finlandese, che nell'ultima guerra ha subito perdite proporzionalmente superiori a quelle di altri, e che ora vuole rimanere fuori dei grandi conflitti, pur facendo onore al trattato di pace. Il momento esige calma e ragionevolezza: qualsiasi agitazione pubblica renderebbe difficile il lavoro della delegazione finlandese a Mosca.

Il ministro ha osservato che ha cominciato a correre la voce che le prossime elezioni non verranno più tenute, o, se avranno luogo, non saranno libere nel senso della tradizione finlandese. È doveroso smentire severamente tali voci. È certo che l'attuale Governo non accetterebbe mai tali progetti. Un governo e un parlamento che accettino qualcosa di simile cessano di essere democratici. Non vi è alcun mezzo legale per impedire le elezioni. Soltanto l'illegalità e la violenza potrebbero impedire o limitare la libera espressione del voto popolare. Se ciò avvenisse, tutto il mondo saprebbe che la luce della democrazia si è spenta in Finlandia. Non si può credere ad un avvenire così scuro.

La democrazia finlandese deve ora mostrare al tempo stesso forza e duttilità. Non ci dobbiamo lasciare spaventare dal fatto che la democrazia è stata liquidata in altri paesi. La Finlandia ha altre basi su cui costruire l'avvenire. Chi prende il potere con la forza, sarà costretto a mantenerlo con la violenza. Possiamo constatare senz'altro, ha concluso il ministro Heljas, che la Finlandia detesta tutti i sistemi che limitano la libertà politica.

Dalle dichiarazioni dei due Ministri, come dalla risposta di Paasikivi, risulta la preoccupazione di assicurare alle trattative la normale via parlamentare e costituzionale. Tanto il presidente del consiglio, quanto il ministro degli affari sociali, hanno voluto rassicurare l'opinione pubblica sui punti che più le stanno a cuore. Essi hanno voluto dire che l'accoglimento della proposta sovietica era fuori questione e non si poteva evitare. Resta ora da vedere il modo con cui la questione verrà trattata. Presidente e Governo hanno fatto tutto quanto era in loro potere per mostrare all'U.R.S.S. ed al mondo che la Finlandia ha la sua dignità, e tiene alle sue forme democratiche; essi hanno preso tempo per rispondere per dar modo alle varie tendenze di pronunciarsi, anziché spedire senz'altro una delegazione a prendere gli ordini di Mosca. Di più non si potrebbe effettivamente chiedere loro.

Al tempo stesso, nel calmare le preoccupazioni dell'opinione pubblica, Pekkala ed Heljas hanno espresso le loro stesse preoccupazioni e perplessità. Nelle loro parole è implicita la domanda: basteranno questa nostra dignità ed il nostro attaccamento alla Costituzione, al Parlamento, alla democrazia per evitare ulteriori guai? Il presidente del consiglio, come appartenente aii'S.D.L., e cioè per così dire al «fronte popolare», ha naturalmente messo in speciale rilievo il quadro generale della politica sovietica verso i paesi vicini, mentre il ministro Heljas, appartenente al partito agrario, è stato più esplicito nel mostrare i pericoli della liquidazione anche in Finlandia, delle libertà democratiche, prima fra tutte la libertà di voto.

Trasmetto con rapporto a parte2 i commenti della stampa ai discorsi citati ed alle trattative in corso.

Per la prima volta è fatto, in relazione alla situazione attuale, il nome del maresciallo Mannerheim da un giornale dell'Unione democratica, il Vapaa Sana, il quale scrive che la prima iniziativa di un accordo risale al maresciallo, quando questi era presidente della Repubblica e Paasikivi primo ministro. Questo accenno è stato subito smentito. Effettivamente di un accordo militare si parlò, come ho riferito, fino da allora e mi è stato confermato che si trattò di un'iniziativa personale del maresciallo, che riguardava la difesa del Golfo di Finlandia contro i tedeschi. T russi lasciarono allora cadere la cosa.

Non è questa la sola smentita ufficiale di questo periodo. Un'altra riguarda la notizia pubblicata dall'organo del partito socialdemocratico circa una contro-proposta finlandese. Non appena apparsa tale notizia, il Ministero degli esteri convocò una conferenza stampa in cui la notizia fu recisamente smentita. Probabilmente si tratta invece di quella che io ho definito «tesi» che da parte finlandese si intenderebbe sostenere a Mosca (mio te l espresso 22 !Il 07 del l O corrente, 2° capoverso)3.

Altra recisa smentita è stata opposta alla notizia raccolta dal giornale comunista Ny Dag di Stoccolma e riprodotta dal locale organo comunista Tyokansan Sanomat, circa trattative di esponenti dei partiti liberali ed agrario finlandesi con il

441 2 Telespr. 255/131 del 18 marzo, non pubblicato. 3 Non pubblicato.

ministro degli U.S.A. a Stoccolma. E si potrebbe continuare, dato che il numero delle smentite e delle notizie sensazionali è in proporzione al numero dei giornalisti stranieri presenti a Helsinki, che non accenna certo a diminuire.

441 l Non pubblicato.

442

IL MINISTRO A PRAGA, TACOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 472/298. Praga, 15 marzo 19481.

In una recentissima conversazione l'ambasciatore polacco recentemente accreditato a Praga, signor Josef Olszewski, mi ha detto che il suo Governo aveva preso una deliberazione a noi completamente favorevole circa la questione delle nostre colonie. Il Governo polacco ha infatti deliberato di esprimere al Comitato di Londra l'opinione che tutte le nostre colonie dovrebbero essere affidate in amministrazione fiduciaria all'Italia.

L'ambasciatore ha tenuto a dirmi che il Governo polacco aveva potuto formarsi la sua opinione in merito senza prima consultare i rapporti della Commissione d'inchiesta e ciò in base «ad altre più che sufficienti informazioni che si era formato». Ha aggiunto che la notizia della deliberazione del suo Governo non è ancora ufficiale ma che lo diventerà prestissimo. Per intanto al nostro ambasciatore a Varsavia è stata comunicata la presa deliberazione.

È ben noto a codesto Ministero (telegramma di questa legazione in data 3 febbraio u.s.)2 che la Cecoslovacchia, in accordo con altri Stati slavi, che aveva all 'uopo presenti ti, aveva assunto un atteggiamento di attesa. Essa aveva ritenuto cioè di non poter esprimere opinioni in merito fintanto che non fossero stati resi noti i risultati cui era giunta la Commissione d'inchiesta. Al Comitato di Londra la Cecoslovacchia aveva intanto risposto che intendeva di esprimere la propria opinione non prima del prossimo maggio. Questa legazione non ha mancato di continuare la sua azione per ottenere che la Cecoslovacchia si dimostri favorevole alla tesi italiana. È stato riferito al riguardo da ultimo con il telegramma per corriere n. O12 del 23 febbraio3 in cui si fa cenno di una riserva di questo Governo fino a quando non gli sarà noto il pensiero del Governo di Belgrado a questo riguardo.

Dopo le dichiarazioni sovietiche e le comunicazioni polacche è da ritenersi che anche questo Governo si dichiarerà fin d'ora, anche se in un primo tempo non ufficialmente, favorevole a un ritorno delle colonie all'Italia sotto la forma del mandato fiduciario. Forse il ritardo è dovuto agli ultimi avvenimenti e al grande lavoro che ne deriva per tutti i ministeri.

Gradirei comunque -anche in relazione all'atteggiamento anglo-americano -in seno al Comitato di Londra -di conoscere se debbo intensificare la mia azwne.

2 T. 1489/15, non pubblicato.

'Vedi D. 312.

442 l Manca l'indicazione della data di arrivo.

443

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, DE GASPERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. SEGRETO PERSONALE 3245/209. Roma, 16 marzo 1948, ore 15.

Ti segnalo, anche in seguito a informazioni autorevoli avute direttamente da Somalia, quali potrebbero essere, per la soluzione del caso Mogadiscio, le proposte che tu certamente avrai già considerate.

l) sostituzione funzionari politici e polizia, indipendentemente dalla loro compromissione indiretta o diretta negli avvenimenti;

2) sostituzione tre funzionari italiani rimpatriati in questi giorni già in servizio con amministrazione britannica somala. Destineremo in Somalia tre funzionari che sarebbero utili anche B.M.A. e di sicuro affidamento;

3) soluzione questione rappresentante Governo italiano ancora in attesa autorizzazioni concrete ma già ammesse in principio da Londra;

4) congruo indennizzo ai danneggiati incidenti in modo da permettere la ripresa in Somalia della loro attività economica.

444

L'AMBASCIATORE AD ANKARA, PRUNAS, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 3706/050. Ankara, 16 marzo 1948 (per. il 20).

Trovo oggi questo segretario generale degli esteri, che in assenza del ministro Sadak, regge praticamente il Ministero, ancora più pessimista che di abitudine.

Non esita a qualificare la situazione attuale come molto grave. Gli europei conoscono male la Russia e persistono a giudicarla con metro appunto europeò. Errore madornale. È perfettamente esatto che Mosca ha agito sinora con metodi in prevalenza indiretti, ma nulla vieta di pensare che possa domani decidere di applicare quelli diretti, se riterrà vi sia margine sufficiente per farlo impunemente. Può una spinta ed aggressione sovietica in Iran, ad esempio, suscitare l'immediata reazione avversaria? Può darsi, ma nessuno può affermarlo con sicurezza. È dunque perfettamente pensabile che Mosca ritenga che ancora questa ed altre mosse possano essere fatte senza pregiudizio irreparabile. E dove poi sono gli eserciti che dovrebbero opporvisi? Si tratta dunque da parte sovietica di esattamente valutare quali in realtà potranno effettivamente essere i margini di sopportazione avversaria. Valutazione ancora relativamente elastica e sulla quale, non solo i russi, ma nessuno ha precisi elementi di giudizio.

Non ritiene che il patto a cinque possa giovare a gran che. È cosa da tempo arei nota che un'aggressione contro il Belgio o l'Olanda susciterebbe l'immediata reazione britannica e francese. Il patto a cinque non fa dunque che ufficialmente sanzionare uno stato di fatto già operante anche senza quella sanzione. Così concepito e attuato, raddoppia invece la diffidenza e il sospetto sovietici, e, se mai, orienta Mosca verso quelle zone ove la resistenza non si è ancora cristallizzata ed organizzata e quasi la spinge a bruciare le tappe verso i settori ancora fluidi.

Gli sforzi dell'Occidente europeo possono~ a suo giudizio~ raggiungere dunque un obiettivo veramente concreto piuttosto che attraverso un'estensione del patto a cinque (che ha press'a poco definito una confraternita di disarmati), soltanto se c quando saranno sostenuti da una chiara, esplicita, impegnativa presa di posizione nord americana, che nessuno sa dirci quanto probabile.

Alla mia osservazione che gli Stati Uniti non potranno indursi ad iniziative del genere, come infatti avviene nel campo economico, se non quando l'Europa abbia preventivamente dimostrato di volere e sapere agire in questo senso, ribatte essere probabilmente esatto appunto il ragionamento inverso, che cioè per averela serenità ed il coraggio di farlo, l'Europa ha bisogno di sapere acquisito e non soltanto possibile o probabile l'appoggio degli americani e di uscire dunque dal-l'incertezza.

Qualunque peso si voglia dare alle opinioni dell'ambasciatore Fuat Cari m, è comunque certo che la Turchia, a parte il pessimismo integrale del mio interlocutore (che potrebbe in parte essere motivato dall'opportunità tattica di sopravalutare il pericolo per ottenerne con maggiore prontezza rimedio) vive oggi, dopo gli avvenimenti cecoslovacchi e finlandesi e alla vigilia delle elezioni italiane, sotto l'incubo della prossima mossa sovietica che presume probabilmente diretta verso il Medio Oriente. Tenta dunque di agire soprattutto in due direzioni: ottenere i mezzi per rafforzare il suo apparecchio militare e la sua struttura economica; porre in moto una maggiore e più impegnativa solidarietà politica e militare europea anche per il Mediterraneo orientale ed il Medio Oriente, che appunto sono i due motivi fondamentali del discorso pronunziato dal ministro Sadak dinanzi al Comitato dei sedici e della sua precedente visita a Londra.

Debbo aggiungere che, alla mia richiesta di conoscere se il suo pessimismo fosse, oltre che dai gravi clementi di fatto a tutti noti, motivato anche da informazioni e notizie più specifiche soprattutto sugli intendimenti russi, il mio interlocutore ha risposto che il suo giudizio era unicamente basato sulla situazione generale che gli sembrava personalmente tale da giustificarlo. Valutazione personale che va accolta dunque come tale.

445

IL MINISTRO A COPENAGHEN, CARISSIMO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 3 77/157. Copenaghen, 16 marzo 1948 (per. il 31).

Il l O corrente ha avuto luogo un ampio dibattito al Folketing sulla politica estera della Danimarca, svoltosi in un'unica seduta durata quasi l'intera giornata.

L'attesa era vivissima, specialmente perché stimolata dall'interrogativo se sarebbero apparsi i segni di una evoluzione dell'atteggiamento della Danimarca nell'attuale situazione internazionale. Il momento internazionale scelto per il dibattito era altresì altamente significativo: colpo di Stato comunista in Cecoslovacchia, proposta sovietica alla Finlandia di un patto di mutua assistenza, conferenza di Bruxelles e patto occidentale dei paesi del Benelux, scambi di vedute tra i Governi dei paesi scandinavi alla vigilia della Conferenza di Parigi delle 16 nazioni aderenti al piano Marshall.

Il ministro degli esteri Rasmussen ha fatto un'ampia esposizione, nel corso della quale ha bensì ripetuto alcuni dei motivi ai quali si ispiravano le sue precedenti dichiarazioni e da ultimo il suo recente discorso all'Associazione della stampa estera del 21 febbraio scorso (mio telespresso del 5 marzo n. 3071140)1. Il Ministro Rasmussen ha infatti dichiarato anche questa volta: «Non vogliamo dimenticare le sofferenze e le perdite che i nostri alleati e non meno i popoli dell'Unione Sovietica hanno sopportato per liberare il mondo e così anche il nostro paese dal nazismo. Speriamo in una continuazione delle relazioni amichevoli con l'Unione Sovietica che furono affermate negli anni di guerra ed interpretiamo i rinnovati scambi commerciali tra la Danimarca e l'U.R.S.S. iniziati con l'accordo commerciale dell'estate 1946 come segno favorevole di un tale sviluppo».

Ma il leitmotiv del dibattito era il pericolo comunista dopo l'esempio cecoslovacco e pertanto il punto ess~nziale del discorso del ministro degli esteri è contenuto nella seguente dichiarazione, alla quale hanno fatto eco con dichiarazioni consone i leaders dei cinque partiti principali, escluso naturalmente il comunista, il cui leader, Aksel Larsen, ha tentato invano di mascherare con aspri attacchi polemici e anche personali il suo completo isolamento.

«Non si può negare -ha detto il ministro Rasmussen -che appena tre anni dopo la fine della più grande guerra della storia ci sono di nuovo ombre oscure sul mondo e molti sono nervosi, ma non credo che alcun Governo al mondo desidera una guerra. Nessuno può però garantire che una guerra non verrà. Potrà scoppiare in luoghi che non attendiamo e sotto condizioni che non conosciamo. La Danimarca vorrà adempiere agli impegni che si è assunti con Patto delle Nazioni Unite, ma nel caso, che speriamo non avvenga, che questa organizzazione crolli gli sforzi nostri mireranno a proteggere il nostro paese in una guerra futura. In questo periodo di grandi difficoltà internazionali, crediamo di giovare alla Danimarca e servire la causa della pace allargando per quanto possibile la nostra difesa. Se la Danimarca contro ogni diritto e nonostante tutti i patti e i trattati fosse attaccata, vogliamo con tutte le nostre forze difendere il più grande bene che possediamo, l'indipendenza, la libertà e la democrazia».

Qui è espresso in sintesi ciò che pensa e sente oggi la maggioranza del popolo danese.

Riferendosi alle trattative allora in corso a Bruxelles tra i paesi del Benelux e le potenze occidentali il ministro Rasmussen ha rilevato che una collaborazione speciale organizzata tra i paesi dell'Europa occidentale corrispondente a quella tra

le potenze orientali non esiste, né può dirsi tale il lavoro internazionale che si sta svolgendo per realizzare il programma di aiuto economico all'Europa, perché esso è tutt'altra cosa di una alleanza militare o di un blocco.

Il ministro non ha esitato questa volta a fare menzione del Cominform, di cui ha detto che l'attività di esso non si limita ai paesi dell'Europa orientale, dove ha la sua sede, ma si fa pure sentire in certi paesi occidentali con un'agitazione rinforzata per un sistema uniforme comunista.

Rasmussen ha quindi smentito decisamente le notizie apparse recentemente in certa stampa estera, e riprodotte dali'organo comunista danese Lan d og Folk, secondo le quali la Danimarca avrebbe concluso accordi militari segreti con altre potenze. «Malgrado ~egli mi ha detto ~che queste false notizie man mano che venivano pubblicate siano state smentite dal ministro di Stato (presidente del Consiglio), dal ministro della difesa e anche da me, voglio di nuovo approfittare dell'occasione per dichiarare in questa Camera che mancano di qualsiasi base».

Passando a trattare dei rapporti con gli altri paesi nordici, il ministro ha ricordato che l'unione spirituale, le affinità di cultura e la comune democrazia, che sono la base naturale della collaborazione nordica e che uscirono rafforzate dalle vicende della guerra, non significano che la Danimarca come gli altri paesi nordici desiderino isolarsi nelle relazioni con il resto del mondo. «È possibile ~ha aggiunto~ che non tutti all'estero si rendano conto di questa collaborazione, dettata dalla storia e dal desiderio di mantenerla e svilupparla, ma non potremo rinunciare ad essa soltanto per il fatto che altri erroneamente vi attribuiscono fini che essa non ha».

Ha quindi rivolto un pensiero alla Finlandia esprimendo la speranza che «durante le prossime trattative con l'Unione Sovietica riuscirà al Governo responsabile finlandese di arrivare ad un accordo tranquillizzante per detto paese nordico».

Le dichiarazioni degli esponenti dei partiti, varie nel tono e nei particolari, sono state tutte concordi nell'approvare la politica estera del Governo, e nel porre l'accento sul pericolo comunista e sul fermo proposito di difendere all'interno e all'esterno la libertà e la democrazia a carattere occidentale, beni supremi del popolo danese.

L'ex presidente del Consiglio, Knud Kristensen a nome del partito liberale (venstre) ha richiesto una ricostruzione della difesa militare e ha fatto chiare allusioni alla necessità di intese internazionali. Egli ha detto tra l'altro: «Desideriamo partecipare al lavoro internazionale per difendere i principii fondamentali della democrazia. Se non stiamo insieme, ma ci facciamo vincere uno dopo l'altro siamo deboli. Ma se stiamo insieme siamo in grado non soltanto di difendere il nostro proprio paese, ma anche gli altri paesi che si reggono sugli stessi principii fondamentali. Una tale collaborazione non è rivolta contro un altro paese che desidera vivere in base ad altri principii».

Più esplicito è stato il porta-voce del partito conservatore Ole Bjorn Kraft, il quale dopo aver passato in rassegna la situazione, ha dichiarato che la neutralità non offre nessuna sicurezza e che con lo stato attuale della sua difesa, o meglio indifesa militare, la Danimarca non può contribuire in nulla, ma soltanto giovarsi di accordi militari con potenze straniere. L'oratore ha auspicato una politica parallela a quella del Benelux.

L'indignazione dell'assemblea danese per il colpo di stato comunista in Cecoslovacchia si è rivolta naturalmente contro i deputati comunisti presenti nell'aula, additando i quali il rappresentante del partito socialista che, com'è noto è il partito al Governo, ha detto che essi mentre godono in Danimarca della libertà democratica, giubilano che una filiale del Cominform sopprime le libertà in un altro paese. Il socialista Alsing Andersen ha continuato affermando che il suo partito è per un disarmo internazionale, ma nel suo atteggiamento per la difesa militare della Danimarca non potrà non tener conto della situazione e lasciare il territorio danese come un vuoto militare.

A nome dei radicali il deputato Jorgen Jorgensen, dopo aver constatato che vi è un abisso incolmabile tra il partito comunista e gli altri cinque partiti nel Folketing ha dichiarato: «Nella lotta per la libertà non siamo neutrali, siamo democratici nel significato occidentale della parola. E riguardo alla difesa del paese ha deplorato che il precedente Governo venstre non fece nulla e che ora occorre provvedere ad una difesa che corrisponda allo sviluppo della tecnica militare.

Attaccato da ogni parte il leader comunista Aksel Larsen, che tuttavia ha fama di forte oratore, ha tentato di replicare svolgendo i luoghi comuni della propaganda comunista: a un certo punto si è domandato se i precedenti oratori intendevano far rivivere il patto anticomintern, al quale aderì per la Danimarca il socialista Scavenius a quel tempo presidente del Consiglio.

Ha forse toccato nel segno Aksel Larsen quando ha detto: «l precedenti oratori hanno parlato di una cultura occidentale, ma è perché non osano dire blocco occidentale». ·

È infatti l'estrema speranza di poter rimanere aggrappati alla neutralità, così cara ai loro ideali, che ancora trattiene Governo e Parlamento dal saltare il fosso.

Sulla seduta della Camera del l O marzo che ha avuto toni di drammaticità così rari in queste Assemblee nordiche, gettava la sua ombra la tragedia cecoslovacca; il dibattito si è chiuso con un commovente discorso commemorativo su Jan Masaryk, pronunziato dal ministro degli esteri: l'assemblea in piedi si è associata con una solenne manifestazione.

445 l Non rinvenuto.

446

L'AMBASCIATORE A NANCHINO, FENOALTEA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3555/13. Nanchino, 17 marzo 1948, ore 18,551 (per. ore 18,15).

Apprendo riservatamente da questo Ministero Esteri che governo cinese è stato consultato da governi americano e britannico circa riproposizione attuale sessione Consiglio sicurezza O.N.U. nostra domanda ammissione, ed ha assicurato suo appoggio eventuale iniziativa in tale senso.

446 l Ora locale.

447

L'AMBASCIATORE A LIMA, CICCONARDI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3758/15. Lima, 17 marzo 1948, ore 20,56 (per. ore 8 del 18).

Riferimento miei telegrammi n. 13 e 141.

Ho conferito ministro affari esteri.

Mi ha dichiarato essere in linea generale favorevole amministrazione italiana ex colonie. Ha espresso tuttavia qualche dubbio in forma più concreta del segretario generale, col quale avevo conferito anteriormente (miei telegrammi innanzi citati). Egli teme cioè che situazione attuale e pericolo guerra possano far sentire Stati Uniti ed Inghilterra necessità disporre pienamente territori nostre colonie per fini militari strategici.

Ho risposto che anche in tale ipotesi non vi possono essere ostacoli amministrazione italiana, essendo evidente che in eventualità conflitto nostro atteggiamento sarebbe assolutamente diverso da quello ultima guerra ed in generale antiamericano ed antinglese.

Ho pertanto insistito nel raccomandare generale De Revoredo orientamento verso formula piena adesione tesi amministrazione italiana ex colonie senza riserva o limitazione.

448

L'INCARICATO D'AFFARI A MADRID, VANNI D'ARCHIRAFI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3575/23. Madrid, 17 marzo 1948, ore 23 (per. ore 8 del 18).

Questo sottosegretariato Stato affari esteri, riferendosi voto espresso da delegato portoghese Conferenza Parigi perché venga esaminata ammissione Spagna, mi ha oggi pregato interessare V.E. per un favorevole atteggiamento italiano che sarebbe stato assai gradito da Governo spagnolo. Ha accennato al riguardo utilità completa collaborazione latina che avrebbe resa più efficiente cooperazione per ricostruzione europea.

Richiesto di impressioni circa tendenze manifestatesi Parigi fra i delegati vari paesi, mi ha detto di ritenere Governo francese non avrebbe ostacolata una corrente favorevole a Spagna qualora si fosse manifestato in seno alla Conferenza; che anche quello britannico in tal caso non si sarebbe opposto. (Osservo incaricato d'affari britannico 15 corrente mi aveva confermato che non risultava modificato atteggiamento negativo suo Governo).

Avendo infine chiesto precisazioni sui programmi e sostanza della eventuale partecipazione spagnola, sottosegretario mi ha risposto che in attesa soluzione questione ammissione o meno Spagna non era stato elaborato alcun progetto; né Governo spagnolo aveva ancora preso in esame condizioni che sarebbero state richieste Stati partecipanti.

Mi consta che passi analoghi sono stati svolti presso altri rappresentanti Stati piano MarshaiJl.

447 l Vedi D. 437.

449

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. SEGRETO 3588-3589/226-228. Washington, 17 marzo 1948, ore 23,27 (per. ore 11 del 18).

Mio telegramma 188 e 037 per corriere!.

Discorso presidente Truman a Congresso riunito in seduta plenaria (in seguito decisione improvvisa adottata lunedì scorso) va inquadrato in atmosfera di nervosa preoccupazione segnalata con surriferito telegramma per corriere de Il' li corrente.

Discorso, pronunciato in tono vibrato e decisissimo, supera per sua asprezza ed assoluta mancanza consueti eufemismi, accese polemiche americane di questi ultimi tempi contro politica U.R.S.S. e comunismo internazionale. Pur evitando tono ultimato, discorso vuole essere monito inequivocabile all'U.R.S.S. perché rinunzi politica espansione.

Nell'elencare eventi che contribuiscono creare odierna turbata situazione europea, Truman ha avuto breve accenno ad attuali condizioni Italia, che trascrivo integralmente in separato telegramma2. Brevità accenno risulterebbe anche dovuta preoccupazione presidente e segretario Stato evitare atteggiamenti che nell'attuale delicata nostra fase elettorale possano prestarsi manovre di interpretazione.

Truman ha poi rilevato grande importanza contemporanea firma alleanza occidentale a cinque sottolineando pieno appoggio Stati Uniti. Indubbiamente coincidenza discorso Truman con stipulazione trattato Bruxelles ha dato qui massimo rilievo a tale ultimo avvenimento spianando con speciale solennità di fronte a Congresso la via verso futuri sviluppi.

Truman, pur lasciando espressamente una porta aperta ad ipotetiche mosse conciliative dell'U.R.S.S., ha chiesto alle Camere sia l'urgente approvazione definitiva d eli 'E.R.P., sia soprattutto il sollecito passaggio del progetto di legge sul

2 La frase di Truman riferita alla situazione italiana, comunicata da Tarchiani con T. 3583/227 dello stesso 17 marzo, era: «In Italia uno sforzo deciso ed aggressivo viene compiuto da minoranza comunista per prendere il controllo di quel paese».

l 'addestramento militare obbligatorio ed intanto il temporaneo ripristino del «Selective Service» (misura quest'ultima ottenuta a stento da Roosevelt dopo la proclamazione dello stato di emergenza nel 1940). Mediante la messa in efficienza di tale servizio il Governo avrebbe la possibilità di chiamare subito alle armi i contingenti ritenuti necessari. Al riguardo Truman ha tra l'altro posto in rilievo «l'importanza vitale» di mantenere le forze americane di occupazione in Germania (è ovvia in merito la connessione con l 'Unione Occidentale).

Già prima della seduta il presidente della Camera aveva dato assicurazione d'appoggio, a nome del partito repubblicano, per l'approvazione di tutte le misure necessarie per il potenziamento militare del paese.

Stasera a New York, in occasione di un gran banchetto per la ricorrenza di San Patrizio, Truman pronunzierà un altro discorso. Si prevede una ripetizione degli stessi temi svolti oggi al Parlamento.

Discorsi di Truman, congiunti a tempestosa seduta odierna Consiglio di sicurezza, con ripresa nuovo schieramento di nove contro due in decisione, tra violente invettive, discutere subito eventi cecoslovacchi, hanno registrato massimo fino oggi raggiunto da tensione tra Stati Uniti e U.R.S.S.

In odierna situazione generale tanto turbata, due fattori più rassicuranti sono tuttavia costituiti da sincera aspirazione questi dirigenti riuscire mantenere pace, sia pure armata, nonché da intenzioni pacifiche proclamate da Kremlino.

Nonostante condizioni U.R.S.S. che in realtà risentirebbe tuttora notevolmente distruzioni belliche e malgrado testè proclamata smobilitazione due classi riservisti esercito rosso, ambienti militari americani sarebbero preoccupati per notizie provenienti da Russia circa supposte misure per costituire ingenti depositi di approvvigionamenti militari (grano, lana, petrolio, ecc.) e per rafforzare truppe in regioni di confine, specie in Germania.

448 1 Non risulta pervenuta risposta telegrafica, ma vedi DD. 506 e 519.

449 l Vedi DD. 378 e 416.

450

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

T. S.N.D. PER CORRIERE 3281. Roma, 17 marzo 1948.

Nell'esaminare questione di cui suo telegramma 172' non si può prescindere da ripercussione che soluzione incidente avrà sull'opinione pubblica italiana anche perché nel delicato momento attuale occorre che tale ripercussione sia giovevole e non dannosa ai rapporti itala-britannici. Ne consegue che quanto più soluzione incidente avrà come sfondo deciso pratico miglioramento nostra questione africana, tanto più essa potrà essere concordata in modo accettabile nei suoi aspetti particolari.

Ciò premesso e nel quadro generale su indicato sarà bene, in relazione punti e 2 suo telegramma, tener presente quanto segue:

l) concordo opportunità rinnovamento persone e direttive amministrazione Somalia. Mutamento persone deve concernere particolarmente funzionari politici ed organi di polizia. Tale rinnovamento deve concernere anche funzionari italiani già partecipanti B.M.A. e che sono stati fatti rimpatriare in questi giorni: ci attendiamo quindi da Governo britannico autorizzazione necessaria loro sostituzione. Quanto a mutamento direttive basti dire che vige in Somalia, ancora oggi, status armistiziale e popolazione italiana trovasi in condizioni di inferiorità manifesta e di assenza di guarantigie. Tale situazione dovrebbe quindi cessare per dar posto regime che si concili con attuali relazioni tra Gran Bretagna e Italia. Ove si possa raggiungere accordo su quanto precede, si potrebbe esaminare congiuntamente in un prossimo secondo tempo quali ulteriori provvedimenti appaiano del caso, tenendo presente che costituzione Comitato consultivo italiano concordata da Della Chiesa non può considerarsi che primo passo verso riconoscimento da parte britannica preminente posizione popolazione italiana Somalia. Anche questione invio nostro rappresentante in Somalia attende soluzione.

2) Circa riparazioni danni vittime Della Chiesa ricorda che in incontro Mogadiscio con generale Anderson -questi lo assicurò che avrebbe avanzato proposta a War Office di stanziamento importo per «rehabilitation» colpiti, formula questa evidentemente preferita da parte ingle~e ed alla quale si può da parte nostra aderire, nell'intesa che si tratti appunto di «rehabilitation» ossia di mettere italiani compresi quelli partiti -in condizioni da riprendere la loro attività sul posto2 .

450 l Vedi D. 422.

451

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO

T. 3327/72. Roma, 17 marzo 1948, ore 23,45.

Giorno 13 corrente è pervenuta nota questa legazione Jugoslavia datata l O corrente circa delimitazione confini!. Nota sottolinea volontà Governo jugoslavo fare quanto è possibile per dar corso disposizioni trattato in base collaborazione due parti interessate, accenna ad azione delegazione jugoslava intesa accelerare corso lavori, ma «constata con rincrescimento che azione delegazione italiana provoca ritardo delimitazione mentre ultime proposte della stessa, che hanno causato interruzione lavori Commissione, non sono conformi né a disposizioni trattato né a regolare procedura delimitazione». Esprime quindi desiderio che lavori proseguano celermente e vengano ultimati termine previsto, nonché fiducia che Governo italiano darà istruzioni delegazione per efficace continuazione lavori.

451 l Trattasi della nota verbale n. 215/48, non pubblicata.

Con nota in data 16 corrente2 è stato risposto che Governo non può in alcun modo condividere asserzioni, che considera arbitrarie, circa operato e proposte delegazione italiana. Questa ha ripetutamente dimostrato voler raggiungere accordo ai fini rapido compimento delimitazione sul terreno, venendo incontro alle richieste jugoslave sino al punto consentitole da corretta interpretazione trattato e da criteri equità.

Per contro non risulta che delegazione jugoslava abbia mai fatto concessioni al punto di vista italiano, anzi formulazione ultime richieste jugoslave allontana possibilità intesa. Governo conferma vivo desiderio risolvere vertenza di comune accordo ed esprime fiducia che delegazione jugoslava riceverà istruzioni atte consentire proseguimento lavori ed accordo.

Delegazione attende comunicazioni in tal senso da parte jugoslava. Pur confidando poter escludere eventualità che non si raggiunga accordo tra le due parti, si fa presente che verificandosi tale ipotesi dovrebbe essere concordata procedura per adire organi arbitrali previsti trattato, scopo evitare ulteriore dilazionamento delimitazione3.

450 2 Vedi anche D. 461.

452

IL MINISTRO A BUDAPEST, BENZONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 3708/014. Budapest, 17 marzo 1948 (per. il 20).

Ho riferito con telespresso n. 955/1891 sulle locali celebrazioni per il centenario del 48. In considerazione del mancato invito all'Italia particolarmente sintomatico nelle circostanze e in vista anche del fatto che non poche delle cerimonie in programma erano intese sia ad onorare le delegazioni ufficiali estere sia a presenziare a discorsi, deposizioni di corone ecc. da parte di delegazioni ufficiali e non ufficiali, ho creduto astenermi da ogni cerimonia cui ero stato invitato. Sono solo intervenuto al ricevimento serale offerto dal presidente della Camera per l'ovvio motivo che egli non può ritenersi corresponsabile dell'atteggiamento a doppio titolo discriminatorio nei nostri riguardi del Governo ungherese. Ho trovato consenziente in questa linea di condotta il mio collega francese la cui situazione si trovava sotto ogni aspetto identica alla mia.

Quanto alla delegazione italiana, la cui composizione ed intervento alla celebrazione ho appreso in precedenza solo dalla stampa locale, non ho bisogno di attirare l 'attenzione di codesto Ministero sui criteri che hanno presieduto alla scelta dei suoi membri. Segnalo comunque che essi mi hanno fatto -appena giunti qui -una visita di cortesia nella sede della Legazione.

' Per il seguito della questione vedi D. 504.

451 2 Nota verbale n. 5/4150, non pubblicata.

452 l Non pubblicato.

453

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 605/131. Mosca, 17 marzo 1948 (per. il 26).

l) In questa prima quindicina di marzo piuttosto agitata e drammatica, che ha visto andare a compimento la rivoluzione cecoslovacca, con l'ultimo tragico episodio della fine di Masaryk, e rinnovarsi una ondata di panico in Europa in previsione di una ulteriore espansione sovietica, gli avvenimenti che hanno più attirato l'attenzione da questa parte della cosiddetta cortina di ferro sono stati due:

-il blocco occidentale sviluppatosi nella conferenza di Londra sulla Germania, nella conferenza di Bruxelles e in quella imminente di Parigi per il piano Marshall; con la appendice delle due riunioni sindacali a Londra, pur esse relative al piano Marshall;

-le elezioni in Italia, le loro possibilità e il loro significato internazionale.

I due argomenti, naturalmente, sono connessi ed interferiscono in più punti, perché dali' esito delle elezioni in Italia potrebbe dipendere, nelle speranze sovietiche, un forte indebolimento, se non addirittura il pieno fallimento, del piano Marshall e del blocco occidentale.

Contro le conferenze di Londra c di Bruxelles e contro quella imminente di Parigi si è scagliata naturalmente, con ar~omenti che in gran parte sono noti o si possono supporre, la polemica sovietica. E quindi inutile ripeterli pedissequamente. Mi sembra utile invece attirare l'attenzione sui tre argomenti essenziali, di concreto valore politico, che maggiormente ritornano in questa polemica, perché essi consentono di gettare una qualche luce sui sostanziali punti di vista sovietici;

a) la conferenza di Londra sulla Germania è indissolubilmente legata alle altre riguardanti il blocco occidentale e il piano Marshall; la separazione di luogo e di tempo è puramente formale. La separazione della Germania occidentale e la sua inclusione nel blocco europeo formano parte ineliminabile del piano Marshall e del blocco antisovietico;

b) il blocco occidentale non ha senso senza una partecipazione o garanzia militare degli Stati Uniti; questa dovrebbe risolversi in una standardizzazione degli impianti militari e degli armamenti, e nella creazione di uno Stato Maggiore comune;

c) il blocco occidentale, convertendosi in una nuova Santa Alleanza, dovrebbe regolare, apertamente o implicitamente, il caso della infiltrazione politica o della aggressione dall'interno; si trasformerebbe cioè, secondo il punto di vista sovietico, in un accordo per la compressione o soppressione dei movimenti democratici di tinta filocomunista.

2) Il primo punto relativo alla Germania è stato espresso con la massima chiarezza in un documento ufficiale notevole quale la nota sovietica dell'8 marzo (mio telegramma n. 86)1 la quale mentre per una parte ripete argomenti arcinoti,

453 t Vedi D. 404.

per l 'altra trae il suo interesse proprio da questa riaffermazione del collegamento inscindibile fra Germania e blocco occidentale. In sostanza, l'Unione Sovietica sa perfettamente che una unione europea la quale non abbia a disposizione il potenziale industriale e domani anche il potenziale militare (sia pure alquanto ridotto) della Germania non potrà mai costituire una seria minaccia o un serio ostacolo per lei. Sa pure che, specialmente in questa ipotesi negativa, essa trarrebbe quasi unicamente il suo valore dalla sua funzione di piazza d'armi o di testa di ponte, come si ama tanto ripetere qui fino alla sazietà, degli Stati Uniti: nel quale caso, appunto, solo la standardizzazione degli armamenti e il comando militare unico le attribuirebbero un concreto significato.

Ma il primo punto rimane l'essenziale. Fin dal momento in cui durante la seconda guerra mondiale balenò la certezza dello schiacciamento della Germania, l'Europa ebbe coscienza che le veniva a mancare il più forte ostacolo ad una avanzata russa. Da allora tutta la lotta per la Germania è stata diretta da parte degli angloamericani a rifare di essa uno Stato occidentale, elemento della civiltà europea tradizionale; da parte dell'Unione Sovietica a neutralizzarla privando la della sua capacità militare, ed a democratizzarla orientandola politicamente verso Oriente.

Poiché in questo duello a tavolino nessuno aveva argomenti sufficientemente decisivi per prevalere, lo status quo della divisione della Germania era inevitabile: ma è contro di esso che l 'Unione Sovietica tempesta perché vede passare nel campo avverso la parte più ricca, dal potenziale industriale e militare più forte, della Germania. Che poi questa Germania venga ad assumere nel blocco europeo una funzione difensiva od offensiva, questo importa meno: naturalmente, la tesi sovietica è che essa riprenderà la funzione aggressiva della Germania hitleriana, ma sia questa tesi fondata o no, la sostanza delle cose non cambia.

Che cosa speri l'U.R.S.S. di trarre positivamente da questi attacchi puramente verbali --campagne giornalistiche e note diplomatiche, discorsi di parlamentari comunisti e azioni di fellow travellers un po' ovunque -è difficile dire: certo essa tende quantomcno a disorientare c a intimorire, intaccando il morale degli Stati più deboli ed incerti che potrebbero essere, a seconda dei momenti, gli Stati storici come la Francia e l 'Italia, tal uni certi dirigenti arabi come le correnti di opinione della Germania stessa.

Osservazioni analoghe si potrebbero fare circa le continue notizie sugli accordi strategici, di Stati Maggiori e di standardizzazione di armamenti; siano fatti, o semplicemente insinuazioni o sondaggi, esse hanno pur sempre lo scopo di paralizzare nella misura del possibile, denunciandoli di fronte alla opinione pubblica mondiale, simili accordi, che se conchiusi da parte sovietica sono qui considerati legittimi e difensivi, se intavolati da parte americana sono considerati immediatamente come aggressivi.

3) \1a anche più importante è il terzo punto, relativo alle trattative per un accordo di repressione della infiltrazione politica o della aggressione interna; su questo argomento ricama moltissimo la stampa sovietica in questo periodo, rievocando l'ombra della Santa Alleanza e dichiarando, naturalmente, che simili accordi, oltre ad essere antidemocratici, non potrebbero mai efficacemente arrestare la marcia in avanti delle forze popolari. Tutto ciò è notevole, perché si collega alla quotidiana attenzione che i sovietici continuano a dimostrare nei riguardi delle prossime elezioni italiane; sono i sovietici stessi che lo collegano, affermando che l'Italia dovrebbe essere il primo campo di applicazione deli'accordo, perché gli americani non intenderebbero tollerare l'instaurazione di un regime filocomunista in Italia, neppure se questo riuscisse regolarmente vittorioso alle elezioni.

Questa affermazione, ripetuta più volte sotto forma di notizie da varia fonte e sotto forma di commenti, è espressa il più efficacemente possibile con la riproduzione di un brano di un settimanale americano (Business week) il quale sarà stato certo sfruttato anche in Italia dalle sinistre, ma tuttavia merita di essere riportato, perché esprime quel che si pensa qui delle intenzioni americane, ed esprime pure quella che è l'opinione di una parte almeno degli angloamericani:

«L'Italia è territorio americano. Qui gli Stati Uniti hanno afferrato l 'iniziativa l'anno scorso quando De Gasperi mise fuori i comunisti dal governo, e qui gli Stati Uniti intendono conservare tale iniziativa. Marshall e Forrestal sono convinti che le nazioni occidentali non possono consentire all'Italia di entrare sulla via comunista. Essi sono stati costretti a guardare l'ingresso della Cecoslovacchia su tale via. Saranno costretti a guardare anche se questo accade in Finlandia, offrendo ai finlandesi soltanto qualche parola di incoraggiamento. Entrambi questi paesi sono fuori della portata degli Stati Uniti ed hanno l'Armata Rossa ai confini. Con l 'Italia il caso è differente. Non lontano dalle sue spiagge vi sono le forze navali degli Stati Uniti, e le basi navali statunitensi sono state costruite lungo la costa nord africana. Inoltre, la posta in Italia è maggiore. Se l'Italia sparisce, l'Occidente perderà indubbiamente la Grecia, la Turchia e il Medio Oriente. Cosa faranno allora gli Stati Uniti? Il loro primo scopo è di influenzare le elezioni italiane a mezzo di una pressione politica ed economica. E se questo non serve? In tal caso persino un intervento militare non è escluso da Washington in questo momento. Qui si accentra la minaccia di guerra».

Autorevole o no, avventato o eccessivo o no questo Business week, l'importante non è quel che esso dice, ma che qui lo si riporti in tutti i principali quotidiani, prendendolo molto sul serio.

4) Enunciati così i punti di maggiore evidenza della opinione ufficiosa sovietica di fronte agli avvenimenti di quèsti giorni, ritengo doveroso ripetere alcune considerazioni non nuove ma valide a mio avviso ancora oggi, malgrado l'aggravarsi della situazione.

Quella atmosfera pesante che segnalavo qualche tempo fa si è trasformata in questi ultimi mesi, dopo gli avvenimenti di Praga, in vero e proprio panico nell'Europa occidentale; se si dovesse considerare decisiva l'atmosfera regnante alla Camera dei Lords, quale appare dai resoconti parlamentari del Times, si dovrebbe dire che la guerra è alle porte, esattamente come lo era con Hitler nel 1939. Il discorso di de Gaulle non sembra molto più ottimista, ed oggi la radio annuncia una imminente dichiarazione di Truman, che dovrebbe costituire un altro allarme.

Di fronte a tutto questo mi pare doveroso ripetere, come frutto delle notizie e soprattutto delle impressioni di qui, che anche dopo il rivolgimento cecoslovacco, e di fronte alle trattative con la Finlandia, sarebbe erroneo non distinguere rigorosamente fra l'azione dell'Unione Sovietica dall'esterno e il suo appoggio ai movimenti filocomunisti interni degli altri paesi.

Per quanto possa profondamente ferire i sentimenti liberali l'assistere alla tecnica intimidatrice ed epurativa, tipicamente totalitaria, del Governo cecoslovacco, non bisogna dimenticare che vi è pur sempre una profonda differenza fra gli avvenimenti di Praga di ieri e quelli del 1938-1939: allora si trattava di invasione dall'esterno, oggi si tratta di una rivoluzione interna dall'alto, attuata grazie al possesso delle forze di polizia, dell'esercitò e di un indiscutibile appoggio di masse popolari.

Non vi è nessuna prova seria che divisioni sovietiche si siano concentrate alle frontiere cecoslovacche, e che Zorin sia venuto a portare un ultimatum sovietico, anziché a galvanizzare la decisione del suo compagno Gottwald; e se pure il peso della potenza sovietica ha influito nelle valutazioni degli attori principali cechi, questo dipende dal fatto che la Cecoslovacchia era stata da tempo abbandonata alla zona di influenza sovietica, e la sua perdita era data per scontata qui dagli stessi americani da lunghi mesi ormai. Quest'ultima riflessione vale in parte anche per la Finlandia.

Ciò deve essere rilevato unicamente dal punto di vista della valutazione della politica estera sovietica: nulla di positivo e nemmeno gli avvenimenti di Cecoslovacchia autorizzano a ritenere che i sovietici arrischieranno attualmente o nel prossimo avvenire una politica di espansione in Europa, fuori della loro zona di influenza, mediante pressione dall'esterno. Meno che mai questo può dirsi ariguardo dell'Italia, dove essi in sostanza si affidano alla sorte di elezioni controllate da un governo anticomunista.

Che essi tentino un colpo di mano in caso di sconfitta elettorale, come qualcuno suppone, questo è ancora da dimostrare, e non credo si risolverebbe a loro vantaggio.

5) Insomma, fino a questo momento l'estremo allarmismo non è giustificato da alcuna prova che i sovietici si decidano a rischiare penetrazioni dall'esterno oltre quella che gli americani considerano la loro fascia di sicurezza. Il giorno che essi facessero questo in Svezia (dove la paura, a quanto mi si riferisce, è grande),

o in Germania occidentale, o in Austria o in Italia, o infine in Grecia o nell'Iran, veramente si arriverebbe al limite di rottura e la loro azione assumerebbe le caratteristiche di una politica estera hitleriana. Fino ad oggi questo non si verifica, a quanto mi risulta.

Se vi è un punto, rispetto al quale l 'Unione Sovietica avrebbe veramente un interesse vitale ad agire, questo è la Germania. Se, come ho detto prima, la Germania occidentale rimane definitivamente acquisita al controllo occidentale e va ad integrare il blocco occidentale, le possibilità di una futura espansione sovietica troverebbero veramente la sola barriera seria. Ma questo fatto compiuto si va ormai da tempo creando e consolidando, e l'U.R.S.S. si limita a proteste, e a deboli tentativi di infiltrazione per linee interne.

D'altro lato, se vi è un periodo in cui l'Unione Sovietica potrebbe pensare di realizzare le massime acquisizioni, con la speranza di non provocare una guerra, è il periodo che precede le elezioni negli Stati Uniti. È questo forse il solo serio pericolo di conflitto: la illusione, che deviò Hitler, di poter ancora osare senza affrontare l'irreparabile. Qui veramente potrebbe sorgere un dubbio, che l'U.R.S.S. fosse tentata a profittarne, almeno nei punti più lontani, e di minore resistenza: ad esempio, l'Iran. Ma finora nemmeno a questo proposito vi è alcun serio indizio che essa voglia spingere le cose a fondo, salvo ben s'intende, le sempre possibili sorprese.

6) In sostanza, dunque, in primo piano rimarranno ancora per qualche tempo -secondo le mie fragili possibilità di previsione -i problemi di politica interna d eli 'Europa.

Sotto questo aspetto, sembra chiaro che mentre il piano Marshall, come piano economico di ricostruzione, è logico e proporzionato, il blocco occidentale, come alleanza di forze, potrebbe anche apparire prematuro. L'uno mira ad offrire ai governi democratici occidentali la possibilità di ridare una solida base economica ai loro regimi di libertà, l'altro è più una affermazione morale che una vera unione di forze, perché queste forze sono ancora da ristabilire. E come affermazione morale, come alto là alla espansione sovietica esterna, servirebbe a poco, se questa davvero vi fosse; come freno al comunismo, serve probabilmente a meno che nulla.

Ritorno al mio punto di vista, che in tutta questa ondata di pessimismo che invade periodicamente l'Europa e in questo momento è al suo culmine, non si può vedere chiaro se non distinguendo accuratamente fra il timore della potenza sovietica e la paura del comunismo. Assistiamo oggi al fenomeno inverso di quelIo che si verificò in Europa nel secolo scorso, fino alla guerra di Crimea. Allora si sopravalutò la potenza militare russa e se ne temette l'invasione, ma i governi conservatori d'Europa sapevano pure che la Russia era una garanzia contro i movimenti rivoluzionari: oggi in verità meno si teme la pur formidabile potenza militare sovietica, perché si ha molta fiducia nelle armi atomiche ed aeree americane, ma pur tuttavia si grida al pericolo perché in realtà si temono movimenti popolari, dei quali l'Unione Sovietica è non più lo spauracchio ma il sostegno morale e politico.

Il pericolo comunista si sormonta, solo con una efficace politica interna, economica, sociale, accompagnata da una concreta solidarietà economica internazionale. T blocchi di forze a poco servono, specialmente quando le forze non ci sono ancora.

L'atteggiamento italiano di fronte alla iniziativa di Bevin, espresso a suo tempo nella risposta della E.V.2, mi pareva conforme a questa linea di pensiero, e perciò pienamente saggio: prima fare funzionare le intese economiche, poi pensare ai passi ulteriori. Io non ho elementi sufficienti per stabilire se successivamente la situazione sia mutata.

Qui ho inteso dire (daii'ambasciatore Smith) che l'entrata deii'ltalia nel blocco occidentale sarebbe ritardata unicamente perché si dubita sul!'effetto che potrebbe avere sulla nostra campagna elettorale. Non so quale credito dare a questa informazione: certo, secondo quanto si dice a Mosca, a Londra e a Bruxelles si sarebbe anche molto parlato di garanzia per gli imperi coloniali; e mi pare perciò che se davvero noi vogliamo il trusteeship sulle nostre ex colonie, prima condizione nostra per l'adesione a un blocco dovrebbe almeno essere quella di una eguale garanzia per la concessione di questo trusteeship.

Ad ogni modo, ciò sta al di fuori del campo visivo di questo osservatorio dal quale mi limito a rilevare, non ritenendo di peccare per eccessivo ottimismo, che gli ultimi avvenimenti non autorizzano a presumere intenzioni espansive ed aggressive dell'Unione Sovietica, la cui linea politica appare, nelle mie valutazioni, immutata.

453 2 Ed. in «Relazioni internazionali», a. XII (1948), n. 5, p. 72.

454

IL MINISTRO A VIENNA, COSMELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 2855/314. Vienna, 17 marzo 1948 (per. il 2 5) l.

Mi riferisco da ultimo al rapporto 2520/282 del 9 corrente2 nonché a quanto riferito con altro rapporto in data odiema3.

Confermo che gli uffici consolari dipendenti hanno avuto dettagliate istruzioni nel senso desiderato dalla prefettura di Bolzano. Le domande verranno pertanto accolte con la documentazione che ciascun interessato crederà di presentare. La ricevuta che ne sarà rilasciata è redatta in termini generici e tali da non lasciare alcun dubbio sul semplice valore probatorio della presentazione stessa senza istituire la decorrenza di termine ai sensi dell'art. 7 della legge 2 febbraio.

Mentre subito dopo la pubblicazione della legge vi è stato un notevole afflusso di persone che chiedevano informazioni e soprattutto volevano immediatamente presentare la domanda di revoca, attualmente si nota in proposito una stasi quasi completa. Evidentemente gli interessati si sono resi conto che non c'è motivo di precipitare le decisioni, in quanto che vi sono dei ragionevoli termini per l'esercizio dei loro diritti, ma soprattutto è da rilevare che deve essere intervenuta una fase di maggiore riflessione, per rendersi conto se in definitiva sia il caso o meno di riacquistare la cittadinanza italiana, soprattutto in vista delle conseguenze pratiche che questa comporta: un tempo quindi di ponderazione e riflessione.

In questo senso devono avere agito gli stessi elementi direttivi delle organizzazioni degli optanti.

Fino a qui la situazione si presenta ragionevolmente normale.

Viceversa, non nascondo che tale rallentamento di domande, ove dovesse prolungarsi di molto, potrebbe anche essere l'indice dello svilupparsi di un'altra tendenza, di conseguenza, dal punto di vista amministrativo, abbastanza rilevante per noi e che desidero pertanto subito segnalare perché le nostre autorità non siano prese alla sprovvista. Aggiungo che non è una semplice mia supposizione, ma si basa su informazioni e impressioni qui raccolte.

del 17.

2 Non pubblicato.

' Vedi D. 455.

Si tratta cioè della osservanza alla lettera d eli' art. 4 della legge 2 febbraio, dove si dice che le dichiarazioni di revoca «devono essere presentate alla prefettura di Bolzano, che ne rilascia ricevuta».

La presentazione ad un rappresentante diplomatico o consolare italiano è facoltativa per i residenti all'estero.

In altri termini la legge non fa obbligo per i residenti ali' estero di presentare le domande all'estero stesso: è semplicemente facoltativo valendo invece per tutti la norma del capoverso 1., che ha un carattere generale e che prevede la presentazione a Bolzano.

Anzi a questo proposito riferisco che mi è stato richiesto da varie parti quale sia il significato e la portata d eli'espressione «se I 'interessato risiede ali' estero o comunque in territori extra europei, di cui al capoverso 2 dell'art. 4».

Ove si diffondesse tale pratica cioè la presentazione diretta alla prefettura di Bolzano, automaticamente i termini di cui all'art. 7 comincerebbero a decorrere dalla data di presentazione, e quindi ci sarebbe esattamente quella situazione che la prefettura di Bolzano vorrebbe c a ragione evitare, tenendo appunto presente che le informazioni dovrebbero essere richieste in tal caso successivamente alla presentazione della domanda di revoca.

Sono chiare le conseguenze che ne deriverebbero per Io svolgimento del lavoro che incombe alla prefettura di Bolzano ed anche gli uffici consolari, particolarmente in Austria e in Germania, ne risentirebbero nello svolgimento del loro · lavoro.

Anche per tutte queste ragioni, in una mia conversazione con il ministro Kripp, ho accentuato le facilitazioni che la nostra organizzazione consolare si appresta a offrire per l'accoglimento delle domande in Austria stessa, tanto dal punto di vista della accessibilità territoriale quanto da quello del compimento delle formalità di presentazione.

Ad ogni modo è bene che si tenga costì presente anche la eventualità che è stata sopra prospettata in modo che le nostre autorità provinciali siano in grado di farci al caso fronte.

Da parte mia e degli uffici consolari dipendenti si cercherà comunque di scoraggiare la presentazione diretta a Bolzano4.

454 l Il telespresso è datato 18, ma dal riferimento c dal numero di protocollo si deduce che è

455

IL MINISTRO A VIENNA, COSMELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 2885/333. Vienna, 17 marzo 1948 (per. il 25).

È oggi venuto da me il noto mm1stro Kripp di questo Ministero degli affari esteri accompagnato (e mi aveva chiesto preventivamente per telefono licenza di

farlo) dal consigliere aulico Erich Kneussl il quale risiede a Innsbruck ed ha l'incarico ufficiale, da parte del Ministero degli esteri, di occuparsi delle questioni dell'Alto Adige e in particolare degli optanti: ciò che del resto era già da tempo noto.

Il ministro Kripp mi ha chiesto se vi era qualche risposta alla questione del rilascio di un passaporto provvisorio da parte delle autorità austriache agli optanti residenti in Austria e di cui altra volta ero stato intrattenuto e su cui il ministro Schwarzenberg aveva recentemente riferito che fino al 16 febbraio nessuna decisione era stata presa costì. Avendo io esposto che avevo bensì a suo tempo riferito, ma non avevo finora istruzioni in proposito, egli mi ha pregato, a nome del Governo austriaco, che mi rendessi interprete costì del grave disagio in cui gli interessati venivano a trovarsi, soprattutto ora che la legge delle opzioni andava progressivamente in pieno vigore. Era una necessità vivamente sentita da tutti coloro che si apprestavano a prendere questa grave decisione, il poter riprendere un sia pur fugace, personale contatto con la patria di origine, appunto per valutare meglio le possibilità materiali e il significato morale dell'atto che si apprestavano a compiere. (Riferimento mio rapporto n. l 060/81 del 22 gennaio 1948) l.

Gli ho ripetuto che pur non potendomi non rendere conto di quanto il Governo austriaco ufficialmente prospettava, ero tuttavia dolente di non essere in grado di dare una assicurazione in proposito. Egli ha ripetuto quindi la nota proposta austriaca e, contrariamente a quanto precedentemente in altra occasione, ufficialmente il Governo austriaco nella nota verbale che ci diresse e verbalmente il ministro Kripp stesso, egli mi ha oggi affermato in modo definitivo che, a parere del Governo austriaco, la emissione di un passaporto da parte delle autorità austriache, con la avvertenza esplicita che si trattava di un alto-atesino, non avrebbe potuto essere interpretato come una concessione, a nessun effetto, della cittadinanza austriaca, e ciò soprattutto nei riguardi dell'applicabilità dell'articolo 18. Anche su questo punto mi sono limitato a ripetere che non avevo istruzioni: che mi rendevo però conto che l'entrata in vigore della legge sulle opzioni aveva portato un elemento nuovo nella situazione, di cui certamente non si sarebbe mancato di tenere il dovuto conto e aggiungevo che, giusta informazioni datemi dai titolari degli uffici consolari in Austria, mi risultava tuttavia che questi uffici avevano preso in benevola considerazione numerosi casi di optanti che per gravi ragioni di fami-t glia avevano chiesto di recarsi in Alto Adige, pur essendo sprovvisti di un passaporto italiano, e ciò tanto con dei passaporti provvisori austriaci o con le note tessere di frontiera di cui all'accordo Innocenti-Voizard. Dicevo questo per sottolineare che l'atteggiamento delle autorità italiane non era rigido, ma aveva in molti casi tenuto conto delle particolari condizioni dei richiedenti.

Il consigliere aulico sig. Erich Kneussl pur confermando le mie affermazioni, rilevava che si trattava comunque di un trattamento di favore, eccezionale per eccezionali motivi e che la massa inqualificata degli optanti, che non aveva possibilità di far valere motivi eccezionali del genere, non aveva un legittimo mezzo per poter passare la frontiera.

Mi veniva ad ogni modo rinnovata la più pressante preghiera perché volessi richiamare la benevola attenzione delle autorità centrali su questo problema che mostra di stare particolarmente a cuore a queste autorità.

Il ministro Kripp proseguiva poi che, per completare il quadro, vi era da accennare ai numerosi interessi materiali che si connettevano strettamente con il problema del trasferimento delle persone, in seguito alla revoca dell'opzione, e sui quali occorreva portare l'attenzione dei due Governi. Gli constava che dei rappresentanti degli optanti mi avevano alcuni giorni addietro intrattenuto almeno su una parte di tale problema.

Come ho riferito con il mio rapporto n. 2515/281 del 9 corrente2 una delegazione di optanti è venuta infatti da me e mi ha prospettato vari problemi. Mi riferisco a tale rapporto.

Il ministro Kripp ha aggiunto che, oltre il problema dei depositi, vi erano varie altre questioni di carattere amministrativo e politico. Ha citato per esempio la situazione degli optanti che hanno assunto un impiego di carattere pubblico, e ciò nei confronti soprattutto dei diritti acquisiti alla pensione; vi è poi la situazione degli ex-funzionari ormai pensionati. Ho accennato al problema delle assicurazioni sociali già maturate. Gli ho risposto che in un certo senso avevo segnalato già queste questioni a Roma ma che evidentemente si trattava di questioni tecniche su cui non potevo portare nessun apprezzamento; potevo tuttavia chiedere a lui stesso se gli risultava che ne fosse stata mai fatta menzione nelle varie conversazioni che avevano avuto luogo a Vienna e a Roma in materia di opzioni. Egli mi ha detto che riteneva di no. Ho soggiunto da parte mia che per risolvere tale questione, occorreva a mio giudizio tener anche conto di ciò che in proposito fosse effettivamente successo al momento della esecuzione de li'accordo Hitler-Mussolini, nonché delle norme con cui allora si erano eventualmente regolati tali problemi.

Il ministro Kripp mi ha risposto tra l'altro che il Governo austriaco preferiva in genere ignorare l'accordo Hitler-Mussolini, al che ho fatto rilevare che la evocazione del medesimo era fatta non in sede politica ma in sede strettamente amministrativa e finanziaria e che poiché si trattava di esaminare il fondamento o meno di oneri finanziari, anche forse cospicui non era possibile non vedere se e con quali ragioni e in quale misura ne fosse giustificata la origine. Il ministro Kripp ha convenuto che non era possibile prescindere dalla considerazione della situazione di partenza.

Il ministro Kripp e il consigliere aulico Kneussl hanno quindi richiesto se era stato oggetto di esame da parte mia e da parte del Ministero di Roma il problema pratico del come a suo tempo eseguire il trasferimento in Italia di coloro che avranno definitivamente riacquistato la cittadinanza italiana, come pure la spedizione e il trasferimento dei beni mobili di pertinenza personale e familiare.

Ho risposto che il problema non aveva formato oggetto di studio da parte mia, né mi risultava che per ora si fosse concretizzato neppure a Roma qualche preciso pensiero in proposito. Non vedevo d'altra parte difficoltà gravi e poiché la stessa procedura prevista per la legge sulle opzioni dà alle amministrazioni com

petenti delle due parti un notevole respiro, la cosa, pur essendo meritevole fin d'ora di studio, non presentava carattere di assoluta urgenza. Ad ogni modo ho assicurato che avrei segnalato e interpellato Roma.

Il consigliere aulico Kneussl ha infine prospettato come la presentaziÒne delle domande sarebbe a nostro avviso avvenuta, accennando che da parte austriaca si era pensato che le operazioni relative si sarebbero compiute solamente presso il nostro ufficio di collegamento in lnnsbruck. Gli ho subito risposto che ciò non era esatto e non ne vedevo d'altra parte le ragioni; che anzi, nell'intento specifico di facilitare gli interessati ed in uno spirito assolutamente liberale per la esecuzione dell'accordo, avevo già dato istruzioni a tutti gli uffici consolari austriaci di attrezzarsi opportunamente per l 'accoglimento delle domande e che, anzi, per allargare sempre più le basi di raccolta e avvicinarsi così sempre più agli interessati, oltre lnnsbruck, Salisburgo, Klagenfurt e Vienna, avrebbero potuto accogliere le domande anche gli uffici non autonomi di Graz e Linz, naturalmente ultimi non in nome proprio ma per conto e in rappresentanza rispettivamente di Klagenfurt e Salisburgo.

Da parte dei due rappresentanti austriaci tale comunicazione è stata accolta con una certa soddisfazione, ma in questo modo resta definitivamente smontato il progetto attribuito non senza fondamento alle autorità austriache di creare a Innsbruck un ufficio di accentramento e direzione per la presentazione delle domande.

A questo proposito mi permetto prospettare l'opportunità che vengano impartite istruzioni parallele ai nostri uffici di corrispondenza in Germania dove sarebbe egualmente opportuno che gli optanti agissero in proprio e direttamente presso i nostri uffici di rappresentanza, senza passare attraverso uffici di raccolta austriaci.

Ricordo a questo proposito che tempo addietro le autorità militari americane in Germania declinarono di interferire in proposito, come ne avevano fatta richiesta le autorità austriache. E come ebbi occasione di riferire con mio telegramma

n. 14 del 23 gennaio u.s.3, le autorità americane in Vienna convennero con me che tutto considerato non fosse opportuno facilitare con particolare agevolazione, oltre il quadro preciso degli impegni assunti, il riafflusso degli optanti in Alto Adige.

Anche allo scopo di scoraggiare la tendenza che sembrava affiorare nel seguito della conversazione dei due rappresentanti nel senso che la presentazione delle domande potesse essere largamente esercitata a mezzo di mandatari, ho accentuatamente messo in evidenza che le istruzioni date agli uffici consolari in materia di presentazione delle domande erano nel senso che la legalizzazione prendesse carattere di correntezza, in quanto fosse accompagnata dalla presentazione personale del richiedente e consistesse in tal caso più che di una vera e propria formale legalizzazione nell'accertamento dell'identità, con documenti idonei, della persona del firmatario. E tutto questo sempre a titolo prettamente gratuito. A richiesta ho poi anche aggiunto che le domande sarebbero state convogliate alla

prefettura di Bolzano e che ciò avrebbe tuttavia comportato una certa perdita di tempo, dato che per maggior sicurezza le domande avrebbero dovuto essere inoltrate per corriere e i servizi di corriere erano saltuari.

Ho naturalmente taciuto la questione delle informazioni da raccogliere a corredo della domanda, come pure la questione della ricevuta che rilasceranno i consolati, e soprattutto del valore da dare a questa, agli effetti dell'art. 4 della legge.

Tutti questi punti sono stati già oggetto di precedenti mie segnalazioni e pertanto mi astengo dal ripetermi in proposito.

Non sfuggirà certamente a codesto ministero l'importanza a molteplici effetti, di alcuni dei problemi che hanno formato oggetto della conversazione odierna con il ministro Kripp, e mi permetto quindi di richiamare l'attenzione alla necessità che le questioni vengano fin d'ora sottoposte ad un accurato esame di delibazione da parte degli organi tecnici competenti. Tanto più che gli studi in proposito da parte austriaca sono già in fase avanzata e mi sono state preannunciate delle prossime comunicazioni ufficiali in proposito, tramite codesta legazione d'Austria.

A parte il carattere tecnico di alcune delle questioni sopra accennate, ritengo dover sottolineare un aspetto di politica generale che non va disgiunto dalle stesse nel quadro della esecuzione dell'accordo sulle opzioni.

Anche in base a varie segnalazioni giuntemi e ad impressioni qui raccolte, è evidente che molti e forse la maggioranza di coloro a cui la legge del 2 febbraio

u.s. dà la possibilità di riacquistare la cittadinanza italiana, pur essendo naturalmente e sentimentalmente portati a valersi della medesima, non sono tuttavia inconsci della gravità e della conseguenza della decisione che sono chiamati a prendere. Bene o male, non pochi di questi optanti si sono trasferiti in Austria da circa sette anni e bene o male vi hanno trovato una qualche sistemazione. Si tratta ora di abbandonare il noto per l'ignoto ed è evidente che le questioni patrimoniali che sono state accennate dal ministro Kripp e di cui mi hanno pure intrattenuto con preoccupazione i rappresentanti degli optanti, come pure la possibilità di andare attualmente, sia pure in breve gita, in Alto Adige per rendersi di persona conto della situazione locale e delle possibilità che offre la nuova sistemazione, sono fattori che inevitabilmente peseranno seriamente in senso positivo o negativo, a seconda delle varie soluzioni che si prospetteranno, nella decisione che gli interessati dovranno finire per prendere nei riguardi della revoca o meno dell' opzione a suo tempo esercitata.

Vi è d'altra parte un evidente nostro interesse politico a seconda di decisioni prevalenti in un senso o nell'altro, pur tenendo conto che la nostra libertà di azione e influenza in proposito è tuttavia soggetta ad un limite preciso, cioè il rischio che si possano sollevare delle reazioni e delle recriminazioni sul modo di esecuzione che si darà agli impegni assunti a Parigi, concretatisi nella legge del 2 febbraio e negli accordi verbalizzati nei noti documenti firmati a Roma il 22 novembre u.s.4 entro questi estremi, il nostro atteggiamento specifico, il nostro guadagnare tempo,

l'essere più o meno liberali potranno essere circostanze di una certa rilevanza per influenzare in direzioni diverse, anzi opposte, le decisioni degli interessati.

Mi limito per ora a segnalare tutti questi elementi per contribuire a completare il quadro complessivo della situazione, su cui dovrà portarsi il giudizio e la decisione di codesto Ministeros.

454 4 Per la risposta vedi D. 531.

455 l Non pubblicato.

455 2 Non rinvenuto.

455 3 Vedi D. 166.

455 4 Vedi serie decima, vol. VI, D. 762.

456

L'AMBASCIATORE A BRUXELLES, DIANA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3652/68-69. Bruxelles, 18 marzo 1948, ore 20,15 (per. ore 7,30 del 19).

Firma del patto a Bruxelles si è svolta con solennità ed accompagnata da dichiarazioni dei cinque ministri degli affari esteri circa volontà concretare rapidamente misure per attuare concetti enunciati patto stesso.

Come appare da lettura testo, trattato vuole essere una specie di «Magna Carta» che fissa principii etici ai quali contraenti si ispirano e che sono premessa indispensabile perché altri paesi siano ammessi a far parte unione occidentale. Esso inoltre afferma, nel quadro carta Nazioni Unite, principio solidarietà regionale, tanto nel campo politico che in quello economico, sociale e culturale nonché contiene promessa assistenza in caso di aggressione armata.

Tre considerazioni sembrano imporsi: l) Estrema larghezza nelle formulazioni generali e nei consideranda, mediante la quale si evita precisare tanto lati attivi collaborazione quanto lati negativi delle limitazioni di autodecisione che Stati partecipanti ad alleanza vengono necessariamente a subire; 2) probabilità che tali precisazioni indispensabili per dare al patto contenuto pratico, il quale diversamente verrebbe a mancare, siano formulate (a meno che già non lo siano state in sede di previo negoziato) dal Consiglio Consultivo; 3) riferimenti a patti anche economici già esistenti i quali coprono legami economici col Commonwealth e forse anche quelli che Francia accingesi ... 1 ripresa dei rapporti con Italia. Mi è stato riferito che Consiglio Consultivo, di cui all'articolo 7, inizierà entro prossima settimana suoi lavori, ciò anche per dare impressione di voler passare dalle parole ai fatti. Per la cronaca aggiungo infine che al ricevimento di ieri sera in onore dei ministri affari esteri era stato invitato tutto il Corpo diplomatico ma sia russi che rappresentanti altri paesi blocco sovietico non sono intervenuti.

456 l Parola mancante.

455 5 Per la risposta vedi D. 531.

457

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. S.N.D. 3356/181. Roma, 18 marzo 1948, ore 21,40.

Sua lettera del 141.

Né Dunn né Bevin né nessuno mi hanno ancora fatto menomo accenno nostra partecipazione Unione occidentale. Impossibile quindi parlare di un nostro agnostico atteggiamento. Quanto ho udito anche Parigi circa Trieste ed altri problemi minori manca per fortuna di qualsiasi sensazione di freddezza che mancherebbe di ogni scusa o pretesto. Ciò per sua sicurezza nel suo lavoro.

458

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3650/279. Parigi, 18 marzo 1948, ore 22,15 (per. ore 7,30 del 19).

A firma Campilli: «Comitato cooperazione ha discusso e concretato unanimità seguenti direttive cui dovrà ispirarsi gruppo di lavoro istituito da Conferenza: l) Scopi organizzazione sono carattere economico.

2) Suo obiettivo è di promuovere e facilitare realizzazione cooperazione, con scopo immediato assicurare realizzazione programma ripresa economica europea, così che paesi partecipanti si rendano al più presto possibile indipendenti da assistenza economica straordinaria dali' estero.

3) Organizzazione comprenderà Assemblea rappresentanti tutti paesi partecipanti, che sostituirà organo dal quale emanerà ogni decisione.

4) Assemblea sostituirà organi per esecuzione sue decisioni comprese Comitato esecutivo e segretario generale, il quale si atterrà direttive generali Assemblea.

5) Decisioni saranno prese in comune accordo.

6) Organizzazione è aperta tutti paesi che aderiscono programma comune ripresa fondato su sforzi individuali e mutua cooperazione, a condizione che Assemblea ne accetti candidatura.

7) Accordo multilaterale verrà formulato conformemente dichiarazioni ed impegni contenuti rapporto Parigi ed altri documenti appropriati.

457 I Vedi D. 436.

Delegazione italiana conformemente condotta precedente svolto azione per assicurare organizzazione funzione abile ed aperta che realizzi effettiva solidarietà ed agevoli soluzione problemi che particolarmente interessino. Tale azione delegazione si propone di continuare in fase Comitato lavoro.

459

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA,

AL MINISTRO A PRETORIA, JANNELLI

T. 3357/2. Roma, 18 marzo 1948, ore 22,30.

In occasione discorso che ho pronunziato a Parigi il 15' citai l'autorità del maresciallo Smuts in favore di un grande piano di lavori pubblici in Africa equatoriale di cui Bevin può farsi promotore. VS. voglia dire a Smuts che ogni suo apprezzamento in proposito mi sarebbe prezioso. Sono dolente che la distanza renda tanto difficile un colloquio. Sarei lieto si constatasse che nostri interessi di occupare mano d'opera italiana e tecnici in Africa coincidono con interessi Sud Africa. Provvedo inviare per aereo testo mio discorso2.

460

L'AMBASCIATORE A VARSAVIA, DONINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3657/28. Varsavia, 18 marzo 1948, ore 22,30 (per. ore 11 del 19).

Mio telespresso 182 del 25 febbraio scorso 1• Ho visto oggi ministro degli affari esteri il quale mi ha comunicato il punto di vista ufficiale del Governo polacco circa colonie italiane.

Polonia dà sua piena approvazione richieste italiane circa amministrazione fiduciaria ritenendo la più rispondente all'interesse popolazioni indigene. Ammette eventuali lievi rettifiche confine che non pregiudichino sostanzialmente integrità attuale territori nonché diritto sbocco al mare per Etiopia.

Tale tesi sarà sostenuta da Polonia davanti Consiglio supplenti quando verrà invitata esporre sua opinione.

Con telegramma per corriere aereo2 ho trasmesso testo comunicato che verrà pubblicato 25 marzo sulla stampa polacca. Ministro degli affari esteri mi ha manifestato desiderio che comunicato sia pubblicato integralmente lo stesso giorno sulla stampa italiana.

2 Per la risposta vedi D. 476.

2 T. per corriere 3936/04 in pari data, non pubblicato.

459 l Il testo è in «Relazioni internazionali», a. XII (1948), n. 13-14, pp. 289-290.

460 l Vedi D. 330.

461

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 3679/181. Londra, 19 marzo 1948, ore 10,45 (per. ore 3 del 20).

Poiché VE. si è compiaciuta manifestarmi a Parigi sua approvazione linea di condotta indicata nel mio telegramma 1721, ho ripreso non appena tornato Londra azione per ottenere che soluzione caso Mogadiscio sia concordata in modo per noi soddisfacente tenendo conto seguenti necessità, importanti in se stesse per buon andamento rapporti italo-britannici e ancor più inderogabili nell'attuale periodo pre-elettorale:

-dimostrare pubblicamente che Governo italiano è in grado tutelare interessi collettività italiane in Africa; -evitare risorgere polemiche giornalistiche che potrebbero essere sfruttate da terzi a loro fini di propaganda; -vedere che Governo britannico agisca con comprensione e giustizia;

-nella sostanza, raggiungere distensione in Somalia con effettivo miglioramento situazione italiani e mantenere nei confronti Governo inglese atteggiamento fermezza e dignità non risparmiando quelle critiche alle quali ci danno diritto le risultanze degli accertamenti compiuti dai nostri inviati in Somalia.

Dopo riunione di ieri al Foreign Office con Zanotti, Charles, generale Anderson del War Office e Scott Fox, e dopo lungo colloquio stamane con primo ministro Attlee in cui Zanotti ha francamente esposto reale situazione Somalia e circostanza fatti Mogadiscio, si delinea possibile ottenere:

-sostituzione almeno capo B.M.A. Somalia, capo e vice capo Polizia;

-accettazione principio congrui indennizzi da parte britannica;

-rappresentanza Governo italiano sotto forma Liaison Official presso B.M.A.

evitando qualifiche consolari ma con diritti e privilegi quali accordansi ai consoli. Come ho segnalato con mio 1782, ambasciatore Cora non è considerato qui persona più adatta. Si preferirebbe funzionario non coloniale, non legato a interessi locali e di grado meno elevato.

In quanto alla forma da dare all'annuncio di eventuale intesa su predette basi, devo premettere aver rilevato nella riunione di ieri come specie da parte War Office si fosse desiderosi render pubblico rapporto Corte Inchiesta contenente a quanto pare severe critiche a elementi B.M.A. ma anche condanna nostra asserita opera propagandistica in Somalia e altre considerazioni per noi negative alle quali potremmo bensì rispondere con contemporanea pubblicazione rapporti di fonte italiana, ma che rischierebbero comunque riaprire polemica senza alcun

461 I Vedi D. 422. 2 Del 18 marzo, non pubblicato.

vantaggio. Pubblicazione ogni rapporto potrebbe divenire superflua se stampa italiana si manterrà serena e se si potranno evitare interpellanze alla Camera dei Comuni. Si tratterebbe poi di concordare con Foreign Office testo comunicati da diramare qui e a Roma per dare notizia dei provvedimenti adottati per chiudere incidente Mogadiscio.

Comunicato Governo britannico dovrebbe essere approvato dai ministri interessati prima della sua diramazione. Mi riservo telegrafare maggiori dettagli dopo prima discussione in proposito con Foreigh Office.

In attesa che comunicato si possa concretare, tutto quanto precede dovrebbe rimanere assolutamente confidenziale come pure quanto si riferisce al viaggio Zanotti Bianco tanto più che V.E. ha scritto a Bevin trattarsi di cosa segreta.

462

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3662/98. Mosca, 19 marzo 1948, ore 14,30 (per. ore 15).

Stampa sovietica pubblica oggi testo trattato di amicizia collaborazione assistenza bulgaro-sovietico firmato ieri presente Stalin ed accompagnato da abituali ricevimenti e cerimonie. Il trattato è letteralmente uguale a trattato con Romania ossia non contiene variazioni introdotte articolo due del trattato Ungheria.

La garanzia riguarda cioè il caso di aggressione della Germania o di altro Stato direttamente o indirettamente unito alla Germania in politica aggressiva, ma non contempla caso conflitto con altri Stati ed aggressori nella seconda guerra mondiale che rimane ipotesi particolare trattato con Ungheria.

463

IL CONSOLE GENERALE A GERUSALEMME, SILIMBANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3671/28. Gerusalemme, 19 marzo 1948, ore 15 (per. ore 21).

Nuovo trattato anglo-transgiordano firmato 15 corrente Amman consacra stretta alleanza difensiva; consente Gran Bretagna possibilità mantenere forze aeree e terrestri nel Paese dietro invito Transgiordania e non come diritto sanzionato accordo precedente; stabilisce norme comuni armamento addestramento rispettivi eserciti; prevede a favore Gran Bretagna facilitazioni servizi diversi ricompensati mediamente sovvenzione annua due milioni di sterline.

Innovazioni degne di rilievo:

l) creazione Consiglio difesa comune composto numero uguale rappresentanti due paesi;

2) decisione che disposizioni trattato non dovranno mai contrastare con diritti e obblighi Transgiordania derivanti da sua futura partecipazione O.N.U. oppure altri accordi internazionali compresi impegni verso Lega araba. Nuovo trattato in sostanza conferma precedenti accordi anno 1946: pone parti contraenti su piano teorico parità; conferisce Transgiordania migliore aspetto sovranità indipendenza; ne facilita così ammissione contrastata O.N.U.; consolida infine posizione Gran Bretagna in questo importante settore Vicino Oriente.

464

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. URGENTE 3677/232. Washington, 19 marzo 1948, ore 15,31 (per. ore 2 del 20). Seguito telegramma 2301.

Segretario di Stato in discorso pronunziato oggi Università California ha parlato situazione mondiale e sviluppi azione U.R.S.S. e comunismo internazionale specie in relazione aperta opposizione e propaganda sovietica in Europa contro E.R.P,. esprimendo certezze che mentre dittature possono conseguire vantaggi iniziali, democrazie finiscono per ottenere vittoria definitiva.

Pur dichiarando concordare che rafforzamento economico «nazioni libere» non è sufficiente a garantire loro sicurezza stante attuale situazione generale, ha invocato nuovamente immediata approvazione E.R.P. da parte Congresso, tempo essendo fattore essenziale, particolarmente per l'Italia.

Circa nostra situazione ha detto testualmente: «In connessione con campagna elettorale in Italia, capi quel partito comunista hanno dato proprie interpretazioni politica Stati Uniti secondo esito elezioni stesse. Costoro hanno pubblicamente affermato che se loro partito comunista sarà vittorioso, assistenza americana Italia continuerà invariata.

lo devo fare il seguente commento per quanto concerne tale interpretazione della politica degli Stati Uniti: E.R.P. è stato creato in base associazione volontaria sedici nazioni che si sono riunite per propria libera volontà ed hanno formulato programma mutuo aiuto per risanamento economico. Non vi è stata alcuna coercizione o pressione. Stati Uniti hanno assicurato loro assistenza a queste nazioni cooperanti tra loro per grande compito.

Per contro record del! 'altra parte è inequivocabile. Ogni stato europeo che è sotto influenza dei comunisti è stato impedito partecipare E.R.P. Alcuni essi sono stati privati diritto partecipare, chiaramente contro loro stesso desiderio.

Poiché associazione è interamente volontaria, popoli ogni nazione hanno diritto cambiare opinione ed, in effetto, ritirarsi. Se esse scegliessero votare per portare al potere Governo nel quale forza politica dominante sarebbe partito cui ostilità a questo programma è stata frequentemente pubblicamente enfaticamente proclamata, ciò potrebbe essere solo considerato come prova desiderio tale paese dissociarsi da programma. Questo Governo dovrebbe concluderne che Italia si sarebbe da sé estraniata dai benefici E.R.P.».

Nel concludere discorso Marshall, pur affermandosi sinceramente ansioso trovare salde basi per un accordo che ponga fine una volta e per sempre attuale pericolosa situazione e riprendendo frase Truman circa porta largamente aperta a qualsiasi mossa conciliatoria generale, ha ribadito che «sino tempo maturo per effettiva sistemazione, politica americana deve scoraggiare ed opporsi ulteriori attentati a diritto e vita popoli liberi».

464 l Del 18 marzo, con il quale Tarchiani riassumeva una dichiarazione di Wallace contro l'operato d eli' ambasciatore statunitense a Praga.

465

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA (I)

L. PERSONALE2. Washington, 19 marzo 1948.

Ho ricevuto il suo telegramma 181 di ieri in risposta alla mia lettera del 14 marzo3. Poiché il corriere sta per partire non posso che scriverle brevemente a quel proposito.

Le informazioni che io le ho mandato con la suddetta lettera non erano che la fotografica riproduzione di una nuova crisi di nervi qui, su telegrammi da Roma che delineavano la nostra posizione come insufficientemente decisa, sia per le obiettive ragioni costituite dalle elezioni prossime, sia per la ritornante convinzione, assai difficile a sradicare, che il nostro atteggiamento governativo è debole coi comunisti di dentro e di fuori.

Il colmo della crisi fu dal giorno 12 al 14 e, naturalmente, non conosco tutti i particolari delle cause che la determinarono. Quanto so è che ci fu un colpo di arresto in varie iniziate azioni amichevoli in nostro favore.

lo e Di Stefano -ciascuno nella sua cerchia -cercammo subito di placare ed anche di controattaccare, facendo presente che nostre eventuali indecisioni, o reticenze, derivavano principalmente da incertezze e inconsistenze loro. Ma credetti opportuno informarla, specie per facilitare una sua eventuale contro-azione a Parigi.

Per la firma d eli' atto di cessione delle ventinove navi, vidi Marshall e mi parve molto più calmo e comprensivo dei suoi sottoposti. Ma anche molto

2 Sforza ha annotato: «Mostrata a De Gasperi 25 marzo».

3 Vedi DD. 457 c 436.

preoccupato della posizione italiana, ora e a seguito delle elezioni (per le quali era tuttavia alla fase pessimistica, che rischiarai opportunamente, sì che ne parve rassicurato).

Col presidente -in un tumulto di giornalisti e di fotografie -non potei scambiare che poche parole, ma anche quelle furono di decisione e di speranza.

In questi ultimissimi giorni giunsero qui migliori notizie o più equanimi interpretazioni di nostri atteggiamenti, e corrispondenti a quanto noi già avevamo spiegato. Sì che la tempesta si è placata e spero sia l 'ultima di questo tormentoso periodo.

Per la questione dell'«agnosticismo» rispetto all'Unione occidentale che ho già riferito nella mia del 14 in seguito a conoscenza parziale di un lungo telegramma di istruzioni inviate a Dunn affinché effettuasse sondaggi circa l'atteggiamento del Governo. Giunsero qui da Roma telegrammi che furono interpretati come scoraggianti. Da queste informazioni, ripeto, di fonte sicura, trassi l'impressione che Dunn avesse avuto modo di parlare costì della questione. Posso, d'altra parte, confermarle che il Dipartimento prese nelle settimane scorse iniziative a Londra e Parigi affinché fosse subito assicurato ali'Italia il suo posto da eguale nella Unione occidentale. Allo stesso Dipartimento, come le scrissi, si manifestava più che l'opinione la certezza che della questione si sarebbe parlato tra lei, Bevin e Bidault, in occasione dell'incontro di Parigi. Le segnalai il contraccolpo del fatto negativo dei primi echi romani. Forse ciò influì a far rinviare tutto, oppure l'inglese ed il francese, per tattica di negoziato, vollero attendere nostre iniziative.

Ella ben conosce, per la sua esperienza diretta di questo paese, l'immediatezza delle reazioni americane ed i continui alti e bassi che ne derivano anche nel lavoro del Dipartimento. Gli americani -ancora nuovi alla politica di iniziativa

o di leadership in Europa -sono divenuti suscettibili, in modo straordinario a tutto ciò che può essere interpretato come freddezza o mancato apprezzamento di loro gesti di amicizia. Essi sono portati a ritenere che freddezza o critiche siano prova della mancanza di sicuri sentimenti di amicizia verso gli Stati Uniti. In tempi normali tutto ciò può essere considerato episodico e privo di particolare significato e si può attendere tranquillamente il ritorno del sereno. Ma nei nostri giorni turbati, il ripetersi ed il rinnovarsi di recriminazioni è per me causa di grave preoccupazione, che ritengo mio dovere farle presente. Ebbi già a descriverle la generale atmosfera di nervosismo culminata ora col discorso e colle richieste di Truman al Congresso. In questa atmosfera mi risulterebbe che Governo e dirigenti del Dipartimento discutono quale debba essere la linea geografica europea da considerarsi frontiera degli Stati Uniti in caso di gravissime complicazioni. In un'epoca che non sembra più ammettere l'antico istituto della neutralità, ella si rende conto delle ripercussioni sproporzionate che possono avere diffidenze, recriminazioni, mancanze di fiducia e, perché no, anche impressioni errate.

Per quello che riguarda il mio lavoro non ho mancato di reagire e di far reagire, primo perché era mio stretto dovere e poi perché le cause mi sembravano sproporzionate agli effetti.

Fortunatamente, come ho detto sopra, per l'azione nostra ed anche per nuovi telegrammi di Dunn e per le corrispondenze ultime di Sulzberger da Roma al New York Times (le accludo quella di ieri: al Dipartimento si mostrava di ritenere che ella direttamente od indirettamente fosse la fonte italiana ivi menzionata4), l'atmosfera è ora assai schiarita e si è ripreso l'azione in nostro favore nelle varie questioni, secondo l'ordine a lei noto. Mi adopero a riportarla alle perfette condizioni di prima.

Le migliori notizie sulla situazione elettorale aiutano molto a calmare gli animi, e a far sembrare le prospettive meno tetre. Spero di poterle segnalare continui miglioramenti5.

465 l In Archivio Sforza, Strasburgo.

466

IL MINISTRO A PRAGA, TACOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3747170. Praga, 20 marzo 1948, ore 18,20 (per. ore 8 del 21).

Dalla odierna conversazione da me avuta col segretario generale di questo Ministero esteri ho tratto motivo per credere che questi circoli governativi siano stati notevolmente impressionati dalla forte reazione degli Stati Uniti e delle altre potenze occidentali.

Tale impressione dipenderebbe anche da notizie secondo le quali i sovietici avrebbero giudicato la reazione più generale ed energica di quanto non avessero previsto. Mi è stato assicurato che Clementis non nasconde il suo malcontento e la sua preoccupazione intima. Salvo una distensione improvvisa ed una generale chiarificazione, di cui non si vedono purtroppo i sintomi, si dubita che i sovietici finiscano per ritenere inevitabile, anche se non desiderato, il conflitto.

467

IL MINISTERO DEGLI ESTERI ALL'AMBASCIATA DELL'UNIONE DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE A ROMA

NOTA VERBALE 08999/141. Roma, 20 marzo 1948.

Il Ministero degli affari esteri ha l'onore di accusare ricevuta ali' Ambasciata

s Con T. personale segreto 3637/195 del 25 marzo Sforza rispose: «Causa consegna generale per la quale fin dopo le elezioni capi missione non lascino sede, ella vorrà inviare qui immediatamente Di Stefano, il quale riceverà istruzioni ed informazioni».

467 I Fransoni trasmise questa nota per conoscenza a Brosio (T. s.n.d. 3497/26 del 22 marzo) riservandosi di comunicare gli ulteriori sviluppi della questione.

dell'U.R.S.S. della sua nota n. 91 del 9 marzo2. Desiderosa com'è di giungere a felici risultati circa i rapporti economici italiani con l'U.R.S.S. esso ha preso nel più attento esame tale nota e crede utile far presente quanto segue:

Il punto di vista del Governo italiano relativamente alle riparazioni, quale è stato anche recentemente sostenuto da taluni membri del Gabinetto, è che l'art. 74 del trattato di pace, per quanto riguarda le commesse da eseguire a favore di paesi che hanno diritto a riparazioni, prevede che nessuna forza economica sia distolta dalla ricostruzione italiana prima dello scadere di un biennio dal!' entrata in vigore del trattato stesso. Perciò, ogni discussione del programma di commesse la quale prevedesse la consegna di queste ultime allo scadere del biennio, recherebbe seco la conseguenza che la messa in esecuzione delle commesse medesime dovrebbe avvenire prima di detto termine, distogliendo quindi parte delle attività economiche e lavorative italiane dalle loro funzioni normali.

È per questo che il Governo italiano non ritiene utile che discussioni del genere siano abbinate a quelle, da esso auspicate, come la nota predetta del resto riconosce, relative a normali accordi commerciali e di pagamento i quali, dato il rapido evolversi della situazione economica generale, non hanno in genere durata superiore ai dodici mesi.

Tuttavia il Governo italiano non desidera affatto che tale punto di vista possa essere considerato come talmente negativo da far respingere senz'altro la possibilità dell'invio a Mosca di una delegazione commerciale. Qualora il Governo sovietico, nonostante le delucidazioni sopra riportate, ritenesse conveniente che, al lato delle trattative per l'accordo normale commerciale e di pagamento nonché per il trattato di commercio e navigazione, si svolgessero contemporaneamente conversazioni relative alla futura esecuzione delle commesse previste dall'art. 74 del trattato di pace, il Governo italiano non sarebbe alieno dal! 'accedere a tale punto di vista, purché venisse inteso previamente che nessuna consegna e nessuna messa in esecuzione, anche parziale, delle commesse stesse, avesse luogo prima del termine stabilito dal trattato di pace a garanzia della ricostruzione italiana.

Di più, il Governo italiano è pronto ad esaminare in sede delle predette trattative commerciali, quelle altre prestazioni le quali sono previste dal comma b) del paragrafo 2 dell'art. 74 più volte citato, da essere assolte anche prima della scadenza del biennio, tenuto però conto di quanto è detto al paragrafo 5 del predetto art. 74 circa la competenza dei quattro ambasciatori.

Il Governo italiano spera che il Governo sovietico vorrà rendersi conto di quanto costruttive siano le proposte contenute nella presente nota; ed il Ministero degli affari esteri nel trasmetterle alla cortese attenzione dell'ambasciata dell'U.R.S.S. resta in attesa di conoscere, ai fini della preparazione della delegazione, la risposta che il suo Governo crederà di dare3.

467 2 Vedi D. 406. 3 Per la risposta vedi D. 494.

465 4 Qui Sforza ha annotato: «No».

468

DICHIARAZIONE ANGLO-FRANCO-AMERICANA SUL TERRITORIO LIBERO DI TRIESTE

20 marzo 19481.

The Governments of the United States, United Kingdom and France have proposed to the Governments of the Soviet Union and Italy that those Governments join in agreement on an additional Protocol to Treaty of Peace with Italy which would piace the Free Territory of Trieste once more under Italian sovereignty.

The Governments of the United States, United Kingdom and France have come to this decision because discussions in the Security Council have already shown that agreement on the selection of a Governor is impossible and because they have received abundant evidence to show that the Yugoslav Zone has been completely transformed in character and has been virtually incorporated into Yugoslavia by procedures which do not respect the desire expressed by the Powers to give an independent and democratic status to the Territory.

During the Council of Foreign Ministers discussion of the Italian Peace Treaty it was the consistent position of the American, British and French representatives that Trieste, which has an overwhelmingly Italian population, must remain an Italian city. Given the impossibility of securing the adoption of such a solution, the three Governments agreed that the city and a small hinterland should be established as a Free Territory under a statute which it was hoped would guarantee, with the cooperation of ali parties concemed, the independence of the people of the area, including the Italian city of Trieste.

Pending the assumption of office by a Governor, the Free Territory has been administered by the Commander, British-U.S. Forces, in the northem zone of the Territory, and by the Commander, Yugoslav Forces, in the southern zone. In the U.K.-U.S. Zone the Anglo-American military authorities have acted as caretakers for the Govemor to be appointed and for the democratic organs of popular representation for which the perrnanent statute of the Tcrritory makes provision. At the same time Yugoslavia has taken in the zone under her charge, measures which definitely compromise the possibility of applying the statute.

In these circumstances the three Governments have concluded that the present settlement cannot guarantee the preservation of the basic rights and interests of the people of the Free Territory.

The Governments of the United States, United Kingdom and France have therefore decided to recommend the return of the Free Territory of Trieste to Italian sovereignty as the best solution to meet the democratic aspirations of the people and make possible the reestablishment of peace and stability in the area.

In as much as the Security Council has assumed the responsibility for the independence and territorial integrity of the Free Territory of Trieste, the Governments of the United States and United Kingdom and France will submit to the Security Council for approvai the arrangements to be jointly agreed upon2.

468 l Questa nota fu consegnata personalmente da Dunn a Fransoni il 20 marzo, alle ore 12, unitamente al documento che segue.

469

IL DIPARTIMENTO DI STATO DEGLI STATI UNITI D'AMERICA ALL'AMBASCIATA A WASHINGTON

MEMORANDUM l. Washington, 20 marzo 1948.

The Government of the United States desires to propose to the Government of Italy that it agree to the early consideration, jointly with the Governments of the United Kingdom, France and the Union of Soviet Socialist Republics of the negotiation of a Protocol to the Treaty of Peace with Italy to provide for the retum of the Free Territory of Trieste to ltalian sovereignty.

lt will be recalled that the Government of the United States has consistently maintained that the entire area of the Free Territory is ethnically and historically Italian territory and that this Government agreed to its separation from ltaly only on the condition that it should be truly independent and that the human rights of the people be fully protected and guaranteed against ali possibility of suppression or infringement. This condition is now apparently impossible of achievement and therefore this Government has concluded that the rights and intercsts of the overwhelmingly Italian population of the area can be assured only through the retum of the Free Territory to Italian sovereignty.

The Government of the United States has decided upon this proposal in view of the proven unworkability of the provisions of the Treaty of Peace with Italy establishing the Free Territory. It is the considered opinion of this Government that certain elements of the population have succeeded in establishing conditions which make inoperative the guarantees of true independence for the territory and the protection of the basic rights of the people as envisaged in the Permanent Statute of the Free Territory. The successful establishment of a Free Territory was recognized from the first as being entirely dependent upon the fullest cooperation and goodwill of ali concemed. However, from the first hours of the history of the area as a Free Territory it became ali too apparent that certain elements were in

tent upon preventing the establishing of a truly independent Free Territory of Trieste. Subsequent events have further proven that the most fundamental human rights have been denied and a totalitarian system has been established in the zone of the territory placed under the temporary administrative responsibility of the commander of the Yugoslav forces in the Free Territory of Trieste. These developments have convinced the Govemment of the United States that the settlement envisaged in the Treaty of Peace with ltaly cannot successfully guarantee freedom for the people of the area or true independence for the Free Territory of Trieste.

The Govemment of the United States, after consultation with the Govemments of the United Kingdom and France, has therefore decided to recommend the retum of the Free Territory of Trieste to ltalian sovereignty as the best solution to meet the democratic aspirations of the people and make possible the re-establishment of peace and stability in the area. lt is hoped that the Govemment of ltaly will concur in this view and agree to the immediate negotiation of a Protocol to the Treaty of Peace with ltaly to effect this solution of the problem.

lt is proposed that such protocol as may be agreed to by the Powers concerned would, prior to coming into force, be submitted to the Security Council for its approvai in view of the special responsibilities assumed by the Council in connection with the Free Territory of Trieste.

A similar communication is being addressed to the Govemment of the Union of Soviet Socialist Republics.

468 2 Per le singole comunicazioni dci tre governi firmatari della presente nota, vedi D. 469, nota l.

469 1 In pari data il Foreign Office inviò un'analoga comunicazione a Gallarati Scotti (Nota n. 3576/44/70, non pubblicata) mentre il Quai d'Orsay trasmise a Quaroni (e questi a Sforza con T. 3743/283, non pubblicato) la copia della Nota verbale inviata al Governo sovietico.

470

L'AMBASCIATORE A BRUXELLES, DIANA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3783175. Bruxelles, 21 marzo 1948, ore 13,31 (per. ore 19,30).

Conferenza Unione doganale europea dopo aver appreso con vivo compiacimento firma protocollo italo-francese che è stato distribuito tutti ventisei paesi partecipanti (compresi osservatori e rappresentanti trizona tedesca), ha proceduto esame rapporto generale preparato da ministro Grazzi.

Trattasi complesso e vasto documento che esamina da punti vista tecnico e pratico contenuto e possibili sviluppi unioni doganali, e sta formando oggetto studio approfondito dati insieme questioni sollevate e difficoltà trovare terreno intesa fra i vari paesi sui punti più vitali, inoltre Conferenza ha discusso risultati, che sono stati assai apprezzati, della conferenza preparatoria del febbraio di Roma preparando così terreno per creazione Commissione economica che dovrà trattare influenze che unioni doganali possono avere sull'insieme situazione economica singoli paesi.

471

L'AMBASCIATORE A BRUXELLES, DIANA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 897/396. Bruxelles, 21 marzo 1948 (per. il 26).

La pubblicazione del testo del trattato che è stato solennemente firmato il l 7 corrente al Palazzo delle Accademie a Bruxelles conferma quanto già ci si attendeva, trattarsi cioè di un patto di mutua assistenza e di collaborazione economica. Da una prima lettura di esso si potrebbe forse ricevere l'impressione che gli impegni di mutua assistenza abbiano carattere predominante mentre le clausole relative alla collaborazione economica siano espresse in termini piuttosto generici. Ma il presidente Spaak nel breve discorso pronunciato al momento della firma ha in un certo modo risposto in anticipo alle eventuali osservazioni che potrebbero al riguardo essere formulate. Egli ha infatti detto che la stipulazione dell'accordo non rappresenta un punto di arrivo ma al contrario soltanto un primo passo sulla buona strada. Ed in verità quando si tiene presente che il trattato è stato negoziato e concluso in poco più di due settimane, non ci si poteva aspettare che esso contenesse di più, dati i numerosi e complessi problemi che devono essere risolti per giungere al coordinamento ed all'unificazione della politica economica dei cinque Stati contraenti.

Con la firma del recente trattato, gli Stati dell'Europa occidentale, mentre confermano il loro convincimento sulla necessità di una stretta collaborazione economica, dimostrano di avere superato la fase delle affermazioni teoriche e volere entrare nel campo della realizzazione pratica. Le formule di cooperazione economica che figurano nel patto, seppure volutamente imprecise, sono nello stesso tempo sufficientemente larghe per coprire tutte le possibilità; la sollecitudine con la quale il patto è stato stipulato deve confermare la fiducia nella schiettezza dei sentimenti con la quale esso verrà messo in esecuzione. Conviene anche ricordare la genesi del patto: concepito in origine come un semplice ampliamento del!' accordo difensivo anglo-francese di Dunkerque, è stato invece, a richiesta degli Stati di Benelux, trasformato in uno strumento costruttivo di carattere economico. Gli Stati firmatari si impegnano certamente a prestarsi mutua assistenza: peraltro questa non appare più come lo scopo principale del patto, ma soltanto come uno dei mezzi necessari per assicurare la tranquillità politica, premessa indispensabile per facilitare la ricostruzione dell'economia.

I cinque paesi che si sono riuniti per negoziare a Bruxelles hanno interessi e sistemi economici diversi e talora anche divergenti, tale differenza sussiste tuttora, ma un gran passo è stato compiuto: l'Inghilterra ha attraversato il canale ed ha acconsentito ad impegnarsi sul Continente militarmente ed economicamente; Belgio ed Olanda hanno dichiarato di abbandonare quella politica di neutralità, o meglio di sospettosa indipendenza, con la quale avevano creduto finora di salvaguardare la loro integrità territoriale, e dimostrano invece di ricercare la loro protezione inserendosi negli accordi militari ed economici delle Grandi Potenze occidentali.

Un breve esame dei diversi articoli del patto può riuscire utile per ricercare fino a quale punto i promotori abbiano raggiunto lo scopo prefissosi, le lacune tuttora esistenti e per vedere quali dubbi possano nascere dall'interpretazione di alcune disposizioni. Il trattato si inizia con un preambolo che in termini nobili e solenni esprime la fiducia che gli Stati contraenti hanno nei diritti fondamen· tali dell'uomo e nella dignità e valore della persona umana, dichiara quindi di voler confermare e difendere i principi democratici, la libertà individuale, le tradizioni costituzionali ed il rispetto della legge, che formano il patrimonio comune dei popoli civili d'Occidente. In altre parole tale parte fissa i principi morali ai quali si ispirano i paesi che fanno parte dell'Unione occidentale ed ai quali dovranno egualmente ispirarsi gli altri paesi che volessero associarsi al patto.

Il carattere prevalentemente costruttivo che nell'intenzione degli Stati firmatari deve avere il trattato viene posto in rilievo dall'ordine delle dispos~zioni contenute nel patto; quelle di carattere economico occupano il primo posto. L'art. l infatti stabilisce che gli Stati contraenti organizzeranno e coordineranno la loro attività economica, e procureranno di eliminare ogni divergenza nelle direttive della loro politica economica. Come ho già ricordato, attualmente gli Stati contraenti seguono nel campo economico, commerciale e monetario sistemi del tutto differenti; la volontà di collaborazione non poteva per il momento essere espressa che in termini generici e sufficientemente ampii. Sono da prevedere lunghi e difficili negoziati nonché reciproche transazioni, prima che si possa raggiungere la desiderata unità economica. Ma ciò non deve spaventare poiché difficoltà dello stesso genere esistono, come notorio, fra i tre Stati del Benelux; eppure le differenze esistenti non hanno impedito che l'associazione di quegli Stati si vada dimostrando solida e che le difficoltà si stiano volenterosamente sormontando. Si potrebbe obiettare che la cooperazione nel campo economico è appunto lo scopo del piano Marshall al quale collaborano gli stessi Stati contraenti e che l'impegno ora assunto sia in definitiva quasi un doppione e potrebbe magari intralciare l'applicazione del piano Marshall. Ma il secondo alinea dell'art. l si affretta appunto ad indicare che la progettata cooperazione tra i cinque Stati non deve interferire nell'attività di altri organismi economici nei quali gli Stati contraenti già sono rappresentati o lo saranno in avvenire. Mi è stato al riguardo riferito come nelle riunioni preparatorie specie i rappresentanti di Benelux, pur confermando la loro simpatia e la loro fiducia nel piano Marshall, abbiano fatto presente come, mentre si preparano intese economiche più vaste, fosse consigliabile tentare nello stesso tempo di attuare delle iniziative più complete su di una scala geografica più ridotta. Dichiarazioni dello stesso tenore sarebbero state espresse dai rappresentanti francesi con riferimento alle conversazioni in corso per l'Unione doganale italo-francese.

L'art. 2 si riferisce alla cooperazione nel campo della politica e dell'assistenza sociale, e trattandosi di paesi che hanno raggiunto pressoché lo stesso livello civile, industriale e sociale, il coordinamento della loro attività in questo campo dovrebbe effettuarsi con facilità.

Analogamente per l'attuazione dell'art. 3 che prevede un'azione coordinata per meglio diffondere ed illustrare i principi della comune civiltà occidentale e degli scambi culturali.

Dopo avere affermato nei primi tre articoli del patto il principio della solidarietà economica, sociale e culturale, soltanto l'art. 4 viene a trattare della mutua assistenza. In base a questo articolo gli Stati firmatari s'impegnano di prestarsi reciproco aiuto ed assistenza, con tutti i mezzi in loro potere, sia militari sia di altro genere, qualora uno di essi fosse oggetto di un'aggressione armata in Europa e, quasi a rinforzare la lettera dell'impegno, l'articolo fa subito esplicito riferimento all'art. 51 della Carta delle Nazioni Unite che, come noto, riconosce il diritto alla legittima difesa, individuale e collettiva, in caso di aggressione armata.

Nel discorso pronunziato alla fine della cerimonia della firma il ministro Spaak ha tenuto a sottolineare la concordanza del trattato in esame con la Carta delle Nazioni Unite. Egli ha detto che il patto non è rivolto contro nessuno, ma che gli Stati contraenti lo hanno stipulato in conformità degli articoli 51 e 54 della Carta delle Nazioni Unite, che autorizzano la conclusione di accordi regionali e riconoscono il diritto alla difesa; il nuovo trattato non rappresenta quindi che la realizzazione permessa e prevista dalla Carta delle Nazioni Unite, e deve perciò ritenersi del tutto conforme alla lettera ed allo spirito di essa.

Questo ministro del Lussemburgo, che ha fatto parte del Comitato di redazione del patto, mi ha raccontato essere stati i tre paesi del Benelux ad insistere affinché l'impegno di prestarsi automaticamente mutua assistenza si intendesse limitato al caso di aggressione armata in Europa, escludendosi quindi analogo impegno per i territori extra europei, come sembra avessero in un primo momento suggerito i rappresentanti della Gran Bretagna. Nel corso delle discussioni i delegati britannici avevano per altro dichiarato che essi avrebbero considerato come un'aggressione contro la Gran Bretagna non solo quella diretta contro il territorio delle Isole britanniche, ma ugualmente qualunque eventuale atto di aggressione contro le forze britanniche comunque dislocate in Europa: in Germania, in Grecia, in Austria, a Trieste. Questa dichiarazione aveva incontrato qualche esitazione da parte degli altri delegati, e il testo in definitiva approvato indica «aggressione armata in Europa». Una traccia di tali esitazioni si ritrova nel discorso pronunziato alla cerimonia della firma dal ministro degli esteri olandese, signor Van Boetzelaer; questi diplomatico di carriera e uso alle sfumature del linguaggio diplomatico, ha infatti in un punto del suo discorso, parlato di «aggressione diretta contro il territorio europeo» di uno degli Stati contraenti. Si tratta di sfumature, ma la frase usata dal ministro olandese potrebbe forse significare anche un'interpretazione restrittiva e merita comunque di essere rilevata.

L'art. 5 stipula che tutte le misure adottate nei casi previsti dall'articolo precedente saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di sicurezza, e saranno sospese non appena questo avrà adottato le misure di sua competenza. È evidente il desiderio di conformarsi alle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite e riaffermare la fiducia in essa riposta.

L'art. 6 dice che gli impegni assunti col patto non sono in contrasto con eventuali precedenti impegni degli Stati contraenti e che nessuno di essi entrerà in alleanze o coalizioni dirette contro un altro di loro.

Importante appare l'art. 7 col quale si stipula la creazione di un Consiglio consultivo, aggiungendosi che esso dovrà essere organizzato in maniera di poter esercitare le sue funzioni in maniera permanente. La costituzione del Consiglio consultivo, la sua formazione, i suoi poteri, le modalità con cui esso eserciterà la sua attività costituiscono il fulcro per lo sviluppo del trattato; pel momento esso è soltanto una bella facciata: attraverso il Consiglio consultivo potrebbe diventare una costruzione reale, solida e duratura. E per dimostrare la loro sincera volontà di realizzazione, i ministri degli affari esteri dei cinque Stati hanno già deciso che un comitato dovrà riunirsi fra pochissimi giorni a Bruxelles per iniziare lo studio delle modalità di organizzazione e di funzionamento del Consiglio consultivo. A tale proposito questo mio collega di Francia mi ha detto che già durante i lavori preparatori per il patto è stata ventilata la costruzione di un Segretariato permanente probabilmente suddiviso in diversi sub-comitati per le diverse questioni: militari, economiche, culturali ecc., con sede forse a Bruxelles. Ma si è trattato tuttavia di un semplice scambio di idee e i governi dovranno ancora consultarsi in proposito.

Il secondo alinea dell'art. 7 prevede l 'immediata convocazione del Consiglio consultivo per esaminare le opportune misure da prendere in caso della ripresa della politica aggressiva da parte della Germania, o in qualunque altra eventualità che possa costituire una minaccia per la pace, in qualunque parte del mondo essa si verifichi, o mettere in pericolo la stabilità economica. I negoziatori hanno voluto certamente indicare con questa alinea l'importanza che essi attribuiscono al Consiglio consultivo e le ampie facoltà di cui esso dovrà essere dotato, ma il testo dell'articolo appare in verità poco felice e dovuto probabilmente ad una redazione affrettata. Nei primi commenti di questi circoli diplomatici e giornalistici si è manifestato il dubbio che le previste attribuzioni del Consiglio consultivo possano essere interpretate come il proposito o almeno il tentativo di illecita ingerenza negli affari interni degli altri popoli.

Queste preoccupazioni non sembra siano sfuggite agli stessi negoziatori del trattato, ed infatti il giorno medesimo della firma, il ministro Spaak ha dichiarato con enfasi: «nous n'entendons intervenir dans les affairs intérieures de personne», ed il segretario generale del ministero degli esteri barone de Gruben che ho incontrato l'indomani ha voluto spiegarmi che forse la redazione dell'articolo avrebbe potuto essere più precisa e separare con maggiore chiarezza l'ipotesi di una ripresa di politica di aggressione da parte della Germania, dall'eventualità di altre situazioni che mettessero in pericolo la stabilità economica. È naturale -egli ha osservato -che in caso di politica aggressiva tedesca gli Stati firmatari si concertino subito per le eventuali misure militari da prendere, ma è ugualmente naturale che quegli Stati che perseguono il coordinamento della politica economica in Europa occidentale abbiano il diritto di consultarsi, di scambiarsi i loro punti di vista, di concordare un atteggiamento analogo, di cercare di adattare alla meglio i loro interessi in ogni evenienza di turbamento della situazione economica in altri paesi, turbamento che dati gli stretti rapporti economici esistenti oggi tra tutti gli Stati del mondo, in qualunque parte fossero per verificarsi, avrebbero fatalmente ripercussioni anche sull'economia degli Stati dell'Europa occidentale. Nessuna idea di ingerenza negli affari altrui, ma legittimo diritto quindi di consultazione e coordinamento per la tutela pacifica dei propri interessi.

Per quanto concerne le contromisure da prendersi in caso di minaccia di aggressione armata, il ministro degli esteri olandese ha cercato da parte sua, con pubbliche dichiarazioni, di dare un'interpretazione restrittiva alle stipulazioni del patto, indicando che la prevista immediata convocazione del Consiglio consultivo non deve significare l'adozione senz'altro di contromisure militari, ma dovrebbe esercitare piuttosto un'azione temporeggiatrice, poiché -egli ha detto -i Paesi Bassi non desiderano essere coinvolti in avventure, ma dal momento che essi hanno legato la loro sorte a quella delle grandi potenze è più che giustificata la loro richiesta che nessuna azione sia intrapresa all'improvviso e che essi possano fare intendere la loro voce quando si tratta di prendere decisioni di importanza vitale.

L'art. 8 conferma e rafforza gli impegni già assunti nei riguardi della Corte Internazionale di Giustizia.

L'art. 9 prevede la futura adesione di altri Stati. La denominazione «Patto di Bruxelles» che è stata ufficialmente adottata appare quindi meglio indicata di quella comunemente usata dapprima di «Patto occidentale» e che si riferiva ad una regione geografica determinata e limitata, mentre invece è chiaramente indicato che si prevede l'estensione degli accordi ad altri Stati. È stato stabilito che l'adesione degli altri Stati potrà avere luogo dietro invito loro rivolto di comune accordo di tutti i cinque Stati promotori. Mi è stato riferito che durante i lavori preparatori era stato da taluni delegati, ad esempio quelli britannici, suggerita una forma di adesione più sollecita e spontanea da parte di altri Stati, mentre i rappresentanti di Benelux, e specie quelli olandesi, hanno invece insistito e fatto trionfare il loro punto di vista più favorevole ad una unione regionale geograficamente ristretta, facendo presente la convenienza, almeno in un primo momento, di approfondire l'unione tra pochi Stati prima di pensare alla sua estensione a numerosi altri. L'articolo stabilisce che l'adesione di un nuovo Stato avrà luogo in base a condizioni che saranno concordate fra gli Stati promotori e lo Stato invitato. Questa disposizione vuol significare che in favore dei nuovi Stati aderenti si potrà concordare qualche modifica agli impegni stabiliti nel patto. Non posso precisare se sia stato accennato alla possibilità di modifica agli impegni di mutua assistenza, ma ho appreso che nel corso delle conversazioni si è accennato tra l'altro alla probabile adesione della Grecia e forse anche della Turchia, ed è stato da tutti riconosciuto che trattandosi di Stati che hanno avuto uno sviluppo culturale e sociale differente non si potrebbe evidentemente chieder loro di assumere nel campo economico, culturale ed assistenziale gli stessi analoghi impegni delle potenze occidentali.

L'art. 10 indica infine che il trattato avrà la durata di 50 anni e prevede le modalità per la sua approvazione e ratifica.

Il ministro Spaak alla cui iniziativa e tenacia si deve certamente la sollecita conclusione dei negoziati che hanno preceduto la firma del patto, vuoi dimostrare ora analoga sollecitudine per la sua messa in applicazione ed infatti il patto verrà presentato all'approvazione del Senato ancora entro questa settimana, e alla Camera subito dopo Pasqua. Egli ha detto che l'approvazione del patto da parte del Parlamento belga, e l 'inizio dei lavori per la costituzione del Consiglio consultivo vogliono significare una nuova affermazione della volontà di sussistere e di associarsi che anima tutti gli uomini politici di questo paese.

472

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AGLI AMBASCIATORI A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, A PARIGI, QUARONI, E A WASHINGTON, TARCHIANI

T. PRECEDENZA ASSOLUTA 3459/c.l. Roma, 22 marzo 1948, ore 13.

Riferimento: per Washington: telegramma di V.S. 236; per Londra: telegramma di V.S. 184; per Parigi: telegramma di V.S. 2832. La prego di voler far subito a codesto Governo seguente comunicazione:

l) il Governo italiano ha appreso con vivissima legittima soddisfazione che i Governi degli Stati Uniti, del Regno Unito e di Francia sono venuti nella determinazione che il ristabilimento di un libero ordine e il rispetto delle democratiche aspirazioni della grande maggioranza della popolazione del Territorio Libero di Trieste non possano essere garantiti che con il ritorno del Territorio stesso sotto la sovranità italiana.

2) Esso è pertanto pronto a partecipare a tale scopo, insieme coi Governi degli Stati Uniti, del Regno Unito, di Francia e dell'U.R.S.S. alla redazione di un Protocollo che dovrà poi essere sottoposto all'approvazione del Consiglio di sicurezza.

3) Il Governo d'Italia si rende interprete dell'esultanza delle popolazioni del Territorio Libero e dell'intero popolo italiano, ed apprezza in pieno la portata ed il significato della proposta congiuntamente avanzata dai Governi degli Stati Uniti, del Regno Unito e di Francia, proposta che, non soltanto costituisce il riconoscimento di un principio fondamentale di giustizia internazionale, ma potrà, una volta realizzata, essere anche garanzia di pace e di quella sincera collaborazione che l'Italia desidera con il vicino popolo jugoslavo3.

472 I Con T. 3452/c. del21 marzo, Fransoni aveva comunicato a tutte le rappresentanze diplomatiche: «Governi Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno rimesso ieri ad ambasciata d'Italia a Washington Londra e Parigi nota [Vedi D. 468] nella quale propongono accordo per protocollo aggiuntivo al trattato di pace con l 'Italia, diretto riportare sotto sovranità italiana Territorio Libero Trieste. Ministro degli esteri di Francia ha confermato in sue dichiarazioni Torino proposta anglo-franco-statunitense sottolineandone significato cd importanza».

2 Non pubblicati, si tratta delle comunicazioni con cui venivano trasmesse le note del 20 marzo dei rispettivi Governi di accreditamento, per le quali vedi D. 469.

, J Con T. s.n.d. 3821/246 del22 marzo Tarchiani comunicò di aver consegnato ad Arrnour la comunicazione in argomento e di aver anche avuto uno scambio di idee circa le voci di una eventuale proposta jugoslava di plebiscito nel Territorio Libero. Per il seguito del colloquio vedi D. 474. Analoga comunicazione venne effettuata da Gallarati Scotti (Nota 1441 del22 marzo, non pubblicata) mentre non è stata rinvenuta la risposta di Quaroni.

473

IL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3815/60. Atene, 22 marzo 1948, ore 22 (per. ore 7,30 del 23).

Subito dopo suo ritorno visitavo Tsaldaris che mostravasi fiducioso e soddisfatto lavori Parigi che fondando un organo permanente direttivo Stati partecipanti

E.R.P. indirizza interdipendenza economica unica solida basi unione europea. Mi ha poi riferito d'aver dimostrato a Sadak come la Turchia non può rimanere impassibile nei confronti della Grecia perché se questa cade il destino della Turchia isolata nel Medio Oriente è fatale. Tsaldaris mi confermò quanto già dettomi da Pipinelis che da parte greca le attuali trattative doganali con la Turchia procedono su istruzioni alla commissione greca di non prospettare ostacoli ma solo modi per superarli.

Non facevami alcun cenno nostro progetto accordo amicizia di cui attendo da Roma schema di cui al mio telegramma 46'.

474

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. URGENTE PERSONALE 3852/247. Washington, 22 marzo 1948, ore 23,12 (per. ore 11 del 23).

In odierna conversazione con Armour', ho insistito nel senso indicatomi punto tre lettera di V.E. 447 del 12 marzo2.

Per quanto concerne soluzione finale problema, ho specialmente intrattenuto interlocutore su questione Cirenaica, rilevando sia buona volontà italiana raggiungere accordo soddisfacente esigenze tutti interessati, sia necessità riprendere e sviluppare nell'interesse comune l'opera nostri lavoratori, illustrando bonifica agricola altopiano.

Armour ha promesso insistere Londra su quei punti come atti a facilitare soluzione nostre relazioni mediterranee con potenze anglo-sassoni.

Avendo io accennato a corrispondenze piuttosto ottimistiche a questa stampa da Parigi e Londra circa evoluzione favorevole britannica per sorte altri tre territori ed eventuale dichiarazione comune potenze occidentali, Armour mi ha però risposto, accennando a note difficoltà e motivi in contrario, che non vi era ancora un testo né una decisione britannica di redigerlo.

474 l Vedi anche D. 472, nota 3. 2 Vedi D. 424.

Ho da parte mia ancora sottolineato come e quanto una dichiarazione sia ansiosamente attesa in Italia, insistendo affinché se una dichiarazione comune fosse finalmente decisa, essa possa anche assicurare ritorno lavoratori italiani nelle migliori condizioni efficienza e sicurezza3.

473 l Del 7 marzo, anticipava in sintesi quanto esposto nel D. 428.

475

IL CONSOLE DELLA CHIESA AL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI

L. Roma, 22 marzo 1948.

Confido ella vorrà permettermi di esporle il mio pensiero circa la nostra azione in Somalia nei prossimi mesi, in vista di un possibile ritorno di quel territorio sotto l'amministrazione italiana. A ciò mi spinge soprattutto la possibilità che finalmente si profila di inviare un funzionario a Mogadiscio.

Un eventuale ritorno dell'Italia in Somalia tranquillo e capace, mi sembra condizionato: a) dal ritorno della pace fra i somali; b) da un accordo con gli inglesi circa l'atteggiamento e la politica da adottarsi in futuro nei riguardi dei popoli somali. Ciò per le ragioni seguenti:

a) pacificazione: ne ho fatto cenno negli ultimi rapporti da Mogadiscio, e da ultimo nella relazione sull'inchiesta. Attualmente vi sono due gruppi contrapposti (tribù e cabile «fedeli e devote» all'Italia, contro Lega dei giovani somali, non del tutto aliena, a determinate condizioni, da «collaborare» con noi). È ovvio che un'oculata amministrazione italiana non dovrà riconoscere né cristallizzare tale situazione, per cercare piuttosto di accogliere quanto ambedue le fazioni offrano di sano e costruttivo, in un quadro politico-amministrativo possibilmente unitario del territorio. Potrebbe essere compito del nostro funzionario di approfondire l'attuale situazione e preparame l'evoluzione nel senso sopraddetto;

b) accordo con gli inglesi: la realtà attuale di un'amministrazione britannica in Somalia, nonché la contiguità di altri territori somali in mano britannica più o meno stabile (Somaliland e Ogaden) e di una colonia inglese (Kenia) in parte abitata da popolazione somala ci consigliano, se non ci impongono addirittura, di addivenire ad una concordanza di criteri con gli inglesi circa il futuro nostro indirizzo nei riguardi di quelle popolazioni, sia nel quadro regionale (Africa orientale), sia in quello più vasto della auspicata collaborazione europea nell'Africa nera. Potrà essere un compito del nostro funzionario studiare questo problema e possibilmente preparare il terreno alla soluzione migliore.

La figura di «ufficiale di collegamento» che gli inglesi sembrano ora disposti a conferire a un nostro funzionario inviato a Mogadiscio potrebbe anche riuscire la più conveniente per noi; ciò in quanto detta formula non precisa e perciò non limita le funzioni di tale funzionario -in definitiva un agente politico -che potrebbe in seguito estendersi nel senso suggerito dall'eventuale evoluzione sia della questione coloniale sia delle relazioni italo-britanniche.

A questo proposito non è da dubitarsi che molto dipenderà dalla personalità e dalle attitudini specifiche del funzionario scelto. Ciò particolarmente per i contatti che a questi fosse possibile prendere ed avviare col funzionario del Foreign Office testé destinato ad Asmara per l 'Eritrea e la Somalia e la cui presenza in quei territori dovrebbe poter permettere una trattazione locale della materia anche al di fuori dell'ambiente militare britannico.

Ove ella lo ritenesse, i concetti sopra esposti potrebbero essere discussi assieme ad altri problemi della Somalia e dell'Eritrea, nella riunione col Ministero Africa italiana, dal lei annunciatami.

474 3 Con successivo T. s.n.d. personale 3847/248 del22 marzo Tarchiani aggiungeva: «Mia lettera 4 marzo punto 2 [D. 3 81]. Armour mi ha oggi detto, in via confidenzialissirna e con preghiera mantenere per ora massima riservatezza, che questione verrà ripresa senza attendere responso L'Aja. Sarà probabilmente annunciata fine settimana». Per il seguito vedi D. 496.

476

IL MINISTRO A PRETORIA, JANNELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 3891-3975/9-10. Capetown, 23 marzo 1948, ore 17,18 (per. ore 7,45 del 25)1.

Con riferimento al telegramma di codesto ministero n. 22 comunico che Smuts è partito da Capetown per (manca) e Londra e forse non vi ritornerà che ai primi di aprile. Per il tramite del Ministero affari esteri gli trasmetterò il messaggio e il discorso di V.E. e, appena possibile, conferirò con lui; frattanto, per quanto concerne la questione strettamente delle nostre colonie, mi permetto di richiamarmi al rapporto n. 83 dell'Il marzo3.

Questo Ministero degli affari esteri informa che Smuts, il quale aveva ricevuto analoga comunicazione attraverso Theron, riterrebbe non troppo opportuno (a meno di elementi ulteriori di giudizio in possesso dell'E.V., che a lui sfuggono e che sarebbe gradito eventualmente di avere) di sottolineare proprio in questo momento riassicurazione collaborazione italiana in Africa, sembrandogli potrebbe sortire effetto controproducente, poiché: l) sarebbe considerata come offa elettorale; 2) sarebbe sfruttata e svalutata come offerta inconsistente e vaga di fronte alla precisa dichiarazione russa di appoggiare il rafforzamento delle iniziative italiane su antiche nostre colonie4.

476 t La prima parte del presente telegramma pervenne alle 22,30 del23 marzo.

2 Vedi D. 459.

3 Vedi D. 420.

4 Per la risposta vedi D. 491.

477

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PER CORRIERE 4046-4047/077-078. Parigi, 23 marzo 1948 (per. il 26).

Circa questione colonie Quai d'Orsay mi ha detto che in seguito pressioni francesi perplessità americane per una dichiarazione a tre in nostro favore sarebbero in via di superamento.

D'altra parte in relazione notizie pubblicate stamane dalla stampa, Quai d'Orsay non sarebbe favorevole ad una dichiarazione a tre che si limitasse alla sola Africa orientale, ritenendo che ciò potrebbe pregiudicare il nostro ritorno in Libia a cui francesi tengono particolarmente.

Quai d'Orsay mi ha detto che iniziativa a tre per ammissione Italia alla

O.N.U. non dovrebbe tardare.

Da parte franco-anglo-americana si sarebbe in massima disposti accettare ammissione Finlandia ma si desidera evitare che iniziativa presa per Italia possa eventualmente far beneficiare altri satelliti a cui ammissione si è recisamente opposti; a tale scopo si sta svolgendo opportuna azione presso altri membri O.N.U.

478

L'AMBASCIATORE AD ANKARA, PRUNAS, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 4113/056. Ankara, 23 marzo 1948 (per. il 27).

Trasmetto a parte una serie di dichiarazioni del ministro Sadak alla stampa. So che questo Ministero degli esteri lamenta la loquacità del suo ministro coi giornalisti, che giudica eccessiva e che certamente contrasta con la cronica riserva della maggioranza dei governanti turchi, che pecca per il verso opposto.

Tralascio quella parte delle dichiarazioni che si riferiscono più specificatamente all'assistenza economica nord-americana nel quadro del piano Marshall, la cui esiguità è stata qui risentita come un atto di ingiustizia e che Sadak ha certamente occupato i tre quarti del suo tempo, a Londra e a Parigi, a rettificare, sembra con qualche successo.

Non mi par dubbio che, a parte quella assistenza, il secondo compito del ministro degli esteri fosse quello di rinserire la Turchia nel circuito europeo, da cui si sente staccata, e nel gioco di più impegnative solidarietà mediterranee, che sono oggi, per quel che concerne questo settore, se non completamente assenti, ancora fluide ed incerte.

Le dichiarazioni del Sadak in proposito sono indicative. Oltre al temporaneo colpo di arresto che le elezioni italiane hanno senza dubbio imposto ad eventuali costruzioni del genere, mi par che il Sadak abbia incontrato, in quest'ultimo dibattito, una certamente cordiale e calda comprensione da parte dei suoi interlocutori, ma, insieme, una riluttanza specifica ad assumere, per ora, precisi ed automatici impegni, che valgano ad effettivamente incoraggiare il paese e a rassicurarlo.

Una cosa è garantire la propria casa e la propria terra, come Inghilterra, Francia e Benelux hanno in sostanza fatto col patto a cinque, altra cosa allargare quegli impegni a paesi come la Turchia e la Grecia, certamente di fondamentale importanza strategica, ma esposti a rischi e pericoli gravi, che nessuno vuole in sostanza, per ora, direttamente correre. Ciò che evidentemente non significa che se dovesse domani verificarsi un atto di aperta e diretta aggressione contro Turchia e Grecia, queste sarebbero abbandonate al loro destino, ma, soltanto, che è l 'Europa occidentale restia ad assumere per quella evenienza, preventivi ed automatici impegni, che le precludano ogni residua libertà d'azione e di movimento.

Sadak definisce dunque l'atteggiamento turco nei confronti del patto a cinque come di benevola attesa ed afferma non essere per il momento opportuno che la Turchia vi aderisca, ma, nello stesso tempo, insiste sulla convenienza che esso si sviluppi e si allarghi, ma, soprattutto, sulla necessità che sia l'accordo di Bruxelles, sia la sua eventuale estensione, siano ancorati ad una concreta e precisa garanzia nordamericana.

Ora io immagino che sia questa appunto la ragione sostanziale che ha per il momento insabbiato gli sforzi di questo Governo verso un più stretto inserimento della Turchia nell'Occidente e cioè la constatata inefficienza di un aggruppamento mediterraneo senza la garanzia nordamericana e la conseguente necessità di attendere che codesto processo verso l'assunzione di sempre maggiori e più estesi impegni da parte degli Stati Uniti giunga progressivamente a saturazione. Che, cioè, la frase del presidente Truman, «sono sicuro che la determinazione dei popoli liberi di proteggersi da sé, sarà accompagnata da un'eguale determinazione da parte nostra di assisterli a farlo», trovi attuazione, anche formalmente, concreta.

Ora io non so se e che cosa Tsaldaris abbia detto in proposito a V.E. e se e che cosa Sadak -i cui primitivi propositi hanno certamente subito sostanziali mutamenti in seguito ai suoi contatti europei -si proponga di dirle, se, come era sua intenzione, passerà in questi giorni per l'Italia.

Ma è certo la strada degli accordi commerciali sulla quale mi par V.E. si sia posto con Atene e sulla quale è probabile si porrà tra breve anche la Turchia, mi pare, nell'attesa la migliore.

479

IL CAPO DELLA MISSIONE ITALIANA A TRIESTE, GUIDOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PER CORRIERE 4091/0231. Trieste, 24 marzo 1948 (per. il 27).

Riferimento mio telegramma n. 36 del 21 corrente2.

Mi risulta che l'ambasciatore americano a Belgrado ha telegrafato che, nel consegnargli la risposta jugoslava (violenta nel tono ma guardinga nella sostanza), Simic ha osservato soltanto che gli Stati Uniti avrebbero potuto risparmiarsi gli attacchi al suo paese, e scegliere un'altra forma per la loro proposta. L'atmosfera era tutt'altro che ostile. Commentando la nota, l'ambasciatore osserva giustamente che il paragrafo 5 (dove si accusano gli Alleati di non aver indetto elezioni «democratiche» nella loro zona) potrebbe preludere a una richiesta di plebiscito, nella speranza, egli aggiunge, che la tecnica comunista ne assicuri il successo.

Questa è effettivamente, tra le soluzioni possibili, una delle più probabili. Un rifiuto jugoslavo a priori presenterebbe, nel momento attuale, svantaggi troppo ovvi per essere autorizzato da Mosca. Un'accettazione della proposta tripartitita, sic et simpliciter, è ancora più impensabile. Una adesione condizionata a scambi di territori (è da notare la pronta smentita di Belgrado a un ripetuto baratto di Trieste contro Gorizia) o all'avvento in Italia di un governo «popolare» potrebbe apparire, a buon diritto, inadeguata alle esigenze elettorali dell'ora. Ma una controproposta di plebiscito, accoppiata a una richiesta di ritiro simultaneo di tutte le truppe straniere, presenterebbe molti aspetti propizi e pochi contrari.

Trieste è ormai definitivamente perduta per la Jugoslavia.

Partendo da questa premessa gli jugoslavi potrebbero trovare conveniente di «liquidare le perdite», cercare di salvare l'attuale zona B grazie alla ferrea organizzazione totalitaria che essi vi hanno introdotto e che un controllo internazionale del plebiscito non riuscirebbe facilmente a smascherare e a rimuovere, e al tempo stesso ricambiare lo sgambetto agli americani ponendo essi, a loro volta, in una situazione altamente imbarazzante. Perché è inutile che io dica a V.E. che gli americani, ora come e più di prima, non hanno la minima intenzione di ritirare le loro truppe da Trieste. È per questa ragione, indubbiamente, che essi hanno incluso la zona B nella loro proposta; ma una contromanovra jugoslava nella direzione e nei termini suindicati renderebbe necessaria una faticosa e non indenne ritirata dietro lo schermo delle Nazioni Unite. In realtà l'interesse degli jugoslavi a una «parata» in questo senso è così evidente che l'unica ragione seria che può far dubitare che essi vi ricorrano è la cecità insensata di cui hanno dato prova in occasione delle trattative per la nomina del governatore.

Dal nostro punto di vista la situazione, in un certo senso, è molto più semplice. Quel che per gli alleati può essere pretesto e manovra, per noi è ineluttabile necessità e dovere; mai potremmo abbandonare l'Istria e i suoi italiani al loro destino.

D'altra parte la dichiarazione delle tre potenze è indubbiamente il più brillante successo diplomatico italiano di questo dopoguerra. Da questa solenne dichiarazione l'America non potrà mai più tornare indietro; essa rappresenta, per ogni eventualità, la più solida garanzia diplomatica che almeno Trieste e l'Istria occidentale saranno, in un giorno più o meno vicino, in un modo o nell'altro, restituite all'Italia. Ancora più: la dichiarazione alleata rappresenta la revisione in atto.

479 l Ritrasmesso con T. s.n.d. per corriere 3753/c. del 30 marzo alle ambasciate a Londra, Mosca, Parigi e Washington. 2 Non pubblicato.

480

IL MINISTRO A BUCAREST, SCAMMACCA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. RISERVATISSIMO PER CORRIERE 4176/017. Bucarest, 24 marzo 1948 (per. il 30).

Mio telegramma per corriere n. O16 del 15 marzo c.a. l.

Gli sviluppi ulteriori della «presa di posizione» degli Stati occidentali (discorso di Truman e di Marshall; proposta di revisione dello status di Trieste; incontro italo-francese di Torino; proposta americana circa la Palestina; dichiarazione comuni dei tre paesi scandinavi; approvazione del Senato americano allo stanziamento dei fondi per il finanziamento del piano di ricostruzione europea e per gli aiuti alla Grecia, alla Turchia e alla Cina) hanno accentuato e rafforzato negli ambienti direttivi di questo paese le impressioni che ho riferito col mio precedente telegramma. Esiste in essi uno stato d'animo che è misto di furore, di disappunto e di timore e che si manifesta nell'accresciuta violenza della stampa e in una più aperta ostilità nei riguardi degli interessi e dei beni dei paesi occidentali.

In quanto ai giornali, essi hanno pubblicato con grande ritardo e solo parzialmente, e nelle consuete forme incomplete e tendenziose, le notizie relative agli avvenimenti anzidetti; si sono invece dilungati nel riprodurre articoli e commenti ostili di fonte diretta o di ispirazione comunista; talché il grosso pubblico non potrebbe trame nessun orientamento obiettivo. Ma a ciò fra i più cauti ed avveduti, suppliscono in parte i notiziari delle radio straniere che sono ascoltatissime.

Per quanto concerne l'Italia, la posizione è -naturalmente -di aperta ostilità per il Governo e per l'orientamento della nostra politica e, al tempo istesso, di ansiosa attesa per le prossime elezioni. I risultati di queste fisseranno il contegno di questo Governo nei riguardi del nostro paese e dei nostri interessi in Romania, senza vie di mezzo e secondo la nota asserzione «o con noi o contro di noi».

481

IL MINISTRO A BOGOTÀ, CASSINIS, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 4453/01. Bogotà, 24 marzo 1948 (per. il 5 aprile).

Con riferimento al telegramma n. 2016 del 18/2 u.s.l ho l'onore di riferire

481 l Vedi D. 284.

che appena questo ministro degli affari esteri ritornò da Caracas, dove si era recato per l'assunzione al potere del presidente Gallegos, gli ho dati ampi ragguagli circa l'attuale fase della nostra questione coloniale prospettandogli come sarebbe stata gradita sin d'ora una dichiarazione da parte del Governo colombiano in senso favorevole alla concessione della amministrazione fiduciaria all'Italia, qualora detta questione venisse portata all'O.N.U.

Il dr. Esguerra mi rispose subito che personalmente egli era disposto ad appoggiare tale tesi, ma che si riservava di darmene conferma dopo averne riferito al presidente della Repubblica.

Nel frattempo, come ho informato in precedenti rapporti, la crisi di politica interna che ha portato al cambio del ministro degli esteri ha ritardato la comunicazione della risposta promessami.

Comunque, in via confidenziale e con preghiera di non dame pubblicità tenuto conto della crisi ministeriale, il segretario generale di questo Ministero delle relazioni esteriori mi ha fatto leggere le istruzioni che sono state impartite il 14 corrente al dr. Alfonso Lopez nella sua qualità di presidente della delegazione colombiana e di membro del Consiglio di sicurezza. Dette istruzioni specificano che il Governo colombiano, riaffermando i precedenti atteggiamenti favorevoli alle aspirazioni italiane, autorizza il dr. Lopez ad agire nel senso da noi desiderato quando se ne presenterà l'occasione.

480 l Vedi D. 438.

482

IL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 573/242. Belgrado, 24 marzo 1948 (per. il 3 aprile).

A seguito dei miei telegrammi 49-50 1 e 5 F mi onoro allegare la traduzione del testo integrale delle dichiarazioni di questo Ministero degli affari esteri.

ALLEGATO

DICHIARAZIONI DI SIMIC

L'organo del partito comunista jugoslavo il Borba sotto il titolo «Ii Governo della

482 I Del 22 marzo, con i quali Martino aveva dato notizia delle reazioni della stampa jugoslava alla proposta del ritorno di Trieste all'Italia e della nota rimessa dal Governo jugoslavo alle ambasciate statunitense, britannica e francese.

2 Del 23 marzo, riassumeva le dichiarazioni qui riportate.

R.F.P.J. è sempre stato ed è tuttora fedele ai principi di buoni rapporti di vicinanza con tutti i popoli amanti della pace», riporta le dichiarazioni che il ministro degli esteri Stanoje Simic ha fatto ai giornalisti stranieri in Jugoslavia la sera del 22 marzo corrente.

Il ministro Simic ha precisato in tale occasione il punto di vista del Governo della

R.F.P. J. su «due nuovi momenti della vita internazionale», di primissima importanza della pace in Europa, riguardanti i rapporti tra la Jugoslavia e il «nostro vicino occidentale», la Repubblica italiana.

«Voi certamente avete notato ~ha dichiarato il ministro Simic ~che la stampa mondiale e le radio occidentali hanno ultimamente sensibilmente aumentato la campagna contro la Jugoslavia che non avrebbe intenzioni pacifiche nei riguardi dell'Italia. È stata fabbricata una serie di notizie fantastiche come, per esempio, quella secondo la quale in certe città jugoslave vicine al confine italiano, esisterebbero degli impianti per il lancio dei razzi V2 e V3 aventi un raggio d'azione da 500 a 1.500 chilometri e che in ogni momento potrebbero essere bombardate le città italiane.

Altri invece diffondono la notizia che la Jugoslavia sta preparando un attacco contro Trieste e l'Italia, nonché che ventotto brigate di fanteria jugoslava e nove divisioni di artiglieria sarebbero pronte per la marcia sull'Italia. Altri vanno più oltre e fabbricano notizie sulla presunta grande attività dei sottomarini jugoslavi nel!' Adriatico e sulla costruzione di basi per i sottomarini lungo tutta la costa jugoslava. Nello stesso tempo si calunnia la Jugoslavia affermando che essa sta concentrando truppe sul confine triestino-jugoslavo, mentre nella stessa Roma sono stati stampati e diffusi a centinaia di migliaia i manifestini sulla presunta mobilitazione dell'armata jugoslava e sul suo concentramento al confine del Territorio Libero di Trieste.

Non è difficile intravedere quale sia Io scopo degli ispiratori di questa inaudita campagna di calunnie contro la Jugoslavia. Non vi è alcun dubbio che lo scopo di tale campagna sia quello di appoggiare, alla vigilia delle elezioni in Italia, gli ambienti politici e reazionari nella loro lotta contro le vere forze democratiche italiane che chiedono la collaborazione con la Repubblica F.P.J. Ciò viene fatto dagli ambienti reazionari internazionali con a capo quelli americani, perché essi sanno che ogni passo verso l'avvicinamento amichevole dei popoli jugoslavi con quello italiano minaccia le posizioni mediante i quali essi tentano di realizzare la loro dominazione in Italia e di svolgere un'influenza decisiva sul suo destino. Siamo convinti però che il popolo italiano sia sufficientemente maturo per capire gli scopi di questa campagna in mala fede e che tutte queste calunnie, invece di avere qualche risultato, ricadranno sui loro ispiratori. I nostri popoli, che si sono dedicati al lavoro creativo per la ricostruzione e per il rinnovamento del proprio paese, devono, quale condizione fondamentale, realizzare l'opera della loro costruzione economica fondamentale, realizzare l'opera della loro costruzione economica, la pace. Essi infatti fanno tutto per abbattere gli ostacoli al consolidamento della pace fra i popoli, al ristabilimento dei buoni ed amichevoli rapporti, in primo luogo, con i propri vicini.

Il governo della R.F.P.J. è sempre stato e rimane tuttora fedele ai principi della politica estera democratica, cioè ai principi di buoni rapporti di vicinanza con tutti i popoli amanti la pace. Così esso ha sempre dimostrato verso il popolo italiano ogni buona volontà, tendendo a creare con la nuova Italia, liberata dal fascismo, i migliori rapporti nell'interesse di entrambi i popoli e della pace generale. Ma questi giorni è stato compiuto un passo che può avere ancora più gravi conseguenze sull'ulteriore sviluppo dei rapporti tra la R.F.P.J. e la Repubblica italiana di quanto potrebbero provocare quelle della citata campagna degli istigatori di guerra a mezzo della stampa e della radio. Esso è rappresentato dalla proposta dei Governi degli Stati Uniti, del Regno Unito e della Repubblica francese fatta al Governo dell'Unione Sovietica perché siano rivedute le disposizioni del trattato di pace con l'Italia con le quali fu creato il Territorio Libero di Trieste.

Non vi è dubbio, anche qui si tratta delle elezioni in Italia. Si desidera raggiungere un effetto presso gli elettori non informati in quel paese. Ma ciò viene fatto con grave danno del popolo italiano in quanto con tale procedura vengono incitàti quegli elementi in Italia che già una volta avevano portato tale popolo alla catastrofe.

Voi sapete che la Jugoslavia è stata contraria all'internazionalizzazione di Trieste. Essa alla Conferenza di Parigi ammoniva che si poteva verificare che l'internazionalizzazione di Trieste servisse alla discordia tra i popoli viventi sul!' Adriatico. La Jugoslavia, ciò nonostante, ha infine accettato la risoluzione quale è stata riportata nel trattato di pace, ma solo considerandola quale compromesso che rendeva possibile la conclusione del trattato di pace stesso.

Però il Governo della R.F.P.J. ha sempre considerato che il miglior modo per risolvere la questione di Trieste, che è tanto sensibile per ambo le parti, sarebbe stato l 'accordo tra l'Italia e la Jugoslavia. Voi sapete che hanno avuto persino luogo delle conversazioni tra il presidente del Governo della R.F.P.J., maresciallo Tito e l'ex vice presidente del Consiglio della Repubblica italiana Palmiro Togliatti3. La conclusione di tali conversazioni ha dimostrato l'esistenza per ambedue le nazioni vicine di una base accettabile per risolvere concordemente la questione di Trieste.

La Jugoslavia aveva ragione. Lo stato di polizia creato a Trieste avvelenava i rapporti tra i paesi vicini, mentre le stesse grandi potenze occidentali nel Consiglio di sicurezza impedivano che si giungesse all'elezione del governatore e con ciò a qualsiasi normalizzazione della situazione a Trieste. Nonostante tutte le circostanze su elencate, il Governo della R.F.P.J. rimane profondamente convinto che sia possibile non soltanto impedire il peggioramento, ma addirittura di raggiungere un miglioramento dei rapporti tra i due paesi vicini se ambedue i Governi intraprenderanno questo problema con sufficiente coraggio e fermezza tenendo presente soltanto gli interessi dei propri popoli e gli interessi della pace.

Per quanto riguarda Trieste, il Governo della R.F.P.J. è pronto anche oggi a cercare, con sforzo reciproco, una concorde soluzione della questione di Trieste nello spirito delle conversazioni Tito-Togliatti.

Essa è anche pronta a cercare una soluzione concorde su tutte le altre questioni, perché non aveva e non ha alcuna intenzione aggressiva contro l'Italia sia contro il Territorio Libero di Trieste. Se il Governo della Repubblica italiana ha le stesse aspirazioni, senza dubbio potranno essere create condizioni di perfetta sicurezza e amicizia tra i nostri due paesi».

Dopo aver letto la sua dichiarazione scritta, il ministro degli esteri ha risposto a una serie di domande postegli dai giornalisti. Alla domanda su che cosa avesse fatto concretamente la Jugoslavia per migliorare i rapporti tra l'Italia e la Jugoslavia, il ministro Simic ha risposto:

«La Jugoslavia ancora prima di aver firmato il trattato di pace con l'Italia aveva proposto all'Italia di concludere un accordo commerciale di grande volume, che dopo lunghe discussioni è stato firmato. Inoltre, il Governo jugoslavo ha proposto le conversazioni sulla questione della pesca. Sono poi in corso le conversazioni su proposta del Governo jugoslavo; per la conclusione di un accordo sull'amnistia reciproca cioè sull'amnistia delle persone di nazionalità italiana in Jugoslavia e delle persone di nazionalità jugoslava in Italia. Infine la Jugoslavia ha proposto la conclusione di un accordo sulle comunicazioni aeree».

482 3 Vedi serie decima, vol. IV, DD. 478,479,480,482, 488 e 490.

483

IL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. RISERVATO 582/251. Belgrado, 24 marzo 1948 (per. il 27).

La proposta tripartita franco-anglo-americana, intesa a porre il Territorio Libero di Trieste nuovamente sotto la sovranità italiana, è stata conosciuta a Belgrado nel tardo pomeriggio di sabato 20 corrente, attraverso le trasmissioni delle stazioni radio dell'Europa occidentale, che hanno dato lettura della nota congiuntamente presentata al Governo russo. Com'è facilmente immaginabile, essa ha suscitato eccitazione e sorpresa negli ambienti politici e diplomatici della capitale.

La stampa jugoslava di domenica 21 ha riportato la notizia riducendola ad un breve trafiletto e relegandola in posizione di secondo piano, senza tuttavia commentarla. Solo l'organo del partito comunista, il Barba, ha avanzato un primo commento, assegnandole il seguente titolo: <mna manovra imperialistica con Trieste alla vigilia delle elezioni in Italia».

La radio di Belgrado, nel bollettino delle ore 13, ha dato lettura della notizia, attenendosi alla formula usata dalla stampa, ma ha aggiunto, a titolo di commento, che il maresciallo Tito aveva già proposto in passato di cedere Trieste all'Italia, a condizione tuttavia che il confine italo-jugoslavo nel goriziano venisse rettificato a favore della Jugoslavia.

Lunedì mattina, questo Ministero degli affari esteri ha rimesso agli ambasciatori di Francia, Inghilterra e Stati Uniti la nota jugoslava di protesta, riassunta nel telegramma di questa legazione n. 50, e di cui si allega ad ogni buon fine il testo integrale1.

I tre ambasciatori, convocati ad un quarto d'ora di distanza l'uno dall'altro e nell'ordine «Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia» (che non corrisponde all'ordine protocollare), sono stati ricevuti da Simic, il quale ha consegnato loro il testo della nota.

Gli ambasciatori, dopo averne preso visione, ne hanno subito contestato il contenuto. In particolare, l'ambasciatore inglese, Peake, ha fatto rilevare che la Jugoslavia non aveva motivo di dolersi di non essere stata interpellata perché il trattato di pace con l'Italia era stato raggiunto per accordo fra le quattro grandi potenze e poi sottoposto all'Italia, mentre la Jugoslavia, come ogni altra potenza firmataria, vi aveva soltanto «aderito». Egli ha contestato i singoli punti e specialmente l 'insinuazione sul valere propagandistico pre-elettorale della mossa tripartita ed ha concluso facendogli rilevare lo scarso contenuto politico della nota stessa. Di fronte a tutte queste argomentazioni, Simic si sarebbe limitato a stingersi nelle spalle e a ripetere con imbarazzo: «Quella è la nota».

Nella stessa mattina, intanto, apparivano i primi commenti di questa stampa, intonati sostanzialmente al più negativo irrigidimento. Ho trasmesso, con mio telespresso n. 572/241 del 23 corrente2, la traduzione dei due commenti più significativi, pubblicati dal Barba e dal Politica.

483 ' Non pubblicato, ma vedi D. 482. 2 Non pubblicato.

Nel tardo pomeriggio di lunedì, venivano tuttavia convocati i corrispondenti stranieri per una conferenza stampa del ministro degli esteri. In tale occasione, questi ha dato lettura delle dichiarazioni (da me trasmesse con telegramma in chiaro n. 51 e poi, nel testo integrale, con telespresso odierno n. 573/2423) nelle quali menziona le favorevoli disposizioni jugoslave ad una ripresa di trattative con l 'Italia «nello spirito dei colloqui Tito-Togliatti».

È successivamente risultato che al termine della conferenza stampa Simic, che non sembra famigliare alle insidie del giornalismo, ha ricevuto dal corrispondente del New York Times, Lawrence, la seguente domanda: «Poiché non ricordo esattamente la portata dei colloqui Tito-Togliatti, è esatto affermare che esse prevedevano l'assegnazione di Trieste all'Italia, contro la cessione di Gorizia alla Jugoslavia?».

Simic ha risposto affermativamente. I corrispondenti esteri, dovendo illustrare per il loro pubblico il significato del riferimento ai colloqui Tito-Togliatti, si sono ritenuti--a buon diritto -autorizzati a servirsi dell'esplicita ammissione di Simie e così sono sorte le prime corrispondenze in cui si parlava della proposta di Simic di scambiare Trieste con Gorizia.

Il mattino di martedì 23, tuttavia, questo Ministero degli affari esteri si è affrettato a telefonare alle agenzie anglo-americane per deplorare, in termini assai energici, la «deformazione» fatta da esse nel riassumere le dichiarazioni di Simic. Il portavoce del Ministero degli esteri ha sottolineato che il ministro Simic aveva soltanto dichiarato che la Jugoslavia era pronta ad intraprendere conversazioni «nello spirito delle conversazioni Tito-Togliatti» e ogni altra interpretazione era estranea al suo pensiero e alle sue parole. Il Ministero evidentemente preoccupato delle ripercussioni che l'incauta ammissione di Simic avrebbe potuto avere sull'accoglienza fatta alle sue stesse dichiarazioni, esigeva anche una rettifica, che la

B.B.C. ha effettuato, limitandosi a ridare la notizia, nell'emissione delle ore 13, nel senso qui desiderato, ma senza smentire la precedente interpretazione.

Nella mattinata, il corrispondente della Reuter, signor Peter Flirst, giornalista di nazionalità americana, di cui sono note le pronunciate tendenze progressiste, ha telefonato a questa legazione facendo rilevare che la notizia della proposta jugoslava, diffusa dalla radio italiana, la sera prima, secondo il testo trasmesso dalla B.B.C., non corrispondeva alle dichiarazioni di Simic. Messo alle strette da un funzionario che, conoscendo le sue «aderenze» con questo Ministero degli affari esteri, gli chiedeva se tale messa a punto fosse da lui fatta su iniziativa personale, o se corrispondesse ad una rettifica del Ministero degli esteri, il signor Flirst ha dovuto ammettere di aver telefonato «dopo aver parlato con i suoi amici del Ministero».

Stamane mercoledì 24, il signor Furst ha ancora una volta dato prova del suo «zelo», telefonando per informare delle notizie diramate dall'Associateci Press, secondo cui la proposta jugoslava sarebbe stata rigettata da parte italiana e per chiederne conferma.

Questa legazione ha risposto ripetendo le dichiarazioni del conte Sforza, diramate iersera dalla radio italiana ed orientate in tutt'altro senso4.

Il signor Ftirst ha allora tenuto a far sapere che «gli risultava» non essere intenzione della Jugoslavia di esigere, in cambio di Trieste, la città di Gorizia, adducendo a giustificazione di ciò la diversa soluzione ormai data da parte jugoslava al problema dell'alta valle dell'Isonzo, e di cui la costruzione della nuova Gorizia sarebbe un'ulteriore prova. Egli ha invece insistito sul fatto che la Jugoslavia sarebbe pronta a negoziare la spartizione del Territorio Libero di Trieste mediante l'assegnazione della Zona A all'Italia e della Zona B alla Jugoslavia.

Alla fine della mattinata di oggi, tuttavia, il portavoce del Ministero degli affari esteri, richiesto dal corrispondente della agenzia France Presse di confermargli se il Ministero avesse smentito che la proposta di Simic prevedeva lo scambio di Trieste con Gorizia, ha risposto che tale smentita era superflua, in quanto le dichiarazioni di Simic in proposito erano sufficientemente esplicite ed ogni altra interpretazione era dovuta a travisazioni della stampa.

Continuerò a tener informato codesto Ministero sugli sviluppi 5.

483 3 Vedi D. 482, Allegato. 4 Non pubblicate. Il testo delle dichiarazioni di Sforza è in «Relazioni internazionali», a. XII (1948), n. 13-14, p. 284.

484

IL MINISTRO A PRAGA, TACOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 520/319. Praga, 24 marzo 1948 (per. il 5 aprile).

Prima dei recenti avvenimenti e precisamente prima del colpo si stato che ha eliminato ogni elemento di opposizione, per quanto debole fosse, dal governo cecoslovacco ed ha schierato nettamente questo paese nel campo dei satelliti di Mosca, era impressione tanto di questa legazione (rapporto n. 306/21 O del 17 febbraio u.s.)I quanto di quella in Sofia (telespresso ministeriale n. 15/07340/c. del 5 marzo corrente)2 che la Cecoslovacchia non ponesse calore nel concludere un trattato con la Bulgaria, né con altri Stati balcanici.

Da una conversazione che ho avuto pochi giorni or sono con il segretario generale di questo Ministero degli affari esteri ho tratto invece ora l'impressione che il Governo cecoslovacco stia per uscire dalle incertezze nelle quali si è dibattuto fino a poco tempo fa cir!a i suoi rapporti con i vicini orientali.

Dalla conversazione di Heidrich ho tratto anche la più generica impressione che il governo sovietico abbia giudicato particolarmente violenta la reazione occidentale al colpo di stato di Praga e che ciò lo solleciti ad assicurarsi sempre più la stretta obbedienza e l'interdipendenza tra loro degli Stati che si trovano nella sua sfera d'influenza. Direi di più, a prescindere cioè dal discorso di Truman e dai recenti accordi di Brusselle, che la preoccupazione di accelerare i tempi abbia indotto l'U.R.S.S. a promuovere o comunque ad appoggiare il colpo di Stato cecoslovacco. È impressione locale che il Cremlino speri di poter precedere l'Unione occidentale nella preparazione militare e politica di un eventuale conflitto, e

483 s Vedi D. 554.

484 I Non pubblicato.

2 Non rinvenuto.

che fondi tale speranza sull'attuale scarsità delle forze degli Stati Uniti e sulla debolezza politica di cui si può ritenere che quel paese soffra nell'attesa delle elezioni presidenziali.

Comunque mi è stato precisato che la ormai famosa visita di Dimitrov, famosa perché è stata annunciata e sospesa numerosissime volte da almeno sei mesi, dovrebbe definitivamente aver luogo alla metà del prossimo aprile.

Quanto alla formula del casus foederis è confermato che essa comprenderebbe unicamente l'ipotesi di un'aggressione da parte della Germania o di un suo associato, e non l'ipotesi di un conflitto con terzi paesi. Gli organi tecnici locali annetterebbero una speciale importanza al fatto che i trattati di alleanza conclusi dalla Cecoslovacchia non abbandonino la formula di quelli già conclusi con l'U.R.S.S. la Polonia e la Jugoslavia e rimangano così differenziati dagli accordi conclusi, tra di loro, tra gli Stati balcanici.

L'accordo con la Bulgaria dovrebbe essere il primo che concluderà il «nuovo» Governo cecoslovacco il quale intenderebbe di dedicare contemporaneamente le sue cure alla conclusione di trattati politici con l'Ungheria e con la Rumania.

485

IL MINISTRO A BEIRUT, ALESSANDRINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 4159/09. Beirut, 25 marzo 1948 (per. il 29).

Telegrammi ministeriali 3452/c. del 21 marzo! e 3461/c. del 22 marzo2.

Le notizie relative alla proposta anglo-franco-americana per Trieste sono state messe in grande evidenza da tutta questa stampa e, per quanto riguarda la questione triestina considerata in se stessa, commentata con favore in tutti questi circoli politici, tanto cristiani quanto mussulmani. Il segretario generale del Ministero degli affari esteri, signor Fuad Ammoun, mi ha detto che negli ambienti della Lega araba si fa notare come la decisione alleata relativa a Trieste sia contemporanea al mutamento della politica di Washington nei riguardi della Palestina e all 'abbandono del progetto di spartizione da parte dei rappresentanti americani all'O.N.U., essendo stato riconosciuto che tale progetto rappresenta, come la questione di Trieste, un pericolo per la pace.

Nessun commento stampa è tuttavia qui apparso, oltre le estese corrispondenze dall'estero delle varie agenzie. Come mi è stato fatto rilevare anche da influenti personalità amiche del nostro paese, ciò è molto probabilmente dovuto a consigli, se non ad ordini, fatti circolare dai dirigenti della Lega allo scopo di evitare che una esplicita e pubblica approvazione araba dei motivi e dei fini che hanno indotto i Governi alleati a prendere tale decisione nei riguardi di Trieste possa significare e implicare una futura approvazione araba di analoghe decisioni alleate nei riguardi delle colonie italiane.

Come ho espresso con il mio rapporto 2045/287 del 4 dic. scorso3, è indubbio che, qualunque sia l'atteggiamento e qualunque sia la decisione dei «Quattro grandi» nei riguardi delle nostre colonie, ci troveremo di fronte, al momento decisivo, ad un atteggiamento arabo assolutamente a noi contrario e ad una attiva opposizione della Lega, non meno accanita di quella che essa ha, con successo, affermato nei riguardi della Palestina.

Questa stampa ha già messo infatti in rilievo alcune corrispondenze da Londra affermanti che la Gran Bretagna esita assai ad adottare, nei riguardi della questione coloniale italiana, gli stressi criteri adottati per la questione di Trieste, per non inimicarsi il mondo arabo. E ci si augura e si spera in questi ambienti che analoghe preoccupazioni non manchino di farsi strada anche in America.

Frattanto questo segretario generale del Ministero degli esteri, che è elemento assai attivo negli ambienti della Lega, mi ha confermato la previsione di una futura intransigenza della Lega circa il destino delle nostre colonie, e soprattutto per quanto riguarda la Libia. Avendogli io fatti presenti i soliti argomenti sul pericolo di una spartizione della Libia, ove essa non sia nuovamente affidata alle cure italiane, ed avendo io ripetuto in proposito le argomentazioni che il governatore Cerulli ha esposto al ministro del Libano a Roma (telespr. min. n. 0155/c. del IO febbraio)4, egli mi ha detto che la parola «colonie» non si può più, naturalmente, pronunciare e che anche un progetto di «trusteeship» non può essere formulato, come per la questione palestinese, se non con previa indicazione di termini di assai prossima scadenza.

È comunque interessante rilevare come egli mi abbia chiesto «perché non viene studiata e segnalata convenientemente agli ambienti arabi responsabili qualche soluzione tipo trattato anglo-transgiordano», con dichiarazione italiana di immediata indipendenza della Libia, alleanza italo-libica, ammissione della Libia all'O.N.U. ecc. Egli ha aggiunto che la via migliore per fare eventualmente presenti agli ambienti della Lega eventuali idee del genere dovrebbero essere quella di un tramite non ufficiale rappresentato da personalità di particolare rilievo da inviare a tale scopo al Cairo. Ha concluso dicendo di aver detto tutto ciò a titolo strettamente personale, in via amichevole e privata.

485 l Vedi D. 472, nota l. 2 Con esso Sforza aveva comunicato a tutte le rappresentanze diplomatiche l'adesione del Governo italiano alla proposta anglo-francese-statunitense qui commentata.

486

IL CAPO DELL'UFFICIO DEL CONTENZIOSO DIPLOMATICO, PERASSI, AL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI

APPUNTO 7/2080. Roma, 25 marzo 1948.

Si fa riferimento all'Appunto n. 5/4186 del 24 corrente'. I Governi americano, britannico e francese hanno, separatamente, ma alla

4 Vedi D. 80, nota l. 486 I Non pubblicato.

stessa data del 20 corrente, portato a conoscenza del Governo italiano e del Governo sovietico la proposta «qu'un protocole additionnel au Traité de Paix avec l'ltalie soit élaboré avec le Gouvernement ltalien afin de replacer le Territoire Libre de Trieste sous la souveraineté italienne».

La proposta è motivata dai tre Governi proponenti con le considerazioni sostanzialmente identiche e cioè che: «le Statut du Territoire, tel qu'il résulte du Traité de paix avec l'Italie, n'est pas applicable et qu'une modification fondamentale de l'état de choses actuel est devenu nécessaire et pressante».

Il ritorno della zona del Territorio Libero di Trieste all'Italia, in quanto si concreta in una modificazione del trattato di pace, sarebbe giuridicamente attuato mediante la stipulazione di un protocollo aggiuntivo al trattato stesso.

Quanto agli Stati, che sarebbero parti contraenti del protocollo aggiuntivo, non vi è dubbio che l'Italia sarebbe uno di essi, appunto perché il protocollo ha per effetto di modificare il trattato di pace, di cui una delle parti è l'Italia.

La sola questione, che può dar luogo a qualche discussione, è di sapere se il concorso della Jugoslavia alla stipulazione di tale protocollo aggiuntivo sia giuridicamente necessaria.

Secondo una comunicazione dell'ambasciata italiana a Washington (telegramma 23 marzo 1948, n. 251)1, un portavoce del Dipartimento di Stato americano avrebbe rilevato che la Jugoslavia non è parte interessata e che la revisione del trattato costituisce materia di competenza delle quattro principali potenze senza necessità neppure di consultare la Jugoslavia. Tale punto di vista trova conferma in un'informazione datata da Washington 24 marzo, e pubblicata nel Bollettino dell'U.S.I.S. del24 corrente, secondo la quale «sebbene non sia stata fatta alcuna dichiarazione ufficiale, siritiene che l'opinione prevalente nei circoli competenti degli Stati Uniti sia che la Jugoslavia non ha alcuna voce in capitolo nelle decisioni sul futuro di Trieste e che la questione riguarda soltanto le quattro maggiori potenze. Si pone in rilievo che il Territorio Libero è stato creato al momento del deposito delle ratifiche del trattato di pace con l'Italia da parte delle quattro principali potenze e che può essere cambiato soltanto mediante accordi fra queste e l'Italia».

Sulla fondatezza giuridica di questo punto di vista è da farsi qualche riserva, tenendosi presente che la Jugoslavia è una delle potenze alleate ed associate, firmataria del trattato, che essa ha già ratificato, e che disposizioni del trattato relative al Territorio Libero di Trieste interessano specificamente la Jugoslavia, sia nel senso che stabiliscono per essa degli obblighi nei riguardi del Territorio (Allegato IX) sia nel senso che attribuiscono ad essa dei diritti (Allegato VIII, relativo al porto franco di Trieste). Non risulta, almeno da atti resi pubblici, che le potenze firmatarie del trattato di pace, diverse dalle quattro principali potenze, abbiano delegato a queste ultime la facoltà di modificare, con un accordo da esse stipulato con l'Italia, il trattato di pace con effetto per tutte le potenze firmatarie.

La questione della posizione giuridica della Jugoslavia nei riguardi della stipulazione del proposto protocollo aggiuntivo riguarda, ad ogni modo, in prima linea, i rapporti fra le quattro principali potenze e la Jugoslavia. In relazione alle considerazioni sopra esposte circa la fondatezza giuridica della tesi sopraccennata, sembra opportuno che da parte italiana si assuma a tale riguardo un atteggiamento riservato, nel senso, cioè, di non sostenere pubblicamente quel punto di vista.

Nelle note comunicate dai Governi americano, britannico e francese si aggiunge che il protocollo, concordato fra le potenze interessate, dovrebbe essere sottoposto all'approvazione del Consiglio di sicurezza dell'O.N.U.

Questa esigenza si fonda sulle disposizioni del trattato di pace secondo le quali le potenze alleate ed associate hanno convenuto che l'integrità e l'indipendenza del Territorio Libero di Trieste saranno garantite dal Consiglio di sicurezza (articolo 21 ), alla cui approvazione sono stati sottoposti l 'istrumento relativo al regime provvisorio e lo Statuto permanente del Territorio, i quali attribuiscono diverse funzioni allo stesso Consiglio per quanto concerne la situazione internazionale del Territorio Libero ed il funzionamento del suo ordinamento interno.

In conseguenza di tali disposizioni, che hanno dato al Territorio Libero di Trieste lo status giuridico di un ente sul quale il Consiglio di sicurezza esercita diversi poteri, un protocollo, che sopprima il Territorio Libero restituendo la relativa zona all'Italia, esige di essere sottoposto all'approvazione del Consiglio di sicurezza.

La deliberazione del Consiglio per l'approvazione del protocollo, secondo le norme generali dello Statuto dell'O.N.U., dovrà essere presa con la maggioranza di 7 voti, in cui siano compresi tutti quelli dei cinque membri permanenti del Consiglio. Poiché la stipulazione del protocollo presuppone l'accordo delle quattro principali potenze, la formazione della maggioranza richiesta per l'approvazione di esso da parte del Consiglio di sicurezza non incontrerà difficoltà.

La sottoposizione del protocollo all'approvazione del Consiglio di sicurezza, a prescindere dall'essere un'esigenza derivante dalle citate disposizioni del trattato di pace, è politicamente opportuna, dal punto di vista italiano, in quanto la restituzione di Trieste all'Italia sarebbe internazionalmente riconosciuta da una deliberazione dell'O.N.U.

485 3 Non pubblicato.

487

IL MINISTRO A VIENNA, COSMELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. RISERVATO 3086/350. Vìenna, 25 marzo 19481.

Mi riferisco al mio telegramma del 23 corrente2 con cui richiamavo l'attenzione sulla nota verbale austriaca giunta il 13 corrente trasmessa subito, per guadagnare tempo con la nota 2651/295 in pari data, nota che si riferisce in gran parte alle questioni oggetto del dispaccio n. 16/8468/c. del 15 corrente3 con vari

487 l Manca l'indicazione della data di arrivo. 2 T. 3895/49, non pubblicato. 3 Non pubblicati.

allegati con cui V.E. mi dava cortesemente notizia della analoga richiesta austriaca di istituire a Bolzano un ufficio consolare con un funzionario delegato per le opzioni.

Concordo pienamente con le considerazioni svolte dalla on. presidenza del Consiglio nonché con quelle di codesto on. Ministero.

Da parte mia, già precedentemente a queste comunicazioni, mi ero ispirato a criteri analoghi, come V.E. avrà rilevato dal mio rapporto 17 corrente n. 2885/3334, relativo alla lunga conversazione avuta col ministro Kripp di questo Ministero degli esteri.

Per quanto riguarda la posizione che nella nota austriaca si attribuisce al dr. Borin, dell'ufficio di collegamento di Innsbruck, mentre è in corso di accertamento che cosa sia stato effettivamente detto e fatto in proposito, resta ben chiaro che per l'esecuzione pratica della legge, legge italiana, sulle opzioni sono competenti gli uffici di collegamento, cioè gli uffici consolari italiani in Austria, tutti in misura eguale e non solo Innsbruck, e che per quanto riguarda le questioni di principio connesse con la detta legge sono competenti il Ministero degli esteri a Roma e la legazione d'Italia a Vienna. Del resto così già mi espressi con il ministro Kripp e il consigliere aulico Kneussel, a loro precisa domanda, e forse ho omesso di riferirlo esplicitamente nel mio rapporto del 17 corrente sopracitato.

Nell'esprimermi così coi medesimi, avevo anche in animo di scoraggiare e anzi di rendere quasi irregolari, non autorizzati, i contatti diretti di autorità austriache con autorità «interne» italiane, in particolare la prefettura di Bolzano, come è invece evidente la tendenza a fare da parte austriaca, e per ragioni comprensibili, non solo politiche, ma anche di valorizzazione personale di funzionari in loco.

In tal modo le funzioni dell'incaricato dell'Ufficio distaccato del Governo federale a Innsbruck si svuotano di contenuto.

Mi permetterei pertanto prospettare la opportunità che istruzioni in tale senso venissero confidenzialmente impartite anche a S.E. il prefetto di Bolzano in modo da garantire la necessaria uniformità di direttive e di atteggiamento.

Allo scopo pertanto di definire le competenze, io vedrei la situazione in questi termini nei confronti del Governo austriaco e delle autorità austriache:

a) competenza per le questioni politiche e questioni generali interpretative e di esecuzione concernenti l'accordo di Parigi e la legge sulla revoca delle opzioni: Ministero degli esteri (e naturalmente dietro questo Presidenza del consiglio, Ufficio zone di confine) a Roma, legazione d'Italia a Vienna;

b) esecuzione della legge 2 febbraio: in Italia prefettura Bolzano e altre autorità previste in detta legge: all'estero e in particolare in Austria, rispettivamente autorità italiane all'estero e in particolare Uffici di collegamento (consolari) italiani in Austria.

Mi permetto a questo proposito insistere, per il caso che non sia stato ancora fatto, sulla necessità di direttive uniformi anche agli uffici distaccati soprattutto in

Germania dove, dopo l'Austria, si concentra come è noto, il maggior numero di emigrati alto-atesini.

Finora mi sono astenuto dal farlo, ma vedrà V.E. se non fosse anche il caso di autorizzarmi a considerare per tale materia i tre uffici di collegamento che abbiamo in Germania e pertanto fuori della mia competenza territoriale, come in rapporto diretto con questa legazione la quale comunicherebbe loro ogni utile informazione e direttiva, anche di massima, analogamente a quanto avviene per Innsbruck, Klagenfurt, Salisburgo, dato che la esecuzione della legge del 2 febbraio sarebbe opportuno avvenisse con un tempestivo criterio unitario, che forse così potrebbe essere meglio assicurato.

Ad ogni modo esaminerà codesto ministero, anche sulla base di quanto già sia stato fatto in argomento se questa mia proposta convenga sia realizzata o meno. Naturalmente debbo aggiungere che da qui non ho comunicazioni dirette per corriere con la Germania e che dovrei passare sempre per Roma. Al caso pregherei per guadagnare tempo un cenno telegrafico di istruzione normativa.

Circa la nota verbale austriaca a me diretta e trasmessa costì con la nota del 13 corrente, avverto che non ne ho accusato né accuserò ricevuta, e salvo istruzioni diverse, mi asterrò dal rispondervi5.

487 4 Vedi D. 455.

488

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. URGENTISSIMO PERSONALE 4079/263-264. Washington, 26 marzo 1948, ore 21,33 (per. ore 10 del 27).

Seguito mio 262 di ieri 1•

Dipartimento informato oggi a titolo confidenzialissimo che in realtà inglesi avrebbero qui insistito tutti questi giorni per rinviare a tempo indeterminato effettuazione iniziativa americana all'O.N.U. la quale invece trova pieno concorso francese. Netta opinione Dipartimento è che azione divisata dovrebbe comunque aver ottimo effetto su nostra opinione pubblica, giacché nel caso in cui sovietici ritenessero questa volta non portare veto per considerazioni pre-elettorali, Italia otterrebbe grande successo internazionale e sarebbe comunque chiaro che iniziativa è stata degli Alleati occidentali, mentre nel caso Mosca rimanesse intransigente su formula «tutti o nessuno», disparità trattamento salterebbe agli occhi.

Inglesi per contro dicono temere che nostra opinione pubblica possa non apprezzare sufficientemente iniziativa occidentale od addirittura essere influenzata da

487 s Per la risposta vedi D. 537.

488 I Con tale telegramma Tarchiani comunicava: «Annuncio ufficiale iniziativa americana O.N.U.

subirà probabilmente ritardo. Dipartimento continua attualmente discutere questione procedura con inglesi

i quali insistono per inizio prima decade aprile. Francesi invece sono già d'accordo con americani per im

mediato inizio».

specioso pretesto sovietico che colpa mancata ammissione sarebbe degli Alleati poiché non accettano Stati balcanici. Essi ritengono inoltre che mossa seguirebbe troppo da vicino dichiarazione per Trieste.

In conclusione americani hanno accettato deferire giudizio su opportunità azione a nostro Governo telegrafando a Dunn perché ne intrattenga V.E. ed in attesa rinviano di qualche giorno. Dipartimento ritiene che nostra risposta sarà favorevole ed è sicuro che inglesi all'atto pratico dovranno per forza seguire americani.

D'altro canto è opinione del Dipartimento, riferita in via confidenzialissima, che inglesi, dopo aver aderito iniziativa americana per Trieste, riterrebbero aver già compiuto loro massimo sforzo. Essi continuerebbero essere intransigenti nell'evitare dichiarazioni su questione africana per la quale persisterebbero Londra difficoltà rilevanti sicché, sempre secondo Dipartimento, sarebbe assodato che anche rinunziando azione O.N.U. non ne verrebbero per questo facilitate concessioni attuali britanniche in altri campi. Ora dipenderà comunque da noi se iniziativa americana O.N.U. avrà o meno seguito. Occorrerà al riguardo considerare che Dipartimento ha lavorato su questione da molte settimane ed ha già ottenuto adesione altri paesi rappresentati Consiglio sicurezza. Pertanto nostre eventuali perplessità, ove realmente ve ne fossero di notevoli, dovrebbero essere qui rappresentate nel modo più convincente2.

489

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 4065/293. Parigi, 26 marzo 1948, ore 23,35 (per. ore 7,30 del 27).

A firma Cattani.

«Comitato lavori conclude oggi lavori. Un unico testo comprenderà preambolo (che enuncia principi generali), impegni multi laterali, statuto organizzazione, e clausole relative entrata in vigore, durata ammissione ed espulsioni.

Impegni pur mantenendosi sostanzialmente entro linee rapporto Parigi sottolineano concetto interdipendenza economie paesi partecipanti, cui viene dedicato speciale articolo contenente riferimento unioni doganali. Impegno utilizzazione mano d'opera disponibile fa oggetto speciale articolo, oltreché di riferimenti in vari punti accordo.

Statuto organizzazione fondasi su seguenti concetti: poteri decisione emanano da «Consiglio» cioè assemblea di tutti i membri. Decisioni vengono prese unanimità e membri si impegnano eseguirle.

Consiglio affiderà annualmente la propria presidenza ad un paese membro e nominerà annualmente un comitato esecutivo composto di un numero di paesi non ancora determinato.

Documento rappresenta, nella sua attuale formulazione, compromesso fra tendenze franco italiane imprimergli carattere per quanto possibile positivo e tale da renderlo strumento pratica cooperazione, e tendenza britannica appoggiata da alcune delegazioni minori attenersi strettamente concetti generali rapporto Parigi.

Esso risulta altresì da opposizione interesse britannico riservare poteri a Consiglio, anche in previsione di presidenza britannica, e marcato interesse francese consentire una certa libertà di iniziative al segretario generale.

Quanto a presidenza comitato esecutivo, secondo tesi britannica dovrebbe identificarsi con Presidenza consiglio, delegati Benelux posto riserve, rilevando aspirazioni al riguardo. Benelux tende anche a distinzione fra Consiglio ministri e Consiglio delegati, con designazione per quest'ultimo di presidente scelto per sue qualità personali.

Questione sede è del pari rimasta da decidersi. Vi sono stati durante lavori contatti con osservatori americani che hanno assistito sedute sottocomitati e partecipato riunioni gruppo presidenza. Sostanzialmente essi mostrano compiacimento per conclusioni finora concordate. Hanno comunicato serie suggerimenti per rendere presentazione documento più efficace, e tali suggerimenti vengono diramati varie delegazioni perché Governi possano tenerne conto nell'esame del progetto.

Riunione comitato cooperazione prevista per 5 aprile. Si ritiene che entro una settimana potrebbe addivenirsi accordo definitivo, e che firma potrebbe aver luogo 12 aprile successivo».

488 2 Per la risposta vedi D. 492.

490

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA (I)

L. PERSONALE. Washington, 26 marzo 19482.

Ricevo il suo telegramma personale3 che chiama Di Stefano a Roma per dargli informazioni ed istruzioni da portarmi.

Ella, nel telegrafarmi, avrà certo tenuto presente la possibilità che tale viaggio prima delle elezioni dia costà la stura a maligne supposizioni ed attacchi basati sulla «interferenza» americana negli affari interni italiani.

Vi è poi l'inconveniente che abbiamo qui moltissimo da fare e che questa ambasciata è attualmente in via di rifacimento coi due primi segretari richiamati al Ministero: sicché l'assenza di Di Stefano dovrebbe necessariamente essere molto breve.

Inoltre, desiderando venire a conferire io stesso, dopo le elezioni, non so se due viaggi, in un breve periodo, siano consigliabili.

490 I In Archivio Sforza, Strasburgo.

2 Manca l'indicazione della data di arrivo.

3 Vedi D. 465, nota 5.

La situazione descrittale in varie ultime lettere, era già assai migliorata quando le inviai quella del 19 marzo4; ora è tornata normale in seguito alle notizie molto più rassicuranti venute dall'Italia ed in virtù della decisione per il Territorio di Trieste, che ha, anche qui, sollevato gli spiriti dalle meschine considerazioni e preoccupazioni.

La reazione italiana all'iniziativa americana, approvata e fatta propria da Londra e Parigi, ha pienamente soddisfatto. Sono state particolarmente notate le manifestazioni di Torino, Milano, Roma, Trieste, come prova di risveglio dello spirito nazionale. Le parole sue e di De Gasperi hanno pure molto contribuito a rasserenare ed a spazzar via le diffidenze già lamentate.

L'attenzione del Governo è ora qui concentrata nello sforzo di far approvare dal Congresso, colla maggiore possibile sollecitudine, le misure per il rafforzamento dell'esercito, che si vuole al più presto portare a circa due milioni di uomini e per il potenziamento dell'aviazione e della marina. Questi intendimenti dovrebbero costituire un monito ed un deterrente per l'espansionismo di Mosca. L'opinione pubblica qui è ormai pienamente consapevole della grande importanza del 18 aprile ed è giudizio diffuso anche tra la gente più umile che gli Stati Uniti non consentiranno all'U.R.S.S. di spostare «la cortina» ad ovest dell'Italia ed in pieno Mediterraneo.

Marshall ed Armour, subito dopo le feste di Pasqua, partiranno per Bogotà

o ve parteciperanno ai lavori dell'importante Conferenza panamericana. Salvo eventi straordinari dovrebbero restar là per tutta la Conferenza.

Ronchi, commissario all'Alimentazione e Leonardo Albertini, di cui lei conosce la serietà partono in aereo il 2 o il 3 aprile per Washington. Non potrebbe dare ad uno di loro un plico sigillato per me, con le informazioni e istruzioni?

Conto che questa mia le giunga subito dopo Pasqua. Intanto preordino tutto affinché, ove ella lo ritenesse necessario, Di Stefano possa partire subito, cioè verso la fine della settimana prossima, magari via Parigi e giungendo costà col treno in modo da destare meno l'attenzione. Se ella dopo ricevuta questa mia, confermasse la necessità del viaggio, mi telegrafi semplicemente la parola «confermo».

Di Stefano, per parte sua, mi prega di assicurarla che egli è pronto ai suoi ordini in questa come in ogni altra cosa.

Come le ho riferitos i britannici cercano, invocando vari motivi di rinviare la demarche a tre per l'ammissione dell'Italia all'O.N.U., verso il 10 aprile. Io credo che, in quel momento, vogliano servirla come surrogato della dichiarazione per le colonie che intendono evitare. Mentre io insisto qui ella vorrà giudicare se non sia conveniente insistere ancora a Londra -delicatamente -pregandoli di essere un po' più elastici e tempisti per le questioni africane, nel comune interesse.

Lei sa quanto sia lieto del grandissimo meritatissimo successo da lei ottenuto col colpo di Trieste e per la eco riconoscente che il suo alto patriottismo ha destato negli italiani. Ho anche piena fiducia che rinnovati legami italo-francesi daranno buoni frutti e duraturi e crescenti.

490 4 Vedi D. 465. sVedi D. 488.

491

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO A PRETORIA, JANNELLI

T. 3736/4. Roma, 27 marzo 1948, ore 22,15.

Suoi 9 e 101.

Naturalmente la mia proposta è indipendente dalla soluzione del problema delle nostre colonie e piuttosto si riconnette a progetti di intensiva valorizzazione del continente africano in vista degli sviluppi dei piani della collaborazione economica europea. La stessa proposta tende qui ad evidenziare l'interesse del popolo italiano ad associarsi in tale collaborazione sempre più a quei paesi che possono offrirgli in Africa vaste prospettive di lavoro. Mi rendo conto della difficoltà attuale di ordine interno di accennare costì a progetti di emigrazione di vasta portata, avendo presente quanto esposto da V.S. con telespresso del 13 febbraio n. 552; tuttavia rilevo che mio accenno non si riferisce tanto al Sud Africa ma piuttosto ali'Africa equatoriale. Ho tenuto presente, nel rivolgermi a Smuts, che sappiamo particolarmente sensibile a tale problema e animato da larghe vedute circa il progresso di codesto continente, la risonanza che sue dichiarazioni in tal senso potrebbero avere specie nel momento attuale in Italia. Sarei felice se sorgesse l'occasione anche di un mio prossimo contatto personale con Smuts giacché tal fatto su ben più largo orizzonte porrebbe interessi italiani in Africa3.

492

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. S.N.D. 3737/205. Roma, 2 7 marzo 1948, ore 21,15.

Suo 263-641.

Governo italiano è grato a favorevole iniziativa americana circa O.N.U. Ma come già dissi ieri a Dunn è solo qui che si può decidere quale il buon momento psicologico per formularla. Credo che Dunn telegrafi costì proponendo si lasci al nostro cordiale contatto di indicare momento opportuno. Per parte mia spero prestissimo. Circa attitudine inglese ritengo non vi sia menomo malvolere. Di questo ed altro le fornirò opportune informazioni verbali attraverso suo consigliere che spero già partito2.

2 Non pubblicato.

3 Per la risposta vedi D. 528.

2 Per la risposta vedi D. 500.

491 l Vedi D. 476.

492 l Vedi D. 488.

493

L'AMBASCIATORE A RIO DE JANEIRO, MARTINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 4190/016 Rio de Janeiro, 27 marzo 1948 (per. il 30).

Telegrammi ministeriali n. 3452/c.' e 245llc.2.

La notizia della proposta anglo-franco-americana relativa alla restituzione di Trieste all'Italia è stata presentata da questa stampa col maggiore risalto a favore.

Naturalmente stampa e opinione pubblica, nella parte prevalente, che (come è noto) ha sostenuto e sostiene vivacemente la lotta anticomunista, ha sotto lineato nel commentare quella proposta il significato di un energico atto contro il comumsmo.

A parte questo motivo, il gesto attuale delle tre cancellerie viene giustamente messo in rilievo con una manifestazione di quella politica che il Brasile è andato conducendo nel dopo guerra a favore delle tesi italiane e che ebbe la sua massima manifestazione nella azione della delegazione brasiliana a Parigi presieduta dal ministro Joào Neves da Fontoura.

Segnalo in proposito una intervista data da Neves al quotidiano O Globo, di cui invio ritaglio con telespresso odierno.

L'atteggiamento attuale delle tre potenze viene anche valutato -come mi è stato confermato pure da notevoli personalità politiche e da alti funzionari dell'Itamaraty -come una prova della crescente considerazione che l'Italia va riprendendo nella comunità europea e nello scacchiere politico mondiale. Questa considerazione, mentre ha suscitato viva e commossa soddisfazione negli ambienti italiani cui il forzato distacco dalla italianissima città fu sempre oggetto di grande dolore, contribuisce ad aumentare il prestigio dell'Italia, anche se è perfettamente spiegabile la preoccupazione di raggiungere la soluzione attraverso mezzi pacifici e con le provvidenze che assicurino alla città e al suo retroterra quella possibilità di vita che l'artificiosa e vessatoria disposizione del trattato aveva oltretutto negato.

Anche in relazione al progetto in parola gli ambienti brasiliani e autorevoli portavoce di quelli esteri non comunisti manifestano una grande aspettativa sull'esito delle prossime elezioni italiane auspicandosi un successo della democrazia.

Il riconoscimento dell 'italianità di Trieste e della inapplicabilità della soluzione artificiosa escogitata a Parigi è messa altresì in relazione con la firma del trattato di unione doganale italo-francese a Torino, che viene considerato qui come un importante passo verso l'inserimento dell'Italia nella vita economicopolitica del sistema dell'Europa occidentale e come l'inizio di un nuovo periodo

493 1 Vedi D. 472, nota l. 2 Non rinvenuto.

di fervida ricostruzione. Tale collegamento si basa, tra l'altro, sulle parole pronunziate a Torino dal sig. Bidault circa la questione di Trieste e sulla sua risposta ad un giornalista, che lo interrogava su Briga e Tenda, nel quale si vuole scorgere, nonostante la differenziazione di questo problema da quello della Venezia Giulia, che il ministro francese ha tenuto a precisare, l 'intenzione di non chiudere la porta ad ulteriori trattative al riguardo.

494

L'AMBASCIATA DELL'UNIONE

DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE A ROMA

AL MINISTERO DEGLI ESTERI

NOTA VERBALE 1121. Roma, 30 marzo 1948.

L'ambasciata dell'U.R.S.S. presenta i suoi complimenti al Ministero degli affari esteri d'Italia e in relazione alla nota del Ministero stesso del 20 marzo

c.a.2 ha l'onore di comunicare quanto segue:

nella nota dell'ambasciata del 9 marzo 19483 è stato esposto il punto di vista del Governo sovietico circa l'opportunità di includere nel programma delle prossime trattative economiche fra i due paesi il problema relativo alle forniture della produzione corrente dell'industria italiana in conto riparazioni. Nella nota predetta venne pure fatto presente che il Governo sovietico, avanzando la proposta di iniziare trattative riguardanti le riparazioni, intende che durante tali trattative le parti rimangono nel quadro delle decisioni del trattato di pace sia per quanto riguarda il carattere delle forniture, che per quanto concerne i termini fissati dal trattato di pace.

Fermo restando quanto precede e tenuta presente l'intenzione espressa dal Governo italiano che durante le trattative per la conclusione dell'accordo commerciale e di pagamento e del trattato di commercio e navigazione siano contemporaneamente discussi i problemi relativi alle riparazioni, il Governo sovietico considera come approvato il seguente programma delle trattative che si svolgeranno a Mosca con la delegazione italiana: l) conclusione dell'accordo commerciale e di pagamento; 2) conclusione di un accordo circa le riparazioni; 3) conclusione di un accordo circa il commercio e la navigazione4.

2 Vedi D. 467.

3 Vedi D. 406.

4 Per la risposta vedi D. 512.

494 1 Grazzi trasmise questa nota per conoscenza a Brosio, con il T. 3931/30 del2 aprile.

495

IL PROCURATORE GENERALE DELLA CORTE DI CASSAZIONE, PILOTTI,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. S.N. Rio de Janeiro, 30 marzo 1948.

Mi onoro far seguito al mio rapporto 6 marzo u.s.l.

Ho consegnato il 18 corrente al ministro F ernandes il memorandum di replica alla risposta inviatami il 6 febbraio dall'ltamaraty. Nel lungo colloquio (un'ora e mezzo) il ministro è stato oltre modo cordiale, pur cominciando col lagnarsi che io avessi espresso il mio disappunto per il protrarsi di reciproche contestazioni senza risultato concreto.

In effetti, parlando col segretario generale, Accioly, col consultore del ministero, Carneiro, e col presidente del Consiglio di emigrazione, Latour, avevo avuto occasione di rilevare, con amarezza, che, una volta posto il problema del contributo italiano alla campagna sottomarina, il che era avvenuto sin dal colloquio del 14 gennaio, la questione non aveva più progredito, nonostante la mia offerta di far esaminare in comune i nostri documenti e quelli in possesso del Brasile, da due esperti delle rispettive Marine da guerra, per averne il parere.

Fernandes mi ha dichiarato che avevo torto di dubitare della sua buona disposizione in quanto amico dell'Italia di antica data, e, ha aggiunto, amico mio personale. Ha precisato per la prima volta che, se gli si desse la dimostrazione della scarsa parte avuta dai sommergibili italiani nei danni arrecati al Brasile, egli non domanderebbe di meglio per ridurre al minimo l'obbligazione di risarcire i danni stessi mediante beni italiani. Ha detto poi di aver già incaricato la commissione brasiliana delle riparazioni, presieduta dal direttore degli affari politici dell'Itamaraty, di calcolare il valore dei beni tedeschi appartenenti a persone residenti fuori del Brasile, nell'intento di accertare se esso copra, interamente o parzialmente, l'ammontare dei danni derivanti da indennizzi o pensioni alle vittime (marinai e passeggeri), ovvero alle loro famiglie, come pure dei danni relativi a perdite di bagagli ed effetti personali di marinai e passeggeri.

Tutti questi danni ascendono a poco più di 135 milioni di cruzeiros (al cambio ufficiale, meno di 7 milioni di dollari) e sono quelli dei quali l'opinione pubblica, secondo Fernandes, maggiormente si preoccupa, mentre il Governo, nell'attuale situazione finanziaria, non ha modo di farvi fronte. Anche a questo proposito il ministro ha, per la prima volta, formulato un riconoscimento prezioso, e cioè che le cifre degli altri danni (circa un miliardo per perdite od avarie di navi, e circa 400 milioni per premi di assicurazione) sono da discutersi con possibilità di accordo.

Naturalmente ho ringraziato, confermando la nostra intenzione di pervenire ad un equo accomodamento. Ho osservato però che mi ritenevo vincolato, nella piena libertà di azione che caratterizza la mia missione confidenziale, soltanto dalla risposta data il 30 settembre u.s. dal sottosegretario di stato on. Brusasca all'in

terrogazione del deputato alla Costituente on. Giacchero, e gli ho letto la risposta stessa. A questo proposito, sarei grato all'E.V. di volermi confermare istruzioni in tal senso, per mio opportuno orientamento.

Fernandes mi ha replicato che l'idea di creare una commissione mista dava l'impressione che si volesse sostituire un organo giurisdizionale internazionale agli organismi amministrativi istituiti dalla legislazione interna del Brasile, mentre poi l'allusione ad un giudizio arbitrale era inutile, in quanto (ed ecco la terza notevole ammissione) se non ci si metterà d'accordo sull'interpretazione del trattato di pace, bisognerà pur pensare ad un arbitrato, per quanto sia preferibile un'intesa diretta totale. Ho spiegato allora che, proprio per evitare le obiezioni a cui poteva dar luogo un ingombrante commissione mista, e sempre con riserva dell'arbitrato in caso di estrema e deprecabile necessità, mi ero permesso di suggerire l'incontro di due esperti navali qualificati, chiamati ad esprimere il proprio parere sulla misura della partecipazione italiana alla guerra sottomarina; e ciò con la sicurezza che tecnici di buona fede, confrontando il materiale documentario e compiendo altre ricerche per loro conto, arriverebbero facilmente ad un accordo su conclusioni, se non di certezza, almeno di probabilità.

Femandes ha finito per dire che l'accertamento dei fatti è necessario, che egli farà studiare il mio nuovo memorandum dalla sua Marina, che intanto io dovrei tenermi a disposizione a Rio o a Petropolis e che poi ne riparleremo. Ha soggiunto che egli deve essere posto in condizioni di ribattere eventuali censure, col dichiarare che ha potuto stabilire la verità riguardo agli affondamenti, nel senso della minima partecipazione italiana.

In tali condizioni parmi -salvo migliore giudizio da parte di V.E. -che non sarebbe prudente il mio ritorno, sia pur temporaneo, e sia pur motivato dal bisogno di raccogliere altre prove. È però certo che nuove prove si rendono necessarie per più motivi. Fernandes ha di nuovo insistito sugli asseriti commenti ufficiosi della Radio italiana relativi agli affondamenti dell'agosto 1942 che determinarono la dichiarazione di guerra, e sul silenzio invece della Radio tedesca.

Come ho accennato più sopra, l'accertamento pratico della parte avuta danavi italiane nella guerra sottomarina, che è sempre stato, a mio avviso, la premessa di ogni soluzione della questione dei beni, è oggi divenuto, per l'atteggiamento preso da Femandes, il punto di partenza di ogni ulteriore discussione sull'importo dei danni che dovremmo addossarci.

Da parte brasiliana si era originariamente parlato di «parte que cabe a Italia» per i danni sofferti a causa della guerra sottomarina: successivamente pensò si era manifestata la tendenza a non distinguere fra danni prodotti dalle forze tedesche e danni prodotti dalle forze italiane, in quanto queste assistevano la Germania in altri campi. Ulteriormente, col memorandum del 6 febbraio 1946, si era accertato il criterio della responsabilità frazionata tra Italia e Germania, ma calcolando la parte dell'Italia in base ad una semplice presunzione di responsabilità eguale, parte che si ridurrebbe poi a poco più di un terzo, secondo i calcoli brasiliani, per effetto dell'offerta di restituirei 7 navi.

Il progresso compiuto nell'ultimo colloquio consiste invece nell'accettazione del principio che è necessario accertare i danni effettivamente prodotti dalle forze italiane.

Fernandes mi ha dichiarato che farà fare anche egli per suo conto delle indagini non solo dal Ministero della marina brasiliana, ma anche dall'ambasciata in Roma, mediante consultazione di giornali italiani del tempo: questa ultima indagine è diretta ad accertare la circostanza suindicata che commenti ufficiosi della Radio di Roma avrebbero ammesso la partecipazione di navi italiane agli affondamenti che determinarono la dichiarazione di guerra del Brasile.

Beninteso nel mio memoriale del 18 marzo corrente io ho sostenuto, con gli argomenti fornitimi dalla Marina, che gli affondamenti dell'agosto non erano dovuti a navi italiane, ma data l'insistenza di Fernandes, trovo indispensabile di far il possibile per stabilire se ci fu realmente una confessione da parte di organi italiani in senso contrario.

Ciò posto, mi vedo obbligato a ricorrere ancora una volta alla collaborazione di codesto on. Ministero e dell'ambasciata a Washington e sarò grato se l'E.V. vorrà autorevolmente intervenire per:

l) far ricercare la dichiarazione alla radio cui Fernandes ha sempre accennato con tanta insistenza, in modo, o da poter esibirgliela io stesso, o da controllare le ricerche da lui disposte tramite ambasciata del Brasile a Roma. Mi sono stati indicati i seguenti organismi presso i quali la ricerca potrebbe essere fruttuosa: Ministero che possiede gli archivi dell'antico Ministero unificato delle comunicazioni (ispettorato radio); archivi della ex Censura militare; archivi dell'EIAR; sottosegretariato di Stato alla Presidenza del consiglio, come successore dell'ex Ministero della cultura popolare.

Quanto all'asserzione di Fernandes sull'assenza di commenti da parte della radio germanica, parmi che sarebbe utile far esaminare la collezione del Voelkischer Boebarchter che non dovrebbe essere difficile trovare in qualche biblioteca romana --per il periodo dal 15 al 31 agosto 1942, per accertare se e quali commenti vi siano stati sulla dichiarazione di guerra del Brasile e sui suoi moventi.

2) Ottenere dalle competenti autorità degli Stati Uniti -nello spirito di cui ai telegrammi 272 e 3 J3 di codesto on. ministero e 294 di questa ambasciata a Rio de Janeiro tutte le possibili informazioni ed i chiarimenti chiesti col precitato telegramma 29, ed in particolare gli eventuali dettagli relativi ai cinque affondamenti operati al largo di Baia il 15 ed il 16 agosto 1942 ed i dati relativi al numero dei sommergibili germanici operanti nell'Atlantico. Osservo in proposito che a Washington sono concentrati i documenti raccolti a Berlino dagli Alleati, onde vi si dovrebbero trovare i rapporti di navigazione dei sottomarini germanici che operarono nell'Atlantico meridionale.

Sin d'ora ringrazio l'E.V. per quanto crederà cortesemente di disporre in merito ai punti di cui sopra, che giudico essenziali ai fini delle trattative e sui quali vorrei riprendere al più presto le conversazioni col ministro, per profittare della nuova situazione internazionale nei riguardi dell'Italia, che l'E.V. ha saputo creare.

3 Vedi D. 394, nota l.

4 Del 9 marzo, non pubblicato.

A tale nuova situazione potrà ispirarsi l 'ambasciatore on. Martini nei suoi contatti col presidente dell'Unione, di cui gode la piena stima personale, come ho potuto io stesso constatare.

Aggiungo infine che né il ministro Femandes né io stesso abbiamo fatto oggetto delle nostre conversazioni l'esistenza, davanti ai due rami del Parlamento brasiliano, di progetti autorizzanti il Governo dell'Unione a procedere alla liquidazione definitiva dei beni appartenenti ad italiani, tedeschi e giapponesi.

Su tali progetti l'ambasciata ha sempre riferito dettagliatamente. Il deposito del trattato di pace con l'Italia alla Camera dei deputati -su cui ha anche riferito l'ambasciata, allegando il testo del rapporto di Femandes in merito -rende assai probabile un più sollecito esame dei progetti pendenti.

Ho sempre ritenuto che non fosse mio compito seguire l'azione del Parlamento ma non posso a meno di rilevare come l'opera assidua ed efficace esercitata con la dovuta discrezione dell'ambasciatore Martini, abbia avuto quale risultato la presentazione di emendamenti ai progetti tali da migliorare sensibilmente la portata dei testi originari5.

495 l Vedi D. 394.

495 2 Del 6 marzo, non pubblicato.

496

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. S.N.D. 3 795/211. Roma, 31 marzo 1948, ore 12,30.

Telegramma ministeriale 2021.

Circa questione colonie e pel caso appaia impossibile ottenere una dichiarazione comprendente anche Libia, V.E. potrebbe suggerire quanto segue, se pensa come spero che atmosfera sia favorevole: che eventuale dichiarazione si riferisca intanto ai due territori Africa orientale dei quali Commissione indagine ha già raccolto elementi informativi; che in tal caso tre potenze dichiarino che, nell'attesa conoscere dati che saranno raccolti da Commissione indagine in Libia, tenute presenti risultanze inchiesta già compiuta in Eritrea e Somalia esse ritengono potersi esprimere nel senso che queste due colonie debbono venire affidate ad amministrazione italiana. Verrebbe in tal modo salvaguardato rispetto procedura e al tempo stesso verrebbe tenuto conto giuste osservazioni di cui al punto 3 della lettera del 4 marzo di V.E.2.

496 1 T. s.n.d. 3702/149 (Londra) 202 (Washington) del27 marzo con il quale veniva ritrasmesso il D.

477. 2 Vedi D. 381. Per la risposta di Tarchiani vedi D. 499.

495 5 Per il seguito della questione vedi D. 583.

497

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 4253/190. Londra, 31 marzo 1948, ore 20,25 (per. ore 24).

Mio 1061. Alto commissario Pakistan comunica ufficialmente che suo Governo è d'accordo per stabilimento relazioni diplomatiche mediante istituzione legazioni. Ritelegraferò non appena mi perverrà gradimento per Assettati che è in corso.

498

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI (I)

L. PERSO?'-IALE. Roma, 31 marzo 1948.

Spero rimandarle con estrema rapidità il suo consigliere con utili informazioni.

Colgo però l'occasione della partenza di Ronchi per assicurarla senza ritardo che sentii bene tutto il peso di taluni suoi argomenti (sua del 26)2; ma che se confermai che Di Stefano doveva venire fu soprattutto per questo.

Giorni fa venne da me Dunn che mi si mostrò turbato seccato per certe dubbiezze e crisi dello State Department; non sapeva come vincerle e chiarirle; e si domandava se non fosse opportuno far venire qui un official dello State Department. A torto o a ragione il disegno mi dispiacque; dovevano noi dipendere dalle affrettate opinioni di un missus dominicus ignaro? Risposi quindi senz'altro a Dunn: «L'idea ha del buono, in un certo senso l'ho avuta io stesso; perché poco fa ho prescritto la venuta qui immediata di Di Stefano che come voi sapete non solo è un valido e fedele collaboratore di Tarchiani ma è anche un intimo di vari dello State Departement». L'idea piacque molto a Dunn che dismise di pensare alla propria e si disse felice di veder qui Di Stefano.

La conversazioni ebbe luogo il giorno stesso dell'invio del mio telegramma a lei, telegramma posteriore alla conversazione3.

2 Vedi D. 490.

3 Vedi D. 492.

Ora le è chiaro perché io non potevo cambiare. Sarebbe apparso che avevo gettato là la frase per sfuggire alla visita di un americano che Dio sa cosa avrebbe capito e riferito.

La nostra vittoria è sicura. Sono stato il primo a affermarlo non appena vidi molto tempo fa il P.C. camuffarsi da «patriota», anzi, ciò venne dopo, da nazionalista. L'ipocrisia e la menzogna son segni di intima debolezza.

Le farà piacere sapere che per quanto l'atto degli occidentali per Trieste (che nacque da una mia proposta a Dunn in gennaio, ed è miracoloso che il segreto più perfetto sia stato mantenuto) che tale atto, dico, abbia suscitato profonda emozione, non meno grande è l'interesse per l'unione economica italo-francese. Quando lanciai l'idea (luglio '47) non speravo conversioni sì rapide in Francia. Quella è la via della nostra rinascita.

Sarò felice di vederla dopo le elezioni; fino al 18 ho rifiutato congedi a Scotti, Donini, ecc. Se vuole, sia questa la autorizzazione di congedo.

Avrei pensato di nominare Di Stefano ambasciatore a Montevideo, rimanendo inteso che resterebbe ancora un paio di mesi con lei. Potrei mandarle un ottimo consigliere: Cattani.

Ma desidererei prima avere il suo avviso; prima del 7, ultimo Consiglio dei ministri. Se approva mi telegrafi: «Sua del 31 benissimo».

497 l Vedi D. 264.

498 l In Archivio Sforza, Strasburgo.

499

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 4304/280. Washington, l o aprile 1948, ore 17,39 (per. ore 8 del 2).

In assenza Armour che accompagna Segretario Stato conferenza Bogotà ho intrattenuto direttore generale affari Europa su questione dichiarazione per nostre colonie. Hickerson si è dimostrato vivamente interessato a suggerimento di cui suo 2111, pur ripetendomi preoccupazioni di cui a mia lettera 4 marzo2 che ho controbattuto e cercato superare valendomi argomenti di cui a telegramma sopracitato. Mi ha promesso esaminerà subito nostro suggerimento con sottosegretario Stato e inglesi. Da sua domanda se Londra fosse a corrente nostra proposta ho tratto impressione che egli ritenesse opportuno nostro analogo passo colà. Ho approfittato per dirgli che incoraggiamento Washington a Londra nel senso da noi desiderato avrebbe naturalmente facilitato molto tale passo.

499 1 Vedi D. 496. 2 Vedi D. 381.

500

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 4305/281. Washington, l o aprile 1948, ore 17,20 (per. ore 8 del 2).

Suo 2051.

In conversazione odierna Hickerson mi ha preannunciato che in seguito adesione inglese e data necessità agire tempestivamente perché questione possa essere effettivamente dibattuta da Consiglio sicurezza, domanda per esame nostra ammissione O.N.U. verrà presentata questi giorni. Hickerson ha tenuto a rilevare opportuna coincidenza con possibile convocazione Assemblea generale per discussione Palestina.

501

IL MINISTRO AD OSLO, RULLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 4297/30. Osio, 1° aprile 1948, ore 17,40 (per. ore 7,30 del 2).

Netta opposizione trova qui la presa di posizione del Parlamento statunitense per quanto concerne l'inclusione della Spagna nel piano Marshall. Questo ministro degli affari esteri mi ha detto che l'articolo in tal senso pubblicato stamani dal giornale ufficioso governativo è stato da lui personalmente ispirato. Egli ha aggiunto che gli S.U.A. debbono rendersi conto del fatto che tutti i Governi d'Europa sarebbero posti in una delicata situazione di politica interna dall'insistenza da parte statunitense nell'effettuare gli aiuti a Franco.

502

IL MINISTRO AD OSLO, RULLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 4298/31-32. Osio, l 0 aprile 1948, ore 17,50 (per. ore 7,30 del 2).

Mi riferisco al mio telegramma n. 20, nonché a quello dell'E.V. n. 121. Mi è stato apertamente e francamente detto da questo ministro degli esteri

502 . Vedi DD. 401 e 423.

che analisi da lui fatta a Bevin a Parigi riguardo alla situazione strategica militare della Scandinavia in caso di guerra ha trovato ampia comprensione in ministro degli esteri britannico. Bevin gli ha affermato che appunto perché si rende conto del pericoli inerenti a tale situazione, l'Inghilterra non ha esercitato e non eserciterà, in un prossimo avvenire, alcuna pressione perché al Patto occidentale aderiscano i paesi scandinavi.

Per quanto concerne il Nord Europa, il ministro mi ha aggiunto di essere rimasto d'accordo con Bevin che mentre la Norvegia incrementerà la sua collaborazione al piano di ricostruzione e _collaborazione con la Gran Bretagna per condurre la Danimarca e la Svezia ad una migliore e più precisa comprensione della situazione in senso occidentale, nessuna sostanziale modificazione nella politica dei paesi scandinavi può essere prevista a breve scadenza senza che avvenimenti od il tempo modifichino l'attuale situazione generale europea in uno o nell'altro senso.

Ministro degli esteri mi ha altresì soggiunto che egli si è molto sentito incoraggiato nel suo atteggiamento da quanto l'E.V., nella sua lunga esperienza di uomo di Stato, gli ha esposto sulla politica che intende seguire per l 'Italia, la di cui situazione geografica al sud ha tanti punti di rassomiglianza con la Norvegia al nord.

500 l Vedi D. 492.

503

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 4308/194. Londra, JO aprile 1948, ore 21,40 (per. ore 8 del 2).

Mio telegramma 1811 e telespresso 1538/536 del 30 marzo2. Avendo avuto occasione di riparlare della liquidazione questione di Mogadiscio con sir Noel Charles riassumo attuale posizione. Nelfa sostanza: l) è confermato trasferimento noti ufficiali; 2) anche Tesoro britannico ha approvato stanziamento fondi per indennizzo danni materiali; 3) nostro funzionario collegamento può essere senz'altro designato.

Nella forma: l) Foreign Office non ha trovato da ridire all'annuncio dato da Agenzie italiane del trasferimento Thome ed altri ufficiali (telespresso ministeriale 0392 segr. pol.)3;

503 I Vedi D. 461. 2 In tale telespresso Gallarati Scotti chiariva alcuni punti delle conversazioni in corso con la Gran Bretagna per la soluzione dell'incidente di Mogadiscio. 3 Non rinvenuto.

2) non si farebbero obiezioni che notizia circa futuro pagamento indennizzi sia resa pubblica per medesimo tramite ufficioso, sempre evitando forma comunicato ufficiale. Lo stesso vale per nomina funzionario collegamento una volta avvenuta designazione ed accettazione. In quanto a detto funzionario è da tener presente che, pure essendogli attribuite piene prerogative che si danno ai consoli, annunzio pubblico sua nomina dovrebbe, secondo Foreign Office, specificare trattarsi di collegamento tra collettività italiane (e non Governo italiano) e B.M.A.;

3) se si dovesse addivenire a comunicato ufficiale War Office non intenderebbe rinunciare a menzionare, assieme alle deficienze della B.M.A. in relazione alle misure prese al momento dei disordini, la parte del rapporto Corte Inchiesta che mette in rilievo corresponsabilità italiana negli incidenti.

In queste condizioni devo confermare mia convinzione circa opportunità soprassedere per il momento pubblicazione qualsiasi comunicato e dichiarazione ufficiale e in tal senso mi sono espresso con Charles4.

504

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO

T. PER CORRIERE 3869. Roma, l o aprile 1948.

Ritengo necessario sia prospettata una volta ancora a codesto Governo la situazione nella zona della frontiera itala-jugoslava e prego la S.V. di voler attirare anche verbalmente l'attenzione di codesto ministro degli affari esteri su quanto segue:

l) Quasi ogni settimana continuano a verificarsi tentativi di sconfinamenti da parte di truppe confinarie jugoslave che nottetempo rimuovono picchetti e tracciano nuovi segnali spostando la linea di confine su estensioni e profondità talvolta non indifferenti. La circostanza che, negli ultimi recentissimi casi segnalati a questo Ministero, l'intervento delle nostre autorità sia valso a ripristinare prontamente la situazione, a volte non senza fastidiose discussioni con le autorità militari jugoslave, nulla toglie ai fatti in se stessi né alle intenzioni che animano i responsabili.

2) La situazione permane poco soddisfacente anche per quanto riguarda il piccolo traffico di confine. Le autorità locali jugoslave continuano a creare difficoltà in varie zone, sia che si tratti di cittadini italiani che sono impediti di recarsi in territorio jugoslavo, pur essendo muniti di regolare lasciapassare agricolo, sia che si tratti di proprietari italiani di terreni situati al di là del confine cui è impedito di realizzare i prodotti dei terreni stessi.

Questo Ministero vuole sperare che tali incresciosi episodi debbano essere esclusivamente attribuiti a non autorizzate iniziative di organi locali; tuttavia non può nascondersi che essi, a lungo andare, non contribuiscono certamente a migliorare l'atmosfera dei rapporti tra i due paesi, mentre potrebbero anche originare incidenti la cui gravità non è possibile prevedere; essi, in ogni modo, sono in aperto contrasto con le assicurazioni più volte date al riguardo da codesto Governo ed in particolar modo con l'accordo Cappa-Pehacek del 26 settembre 1947'.

Tali incidenti originano poi tutti dal fatto che, dopo oltre sei mesi dall'entrata in vigore del trattato di pace, non si è potuto addivenire alla delimitazione definitiva dei confini.

Il Governo italiano è pertanto d'avviso che sia più che mai urgente e necessario procedere alla delimitazione stessa. A tale riguardo esso confida che il Governo jugoslavo sia animato dalle stesse sincere intenzioni e gradirà conoscere se esso concorda nella opportunità che vengano al più presto ripresi i lavori di delimitazione interrotti il 28 febbraio scorso2 e se è disposto a dare a tal uopo istruzioni alla propria delegazione affinché essa si ispiri nei lavori stessi alla lettera ed allo spirito del trattato di pace, in particolare all'art. l 0 di esso trattato.

Nell'intrattenere su quanto precede codesto Governo, prego far presente che questo Ministero attribuisce la dovuta importanza ad una sollecita risposta3.

503 4 Per la risposta vedi D. 525.

505

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO

TELESPR. l 0282/c.l. Roma, JO aprile 1948.

Suo rapporto n. 496 del 13 marzo2.

Approvo i concetti esposti da V.S. nel rapporto sopracitato e la linea di condotta seguita sinora dalla S.V. nell'adempimento della missione affidatale. Ella potrà quindi continuare nell'indirizzo attuale che risponde alle direttive del Governo della Repubblica tendenti a consolidare con la Jugoslavia relazioni quanto più

2 Vedi D. 388.

3 Non risulta pervenuta la risposta a questo documento.

2 Vedi D. 434.

normali possibile. Ella vorrà anche far comprendere costì che la nostra stessa azione per una definitiva liquidazione del miserando esperimento del «Territorio Libero» è pure ispirata al desiderio di eliminare motivi e pretesti di dissenso fra i due paesi e ostacoli alla collaborazione fiduciosa fra di essi.

Sul terreno economico, infine, codesto Governo continuerà a trovarci disposti, come ne abbiamo dato prova, a favorire la collaborazione fra i due paesi, nei limiti del possibile, cioè in aderenza alla realtà delle circostanze e dei problemi da affrontare, ed in vista dell'interesse dell'una come dell'altra parte.

504 l Vedi serie decima, vol. VI, D. 538.

505 1 Il telespresso è stato redatto sulla base del seguente appunto manoscritto di Sforza: «Rispondere che approvo i concetti esposti nel suo rapporto d'insieme dell3 marzo. Il Governo della Repubblica vuole pace e rapporti quanto più si possa normali con la Jugoslavia. Approvo quindi la sua linea di condotta. Faccia sentire che la nostra stessa azione per una liquidazione del miserando esperimento del Territorio Libero è ispirata essenzialmente anche a eliminare ragioni o pretesti morbosi di dissenso».

506

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO!. Roma, l o aprile 1948.

Per incarico dell'ambasciatore Sangroniz, è venuto a vedermi il ministro consigliere dell'ambasciata di Spagna. Avevano ricevuto da Madrid istruzioni di riferire le nostre «reazioni» alla decisione della Camera americana relativa all 'inclusione della Spagna nell'E.R.P. Le istruzioni erano nel senso che l'ambasciatore prendesse diretto contatto con V.E., ma Sangroniz riteneva ciò prematuro prima delle elezioni.

Il ministro consigliere mi ha detto che Franco mostra sempre per l'Italia e per gli italiani molta particolare simpatia e che l'atteggiamento dell'Italia, quando verrà discussa la questione dai Sedici, gli sta molto a cuore.

Ho risposto, a titolo personale, che ovviamente alla vigilia delle elezioni non possiamo adottare alcuna decisione; che in seguito è presumibile che l'atteggiamento dell'Italia continuerà ad ispirarsi ala linea di condotta sinora adottata, parallela cioè a quella anglo-franco-americana; che nell'eventualità di nuovi orientamenti americani è possibile che la questione venga in seguito ripresa in esame fra gli Stati europei; che l'atteggiamento dell'Italia non potrà in tal caso dissociarsi da quello franco-britannico: solo nel caso in cui vi fossero, come può sembrare oggi verosimile, maggiori resistenze da parte britannica che da parte francese all'inclusione della Spagna, l'attitudine dell'Italia potrebbe acquistare una propria «sfumatura», ma tutto dipenderà dallo sforzo che nel frattempo la Spagna avrà compiuto per adeguarsi al nuovo clima democratico della comunità europea alla quale essa aspira associarsi. Ho colto l'occasione per ricordare che attendiamo che cessi sulla stampa spagnola quella malevolenza verso le cose italiane che tanto più giustifica le nostre rimostranze in quanto detta stampa non è libera ma no

toriamente diretta dall'alto, e che attendiamo altresì di veder risolte varie questioni ora pendenti fra i due Governi (talune delle quali interessano in modo particolare la Direzione generale degli affari economici).

Nel corso della conversazione il consigliere spagnolo mi ha detto che in questi giorni il Dipartimento di Stato ha autorizzato la partenza per Washington del signor Lequerica il quale, cessando dalla carica di ministro degli esteri, due anni or sono, era stato nominato ambasciatore di Spagna negli Stati Uniti. A quel tempo il Dipartimento non si era dimostrato entusiasta di tale nomina che fu pertanto sospesa: ora il Lequerica va negli Stati Uniti in missione temporanea come «ispettore delle sedi diplomatiche e consolari spagnole ali' estero». Il Lequerica appartiene agli ambienti industriali e finanziari della Spagna del Nord (Bilbao) legati agli interessi inglesi e americani. Molto intimo di Pétain e Lavai fu intermediario per l'armistizio franco-germanico nel 1940 e forse per queste ragioni la sua nomina non fu due anni fa gradita a Washington dove per altro gode di molte amicizie. Converrà seguirne l'attività.

506 l Ritrasmesso con Telespr. 11447/c. dellO aprile alle ambasciate a Madrid e Washington.

507

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 482/5055/1270. Parigi, ] 0 aprile 1948 (per. il 3).

Chauvel mi ha detto che gli ambasciatori di Francia, d'Inghilterra e del Benelux a Washington, avevano ricevute istruzioni concordate per abbordare con Marshall, al suo ritorno da Bogotà, la questione del collegamento americano con il patto a cinque soprattutto per la parte militare. I contatti preliminari che Bonnet aveva avuto con Lovett, avevano data l'impressione che da parte americana l'idea avesse fatto molto più cammino di quanto si potesse credere: restava ora da vedere come ed in qual forma pratica la giunzione potesse essere fatta.

Gli ho chiesto che fondamento avesse la notizia pubblicata ieri dalla stampa francese che l'America avesse deciso di dare alla Francia l'armamento necessario per dieci divisioni. Mi ha risposto che l'idea di un piano Marshall militare, sotto forma di !end lease, era nell'aria ma che non si era ancora sul piano concreto. Lo sviluppo del pensiero politico americano era senza dubbio nel senso che bisognava riarmare l 'Europa occidentale, in maniera da metter! a in grado di resistere ad un eventuale attacco sovietico, almeno quel tanto di tempo che era necessario per dare tempo agli aiuti americani di arrivare. Ma tutto questo doveva essere studiato in un piano d'insieme che doveva comprendere, nel pensiero francese, un patto di garanzia, accordi di Stato Maggiore per precisare tempi e modalità dell'aiuto americano e infine riarmo dell'Europa: nel qual caso il materiale per dieci divisioni sarebbe stato per la Francia ben !ungi dall'essere sufficiente: tutto questo era oggetto dei contatti preliminari che Bonnet aveva istruzioni di prendere con Marshall e che, eventualmente, avrebbero potuto finire in un incontro a tre o a sei in America o altrove.

Essendo poi venuto il discorso sulla partecipazione italiana al patto a cinque, Chauvel ha tenuto a precisarmi che fin dal primo momento, la Francia era stata convinta che questo «patto del Nord» dovesse estendersi anche all'Italia, in completo accordo, in questo, con Bevin. Sarebbe stato facilissimo ai francesi di ottenere che un invito formale ci fosse inviato anche prima della Conferenza di Bruxelles: se non lo avevano fatto era perché, nelle circostanze attuali, il Governo francese non riteneva che questo sarebbe stato per noi un servigio: teneva a dirmelo ben chiaramente, perché non ci fossero malintesi in proposito. Mi ha aggiunto confidenzialmente che a Bruxelles Bevin aveva sollevata la questione dell'invito all'Italia e che Spaak aveva immediatamente risposto «ma il Governo italiano lo desidera in questo momento?» Bidault aveva appoggiato Spaak e non se ne era parlato più.

L'idea del Governo francese era la seguente: prima delle elezioni naturalmente la cosa era fuori di questione; ma anche dopo le elezioni non era forse bene per noi andare troppo in fretta. La nostra posizione -a parte la situazione interna -era delicata, perché noi ci trovavamo a diretto contatto con uno dei più irresponsabili satelliti di Mosca: l'aderire ad un blocco politico e militare occidentale poteva esporci a qualche rischio sulle nostre frontiere: come una provocazione senza reale contropartita; con tutta la loro indiscutibile buona volontà, l'aiuto che ci potevano dare i cinque alleati europei era ben poca cosa: il rischio per noi poteva essere compensato solo quando si fosse precisata la questione della garanzia americana. Secondo il pensiero francese quello che ci sarebbe convenuto sarebbe stato aspettare lo sviluppo delle conversazioni militari con l'America del cui svolgimento egli ci avrebbe tenuto al corrente: una volta la giunzione americana diventata un fatto compiuto, e la sua estensione a noi una cosa automatica, allora e solo allora la nostra adesione avrebbe dovuto diventare una realtà. Tutto questo avrebbe potuto svolgersi con ritmo abbastanza rapido, comunque non certo dell'ordine di giorni. Che lo comprendessi bene: questo era un giudizio francese, tenuto conto di quella che esso riteneva fosse la nostra posizione e il nostro interesse: il Governo francese era pronto ad agire diversamente se noi lo avessimo desiderato.

Gli ho detto che pur non avendo istruzioni in proposito ritenevo che questa fosse anche di massima l'idea del Governo italiano: comunque contavo di essere presto in grado di farglielo sapere con più precisione.

Visto che lui si preoccupava che non ci fossero malintesi nei riguardi francesi, siccome eravamo stati informati che, in certi ambienti, le riserve italiane, fatte soprattutto in vista delle elezioni, erano state interpretate come una tendenza al doppio giuoco, volevo essere anche io chiaro. L'Italia, il Governo italiano, erano convinti che l'Italia faceva parte dell'Europa occidentale, e intendeva restarci, con tutte le conseguenze che questo comportava. La lotta elettorale italiana doveva anzi essere interpretata come la volontà del Governo italiano che l'Italia restasse, e fermamente, nel mondo occidentale: questa volontà del Governo italiano poteva essere mutata solo da un responso a lui contrario della lotta elettorale. Ferma restando questa precisa volontà del Governo italiano, su cui non dovevano esistere dubbi od equivoci, l'adesione di fatto del Governo italiano al patto a cinque doveva essere discussa: oltre le argomentazioni sue che, per quello che mi riguardava personalmente, potevo condividere, c'erano altre questioni da risolvere. Prima fra di esse la questione della situazione morale nostra: non volevamo negare la disparità di fatto: ma bisognava che cessasse ogni forma, anche leggera di discriminazione morale nei nostri riguardi: noi dovevamo essere accettati nella comunità occidentale senza riserva: ho detto a titolo di esempio che la nostra partecipazione ad ogni ente, commissione, od altro, dovesse essere un fatto che va da sé, e non una specie di concessione come era tuttora oggi. «Su questo l'Italia può contare sull'appoggio incondizionato della Francia» mi ha risposto. Secondo era la questione delle limitazioni militari derivanti dal trattato: noi non potevamo partecipare ad una alleanza militare quando il trattato limitava e così strettamente la nostra capacità di difenderci. «Cela va sans dire» mi ha risposto.

Chauvel ha poi continuato dicendomi che, se noi eravamo d'accordo, la Francia sarebbe stata d'avviso di cominciare a farci stabilire dei contatti col Patto occidentale per la parte economica. Sebbene non prevista nell'immediato avvenire, era possibile che qualche trattativa si iniziasse anche presto in merito alle clausole economiche dell'accordo a cinque. In questo caso la Francia, legata a noi dal patto di Unione doganale, avrebbe potuto dire che non poteva prendere impegni se non in congiunzione con noi: era questa una forma empirica per fare un primo passo, per metterei nel giro: voleva solo sapere se noi eravamo d'accordo. Intanto da parte francese si sarebbe potuto svolgere, in vista dell'avvenire tutto il necessario lavoro preparatorio.

Richiesto da me di spiegazioni su questo punto, mi ha detto, pregandomi di tenere la cosa confidenziale, che alla nostra ammissione, in linea di massima, solo l 'Olanda si era dichiarata apertamente contraria: non per sentimenti di inimicizia verso di noi, ma perché l'Olanda, ancora non completamente adattatasi alla nuova situazione, era ancora molto restia ad assumere impegni in un settore per essa così lontano, come era il nostro: opposizione questa che si sarebbe superata, ma per la quak era bene preparare il terreno.

La pregherei, se possibile, di farmi avere qualche elemento di risposta ai due quesiti precisi postimi da Chauvel, in modo da permettenni di continuare con lui le conversazioni. Credo di avere sufficientemente compreso il suo pensiero nelle conversazioni che abbiamo avuto in proposito a Parigi ed a Torino. Mi sembra che queste conversazioni coi francesi, nell'atmosfera «confidenziale» attuale, non presentino per noi una vera compromissione: sono più che altro conversazioni off the record, fra buoni amici, che possono permetterei, da una parte, di sapere, con maggiore approssimazione, quello che realmente si sta facendo; chiarendo d'altra parte il nostro pensiero, le nostre obiezioni, le nostre difficoltà e le nostre esigenze, gradatamente e senza rumore, mi sembra che questi contatti potrebbero intanto servire a chiarire la situazione per il giorno, probabilmente inevitabile, in cui, createsi un minimo di circostanze necessarie, dovremo entrare, nel concreto, m questo argomento!.

507 l Per la risposta vedi D. 553.

508

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 4339-4340/116-117. Mosca, 2 aprile 1948, ore 17,40 (per. ore 19).

Stampa sovietica pubblica stamane comunicato Tass circa questione trattative commerciali Italia. In esso richiesta precedente scambio di note sovietiche 9 marzo e italiana 20 marzo riassumendo quindi ultima replica sovietica 30 marzo!. Come conclusione di questo ultimo comunicato riferisce che continuando a rimanere sua posizione e avendo presente la disposizione del Governo italiano a trattare per un accordo commerciale e di pagamento, nonché trattato di commercio e navigazione, e a discutere contemporaneamente entro il quadro chiarito della nota stessa le questioni relative riparazioni, Governo sovietico ritiene raggiungere l' accordo sul seguente programma di trattative in Mosca con una delegazione italiana: l) conclusione accordo su scambi commerciali e pagamento; 2) raggiungimento di un accordo circa le riparazioni; 3) conclusione trattato di commercio e nav1gazwne.

Secondo detto comunicato Tass non vi sarebbe ora più alcun ostacolo ad invio delegazione Mosca al fine trattare, preliminarmente, anche riparazioni. Punto di vista sovietico, pur non sembrandomi del tutto conforme al primitivo atteggiamento codesto Ministero, mi parrebbe invece sostanzialmente corrispondere contenuto ultima nostra nota 20 marzo almeno per quanto ne conosco dal telegramma di V.E. 262.

Prego comunicarmi se le cose stiano affettivamente così o se invece rimanga ancora qualche divergenza o qualche punto da chiarire. Resto in attesa conoscere termini esatti questione.

509

L'AMBASCIATORE PRESSO LA SANTA SEDE, MELI LUPI DI SORAGNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PER CORRIERE 4377/823/300. Roma, 2 aprile 1948 (per. il 3).

Ho chiesto in Segreteria di Stato notizie circa la venuta del sig. Myron Taylor a Roma. Tanto mons. Montini quanto mons. Tardini, ciascuno per suo conto, hanno escluso che la visita rispondesse a qualche incarico o affare di natura speciale ed importante, su cui la Santa Sede avesse avuto preliminari approcci o di cui fosse comunque a conoscenza; e, men che meno, che la Santa Sede avesse

508 l Vedi DD. 406, 467 e 494. 2 Vedi D. 467, nota l.

provocato la cosa: ma trattavasi invece di iniziativa tutta americana. Del resto, e non a torto, ricordavano che la missione di Myron Taylor a Roma è permanente e quindi non andava poi dato un significato eccessivo ad ogni spostamento che egli facesse per venire a trascorrere qualche temo al suo posto.

Tardini non mi ha escluso che Myron Taylor porti al pontefice una lettera del presidente (quindi naturalmente lo sa), ma sul tono e il contenuto del messaggio, orale o scritto, è rimasto ermetico: tuttavia, non sembra sia da pensare ad argomenti di natura particolare, come detto sopra.

Certo è, però, aggiunsero, che in questo momento così grave, il fatto stesso del ritorno affrettato del rappresentante di Truman al suo posto, è in se stesso di sufficiente rilievo, e pone la Santa Sede in sempre maggiore luce nello svolgersi degli eventi d'Italia e d'Europa, né ciò mancherà né manca già di suscitare il prevedibile scalpore nel campo avversario. Se ne accresce però anche il prestigio del Vaticano, e mi parve che a tale considerazione i miei interlocutori fossero assai sensibili.

Mons. Montini mi espresse poi l'opinione che Myron Taylor venga fra noi, segnatamente come osservatore speciale del periodo elettorale italiano, con particolare riguardo al lato politico religioso dell'avvenimento e che la visita sia in parte di sua iniziativa. Egli si fermerà qui, con tutta verosimiglianza, fin dopo le elezioni, risiedendo forse parzialmente a Firenze nella sua villa. Il suo arrivo a Roma è previsto in Vaticano per domani, sabato, sera, in aereo: il signor Parsons, segretario diplomatico residente, ha però messo in guardia su un possibile ritardo provocato dal cattivo tempo.

Mons. Montini, pur sapendo benissimo che il sig. Myron Taylor non mancherà di avere contatti diretti e privati con personalità dirigenti italiane, mi ha cortesemente offerto di farsi tramite, presso il rappresentante americano, di qualsiasi genere di argomenti o di raccomandazioni o di impressioni che noi preferissimo fargli giungere per via indiretta.

Su questo ultimo punto, prego darmi, se del caso, sollecite istruzioni'·

510

IL MINISTRO A STOCCOLMA, MIGONE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 4797/06. Stoccolma, 2 aprile 1948 (per. il 12).

Secondo quanto mi ha detto questo vice-segretario generale del ministero degli affari esteri il ministro Undèn é rientrato da Parigi rafforzato nella sua intima convinzione della necessità di una stretta collaborazione fra i paesi dell'Europa occidentale tanto in vista della ricostruzione europea, che per il mantenimento

509 I N o n risulta che siano state inviate.

della pace. Egli ha avuto interessanti conversazioni con Bevin, la cui linea poli tica meglio si confà alla mentalità ed alle aspirazioni degli uomini di governo svedesi appartenenti alla stessa fede politica.

Le apparenti esitazioni di Undèn sarebbero dovute al timore, certo molto plausibile, che una presa di posizione troppo netta ed esplicita possa appesantire le relazioni con Mosca, continuamente esposta agli umori del momento. D'altra parte già qualche organo della stampa sovietica ha dato segni di insofferenza provocando risposte nella stampa svedese -che è di destra nella sua maggioranza -e critiche al ministro degli esteri della cui prudenza si cerca di dimostrare l'inutilità. Critiche siffatte, che sono inevitabilmente di intonazione antisovietica, non solo possono aggravare la situazione, ma producono l'effetto che Undèn, molto riservato per natura, si chiuda in un silenzio ermetico che può in definitiva apparire equivoco.

Così giustificava il mio interlocutore la linea di condotta che è stata seguita fin qui e certo non apprezzata da molti esponenti della politica di collaborazione occidentale e nello stesso Ministero degli affari esteri.

Ad aumentare le preoccupazioni del Governo svedese sono sopraggiunte alcune periodiche manifestazioni di ben poca gravità -che peraltro in un paese disciplinato come la Svezia assumono l'aspetto di infrazioni all'ordine pubblico -che si insiste ad interpretare come fenomeni di esuberanza giovanile, dato il considerevole numero di studenti che vi partecipano, ma che in realtà tutti considerano come avvenimenti sintomatici di agenti di propaganda comunista.

511

COLLOQUIO DEL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, CON L'AMBASCIATORE DEGLI STATI UNITI D'AMERICA A ROMA, DUNN

APPUNTO l. Roma, 2 aprile 1948.

Conferito con Dunn in merito a quanto ha riferito Di Stefano circa sospetti sorti a Washington per nostra presunta freddezza a proposito del Patto occidentale. Gli ho spiegato la nostra posizione: l'Italia è ovviamente un paese di civiltà e tradizione occidentali e fatalmente si avvia ad associarsi sempre di più all'Occidente. Vi sono tuttavia problemi di ordine interno e internazionale, politico e militare, che un Governo rappresentativo e responsabile non può ignorare. La questione sarà dunque affrontata a momento opportuno e con la migliore disposizione di spirito. Del resto -ho fatto notare a Dunn -nessuno ci ha sino a questo momento invitato ad aderire al Patto di Bruxelles sicuramente perché ci si rende conto della nostra particolare situazione. Dunn si è reso conto di quanto il presidente De Gasperi ed io avessimo ragione e mi ha detto di avere molto apprezzato la mia assoluta franchezza. Ha aggiunto che non aveva preso sinora alcuna inizia

511 · Sforza ha annotato: «Riservatissimo per la Dir. Gen. A.P.».

tiva circa la nostra eventuale partecipazione al Patto occidentale2 perché nell'attuale momento ciò gli sembrava inopportuno e indiscreto3.

512

IL MINISTERO DEGLI ESTERI ALL'AMBASCIATA DELL'UNIONE DELLE REPUBBLICHE SOCIALISTE SOVIETICHE A ROMA

NOTA VERBALE 10467/17. Roma, 2 aprile 1948.

Il Ministero degli affari esteri, nel segnare ricevuta della nota verbale n. 112 del 30 marzo!, ha l'onore di confermare all'ambasciata dell'U.R.S.S. che il Governo italiano è lieto di concordare con il Governo sovietico, per quanto riguarda i numeri l) e 3) della citata nota, relativi al programma di trattativa proposto e cioè: conclusione di un accordo commerciale e di pagamento e conclusione di un trattato di commercio e navigazione tra i due paesi.

Per ciò che si riferisce al n. 2 del programma relativo alle riparazioni, il Governo italiano crede poter presumere che da parte sovietica sia stato accettato il punto di vista espresso nella nota n. 8999/14 del 20 marzo u.s.2, secondo cui nel corso delle trattative:

l) venga pure discusso il programma delle commesse da eseguirsi in conto riparazioni con l'intesa però che non solo nessuna consegna ma anche nessuna messa in esecuzione delle commesse stesse abbia luogo prima del termine stabilito dal trattato di pace;

2) si procede ali'esame delle prestazioni previste dal comma b) del par. 2 dell'art. 74 del trattato di pace.

In relazione a quanto precede, e per poter procedere alla nomina dei membri della delegazione italiana nonché per predisporre il materiale necessario per le trattative, il Ministero degli affari esteri ha l'onore di pregare l'ambasciata dell'U.R.S.S. affinché voglia cortesemente comunicare se l'interpretazione suindicata circa il n. 2 del programma corrisponde alle intenzioni del Governo sovietico, quali il Ministero degli affari esteri ha creduto poter desumere dalla predetta nota verbale3.

3 Su questo colloquio Sforza così telegrafo a Tarchiani (T. s.n.d. 3947/218 del3 aprile): «Ricevendo iersera Dunn gli ho narrato delle confidenze di Di Stefano circa quelle tali inquietudini e suspicioni che qui ci parvero incomprensibili. Gli ho chiarito la mia posizione su ogni punto. Capì quanto il presidente del Consiglio ed io avessimo ragione e apprezzò mia assoluta franchezza. Mi disse che su quei tali problemi egli non aveva mai preso meco la menoma iniziativa perché ciò gli era parso indiscreto e inopportuno nel presente periodo. Di Stefano le riferirà tutto a voce fra pochissimi giorni».

512 t Vedi D. 494.

2 Vedi D. 467.

3 Per la risposta sovietica vedi D. 574.

511 2 Ne aveva invece parlato con De Gasperi ill5 marzo: vedi Foreign Relations ofthe United States, 1948, vol. III, Western Europe, Washington, United States Government Printing Office, 1974, p. 53.

513

IL CONSOLE GENERALE A GERUSALEMME, SILIMBANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 4345/34. Gerusalemme, 3 aprile 1948, ore 14 (per. ore 19,30).

Riferendomi al mio telespresso 1155/71 in data 12 marzo u.s.l oggetto stabilimento relazioni Transgiordania, informo V.E. Governo Transgiordania ha restituito beni italiani compresi due ospedali italiani proprietà Associazione nazionale pro missionari. Mi sono reso interprete presso Ministero degli affari esteri e primo ministro apprezzamento Governo italiano pregando voler presentare sovrano del quale avevo sollecitato personale benevolo interessamento senso deferente gratitudine. Ospedali italiani funzionano regolarmente con personale italiano godono grande prestigio paese e verrà subito migliorato ingrandimento.

514

IL PRIMO SEGRETARIO GALLINA AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 4428/73. Francoforte, 3 aprile 1948, ore 16,10 (per. ore 8,30 del 4).

Console austriaco Francoforte sul Reno Riedl mi ha fatto presente aver ricevuto istruzioni da ministro Gruber prendere accordi con questa rappresentanza per far rientrare al più presto in Italia alto-atesini che risiedono in Germania.

Console predetto ha aggiunto aver preso contatti con autorità tedesche Monaco di Baviera ed altre città zona americana perché accertino e comunichino, comune per comune, elenco ed indirizzo degli alto-atesini Germania che egli calcola salgono a 20 mila. Inoltre ha fatto stampare-dice-moduli per domanda e ha conferito con divisione politica Governo militare americano perché questi assicuri collaborazione palese ed ha espresso parere che per i rimpatri si potrà ottenere dagli Alleati che forniscano treni speciali ed altre facilitazioni.

Ho ritenuto opportuno di conferire successivamente -dato che su argomento alto-atesini già mi ero intrattenuto altre volte e in precedenza dietro istruzioni codesto Ministero -con divisione politica Governo militare americano.

Signor Offie mi ha fatto leggere una nota di Washington che riassume punto di vista Dipartimento di Stato in materia. Da essa risulta:

l) per Governo americano problema esiste soltanto (l'appunto evidentemente era stato redatto prima gennaio) quando Italia avrà emanate norme concrete per rev1s10ne opzwm;

2) gli alto-atesini che, salvo eccezioni previste da legge stessa, risulteranno aver titolo per credito cittadinanza italiana saranno considerati dalle autorità ame

ricane come «displaced persons» e ciò agli effetti delle facilitazioni che potranno essere loro concesse per rientro in Italia.

In merito all'interesse dimostrato da autorità austriache nei riguardi alto-atesini residenti Germania Offie consiglierebbe che della cosa venisse informato da parte ambasciata degli Stati Uniti Roma e naturalmente nostra legazione Vienna.

Sarò grato codesto Ministero se vorrà cortesemente farmi conoscere se sia conveniente o meno accettare collaborazione dei rappresentanti austriaci in Germania, la quale -dal lato tecnico -non è affatto necessaria, mentre dal lato politico e morale si presta a fare sorgere negli alto-atesini convinzione che anche attuazione provvedimento revisione opzione per cui molti di essi finiranno riacquistare cittadinanza italiana e rientro in Italia, sia dovuto più ad interessamento e assistenza autorità austriache che non alla generosità del Governo italiano ed alle premure dei nostri uffici.

Ho ricevuto con corriere diplomatico duemila moduli e si è iniziata raccolta varie domande interessati. Per Ufficio speciale in via costituzione pregherei se possibile invio funzionario servizi tecnici o cancelliere per meglio dirigere attività (telegramma 70 questa rappresentanza)!.

513 l Non pubblicato, ma vedi D. 367.

515

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, DE GASPERI, AL SEGRETARIO DI STATO DEGLI STATI UNITI, MARSHALL, A BOGOTÀ

T. 3973. Roma, 3 aprile 1948, ore 20,30.

Nel momento in cui gli Stati Uniti approvano il generoso contributo americano alla ricostruzione europea secondo il piano che voi stesso suggeriste con propositi di pace e umana fraternità il mio pensiero rivolgesi con viva gratitudine all'Ecc. Vostra lieto che vengano assicurate alla libera Italia possibilità di rinascita e di cooperazione internazionale!.

516

L'INCARICATO D'AFFARI A MADRID, VANNI D'ARCHIRAFI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PER CORRIERE 4670/013. Madrid, 3 aprile 1948 (per. il 9).

Telegramma per corriere di questa ambasciata n. 012 del 31 marzo u.s.l.

La notizia che la Commissione mista del Senato e della Camera nord americana aveva annullata la mozione Okonski favorevole all'inclusione della Spagna nel piano Marshall ha prodotto in questi circoli ufficiali profonda disillusione per il rapido allontanarsi di una chimera ritenuta pressoché raggiunta. Il dispetto si è manifestato vivissimo attraverso la stampa che in gran parte ha attribuito l'intervento negativo di Truman a motivi elettorali italiani, con commenti sfavorevoli e previsioni sempre più nere per la situazione interna del nostro paese, ispirati, a quanto si afferma, da un rapporto dell'ambasciatore di Spagna a Roma letto da Martin Artajo al Consiglio dei ministri del 22 marzo e che determinò il comunicato sull' «avanzata del comunismo in Europa e particolarmente in Italia» di cui è cenno nel telegramma per corriere di questa ambasciata n. 010 del 24 marzo u.s.2.

Il rapporto di Sangroniz -secondo le indiscrezioni trapelate -forniva dettagli sull'organizzazione comunista in Italia e sui preparativi di rivolta armata nel caso di minoranza elettorale, ritenuti di tale importanza da far decidere seduta stante al Consiglio dei ministri la predisposizione di misure militari col richiamo di due classi in caso di necessità e l'intensificazione della lotta contro il banditismo e la guerriglia, tuttora attivi in varie regioni e financo nei dintorni di Madrid. In questo clima di reazione per la decisione della Commissione parlamentare mista americana e di preoccupazione, i colloqui avuti da Myron Taylor in transito a Madrid non potevano trovare un terreno propizio. La conversazione con Franco -secondo quanto finora appare -protrattasi per un'ora e mezzo si sarebbe mantenuta su argomenti di carattere generale ripetendosi da una parte e dall'altra, e senza alcun progresso, i punti di vista già noti. Agli incitamenti di Taylor per la democratizzazione del regime secondo le pressioni già fatte dall'incaricato d'affari americano nello scorso mese, Franco avrebbe ribadito l'attuale inopportunità di un qualsiasi mutamento, di fronte alla situazione in Italia e Francia, mentre avrebbe indicato che l'aiuto economico degli Stati Uniti potrebbe consentire una diminuzione dell'intervento statale nella vita economica del paese. Franco avrebbe anche insistito per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche e Taylor avrebbe opposto l'impossibilità di invio di un ambasciatore fin quando l'Assemblea dell'O.N.U. non revocherà la decisione del novembre 1946. Il protocollo spagnolo, sia pure attraverso una rigida interpretazione della consuetudine che non prevede obbligo di udienza del capo dello Stato all'incaricato d'affari, ha negato a Culbertson di assistere al colloquio.

Malgrado il rigoroso riserbo finora mantenuto sui contatti di Taylor -riserbo dovuto alla reazione che la pubblicità aveva causato in occasione dei precedenti colloqui fra l'incaricato d'affari americano e questo ministro degli affari esteri -le rispettive posizioni appaiono immutate, e dalla intonazione della stampa di ispirazione ufficiosa e di partito si ha la precisa sensazione del persistente e deliberato proposito di Franco di non deflettere dai criteri di intransigenza politica finora perseguiti. La firma poi del protocollo Franco-Peron (estensione del precedente accordo commerciale con l'Argentina la cui conclusione -a quanto risulta -è stata affrettata a causa della persistente esclusione spagnola dal piano Mar

shall e che prevede una ulteriore apertura di credito per 350 milioni di pesos annui fino al 1951, con i notevoli vantaggi economici e di prestigio interno che esso comporta, mette il dittatore spagnolo in grado di poter attendere con minor preoccupazione l 'evolvere della situazione internazionale sempre più favorevole alla sua posizione. Su tale protocollo riferisco a parte.

514 l Del 29 marzo, non pubblicato. Per la risposta vedi D. 538.

515 1 Un analogo messaggio venne telegrafato da Sforza in pari data. Per la risposta vedi D. 546.

516 l Con esso Vanni d'Archirafi aveva riferito sulla favorevole sorpresa suscitata negli ambienti ufficiali spagnoli dall'approvazione da parte della Camera statunitense della mozione per l'inclusione della Spagna nel piano Marshall.

516 2 Non pubblicato.

517

IL MINISTERO DEGLI ESTERI ALL'AMBASCIATA DI GRAN BRETAGNA A ROMA

NOTA VERBALE 43/10500/122. Roma, 3 aprile 1948.

Il Ministero degli affari esteri ha l'onore di comunicare all'ambasciata di

S.M. britannica quanto segue:

Nella scorsa settimana il Governo militare alleato del Territorio Libero di Trieste ha riservatamente consegnato alla rappresentanza italiana in quella città lo schema di un accordo commerciale redatto a conclusione di trattative iniziatesi a Trieste, fin dal mese di febbraio u.s., fra il Governo militare stesso ed una missione economica jugoslava, accordo concernente i futuri scambi economici della Zona A con la Repubblica federativa popolare di Jugoslavia. Tale schema prevede, fra l'altro, un complesso di scambi di notevolissima entità, principalmente basato, da parte jugoslava, su esportazioni di prodotti tipici di quell'economia e, da parte triestina, su esportazioni di prodotti industriali che, nella loro maggioranza, non sembrano poter essere fabbricati localmente.

Il valore complessivo dell 'intercambio, aumentabile a richiesta delle parti, si aggirerebbe attorno ad una cifra di 15 miliardi di lire.

Il Governo militare, nel trasmettere lo schema di accordo alla rappresentanza italiana, ha precisato che, in linea di principio, esso era stato approvato dal Comitato «subordinatamente alle osservazioni della missione italiana».

Il progetto è stato lungamente discusso sul luogo fra le Autorità alleate ed il dott. Guidotti, capo della rappresentanza italiana, il quale ha immediatamente avanzato precise obbiezioni sul contenuto e la portata di esso.

Il generale Airey ha preso nota delle predette obbiezioni -della cui importanza si è reso ben conto -dichiarando che avrebbe telegrafato alle Autorità centrali alleate. Ha pregato tuttavia il dott. Guidotti di fargli avere una esposizione scritta ed ufficiale delle ragioni che si opporrebbero da parte italiana alla conclusione dell'accordo.

A seguito di questa conversazione gli organi centrali italiani, investiti della questione dal dott. Guidotti, hanno esaminato il progetto sia sotto il profilo economico che sotto quello politico.

A conclusione dello studio fattone, il Ministero degli affari esteri ritiene opportuno, nell'attuale congiuntura, di attirare sul problema-che a suo avviso riveste particolare delicatezza -la più seria attenzione dei Governi di Londra e di Washigton per le seguenti considerazioni:

l) Il progetto di accordo non sembra rispondere alla situazione risultante dalle intese intercorse fra l'Italia e le Autorità militari alleate, per cui la Zona A del Territorio Libero di Trieste beneficia di tutti gli accordi commerciali stipulati dall'Italia con i vari paesi. Se entrasse in esecuzione esso si troverebbe nettamente in contrasto con la convenzione valutaria del 9 marzo e si sovrapporrebbe inoltre al vigente accordo commerciale itala-jugoslavo del 28 novembre 1947.

2) Il previsto flusso di merci da e per il Territorio Libero, mentre supera di gran lunga i bisogni e le possibilità della situazione economica triestina apporterebbe notevole danno all'economia italiana che vedrebbe attraverso questa porta aperta, una vera e propria fuga di prodotti industriali di alto valore economico senza un corrispettivo di merci di utilità adeguata. Appare in proposito significativo che le cifre sopra riportate del previsto intercambio rivelano una sproporzione veramente notevole confrontate con quelle dei vigenti accordi itala-jugoslavi.

3) Gli accordi itala-jugoslavi consentono di tutelare l'economia triestina anche per quanto concerne le forniture speciali: infatti, in base agli accordi stessi, le autorità economiche jugoslave, di loro iniziativa ed in qualsiasi momento, possono effettuare ordinazioni dirette presso le industrie triestine.

4) Nel quadro delle suesposte considerazioni di carattere economico il Ministero degli affari esteri ritiene naturalmente che i problemi attinenti all'economia del Territorio Libero ed al suo sviluppo, debbano essere risolti in loco dalle autorità di Trieste mediante intese dirette con i terzi paesi; è tuttavia opportuno che ciò avvenga in stretta collaborazione con i competenti organi italiani per le eventuali conseguenze che decisioni in merito potrebbero avere sulla economia italiana.

5) Passando ad un altro ordine di considerazioni, su cui ha l'onore di attirare la particolare attenzione dell'ambasciata di S.M. britannica, il Ministero degli affari esteri è dell'avviso che, proprio nel momento in cui i Governi di Londra, Washington e Parigi si sono resi, con profondo spirito di comprensione, promotori della restituzione di Trieste all'Italia, la stipulazione di un accordo così impegnativo per il Territorio Libero potrebbe avere conseguenze psicologiche sfavorevoli, nonché provocare, all'interno ed all'esterno, interpretazioni non armonizzate con gli scopi perseguiti in questo settore dagli stessi Governi.

In relazione a quanto sopra esposto, il Ministero degli affari esteri, sicuro che i Governi di Londra e di Washington vorranno rendersi conto dei motivi che hanno ispirato la presente nota, ha l'onore di pregare l'ambasciatore di S.M. britannica di volere con ogni cortese urgenza interessare il proprio Governo affinché siano date opportune e tempestive istruzioni alle Autorità alleate del Territorio Libero di soprassedere alla conclusione dell'accordo commerciale con la Jugoslavia, senza che un intervento diretto della rappresentanza italiana abbia luogo. Il Ministero degli affari esteri pensa infatti che un intervento ufficiale e scritto della propria rappresentanza a Trieste, come richiesto dalle Autorità alleate, potrebbe provocare localmente speculazioni di carattere politico che, ad ogni buon fine, appare opportuno ora evitare.

Il Ministero degli affari esteri ha l'onore di informare l'ambasciata di S.M. britannica che analoga comunicazione è stata effettuata in data odierna all'ambasciata degli Stati Uniti d'America.

518

Il MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO A PRETORIA, JANNELLI

TELESPR. 0439. Roma, 3 aprile 1948.

Ho letto con molto interesse il suo rapporto n. 446/83 dell' 11 marzoI ed approvo tanto il tenore della conversazione da lei avuta costì sulla questione coloniale, quanto gli argomenti di cui si è valsa per sostenere le nostre ragioni. Ella potrà pertanto continuare a seguire la linea di condotta sin qui adottata, ed in particolare vorrà insistere nel sottolineare la contraddizione chè vi sarebbe tra l'invito all'Italia a partecipare all'Unione occidentale e la contemporanea estromissione del nostro paese da quei territori africani cui il nostro popolo ha dedicato più di cinquanta anni di duro e fortunato lavoro. La contraddizione sarebbe così evidente -e stridente -da rendere impopolare in Italia la adesione all'Unione occidentale tanto più ove si tenga conto della nostra particolare posizione geografica e militare che di per sé costituisce un elemento che non potrebbe non preoccupare la nazione nel momento in cui si tratterà di esaminare l'invito che dovesse venirci rivolto di aderire al recente Patto di Bruxelles. Anche l'ipotesi ventilata recentemente da un autorevole giornale britannico, di affidare cioè l'amministrazione fiduciaria delle nostre antiche colonie alla Unione occidentale di cui saremmo partecipi non potrebbe soddisfarei, ma ferirebbe ancor più l'amor proprio italiano in quanto porrebbe l 'Ttalia in condizioni di assoluta inferiorità rispetto agli altri membri dell'Unione; a meno che -cosa per altro imprevedibile -anche gli altri membri fossero disposti ad affidare all'Unione stessa i loro possedimenti coloniali.

Convengo nell'apprezzare al suo giusto valore l'abbiezione relativa alla «procedura in corso», alla necessità di rispettarla, almeno formalmente. È bene però che costì si sappia come l'inchiesta che si viene svolgendo non potrà rispecchiare l 'esatta situazione dato l'atteggiamento delle varie B.M.A. che tende mettere in ombra tutti i nostri titoli e quelle correnti dell'opinione pubblica locale che ci sono favorevoli.

Tenga poi presente che appare preferibile risolvere la questione fra i Quattro perché all'O.N.U., oltre a riprodursi su scala maggiore le attuali difficoltà, si potrebbero affrontare posizioni ideologiche molte delle quali, anche se suggerite da motivi e interessi a noi del tutto estranei, sarebbero di assai difficile superamento.

Le confermo che, sino dal tempo della Conferenza di Parigi, noi avevamo prospettato in un nostro Memorandum2, la possibilità di staccare dalla Cirenaica la Marmarica comprendente sulla costa il porto di Tobruk e nell'interno i luoghi santi senussiti, e di sottoporre questa zona ad uno statuto speciale onde

518 I Vedi D. 420. 2 Vedi serie decima, vol. III, Documenti allegati, A2a.

tener conto ad un tempo delle sue caratteristiche strategiche e degli impegni britannici verso i Senussi i quali, conviene chiarirlo anche costì, non costituiscono la popolazione della Cirenaica, ma una confraternita religiosa che ha avuto in Cirenaica una certa influenza spirituale su quegli indigeni, arabi e berberi.

Le sono infine ben note le idee di Smuts in materia di valorizzazione e popolamento dell'Africa come mezzi più adatti per inserire codesto continente nella civiltà occidentale, perché io abbia a dilungarmi sulla parte che in tale compito possono avere gli italiani e sulla convenienza di non disperdere, ma piuttosto potenziare, le collettività italiane stabilite in Africa e le loro attività.

Continui a seguire la questione e a tenermi informato.

519

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO!. Roma, 3 aprile 1948.

Il ministro consigliere di questa ambasciata di Spagna mi ha oggi informato che l'incaricato d'affari americano a Madrid ha ufficialmente comunicato al Governo spagnolo che la decisione del presidente Truman contraria all'ammissione della Spagna al piano Marshall è stata motivata da un messaggio urgente di Dunn che prospettava le ripercussioni sfavorevoli che il voto della Camera dei rappresentanti avrebbe potuto avere sulle elezioni italiane. Nel fare tale comunicazione a Madrid l 'incaricato d'affari americano avrebbe aggiunto che la questione sarebbe stata ripresa in esame dopo il 18 aprile.

Lo stesso consigliere mi ha chiesto se vi fosse stata qualche iniziativa nostra presso Dunn in tal senso. Gli ho fatto notare l 'informazione pubblicata dalla Voce repubblicana da cui risulta che l'atteggiamento del Governo italiano non è mai stato in contrasto con l'atteggiamento degli altri Governi europei, ma che non si era ritenuto opportuno di compiere alcun passo ufficiale, la questione essendo in discussione presso le Camere americane.

Gli ho però detto che ci risultava che un passo analogo a quello attribuito a Dunn dal Dipartimento di Stato era stato fatto a Washington dal Governo britannico.

519 l Ritrasmesso con Telespr. 11728/c. del 13 aprile alle ambasciate a Londra, Madrid, Mosca, Parigi e Washington.

520

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 729/153. Mosca, 3 aprile 1948 (per. il 12).

La inevitabile conclusione del trattato finno-sovietico avverrà dopo la partenza di questo corriere. Mi riservo dunque l'analisi del contenuto del trattato, in rapporto coi precedenti trattati sovietici, e del suo significato, con un rapporto successivo.

Per intanto, come ho già sostanzialmente comunicato con precedenti telegrammi si possono mettere in rilievo i seguenti punti:

l) sia i sovietici, sia i finnici hanno cercato e cercano di non drammatizzare l'avvenimento. I sovietici non vogliono spaventare i paesi scandinavi -già abbastanza preoccupati -i finnici non intendono assumere un atteggiamento di vittimismo, che significherebbe nello stesso tempo una impotente ostilità. Ciò non potrebbe che turbare i loro rapporti coi sovietici, irritarli e peggiorare la loro posizione nelle trattative.

Nel ricevimento di Molotov, in un crocchio formato dal vice ministro Zorin e dai tre rappresentanti diplomatici scandinavi -il norvegese Berg, lo svedese Sundstrom, il danese Hansen -Zorin si è rivolto a Berg invitandolo a rendersi interprete delle buone disposizioni sovietiche, ed assicurandolo che né finnici, né gli scandinavi hanno alcunché da temere dai sovietici. D'altra parte, in quello stesso ricevimento il vice ministro Svento si è poco dopo unito a Zorin, per pregare i rappresentanti scandinavi di illuminare i loro governi e la loro stampa, convincendoli della necessità di restare calmi e di evitare gli allarmismi, come condizione per il buon corso delle trattative.

Questa l'atmosfera: del resto logica, come ho detto, non avendo né i sovietici interesse a terrorizzare, né i finnici interesse a considerarsi terrorizzati.

2) Vi è indubbiamente un problema di limite della garanzia, che è stato pubblicamente rilevato, e la cui soluzione apparirà dal trattato. La Finlandia si alleerà ali 'Unione Sovietica solo nel caso in cui sia direttamente attaccata, o anche nel caso in cui l'attacco sia diretto contro l'Unione Sovietica per vie diverse da quella della Finlandia? Nella prima ipotesi, il trattato si ridurrebbe a poco più di una riconferma e di un solenne regolamento della neutralità finlandese; essendo naturale che lo Stato neutrale invaso si appoggi al più potente non aggressore, che ha interesse a difenderlo. Nel secondo caso, sorgerebbe il problema dell'invio eventuale di truppe finlandesi su fronti sovietici diversi dal fronte finlandese: che è certo uno dei più delicati.

3) Altra difficoltà, che secondo le dichiarazioni di diplomatici scandinavi bene informati sarebbe sorta -e sarebbe ancora da definire -sarebbe quella sul diritto dell'Unione Sovietica di inviare truppe sul territorio finlandese, per difendere la Finlandia attaccata.

I finnici non solo vorrebbero garantire la Unione Sovietica soltanto in caso di attacco diretto contro di loro, ma anche in tale caso vorrebbero riservare a sé il diritto di chiamare o no le truppe sovietiche a loro soccorso.

Questo punto delicato, che già si era presentato in termini analoghi durante le trattative cogli anglo-francesi, che precedettero la seconda guerra mondiale, ha determinato, a quanto qui risulta, la sospensione delle conversazioni, per consentire a due delegati finlandesi di sottoporre le differenze in sospeso al presidente Paasikivi ed ai gruppi parlamentari. Parrebbe che, se la discussione si accentra su questo punto, già dovrebbe essere risolta a favore dei finlandesi la questione dei limiti della garanzia; ma è una semplice probabilità, che potrebbe anche essere smentita dai fatti.

4) Questo aspetto militare delle conversazioni è senza dubbio fra i più importanti, ma difficilmente risulterà chiarito dalle clausole pubbliche del trattato. Bisognerà quindi cercare di arguire o di conoscere, con ragionamenti o informazioni laterali, in che modo esso sia stato risolto, il che mi riservo di fare e di riferire con un prossimo rapporto.

5) Per intanto, in linea generale, la legazione di Finlandia a Mosca continua a cercare di dissipare ogni sospetto di indebita pressione, od anche semplicemente di rigorose richieste, da parte dell'Unione Sovietica.

La sera del ricevimento presso di lui il ministro Sundstrom mi ha voluto dichiarare d'esser lieto di poter dare atto della generosità colla quale i sovietici si erano condotti nelle trattative. Occorre tenere conto che il ministro Sundstrom fa parte della frazione socialista partecipante alla Unione democratica con i comunisti: è un uomo equilibrato, di tendenze filocomuniste. È pure da tenere presente che la sua dichiarazione potrebbe rientrare nella generale tendenza a dissipare le apprensioni, cui sopra ho accennato. Pur tenendo conto di tutto ciò, vi deve essere in fondo ad essa qualche cosa di sostanziale; nel senso almeno, che i finlandesi non hanno avuto da parte sovietica richieste così drastiche, quali potevano aspettarsi e si aspettavano. Ciò giustificherebbe la tesi di coloro che vedono negli avvenimenti di Cecoslovacchia e di Finlandia nulla più che una azione sovietica diretta a completare la loro prima fascia di sicurezza, la zona di influenza che ritengono a loro riservata secondo gli accordi coi loro ex alleati. Il vero pericolo, la vera minaccia comincerebbe al di là, ed a questo riguardo è appena naturale che, mentre fanno un passo, i sovietici in nessun caso siano portati a far supporre o temere un passo ulteriore. Nulla si può quindi argomentare di sicuro e di tranquillante dalle loro assicurazioni, ma neppure alcunché di catastrofico si può immaginare ragionando sugli avvenimenti recenti e su quelli in corso. Solo l 'avvenire prossimo potrà dare una risposta.

6) Una prima risposta verrà dall'atteggiamento che i sovietici -e i comunisti finlandesi -terranno nelle prossime elezioni. Saranno esse veramente regolari e libere, o saranno precedute da una operazione di tipo cecoslovacco, diretta ad assicurarne preventivamente il risultato? Questa sarà la vera prova della sincerità dell'attuale linea di condotta, piuttosto condiscendente, dei sovietici. Qui è diffusa l'opinione, anche fra i timorosi scandinavi, che un fenomeno di tipo cecoslovacco non si ripeterà, sia perché i comunisti non hanno in Finlandia la forza di partito né i poteri di governo che avevano in Cecoslovacchia, sia perché il popolo finlandese è per temperamento più rigido e meno pieghevole di quello cecoslovacco, sia soprattutto perché il dominio completo della politica interna finlandese è per i sovietici meno essenziale.

Soltanto gli avvenimenti successivi al trattato potranno dare la risposta a questo importante interrogativo intanto mi riservo di mettere quanto prima in rapporto il contenuto del trattato stesso e le eventuali ulteriori informazioni, con queste prime sommarie impressioni, per trarre conclusioni un poco più sicure su questa prima fase dell'interessante momento che i rapporti finno-sovietici attraversano I.

521

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 731/155. Mosca, 3 aprile 1948 (per. il 13).

Il passo delle tre potenze occidentali per Trieste e gli sviluppi successivi hanno avuto da questa ambasciata tutta l'attenzione che il grave problema merita; ma dal punto di vista sovietico vi è assai poco a dire a questo riguardo, perché la risposta di questo Governo e di questa stampa è stata finora una sola, ossia il più assoluto silenzio. I giornali hanno ritardato alcuni giorni a pubblicare la notizia; radio Mosca, le cui trasmissioni sono maggiormente dirette all'estero, ne parlò subito, mentre la stampa continuava a tacere. Nel dare poi la notizia, si limitò a riportare un breve comunicato ufficiale sulla proposta dei Tre, seguita immediatamente dalla dichiarazione polemica jugoslava, senza alcun commento. Dopo tale breve comunicazione, cui non si diede alcun risalto, è ripreso il silenzio completo, fino ad oggi non interrotto.

È chiaro che tale silenzio significa adesione al punto di vista jugoslavo e netta ostilità contro la proposta di sottoporre la questione ali 'Organizzazione delle Nazioni Unite. Non è difficile prevedere che l'U.R.S.S. sosterrà trattarsi di materia non riguardante la competenza dell'O.N.U., rifiuterà di consentirne la discussione, e in ogni caso si opporrà con tutte le sue forze alla proposta, fino ad impiegare ancora una volta, occorrendo, il suo diritto di veto. Ciò avverrà tanto più sicuramente, se la questione verrà prospettata come una applicazione della politica di revisione dei trattati: l'Unione Sovietica è e rimarrà per una politica di esecuzione, e mentre potrebbe in singoli casi consentire modificazioni particolari di talune condizioni, sempre salvando il suo principio contrario ad ogni revisione, inevitabilmente si inalbererà contro ogni proposta che sia presentata apertamente come una applicazione del principio della revisione.

Stando così le cose, la prima questione da studiare a fondo è la questione della competenza dell'O.N.U., sulla quale pregherei codesto Ministero di fornirmi gli elementi giuridici per eventualmente illustrarla, se l'occasione se ne presenterà. Evidentemente l'U.R.S.S. sosterrà che è esclusa dalla competenza dell'O.N.U. ogni questione relativa alla conclusione e modificazione dei trattati di pace, ed è sotto questo profilo che la questione va esaminata.

520 I Vedi DD. 534 e 539.

Sul fondo della questione, non credo che essa avrà rapidi sviluppi prima delle elezioni italiane, in vista delle quali i sovietici si sono affrettati ad offrirei le colonie che i britannici hanno assai scarse intenzioni di darci, così come gli Alleati ci hanno donato Trieste ben sapendo che i sovietici non avrebbero aderito.

Dopo le elezioni, è da prevedere che la situazione alle Nazioni Unite non migliorerà, mentre invece, qualunque sia il loro esito, non è escluso che l'offerta delle tre potenze possa seriamente avvantaggiare la nostra posizione nei riguardi di una trattativa diretta, la sola che non trovi, a mio avviso, l'ostacolo del no sovietico.

522

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 732/156. Mosca, 3 aprile 1948 (per. il 12).

Lo sviluppo serrato ed interessante del conflitto sovietico-alleato in Germania mi aveva suggerito la necessità di riferire al Ministero circa la visione che a Mosca si ha dei più recenti avvenimenti in quel settore; nel contempo mi è giunto il telespresso n. 03772 del 4 febbraio u.s.l circa l'atteggiamento dei Quattro di fronte al problema dell'assetto della Germania, con invito a formulare le mie osservazioni.

Credo che questa sia una buona occasione per inquadrare gli avvenimenti più limitati e più recenti in alcune considerazioni di ordine più generale.

l) L'esposizione delle tesi sovietiche contenuta nell'appunto allegato al te l espresso di codesto Ministero, è esatta. Più che rettificare, vorrei completare cercando di stabilire il rapporto reciproco di prevalenza fra le varie richieste dell'U.R.S.S. e il loro grado di attualità.

Quali, fra le fondamentali tesi russe, è da considerarsi come preminente ed assoluta, quale come relativamente secondaria? Questo intendo dire, parlando di «rapporto reciproco di prevalenza».

Sostanzialmente, quelle tesi si riducono a tre: unità (accompagnata ben si intende da democratizzazione, denazificazione, demilitarizzazione); controllo a quattro della Ruhr; riparazioni.

Dice Bymes a un certo punto del suo libro «Parlando francamente» di avere chiesto a Molotov a Parigi (luglio 1946) che cosa avesse veramente nella testa e nel cuore quando parlava della Germania, e di avere avuto questa risposta: «Noi vogliamo quello che abbiamo chiesto a Yalta, 10 miliardi di dollari di riparazioni e un controllo a quattro sulla Ruhm.

«Da allora, aggiunge Bymes, ci si è molto tormentati sulle ambizioni sovietiche in Germania: i sovietici potranno ancora fare molte richieste per sé o per i

522 ' Vedi D. 220.

loro satelliti, ma io sono sicuro che la dichiarazione di Molotov corrisponde alle reali aspirazioni dell'Alto Comando sovietico».

Questo giudizio potrebbe a prima vista apparire superficiale, se si pensa alla espansione ideologico-politica dell'Unione Sovietica in Europa, ed all'enorme interesse che rappresenterebbe per essa una Germania unita sotto un governo di democrazia progressiva, dominata cioè politicamente dal partito comunista dei Grotewohl, dei Pieck e degli Ulbricht, strettamente legati a Mosca. Verrebbe fatto di pensare alla preminenza di un tale obiettivo nell'ordine di grandezza delle aspirazioni sovietiche, perché una Germania unitaria e filocomunista potrebbe dare, per via di trattati o per via di scambi, tutto ciò che economicamente occorre alla Russia, senza costituire un pericolo.

Ma ben riflettendo, non credo sia così, ed in fin dei conti penso che l'Unione Sovietica transigerebbe sul grado di unità e di democrazia della Germania, se potesse ottenere il controllo a quattro sulla Ruhr e le riparazioni.

Certamente, con un governo sicuro in Germania l 'Unione Sovietica avrebbe in mano praticamente l'Europa, e potrebbe anche stabilire con essa fruttuosi rapporti economici; ma sul terreno delle condizioni di pace dovrebbe concedere più di quel che non potrebbe esigere. A un simile governo essa non potrebbe chiedere quello che essa ora richiede agli Alleati nei riguardi di una Germania ancora politicamente informe; non è affatto da escludere ch'essa dovrebbe forse, in un ulteriore momento, concedere qualcosa non soltanto sul piano economico, ma forse anche sul piano territoriale, con una rettifica, ad esempio, della frontiera polacca.

D'altro lato i sovietici sanno perfettamente che ad una Germania democratica-progressiva essi non potrebbero arrivare mai subito, direttamente; e nemmeno ad una Germania fortemente unitaria: giacché americani, inglesi e soprattutto francesi non vi aderirebbero mai. Il loro interesse è non tanto di avere questa Germania subito, quanto di lasciare aperte le possibilità di averla più tardi attraverso il gioco normale delle elezioni, quali funzionano (per ormai lunga e poco consolante esperienza) di una democrazia di massa e in un paese vinto e disorganizzato moralmente ed economicamente. Direi quasi che i sovietici dovrebbero preferire di non avere questa unità subito, perché conservandola come un ideale da realizzare, del quale essi sarebbero i padroni, manterrebbero "in Germania una inestimabile arma di propaganda, facendo coincidere l'interesse della propria politica con le aspirazioni unitarie della maggioranza del popolo tedesco.

Ciò che occorre dunque ai sovietici è di avere anzitutto il controllo della Ruhr e il diritto alle riparazioni; ed in secondo luogo, una situazione politica tale che, pur transigendo fra esigenze unitarie ed esigenze federalistiche, fra democrazia politica e democrazia progressiva, si conservi fluida e consenta in avvenire progressi verso l 'unità e verso la democrazia sovieticamente concepita.

Il controllo della Ruhr, le riparazioni, ed anche (forse) le frontiere orientali potrebbero essere domani, a pace conclusa, mezzi di pressione e di transazione per facilitare e premiare un governo fedele; mentre se già il governo fedele fosse costituito al momento della conclusione della pace, sarebbe meno facile per i sovietici imporgli un trattamento estremamente duro dal punto di vista economico e dei controlli. Per queste ragioni ritengo che il rapporto di prevalenza fra le varie tesi sovietiche debba essere orientato in conformità alla sintetica impressione di

Byrnes.

2) Ma tutte queste richieste e schermaglie sono veramente attuali?

Il fatto stesso che se ne possa fare oggi un bilancio obiettivo e abbastanza sicuro indica che esse stanno perdendo la fluidità delle cose vive e vanno assumendo la fissità delle cose storicamente sorpassate; si può fare ormai il bilancio, perché la fabbrica della pace non lavora più.

Ormai le trattative per la Germania sono sospese, e sospese in modo che non si vede come, su quali basi possano riprendersi. Basterebbe un fatto solo a impedire un serio riavviamento dei negoziati: ed è che i sovietici non concederanno mai sul serio alcun controllo, alcun prelievo, alcun bilancio su quel che è avvenuto e si fa nella loro zona, fino a che, almeno, tutta la Germania non sia solidamente in mano ad un regime amico. Ciò impedisce ogni accordo sulle riparazioni, perché gli Alleati lo rifiuteranno se non avranno prima avuto e discusso il conto dei prelievi dalla zona sovietica; e lo impedisce pure sulla unità della Germania, che nel pensiero degli anglo-franco-americani presuppone ugualmente una piena libertà di circolazione di beni, di uomini e di idee fra le varie zone; per non parlare del controllo sulla Ruhr, il quale avrebbe quantomeno per contrappeso la messa in discussione delle frontiere polacche e del bacino slesiano.

Che l'Unione Sovietica non voglia ritorni di sorta sulle posizioni da essa acquistate, una ormai ben consolidata esperienza dimostra. I primi segni se ne sono avuti quando ancora la guerra era in corso, con l'ultimatum di due ore dato da Vishinsky a re Michele di Romania per imporgli il governo Groza; e dopo d'allora tutto è proceduto con la stessa logica.

Dunque i sovietici non possono immaginare di ottenere né le riparazioni né il controllo sulla Ruhr, perché non sono disposti né a dare conto di quello che hanno fatto e disfatto in Germania orientale, né a mettere in discussione (per ora) le frontiere polacche.

È per questo che essi si limitano ormai alle agitazioni ed alla propaganda sulla unità della Germania: è la sola azione ch'essi possono svolgere all'infuori delle trattative, perché si rivolge non a smuovere la tranquilla inflessibilità di Marshall, ma a convincere e ad allettare il popolo tedesco. Ma anche qui, non si può credere che i sovietici si illudano di giungere realmente, con una azione dall'interno, e con i vari partiti unitari, sindacati, Congressi del popolo, Kulturbund, ecc., a modificare la situazione, sollevando il popolo tedesco fino al punto da imporne la volontà agli occupanti occidentali.

La Germania non è la Francia, né l 'Italia; è un paese occupato dove la democrazia funziona a modo suo, con limiti ben definiti; è una democrazia protetta, estremamente protetta. Tutto ciò che sa di comunista, o di totalitario, o è giudicato tale dalla sensibilità politica piuttosto rigida dei comandi militari e dei loro consiglieri, è severamente represso. In questo ambiente, i sovietici hanno un bel protestare ed indignarsi per la violazione delle libertà democratiche; essi debbono limitarsi a seminare il terreno per un avvenire più o meno lontano, a tenere acceso il fuoco, e non possono certo pensare di capovolgere la situazione politica, fino a che gli anglo-americani tengono i cordoni della borsa ed i fili del potere politico.

Quando dunque taluno (alcuni francesi, ad esempio) cercano ancora di intravedere in questo o in quel gesto sovietico un implicito invito a riprendere le trattative, realmente si sbagliano. Qui hanno ragione gli americani, i quali vedono in tali speranze null'altro che del wishful thinking.

Se non avviene veramente qualche fatto nuovo, qualche gesto straordinario, il meccanismo delle proposte e delle controproposte relative alla Germania è ormai così ben congegnato e contrappesato, che non si muoverà più.

3) Ciò vorrebbe dire che almeno per un certo tempo, la soluzione del problema della Germania non si troverà sulla via delle trattative dirette fra i vincitori, né tantomeno di movimenti interni, ma dipenderà da avvenimenti più ampi. Poiché si accorge che la fermezza di Marshall gli impedisce di ottenere direttamente ciò che essa ritiene giusto e conveniente per la Germania, l'Unione Sovietica attenderà e cercherà di ottenere quel che vuole in via indiretta, per aggiramento.

Ma che cosa vuole l'Unione Sovietica? Gli ottimisti, i simpatizzanti dicono eh' essa mira semplicemente alla propria sicurezza; i pessimisti, gli anticomunisti affermano ch'essa tende alla dominazione mondiale. In fin dei conti le due interpretazioni sono meno opposte di quel che appare, se si pensa che il concetto di sicurezza è del tutto relativo. Come prima tappa, la Russia può considerare quale fascia sufficiente di sicurezza quella che sta ormai completando in questi giorni col trattato finlandese; in un secondo tempo, l'intera Europa potrebbe essere considerata indispensabile; in un terzo, il Medio Oriente, e in un quarto l'Asia; nulla di più elastico delle nozioni di sicurezza e di spazio vitale.

È chiaro che in questo momento l'Unione Sovietica avendo raggiunto la prima tappa, aspira alla seconda, ma con mezzi diversi. Mentre considerava la prima come acquisita ed ora disposta a difenderla e ad integrarla con ogni mezzo, tende verso la seconda-l'Europa-con quei metodi che non le facciano correre il rischio di un conflitto mondiale. Ma Europa significa anzitutto Francia, Germania e Italia. In Germania la Russia si scontra direttamente con l'occupazione americana e non può spingere le cose troppo a fondo senza correre i rischi estremi. In Francia e in Italia, essa ha ancora una maggiore libertà di azione, e può contare sopra partiti comunisti più forti, e meno inceppati dagli ostacoli di un potere militare ed autoritario.

Quindi, in sostanza, per il momento almeno il destino della Germania dipende da quello della Francia e dell'Italia: se in queste si consoliderà un regime anticomunista, l'Unione Sovietica sarà bloccata in Germania su una linea di demarcazione che non le sarà per parecchio tempo possibile né eliminare amichevolmente, né di spezzare con la forza. Se invece Francia e Itala cedessero, come l'Unione Sovietica spera fortemente, la Germania rimarrebbe isolata, e ben difficilmente potrebbe resistere alla sua pressione. Dimodoché si può dire che, temporaneamente almeno, l'avvenire della Germania è legato agli avvenimenti di Francia e d'Italia, e in definitiva, al successo del piano Marshall, inteso non soltanto come aiuto all'Europa, ma come indice della vitalità e della capacità di ripresa dell'Europa democratica (in senso liberale, o socialdemocratico).

Se le speranze dell'Unione Sovietica non si avverassero -specialmente alle prossime elezioni italiane e nei successivi sviluppi -questo non significherebbe certo, tuttavia, che l'Unione Sovietica considererebbe la partita perduta, e verrebbe a transazioni sostanziali nei riguardi della Germania o della Europa occidentale. Essa ha a sua disposizione, come si dice in gergo giudiziario, la tesi principale e quella subordinata: la prima porta la linea di sicurezza all'Europa, la seconda si ferma alle sue posizioni attuali. Se gli avvenimenti immediati non consentiranno di realizzare l 'una, essa si arresterà e si organizzerà sull'altra, in attesa degli sviluppi successivi, e non per questo si troverà in condizioni di inferiorità.

La delicatezza della situazione dell'Europa occidentale, sta infatti nella circostanza che essa, quando sia priva di libere comunicazioni e di scambi con l'Europa orientale, sarà sempre in una posizione precaria e bisognosa dell'aiuto degli Stati Uniti; e questo i sovietici lo sanno benissimo. Di fronte ad una Europa spezzata, essi contrapporranno la organizzazione economica dello spazio già posseduto, nella convinzione che il tempo, consolidando le loro posizioni economiche e politiche, lavorerà a disgregare quelle dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti. In altri termini, la riuscita più o meno completa del piano Marshall significherà l'arresto della immediata avanzata dei regimi sovietici e filosovietici in Europa, ma non significherà ancora la definitiva sistemazione dell'Europa: questa, fino a che rimarrà divisa, sarà sempre esposta al pericolo di un ripiegamento degli Stati Uniti, dovuto alla crisi economica, o di un collasso politico di uno degli Stati che la compongono ad occidente. Da questa situazione non la farà uscire che, o il collasso interno del sistema dell'Europa orientale -che i sovietici sono certi di poter evitare, a costo di imporre alle loro popolazioni qualsiasi sacrificio -o (malauguratamente) un conflitto mondiale.

4) Tutto ciò spiega, mi pare, abbastanza chiaramente la linea di condotta attuale dei sovietici nei riguardi della Germania, la quale in sostanza prende atto della rottura delle trattative, non conta su una loro prossima ripresa, e si dispone a tirare le conseguenze della separazione della Germania, in attesa che dalla situazione generale dell'Europa sorga la possibilità di una modificazione in loro favore.

Naturalmente i sovietici fanno tutto questo continuando ad insistere e ad agitarsi per rivendicare a sé il principio della unità della Germania; e perciò studiosamente meditano le loro mosse in modo da far risultare ben chiaro ch'essi ne subiscono, non ne desiderano, la frattura. Tutta la loro tattica è stata diretta in questi mesi a segnalare accuratamente gli atti di divisione della Germania, compiuti dagli angloamericani, ed a rigettare su di essi l 'iniziativa e la responsabilità. Le contromosse sovietiche arrivano in ritardo, come contraccolpo e a malincuore, quasi fossero la constatazione dell'irreparabile avvenuto per colpa altrui; ma ciò non toglie che queste mosse giungano, e dimostrino la volontà chiara dei sovietici di prendere atto della separazione, di adattarvisi, e di resistervi anche a lungo, restituendo colpo a colpo.

L'Unione Sovietica ritiene di essere ed è, in fin dei conti, forte perché ha ormai a disposizione un blocco continentale le cui energie soprattutto potenziali sono formidabili. Essa ritiene che il tempo lavori per lei, in quanto ogni anno che passa implica una trasformazione di quelle energie da potenziali ad attuali; d'altro lato, le rimangono delle possibilità di azione all'interno dei paesi occidentali, che questi non hanno nella zona sovietica, e per di più essa attribuisce a questi paesi capitalistici una debolezza intrinseca, un processo di disintegrazione fatale assai più sicuro e forte di quel che in realtà non sia.

Tutto questo, in parte è speranza, in parte è realtà; ma l'una e l'altra inducono ad intendere meglio, io penso, il corso della politica sovietica, di quel che non facciano gli eccessivi timori, le aspettazioni del moltiplicarsi dei colpi sensazionali e rapidi alla Hitler, aspettazioni e timori che poi si mescolano curiosamente con alternative ottimistiche altrettanto infondate, speranze di ripresa di trattative e di improvvise bonacce.

La politica sovietica è sistematica e a lunga scadenza. Essa ha ormai preso atto, io penso, del fallimento della pace tedesca nei termini in cui è stata sinora negoziata; spera di giungervi per altre vie, e se vi giungerà subito con l 'infiltrazione comunista in Europa occidentale, tanto meglio; se no, essa è disposta ad aspettare, contando sul tempo e sulla fatale caduta del mondo capitalistico, senza gettarsi in avventure.

Se l'attuale momento critico dell'Europa occidentale sarà superato, subentrerà una prova più lunga, di resistenza morale ed economica, di capacità organizzativa, che non sarà né breve né facile.

5) Ritornando dal generale al particolare, espongo come gli avvenimenti dell'ultimo mese in Germania siano stati visti ed annunciati da parte sovietica.

Si può veramente dire che nel mese di marzo testé decorso sia venuta a maturazione, traducendosi in atti ufficiali, quella situazione di progressiva separazione della Germania che già da tempo la stampa sovietica denunciava prima come un pericolo, poi come conseguenza necessaria, infine come lo scopo deliberato dell'attività anglo-americana. Tutto ciò che oggi sta avvenendo non si può definire veramente nuovo rispetto alle polemiche e alle previsioni precedenti; ma ha rispetto ad esse il valore decisivo di una conclusione irrimediabile.

Questa fase risolutiva è cominciata con la Conferenza di Londra sulla Germania, e colla correlativa Conferenza delle tre potenze a Praga: l'una contraltare dell'altra. La Conferenza di Londra spezza la Germania-è stato il monito lanciato a Praga, ed è stata nello stesso tempo la parola d'ordine trasmessa a tutti gli organi di stampa e di propaganda sovietici, che si è diffusa e moltiplicata in una quantità di commenti dei giornali e della radio, tutti ispirati con diversità di parole alla stessa formula.

È inutile richiamare la serie di articoli che si sono occupati di questi argomenti: anzitutto della Conferenza di Londra, poi di quella di Bruxelles, poi di quella di Parigi, poi ancora di quelle londinesi dei socialisti e delle Trades Unions, connettendole l'una all'altra e dimostrando che ormai si andava compiendo la creazione di una Germania occidentale come unità staccata dalla Germania orientale, ed incuneata invece in un sistema politico-militare offensivo dell'Europa occidentale, sotto il patronato degli Stati Uniti.

All'infuori degli sviluppi giornalistici, è invece più interessante enunciare la serie di atti veri e proprii, di prese di posizione degli organi sovietici o filosovietici della Germania, i quali hanno manifestato in modo costante e progressivo la volontà sovietica di considerare ormai la separazione della Germania come definitivamente avvenuta per colpa degli alleati.

Il l o marzo il generale Sokolovski a Berlino formulava, nel Consiglio di controllo, il suo primo attacco contro la persecuzione delle organizzazioni democratiche filocomuniste nella Germania occidentale.

L'8 marzo veniva comunicata la nota del Governo sovietico-fondamentale in tutto lo sviluppo dei fatti -che prendeva posizione sulla Conferenza di Londra, la considerava come una violazione degli accordi di Potsdam e come un atto di smembramento della Germania e di sua inclusione nel blocco occidentale, e negava alle sue deliberazioni qualsiasi valore giuridico.

L' 11 marzo nel Comitato di coordinamento a Berlino, il delegato sovietico cercava (inutilmente) di mettere in discussione il comunicato di Praga delle tre potenze, e formulava le sue riserve al riguardo.

Il 12 marzo il generale Sokolovski rinnovava più ampiamente il suo attacco al Consiglio di controllo contro la persecuzione dei partiti democratici germanici e contro la educazione militaristica della gioventù tedesca nella Germania occidentale.

Il 13 marzo la stampa sovietica dava l'annuncio del riordinamento della Commissione economica per la zona sovietica della Germania: nomina di un presidente e di quattro vice presidenti, e di un ampio segretariato permanente rappresentativo di tutte le principali organizzazioni di massa. Benché il comunicato annunciasse che questo provvedimento non aveva nulla a che fare con gli organi analoghi creati nella Bizona, la realtà delle cose dimostrava che si trattava precisamente di costituire, in germe, il contrappeso al governo provvisorio della Germania occidentale.

Dal 17 al 20 marzo si radunava in Berlino il secondo «Congresso del popolo germanico» con migliaia di delegati, ed eleggeva per la prima volta un «Consiglio del popolo germanico» con 400 membri, di cui 100 della Germania occidentale, nonché un Presidium di 29 membri tre presidenti ed un segretariato permanente. Il congresso protestava contro la partizione della Germania, chiedeva ancora una volta il referendum sulla unità, poneva le basi di una rappresentanza popolare del popolo tedèsco secondo la concezione sovietica.

Il 20 marzo, il generale Kotikov alla Kommandantura tornava alla carica contro gli arbitrii alleati «contrari alle norme più elementari di ordine e di decenza» e ammoniva che tali arbitri «distruggevano la commissione quadrilaterale di Berlino».

Il 21 marzo si verificava la ormai famosa riunione del Consiglio di controllo, dove il generale Sokolovski chiedeva inutilmente la discussione della dichiarazione di Praga e la comunicazione dei risultati della Conferenza di Londra, dopo di che bruscamente dichiarava chiusa la seduta, e si allontanava dalla sala con tutta la delegazione sovietica.

Il 28 marzo il generale Lukiacenko chiariva e ribadiva in una intervista i concetti esposti da Sokolovski nella seduta precedente. Egli teneva a precisare che «il Consiglio di controllo virtualmente non esiste più», «la Germania è di fatto già spezzata in due parti» e «la delegazione sovietica non si rifiuta di considerare la posstbilità che la collaborazione a quattro a Berlino riprenda», «sempreché il Consiglio di controllo dimostri di essere in grado di uniformarsi realmente alle decisioni di Potsdam»: il che, allo stato attuale delle cose, è semplicemente impossibile secondo i concetti diversi e contrastanti delle parti sugli obblighi che nascono da quell'accordo e sulla responsabilità della relativa violazione. Successivamente ancora il generale Sokolovski si asteneva dalla facoltà di convocare, come gli competeva, entro il mese di marzo un'altra seduta del Consiglio di controllo.

Il l 0 aprile la Pravda pubblicava una corrispondenza da Berlino, ove ribadiva che «la separazione della Germania è un fatto compiuto» -«il Consiglio di controllo ha cessato di esistere» -e infine si dava notizia che gli americani, mediante uno speciale ufficio costituito in Stoccarda, il «Friends-Bureau», stavano preparando la pace separata da stipulare con la Germania.

Infine, è di ieri la notizia che le autorità sovietiche hanno iniziato il controllo dei treni americani da Berlino verso l'ovest, determinando la chiusura completa del traffico ferroviario, e compiendo così il primo atto materiale per l'isolamento delle autorità alleate nella città di Berlino.

Tutto questo elenco di dichiarazioni e di atti, accompagnati come ho detto da una incessante campagna di stampa e di radio, dimostra quanto progressiva e risoluta sia stata in questi ultimi tempi la reazione sovietica alle iniziative unilaterali degli Alleati per la Germania.

Non è escluso, anzi è probabile, che i sovietici vadano più in là, fino a quello che ritengono potrebbe essere un limite eccessivo e pericoloso per gli immediati sviluppi della situazione internazionale; certo è che il loro comportamento conferma, attraverso una ben coordinata e metodica azione particolare, ciò che penso risulti dall'esame generale della posizione germanica: ossia che essi considerano ormai chiusa la fase dei negoziati (o almeno una fase dei negoziati) e si acconciano tranquillamente ad affrontare il regime di divisione della Germania.

Nel frattempo, essi continueranno a sventolare la bandiera dell'unità, ma senza illudersi di poterla far trionfare direttamente, né tantomeno in sede di trattative; e conserveranno il loro appoggio ai movimenti di sinistra europei, nella speranza che essi consegnino loro l'Europa, e con l'Europa la Germania stessa. Se ciò non avvenisse, dovrebbe svolgersi fra i due mondi divisi una prova di resistenza, di durata e di sviluppi imprevedibili.

523

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. SEGRETISSIMO PERSONALE 4490/297. Washington, 5 aprile 1948, ore 18,16 (per. ore 8 del 6). Mio telegramma 288'.

Secondo informazioni confidenzialissime Dipartimento di Stato attende tuttora adesione Londra Parigi che si spera giunga prima domenica 11 per inviare nuova nota Russia e Italia su questione Trieste. Nota proporrebbe riunione Parigi tra Quattro Grandi più ltalia2.

523 1 Del 3 aprile, con il quale Tarchiani comunicava: «Secondo informazione confidenzialissima Stati Uniti d'America si riprometterebbero promuovere prossima settimana nuovi passi per sollecita risposta Russia su ritorno Trieste all'Italia e proporre un incontro sull'argomento».

524

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 4486/311. Parigi, 5 aprile 1948, ore 21,30 (per. ore 7,30 del 6).

A firma Cattani:

«In odierna prima seduta seconda sessione gruppo lavoro, delegazioni hanno riferito su atteggiamento loro Governi nei riguardi testi già concordati noti suggerimenti americani. Francia, Gran Bretagna ritengono come noi testi e suggerimenti sostanzialmente accettabili. Delegazioni minori hanno sollevato varie riserve di carattere soprattutto formale. Benelux ha invece posto nettamente questione necessità «maggior equilibrio nella distribuzione delle responsabilità» e «maggior flessibilità in attribuzione cariche organizzazione»: secondo proposta Benelux membri consiglio debbono essere non nazioni ma rappresentanti nazioni partecipanti, presidenti Consiglio e Comitato esecutivo debbono risultare da due diverse elezioni e Consiglio deve essere presieduto da persona diversa secondo vi intervengano ministri in qualità primi delegati o loro sostituti. Delegato svizzero ha poi fatto ampie generali riserve preannunciando necessità ulteriore dettagliata discussione testi.

Domani si inizierà dibattito in sede sottocomitati.

Maggioranza delegazioni si sono espresse in favore rapida conclusione lavori che consenta sollecita firma accordo, e su opportunità che firma avvenga con solennità e con intervento ministri paesi partecipanti. Delegato britannico ha obiettato che, anche perché amministratore americano ERP non è ancora stato n~minato, converrebbe attendere per firma solenne poter predisporre cerimonia nel modo migliore, ritenendo sufficiente parafatura da parte delegati comitati cooperazione.

È stato deciso che delegato britannico e francese chiederanno parere loro governi e ne riferiranno domani gruppo di lavoro. Da parte nostra si è sottolineata opportunità che firma abbia luogo subito dopo raggiungimento accordo conclusivo e che possa aver luogo 12 corrente.

Per quanto varie delegazioni abbiano appoggiata nostra proposta è prevedibile che non sia possibile convocare tutti i ministri a così breve distanza. Mi riservo riferire domani su esito consultazioni Governi francese e britannico.

D. 544.

Aggiungo che in conversazione avuta stamane con Labouisse è apparso che Governo americano considera opportuno che a cerimonia firma venga data adeguata solennità».

523 2 Con T. segreto personale 4686/310 del 7 aprile, Tarchiani aggiungeva: «Dipartimento conta domani, avuta risposta Londra Parigi, poter inviare nuova nota U.R.S.S. e Italia». Per il seguito vedi

525

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

T. PER CORRIERE 3992. Roma, 5 aprile 1948.

Suo 1941.

Soluzione soddisfacente incidenti Mogadiscio sarebbe augurabile potesse aver luogo al più presto per evidenti motivi. Concordo nel considerare opportuno dame notizia in via ufficiosa.

l) Circa noti trasferimenti è evidente che l'impressione sarebbe di tanto migliore in quanto nuovi destinati in Somalia fossero persone rimaste sinora estranee alle varie B.M.A. nostre colonie; perché solo in tal modo si darebbe impressione netto cambiamento di spirito e metodi. Notizie qui pervenute secondo cui si tratterebbe soltanto di scambio fra attuali governatori Somalia, Eritrea e Ogaden, offrirebbe occasione a commenti non favorevoli sia a Mogadiscio che all'Asmara e per riflesso in Italia.

2) Circa forma indennizzo richiamo quanto dettole nel telegramma n. 3281 (per corriere)2 tenendo presente che in tal senso ne verrebbe qui data comunicazione. Sarà necessario conoscerne tempestivamente ammontare.

3) Circa funzionario soluzione prospettata non appare soddisfacente: non si vede quale difficoltà trovi B.M.A. a riconoscere missione come di collegamento tra di essa e Governo italiano. Comunque non dovrebbe essere difficile trovare una formula migliore di quella indicata.

4) Soluzione incidente non sarebbe però completa se non eliminasse cause attriti tuttora perduranti (vedi telespresso 0402 del 27 u.s. e mia lettera 0432 del l o u.s.)3 fra italiani Somalia e B.M.A. e che secondo informazioni qui pervenute possono condurre a gravi inconvenienti. È anche indispensabile che soluzione implichi contemporane abolizione regime armistiziale come già indicato da Zanotti Bianco sia nel campo economico (ripresa traffici verso l'Italia) sia per quanto riguarda posizione collettività italiana nei suoi rapporti con B.M.A. Soluzione incidente che non tenesse conto di queste esigenze deluderebbe opinione pubblica; d'altra parte è da considerare che il soprassedere ulteriormente, dopo trascorsi or

525 I Vedi D. 503.

2 Vedi D. 450.

3 Non pubblicati.

mai tre mesi, sarebbe sgradevole per tutti specie dopo che io dissi che soluzione del problema era nelle mani di Attlee, ciò che feci per ispirare qui sicura fiducia morale.

Prego VS. insistere costì nel senso indicato accentuando che siamo mossi da interessi che consideriamo comuni4.

526

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. Roma, 5 aprile 1948.

Ho convocato il consigliere britannico Ward e lo ho messo al corrente del progressivo appesantirsi della situazione in Somalia, Eritrea e Tripolitania, quale risulta dalle più recenti informazioni che ci sono pervenute da fonti che sono degne di fiducia e che concordano nel sottolineare il perpetuarsi e l'accentuarsi dell'atteggiamento anti-italiano delle varie B.M.A. Gli ho lasciato appunti riassuntivi in proposito. Gli ho detto che molte di tali notizie non sono ancora di dominio pubblico, ma che, ove lo divenissero, esse non potrebbero che suscitare forte emozione. La politica delle B.M.A. mette sempre più il Ministero degli affari esteri -e di riflesso il Governo -in una posizione insostenibile di fronte al paese. Noi raccomandiamo calma, pazienza, fiducia, ma il paese sta constatando che le cose non vanno meglio, vanno anzi peggio e ci accusa di ingenuità, tra poco ci accuserà di peggio.

Un governo democratico che deve rendere conto del suo operato non ogni venti anni, ma giorno per giorno, non deve e non può non preoccuparsi di questa situazione. Noi abbiamo tenuto nei confronti della Gran Bretagna un atteggiamento improntato alla maggiore correttezza e lealtà; ci siamo astenuti dal ricorrere ufficialmente sia ai quattro Governi, sia al Consiglio dei supplenti, ci siamo astenuti dal ricorrere anche solo ufficiosamente a governi amici, se non altro per invocarne l'amichevole appoggio, abbiamo cercato di calmare la stampa; abbiamo riposto la nostra fiducia unicamente nei contatti diretti fra Londra e Roma, ma a volte ci assale il dubbio che questo nostro atteggiamento non abbia altro risultato fuorché quello di favorire l'opera antitaliana delle B.M.A. Infatti queste continuano indisturbate a svolgere il loro programma, mentre le conversazioni italo-inglesi non approdano sostanzialmente a nulla.

Lo pregavo -ho concluso -di invitare il Foreign Office a meditare seriamente su questa questione che appesantisce sempre più i rapporti itala-britannici, mentre diventano sempre più intimi quelli con l'America e progrediscono rapidamente quelli con la Francia.

Ward mi ha risposto di rendersi conto di tutto ciò benché -secondo l'opinione inglese -le illazioni che in Italia si traggono dali' operato delle B.M.A., siano esagerate. Comunque, egli ha detto, più volte l'ambasciata ha scritto a Londra in termini «assai duri». Mi ha confidato di aver visto dei rapporti di fonte inglese (informatori, giornalisti) relativi alla Somalia in cui, nei riguardi delle

B.M.A. ci si esprime in termini molto più severi di quanto non si sia espresso lo stesso Governo italiano. Ha promesso di far esercitare dall'ambasciata nuove pressioni a Londra.

525 4 Per la risposta vedi D. 571.

527

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. URGENTE 4493/313. Parigi, 6 aprile 1948, ore Jl,05 (per. ore 17,30).

A firma Cattani:

«Delegato britannico mi ha iersera chiamato per comunicarmi confidenzialmente che Bevin non era molto incline a venire a Parigi a così breve distanza da ultima volta ed a convocare così in fretta i ministri esteri dei Sedici. Firmando subito bisognava poi mettere in piedi le organizzazioni immediatamente, mentre vi sono ancora alcune questioni da risolvere (allusione a sede, Presidenza etc.). Egli pensava che tra una settimana C.E.E.C. avrebbe potuto initiall i testi e rimettersi per quanto concerne atto solenne firma a successiva data da fissarsi dal presidente Bevin. Ciò premesso mi ha chiesto se V.E. attribuiva importanza sostanziale a firma solenne per il 12 onde informarne Bevin.

In seguito a quanto comunicatomi telefonicamente da costì, ho risposto a delegato britannico che data sollecitudine procedura seguita prima fase e avvenuta approvazione E.R.P. da parte presidente sembrava opportuno che Sedici procedessero con egual ritmo e che V.E. riteneva conveniente insistere per data del 12. Tuttavia se al signor Bevin non sembrava possibile accelerare procedura per detta data V.E. lasciava a Bevin di decidere fissando una data ulteriore dopo il 20 corrente».

528

IL MINISTRO A PRETORIA, JANNELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 4527112. Capetown, 6 aprile 1948, ore 12,30 (per. ore 17).

Suo telegramma 41.

Smuts ancora in giro nelle province non potrà ricevermi prima del 13 corrente. Mi ha fatto confidenzialmente sapere si fermerà espressamente Roma, nel suo prossimo viaggio in Inghilterra per conferire con V.E. ma non prima fine maggio primi giugno. Cioè dopo elezioni generali sud-africane.

528 l Vedi D. 491.

529

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. SEGRETO!. Roma, 6 aprile 1948.

Secondo informazioni fomite al ministro Di Stefano dai competenti uffici del Dipartimento di Stato fino al giorno 29 marzo u.s. (data della sua partenza), il Governo americano sembrava deciso a volersi mantenere fermo sulla posizione assunta, insieme ai Governi inglese e francese, colla proposta tripartita del 20 marzo per il ritorno all'Italia dell'intero Territorio Libero di Trieste.

I predetti uffici americani affermavano che era stato già stabilito in massima l'indirizzo da seguire nei prossimi mesi per la realizzazione della proposta.

Il Dipartimento di Stato intenderebbe cioè dirigere la sua azione nel senso di evitare che il Consiglio di sicurezza si investa del merito della questione, e, nel caso molto probabile di mancato accordo con l'U.R.S.S., penserebbe di far ricorso, assieme agli altri due Governi, all'Assemblea generale delle N.U. il prossimo autunno allo scopo di ottenere una «raccomandazione» che approvasse la proposta.

Tale raccomandazione (che richiede una maggioranza di due terzi) mentre dovrebbe consentire l'incorporazione della Zona A del T.L.T. all'Italia, confermerebbe contemporaneamente il principio che anche la Zona B spetta all'Italia.

Secondo quanto rilevato dallo stesso ministro Di Stefano, gli anzidetti propositi americani, pure espressi con molta decisione, sono però sempre da considerare validi rebus si c stantibus: finché perdurino l'attuale stato dei rapporti tra Stati Uniti ed U.R.S.S. e le presenti fiduciose relazioni tra Roma e Washington, mentre presuppongono anche il mantenimento di una stretta solidarietà in materia fra Washington, Londra e Parigi.

Ciò stante, si riterrebbe opportuno che non sia tralasciata ogni conveniente occasione per tenere ancorati i tre Governi ed in particolare il Governo americano -che si adoperò con speciale impegno per l'effettuazione della proposta tripartita -alla posizione assunta nello spirito e nella lettera delle loro note, per parare il pericolo di eventuali indietreggiamenti, sempre possibili in mutate situazioni internazionali.

529 l Il documento reca la seguente annotazione: «Presentato al conte Sforza dal ministro Di Stefano».

530

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO SEGRETO!. Roma, 6 aprile 1948.

L'Ufficio ha esaminato insieme al ministro Di Stefano ed alla nostra rappresentanza a Trieste quali provvedimenti potrebbero essere eventualmente suggeriti al Governo americano (e rispettivamente al Governo inglese per quanto è di sua competenza) allo scopo di giovare alla causa italiana nei riguardi del T.L.T.

Da tale esame sarebbero risultate le seguenti proposte: I) In considerazione della inscindibilità del T.L.T., del fatto che anche la Zona B è abitata da popolazioni in grande maggioranza italiane e che tali popolazioni versano attualmente in condizioni di infinita miseria morale e materiale a causa del regime di oppressione e della insufficiente alimentazione -il Governo di Washington potrebbe essere pregato di esaminare la possibilità di dichiarare la propria favorevole disposizione ad estendere anche alla Zona B gli aiuti A.U.S.A. Beninteso a condizione che tali aiuti siano fatti distribuire alle popolazioni interessate attraverso l'organizzazione stessa dell'A.U.S.A. e con le più ampie garanzie di un efficace controllo. (Tale condizione sarà sicuramente respinta dal Governo jugoslavo e quindi l'offerta rimarrà senza seguito; resterà tuttavia il benefico effetto morale per le popolazioni, mentre ricadrà sulla Jugoslavia la responsabilità dei mancati aiuti). La considerazione da parte del Governo americano dei vantaggi morali di una siffatta iniziativa potrebbero indurlo a sormontare le difficoltà esistenti e conseguenti al noto atteggiamento del Congresso, contrario a ogni concessione di aiuto a territori trovantisi al di là della «cortina». 2) Lo stesso Governo potrebbe essere pregato di raccomandare al Governo alleato della Zona A l'attuazione di provvedimenti che assicurino una completa autonomia agli Enti locali e la più larga partecipazione possibile dell'elemento italiano al Governo della Zona (associazione ai vari Dipartimenti alleati di personalità tecniche e politiche scelte d'accordo con gli esponenti dei partiti e delle organizzazioni economiche italiane, creazione di corpi consultivi per l'esame delle questioni di maggiore importanza, soppressione -già decisa in linea di massima -dei commissari alleati presso gli Enti locali, ecc.). 3) Sarebbe opportuno di cercare di provocare assicurazioni nel senso che verrà fatto il possibile per rimettere in attività l'industria triestina ed offrire quindi possibilità di lavoro al maggior numero di operai, riducendo in tal modo l'attuale disoccupazione; in particolare, raccomandando alle autorità navali americane del Mediterraneo di servirsi per quanto possibile dei cantieri marittimi triestini (che hanno una perfetta attrezzatura tecnica e che attraversano attualmente una

grave crisi per mancanza di commesse) per le riparazioni delle navi della squadra e del naviglio americano in genere; altrettanto dicasi per le navi ora affondate nel vallone di Muggia (acque territoriali della Zona A) che potessero essere recuperate e riattate.

4) Da parte americana si potrebbe poi riconfermare di voler continuare ed intensificare la concessione di soccorsi, sotto ogni forma di provvidenze, atti a migliorare le condizioni della popolazione del Territorio ed assicurare che la già decisa assegnazione di venti milioni di dollari avrà esecuzione al più presto.

5) Infine si potrebbe attirare in modo speciale l'attenzione americana sull' opportunità che le autorità militari alleate della Zona A non prendano iniziative (come ad esempio accordi commerciali con terzi Stati) che siano in contrasto con gli impegni assunti dalle autorità stesse verso il Governo italiano, e con la situazione dell'economia della zona che fa parte integrante di quella italiana.

Parimenti potrebbe essere utile una riconferma da parte del Governo militare alleato nel senso del mantenimento di una stretta coordinazione fra la legislazione italiana e quella del T.L.T. (Zona A).

530 l Il documento reca la seguente annotazione: «Presentato dal ministro Di Stefano al conte Sforza».

531

IL SOTTOSEGRETARIO ALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO, ANDREOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

NOTA RISERVATA PERSONALE 36435. Roma, 6 aprile 1948 (per. il 13).

Si è preso visione dei rapporti della nostra legazione a Vienna in data 17 e 18 marzo rispettivamente recanti i numeri 2885/333 e 2855/314' nonché della lettera ufficiosa del direttore generale affari politici al consigliere di Stato dirigente l'ufficio zone di confine di questa Presidenza2.

In proposito questa Presidenza ritiene che l'applicazione della legge 2 febbraio sulla revisione delle opzioni deve partire dal principio che non è politicamente opportuno facilitare con particolari agevolazioni, oltre il quadro preciso degli impegni assunti, il riaflusso degli optanti in Alto Adige.

Ciò premesso, non si può che approvare quanto molto opportunamente ha disposto la nostra legazione a Vienna per la raccolta delle domande di revisione delle opzioni, smontando così il progetto austriaco di creare ad Innsbruck un ufficio di accentramento e direzione per la presentazione delle domande stesse. E bisognerà fare di tutto perché i nostri uffici consolari siano in grado di dar corso rapidamente alle domande presentate dagli interessati allo scopo di evitare lamentele ed insistenze da parte dei medesimi per ottenere di avvalersi del l o comma dell'art. 4 della legge in questione.

531 I Vedi DD. 455 e 454. 2 Non pubblicata.

Il che porterebbe a quell'inconveniente segnalato dalla nostra legazione a Vienna nel rapporto del 18 marzo che bisogna evitare nel modo più assoluto.

Si condivide inoltre il parere di codesto ministero nel senso di insistere da parte nostra, sulla autenticazione della firma delle istanze, questione questa, peraltro, rimessa per la decisione al Ministero dell'interno competente al riguardo.

A questo proposito si prega il Ministero degli esteri di voler inviare ogni comunicazione relativa all'applicazione della legge 2 febbraio al predetto ministero e, per conoscenza, a questa Presidenza la quale, naturalmente, continua a seguire la trattazione di questa materia per evidenti ragioni di carattere politico e per gli ulteriori sviluppi ai quali la stessa darà necessariamente luogo in ordine a quei delicati problemi di carattere patrimoniale ai quali accenna la stesa nostra legazione a Vienna nel suo rapporto del 17 marzo. A proposito dei quali sarebbe opportuno che la detta legazione ci facesse conoscere tempestivamente le proposte che al riguardo Vienna avrebbe intenzione di sottomettere al nostro esame per quanto il punto di partenza -entro i limiti concessi dalla legge del 2 febbraio scorso non può essere che il regolamento dato a quei problemi in occasione dell'accordo Hitler-Mussolini che Vienna (a mezzo del suo ministro Kripp), dichiara di voler ignorare malgrado che la legge sulla revisione delle opzioni ed il protocollo firmato a Roma nel novembre scorso, anche dallo stesso Kripp, riconoscano ufficialmente l'esistenza di quegli accordi e la loro efficacia giuridica nel tempo.

Inoltre si ritiene opportuno di impartire istruzioni perché solo in casi eccezionali si faccia luogo alla concessione dei visti di ingresso in Alto Adige ed anche in tali casi limitare il soggiorno ad un brevissimo periodo.

Con l'occasione si prega il Ministero dell'interno a voler seguire con particolare cura il funzionamento dell'ufficio opzioni di Bolzano e delle commissioni relative per modo che siano in grado di assolvere rapidamente il loro compito anche se le manovre iniziate ad Innsbruck dali 'ufficio distaccato della Cancelleria federale, dovessero fare afiluire in blocco, d'un tratto ed all'ultimo momento, le domande degli optanti emigrati.

532

IL MINISTRO AD OTTAWA, FECIA DI COSSATO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1078/373. Ottawa, 6 aprile 1948 (per. il 14).

A seguito del mio tel espresso n. l 024/362 del 2 aprile corrente l, mi è gradito trasmettere il testo delle dichiarazioni fatte al Parlamento il 5 corrente dal ministro degli esteri St. Laurent2.

532 l Non rinvenuto. 2 Non si pubblica.

Come si rileverà, il signor St. Laurent ha ricordato che, parlando alla Conferenza di Parigi il 2 agosto 1946, il primo ministro canadese Mackenzie King già aveva detto che «i trattati di pace debbono essere basati su ampi e durevoli principi di giustizia e di equità», e che l '8 ottobre 1946 il capo della delegazione canadese alla Conferenza medesima, Claxton, disse che la delegazione votava per la costituzione del Territorio Libero di Trieste nella speranza che questo potesse godere di genuina indipendenza e che la Jugoslavia trovasse il modo di contribuire a una soluzione pacifica e graduale di questo difficile aspetto della situazione italiana.

Tale speranza, ha detto il ministro St. Laurent, non si è realizzata e pertanto il Governo canadese appoggia la proposta dei Governi americano, britannico e francese di restituire il 1Territorio Libero di Trieste all'Italia in base a una revisione del trattato di pace.

533

IL MINISTRO A STOCCOLMA, MIGONE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 562/165. Stoccolma, 6 aprile 1948 (per. il 12).

Mio telegramma per corriere n. 06 del 2 corrente l. Tra le manifestazioni di questi ultimi giorni che si riferiscono alla posizione internazionale della Svezia si deve particolarmente notare:

l) la smentita del ministro della difesa e del presidente del Consiglio alla duplice affermazione (sovietica e britannica) dell'esistenza di un accordo militare fra i tre paesi scandinavi. Agli attacchi da parte delle agenzie e degli organi della stampa sovietici, formulati con la consueta esuberanza di linguaggio, va oggi contrapposto un articolo dell' Yorkshire Post che dà per sicura la stipulazione di una completa intesa militare, di ispirazione occidentale, da parte della Svezia, la Danimarca e la Norvegia.

Con minore violenza di quella usata nel respingere le accuse del Krasnaja Svezda (mio telespresso n. 530/146 del 4 aprile 1948)2, siffatto articolo risponde ampiamente la stampa svedese, rientrando nei termini della smentita ufficiale, con delle precisazioni che tendono a ridurre la coìlaborazione in atto a quelle ordinarie intese del tempo di pace, come scambi di istruttori e di allievi, di informazioni, di prototipi di materiale bellico etc. giustificate dalla tradizionale amicizia fra i tre paesi vicini;

2) il discorso pronunciato a Boras dal ministro delle finanze, Wigforss, uomo altrettanto autorevole in seno al partito, quanto impopolare tra la grande maggio

533 I Vedi D. 510. 2 Non rinvenuto.

ranza del pubblico a cagione della politica fiscale da lui inaugurata e perseguita con straordinario vigore.

Le sue dichiarazioni, per quanto si riferiscono alla discussione di politica estera tenuta alla Camera il 4 febbraio (telespresso di questa legazione n. 154/63 del 5 febbraio )2 assumono particolare importanza perché sono susseguenti alla relazione fatta al Consiglio dei ministri dal signor Undén al suo ritorno da Parigi.

Il ministro Wigforss ha insistito sui seguenti punti: a) l 'adesione della Svezia ad un blocco occidentale non contribuirebbe al mantenimento della pace giacché, senza giovare ad alcuno, aumenterebbe i sospetti dell'Est, e trascinerebbe il paese «verso una zona dalla quale, secondo l'avviso dell'Est, sono da attendersi atti di aggressione»; b) l'affermazione che la Svezia sarebbe comunque costretta a scegliere l'Occidente in caso di conflitto non è basata che su delle ipotesi; e del resto non è dato prevedere su quali fronti avverrebbe l'urto tra i due opposti blocchi, che per il momento è da supporre debbano essere ricercati altrove che nella Svezia;. c) non è facile comprendere perché la linea d'attacco dall'Est dovrebbe passare per la Scandinavia, mentre è più comprensibile che sia l'Occidente a cercar quivi le proprie basi di partenza. Questa asserzione, non si sa se più spregiudicata o coraggiosa, è subito attenuata dalla spiegazione che si può «supporre con certezza» che questa tesi «non è favorita al punto da far sì che l 'Occidente vinca le sue obbiezioni contro un atto di forza per impadronirsi di queste basi»; d) sarebbe «singolare» che la Svezia dovesse successivamente essere coinvolta in una guerra. Comunque, anche se le possibilità di restarne fuori fossero così scarse come mostrano di credere i fautori dell'alleanza, non si vede quale sarebbe il vantaggio di partecipare immediatamente a questa guerra; potrebbe invece avere importanza ogni possibile ritardo; e) il desiderio di evitare al paese la guerra non deve essere considerato un atto d'indifferenza di fronte ai valori posti in gioco dali' esito di un eventuale conflitto. Se la parola neutralità viene interpretata per isolazionismo, occorre trovare allora una nuova espressione; f) la neutralità svedese durante l'ultima guerra è risultata «zoppicante»; ma nessuno vorrà negare che le concessioni fatte ai tedeschi non abbiano provocato delle rivendicazioni da parte dei loro avversari alle quali sarebbe stato difficile non dare soddisfazione. Come si vede la politica estera del Governo cerca di mantenere la Svezia nelle sue linee tradizionali: neutralità ad oltranza, accompagnata da una cura particolare di evitare di dispiacere e quella delle due parti che è considerata con convinzione la sola minaccia potenziale ali 'indipendenza della nazione. Ed ancora una volta la situazione dovrebbe risolversi in una questione di misura, giacché resta a decidere fino a qual punto Gran Bretagna ed America saranno disposte a tollerare questa indipendenza di linguaggio e di iniziativa. Alle critiche più o meno aperte, che gli vengono dalla grande maggioranza della stampa e da buona parte dell'opinione pubblica, il Governo risponde facendosi forte dell'unanimità ottenuta in Parlamento dal ministro degli affari esteri.

Sembra pertanto da concludersi che la politica estera della Svezia -esposta com'è alle pressioni anglo-americane e dei due paesi scandinavi orientati verso la collaborazione occidentale, ed alle minacce, rafforzate da reciproci interessi economici di prima importanza, da parte della Russia e dei suoi satelliti -continuerà a mantenersi incerta e mutevole con lo svolgersi degli avvenimenti. Queste reiterate dichiarazioni di neutralità, che già in partenza si dubita fortemente di poter mantenere, nascondono appunto l'incertezza di un domani, contemplato con pessimismo, ma sul quale poco o nulla si potrà influire da qui. Sarà quindi giocoforza attendere gli eventi che la Svezia non ha interesse a veder precipitare ma di fronte ai quali dovrà sapersi premunire in tempo.

È verosimile che la soluzione della crisi finlandese possa offrire qualche lume alla Svezia atto a risolvere il suo caso.

534

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 4575/124. Mosca, 7 aprile 1948, ore 17,13 (per. ore 18,30).

Prime interpretazioni trattato decennale finlandese-sovietico oggi pubblicato confermano quanto da me segnalato ieri con telegramma 1231 e cioè:

l) trattato appare effettivamente difensivo in quanto mentre nelle premesse prende in considerazione aspirazioni Finlandia a neutralità, con art. l la impegna soltanto nell'ipotesi di attacco alla Finlandia stessa o all'U.R.S.S. attraverso la Finlandia, risolvendo così a favore di quest'ultima la alternativa di cui al mio lelegramma 1062. Ciò appare maggiormente significativo in contrasto con art. 2 trattati ungherese e romeno i quali in sostanza obbligano tali Stati ad intervenire in ogni caso in cui U.R.S.S. sia comunque coinvolta in azioni militari in seguito ad una sempre più o meno elastica valutazione di una politica di aggressione della Germania o di suoi alleati.

2) In conseguenza di quanto sopra intervento truppe sovietiche a difesa Finlandia è previsto solo dietro accordi bilaterali su sua necessità chiarendo ugualmente in modo soddisfacente per Finlandia secondo dubbi di cui al mio telegramma 1183.

3 Del 2 aprile, con esso Brosio aveva comunicato che il punto rimasto ancora in sospeso nelle trattative riguardava l'ammissibilità dell'invio di truppe sovietiche sul territorio finlandese nel caso di aggressione di un terzo Stato contro la Finlandia.

3) Punto più delicato potrebbe apparire art. 2 il quale prevede obbligo consultazione in caso semplice «minaccia» ma è da temere che trattato esplicitamente contempli la sola minaccia di vero e proprio attacco militare il che circoscrive portata obbligo.

In sostanza dal testo del trattato parrebbe che sovietici si siano accontentati di escludere anche Finlandia da ogni coalizione ostile secondo art. 3 attuale trattato nonché di assicurarsene la piena solidarietà in caso di attacco attraverso suo territorio. Mi riservo eventuali ulteriori comunicazioni4.

534 l Non pubblicato. 2 Del 22 marzo, con il quale Brosio aveva segnalato l 'intenzione sovietica di estendere le garanzie militari anche al caso di attacco all'U.R.S.S. proveniente da altri territori.

535

L'AMBASCIATORE A RIO DE JANEIRO, MARTINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1073/325. Rio de Janeiro, 7 aprile 1948 (per. il 13).

Mio telegramma per corriere n. 016' e mio telespresso n. 956/285 in data 27 marzo u.s.2.

La proposta anglo-franco-americana concernente la restituzione di Trieste ali'Italia ha continuato a suscitare un vivo interesse in questi ambienti politici ed a formare oggetto di commenti di stampa. Viene soprattutto rivendicata e messa in luce la preveggenza dell'azione svolta dalla delegazione brasiliana alla Conferenza di Parigi a favore di una giusta pace per l'Italia e contraria alle clausole ispirate a «sentimenti di vendetta». Si nota anche che, se i suggerimenti dati allora dali 'ambasciatore Joào Neves da Fontoura fossero stati ascoltati, le potenze occidentali non si sarebbero trovate oggi nella situazione di vedere interpretato un atto di giustizia come una manovra elettorale. Se il trattato redatto a Parigi -si argomenta -fosse stato equo e sereno e se le delegazioni americana, inglese e francese avessero allora mostrato una maggior fermezza dinanzi al punto di vista russo oggi reso di pubblica ragione attraverso le dichiarazioni del signor Bidault e i recenti scritti dei signor Byrnes, probabilmente ciò avrebbe già da tempo influito, e in modo più profondo ed efficace, sulla situazione interna italiana.

Due dei più importanti quotidiani della capitale, il Correio da-Manhà e O Jornal, hanno pubblicato sull'argom~nto interessanti editoriali, rispettivamente intitolati «Trieste» e «Vincono i punti di vista del Brasile», di cui ho l'onore di allegare i relativi ritagli.

535 I Vedi D. 493. 2 Non rinvenuto.

Il primo, dopo aver esaminato la portata del passo delle tre potenze occidentali nel quadro della situazione politica generale, rileva: «Se la proposta democratica rappresenta un impulso di giustizia, se tale impulso ha entusiasmato la popolazione italiana dal nord al sud del paese, creando una atmosfera imbandierata e festiva, non sarebbe stata la carenza di tale giustizia, adesso sbozzata, che portò quella popolazione alla cupa disperazione donde minacciava di irrompere il bolscevismo? Non saranno state proprio le democrazie a fabbricare il bolscevismo, qua o là, per non aver seminato ed imposto fin da principio tale giustizia che offrono quando sorge per loro un problema difficile? La voce del Brasile non fu udita nella causa nella quale si impegnò più chiaramente. Se lo fosse stata si sarebbero risparmiati fiumi di inchiostro, sequele di parole, anni di sterili animosità ove era invece pronta a nascere una amicizia feconda? Vediamo tutti come un popolo che soffre privazioni pare che non le senta più quando viene liberato dalla privazione peggiore di tutte e viene soddisfatta la sua fame di giustizia. Trieste non risolve i problemi economici italiani, non dà maggior quantità di pane a nessun italiano; ma nonostante, l'allegrezza del popolo nasce da ciò che non lo alimenta né lo arricchisce. Pensino a questi fenomeni --precisamente perché non sono economici -coloro che in tutto il mondo vanno disprezzando i fattori spirituali, dell'anima, del sentimento, cercando di risolvere tutti i problemi umani con cifre e libri di contabilità.»

Il secondo articolo ricorda l'azione brasiliana a Parigi e sottolinea calorosamente il contributo dato ali 'Italia allo sforzo bellico degli Alleati nel! 'ultima fase della guerra, contributo che avrebbe dovuto assicurare l'esclusione dal trattato «di clausole punitive che scorassero la penisola nell'ora in cui essa tornava alla democrazia e, conscia dei suoi doveri verso la latinità, si collocava senza restrizioni nella linea politica degli Alleati»

Nell'ultima parte del commento, di cui è autore il nostro giornalista Austragesilo de Athaide, con il quale questa ambasciata mantiene cordiali rapporti, è contenuta una importante e realistica esortazione ai governanti brasiliani di affrettarsi a risolvere con sollecitudine tutti i problemi connessi al normale svolgimento delle relazioni italo-brasiliane nello spirito della comprensione dei diritti dell'Italia, che è alla base della rinnovata politica degli Stati Uniti, dell'Inghilterra e della Francia.

«L'Italia -scrive l'articolista -è una nazione occidentale è, per tutti i titoli tradizionali, l'espressione più viva della cultura latina e cristiana, per la quale l 'umanità sta ancora lottando. Questa convinzione è alla base della nuova politica franco-anglo-americana che ha denunciato le clausole di vendetta del trattato italiano in piena corrispondenza con le direttive proposte dal Brasile nella Conferenza di Parigi.

Essa deve stimolarci in questo momento a adottare praticamente nei confronti dell'Italia -risolvendo i problemi italo-brasiliani derivanti dalla guerra nello spirito che abbiamo difeso nella capitale francese -una posizione adeguata all'orientamento che ha condotto gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e il Governo francese ad annunciare una prossima revisione delle clausole minatorie del trattato di pace. Siamo stati i campioni della politica oggi vittoriosa e dobbiamo essere i primi a farle onore».

534 4 Vedi D. 539.

536

IL MINISTRO A STOCCOLMA, MIGONE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 4613/38. Stoccolma, 8 aprile 1948, ore 12,40 (per. ore 16,30).

Notizia accordo russo-finlandese commentata con serenità e discrezione dalla stampa, si considera accordo con ottimismo nel senso che non si tratta di cessione basi e sembra da escludere intenzione sovietizzare Finlandia. Sola riserva è rivolta alla interpretazione delle sue clausole che può, si ritiene, modificarlo sostanzialmente.

A poche ore dalla diramazione della notizia questo ministro degli affari esteri ha tenuto discorso alle rappresentanze partiti al Governo ribadendo linea di condotta seguita finora, ma parlando per la prima volta di neutralità «armata».

537

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AL MINISTRO A VIENNA, COSMELLI

T. 4133/56. Roma, 8 aprile 1948, ore 13,30.

Suo rapporto 350 del 25 marzo!.

Risponda per iscritto a nota austriaca del 9 marzo che Governo italiano considera le rispettive legazioni ed in particolare quella d'Austria a Roma, come il tramite più idoneo per discutere questioni inerenti ad applicazioni accordi De Gasperi -Gru ber.

Governo italiano pur ritenendo avere pienamente soddisfatto a proprio impegno di previa consultazione con Governo austriaco per questione di cui al paragrafo 3 lettera a) di tale accordo, non è alieno dal consentire, nello spirito più comprensivo, ulteriori scambi di vedute circa applicazioni propria legislazione intema relativa questione stessa ma solo attraverso normali canali diplomatici.

Governo italiano non ritiene conveniente procedere alla profferta collaborazione con uffici consolari ali'estero ed enti locali italiani dell«Aussenstelle» di Innsbruk circa la cui creazione o mantenimento in funzione anche dopo recenti consultazioni, ha formulato proprie riserve, sulle quali torniamo ad attirare attenzione Governo austriaco in relazione alla manifestata intenzione di prolungare nel tempo ed estendere nello spazio un'attività che non potrebbe non essere considerata indebita ove esercitata in territorio italiano o nei confronti di cittadini italiani

o di persone che si accingono a ritornare tali.

Nel rimettere nota voglia muovere verbalmente rilievi di cui a suo telegramma n. 512 pur aggiungendo, ove lo ritenga opportuno, nulla ostare a periodici scambi di vedute tra lei e signor Kneussel a titolo ufficioso e ad referendum.

Circa visita Alto Adige predetto questo Ministero ha fatto a prefetto Bolzano raccomandazione proposta da V.E. Voglia comunque telegrafare eventuale concessione visto diplomatico a signor Kneussel ove Governo austriaco insista nell'avanzarne richiesta.

537 l Vedi D. 487.

538

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AL PRIMO SEGRETARIO GALLINA, A FRANCOFORTE

T. PER CORRIERE 4136/c.l. Roma, 8 aprile 1948.

Suo 732.

Profferte collaborazione tecnica da parte rappresentanze consolari austriache in Germania in relazione procedura revisione opzioni alto-atesini vanno cortesemente ma fermamente declinate così come sono state declinate analoghe profferte avanzate in Austria da speciale sezione Ministero esteri austriaco distaccata dal «Ballhaus» ad Innsbruk e che avevano scopo di rendere quanto più possibile massiccio rientro in Italia ex optanti.

Va al riguardo tenuto presente che procedura revisione non ha carattere generale né politico ed è pertanto libera e non coattiva, individuale e non collettiva.

Ogni pressione morale su optanti riluttanti od incerti rientrare Italia va evitata e, ove sia impossibile impedire che uffici austriaci svolgano con pretesto «censimento» optanti vera e propria propaganda, è quanto meno necessario impedire che si sostituiscano ad interessati nella redazione e presentazione istanze. Queste vanno pertanto redatte personalmente presso uffici italiani e non presentate da terzi o inviate per posta su moduli predisposti da uffici austriaci.

Circa rimpatrio Alto Adige ex optanti (riammessi con singoli provvedimenti Ministero interno a riacquisto cittadinanza) anche questo dovrà essere individuale perché sarebbe pregiudizievole economia Alto Adige rientro in massa, così come fu pregiudizievole esodo massiccio voluto da Germania.

Non sarà inopportuno che S.V. faccia rilevare signor Offie analogia fra metodi austriaci e metodi germanici per incoraggiare trasferimento intere popolazioni allora in una direzione ora in un'altra nonché delusioni e sofferenze umane che tali trasferimenti comportano ove attuati con scopi palesemente politico-razziali invece di tener presente essenzialmente interessi e desideri singole persone.

In questo senso questo Ministero si esprimerà con questa ambasciata Stati Uniti alla quale del resto ha già sottolineato come Governo italiano, ispiratosi a scopi umanitari ed economici nel redigere decreto revisione opzioni e soddisfatto ampiamente a proprio impegno Parigi di consultarsi previamente con Governo austriaco, intenda ora pienamente ed equamente attuare suoi provvedimenti legislativi disciplinandone, peraltro, attuazione in base propri esclusivi criteri tecnici e modalità pratiche.

537 2 Del l o aprile, con il quale Cosmelli aveva sottolineato l'inopportunità che funzionari stranieri non accreditati trattassero questioni di carattere generale. 538 I Il telegramma era diretto anche alla legazione a Vienna. 2 Vedi D. 514.

539

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 46381127. Mosca, 8 aprile 1948, ore 23,35 (per. ore 8 del 9).

Il patto finlandese-sovietico viene oggi commentato dagli editoriali della Pravda e della !svestia. Viene messo in rilievo Io spirito di benevolenza e di rispetto della sovranità finlandese che ha spinto il Governo sovietico nelle trattative traendone smentita alle voci allarmistiche circa le pretese territoriali o militari sovietiche che appaiono in realtà contraddette dal testo del trattato. Effettivamente il trattato è ritenuto in questi ambienti diplomatici e specialmente in quelli scandinavi come il migliore possibile e non muta profondamente l'anteriore linea di politica estera finlandese. Molotov, nel discorso da lui pronunciato in occasione della firma, ha sottolineato che le trattative si sono svolte sulla base di un progetto finlandese al quale furono apportate alcune modifiche e aggiunte. In base ad informazioni confidenziali posso confermare l'esattezza dell'affermazione. Il progetto finlandese infatti è stato accettato interamente dai sovietici dall'art. 2 in poi modificandosi soltanto l'art. l ed anche questo più formalmente che sostanzialmente. Si sa ora che lo scopo principale del viaggio dei delegati finlandesi ad Helsinki è stato quello di discutere una proposta sovietica di modifica all'art. 2. Più esattamente mentre l'articolo nel testo proposto dalla Finlandia e firmato prevede consultazioni nel caso di constatata minaccia di un attacco militare, i sovietici volevano riservare maggiore libertà di iniziare consultazioni senza la previa constatazione di tale minaccia. Dopo il rientro a Mosca dei delegati finlandesi questi hanno insistito sul loro testo e i sovietici hanno aderito senza insistere sulle modifiche da loro proposte. In generale le conversazioni sono state sempre amichevoli e soprattutto brevi: infatti malgrado il prolungato soggiorno a Mosca della delegazione, questa, nelle effettive negoziazioni, ha impiegato complessivamente due ore e cinquanta minuti. Mi risulta inoltre che alla rappresentanza scandinava sono state rinnovate in questi giorni dai sovietici assicurazioni tranquillizzanti circa le loro intenzioni. Alcuni interpretano la condotta sovietica come la manifestazione di volontà di una generale distensione, altri, più prudentemente, ritengono che premeva ai sovietici avere comunque con la Finlandia un trattato utilizzabile domani con il peso della loro forza e d'altro lato non pregiudicare le prossime elezioni finlandesi con un atteggiamento rigido. La delegazione finlandese ritiene come sicura: la ratifica del trattato ma non esclude vivaci critiche e discussioni dei partiti di destra determinate soprattutto da ragioni elettorali.

540

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, DE GASPERI, ALL'AMBASCIATORE DI GRAN BRETAGNA A ROMA, MALLET

L. Roma, 8 aprile 1948.

Dalla Libia dall'Eritrea e dalla Somalia continuano a giungere qui notizie non rassicuranti sull'atteggiamento che l'Amministrazione militare di quei territori continua a tenere nei confronti degli italiani, durante e dopo il passaggio della Commissione d'indagine della Conferenza di Londra. Non voglio io qui entrare nei particolari di quegli atteggiamenti, alcuni dei quali peraltro sembrano comunque di natura tale da pregiudicare l'avvenire. Ma ritengo opportuno richiamare la sua attenzione personale su questo stato di cose che si aggiunge alle note vicende sinora in corso circa l'atteggiamento delle potenze per la soluzione definitiva della questione ed al ritardo di una soddisfacente conclusione degli incidenti di Mogadiscio.

So bene che ella si rende conto perfettamente di quanto l'opinione pubblica italiana sia sensibile a questi fatti; e perciò non dubito che vorrà ancora rappresentare a Londra la necessità di rendere la situazione in Africa meglio conforme ai rapporti di cordialità che abbiamo ripristinati fra i nostri due paesi.

541

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 514/7314/1406. Parigi, 8 aprile 19481.

A mia richiesta, Chauvel mi ha detto che il Governo francese, convintosi dell 'impossibilità di ottenere dagli inglesi e dagli americani una presa di posizione favorevole, sfruttando l'argomento elezioni, aveva abbandonata la partita: continuava però attivamente a lavorare per arrivare a risultati concreti a scadenza più lunga.

Come sua impressione generale mi ha detto: «Il ghiaccio è rotto, il problema della restituzione delle colonie all'Italia è ormai definitivamente sul tappeto: è comunque un grosso risultato: il resto dipende dal tempo e dalle circostanze».

Spiegando meglio il suo pensiero mi ha detto che molto dipende dallo svolgimento della nostra politica interna. Si è richiamato all'esempio francese: al momento della liberazione, quando le più gravi incognite erano lecite sull'avvenire interno della Francia, gli americani si sono lanciati in pieno ad appoggiare i nazionalismi nord-africani. Qualche cosa era trapelato dalle assicurazioni date da Roosevelt al sultano del Marocco: poteva dirmi, confidenzialmente, che esse erano state molto più precise di quanto si supponga e che esse non si erano limiate al sultano del Marocco. Dopo la liberazione e fin tanto che è durato il tripartito, gli americani hanno messo il loro giuoco in sordina ma hanno continuati i loro contatti con i capi nazionalisti indigeni del Nord-Africa: estromessi i comunisti dal Governo, e nella misura in cui la politica del Governo francese diventava anti-comunista, gli americani hanno abbandonato i capi nazionalisti e si sono rivolti all'amministrazione francese. Il calcolo americano è evidente: se la Francia deve diventare comunista, bisogna essere in grado di staccare almeno le colonie del Nord-Africa: nella misura in cui questo pericolo diminuisce, risultano invece evidenti i vantaggi di mantenere in Africa le amministrazioni tradizionali.

Dato questo, era facile prevedere che lo stesso sarebbe accaduto per noi. Prima cosa, delle buone elezioni; seconda, una decisa politica italiana di resistenza ad ogni inframettenza comunista all'interno. Il giorno in cui gli americani saranno convinti che l'Italia è politicamente sicura, essi vedranno, come nel caso della Francia, tutti i vantaggi che ne deriverebbero per loro di mantenere nelle nostre colonie la nostra amministrazione. Convincere gli americani di questo, ed al più presto, doveva essere il nostro primo obbiettivo: ci ricordassimo però che in questo campo per gli americani erano i fatti e non le dichiarazioni che contavano.

Il secondo stadio doveva essere l'inserirei nel sistema difensivo anglo-sassone, per la parte che riguardava le nostre colonie. Una volta risolto anche questo problema restava l'ultima questione, il trovare la formula più adatta per farci tornare nelle nostre colonie: in fondo la questione più facile a risolvere.

Gli ho chiesto se quando parlava di inserimento nel sistema difensivo angloamericano egli intendesse il Patto occidentale.

«Non necessariamente, almeno per ora», mi ha risposto. Mi ha poi spiegato, facendomi chiaramente intendere che questa era anche, attualmente, la posizione francese, che si trattava di accordi di Stato Maggiore concernenti la messa a disposizione, l'apprestamento, la tenuta in efficienza di un certo numero di basi di vario genere, a disposizione dell'aviazione e delle flotte dei due paesi, in vista del loro impiego, in caso di guerra. Si trattava di un piano di guerra studiato in vista della necessità di abbandonare in tutto od in parte l 'Europa, e diretto ad assicurarsi i punti di partenza necessari per la riconquista. Il patto a cinque, invece, il giorno in cui fosse completato coli' assistenza americana, avrebbe dovuto essere concepito, militarmente parlando, allo scopo di tenere l 'Europa occidentale.

Queste due tappe eravamo sostanzialmente noi che dovevamo farle: i francesi avrebbero potuto aiutarci, consigliarci, premere ma non potevano sostituirsi a noi. Mi aveva parlato di americani, poiché la soluzione della questione sarebbe stata, in ultima analisi, nelle loro mani, ma doveva avvertirmi che le stesse considerazioni avrebbero avuto un peso non minore sull'atteggiamento inglese. La Francia avrebbe potuto avere un'influenza assai maggiore al momento della formula: del resto sapevamo già quello che essa desiderava per noi.

Di sua iniziativa poi mi ha detto che considerava ormai completamente chiuso l'incidente Brusasca2, anche per quanto riguardava lui personalmente: l'equivoco era chiarito e qui si era rimasti molto soddisfatti delle sue dichiarazioni successive. Mi ha però ripetuta la preghiera, quando avessimo ritenuto opportuno di fare delle dichiarazioni pubbliche in proposito di colonie, di farlo sapere preventivamente al Governo francese, in modo che esso potesse eventualmente consigliar

ci: da parte loro i francesi mi promettevano di fare altrettanto.

541 l Manca l'indicazione della data di arrivo.

542

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 51517315/1407. Parigi, 8 aprile 19481.

Anche Couve de Murville è entrato con me sulla questione della nostra accessione al Patto occidentale2. Sul «principio» gli ho detto quello che avevo detto a Chauvel del che si è molto felicitato. Alla sua domanda se pensavo che, dopo le elezioni, il Governo italiano avrebbe richiesto di aderirvi, gli ho risposto che non lo ritenevo. È vero che Bevin aveva, nel suo discorso, detto esplicitamente che esso doveva essere esteso anche all'Italia, ma, comunque, esso esisteva oggi sotto forma di un patto a cinque: noi avevamo fatta una riserva, evidentemente necessaria, concernente le nostre elezioni: se le elezioni italiane risultavano <<Occidentali», il meno che potevamo aspettarci era un invito formale. «Questo avverrà senza dubbio», mi ha detto Couve.

Ho proseguito dicendogli che la nostra adesione sarebbe stata subordinata alla definizione di alcune questioni di principio: la parità morale e il nostro riarmo: mi sono particolarmente soffermato su questo punto svolgendogli gli argomenti già usati con Chauvel. Pur ammettendo la giustezza delle mie considerazioni, in principio, mi ha detto che questo avrebbe costituito una seria difficoltà.

Gli ho risposto che me ne rendevo conto, ma che tenevo a dirgli che questa era una condizione sine qua non. Noi eravamo nell'Europa occidentale e volevamo fermamente restarci: ma bisognava che anche l'Europa occidentale volesse noi: nessun Governo italiano avrebbe potuto accettare, e fare accettare alla nostra opinione pubblica la nostra adesione ad un trattato, essenzialmente militare, in condizioni di minorazione giuridica; sapevamo benissimo che i nostri mezzi non ci permettevano di armarci come l'Inghilterra e nemmeno come la Francia, ma una cosa era la disparità di fatto e un altro la disparità giuridica: l'Italia non pote

542 I Manca l'indicazione della data di arrivo.

2 Vedi D. 507 e 541.

va entrare in una alleanza in condizioni di inferiorità giuridica con il Lussemburgo. Avevo tenuto a dirglielo ben chiaramente perché era bene che la Francia sapesse a quali condizioni noi avremmo potuto dare la nostra adesione: se non era pronta ad accettarle, era meglio non invitarci affatto. Couve si è affrettato a dirmi che aveva soltanto voluto dire che la cosa presentava alcune difficoltà, non che la Francia vi era contraria.

Ho replicato che era, per questo, bene che ne parlassimo: in primo luogo, naturalmente, con la Francia, date le relazioni che derivavano dali 'Unione doganale, e in secondo luogo con gli altri Stati europei. L'Unione occidentale e la nostra adesione ali 'Unione occidentale, a quanto ci risultava, era desiderata dali' America: i francesi sapevano a quali condizioni noi potevamo essere disposti ad aderirvi. Per noi si trattava di sapere se, perché si realizzassero queste condizioni, dovevamo parlare coli 'Europa, oppure rivolgerei ali' America perché facesse essa intendere ragione all'Europa, come, purtroppo, eravamo stati a varie riprese obbligati a fare. Noi preferivamo evidentemente parlare coll'Europa, ma se l'Europa non capiva, saremmo stati, nostro malgrado, obbligati a rivolgerei altrove.

«Potreste !imitarvi ad entrarci nel campo economico», mi ha detto Couve.

«No, gli ho risposto: se siamo d'accordo sul principio, se si trattava di graduare, per ragioni di convenienza nostra, la nostra adesione completa, questo può essere preso in considerazione: ma in forma più o meno permanente no. O ci volete nel vostro club o no: i tempi in cui noi ci contentavamo di restare mezzo fuori e mezzo dentro sono finiti. Se voi non ci volete si potrà presentare qualche altra combinazione».

Questo mio accenno ha fatto drizzare le orecchie a Couve: alle sue richieste di chiarimento, gli ho fatto capire che volevo intendere patto mediterraneo orientale. Gli ho precisato che nessuno ci aveva offerto niente, nessuno ci aveva fatto dei sondaggi, ma che noi sapevamo come lui stesso che, fra le tante idee che si agitavano a Washington, c'era anche quella di un patto Italia-Grecia-Turchia e Stati arabi: il giorno in cui questa idea americana si concretasse evidentemente avremmo potuto prendere in esame questa, come qualsiasi altra combinazione Couve si è allora dato da fare per spiegarmi come la combinazione Europa occidentale eta tutt'altra cosa, infinitamente più seria, che bisognava non presumere troppo dalle nostre forze, etc. Gli ho detto che ero perfettamente d'accordo con lui: ma che bisognava distinguere: mi sembrava che nessuno più di noi con parole ed anche con atti avesse dimostrato di volere l 'Europa, almeno occidentale, unita: era solo la poca volontà di collaborazione con noi che avrebbe potuto tenercene fuori. Ma quando questa collaborazione dal campo economico e morale passava al campo militare, bisognava pure ammettere che il Patto occidentale era un'alleanza militare fra cinque impotenze militari.

«Oggi, mi ha interrotto Couve; fra un paio d'anni le cose saranno del tutto differenti». «Può essere, gli ho risposto, ma io parlo di oggi: di quello che sarà domani, ne parleremo domani».

Ho continuato ad esporre il mio pensiero spiegandogli che nella nostra posizione difficile e delicata, non era l'assistenza militare europea che poteva rassicurare!: quello che avrebbe potuto rassicurarci era soltanto una definita assistenza e garanzia americana: ora noi saremmo stati felicissimi di avere questa garanzia americana attraverso un'estensione del patto a cinque: ma se ci fosse presentata una possibilità di averla per altra via, avremmo dovuto certo prenderla in seria considerazione.

Couve ha terminato esprimendomi il desiderio di continuare a parlare con me sull'argomento.

Spero che ella non si meravigli se ho tenuto con Couve un tono differente di quello tenuto con Chauvel: di tutto il Quai d 'Orsay Co uve è il più mellifluamente acido nei nostri riguardi e va quindi trattato in modo diverso3.

541 2 Vedi D. 427.

543

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI

L. 516/7316/1408. Parigi, 8 aprile 1948 (per. il 14).

Scusa se rispondo solo ora alla tua lettera n. 10054/1761, ma ho avuto un po' da fare e volevo pensarci su.

La questione di rimandare il tutto a dopo il 18 non presenta difficoltà: egualmente poca importanza pratica ha, mi sembra, il dare o non dare subito i due rimorchiatori, parlo per lo meno, dal punto di vista delle relazioni colla Francia.

Come ho detto a più riprese al ministro ed a te, ritengo, attualmente e nel prossimo futuro, praticamente impossibile ottenere dai francesi una riduzione di qualche importanza del tonnellaggio che noi dobbiamo dar loro: l'atteggiamento della Marina francese è per lo meno altrettanto intransigente come quello della nostra Marina: ci sono poi effettive ragioni di bisogni della Marina francese per cui questo trasferimento di navi è vivamente atteso, non solo dai marinai: un Governo francese non potrebbe affrontare la questione senza rischiare di essere rovesciato in Parlamento: e tu sai che ci sono molte cose che si possono domandare ad un Governo meno che quella di mettere in pericolo la sua esistenza. Sull'atmosfera esistente fra i due paesi è bene mettere alcune limitazioni, specie per quello che riguarda la cancellazione del trattato di pace: col mio rapporto n.

o agli Stati Uniti».

334/3544/936 del 3 marzo2, e mi ci richiamo, vi ho del resto avvertiti a non attendervi risultati immediati, o molto vicini, dall'Unione doganale.

Nel campo strettamente italo-francese quello che si può ottenere è dunque limitato a:

l) possibilità di una dichiarazione francese, più precisamente di quella già fatta, sul cambiamento del titolo, da ripartizione a restituzione, il tonnellaggio restando invariato;

2) possibilità, già accennata dai francesi, di una alleviazione del peso finanziario della rimessa in efficienza e delle scorte, da concordarsi, e, nel corso della quale si potrebbe, forse, ottenere la riduzione di qualche centinaio di tonnellate della nostra quota di consegna, moyennant finance: su questo punto sta a noi il decidere se ci convenga o no di metterei per questa strada: se cioè la concessione a cui accennano i francesi, vale la pena di essere discussa.

Comunque, se voi volete un risultato concreto, su l'uno o l'altro dei due punti, bisogna che voi vi mettiate d'accordo con i francesi, e fino al minimo dettaglio, prima di consegnare qualsiasi altra nave. Come tu ricordi, vi avevo (mio telegramma n. 69 del 20 gennaio )3 consigliato di non mollare sull'Eritrea e sul Tarvisio fino a che i francesi non avessero consentito a rivedere il titolo della cessione, prevedendo che, una volta avute le navi, avrebbero, in pratica, lasciato cadere la cosa. Ora qui siamo esattamente allo stesso punto: tenetelo presente. Tenete bene presente una cosa essenziale: i francesi hanno fretta di avere le navi al più presto poiché sono troppo intelligenti per non capire che se la consegna delle navi viene rimandata a riparazioni fatte, ossia a parecchi mesi data, è probabile che non avranno niente: se anche apparentemente si tratta di una concessione, sul campo finanziario, che ci fanno loro, in realtà è una concessione che facciamo not.

Quanto all'altra soluzione a cui ho accennato con te e con il ministro, ossia che in vista delle necessità della nostra difesa noi possiamo essere autorizzati a ritenere, in efficienza, tutto o parte della flotta restituitaci dagli anglo-americani e che dovremmo distruggere, io credo che questo sia possibile: ma domanda del tempo, forse anche parecchio, perché deve essere parte di tutto un negoziato che dovremmo condurre per inserirei nel sistema anglo-americano in generale e nel Patto occidentale in particolare. È tutto un negoziato complesso che non può essere portato a termine che nel corso di qualche mese.

Come tu avrai già visto dai miei rapporti, ho cominciato qui qualche sondaggio: (sarebbe forse bene che qualche analogo sondaggio lo facessero anche i miei colleghi a Londra e Washington e presso il Benelux). Tu sai che son convinto che ci dovremmo entrare e che il margine nostro di negoziato è appunto circoscritto alla questione del nostro riarmo, potenziale almeno. Non posso ancora dire se ci converrà operare il nostro reinserimento in questo sistema attraverso l'Europa o attraverso l'America, o attraverso tutte e due. Comunque, sono convinto che questa nuova possibile soluzione potrà dare soddisfazioni importanti alla nostra Mari

543 2 Vedi D. 371. 3 Non pubblicato.

na per quello che concerne il naviglio che dobbiamo distruggere, ma non per quello che riguarda il tonnellaggio che dobbiamo cedere alla Francia. In altre parole: ritengo che sia possibile per la via da me suggerita aumentare il tonnellaggio consentitoci dal trattato di pace di una cifra x, probabilmente anche di farci togliere ogni limitazione giuridica, ma non ritengo che sia possibile di diminuire, altro che simbolicamente, il tonnellaggio che dobbiamo cedere alla Francia.

Spiego più chiaramente il mio pensiero. Parto dal punto di vista, che mi sembra certo per Washington, probabile per i nostri colleghi europei, che si desideri che noi entriamo a far parte dell'Unione occidentale. Noi possiamo rispondere, in principio prontissimi, ma non possiamo far parte di un trattato di alleanza militare essendo giuridicamente disarmati dal trattato: in particolare, nel campo navale, è palmare che la flotta che noi abbiamo non basta a difendere le nostre coste: per farlo, sia pure per poco tempo, in attesa di soccorsi, abbiamo bisogno di un tonnellaggio minimo di x, distribuito in naviglio dalle x caratteristiche (sarebbe bene che cominciassimo a studiare un piano ragionato in questo senso): ammesso questo principio ne viene, logicamente, che è assurdo che noi distruggiamo delle navi, anche se vecchiotte, esistenti, per costruirne delle nuove. Questo nostro atteggiamento, se preso con garbo e con dignità, la Russia continuando ad aiutarci come ha finora fatto, ha molte chances di finir con l'essere accettato.

Passando alla procedura, se troveremo conveniente agire per la via europea, sarà principalmente alla Francia che dovremo rivolgerei perché essa si faccia patrocinatrice del nostro punto di vista: e per ottenere questo suo patrocinio bisognerà almeno che noi lo paghiamo dandogli quello che essa ci chiede ed a cui ha diritto in base ad un trattato che, non ci dimentichiamo, noi abbiamo regolarmente firmato: esso può essere parzialmente in corso di revisione, ma non possiamo dimenticarci che esso esiste come è nostra abitudine di fare.

Se noi invece dovremo rivolgerei all'America, ciò sarà evidentemente perché ci saremo accorti che l'Europa, per quello che la concerne, non è entusiasta: il giorno che l'America sarà entrata in questo ordine di idee, dovrà pur sempre farlo accettare all'Europa: ora, anche in questo caso, è escluso che l'America voglia fare delle pressioni tali sulla Francia (non ci dimentichiamo che oggi essa ci ha sostituiti nella nostra situazione di beniamino) da portarla ad accettare di fare questa rivalorizzazione marittima dell'Italia a spese del suo tonnellaggio. Nell'uno come nell'altro, dunque, quello che dobbiamo dare alla Francia bisognerà darlo, salvo, forse, qualche centinaio di tonnellate simboliche.

In attesa di questi negoziati, e per dare il tempo a questi eventuali negoziati di dare il loro effetto, mi sembra opportuno dire di no ai francesi, salvo, eventualmente per quei due famosi rimorchiatori.

A me sembra che noi dovremmo abbordare gli americani, in via politica, non attraverso la Commissione navale, e tener loro il seguente discorso: la Francia ci chiede di consegnarle subito, o quasi, il naviglio che le dobbiamo dare in base all'art. 57: noi siamo pronti a farlo. Ma vi rendete conto che se noi lo facciamo con la Francia, se Russia, Albania, Jugoslavia (bisogna che diciamo che siamo pronti a darlo lo stesso alla Grecia) ce lo chiedono, ed è probabile che ce lo chiedano, noi non possiamo fare a meno di acconsentire. Se questo è quello che voi volete, benissimo: ma se voi non desiderate che questo avvenga tenete presente che noi non siamo in grado di fare discriminazioni. Soli, disarmati, senza possibilità di difenderci, senza nessuno, nemmeno l'O.N.U. che sia obbligato a difenderci, noi non possiamo prendere su di noi la responsabilità, di fronte al popolo italiano, di un atto discriminatorio che potrebbe tirarci sulle spalle delle complicazioni, non solo diplomatiche: volete che noi restituiamo le navi alla Francia subito e le neghiamo agli altri: siamo pronti a farlo, ma allora voi dovete darci delle assicurazioni precise che ci proteggerete, e nor solo diplomaticamente, da tutte le conseguenza di una simile discriminazione. Sulla base poi della risposta americana potremo fare una comunicazione analoga a tutti e tre gli interessati (Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna).

Al punto a cui stanno le cose, la collaborazione italo-francese specie nel campo dell'Unione doganale può benissimo andare avanti anche se sulla questione della flotta tutti e due ci teniamo strettamente alla lettera del trattato, noi per guadagnare tempo, beninteso: dopo tutto oggi se noi accettiamo le proposte francesi l'unico vantaggio che trarremmo sarebbe che il comandante Pighini sarebbe qualche volta invitato a pranzo dai suoi colleghi della Marina francese: vantaggio, mi sembra, abbastanza limitato.

542 3 Per la risposta vedi D. 558.

543 l Con tale lettera del 30 marzo Zoppi aveva chiesto il parere di Quaroni sulla possibilità «di abbordare l'intera questione da un nuovo punto di vista, cercando cioè di arrivare, magari ad iniziativa francese, ad una rimanipolazione del quadro di spartizione delle navi. Questa rimanipolazione dovrebbe poter condurre a rivedere a nostro vantaggio la posizione delle navi che ci siamo impegnati a demolire in seguito alle rinunzie, americana e inglese, e che potrebbero invece essere salvate. La Francia nell'ambito di tale rimanipolazione potrebbe indursi a rinunciare a sua volta a qualcosa ed eventualmente a farsi assegnare qualcuna delle navi di piccolo tonnellaggio, già assegnate alla Gran Bretagna

544

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. URGENTE 4702/318. Washington, 9 aprile 1948, ore 16,16 (per. ore 7,30 del 10). Mio 3101.

Dipartimento di Stato consegnatomi testé nota che accusa ricevuta mia nota 22 marzo2 e prosegue testualmente: «Sebbene fino ad ora non si sia ricevuta risposta dal Governo dell'U.R.S.S., è opinione del Governo degli Stati Uniti che, qualora il Governo sovietico aderisca alla proposta, una riunione preliminare dei rappresentanti delle potenze principalmente interessate possa essere tenuta a Parigi al principio di maggio per negoziare un progetto del necessario protocollo al trattato di pace con l 'Italia. H Governo degli Stati Uniti ritiene che, nell'interesse di porre fine alla presente instabile situazione nel Territorio Libero di Trieste e per restituire pace e stabilità a quell'area, sia necessaria una sollecita azione delle potenze interessate. Il Governo degli Stati Uniti gradirebbe conoscere l'opinione del Governo italiano circa la procedura suggerita».

Dipartimento ha contemporaneamente rimesso a questa ambasciata sovietica nota che, menzionando risposta già ricevuta da Governo italiano, formula analoga proposta.

544 Vedi D. 523, nota 2.

J

2 Vedi D. 472.

Testo nota viene qui consegnato stampa per pubblicazione giornali pomeriggio3.

545

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 4688/130. Mosca, 9 aprile 1948, ore 22,40 (per. ore 6,30 del 10).

In questi ambienti diplomatici, nei quali attesa per esito prossime elezioni italiane diventa sempre più intensa, si è formulata supposizione che ultimo momento sovietici compiano qualche gesto clamoroso favore Italia scopo influire voto. Soprattutto si pensa ad una dichiarazione su Trieste. Trasmetto notizia per debito di ufficio segnalando che a quanto risultami americani avrebbero seriamente considerato tale ipotesi per stabilire se era o non conveniente sollecitare risposta sovietica su Trieste.

Personalmente dubito assai probabilità tale mossa perché con essa sovietici rinunzierebbero a loro fondamentale linea di condotta circa trattato e non eviterebbero impressione di avere compiuto un gesto forzato e anticipato da potenze occidentali. Ad ogni modo il gesto non è impossibile e per quanto possa avere attinenza a tal problema segnalo che ambasciatore Popovic è in questi giorni partito per Belgrado.

546

L'AMBASCIATA DEGLI STATI UNITI D'AMERICA A ROMA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, DE GASPERI

NOTA VERBALE'. Roma, 9 aprile I 948.

The Ambassador of the United States of America has been requested by the Secretary of State to deliver to His Excellency, the President of the Council of Ministers the following message:

«l am grateful for your message2 on the occasion of the enactment of the European Recovery Program. I am happy that Italy is participating in this effort for peace and stability and I am confident that this common endeavor will forge even closer ties among the democratic countries already bound together by so many bonds of faith and purpose».

546 I Una analoga comunicazione fu inviata in pari data a Sforza.

2 Vedi D. 515.

544 3 Analoghe note furono presentate lo stesso giorno dai Governi britannico e francese alle rispettive ambasciate dell'U.R.S.S. La copia della nota britannica venne inviata a Gallarati Scotti (L. R. 4483/44170 del 9 aprile, non pubblicata), quella francese fu trasmessa da Quaroni a Roma (Fon. 4704/327 del 9 aprile, non pubblicato). Per la risposta di Sforza al presente telegramma vedi D. 556.

547

L'AMBASCIATORE A CITTÀ DEL MESSICO, PETRUCCI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 930/210. Città del Messico, 9 aprile 1948 (per. il 21).

La lotta politica in Italia viene seguita al Messico con viva attenzione e può dirsi che non vi sia giorno in cui qualcuno dei grandi quotidiani della capitale non vi dedichi una o più corrispondenze, commenti ed editoriali.

Con la sola eccezione del Popular, organo filo-comunista del noto leader Lombardo Toledano, e astraendo dal cosiddetto «organo ufficiale del Governo messicano», che è il Nacional e che segue una linea agnostica con tendenze vagamente rivoluzionarie, tutti gli altri organi dell'opinione messicana applaudono all'azione del Governo italiano nella sua resistenza contro il comunismo ed esaltano i valori della civiltà italiana come patrimonio indispensabile al mantenimento della civiltà universale.

Questo atteggiamento, che è assolutamente spontaneo e che è un fedele riflesso del sincero attaccamento che il Messico nutre verso la nazione che fu la culla della civiltà in Occidente, si è venuto intensificando nel corso delle ultime settimane, in relazione alle imminenti elezioni e alla loro decisiva importanza per l'avvenire d'Italia, d'Europa e del mondo intero. Il lontano Messico comprende che anche il suo avvenire può essere, a scadenza più o meno remota, influenzato dal corso che prenderanno gli avvenimenti nel Mediterraneo. E pressoché unanime è qui il voto che Governo e popolo italiano sapranno, ancora una volta nella storia, fare dell'Italia l'inespugnabile baluardo della civiltà.

Particolare risonanza ha poi avuto al Messico il deciso atteggiamento della Chiesa cattolica e del suo capo. Il sentimento cattolico di questo paese è stato infatti vivamente colpito dalla minaccia che uno Stato comunista comporterebbe per l'indipendenza della Chiesa e la libertà dello stesso pontefice.

Occorre tener presente a questo riguardo che i cattolici messicani, per le note vicende storico-politiche di questo paese, non hanno al Messico, come cattolici, l'influenza che esercitano in altre nazioni, particolarmente agli Stati Uniti. Il partito che può definirsi cattolico è quello detto di «Azione Nazionale», che raggruppa una scelta minoranza di borghesi professionisti, commercianti ed industriali, ma che ha modeste possibilità di azione. Se non vi sono state perciò manifestazioni pubbliche e rilevanti di quello che è senza dubbio il sentimento dell'enorme maggioranza del popolo messicano, la stampa si è fatta tuttavia eco di questo sentimento, divulgando e commentando ampiamente le esortazioni di Pio XII per la difesa della religione e dei diritti dell'uomo nel quadro del grave pericolo che incombe sulle libere, residue democrazie di occidente.

Così, l'appello rivolto dal papa ai cattolici d'Italia e del mondo il giorno di Pasqua, è stato raccolto dalla stampa messicana come un ammonimento valevole per tutti i paesi. Grandi fotografie della grandiosa manifestazione in Piazza S. Pietro hanno illustrato le lunghe corrispondenze sull'avvenimento.

Infine, il 29 marzo le parole del pontefice sono state raccolte dallo stesso arcivescovo di Città del Messico, Luis M. Martinez, che in una dichiarazione pubblicata dall'importante quotidiano Novedades ha esortato i cattolici messicani ad osservare l'insegnamento del Santo Padre, «in questa ora decisiva della storia del mondo».

548

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 4759/334-335. Parigi, 10 aprile 1948, ore 22,40 (per. ore 8 del/'11).

A firma Cattani:

«Comitato lavoro ha concluso stasera riesame testi. Trasmetterò questi per aereo domani con breve commento di comparazione a quelli precedentemente concordati. Punto maggiormente controverso e cioè questione presidenza consiglio e comitato esecutivo è stata risolta nel senso che vi saranno annualmente due distinte elezioni e quindi rimane impregiudicata possibilità di due presidenti di diverse nazionalità per due organi predetti. Senonché inglesi hanno accettato tale compromesso solo a condizione che almeno per il primo anno presidenza consiglio e comitato esecutivo sia loro affidata. Benelux sembra ora puntare verso carica segretario generale per la quale propone come candidato attuale segretario generale Ministero economia nazionale belga. Non è probabile che tale aspirazione venga accolta, perché in tal caso francesi chiederebbero presidenza comitato esecutivo, e verrebbe così riaperta questione pregiudiziale posta dagli inglesi. Non è invece da escludere che Benelux possa ottenere funzione primo segretario generale aggiunto. Poiché questa è carica alla quale ci sembra di poter legittimamente aspirare, sarebbe torse opportuno che, a parte i contatti ed azione che continuerò a svolgere in questi giorni con delegati francese e britannico, nostra posizione venga fatta presente a Londra.

Ambasciatore Quaroni agisce in senso analogo. Riunione primi delegati Comitato cooperazione resta fissata per mercoledì pomeriggio. Essa sarà preceduta da riunione nella mattinata del gruppo di lavoro per riesame finale alcune questioni sulle quali non è stato ancora raggiunto accordo definitivo: fra queste proposta americana includere nel testo dell'accordo esplicito riferimento a clausola nazione più favorita che consente estensione zone occidentali Germania riduzioni tariffarie concordate a Ginevra e disposizioni Carta dell'Avana.

Venerdì 16 corrente avrà luogo riunione ministri per firma accordo, atto finale, e protocolli addizionali concernenti privilegi immunità e regime finanziario organizzazione. Ministri approveranno inoltre varie raccomandazioni che Comitato cooperazione invierà al Consiglio organizzazione. Venerdì pomeriggio ministri torneranno riunirsi in qualità rappresentanti membri organizzazione per prima seduta consiglio provvisorio. In tale seduta essi dovranno decidere circa sede organizzazione, attribuzione presidenze, vice presidenze, composizione comitato esecutivo e nomina segretario generale e segretari generali aggiunti. È infine previsto che entro 26 corrente Consiglio provvisorio, sul livello delegati, tornerà a riunirsi per stabilire programma di lavoro, ed in modo particolare metodo formulazione programmi comuni produzione ed importazione, metodo collaborazione con rappresentante americano, nonché per esaminare importante questione utilizzo E.R.P. per acquisti su mercati paesi partecipanti.

Prego informare onorevole Campilli».

549

IL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 667/272. Belgrado, IO aprile 19481.

Telespresso ministeriale n. 7114066/3956 del 6 marzo2 e mio telegramma n. 61 del 5 aprile3.

Mi sono incontrato con questo ministro aggiunto agli affari esteri signor Velebit al quale ancora una volta ho sottolineato il singolare comportamento del Governo albanese, il quale mentre ha fatto chiedere che i suoi interessi in Italia vengano tutelati dal Governo jugoslavo, ha poi rifiutato che i nostri interessi vengano tutelati in Albania.

Ho quindi detto al signor Velebit, seguendo le istruzioni di cui al telespresso di codesto ministero n. 7114066/3956 del 6 marzo che saremo grati al Governo jugoslavo se potesse suggerire una soluzione possibile per uscire da questo vicolo chiuso. Secondo il signor Velebit il Governo jugoslavo non ha sul Governo albanese quell'influenza che noi forse crediamo che abbia e che è quest'ultimo che deve decidere. Mi ha anche aggiunto che d'altra parte, se il Governo albanese non vuole, quello jugoslavo non può costringerlo a riprendere le relazioni diplomatiche con l 'Italia.

Ho reagito dicendo che noi non vogliamo esercitare alcuna costrizione: che in definitiva è l'Albania che dovrebbe avere più interesse a riprendere le relazioni diplomatiche con una grande potenza quale è l'Italia; che d'altra parte in questa situazione, da essa voluta, l'Albania non può pretendere di comunicarci note come è avvenuto recentemente (vedi mio telegramma n. 59)4.

Il signor Velebit mi ha invitato a prendere contatti diretti col nuovo ministro d'Albania a Belgrado, lieto se attraverso questi contatti sarà possibile giungere a una soluzione. Ha anzi ventilato che questo potrebbe rappresentare contatto diplomatico tra i due paesi.

549 I Manca l'indicazione della data di arrivo.

2 Non rinvenuto.

3 Con esso Martino aveva riferito circa l'esito negativo dei suoi tentativi di ottenere rimpatri

di cittadini italiani dall'Albania.

4 Del 4 aprile, con il quale Martino aveva preannunciato la trasmissione di una nota del Go

verno albanese relativa alla restituzione dei beni ed alla tutela degli interessi albanesi in Italia.

Ho fatto presente al signor Velebit che già col precedente ministro d'Albania avevo avuto cordiali conversazioni, ma che in seguito, forse per istruzioni del suo Governo, avevo notato un raffreddamento da parte sua: che non mancherò se si presenterà l'occasione di allacciare conversazioni anche con nuovo ministro. Che comunque questi eventuali contatti non potranno mai da noi essere considerati come un normale contatto diplomatico tra i due paesi.

Ho successivamente chiesto al signor Velebit notizie sui rimpatri degli italiani dall'Albania, di cui ancora ultimamente il signor Brilej mi aveva parlato (mio telespresso n. 355/229 del 24 marzo)2.

A questo punto il signor Vele bit mi ha detto di ritenere che l'Albania sospenderà i rimpatri a seguito del diniego di concedere i visti ai delegati albanesi chiesti a mezzo del Governo jugoslavo: diniego interpretato come intenzione del Governo italiano di non addivenire alle «restituzioni» che secondo il Governo albanese gli sono dovute a sensi dell'art. 75 del trattato di pace.

Dopo avere sottolineata la odiosità della rappresaglia (così l'aveva definita anche Velebit) del Governo albanese, gli ho fatto presente che a noi non risultava che il Governo albanese avesse aderito al trattato di pace.

Alla mia richiesta se il Governo albanese avesse comunicato ufficialmente la decisione di sospendere i rimpatri degli italiani per «rappresaglia», Velebit mi ha risposto che, in occasione della comunicazione che il Governo italiano non aveva accordato i visti ai delegati albanesi richiesti a mezzo del Governo jugoslavo, quello albanese aveva manifestato l'intenzione di sospendere i rimpatri.

Purtroppo questa reazione era prevedibile. Anzi non è improbabile che il Governo albanese si fosse indotto a procedere ai rimpatri o meglìo a iniziarli per aver agio di indurre nel corso dei rimpatri le sue richieste dei «criminali» e delle «restituzi oni».

La questione è diventata quindi assai delicata. Non mancherò di seguire le ulteriori intenzioni albanesi attraverso i miei contatti con questo ministro degli esteri e cercherò un «casuale» incontro con questo ministro d'Albania, col quale però le eventuali conversazioni sono ovviamente rese più difficili per le specifiche richieste avanzate recentemente da parte albanese5.

550

IL MINISTRO A HELSINKI, RONCALLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 378/170. Helsinki, 11 aprile 1948 (per. il 20).

Il testo dell'accordo finno-sovietico si commenta da sé. Esso ha smentito sostanzialmente le previsioni sensazionali e allarmistiche, confermando invece le informazioni pervenutemi circa il suo probabile contenuto.

549 s Per la risposta vedi D. 602.

È da rilevare in esso il preambolo, nel quale è detto che la Finlandia desidera rimanere estranea ai conflitti d'interesse delle Grandi Potenze: è questa infatti la principale preoccupazione del paese.

Gli articoli l e 2, che costituiscono il rospo che i finlandesi hanno dovuto ingoiare, si presentano in modo meno categorico del previsto, tanto più che confermano il punto che più sta a cuore ai finlandesi: che le loro truppe non vengano impegnate fuori del territorio nazionale. A meno che, come mi si è osservato, non si voglia considerare come pericolo di guerra, anche un risultato avverso ai comunisti nelle prossime elezioni.

Anche l'accenno alle relazioni culturali si presta a commenti ironici, dato che il bisogno di un incremento in questo campo non è certo considerato una necessità nazionale.

Il radio discorso del presidente Paasikivi, da me comunicato, ha tenuto a mettere in rilievo la parte generica di questo accordo, minimizzando gli accenni più ingrati all'orecchio finlandese, e sottolineando la differenza fra l'accordo stesso e quelli stipulati dall'U.R.S.S. coi paesi citati nella lettera di Stalin, cioè Romania, Ungheria, Bulgaria. Con questo egli ha voluto evidentemente mettere in rilievo il fatto che i termini dell'accordo riproducevano le proposte finlandesi più che le richieste sovietiche. Eloquente di per sé stesso l'accenno alla base di Porkkala.

Il discorso di Paasikivi ha lasciato tutti scettici, tranne in un punto, quello relativo all'inesistenza di clausole segrete. I finlandesi credono alle parole del loro presidente, perché ignorano, nella loro semplicità, le tortuosità dialettiche.

Tutti sanno del resto che di clausole segrete l'U.R.S.S. non saprebbe che farsi dato che il realismo della politica totalitaria basta perfettamente a supplire, in caso di necessità, all'assenza delle clausole stesse.

Ci si domanda se queste erano veramente le prime intenzioni sovietiche alla data della proposta o se molta acqua non sia stata messa nel vino dopo la presa di posizione americana. E si propende naturalmente per la seconda ipotesi. È certo in ogni modo che, come ho riferito, il fermo atteggiamento americano pur considerato nel quadro della situazione generale, ha rafforzato la resistenza finlandese.

Sostanzialmente il patto non muta nulla nei rapporti finno-sovietici. Sia esso considerato dall'U.R.S.S. come una soddisfazione politica, e come un compenso anticipato per eventuali perdite elettorali, o altro, esso non influenzerà per nulla quelle mosse che, in un dato momento, l'U.R.S.S. credesse nel proprio interesse di compiere, con o senza preavviso, in Finlandia.

Esso non influenzerà neppure l'atteggiamento d'istintiva avversione dei finlandesi per tutto quanto è russo, all'infuori di regimi ed ideologie. E, se pure nessuno pensi, come ha detto Paasikivi, che la Finlandia possa muovere guerra all'U.R.S.S., nulla potrebbe impedire ai finlandesi di riprendere, in determinate circostanze, la via delle foreste, di ingrata memoria sovietica.

Anche l'approvazione a maggioranza del patto da parte del Parlamento, ormai sicura nella forma in cui esso è redatto, non potrà modificare il fatto che il 90 per cento dei finlandesi non lo ha voluto e lo ha accettato soltanto per la ragione da me ripetutamente accennata, nella speranza cioè di attenerne quella relativa tranquillità, che consenta loro di dedicarsi all'opera che più sta loro a cuore, la ricostruzione della patria.

551

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A RIO DE JANEIRO, MARTINI

T. PER AEREO 4312. Roma, 12 aprile 1948, ore 18.

Da ultimo rapporto del procuratore generale Pilotti in data 30 marzo' risulta che trattative con Brasile non hanno praticamente fatto alcun progresso.

Allo stato delle cose, dopo così lunghi e laboriosi negoziati non sarebbe neanche dignitoso per noi prestarci alle pretese brasiliane di dimostrare con notizie desunte da bollettini radio e raccolte di giornali la veridicità dei precisi elementi fomiti in perfetta buona fede dalla Marina italiana.

La questione va posta nei suoi termini più semplici. Se il Brasile vorrà dimostrarci la sua amicizia, troverà più che vantaggiosa la nostra proposta di indennizzo nei limiti di una frazione del noto deposito in dollari. In caso contrario, renderà inevitabile un progressivo peggioramento dei rapporti italo-brasiliani così dal punto di vista politico e diplomatico come da quello economico ed emigratorio.

Ella -e con lei il Pilotti -debbono esprimersi in tal senso con codeste autorità, rappresentando in particolar modo come atteggiamento brasiliano sia tanto più inspiegabile nel momento attuale in cui i paesi amici dimostrano con i fatti la loro volontà di procedere ad una graduale revisione del trattato di pace e di facilitare la ricostruzione italiana. Prego comunicare anche al procuratore generale Pilotti.

Se codesto Governo continuasse in vane discussioni procedurali senza porre il problema sul suo vero terreno, il Governo della Repubblica dovrebbe considerare sotto ben altra luce tutto il problema2.

552

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 5184/048. Washington, 12 aprile 1948 (per. il 20).

Nuovo veto sovietico per ammissione Italia a Nazioni Unite non ha causato sorpresa in questi ambienti Dipartimento di Stato. Come è noto, si dubitava qui molto che Governo sovietico recedesse da sua posizione contraria ad ammissioni isolate. Si contava però che anche sterile discussione sul tipo di quella scorso autunno, seguita pure questa volta da veto sovietico, sarebbe potuta servire a mostrare ad opinione pubblica italiana quali fossero veri amici del nostro paese. Inol

551 l Vedi D. 495. 2 Per la risposta vedi D. 604.

tre favorevole circostanza convocazione Assemblea generale per Palestina, che, in ipotesi consenso Mosca, avrebbe permesso immediato perfezionamento nostra ammissione, aveva contribuito rafforzare convinzione Dipartimento circa opportunità risollevare questione.

Data però quasi certezza del veto russo, Dipartimento si era al tempo stesso preoccupato di studiare qualche possibilità che permettesse, almeno in parte, di riparare a grande ingiustizia che ci avrebbe arrecato pretesa di Mosca di condizionare ingresso all'O.N.U. Italia-che ne avrebbe, per ammissione sovietica, qualifiche e diritto -a quella di altri paesi, qui ritenuti privi dei necessari requisiti. Tanto più che era qui giunta notizia di una iniziativa canadese tendente a suggerire creazione, con particolare riguardo Italia, di un nuovo e peraltro non ben definito status di associate member delle Nazioni Unite.

Studi in questione non avevano però -ed, a quanto risulta, non hanno ancora -sortito alcun esito concreto: in tale quadro vanno pertanto interpretate frasi pronunciate a fine seduta l O corrente da delegato americano Austin, al quale il Dipartimento di Stato aveva lasciato ampia facoltà per qualsiasi iniziativa che valesse a sottolineare vivo interessamento americano e a lasciare al tempo stesso via aperta per nuova azione che Dipartimento si riprometterebbe.

Salvo ulteriori sviluppi, per ora non prevedibili, Dipartimento conterebbe ora di attendere decisione della Corte internazionale di giustizia su questione condizioni ammissioni O.N.U. Se, come qui si spera, Corte internazionale di giustizia deciderà nel senso che veto non è applicabile a raccomandazioni del Consiglio di sicurezza per ammissione nuovi membri, questione nostra ammissione troverà sua naturale soluzione. Altrimenti si è qui disposti ad intensificare azione per trovare formula che permetta ad Italia di far sentire propria voce in Assemblea e che, come ha detto Austin, «può e deve essere trovata».

553

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

TELESPR. 585 SEGR. POL. Roma, 12 aprile 1948.

Telespresso di codesta ambasciata n. 482/505511270 del l o aprile u.s.l.

Ho letto con interesse il suo telespresso sopracitato e la prego di voler continuare a mantenere sull'argomento ufficiosi contatti col Quai d'Orsay onde seguire gli sviluppi delle varie iniziative in corso connesse con l'argomento di cui è oggetto. Approvo intanto i concetti cui ella ha ispirato il suo linguaggio nel corso della conversazione col segretario generale signor Chauvel, concetti ai quali vorrà, nel corso di eventuali ulteriori contatti, continuare ad uniformare la sua condotta.

553 I Vedi D. 507.

Per quanto si riferisce alle conversazioni economiche previste dall'art. I0 del patto di cui è oggetto, questo Ministero non ha obbiezioni a che da parte nostra ci si tenga in contatto col Governo francese -sempre a titolo ufficioso, per ora -e ciò anche in considerazione degli interessi comuni ai due paesi quali sorgono dai progetti di unione doganale fra di essi e che consigliano reciproche consultazioni e possibilmente uniformità di orientamenti. Non sembra -a quanto ci risulta sino ad ora -che si abbiano da parte dei cinque paesi associati al Patto di Bruxelles precise idee su tale particolare aspetto della loro cooperazione che comunque conviene a noi -e mi pare anche ai francesi -non abbia ad intralciare le iniziative in corso quali la cooperazione in seno all'E.R.P. e gli studi per le unioni doganali, né, tanto meno, a spostare dal continente il centro economico europeo.

554

IL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 668/273. Belgrado, 12 aprile 1948 (per. il 15).

Telespresso di questa legazione n. 5 82/251 del 24 marzo u.s.l.

Il nervosismo e la preoccupata irritazione, con cui questa stampa ufficiosa aveva reagito dapprima alla proposta franco-anglo-americana per Trieste, si sono progressivamente placati nel corso delle due settimane che ne hanno seguito l'annunzio. Mentre si attende ancora che la Russia faccia conoscere il suo pensiero in merito, la relativa tranquillità ricondotta nei due campi avversi dopo l'enunciazione delle rispettive prese di posizione non è tuttavia indizio di maggiore arrendevolezza da parte jugoslava.

Accenni alla impossibilità per Trieste di sopravvivere, se separata dal suo naturale retroterra sloveno, vengono nuovamente affacciati: articoli in questo senso si leggono su vari giornali ed il Barba non esita a lanciare i soliti attacchi contro gli Alleati per «aver condannato il popolo di Trieste ad una povertà duratura».

Riferendosi evidentemente alla proposta della Commissione economica del Governo militare jugoslavo per il T.L.T., di cui ebbe a dare notizia a suo tempo la stampa triestina, -proposta intesa a realizzare un attivo scambio di merci fra il Territorio Libero e la Jugoslavia-l'organo del partito comunista afferma che tali tentativi, miranti unicamente ad alleggerire «la grave situazione economica e la disoccupazione di Trieste, hanno urtato contro la resistenza sistematica degli imperialisti».

Aggiungo a questo riguardo che, secondo quanto ho appreso in questi giorni da fonte americana, la suaccennata proposta jugoslava, oggetto di un passo della

Commissione economica, muoveva dalla constatazione del trattamento di preferenza accordato alle merci italiane nella Zona del T.L.T., in contrasto con quanto disposto dal trattato di pace (Annesso IX, C). Nel chiedere quindi un'applicazione imparziale del trattato nei confronti degli interessi jugoslavi, la predetta Commissione aveva proposto la fornitura di materie prime e materiali vari per un volume di l O milioni di dollari. A tale proposta, ora superata dagli avvenimenti più recenti, non si era dato da parte alleata che una risposta evasiva e -mi si dice non senza un certo imbarazzo.

Di qui la riesumazione da parte jugoslava del vecchio argomento, usato ed abusato al tempo delle negoziazioni per il trattato di pace, secondo cui Trieste non può vivere separata dal suo «hinterland», e l'enunciazione di nuovi motivi polemici, diffusamente contenuti anche nella nota inviata in questi giorni dall'U.A.I.S. all'O.N.U. per dimostrare le violazioni del trattato di pace, commesse dall'amministrazione anglo-americana, nonché la sua attività «antidemocratica» e filo-fascista. In particolare, la denuncia dell'asserito «strangolamento economico» di Trieste da parte delle Autorità anglo-americane permette a questa stampa di dimostrare la necessità di eliminare l'occupazione alleata dalla Zona A.

554 l Vedi D. 483.

555

IL MINISTRO A SOFIA, GUARNASCHELLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. RISERVATO 812/505. Sofia, 12 aprile 1948 (per. il 20).

Mio telegramm n. 20 in data odierna!.

A varie riprese ho già riferito a V.E. sulla progettata conclusione di un trattato di mutua assistenza fra Bulgaria e Cecoslovacchia, che costituirà un'altra maglia della rete che lega gli Stati de li'Europa orientale sotto influenza sovietica.

Sembra ormai definitivamente stabilito, come mi è stato confermato da questo ministro di Cecoslovacchia, che la conclusione di detto trattato avrà luogo prossimamente a Praga, tra il 20 e il 22 del corrente mese di aprile. A Praga si recherà un'apposita delegazione bulgara della quale faranno parte il presidente del Consiglio Gheorghi Dimitrov ed il ministro degli esteri Kolarov. Sarà anche presente a Praga questo ministro di Cecoslovacchia, Kubka.

Da quest'ultimo mi è stata in una recente conversazione fatta la cronistoria delle trattative per la conclusione di questo trattato, cronistoria che presenta un certo interesse e che riferisco qui di seguito all'E.V.

È ormai da lungo tempo che si dibatteva l'idea di questo trattato, il primo che la Cecoslovacchia, già legata con trattati di mutua assistenza all'U.R.S.S., alla Polonia ed alla Jugoslavia, avrebbe concluso con uno degli Stati ex satelliti della

Germania. Già nello scorso luglio 1947 vi erano stati degli approcci ad iniziativa bulgara; approcci che si erano però urtati contro la sostanziale ostilità di una parte dei partiti che formavano allora il Governo del Fronte nazionale a Praga. L'ostilità era specialmente capeggiata dai membri del Gabinetto socialnazionali, i quali obbiettavano di non vedere quale interesse avesse il loro paese, tutto teso contro una possibile rinascita dello spirito aggressivo tedesco, a legarsi con un paese relativamente lontano come la Bulgaria, non confinante con la Germania ed i cui problemi avevano carattere e portata sostanzialmente balcanici. In sostanza una parte dei membri del Governo cecoslovacco mettevano in dubbio l'opportunità stessa per la Cecoslovacchia di concludere un trattato del genere.

D'altra parte si manifestava da parte sovietica il desiderio che il trattato fosse concluso, a maggior rafforzamento delle relazioni mutue fra gli Stati sotto influenza sovietica. E nel seno del Governo del Fronte nazionale cecoslovacco questa tesi era naturalmente appoggiata dai comunisti e dai loro fiancheggiatori.

La situazione rimase così per alcuni mesi fluida ed insoluta. Questo ministro di Cecoslovacchia ricevette istruzioni di non parlare della questione con il Governo bulgaro e di non prendere al riguardo alcuna iniziativa, ascoltando e riferendo soltanto quanto eventualmente il Governo bulgaro gli comunicasse.

Tali i termini della questione fino alla recente crisi del Governo di Praga, crisi la cui soluzione ha portato, con l'eliminazione dal Governo di quegli elementi che questo ministro di Cecoslovacchia chiama un po' grossolanamente elementi di destra, alla decisione di concludere il progettato accordo.

Ma anche sul testo dell'accordo, o meglio della clausola sostanziale che stabilisce la mutua assistenza, vi è stato un certo dibattito, proponendo il Governo bulgaro che la mutua assistenza fosse prevista contro qualsiasi aggressore, mentre il Governo di Praga proponeva una formula più ristretta, e cioè quella ben nota dell'aggressione da parte della Germania o di altro Stato direttamente o indirettamente con essa associato. La questione è stata autorevolmente decisa dall'U.R.S.S., che ha preferito la seconda formula, corrispondente del resto a quella già adottata nei trattati di mutua assistenza da essa recentemente conclusi con Romania, Ungheria e Bulgaria.

E cosi si è giunti, stabilito l 'accordo sulla parte sostanziale del testo, a fissare le date per la firma del trattato. Quanto sopra conferma, seppur ve ne fosse bisogno, chi dirige e manovra, anche nei dettagli, gli atti politici compiuto dagli Stati di questa zona.

Ma è ancora più interessante sottolineare un altro dettaglio che è risultato dalla stessa conversazione col ministro di Cecoslovacchia. Questi mi ha infatti detto che, dopo la conclusione del trattato di mutua assistenza bulgaro-jugoslavo (firmato come è noto a Euxinograd il 27 novembre 1947), e che contempla l'eventualità della mutua assistenza nel caso di un attacco da parte di un terzo Stato qualsiasi, era intenzione bulgara, nel concludere il patto col l'Albania poi firmato il successivo 16 dicembre, di includervi una clausola analoga a quella del patto bulgaro-jugoslavo; e che fu l'U.R.S.S. -cosa che il ministro Kubka mi ha confidato nella più grande riservatezza-ad opporsi all'inserzione di tale clausola, esigendo che venisse inserito nel testo un richiamo alla Germania. Ne venne fuori quella dizione illogica dell'art. 3 del trattato bulgaro-albanese: «Nel caso che la Germania oppure un terzo Stato attacchi ... ecc.». È chiaro infatti che nell'indicare soltanto genericamente un terzo Stato si contemplava anche il caso di un eventuale attacco della Germania, e che l'inserzione del richiamo alla Germania era quindi del tutto pleonastica. Ma fu voluta già da allora dalla Russia; e la formula fu poi dalla stessa migliorata con la dizione poi adottata nei trattati rumeno-sovietico, ungaro-sovietico e bulgaro-sovietico.

Ci si può chiedere per quali ragioni l'U.R.S.S. preferisca l'adozione della formula che pone come condizione della mutua assistenza l'aggressione da parte della Germania o di uno Stato ad essa comunque associato, anziché quella più generica dell'aggressione da parte di un terzo Stato qualunque.

Le ragioni possono essere molteplici e le indico qui di seguito:

I. Nell'attuale situazione politica lo schieramento degli Stati satelliti della Russia è rivolto contro le potenze occidentali, sostanzialmente contro gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Una aggressione all'U.R.S.S., o per lo meno un'azione che dall'U.R.S.S. fosse considerata come aggressione, da parte degli Stati occidentali presenta probabilità di essere attuata attraverso il territorio tedesco e con l'ausilio materiale di forze che nel territorio tedesco hanno stanza. È chiaro che nel caso di una guerra Stati Uniti e Gran Bretagna non mancherebbero di sfruttare tali forze. È questo soprattutto il pericolo contro cui l'U.R.S.S. cerca di corazzarsi con il suo sistema di trattati. Essa non dà evidentemente lo stesso grado di probabilità all'eventualità di un'aggressione che si manifesti in altri settori, seppur vitali, da parte di Stati non legati a Gran Bretagna e Stati Uniti. Essa sa che Stati come l'Iran, la Turchia, ecc. non si muoverebbero se non fossero sicuri dell'appoggio militare anglo-americano, il che farebbe entrare egualmente in guerra questi due Stati e li porterebbe al caso dell'aggressione attraverso la Germania.

II. Giova alla propaganda sovietica nel mondo e forse anche nell'interno dell'U.R.S.S. di mantenere una linea politica di ostilità contro la Germania e contro una ripresa aggressiva tedesca, coerentemente a quella tenuta nell'ultima guerra dall'U.R.S.S. combattuta e vinta. L'U.R.S.S. può dire che il nemico per lei è sempre lo stesso, la Germania e chi la aiuta; e che sono gli altri e non lei che hanno cambiato intenzioni e mutato il posto di combattimento.

III. Giuoca anche forse nella suindicata preferenza del Governo sovietico una preoccupazione giuridica e formalistica, che è nella linea generale della politica di Mosca, desiderosa di poter sempre sostenere la perfetta osservanza dei suoi atti con gli impegni da essa sottoscritti. Questa preoccupazione deriva dal testo dell'art. 55 dello Statuto dell'O.N.U. che prevede il caso di misure coercitive adottate contro uno Stato nemico in base ad accordi regionali senza l'autorizzazione del Consiglio di sicurezza, e che precisa che per «Stato nemico» deve intendersi non uno Stato qualunque ma uno Stato «che durante la seconda guerra mondiale sia stato nemico di un firmatario del presente Statuto»; ed ecco quindi la necessità del richiamo alla Germania come principale aggressore potenziale.

Sempre dalla stessa fonte mi è stato testé precisato che la partenza della delegazione bulgara da Sofia avverrebbe il 19, giungendo essa a Praga il 21 e npartendone dopo la firma dell'accordo il 25.

La delegazione bulgara sarebbe composta dal presidente del Consiglio Gheorghi Dimitrov, dal ministro degli affari esteri Vasil Kolarov, e da qualche ministro tecnico, come Gheorghi Traikov, ministro dell'agricoltura, e Zdravko Mitovski, ministro del lavoro. Non ne farebbe invece parte né Anton Jugov, né Dobri Terpescev, né altri vice presidenti del Consiglio, come si era fatto in analoghe recenti occasioni. Tale formazione in maniera ridotta -che ha prodotto una certa sorpresa presso questa legazione di Cecoslovacchia -potrebbe rientrare nella linea sovietica di non attirare in questo momento l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale sulla formazione di alleanze o blocchi tra Stati sottoposti alla sua influenza.

555 1 Con esso Guamaschelli aveva anticipato alcune delle informazioni contenute nel presente documento.

556

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. 4336/250. Roma, 13 aprile 1948, ore 12, 15.

Suo 3181.

Nell'attuale stato della questione e mentre si ignora ancora quale sarà risposta russa, questo Ministero non ha obiezioni da sollevare alla procedura suggerita dal Dipartimento di Stato per negoziazione protocollo addizionale destinato restituire Territorio Libero Trieste sotto sovranità italiana2.

557

L'AMBASCIATORE A RIO DE JANEIRO, MARTINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 5118/0 l 7. Rio de Janeiro, 13 aprile 1948 (per. il 19).

Riferimento mio telespresso 827/245 del 17 marzo u.s.I.

La «Commissione di diplomazia» di questa Camera dei deputati ha emesso testé il suo parere circa la ratifica del trattato di pace con l'Italia proponendone l'approvazione.

Nella motivazione del parere stesso, di cui è stato relatore l'on. Reiter Collet e che mi onoro di trasmettere nel suo testo integrale con telespresso in data odierna!, è ricordato che il Brasile fu l'unico paese dell'America latina che partecipò

2 Per la risposta vedi D. 561. 557 l Non rinvenuto.

alla Conferenza di Parigi ed è messa in luce l'azione svolta dalla sua delegazione, presieduta dall'ambasciatore Joao Neves da Fontoura, al fine di modificare le clausole del trattato in senso più favorevole all'Italia.

«<l progetto -viene rilevato -imponeva all'Italia le condizioni più rigorose: la mutilazione del territorio metropolitano, la perdita delle colonie, la privazione dell'attrezzatura di difesa militare delle sue frontiere e, come ulteriore carico, indennizzazioni troppo pesanti. Perciò furono presentati dai delegati del Brasile gli emendamenti, che vennero sostenuti in sede di assemblea plenaria e nelle singole commissioni».

Dopo aver citato le parole pronunciate a Parigi dali' attuale ministro degli esteri Raul Femandes in argomento («La pace, disgraziatamente, si sta fondando su un principio di potenza invece di essere stabilita secondo la legge internazionale»), la relazione constata che la delegazione brasiliana non ottenne l'esito desiderato poiché, anche secondo gli accordi preliminari di Potsdam, il compito delle Nazioni Unite a Parigi «non era di stabilire, attraverso la maggioranza dei voti, il testo di queste o di quelle stipulazioni ma di formulare sulla base della redazione presentata dal Consiglio dei ministri, le raccomandazioni che potessero sembrare convenienti. Stava al Consiglio di accettarle o di rifiutarle secondo il suo avviso esclusivo».

L'ultima parte del parere della Commissione di diplomazia considera favorevolmente la possibilità di revisione del trattato e rileva che tale revisione è già in atto, lasciando comprendere, in certo senso, che la ratifica viene raccomandata anche in considerazione di tale constatazione. Il documento afferma infatti: «si sono però incaricati i fatti di dimostrare la giustezza dell'atteggiamento assunto della delegazione brasiliana. Le grandi potenze hanno testé proposto la revisione del trattato con l'immediata restituzione di Trieste all'Italia».

In proposito il signor Raul Femandes rilevava recentemente nel discorso di addio all'ambasciatore Pawley all'Itamaraty: «L'America latina ha combattuto invano a San Francisco contro il veto delle Nazioni Unite e il veto ha ormai paralizzato la nuova istituzione mondiale. A Parigi il Brasile, munito del mandato continentale a tal fine, additò certi errori del trattato di pace con l'Italia, soltanto adesso visti e riconosciuti dai "grandi" che lo hanno elaborato da soli e a porte chiuse...».

E più oltre: «L'azione ora iniziata dalle grandi potenze a favore della revisione delle clausole del trattato consacra, fuori di dubbio, la vittoria della causa sostenuta alla Conferenza di Parigi dai delegati brasiliani, che auspicarono che lo strumento stabilisse, fino da allora, le condizioni indispensabili allo stabilimento di una pace giusta e duratura con l'Italia».

Il provvedimento legislativo proposto all'approvazione del Congresso nazionale consta di un solo articolo, redatto nei seguenti termini:

«Art. l. È approvato, in conformità con la traduzione in portoghese, debitamente autenticata, il trattato di pace celebrato a Parigi il 10 febbraio del 1947 fra l 'Italia e gli Stati Uniti di America, la Cina, la Francia, il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, la Repubblica Socialista Sovietica della Bielorussia, l'Australia, il Belgio, il Canada, l'Etiopia, la Grecia, l'India, la Nuova Zelanda, i Paesi Bassi, la Polonia, la Cecoslovacchia, l'Unione Sudafricana e la Repubblica Federativa Popolare della Jugoslavia.

Paragrafo unico. Sono revocate le disposizioni in contrario».

Il parere della Commissione di diplomazia della Camera brasiliana è stato qui reso di pubblica ragione; potrà pertanto essergli data anche in Italia la diffusione che codesto Ministero riterrà più opportuna.

556 l Vedi D. 544.

558

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

TELESPR. 596 SEGR. POL. Roma, 13 aprile 1948.

Mio telespr. n. 585 Segr. Pol. del 12 corrente e suo rapporto n. 51517315/ 1407 dell'8 aprile!.

Ho letto il suo colloquio con Couve de Murville e approvo le riserve da lei fatte a lui come già a Chauvel. In eventuali ulteriori contatti converrà attenersi al tenore della sua conversazione con Chauvel che bene sembra rispondere alle esigenze della nostra attuale situazione e delle nostre attuali possibilità.

559

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

L. PERSONALE. Roma, 13 aprile 1948.

Ti scrivo per spiegarti la genesi dei due telespressi n. 5851 e n. 5962 coi quali il ministro risponde ai tuoi rapporti sui colloqui con Chauvel e con Couve de Murville.

Prima di partire per Bema il ministro mi diede istruzioni di prepararti una risposta approvando il tenore del tuo colloquio con Chauvel, dopo concordato con Grazzi quanto fosse da dirti dal punto di vista economico.

Durante l'assenza del ministro giunse il tuo rapporto sulla conversazione con Couve3 e il ministro lo lesse al suo ritorno: ti rispose col telespresso n. 596 e mi chiarì il suo pensiero nel senso che conviene per ora attenersi a progetti di collaborazione economica.

2 Vedi D. 558.

3 Vedi D. 542.

Gli ho detto che converrebbe «make up» una buona volta il nostro pensiero per dare istruzioni chiare agli ambasciatori su cosa vogliamo e cosa non vogliamo, ma mi ha risposto evasivamente. Se bene capisco il suo atteggiamento è di estrema prudenza. Non sono ancora riuscito a farmi una idea esatta se questo atteggiamento debba essere considerato a fini tattici, o se vada oltre questi scopi, o se e in che misura esso subisca l'influenza di considerazioni di ordine politico intemo e ... personale.

Tra l'altro mi ha detto che resta fermo che noi siamo «occidentali» e che fatalmente prenderemo il nostro posto nel sistema occidentale, ma quando «sarà una cosa seria», mentre per ora consiste solo in un «pezzo di carta» ed è «l 'unione delle debolezze». Ho richiamato la sua attenzione su un telegramma allora allora giunto da Bruxelles4 (e che ti viene diramato) relativo ai colloqui di Spaak a Washington che sembrano vertere anche su argomenti militari.

Continuerò a tenerti informato ma certo si vedrà chiaro solo fra una quindicina di giorni.

558 l Vedi DD. 553 e 542.

559 l Vedi D. 553.

560

L'INCARICATO D'AFFARI A MADRID, VANNI D'ARCHIRAFI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1754/349. Madrid, 13 aprile 1948 (per. il 18).

Questa ambasciata ha già avuto occasione in precedenza di segnalare l'atteggiamento non sempre simpatico tenuto da questa stampa nei confronti dell'Italia e la direttiva di ignorare il più possibile qualsiasi avvenimento dal quale possa derivare lustro al nostro paese.

L'acidità e l'ostilità nell'apprezzamento delle cose nostre si sono accentuate dopo il recente rifiuto di ammettere la Spagna al piano Marshall. Per l'occasione la propaganda interna si è servita, come testa di turco, della situazione interna del nostro paese, dipinta dagli articoli redazionali come disastrosa, senza speranze di miglioramento concreto, pericolosissima per la pace dei paesi vicini e incolpata di avere indotto l'America a rinunciare all'inclusione della Spagna nel pianodi aiuti per motivi elettorali italiani ( telecorriere n. O13 del 3 corrente)I. Ricordo, come manifestazione tipica di tale atteggiamento l'articolo di Arriba, trasmesso con il telespresso n. 1643/321 del 7 corrente2, che si attribuisce ala penna del tristemente famoso Ismael Herraiz, autore del famigerato libello «Italia fuera de combate». Che tale indirizzo sia artificiosamente imposto dall'alto, lo dimostra il fatto che esso si riscontra solo negli articoli redazionali e nel sistema di intitolazione e im

2 Non pubblicato.

paginamento, ma non, di norma, nelle corrispondenze dall'Italia inviate ai loro giornali dai numerosissimi corrispondenti spagnoli e che sono quasi tutte improntate ad un senso di obbiettività, quando non di simpatia.

Le ragioni dell'atteggiamento ufficiale sono varie: -un grave pericolo comunista alle porte è una buona scusa da opporre a tutti coloro che, all'estero e all'interno, premono perché si operino cambiamenti al regime; -un paese che riuscisse a salvarsi dal comunismo senza rinunciare ai metodi democratici, sarebbe una troppo forte contraddizione alla tesi ufficiale della necessità di un regime sul tipo dello spagnolo, pena una lotta armata a una conseguente «cruzada»; -un sentimento diffuso e imprecisabile di invidia per i nostri sforzi, non del tutto vani, per riprendere in Europa una posizione di primo piano e rappresentarvi una parte nella quale la Spagna, dopo la nostra sconfitta, aveva sperato di succederei; -infine l'atteggiamento di una parte delle sinistre italiane e specialmente dei socialisti saragattiani, schieratisi, mediante telegrammi al Governo americano e articoli sull'Umanità, contro la ammissione della Spagna nel piano Marshall. Il falangista Arriba, pur senza dame le ragioni, se la prende perciò con Saragat nell'articolo che allego. L'atteggiamento della stampa della periferia non differisce generalmente da quello sopra segnalato. Il consolato in Bilbao ha riferito in proposito in data 7 corrente quanto segue: «Come esempio della sfrenata campagna di allarmismo condotta dalla stampa provinciale, circa le elezioni italiane del 18 aprile, potrebbe prendersi il numero ultimo del pomeridiano falangista Hierro di Bilbao, che unisco. La notizia della "convocazione urgente" del Consiglio dei ministri per prendere misure contro un possibile colpo di forza comunista, che fu diramato ieri dalla radio spagnola, viene inquadrata dal giornale, facendone risaltare il carattere di estrema gravità. Ciò, e il titolo di terza pagina "Italia al borde de la guerra civii", hanno causato nuova apprensione e commenti in città. Il fatto che io e mia moglie siamo in procinto di recarci a votare in Italia, viene considerato negli ambienti che frequentiamo, o ci conoscono indirettamente, come una prova di incoscienza da parte nostra o di coraggio intempestivo». Fa eccezione invece parte della stampa della Catalogna dove, pur notandosi anche in essa l'indirizzo redazionale sopraddetto, tuttavia almeno non vi si pratica con lo stesso rigore il sistema di ignorare completamente ogni cosa buona che si riferisca all'Italia per dar rilievo esagerato solo ai disastri. L'ultimo esempio si è avuto in occasione della visita della nave scuola «Amerigo Vespucci» sulla quale riferisco a parte e della quale i giornali di Barcellona si occupano ampiamente e nel modo più simpatico. Ma ciò è dovuto ai particolari legami che uniscono la Catalogna all'Italia (e che non esistono per il resto della Spagna e specie per la Castiglia) e allo spirito di autonomia di quella regione, che cerca di esplicarsi come può e quando può e al quale anche le autorità centrali sono costrette a permettere un qualche piccolo sfogo.

559 4 T. 4810/024 del 9 aprile, non pubblicato.

560 l Vedi D. 516.

561

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PERSONALE 4925/332. Washington, 14 aprile 1948, ore 20, l O (per. ore 10,30 del 15).

Avevo provveduto ieri a fare Dipartimento comunicazione di cui a suo 250'.

Risposta negativa sovietica a proposta per restituzione Territorio Libero è qui pervenuta primo pomeriggio oggi2. Per quanto questione sia tuttora allo studio, Dipartimento, col quale non si era mancato nei giorni scorsi di esaminare possibilità sviluppi atteggiamento sovietico, sembra persuaso necessità immediato passo a tre che controbatta risposta russa.

Secondo intenzioni Dipartimento -del resto non ancora cristallizzate nuova nota a Governo Mosca dovrebbe confermare urgente risoluzione questione Territorio Libero nei termini nota tripartita e, riprendendo argomento sovietico circa parte avuta da tutte ventuno potenze firmatarie in redazione trattato di pace, suggerire eventuale sollecita consultazione predette ventuno potenze.

Dipartimento procede necessarie intese con Londra e Parigi, sperando concretare nuovo passo entro venerdì 16. Al Dipartimento mi è stato confidato che Governo inglese sarebbe convinto necessità tale nuova iniziativa3.

562

L'AMBASCIATORE PRESSO LA SANTA SEDE, MELI LUPI DI SORAGNA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PER CORRIERE 4940/895/330. Roma, 14 aprile 1948 (per. il 16).

Mio telegramma per corriere n. 823/300 del 2 c.m.'. Nell'incontro, che ebbi stamane col signor Myron Taylor, questi non mi raccontò dettagli di particolare interesse riguardo alla sua missione, ma accennò

a conferire alla medesima un'importanza di carattere generale, relativa all'azione ed all'influenza del Vaticano nel presente momento così grave degli affari mondiali.

Già mons. Montini mi aveva riservatamente detto che il signor Taylor aveva manifestato l'intenzione di muoversi in Europa: sarebbe stato in programma un viaggio in Grecia e Turchia, e un altro in Germania. Taylor invece non mi disse cosa che valesse a confermare tali progetti, e piuttosto si espresse come se avesse a rimanere sempre in Italia, fra Roma e la sua villa di Firenze.

Scopo di quei viaggi, secondo mons. Montini, sarebbero state prese di contatto con esponenti della confessione luterana in Germania e della ortodossa in Grecia e Turchia, per saggiame e potenziame l'attività anticomunista nella sfera di loro speciale influenza. Ora, pur evitando di accennare a possibili viaggi, Myron Taylor ha parlato anche con me delle questioni riguardanti la chiesa greco ortodossa, in modo da mostrarmi che se ne interessa assai appunto nel senso dettomi da mons. Montini. Mi raccontò, ad esempio, che il patriarca Massimo del Fanar ha abdicato: notizia non inattesa. Ha aggiunto che candidato favorito dall'America è il noto vescovo greco-americano Atanasio e, raccomandandomi il dovuto riserbo, ha precisato che il Governo americano dà a Costantinopoli tutto il proprio appoggio per tale elezione. Atanasio fornisce ogni garanzia per una politica informata agli interessi americani, e specialmente per una resistenza ad oltranza all'azione del Patriarcato di Mosca e alla partecipazione al Sinodo moscovita in programma per questa estate, partecipazione a cui qualche fazione fanariota sembra inclinare.

Tanto da frasi di Myron Taylor come da altri accenni di mons. Montini ho poi desunto che il sig. Taylor ha portato al Santo Padre ed alla Segreteria di Stato nuovi incitamenti perché la Chiesa Cattolica prosegua, con tutte le sue forze, in una lotta a fondo contro il comunismo; non solo per quanto riguarda l'Europa, ma anche nei rispetti dell'Asia (specie della Cina) e dell'America del Sud, dove il comunismo è attivissimo. Sembra che il Governo americano, pur essendo soddisfatto della posizione assunta dal Vaticano, tema che un buon successo delle elezioni italiane abbia a calmarne l'ardore. Myron Taylor è venuto dunque in Italia per incitare la Santa Sede (e probabilmente accenni in tal senso sono nel messaggio di Truman) a perseguire sempre più in senso mondiale la politica anti-comunista e a persuadere che conviene alla Chiesa di Roma cercare, su questo teneno della lotta contro il nemico del Cristianesimo, la massima possibile unità d'azione con le altre confessioni cristiane. E Myron Taylor si fermerà più a lungo del solito, al suo posto diplomatico, per sorvegliare e rinvigorire un'attività, di cui l'America ha sempre maggior campo d'apprezzare la validità e l'estesissima influenza.

E, per finire, dal tono con cui mons. Montini, da una parte, e il signor Taylor, dall'altra, mi parlarono di questi incitamenti al Santo Padre perché la Santa Sede intensificasse ed estendesse la lotta contro il comunismo e la Russia, mi pare aver compreso che le pressioni americane siano state conisposte con una certa cautela, che forse non ha soddisfatto appieno il rappresentante di Truman, ma che è nelle consuetudini migliori della diplomazia pontificia.

561 l Vedi D. 556. 2 Si tratta della nota sovietica del 13 aprile consegnata contemporaneamente a Londra, Parigi e Washington. La nota è pubblicata in «Relazioni internazionali», a. XII (l948), n. 17, p. 333. 3 Per la risposta vedi D. 570. 562 l Vedi D. 509.

563

L'INCARICATO D'AFFARI A MADRID, VANNI D'ARCHIRAFI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PER CORRIERE 5006/016. Madrid, 14 aprile 1948 (per. il 16).

Telegramma per corriere di codesto Ministero n. 3659 del 26 marzo u.s.I.

Non risulta da accurate indagini esperite che gli Stati Uniti stiano attualmente negoziando accordi di carattere militare con questo Governo. D'altra parte l'esistenza di trattative del genere contrasterebbe nell'attuale momento con l'atteggiamento seguito da Washington nei riguardi del problema spagnolo, almeno quale lo si vede da Madrid.

Autorevoli esponenti dell'esercito spagnolo assicurano che circa sei mesi or sono gli alti capi militari americani, preoccupati dell'atteggiamento dell'U.R.S.S. e dalla situazione europea, prospettarono ai loro dirigenti politici la necessità di un cambio radicale di indirizzo nei rapporti con l'U.R.S.S. non solo, ma anche nei riguardi del problema spagnolo (mi richiamo in proposito al telespresso di questa ambasciata n. 4 72311186 del 5 novembre 194 72). E difatti in breve tempo tutti gli addetti militari presso l 'ambasciata statunitense in Spagna vennero cambiati con elementi che si ha motivo di ritenere siano accuratamente scelti, poiché appaiono di levatura superiore ai loro predecessori. I nuovi addetti militari americani giunti in sede si esprimevano più o meno in senso favorevole ad una normalizzazione delle relazioni diplomatiche con la Spagna ed uno di essi ebbe anche a dirmi che la riteneva molto prossima. Viceversa l'incaricato d'affari americano non sembrava dello stesso parere e infatti, malgrado l'eccezionale interesse strategico della penisola iberica con l 'urgente necessità di potenziarla, su cui sono concordi militari e uomini politici americani, l'atteggiamento degli Stati Uniti verso la Spagna non appare a tutt'oggi sostanzialmente mutato, pur essendosi manifestati nel corso degli ultimi mesi evidenti sintomi di soavizzazione che più di recente sono andati accentuandosi.

L'opinione pubblica americana tuttora tendenzialmente antifranchista, la posizione nettamente negativa del Governo britannico e di importanti settori delle opinioni pubbliche dei principali paesi dell'Europa occidentale, infine le deliberazioni della O.N.U. del 1946 e 1947 che raccomandavano misure coattive nei riguardi del Governo di Franco, hanno evidentemente impedito agli Stati Uniti di dar corso al potenziamento della Spagna; ma durante gli ultimi mesi, come ho già riferito, è stata svolta qui un'intensa azione diplomatica di amichevole e convincente persuasione verso il Governo di Franco al fine di eliminare

s.n.d. riservato per corriere 3704/048 del 16 marzo da Ankara, con il quale Prunas aveva riferito la notizia ufficiosa relativa a negoziati per accordi di carattere militare in corso tra gli Stati Uniti e la Spagna.

2 Non pubblicato.

quegli ostacoli che impedivano la collaborazione e l'aiuto. Le pressioni di questo incaricato d'affari americano per un maggior liberalismo economico e politico e più recentemente quelle svolte da Myron Taylor verso Franco, Martin Artajo ed il cardinale primate di Spagna, rientrano nel quadro del programma americano tendente a provocare una evoluzione del regime tale da giustificare un apporto politico economico e militare. È noto che tali pressioni non ebbero successo (telegramma per corriere di questa ambasciata n. O13 del 3 aprile u.s.)3 e lo stesso collega americano me lo ha confermato recentemente mostrandosi altresì alquanto pessimiste sulla probabilità di una evoluzione nel senso desiderato.

Anche dai contatti del nostro addetto navale con i suoi colleghi americani appare chiaramente che la questione politica ha impedito qualsiasi progresso nei rapporti di essi con lo Stato Maggiore spagnolo, rapporti che tuttora si limitano al campo puramente informativo. È quindi da ritenere che i negoziati ai quali ha accennato il ministro di Spagna in Ankara siano tuttora allo stato di intenso desiderio dei militari americani e dei dirigenti spagnoli i quali, come noto, vorrebbero ricevere ma nulla dare in qualsiasi settore della loro vita nazionale. È indubbio però che eliminata la pregiudiziale politica, sia pure con un minimo di esigenza da parte americana, nulla osterebbe a che la Spagna venisse compresa automaticamente nel piano di riarmamento americano dell'Europa occidentale.

563 l Con esso Zoppi aveva ritrasmesso, richiedendo informazioni più precise al riguardo, il T.

564

IL MINISTRO AL CAIRO, FRACASSI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 5007/07. Il Cairo, 14 aprile 1948 (per. il 16).

Attesa per risultati elezioni italiane diviene qui ogni giorno più intensa. Stampa vi dedica gran parte sue corrispondenze e articoli fondo. Intonazione è moderatamente ottimista in favore successo attuale coalizione governativa.

Anche in conversazioni private, principali uomini Stato Egitto mi manifestano convinzione ripercussioni particolarmente gravi che avrebbe per contro in questo paese vittoria comunista. Si ritiene che in tal caso Egitto sarebbe direttamente minacciato sia per estendersi influenza sovietica Mediterraneo, sia per temuto dilagare propaganda di cui si è potuto constatare aumentata efficacia in occasione recente grave sommossa Alessandria.

563 3 Vedi D. 516.

565

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALLE AMBASCIATE A LONDRA, PARIGI E WASHINGTON E ALLA LEGAZIONE A BELGRADO

TELESPR. 15/1163 7 /c. Roma, 14 aprile 1948.

Telespresso n. 611/853 del 30 marzo u.s. di codesta legazione!.

Per opportuna norma di linguaggio costì desidero che ella sappia che, se non prendiamo ufficialmente e direttamente a partito il discorso pronunciato il 26 marzo dal maresciallo Tito, è perché il Governo italiano non intende dipartirsi dalla linea di condotta tenuta finora mettendo in evidenza tutto quanto risponde agli interessi di una benintesa pacifica azione e astenendosi, nei limiti del possibile, da quanto possa acuire dissensi e tensioni fra noi e gli jugoslavi. A tutt'altro intendimento sembra ispirarsi il linguaggio del maresciallo Tito. Per tacere di altre ovvie considerazioni che il discorso suggerisce, non sembra infatti rientrare nello stile di un capo di Governo rivolgersi a cittadini stranieri esprimendo giudizi chiaramente offensivi sulla politica del loro paese.

(Per Washington, Londra e Parigi) Le rimetto, qui unito, il testo del discorso in questione2, da cui ella potrà trarre copiosi elementi da porre costì in risalto per documentare la nostra tolleranza in presenza dell'altrui provocazione.

566

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 186/164. Mosca, 14 aprile 19481.

Facendo seguito ai telegrammi 132 e 133 del 10 corrente2 unisco il testo recente articolo «Chi impedisce lo sviluppo del commercio italo-sovietico?» pubblicato su Novoe Vremia del 7 aprile.

Questo articolo si può dividere in quattro parti. La prima descrive la situazione critica della industria italiana, per affermare la necessità in cui essa si trova di trovare sbocchi nell'Oriente europeo, se non vuole smobilitare e licenziare altri operai.

La seconda fa la storia delle trattative itala-sovietiche per i rapporti commerciali e le riparazioni, limitata però al 14 marzo, fino al momento in cui il Gover

565 l Non pubblicato. 2 Non pubblicato. Il testo è riprodotto in «Relazioni internazionali», a. XII (1948), n. 13-14,

p. 285.

566 l Manca l'indicazione della data di arrivo. 2 Non pubblicati.

no italiano non aveva ancora manifestato il suo consenso ad abbinare le trattative commerciali col problema delle riparazioni, e fino al comunicato Tass che smentiva la volontà del Governo sovietico di chiedere il pagamento anticipato delle riparazioni. Questa parte è seccamente polemica, ed accusa gli organi governativi italiani di avere, per ragioni elettorali ed antisovietiche, attribuito al Governo sovietico la inesistente intenzione di chiedere il pagamento anticipato. Essa conchiude nel senso che il Governo italiano finge di volere, ma in realtà non vuole, l'accordo economico con l 'U.R.S.S.

La terza parte cerca di dimostrare che l'origine di tale contegno sta nelle pressioni nordamericane contro la ripresa di rapporti economici itala-sovietici, e si scaglia contro coloro che contrappongono una pretesa generosità anglo-americana ad una pretesa esosità sovietica, sforzandosi di dimostrare che in realtà gli angloamericani hanno prelevato dall'Italia, specialmente con le spese di occupazione, molto di più di quel che non abbiano chiesto i russi.

La quarta ed ultima parte è costituita infine da tre periodetti finali -sconnessi dal contesto dell'articolo ed apparentemente aggiunti all'ultimo momento nei quali si dà notizia del consenso del Governo italiano ad abbinare la discussione dei rapporti economici e delle riparazioni, sia pure con delle riserve (20 marzo) e si conclude: «<n tal modo, ancora una volta è rimasto stabilito ciò che avrebbe dovuto essere chiaro fin dali 'inizio a qualsiasi osservatore imparziale».

Da questo articolo appare abbastanza chiaramente che fino al 14 marzo, i sovietici ritenevano ormai definitivo il nostro rifiuto di trattare sulle riparazioni, e guidati dalla loro indubitabile e più volte constatata diffidenza nei nostri riguardi, pensavano che in realtà il Governo italiano, pur manovrando, non volesse né seriamente riprendere rapporti economici, né, soprattutto, addivenire ad alcun pagamento delle riparazioni.

Effetto di questa convinzione fu l'articolo così come era evidentemente preparato, consistente interamente in una accusa al Governo italiano, per avere interpretato nel senso più rigoroso la richiesta sovietica di abbinamento delle trattative (commercio-riparazioni) senza avere prima appurato quel che essa realmente significasse.

Era in buona fede questa accusa? Ossia, quando nel dicembre 1947 i sovietici avanzarono la loro richiesta, avevano davvero intenzione così moderata, o queste sopravvennero poi per ragioni elettorali? Non è facile dirlo: è mia opinione che essi fossero disposti fin dall'inizio a non insistere sul pagamento anticipato, per non esporsi, in vista delle elezioni prossime, ad una sicura impopolarità in Italia (vedi mio telegramma 386)3.

Ciò comunque interessa fino ad un certo punto, appartenendo al passato. Interessa invece a mio avviso prendere nota di questa posizione polemica dei sovietici, appena attenuata ora dalla successiva adesione nostra di abbinare (sia pure a determinate condizioni) le due trattative; a trame pratiche conseguenze per superare se possibile le differenze residue e contemperare la rigida tutela dei nostri interessi con l'opportunità di dissipare le nubi create dalla recente polemica.

566 J Vedi D. 31.

Ciò a mio avviso è possibile: le divergenze fra i due punti di vista sono ormai a un limite tale, che dovrebbe bastare una modesta dose di buona volontà reciproca per giungere finalmente ad un accordo di massima ed all'invio della delegaziOne.

In sostanza, noi intendiamo che non soltanto le consegne, ma anche le lavorazioni in conto riparazioni (produzione corrente) comincino non prima del 15 settembre 1949; ed intendiamo pure che preventivamente o contemporaneamente sia determinato il valore dei beni italiani in Ungheria, Rumania e Bulgaria, da trasferirsi all'Unione Sovietica in conto riparazioni.

Non ritengo che queste siano difficoltà insormontabili; superata la pregiudiziale contraria all'abbinamento, considero che ci. si possa accordare su entrambi i punti.

Considero pure, tuttavia, che se si vuole giungere ad un accordo, non sia più il caso di continuare nello scambio di note, che assumono inevitabilmente il carattere di una polemica e rendono l'accordo più difficile. È meglio invece che lo scambio di note sia preceduto ed accompagnato da chiarimenti verbali, posto cioè su un terreno amichevole e non polemico.

Effettivamente, delle due difficoltà che rimangono, la più grave è quella dei beni italiani in Ungheria, Rumania e Bulgaria, anche perché essa si potrebbe complicare in caso di disaccordo, con l'attribuzione della liquidazione del valore dei beni ai quattro ambasciatori. In tal modo, le trattative sulle riparazioni potrebbero essere di molto ritardate; ed in un certo senso, si staccherebbero di nuovo da quelle commerciali, per ritornare a Roma avanti agli ambasciatori. Ma in tale caso, evidentemente, i sovietici bloccherebbero anche le trattative commerciali.

La soluzione più pratica è quindi quella, a mio avviso, di affrontare questi due punti direttamente in uno spirito pratico: dielovòi (businesslike) come scrive Novoe Vremia.

Occorre naturalmente, a tale scopo, avere un elenco sommario dei nostri beni nei tre paesi, ed una indicazione dei valori massimi e minimi che saremmo disposti ad accettare in conto riparazioni.

lo penso che la sede naturale di questi chiarimenti sarebbe Mosca, dove poi si dovranno svolgere le trattative commerciali; ad ogni modo, l'essenziale è, secondo me, che le conversazioni amichevoli riprendano.

Aggiungo ancora, che probabilmente sarebbe utile, prima di inviare la delegazione, chiarire ancora coi sovietici alcuni altri punti preliminari, che attengono sia alle riparazioni, sia alle trattative commerciali.

a) Dopo il 15 settembre 1949, le lavorazioni in conto riparazioni dovranno staccarsi del tutto da quelle in conto scambi ordinari, o invece sarà meglio che una percentuale fissa del prezzo di tutte le lavorazioni industriali dal 15 settembre in poi vada in conto riparazioni? Se si potesse stabilire che, ad esempio, il 10% del prezzo delle lavorazioni di produzione corrente andasse in conto riparazioni, si potrebbe forse realizzare una soluzione soddisfacente e poco onerosa per l'economia italiana. Si tratta di vedere se un simile quesito debba porsi prima, o durante le trattative.

b) Ordine di grandezza almeno approssimativo delle principali forniture: quando i francesi stavano per trattare a Mosca, avevano preventivamente stabilito le forniture sovietiche di grano in 300 mila tonnellate circa. È da vedere se noi non abbiamo interesse a determinare preventivamente questi ordini di grandezza generali delle forniture essenziali che chiediamo ed offriamo.

c) Trattato commercio e navigazione. Il richiamo sovietico alla clausola della nazione favorita è vago: non si sa bene se si riferisce alla formula del trattato o alle sue conseguenze. In altri termini: vogliono i sovietici un trattato identico a quello americano, o vogliono semplicemente un trattato che assicuri loro, nella sua applicazione, le stesse facilitazioni assicurate agli altri paesi? Forse sarebbe bene sapere a priori quale modello di trattato dovrà essere messo a base delle trattative, se quello italo-sovietico precedente, o quello italo-americano, o un altro ancora.

Evidentemente questi altri aspetti del problema saranno bene presenti alla Direzione affari economici, che ne avrà fatto senza dubbio oggetto di attento studio. Li segnalo soprattutto perché questa esigenza di una accurata preparazione preventiva credo si faccia particolarmente sentire nelle trattative con l 'Unione Sovietica. Seguendo il lavoro delle delegazioni commerciali che qui hanno discusso e concluso accordi economici, ho potuto constatare come esse siano soggette sempre a un lavoro lungo e snervante che esige particolari qualità e seria preparazione. Solo con la Cecoslovacchia l 'U.R.S.S. ha concluso un accordo in quarantotto ore, ma si trattava allora di staccarla dal piano Marshall, di un accordo cioè prevalentemente politico. Negli altri casi, ogni delegazione trascorre qui dai due ai tre mesi per conchiudere il primo accordo, e non sono infrequenti i segni di stanchezza. I sovietici si valgono cortesemente ma duramente della superiorità di chi tratta a casa propria: alternano gli uomini, danno per definitiva ogni concessione avversaria e fanno rivedere da una autorità superiore molte delle proprie concessioni. Giocano sul tempo, sulla stanchezza e sulla impazienza altrui, sulla propria energia fisica, sulla lunghezza delle conversazioni notturne che vanno innanzi talora fino verso il mattino.

Se ciò è vero per delle semplici trattative economiche, lo diventerà tanto più quando si tratterà -come nel caso nostro -di trattare insieme scambi commerciali, riparazioni e trattato di commercio, ossia un insieme assai complesso.

Tutto ciò tenendo presente, penso che, secondo l'esperienza di qui, le condizioni da osservare per le trattative ed i requisiti da considerare per la delegazione possano essere i seguenti:

a) eliminare quanto più possibile preventivamente le questioni di principio e di carattere generale, in modo da affidare alla delegazione possibilmente soltanto questioni tecnico-economiche di attuazione;

b) perfetta preparazione, in modo che la delegazione sappia esattamente su ogni punto cosa deve chiedere e fin dove deve arrivare e non sia obbligata a chiedere troppo spesso istruzioni a Roma;

c) direzione della delegazione da parte di una personalità autorevole e suo perfetto affiatamento (qui si sono avuti dei casi di contrasti di interesse affiorati a Mosca fra membri di delegazioni rappresentanti di industrie diverse);

d) tempo a disposizione: calcolare tre mesi; e) delegazione abbastanza numerosa per consentire all'occorrenza sostituzioni nelle trattative.

Su quest'ultimo punto aggiungo che la delegazione dovrebbe comprendere anche del personale d'ordine che ormai a questa ambasciata, per la progressiva riduzione del personale italiano e russo, fa difetto. Ossia: almeno una dattilografa, un cifratore, un interprete.

Naturalmente, consigliando di essere prudenti nel predisporre il terreno non intendo affatto ritardare l'inizio delle trattative: desidero anzi facilitarlo, evitare la possibilità di insuccessi qui, e di dare troppi atouts in mano agli abili e duri negoziatori sovietici.

Ho visto anzi con grande piacere l'accoglimento del principio dell'abbinamento fra riparazioni e scambi commerciali da parte di codesto Ministero. È un atto di prudenza politica che corrisponde anche, ne sono convinto, alle necessità della nostra industria (necessità che i sovietici conoscono benissimo) e che spero possa portare presto alla desiderata ripresa degli scambi con questo paese.

PS. Dopo la redazione di questo telespresso si sono avute oggi (15 aprile) due nuove manifestazioni sovietiche sulle trattative commerciali con l'Italia.

L'una è un comunicato Tass, circa lo stato attuale di quelle trattative; l'altro un articolo conclusivo della Pravda, non firmato, dal titolo: «Prima delle elezioni italiane» ove si torna sulla polemica già iniziata da Novoe Vremia e si rinnovano al Governo italiano le accuse di avere ostacolato gli accordi economici e di averle attribuito deliberatamente la inesistente intenzione di farsi pagare le riparazioni in anticipo.

Ritengo che la situazione rimanga immutata, e che il tenore della risposta sovietica 11 aprile4 (così come è riportata nel comunicato Tass) giustifichi più che mai la necessità di chiarire bene i punti preliminari prima di inviare la delegazione. In sostanza i sovietici vorrebbero discutere a Mosca, con la delegazione stessa, le due questioni sull'inizio della esecuzione delle commesse in conto riparazioni, e sul computo dei beni dei paesi danubiani. Noi invece vorremmo risolvere prima tali punti, che implicano una interpretazione del trattato ed eventualmente un indagine non strettamente connessa col problema dei rapporti commerciali in senso stretto. Se si aderisse al punto di vista sovietico, la delegazione rimarrebbe ferma a Mosca, forse lungo tempo, esaurendosi in discussioni preliminari non semplici né brevi. Penso quindi che convenga tentare di liberare il terreno prima,

o almeno sapere se il Governo sovietico è veramente irremovibile nel volere che tutto si discuta insieme dalla delegazione a Mosca: il che non credo.

567

L'INCARICATO D'AFFARI A VARSAVIA, FERRETTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1950/350. Varsavia, 14 aprile 1948 (per. il 21).

L' 11 aprile è stata inaugurata la settimana delle Terre occidentali con la pa

rola d'ordine: «Le Terre occidentali sono la forza e il benessere della Polonia». La manifestazione principale è stata tenuta a Wabrzych cioè nel cuore delle terre conquistate nel decimo secolo della prima dinastia polacca dei Piast. Dopo una sfilata di lavoratori e di alunni delle scuole il vice presidente del Consiglio e segretario generale del P.P.R. (partito comunista) Gomulka ha pronunciato un discorso nel quale ha sviluppato i seguenti punti.

l. La garanzia della sicurezza delle frontiere occidentali costituisce l'asse della politica del Governo polacco. Il principio della sicurezza costituisce la base di tutte le alleanze della Polonia con gli altri paesi. È da questo punto di vista che il Governo polacco considera la politica degli Stati occidentali soprattutto per quanto riguarda la soluzione del problema tedesco.

2. -Una Germania aggressiva è per la Polonia qualcosa di molto differente da quello che può essere per gli inglesi, gli americani e gli altri popoli. Nessun paese ha sofferto come la Polonia. Gli inglesi e gli americani non hanno avuti i campi fertilizzati dalle ossa umane e non hanno perduto nei campi di concentramento e nei crematori il 22 per cento della popolazione. Se i polacchi esigono la denazificazione della Germania e la condanna di tutti i criminali hitleriani non è per un sentimento di vendetta e di odio, ma perché desiderano garantirsi dal pericolo di una nuova guerra che può minacciare l'esistenza biologica della nazione. Gli argomenti della propaganda anglo-americana sulle necessità della ricostruzione della Germania e sui benefici del piano Marshall non inducono in errore i polacchi i quali credono solo ai fatti. Ora, i fatti testimoniano che eminenti membri delle S.S., e criminali di guerra, occupano posti importanti nell'amministrazione, nelle imprese e nelle scuole della zona di occupazione angloamericana. Un tribunale di guerra americano ha assolto Alfredo Krupp. Le autorità di occupazione britanniche hanno rifiutato di consegnare il criminale di guerra Kopf, il quale anzi è stato nominato presidente del Consiglio della Sassonia. Con il consenso delle autorità di occupazione, organizzazioni revisionistiche tedesche svolgono propaganda contro le frontiere e l'integrità del territorio polacco. 3. -Principale condizione della pace europea è la democratizzazione della Germania. Solo l'U.R.S.S. persegue questo scopo. Gli Stati occidentali invece, senza tener alcun conto degli accordi di Potsdam del 1945, perseguono una politica che ha per scopo la ricostruzione del potenziale militare ed economico della Germania con l'appoggio degli elementi reazionari tedeschi imbevuti dello spirito hitleriano. 4. -Con la violazione degli accordi quadripartiti i Governi occidentali si sono messi sulla via della divisione della Germania. Essi desiderano organizzare, sotto il loro controllo, uno Stato occidentale tedesco che faccia parte di un blocco anti-sovietico e anti-democratico e che serva da strumento alla politica imperialista e bellicista perseguita dagli ambienti influenti anglo-sassoni. Per gli imperialisti anglo-americani lo Stato occidentale tedesco è indispensabile allo scopo di mantenere un arsenale di guerra nel bacino della Ruhr. Introducendo

questo arsenale nel piano Marshall gli Stati Uniti non vogliono la ricostruzione dell'Europa, ma lo sviluppo del potenziale militare della Germania. La Ruhr nelle loro mani è una pistola puntata contro tutti i popoli che non vogliono vendere contro dei dollari la loro sovranità.

5. -È ingenuo credere che la Germania divisa sia meno pericolosa di una Germania unita. La Polonia è per una Germania unita, cioè per un Governo tedesco democratico e centralizzato, controllato dalle quattro potenze. Ecco perché la Polonia lotta contro la politica anglo-franco-americana in Germania ed appoggia la politica dell'Unione Sovietica. 6. -Nonostante la violazione degli accordi di Potsdam e l'oscurarsi dell'orizzonte internazionale i fomentatori di guerra sono troppo deboli per poter decidere della rottura della pace. Con l'aiuto di quella potente fortezza pacifica che è l'Unione Sovietica, le forze del fronte mondiale per la pace, fra le quali si trova tutta la nazione polacca, aumentano senza tregua. Il Governo polacco da parte sua continua nella via che persegue da tre anni, diretta alla consolidazione della pace, alla sicurezza delle frontiere occidentali e alla realizzazione del piano economico triennale.

Il segretario generale del P.P.R. non ha fatto altro che ripetere i punti essenziali già noti della politica internazionale della Polonia. L'U.R.S.S. spingendo la Polonia sull'Oder l'ha solidamente legata al suo carro. Se tale politica ha dei lati sgradevoli per molti polacchi (rinunzia agli aiuti occidentali -dipendenza economica dalla Russia -rinunzia alla divisione della Germania) è tuttavia l 'unica che garantisca alla Polonia i l possesso delle terre conquistate dai Piast circa mille anni fa e che oggi sono indispensabili allo sviluppo economico del paese. Come ha scritto recentemente un giornalista non comunista «<a vittoria del capitalismo significherebbe per noi la vittoria della Germania, significherebbe cioè "finis Poloniae"».

Il Governo polacco non risparmia sforzi per rendere solido e definitivo il possesso dei «territori ricuperati» dell'occidente. Dopo aver espulso quasi tutti i tedeschi -ne rimangono attualmente solo l 00 mila -ha fatto tutto il possibile per ottenere un rapido ripopolamento e vi è riuscita, dato che al l o gennaio dell'anno in corso circa 5.250 mila polacchi si erano stabiliti su quelle terre. I cittadini vengono aiutati con la concessione di grano e patate da semina e di strumenti di lavoro, trattori compresi. Il piano economico per il 1948 prevede infine investimenti nei territori ricuperati per circa 65 miliardi di zloty e cioè il 34% del totale. Di questa somma 18 miliardi sono per gli investimenti industriali e 13 miliardi per quelli agricoli.

Nonostante questo indefesso lavoro di consolidamento e la garanzia dell'U.R.S.S. i polacchi tuttavia non si sentono affatto sicuri dentro le loro nuove frontiere. Lo dimostra il fatto che ogni tanto sentono il bisogno di affermare che «l 'attuale confine non può essere messo in discussione» e lo dimostra la recente asserzione di Gomulka che «il principio della sicurezza della frontiera occidentale costituisce l'asse della politica del Governo polacco e la base delle sue alleanze con gli altri Stati».

566 4 Vedi D. 574.

568

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 4970-4968/140-141. Mosca, 15 aprile 1948, ore 11,22 (per. ore 7,30 del 16).

Sotto il titolo «Prima delle elezioni italiane» Pravda pubblica ampi articoli riassuntivi dei termini secondo cui nella opinione di questa stampa è impostata campagna elettorale italiana. Rapporti commerciali fra Italia e U.R.S.S. e questione colonie sono posti al centro della attenzione mentre problema Trieste è svalutato come pura manovra elettorale americana. Specialmente si insiste sui rapporti commerciali ritornando sul motivo della necessità industrie italiane di avere da Europa orientale materie prime carbone e grano nonché stabilire mercati di sbocco e sulla non convenienza dei prezzi americani nonché sul grave squilibrio della bilancia pagamenti fra Italia e U.S.A. che ridurrebbe Italia a appendice coloniale dell'America. Si rinnovano accuse di mala volontà Governo italiano per avere ritardato proposta rapporti commerciali e per avere inesattamente interpretata richiesta sovietica trattare riparazioni.

In conclusione si riafferma che lotta elettorale italiana è essenzialmente fondata su una scelta fra due politiche estere aventi decisivi riflessi su indipendenza e benessere economico italiano.

Debbo osservare che le pubblicazioni sovietiche fingono sistematicamente di non conoscere le richieste continue che l 'Italia ha fatto per via diplomatica relativamente alla riapertura delle relazioni commerciali e stanno discutendo come se la prima richiesta del nostro Governo fosse stata fatta nel settembre 1947, tra altre cose dimenticando le formali e continue insistenze da me fatte fin dal giorno del mio arrivo a Mosca. Penso che una messa a punto nel momento e nelle forme opportuni sarebbe necessaria a questo proposito.

569

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PERSONALE 4982/337. Washington, 15 aprile 1948, ore 20,50 (per. ore 8,30 del 16).

Secondo informazioni confidenziali Dipartimento, nuova nota tripartita a Governo russo circa Trieste, verrebbe consegnata domani venerdì alle cinque pomeridiane ora di Londra.

Nota, cui testo è tuttora oggetto contatti tra Washington Londra e Parigi, esprimerebbe disappunto per tenore risposta sovietica e sottolineerebbe preminenza sostanza proposta su procedura negoziati. Aggiungerebbe non esservi stata intenzione escludere altre potenze firmatarie trattato di pace, proposta riunione a quattro più Italia intendendo essere solo stadio iniziale secondo linee procedura negoziazioni trattato pace. Nota chiederebbe infine Governo sovietico chiarire sollecitamente sua posizione al riguardo!.

570

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. 4461/2561. Roma, 15 aprile 1948, ore 21,55.

Suo 3322.

Converrebbe a nostro avviso bene ponderare pro e contra di una procedura che portasse sin da ora questione Trieste davanti ai Ventuno. Infatti se tale procedura presenta vantaggio raccogliere subito intorno a proposta tripartita un certo numero adesioni atte a rafforzarla nell'opinione pubblica mondiale, si può d'altra parte anche rischiare di rafforzare atteggiamento sovietico attraverso rifiuto che certamente opporranno satelliti orientali. Ove si dovesse adottare tale procedura occorrerebbe quindi almeno esaminare sin da ora ulteriore seguito da darle dopo raccolte le risposte dei Ventuno il cui tenore può essere preveduto fin da adesso per la quasi totalità.

In particolar modo occorrerebbe poi evitare una soluzione che possa pregiudicare il principio della inscindibilità del Territorio Libero3.

571

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PER CORRIERE 5122/024. Londra, 15 aprile 1948 (per. il 19).

Incontri avuti in questi giorni con Foreign Office presenti organi War Office competenti amministrazioni militari ex colonie italiane conducono a seguente definizione punto di vista inglese di fronte nostre richieste relativamente fatti Mogadiscio e situazione comunità italiana Somalia, di cui a comunicazioni V.E., da ultimo suo telegramma 39921.

569 i Per il seguito della questione vedi D. 573.

570 i Fransoni trasmise il presente documento, unitamente al telegramma di Tarchiani cui si riferisce, a Gallarati Scotti e Quaroni con il T. 4458/185 (Londra) 296 (Parigi) del 15 aprile.

2 Vedi D. 561.

3 Per la risposta vedi D. 573.

571 i Vedi D. 525.

l. War Office al quale compete decidere se e in quanto accedere alla nostra richiesta non (dico non) è disposto riconoscere formalmente deficienze amministrazione britannica Somalia. Ciò né pubblicamente né in altra forma ufficiale e cioè neppure davanti a questa ambasciata. Solamente «in via privata» è stato detto che trasferimento a Mogadiscio attuale amministratore capo Eritrea ha scopo -e direttive gli sono state impartite personalmente in tal senso -avviare miglioramento effettivo relazioni tra amministrazione britannica e comunità italiana. Ciò mi sembra mostri come in fondo da parte inglese si sia convinti di torti e colpe o almeno di incompetenza passata amministrazione, in particolare di quei funzionari recentemente trasferiti, come evidentemente è emerso da relazione Commissione inchiesta, che non è stata mostrata a questa ambasciata presumibilmente in quanto incriminava amministrazione stessa. Impressione che questa ambasciata ha tratto dai vari laboriosi incontri è che scopo nuove nomine possa in ultima analisi essere considerato quello di migliorare situazione nostra popolazione in Somalia. D'altra parte predetta informazione confidenziale segna, assieme a riconoscimento del principio di un indennizzo vittime per cui è in corso accertamento, limite ultimo cui War Office è disposto andare. Infatti suo atteggiamento fa escludere assolutamente possibilità ottenere, almeno in fase attuale, abrogazione legislazione di guerra in vigore in Somalia, che nella mente militare britannica trova ragione e giustificazione formale in trattato di pace che ha sanzionato continuazione di quella Amministrazione nel suo assetto giuridico, sino decisione internazionale circa sorte territorio. A questo proposito attiro tutta l'attenzione di V.E. sul fatto che attuale tensione internazionale conferisce autorità militari posizione e importanza molto simili a quelle del tempo di guerra aperta e che ritengo sarebbe un'illusione attendersi che Foreign Office, certo di massima più favorevole a noi, possa oggi imporre War Office misure considerate da rappresentanti Forze Armate lesive loro onore e prestigio. Questo deve essere tenuto presente al fine di evitare illusione che reazioni opinione pubblica italiana possano oggi avere peso superiore a qualsiasi altra considerazione nella mente del Governo britannico.

2. Da parte britannica si è invece acceduto a nostra richiesta di fissare carattere di rappresentante «de facto» del Governo italiano al nostro funzionario che verrà inviato a Mogadiscio. Questo nel senso che mentre titolo medesimo rimarrebbe di ufficiale di collegamento come già comunicato, gli verrebbero riconosciute funzioni e prerogative, compreso uso cifra, eguali a quelle dei consoli in tutta l'estensione nonché nei limiti a questi riconosciuti generalmente, ripeto pur non assumendone formalmente figura e pertanto neppure portata internazionalmente rilevante. Al riguardo e sempre dato predetto atteggiamento britannico non vi è dubbio che sollecita presenza attiva e fattiva in Mogadiscio di funzionario italiano costituirà elemento imprescindibile nella introduzione e nella saldatura di ogni progresso di fatto che nuove nomine B.M.A. di cui sopra consentono prevedere possibile. Sarà infatti attraverso attività molteplice e intelligente di funzionario stesso che legittimi interessi italiani potranno praticamente essere riavviati e salvaguardati. A questo proposito parla chiaramente contrasto tra situazione comunità italiana Mogadiscio durante presenza colà Della Chiesa, che in Comitato consultivo trovava primo organo collegamento fra comunità ed Amministrazione e situazione attuale nella quale Comitato stesso sarebbe stato posto in dimenticatoio

(mentre qui sua costituzione mi viene confermata). Inoltre sarà soltanto tramite funzionario medesimo che Governo italiano potrà essere ragguagliato autorevolmente e in via continuativa circa sviluppi situazione. A questo proposito riterrei che anche provvedimenti segnalati in telegramma di V.E. n. 2092 potrebbero essere più utilmente trattati dal nostro funzionario sul posto.

Nell'eventuale nostra divulgazione alla stampa dell'invio del predetto funzionario potrebbe opportunamente essere dato privilegio ed importanza -quale effettivamente è e ancora più potrà essere in eventuali fasi successive -che vi si attribuisce da parte italiana. A comunità italiana in Somalia ed a opinione pubblica in Italia -e anche ai somali -non sfuggirà certo significato della presenza in Somalia di un funzionario inviato da Roma.

Mi rendo conto che la soluzione sopra prospettata non è pienamente soddisfacente per noi almeno sulla carta. D'altra parte credo di poter affermare che i termini in cui questione è stata sopra esposta rappresentano, in una visione realistica, il massimo oggi raggiungibile. Inoltre essi contengono due elementi positivi, e precisamente:

l) dichiarato desiderio britannico di un miglioramento nelle relazioni tra amministrazione britannica e popolazione italiana in Somalia;

2) possibilità di inviare un funzionario italiano con veste e funzioni adeguate, attraverso il quale potremo sapere con certezza se e fino a che punto le buone intenzioni britanniche si tradurranno in realtà.

In vista di tali elementi suggerirei che da parte nostra si prenda semplicemente atto del punto di vista britannico quale sopra esposto e si invii sollecitamente a Mogadiscio funzionario di collegamento che possegga tutte le qualità richieste per il suo difficile compito. In tal modo questione non sarebbe chiusa formalmente e potrebbe essere riaperta in seguito qualora situazione e trattamento fatto alla popolazione italiana in Somalia lo giustificasseroJ.

572

IL MINISTRO A BUDAPEST, BENZONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1342/261. Budapest, 15 aprile 1948 (per. il 23).

La stampa locale ha dato ampio rilievo al discorso di Stalin dopo la firma del patto finno-sovietico. L'organo comunista Szabad Nép, che è il solo a dedicarvi un editoriale, coglie l'occasione per sostenere che l 'Unione Sovietica è l'unica grande potenza che possa dimostrare coi fatti di voler stabilire rapporti di perfetta eguaglianza con indistintamente tutte le nazioni.

571 2 Riferimento errato. 3 Per la risposta vedi D. 581.

È sfuggito evidentemente al giornale che proprio il patto, il quale ha dato occasione alle dichiarazioni di Stalin, crea per uno degli Stati alleati dell'U.R.S.S. una situazione di privilegio in quanto gli impegni finlandesi appaiono -almeno sulla carta -meno perentori e meno gravosi di quelli assunti da altri «alleati» meno favoriti, nei confronti delle esigenze della «sicurezza» sovietica, da fattori geografici, politici e morali.

573

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI

T. 5054/344. Washington, 16 aprile 1948, ore 20,20 (per. ore 9 del 17).

Ho attirato attenzione Dipartimento su considerazioni di cui al telegramma di

V.E. 2561. Trasmetto con corriere aereo odierno testo nuova nota a Russia2 che insiste per risposta circa sostanza proposta restituzione a Italia Territorio Libero Trieste e lascia aperta possibilità sia controproposte russe, che qui non si sarebbe alieni dal prendere in considerazione, qualora giovevoli, sia a più attento studio procedura più opportuna.

574

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, ALL'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO

T. 4520/35. Roma, 16 aprile 1948, ore 23.

Suo 1391.

Testo nota sovietica dell' 11 corrente è seguente: «In relazione nota 2 corrente2 ambasciata sovietica comunica secondo punto programma trattative "stipulazione accordo circa riparazioni" riportato nella nota dell'ambasciata del 30 marzo3, prevede pure discussione quelle due questioni che sono menzionate nella nota Ministero esteri 2 aprile».

2 Ed. in «Relazioni internazionali», a. XII (1948), n. 17, p. 333. Gallarati Scotti e Quaroni comunicarono (rispettivamente con Telespr. 1928/687 e T. 5177/364 del 15 aprile, non pubblicati) che analoghe note erano state presentate dai Governi britannico e francese.

2 Vedi D. 512.

3 Vedi D. 494.

Dato il non chiaro tenore della risposta, nota non era stata trasmessa V.E. in quanto questo Ministero riserva vasi chiamare entro prossima settimana rappresentante sovietico e chiarire verbalmente contenuto e portata di essa, in pari tempo insistendo per stabilire chiaramente prima della formazione della delegazione proprio quei punti accennati da V.E.

Riservomi telegrafare.

573 l Vedi D. 570.

574 l Del 15 aprile con il quale Brosio, commentando un comunicato Tass sulle trattative italasovietiche, richiedeva informazioni sulla nota sovietica di cui al presente telegramma e sottolineava l'opportunità di chiarire, prima della partenza della delegazione per Mosca, i rispettivi punti di vista «sia sull'interpretazione del trattato di pace per quello che riguarda ordinazioni produzione corrente sia su tempo e modo liquidazione valori beni danubiani».

575

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 3629/1410. Washington, 16 aprile 1948 (per. il 20).

Da ultimo mio rapporto n. 3450/1335 del 7 corrente'.

Il 7 corrente, durante la sessione del Parlamento della zona Nord Reno-Westfalia tenutasi a Dusseldorf, il caloroso applauso dei parlamentari tedeschi ha coronato le parole del governatore militare inglese gen. Sir Brian Robertson, intervenuto alla seduta: «What the people of Germany want is real unity, which will ensure them and their children those elementary freedoms which President Roosevelt so well described as freedom of speech, freedom of religion, freedom of want and freedom from feam. Questo applauso ha anche salutato il definitivo ritorno della Germania -per ora, della maggior parte della Germania -nella famiglia europea.

E non è certo senza un profondo significato che mentre fin le ultime vestigia della libertà vengono cancellate in un paese, che pur fu compreso tra i vincitori, i principii della Carta Atlantica tornano in onore proprio nei riguardi di un popolo vinto. La verità è che la vita dei popoli è eterna ed a nessun popolo può esser negato il diritto alla vita; e gli stessi interessi dei popoli non permettono il cristallizzarsi di una discriminazione tra popoli vincitori e vinti.

Sir Brian, nel suo discorso che in certi momenti ha assunto un tono drammatico, ha anche detto: «Germany's salvation is in your hands to win or cast away. Only have the courage and you will win it. Come forward determined to make the best of the largest part of your country which is on the right side of the "iron curtain". The rest will come in time. We offer you our goodwill and our cooperation. Do not be frightened by the mischief makers who scream "collaborators". The time has come to realize that the interests of ali Europeans is converging. Our needs and your needs cannot be dealt with separately, for we all form a part of Europe».

Da qualcuno, qui, detto discorso è stato ritenuto eccessivo e Walter Lippmann, con l'articolo che invio qui accluso2, ritorna a tal proposito sul suo ormai vecchio

adagio che i dirigenti della politica estera americana promettono più di quel che effettivamente sono in grado di mantenere, e sostiene che solo l'U.R.S.S., restituendo i territori dell'Est germanico, sarebbe in grado di ricostruire quella completa unità territoriale germanica cui i tedeschi effettivamente mirano.

Ma dalla maggioranza il discorso in parola è approvato ed è considerato come il segno di una nuova e definitiva svolta della politica delle potenze occidentali in Germania: l'avvio al completo e naturale reinserimento del popolo tedesco nella vita europea. Ed è ormai accertato ~dopo le esplicite dichiarazioni di Bevin del 14 corrente, quelle reiterate del gen. Clay e gli accenni del primo ministro francese Schuman ~ che Robertson ha espresso, in linea di massima, non solo il punto di vista del Governo inglese, ma anche quello dei Governi americano e francese. Ciò che da parte americana rappresenta indubbiamente il trionfo della politica patrocinata dal gen. Clay (rapporto n. 920/349 del 28 gennaio u.s.)3. Qui non si fa mistero del fatto che nella riunione di Berlino degli scorsi giorni tra i rappresentanti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Francia (che, com'è noto, ha inviato in missione speciale lo stesso Couve de Murville), del Belgio, dell'Olanda e del Lussemburgo si sono perfezionati i piani per la riunione delle tre zone di occupazione militare e la creazione di un governo provvisorio tedesco che prenda il posto dell'Amministrazione militare quadripartita che i russi hanno paralizzato fin dal primo momento e che ora sembrano decisi a lasciar andare del tutto. Le basi per questa nuova azione sono state gettate in gran parte nella Conferenza di Londra dello scorso marzo quando fu deciso che la partecipazione di una Germania democratica è essenziale alla ricostruzione europea e che <<Una forma federale di governo che protegga adeguatamente i diritti dei diversi Stati, ma al tempo stesso assicuri un'autorità centrale adeguata, è la più adatta per l'eventuale ristabilimento dell'unità germanica ora spezzata».

La definizione dei dettagli del programma e la scelta dei tempi di attuazione erano stati finora ritardati soprattutto dai timori e dalle perplessità della Francia che ancora sembra voglia ricercare una sufficiente garanzia per la propria sicurezza più nella debolezza e nella divisione della Germania che non nella forza dell 'Unione occidentale europea e nel controllo della Germania.

Le iniziative sovietiche dei giorni scorsi a Berlino, il fatto che la zona francese finora quasi autosufficiente e fonte di riparazioni e di guadagni per i francesi cominci invece a divenire piuttosto passiva, e l'abilità negoziatrice di Couve de Murville sembra abbiano però fatto superare quasi tutti gli ostacoli. Un piano di compromesso studiato dagli Stati Uniti e, in massima, approvato dagli altri, prevederebbe infatti l'istituzione, entro poco più di un anno ed a stadi successivi, di un governo tedesco.

Le fasi di esecuzione previste sarebbero le seguenti:

-riunione della zona di occupazione francese alla Bizona;

-riorganizzazione territoriale degli Stati germanici (ad eccezione della Prussia che è stata abolita) secondo i loro confini storici; -trasformazione dell'attuale Amministrazione economica tedesca di Francoforte in un governo politico provvisorio; -elezione di un'Assemblea costituente che dovrebbe elaborare la nuova Costituzione e costituire poi un governo perm~nente.

Anche questo governo rimarrebbe sotto il controllo delle Autorità di occupazione, ma metterebbe in grado i diversi Stati germanici di darsi una propria definitiva organizzazione, in vista dell'eventuale futura struttura federale, e potrebbe presentare al popolo tedesco un concreto programma tedesco per la futura vita politica ed economica, interna ed internazionale, della Germania.

Questi sarebbero i punti finora concordati e spetterebbe poi alla prossima Conferenza di Londra -che si terrà presumibilmente tra la fine di aprile ed i primi di maggio -di decidere i tempi e le modalità di esecuzione del programma in parola.

Nel quadro di tale nuovo corso della politica di occupazione in Germania qui si è particolarmente soddisfatti per l'appello lanciato dal ministro presidente della Baviera, dr. Hans Ehard, in favore di una federazione provvisoria degli Stati della Germania occidentale che si schieri decisamente dalla parte delle potenze occidentali nonché per la richiesta ufficiale avanzata dal capo dell'Amministrazione economica tedesca della Bizona, dr. Hermann Puender, per l'ottenimento di uno «Statuto dell'occupazione».

E non si manca di mettere in rilievo che il dr. Ehard è l'esponente dell'elemento tedesco che era finora avverso alla creazione della Bizona perché a tendenza separatista.

Accludo, oltre all'articolo di Lippmann sopra citato, l'estratto del discorso del gen. Robertson, così com'è stato riportato da questa stampa e alcuni articoli di commento.

575 l Con tale rapporto Tarchiani riferiva sulle reazioni suscitate dalla pretesa sovietica di controllare direttamente passeggeri e merci dei treni anglo-franco-americani diretti a Berlino. 2 Non pubblicato.

575 3 Vedi D. 190.

576

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 371111440. Washington, 16 aprile 19481.

Mio telespresso n. 347911364 dell'S corrente2. La questione attualmente allo studio di una qualche forma di garanzia americana ai paesi firmatari del Patto di Brusselle ed in genere ai paesi democratici

576 l Manca l'indicazione della data di arrivo. 2 Non rinvenuto.

dell'Europa occidentale continua ad essere oggetto della più viva attenzione in questi circoli politici.

Nell'assoluta mancanza di informazioni ufficiali ed ufficiose e dato il rigoroso segreto mantenuto intorno a quelle che sono le intenzioni dei dirigenti la politica estera americana su tale argomento, mette conto tuttavia di registrare le poche indiscrezioni circolanti in questi ambienti e le speculazioni di fonte soprattutto giornalistica.

Ci si rende qui conto che, nelle attuali circostanze, sarebbe da escludere la conclusione di un vero e proprio trattato tra Unione occidentale e Stati Uniti che comporti per questi ultimi un impegno automatico d'intervenire militarmente in caso di aggressione contro uno dei paesi ad essa partecipante.

Si ha qui l'impressione che il Senato ratificherebbe tutt'al più un trattato che trasferisse ad una eventuale «comunità» atlantica gli impegni contemplati nell'ambito dell'emisfero occidentale dal Patto di Rio. Non si dubiterebbe peraltro che una dichiarazione del presidente contenente un impegno generico di fornire ogni possibile assistenza in caso di aggressione ai danni di uno dei paesi dell'Unione occidentale, riceverebbe in Congresso l'appoggio di ambedue i partiti.

I dirigenti la politica estera americana intenderebbero subordinare ogni garanzia ed assistenza militare (concretantesi quest'ultima molto probabilmente in una specie di nuovo lend-lease) alla instaurazione di una effettiva intima collaborazione tra i paesi beneficiandi nel campo della distribuzione degli armamenti, della divisione dei compiti, della preparazione dei piani.

Si tratterebbe in sostanza di dare vita ad una specie di «piano Marshall militare».

Si sarebbe qui contrari ad una limitazione dell'assistenza degli Stati Uniti solo ad alcuni dei paesi democratici dell'Europa ad esclusione di altri. Ciò in relazione alle esitazioni che taluni dei paesi firmatari di Brusselle avrebbero manifestato ad estendere i loro accordi a paesi che qui invece si ritengono, in quanto più esposti, per ciò stesso egualmente qualificati a beneficiare della garanzia collettiva.

Per quanto concerne l'aspetto formale, mentre la Francia (a cui si sarebbe associata l'Inghilterra) insisterebbe per la conclusione di un vero e proprio trattato, quale che ne sia la sostanza, il gruppo Benelux avrebbe dato indicazione di prescindere dagli aspetti formali e guardare piuttosto al contenuto della eventuale assistenza americana.

Quali che siano le forme in cui si concreterà la collaborazione sul piano difensivo e militare tra Stati Uniti e Europa occidentale è certo che essa è attualmente oggetto in questo paese del più attento esame e che contatti preliminari sono in corso al riguardo con i firmatari del Patto di Brusselle.

Evidentemente molto influirà sui tempi non solo che sulla portata di tale collaborazione l'atteggiamento dell'U.R.S.S. e gli avvenimenti in Europa dell'immediato futuro3.

576 l Tarchiani riferì ulteriormente sull'argomento, vedi D. 630.

577

L'INCARICATO D'AFFARI A MADRID, VANNI D'ARCHIRAFI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 5096/30. Madrid, 17 aprile 1948, ore 21 (per. ore 8 del 18).

Mio telegramma per corriere 016'.

Questo incaricato d'affari americano mi ha detto che recente decisione presidente Truman contraria ad ammissione Spagna piano Marshall è stata provocata non solo da possibili sfavorevoli ripercussioni su elezioni italiane, ma in misura non inferiore da proteste che approvazione mozione Okonski da parte Camera dei rappresentanti aveva sollevato in ogni paese. Culbertson ritiene che opinione pubblica americana è ancora in buona parte contraria Franco e non crede che questione inclusione Spagna piano Marshall possa essere ripresa in esame subito dopo il 18 aprile, a meno che Franco non dimostri con qualche atto di voler adeguarsi nuovo clima democratico ed in misura tale da soddisfare anche altri paesi. Al riguardo ha aggiunto che, pur essendo giustificato ogni pessimismo su intenzioni democratizzanti del generale, non era da escludere qualche novità dopo le elezioni italiane: un giornalista americano, in genere bene informato, aveva appreso in ambienti seri che Franco si proporrebbe mettersi in contatto con lui, Culbertson, qualora elettori italiani dovessero pronunciarsi prevalentemente per partiti centro e destra, mentre rafforzerebbe Governo anche egli «militare di grado rafforzato» nel caso contrario.

578

IL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. RISERVATO 737/306. Belgrado, 17 aprile 1948 (per. il 21).

Mi onoro riferire alcuni attuali stati d'animo e alcuni segni dell'orientamento politico dell'ambiente diplomatico e governativo di Belgrado. Al centro dell'attenzione, come è immaginabile, sono le imminenti elezioni italiane. La maggior parte dei diplomatici, soprattutto dei paesi occidentali, sta facendo il «tifo», mi si permetta questa espressione sportiva, non sempre riservato. La moglie dell'ambasciatore di una grande potenza ha confessato che da più notti non dorme. Non c'è, si può dire, diplomatico che non mi chieda previsioni sull'esito delle

elezioni. Si sta facendo il calcolo del giorno e dell'ora in cui si conosceranno i risultati. Naturalmente i rappresentanti del «blocco orientale», e particolarmente gli ambasciatori di Polonia e di Cecoslovacchia che sono quelli che hanno più contatti con gli occidentali, sono più riservati: ma nonostante la politica dei loro paesi non giurerei sui loro segreti sentimenti. Infatti l'ambasciatore di Polonia appartiene al Partito democratico e quello di Cecoslovacchia «era» un seguace di Benes.

La politica estera italiana viene attentamente seguita e non mancano oramai aperte lodi al nostro ministro degli esteri. Ho saputo che questo ambasciatore di Francia conversando con un giornalista del suo paese ebbe a dirgli che in questo momento le due figure eminenti nella politica mondiale sono «Stalin e Sforza». Anche il ministro del Belgio mi ha manifestato la sua ammirazione per il nostro ministro degli esteri e quello del Brasile, col quale sono in ottimi rapporti, durante un pranzo cui l'avevo invitato, criticando con me e con l'ambasciatore cecoslovacco l'«isolamento» in cui in genere amano vivere i diplomatici del «blocco orientale» faceva notare come il nostro ministro degli esteri stava raccogliendo i frutti delle sue antiche e nuove amicizie personali.

Nel vario spiegamento di trattenuti ed espressi sentimenti ed opinioni, gli uomini politici jugoslavi continuano a ripetere, talvolta con esasperante monotonia, frasi e concetti che senza variazioni si leggono sui giornali o sono in bocca anche dei minori «gerarchi».

Il ministro degli esteri Simic e il ministro aggiunto Bebler, che ho invitato a colazione in questi ultimi tempi e che ho incontrato altrove, ripetono la volontà di pace del loro paese e lamentano la campagna contro la Jugoslavia durante questo periodo elettorale in Italia. Ma la loro ostentata serenità di fronte alle elezioni italiane è stata tradita in questi ultimi tempi da continue «puntate» contro «la libertà di stampa e la democrazia di tipo occidentale» e contro «il parlamentarismo». Mentre la libertà di stampa in Italia è diventata un motivo di ironia da parte di Simic, Bebler mi ha detto che i parlamenti di tipo occidentale di vari partiti e di diversa tendenza hanno fatto il loro tempo: non esiste per lui che destra e sinistra e la conseguente lotta per la supremazia dell'uno o dell'altro.

Ho loro osservato che il popolo italiano è diventato particolarmente geloso e suscettibile in materia di «libertà» e di «democrazia parlamentare» e che teorie analoghe a quelle da essi espressemi è molto pericoloso diffonderle in Italia avendole gli italiani, purtroppo, già sentite alla nascita e durante la vita del fascismo.

Non posso nascondere che gli avvenimenti di questi ultimi tempi, e principalmente la questione di Trieste e la campagna elettorale italiana, durante la quale è stato tema anche la Jugoslavia e la sua politica, hanno dato motivo sia a Bebler che a Simic di accennare al pericolo che stanno correndo le relazioni tra i nostri due paesi: ma riterrei prematuro valutare la portata di tali accenni. Nota dominante attuale sono l'ansia e l'attesa: due stati d'animo che non consentono un giudizio concreto sull'atteggiamento jugoslavo dopo le elezioni.

577 l Vedi D. 563.

579

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI

T. S.N.D. 4630/43. Roma, 20 aprile 1948, ore 16,30.

Suo 781.

Progetto trattato amicizia è in corso di esame e compilazione presso apposita commissione interministeriale. Esso si ispira a quello 1926 (che pertanto non dovrebbe venire puramente e semplicemente ripristinato) e contiene clausole relative procedura conciliazione e arbitrato del trattato 1928.

Non si esclude possano venir proposte da parte nostra talune delle clausole contenute nel recente trattato itala-americano che siano adattabili rapporti italagreci. V.S. può dame a titolo ufficioso notizia a codesto Governo.

580

L'AMBASCIATORE AD ANKARA, PRUNAS, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 5304/073. Ankara. 20 aprile 1948 (per. il 23).

Elezioni italiane hanno in questi giorni di gran lunga prevalso su qualsiasi altro avvenimento, interno ed esterno. Suoi primi risultati, noti mentre scrivo, sono interpretati come prima battuta d'arresto imposta ad avanzata comunista e slava proprio da quello fra i grandi popoli occidentali ch'era stato sin qui giudicato, anche per le circostanze in cui è stato posto dallo stesso Occidente, come il meno atto alla resistenza.

Molti mi hanno espresso l'opinione che, posta a scegliere fra i paesi che fanno parte della sua cintura di sicurezza e l'Italia, la Russia abbia di proposito preferito mantenere e consolidare l'amicizia di quelli, piuttosto che tentare di conquistare la nostra attraverso un mutamento della sua politica nei confronti della flotta, riparazioni, ammissione al! 'O.N.U., Trieste, che avrebbe infatti gravemente scontentato i suoi satelliti più sicuri, gli slavi del sud. E ne cavano la conseguenza che Mosca tiene soprattutto a mantenere e consolidare le posizioni raggiunte che a procedere oltre.

Molti mi hanno invece espresso dei dubbi sulla probabilità che i comunisti accettino passivamente e democraticamente il ripiegamento, benché sia stata per tutti ragione di sorpresa l'inattesa calma con cui le elezioni si sono svolte e l'alto senso di civismo in modo così probante dimostrato dall'intero popolo italiano.

579 I Del 18 aprile, con il quale Prina Ricotti aveva sollecitato la presentazione al governo di Atene dello schema di accordo italo-greco (vedi D. 375), alla luce dell'avvenuta consegna da parte del governo greco alle ambasciate degli Stati Uniti c di Gran Bretagna di uno schema di patto di amicizia con l'Italia.

581

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

TELESPR. 0503 SEGR. POL. Roma, 20 aprile 1948.

Telegramma di V.E. n. 0241.

Questo Ministero, mentre conferma di apprezzare i motivi per cui, già in precedenza, si era dichiarato d'accordo perché non fosse per ora pubblicato il resoconto dell'inchiesta condotta a Mogadiscio dalla Commissione britannica e il testo del rapporto del nostro osservatore, non può tuttavia dichiararsi soddisfatto della soluzione invero del tutto inadeguata con cui si intende costì liquidare il grave incidente. Ciò vale soprattutto per quanto si riferisce alle nostre richieste tendenti a modificare la situazione dei nostri connazionali in Somalia ancora sottoposti alle leggi di guerra emanate al momento della occupazione bellica di quel territorio e non ancora abrogate.

Poiché tuttavia l'E.V. assicura che nell'attuale momento ogni nostra ulteriore insistenza sarebbe vana, e che d'altra parte il nuovo Amministratore della Somalia ha avuto istruzioni di avviare verso un miglioramento effettivo le relazioni tra la

B.M.A. e la comunità italiana, questo Ministero ritiene che unica via da seguire sia per noi quella di non procedere per ora ad ulteriori negoziati sulla questione !asciandola frattanto aperta e sorvegliando le iniziative che da parte britannica verranno assunte per dare effettiva esecuzione ai propositi di distensione sopra enunciati.

Vorrà pertanto V.E. limitarsi a comunicare ufficialmente al Foreign Office che il funzionario da noi prescelto per essere inviato a Mogadiscio come «ufficiale di collegamento» secondo indicato nel paragrafo 2 del suo telegramma sopra citato, è il console Raimondo Manzini. Egli è attualmente console a Leopoldville e si rivolgerà a quel suo collega britannico per ottenere il visto necessario per recarsi a Mogadiscio via Nairobi dove deve incontrarsi con Della Chiesa. Occorrerà pertanto siano impartite al console inglese in Leopoldville le necessarie istruzioni.

582

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 548/7731/1488. Parigi, 20 aprile 1948 1•

La creazione di un'organizzazione economica europea permanente e la conferenza di Londra sulla Germania, il patto a cinque di Bruxelles e la dichiarazione di Unione doganale italo-francese stanno in questi giorni facendo rinverdire anche

582 l Manca l'indicazione della data di arrivo.

in Francia nei federalisti di professione, nella stampa e, grado a grado, nell'opinione pubblica le speranze di unione europea. Se ne scrive e se ne parla in un'atmosfera quasi analoga a quella creata nel 1929-31 dal memorandum Briand alla S.D.N.: il congresso del socialismo europeo per la federazione, che si riunirà il 25 e l'attesissima riunione dell'Aia dal 7 al 10 maggio prossimo sono oggetto non solo della solita curiosità ma anche di un reale interesse.

Per vecchia tradizione, i francesi, credano o meno alla possibilità pratica di veder realizzato il sogno di un'Europa unita, amano rivendicarne "l'idea" e i diversi partiti difficilmente hanno potuto ignorarla e non avere una precisa ed elaborata tesi in proposito. Già dalla Liberazione, come è stato più volte segnalato, si sono ricostituiti spontaneamente una ventina di movimenti, uno dei quali, la Federazione, è riuscito ad organizzarsi con notevole serietà ed a mantenere il contatto con un certo numero di personalità politiche che hanno attualmente responsabilità parlamentare e di governo. Il Quai d'Orsay, pur non facendo nulla per incoraggiarli, ha l'aria di starli a sentire e se Bidault -sono i federalisti stessi ad ammetterlo -non dà loro troppo corda, c'è già più di un funzionario che segue gli sviluppi del movimento. Teitgen e Mitterand, nel governo, si dichiarano apertamente federalisti; 180 deputati (di tutte le tendenze salvo i comunisti) sono membri del gruppo federalista parlamentare; Herriot, Paul-Boncour, Yvon Delbos e molti altri vecchi uomini politici aiutano con la loro esperienza e con il loro consiglio i più giovani a ricreare l'interesse generale intorno all'antica idea (mio 644/8442/2280 del 25 luglio 1947)2.

L'idea europea aveva fatto, com'è a tutti noto, qualche notevole progresso al culmine della parabola pacifista tra le due guerre. Poi si era contaminata con le pretese di dominio dei tedeschi e aveva perduto assai più di quanto non avesse guadagnato ai tempi di Briand. La gente non ne avrebbe più parlato se non come si parla del paradiso terrestre quando si sta all'inferno, con disperato scetticismo. Nonostante l'entusiasmo con cui molti giovani hanno ripreso il motivo unionista subito dopo la Liberazione, proprio questo è quello che è avvenuto fino all' affacciarsi in Europa del piano Marshall. A questo punto, e solo a questo punto, s'è visto che, per motivi del tutto diversi da quelli che avevano determinato a sperare i federalisti romantici del periodo tra le due guerre, una certa unità d eli' Europa poteva essere meno lontana di quanto si credeva e il problema federalistico, dal piano metafisico della poca gente di buona volontà e facile all'illusione è ritornato, quasi all'improvviso, sul piano politico, delle cose, cioè, possibili.

All'inizio e alla fine, ma ambedue con la pretesa di essere alla testa di questo riaccendersi della passione unionista in connessione col piano Marshall, stanno due grandi uomini politici, Churchill e Blum. Dal discorso di Zurigo si è creata in Inghilterra una corrente unionista assai seria anche se -a quanto qui si dice -del tutto dissociata dai programmi del Foreign Office. In Inghilterra, com'è noto, il problema dell'unione europea pone il problema della scelta tra una politica imperiale e una politica di piede di casa. Churchill non ha scelto definitivamente ma, fedele all'empirismo della sua razza, si limita ad auspicare un legame

economico e ha quindi un programma analogo a quello di pura cooperazione della Ligue indépendante di Van Zeeland.

La tendenza Churchill ha caratteristiche e limitazioni assai chiare. È innanzi tutto di origine conservatrice e protestante e in netta connessione con i programmi americani di difesa dell'Occidente europeo. In Francia è rappresentata dal commissario all'energia atomica Raoul Dautry (ex ministro della produzione durante la guerra, ex direttore generale della S.N.C.F.) e dal sig. Courtin, redattore di Le Monde, radicale e protestante (Conseil Français pour l'Europe Unie: Herriot, presidente onotario ).

Blum, in origine, non era un federalista. La sua internazionale era l'unione dei proletari di tutto il mondo, un'unione di classe quindi che prescindeva completamente dall'unità politica. Negli ultimi anni il suo marxismo si è addolcito e raffinato e, grado a grado, molte idee che egli aveva respinto gli sono apparse degne di essere raccolte. L'approvazione data dal suo partito al piano Marshall, la relazione da esso riconosciuta tra problema economico e sociale (che è in fondo l'elemento con cui i socialisti francesi hanno ritrovato la maniera di conservare la loro autonomia rispetto ai comunisti), gli hanno permesso di dare il dovuto peso ad un'unione economica tra i paesi europei d'Occidente, preludio di un'unità politica di tipo federale.

È comprensibile che allorché il socialismo internazionale si è inquadrato nel piano Marshall, non c'era più ragione per Blum di disinteressarsi del federalismo

o di considerarlo, come aveva fatto fino allora, con estrema cautela. Churchill aveva già dato il suo nome alla tendenza e Blum e il Labour Party dovevano sentire il pericolo di restare indietro in un settore che, nell'avvenire, sarebbe stato percorso forse con grande rapidità in senso conservatore. Perciò i socialisti sono diventati unionisti e anche perciò, a venti giorni dal Congresso dell'Aia, Blum si è affrettato a sfornare una serie di articoli sul problema e il partito ha preparato un congresso per decidere dell'atteggiamento che assumerà.

In presenza di queste due tesi, concordanti nel fondo ma di opposta impostazione sociale, tutto il problema consiste oggi nel coordinare le iniziative e gettare un ponte tra federalismo economico di marca capitalista e federalismo economicopolitico di marca socialista.

Di fatto, l'unione dell'Europa occidentale si va facendo per vie che non sono del tutto spontanee. Il piano Marshall non solo ha creato lo choc psicologico, ma ha apprestato e quasi imposto le linee generali della ricostruzione europea. Tali linee scorrono lungo quelle dei rapporti fra l'America e l'U.R.S.S. Ora l'America si disinteressa, se addirittura non si oppone, a quella che è la pretesa recondita del movimento unionistico socialista: la creazione di una terza forza internazionale che ridia all'Europa la sua indipendenza e le permetta di assicurare la pace fra le nazioni ravvicinando i due blocchi in contrasto. L'America aiuta l 'Europa per fini di difesa continentale e se caldeggia l 'unione dell'Occidente lo fa soprattutto per ridurre il proprio sforzo e semplificare il rapporto economico che essa intende instaurare con i paesi che si trovano in posizione geografica tale da interessare la sua strategia.

Churchill perciò, col suo programma puramente economico che lascia nel vago l'aspetto politico del problema, ha più chances degli altri di accordarsi al punto di vista americano. Blum, allora, per parare alle maggiori difficoltà che incontra il suo piano più caratteristicamente europeo, lo ha ostentatamente diviso in due fasi, riconoscendo anche lui al piano Marshall il compito di creare l 'unità economica europea. Limitata per ora alle sedici nazioni che vi partecipano, la federazione economica europea è anche per Blum l'imprescindibile punto di partenza di un'unione politica tra tutti i paesi d'Europa. Quanto dire: un giorno, ci organizzeremo in maniera indipendente e socialista, al di là dei contrasti politici tra i due blocchi, per assicurare ad essi la pace; ma, per ora, marceremo con l'America, secondo i suoi piani.

Il fine ultimo di Blum interessa quindi assai meno gli americani e perciò rientra tra quelle generiche aspirazioni di unità politica qui in Francia rappresentate soprattutto dalle sinistre trotzkiste e dai pacifisti ad oltranza. E di queste in Francia ne esistono a bizzeffe ma rischiano di rimanere nel campo delle aspirazioni quasi irrealizzabili (Rivet, Privert, Franc-Tireur, ecc.). Blum ha fatto uno sforzo per apparire realista e in uno dei suoi articoli, pur felicitandosi con coloro (soprattutto Bourdet col suo giornale Combat) che consacrano un ardente sforzo di propaganda al progetto di parlamento europeo, li ha chiaramente esortati a tenere i piedi sulla terra preoccupandosi soprattutto dell'accordo e dell'associazione dei Sedici, in risposta all'offerta Marshall.

All'Aia saranno rappresentati tutti i movimenti federalistici perché gli inviti sono stati lanciati dal Comitato internazionale di coordinazione dei movimenti per l'unità dell'Europa, con sede a Ginevra, al quale aderiscono quasi tutte le associazioni federalistiche europee. Socialisti e conservatori, uomini politici e tecnici delle unioni economiche, si incontreranno per trovare un terreno d'intesa e svolgere un'azione comune: la delegazione dei socialisti francesi che sta ora elaborando il suo l?rogramma sarà guidata da Ramadier e, forse, anche Blum assisterà ai dibattiti. E ali' Aia che potrebbe essere gettato un ponte tra le due tendenze. Qui si ritiene che uno sforzo comune possa essere fatto. Si avrebbe intenzione di proporre agli Stati partecipanti al congresso di nominare nei rispettivi governi un ministro per l'Europa (rapporto Courtin). I socialisti (Blum e laburisti) insisterebbero per il sistema dell'assemblea europea convocata a richiesta dei gruppi parlamentari. Non si sa bene chi potrà agevolare un compromesso capaèe di far arrivare le aspirazioni dei federalisti in maniera chiara ed univoca alle Cancellerie. Alcuni credono che qualcosa in questo senso potrebbe essere fatto dai cattolici e dai partiti democristiani, finora quasi assenti dal dibattito (si dice: perché il Vaticano è agnostico in materia); ma la maggior parte ritiene che per il momento si potrà anche prescindere da un compromesso e che le differenze di punti di vista non conteranno gran che nella prima fase del federalismo. Le Cancellerie sono già ben avviate per conto loro, nei limiti dell'organizzazione economica unitaria dei sedici, anzi, con le due zone, dei diciotto paesi occidentali. Ha ragione Blum quando afferma che l'Europa federale è già nata giacché esistono già, col Consiglio consultivo dei Cinque e con l'organizzazione permanente per il piano Marshall, vere e proprie istituzioni federali europee. La federazione politica invece è un problema di educazione delle masse e di propaganda per il quale il fervore politico dei socialisti e il tecnicismo dei Churchill e dei Van Zeeland possono concorrere senza neutralizzarsi, al fine ultimo.

In definitiva, si ritiene che anche questa gara socialisti-conservatori non sarà nociva ma anzi affretterà l'interessamento generale al problema. Quello che bisogna evitare è la dispersione dei movimenti (in Italia, ad esempio, a quanto qui si dice, si fa molto ma per vie troppo diverse) e federarli in maniera stabile già prima di intervenire in senso federalistico presso i governi. Questo è forse quello che si tenterà di concordare all'Aia e in questo senso la riunione potrà avere una rilevante importanza anche per noi italiani.

581 l Vedi D. 571.

582 2 Non pubblicato.

583

IL MINISTRO PER IL COMMERCIO CON L'ESTERO, MERZAGORA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

L. PERSONALE. Roma, 20 aprile 1948.

Ricevo le tue righe odierne2 e rispondo subito, malgrado da un anno abbia perduto il contatto col problema e non sappia, quindi, se e quali passi, non dico avanti, ma collaterali, abbia fatto, e quali siano eventualmente le ultime istruzioni date da Palazzo Chigi. Non ho nemmeno a mia disposizione il mio vecchio dossier su questa faccenda. Ti ho preparato, però, nell'allegato accluso, quelli che mi sembrano i punti più importanti per la risposta alla lettera Pilotti3.

Direi che Fernandes ha visto la deformazione professionale di Pilotti e lo vorrebbe indirizzare verso una specie di processo retrospettivo, nel quale all'Italia sarebbe concessa un'ampia facoltà di prova .... della sua innocenza, e Pilotti pare abbia abboccato a questo amo, che mi sembra, fra tutti, il meno opportuno da ogni punto di vista. L'unica cosa buona nel rapporto Pilotti è l'ammissione, che pare Fernandes abbia fatto, della possibilità di ricorrere ad un arbitrato. E lì mi ci butterei come su l 'unica possibilità concreta: farei una proposta ufficiale, offrendo l'arbitrato di un organo degli Stati Uniti.

Non so attualmente se tutti questi signori che si sono occupati dei nostri beni, hanno potuto almeno stabilirne l'entità. Mi pare che sia il primo bottone del pastrano da abbottonare! Ti rimando, comunque, al mio conciso allegato.

ALLEGATO

l) L'attitudine del ministro Femandes mira ad un solo scopo, quello cioè di continuare a tirar il can per l'aia, facendo perdere al problema la sua scottante urgenza e mettendoci su una strada che noi riteniamo non confacente alla nostra dignità.

2 Non rinvenute, ma dal contesto risulta che Sforza gli aveva trasmesso i DD. 394 e 495.

3 Vedi D. 599.

2) La solita canzone che Fernandes canta con tutti, quella cioè delle ammissioni della nostra Radio va messa nel quadro di tutte le vanterie fasciste e non abbisogna di essere contestata con dati di fatto, perché tutti sanno, specialmente i brasiliani, che gli italiani non avevano alcuna base in America del Sud, ma che per contro le basi dei sommergibili erano tutte tedesche, come erano tedeschi i sommergibili d'alto mare che interrompevano le rotte sud-americane.

3) Sul terreno della nostra partecipazione o meno alla guerra dei sommergibili sulle coste sud americane, non potremmo che fornire una sola documentazione, quella cioè del Ministero della marina che conferma in modo tassativo quale fu la parte presa dai nostri sommergibili, ma anche su questo terreno, che sarebbe il solo dignitoso, andrei molto cauto.

4) Noi avevamo proposto (tramite mio) questa formula: «fare del problema dei beni, che ci separa, un problema che ci unisce», costituendo delle società miste, nelle quali questi beni verrebbero apportati e nelle quali l'Italia sia rappresentata al 50% nella proprietà e nella gestione.

Questa, ancora oggi, mi sembra la sola formula concreta, dal punto di vista economico e dal punto di vista diplomatico, perché non costringerebbe gli attuali detentori a rigurgitare quanto è stato male ingerito e consentirebbe a noi una collaborazione in atto anche per l'avvenire, oltre che il ricupero del 50%, che è il massimo sperabile. Inoltre questi organi avrebbero il vantaggio di lasciare nell'economia brasiliana questi beni, già assorbiti dalla medesima.

5) Naturalmente dovrebbero venire esclusi tutti i beni degli italiani residenti in Brasile, che ritengo siano già stati, nel frattempo, completamente liberati.

6) Se questa proposta ferma, esplicita, non venisse accolta, non rimane che offrire l'arbitrato e, nel frattempo, prenderemo le seguenti misure:

l. richiamerei Pilotti, che ha aiutato Martini a perdere del tempo;

2. -richiamerei l'ambasciatore, senza sostituirlo, come misura, per il momento, di normale amministrazione, salvo cristallizzarla se le cose si mettessero male; 3. -vieterei qualsiasi accordo fra gruppi industriali SNIA e FIAT, che stanno seriamente pensando ad iniziative in Brasile, mettendo un esplicito veto;

4. ostacolerei qualsiasi movimento emigratorio organizzato, degli italiani in Brasi

le;

5. -risultando che il Brasile ha offerto alla Scala di Milano di trasferirsi per alcuni mesi colà, rinuncerei anche a questa interessantissima manifestazione artistica, perché non in armonia coi rapporti fra i due paesi; 6. -questa attitudine di forza all'indomani delle nostre elezioni, potrebbe essere opportuna sfruttando anche una posizione politica a noi particolarmente favorevole. Sono convinto che, passati alcuni anni dalla guerra, l 'Italia riprenda automaticamente in Brasile il suo prestigio di grande nazione e farei in modo che la stampa brasiliana, specialmente quella di San Paolo, sensibile e favorevole a questo problema, sia informata e commenti questa nostra presa di posizione; 7. -se non caveremo anche con questo un ragno da un buco, e cioè se saranno rifiutate le società miste e sarà anche rifiutato l'arbitrato (che però, pare, Fernandes ammetta in linea di ipotesi) avremo almeno salvato la faccia verso questi signori, che ci hanno preso per il naso per troppo tempo.

Non redigo già la lettera contenente questa presa di posizione, che tu gentilmente mi

inviti a fare, perché preferisco, data la soluzione di continuità che io ho avuto nella conoscenza del problema, che questi punti vengano esposti nella loro luce più opportuna e attuale, da te o dai tuoi uffici, che conoscete a fondo il problema.

583 l In Archivio Sforza, Strasburgo.

584

IL MINISTRO A COPENAGHEN, CARISSIMO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5224/23. Copenaghen, 21 aprile 1948, ore 12,40 (per. ore 16,45).

Opinione pubblica danese, che ha seguito con eccezionale interesse campagna elettorale e svolgimento elezioni italiane, manifesta viva soddisfazione per risultati.

Tutta stampa, unica eccezione organi comunisti, vi dedica giornalmente ampie corrispondenze e commenti con titoli vistosi sottolineando importanza decisiva risultati elezioni nel preservare Europa democratica da pericolo comunista.

585

IL MINISTRO A HELSINKI, RONCALLI,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5217/9. Helsinki, 21 aprile 1948, ore 13,25 (per. ore 15,45).

Tutta stampa locale che già aveva dato largo spazio periodo preelettorale dedica primo posto risultato elezioni italiane sottolineando molto favore salvo due organi fronte con corrispondenze e editoriali schiacciante vittoria De Gasperi eccezionale percentuale votanti perfetto ordine votazione.

586

L'AMBASCIATORE A SANTIAGO, FORNARI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5247/27. Santiago, 21 aprile 1948, ore 14 (per. ore 8 del 22).

Risultato elezioni italiane seguite con appassionato interesse da opinione pubblica e da sfere responsabili cilene è stato qui accolto con vivissimo giubilo. Giornali vi hanno dedicato prime pagine con titoli intera facciata. Numerosissime espressioni compiacimento e rallegramenti sono giunte da ogni parte questa ambasciata. Ministro degli affari esteri ha voluto esprimermi personalmente sue felicitazioni.

587

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI

T. S.N.D. 4679/31 O. Roma, 21 aprile 1948, ore 16.

Suo 340 e precedenti'.

Per le considerazioni esposte da V.E. e dopo le delucidazioni fomite da Giustiniani, questo Ministero non sarebbe contrario a che fosse comunicato al Quai d'Orsay in via preliminare nostro accordo di massima circa proposte di cui al suo rapporto l a corrente n. 12712, facendo tuttavia fin da ora presente ai francesi che:

l) questo Ministero si riserva far pervenire entro breve termine proprie controproposte circa alcune piccole modifiche ed aggiunte di carattere prevalentemente tecnico;

2) circa forma da darsi all'accordo questo Ministero desidererebbe, per le ragioni più volte esposte, che clausole territoriali fossero contenute in uno scambio di note tra i capi delle due delegazioni incaricate delimitazione confini, debitamente a ciò autorizzati dai rispettivi governi, mentre le altre clausole potrebbero essere contenute in contemporaneo scambio di una o più note tra Quai d'Orsay e codesta ambasciata. Ove tale soluzione incontrasse costà troppe difficoltà, si potrebbe invece accettare testo unico progetto francese modificandolo però in modo da dare all'accordo carattere prevalentemente economico e giustificando cessioni territoriali come conseguenza di interessi economici (retrocessione centrale elettrica, pascoli, interessi turistici ecc.) che si sono voluti riconoscere e favorire.

Nulla poi impedirebbe che tutti gli atti suddetti venissero presentati Parlamento francese per ratifica3.

588

IL MINISTRO AD OSLO, RULLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5228/36. Oslo, 21 aprile 1948, ore 16 (per. ore 19,45).

Stampa e opinione pubblica locale hanno dato grande importanza a discorso

2 Con tale rapporto Quaroni aveva trasmesso il progetto di accordo confinario italo-francèse e aveva concluso: «Da quanto a suo tempo mi è stato detto dai nostri tecnici che sono venuti qui, le concessioni che chiedono i francesi non rappresenterebbero per noi dei gravi sacrifici; le richieste francesi sono del resto da tempo note e i relativi studi costà dovrebbero essere ormai così avanzati da poter avere dai Ministeri tecnici una risposta senza ritardi». L'accordo venne firmato 1'8 luglio.

3 Per la risposta vedi D. 597.

pronunciato ieri l'altro da questo ministro esteri considerandolo marcante punto decisivo per orientamento della Norvegia verso Occidente.

Importanza speciale è stata naturalmente attribuita a sua dichiarazione preventiva secondo cui Norvegia «non potrebbe ammettere un accordo separato con l'Unione Sovietica e declinerebbe una eventuale richiesta in tal senso da parte russa».

Discorso stesso, che viene considerato come conseguenza di una posizione dell'Occidente europeo nei confronti della Russia, in aggiunta a risultati elezioni italiane (che continuano attirare quasi totalità attenzione) ha creato qui un senso di improvvisa e forse anche esagerata euforia nella considerazione problema generale europeo.

587 1 TT. 4625/323, 4730/329, 4818/340 rispettivamente dell'8, IO e 12 aprile, con i quali Quaroni segnalava che il Quai d'Orsay sollecitava una risposta circa la firma del! 'accordo confinario.

589

IL MINISTRO A STOCCOLMA, MIGONE,

AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5252/806. Stoccolma, 21 aprile 1948, ore 21,30 (per. ore 8 del 22).

Risultato elezioni accolto con aperta soddisfazione tanto da personalità politiche dalla stampa e grosso pubblico. Ne viene senza riserva messa in rilievo importanza per sorti democrazia europea. Avvenimento assume aspetti importanza nazionale.

590

IL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 5302/015. Atene, 21 aprile 1948 (per. il 23).

L'interesse con cui i circoli governativi, l'opinione pubblica e la stampa sono venuti seguendo nelle ultime settimane lo sviluppo della campagna elettorale italiana ha assunto durante lo svolgimento delle elezioni una forma acutissima, prevalendo perfino su quello relativo agli stessi problemi interni greci.

Da domenica i giornali hanno consacrato, in generale e quasi al completo, le prime pagine e non sono mancate le edizioni straordinarie.

Le notizie trasmesse da fonti italiane, straniere e dai corrispondenti diretti che quasi tutti i giornali, malgrado le ristrettezze economiche di questa stampa, avevano inviato a Roma, si sono susseguite richiamando, con titoli vistosi e numerose fotografie, l'attenzione dei lettori.

Al sentimento non nascosto di vera e propria ansia con cui sono state accolte le prime notizie, è seguito con la conferma dei risultati un senso profondo e generale di distensione e di sincero piacere. Con amichevole obiettività e calorosa simpatia l'intera stampa mette in risalto la prova di maturità politica offerta dal popolo italiano e riconosce pienamente l'apporto prezioso che, con la manifestazione elettorale, esso si appresta a dare alla pacificazione e alla ripresa europea.

Lo spontaneo unanime consenso e, direi, l'ammirazione con cui si guarda oggi in Grecia all'odierna affermazione italiana contribuiranno anche a quel successo di lenta ma costante eliminazione delle residue tracce che possono qui, se pur non in superficie, tuttora esistere d'un risentimento che possa essere nutrito verso l'Italia, soprattutto per i mali conseguenza della guerra dei quali soffre tanto crudelmente questo paese.

Il maggior prestigio che indiscutibilmente deriva così al nostro paese viene a costituire anche un nuovo elemento che va tenuto presente tra quelli che possono assicurare il successo di una nostra politica più vigorosa e di più ampio respiro che eventualmente intendessimo oggi, nel mutare di circostanze internazionali, perseguire in questa zona del Mediterraneo.

Oltre ad innumerevoli dimostrazioni di simpatia che in questi giorni mi sono pervenute da parte di personalità politiche e giornalistiche, hanno tenuto ad esprimermi il loro vivo compiacimento il ministro Tsaldaris e il sottosegretario Pipinelis.

591

IL MINISTRO A BEIRUT, ALESSANDRINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 5306/016. Beirut, 21 aprile 1948 (per. il 23).

Le elezioni italiane sono state qui seguite, durante le ultime settimane, con un interesse che non è stato in passato sollevato da alcuna altra questione estera. Governo, associazioni, stampa e pubblico hanno organizzato la diffusione e l'ascolto dei risultati delle nostre elezioni seguendo le notizie con una passione che in certi momenti ha dato l'impressione di una vera e propria ansia. Ciò è d'altronde ben comprensibile se si pensa alla situazione geografica di questo paese ed ai legami che attraverso il Mediterraneo esso si sforza di mantenere con l'Occidente. È in verità dalla sua funzione di tramite tra il Medio Oriente, l'Europa e l'America che questo piccolo ma laborioso paese trae principalmente i suoi mezzi di vita. Qualunque mutamento della situazione italiana che pregiudicasse gli attuali liberi traffici mediterranei sarebbe per esso disastroso.

Tutti hanno reso un caloroso omaggio alla splendida prova di serietà di dignità e di maturità politica offerta dal popolo italiano.

La proclamazione dei risultati è stata accolta con sollievo generale. Tutta la stampa ha pubblicato, a grandi caratteri, i dati qui pervenuti accompagnandoli con editoriali che salutano con estrema cordialità la definitiva affermazione democratica dell'Italia.

Il presidente della Repubblica si è tenuto a continuo contatto con questa legazione per essere esattamente informato e si è affrettato, alla fine, a far pervenire l'espressione del suo vivissimo compiacimento. Altrettanto dicasi del Governo.

Questa legazione ha infine ricevuto, da libanesi e da connazionali, innumerevoli attestazioni di genuina soddisfazione che ritengo doveroso segnalare a V.E.

592

L'AMBASCIATORE A BRUXELLES, DIANA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 5456/029. Bruxelles, 21 aprile 1948 (per. il 26).

Riferimento mio telegramma n. 024 del 9 u.s.l.

Ho riferito come durante la permanenza del ministro Spaak a Washington questa stampa abbia riportato con particolare rilievo molti articoli e commenti di giornali americani che apparivano esplicitamente favorevoli alla concessione dell'assistenza e garanzia nord-americana alle stipulazioni del recente Patto di Bruxelles. Nella stessa favorevole atmosfera il ministro Spaak ha tenuto il 9 aprile una conferenza stampa nel corso della quale egli ha detto di non svelare nessun segreto nel rendere noto che nei suoi colloqui con gli uomini di Stato americani egli aveva indicato che gli Stati del Patto a Cinque speravano di stringere accordi di carattere militare, economico e sociale con gli Stati Uniti, aggiungendo che senza l'effettiva assistenza nord-americana l'Europa appariva incapace di difendersi, e che tanto più fermi e precisi fossero stati gli impegni americani tanto maggiore sarebbe stata la sua soddisfazione.

Quale sia stata la reazione degli ambienti nord-americani a questa precisa presa di posizione non appare ben chiaro, ma è tuttavia da rilevare come in successive dichiarazioni fatte al momento della mia partenza il ministro Spaak si sia mostrato molto più riservato; egli infatti si è limitato a dire che quello che aveva visto ed inteso a Washington aveva aumentato la sua fiducia nei destini dell'Europa Occidentale, senza tuttavia accennare ad impegni o promesse di assistenza o garanzia, ed ha anzi ripetuto che egli non aveva avuto nessun incarico da nessuno, e che nulla gli era stato concesso perché egli nulla aveva chiesto.

Dello stesso tono sono state le dichiarazioni che il sig. Spaak ha fatto ieri al suo arrivo all'aeroporto di Bruxelles. Egli ha così detto: «Ho constatato con pia

592 I Non pubblicato.

cere che gli Stati Uniti si rendono conto della necessità che l 'Europa Occidentale si organizzi, ed ho il sentimento che essi siano pronti ad aiutare questa organizzazione in tutta la misura possibile», ma è apparso subito che il ministro Spaak intendeva parlare dell'organizzazione del piano Marshall e non del Patto di Bruxelles, del quale non ha parlato affatto fintanto richiesta circa un'eventuale estensione atlantica di esso non gli è stata rivolta da uno dei giornalisti presenti, ed allora il ministro ha risposto brevemente che non è possibile fare tutto in una volta e che la prima cosa da fare è quella di dare una consistenza reale al patto stesso.

Questo direttore generale degli affari politici, che ho visto stasera, mi ha detto che il ministro era tornato molto soddisfatto delle conversazioni avute a Washington, ma che era evidente che in questo momento, alla vigilia delle elezioni presidenziali, di impegni di garanzia ed assistenza militari non si potesse parlare in termini concreti.

Per dare intanto un principio di consistenza reale alle stipulazioni del patto si sono riuniti a Parigi il 16 aprile i ministri degli affari esteri delle cinque potenze contraenti, il Belgio essendo rappresentato, in assenza di Spaak, da! ministro per il commercio estero barone V an der Straten-Waillet. Le decisioni prese a Parigi hanno cagionato una certa delusione a Bruxelles; si sperava infatti da molti che, come un omaggio al ministro Spaak (per evitare rivalità di prestigio fra Parigi e Londra), il Consiglio consultivo avrebbe potuto essere stabilito a Bruxelles. Si è appreso invece essere stato deciso che il Consiglio si riunirà periodicamente a turno nelle capitali dei cinque Stati contraenti, ma che l'organismo permanente avrebbe sede a Londra, ed anche a Londra (così come fin dal primo momento avevano richiesto gli inglesi) avrà sede il comitato militare permanente per lo studio dei problemi relativi alla sicurezza. Era stato a sua volta rilevato da taluni come nel testo del patto soltanto le clausole di carattere militare fossero formulate in termini precisi; anche questa volta si è seguita la stessa procedura; decisa senz'altro la costituzione di un comitato militare, mentre per lo studio delle questioni economiche, sociali e culturali la costituzione di speciali comitati viene rimandata alle decisioni che saranno per prendersi in avvenire.

La prima riunione del nuovo organismo consultivo permanente avrà luogo il 24 corrente a Londra; il Belgio vi sarà rappresentato dal suo ambasciatore e dal segretario generale del Ministero degli esteri che è già partito per Londra. Nella sua prima riunione l'organismo permanente dovrebbe decidere anche circa la costituzione del Segretariato generale e la nomina del segretario generale.

Mentre i diplomatici si riuniranno a Londra, viene annunciata la riunione a Bruxelles dei cinque ministri delle finanze con lo scopo di studiare alcuni problemi relativi agli scambi commerciali ed allo squilibrio dei regolamenti finanziari in Europa, ed in particolare fra i cinque Stati del Patto di Bruxelles, questione che 1-'resenta molto interesse per il Belgio data la situazione attuale ... 2 è creditore per somme notevoli di tutti gli Stati suddetti. L'incontro dei ministri viene preceduto da una riunione di esperti, che ha luogo in questi giorni a l'Aja.

592 2 Gruppo illeggibile.

593

«LETTERE D'INTENZIONE» SCAMBIATE FRA L'AMBASCIATORE D'ITALIA A WASHINGTON, TARCHIANI, ED IL F.F. DI SEGRETARIO DI STATO DEGLI STATI UNITI, LOVETT

Washington, 21 aprile 1948.

Eccellenza,

ho l'onore di far riferimento all'Atto per la cooperazione economica del 1948 (titolo I della legge per l'assistenza estera del 1948) che è divenuto legge il 3 aprile 1948.

Vorrà notare le condizioni generali della legge per le quali, prima che l'assistenza possa essere fornita dagli Stati Uniti ad un paese d'Europa che partecipa ad un programma collettivo di ricostruzione basato sulle proprie forze e sulla mutua cooperazione, deve essere concluso un accordo fra detto paese e gli Stati Uniti come indicato nella sottosezione 115 (b) dell'Atto. Tuttavia, prima che tale accordo sia concluso e fino al 3 luglio 1948, il Governo degli Stati Uniti propone, secondo le clausole della sottosezione 115 (c) di disporre la esecuzione, nei riguardi del suo paese, di quelle funzioni autorizzate dal!' Atto che possono essere definite essenziali al raggiungimento degli scopi dell'Atto stesso. Questa azione da parte del Governo degli Stati Uniti è contingente all'adempimento dei requisiti della sottosezione 115 (c) dell'Atto.

In conseguenza, mi tornerebbe gradito se ella volesse notificarmi se il suo Governo aderisce agli scopi ed alle direttive il cui adempimento è richiesto dall'Atto per la concessione dell'assistenza, e se è impegnato in sforzi continuativi intesi a realizzare un programma collettivo di ricostruzione mediante iniziative multilaterali e lo stabilimento di una organizzazione continuativa a tale scopo, ed anche se il suo Governo intende concludere un accordo con gli Stati Uniti in conformità con la sottosezione 115 (b).

Gli scopi dell'Atto sono definiti nell'insieme della sottosezione 102 (b) e le direttive cui è fatto riferimento nella sottosezione 102 (b) sono quelle designate come tali nella sottosezione 102 (a).

Poiché la sottosezione 115 (c) dell'Atto subordina la fornitura dell'assistenza alla continuativa esecuzione di quelle condizioni della sottosezione 115 (b) che il mio Governo possa considerare applicabili, le sarei grato di farmi conoscere se il suo Governo stia già prendendo le misure di carattere interno necessarie al compimento delle condizioni applicabili della sottosezione 115 (b), e se continuerà a prendere tali misure fin tanto che l'assistenza gli viene concessa ai sensi di questa nota.

Durante il periodo contemplato da questa nota, l'assistenza può essere fornita al suo Governo ai termini dell'Atto, o contro pagamento o a titolo di dono. È contemplato che, durante il periodo considerato da questa nota, tale assistenza sarà fornita al Suo Governo in maggior parte a titolo di dono. Io suggerisco che in attesa che vengano determinati i termini del futuro accordo fra i nostri due Governi ai sensi della sottosezione 115 (b) dell'Atto, dei depositi nella valuta del suo paese in corrispettivo di qualsiasi assistenza fornita a tale titolo la quale viene designata dal mio Governo quale donativo, vengano eseguiti in conformità del

l'accordo fra i nostri due Governi stipulato in Roma il 3 gennaio 1948 e riguardante gli aiuti economici.

Suggerisco inoltre che questi depositi possano essere usati per le spese amministrative del Governo degli Stati Uniti in valuta del suo paese, aventi riferimento alle operazioni del mio Governo nel suo paese ai termini dell'Atto di cooperazione economica del 1948 e per quegli altri scopi che possano essere convenuti fra i nostri due Governi. Le condizioni del futuro accordo fra i nostri due Governi riguardanti qualsiasi deposito che debba essere fatto in conformità del paragrafo 6 della sottosezione 115 (b) avranno applicazione a tutta quella assistenza fornita al suo Governo che risulterà essere stata fatta a titolo di donativo durante il periodo contemplato da questa nota.

È previsto che il mio Governo possa offrire una parte dell'assistenza da fornirsi ai termini di questa nota quale prestito o ad altre condizioni di pagamento ed in tal caso le condizioni di pagamento verranno determinate in conformità dell'Atto.

L'Atto autorizza il mio Governo a nominare una speciale missione per la cooperazione economica nel suo paese. Confido che verrà concessa a tale missione la stessa cooperazione che venne concessa ai rappresentanti del mio Governo incaricati delle operazioni relative al sopracitato accordo concluso fra i nostri due Governi il 3 gennaio 1948.

Sono certo che il suo Governo si rende conto che le proposte esposte in questa nota non possono essere considerate quali una obbligazione da parte del mio Governo per la concessione di assistenza al suo paese.

Accetti, Eccellenza, le rinnovate assicurazioni della mia più alta considerazione.

Robert Lovett

Eccellenza,

ho ricevuto la sua nota del 21 aprile 1948, riguardante l'Atto per la cooperazione economica trasformato in legge il 3 aprile 1948.

Il mio Governo mi ha autorizzato ad informarla della sua adesione agli scopi ed alle direttive dell'Atto di cooperazione economica del 1948, i quali sono precisati n eli' insieme della sottosezione l 02 (b) e nella sottosezione l 02 (a), rispettivamente, ed in applicazione dei quali l'Atto autorizza l'assistenza da fornire al mio paese.

Il mio Governo ha preso buona nota delle clausole della sottosezione 115 (b) dell'Atto di cooperazione economica del 1948 ed intende concludere un accordo col Governo degli Stati Uniti d'America in conformità di tali clausole.

Poiché la sottosezione 115 (c) dell'Atto subordina la fornitura di assistenza alla ininterrotta esecuzione delle condizioni della sotto sezione 115 (b) nel modo che il Governo degli Stati Uniti può considerare applicabili, desidero informarla che il Governo italiano sta già prendendo le misure di carattere interno necessarie a porre in esecuzione le norme applicabili della sottosezione 115 (b) e continuerà a prendere tali misure per tutto il tempo in cui l'assistenza gli sarà fornita ai sensi della presente nota.

Il mio Governo è impegnato in sforzi continuativi tendenti alla realizzazione di un programma collettivo di ricostruzione e a tal fine ha firmato il 16 aprile 1948 un accordo relativo alla cooperazione economica europea che contiene impegni multilaterali e assicura la costituzione di una organizzazione permanente dei Governi partecipanti.

Il mio Governo è di intesa che, durante il periodo considerato dalla sua nota, gli potrà essere fornita assistenza in maggior parte a titolo di dono. In attesa della determinazione dei termini del futuro accordo fra i nostri due Governi a norma della sezione 115 (b) dell'Atto verranno effettuati depositi nella valuta del mio paese in corrispettivo di qualsiasi assistenza che venga designata dal suo Governo quale dono, in conformità con l'accordo bilaterale fra i nostri due Governi firmato in Roma il 3 gennaio 1948 riguardante gli aiuti economici. Questi depositi possono essere usati per spese amministrative del suo Governo in valuta del mio paese, aventi riferimento alle operazioni del suo Governo entro il mio paese ai termini dell'Atto di cooperazione economica del 1948 e per quegli altri scopi che possano essere concordati dai nostri Governi.

È inteso che le condizioni del futuro accordo fra i nostri due Governi, riguardanti qualsiasi deposito da farsi in conformità del paragrafo (6) della sottosezione 115 (b) avranno applicazione a tutto l'insieme della assistenza fornita al mio Governo che risulterà essere stata fatta a titolo di dono durante il periodo cui la sua nota si riferisce.

Nel caso che il suo Governo dovesse decidere di offrire una parte della assistenza da fornirsi al mio Governo ai termini della sua nota a titolo di prestito o ad altre condizioni di pagamento, le condizioni di pagamento saranno determinate in conformità dell'Atto.

Il mio Governo prende nota con soddisfazione che il suo Governo nominerà una speciale missione per la cooperazione economica nel mio paese. Il mio Governo fornirà la stessa misura di cooperazione a questa missione che ha dato ai rappresentanti del suo Governo incaricati delle operazioni contemplate dall'accordo bilaterale firmato in Roma fra i nostri due Governi il 3 gennaio 1948, riguardante gli aiuti economici.

Sono autorizzato ad affermare che il mio Governo conviene che le proposte contenute nella sua nota non costituiscono un obbligo da parte del suo Governo di concedere assistenza al mio paese.

Desidero esprimerle, Eccellenza, le rinnovate assicurazioni della mia più alta stima e considerazione.

Alberto Tarchiani

594

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

L. Washington, 21 aprile 1948.

Credo inutile congratularci a vicenda per il magnifico esito delle elezioni. Il popolo italiano ha il maggior merito; ma l'opera di chi l'ha guidato, informato, convinto, soddisfatto in certe sue giuste esigenze, non è stata certo vana ed ha dati frutti abbondanti.

Traggo dalla vittoria il massimo profitto per valorizzare ancora più la nostra posizione politica e morale qui. E avrò in questi giorni alcuni colloqui a questo scopo. Nello stesso tempo, cercherò di sapere meglio che cosa si stia disponendo qui per garanzie adeguate ai Cinque e al resto. del! 'Europa libera, e quale sia ~ se ve n'è uno abbastanza stabilizzato ~il pensiero americano nei nostri riguardi.

Purtroppo Marshall è impegolato a Bogotà. Ma Lovett e il presidente, ed eventualmente Forrestal (in ordine di colloqui, non d'importanza) devono avere già qualche idea assestata, che è meglio far sviluppare e precisare in questo momento di generale fervore.

Vedrò anche Vandenberg che ~o come possibile presidente, o come attuale e futuro capo del Senato repubblicano ~ha ed avrà influenza decisiva sulla politica estera degli Stati Uniti.

Appena mi sarò fatta un'opinione chiara delle direttive maestre qui, vorrei venire a Roma come lei sa ~preferibilmente ai primissimi di maggio ~per riferire, e prendere opportune istruzioni, poiché, anche in conseguenza dell'esito favorevolissimo delle nostre elezioni, si stringeranno i tempi e si avvicinerà il momento in cui gli Stati Uniti prenderanno impegni sostanziali con i Cinque e con altre nazioni europee, unitamente o separatamente.

Tutto questo deve essere discusso, apprezzato e deciso in tempo, per non !asciarci cogliere alla sprovvista, o per non rimanere in disparte, o indietro, quando si definiranno gli impegni che avranno forza e significato di assicurazione sulla vita in Europa per altri e per noi. Tanto più eh' io non potrei neppure abbordare il tema delle contropartite inevitabili, senza che il Governo adottasse linee generali in tal senso, e istruzioni precise sue che mi autorizzassero ad agire. Le dico subito, intanto, che non mi convince la tattica dell'aspettare e farci tirare per la manica; sono lussi da forti, e che non siano in zona di pericolo. Facendo troppo i furbi e troppo a lungo, potremmo trovarci poi alle prese con gli ossi e con le lische. Certi consigli d'oltremonte in proposito, mi sembrano tutt'altro che disinteressati.

Le sarei grato se mi telegrafasse autorizzando il mio viaggio di servizio costà. Così disporrei qui in tempo i colloqui più importanti e partirei soltanto quando avessi raccolti dati sufficienti d'informazione e di giudizio!.

595

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5266/146. Mosca, 22 aprile 1948, ore 14,27 (per. ore 15,30).

Stampa sovietica, !imitatasi giorni scorsi succinte notizie primi risultati parziali elezioni italiane, pubblica oggi risultati quasi definitivi indicando esattamente

594 I Per la risposta vedi D. 618.

voti conseguiti dai vari partiti. Non vi è per ora alcun diretto commento. Risultati sono presentati tuttavia sotto titolo «come procedettero le elezioni in Italia» con evidente intenzione insinuare lettori dubbi irregolarità e accompagnati da un ampio riassunto dei commenti Unità su risultati nonché da comunicati. Tass che riportano largamente notizie di pretesi brogli elettorali compiuti specialmente da partito democratico cristiano e da religiosi desumendoli da giornali italiani di sinistra. È pure pubblicata notizia Tass da New York circa asserito finanziamento elezioni da parte del Governo U.S.A. con fondo speciale. Naturalmente in questi ambienti diplomatici vicini a sovietici vi è forte disappunto per insuccesso fronte democratico.

Folti crocchi stazionanti questi giorni dinanzi giornali murali testimoniato vivissima attesa popolazione per risultati elezioni.

596

IL MINISTRO A LUSSEMBURGO, FORMENTINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5293/50. Lussemburgo, 22 aprile 1948, ore 19,20 (per. ore 8 del 23).

Stampa locale ad eccezione comunista riserva ampio spazio resoconto elezioni italiane.

Uflìcioso cattolico Luxemburger Wort afferma che risultato elezioni ha rafforzato in modo decisivo posizione internazionale Italia e che nei circoli diplomatici Londra circola già voce che sarà tra breve invitata far parte patto Brusselle.

597

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 5297/368. Parigi, 22 aprile 1948, ore 19,40 (per. ore 8 del 23).

Suo 3101.

Non ho nemmeno fatto ai francesi prima alternativa poiché per le ragioni che ho esposto sia a lei personalmente che a Zoppi essa sarebbe stata senz'altro respinta: può essere che francesi abbiano recondite ragioni per non accettare questa formula (come noi nel proporla) ma è difficile refutare difficoltà formale che essi avanzano.

Viceversa Chauvel mi ha detto, a titolo personale, che non vedrebbe inconveniente a premettere al progetto di accordo preambolo con considerando nel senso da noi desiderato. Mi ha pregato di sottoporgli una formula.

597 I Vedi D. 587.

Pregherei volermi inviare senza tardare, insieme a controproposte, formula che ci sembra conveniente raccomandando però di non calcare troppo la mano. Preoccupazione nostra che accordo in questione possa essere interpretato come atto rinuncia a ulteriori revisioni non mi sembra troppo fondata: lo ho messo fin troppo in chiaro con francesi ed anche recentemente Bidault mi ha ripetuto esserne perfettamente convinto. Meglio quindi contentarsi di un leggero accenno che presentare formule del tipo caro ai nostri uffici giuridici che probabilmente non sarebbero accettate e rischirebbero di rimettere in forse tutta la questione.

598

IL MINISTRO AD ASSUNZIONE, FERRANTE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 9764/010. Assunzione, 22 aprile 1948 (per. il 3 maggio).

Elezioni sono state seguite con la più viva ansia da parte intera collettività oggi giubilante per trionfo partiti ordine. Italiani tutti chiedonmi pregare V.E. gradire ed esprimere presidente De Nicola, loro più vivo gaudio per strepitosa vittoria augurando essa venga a dare colpo fatale comunismo.

Tutti rappresentanti ambasciate e ministri qui accreditati sono venuti personalmente e per telefono mi hanno espresso loro più sincere congratulazioni per magnifico esempio serietà e comprensione popolo italiano il quale con l'Italia ha salvato intera civiltà pericolo comunista.

599

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL PROCURATORE GENERALE DELLA CORTE DI CASSAZIONE, PILOTTI, A RIO DE JANEIRO

L. PER CORRIERE AEREO 45/12666/39. Roma, 22 aprile 1948.

Ho dato la maggiore attenzione al suo rapporto del 30 marzo'.

Apprezzo che il ministro Fernandes abbia ammesso con lei che se non ci mettiamo d'accordo sull'interpretazione del trattato bisognerà ricorrere ad un arbitrato. A ciò dovremo giungere al più presto -e per parte nostra proporremmo

probabilmente un organo degli Stati Uniti -a meno che il Governo brasiliano non receda da una tattica che consiste a farci perdere un tempo prezioso in una artificiale ricerca procedurale di prove di cui non una sarebbe definitiva agli occhi di chi ha interesse a litigare.

Sul terreno attuale il Governo della Repubblica è deciso a non rimanere. Il signor Fernandes sa quanto noi che la canzone delle ammissioni della Radio fascista va messa nel quadro di tutte le vanterie di quel regime, che essa non ha bisogno di essere contestata con dati di fatto (di impossibile costituzione, oltre tutto), perché non c'è un brasiliano che non sappia che non vi fu alcuna base italiana nell'America del Sud, o ve le basi di sommergibili furono tutte tedesche, come tedeschi tutti i sommergibili che molestarono le rotte sud-americane.

Il Governo brasiliano deve decidere se vuoi guardare avanti e concludere, anche con suo vantaggio; o guardare indietro e litigare sterilmente con grave danno finale sopra tutto suo.

Su mia istruzione l'on. Merzagora aveva impostato felicemente il problema su questa formula: «fare del problema dei beni, che ora ci separa, un problema che ci unisca a fondo per l'avvenire». Il che significava e significa costituire delle società miste nelle quali questi beni verrebbero apportati e nelle quali l'Italia sarebbe rappresentata al 50% nella proprietà e nella gestione.

Questa rimane la sola formula concreta dal punto di vista del reciproco interesse economico perché non costringerebbe gli attuali detentori a quanto essi considererebbero delle perdite e consentirebbe a noi una collaborazione in atto anche per l'avvenire oltre al ricupero del 50%.

Se non si accogliesse questa proposta franca, leale, esplicita -che lascerebbe nell'economia brasiliana tutti quei beni già da essa assorbiti -a noi non resterebbe che provocare l 'arbitrato. Nel momento in cui anche da parte di potenze che veramente ebbero a soffrire pel fatto della guerra fascista si viene incontro a noi con rinunce generose di cui apprezziamo lo spirito altamente amichevole, non potremmo continuare ad accettare il giuoco della estenuante discussione procedurale brasiliana, unica nel suo genere.

Noi potremmo porre ostacolo fin d'ora non solo a qualsiasi movimento emigratorio organizzato, ma anche ad accordi, che sono in corso, fra grandi industrie italiane che stanno studiando iniziative nel Brasile. Ma non vogliamo ciò fare per ora, tanto teniamo ad un'intesa per la quale -peraltro -bisogna essere in due.

Mi rendo conto che sarebbe difficile per lei, la cui missione confidenziale fu concepita con ben diverse speranze, di usare un linguaggio ch'ella, sperando come me, in altri stati d'animo, non poté usare.

Non mi resta quindi, esprimerle la gratitudine del Governo pel tentativo cui ella con civica abnegazione si prestò -che ad invitarla a troncare subito le conversazioni e tornare al più presto in Italia. Per la sua decisione di partire ella addurrà bensì ragioni personali, ma non impedendo tuttavia che codesto Governo comprenda il significato vero della sua partenza2.

599 1 Vedi D. 495. Per la preparazione di questa risposta Sforza aveva chiesto elementi al ministro per il commercio con l'estero, vedi D. 583.

599 2 Per la risposta vedi D. 632.

600

IL MINISTRO A BUCAREST, SCAMMACCA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5316/63. Bucarest, 23 aprile 1948, ore 8 (per. ore 16,30).

Risultato elezioni politiche ha sorpreso e sconcertato questi circoli dirigenti che, pure non prevedendo successo fronte popolare, non se ne attendevano così aperta sconfitta. Stampa che prima della consultazione preannunziava sicura vittoria social-comunista ora corre a ripieghi insinuando risultati ufficiali non corrispondere a verità e che affermazione Democrazia cristiana e degli altri partiti è frutto di frode e di violenza. Nel paese impressione generale grande soddisfazione.

Molte rappresentanze estere hanno chiesto notizie e si sono congratulate.

601

IL MINISTRO A L' AJA, BOMBIERI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5328/43. L'Aja, 23 aprile 1948, ore 12,37 (per. ore 21).

In relazione notizie pubblicate ieri dalla Reuter circa possibile discussione accesso Italia a Patto Bruxelles durante riunione organo permanente a Londra del 24 corrente apprendo da fonte olandese che qui non si sembrerebbe disposti ad abbandonare punto di vista già altre volte espresso su tale questione e segnalato da questa legazione a suo tempo!.

Secondo questi circoli politici Unione occidentale deve dapprima svilupparsi e consolidarsi fra quei paesi che si sentono più intimamente legati e per conseguenza non si ritiene consigliabile una prematura estensione della stessa ad altri paesi.

Trattasi di un punto di vista generale, che, secondo quanto si afferma, non rappresenterebbe una specifica presa di posizione contro l'Italia.

602

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO

T. 4756/95. Roma, 23 aprile 1948, ore 13,30.

Data impossibilità in cui ci siamo sinora trovati di riprendere con Governo

Tirana relazioni dirette o per tramite di potenza amica, questo Ministero non ha in massima difficoltà che V.S. intrattenga diretti contatti con suo collega albanese per trattazione ufficiosa questioni interessanti due paesi. Nei limiti tali rapporti formalmente ufficiosi, V.S. è quindi autorizzata discutere con codesto ministro albanese tanto questioni che interessano noi quanto quelle che interessano Albania. Può essere anzi questo un modo per cercare avviare soluzione vari problemi pendenti.

Mi riservo darle particolari istruzioni circa problemi stessi con successivi telegrammil.

601 l Vedi D. 430.

603

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5330/232. Londra, 23 aprile 1948, ore 17, l O (per. ore 8 del 24).

Secondo questo ambasciatore del Belgio formale garanzia militare degli Stati Uniti all'Unione occidentale non sarebbe da attendersi prima delle elezioni presidenziali. Dico «formale» in quanto a suo parere garanzia esiste già di fatto, data situazione internazionale e posizione assunta da Stati Uniti, e comprende tutte le nazioni dell'Europa occidentale dal Capo Nord al Mediterraneo.

Sebbene trattisi di opinione personale di Obert, essa sembra confermare voci diffuse anche in certi ambienti di Fleet Street secondo cui Spaak non avrebbe riportato dal suo viaggio nessun impegno formale degli Stati Uniti nel campo militare verso Unione occidentale almeno nel suo stato presente. Notizia meriterebbe di esser seguita e controllata nelle altre capitali data sua evidente importanza nel determinare nostro atteggiamento circa eventuale ingresso n eli 'Unione.

604

L'AMBASCIATORE A RIO DE JANEIRO, MARTINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5402/53. Rio de Janeiro, 23 aprile 1948 (per. ore 23 del 24)1.

Ieri 22 corrente ho conferito con il ministro degli affari esteri. Pilotti, al quale avevo lo stesso giorno comunicato arrivo suo telegramma2 mi

2 Vedi D. 551.

aveva successivamente informato di aver avuto occasione di conferire nel pomeriggio del medesimo giorno 20 corrente con Fernandes e di avergli accennato al passo che io avrei fatto a seguito delle istruzioni di V.E.

Ho trovato Fernandes visibilmente preoccupato per aver avuto sentore -così egli si è espresso -che dal Governo italiano si intendeva rompere le trattative e minacciare rappresaglie e questo proprio quando egli, d'accordo col presidente, stava per preparare un piano di soluzione.

Nel lungo e costantemente cortese colloquio ho tenuto a precisare subito la sostanza del mio passo nel senso che dal Governo italiano si intende riportare la questione nei suoi semplici termini decisivi. Ho voluto ricordare che, in occasioni ripetute ed anche in mie conversazioni recenti, non avevo mancato di insistere su tale concetto e che gli stessi colloqui Pilotti-Fernandes avevano confermato ampiamente quanto limitate potessero essere le responsabilità italiane, dimostrandosi anche per siffatta ragione ingiustificato il mantenimento del blocco.

Poiché Fernandes ha ricordato gli intendimenti del nuovo progetto -del quale egli aveva fatto cenno nel colloquio con Pilotti del 20 corrente e del quale io avevo avuto anche in precedenza vago sentore da varie fonti -ho rilevato che occorreva, allo stato delle cose, conoscere il progetto in concreto onde poterlo valutare. A seguito di ripetute insistenze sono riuscito ad ottenere che, seduta stante, il ministro ne mettesse per iscritto i punti fondamentali e mi desse copia dell'appunto che con ogni naturale riserva ho ricevuto alla fine della seduta e che invierò col prossimo corriere.

Tali punti riassumo:

l) da parte italiana pagamento di somma simbolica da prelevarsi sul noto fondo dollari;

2) liberazione beni immobili non liquidati di appartenenza allo Stato e società;

3) restituzione navi (7) con eccezione già indicata nel memorandum a Pilotti;

4) sblocco dei rimanenti valori con impegno da parte italiana di mantenerli in Brasile destinandoli organizzazione società colonizzazione.

Il ministro mi ha verbalmente anche dichiarato di essere disposto ad accogliere mia richiesta circa restituzione esercizio Società di Assicurazione (mio telespresso distinto col n. 3394/1308 del 28 ottobre scorso )3.

Tranne che il progetto Fernandes -sul quale hanno influito certamente e la volontà del presidente e il nostro passo -non rappresenti altro espediente per ancora protrarre la soluzione della questione (il che si vedrà subito), esso sembra che meriti di essere attentamente studiato anche per precisazioni chiarimenti e modifiche a nostro favore; ciò che sto facendo con Pilotti e su cui riservomi di riferire rapidamente4.

4 Vedi D. 632. Con T. 4886/45 del 26 aprile Sforza comunicava di essere in attesa dei documenti promessi (tra cui il testo del memorandum a Pilotti) e che le istruzioni relative alla fine della missione Pilotti (per le quali vedi D. 599) permanevano immutate.

602 l Vedi D. 614. Per la risposta vedi D. 634.

604 l Il telegramma fu spedito il giorno 24 aprile alle ore 12,05.

604 3 Non pubblicato.

605

IL CAPO DELLA MISSIONE ITALIANA A TRIESTE, GUIDOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PER CORRIERE 5356/0271. Trieste, 23 aprile 1948 (per. il 24).

Può essere interessante riassumere qui appresso alcune impressioni raccolte in questi giorni negli ambienti del Governo Militare Alleato circa i futuri sviluppi della questione triestina. Si tenga presente, naturalmente, che si tratta di congetture in buona parte subiettive, formulate da autorità periferiche che, fatta eccezione per i consiglieri politici, sono militari e dipendono da organi esclusivamente militari (quali i rispettivi Comandi superiori e gli Stati Maggiori riuniti di Washington) inclini a portare nell'esame di questioni politiche criteri specifici e spesso estranei alla politica.

l) Tutti i piani del Governo Militare nel campo amministrativo ed economico (e sono molti e costosi) appaiono preordinati a lunga scadenza. Non è visibile, per ora, la minima intenzione o previsione di lasciare tra breve il Territorio.

2) Anche prescindendo da questo aspetto esteriore, l'opinione prevalente è che le truppe alleate debbano restare a Trieste sin tanto che: a) la revisione del trattato proposta dalle tre Potenze non sarà stata realizzata; b) le condizioni di stabilità politica e militare alla frontiera orientale non offriranno garanzie sufficienti per il ritorno e la sicura tutela di Trieste sotto la sovranità italiana.

3) Circa la procedura di revisione si ritiene che le tre potenze insisteranno per ottenere, in una forma o nell'altra, l'adesione russa, ma che esse non ricorreranno ad una soluzione unilaterale che avrebbe del resto come conseguenza automatica il distacco, anche sul piano giuridico, della Zona A dalla Zona B. Partendo da queste premesse, non rimangono evidentemente che tre vie aperte: o un accordo tra i Quattro Grandi, o il deferimento della questione al Consiglio di sicurezza,

o ai ventuno Stati firmatari del trattato di pace con l'Italia. Tutte e tre le strade sono sbarrate da un più che probabile veto russo. Nulla si sa qui circa la terza soluzione che consisterebbe nel rimettere il problema innanzi all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove non è ammesso il veto e una decisione può essere presa con maggioranza qualificata. Si ritiene anzi di poterla escludere, almeno per ora, in quanto una simile procedura potrebbe portare a una rottura di rapporti con la Russia, o quanto meno a un suo probabile ritiro, con tutti i suoi satelliti, dall'O.N.U. Le dichiarazioni di Lovett alla conferenza stampa di ieri, di cui non ho potuto avere ancora il testo autentico, sembrerebbero confermare autorevolmente questo punto di vista.

4) Da parte inglese e francese mi sembra di notare un'ancor più sensibile cautela. A parte il principio generale, facilmente osservabile e dettato da motivi

605 I Ritrasmesso con Telespr. 5/4386/c. del 27 aprile alle ambasciate a Londra, Mosca, Parigi e Washington e alla legazione a Belgrado con le istruzioni di far conoscere le intenzioni dei rispettivi governi, con particolare riferimento alla posizione statunitense. Per la risposta di Tarchiani vedi D. 655.

legittimi e ovvi, in virtù del quale queste due potenze sono più riluttanti della lontana America a inasprire ulteriormente i loro rapporti con la Russia, si ritiene forse che l'iniziativa di Trieste abbia avuto la sua parte nella pericolosa tensione verificatasi tra alleati occidentali e Russia a Berlino e a Vienna. L'opinione non è del tutto accettabile perché a spiegare quella tensione basterebbe ampiamente la decisione di creare la Trizona e di includerla nel sistema economico e politico dell'Europa occidentale. D'altra parte, però, non è un mistero per nessuno che a Berlino tanto l'Inghilterra che la Francia si sono dimostrate in un primo momento molto remissive («very soft») e che soltanto in grazia della risolutezza americana è stato possibile realizzare una comune ed energica reazione. Questi precedenti potrebbero indurre le due potenze occidentali a temere che ogni nuova iniziativa per Trieste (specialmente ora che le ragioni che hanno dato luogo alla prima sono superate) possa essere duramente e pericolosamente «pagata» in altri e più vitali settori.

5) Si è infine del parere che la funzione delle truppe alleate a Trieste, cioè quella di una sentinella simbolica al cardine meridionale della cortina di ferro, sia rimasta inalterata. Sinché l'opinione pubblica americana non sia pronta a sostituirla con forme giuridiche di garanzie e di alleanze militari, si ritiene che la sentinella costituisca una comoda forma di casus belli effettivo, per il quale non è necessaria alcuna laboriosa decisione del Congresso. Su quest'ultimo punto molto vi sarebbe da dire, giacché il nostro interesse non è tanto di avere una garanzia (cioè una promessa di «essere liberati» a guerra finita) quanto una sicura protezione. Ma tant'è: non mi sembra che il pensiero strategico americano si sia, sinora, avanzato oltre questi limiti.

Se queste osservazioni sono esatte, cioè se coincidono con quelle delle nostre ambasciate a Washington, Londra e Parigi, mi sembra legittimo dedurne che la questione di Trieste, nella sostanza se non nell'apparenza, stia per entrare in una fase «inattiva» di durata non prevedibile. Questo fatto, a mio parere e come ho già detto altre volte, non diminuisce affatto il valore della dichiarazione tripartita che è essenzialmente quello di una garanzia diplomatica dalla quale non si può più tornare indietro. Inoltre ci sarebbe così risparmiata la penosa costrizione di dover abbandonare alla loro sorte gli italiani dell'Istria.

A lungo andare, però, il prolungarsi di una simile situazione potrebbe rivelarsi insostenibile per il suo peso finanziario; e in questo senso, e su questo terreno, il problema dovrebbe essere affrontato al momento opportuno in discussioni dirette con il Governo americano.

606

IL MINISTRO AL CAIRO, FRACASSI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 5436/08. Il Cairo, 23 aprile 1948 (per. il 25).

Vivissima aspettativa per elezioni italiane si è conchiusa con unanime compiacimento per suoi risultati, che vengono riportati con enorme rilievo e coi più favorevoli commenti da questa stampa.

Principali uomini Governo ed esponenti politici hanno tenuto manifestarmi personalmente loro soddisfazione: fra questi presidente Consiglio, ministro affari esteri, presidente Senato e capo Gabinetto Reale, pregandomi rendermi interprete loro sentimenti presso VE.

607

L'AMBASCIATORE A TEHERAN, ROSSI LONGHl, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 5451/09. Teheran, 23 aprile 1948 (per. il 26).

Elezioni italiane sono state seguite in questi ambienti politici con massima attenzione; lo stesso scià, membri del Governo e dignitari della Corte non mi avevano nascosto loro ansietà al riguardo. Radio è venuta dando risultati della votazione non appena noti. Da parte sua stampa, che aveva pubblicato con grande rilievo telegrammi da Roma sulle varie fasi della lotta elettorale, esprime ora un vero senso di sollievo.

Delineatosi esito elezioni moltissimi sono stati coloro che incontrandomi hanno tenuto ad esprimermi loro soddisfazione sottolineando tutta l'importanza dell'avvenimento. Ministro affari esteri è stato fra gli altri particolarmente caloroso e così pure ambasciatori di Gran Bretagna, degli Stati Uniti e di Francia.

608

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, DE GASPERI (l)

L. Roma, 23 aprile 1948.

Nella mia relazione al Consiglio del ministri del 7 corrente, descrissi le vaste possibilità che ci apre il progettato Consorzio internazionale per l'Africa centrale ma circa le nostre colonie prefasciste mi limitai a frasi generiche, improntate a un relativo ottimismo.

DeIle colonie discussi a fondo con Bevin il 15 e 16 marzo a Parigi, ma egli mi fece promettere il segreto su quanto mi disse. Lo mantenni. Ma il 16 aprile in un colloquio a Parigi ove ci trovammo per la firma dell'European Recovery Pian

608 I In Archivio Sforza, Strasburgo.

volli farmi ripetere i punti di vista britannici e le sue assicurazioni; e benché mi abbia di nuovo raccomandato la massima riservatezza, stimo dover mio di informarti di tutto.

I luttuosi fatti di Mogadiscio mi permisero di parlare a Bevin con tutta franchezza, ribadendo argomenti e tesi che già da tempo avevo fatto comunicare a Londra dal nostro rappresentante.

Mi fu chiaro fin dal 15 marzo che Bevin voleva rispondere ai miei argomenti con altrettanta franchezza e con altrettanta fermezza. Bevin commentò la posizione del suo paese nel Mediterraneo in maniera tale da far trasparire le preoccupazioni gravi che l'Inghilterra nutre circa una possibile rottura dell'equilibrio di forze che la guerra ha lasciato in un punto così nevralgico. L'Italia -mi disse -è una parte fondamentale di questo equilibrio e qualsiasi deviazione interna italiana che possa scostare un asse che non solo si riallaccia alle esigenze economiche ma anche alle esigenze morali tradizionali della nazione italiana romperebbe questo equilibrio, romperebbe uno stato di cose previsto e accettato dalla stessa Unione Sovietica negli accordi presi con gli altri alleati. Il nostro equilibrio ali 'interno contiene in sé troppo evidentemente il segreto dell'equilibrio mediterraneo, e, aggiunse Bevin con una certa insistenza, dell'equilibrio economico, politico e militare dell'intera Europa occidentale.

Tutto questo spiega il ritegno britannico nei rispetti delle nostre colonie, ritegno che, del resto, era formalmente giustificato dal fatto che la Commissione d'inchiesta non ha terminato i suoi lavori. Ma quanto Bevin mi disse fin dal marzo mi provò che l'Inghilterra considerava ormai la possibilità di soluzioni ben diverse da quelle che solo quattro mesi fa si opponevano da Londra alle mie continue insistenze.

Nel diverso spirito che colorisce i nostri rinnovati rapporti con la Gran Bretagna, Bevin è arrivato a dirmi in marzo e a confermarmi il 16 aprile che egli, e con lui tutto il Gabinetto, considerano ormai con favore le seguenti soluzioni:

l. Somalia -trusteeship all'Italia;

2. -Eritrea-trusteeship all'Italia, ma cessione all'Etiopia del Tigre eritreo e del porto di Assab (rotabile Assab-Dessiè); 3. -Cirenaica -sovranità senussita con «assistenza» britannica; 4. -Tripolitania -una soluzione che, entro i limiti inderogabili delle esigenze strategiche e di quelle di non mettersi contro il mondo arabo, oggi in stato di pericolosa ebollizione, soddisfi quegli interessi italiani che sono compatibili con le esigenze stesse: probabilmente quindi un trusteeship collettivo con una partecipazione italiana e anche araba all'amministrazione del paese; 5. -Africa centrale -non a compenso ma come apertura di nuovi orizzonti Bevin mi prospettò la possibilità per l'Italia di partecipare, in condizione di giuridica parità, a un gigantesco consorzio per lo sviluppo deli'Africa Centrale, con grande vantaggio dei nostri lavoratori e delle nostre imprese.

A tal proposito osservai subito a Bevin che non possono essere considerate compensi delle possibilità che si prospettano nel comune interesse ma ti ripeto ciò che dissi nel Consiglio del 7 corrente: quelle sono per un popolo lavoratore come il nostro le vie dell'avvenire; potremo trovar là orizzonti molto vasti, superando felicemente le forme nelle quali si è sempre posto finora il problema coloniale, forme nelle quali il pericolo sovrasta di più in più ai vantaggi.

Come vedi, i miei ultimi colloqui con Bevin rappresentano un gran passo avanti sulla via di una collaborazione integrale dell'Italia con la Gran Bretagna; spero anche che circa i vari punti concernenti le colonie si possa gradualmente ottenere qualche cosa di più perché tra due democrazie che hanno ormai, tutte e due, dato la prova che vogliono a tutti i costi rimanere a salvaguardia della libertà europea ci sarà sempre modo di intendersi il più strettamente possibile.

Questo è il punto a cui abbiamo portato un problema che il trattato aveva sì lasciato aperto, ma che la situazione generale e le difficoltà stesse in cui si trova l'Inghilterra lasciavano in condizioni a noi sempre più sfavorevoli. Può darsi che l'opinione pubblica italiana si attenda di più ma non vi è dubbio che solo l'atmosfera nuova che siamo riusciti a creare intorno alla nostra patria -reinserendola nella comunità europea, iniziando la revisione del trattato e creandoci una sempre maggiore indipendenza giuridica e politica -ci ha permesso di ottenere questi impegni che, anche se non migliorassero, sono molto lontani da quelle che erano le intenzioni originarie degli alleati.

Del resto, anche in questo campo, la vittoria del 18 aprile ci permette nuove speranze, pur ponendoci di fronte a nuove responsabilità, giacché tutto si tiene in politica, all'interno come all'estero.

609

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. Roma, 23 aprile 1948.

È venuto a vedermi il ministro d'Austria per parlarmi di alcune questioni concernenti l'applicazione degli accordi dell'Alto Adige. Ne ho approfittato per esporgli le nostre lamentele.

Esiste tuttora ad lnnsbruck l'ufficio distaccato del Ministero esteri austriaco che era stato costituito per ragioni di studio e per raccogliere dei dati. Ne avevamo chiesto la chiusura dopo la conclusione dei recenti accordi itala-austriaci ed invece esso, non solo non è stato chiuso, ma si è dato a svolgere attività politica e propagandistica per indurre il maggior numero possibile di espatriati ovunque essi si trovino (Austria-Germania) a rientrare in Alto Adige.

Ho precisato che tutta questa attività, nonché i frequenti viaggi che i componenti di quell'ufficio compiono a Bolzano, rivelano che persiste da parte austriaca un'arrière pensée politica.

Lo spirito degli accordi è ben diverso: essi sono stati da noi conclusi in buona fede e nell'intesa che essi dovessero valer per favorire gli interessi dei singoli: in altri termini, conclusi ormai gli accordi fra i due governi, i rimpatriati debbono costituire un privat-angelegenheit di ogni singola persona la quale deve essere lasciata assolutamente libera di giudicare secondo i propri sentimenti e interessi se le convenga o meno rientrare in Italia. Ho aggiunto che se da parte austriaca si continuasse nei metodi di propaganda organizzata come sta avvenendo, ci saremmo visti costretti a fare delle precisazioni pubbliche a mezzo dei nostri consolati in Austria ed in Germania.

Il ministro d'Austria mi ha ricordato una richiesta del suo Governo per l'apertura di un consolato a Bolzano, giustificata anche dalla necessità di risolvere localmente molte questioni di ordinaria amministrazione connesse con i rimpatri. Ha aggiunto che, rendendosi conto della difficoltà ad ottenere una risposta favorevole per tale consolato, lasciava a noi di fare qualche proposta per trovare il modo migliore per risolvere i suaccennati problemi amministrativi, connessi con i rimpatri. Gli ho promesso che mi sarei adoperato in tal sensot.

610

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 576/7867/1524. Parigi, 23 aprile 1948 (per. il / 0 maggio).

Parlandomi del Patto occidentale Chauvel mi ha detto che nelle dichiarazioni fatte alla stampa Spaak aveva considerevolmente allargato il risultato delle sue conversazioni di Washington.

L'impressione dei francesi era che negli ultimi tempi ci fosse stato un marcato cambiamento nelle idee; in caso di guerra, bisognava contare con la perdita di tutta l'Europa, tranne forse la Spagna e le grandi isole italiane, ora cominciavano a pensare che era possibile difendere l 'Europa, ed era quindi venuto il momento di cominciare a studiare il come. Questa idea si stava, secondo Chauvel, ormai cristallizzando in America, ma si era ancora ben lontani dalla sua espressione pratica: mi ha citato come paragone il piano Marshall: l'idea della necessità dell'aiuto economico ali 'Europa aveva cominciato a maturare in America parecchio prima del discorso di Harvard: si era così passati alla enunciazione del principio, e poi, in un terzo tempo, alla sua realizzazione pratica. Qualche cosa di simile si sarebbe probabilmente verificato anche per l'assistenza militare all'Europa: se con maggiore o minore rapidità questo dipendeva in larga misura dai russi.

Il primo passo concreto su questa via doveva essere necessariamente il riarmo d eli'America. Il secondo passo era lo studio di una formula che permettesse al Governo americano di girare la costituzione. La dichiarazione di guerra era una precisa prerogativa delle Camere americane dando delle garanzie precise, concludendo delle alleanze, si veniva a verificare, in certo modo, una devoluzione a ter

zi della decisione pace o guerra: bisognava trovare una maniera di risolvere questo problema. Era solo dopo avviato il riarmo americano e fissata la formula giuridica interna che si sarebbe potuto entrare nella terza fase, ossia le trattative concrete con gli Stati europei. Comunque una idea più precisa su quelle che erano le idee e le intenzioni americane la si sarebbe potuta avere solo dopo il ritorno di Marshall da Bogotà. In questo senso il viaggio di Spaak a Washington era stato un fallimento, perché egli non era riuscito ad ottenere dagli americani nessuna assicurazione, nemmeno soltanto di intenzione circa la garanzia americana allo Spaakistan.

(Secondo informazioni da altra fonte, sarebbe stato detto a Spaak che comunque gli americani non avrebbero garantito i cinque, ma solo una organizzazione più vasta).

Da parte francese, ha continuato Chauvel, si è insistito per avere dagli americani, se non delle assicurazioni, almeno delle linee generali su cui basarsi per la parte militare del patto a cinque.

Da parte americana ci si era limitati a dire che l'organizzazione politica e militare dell'Europa era un presupposto necessario di qualsiasi garanzia americana, ma che, comunque, non c'era fretta: nessun sintomo faceva ritenere che i russi pensassero seriamente a fare la guerra, almeno in un periodo prossimo.

Quest'atteggiamento americano aveva obbligato i francesi a modificare il loro punto di vista circa il progresso dell'organizzazione a cinque: invece di attendere che le idee americane si chiarissero, bisognava provvedere a mettere in piedi l'organizzazione. E questo era lo scopo della Conferenza di Londra.

La Conferenza di Londra sarebbe stata soltanto una conferenza di ambasciatori: era del tutto escluso, a meno che avvenimenti imprevisti necessitanti una consultazione urgente si verificassero, che essa sarebbe salita al rango dei ministri degli esteri. La sua agenda consisteva di due punti:

l) La costituzione del Segretariato dell'organizzazione. Su questo argomento prevedeva uno scontro con il Benelux. L'idea di Spaak era di creare un segretario generale di rango assai elevato e con vasti poteri: qualche cosa di simile alla posizione di Trygve Lie all'O.N.U. A questo francesi ed inglesi erano nettamente contrari: nessuna ragione di rifare una O.N.U su scala ridotta: il Segretariato doveva essere né più né meno che un segretariato alle dipendenze degli ambasciatori.

2) La costituzione dell'organismo militare. A mia richiesta mi ha detto che da parte francese non c 'era ancora nessun piano in proposito: egli vedeva, per ora almeno, questo organismo militare piuttosto come un centro di studio. Bisognava fare stato delle risorse militari attuali dei cinque paesi, poi decidere quale linea si poteva difendere, stabilire i bisogni minimi indispensabili per la difesa di questa linea, vedere se ed in quanto tempo i cinque paesi avrebbero potuto mettere insieme i mezzi necessari. In un secondo tempo sarebbe stato necessario procedere anche ad un esame delle possibilità di produzione bellica dei cinque paesi, la sua espansione, l'eventuale necessità di sua razionalizzazione, di divisione del lavoro, prendere in esame anche la standardizzazione degli armamenti etc. Egli prevedeva che ora non si sarebbe andato molto più avanti del mettere a punto gli organi ed i metodi del lavoro. Personalmente era convinto che ad un lavoro concreto non si sarebbe potuto arrivare che il giorno in cui fosse stata realmente precisata la posizione americana ed i rapporti dell'organizzazione militare europea con quella amencana.

Si trattava ora, più che altro, di darsi l'aria di fare qualche cosa e servirsene per portare avanti quanto più rapidamente possibile le conversazioni con gli americani. Non che egli, personalmente, ritenesse che la situazione generale fosse tale da richiedere provvedimenti urgenti; la sua preoccupazione era il crescente interesse americano agli affari asiatici: particolarmente in considerazione del fatto che una parte almeno del partito repubblicano s'interessava assai dell'Asia. Il pericolo era che gli americani, ritenendo di avere col piano Marshall fatto abbastanza coll 'Europa, magari tranquillizzati da una certa stabilizzazione degli affari europei, come lo erano indubbiamente per esempio le elezioni italiane, si rivolgessero all'Asia, dove, ad eccezione del Giappone, le cose stavano andando realmente male. Sarebbe stato bene, se possibile, legare gli americani in qualche forma ali 'Europa prima che essi finissero per impegnarsi troppo altrove.

Circa la parte economica mi ha detto che da parte francese si pensava e si contava di insistere sulla non opportunità di fare del patto a cinque qualche cosa di diverso e di estraneo alla organizzazione europea dei Sedici. Secondo lui il massimo a cui si poteva arrivare era che quando sorgesse una questione di comune interesse, i cinque avessero, nel quadro dell'organizzazione di Parigi, una consultazione a parte per adottare una linea di condotta comune. Ed è qui, mi ha detto, che noi intendiamo la giunzione con l 'Italia, facilitata in fatto dalla sua presenza nella organizzazione. Su che mi sono dichiarato d'accordo.

In tutta la conversazione, eccetto che per quest'ultimo accenno, Chauvel non ha toccata la questione della nostra partecipazione, ed io mi sono ben guardato dal farlo. Ho condotta la conversazione come se noi ci interessassimo soltanto di sapere quello che si stava facendo. Mi ha ripetuto che mi avrebbe tenuto costantemente al corrente degli ulteriori sviluppi.

609 l Il documento reca la seguente annotazione di Sforza: «Siccome è politicamente desiderabile rendere i pascoli non ancora distribuiti ai nostri contadini, si dovrebbe includere come controparte (e se possibile non sola) la soppressione di quell'ufficio di Innsbruck».

611

IL MINISTRO A DUBLINO, BABUSCIO RIZZO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5401119. Dublino, 2 4 aprile 1948, ore 15,31 (per. ore 2 3).

Mio telegramma 171.

Questo presidente del Consiglio, il quale mi aveva già espresso in occasione di una recente conversazione profonda soddisfazione sua e del paese per esito elezioni italiane, mi ha diretto oggi una lettera nella quale è testualmente dt:<tto quanto qui sotto ono rom i trascrivere: «Colgo l'occasione per associarmi al debito

611 I Del 21 aprile, non pubblicato.

di riconoscenza che l'Europa ha contratto verso la ferma guida del signor De Gasperi e dei suoi colleghi in relazione ai recenti sviluppi della situazione in Italia e per esprimervi il mio apprezzamento per la magnifica risposta data dal popolo italiano».

Nel ringraziare questo primo ministro non ho mancato assicurarlo che avrei fatto giungere il suo messaggio al presidente De Gasperi.

612

L'AMBASCIATORE A RIO DE JANEIRO, MARTINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 5721/023. Rio de Janeiro, 24 aprile 1948 (per. il ] 0 maggio).

Come campagna elettorale svoltasi in Italia era stata seguita con la più grande attenzione, così i risultati dei comizi sono stati attesi in Brasile con vivissimo interesse, non soltanto da questi ambienti politici e diplomatici ma anche dall'opinione pubblica in generale.

Col prossimo rapporto stampa riferirò come le elezioni italiane abbiano costituito l'avvenimento internazionale che per molti giorni ha maggiormente occupato le prime pagine di questi giornali. Esso è stato qui considerato importantissimo non soltanto perché avrebbe mostrato, al di fuori di ogni equivoco, quale fra le grandi correnti italiane avrebbe prevalso ed avrebbe quindi impostato l'orientamento della nostra politica interna ed estera ma anche -e direi soprattutto per le sue ripercussioni sul piano internazionale nel quadro della attuale situazione di antagonismo fra l'Occidente e l'Oriente. Si pensava generalmente che una netta prevalenza dei partiti di estrema sinistra avrebbe rapidamente condotto ad una sempre più grave tensione in Europa ed avrebbe probabilmente affrettato la trasformazione della «guerra fredda» in aperto conflitto. Sotto questo profilo i risultati della espressione della volontà popolare italiana erano attesi con non celata ansietà.

Anche l'azione politica svolta dalle potenze occidentali sul terreno internazionale nei confronti dell'Italia, attraverso il piano Marshall, e, particolarmente, con le proposte concernenti l'ammissione del nostro paese nella Organizzazione delle Nazioni Unite e la immediata restituzione di Trieste, è stata ampiamente commentata e, come ho avuto occasione di riferire anteriormente, ha incontrato incondizionata approvazione, con il rilievo anzi che essa era tardiva e che meglio sarebbe stato fossero stati seguiti fin dai tempi della Conferenza di Parigi i suggerimenti brasiliani in favore di una più giusta pace con l'Italia. L'atteggiamento sovietico in quest'ultimo periodo è stato oggetto di commenti contraddittori ed ha suscitato una certa perplessità: non è mancato chi ha voluto interpretare la posizione negativa assunta dal Cremlino nei confronti della nostra ammissione all'O.N.U. e di Trieste e la scelta del momento per darvi pubblicità come un segno di debolezza da parte dei russi e come un sintomo della loro volontà di non tirare troppo la corda. In altre parole, si è detto, i dirigenti di Mosca avrebbero preferito un successo semplicemente «notevole» ad una netta vittoria dei comunisti: e le docce fredde dell'ultima ora sarebbero state appunto ispirate dal realismo della loro politica.

In questa atmosfera e nello spirito anticomunista che pervade queste sfere dirigenti -manifestatosi attraverso la nota azione governativa che è andata svolgendosi dalla dichiarazione di illegalità del partito comunista brasiliano alla rottura delle relazioni diplomatiche con la Unione Sovietica -, la speranza largamente prevalente qui era quella di una vittoria elettorale delle forze anticomuniste italiane. Le notizie della grandiosa affermazione dei democristiani sono state quindi accolte con vera esultanza e ne sono stati, in ogni modo, sottolineati il significato e l'importanza. Molto compiacimento ha destato anche il successo della lista socialista indipendente.

Oggetto di particolare ammirazione è stato il senso di responsabilità dimostrato dagli elettori italiani che sono accorsi alle urne in numero così rilevante. Un vero record mondiale -si è affermato qui -in una libera consultazione popolare. È stata inoltre rilevata la tranquillità con cui si sono svolti i comizi, chiara dimostrazione del senso civico degli italiani.

Responso elezioni è considerato -sia dai circoli ufficiali che dal pubblico -come il definitivo ritorno del nostro paese ad una funzione di primo piano nel consesso delle nazioni e viene sottolineato come sia stata l'Italia a farsi iniziatrice della salvaguardia delle tradizioni della civiltà europea. Si pensa altresì che anche la situazione francese -cui si guarda sempre qui con vivo interesse -sarà profondamente influenzata dai recenti avvenimenti italiani.

Senza dubbio il nostro prestigio in questo paese è stato largamente aumentato dall'andamento sereno e dal risultato finale delle elezioni.

Da parte brasiliana e dalle nostre collettività sono pervenuti a questa ambasciata numerosissimi telegrammi di felicitazioni e di esultanza ed alla stessa Camera dei deputati è stata presentata una mozione che chiede che la Camera stessa si congratuli col Governo italiano. Invio con telespressi a parte testo mozione.

613

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. SEGRETO 4122/1539. Washington, 24 aprile 19481.

Da varie conversazioni con colleghi, funzionari dello State Department, parlamentari e giornalisti -esclusi ministri e sottosegretari che raramente parlano qui e quasi sempre per monosillabi di questi argomenti -ho ricavato le seguenti informazioni ed osservazioni:

613 I Manca l'indicazione della data di arrivo.

l) L'atmosfera che fu ultra-carica di elettricità, per opera di Forrestal -super-ministro delle tre forze armate -si sarebbe leggermente schiarita, specie per il fatto che Mosca ha ultimamente attenuati i violenti attacchi di stampa e di radio contro gli S.U. In quel momento -oltre un mese fa-Forrestal suonò la diana e lasciò intendere che occorreva prepararsi ad un conflitto a breve scadenza. Nel suo quadro erano contemplate anche le elezioni italiane che, in quei giorni, sembravano poter essere causa di gravi perturbazioni nazionali e internazionali, cui occorreva prepararsi per eventualmente impedirle o rintuzzarle. In un'aria ora più respirabile rimangono come ragioni d'allarme gli incidenti continui e progressivi di Berlino e di Vienna, le quotidiane dispute a Lake Success, la minacciosa situazione in Palestina e nel Medio Oriente (Iran compreso), la guerra in Cina e la zona di attrito in Corea. Si deve aggiungere il lavorio indefesso delle organizzazioni comuniste dovunque.

L'azione russa a Berlino e a Vienna è considerata particolarmente grave, non per l'entità degli incidenti occorsi, ma per il fine che l'U.R.S.S. si propone di raggiungere: l'estromissione dalla zona russa delle tre potenze occidentali per progressivo strangolamento. Tutte e tre -ma specialmente gli S.U. -si rendono conto che cedere su quel punto, non solo significa perdere ogni contatto politico e militare con la Germania orientale e con il mondo al di là della cortina, ma vuoi dire anche dare all'U.R.S.S., ai suoi seguaci in tutto il mondo, e alle democrazie già trepide, la prova che l'Occidente capitola e non è in grado di resistere alla spinta avversaria. Una tale dimostrazione d'impotenza (sia pur essa episodica e passeggera) sarebbe certo profondamente avvilente e demoralizzatrice per l'intero Occidente. Qui si stima che i russi non spingeranno le cose al punto da provocare un show-down drammatico nonostante le successive manovre avvincenti, se non intendono rischiare una guerra, che può essere relativamente facile e fortunata per loro -in casa altrui -nelle prime mosse, ma può avere poi disastrose conseguenze e sciaguratissima conclusione.

2) A proposito di questa eventuale guerra che tanto si paventa, si è indotti ad esaminare gli aspetti del Patto a Cinque, recentemente dibattuto e firmato a Bruxelles, il viaggio di Spaak (col principe reggente Charles) a Washington, le attivissime premure che fanno i francesi allo State Department perché l'America escogiti una formula di garanzia accettabile da Parigi, e prenda impegni atti a tranquillizzare le opinioni pubbliche occidentali, ed a rassicurare governanti e tecnici circa le possibilità concrete di difesa dei rispettivi territori nazionali e degli infiniti interessi connessi.

La zona da salvaguardare all'infuori dei Cinque sarebbe soltanto -secondo Spaak -quella italiana, poiché egli non crede che il Benelux possa impegnarsi per la Grecia, o per la Spagna che per ragioni politiche è considerata reproba ma recuperabile -dai socialisti e liberali francesi, inglesi e belgi. (La Spagna è invece tenuta in alta considerazione e trattata con ogni riguardo dagli strateghi e dai politici militari americani, che vorrebbero un accordo a qualsiasi costo con essa. Il presidente, la maggioranza del Gabinetto e lo State Department, tengono invece conto degli umori e delle necessità politiche franco-anglo-belghe e non intendono forzare i tempi, come si è visto recentemente col voto rimangiato dalla Camera per la Spagna nel piano Marshall. L'ambasciatore Lequerica-inviato segreto di Franco qui-pur appoggiandosi sull'ammiraglio Leahy-consigliere militare del presidente -non è riuscito a mutare la situazione. Sta cercando aiuti extra-piano Marshall, all'Export-Import Bank, all'International Bank, e a Wall Street. Ma tutti gli chiedono garanzie del Governo americano, che non può ottenere. Salvo circostanze eccezionali che consiglino di accettare qualsiasi avversa condizione (come vedremo appresso al n. 4) l'America seguirà con Franco la stessa politica delle nazioni occidentali europee, con qualche zuccherino sottomano e qualche apertura di riserva per i casi straordinari ed in parte preveduti. Preferirebbe però di gran lunga vedere impiantata in Spagna, come paravento, una monarchia costituzionale con la quale si potesse trattare liberamente. Ma, per opposizione di Franco, i vari tentativi non procedono bene. Potrebbe darsi che Lequerica avesse una nuova formula di compromesso. Ma non se ne sa nulla finora).

Si lavora ali' organizzazione del gruppo scandinavo nonostante la tendenza svedese finora prevalente di conservare la neutralità anche se rappresenta soltanto l'l per cento di probabilità di salvamento da un'aggressione. Identica, com'è noto, è la posizione della Svizzera.

3) Spaak -dopo un periodo di panico che culminò nella Conferenza di Brusselle -arrivò a Washington pieno di ottimismo almeno esterno, ed espresse pareri di non pericolo imminente di guerra. Portò però con sé un'idea che, in ogni modo, dimostrava le sue preoccupazioni a lunga scadenza, che fu assai bene accolta dagli americani, ma non piacque per nulla ai francesi. (L'opinione che Spaak fosse il portavoce dei Cinque è tramontata; Spaak parlò specialmente per il Belgio e in parte per il Benelux soltanto).

L'idea di Spaak è questa e deriva dalla pessima esperienza dell'ultima guerra: formare subito un comando unito di tutte le forze armate dei Cinque, darlo in mano al maresciallo Montgomery (e questa è la cosa che più tormenta i francesi); creare un'organizzazione militare unitaria dipendente dal suddetto comando permanente; questo dovrebbe essere strettamente e costantemente collegato col comando supremo americano. L'America, naturalmente, dovrebbe in gran parte provvedere per l'armamento, l'equipaggiamento e l'addestramento unificati.

Mentre Spaak-relativamente ottimista-si contenterebbe dell'organizzazione militare unica con l'assistenza generica degli Stati Uniti, la Francia battaglia invece per ottenere da Washington un impegno preciso d'intervento con tutte le forze (e di preparazione immediata di detto intervento con un numero adeguato di divisioni e di squadre aeree) per il caso di qualsiasi pericolo, anche vicinissimo. Gli Stati Uniti -pur volendo far fronte ad una tale possibilità -si trovano impegolati nelle lungaggini e nei bizantinismi del Congresso che vuole in fondo riarmare -specie per la difesa del paese -ma non rinunzia -anche per non abdicare ai suoi privilegi -a discutere e a farsi distrarre da diversioni perfino quando l 'urgenza è evidente e il pericolo cresce. Ma le assemblee, in genere, confidano nella buona stella e hanno avuto molti esempi di false urgenze e di affrettati errori. Cosicché le decisioni vanno relativamente per le lunghe e sembra ai tecnici che anche una formula assai impegnativa americana non avrebbe nel 1948 e probabilmente nel '49 valore protettivo assoluto specie nel campo della difesa terrestre delle regioni verosimilmente minacciate.

4) I tecnici con a capo Montgomery sostengono che per la difesa dei Cinque da un attacco russo occorrono 56 divisioni in perfetto assetto a addestramento di guerra. Di queste 18 dovrebbero essere fomite dagli Stati Uniti. (Si afferma qui che ora di formazioni di tale efficienza gli S.U. ne abbiano pronte soltanto 2 e mezzo. È probabile che le nazioni occidentali europee siano, proporzionalmente, nelle stesse condizioni). Montgomery giudica che per approntare l'apparato di 56 divisioni in piena efficienza occorrano quattro anni.

L'Italia, che in questo momento rappresenta una debolezza anziché una forza e una complicazione strategica difficile a fronteggiare con effettivi e armamenti già insufficienti (ma anche pericolosa ad abbandonare), dovrebbe essere militarmente legata alla Francia. Entrambe, unite, rappresenterebbero il link tra sistema di difesa occidentale e sistema mediterraneo (Nord-Africa, Grecia, Turchia, Medio Oriente) anche questo con sostegno americano.

Quando Forrestal adunò la conferenza dei comandanti supremi a Key West (Florida) dall' 11 al 14 marzo, si intuì che il Governo americano era sotto l'impressione di un conflitto possibile e prossimo, e voleva dar quella di essersene accorto e di prendere opportune precauzioni.

Secondo potizie circolanti negli ambienti generalmente bene informati, al convegno di Key West furono escogitati due piani: uno 1948, ed uno 1951-52. Il primo, date le forze di terra disponibili, prevederebbe un corso di operazioni tanto sfavorevoli da ridurre -per abbandoni successivi -la difesa dell'Europa occidentale all'Inghilterra e sul continente ai Pirenei, con la Spagna (e il Nord Africa) come base delle future operazioni di generale ricupero.

Tale previsione catastrofica è basata su questo concetto: russi e satelliti attaccano all'improvviso in forze e travolgono gli Alleati in Germania, in Austria e a Trieste. S'impadroniscono di alcune decine di migliaia di prigionieri americani, inglesi e francesi che distribuiscono subito nei punti più minacciati da bombardamenti atomici (Baku, Mosca, grandi centri di produzione e di comunicazioni). Cercano d'impedire così l'attacco distruttivo, sollevando l'orrore e la rivolta delle" opinioni pubbliche occidentali contro i loro governi se volessero massacrare i propri soldati e civili per colpire l'U.R.S.S.

Si è pensato, naturalmente, che questa manovra potrebbe essere sventata se gli americani attaccassero subito quei centri e annientassero le principali sorgenti di risorse e di energie, nei primissimi giorni dell'eventuale conflitto, prima che i russi potessero avvalersi dello schermo divisato e non facile ad improvvisare.

Qualcuno ha anche immaginato che-non intendendo gli americani bombardare subito grandi agglomerazioni urbane di non essenziale carattere strategico -Washington potrebbe nominare ripetutamente per radio un certo numero di città condannate, e dare 24 ore per la loro evacuazione, attaccando poi magari una sola di esse. Questo-oltre lo stato di panico generale-creerebbe in Russia una disastrosa confusione in intere regioni che renderebbe quasi impossibile al governo guidare ed alimentare gli eserciti e tenere a freno e viva e ordinata la popolazione civile.

Una serie di attacchi in pochi giorni -prima che fosse avvenuto il collasso occidentale -ai pozzi di Baku e alle città chiave della vita, dell'industria, del sistema stradale e ferroviario russo potrebbe rappresentare un fattore decisivo nella guerra, nonostante l'avanzata delle truppe sovietiche verso Occidente. Si assicura qui che la produzione e la disponibilità di bombe atomiche è ora così ingente da recare danni vastissimi e irreparabili, tali da fiaccare qualsiasi forza, da disanimare qualsiasi coraggio, da paralizzare ogni determinazione e ogni energia. Si continua a supporre, naturalmente, che l'U.R.S.S. ne sia sprovvista.

È evidente che nel piano 1948 il solo fattore decisivo, che possa parare o almeno rendere via via sterile un attacco russo verso Occidente è la bomba atomica, con una forza aerea sufficiente a portarla sui punti nevralgici essenziali e predeterminati, nonostante la difesa sovietica.

Il piano 1952 comporta la messa in efficienza dell'intero esercito americano, dell'aviazione e della flotta, in modo che siano pari alle esigenze che illeadership politico, economico e militare impone agli S.U. senza possibilità di ritardo o di scappatoia.

5) La tattica russa su tutti i fronti è generalmente spiegata così: l'U.R.S.S. benché subisca molte tentazioni -non è decisa a fare la guerra. È persuasa che otterrebbe strepitosi successi iniziali, ma non vede bene come l'avventura andrebbe a finire e teme l'eventuale epilogo, tipo Germania e Giappone. Questa sarebbe almeno l'opinione di Stalin, secondo le più autorevoli informazioni e interpretazioni. Perciò tutta la sua attuale azione di opposizione, di provocazione, di sabotaggio sarebbe diretta a far fallire il temuto piano Marshall, ad isterilire lo sforzo degli Stati Uniti in Europa e altrove, a rendere impossibile una efficiente coalizione occidentale, ad affrettare la, sempre prevista e sperata da Mosca, fallimentare crisi economica nordamericana. Mantenendo una condizione di instabilità e di allarme costante, il Governo sovietico si proporrebbe d'impedire la ricostruzione e il rafforzamento dell'Europa occidentale, che del resto sabota vigorosamente anche per mezzo delle quinte colonne e degli agguerriti movimenti comunisti e loro numerosi simpatizzanti. Sta il fatto che uomini di grande capacità e iniziativa, poderose imprese finanziarie, industriali, commerciali marcano il passo in quasi tutto l'ovest europeo e tengono forti disponibilità di capitali in America per timore di cataclismi che la tattica dei sovieti lascia intravedere ogni giorno, con abili e impressionanti apparizioni e sparizioni di spauracchi. L'U.R.S.S. spera così di fiaccare senza guerra sia una rapida e solida rinascita delle democrazie occidentali, sia lo sforzo per la costituzione del «blocco atlantico» sia infine la potenza stessa degli Stati Uniti.

Oggi la bomba atomica domina la situazione politica e militare in Europa, perché i sovieti ne paventano gli effetti, tuttora incalcolabili e considerati spaventosi. Il fatto stesso che i loro maggiori uomini la deridono a denti stretti, è sintomo abbastanza eloquente di gran preoccupazione.

Prendendo tempo e logorando contemporaneamente le forze avversarie in uno stato di continua tensione politica ed economica (ed anche nervosa) e di affrettare successive precauzioni militari l'U.R.S.S. aspetta in relativa calma-essendo l'autrice, la regista e la protagonista del dramma mondiale -nella convinzione,

o almeno nella speranza, di poter essere presto in grado di bilanciare con scoperte e produzioni atomiche proprie quelle degli Stati Uniti, è che il duello non sia più così impari in quel campo, come sarebbe oggi.

È evidente che da una tale visione non scaturiscono rosee prospettive per centinaia di milioni di esseri umani da un lato e dall'altro della cortina di ferro.

6) Di tutta questa presentazione catastrofica della situazione odierna (nella quale la migliore previsione è una guerra ritardata per arrivare all'impiego reciproco dell'arma atomica, giacché molti credono non vi sarà conflitto prossimo, ma pochi sperano di evitare quello più lontano tra due colossi d'idee e d'interessi attivamente contrastanti) l'elemento più allarmante, per chi abbia responsabilità di governo in Europa occidentale, è certo il piano di Key West per il 1948, che lascia intravedere possibili immediate calamità di enorme portata, perché tutti paventano, assai più delle germaniche, pure atroci, invasioni e occupazioni russe.

È naturalmente difficile conoscere i particolari di quelle deliberazioni segretissime, ma dal poco che n'è trapelato sembrerebbe che i capi supremi delle forze armate americane abbiano voluto attenersi alle ipotesi peggiori e risolvere teoricamente i problemi più ardui possibili. Nello stesso senso si possono interpretare le allarmanti dichiarazioni del capo di Stato Maggiore gen. Bradley che di fronte al Comitato delle forze armate del Senato ha affermato che negli ultimi tre mesi le probabilità di guerra sono assai cresciute. Egli intende, evidentemente, prendere il massimo di precauzioni. Tutto quello che si potrà verificare di meno sfavorevole e meno calamitoso, andrà a vantaggio della ripresa e della vittoria occidentale con azioni su tutti i fronti utilizzabili -via via che il contrattacco potrà svolgersi. Tanto che nell'idea di ridurre le ultime difese ai Pirenei e all'Africa del Nord per prepararvi la controffensiva, è tenuto un conto assai scarso -sempre per ragioni di prudenza e per volontà di affrontare le situazioni ipotetiche più pessimistiche --degli effetti che potrebbero avere i bombardamenti con armi atomiche sul morale, sul fisico, sull'organizzazione, sulle possibilità di qualsiasi vita attiva del popolo russo nei suoi centri dinamici. È noto che dal Mediterraneo (Nord Africa, Cipro, Turchia, Medio Oriente) dalla Germania e dall'Austria, dal nord, squadre aeree attaccherebbero certi obiettivi e in pochi giorni, nonostante la difesa avversaria, tenterebbero di sottoporli al terribile fato di Hiroshima. Una serie di tali azioni potrebbe avere conseguenze incalcolabili che lo Stato Maggiore americano valuta ora al minimo, per non subire poi delusioni, ma che potrebbero essere decisive. Il gen. Eisenhower ha dichiarato parecchie volte che una eventuale guerra si può decidere in 60 giorni, o durare moltissimi anni. Il conto dei 60 giorni è certamente basato sulle possibilità distruttive e paralizzanti dell'arma atomica. Gli americani sono convinti che la relativamente facile vittoria contro i tedeschi in Francia e in Germania fu dovuta alle terribili, irreparabili distruzioni subite da essi in territorio nazionale per opera dei bombardamenti aerei che pur non ebbero mai gli effetti che avrebbero quelli odierni. Sono pure convinti che la scomparsa di Hiroshima e di Nagasaki fiaccarono d'un tratto la resistenza morale e fisica dei giapponesi quando lo Stato Maggiore supponeva avere davanti a sé ancora un anno di guerra e di guerriglia per domare il Giappone d'isola in isola e di casa in casa. È per questo che generalmente credono che l'U.R.S.S. non oserà rischiare una guerra, almeno fino a quando non sarà relativamente sicura di controbilanciare -con mezzi della stessa potenza ed efficacia bellica-l'attacco aereo avversano.

Tutto questo ragionare è a fil di logica e di fatti di cui si ha soltanto una incerta conoscenza. Vi sono poi le passioni, gli interessi, le manchevolezze, le follie degli uomini che guidano, incontrollati, male informati, talvolta ostinati e collerici, centinaia di milioni di loro simili. Queste rappresentano incognite che nessun calcolo algebrico può determinare e valutare, e che troppo spesso nella storia hanno dato del tutto illogiche e disastrose sorprese.

Come abbiamo qui esposto nelle grandi linee, la visione degli enti militari di questo paese è volta al pessimismo e la preparazione delle difese e delle offese tiene conto delle più disperate prospettive di preliminari disfatte.

La ragione -non tecnica -si rifiuta di accettare queste fosche previsioni. Ma, nel mondo attuale -e senza un organo efficiente di conciliazione e di giustizia -, è bene che le ipotesi meno promettenti siano studiate, per non trovarci anche in seguito -se pur oggi vi siamo per forza ridotti -alla condizione in cui l 'Europa occidentale e l'America affrontarono la lotta col nazismo nel 1939'41, ed anche assai peggio.

Per quel che riguarda particolarmente l'interesse italiano in questo ciclone di avvenimenti e di possibili sviluppi, anche rispetto agli ipotetici piani militari cui abbiamo sopra accennato, conviene elencare alcune osservazioni che potrebbero avere peso in una eventuale trattativa coi Cinque per una nostra adesione negoziata, e per conversazioni seguite -come quelle che menano i francesi -qui e a Roma per determinare l'aiuto e le garanzie effettive che gli Stati Uniti vogliono e possono eventualmente darci.

L'Italia -marca di confine, ormai -è minacciata da gravi pericoli e per di più dannata ali 'impotenza, da un trattato di pace cui contribuirono -e sopraffecero ogni buona volontà americana -ignoranza, spirito di meschina rappresaglia, imprevidenza da un lato, e ostile furbesca predisposizione per l'avvenire dall'altro. Sì che la situazione italiana rappresenta purtroppo obiettivamente una crescita di debolezza militare anziché di forza per l 'Occidente.

L'Italia però ha dato in questi anni di generale depressione, stanchezza, diffidenza, pessimismo, prove manifeste e a tutti ormai palesi, di fervore di vita, d'impeto d'iniziativa, di saldezza di direttive e di propositi. Ed un equilibrio mirabile nelle più avverse circostanze. Ha mostrato inoltre al mondo intero capacità d'improvvisazione e rapidità e sicurezza di esecuzione in ogni campo. Perché non dovrebbe ripristinare e rinvigorire il suo apparato difensivo se le si danno la facoltà e i mezzi, e il tempo minimo indispensabile? L'Italia abbonda di braccia, volontà, di competenze tecniche, d'acceso entusiasmo, di passione patriottica. Se non la sorprendono subitanee catastrofi, come si dovrebbe sperare per un esame spassionato di tutte le su riferite informazioni e considerazioni, l'Italia potrebbe contribuire validamente alla efficienza del «blocco atlantico», cui appartiene per ragioni e necessità geografiche, storiche, economiche, e di vincoli inscindibili per la comune civiltà, e apprestarsi alla sua diretta difesa, per il caso che un'aggressione si scatenasse, probabilmente combinata con agitazioni

o sollevamenti interni.

È ovvio che per poter svolgere un tale programma difensivo occorre la realizzazione di due condizioni: primo, la adesione -con tutte le soddisfazioni, le garanzie e gli aiuti necessari -del nostro paese al «blocco atlantico», con tutta l'America latina, come riserva strategica ed economica; secondo, avere il tempo per un'adeguata preparazione delle difese, il che sembrerebbe tuttavia ragionevolmente sperabile.

Quest'ultima condizione, importantissima nelle attuali convulsioni e con oscure previsioni per l 'avvenire, prossimo o remoto, consiglìa prontezza di orientazione, ben deciso intendimento di costruire sul solido, per quanto è umanamente possibile antivedere2.

614

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO

T. S.N.D. 4866/98. Roma, 25 aprile 1948, ore 15,40.

Mio telegramma 84' e suo telespresso 667/272.

Questa ambasciata di Francia ha adesso informato che Albania ha aderito trattato pace. Richiesta avanzata da codesto ministero Albania che delegati albanesi si rechino in Italia potrebbe quindi venire da parte nostra esaminata, in via di massima, con favorevole disposizione. Rimaniamo tuttavia dell'avviso che, se intende fare valere suoi eventuali diritti, Governo albanese deve anche mettersi in regola con suoi doveri derivanti da norme internazionali universalmente riconosciute secondo le quali non è ammissibile che uno Stato detenga per forza cittadini di altro Stato impedendo ad essi di rimpatriare quando lo desiderano. Detti rimpatri, come le è noto, hanno sinora avuto ritmo assai lento. Ne sollecitiamo urgenza sostanziale ripresa e siamo anche disposti inviare nostro mezzo navale. Attendiamo questa prova di umanità e buona volontà dal Governo albanese per autorizzare venuta suoi delegati. Ne intrattenga codesto Ministro Albania conformemente telegramma ministeriale n. 843.

615

IL MINISTRO A BERNA, REALE, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5443178. Berna, 25 aprile 1948, ore 18 (per. ore 20,30).

Questi ambienti politici hanno accolto con viva soddisfazione risultati elezioni italiane. Se nelle ultime settimane serie apprensioni sul loro esito largamente diffuse si erano attenuate, anche a seguito visita ministro Sforza cui dichiarazioni

614 I Dell'S aprile, conteneva istruzioni ripetute nel presente telegramma.

2 Vedi D. 549.

3 Per la risposta vedi D. 634.

erano valse schiarire notevolmente atmosfera, pure gravavano preoccupazioni disordini ed eventuale vittoria Fronte che, qui si riteneva, avrebbe portato la Svizzera ad immediato contatto con la «cortina di ferro», costringendola a prendere misure precauzionali alla frontiera e disposizioni limitative nostra emigrazione. Ordine e tranquillità perfetta in cui elezioni si sono svolte con altissima percentuale votanti e risultati ottenuti hanno interamente dissipato timore e provocato generale senso di sollievo contribuendo notevolmente prestigio italiano e possibilità futuro investimento finanziario e incremento relazioni commerciali.

Presidente della Confederazione, capo Dipartimento politico ed altri consiglieri federali hanno tenuto esprimermi personalmente proprio vivo compiacimento ed elogio maturità politica popolo italiano.

613 2 Tarchiani riferì ulteriormente sull'argomento con il D. 620.

616

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

T. 4887/276. Roma, 26 aprile 1948, ore 16.

Secondo notizie stampa delegazione americana Consiglio sicurezza avrebbe proposto nomina commissione per tregua d'armi in Palestina composta da rappresentanti consolari americano, francese e belga a Gerusalemme. Proposta sarebbe stata approvata. Nulla abbiamo da osservare al riguardo. Tuttavia vorrei fosse attirata attenzione Dipartimento di Stato su convenienza che, ove dovessero costituirsi in quella città commissioni consolari più o meno permanenti, similmente a quanto è accaduto più volte nel passato nei paesi Medio Oriente, sia tenuta presente nostra situazione di paese mediterraneo avente in Palestina importanti interessi da tempi immemorabili.

Nostra non appartenenza O.N.U. non può essere di ostacolo: potrebbe anzi essere questo un modo farci partecipare de facto, e in considerazione dei suaccennati interessi, ad attività periferiche organizzazione come già avviene per vari enti dipendenti da O.N.U.!.

617

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE AD ANKARA, PRUNAS, E AL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI

TELESPR. SEGRETO 635/c. SEGR. POL. Roma, 26 aprile 1948.

Le notizie che pervengono a questo Ministero relative alla situazione in Pale

616 I Per la risposta vedi D. 619.

stina descrivono la situazione stessa come sempre più grave. Da un lato gli inglesi, che sembrano decisi a por fine al loro controllo sul paese alla data da essi stabilita, moltiplicano i preparativi per la partenza riducendo sempre più le zone da essi controllate e gli effettivi da essi impiegati. Dall'altro, gli scontri armati fra ebrei ed arabi si moltiplicano in numero e si aggravano in intensità. Come sempre avviene in simili circostanze, alle bande armate si aggregano elementi che combattono senza perseguire scopi o idealità politiche, ma al solo fine di saccheggio e rapma.

Su invito del Governatore britannico di Gerusalemme, quel nostro console generale ha richiesto l'invio di un drappello di carabinieri e di una stazione radio per assicurare la protezione della sede consolare e dei connazionali, nonché il mantenimento delle comunicazioni con l'Italia in ogni eventualità: ciò a cui stiamo provvedendo. \

La questione palestinese, come è venuta ormai delineandosi, costituisce un grave elemento di perturbamento della pace nel Mediterraneo orientale e anche sotto tale specifico aspetto appare suscettibile di preoccupare e di interessare in egual misura l'Italia, la Turchia e la Grecia, sia per la loro posizione geografica, sia per gli antichi vincoli che le uniscono a quel territorio, sia per gli interessi economici, culturali, ecc., che essi tuttora vi mantengono e che intendono tutelare.

Sembra pertanto a questo Ministero conveniente che codesta ambasciata/legazione avvii su tale argomento qualche consultazione con codesto Governo onde conoscere come esso consideri la situazione e al fine di sondare le possibilità di un comune atteggiamento al riguardo. Alle considerazioni su esposte circa l'analogia degli interessi italiani, greci e turchi in Palestina possono aggiungersi le seguenti osservazioni:

a) che tutti e tre i paesi sono rimasti estranei alla dichiarazione Balfour che sta all'origine della presente situazione in Palestina, ed ai suoi successivi sviluppiI;

b) che tutti e tre i paesi sono vitalmente interessati al mantenimento della pace nel Mediterraneo orientale;

c) che un eventuale secondo esodo degli ebrei dalla Palestina creerebbe per i nostri paesi gravissimi problemi in quanto i fuggiaschi, come già una volta nella storia, tenderebbero in massa a riversarsi -con tutte le conseguenze che ne deriverebbero -nei territori geograficamente più vicini alla Palestina.

Si gradirà conoscere al più presto l'esito dei contatti che la S. V. avrà sull' argomento, anche perché, ove questi apparissero suscettibili di qualche sviluppo, potremmo esaminare la convenienza di estendere le consultazioni al Governo francese2.

617 l Recte: il Governo italiano condivise la dichiarazione Balfour e ne rilasciò poi ufficialmente una analoga. Vedi serie quinta, vol. IX, D. 575 e vol. X, DD. 49, 161, 368, 648. 2 Per le risposte da Ankara e da Atene vedi rispettivamente DD. 639 e 631.

618

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

L. 641 SEGR. POL. Roma, 26 aprile 1948.

Ho ricevuto la sua lettera del 21 aprile! e concordo nella convenienza di una sua presa di contatto con Roma. Poiché tuttavia ai primi di maggio tutta l'attenzione politica sarà polarizzata verso la costituzione degli organi istituzionali dello Stato, è opportuno che la sua presenza a Roma abbia a verificarsi dopo la formazione del Governo onde ella possa, oltre che con me, conferire con la tranquillità che l'importanza dei problemi in esame comporta, anche con le persone e con gli ambienti che devono pure esprimere le loro idee in proposito. Una sua venuta a Roma in questo momento -e mentre è tuttora assente Di Stefano -potrebbe anche dare costì e qui una impressione di «febbrilità» da parte nostra che non mi sembra opportuna tanto più che non risponde alla realtà. Mi riservo quindi di telegrafarle appena possibile. Intanto Di Stefano -il cui ritorno è imminente -la metterà al corrente di ogni cosa.

619

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 5801/056. Washington, 27 aprile 1948 (per. il 4 maggio).

Telegramma di V.E. del 26 corrente! e mio telegramma filo odierno2.

Facendo seguito mio telegramma in riferimento onorami informare che in ottemperanza istruzioni V.E. si è provveduto richiamare attenzione Dipartimento Stato su opportunità che qualora, in conseguenza attuali avvenimenti Palestina,

O.N.U. dovesse affidare controllo situazione quel paese a Commissione rappresentanti consolari, a carattere più o meno permanente, venisse tenuta presente nostra posizione Mediterraneo, nonché nostri importanti antichi interessi.

Al Dipartimento ci è stato anzitutto confermato il carattere del tutto temporaneo -almeno nelle intenzioni della delegazione americana che ne ha proposta la creazione -della Commissione per la tregua. Pur rendendosi conto difficoltà raggiungere necessaria maggioranza consensi, Governo americano ha sempre intenzione insistere per adozione trusteeship O.N.U. su tutto territorio palestinese, e particolarmente su Gerusalemme, e considera pertanto tregua d'armi e relativa

Commissione quale misura provvisoria per facilitare, attraverso distensione animi, accoglimento trusteeship.

Soluzione Commissione ristretta a membri Consiglio sicurezza che hanno rappresentanti consolari Gerusalemme è evidentemente dovuta a desiderio escludere da Commissioni del genere rappresentanti Governo sovietico, il quale non ha come è noto consolato in Palestina. Per tale ragione appare quindi difficile che, anche qualora Commissione dovesse -sempre in attuale fase provvisoria -prolungare durata lavori o allargare propria competenza, qui si sia disposti rivederne compos1z1one.

Dipartimento di Stato, pur ritenendo di dover escludere, nell'attuale stato di cose, ipotesi creazione in Palestina di un organismo per un controllo permanente, composto dai rappresentanti consolari delle varie potenze, ha però dichiarato che ove dovesse essere presa in considerazione simile eventualità non si sarebbe qui mancato di accordare dovuta considerazione a posizione Italia al riguardo, quale potenza mediterranea, nonché a nostri interessi in Palestina che si è da parte nostra provveduto ad opportunamente illustrare.

In via del tutto confidenziale ed amichevole, interlocutore americano, rendendosi interprete preoccupazione che regna qui in tutti ambienti per imprevedibili sviluppi situazione Palestina -ha tuttavia rilevato posizione favore nella quale nostra forzata esclusione da O.N.U. ci pone non dovendo nostri rappresentanti necessariamente collaborare difficile ricerca soluzione questione palestinese che riesca accettabile numerose parti interessate.

618 l Vedi D. 594. 619 l Vedi D. 616. 2 T. 5527/366, con il quale Tarchiani aveva anticipato le notizie contenute nel presente telegramma.

620

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERl, SFORZA

R. SEGRETO 4151/1568. Washington, 27 aprile 19481.

Faccio seguito alla mia lettera del 24 corrente2 con la quale ho ritenuto opportuno riferirle, precisando che si trattava di informazioni ed osservazioni raccolte più che altro in questi ambienti politici, diplomatici e giornalistici, su alcuni aspetti dell'atteggiamento americano nei confronti dell'appoggio da darsi alle potenze del blocco occidentale in caso d'aggressione e su alcune previsioni di carattere militare per il caso tale aggressione dovesse effettivamente verificarsi.

Specie in previsione della mia prossima venuta a Roma, mi è sembrato necessario controllare alcune di queste informazioni e osservazioni con gli ambienti responsabili ed -in via preliminare -ho avuto al riguardo un colloquio col direttore generale degli affari politici europei al Dipartimento.

620 I Manca l'indicazione della data di arrivo. 2 Vedi D. 613.

Il signor Hickerson si è vivamente rallegrato con me dell'esito delle elezioni. A mia volta ho tenuto ad assicurarlo che il Governo italiano era ben conscio dell'aiuto che gli Stati Uniti da tre anni a questa parte, e specie nelle ultime circostanze, gli avevano dato con la loro comprensione e con la loro costante assistenza. Il Governo, ho aggiunto, contava ora mettersi attivamente al lavoro per cominciare a risolvere i più urgenti problemi interni, come ha già annunziato il presidente del Consiglio, per trovare una via adeguata alla nostra necessaria emigrazione, ed impiantare su solide basi d'equilibrio economico e di sicurezza nazionale la nostra politica estera. Il signor Hickerson ha osservato che la vittoria del Governo era stata certo magnifica ma che dava da pensare la percentuale tuttora rilevante di elettori che, nonostante tutto, avevano scelto il comunismo e la Russia. Gli ho spiegato che l'Italia uscita da una guerra disastrosa dopo venti anni di malgoverno fascista, con una sovrappopolazione crescente, risorse essenziali insufficienti, chiuse le vie dell'emigrazione di massa, due milioni di disoccupati, parecchi milioni di malpagati, di malnutriti, di minacciati da un avvenire oscuro, chiuso o meschino, aveva compiuto veramente un miracolo limitando al 30%, nonostante l'enorme sforzo compiuto dal partito comunista e dai suoi protettori, la percentuale degli ottenebrati, dei ribelli, di coloro disposti anche al peggio pur di avere un mutamento. Ho richiamato la sua attenzione sulle condizioni della Francia che, nonostante la sua migliore posizione economica e demografica, nonché i grandiosi aiuti ricevuti dagli Stati Uniti, erano assai meno stabili delle nostre, presentando pericolo di seri sbandamenti sia a sinistra sia a destra.

Il signor Hickerson ha ammesso di buon grado l'obiettività delle mie spiegazioni ed ha convenuto che la nostra era una situazione di fatto cui non si poteva porre rimedio con i soli propositi ma con adeguate e tempestive provvidenze. Riprendendo I' argomento della emigrazione ha convenuto con me sulla necessità che, durante gli anni di applicazione del piano Marshall, è indispensabile, se si vuoi veramente risanare l'economia italiana, risolvere il problema della nostra emigrazione indirizzandola verso tante terre ancora incolte, tanti paesi spopolati, tanti mercati del lavoro insufficientemente fomiti di braccia. Ho insistito naturalmente sulla assoluta necessità che gli Stati Uniti ci assistano a trovare un rimedio a questa angosciosa situazione, che è una delle cause del nostro squilibrio economico, sociale e politico tanto faticosamente compensato dagli sforzi del Governo e dalla saggezza e buona volontà del nostro popolo.

Prendendo Io spunto dal Patto di Bruxelles e dai contatti che da tempo si svolgono a Washington sull'argomento dell'eventuale garanzia americana alle nazioni firmatarie, ho domandato ad Hickerson se, in vista del significativo voto espresso liberamente dalla grande maggioranza degli italiani, dati i legami che ci stringono ali 'Occidente e tenuto conto delle difficoltà obiettive e di quelle artificiali del trattato di pace, egli poteva chiarirmi lo stato delle cose e precisarmi, per quanto gli era possibile, l'opinione del Dipartimento di Stato sulla parte che l 'Italia avrebbe potuto eventualmente assumere nel quadro dell'assestamento europeo.

Il direttore generale degli affari politici mi ha risposto che il suo principale lavoro e la sua maggiore preoccupazione da parecchie settimane, e specialmente in questi giorni, è appunto quella di trovare una formula che serva ad assicurare le cinque nazioni di Bruxelles dell'attiva cooperazione americana in caso di pericolo o di attacco. Non vi è dubbio, secondo Hickerson, che sia ormai acquisito l 'intervento americano, con tutte le forze, in sostegno e difesa del gruppo o ccidentale. Si tratta di trovare la formula che esprima chiaramente questo concetto e possa al tempo stesso ottenere la piena approvazione dei due partiti che compongono il Congresso. Gli organi tecnici, d'intesa col segretario di Stato, coi più autorevoli parlamentari, nonché col presidente, stanno assiduamente lavorando per precisare una dizione che risponda a tali requisiti. È evidente, ha concluso Hickerson, che coll'impegno politico noi prendiamo anche quello di mettere queste nazioni in grado di difendersi.

Gli ho domandato se si prevede prossimo su questo soggetto, o a causa di un altro dei molti e gravi problemi che offuscano l'orizzonte internazionale, un incontro qui dei tre ministri degli esteri. Mi ha risposto di no; almeno per quanto riguarda gli sviluppi del Patto occidentale, è ritenuto per ora sufficiente lo scambio di idee degli organi militari.

Ho riportato la conversazione più particolarmente sull'Italia. Hickerson mi ha detto, a titolo personale, in quanto non si sentiva autorizzato ad entrare ufficialmente in argomento, che la presenza dell'Italia nel gruppo occidentale è qui vivamente desiderata, a parità di condizioni, di protezione e di vantaggi. Dipende dal nostro Governo decidere se e quando prenderà questa via. Si rendeva inoltre conto che, una volta trovata la formula di garanzia e di aiuti, bisognerà affrontare il problema di sollevare il nostro paese da quelle clausole del trattato di pace (specie militari) che ne paralizzano l'efficienza, che qui invece si desidera perfetta.

Hickerson ha calorosamente convenuto con me che in questi tre anni il nostro paese ha dato tali prove di energia e di capacità che merita piena fiducia anche per una rapida ricostruzione della sua difesa -che è poi difesa comune -se gli si offriranno mezzi adeguati e cioè forze armate, anche non ingentissime, ma proporzionate alle nostre vitali necessità e mantenute in condizioni di efficace preparazione. A tale riguardo il direttore generale degli affari politici europei mi ha precisato che il Governo americano intende fornire larghi aiuti, ma che le nazioni europee dovranno aiutarsi da sé e cooperare attivamente tra di loro, giacché un coordinamento attivo e disinteressato della comune difesa sarà la conditio sine qua non dell'aiuto americano. L'intenzione americana di concedere la propria garanzia a difesa del gruppo occidentale o di uno dei suoi membri non solo da un attacco proveniente dall'Oriente, ma anche per il caso che uno dei membri del gruppo stesso [sic], dovrebbe servire da garanzia collettiva e individuale ed eliminare al tempo stesso molte diffidenze, comprese quelle che possano ancora sussistere verso l'Italia e rendere più difficili le discussioni per un suo adeguato riarmo.

Non ho mancato di controbattere subito questa ultima parte del suo ragionamento richiamandomi alle luminose prove date dall'Italia, durante e dopo la guerra, per dimostrare il suo attaccamento all'Occidente, il suo desiderio di unione europea tradotto in atto con i legami economici italo-francesi, ed infine la sua lealtà piena per i principi di libertà, di democrazia e di pace cui si ispira tutta la sua permanente opera di civiltà. Ho anche fatto osservare a Hickerson, a proposito di un possibile atteggiamento di tiepidezza o diffidenza di uno dei Cinque nei nostri confronti, che anche in questo campo la volontà degli Stati Uniti è preponderante e decisiva.

Per essere ben chiaro gli ho detto: la vostra volontà di farci partecipare all'Unione di Bruxelles, a parità di condizioni, di garanzie e di aiuti, ha oggi un peso che non esiterei a valutare per il 90%, mentre, dati i termini della situazione generale, la volontà dei firmatari stessi del Patto occidentale conta solo per il l 0%. Quindi non ho timore da quel lato se, come ci assicurate, ci sosterrete apertamente, allorché il Governo italiano -ritenendo maturo il momento -vi avrà posto in grado di farlo.

Prendendo lo spunto da alcune informazioni circa un possibile piano strategico americano per un caso di attacco più o meno prossimo alle posizioni dell'Europa occidentale, ho cercato di sondare quanto vi fosse di vero nella ipotesi che, qualora non si giungesse in tempo a mettere in azione i provvedimenti che si stanno ora elaborando e finanziando, l'Italia rimarrebbe fuori dalle linee di difesa in Europa previste dalle supreme autorità militari americane. Hickerson mi ha detto di non essere a conoscenza di un piano così preciso. Sapeva però che è disegno americano di colpire l'avversario alla prima mossa in modo così violento da rendergli difficile di proseguire le sue operazioni. In ogni modo, egli ha detto, invece di esaminare il caso specifico «Italia» esaminiamo il caso specifico «Francia».

Gli Stati Uniti possono impegnarsi, per l'articolo 51 dello Statuto dell'O.N.U. ed in base alle dichiarazioni del presidente Truman, ad intervenire con tutte le loro forze svolgendo ogni possibile azione di paralizzazione dell'avversario dello Stato aggredito. Non possono invece garantire, sia in un trattato, sia in altro modo, che non un soldato avversario porrà piede su una parte del territorio francese. Chi sarà sinceramente e con tutta la sua volontà a fianco degli Stati Uniti -egli ha aggiunto -potrà contare sul massimo della protezione possibile da parte dell'America.

A proposito di questo deciso atteggiamento ho appreso da altra fonte del Dipartimento che sarebbero state impartite oggi stesso istruzioni a Dunn di assicurare V.E. che in caso di pericolo gli Stati Uniti avrebbero considerato la difesa dell 'Italia alla stessa stregua di quella della Francia e che il confine dell 'Isonzo ha per Washington lo stesso valore di quello del Reno, rappresentando la Iran Curtain il limite di separazione tra i due mondi oggi in contrasto.

Ritornando sull'argomento del riassetto militare dell'Italia ho suggerito a Hickerson che la via migliore mi sembrava quella di un riconoscimento quanto più possibile collettivo del superamento di alcune parti del trattato, il che dovrebbe comportare la possibilità di un riarmo di fatto, senza aspettare decisioni o accordi di carattere giuridico che non verranno mai, data la difficoltà di raggiungere la necessaria unanimità. Hickerson ha mostrato di prendere in considerazione il mio suggerimento.

Poiché le conversazioni circa le garanzie da accordare all'Unione occidentale continuano qui attivissime, Hickerson mi ha pregato di avere con lui un altro colloquio prima della mia partenza per Roma in modo che egli possa darmi informazioni più precise ed aggiornate. Vedrò naturalmente anche il segretario di Stato3.

620 3 Vedi D. 649.

621

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AL MINISTRO A VIENNA, COSMELLI

T. 4968/76. Roma, 28 aprile 1948, ore 12.

Presidenza Consiglio ha attirato attenzione questo ministero su notizie intonazione ufficiosa pubblicate su stampa austriaca (vedi Tiroler Nachrichten 16 aprile)! con le quali, agitando spettro disoccupazione e apolidia, tentasi ovviamente coartare volontà optanti. Pregasi V.S. voler significare Governo austriaco che Governo italiano deplora siffatta propaganda che contrasta con spirito umanitario che ha ispirato legislatore italiano e tradisce finalità politiche e razziali incompatibili con procedura revisione che va lasciata a libera elezioni interessati.

Pressione psicologica esercitata su questi ultimi da parte austriaca è inammissibile e potrebbe indurre Governo italiano a misure atte a salvaguardare Alto Adige da immissione elementi alieni o riluttanti a rientrarvi.

Quanto sopra vale, a maggior ragione, per alto-atesini residenti in Germania nei cui confronti Governo austriaco non ha alcun titolo per svolgere attraverso propri consolati azione quale quella che viene segnalata da nostre rappresentanze zone occupazione americana e britannica.

Sono state impartite a predette rappresentanze istruzioni dare ogni pubblicità procedura revisione opzioni ma tale pubblicità sarà a cura rappresentanze stesse e non consolati austriaci i quali non hanno veste alcuna interessarsi istanze cittadini germanici che intendono ritornare cittadini italiani e tanto meno diritto svolgere su di loro pressioni in così delicato atto di volontà individuale.

622

IL SEGRETARIO GENERALE AGLI ESTERI, FRANSONI, AL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO

T. 4973/103. Roma, 28 aprile 1948, ore 15.

Recentissimo luttuoso episodio di cui mio telegramma l O 11, ultimo di una lunga serie di incidenti che rivelano disposizioni provocatorie autorità militari confinarie jugoslave, conferma assoluta necessità addivenire al più presto delimitazione definitiva confini.

Voglia pertanto la S.V. prendere spunto da gravità episodio stesso per insistere con codesto Governo su considerazioni esposte mio telegramma per corriere 38692 facendo presente che Governo italiano declina fin da ora ogni responsabilità per eventuali ulteriori incidenti che dovessero verificarsi a causa ritardata delimitazione confini.

621 l Non pubblicato.

622 l Del 27 aprile, con cui Sforza sottolineando la gravità dell'incidente verificatosi, qualificabile come un ingiustificabile atto di aggressione da parte dei militari jugoslavi, aveva aderito alla proposta della Commissione mista di una immediata inchiesta. In caso di indisponibilità da parte del Governo jugoslavo, si sarebbe fatto ricorso all'intervento dei rappresentanti americano, francese, inglese e russo.

623

L'INCARICATO D'AFFARI A MADRID, VANNI D'ARCHIRAFI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 5665/017. Madrid, 28 aprile 1948 (per. il 30).

L'esito delle nostre elezioni ha causato grande disorientamento e depressione fra i dirigenti spagnoli non solo perché da essi imprevisto (vedi mio telegramma per corriere n. 013 del 3 aprile u.s.l relativo alla riunione del Consiglio dei ministri del 22 marzo); ma anche perché ha praticamente dimostrato come sia possibile raggiungere un equilibrio politico con i normali mezzi democratici, concezione questa contraria alla tesi sostenuta dall'attuale regime per il quale la difesa contro il comunismo è realizzabile soltanto con la forza coattiva.

È noto poi come l'opinione pubblica spagnola fosse del tutto impreparata al risultato ed è anche questo il motivo per cui la stampa, diretta dall'alto e dalla Falange, non sembra tuttora propensa a mutar di tono: due giornali del partito ancor oggi affermano che la vittoria della democrazia cristiana ha un valore assai problematico, che il comunismo non può essere estirpato con procedimenti elettorali e che il futuro Gabinetto De Gasperi, non avendo ottenuta la maggioranza assoluta al Senato, potrà andare incontro a facili crisi.

A tali deliberate manifestazioni ideologiche, che rispecchiano il pensiero ufficiale e che non lasciano invero prevedere mutamenti nella direttiva politica, fa riscontro un notevole fermento negli ambienti monarchici e fra i militari frondisti. Ad una riunione che ebbe luogo giorni or sono in casa del marchese de Aledo noto finanziere non collaborazionista -parteciparono alcuni generali e venne esaminata la situazione politica spagnola in relazione alle ripercussioni internazionali delle nostre elezioni ed al persistente rifiuto americano a concedere crediti anche, a quanto sembra, di natura privata. Il generale Kindelan, oggi oppositore di Franco e più volte confinato, affermò in tale occasione la necessità di urgenti mutamenti nella direzione del paese onde impedire che un ulteriore isolamento politico e depauperamento economico rendano fra qualche mese insostenibile l'attuale situazione con gravi conseguenze per l'ordine pubblico.

Non si ritiene che Franco reagisca in maniera diversa dal passato e sembra difatti che abbia dato ordine di inviare Kindelan nuovamente al confino; ma senza

623 l Vedi D. 516.

dubbio il consolidamento della situazione politica italiana avrà grande influenza nell'animo di molti uomini politici che collaborano con Franco e già si riparla di nuove pressioni loro presso il capo dello Stato spagnolo onde consenta la creazione di partiti già ideata in passato (demo-cattolico e del lavoro) ed applichi misure atte a facilitare il rientro della Spagna nella cooperazione fra gli Stati.

622 2 Vedi D. 504.

624

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZAI

L. RISERVATA PERSONALE2. Londra, 28 aprile 1948.

Ti dico anzitutto la mia vivissima partecipazione al grande successo delle nostre elezioni, che è in gran parte successo tuo, poiché la lotta si è impostata sulla politica internazionale e le ha dato un valore ampìo, anzi mondiale. Ciò è perfettamente compreso a Londra, dal Governo e nelle sfere politiche. Da Attlee a Eden tutti mi hanno incaricato di esprimerti il loro vivissimo compiacimento, ammettendo che l'Italia ha vinto una battaglia che interessa la civiltà e che Ivor Thomas paragonava in un discorso a Lepanto.

Ora si tratta di valorizzare questa vittoria e io sono molto desideroso di avere le tue direttive, direttive che varranno anche se tu dovessi, come qui si crede, essere chiamato alla presidenza della Repubblica. A dirti il vero, come italiano, non so molto cosa desiderarti poiché in questo momento mi pare che ciò che più importa al paese è una grande politica estera, politica a larga visione di una nuova Italia lanciata su nuove vie e nessuno oggi può fare una simile politica meglio di te. Se ciò non fosse vedi che il tuo posto non sia preso da chi sembri mettere la politica italiana in mano al Vaticano.

Per il momento io me ne sto in una posizione di assoluto riserbo, poiché mi pare che gli altri debbano ormai fare i primi passi verso di noi (di noi avranno assoluto bisogno) e non noi mostrarci ansiosi di andare verso loro chiedendo grazia. Sono sicuro che questo è il tuo pensiero. In ogni modo dimmi una parola in proposito, come puro riguardo al tuo colloquio con Bevin a Parigi. In attesa io mi limiterò a sondaggi discreti.

Tanto più che a mio parere ormai necessaria una mia visita a Roma per una intesa sulle direttive politiche che saranno impartite agli ambasciatori. Ritengo che il momento più opportuno per tali colloqui, ai quali intanto io mi andrò preparando, sarà dopo il 25 maggio. Dimmi cosa ne pensi e se posso fare i miei progetti per quel momento.

Ho letto il bellissimo discorso di Milano....3 me ne aveva parlato con entusiasmo4.

624 I In Archivio Sforza, Strasburgo.

2 Autografa.

3 Nome indecifrabile.

4 Per la risposta vedi D. 654.

625

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

L. PERSONALE l. Mosca, 28 aprile 19482.

Credo opportuno scrivere a lei direttamente a proposito dei rapporti riservati dell'ambasciatore Quaroni (558/c. del 7 aprile e 594/c. del 13 aprile)3 riguardanti il patto di Bruxelles. Dopo le elezioni e nell'imminenza della formazione del nuovo Governo, non so se ella rimarrà al suo posto attuale o sarà chiamato ad altri anche più importanti; in ogni caso, non dico mi auguro, ma sono certo che ella resterà in posizione tale da affluire decisamente sulla nostra politica estera.

I rapporti di Quaroni hanno destato, com'era naturale, in me un estremo interesse. Essi mi hanno illuminato sullo spirito attento e realistico con cui il nostro Governo ha affrontato il problema della Unione europea occidentale. È uno spirito che condivido pienamente. Credo tuttavia mio dovere esporre colla massima possibile brevità e quasi scheletricamente come l'argomento può essere considerato da questo osservatorio; sarà inevitabile un punto di vista unilaterale, ma spero non del tutto inutile per facilitare la valutazione complessiva.

l) Anzitutto sono interamente d'accordo con la premessa dalla quale è partito l'ambasciatore Quaroni discorrendo con Couve «noi siamo nell'Europa occidentale e vogliamo restarci»; se non ci si pone da questo punto di vista e non se ne è convinti, è del tutto impossibile ragionare serenamente. Aggiungo subito che intendo la partecipazione al piano Marshall come una espressione di questa solidarietà spirituale ed economica occidentale, sulla cui necessità credo sia del tutto superfluo indugiare maggiormente.

2) Così pure condivido pienamente la cautela, con la quale noi consideriamo l'ulteriore e ben più lungo passo della adesione ad una vera e propria alleanza politico-militare: parità morale, riarmo; ed eventualmente colonie (come già scrivevo nel mio telespresso n. 6051131 in data 17 marzo )4 sarebbero logiche pregiudiziali di un così grave nostro impegno.

3) Ma chi guarda e sente da Mosca, non può non rilevare che il porre e risolvere eventualmente tali questioni -in altri termini il realizzare una revisione del trattato di pace -come condizione di una nostra adesione al Patto occidentale e quindi senza e contro il consenso di Mosca significa svolgere di fronte all'U.R.S.S. una politica, che l'U.R.S.S. considera non solo diffidente e poco amichevole, ma decisamente, attivamente ostile.

2 Il presente documento venne ritrasmesso a Parigi e Washington con Telespr. segreto

16273/c. del 24 maggio.

3 Si tratta delle ritrasmissioni dei DD. 507 e 542.

4 Vedi D. 453.

La revisione del trattato è di per se, per i sovietici, un boccone indigeribile: ne abbiamo avuto una riconferma alla vigilia delle elezioni, quando i sovietici non hanno esitato a sacrificare molte atouts dei comunisti italiani pur di non cedere né su Trieste e nemmeno sulla nostra ammissione all'O.N.U.

La revisione collegata poi al Patto occidentale, ossia ad un patto di inimicizia contro di loro -tale essi lo considerano e nulla li smuoverà da questo convincimento -è un atto doppiamente ostile: è un vero e proprio pugno in faccia per l'Unione Sovietica.

Si può anche ritenere che sia inevitabile dare questo pugno; ma almeno da parte di chi sta a Mosca, è legittimo precisare che lo si dà.

4) D'altra parte condizionare e negoziare la nostra adesione alla Unione occidentale (intesa come unione politico-militare, senza che essa non ha alcun senso, e può bastare l'ERP) implica avere, di fronte ai Cinque, una alternativa da sottolineare.

Parlando con Co uve, l'ambasciatore Quaroni ha accennato opportunamente ad una eventuale unione mediterranea occidentale; ma suppongo si tratti più che altro di una boutade, perché se è vero, com'egli ha osservato, che l'Unione occidentale è <<Una alleanza di cinque impotenze», è anche vero che quella mediterranea varrebbe molto meno, sia economicamente sia militarrnente.

5) La vera e seria alternativa da porre almeno in via eventuale al blocco occidentale non può essere quindi che una, la neutralità politico-militare. Lo stesso fatto di negoziare, come ora facciamo, la nostra adesione alla Unione occidentale significa già in sostanza essersi liberati da quell'eccessivo timore dell'isolamento, che avrebbe potuto indurre taluno ad aderire ad ogni costo e senza condizioni all'Unione.

In realtà, ella ha compreso benissimo che collaborando al piano Marshall noi non siamo più isolati, ma già facciamo parte della comunità occidentale europea. D'altra parte il pericolo di essere abbandonati ed isolati dal resto dell'Europa è del tutto immaginario, perché sia l'Europa, sia e soprattutto gli Stati Uniti hanno vitale interesse a non !asciarci soli ed esposti alla espansione sovietica. La campagna elettorale italiana è stata la riprova decisiva di questo interesse estremo: essa ci ha insegnato che noi non dobbiamo temere l'isolamento, dobbiamo invece temere di essere troppo presto associati in una unione debole, in posizione di inferiorità o senza garanzie.

6) Si può essere quanto si vuole scettici sulla possibilità di mantenere la neutralità italiana in caso di conflitto mondiale, ma non si possono dimenticare questi fatti:

a) che nel 1915 e nel 1940 questa neutralità sarebbe stata possibile, ed è dipeso solo dalla volontà italiana il non mantenerla; b) che le grandi linee strategiche di un eventuale conflitto sono quelle dell'Europa continentale e del Medio Oriente-Africa del Nord, non dell'Italia;

c) che l'Unione Sovietica ha verso di noi soprattutto l'interesse negativo di non averci come base americana, più che il costoso interesse positivo di tenerci come piattaforma attiva nel Mediterraneo (nel quale caso non avrebbe né Sicilia né Sardegna);

d) che gli Stati Uniti a loro volta sanno di non poterei difendere in caso di conflitto, e quindi non contano sull'Italia come base offensiva, assai precaria, ma intendono anzitutto che il nostro paese non cada nell'orbita comunista intatto e senza difesa. D'altra parte noi non ci possiamo contentare della semplice garanzia americana, ossia dell'onore costoso di diventare uno dei casus belli nella scacchiera politica statunitense: se alla garanzia giuridica non si accompagna la possibilità concreta di una difesa militare efficace, è legittimo che noi riesaminiamo freddamente la nostra situazione.

7) A parte tali considerazioni sulle quali (comprendo) si potrebbe largamente discutere, sta a mio avviso un fatto, e cioè, che la formula della neutralità è la sola che consenta di impostare di fronte alla Unione Sovietica, nonché di fronte ad una parte notevole della opinione pubblica italiana e mondiale il problema della revisione (specialmente riarmo e colonie, e probabilmente anche Trieste).

Può anche darsi, sarà anzi probabile, che l'Unione Sovietica declini ogni posizione di neutralità, come posizione ostile, e rifiuti di garantirla; ma in tal caso il nostro diritto di riarmare si porrebbe su basi difficilmente discutibili.

8) D'altro lato, in questo caso sarebbe assai più facile far sentire alla nostra opinione pubblica, purtroppo ancora divisa su questo punto, la giustificazione di un nostro eventuale successivo schieramento ad occidente. Rifiutata la garanzia della neutralità ad oriente, avremo di fronte a noi l'alternativa della neutralità armata permanente, od anche, del passaggio nella Unione occidentale: ed in questo caso chi fosse contrario si smaschererebbe definitivamente come un nemico del paese, seguace degli interessi del blocco orientale a detrimento di quelli nazionali.

9) E se pure questo passaggio al blocco occidentale dovesse tardare, e la posizione di neutralità diventare, se non permanente, almeno continuativa per un certo periodo di tempo, non per questo l 'Europa potrebbe rimproverare i di meschino egoismo e di tendenza all'isolamento.

Mi pare infatti occorra guardare bene la realtà che si produrrebbe in caso di conflitto, anche se noi facessimo parte della Unione occidentale. In tale ipotesi io non credo che potremmo sperare nel distacco di forze sostanziali dal continente europeo a nostra difesa; così come non credo che il nostro Stato Maggiore aderirebbe facilmente a staccare forze italiane rilevanti verso la Francia o la Germania, né a tentare una rischiosa offensiva balcanica per accompagnare lo sforzo militare franco-germanico.

La nostra posizione rimarrebbe, cioè, ugualmente di inevitabile relativo isolamento, e di difensiva; perché questo è comandato, io penso, dalla nostra situazione geografica, che isola il nostro fronte dal fronte comune delle altre grandi nazioni occidentali europee. In altri termini restando neutri e difendendo la nostra neutralità noi non toglieremmo alla Unione occidentale molto di quel che le potremmo dare, essendo alleati.

In conclusione io penso che gli Stati europei e gli stessi Stati Uniti potrebbero e dovrebbero comprendere questo e abbandonare sospetti e diffidenze di doppio gioco, se noi, convinti di questa posizione, la sostenessimo di fronte a loro.

10) Ripeto, questo è il punto di vista di chi sta a Mosca, di chi cioè cerca naturalmente di immaginare quale potrebbe essere una posizione politica di una Italia non comunista, fermamente democratica in senso occidentale, e tuttavia disposta ad offrire alla Unione Sovietica una politica, nei limiti del possibile, amichevole.

Non mi illudo che essa sarebbe bene accolta; ma il rifiuto scagionerebbe il Governo italiano da ogni responsabilità per i passi successivi. Ad ogni modo, fino a che non sarà tentata con sondaggi precisi, ufficiali, se pur segreti (previi, si intende gli altri indispensabili ragionamenti e contatti con gli Stati Uniti) non si potrà mai sostenere che sarebbe stata sicuramente respinta.

Non ho qui gli elementi per giudicare se tutto ciò sia realizzabile; soprattutto, mi mancano gli elementi essenziali, quelli cioè sulle intenzioni, sul grado di imperiosità e di esigenza della politica degli Stati Uniti.

Mi rendo conto pertanto (ripeto) della unilateralità della mia visione; ma un fatto mi pare certo, e cioè che ali' infuori di quella strada non ve ne è altra. Se quella veramente non è possibile, non resta che continuare come ora a non fare verso la Unione Sovietica, per comprensibile necessità, alcuna politica concreta: ossia condurre a termine le trattative commerciali non appena possibile, e poi rimanere nelle attuali relazioni di ordinaria amministrazione, e di diffidente, più o meno buono (o cattivo) vicinato.

È quel che sto facendo augurandomi che la delegazione commerciale possa presto essere inviata e concludere un buon accordo a Mosca.

Le ho esposto, caro ministro, ispirate al più profondo rispetto, considerazioni che in parte le avevo già prospettate e che più volte saranno state meditate e forse superate nella sua mente; la prego di ritenerle, quali sono, manifestazioni oltrechè di spiegabile preoccupazione, anche e soprattutto di profonda fiducia in lei e di scrupolosa fedeltà nell'adempimento del mio compito.

625 l Contrariamente al solito Brosio non registra nel suo Diario l'invio di questa lettera personale. Il suo contenuto, tuttavia, è indicato quale oggetto di una lettera privata che, secondo il Diario, avrebbe inviato a Sforza il 4 maggio. Le ricerche di tale lettera, nell'archivio privato Brosio, gentilmente condotte dall'ambasciatore Fausto Bacchetti, e in quello Sforza, non hanno dato esito positivo.

626

IL MINISTRO AD OTTAWA, FECIA DI COSSATO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5643/22. Ottawa, 29 aprile 1948 (per. ore 10,15 del 30)1.

Iniziando discussione politica estera Camera Comuni con ampio discorso che riassumo per corriere ministro esteri Saint Laurent detto che popolo italiano respingendo deciso violento ed anche abile attacco del comunismo per giungere potere ha dimostrato che è popolo libero e vuole rimanere libero, ha provato far parte nazioni occidentali e rifiutasi diventare provincia della dittatura totalitaria comunista. Uomini liberi tutto mondo esultano per risultato perché basta ai comunisti vincere in un paese soltanto una elezione perché questa rimanga ultima. Ministro concluso accennando possibilità estensione Patto Bruxelles col quale nazio

626 I Manca l'indicazione dell'ora di partenza.

ni libere inteso creare centro contro attrazione dinamica e dichiarando Canada disposto aderire basi parità perché nazioni europee non sono mendicanti che chiedono carità ma Canada ha bisogno loro assistenza come esse hanno bisogno sua.

627

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D PER CORRIERE 5712/0104. Parigi, 29 aprile 1948 (per. il 1° maggio).

A titolo strettamente confidenziale vengo informato dal Quai d'Orsay che Governo americano avrebbe fatto sapere a Governi Patto Bruxelles di ritenere che ora dopo risultato elezioni italiane questione partecipazione italiana blocco occidentale «deve essere posta».

In seguito passo americano cancellerie starebbero iniziando studio questione per quanto, secondo il Quai d'Orsay, per ulteriori sviluppi si desideri attendere che nuovo Governo italiano sia stato formato e possa essere opportunamente consultato.

628

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 607/8225/1596. Parigi, 29 aprile 1948'.

Caffery mi ha detto che i suoi osservatori non avevano avuta una buona impressione dei lavori del Comitato esecutivo: si parlava troppo di dettagli, si argomentava sulle virgole ma un lavoro concreto di organizzazione europea sembrava esulare dalle intenzioni del Consiglio. Gli ho detto che il giudizio dei suoi osservatori mi sembrava un po' superficiale: il Consiglio non aveva avuto che poche riunioni: quelli che lui chiamava dettagli erano invece, per me, delle questioni importanti da cui dipendeva tutta l'impostazione che si doveva dare al lavoro del Comitato.

È poi tornato sulle sue osservazioni circa il poco peso dei rappresentanti dei singoli paesi al Comitato Esecutivo: ormai lui aveva poco più a vedere con il piano Marshall, ma sarebbe stata questa una delle prime cose di cui Harriman si sarebbe dovuto occupare. C'era troppa lotta di persone intorno al piano Marshall. In Inghilterra Bevin non voleva mollarlo, sebbene non abbia né il tempo né la capacità necessaria per occuparsene: egli vede troppo tutto in termini di assistenza sociale: chi avrebbe dovuto occuparsene in Inghilterra era sir Stafford Cripps, ma una volta che Douglas lo aveva detto a Bevin questi era stato sul punto di avere un colpo apoplettico. In Francia Bidault e Renè Mayer si stavano giornalmente li

628 I Manca l'indicazione della data di arrivo.

tigando per chi dovesse occuparsi del piano Marshall: sapeva da Dunn che anche in Italia c'erano vari ministri che si litigavano per il piano: poco importava agli americani chi se ne occupasse ma a condizione che chi se ne occupava e al tavolo del Consiglio e nei singoli paesi avesse l'autorità e la competenza necessarie per occuparsene: pensava che una delle prime cose di cui si sarebbe interessato Harriman sarebbe stato di sapere con chi avrebbe dovuto parlare e che questi avesse autorità sufficiente per impegnare il suo Governo.

Ma soprattutto egli non era soddisfatto della maniera con cui si procedeva per l'integration dell'economia europea: era tempo che noi europei ci persuadessimo che senza integration e senza la volontà degli europei di aiutarsi fra di loro il piano Marshall non avrebbe superato il primo anno. I discorsi erano bellissimi, i fatti no.

Gli ho risposto che lo sapevamo benissimo, almeno i francesi e noi: ma che dappertutto ci scontravamo con l'ostacolo inglese. Non volevo con questo dire che ci fosse una precisa cattiva volontà da parte inglese: c'erano solo delle serie diffi~oltà. C'era la difficoltà dei rapporti dei Dominions: c'erano le difficoltà, non meno serie, che derivano dall'organizzazione socialista dell'economia inglese. Si potevano avere differenti opinioni sulla bontà dell'esperimento socialista, ma, comunque, gli inglesi erano ormai andati troppo avanti per questa strada perché potessero oggi ritirarsene indietro, di colpo, senza avere dei contraccolpi seri le cui conseguenze interne per l 'Inghilterra avrebbero potuto essere imprevedibili: tutto questo, anche ammessa la massima buona volontà da parte dei dirigenti inglesi, metteva forzatamente dei limiti assai precisi alla possibilità di cooperazione inglese nel campo economico. Forzare l'Inghilterra, forse gli americani potevano, noi certo no. Poi, anche potendo, ci sembrava che gli americani non avessero nessun interesse a obbligare l 'Inghilterra a fare delle cose che potessero risultare in un indebolimento del Commonwealth e dello stesso Regno Unito. Certamente no, mi ha detto Caffery. E noi anche meno gli ho risposto.

Bisognava quindi che gli americani cominciassero a rendersi conto di tutto questo e non limitarsi a lagnarsi che noi non facevamo abbastanza. Se volevano che si marciasse all'unanimità e se d'altra parte riconoscevano che non era possibile, né nostro interesse forzare l'Inghilterra, bisognava si contentassero di quello che l'Inghilterra voleva o poteva fare. Se volevano invece che si facesse di più, allora bisognava che cominciassero a staccare il problema inglese da quello dell'Europa continentale: l'integrazione dell'Europa continentale occidentale, con qualche possibile eccezione per i paesi scandinavi, si poteva anche fare, forzando se necessario, laddove si incontravano resistenze provenienti da residuati nazionalistici: questa Europa continentale in via di integrazione avrebbe potuto realizzare con l'Inghilterra un certo numero di intese concrete, nel campo della produzione, e poi col tempo si sarebbero potute anche estendere. Bisognava che gli americani si rendessero conto che qualche volta volere avere il tutto poteva significare perdere il possibile: nel caso concreto il piano Marshall rischiava di rompersi in una serie di patti bilaterali, ed il Comitato esecutivo diventare una specie di glorified letter box. E quello che vogliono gli inglesi -ha detto Caffery -i quali sono convinti che trattando direttamente con Washington, specie con Franks come ambasciatore possono ottenere termini migliori.

Questo è affare vostro -gli ho risposto. Ma se voi non volete e non potete forzare l'Inghilterra a collaborare nella misura che vorreste, non potete rimproverarci se non ci riusciamo noi. Né d'altra parte potete, come avete cercato di fare in qualche caso, obbligare noi a sacrificarci per salvare l 'Inghilterra e la sterlina. E ho insistito sulla opportunità di separare, in certa misura il problema dell'Europa continentale e quello dell'Inghilterra, sul piano economico almeno.

Mi ha detto che ci avrebbe pensato su· e ne avrebbe parlato con Harriman al suo prossimo arrivo a Parigi.

Dato che ne avrò certamente occasione di parlarne io stesso con Harriman, che conosco bene da Mosca, gradirei conoscere per mia norma se quanto ho detto a Caffery, che corrisponde alla mia convinzione personale, è nel suo ordine di idee.

629

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 610/8633/1667. Parigi, 29 aprile 19481.

Questo ambasciatore di America mi ha chiesto quali erano, dopo le elezioni, le nostre intenzioni circa la nostra adesione al Patto occidentale. Gli ho risposto che per ora nessuno ci aveva invitati e che non mi sembrava probabile che un invito ci sarebbe stato fatto nel prossimo avvenire. Da nostra parte evidentemente non si sarebbero fatti dei passi per farci avanti; nel caso spettava agli altri di fare il primo passo: quando sarebbe stato fatto ci avremmo pensato: la prima questione da risolvere sarebbe stata, naturalmente, quella della soppressione delle clausole militari del trattato di pace.

Caffery mi ha osservato che si trattava di una abbiezione troppo logica perché la si potesse anche soltanto mettere in discussione: pensava però che non fosse buona tattica da parte nostra mettere avanti la parola revisione. Se noi volevamo la revisione giuridica, per arrivarci sarebbe stato necessario l'accordo dei Quattro: e pensava anche noi fossimo convinti che non avremmo mai avuto il consenso russo. Si doveva comunque trattare di revisione tacita: per questo quanto meno noi ne avremmo parlato, tanto più facile sarebbe stato arrivare ai fatti concreti.

A mia volta gli ho chiesto quali erano le intenzioni americane. Militarmente parlando, il Patto a cinque era una pura illusione ed avrebbe continuato ad esserlo fino al giorno in cui, in una forma o nell'altra, esso non avesse avuto, la garanzia americana. Ora era disposta l'America a dare questa garanzia? E in caso positivo

intendeva essa dare questa garanzia a tutta l'Europa occidentale, o sarebbe essa anche stata disposta a dare la sua garanzia per esempio ai Cinque?

Caffery mi ha detto che, in principio, il Dipartimento di Stato era convinto che se si voleva opporre una barriera efficace alle possibilità di espansione russa, in una forma da stabilirsi, sarebbe stato necessario che gli Stati Uniti facessero ben comprendere ai russi che un attentato allo status qua dell'Europa occidentale avrebbe significato la guerra: per questo bisognava, in qualche modo, garantire. Il Dipartimento di Stato non vedeva ancora chiaro quale formula adottare: doveva anche fare i conti con l'opinione pubblica americana. Per questo, come per il piano Marshall, era indispensabile dare alla America l'impressione che l'Europa stava facendo qualche cosa.

Quando gli inglesi e i francesi avevano parlato a Washington di una estensione del Patto di Dunkerque, era stato fatto loro presente che era troppo poco: il punto di vista americano era stato vivamente sostenuto dal Benelux: i francesi si erano subito dichiarati d'accordo: gli inglesi avevano dapprima fatto molte difficoltà ma poi si erano arresi: mi ha detto che prima che si arrivasse alla formulazione ufficiale dell'invito c'erano state delle conversazioni con Washington che avevano durato circa due mesi. Firmato il Patto di Bruxelles, francesi ed inglesi si erano rivolti a Washington domandando: che cosa intendete fare voi? Il Dipartimento di Stato aveva risposto, molto chiaramente, che era tempo di finirla con il sistema di aspettare che gli americani facessero tutto loro. Che andassero avanti coll'organizzazione effettiva del Patto a cinque, e poi si sarebbe veduto, secondo i risultati. Era convinto come me che, almeno per qualche anno, l'Europa non sarebbe stata in grado, da sola, di far fronte, anche per poco, ad un attacco russo. Ma c'era una bella differenza fra il fare niente e fare il possibile: l'America stava facendo tutto il necessario per riarmarsi sul serio: tutto questo si esprimeva in termini di nuove tasse per il contribuente americano: bisognava che il Governo americano fosse in grado di mostrare alla sua opinione pubblica che anche gli Stati europei facevano il massimo uso delle loro risorse per riarmarsi e per riorganizzare la loro eventuale produzione bellica. Della garanzia americana si sarebbe potuto soltanto parlare, sul serio, il giorno in cui fosse possibile mostrare agli americani che gli Stati europei avevano fatto tutto il possibile, e che questo possibile non bastava. Questo valeva sul piano militare come su quello economico: gli americani erano pronti, convinti, della necessità di aiutare chi si aiutava: ma la mentalità di parare a tutte le difficoltà domandando aiuto all'America, era una mentalità a cui bisognava porre fine: questo egli non si stancava di ripeterlo giornalmente ai francesi: cominciavano a capirlo, ma ancora troppo lentamente.

Quanto all'Italia non aveva avuto occasione di discutere in dettaglio la posizione italiana con Washington: sapeva che il suo Governo desiderava che noi facessimo parte dell'organizzazione europea, ma non riteneva che l'adesione dell'Italia fosse una condizione sine qua non per una eventuale garanzia americana: pensava che il Patto a cinque organizzato seriamente, avrebbe potuto benissimo avere la sua garanzia americana anche se l'Italia ne fosse restata fuori. Non che l'America si disinteressasse dell'Italia, ma poteva essere che la si ritenesse un problema a pm.te, o da prendersi in esame in un altro quadro.

Gli ho chiesto se questo volesse dire che l'America avrebbe preferito vederci inclusi in un patto mediterraneo, s~lvo a studiare poi la congiunzione di questo con il patto settentrionale.

Caffery mi ha risposto che a questo riguardo non riteneva che le idee di Washington fossero ben definite: gli sembrava che questo fosse, invece, il pensiero francese: poteva essere anche una buona idea, ma si era ancora nel vago. Quali dovevano essere poi i limiti di questo eventuale patto orientale? Evidentemente esso doveva includere la Grecia e la Turchia: ma la zona di difesa americana non si arrestava là: bisognava pensare anche all'Iran, ai Paesi arabi, era possibile, e come, includere tutto questo in uno stesso patto?

A prima vista, e come sua impressione personale, gli sembrava che la miglior cosa per noi sarebbe stata quella di inserirei nel Patto occidentale: eventualmente poi, in un secondo tempo avremmo potuto essere, forse con h Francia, la cerniera fra il patto orientale e un patto settentrionale. Mi ha comunque ripetuto che non conosceva il pensiero di Washington in proposito, all'infuori del desiderio, generico, che noi facessimo parte dell'organizzazione europea.

629 l Manca l'indicazione della data di arrivo.

630

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 4241/1606. Washington, 29 aprile 19481.

Mio telespresso n. 3711/1440 del 16 corrente, e precedenti2.

La questione della garanzia ed assistenza militare americana ai paesi dcll 'Europa occidentale firmatari del Patto di Bruxelles è entrata in questi ultimi giorni in una fase di intense trattative nelle altissime sfere dirigenti americane e sembra avviarsi ormai verso un qualche piano di azione concreta.

Durante la permanenza del segretario di Stato a Bogotà, i contatti tra l'Amministrazione ed il Congresso sulla delicatissima questione erano stati tenuti rispettivamente da Lovett e Vandenberg ed una serie di incontri, avvolta nel più assoluto riserbo, aveva avuto luogo tra i due allo scopo di concordare un progetto di massima suscettibile di ottenere a suo tempo l'adesione del Congresso.

Con il ritorno di Marshall -alla cui anticipazione la suddetta questione ha certamente contribuito -le trattative iniziate da Lovett sono continuate con maggiore intensità e con la partecipazione del segretario di Stato. Una riunione ha avuto luogo a tale proposito il 27 corrente alla Blair House tra Marshall, Vandenberg, Lovett e Foster Dulles, riunione che per le cautele di cui è stata circondata e per l 'insolito luogo cui è stata tenuta, ha suscitato qui il più vivo interesse.

630 I Manca l'indicazione della data di arrivo. 2 Vedi D. 576.

Inoltre, il rigoroso silenzio finora mantenuto da parte ufficiale -si è avuta fino ad oggi solo qualche indiscrezione di uno o due dei meglio informati columnists di Washington -è stato ieri per la prima volta rotto dal segretario di Stato che, sia pur molto evasivamente, ha risposto a qualche domanda rivoltagli sull'argomento nel corso di una conferenza stampa. Egli ha dichiarato che il Governo americano sta esaminando la questione di una qualche forma di lend-lease a favore di cinque paesi partecipanti al Patto di Bruxelles e che l'eventuale adozione di una tale misura costituirà solo un aspetto del problema generale di dare attuazione alla promessa formulata dal presidente Truman nel suo discorso al Congresso del 17 marzo u.s. di fornire assistenza ai paesi dell'Europa occidentale. Alla domanda di precisare quale forma tale assistenza potrà in definitiva assumere, Marshall si è limitato a rispondere che «la questione è attualmente allo studio».

A tali dichiarazioni abbastanza indicative di Marshall sono da aggiungere quelle, sia pur molto più generiche, fatte da Truman qualche giorno fa, secondo le quali egli «avrebbe presto qualche cosa da annunziare nel campo dell'assistenza ai cinque paesi di Bruxelles».

Allo stato attuale delle poche informazioni disponibili, i progetti dell' Amministrazione americana sembrano inspirarsi al concetto di un impegno da assumersi in tempi successivi:

l) Il Congresso adotterebbe, a scadenza relativamente breve, una risoluzione congiunta ed a carattere largamente bi-partisan contenente una dichiarazione di massima a favore di un patto reciproco di difesa tra gli Stati Uniti ed i paesi aderenti all'accordo di Bruxelles nell'ambito delle Nazioni Unite.

Qualora tale dichiarazione fosse fatta invece dal presidente, essa sarebbe comunque convalidata da una mozione del Congresso, garanzia questa ritenuta indispensabile in un anno di elezioni presidenziali.

Secondo ultimissime informazioni, il presidente starebbe elaborando a tal fine un messaggio al Congresso che potrebbe essere già pronto nei primi giorni della prossima settimana.

2) Da parte americana si continuerebbe ad insistere perché il gruppo di Bruxelles ed i paesi che ad esso successivamente aderiranno, concretino tra di loro-a somiglianza di quanto fatto per il piano Marshall dai Sedici paesi partecipanti -un piano di stretta cooperazione militare, basato sulla creazione di un Comando unico, sulla elaborazione dei piani di operazione comuni e sulla «standardizzazione» degli armamenti ed equipaggiamenti.

Si seguono qui con vivissimo interesse le trattative di Londra tra i cinque paesi, per le quali non sono mancati incoraggiamenti e suggerimenti specifici da parte americana. A tale riguardo è venuta fuori in questi giorni la notizia, rimasta finora segreta, di due visite, di cui l 'ultima recentissima, effettuate a Washington dal ten. generale sir Leslie Hollis, alto esperto militare del Governo britannico, e attualmente componente la delegazione inglese alla Conferenza militare di Londra. Oltre che trattare la messa a punto di un piano congiunto di emergenza angloamericano per il caso di complicazioni improvvise in Germania, il generale Hollis, nel corso della sua ultima visita qui, avrebbe discusso anche dell'assistenza militare degli Stati Uniti al gruppo di Bruxelles e preso nota dei suggerimenti americani per la cooperazione tra loro dei vari paesi dell'Europa occidentale.

3) Una volta stabilita tra i paesi di Bruxelles una stretta collaborazione nel campo militare, il Governo americano darebbe vita ad una forma di nuovo lendlease o «di piano Marshall militare» per sopperire alle necessità dei paesi partecipanti e per preparare una «Standardizzazione» quanto più possibile completa di armi ed equipaggiamenti.

A questo proposito il presidente della Commissione degli affari esteri della Camera, Eaton, ha rivelato che in una delle sedute a porte chiuse della Commissione stessa dedicata al piano Marshall, si è richiesto al Dipartimento di Stato di studiare un progetto di lend-lease a favore dei sedici paesi del piano Marshall. Il Dipartimento peraltro non avrebbe tutt'oggi presentato il suo progetto.

Risulterebbe però che il messaggio presidenziale al Congresso attualmente in preparazione conterebbe tra l'altro una proposta in tal senso.

4) Come ultima tappa di questo processo si potrebbe arrivare alla conclusione (come già praticato nell'ambito dell'emisfero occidentale con il Patto di Rio) di un vero e proprio trattato fra gli Stati Uniti ed i paesi dell'Europa occidentale sulla base d eli 'articolo 51 dello Statuto delle N.U. che autorizza «l 'auto-difesa collettiva» e degli articoli 52, 53, 54 relativi agli «accordi regionali per il mantenimento della pace e della sicurezza».

Un accenno in tal senso è stato fatto da Vandenberg lunedì scorso, in un discorso da lui tenuto ai delegati del Michigan alla convenzione delle Camere di Commercio, allorché, riaffermando il vivissimo interesse degli Stati Uniti al rafforzamento delle N.U., ha dichiarato che "vi può essere un vitale passo avanti in tal senso e predico che vi sarà".

Si sottolinea qui che un patto del genere, oltre che raggiungere gli scopi che si propone per la garanzia dei paesi dell'Europa occidentale, costituirebbe un notevolissimo apporto al sistema di sicurezza collettiva delle N.U. e contribuirebbe quindi a quel rafforzamento della organizzazione che qui si ritiene divenuto ormai indisJ?ensabile.

E anche da rilevare che l'iniziativa del gruppo di senatori capeggiati da Ferguson per una revisione dello statuto delle N.U. (mio telespresso n. 3710/1439 del 15 corrente)3 ha già sortito l'effetto di mettere in moto la macchina parlamentare. La Commissione per ~li affari esteri della Camera aprirà infatti nei prossimi giorni un ampio dibattito. E dubbio, secondo quanto dichiarato dal suo presidente Vandenberg, se la Commissione per gli affari esteri del Senato farà altrettanto.

D'altra parte l'Amministrazione, che finora si era pronunziata in senso contrario ad una revisione dello statuto delle N.U., pare si vada ora orientando in senso differente. Si ritiene qui significativo il fatto che il segretario di Stato che solo tre settimane fa aveva dichiarato che una revisione dello statuto avrebbe potuto portare al break up della organizzazione, ha partecipato alla predetta riunione del 27 corrente alla Blair House ed ha ammesso successivamente che scopo di essa era anche l'esame della questione di una revisione della «Carta» delle N azioni Unite.

Mi riservo di riferire ulteriormente in merito.

630 3 Non pubblicato.

631

IL MINISTRO AD ATENE, PRINA RICOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 5669/88. Atene, 30 aprile 1948, ore 13 (per. ore 15,45).

Mi riferisco al suo 635/c.'.

Tsaldaris, da me intrattenuto sulla situazione in Palestina, mi ha detto che il Governo greco, votando contro il progetto di spartizione, aveva adottato a favore degli arabi una ben chiara politica, alla quale egli teneva molto anche perché sperava gli fruttasse la possibilità di una particolare iniziativa della Grecia nel Mediterraneo.

D'altro canto Tsaldaris mi disse che personalmente aveva sempre simpatizzato col mondo ebraico e che la Grecia aveva convissuto sempre sul proprio territorio in piena armonia con gli ebrei, oggi ridotti da 60 mila a l O mila a causa della barbarie nazista.

Tsaldaris concluse con l'affermazione di ritenere che siffatta politica dava alla Grecia oggi ottime possibilità di interferire e coadiuvare un compromesso eventuale palestinese e nello stesso tempo non impediva che, in una ipotesi dannata di esodo in massa degli ebrei della Palestina, la Grecia avesse, in un accordo internazionale, accettate ed anche proposto umanitarie soluzioni giungenti a dare rifugio a contingenti di fuggiaschi.

632

L'AMBASCIATORE A RIO DE JANEIRO, MARTINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. 5687/55. Rio de Janeiro, 30 aprile 1948, ore 17 (per. ore 1,45 del 1° maggio).

Il seguente telegramma è a firma Pilotti:

«Ho il pregio di rispondere alla lettera n. 45/12666/39 del 22 aprile u.s.l. Sono grato delle espressioni cortesi usatemi da VE. La sera del 23 ho veduto Fernandes al quale ho comunicato che sarei partito mercoledì 5 maggio. Ha compreso e mi ha spiegato ancora il suo nuovo progetto. Non volevo entrare in discussione, mi sono limitato quindi ad accennare a difficoltà di organizzazione. Ha risposto che questa sarebbe dipesa soltanto da noi perché le somme delle liquidazioni italiane sarebbero consegnate non ad una società brasiliana o mista, ma al nostro Governo, il quale potrà servirsi dell'Icle ingrandita o di un consorzio di varie società o di qualsiasi altro mezzo riservandosi anche il controllo tecnico delle coltivazioni.

632 l Vedi D. 599.

Egli mi ha riconfermato che le sette navi come pure gli immobili verrebbero restituiti non ad enti misti da crearsi, ma ai loro rispettivi proprietari.

Il nostro Governo dovrebbe imporre ai proprietari delle navi di trasportare fra tutti 5 mila emigranti entro un tempo da precisarsi. Mi ha detto di ritenere utile esaminare ulteriormente in contraddittorio i documenti della nostra Marina e mi ha pregato di dare l'incarico a qualche funzionario della nostra ambasciata di trattare in vece mia con l'inviato brasiliano capitano di vascello Mauricio Eugenio Xavier De Prado il quale fu nominato tardi per l'assenza del ministro della Marina.

Egli mi si è presentato con grande deferenza ed io mi sono limitato ad illustrargli le indagini che sono state compiute dalla nostra Marina. Qualora l'E.V. ritenga di poter accogliere le richieste del Fernandes, al che esprimo il mio parere favorevole senza riserve, prego far telegrafare l'autorizzazione all'ambasciatore»2.

631 l Vedi D. 617.

633

L'AMBASCIATORE A CITTÀ DEL MESSICO, PETRUCCI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1258/267. Città del Messico, 30 aprile 1948 (per. il 25 maggio).

La eco che le elezioni italiane hanno suscitato al Messico può definirsi, senza esagerazioni, profonda e generale. In un paese che sotto tanti aspetti può considerarsi non solo geograficamente ma anche psicologicamente lontano dal travaglio europeo, la storica importanza delle votazioni italiane è stata intesa con immediata sensibilità e con sorprendente risonanza.

I numerosissimi articoli, gli accurati commenti che la grande stampa messicana ha dedicato all'avvenimento hanno espresso fedelmente l'interesse e l'ansietà qui diffusa in tutti gli ambienti. Il Messico ha partecipato alla campagna elettorale italiana, e ha preso atto dei suoi risultati, con un sentimento di solidarietà per la causa comune che è andato anche al di là di quanto si poteva prevedere e che ha confermato, spesso in maniera commovente, il prestigio che l 'Italia civile continua a godere in questi paesi di cultura latina e mediterranea.

Dico in maniera commovente perché -almeno qui al Messico -è certo la prima volta dalla fine della guerra in poi che il popolo italiano è stato apertamente citato ad esempio di patriottismo illuminato e di sicura coscienza democratica. Ciò che ha sorpreso l'opinione messicana è stata la matura elaborazione che gli italiani hanno compiuto in se stessi -malgrado ogni contraria apparenza -dell'importanza decisiva ed universale del loro voto e l'ordinata, serena manifestazione collettiva cui le votazioni hanno dato luogo. Si è poi visto un popolo intero compiere plebiscitariamente un dovere che poteva anche essere difficile e pericoloso, e manifestare con ciò la sua tranquilla determinazione di continuare ad esse

re, malgrado le recenti tragiche vicende, un fattore decisivo della storia mondiale. È un lieto dovere per il rappresentante dell'Italia al Messico constatare che ciò ha prodotto in questo paese un sentimento generale di gioia e di ammirazione.

La gioia si è manifestata con dichiarazioni di entusiasta solidarietà per la vittoria dei partiti anti-comunisti, l'ammirazione si è mostrata attraverso un interessante confronto con i problemi messicani e l'esortazione a seguire l'esempio di nobile civismo fornito il 18-19 aprile dagli italiani. «Il popolo italiano -ha scritto un giornale -ha dimostrato come l'esercizio di una vera democrazia possa tutelare i più vitali interessi di un paese e risolvere in un clima di libertà i suoi più decisivi problemi». Ed un altro ha commentato le elezioni italiane con le seguenti parole: «L'Italia ha fornito un grande esempio, un esempio in base al quale devono giudicarsi gli uomini ed i popoli».

Nessuno di questi articoli, di cui trasmetto, in allegato, una parziale documentazione!, fu ispirato da quest'ambasciata. Il loro massimo pregio è nella loro assoluta spontaneità, come spontanee sono state le numerose espressioni di compiacimento, verbali e scritte, che mi sono state indirizzate in questi giorni da persone di ogni ambiente. Esse trovano riscontro nel fervore col quale i cattolici messicani, accogliendo il pubblico appello dell'arcivescovo di Messico sono accorsi nelle chiese sabato 17 aprile per la giornata della preghiera indetta dal papa. Nel campo civile come in quello religioso Roma è apparsa, più che mai, come il baluardo essenziale della civiltà ed il popolo italiano come il degno custode e difensore di questo grande patrimonio comune. Il nome d'Italia, come simbolo di tutto ciò per cui è degno vivere e lottare è stato pronunziato in queste settimane nelle private conversazioni come negli editoriali dei più importanti organi dell'opinione pubblica, negli ambienti diplomatici come dall'alto dei pulpiti cattolici delle innumerevoli chiese messicane. Non solo, dunque, un atteggiamento determinato da motivi sentimentali o culturali, ma una piena conoscenza del ruolo che all'Italia incombe nella grande crisi dell'Europa e del mondo contemporaneo.

Il popolo messicano nutrì sempre per l'Italia, anche quando motivi politici ed ideologici separarono i rispettivi regimi, sentimenti di schietta simpatia ed amicizia. Poco o nulla la guerra alterò questi sentimenti, e quindi sotto questo riguardo potrebbe dirsi che le manifestazioni avutesi in occasione delle recenti elezioni non hanno fornito nulla di veramente nuovo al riguardo. Ma invece qualche cosa di nuovo, di rilevantemente nuovo vi è stato, e proprio nel campo del rispetto e della fiducia. Troppe incognite pesavano ancora sulla vita italiana, sulle risorse morali del popolo italiano, sulla sua adeguatezza di fronte ai gravi problemi che lo confrontavano e che potevano far temere qualche momento fatale di disorientamento o di debolezza. Il modo con cui l'Italia ha risposto all'appello del 18 e del 19 aprile ha assicurato anche un paese lontano e diverso come il Messico che gli italiani sono rimasti a quel posto che la storia ha assegnato loro e di cui tutti i popoli civili sono solidali.

La vittoria morale che il nostro paese ha conseguito con queste elezioni può essere considerata in questa lontana parte del mondo non meno bene che nei

633 I Non pubblicata.

grandi centri della cultura e della politica mondiale. Il nome d'Italia torna ad essere pronunziato anche qui con reverenza che le dolorose vicende degli ultimi anni avevano fatto impallidire. E non vi è messicano che, coscientemente o incoscientemente, non si rallegri di questo ritorno dell'Italia al suo rango di nazione creatrice di storia.

632 2 Per la risposta vedi D. 637.

634

IL MINISTRO A BELGRADO, MARTINO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 803/333. Belgrado, 30 aprile 19481.

Telegrammi ministeriali n. 95 e 982. Ho preso nota delle istruzioni di cui ai telegrammi in oggetto. Per mia norma di condotta e di linguaggio, mi onoro chiedere alcuni chiarimenti.

Constatato che l'Albania ha aderito al trattato di pace, codesto Ministero sarebbe disposto a riesaminare la domanda albanese di inviare in Italia una delegazione ai fini di cui all'art. 75 del trattato di pace («Restituzioni»)?

Anche la semplice comunicazione di essere disposti al riesame della richiesta, che può difficilmente disgiungersi dalla tacita promessa di aderire alla richiesta stessa, salvo soluzione del problema dei rimpatriandi italiani dall'Albania, comporta la rinuncia da parte italiana alla eccezione di decorrenza della richiesta di «restituzioni». È noto che per il trattato, il termine è scaduto il 15 marzo (art. 75, n. 6).

Data l'importanza e le conseguenze di un tale atteggiamento, prego essere assicurato che il Governo italiano non intende valersi di tale eccezione.

A parte questa questione preliminare, mi onoro sottoporre un quesito di carattere più sostanziale. Secondo l'art. 75, n.l, l'Italia è obbligata, in conformità di principi contenuti nella dichiarazione delle Nazioni Unite del 5 gennaio 1943, a restituire i beni asportati dal territorio di una qualsiasi delle «Nazioni Unite». Ora, quali si devono intendere Nazioni Unite? Quelle che erano tali il 5 gennaio 1943? Può l'Albania, pur avendo aderito al trattato, essere considerata nazione unita avente diritto alle restituzioni?

Mi permetto ricordare che le «restituzioni» sono regolate dal predetto articolo e per quel che riguarda la Jugoslavia dall'art. 12, mentre nessuna disposizione particolare si riferisce ali' Albania, a favore della quale è soltanto prevista la somma di 5 milioni di dollari a titolo di riparazioni (art. 74,3).

Poiché è probabile che oggetto di eventuali conversazioni sia anche il problema dei «criminali di guerra» mi permetto chiedere qualche chiarimento.

634 l Manca l'indicazione della data di arrivo. 2 Vedi DD. 602 e 614.

Premetto che sono pienamente a conoscenza dell'atteggiamento italiano in materia e che tengo presente le varie comunicazioni e istruzioni avute da codesto Ministero, e da ultimo il telespresso ministeriale n. 11621/c. del 12 aprile3.

Ma nello specifico caso della richiesta albanese, mi occorre conoscere il parere di codesto Ministero sul seguente punto: l'articolo 45 del trattato di pace che l'Italia deve curare l'arresto e la consegna dei cittadini delle potenze alleate o associate. Ora, nella premessa del trattato di pace, sono indicati quali «potenze alleate ed associate» quelle che hanno firmato il trattato con l'Italia, e fra esse non figura l'Albania. Può essa considerarsi tale per avere successivamente aderito?

Questa legazione non ha copia degli atti della Conferenza di Parigi ma, se male non ricordo, vi furono discussioni proprio a proposito dell'Albania che portarono alla sua esclusione da potenza firmataria.

Nello stesso articolo 45 si parla genericamente di «consegna» dei criminali, ma non si dice a chi devono essere consegnati, e cioè se devono essere consegnati allo Stato interessato o semplicemente messi a disposizione delle quattro grandi potenze. Anche su questo punto desidererei un chiarimento.

Rispetto ai suddetti punti mi pare che il quesito essenziale da risolvere è quello della portata dell'adesione dell'Albania al trattato di pace. E cioè se con tale adesione essa è diventata nazione unita o associata, o se soltanto ha diritto di beneficiare di quelle clausole che furono disposte a suo specifico favore quale il diritto ai 5 milioni di dollari di cui all'art. 74. In tal senso l'adesione albanese al trattato di pace avrebbe il valore che ha nel diritto privato l'accettazione del «terzo» nei contratti stipulati «inter alios» a suo favore.

Codesto Ministero si renderà conto dell'importanza e della urgenza di tali chiarimenti per poter regolare in conformità le mie eventuali conversazioni.

635

IL MINISTRO A HELSINKI, RONCALLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 464/188. Helsinki, 30 aprile 1948 (per. il 12 maggio).

Come ho telegrafato!, il Parlamento ha approvato il 28 corrente, in una sola lettura, con 157 voti contro 11 (l conservatore, 7 partito progressivo, 3 agrari) la ratifica del patto finno-sovietico. Tanto la Commissione per le leggi fondamentali, quanto la Commissione degli esteri, hanno posto in rilievo che le clausole militari del patto vanno interpretate nel senso che la necessità di aiuto militare per la Finlandia dovrà essere riconosciuta bilateralmente e che bilateralmente dovrà pure essere constatata la minaccia di aggressione.

635 l T. 5565/11 del 28 aprile 1948, non pubblicato.

Nessun potere il patto trasferisce al Governo in questo campo, nel quale la decisione spetta agli organi statali competenti in forza della costituzione. Le forze armate inoltre opereranno in Finlandia e sotto comando finlandese.

I rappresentanti del fronte popolare nella Commissione parlamentare hanno naturalmente fatto opposizione contro tale interpretazione e la loro stampa ha parlato di ostruzionismo e addirittura di tradimento. Anche nel corso della discussione parlamentare cui hanno preso parte 19 oratori e nella quale non sono mancati scambi di espressioni vivaci fra destra e comunisti, si è tenuto a rilevare, che il patto, pur non necessario né richiesto da parte finlandese, doveva essere approvato a condizione che l'interpretazione delle clausole militari fosse quella indicata dalle Commissioni.

Con questo atto formale si conclude, a oltre due mesi dalla sua prima origine, la storia del patto finno-sovietico. Dico si conclude perché, qualunque cosa accada alla Finlandia d'ora in avanti, non si potrà attribuire la causa alla firma del patto, ma ad elementi ben più vasti. Come ho già detto a suo tempo, sostanzialmente, il patto lascia le cose come le ha trovate.

Ho d'altra parte voluto accennare alla durata di oltre due mesi delle trattative, perché effettivamente, quando si pensi alla sproposizione fra i due contraenti, non si può obiettivamente negare a questo piccolo paese la soddisfazione di avere ottenuto, in arrivo, condizioni molto migliori di quanto, in partenza, avrebbe potuto sperare. Elementi esterni sono intervenuti nel corso delle trattative, ma, comunque si può comprendere come la Finlandia, a differenza di altri paesi, non consideri ancora calato il sipario di ferro ad Occidente, né consideri se stessa come uno Stato satellite dell'U.R.S.S.

Questa è la maggiore preoccupazione di tutti gli ambienti locali, manifestata tanto in sede di discussione parlamentare quanto nella stampa. Si esprime la speranza che il carattere del patto diminuisca il pericolo che i paesi occidentali, e, fra i primi, quelli nordici, considerino la Finlandia ormai legata ad una determinata sfera di interessi. Tali paesi, dal punto di vista economico e culturale, sono per la Finlandia d'importanza vitale. Si spera perciò che essi comprendano che in questa «inevitabile» vicenda, la Finlandia non è stata certo animata dall'intenzione di mutare atteggiamento nei loro riguardi. E poiché l'opinione pubblica dei paesi scandinavi è considerata il più delicato barometro per le questioni finlandesi, tutta la stampa ne ha seguito e ne segue con particolare attenzione l'atteggiamento.

Si osserva che il testo definitivo del patto sarebbe accolto con un certo sollievo, specialmente in Svezia, e, in misura minore, in Danimarca e Norvegia. E non si nasconde la speranza che il carattere del patto diminuisca la tendenza dei paesi scandinavi a passare al blocco occidentale, consolidandone piuttosto l'attaccamento al principio di neutralità, naturalmente più gradito alla Finlandia.

In seguito alla notizia che gli Stati Uniti hanno rifiutato l'autorizzazione all'acquisto da parte finlandese di 46 locomotive già appartenenti all'esercito americano e per le quali la Finlandia ha offerto il prezzo più conveniente, l'organo centrale per le riparazioni di guerra Soteva ha comunicato trattasi della nota misura generale riguardante anche altri paesi e non diretta contro la Finlandia né dipendente dalla conclusione del patto finno-sovietico. Da parte finlandese si intenderebbe insistere sulla necessità di questo materiale per i trasporti interni (specialmente per la distribuzione del legname combustibile).

Anche la notizia proveniente da NewYork, della richiesta finlandese di un prestito di 100 milioni di dollari alla Banca Mondiale, è stata attribuita alla conclusione del patto. La notizia è stata dichiarata infondata, in quanto che la prossima riunione della Banca Mondiale avrà luogo il 20 settembre, e la Finlandia, come nuovo membro, solo allora potrà iniziare trattative per ottenere crediti.

Per parte mia mi riferisco a quanto mi ha detto questo ministro degli U.S.A. (mio telespresso n. 381/173 del 19 aprile corrente)2.

634 3 Non rinvenuto.

636

IL MINISTRO A LISBONA, DE PAOLIS, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 4 79/211. Lisbona, 30 aprile 1948 (per. il 17 maggio).

In occasione del ventesimo anniversario del suo avvento al potere Salazar ha ricevuto l'omaggio di tutto il paese. Le manifestazioni si sono susseguite con ordine e disciplina al punto che l'uniformità e la perfetta organizzazione hanno in certo modo nociuto all'insieme, lasciando qualche dubbio sulle loro sincerità e spontaneità.

Secondo il solito, Salazar non è apparso in pubblico; ha fatto invece un discorso nel ricevere le rappresentanze dell'Esercito e della Marina. E, rivolgendosi ai militari, ha parlato di politica estera, e, seguendo il corso dei problemi e delle preoccupazioni del momento, ha toccato il punto oggi più appassionatamente discusso e attuale: la Russia -e ne ha parlato in modo inatteso.

Sotto lo stile abituale e cattedratico riesce quasi arduo il cogliere il pensiero intimo, il filo conduttore. Da certe frasi potrebbe anche apparire che egli cerchi con la Russia una via di intesa, ma tenendo conto dei precedenti ben noti, della situazione del Portogallo nel quadro della politica mondiale, di quella abbastanza realistica oggi da esso seguita, deve concludersi che si tratta di una manovra tattica e probabilmente di un movimento di cattivo umore. Un passo del discorso è rivelatore, quello nel quale Salazar qualifica di irrealizzabile ogni progetto di federazione europea. Salazar non ha mai amato le democrazie; e nell'unione dell'Europa occidentale egli teme un trionfo dell'idea democratica, un passo avanti nella via di quella associazione federativa di Stati, che finirebbe per essere contraria ai nazionalismi particolari, che anzi di tali nazionalismi e dei regimi, che sotto l'etichetta nazionalistica e corporativa restano pur sempre di colore e di ispirazione fascista, segnerebbe inesorabilmente la fine. Per un certo periodo di tempo, quando si riaprì la frontiera franco-spagnuola, si è creduto in Portogallo che la posizione della Spagna franchista fosse in via di chiarimento e che, nell'intento di

riunire tutte le forze anticomuniste, gli Stati occidentali e l'America fossero ormai disposti a sanare la posizione di Franco, dimenticando il suo regime personale; il suo passato fascista ed i suoi sistemi autoritari. Ma di fronte al rigetto della proposta avanzata dal Portogallo a Parigi, e al rifiuto americano di includere la Spagna tra gli Stati del piano Marshall, si è compreso che le prevenzioni contro i regimi personali non sono ancora cessate.

Ora un mutamento di regime in Spagna sarebbe deprecabile per l'attuale regime portoghese. Senza contare le affinità spirituali e le analogie politiche, Salazar si sente protetto da Franco, nel senso che gli eccessi di quest'ultimo gli permettono di apparire, di fronte all'estero, come un liberale. Un'altra ragione di fastidio, benché non ne parli, é senza dubbio per Salazar la imminente conferenza dell' Aja; e di fronte alla minacciata unione europea egli, anticomunista cattolico, si rivolge alla Russia e ne parla per la prima volta come di un'entità diversa dal comunismo, ammettendo che una collaborazione di un paese grande e ricco come la Russia sarebbe vantaggiosa al mondo intero, a condizione -ha ritenuto di aggiungere -che cessi di fomentare rivoluzioni negli altri paesi.

Sembra strano che il capo di un piccolo paese nemico dell'U.R.S.S., con la quale non ha alcun contatto, chieda agli uomini di Mosca di ravvedersi e di mutare la loro politica; e evidentemente Salazar non manca di senso di misura al punto di prendere un simile abbaglio.

Ma effettivamente non si rivolge alla Russia. Pur non intendendo mutare la sua politica, egli prova una certa apprensione. Continua a desiderare un'intesa tra le nazioni dell'Europa occidentale, ma non vorrebbe che ne nascesse un organo superstatale con poteri superiori a quelli dei singoli Stati e con la possibilità di imporre la sua legge. Una simile eventualità egli rifiuta fin da ora e dichiara che i nazionalismi non sono nocivi e che sono invece nocivi gli organismi internazionali perché tendono a limitare l'indipendenza e la libertà interna degli Stati. Egli ammonisce, senza esplicitamente dirlo, che il Portogallo è pronto a collaborare con le altre nazioni ma a condizione che non si tenti di imporgli forme di reggimento più democratiche o che si cerchi di mutare i suoi ordinamenti interni.

Salazar resta quello che è sempre stato; il discepolo di Maurras non rinuncia alle idee direttrici che hanno ispirato e guidato la sua opera di capo e di politico; l'ammiratore del fascismo che aveva sul suo scrittoio il ritratto di Mussolini non rinnega i suoi principi e le sue simpatie, ma secondo le sue abitudini espone il suo pensiero in modo contorto, involuto, da professore.

Fino a un certo momento, passando oltre l'antipatia per Londra e Parigi, egli ha confusamente sperato maggior comprensione a Washington e ha risolutamente puntato sull'America, ma in questi ultimi tempi le delusioni non sono mancate neanche da quella parte, ed il professore di discipline economiche, abituato alle deduzioni logiche, cerca di risalire dagli effetti visibili alle cause occulte e di spiegare il malessere diffuso nel mondo, malessere che egli sente in modo acutissimo, per quello squilibrio inevitabile tra i sistemi autoritari e dittatoriali che sono i suoi e ai quali sa di non poter rinunciare, perché in essi è in fondo la ragione e la condizione del suo successo e della sua permanenza al potere, e l'idea democratica.

Da quando si è determinata una tensione tra Russia e America si continua a dire e a sperare un po' dovunque, in Francia, in Inghilterra ed anche in Spagna, che Franco si decida a mutare l'indirizzo della sua politica e ad entrate sulla via delle concessioni democratiche. Ora a Franco dovrebbe logicamente seguire Salazar. Mi sembra difficile che ciò possa avvenire: i sistemi autoritari imperniati su un solo uomo sono un congegno in fondo assai delicato: è un insieme che regge come è, se si tocca una sola parte, tutto cade. Questo, Salazar ben sa e il malessere e le preoccupazioni che prova spiegano l'inquieta perplessità che appare attraverso tutto il discorso.

In fondo, dopo aver dichiarato sperare che una guerra sarà evitata, che, se malgrado tutto scoppierà, non sarà per iniziativa dell'Occidente, egli invita l'Esercito a stare pronto ad ogni evenienza. Dopo venti anni di governo, nella ricorrenza del compimento di un così notevole lasso di tempo, non una parola Salazar pronuncia sulla sua opera passata; il discorso è proiettato nel futuro, ed è questo un atteggiamento piuttosto simpatico. Nel mondo si parla molto di guerra, egli se ne preoccupa perché vede compromesse le sue fatiche, incerta la sua posizione, e cerca di far intendere una voce che vorrebbe essere quella della saggezza e della misura, ma che cela un'intima inquietudine.

635 2 Non pubblicato.

637

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A RIO DE JANEIRO, MARTINI

T. 5122/48. Roma, 2 maggio 1948, ore 12,45.

Suo 551. Per Pilotti.

Con riserva di consultare le amministrazioni interessate sui singoli punti delle proposte brasiliane specie su quanto riguarda invio emigranti, sono in massima favorevole alla loro presa in considerazione.

Poiché ella mi dice che Fernandes «ha compreso» non vedo difficoltà a che ella, pur confermando che la sua partenza è vicinissima, facesse sentire che è troppo consapevole del mio pensiero per non esser certo che sarei felice di un suo brevissimo ritardo oltre il 5 se ciò le permettesse portar seco progetto concordato con codesto Governo che verrebbe poi esaminato Roma.

Ne sarei lieto personalmente per lei e per le relazioni col Brasile. Sta bene per esame in comune con ufficiale Marina brasiliana dei noti documenti della nostra Marina che costituiscono parola definitiva e completamente chiarificatrice.

637 I Vedi D. 632.

638

L'AMBASCIATORE AD ANKARA, PRUNAS, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PER CORRIERE 6039/077. Ankara, 3 maggio 1948 (per. il l 0).

Suo 21'.

Questo ministro d'Iraq attribuisce ritardo gradimento Laterza ad atmosfera prevalente da qualche tempo nel suo paese, in seguito noti disordini, affare palestinese, mutamenti ministeriali ecc. che ritarda ed inceppa trattazione affari correnti. Mi ha anche accennato, in termini tuttavia molto vaghi ed imbrogliati, di aver sentito dire in occasione suo recente soggiorno Baghdad, che contatti avrebbero avuto luogo a Parigi fra autorità diplomatiche irachene e non so quale nostra delegazione, cui sarebbe stato fatto presente opportunità risolvere alcune questioni preliminari, non sapeva dirmi quali. Esclude si tratti di malvolere, sia contro ripresa rapporti sia contro persona Laterza.

L'ho comunque pregato di voler porre al più presto in chiaro tutta questa faccenda che non può trascinarsi ulteriormente, per ragioni evidenti.

È mia impressione che Governo iracheno abbia sinora atteso risultato nostre elezioni ed abbia forse avuto consiglio di andar piano dai soliti inglesi, che non tengono alla nostra presenza nei loro feudi iracheni e transgiordani.

639

L'AMBASCIATORE AD ANKARA, PRUNAS, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. PER CORRIERE 6040-6041/081-082. Ankara, 3 maggio 1948 (per. il IO).

Telespresso V.E. n. 635 del 26 aprile scorso'.

Ho parlato oggi con ministro Sadak nel senso prescrittomi.

Condivide naturalmente nostra preoccupazione per la situazione in Palestina. Preoccupazione tanto più grave per il suo Governo in quanto la Turchia è pressoché da tutti i lati circondata da Stati ostili ed ora, anche al sud, da un focolaio di incendio, che si va a mano a mano allargando. La politica britannica prima, nordamericana dopo e tutte e due insieme, hanno obbligatoriamente condotto la Palestina sull'estrema soglia di un conflitto che non si vede, all'ultimissima ora in cui siamo giunti e a meno di circostanze nuove, come possa essere evitato. Ha personalmente fatto presente da tempo a questo ambasciatore d'America l'inettitudine e

i pericoli del progetto di partizione sostenuto sino a ieri da Washington. Ambasciatore Wilson ha sin dall'inizio condiviso la sua opinione, ma non è riuscito a farla prevalere presso il suo Governo quando ancora vi era tempo e modo di provvedere altrimenti e con saggezza e preveggenza maggiori. La Turchia ha, com'è noto, votato all'O.N.U. contro la partizione, né ha potuto e può fare, a vantaggio della causa araba, molto di più.

Di codesto atteggiamento turco, di pressoché esclusivo appoggio morale, gli Stati arabi non sono eccessivamente soddisfatti. Alcuni di essi hanno, per esempio, richiesto alla Turchia armi e materiale a sostegno per la lotta contro il sionismo. Si è loro dovuto rispondere che la Turchia stessa ha urgente bisogno di armi, in vista del grosso pericolo che incombe alle sue frontiere, e che sarebbe del resto assurdo che essa passasse agli arabi il materiale bellico che riceve dagli Stati Uniti proprio per combattere quella soluzione che appunto gli Stati Uniti sostengono. Posta fra l'Inghilterra alleata, gli Stati Uniti tutori della sua integrità, gli Stati arabi cui la uniscono i vincoli di una comune religione, la posizione della Turchia è dunque particolarmente delicata e limitata in conseguenza la sua possibilità di azione e di movimento.

Sadak mi ha chiesto a questo punto se avessimo da parte nostra un qualche concreto suggerimento su cui fondare un particolare atteggiamento comune. Gli ho risposto che il mio compito era appunto -constatata l'analogia degli interessi italiani e turchi quale gli ero venuto esponendo -quello di sondare insieme se da codesta somiglianza di interessi potesse per avventura trarsi una comune direttiva di azione. Analogo passo veniva contemporaneamente compiuto dal nostro rappresentante ad Atene2, e, dalle reazioni greche, turche e italiane dinanzi all'aggravarsi della questione palestinese, avremmo quindi potuto giungere a una conelusione concreta.

Sadak non vede che cosa sia possibile dire o fare da parte italo-greco-turca in questo momento che sia effettivamente opportuno e che possa davvero, poco o molto, contribuire a salvaguardare quello che è il nostro massimo interesse: la preservazione della pace nel Mediterraneo orientale, senza rischiare di tirarci addosso odi e contrasti di una o di tutte le parti in causa, per una situazione di cui non siamo affatto responsabili. Ritiene che convenga attendere la scadenza del 15 maggio e cioè la fine del mandato britannico e ciò che avverrà subito dopo, per avere idee più chiare in proposito e maggiori elementi di giudizio. È vero che la guerra non risolve, in sé e per sé, nulla, ma è altrettanto vero ch'essa pone il problema in termini che richiedono da parte di tutti, arabi ed ebrei sopra tutto, maggiore e più intelligente ponderazione. Potrebbe darsi -a suo avviso -benissimo che emergano allora elementi e circostanze nuove che rendano possibile ed anzi consiglino l'adozione da parte italiana, greca e turca e probabilmente francese di una linea comune di azione, ciò che molto si augura.

Non mi pare dunque che, per ora, possa la questione prestarsi a un qualche sviluppo sollecito, almeno per quanto concerne la Turchia. La quale è effettivamente esposta a esigenze contraddittorie e quindi due volte cauta e due volte prudente.

Sostiene e più sosterrà in avvenire la causa araba, non tanto per ragioni d'islamismo, che sente poco, o per amore degli arabi, che sa rissosi, megalomani, come tutti i nuovi ali' indipendenza, e, in sostanza, disarmati contro pericoli davvero grossi, ma piuttosto perché paventa che il bolscevismo penetri, attraverso il sionismo, anche nel Medio Oriente e perché il conflitto palestinese minaccia di turbare quel dispositivo strategico antisovietico anglo-americano che, per essere attuato, deve di necessità poggiare anche sulla tranquillità delle popolazioni arabe e non sul disordine, che rischia d'altra parte di esporle, molto più di quello che oggi non avvenga, alla contagione comunista.

Io stesso d'altra parte non direi, per quello che vedo da qui, che la situazione si presti a una qualche iniziativa comune, che non sia una pura manifestazione verbale, che lascerebbe il tempo che trova. Credo tuttavia sia bene aver posto la questione e nei termini in cui l'abbiamo posta. Ciò che potrà costituire la necessaria premessa per quegli ulteriori sviluppi che le circostanze consentiranno.

Sadak ha particolarmente gradito nostra richiesta di consultazione. Come presumevo, ne ha anzi approfittato per allargare ed estendere subito suo discorso. Ciò che, dopo il risultato delle elezioni italiane, era, credo, inevitabile e sarebbe comunque avvenuto alla prima occasione. Egli mi ha detto del resto che si proponeva di toccare questo tasto personalmente con V.E. sin da Parigi, se le circostanze e il tempo glielo avessero allora consentito. E che ambasciatore Erkin aveva istruzioni di fare altrettanto. Sadak afferma in sostanza essere presumibile che affare palestinese si trascini ancora per un pezzo e che altre questioni possano sorgere che riguardino i nostri paesi in quanto paesi mediterranei, che richiedano e consiglino la continuazione di quelle consultazioni oggi iniziate e l'eventuale adozione, nell'interesse reciproco, di direttive comuni. Tsaldaris gli aveva proposto ad Atene una dichiarazione piuttosto inoffensiva che enunciasse tre o quattro principi generali, quali il rispetto della reciproca integrità territoriale, il non intervento negli affari interni ecc., da firmarsi insieme e d'accordo fra Turchia, Grecia e Stati arabi. La cosa si era poi arenata perché Stati Uniti e Gran Bretagna, interrogati sull'opportunità e tempestività della dichiarazione anzidetta, non solo non l'avevano sostenuta, ma senz'altro sconsigliata. Gli Stati arabi avrebbero infatti -a giudizio di Londra e di Washington, che Sadak condivide-approfittato certamente dell'iniziativa per porre condizioni imbarazzanti, e, sin che durino aperte le questioni palestinese, egiziana ecc., di non agevole accoglimento. L'iniziativa insomma avrebbe valso a intorbidire le già torbide acque invece che a chiarirle.

Nutriva invece il Sadak da tempo la vecchia idea di una generica intesa tra Turchia, Grecia, Egitto (che è lo Stato arabo più autorevole e organizzato), Italia, Francia, e, a tempo opportuno, Spagna, che non comporti affatto impegni militari

o di assistenza, qualche cosa fra il patto di non aggressione e quello di consultazione, e che valga a porre il primo fondamento di quella solidarietà mediterranea che sarebbe certamente uno dei maggiori contributi alla pace. Cotesta generica intesa potrebbe, nel suo pensiero, giovare, sopra tutto per il tramite dell'Italia, ad allacciare i paesi del Mediterraneo orientale e centrale con quelli del blocco occidentale ed a facilitare dunque in definitiva quella impegnativa garanzia nord-americana a questi e a quelli, che è l'obiettivo maggiore che tutti si propongono di conseguire.

Ho detto al Sadak che non avrei mancato di sottoporre la sua idea, com'egli esplicitamente mi ha chiesto, al mio Governo, idea che, come V.E. vede, è concepita e formulata ancora in termini piuttosto generici e vaghi e che avrebbe dunque bisogno di più precisa formulazione e approfondimento. Osservavo in via preliminare che in ogni caso il nostro pensiero al riguardo non avrebbe potuto essere definito ed espresso che quando il nuovo Governo fosse stato costituito e istradato. Ciò che importava qualche tempo. Ho aggiunto che sebbene fosse ormai chiarissimo, e, dopo il risultato delle elezioni, incontroverso, che l 'Italia è acquisita all'Occidente, è anche altrettanto vero che, prima di dare la sua adesione a un qualunque sistema di convivenza, par giusto che l'Italia cerchi di preventivamente assicurare se stessa e gli altri che quel sistema non comporti condizioni di inferiorità (riarmo, responsabilità africane, parità di diritto ecc.) nei suoi riguardi, tali da rendere la sua partecipazione quella di un membro irrequieto e scontento e quindi improduttiva e quasi certamente nociva. lo non sapevo a quale punto sia oggi esattamente giunta la questione di una possibile estensione del patto a cinque e di una eventuale garanzia nordamericana, ma, visto ch'egli aveva accennato ad un agganciamento e giunzione fra un eventuale patto mediterraneo e il blocco occidentale, tenevo a dargli subito una qualche idea preliminare del come, a mio personale giudizio, poteva da parte nostra essere impostato il problema. Il riarmo italiano, ad esempio, mi pareva del resto interesse evidente anche della Turchia, che ne avrebbe infatti conseguito un automatico e parallelo alleggerimento alle sue frontiere balcaniche.

Mi pare evidente che l'iniziativa Sadak risponda sopra tutto all'esigenza turca di porre in piedi nel Mediterraneo centro-orientale un sistema regionale parallelo a quello occidentale, sistemi che possano ad un certo momento essere agganciati fra loro e costituire insieme quel più vasto aggruppamento che valga a facilitare la garanzia nord-americana. Anche mi pare che la Turchia paventi possa per avventura quella garanzia essere limitata all'Occidente, lasciando scoperto questo settore, che potrebbe dunque funzionare da polo di attrazione per ulteriori pericolose pressioni sovietiche. E cerchi per conseguenza di correre ai ripari3.

638 l Del 28 aprile, con il quale Baldoni aveva chiesto di accertare i motivi del ritardo nella concessione del gradimento a Laterza da parte del Governo iracheno.

639 l Vedi D. 617.

639 2 Vedi D. 631.

640

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. RISERVATISSIMO 933/208. Mosca, 3 maggio 1948 (per. il 12).

Ho già scritto ampiamente ormai su quelle che credo siano le linee generali della politica estera sovietica nei riguardi dell'Occidente e dell'Oriente e penso che ritornare puramente e semplicemente sull'argomento sarebbe ormai vano e tedioso.

Non posso tuttavia non tenere conto di alcuni fatti precisi e seri avvenuti in questi giorni e cioè: l'accordo anglo-americano per un piano di difesa militare contro un improvviso attacco sovietico, annunciato dalla B.B.C.; la concessione del leand-lease alle cinque potenze occidentali europee, comunicata dal generale Marshall; gli incidenti alla frontiera jugoslava.

Ciò, a prescindere dalla già nota e meno recente situazione a Berlino e in Austria, legittima i sospetti di coloro che temono un conflitto prossimo per iniziativa sovietica; di tali timori continua a farsi eco, ad esempio, la legazione di Praga la quale, mentre dà del colpo di stato cecoslovacco, del comportamento dei ministri di destra in quella occasione, e delle stesse figure di Benes e di Masaryk un giudizio che coincide totalmente con le impressioni da me esposte, continua ad affacciare, del tutto spiegabilmente, apprensioni che evidentemente a Praga si possono sentire più che a Mosca.

A tale riguardo, limitando, ripeto, al minimo l'esposizione del mio giudizio personale, credo doveroso riferire ancora una volta e molto oggettivamente quale è l'opinione generale del mondo diplomatico di qui, nelle sue varie sfumature.

In sostanza, si prospettano tre interpretazioni: a) vi sono coloro che continuano a vedere nella pressione sovietica, specialmente a Berlino, null'altro che un invito alla ripresa delle trattative, un desiderio di distensione espresso, a vero dire, un po' bruscamente, per salvare la faccia; b) vi sono inoltre quelli che temono effettivamente un colpo di testa sovietico. Essi ragionano sostanzialmente così: se i sovietici pensano davvero ·che gli Stati Uniti li attaccheranno un giorno o l'altro, prima di lasciarli interamente preparare sia sul piano economico-industriale in generale, sia sul piano degli armamenti segreti in particolare, allora essi possono e debbono pure pensare di anticiparne l'azione, prima che l'Europa occidentale si sia consolidata in modo da poter loro resistere. Oggi essi sono certi di conquistare l'Europa in poche settimane: fra un paio d'anni non più. Alcuni, più cauti, aggiungono: tutto dipende da quel che i sovietici pensano sul futuro della Germania. La sola resistenza militare seria ch'essi temono è quella dei tedeschi. Se sperano di poter continuare a tenere la Germania, sia pure divisa, in stato di disagio e di agitazione economico-politicosociale, non attaccheranno; se temono invece di veder consolidare la Germania occidentale come solido baluardo industriale-militare in un tempo relativamente breve, attaccheranno. Conquisteranno l'Europa, cercheranno di organizzarla, in modo che se due mondi dovranno essere, siano territorialmente ben separati ed economicamente più equilibrati. È questa, in sostanza, la tesi della prevenzione della guerra preventiva; c) infine altri, e -io direi -i più sereni e i più attenti (fra essi, l'ambasciatore degli Stati Uniti e l'ambasciatore di Svezia) pensano invece che i sovietici non meditano questa rischiosa contro-manovra, la quale scatenerebbe la guerra senza dare loro modo di colpire subito il nemico nei punti vitali, e li lascerebbe padroni di una Europa devastata, soggetta ai continui attacchi della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Ritengono al contrario, che ormai l'onda della espansione sovietica in Europa abbia raggiunto il culmine e stia declinando; i sovietici, pur mantenendo in Europa nei limiti del possibile focolari interni di agitazione e di

turbamento, ripiegherebbero verso l'Estremo Oriente, e su se stessi, intenti allo sfruttamento delle loro risorse per tendere ad una parità di potenza economica e militare con l'Occidente, in attesa che il capitalismo sviluppi intanto le sue interne contraddizioni e le sue crisi.

Debbo anzi segnalare per debito di completezza una variante di questa terza interpretazione, che finora non avevo rilevata, perché la ritengo troppo sottile e non fondata, ma che si va diffondendo e ripetendo, e quindi vale la pena di riferire.

Dice taluno che non solo i sovietici non intenderebbero aprirsi con la forza la via dell'Europa occidentale, ma ormai da tempo avrebbero compreso di non potere in alcun modo assicurarsene il controllo, né per vie esterne (non volendo il conflitto mondiale) né per vie interne: anzi, non desidererebbero ormai veramente un simile controllo, considerandolo contrario al loro reale interesse.

Troppo difficile infatti sarebbe ad essi trovare i quadri comunisti e filocomunisti necessari per organizzare in modo realmente efficiente il socialismo nell'Europa occidentale; e quando poi vi riuscissero davvero, per via delle maggiori risorse economiche e del più avanzato grado di civiltà di quei paesi, costituirebbero in Europa occidentale un comunismo più concorrente che collaboratore, e soprattutto un modello di livello di vita più elevato, assai pericoloso per le loro popolazioni.

Costoro pensano che in fin dei conti le agitazioni in Francia avrebbero avuto una funzione più disturbatrice, che uno scopo vero e proprio di conquista del potere; e quanto alle elezioni in Italia, i sovietici non avrebbero mai realmente sperato né desiderato di vincerle. Questo si diceva, si noti, già un mese prima del 18 aprile, e lo si vedrebbe ora confermato nel fatto del rifiuto russo per Trieste. Che bisogno vi era, ci si domanda, di esporlo brutalmente proprio alla vigilia delle elezioni, quando sarebbe bastato tacere? Oggi, si aggiunge (ed è vero), in fin dei conti i sovietici incassano abbastanza disinvoltamente la sconfitta subita.

In tale ordine di idee, questi osservatori considerano che l'atteggiamento stesso dei sovietici verso il piano Marshall sarebbe inesplicabile, se dovesse davvero essere inteso come uno sforzo per farlo fallire: giacché i sovietici hanno fatto, sembra, di tutto per accentuarne l'importanza, e per galvanizzare su di esso le energie, sia degli Stati Uniti, sia degli stessi Stati europei. Non è possibile -si prosegue che i sovietici siano così ingenui: essi intendevano, in realtà, semplicemente attirare e vincolare sempre più gli Stati Uniti all'Europa occidentale, fare accentuare il carattere di impegno vitale del piano Marshall per i nordamericani, in modo da distrarre la loro attenzione e i loro mezzi dalla Cina e.dall'Estremo Oriente.

Un ulteriore elemento nel senso di un ripiegamento dell'Unione Sovietica su se stessa e verso oriente e su un (relativo) suo disinteresse nei riguardi dell'Europa occidentale si cerca di desumere da certi orientamenti dell'economia dell 'Unione, annunciati da Zverev nel suo discorso sul bilancio al Soviet Supremo: in sostanza, pur non rinunciando a grandi investimenti di capitale, si limitano le esecuzioni di nuovi impianti a quelli che potranno essere compiuti entro l 'anno, e si tende a dare (correlativamente alla abolizione del tesseramento ed alla riforma monetaria) una certa estensione alla produzione per il consumo ed una certa soddisfazione ai bisogni di vita della popolazione civile. Questo, si dice, è antitetico ad una politica di guerra, ed è nello stesso tempo indizio di una volontà di raccoglimento.

Ho esposto dettagliatamente questa variante, alla quale in sostanza non credo, unicamente per rilevare come qui si ragioni, e quanto appoggio abbia la interpretazione prevalente, nel senso più ottimista.

Certamente, considerazioni del genere di quelle sopra riportate sentono talora un poco di quella politica di appeasement, che i sovietici stessi sanno talora abilmente insinuare. Il no su Trieste, per quanto poco abile nei riguardi delle elezioni italiane, si può spiegare per l'importanza stessa del problema e per la necessità di dare alla Jugoslavia una manifestazione tempestiva di solidarietà. L'ostilità spesso contro-producente al piano Marshall è spiegabile più naturalmente con la fiducia che i sovietici potevano avere sulle forze democratiche dell'Europa occidentale, anziché con una specie di autolesionismo machiavellico.

I sovietici si stanno quindi -a mio avviso -arrestando in Europa occidentale più per necessità, che per volontà, ma ciò non toglie che la interpretazione prevalente della loro politica sia qui nel senso di escludere loro intendimenti aggressivi a breve scadenza.

Aggiungo che se davvero i sovietici si decidessero a provocare fra breve il conflitto mondiale, prima ancora che in Europa, si muoverebbero nel Medio Oriente; perché i petrolii li interessano forse più che la Germania, e la difesa in quella regione sarebbe anche minore. Dall'Azerbaijan si arriva facilmente a Mossul tagliando fuori la Turchia e avendo di fronte a sé l'Arabia sguamita. I sovietici non mancano di truppe allenate per la guerra nel deserto e ne esibiscono anzi le manovre nei loro documentari cinematografici.

Ma, secondo si può giudicare di qui, per fortuna dovrebbe trattarsi di eccessivi e non fondati timori.

Concorre a farlo ritenere anche lo spirito in cui questo popolo è educato: spirito, è vero, di acceso ed orgoglioso patriottismo, di risentimento e di disprezzo per i sistemi capitalistici; ma in sostanza, anche, spirito di difesa della pace, difficilmente compatibile con una guerra aggressiva. Forse si può ottenere tutto da un popolo così duramente disciplinato quale quello sovietico; ma certo non se ne può ottenere così facilmente l'entusiasmo per una guerra offensiva, dopo avergli insegnato costantemente il timore deli'attacco altrui e il dovere di essere pronto alla difesa, e pronto alla costruzione di un mondo nuovo fondato sulla pace fra i popoli.

639 3 Sul contenuto di quest'ultima parte del documento una nota avverte: «Conferito con S.E. il ministro, 12 maggio».

641

L'AMBASCIATORE A MOSCA, BROSIO, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 942/215. Mosca, 3 maggio 19481.

Si può sicuramente affermare che, nel complesso, pur essendovi stato quasi

641 I Manca l'indicazione della data di arrivo.

ogni giorno in questa stampa un articolo, di più o meno modeste proporzioni, sulla preparazione delle elezioni prima e sui loro risultati poi, l'importanza qui data a tale evento non mi sembra certo proporzionata alla sua reale portata.

Si è voluto evidentemente, da parte di questi dirigenti dell'opinione pubblica, non mettere troppo in risalto il reale significato di tale storica consultazione che, come mi diceva quest'ambasciatore d'America e, ritengo, con ragione, può aver segnato il turning-point della politica sovietica in Europa e quindi nel mondo.

Quanto tuttavia l'importanza di tali elezioni fosse «sentita» dal pubblico sovietico, all'infuori dei binari obbligati e delle misure consentite dai dirigenti, lo dimostra il fatto che i gruppi di passanti fermi dinanzi ai giornali murali erano, durante i giorni immediatamente successivi al 18 aprile, ben più numerosi e più animati del solito. I pochi sovietici, cui è consentito rivolgere la parola agli stranieri, s'informavano ansiosamente circa i risultati delle elezioni, cosa questa quanto mai sintomatica in quanto è ben noto il loro stretto riserbo nel trattare di questioni politiche con forestieri. Anche a questo Ministero degli affari esteri ci sono state domandate alla vigilia del 18 aprile le nostre impressioni e le nostre previsioni.

Da mille indizi, appena percettibili, ma eloquenti, appariva evidente l'attesa generale per conoscere il responso del popolo italiano.

Conosciuti i risultati, non se ne è più parlato. Ciascuno nel suo intimo o nella cerchia familiare -ad ogni modo lontano da orecchie profane -ha fatto i commenti che ha voluto.

I commenti ufficiali, per parte loro, nel periodo preelettorale, hanno avuto per tema obbligato le pressioni esercitate sull'opinione pubblica italiana da parte degli Stati Uniti e del Vaticano.

Ci si soffermava, in special modo, sui discorsi di Wallace contro l'intervento americano nella politica interna italiana, si riportavano ampi riassunti dei commenti dei giornali di sinistra italiani e dei discorsi pronunciati dai dirigenti del Fronte Popolare: abbondavano le corrispondenze Tass dall'Italia circa l'imponente spiegamento di forze di polizia e dell'esercito e circa le forniture di armi americane al Governo italiano, nonché sull'arrivo di navi da guerra americane in acque italiane, sul dislocamento di truppe francesi al confine italiano, e sull'intervento dei partiti socialisti francesi, inglesi ecc. nella campagna elettorale italiana.

Particolare rilievo veniva dato alle note domande rivolte dai capi del Fronte al Governo italiano: se cioè sarebbe stata rispettata la volontà del popolo, chiunque avesse vinto: e se il Governo fosse disposto ad assicurare che subito dopo le elezioni l 'Italia non si sarebbe unita al blocco politico-militare occidentale, etc. Grande rilievo, naturalmente, veniva dato anche al caso Cippico.

Notizie di ordinaria amministrazione, insomma che lasciavano tuttavia trapelare l'intenzione di preparare il pubblico sovietico -abituato alle smaglianti vittorie plebiscitarie dell'estrema sinistra nei paesi balcano-danubiani -ad un insuccesso, o ad un magro successo, della coalizione estremista italiana. In genere, completata l'elencazione delle «misure vessatorie» adottate, l'ultimo paragrafo degli articoli quotidiani assicurava che le forze della «democrazia, della pace e dell'indipendenza», avrebbero finito con lo sventare le manovre e gli intrighi della reazione interna e internazionale. Ma nulla di più.

Nei giorni immediatamente successivi al 18 aprile venivano pubblicati, con scarso rilievo tipografico, i primi risultati pubblicati dal Ministero dell'interno italiano, e obiettivamente, la concessione da parte del Governo delle varie garanzie richieste man mano dai partiti di sinistra (controllo delle schede prima della consegna agli elettori, ammissione di un rappresentante dei vari partiti al Ministero degli interni per essere in continuo contatto con i centri d'informazione etc.).

Con il trapelare dei primi risultati delle votazioni per il Senato, incominciavano a venir riportate le prime notizie di brogli elettorali (consegna agli elettori di schede già segnate a favore della Democrazia Cristiana etc.).

Si è riportata la smentita del Fronte Popolare alla notizia secondo la quale sarebbe stata intenzione di questi di organizzare dimostrazioni per dichiarare nulle le elezioni.

Il 21 aprile, quando ormai i risultati erano evidenti, si sono riportati i commenti dell'Avanti e dell'Unità circa il «concentramento» nella Democrazia Cristiana di tutte le forze della reazione, a scapito dei raggruppamenti minori di destra i quali nutrirebbero ora un profondo rancore contro il predetto partito che avrebbe, con pressioni e con raggiri, tolto loro un gran numero di voti.

S'iniziava poi la serie delle insinuazioni contro la regolarità delle elezioni. Seguendo il metodo preferito dai sovieti, ci si è basati in un primo tempo sulle citazioni e sulla ripetizione di rilievi altrui. Si cominciava con le dichiarazioni del corrispondente della Columbia Broadcasting Co., Howard Smith, secondo il quale, senza l'aiuto e l'intervento degli Stati Uniti e del Vaticano, il popolo italiano avrebbe scelto il comunismo. Poi, citando l'Unità, si sono illustrati i progressi conseguiti dal Fronte Popolare nel centro e nel sud e si sono attribuite al «tradimento» dei saragattiani le perdite di posizioni nel nord.

Lo spazio dedicato alle elezioni italiane si ampliava alquanto il 23 aprile, per ospitare per esteso le dichiarazioni di Togliatti all'Unità a proposito dell'irregolarità delle elezioni; è stata poi la volta della nota tesi dell'Avanti circa il milione e ottocentomila voti «misteriosi» che, una volta dedotti dal numero degli elettori le normali percentuali di certificati non consegnati agli aventi diritto e di voti nulli, sarebbero solo spiegabili con la falsificazione degli stessi. Poi qualche giorno di silenzio.

Il giorno 27 un lungo editoriale della Pravda -che qui allego -fa il punto della situazione ripetendo e riassumendo -facendoli questa volta suoi -tutti gli argomenti suesposti. Viene contemporaneamente pubblicata per esteso la lettera di Togliatti al Partito comunista italiano ed il discorso di Scoccimarro circa l'irreconciliabilità dei due blocchi ormai costituitisi in Italia.

Il giorno 28 un lungo articolo del Trud, dopo avere ripetuto per esteso i noti argomenti dichiarava che tutti questi fatti discreditano i metodi elettorali «democratici» borghesi e confermano «la impossibilità per il popolo italiano di esprimere liberamente la propria volontà». L'articolo conclude affermando che «il tentativo della reazione per isolare i partiti popolari è fallito e che questi, ottenendo un terzo dei voti, hanno dimostrato di avere salde radici nella coscienza del paese».

Qualche accenno a violenze anticomuniste in Italia dopo il 18 aprile. Nessun accenno, per il momento, al movimento secessionista di Romita (movimento questo che, qualora dovesse portare a risultati concreti, susciterebbe qui senza dubbio una violenta reazione): anzi, mi pare che si sia voluto mettere con particolare enfasi in rilievo l 'unità e la compattezza del Fronte Popolare, uscito dalle elezioni rafforzato e pronto a continuare la lotta.

Manca, come si può notare, sino a questo momento una reazione che, andando oltre alle note critiche ed accm;e, (che peraltro mi sembrano un po' svogliate e poco convinte), indichi quali siano, nel pensiero di questo Governo, le conseguenze e le ripercussioni dei risultati elettorali in Italia sulla politica internazionale del nostro paese, su quella delle potenze occidentali e, tanto meno, su quella dell'Unione Sovietica.

Quali saranno le reazioni, sicuramente da tempo previste, all'insuccesso comunista in Italia è, naturalmente, materia di speculazione; occorrerà attendere qualche tempo ancora per poter, sulla base degli elementi forniti dall'interpretazione dei futuri atteggiamenti sovietici in questo e in altro campo, formulare delle previsioni verosimili.

642

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 617/8638/1672. Parigi, 3 maggio 1948 (per. 1'8).

Bidault mi ha detto che la questione di Trieste è praticamente ad un punto morto: si attende adesso una risposta da parte sovietica ma non si suppone che la risposta russa sia tale da fare considerevolmente avanzare la questione.

Egli considera la presa di posizione degli alleati occidentali come un jalon messo sulla via di una soluzione definitiva. Quello che si potrebbe fare, anche presto, sarebbe passare alla sovranità italiana la zona attualmente occupata dagli anglo-americani: ma mentre ritiene sia utile arrivare, sia pure gradualmente, a stabilire di fatto una situazione del genere, dubita sia utile, per noi stessi, di dare a questo passaggio di poteri una forma giuridica. Personalmente lo ritiene anzi dannoso e ciò per varie ragioni:

l) sarebbe una provocazione inutile nei riguardi della Russia. Se ne stanno facendo fin troppe e senza avere ancora sufficientemente preparato quel minimo che sarebbe necessario per far fronte ad eventuali reazioni russe: e ritiene che anche il Governo italiano non sia propenso ad inutili atti provocatori;

2) una decisione di questo genere significherebbe riconoscere in pratica che del Territorio Libero una parte è abbandonata agli jugoslavi: è uno stato di fatto di cui è difficile prevedere oggi come esso possa essere mutato: ma non vedeva cosa avremmo potuto guadagnare noi da una specie di consacrazione giuridica di questa divisione;

3) riteneva che gli anglo-americani non avessero nessuna intenzione di ritirarsi da Trieste, considerando che la presenza della bandiera americana alla nostra frontiera orientale costituisca oggi la sola probabile effettiva garanzia contro un possibile colpo di mano jugoslavo: riteneva che, almeno fino a che le cose dell'Europa occidentale non fossero sistemate differentemente non era nemmeno nostro interesse vedere andarsene gli americani.

Circa la procedura di cui al punto 3 d eli' annesso al suo telespresso n. 5/4386/c. del 27 aprile u.s.I mi ha detto che ritiene probabile che si finisca per arrivarci. Egli non aveva idee precise su quello che si sarebbe potuto fare nell'avvenire, eccetto che la preoccupazione di non «bruscare» troppo le cose. Non aveva però l'impressione che le idee americane fossero maggiormente precise: essi volevano non lasciare morire la cosa, questo certamente: tutte le eventualità segnalate dovevano essere considerate come altrettante possibilità che si venivano studiando a Washington, più che altro con l'idea di mettere la Russia al muro.

643

IL MINISTRO A MONTEVIDEO, ERRERA, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. 1283/216. Montevideo, 3 maggio 1948 (per. il 13).

Rapporto n. 1150/192 del 19 aprile u.s.I.

Non è esagerato affermare che un senso generale di sollievo e soddisfazione ha pervaso l'opinione pubblica uruguayana non appena è stata data conoscenza dei risultati delle elezioni italiane e della conseguente vittoria dei partiti democratici. Telegrammi e lettere di felicitazioni mi sono pervenuti numerosi da varie località della Repubblica, mentre le notizie, dettagliatissime, hanno occupato gran parte dei giornali, i commenti sono stati ampi ed entusiastici e dalle stazioni-radio uomini politici e giornalisti hanno rilevato il profondo significato dell' avvenimento, traendone confortanti pronostici per l'avvenire d'Italia e per il consolidamento della libertà nel mondo.

Due manifestazioni collettive di speciale importanza sono state curate dal piccolo ma ben organizzato partito cattolico (Union Civica), nonché dal batllismo, attualmente al governo. Accludo in proposito qualche ritaglio-stampa, osservando peraltro che i batllisti hanno voluto chiarire di voler feste&giare il trionfo della democrazia, prescindendo da qualsiasi altra considerazione. E apparso infatti strano -e ciò è stato osservato da qualche quotidiano -che il batllismo, laico ed anticattolico, abbia voluto esprimere tanto giubilo per i risultati dei comizi rispecchianti anzitutto una affermazione spettacolare della democrazia cristiana. Certo si è però che il batllismo aveva impostato il problema nei termini di lotta fra democrazia e totalitarismo, di guisa che l'adunata dei suoi seguaci -e quanti discendenti di italiani nelle sue file! -è stata imponente e i molteplici oratori -sottosegretari di Stato, senatori, deputati -sono stati fervidamente acclamati.

Si può ritenere che le favorevoli ripercussioni delle elezioni italiane hanno completamente neutralizzato il timore, scaturito dalla rivolta di Bogotà, che anche

643 l Non pubblicato.

in questa tranquilla e progredita Repubblica sudamericana avessero presto a sorgere focolai di dissensi e di disordini con conseguenti manifestazioni di piazza. Ed è perciò che con curiosità piuttosto che con timore s'è attesa la giornata del l o maggio, la quale, volendo credere a una sottile criptopropaganda, doveva costituire nei paesi latini di questo continente una data storica di affermazione popolare, orientata in senso filosovietico e, soprattutto, antinordamericano. Le misure preventive di polizia adottate sono state però tempestive e sufficienti: nell'intero Uruguay l'ordine pubblico è stato perfettamente mantenuto e la dimostrazione degli aderenti al partito e ai sindacati comunisti -con la partecipazione di circa 4 mila persone -si è limitata ad una pacifica sfilata. Del resto anche altri partiti, tra cui il socialista, hanno organizzato comizi di lavoratori ai quali sono parimenti concorse serene moltitudini.

Per radio ha parlato, infine, ai suoi connazionali il presidente della Repubblica, il quale in un breve e misurato discorso ha sottolineato il significato storico della festa del l o maggio ricordando che i lavoratori uruguayani hanno percorso un gran cammino lungo la via della giustizia sociale e che «in questa felice Repubblica» vivono giuridicamente ed economicamente protetti. Altre conquiste, ha osservato Batlle-Berres, sono riservate ai lavoratori; ma un'avvertenza va rivolta ai più recenti immigrati, i quali, come godono dell'ospitalità della Repubblica, così sono specialmente tenuti a rispettame le leggi: avrebbe ben saputo, altrimenti, la stessa Repubblica difendersi.

Questo è un monito diretto specialmente ad apolidi ed israeliti qui venuti dall'Europa durante la guerra e in epoca precedente a seguito della legislazione razziale e di cui una parte milita apertamente in seno al partito comunista.

642 l Vedi D. 605, nota l.

644

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, ALL'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI

L. 683 SEGR. POL. Roma, 4 maggio 1948.

Il ministro, che è a casa sua per una leggera influenza, mi fa dire che il secondo appunto (quello militare) potrebbe da lei essere lasciato in modo «informai» al Dipartimento: il contenuto di questo secondo appunto, per la parte Marina, va messo in relazione con quanto detto al punto l 0 del primo appunto.

ALLEGATO l

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. Roma, 26 aprile 1948.

La politica americana di appoggio all'Italia non dovrà cessare dopo le elezioni. Se infatti, prima di queste, tale politica aveva lo scopo di contribuire a convincere il popolo italiano del suo interesse a rimanere fedele ai principi democratici e alle amicizie occidentali in quanto esse solo possono soddisfare le sue legittime aspirazioni, dopo le elezioni tale politica sarà più necessaria:

l) per dare al popolo italiano la prova che il Governo, nell'esortarlo a seguirne l'indirizzo politico, aveva ragione; 2) per guadagnare l'opposizione, o quella parte di essa meno intransigente, alle idee e ai propositi governativi;

3) per rendere popolare in Italia l'adesione al sistema occidentale facilitando l'opera del Governo intesa a superare le perplessità di quelle correnti che conservano l'illusione di poter assicurare all'Italia una posizione di equidistante neutralità, e di quelle altre correnti che considerano il trattato di pace come un ostacolo morale, giuridico e politico ad una fiduciosa collaborazione dell'Italia con le Potenze occidentali.

A tal fine i punti principali per i quali abbiamo bisogno dell'appoggio attivo degli Stati Uniti sono i seguenti:

l) Rapporti itala-francesi e questione flotta. Le relazioni con la Francia, mercé la buona volontà dei due Governi, sono in via di rapido miglioramento. Si veda la dichiarata volontà di procedere all'attuazione dell'Unione doganale, si veda l'appoggio francese per la questione delle colonie. È anche prossimo un accordo che modifica -benché purtroppo in piccola misura -le clausole del trattato di pace relative alla frontiera occidentale, tanto economiche che territoriali.

Rimane fra i due paesi una grossa questione: quella della consegna della flotta. È una questione che è in Italia penosamente sentita, tanto più dopo la rinuncia americana e britannica, e mentre per ragioni diverse appare sempre più attuale la possibilità di evitare la consegna alla Russia. Il Governo italiano si rende conto dell'interesse francese a questa parte del trattato di pace: i francesi da parte loro hanno già fatto un passo innanzi nel senso di voler dare al trapasso delle navi carattere di «restituzione» e non di «bottino», e hanno anche dichiarato di rinunciare alla maggior parte dei lavori di riattamento imposti dal trattato e che importerebbe enormi spese. Ciò dà modo al Governo americano di avere voce anche nella questione per cercare di indurre i francesi a compiere un gesto di rinuncia, sia pure limitato; mentre tutto il complesso della questione navale dovrebbe venire riesaminato: la consegna di certe navi alla Francia non sarebbe infatti una operazione così dolorosa se, nella stessa occasione, e in relazione a tale consegna, l'Italia fosse autorizzata a conservare le unità a cui America e Gran Bretagna hanno rinunciato, e che dovrebbero essere demolite. Sarebbe oltre tutto invero un non senso che i paesi i quali chiedono all'Italia l 'adesione al patto di Bruxelles e conseguentemente la sua eventuale collaborazione militare, insistessero oggi nel disarmarla.

2) Rapporti itala-inglesi e questione colonie. I rapporti fra Roma e Londra, che erano andati progressivamente migliorando dopo l'incontro di Londra!, hanno subito un notevole appesantimento in seguito agli incidenti di Mogadiscio che hanno posto in pieno di fronte all'opinione pubblica italiana la questione delle colonie. Non è prevedibile vi possa essere una sentita e duratura distensione fra i due paesi sino a quando non si sarà trovata una soluzione che possa venire accolta come soddisfacente dalla maggioranza dell'opinione pubblica italiana. I termini del problema, in tutti i suoi aspetti, sono noti. Esso ha ovvia importanza in relazione alla possibilità di una nostra adesione al sistema occidentale. Sembra conveniente per tutti evitare un deferimento della questione all'O.N.U. ove troppi interessi

estranei alla questione possono, per motivi i più svariati, influire a complicarla anziché semplificarla. Non sarebbe da scartare, a priori, l'idea di risolvere questa questione per gradi ossia colonia per colonia, incominciando a restituire all'Italia, appena ciò sia formalmente e proceduralmente possibile, quelle la cui situazione sia interna, sia dal punto di vista internazionale, appare meno complessa.

Naturalmente il nostro ritorno in Africa avrà luogo secondo i nuovi principi della Carta di San Francisco.

3) Posizione dell'Italia di fronte ai problemi dell'Europa centrale. In conseguenza della situazione creatasi in relazione al problema germanico -dopo la Conferenza di Londra anglo-franco-americana-Benelux -l'Italia è venuta a trovarsi in una posizione particolare essendo l'unico grande paese d'Europa, non satellite dell'U.R.S.S., a non avere alcuna voce nei confronti di detto problema. Valgono qui tutte le argomentazioni già formulate in proposito per illustrare il nostro interesse politico ed economico a non rimanere «fuori della porta» in una questione così importante. Dovrebbe esserci ormai riconosciuta una posizione analoga a quella del Benelux.

ALLEGATO Il

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. Roma, 26 aprile 1948.

PROMEMORIA PER L'ATTENZIONE DEL GOVERNO AMERICANO

La situazione di allarme che viene mantenuta alla frontiera orientale italiana, obbliga il Governo italiano a riprendere in esame la questione relativa alla esecuzione delle clausole militari del trattato di pace in quanto tali clausole lasciano la penisola completamente disarmata di fronte ad ogni eventuale aggressione esterna.

Il Governo italiano è fiducioso che sia possibile trovare una formula di accordo internazionale che consenta la pacifica ricostruzione del mondo e la più cordiale collaborazione internazionale; è anzi convinto che tale formula verrà trovata e per parte sua è disposto a cooperare con tutte le sue forze a tale fine. Tuttavia esso non può, per le responsabilità che lo concernono di fronte al paese, non preoccuparsi della situazione del paese stesso anche dal punto di vista della sua difesa.

Normalmente le riduzioni di carattere militare che un trattato di pace impone ai paesi vinti hanno lo scopo di impedire una ripresa offensiva da parte di questi paesi. Ora nel caso dell'Italia è da osservare che con ripetute chiare manifestazioni della sua volontà democratica il popolo italiano ha dimostrato (anche con le recenti elezioni) di perseguire degli obiettivi di pace e di cooperazione internazionale che possono pienamente tranquillizzare i paesi confinanti sia all'ovest che all'est.

Nei confronti della Francia, poi, l'opera ormai felicemente avviata per una larga integrazione delle due economie e la distensione verificatasi nei rapporti politici fra i due paesi, fanno apparire del tutto assurda anche la sola ipotesi di una politica aggressiva dell'Italia verso questo paese.

Alla frontiera orientale è l'Italia che si trova in netta situazione di inferiorità e che deve quotidianamente subire -nonostante la sua migliore volontà di trovare una base di accordo e collaborazione col vicino slavo -continui atti di provocazione e aggressione come spostamenti e violazioni di confine, incidenti di frontiera, confische di pescherecci in Adriatico ecc. A ciò aggiungasi che la situazione venuta a crearsi nei Balcani attraverso il

)

sistema di patti politici e militari conclusi da quei paesi fra di loro e da taluni di essi con l'U.R.S.S. senza distinzione alcuna fra alleati ed ex-nemici, rende quanto mai difficile ogni forma di controllo sulla esecuzione delle clausole militari dei trattati di pace con l 'Ungheria, Bulgaria e Romania e pone l'Italia in una situazione del tutto nuova e imprevista, diversa cioè da quella esistente al momento della redazione del trattato del Lussemburgo, quando anche la politica di collaborazione fra le maggiori potenze pareva felicemente avviata verso una generale distensione.

Inoltre l'Italia, nonostante l'appoggio cordiale delle potenze occidentali, non ha potuto ancora essere ammessa all'O.N.U., e quindi non ha ancora potuto avere applicazione l'articolo 46 del trattato di pace che prevede che ciascuna delle clausole militari del trattato medesimo potrà essere modificata dopo che l'Italia sia divenuta membro di tale organizzazione.

Tutto il complesso di questa situazione sembra dover indurre a considerare il problema con la maggiore attenzione, e il Governo italiano è d'avviso che frattanto dovrebbe almeno essere sospesa la esecuzione delle clausole militari del trattato anche in attesa che si approfondiscano gli studi attualmente in corso connessi coi progetti de li'Unione occidentale.

L'art. 46 del trattato di pace può offrire tale possibilità in quanto la prima parte di esso prevede che le clausole militari del trattato possono essere rivedute interamente o parzialmente attraverso accordi fra le potenze alleate e associate e l'Italia; si potrebbero quindi proporre o avviare negoziati a tale fine per aver modo di soprassedere all'esecuzione delle clausole di cui trattasi.

La sospensione dovrebbe concernere tanto le clausole relative all'Esercito e alle fortificazioni, quanto quelle relative all'Aviazione e alla Marina.

644 l Si allude alla visita di Sforza a Londra nell'ottobre 1947 per la quale vedi serie decima, vol. VI, DD. 660, 663, 664, 667, 668, 673, 674, 677, 681.

645

L'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 5880/251. Londra, 5 maggio 1948, ore 21 (per. ore 8 del 6).

Segreto decifri ella stessa.

Bevin, il quale ieri parlando alla Camera dei Comuni sulla politica estera (ho inviato testo discorso per posta aerea) aveva detto a proposito Italia «vi sono ancora gravi ostacoli da superare prima che sia chiaro con esattezza il compito che Italia dovrà svolgere nel mondo del dopoguerra e questione richiederà accurato esame e accurate discussioni», ha desiderato parlarmi oggi al Foreign Office in colloquio relativo al passaggio sopra riportato.

Egli ha desiderato trasmettere suo pensiero V.E. e presidente De Gasperi anche in vista delle conversazioni iniziate a Roma da Mallet e di cui ho avuto da lui la prima notizia.

Suo accenno a gravi ostacoli si riferiva principalmente a situazione e riserve dal punto di vista italiano come mi pare gli risultassero da sue notizie in seguito conversazioni De Gasperi-Mallet. Egli mi ha dichiarato non aver voluto in alcun modo con intempestive dichiarazioni mettere nuovo Governo di fronte a necessità dare risposta o provocare polemiche stampa comprendendo benissimo impossibilità in questa vigilia di vita parlamentare italiana prendere alcuna decisione concreta. Da parte sua Bevin vede chiaramente complessità del problema nostra partecipazione Unione occidentale ed è del parere che questione debba essere esaminata dalle due parti con tutta oggettività e calma. Comprende anche che Italia possa nel prossimo avvenire aver bisogno di un periodo di attesa prima di deliberazioni definitive perché sua eventuale partecipazione maturi in opinione pubblica non essendo più il tempo in cui Mussolini poteva imporre alla nazione di partecipare all'Asse contro il sentimento popolare. Ma è perciò importante che da parte britannica non si facciano intempestive offerte o pressioni all'Italia che, rifiutate, potrebbero creare una difficile situazione. Bisogna che l'Italia se entrerà nell'Unione lo faccia con quella pienezza di volontà che renderà la sua partecipazione definitiva e senza possibilità di ulteriori oscillazioni «per molto tempo».

Bevin mi ha anche detto che nei prossimi giorni esaminerà problemi italiani con particolare attenzione dopo di che mi richiamerà per esprimere più chiaramente quanto pensa sulle possibili basi di conversazioni da proseguire.

Essendo stato lasciato completamente all'oscuro del colloquio svoltosi costà (a cui sembra dovrebbero seguirne altri) mi è stato impossibile dare alla conversazione piega più precisa e più informativa. Prego quindi telegrafarmi notizie circa detto colloquio e circa eventuali altri che seguissero se si vuole che miei incontri con Bevin possano servire a qualche cosa. Questione nostra adesione Unione occidentale merita essere studiata attentamente e presenta, vista da Londra, alcuni aspetti che forse sono meno evidenti a Roma!.

646

IL MINISTRO A BEIRUT, ALESSANDRINI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. PER CORRIERE 5929/020. Beirut, 5 maggio 1948 (per. il 7).

Questo ministro degli esteri mi ha parlato della questione delle nostre colonie dicendomi che essa «va purtroppo diventando sempre più, per il mondo arabo, una questione sentimentale». Ed ha aggiunto: «Quando dico mondo arabo intendo riferirmi soprattutto agli altri paesi della Lega araba e non al Libano, di cui conoscete bene i sentimenti di amicizia e di comprensione per voi».

Gli ho fatto notare quali sgradevoli sorprese -come è dimostrato dall'attuale situazione degli arabi in Palestina -possano riservare le prese di posizione che eccitano i sentimenti delle masse quando a tali prese di posizione non corrispandano sicuri affidamenti e giuste certezze.

Egli mi ha risposto che purtroppo la questione libica è un po' sfuggita al controllo dei vari governi responsabili per essere accentrata principalmente nelle

645 I Per la risposta vedi D. 654.

mani di Azzam Pacha e del segretario della Lega. Ma, ha aggiunto (ed è ciò che ritengo interessante segnalare a V.E.), si va facendo strada il proponimento di allontanare Azzam Pacha con qualche pretesto, dato che anche nella disgraziata questione palestinese «egli non ha fatto che complicare le cose, con molta leggerezza e superficialità di giudizio».

647

IL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

APPUNTO. Roma, 5 maggio 1948.

Sono ben note alla E.V. le vicende attraverso le quali sono passati, dalla fine della prima guerra mondiale (e prima ancora) sino alla fine della seconda guerra mondiale, i nostri rapporti con l'Albania.

L'attuale fase di tali rapporti è caratterizzata:

l) dalla marcata e attiva ostilità del Governo di Tirana verso l 'Italia e gli italiani (circa seicento dei quali rimangono da rimpatriare);

2) dalla marcata, ma necessariamente inattiva, amicizia che quasi tutti gli ambienti albanesi (ivi compresi quelli che ci furono ostili nel periodo dell'Unione) mostrano per l'Italia.

All'indomani dell'armistizio, e sino a qualche tempo fa, assorbiti come eravamo dalla difesa dei nostri più vitali interessi, la nostra azione politica nei confronti dell'Albania fu più che altro rivolta a «liquidare il passato». Da ciò i vari tentativi di riprendere i rapporti con quel paese soprattutto al fine di tutelarvi i nostri interessi residui e i nostri connazionali. Da ciò e anche in relazione con tali tentativi, l'abbandono in cui abbiamo lasciato la emigrazione politica albanese in Italia.

Ciò nonostante, anche in quei tempi non facili per la nostra politica estera, si è cercato di conservare allo stato di letargo e in vista di ogni possibilità avvenire, qualche elemento di manovra per tempi migliori: gli enti italiani che a prezzo di duri sacrifici contribuirono in modo così efficace, prima della unione, alla valorizzazione economica di quel paese, sono tuttora in vita, coi loro quadri, seppure ridotti, con gli studi approntati, con l'esperienza acquisita. Anche i nostri rapporti con gli esponenti politici albanesi, seppure ridotti al minimo suggerito dalle speciali circostanze del momento, non furono mai del tutto interrotti.

Ora che la politica estera dell'Italia sta gradualmente acquistando maggiore ampiezza di respiro, il momento sembra venuto di riprendere in considerazione in forma più attiva anche il problema albanese. Liquidato il passato sembra in sostanza convenga pensare all'avvenire. Un avvenire si intende basato su rapporti di buon vicinato, di collaborazione economica e culturale, di rispetto e di difesa dell'indipendenza albanese. Senza quindi abbandonare i tentativi intesi a ristabilire rapporti diplomatici o di fatto con l'attuale Governo di Tirana, converrebbe per

tanto, ove l'E.V. approvi, incominciare a riprendere qualche utile contatto con le correnti che fanno capo ai vari partiti democratici, ora estromessi dal paese, sia per rendersi conto delle loro intenzioni, programmi e orientamenti, sia per evitare che, abbandonati da noi, essi cadano-loro malgrado -nell'orbita di altri. Al tempo stesso -e quando se ne presenti l'occasione -si potrebbe parlare di questioni albanesi nelle capitali occidentali sottolineando il nostro interesse all'indipendenza dell'Albania. Va notato che la politica americana appare conciliabile con la nostra in Albania e che eventuali aspirazioni di carattere economico, da parte americana, in quel paese potrebbero in avvenire avvantaggiarsi della nostra attrezzatura ed esperienza l.

648

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. SEGRETO 4398/1669. Washington, 5 maggio 1948 (per. il 12).

Facendo seguito al mio telegramma odierno 3781, ho l'onore di riferire ulteriormente sull'udienza accordatami dal presidente Truman.

All'inizio del colloquio gli ho espresso i miei ringraziamenti per i provvedimenti politici e gli aiuti materiali che gli Stati Uniti avevano negli ultimi tempi disposto a favore dell'Italia e che avevano avuto certamente qualche influenza sul felice risultato delle nostre elezioni, col costituire una dimostrazione evidente della costante amicizia e del premuroso interessamento dell'America per il nostro paese.

Truman mi ha risposto che era lietissimo dei risultati delle elezioni che costituivano la premessa per il consolidamento delle istituzioni democratiche in Italia ed ha avuto parole di vivo elogio per l'opera del nostro Governo. Mi ha ripetuto, con lo stesso franco e caldo accento di allora, quanto ebbe a dire al presidente De Gasperi in occasione della sua visita alla Casa Bianca nel gennaio 1947: «Abbiamo vivissimo desiderio ed il massimo interesse a che l'Italia tomi ad essere un paese forte, bene ordinato e bene orientato economicamente, socialmente, politicamente. Facciamo e faremo ogni sforzo perché essa riacquisti in pieno la sua vera posizione tra le grandi nazioni».

Ho accennato allora come, nell'attuale turbata situazione internazionale ed in vista delle reazioni che il risultato delle elezioni potrebbe provocare nei paesi del blocco orientale, il Governo italiano aveva motivo di preoccuparsi di un minimo indispensabile di difesa dei suoi interessi e di un minimo di garanzia di aiuti al

647 I Il documento reca la seguente annotazione di Sforza: «Approvo accentuare nelle capitali nostro interesse per Albania e sua assoluta indipendenza. Va bene contatti consigliati, ma purché cautissimi e sempre con veste economica. Potran forse servire a svegliare Governo albanese e far che chieda rapporti diplomatici».

648 J. Non pubblicato, in esso Tarchiani anticipava le notizie contenute nel presente documento.

quale le nazioni pacifiche e di buon volere ritengono legittimamente di poter aspirare. Ho sottolineato il fatto che l'Italia, in conseguenza delle clausole del trattato di pace, è praticamente disarmata.

Il presidente Truman mi ha risposto: «In questo periodo senza dubbio difficile per voi, non vi manca e non vi mancherà la nostra protezione. La nostra Marina è nel Mediterraneo e l'Aviazione americana ha anche il compito di difendere l'Italia come ogni altra potenza occidentale amica. Ho l'impressione che a Mosca, specie in questi ultimi tempi, si tenga notevole conto di questi fattori».

Gli ho dato atto del valore, morale e politico delle posizioni assunte in Europa dagli Stati Uniti e della loro influenza su una maggiore consapevolezza e riflessione da parte dei paesi al di là della iran curtain. Ho aggiunto però che in vista dell'eventualità, sempre esistente, di incidenti imprevedibili o di un improvviso aggravarsi dell'attuale situazione, ogni paese ha il dovere di predisporre la propria difesa specie quando si hanno dei vicini poco ben disposti, eccessivamente vivaci, e quando, come nel nostro caso, esiste un problema grave e scottante quale è quello di Trieste.

Truman mi ha risposto che l'effettiva presenza di truppe americane ed inglesi costituiva una garanzia per Trieste e che egli riteneva che né Belgrado né Mosca avrebbero osato tentare colpi di mano. Ha poi aggiunto testualmente: «In ogni modo in questi giorni stiamo appunto studiando la questione delle garanzie e dell'adeguato armamento dei paesi minacciati da possibili sorprese aggressive. Stiamo cercando di risolvere, proprio in questo settore, il problema della Francia. L'eventuale soluzione potrà costituire un precedente anche per l'Italia e per altri paesi. Noi ci attendiamo che tutte le sedici nazioni europee che hanno aderito al piano Marshall facciano tutto quanto è nelle loro possibilità per organizzarsi -singolarmente e collettivamente -per la difesa dei loro interessi. Per quanto le risorse dell'America non siano inesauribili e noi non si possa presumere di poter sostenere il peso del mondo intero, faremo certamente ogni sforzo per soccorrere e rendere efficienti quei paesi che dimostreranno buona volontà di cooperazione e saranno disposti a collaborare al mantenimento della pace. Ciò tanto più in quanto sono persuaso che il solo modo di evitare un conflitto è di far sentire a Mosca che la pace è la migliore politica possibile, è quello di essere forti. Abbiamo un vasto programma di riarmo del quale la Russia, a quanto mi risulta, tiene gran conto. Speriamo di riarmare anche le altre nazioni minacciate che dimostrino volontà e capacità di difendersi. In tal modo si dovrebbe raggiungere un sistema di difesa che dovrebbe costituire la migliore garanzia per far prevalere dovunque i propositi pacifici».

A mia volta ho dichiarato al presidente Truman che l 'Italia non poteva non condividere questi scopi e che se essa desiderava rafforzare la propria difesa era appunto per contribuire positivamente ad un'opera di ragionevole persuasione e di pacificazione.

Nel congedarmi, Truman mi ha ripetuto che il Governo degli Stati Uniti si preoccupava della posizione dell'Italia e stava studiando le possibilità ed i mezzi per salvaguardare tale posizione, ed ha concluso testualmente: «Da parte nostra, data l'amicizia e gli interessi che ci legano, non vi mancheranno né le garanzie né gli aiuti. Ve ne abbiamo già dato le prove e siamo pronti a darvene delle altre».

649

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

T. S.N.D. 5917/380. Washington, 6 maggio 1948, ore 18,58 (per. ore 7,45 del 7).

Ho avuto oggi lunga conversazione con segretario Stato nel corso della quale Marshall mi ha punto per punto riconfermato atteggiamento questo Governo confronti problemi italiani quale chiaritomi da presidente Truman in colloquio ieri (mio 378)1.

In particolare mi ha detto che stavano per essere qui prese decisioni circa garanzie americane Europa occidentale nel cui quadro sarà tenuta dovuta considerazione necessità italiane.

Riservomi riferire dettagli in occasione mia venuta costà.

650

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

TELESPR. SEGRETO 629/8955/1761. Parigi, 6 maggio 19481.

Caffery mi ha detto di avere riferito a Washington sul colloquio avuto con me (mio telegramma per corriere n. 0104 del 29 aprile u.s.)2 e di avere avuto come risposta che il Governo americano desiderava vivamente che noi entrassimo a far parte dell'Unione occidentale: che pur riservandosi di dargli una risposta definitiva circa la convenienza per noi di aderire all'Unione di Bruxelles o non piuttosto ad un patto orientale, il Dipartimento di Stato era d'avviso che ci convenisse aderire al Patto di Bruxelles.

Mi ha detto che a Washington si avevano molti dubbi sulla opportunità per noi di sollevare apertamente la questione della revisione, come aveva fatto il presidente recentemente3. Il Governo americano era favorevole alla revisione, noi lo sapevamo, ce ne aveva data un prova all'O.N.U., e potevamo contarci. Si trattava soltanto di expediency.

Gli ho risposto che egli, forse, non si rendeva conto del risentimento che c'era in Italia, e ci sarebbe stato sempre, contro il trattato di pace: dato questo, era difficile se non impossibile ad un Governo italiano non parlare di revisione e non dare l'impressione che cercava ogni opportunità per sollevare la questione della revisione: la politica interna aveva le sue necessità, e questo gli americani lo sa

2 Vedi D. 627.

3 Si riferisce alle due interviste rilasciate dal presidente del Consiglio, De Gasperi, il 22 e 26 aprile: vedi Il Popolo del 23 e 27 aprile 1948.

pevano meglio di noi: quante volte il presidente e il segretario di Stato erano costretti a fare delle pubbliche dichiarazioni che non corrispondevano affatto al loro pensiero.

Caffery mi ha detto di capirlo: me lo diceva soltanto a titolo di opportunità politica. Del resto egli e i suoi colleghi presso le capitali del Patto a Cinque avevano avuto istruzioni di parlare della questione, anche in relazione al problema della revisione delle clausole militari da noi sollevata. Bidault gli aveva fatte le note obbiezioni sulla possibilità giuridica della revisione, gliene aveva parlato in una forma confusa assai, ma sufficiente a fargli capire che, purché non si sollevasse giuridicamente la questione, da parte francese si era disposti a farci fare quello che volevamo. A Bruxelles ed all' Aja si era risposto che si era contrari alla revisione, non per l'Italia, ma per il precedente che si veniva a sollevare nei riguardi della Germania. A Londra ci si era dimostrati contrari anche al riarmo tacito: secondo gli inglesi non ci si poteva fidare ancora della nuova Italia non nel senso comunista, ma nel senso nazionalista. La Democrazia cristiana aveva un fortissimo substrato nazionalista e ella stesso, sotto le sue apparenze intemazionalistiche, nascondeva un nazionalista arrabbiato.

Gli ho fatto osservare che evidentemente Bevin la considerava come un nazionalista perché si era rifiutato ad aiutarlo a portarsi via, sotto il velo dell'umanità, le nostre colonie. Per parte mia consideravo queste obiezioni alla revisione delle clausole militari come un pretesto: la vera ragione era un'altra.

Francesi ed inglesi ritenevano che, dal punto di vista pratico, l'accessione dell'Italia al Patto a Cinque costituiva per loro una estensione dei loro impegni militari senza che, da parte nostra, per qualche tempo, si potesse portare nessuno apporto positivo. Pensavano che l'America avesse interesse ad estendere l'organizzazione anche all'Italia, e volevano ricattarla facendo difficoltà nella speranza che, per superar le, l'America si decidesse a fare qualche importante passo avanti sulla via della collaborazione militare precisa.

Comunque questo atteggiamento non era di natura a facilitare la nostra situazione. Il compito numero uno della nostra politica era quello di andare d'accordo con gli Stati Uniti e di mostrare loro, coi fatti, la nostra gratitudine per l'aiuto costante, che in tutti i campi essi ci davano: il popolo italiano, del resto, aveva mostrato di averlo compreso col risultato delle elezioni. Dal momento quindi che l'America lo desiderava eravamo pronti ad entrare nell'Organizzazione europea: eravamo del resto noi stessi desiderosi di farlo, convinti, come siamo, che la salvezza dell'Europa può venire solo dalla sua integrazione, economica politica e militare. Ma gli Stati Uniti dovevano pure comprendere che noi avevamo la nostra dignità, a cui non intendevamo rinunciare. Noi eravamo pronti ad entrare in una Organizzazione europea disposta a riceverei, moralmente, da pari. Domandare di entrarci quando sapevamo che per una ragione o per l'altra c'erano parecchi dei suoi membri che storcevano la bocca, [non desiderando] di ammetterci nel loro club, era assai difficile. Qui mi si era parlato di difficoltà olandesi, e su quello si sarebbe potuto passare sopra: le difficoltà inglesi di cui egli mi parlava erano tutt'altra cosa.

Caffery mi ha detto che comprendeva le mie ragioni e le avrebbe fatte presenti a Washington. Personalmente mi consigliava di suggerire al mio Governo, appena superato l'attuale periodo di ricostituzione, di avere con Washington una franca spiegazione a questo riguardo; spiegazione che, egli mi aggiungeva da amico, era necessaria perché il nostro atteggiamento generale aveva suscitato qualche dubbio in America. Sarebbe stato bene che noi dicessimo chiaramente al Governo americano che noi comprendevamo il suo desiderio di vedere una Europa organizzata, e che per conto nostro eravamo non solo pronti, ma decisi a prendervi la nostra parte: spiegare poi le nostre difficoltà, che certamente sarebbero state comprese, le difficoltà sollevate dagli altri e !asciarci consigliare da Washington sul da farsi: era certo che impostate così le cose il Governo americano ci avrebbe aiutato in quanto gli era possibile.

649 l Vedi D. 648, nota l.

650 l Manca l'indicazione della data di arrivo.

651

L'AMBASCIATORE A PARIGI, QUARONI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. SEGRETO 631/3957/1763. Parigi, 6 maggio 19481.

Circa la Conferenza di Londra Bidault, rimandandomi per informazioni dettagliate ai suoi servizi, mi ha detto che non si poteva dire che non si fosse fatto niente, anzi: certo però quello che restava da fare era molto più di quello che era stato fatto.

Le sue preoccupazioni erano di un altro genere: il Patto a Cinque era l'organizzazione di una parte, per ora, dell'Europa, in funzione antirussa: non si era nemmeno cercato di mascherarlo, come avevano fatto i russi nella loro zona, sebbene il mascheramento più abile non avrebbe tratto in inganno nessuno. Ora veniva la questione della sistemazione statale tedesca della Trizona: personalmente egli non condivideva le opinioni di molti dei suoi compatrioti: era convinto trattarsi di un rospo che bisognava mandare giù, nell'interesse stesso, se bene inteso, della Francia: mandarlo giù sei mesi prima o sei mesi dopo non aveva grande importanza. Ma anche questo era una provocazione nei riguardi dei russi. Era ora bene, si domandava, continuare questa serie di provocazioni quando nulla di concreto era ancora stato fatto per essere in grado di opporsi, efficacemente, a una eventuale reazione russa? Quelli che si ritenevano garantiti dalla Russia dalla presenza di spazi oceanici più o meno grandi, potevano guardare le cose con un certo distacco, ma questa non era la situazione della Francia e dell'Italia. Secondo lui sarebbe stato molto meglio stare adesso un po' più tranquilli e pensare invece di più a preparare gli adeguati mezzi di resistere.

Gli ho chiesto se la questione della «garanzia» americana stesse facendo dei progressi. «Ne fa, mi ha detto: il Dipartimento di Stato, gli organi militari sono convinti che bisognerà arrivarci: ma devono fare i conti con il Congresso, con la loro opinione pubblica».

Ora, ha continuato Bidault, noi siamo completamente nel brouillard circa le intenzioni russe: le informazioni che noi, gli inglesi o gli stessi americani abbia

651 I Manca l'indicazione della data di arrivo.

mo, o riteniamo di avere, sono della blague. Nessuno ne sa niente. In vista di tutta questa agitazione che oggi non rappresenta niente di effettivo, ma che lo può essere domani, chi può escludere che i russi non cerchino di profittare di questo margine di tempo per impadronirsi di tutto il continente europeo, degli stabilimenti industriali che possono assicurare loro una produzione che essi non sono in grado di fare, delle masse operaie molto superiori tecnicamente alle loro? La garanzia americana, va bene: essa significa che dopo che la Russia avrà conquistata l'Europa, gli americani la libereranno. lo sono partigiano della resistenza, ma la prospettiva di essere un'altra volta occupato e poi liberato, con tutto quello che questo significa per il mio paese, non mi sorride affatto: e non dovrebbe sorridere nemmeno a voi: sarebbe meglio cercare di studiare come evitare occupazione e liberazione.

Gli ho fatto osservare che la teoria di evitare le provocazioni era appunto quella che aveva permesso ad Hitler di arrivare al 1939 senza che da parte degli altri Stati europei si fosse fatto niente di serio per prepararsi a resistere. Il pericolo russo c'era, questo nessuno lo poteva negare: esso ci sarebbe stato per lo meno fino al giorno in cui i russi non avessero l'impressione di trovarsi davanti una forza capace di rendere il loro compito difficile: c'era evidentemente un «periodo pericoloso» da attraversare: ma questo era inevitabile: tanto più presto si affrontava il problema, tanto più presto avremmo potuto sperare di avere superata la zona pericolosa: ciò premesso, ero perfettamente d'accordo con lui che era meglio evitare provocazioni puramente verbali ed inutili.

Bidault mi ha detto che era questo appunto il suo pensiero: e era nel campo delle «provocazioni» che voleva parlarmi della estensione all'Italia del Patto a Cinque. Aveva letto il discorso di De Gasperi -ho rettificato dicendo che si trattava di dichiarazioni alla stampa. Era perfettamente d'accordo con lui su quello che egli aveva detto in tema di condizioni, specialmente la revisione della clausole militari del trattato di pace. Ma in pratica come procedere? Per fare la revisione giuridica del trattato di pace occorreva almeno l'accordo dei Quattro: ora era evidente che la Russia non avrebbe mai autorizzato un riarmo dell'Italia per fare dell'Italia un ostacolo a sue eventuali mire aggressive. Una dichiarazione ufficiale di revisione delle clausole militari da parte dei tre alleati occidentali sarebbe stata una provocazione: nel caso di Trieste si era potuto girare la difficoltà impostando la cosa sotto forma di una nota alla Russia: ma nel caso della revisione una procedura del genere non avrebbe fa,tto avanzare di un passo la cosa. Non restava quindi che una soluzione: quella di fatto: per quanto concerneva la Francia egli era pronto a dare delle disposizioni di chiudere gli occhi davanti a quasi tutte le modifiche dello stato militare previste dal trattato. Era soltanto sul piano pratico e non sul piano giuridico che si poteva trovare la soluzione ad una questione di cui comprendeva tutta l'importanza.

Gli ho risposto che non avevo elementi che mi permettessero di interpretare in forma ufficiale il pensiero del Governo italiano: supponevo che il Governo italiano, là dove si trattava di cose ragionevoli ed essenziali avrebbe data più importanza alla sostanza che alla forma. Per noi era una questione di principio: fin qui tutte le volte che si trattava di prendere parte ad una Conferenza internazionale, l'invito ci era stato esteso sotto forma di una grande concessione: ci si dava più o meno l'impressione che ci si facesse un grande onore nell'invitarci in compagnia in cui altri invece. sedevano di pieno diritto. Poteva anche trattarsi di eccessiva sensibilità da parte nostra: doveva però capire che dopo quattro anni di trattamento di minorati noi avessiJ:no il diritto di avere la pelle delicata: ora noi eravamo decisi che questo stato di cose dovesse finire una volta per tutte. La questione del riarmo -ammettevo tutte le difficoltà di trovare una formula -era per noi anche una questione morale: le _çlausole del disarmo sono delle clausole che si impongono ad un paese ex nemico, quale misura precauzionale ritenendo che esso possa tornare ad esserlo: il giorno in cui ci si chiede di diventare degli alleati, si deve cessare di considera_rci un nemico potenziale.

Bidault mi ha dato su questo pienamente ragione aggiungendo che era desiderio della Francia, e sarebbe stata eventualmente sua cura di vedere, che la nostra entrata nel Patto a Cinque fosse la riconsacrazione ufficiale dell'Italia quale grande potenza europea. Era d'accordo con me nel dire che tutta la parte militare del trattato di pace rispondeva ad un ordine di idee del tutto superato: ma non era la parola revisione che risolveva tutto. A titolo di esempio mi ha citato la questione della smilitarizzazione della frontiera italiana verso la Francia, che era stata chiesta dai francesi: nel clima dell'alleanza sarebbe stato evidentemente assurdo che noi chiedessimo di riarmare le nostre fortificazioni di frontiera: si sarebbe dovuta invece prendere in esame la smilitarizzazione anche da parte francese.

Ritornando poi alla questione generale mi ha detto delle resistenze olandesi, molto decise, alla estensione del Patto a Cinque: non che fosse una impossibilità assoluta «c'est une noix qui est dure à casser mais on peut la casser».

Per questo nella conversazione che aveva avuto con lei aveva accennato ad un'altra idea: non sarebbe stato più conveniente per noi e per tutti parlare di un nuovo accordo Francia, Inghilterra, Italia, Grecia e Turchia, accordo che un giorno si sarebbe potuto congiungere con quello di Bruxelles ed una sua eventuale, possibile appendice nordica?

Gli ho detto, a titolo strettamente personale, che la questione poteva essere considerata. In sostanza era da prevedere che se i russi si fossero messi sulla strada di una operazione preventiva, le loro operazioni avrebbero potutosi cominciare su di un punto qualsiasi della linea di demarcazione, ma si sarebbero subito estese al tutto. Pensare di potere isolare un determinato settore, per esempio la Grecia, era cadere nelle stesse illusioni dell'Olanda rispetto a noi. Dato questo, e dato che si doveva in ultima analisi parlarne con gli americani sotto un angolo d'insieme, poteva essere meglio affrontare fin dall'inizio anche il problema del Mediterraneo orientale. Ma aveva egli una idea di quello che ne pensavano i greci ed i turchi?

Mi ha detto che Tsaldaris era venuto a Parigi sicuro di essere subito invitato ad aderire al Patto a Cinque ed era rimasto seccatissimo di sentirsi dire che non ci si pensava nemmeno: per questo adesso il boude. Ma non ha importanza: nella condizione della Grecia essa è pronta a fare quello che le si offre. I greci hanno sollevata questa idea assurda di mettere dentro anche i paesi arabi: ma non è difficile di fargliela abbandonare, almeno pro tempore. I turchi da parte loro, sono stati anch'essi offesi di non essere stati invitati dal principio: poi è ancora molto forte in loro l'idea di fare bande a part. Sono della gente colla testa sulle spalle, sanno che l 'Unione occidentale non può, per ora, essere loro di aiuto efficace, quindi non si mostrano molto interessati.

Gli ho chiesto, incidentalmente, se il trattato di alleanza franco-turco fosse considerato ancora come esistente. «C'è passata sopra acqua e sole, mi ha detto, ed è molto impallidito ma non è stato mai denunciato. I turchi ne parleranno quando noi saremo di nuovo in grado di dare loro qualche cosa».

Ritornando all'argomento centrale, Bidault mi ha detto che erano state appunto queste considerazioni che gli avevano fatta nascere l'idea di farci questa proposta: se non che, da allora in poi, la situazione era cambiata e non era più sicuro che questa soluzione sarebbe stata la migliore, o non piuttosto invece la nostra adesione, naturalmente negoziata, al Patto di Bruxelles.

Gli ho chiesto se aveva idea di quello che volessero gli americani. Mi ha risposto che gli americani hanno delle idee molto vaghe ed aspettano che siamo noi europei a trovare o a suggerire delle soluzioni.

A questo punto, premettendo che non mi rivolgevo al ministro degli esteri francese ma ad un buon amico del nostro paese, gli ho chiesto che cosa ci consigliava di fare.

«Voi avete oggi, dopo le elezioni, una posizione morale di prim'ordine, di cui vi conviene di fare uso senza troppo perdere del tempo. Voi avete due alternative: attendere che noi ci facciamo parte diligente e vi invitiamo; l'altra è quella di prendere voi stessi, sia pure in forma discreta, l'iniziativa. Diplomaticamente la prima formula potrebbe essere la più allettante: c'è però un pericolo, ed è quello di dare l'impressione che voi non volete aderire. Ora qui non si tratta soltanto di una alleanza militare: si tratta di un tentativo di organizzazione, sul piano politico e militare dell'Europa occidentale, parallelo all'organizzazione economica prevista per il piano Marshall: è sotto questo aspetto che il dare l'impressione di non voler aderire, può essere interpretato in tutt'altro senso: per cui, tutto sommato, credo sarebbe meglio per voi di prendere, in qualche forma, l'iniziativa: questo non toglie che potreste poi discutere forma, modi, sostanza della vostra adesione».

Lo ho ringraziato del suo consiglio !imitandomi a dire che ci avrei pensato. Bidault mi ha pregato di non riferire al mio Governo questa ultima parte della conversazione, ma di considerarla come un consiglio personale a me, del quale, se credevo, avrei potuto fare uso ma come di una cosa mia.

652

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. SEGRETO 4405/1676. Washington, 6 maggio 1948 (per. l'li).

La sua lettera personale n. 617 Segr. Pol. del 20 aprile 1 relativa alla questio

652 I Con tale lettera Sforza, nel trasmettere la corrispondenza intercorsa tra Zoppi e Quaroni circa la questione della consegna delle navi alla Francia (vedi D. 543), aveva richiesto di conoscere il pensiero del Governo statunitense in proposito.

ne della consegna alla Francia della quota di nostre navi da guerra ad essa destinate dal trattato di pace, mi è giunta solo il 30 aprile. I contatti con Dipartimento per chiarirne l'atteggiamento nei confronti della linea di condotta che noi ci riprometteremmo di seguire hanno necessariamente preso qualche giorno e sono pertanto dolente, pur rendendomi conto dell'urgenza della questione, di non averle potuto rispondere prima.

A diverse riprese, ed in particolare in occasione dell'esame delle possibili conseguenze di una rinunzia sovietica -collegata alle nostre elezioni -(mia lettera personale al ministro Zoppi n. 1260 del l o aprile u.s.)2, avevamo intrattenuto il Dipartimento sull'opportunità che da parte americana venisse consigliato a Parigi di compiere un gesto di rinunzia circa le navi italiane che si avvicinasse per quanto possibile a quelli di Washington e di Londra. Il Dipartimento ci aveva assicurato che da tempo svolgeva in tal senso opera di persuasione coi francesi e che, pur rendendosi conto della difficoltà per il Governo francese di indurre la propria marina militare a rinunziare a quella che era ritenuta una legittima riparazione morale e materiale, contava di indurre Parigi ad alcuni alleggerimenti, sia di forma sia di sostanza, degli obblighi imposteci al riguardo dal trattato di pace.

In seguito alle istruzioni di V.E. e prendendo lo spunto dalle assicurazioni di massima datemi da questo direttore generale degli affari politici circa l'esame della necessità della difesa italiana (mio rapporto n. 4151/1568 del 27 aprile u.s.)3, abbiamo ripreso l'argomento col Dipartimento opportunamente avvalendoci delle considerazioni svolte sia dal Ministero sia dall'ambasciatore Quaroni, nonché delle informazioni in possesso di questo addetto navale.

Al Dipartimento ci è stato francamente consigliato di aderire al desiderio dei francesi, tanto più che anche qui risultava che Parigi era pronta a rinunziare sia ai maggiori lavori previsti dal trattato di pace per rimettere le navi in operational conditions sia ad una imprecisata, ma non certo rilevante, quota di tonnellaggio, nonché ad ammettere una modifica nella motivazione della consegna delle unità.

Al Dipartimento risultava altresì che i francesi erano particolarmente ansiosi di rinsaldare i rapporti di amicizia e collaborazione con l 'Italia: se il Governo francese era così intransigente sulla questione delle navi ciò era dovuto non solo a considerazioni di prestigio degli ambienti militari ma soprattutto alle preoccupazioni di disporre di un adeguato tonnellaggio per assicurare la difesa delle comunicazioni con i propri territori d'oltre mare. Poiché al Dipartimento si mostrava di giustificare tali preoccupazioni francesi, da parte nostra si è allora accennato alla possibile cooperazione della nostra marina alla difesa generale nel quadro della collaborazione europea occidentale. Da parte americana, pur confermandosi l'intenzione di rivedere -al momento opportuno -la posizione dell'Italia, si è espressa però l'opinione che le trattative per una revisione del genere prenderanno necessariamente molto tempo e che nel frattempo il Governo francese ha un effettivo bisogno delle unità in questione.

652 2 Non rinvenuta. 3 Vedi D. 620.

Abbiamo inoltre sollevato la questione della difficoltà nella quale ci troveremmo, una volta che avessimo aderito alla richiesta francese, di resistere alle richieste delle altre potenze cui sono state concesse quote della nostra flotta. Al Dipartimento si è mostrato di non voler sopravalutare il valore materiale della consegna delle unità spettanti alla Jugoslavia e all'Albania e si è insistito sulla necessità di cancellare, con la consegna dell'incrociatore assegnato alla Grecia, il ricordo dello spiacevole incidente dell'Hellas. Per quanto riguarda la Russia ci è stato detto che il Governo americano ha recentemente riaffermato, nel corso di una riunione degli esperti della Commissione navale a Roma, il principio che il Governo sovietico, per ottenere la propria quota di naviglio italiano, dovrà procedere prima alla restituzione delle navi prestategli dagli Stati Uniti e dall'Inghilterra. Il rappresentante russo avrebbe sollevato alcune difficoltà al riguardo: ciò dovrebbe pertanto permettere di frapporre ostacoli ad un'eventuale richiesta di Mosca di consegna immediata delle nostre unità.

Nell'occasione si è confidenzialmente appreso al Dipartimento che il Governo francese aveva negli scorsi giorni effettuato qui un passo per esprimere le proprie preoccupazioni per alcune voci provenienti da Roma, secondo le quali il Governo italiano si stava preparando a chiedere alla Commissione dei quattro ambasciatori il permesso di conservare le navi da battaglia «Italia» e «Vittorio Veneto» restituiteci dall'Inghilterra e dagli Stati Uniti, a condizione che esse vengano demolite, sostituendole, ai fini della demolizione, col «Doria» e il «Duilio» consentiteci dal trattato di pace.

La richiesta francese è stata esaminata dai rappresentanti della Marina americana e dal Dipartimento ed è stato deciso di ricordare, nel modo che sarà ritenuto più opportuno, al Governo italiano l'obbligo di procedere sollecitamente alla demolizione dell' «<talia» e della «Vittorio Veneto».

Abbiamo naturalmente, con ogni argomento, sottolineato la incongruenza di una distruzione del genere nel momento in cui, sia pure con tutte le cautele del caso, si comincia a parlare qui della possibilità di un nostro rafforzamento militare. Prendendo inoltre lo spunto da quanto ci è stato fatto presente circa la necessità dei francesi di difendere le proprie comunicazioni con i territori d'oltre mare, abbiamo ricordato come il Governo italiano, anche se era stato costretto dal trattato di pace a rinunziare ai propri titoli sulle colonie, non aveva mai rinunziato al diritto di essere incaricato dell'amministrazione fiduciaria di quei territori, diritto che gli derivava dai notevolissimi sacrifici di ogni genere compiuti per il loro sviluppo, e sulla conseguente necessità che si poteva presentare anche per noi di difendere le comunicazioni con i territori affidateci.

Ci è stato risposto con i seguenti argomenti:

-si riteneva che le due nostre grandi navi da battaglia fossero ormai superate per quanto riguarda le attrezzature speciali (radar, etc.) e che quindi, per contribuire alla difesa comune, noi ci saremmo dovuti sobbarcare ad un notevole sforzo finanziario sia di rimodernamento, sia di manutenzione. Avremmo quindi, con ogni probabilità, finito per fare ricorso all'assistenza degli Stati Uniti che, disponendo già di numerose unità del genere, per di più modernissime, non vedevano la necessità di contribuire all'aggiornamento delle nostre unità;

-il mantenimento di unità del genere è tanto costoso che anche gli inglesi non manterrebbero in servizio che due navi di tale tipo;

-la nostra Marina era ora, come totale di tonnellaggio, abbastanza adeguata alle nostre immediate necessità. Se mai, si ritiene in questi ambienti navali, vi è un certo squilibrio tra le grandi unità che ancora ci restano ed il nostro fabbisogno di mezzi antisommergibili, dragamine, etc. richiesti dalle esigenze della nostra difesa costiera;

-anche tenendo conto di nostre eventuali esigenze che superino i limiti della difesa costiera, si riteneva qui che le grandi unità ci sarebbero state inutili, sia dal punto di vista strategico, sia da quello logistico, in quanto anche l'impiego delle unità del genere, anche più moderne delle nostre, era ora limitato alla preparazione di grandi sbarchi o alla protezione di convogli portaerei, operazioni tutte che non dovrebbero rientrare per il momento nei nostri compiti di difesa;

-infine non si potevano qui sottovalutare le preoccupazioni e le diffidenze da parte inglese e da parte francese, che purtroppo sussistono pur nell'attuale clima di collaborazione e di fiducia e pur tenendo conto delle nostre intenzioni pacifiche. Una flotta italiana delle proporzioni da noi valutate, concentrata nel Mediterraneo, sarebbe superiore, e forse di gran lunga superiore, a quella che i francesi e gli stessi inglesi potranno impegnare in tale settore.

In sostanza al Dipartimento si è attirata la nostra attenzione sulla necessità di non guastare per la questione delle navi i rinnovati buoni rapporti con la Francia e con l'Inghilterra e di dare, coll'adempimento dei nostri obblighi, sia nella questione della quota francese, sia nella questione delle demolizioni, una dimostrazione della nostra buona volontà e soprattutto della nostra buona fede. Ciò non avrebbe mancato di facilitare a suo tempo il corso delle negoziazioni e delle discussioni per la revisione della· nostra posizione militare, revisione che avrebbe tenuto conto delle nostre effettive esigenze e delle nostre possibilità di contributo ali' organizzazione difensiva dell' Europa4.

653

IL MINISTRO A PRAGA, TACOLI, AL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA

R. 839/512. Praga, 6 maggio 1948 (per. il 12).

Ho atteso anch'io il 18 aprile per esporre a V.E. alcune considerazioni ed alcune opinioni sulle direttive da fissare all'attività di questa legazione. L'ho atteso, non soltanto in ragione dell'influenza del risultato elettorale sulla situazione inter

na italiana e quindi sugli atteggiamenti che il nostro paese avrebbe preso verso gli altri, ma anche, e direi soprattutto, in ragione dell'influenza che quel risultato avrebbe indubbiamente esercitato sulle disposizioni del Governo cecoslovacco nei nostri confronti.

È il caso di ricordare che, dopo gli avvenimenti dello scorso febbraio, questo Governo ha differenziato ben più profondamente e più intimamente i suoi rapporti con l'Oriente da quelli con l'Occidente, ovviamente a tutto vantaggio dei primi. Per quanto riguarda i rapporti politici il nuovo atteggiamento, la «svolta», che ha seguito all'assoluto prevalere delle forze comuniste è chiaramente sintetizzato dal ripudio della formula «la Cecoslovacchia è il ponte tra l'est e l'ovest» che bene o male rispondeva alla politica di relativo equilibrio seguita precedentemente da questo paese. Naturalmente il profondo mutamento verificatosi nei rapporti politici ha agito sui rapporti economici e culturali ed altrettanto naturalmente hanno agito in tutti i campi, da un lato, le reazioni delle potenze occidentali, dall'altro lato, l'azione dei Soviet e degli altri paesi slavi lanciatisi prontamente a rinserrare i vincoli di fraternità slava e di comunanza ideologica con la sorella che rientrava in famiglia dopo qualche giro di valzer.

Per quanto riguarda l'Italia, il primo atteggiamento del nuovo regime mi è sembrato di attesa prudente, un'attesa dove la riserva non escludeva la speranza. Dai diversi colloqui che ho avuto con uomini di governo nelle settimane immediatamente precedenti le nostre elezioni, dalle rosee previsioni che, secondo le mie informazioni, erano state recate qui da autorevoli capi comunisti italiani, dallo stesso atteggiamento di questa stampa controllatissima dal Ministero delle informazioni che si è alla evidenza lasciata sorprendere dai risultati, ho tratta l 'impressione che questi circoli dirigenti scontassero se non una vittoria assoluta del fronte democratico popolare, almeno una maggioranza relativa che avrebbe portato i comunisti a partecipare necessariamente al nostro Governo. Di qui un atteggiamento un poco più cauto e un poco più moderato nei nostri confronti, che se, nella realtà, non apportava alcun vantaggio, traspariva però da certe forme. Così, ad esempio, se da un lato, le occupazioni di immobili italiani, le espulsioni di concittadini, gli attacchi violenti sulla stampa contro il nostro Governo in carica non venivano lesinati, dall'altro, si poteva rilevare che funzionari e personalità non dimostravano quel ritegno a frequentare la nostra legazione che mal celavano nei confronti di altre rappresentanze e si riusciva ad ottenere, sia pure a seguito di energici passi, la liberazione di italiani arrestati con una sollecitudine fuori dall'ordinario.

Ma, dopo le elezioni, nessuna illusione è più consentita. L'Italia è messa sulla stessa linea delle potenze occidentali e forse con un'ombra di dispetto e con un po' dell'amaro della delusione.

Questo abbozzo dell'ambiente attuale che, nelle mie intenzioni, dovrebbe servire a sintetizzare e a richiamare le mie numerose relazioni in argomento, dovrebbe esser tenuto presente nell'esaminare quanto verrò dicendo sull'attività di questa legazione.

E vorrei dire dei nostri rapporti con la Cecoslovacchia nel presente e nel prossimo futuro, raggruppandoli in quattro categorie: l) condizione degli italiani qui residenti, 2) emigrazione, 3) scambi commerciali, 4) rapporti culturali.

Per ciascuna di queste categorie mi permetterò di esporre a V.E. il mio parere circa le possibilità che io vedo e circa l'organizzazione degli uffici. In questo primo rapporto tratterò del primo argomento, altri vorrei farne seguire per i tre argomenti successivi.

l) Il nostro accordo del 2 luglio 194 7 non è stato mai ratificato, così come non sono mai stati ratificati gli accordi similari intervenuti tra la Cecoslovacchia ed altri paesi. Continua ad esistere -è vero -l'Ufficio del plenipotenziario per la sistemazione dei beni nazionalizzati o confiscati agli stranieri che venne creato in correlazione con i detti accordi. Ma mentre il plenipotenziario è costantemente assente e in viaggio tra Berna, Londra, Bruxelles e Parigi per trattare nuovi accordi o per «interpretare» quelli esistenti (ed ogni viaggio sembra segnare un insuccesso) il suo ufficio è del tutto inattivo. Due cose sole se ne possono ottenere: che accolga le denuncie, le domande di procedimento, le sollecitazioni perché il procedimento sia iniziato e che dia le più ampie assicurazioni sia di un rapido funzionamento in un prossimo futuro, sia di intenzioni amichevoli fin che si vuole al riguardo dei connazionali.

Come è risaputo, giusta i ricordati accordi, i procedimenti dinanzi a questa speciale autorità avrebbero dovuto avere due fasi: la prima, preliminare, detta di «legittimazione», nella quale si sarebbe stabilito se la «nazionalità» e la condotta dell'interessato sulla base dei «decreti del presidente» e degli stessi accordi è stata tale da renderlo immune dalle sanzioni previste per tedeschi, magiari e «persone sleali»; la seconda, di merito, che avrebbe seguito alla prima soltanto quando questa si fosse chiusa con la legittimazione e nella quale si sarebbe decisa la restituzione del bene confiscato o, in caso di impossibilità, l'indennizzo equivalente e, per i beni nazionalizzati, sempre l'indennizzo. Orbene, dal dicembre 1946, data in cui videro firmato il loro accordo, gli svizzeri, a costo delle più pressanti sollecitazioni, sarebbero riusciti ad avere un solo caso di legittimazione, cui non ha fatto seguito il giudizio di merito; nulla, neppure un giudizio di legittimazione, sono riusciti ad ottenere gli altri paesi.

Fino al febbraio 1948 ha valso l'intesa secondo la quale, in attesa del giudizio della speciale giurisdizione (plenipotenziario) o pendente giudizio, si sarebbe mantenuto lo statu qua per tutti i beni, sia che si trovassero ancora nelle mani dei proprietari (e questi son casi di rara eccezione) sia che si trovassero sotto amministrazione nazionale, sia che fossero già stati confiscati o nazionalizzati ma non ancora assegnati. Insomma la procedura in corso veniva arrestata in attesa del giudizio della nuova autorità istituita. In fatto e in linea generale, può dirsi che, fino al febbraio scorso, quest'intesa fu fatta rispettare, sia pure a costo di proteste e di interventi veramente di ogni giorno per arrestare i tentativi di violarla. Può anche dirsi che nei pochi casi in cui fu contravvenuto all'intesa, si riconobbe l'iniziativa e l'arbitrio degli organi locali contro i quali il potere centrale, se diede prova di impotenza, diede anche dimostrazione ... di buone intenzioni.

Ma, dopo il rivolgimento del febbraio, pressoché tutte le proprietà immobiliari di qualche importanza sono state occupate e distribuite e ne sono stati cacciati i proprietari dove ancora esistevano o i loro rappresentanti o tutti coloro che con essi potevano aver avuto qualche legame di amicizia o di dipendenza e, molto di sovente, i precedenti amministratori nazionali. Queste occupazioni sono avvenute sotto l'egida dei comitati d'azione, per loro direttiva o con la loro tolleranza, sia che si trattasse di proprietari contro cui pendeva l'accusa, che quasi sempre corrispondeva a un pretesto, di essere di «nazionalità» tedesca o magiara o di aver tenuto condotta sleale (caso di confisca), sia che si trattasse di proprietari di terre di estensione superiore al nuovo massimo di 50 ettari fissato dalla recente riforma (caso di nazionalizzazione). Ma convien dire che mai si è sottilizzato nell'accusa e che l'appellativo di «sleale» usato dalla legge e interpretato dagli accordi si è presto confuso con l'altro di «reazionario», quest'ultimo essendo diventato sinonimo di possidente. Tanto è vero che, come ho già avuto occasione di segnalare, si è verificato il caso di italiani spogliati della loro proprietà inferiore ai 50 ettari e che pure erano immuni da imputazione di natura politica.

Del pari si sono definiti in un batter d'occhio numerosi casi per i quali la legazione aveva a lungo combattuto, talora con successo, quelli di piccoli proprietari, di modesti imprenditori, di commercianti, di artigiani, di gelatieri, di impiegati, definiti -s'intende-con l'apprensione da parte dei comitati d'azione o di privati dei loro scarsi beni e delle loro piccole aziende.

Dove non si è fatto ricorso al mezzo diretto, si è arrivati allo scopo per vie traverse ma ugualmente efficaci come: la sospensione delle licenze di esercizio, la negata assegnazione di materie prime (specialmente di zucchero ai gelatieri), il rifiuto del permesso di soggiorno e col più drastico sistema della espulsione che lascia una teorica possibilità di appello che non sospende però l'esecutorietà. Queste espulsioni che avvengono per ragioni di polizia che le autorità si rifiutano di spiegare e che rendono a un tratto indesiderabili persone che abitano il paese da decenni, sono state eseguite talora in modo violento e in un caso, previo arresto e traduzione notturna, in un punto isolato della frontiera da dove gli espulsi sono stati respinti nel paese vicino (Austria). Ma anche quando, in seguito alle vivacissime proteste di questa legazione si è proceduto con metodi più civili, le espulsioni hanno portato alla conseguenza che coloro che ne sono stati colpiti hanno dovuto abbandonare qui ogni loro avere, senza possibilità di trovare un difensore o un mandatario, ché in questo paese ogni avvocato e ogni privato rifiuta cause o rappresentanze di stranieri per ragioni di quieto vivere.

Riassunta così una situazione che ho più volte avuto occasione di illustrare a

V.E. nelle sue diverse fasi e nei suoi esempi più gravi, posso sintetizzare in tre parole l'atteggiamento del Governo cecoslovacco di fronte ai nostri interventi: il Governo promette.

Ma non promette più -a mio avviso -con le buone intenzioni di una volta. Oggi il Ministero degli esteri non arrischia, nel migliore dei casi, che una timida comunicazione all'onnipossente Ministero dell'interno, il quale, a sua volta, non vuole apparire tiepido o debole di fronte alla direzione del partito e al Comitato centrale d'azione. E, se per l'addietro l'azione del centro sulla periferia mancava spesso il suo effetto, oggi l'azione non si inizia neppure, o subito si esaurisce in un breve giro di carte tra gli organi centrali e nella consueta risposta che viene data alla legazione per assicurarla che saranno comunicate dettagliate notizie e le eventuali misure «aussitòt que faire se pourra».

Oltre queste assicurazioni non si ottiene che ... il rinnovo delle assicurazioni. Lo stesso Clementis, che, sia pure a seguito delle mie vivacissime proteste, è personalmente intervenuto per liberare un connazionale arrestato in attesa di espulsione e per ottenere che la polizia agisca in modo più civile, non fa che darmi assicurazioni. Mi assicura che è intendimento del governo che l'Ufficio del plenipotenziario adempia alle previste funzioni secondo gli accordi e che anzi, allo scopo, si sta per aumentarne l'organico. Mi assicura che il ritardo alla ratifica degli accordi non ne deve ritardare l'esecuzione che si svolgerà, come previsto, mediante l'opera del plenipotenziario. Mi spiega che la ragione del ritardo della ratifica è di pura forma consistendo essa esclusivamente nella precedenza che si vuol dare al trattato svizzero, primo nel tempo, che attende un protocollo di interpretazione (le interpretazioni sono poi modifiche sostanziali che la Svizzera respinge). Mi dichiara che la Cecoslovacchia vuole addivenire ad equi indennizzi anche per mantenere quei rapporti commerciali di cui ha necessità e mi afferma che il Governo intende riparare a quegli errori che fossero intervenuti e che sono inevitabili in periodo rivoluzionario. Ma, attraverso queste assicurazioni e queste promesse che si cerca di tenere sempre più nel vago e nel generico, la manovra è evidente. Si guadagna tempo, si cerca di addormentare e intanto si attua un sistematico programma che mira ad allontanare gli stranieri e ad impossessarsi dei loro beni.

Oggi l'autorità centrale non è più soltanto impotente rispetto agli organi periferici, ma partecipa ad un'azione che rientra nei programmi o almeno nelle direttive di Governo. Oggi l'Ufficio del plenipotenziario non funziona, ma «sa» anche che non funzionerà mai (un suo alto funzionario ha consigliato a un nostro impiegato, come solo rimedio, provvedimenti di ritorsione). Oggi nessuna autorità amministrativa o giudiziaria osa di dichiarare la propria incompetenza in un giudizio contro uno straniero, tanto meno di risolverlo in suo favore. Oggi nessun avvocato assume e neppure continua la difesa di uno straniero, ciascuno anzi si affretta a restituire il fascicolo: non riprenderà il patrocinio neppure se il collegio degli avvocati, sollecitato come è stato dalla legazione, dovesse ufficialmente assicurarlo che nulla osta a che compia il dover suo. Oggi infine gli italiani, arrivati all'estremo delle risorse materiali e morali cominciano a lasciare il paese, ancor prima di esservi costretti, abbandonando tutti gli averi ed ogni speranza.

Non ho fatto menzione espressa delle nostre compagnie di assicurazione che costituiscono una parte così cospicua del patrimonio italiano in Cecoslovacchia e il nostro massimo caso di nazionalizzazione. È perché, essendo queste imprese da tempo passate nelle mani cecoslovacche, nulla di più il nuovo Governo poteva fare. Il procedimento di legittimazione e di indennizzo dovrebbe svolgersi dinanzi all'Ufficio del plenipotenziario della cui inattività ho lungamente parlato. Intanto tutte le attività e tutti i beni sono sfruttati senza alcuna cautela o controllo dallo Stato cecoslovacco.

2) L'entità dei beni dei nostri connazionali in Cecoslovacchia è stata più volte indicata al Ministero con specchi che ripartivano i beni stessi in diverse categorie secondo la loro natura e il loro valore. Nel suo complesso la proprietà italiana viene valutata, sia pure in modo molto approssimativo, ad oltre un miliardo di corone. La metà circa di questo ammontare è di spettanza delle nostre Compagnie di assicurazione.

3) Nella suesposta situazione non si possono collocare speranze se non in mezzi più energici delle consuete proteste, tali cioè da toccare gli interessi materiali di questo paese.

Già gli svizzeri hanno sollevato le maggiori difficoltà al rinnovo dell'accordo commerciale cui i cecoslovacchi tengono immensamente perché la eccedenza delle loro esportazioni costituisce la principalissima loro fonte di valute pregiate. Pare che vi abbiano aderito, ma imponendo che il 12% della detta eccedenza sia da loro trattenuto in conto degli indennizzi da liquidarsi. Misure analoghe avrebbe ora imposto il Belgio e sarebbero allo studio ali' Aja e a Londra. Non sarebbe escluso che qualche cosa di simile sia per fare l'America che, per il momento, ha bloccato crediti e forniture.

Malauguratamente a noi manca quest'arma potente di una valuta pregiata o della fornitura di particolari materie prime cui la Cecoslovacchia non può rinunciare. Come già ho altra volta riferito, esistono però in Italia cittadini cecoslovacchi che

o non svolgono alcuna attività o non ne svolgono di vantaggiose a noi. Taluni possono essere ritenuti addirittura indesiderabili, anche se tra questi, allo scopo qui ricercato, non sono naturalmente da annoverarsi gli eventuali profughi politici. Non mi pare che il trattamento riservato ai nostri connazionali qui, meriti di essere ricambiato con una larghezza verso certi ospiti che potrebbe in ogni caso sembrare eccessiva.

Ma vi ha di più. Il commercio estero di questo paese è stato da tempo accentrato e ora sta per essere completamente monopolizzato nelle mani di alcuni grandi enti parastatali che hanno le loro agenzie in Italia, talora sotto la veste di sedicenti società commerciali indipendenti. Queste società pretenderebbero ormai di svolgere tutti gli scambi da e per il nostro paese, giacché non sarà più concesso a ditte straniere di tenere qui neppure vere rappresentanze o agenzie. Ne consegue che i nostri produttori e i nostri commercianti non potranno effettuare alcuna scelta tra i produttori e le case commerciali cecoslovacche (per quanto nazionalizzati e accentrati essi siano) mentre subiranno la scelta che tra di loro piacerà di fare agli enti cecoslovacchi per il commercio estero e ciò tanto per gli acquisti quanto per le vendite. In vista anche di questa situazione che è a tutto nostro danno, penso che sarebbe il caso di esaminare la possibilità di restrizioni ali' attività in Italia dei ricordati enti cecoslovacchi e alla permanenza di loro agenti. Mi pare che provvedimenti di tal genere potrebbero assumere notevole efficacia come mezzo di pressione.

Ma naturalmente studio del genere, per il quale la Direzione affari economici sarebbe in possesso di dati e di elenchi, non potrebbe trascurare gli eventuali contraccolpi che potessero derivare ai nostri scambi commerciali. E qui la parola è ai competenti.

A me non resta che da sottolineare che senza un mezzo di pressione, ogni nostro intervento resta e resterà senza pratico effetto.

4) Vorrei aggiungere alla fine di questo primo punto, alcune parole circa la costituzione degli uffici consolari.

Il consolato di Bratislava è stato istituito soprattutto per considerazioni politiche. Ma quelle considerazioni politiche perdono oggi molta della loro importanza da che l'autonomia slovacca ha ricevuto un duro colpo dagli avvenimenti del febbraio. D'altra parte questo consolato costituirà sempre un ottimo punto di osservazione e affermerà la nostra presenza lungo una linea e verso una regione dove non si può certo dire che essa si faccia troppo notare.

La mia opinione è che sia utile mantenere il consolato di Bratislava, ma che ragioni di economia, conciliabili con le esigenze del suo servizio, consiglino di ridume il personale.

Le proposte relative a questo consolato e le altre relative alla cancelleria consolare di Praga saranno riassunte in uno specchio che mi riservo di trasmettere direttamente alla Direzione generale del personale non appena esaurito l'esame dei diversi argomenti preannunciati alle prime righe del presente rapporto.

652 4 Tarchiani aggiunse a mano la seguente annotazione: «P.S. Le accludo un rapporto del com. Daslini all'amm. Maugeri, dal quale si desume l'identità di vedute tra il Dipartimento di Stato e gli ambienti della Marina».

654

IL MINISTRO DEGLI ESTERI, SFORZA, ALL'AMBASCIATORE A LONDRA, GALLARATI SCOTTI

T. S.N.D. 5323/213. Roma, 7 maggio 1948, ore 22,30.

Suo 2511.

Bevin le ha parlato con una praticità di visione che approviamo pienamente.

Conversazione di Mallet col presidente del Consiglio fu tanto generica da escludere significasse «un inizio di conversazioni». Fu tuttavia un'occasione pel presidente del Consiglio per ricordare il problema delle colonie e delle limitazioni del trattato [di pace].

Nella mia conversazione Parigi con Bevin usai stesso stile ma accentuai interesse ai più larghi schemi africani.

Atteggiamento delineato da V.E. nella sua lettera privata del 282 è conforme pensiero del presidente del Consiglio e mio: niente precipitarsi come per delle grazie.

Benissimo suo progetto venire qui verso fine maggio.

655

L'AMBASCIATORE A WASHINGTON, TARCHIANI, AL DIRETTORE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI, ZOPPI

L. SEGRETISSIMA PERSONALE 4501/1720. Roma, 7 maggio 1948 (per. l'll).

Mi riferisco al telespresso ministeriale n. 5/4386/c. del 27 aprile u.s.l relativo agli sviluppi della iniziativa anglo-franco-americana nei confronti del Territorio Libero di Trieste.

2 Vedi D. 624.

Sin dall'inizio della nuova fase della questione, ed in particolare dopo la nota americana al Governo sovietico del 16 aprile u.s., abbiamo mantenuto uno stretto contatto col Dipartimento per conoscere ed eventualmente indirizzare la linea di condotta che ci si riprometteva di tenere qui circa la necessaria procedura di revisione del trattato di pace.

È apparso fin dal principio ben chiaro che è ferma opinione del Dipartimento che le truppe alleate dovranno restare a Trieste fin tanto che non siano pienamente realizzate tutte le condizioni che offrano sufficienti garanzie per la sicurezza dei territori che verranno restituiti alla sovranità italiana.

Per quanto in particolare riguarda la procedura di revisione la questione è tuttora nella fase di studio al livello degli uffici: al Dipartimento ci si andrebbe però ora orientando verso una procedura che seguirebbe a un dipresso queste linee: i Governi inglese ed americano presenterebbero prossimamente al Consiglio di sicurezza -senza commenti -un nuovo rapporto del Comandante alleato a Trieste che illustra ampiamente le difficoltà della situazione del Territorio Libero, specie a causa delle continue violazioni jugoslave. Dopo di ciò, ed ove nel frattempo non fosse pervenuta alcuna risposta russa alla nota di cui sopra, si provvederebbe a sollecitare nuovamente il Governo sovietico.

Successivamente Stati Uniti, Francia ed Inghilterra farebbero ricorso ali' Assemblea generale dell'O.N.U. chiedendo, sulla base dell'art. 14 dello Statuto delle Nazioni Unite, una raccomandazione per il ritorno all'Italia del Territorio Libero di Trieste. La richiesta delle tre potenze verrebbe motivata anzitutto dalle molte ragioni che consigliano di porre fine alla precarietà della situazione del Territorio Libero, specie data la mancata risposta sovietica che rende impossibile il desiderato accordo per una soluzione che metta fine a tale incerta condizione di cose. Nella loro richiesta le tre potenze proporrebbero inoltre il ritiro simultaneo di tutte le truppe di occupazione dali 'intero Territorio Libero. Sulla base della raccomandazione, che qui si confida verrebbe approvata dali' Assemblea generale, il Governo inglese ed americano potrebbero restituire all'Italia la loro zona del Territorio Libero, senza ritirare le truppe in quanto queste rimarrebbero nella zona stessa finché la Jugoslavia non avesse provveduto al ritiro delle proprie, cosa che qui non si ritiene probabile.

Tengo a ripetere che una procedura del genere non ha per adesso superato lo stadio dell'esame da parte degli uffici competenti e non impegna pertanto i più alti dirigenti del Dipartimento. L'esperienza però m'insegna che le soluzioni prospettate dagli uffici finiscono quasi sempre, a meno di imprevedibili mutamenti nelle direttive generali, per avere l'approvazione delle massime autorità.

Non mi risulta peraltro che siano stati ancora presi al riguardo contatti con il Governo francese ed inglese, e quindi la procedura per una messa a punto dell'iniziativa e per raggiungere il necessario accordo richiederà ancora parecchio tempo. Si dubita quindi qui di poterla presentare ali' Assemblea straordinaria dell'O.N.U. ora in corso, a meno che questa non debba prolungare i propri lavori per un considerevole periodo di tempo.

Nell'anticiparci la procedura di cui sopra, al Dipartimento ci sono state formulate le più pressanti raccomandazioni per la segretezza sulle idee sopra esposte. Si teme infatti che ove negli ambienti interessati al perpetuarsi dell'attuale situazione del Territorio Libero si avesse sentore di un progetto del genere, si potrebbe prendere l'iniziativa di portare la questione davanti al Consiglio di sicurezza, permettendo alla Russia di sabotare quindi coll'uso del veto qualsiasi progetto. Sottolineo pertanto la necessità del mantenimento del più scrupoloso segreto sulla possibile iniziativa americana.

Al Dipartimento ci è stato infine detto che qui si apprezzerebbe vivamente qualsiasi suggerimento del nostro governo circa la procedura che esso riterrebbe più opportuna per la revisione di quella parte del trattato di pace che riguarda il Territorio Libero di Trieste.

654 l Vedi D. 645.

655 l Vedi D. 605, nota l.


APPENDICI

APPENDICE I

UFFICI DEL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI (15 dicembre 194 7 -7 maggio 1948 )

MINISTRO SEGRETARIO DI STATO SFORZA Carlo, deputato all'Assemblea costituente.

SOTTOSEGRETARIO BRUSASCA Giuseppe, deputato all'Assemblea costituente.

GABINETTO DEL MINISTRO Capo del Gabinetto: N.N. Vice capo del Gabinetto: PRUNAS Pasquale, console di 2a classe. Segretari: MATACOTTA Dante, MaNDELLO Mario, consoli di 2a classe; CORNAGGIA

MEDICI CASTIGLION! Gherardo, console di 3a classe.

SEGRETERIA PARTICOLARE DEL MINISTRO Capo della segreteria particolare: CALEF Vittorio. Segretario particolare: GUAZZUGLI MARINI Giulio.

SEGRETERIA PARTICOLARE DEL SOTTOSEGRETARIO DI STATO Capo della segreteria particolare: BETTELONI Giovanni Lorenzo, console di 2a classe. Segretario: MASSIMO LANCELLOTTI Paolo Enrico, console di 3a classe. 825

SEGRETERIA GENERALE

Segretario generale: FRANSONI Francesco, ambasciatore.

UFFICIO COORDINAMENTO

Capo ufficio: DE PAOLIS Pietro, ministro plenipotenziario di 2a classe, fino al 31 gennaio; CASTELLANI PASTORIS Vittorio, consigliere di legazione, dal 15 marzo.

Segretari: DE REGE THESAURO Giuseppe, SIOTTO PINTOR Aureliano, DAINELLI Luca, consoli di 2a classe; VOLPE Arrigo, console di 3a classe.

SEGRETERIA DELLA COMMISSIONE CONFINI

Capo della segreteria: CASARDI Alberico, consigliere di legazione, fino all' 8 aprile.

Segretario: CARROSIO DI CARROSIO Renzo, primo segretario di legazione di l a classe, fino al 2 aprile.

UFFICIO DEL CERIMONIALE

Capo ufficio: TALIANI DE MARCHIO Francesco Maria, ambasciatore.

Segretari: SCOLA CAMERINI Giovanni, consigliere di legazione, dal 3 marzo; MACCHI DI CELLERE Pio, primo segretario di legazione di l a classe; MALASPINA F olchetto, primo segretario di legazione di l a classe, fino al 16 dicembre; FARACE Ruggero, primo segretario di legazione di 2a classe; LONI Aldo, DE GIOVANNI Luigi, consoli di 2a classe.

UFFICIO STAMPA ESTERA Capo ufficio: BoUNous Franco, primo segretario di legazione di 2a classe. Segretario: VINCI Piero, console di 2a classe.

UFFICIO STUDI, DOCUMENTAZIONE, ARCHIVIO STORICO E BIBLIOTECA

Capo ufficio: SCARPA Gino, console generale di 2a classe.

Consulente storico: ToSCANO Mario, professore ordinario di Storia dei trattati e politica internazionale ali 'Università di Cagliari.

Segretari: VAGNETTI Leonida, ispettore generale per i servizi tecnici; FLAMINI Pietro, vice ispettore per i servizi tecnici.

Archivio Storico

Incaricato della direzione: MoscATI Ruggero, direttore di l a classe negli Archivi di Stato.

Biblioteca

Bibliotecario: PIRONE Raffaele.

UFFICIO TRATTATI E ATTI Capo ufficio: TELESIO Giuseppe, consigliere di legazione.

SERVIZIO ECONOMICO TRATTATI Capo del servizio: BERlO Alberto, ministro plenipotenziario di 2a classe. Addetti al servizio: LANZARA Giuseppe, console generale di 2a classe; SANFELICE

Antonio, primo segretario di legazione di 2a classe.

UFFICIO DEL CONTENZIOSO DIPLOMATICO

Capo ufficio: PERASSI Tommaso, professore ordinario di diritto internazionale all'Università di Roma.

Segretari: MARESCA Adolfo, console di 2a classe; RAFFAELLI Pietro, ispettore per i servizi tecnici.

DIREZIONE GENERALE DEGLI AFFARI POLITICI Direttore generale: ZOPPI Vittorio, ministro plenipotenziario di l a classe. Vice direttore generale: SOARDI Carlo Andrea, consigliere di legazione, fino al

26 gennaio; CONTI Mario, consigliere di legazione, dal 16 dicembre.

Segretari: COTTAFAVI Antonio, consigliere di legazione; TosCANI MILLO Antonio, console di 2a classe.

UFFICIO I

Gran Bretagna, Paesi del Commonwealth, Medio Oriente

Capo ufficio: RoBERTI Guerino, consigliere di legazione, dal 14 gennaio.

Segretari: MARIENI Alessandro, primo segretario di legazione di 2a classe; FABBRICOTTI Fabrizio, console di 3a classe.

UFFICIO II

Francia, Spagna, Portogallo, Andorra, colonie francesi, spagnole e portoghesi

Capo ufficio: D'AcUNZO Benedetto, console generale di 2a classe, fino al 28 aprile; SrLVESTRELLI Luigi, primo segretario di legazione di l a classe, dal 29 aprile.

Segretari: EMO CAPODILISTA Gabriele, primo segretario di legazione di 2a classe.

UFFICIO III

Stati del Continente americano (esclusi quelli di competenza di altri uffici)

Capo ufficio: SCAGLIONE Roberto, consigliere di legazione. Segretario: SENSI Federico, console di 2a classe.

UFFICIO IV

U.R.S.S., Europa danubiana e balcanica, Turchia

Capo ufficio: CrRAOLO Giorgio, primo segretario di legazione di 2a classe (reggente), fino al 28 febbraio; Lo FARO Francesco, primo segretario di legazione di l a classe, dal l o marzo.

Segretari: ROMANELLI Renzo Luigi, console di 3a classe; DE SANTO Demetrio, commissario tecnico per l'Oriente di l a classe.

UFFICIO V

Austria, Belgio, Cecoslovacchia, Danimarca, Finlandia, Germania, Islanda, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, San Marino, Svezia, Svizzera

Capo ufficio: MAZIO Aldo Maria, primo segretario di legazione di l a classe. Segretari: GHENZI Giovanni, FALCHI Silvio, consoli di 2a classe.

UFFICIO VI

Cina, Giappone, Siam, Filippine

Capo ufficio: SIMONE Nicola, console di l a classe, dal 12 aprile; RAMONDINO Ferruccio, commissario tecnico per l'Oriente di 2a classe (reggente), fino all' 11 aprile.

Segretario: MELKAY Almo, commissario tecnico per l'Oriente di 4a classe.

UFFICIO VII

Santa Sede

Capo ufficio: DE VERA o'ARAGONA Carlo Alberto, ministro plenipotenziario di 2a classe, fino al 26 gennaio; SOARDI DI S. ANTONINO Carlo Andrea, consigliere di legazione, dal 27 gennaio.

UFFICIO VIII

Prigionieri di guerra, internati civili, rifugiati, questioni varie

Capo ufficio: ZAMBONI Guelfo, primo segretario di legazione di l a classe.

Segretari: MARTINA Gian Luigi, console di l a classe; CASTELLANI Germano, CERULLI IRELLI Giuseppe, consoli di 2a classe.

DIREZIONE GENERALE DEGLI AFFARI ECONOMICI

Direttore generale: GRAZZI Umberto, ministro plenipotenziario di l a classe.

Vice direttore generale: CATTANI Attilio, consigliere di legazione, fino al 27 febbraio; LANZA o'AJETA Blasco, ministro plenipotenziario di 2a classe, dal 28 febbraio.

Segretari: Sru Francesco, consigliere di legazione, fino all'8 marzo; PRATO Eugenio, primo segretario di legazione di l a classe, dal 7 aprile; TOFFOLO Giovanni Battista, console di l a classe; ENEA Giuseppe, addetto commerciale di 2a classe.

UFFICIO I

Questioni di carattere generale, Stati transoceanici e del Bacino mediterraneo

Capo ufficio: BRUGNOLI Alberto, console di 2a classe.

Segretari: BEHMANN Norberto, console di 3a classe; SoRo Diego, console di 3a classe, dal 2 febbraio; LENZI Alfredo, addetto commerciale di 2a classe; PIOPPA Roberto, assistente addetto commerciale di l a classe.

UFFICIO Il

Stati del! 'Europa occidentale

Capo ufficio: PRATO Eugenio, primo segretario di legazione di l a classe. Segretario: DE LUIGI Pier Giuliano, console di 2a classe, fino al 5 aprile.

UFFICIO III

Stati del! 'Europa orientale

Capo ufficio: NOTARANGELI Tommaso, consigliere commerciale di 2a classe.

Segretari: MoRABITO Ugo, addetto commerciale di 2a classe (dal l o gennaio di l a classe), fino al 5 aprile; GIANCOLA Raffaello, addetto commerciale di 2a classe; FRANZÌ Mario, console di 3a classe; LIBOHOVA Ali Neki, vice console di l a classe; CANEVARO DI CASTELVARI Raffaele, vice console di l a classe, dal 3 marzo.

UFFICIO IV

Questioni economico-finanziarie derivanti dalle clausole del!' armistizio, questioni attinenti al trattato di pace

Capo ufficio: COLONNA Guido, primo segretario di legazione di 2a classe.

Segretario: TRINCHIERI Alfredo, console di 3a classe.

DIREZIONE GENERALE DELL'EMIGRAZIONE

Direttore generale (reggente): TOMMASINI Mario, ispettore generale per i servizi tecnici.

Vice direttore generale. FERRERO Andrea, primo segretario di legazione di l a classe, dal 12 febbraio.

Segretari: AsiNARI SIGRAY Luigi Gabriele, console di 2a classe, dal l o marzo; VALLE Antonio, vice ispettore per i servizi tecnici; TALLI Roberto, segretario per i servizi tecnici.

SERVIZI TECNICI DELL'EMIGRAZIONE

(Ispettorati e Uffici di frontiera-Navigazione)

OLIVERI Umberto, ispettore superiore per i servizi tecnici; TEDESCO Pietro Paolo, ispettore capo per i servizi tecnici.

VISTI DI INGRESSO E TRANSITO A STRANIERI E COLLEGAMENTO CON IL MINISTERO DELL'INTERNO

AMBROSI Giovanni Battista, console di l a classe, fino al l o febbraio; CORDERO DI MONTEZEMOLO Giulio, segretario per i servizi tecnici.

UFFICIO I

Emigrazione e collettività in Gran Bretagna, Paesi Bassi, Lussemburgo, Francia, Principato di Monaco, Spagna, Portogallo, Gibilterra, Africa, Palestina, Siria, Libano, Iraq, Transgiordania, Arabia Saudita, Yemen, Aden, Malta, Cipro

Capo ufficio: MANSI Stefano, console di 2a classe.

Segretari: RENGANESCHI Vittorio, PIRODDI Mario, ispettori capo per servizi tecnici.

UFFICIO Il

Emigrazione e collettività in tutta l'Europa non di competenza dell'Ufficio I, in Turchia e nelle regioni asiatiche del! 'U.R.S.S.

Capo ufficio: SORO Diego, vice console di l a classe (reggente), fino al l o febbraio; AMBROSI Giovanni Battista, console di l a classe, dal 2 febbraio.

Segretario: CusANI Giovanni, vice ispettore per i servizi tecnici.

UFFICIO III

Emigrazione e collettività nel Centro e Sud America

Capo ufficio: LEONINI Camillo, console di l a classe, dal l 0 marzo.

Segretari: MARCHIONI Pietro, MANCA Elio, ispettori superiori per i servizi tecnici; BrFULCO Vittorio, ispettore capo per i servizi tecnici.

UFFICIO IV

Emigrazione e collettività negli Stati Uniti, Canadà, Alaska, Nuova Zelanda, Australia, Isole del Pacifico, e regioni del! 'Asia non di competenza di altri uffici.

Capo ufficio: FERRERO Andrea, primo segretario di legazione di l a classe, fino al 25 gennaio; SETTI Giuseppe, primo segretario di legazione di l a classe, dal 26 gennaio.

DIREZIONE GENERALE DELLE RELAZIONI CULTURALI

Direttore generale: TALAMO ATENOLFI BRANCACCIO Giuseppe, ministro plenipotenziario di la classe.

Vice direttore generale: GOBBI Giovanni, console generale di la classe, fino al 30 aprile; ORLANDINI Gustavo, console generale di 2a classe, dal l 0 maggio.

Personale alle dirette dipendenze del direttore generale: Dr GruRA Giovanni, ministro plenipotenziario di 2a classe; VATTANI Mario, console di l a classe.

UFFICIO I

Affari generali

Capo ufficio: 0RLANDINI Gustavo, console generale di 2a classe, fino al 9 marzo.

Segretari: SALLIER DE LA TouR Paolo, consigliere di legazione, dal l 0 gennaio; STADERINI Ettore, console di 2a classe, dal l O marzo; MINNINI Marcello, console di 3a classe, dal 21 febbraio; CoRSI Fernando, ispettore capo per i servizi tecnici.

UFFICIO II

Istituti di cultura

Capo ufficio: CrPPICO Tristram Alvise, consigliere di legazione, fino al 16 dicembre; BIANCONI Alberto, console generale di l a classe, dal 17 dicembre.

UFFICIO III

Scuole

Capo ufficio: BIANCONI Alberto, console generale di l a classe, fino al 16 dicembre; MALASPINA DI CARBONARA E DI VOLPEDO Folchetto, primo segretario di legazione di l a classe, dal 17 dicembre.

DIREZIONE GENERALE DEL PERSONALE E DEGLI AFFARI GENERALI

Direttore generale: BALDONI Corrado, ministro plenipotenziario di 2a classe.

Alle dirette dipendenze del direttore generale: MoRozzo DELLA RoccA Antonino, console di 2a classe; LuciOLLI Giovanni, console di 2a classe; EMILIANI Luigi, commissario consolare di l a classe.

UFFICIO I

Personale di gruppo A

Capo ufficio: LuciOLLI Mario, console generale di 2a classe.

Segretari: PROFILI Giacomo, FRAGNITO Giorgio, PoMPEI Gianfranco, consoli di 2a classe.

UFFICIO II

Personale di gruppo B e C, avventizio, locale, subalterno e salariato

Capo ufficio: NICOLAI Lorenzo, console generale di 2a classe, fino al 15 febbraio; SIRCANA Leone, console generale di 2a classe, dal 16 febbraio.

Segretari: SIMONE Nicola, console di la classe, fino all' ll aprile; ZUGARO Folco, vice console di l a classe, dall' 8 marzo.

UFFICIO III

Sedi demaniali e intendenza

Capo ufficio: MoNTESI Giuseppe, console generale di l a classe.

Segretario: FossATI Mario, ispettore per i servizi tecnici.

UFFICIO IV

Questioni amministrative

Capo ufficio: TURCATO Ugo, console generale di l a classe.

Segretari: BERTUCCIOLI Romolo, console generale di 2a classe, dal 15 gennaio; PAOLINI Ennio, ispettore dei commissari consolari, fino al 2 marzo; CERACCHI Giuseppe, commissario consolare di l a classe; LEONINI PIGNOTTI Augusto, commissario consolare di 2a classe; PISANI Salvatore, commissario consolare di 4a classe, fino al 23 aprile; BLANDI Silvio, ispettore superiore per i servizi tecnici; BARILLARI Michele, ispettore per i servizi tecnici.

CASSA

Cassiere: SPATAFORA Gaetano, commissario consolare di 3a classe.

UFFICIO V

Corriere e corrispondenza

Capo ufficio: NATALI Umberto, console generale di l a classe.

Segretario: CHASTEL Roberto, console di 2a classe, dal 15 marzo; RoTA Armando, ispettore per i servizi tecnici.

UFFICIO VI

Cifra e servizio crittografico

Capo ufficio: 0TTAVIANI Luigi, ministro plenipotenziario di 2a classe.

Segretari: RoMIZI Gino, console di l a classe; BERNI CANANI Ugo, console di 2a classe; CAMPANELLA Francesco Paolo, console di 3a classe; SALLIER DE LA TouR Carlo, CoRTESE Federico, ispettori per i servizi tecnici; POLLICI Dante, commissario tecnico per l'Oriente di 4a classe.

SERVIZIO ISTITUTI INTERNAZIONALI

Capo servizio: DE AsTis Giovanni, ministro plenipotenziario di 2a classe.

UFFICIO I

Nazioni Unite Capo ufficio: LANZA D'AIETA Blasco, ministro plenipotenziario di 2a classe, fino al 27 febbraio. Segretario: MILESI FERRETTI Gian Luigi, console di 2a classe.

UFFICIO II

Istituti internazionali, congressi e conferenze

Capo ufficio: PINTO Pasquale, console di l a classe. Segretario: MANFREDI Vittoriano, console di 2a classe.

SERVIZIO AFFARI PRIVATI Capo servizio: PERVAN Edoardo, console generale di l a classe. Segretario: GUIDA Ugo, console di l a classe, dal 20 febbraio.

UFFICIO I

Cittadinanza, servizio militare e stato civile

Capo ufficio: VALERIANI Valerio, console generale di 2a classe. Segretari: GRANDINETTI Eugenio, ispettore superiore per i servizi tecnici.

UFFICIO II

Informazioni, ricerche e questioni di carattere valutario concernenti privati

Capo ufficio: GIURATO Giovanni, console di l a classe.

UFFICIO III

Diritti di famiglia, atti tra vivi, successioni, assistenza giudiziaria, danni di guerra, pensioni, assicurazioni sociali, legalizzazioni

Capo ufficio: MAURO Sestino, console di l a classe.

APPENDICE II

AMBASCIATE E LEGAZIONI DELLA REPUBBLICA ITALIANA ALL'ESTERO (15 dicembre I 947 -7 maggio I 948)

AFGHANISTAN

Kabul -CALISSE Alberto, inviato straordinario e ministro plenipotenziario.

ARABIA SAUDITA

Gedda -ZAPPI Filippo, inviato straordinario e ministro plenipotenziario.

ARGENTINA

Buenos Aires -ARPESANI Giustino, ambasciatore; FoRNARI Giovanni, consigliere, fino all' 11 febbraio; CASARDI Alberico, consigliere, dal 9 aprile; THEODOLI Livio, primo segretario; PLAJA Eugenio, secondo segretario; DE LUCIA Fernando, segretario commerciale.

AUSTRIA

Vienna -CoPPINI Maurilio, inviato straordinario e ministro plenipotenziario, fino al 20 dicembre; CosMELLI Giuseppe, dal 4 gennaio; DE NOVELLIS Gennaro, primo segretario, dal 6 gennaio; PIGNATTI MORANO DI CUSTOZA Girolamo, secondo segretario; SEBASTIANI Lucio, secondo segretario; DE SANTI Manlio, segretario commerciale.

BELGIO

Bruxelles -DIANA Pasquale, ambasciatore, dal 20 febbraio; VENTURINI Antonio, consigliere; ALOISI DE LARDEREL Folco, primo segretario.

BOLIVIA

La Paz -GIARDINI Renato, consigliere di legazione, incaricato d'affari ad interim.

BRASILE

Rio de Janeiro -MARTINI Mario Augusto, ambasciatore; BoRGA Guido, ministro consigliere; BOMBASSEI FRASCANI DE VETTOR Giorgio, primo segretario; MACCOTTA Giuseppe Walter, secondo segretario; BALLERINI Elisio, consigliere commerciale.

BULGARIA

Sofia -GUARNASCHELLI Giovan Battista, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; SOLARI Pietro, primo segretario; TERRUZZI Giulio, secondo segretario.

CANADA

Ottawa -FECIA DI CosSATO Carlo, inviato straordinario e ministro plenipotenziario.

CECOSLOVACCHIA

Praga -TACOLI Alfonso, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; FRANco Fabrizio, primo segretario.

CILE

Santiago -PERSICO Giovanni, ambasciatore, fino al 31 gennaio; FoRNARI Giovanni, dal 12 febbraio; Rrccro Luigi, consigliere; VENTURINI Roberto, primo segretario.

CINA

Nanchino -FENOALTEA Sergio, ambasciatore; CIPPICO Tristram Alvise, consigliere, dal 17 gennaio; MIZZAN Ezio, primo segretario; FARACE Alessandro, secondo segretario.

COLOMBIA

Bogotà -CASSINIS Angiolo, inviato straordinario e ministro plenipotenziario.

COSTARICA

Costarica -SILENZI Guglielmo, inviato straordinario e ministro plenipotenziario, fino al 17 dicembre; ZANOTTI BIANCO Mario, dal 23 marzo'.

CUBA

Avana -DE FERRARI Giovanni Paolo, primo segretario, incaricato d'affari ad interim.

DANIMARCA

Copenaghen -CARISSIMO Agostino, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; PESCATORI Federico, primo segretario.

DOMINICANA (Repubblica)

Ciudad Trujillo -Rossi LONGHI Gastone, inviato straordinario e ministro plenipotenziario.

ECUADOR

Quito -PERRONE DI SAN MARTINO Ettore, inviato straordinario e ministro plenipotenziario.

l Residenti a Guatemala.

EGITTO

Il Cairo -FRACASSI RATTI MENTONE Cristoforo, inviato straordinario e mtmstro plenipotenziario; ARCHI Pio Antonio, primo segretario; DE STROBEL DI FRATTA Maurizio, secondo segretario; BIONDI MoRRA Goffredo, terzo segretario.

EL SALVADOR

San Salvador -SILENZI Guglielmo, inviato straordinario e mmtstro plenipotenziario, fino al 17 dicembre; ZANOTTI BIANCO Mario, dal 23 marzo2.

FILIPPINE

Mani/a -STRIGARI Vittorio, primo segretario di legazione di l a classe, incaricato d'affari ad interim.

FINLANDIA

Helsinki -RONCALLI Guido, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; CoNTARINI Giuseppe, console.

FRANCIA

Parigi -QUARONI Pietro, ambasciatore; GruSTINIANI Raimondo, consigliere; CAVALLETTI Francesco, primo segretario; PIERANTONI Aldo, secondo segretario; lEZZI Alberto, quarto segretario.

GRAN BRETAGNA

Londra -GALLARATI ScoTTI Tommaso, ambasciatore; MIGONE Bartolomeo, consigliere, fino al1'8 febbraio; RoBERTI Guerino, consigliere, fino al 13 gennaio; ANZILOTTI Enrico, consigliere, dal 17 febbraio; VITA FINZI Paolo, console generale; MONTANARI Franco, secondo segretario; WINSPEARE GurcCIARDI Vittorio, terzo segretario; MANASSEI Alessandro, quarto segretario; ArLLAUD Enrico, quinto segretario.

2 Residenti a Guatemala.

GRECIA

Atene -PRINA RICOTTI Sidney, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; MACCHI DI CELLERE Francesco, primo segretario.

GUATEMALA

Guatemala -SILENZI Guglielmo, inviato straordinario e ministro plenipotenziario, fino al 17 dicembre; ZANOTTI BrANCO Mario, dal 23 marzo; CAPECE MINUTOLO Alessandro, primo segretario.

HAITI

Port au Prince -DE FERRARI Giovanni Paolo, primo segretario, incaricato d'affari ad interim3.

HONDURAS

Tegucigalpa -SILENZI Guglielmo, inviato straordinario e ministro plenipotenziario, fino al 17 dicembre; ZANOTTI BrANCO Mario, dal 23 marzo4.

IRAN

Teheran -Rossr LONGHI Alberto, ambasciatore; GUASTONE BELCREDI Enrico, pnmo segretario; PENNACCHIO Luigi, commissario tecnico per l'Oriente.

IRLANDA

Dublino -BAsuscro Rrzzo Francesco, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; PAULUCCI Mario, primo segretario.

ISLANDA

Reykiavik -RULLI Guglielmo, inviato straordinario e ministro plenipotenziario5.

3 Residente a L'Avana. 4 Residenti a Guatemala. s Residente ad Osio.

JUGOSLAVIA

Belgrado -MARTINO Enrico, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; TASSONI EsTENSE Alessandro, primo segretario; 0RLANDI CaNTUCCI Corrado, secondo segretario; MoscA Ugo, terzo segretario.

LIBANO

Beirut -ALESSANDRINI Adolfo, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; MARCHIORI Carlo, primo segretario; SPERANZA Vincenzo, commissario tecnico per l'Oriente.

LUSSEMBURGO

Lussemburgo -FoRMENTINI Omero, inviato straordinario e ministro plenipotenziario.

MESSICO

Città del Messico -PETRUCCI Luigi, ambasciatore; DE FERRARIIS SALZANO Carlo, primo segretario.

NICARAGUA

Managua -SILENZI Guglielmo, inviato straordinario e ministro plenipotenziario, fino al 17 dicembre; ZANOTTI BIANCO Mario, dal 23 marzo6.

NORVEGIA

Osio -RULLI Guglielmo, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; GAETANI DELL'AQUILA D'ARAGONA Massimo, primo segretario.

PAESI BASSI

L 'Aja -BOMBIERI Enrico, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; CASTELLANI PASTORIS Vittorio, primo segretario, fino all'8 marzo; ANTINORI Orazio, dal 9 marzo.

6 Residenti a Guatemala.

Svizzera -René DE WECK, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Paul

G. RITTER, André PARODI, consiglieri; Robert STJLZER, Antonino JANNER, secondi segretari; Edmond Robert DESLEX, segretario (ufficio economico).

Turchia -Feridun C. ERKIN, ambasciatore; Mennan TEBELEN, consigliere; Namik YoLGA, primo segretario; Semih GONvER, primo segretario; Enver ÒLZAP, secondo segretario; Turan TULUY, terzo segretario; Hakki MAHIR DuRUKAN, consigliere commerciale.

Ungheria -Liszl6 VELICS, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Ladislao PùDùR, primo consigliere; Imbre GAL, consigliere, dal 19 dicembre; Guido FoRBATH, Andrea EsTERHAZY, primi segretari.

U.R.S.S. -Mikhail KOSTYLEV, ambasciatore; Vassilij KAMENSKII, consigliere commerciale; lvan MARTYNOV, consigliere; Fedor BABANOV, vice consigliere commerciale; Ivan SNEJKO, sostituto consigliere commerciale; Nikolaj GoRCHKOV, Gaik DOULIAN, primi segretari; Lorents PrROJNIKOV, Aleksandr BOJANOV, secondi segretari; Victor CHOUNINE, Georgui BoGUEMSKI, terzi segretari; Aleksei PoKROVSKI, terzo segretario, dal 20 dicembre.

Uruguay -Horacio HERRERA-MENDEZ, segretario di legazione, incaricato d'affari ad interim; Emilio J. AvEGNO ILLA, segretario.

Venezuela -Luis Emilio MONSANTO, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Rafael GALLECOS MEDINA, consigliere; Ramon CARMONA, consigliere commerciale; Manuel VrLLANUEVA, secondo segretario; Juan Vicente LECUNA, terzo segretario.

Polonia-Adam OsTROWSKI ambasciatore; Witold WYSZYNSKI, consigliere; Jan GuTOWSKI, consigliere commerciale; Boleslaw BARSZCZ, Mieczyslaw PRUSZYNSKI, primi segretari; Ignav BuRKACKI, Tadeusz MARTYNOWICZ, secondi segretari.

Portogallo -Francisco DE CALHEIROS E MENEZES, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Eduardo Alberto BACELAR MACHADO, primo segretario.

Romania -Nicolae CIOROIU, inviato straordinario e ministro plenipotenziario, dal l O marzo; Basile SERBAN consigliere; Mihai LEVIN, ministro consigliere, dal 5 aprile; Mircea UNGUREANU, secondo segretario, dal 2 marzo; Grigore LIVADA, consigliere commerciale, dal 9 febbraio; Mihail PETRI, segretario commerciale; Eugen P6RN, consigliere tecnico agricolo.

Santa Sede -Francesco BORGONCINI DucA, arcivescovo titolare di Eraclea, nunzio apostolico; Egano RIGHI ALBERTINI, uditore; Gaetano ALIBRANDI, uditore.

Siria -N.N.

Spagna -José Antonio SANGRONIZ Y CASTRO, ambasciatore; Eduardo GARCIA COMIN, ministro consigliere; Juan Felipe DE RANERO Y RoDRIGUEZ, ministro consigliere; Ramon SAENZ DE HEREDIA Y DE MANZANOS, José Felipe ALCOVER y SUREDA, primi segretari; Mario PoNCE DE LEON, primo segretario, incaricato degli affari consolari, consigliere culturale; Ernesto BARNACH-CALBO' Y GINESTA, secondo segretario, incaricato degli affari consolari; José Carlos GONZÀLES-CAMPO DAL RE, secondo segretario.

Stati Uniti -James Clement DUNN, ambasciatore; Homer M. BYINGTON jr., consigliere; Walter N. WALMSEY, consigliere per gli affari economici; Orville C. ANDERSON, John F. HUDDLESTON, J. Wesley JONES, Edward PAGE jr., Howard

R. COTTAM, Myron L. BLACK, primi segretari; Frederic C. FORNES jr., M. Williams BLAKE, H. GARDNER AINSWORTH, Harold H. RHODES, John GORDON MEIN, B. MILES HAMMOND, Byron B. SNYDER, William G. GmsoN, Joseph

N. GREENE jr., William A. McFADDEN, William E. KNIGHT, secondi segretari;

E. ALLEN FIDEL, William S. CALDWELL, Robert A. BRANO, terzi segretari; Susannah MIRICK, terzo segretario, dal 21 gennaiO.

Sud Africa -François Henri THERON, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Robert KIRSTEN, primo segretario; R.H. CoATON, secondo segretario;

C. E. BoRAIN, addetto per l'emigrazione; Bartholomeus LAMBOOY, segretario commerciale; I.F.A. DE VILLIERS, terzo segretario; F. J. MYBURGH, addetto aggiunto per l'immigrazione, dal 12 aprile; Daniel Bemard THERON, addetto aggiunto per l'immigrazione, dal 26 marzo.

Svezia -Christian GONTHER, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Tage Holm Fredrik GRONWALL, consigliere; Gunnar FAGRAEUS, segretario.

Irlanda -Michael MACWHITE, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Frank BIGGAR, segretario.

Islanda -Petur BENEDIKTSSON, inviato straordinario e ministro plenipotenziario.

Jugoslavia -Mladen IVEKOVIé, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Rafo lvANCEVIé, ministro consigliere, consulente per le restituzioni, dal l o aprile; Rudolf JANHUBA, Milos JOVANOVIé, consiglieri; Josip DEFRANCESKI, consigliere stampa; Veljko VuciNié, primo segretario; Nikola MANDié, secondo segretario; Vaso JovANOVIé, secondo segretario, dal l O marzo; Petar NERANDZié, secondo segretario, dal 21 aprile; Cedomil VELJACié, Vaso RADMILOVIé, Milos ZORTUT, terzi segretari.

Libano -Emilio KHouRY, inviato straordinario e ministro plenipotenziario.

Lussemburgo -N.N.

Messico -Mariano ARMENDARIZ DEL CASTILLO, ambasciatore; José Luis LARIS CASILLAS, terzo segretario; Wulfrano Rurz, consigliere commerciale.

Monaco -Roger MAUGRAS, inviato straordinario e ministro plenipotenziario.

Nicaragua -N.N.

Norvegia -Hans FAY, inviato straordinario e mm1stro plenipotenziario; Sigurd BENTZON, ministro consigliere; Fredrik ORVIN, primo segretario; Einar NILSSEN, addetto commerciale.

Paesi Bassi -Willem DE BYLANDT, inviato straordinario e mmtstro plenipotenziario; R. B. DE LYNDEN, primo segretario; H.W.R. DE WAAL, segretario commerciale; Willem VAN WALEN, secondo segretario commerciale, dal 12 febbraio; H.A.M. VAN HAASTERT, addetto agricolo.

Panama -Ernesto BRIN, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Rogelio DIAZ, primo segretario.

Paraguay -Juan Emiliano O' LEARY, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Juan Emil O' LEARY, primo segretario, dal 18 dicembre 1947.

Perù -Ricardo RrvERA ScHREIBER, ambasciatore; Luis F. LANATA COUDY, mimstro consigliere; Francisco VEGAS SEMINARIO, primo segretario; Palmiro MACHIAVELLO, ministro plenipotenziario, addetto speciale per l'emigrazione.

El Salvador -N.N.

Filippine -Domingo IMPERIAL, inviato straordinario e ministro plenipotenziario.

Finlandia -Harri HOLMA, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Lauri AHTILUOTO, segretario.

Francia-Jacques FOUQUES-DUPARC, ambasciatore; Jean DE SEGUIN, ministro consigliere, consulente per i beni dissequestrati; Geoffroy DE CouRCEL, primo consigliere; Pierre SEBILLEAU, secondo consigliere; Charles TORRES, primo segretario; René FOURIER-RUELLE, secondo segretario; Jean HuGUES, consigliere commerciale; François MrNGALON, addetto commerciale; Michel BEILLAN, addetto commerciale; Jean Pierre LESCUYER, addetto commerciale aggiunto; René VrEILLEFOND, consigliere culturale; Christian DE LAVARENE, addetto finanziario.

Gran Bretagna -Victor A. L. MALLET, ambasciatore; T. ST. QurNTIN HrLL, ministro, consulente economico; S. SrMMONDS, consigliere commerciale, fino al 28 gennaio; C. EMPSON, ministro commerciale, dal 29 gennaio; J.G. WARD, consigliere; W.H BRAINE, consigliere e addetto sociale; A.N. HANCOCK, consigliere, consulente economico aggiunto; M.S. WrLLIAMS, J. P. REEVES, M.N.F. STEWART,

J.O. MAY, H.A.A. HANKEY, G.G. HANNAFORD, K.C. BENTON, I.H.P. McEWEN,

M.C. ADAMS, F.W. TOOBY, J.H. BONHAM CARTER, primi segretari; A. R. MOORE,

J.G. BOYD, C.L. SILVERWOOD-COPE, E.B.C. HOWARD, C.H. HENDERSON, W.B. NEVILLE-TERRY, W.N.R. MAXWELL, D.H. VERSCHOYLE, O.J. TATE, A.D. TROUNSON, Enid LAPTHORNE, secondi segretari; D.V. BENDALL, E. OLIVER, T.W. GLoVER, Edward Bruce DAWSON-MORAY, P.M. LEE, terzi segretari.

Grecia -Demetrios CAPSALIS, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Konstantinos VATIKIOTTY, ministro consigliere; Konstantinos HrMARIOS, primo segretario; Angelos CovAros, addetto economico; Jean GHICAS, addetto stampa; Demetrios PouLACOS, addetto stampa aggiunto, dal 27 aprile.

Guatemala -Jorge Luis ARRIOLA, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Victor Salomon PrNTO, addetto, dal 28 gennaio.

Haiti -Placid DAvro, inviato straordinario e ministro plenipotenziario, dal 10 marzo (assente); Max D. SAM, segretario, incaricato d'affari ad interim, dal 15 aprile.

Honduras -N. N.

Iran -Fathoullah PAKREVAN, ambasciatore; Abdol AHAD DARA, consigliere; Morteza ADLE TABATABAI, segretario; Abdollah KHOSROVI, Abes Malek MADAMI, addetti; Abedine SEPAHBODI, addetto commerciale.

Canada -Jean DESY, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; James P. MANION, segretario commerciale; Thomas LE MESURIER CARTIER, secondo segretario; Alfred P. BrsSONET, segretario commerciale aggiunto.

Cecoslovacchia -Jan PAULINY-T6TH, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; lvan LAICHTER, consigliere; Karel HOYER, primo segretario, addetto stampa; Josef PELNAll, primo segretario; Emil BARTOVSKY, primo segretario, addetto per gli affari economici; Joseph RUPRICH, primo segretario; Ivan GAVORA, addetto stampa, dal 10 marzo 1948; Frantisek HAJEK, addetto culturale.

Cile -Hector ARANCIBIA LASO, ambasciatore; Miguel RIOSECO ESPINOSA, mimstro consigliere; José MARIO, primo segretario; Guillermo Rosse! BASCU:NAN, secondo segretario; Guillermo LAGOS CARMONA, segretario, dal 29 dicembre; Guillermo EcHENfQUE CORREA, addetto culturale.

Cina -Yii TsuNE-CHI, ambasciatore; Sih KwANG TsrEN, mm1stro consigliere; Kao SHANG-CHUNG, consigliere; Chang CHIA-YUNG, secondo segretario; Yen You:NG SaN, secondo segretario; Ki TcHE JEN, terzo segretario; Tchou YrN, consigliere giuridico.

Colombia -Absalon FERNANDEZ DE Som, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Guillermo CAMACHO MONTOYA, primo segretario; Alberto CARDONA JARAMILLO, secondo segretario.

CostaRica -N.N.

Cuba -Guillermo DE BLANCK, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Miguel Angel EsPINOSA, segretario di legazione; Buenaventura Pu:YANS, addetto, incaricato degli affari consolari.

Danimarca -Otto Cari MOHR, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Tage BuLL, consigliere di legazione.

Dominicana (Repubblica) -Cesar Pina BRINAS, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; José Henriquez ALMANZAR, primo segretario; Juan PARRA, primo segretario; Josè PERROTTA, addetto commerciale.

Ecuador -Rodrigo JAcoME, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Carlos Alberto ARTETA, consigliere.

Egitto -Abdul Rahman HAKKI bey, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Ali HASSAN DARWICHE, primo segretario; Ibrahim Amin GHALI, secondo segretario; Amin FAHIM, terzo segretario; Mahmoud RACHID, terzo segretario.

APPENDICE III

AMBASCIATE E LEGAZIONI ESTERE IN ITALIA (15 dicembre 194 7 -7 maggio 1948)

Afghanistan -Mohammed AKRAM, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Mohammed IBRAHIM, primo segretario.

Arabia Saudita -N.N.

Argentina -Rafael OCAMPO GIMENEZ, ambasciatore; Lucio E. SCELSO, Rogelio

R. TRISTANY, consiglieri; Guido CoMOLLI, consigliere commerciale; Luis CASTELLS, Julio NEGRE, primi segretari; Maria Elena ZAMBRUNO, secondo segretario; José Maria ALVAREZ DE ToLEDO, terzo segretario.

Austria -Johannes E. ScHWARZENBERG, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Eugen BURESCH, segretario; Karl HARTL, segretario, incaricato affari consolari; Livius FODOR, addetto stampa.

Belgio -André MOTTE, ambasciatore; Frédéric DE RIDDER, consigliere; Robert CHAIDRON, consigliere commerciale, fino al 29 gennaio; Henri DE RoMRÉE DE VICHENET, consigliere per gli affari economici, dal 30 gennaio.

Bolivia -José SAAVEDRA SuAREZ, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; Eduardo QUINTANILLA, primo segretario.

Brasile -Pedro DE MoRAES BARROS, ambasciatore; Octavio DE SA NEVES DA RocHA, primo segretario; Antonio Xavier DA RocHA, consigliere commerciale; Mozart GuRGEL VALENTE, secondo segretario; Joào GRACIE LAMPREIA, secondo segretario, dal 5 aprile; Victorino VIANNA DE CARVALHO, terzo segreta

rio.

Bulgaria -Stoiko IVANOV, consigliere, incaricato d'affari ad interim; Stoian BAEV, consigliere commerciale; Dragomir N. NENOFF, secondo segretario; Ivan BELTCHEFF, terzo segretario; Valery PETROV MEVORACH, terzo segretario, addetto stampa.

TURCHIA

Ankara -PRUNAS Renato, ambasciatore; CORRIAS Angelino, consigliere; DE NoVELLIS Gennaro, primo segretario, fino al 5 gennaio; PAscuccr RIGHI Giulio, secondo segretario.

UNGHERIA

Budapest .-BENZONI Giorgio, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; BELLIA Franco, primo segretario; FABIANI Oberto, secondo segretario; Dr FRANCO Oscarre, commissario tecnico per l'Oriente.

U.R.S.S.

Mosca -BRosro Manlio, ambasciatore; LA TERZA Pierluigi, ministro consigliere; NAVARRINI Guido, primo segretario.

URUGUAY

Montevideo -ERRERA Alfonso, inviato straordinario e ministro plenipotemdario; MoscATO Niccolò, primo segretario.

VENEZUELA

Caracas -SEcco SUARDO Dino, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; SAVORGNAN Alessandro, primo segretario.

SIRIA

Damasco -CORTESE Luigi, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; FIGAROLO DI GROPPELLO Adalberto, primo segretario.

SPAGNA

Madrid-VANNI n'ARCHIRAFI Francesco Paolo, mmtstro consigliere, incaricato d'affari; CAPOMAZZA DI CAMPOLATTARO Benedetto, consigliere; GASPARINI Carlo, secondo segretario; CrTARELLI Renato, console.

STATI UNITI

Washington -TARCHIANI Alberto, ambasciatore; MASCIA Luciano, ministro consigliere, con funzioni di osservatore presso l'O.N.U.; Dr STEFANO Mario, consigliere; SILVESTRELLI Luigi, primo segretario, fino al 28 aprile; ORTONA Egidio, primo segretario; GABRICI Tristano, secondo segretario; PANSA Paolo, terzo segretario; GUAZZARONI Cesidio, quarto segretario.

SUD AFRICA

Pretoria -ROCHIRA Ubaldo, rappresentante politico, fino al 17 dicembre; JANNELLI Pasquale, inviato straordinario e ministro plenipotenziario, dal 7 gennaio; GRILLO Remigio Danilo, primo segretario.

SVEZIA

Stoccolma -BELLARDI Ricci Alberto, inviato straordinario e ministro plenipotenziario, fino al 25 dicembre; MIGONE Bartolomeo, dal 9 febbraio; CITTADINI CESI Gian Gaspare, primo segretario.

SVIZZERA

Berna -REALE Egidio, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; PLETTI Mario, primo segretario; GIGLIOLI Carlo Enrico, secondo segretario; Nun Giampiero, terzo segretario; CEPPELLINI Augusto, consigliere per l'emigraziOne.

PANAMA

Panama -MARIANI Luigi, inviato straordinario e ministro plenipotenziario. PARAGUAY

Assunzione -FERRANTE DI RUFFANO Agostino, inviato straordinario e ministro plenipotenziario.

PERÙ

Lima -CiccoNARDI Vincenzo, ambasciatore; SPALAZZI Giorgio, primo segretario.

POLONIA

Varsavia -DONINI Ambrogio, ambasciatore; FERRETTI Raffaele, consigliere; DUCCI Roberto, primo segretario; TORTORICI Pietro Quirino, secondo segretario.

PORTOGALLO

Lisbona -GROSSARDI Antonio, inviato straordinario e ministro plenipotenziario, fino al l o febbraio; DE PAous Pietro, dal l o febbraio; DE CLEMENTI Alberto, primo segretario; SABETTA Luigi, secondo segretario, dal 15 gennaio primo segretario.

ROMANIA

Bucarest -SCAMMACCA Michele, inviato straordinario e ministro plenipotenziario; CASTRONUOVO Manlio, primo segretario; REGARD Cesare, secondo segretario.

SANTA SEDE

Roma -DIANA Pasquale, ambasciatore, fino al 19 febbraio; MELI LUPI DI SoRAGNA, dal l o marzo; DEL BALZO Luigi, consigliere, fino all'8 marzo; SILJ Francesco, consigliere, dal 9 marzo; ANTINORI Orazio, primo segretario, fino ali' 8 marzo.